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Per una Chiesa Viva Anno VII - N. 5 (15 - 22 Maggio 2011) P ERIODICO DELLA COMUNITÀ ECCLESIALE DI EDIZIONE SPECIALE DEL 350° ANNIVERSARIO DELLA TRASLAZIONE DELLA RELIQUIA DEL SANGUE DI SAN PANTALEONE

RAVELLO

Culto E SIGNIFICATO della reliquia del sangue di San Pantaleone Come attestano le fonti di recente rinvenute nell’Archivio di Stato di Salerno, sono trascorsi trecentocinquanta anni da quando, il 16 maggio 1661, il Soprintendente Apostolico per la Diocesi di Ravello – Scala, Onofrio De Ponte, Vescovo di Lettere, insieme al Capitolo, al Clero diocesano e all’intero governo della Città di Ravello, con una solenne celebrazione, al canto del Deus Tuorum Militum, collocarono per sempre l’insigne reliquia nell’attuale Cappella del Santissimo Sacramento. Il giorno precedente, Domenica 15 maggio, la reliquia venne portata processionalmente per le vie della città, con la partecipazione di una gran moltitudine di fedeli. L’evento storico si colloca nella memoria vivissima del recente 17° centenario del martirio del Santo Martire di Nicomedia, celebrato nell’anno 2005 e ci invita ad approfondire il culto delle reliquie per valorizzarlo e purificarlo da esagerazioni e superficialità. Le attuali circostanze storiche, caratterizzate da un sempre più dilagante secolarismo, che mette a dura prova l’esperienza ecclesiale, pone l’urgenza di ritornare alle origini e riscoprire il valore eminentemente comunitario del culto delle reliquie. Come osserva Martin Roch in un suo recente studio, oggi il culto delle reliquie è ormai sinonimo di religiosità medioevale, di abusi e di inganni e perfino di idolatria … spetta allo

storico lo sforzo per ricostruire le condizioni e le modalità di sviluppo del culto delle reliquie, nonché i suoi significati. Il culto delle reliquie ha origine molto antiche e si

feroce persecuzione. La comunità credente si teneva unita nella prova e professava la sua fede con coraggio. Come riportano gli atti degli Apostoli (cf. At 8,2) i primi cristiani si recarono sul luogo del martirio di Stefano e ne raccolsero le ossa per seppellirle con grande rispetto. Ove fu possibile, ad esempio come per San Pantaleone e San Gennaro, qualche fedele raccoglieva il sangue sgorgato dalle ferite e lo custodiva come reliquia preziosissima. Nel 167, gli Atti autentici del martirio di Policarpo, riferiscono che i fedeli ne seppellirono le ossa per poi ritornare, ogni anno, in quel luogo e celebrare la memoria del martirio “con gioia ed allegria” con l’offerta del sacrificio eucaristico. Questi tratti autenticamente comunitari lasciano intravedere la verità di quella espressione di Tertulliano che nel III secolo scriveva "sanguis martyrum, semen Christianorum", il sangue dei martiri è seme di altri cristiani e forza vitale della comunità. La chiesa, popolo di Dio, che si rende visibile nelle Chiese locali, ovvero le Diocesi, ed in special modo nelle singole parrocchie che la costituiscocolloca, sin dai primi secoli, nella vita no, è comunità di comunità, unite intordella comunità credente. In quel periodo no al Vangelo, ai Sacramenti e alla guida la professio fidei fu fortemente avversata dei legittimi Pastori. dal potere dominante che, avvertendone Continua a pagina 2 la forza rinnovatrice, procedeva ad una


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SEGUE DALLA PRIMA Sin dalla morte di Stefano, il primo martire, la Chiesa sperimentò la fecondità della memoria dei suoi martiri e si radunava sul loro sepolcro per non dimenticare coloro che, fedeli fino al sangue, avevano offerto a Dio la testimonianza suprema. In questo atto si rafforzava quella identità battesimale che, come affermava San Cipriano (Ep 77) si trasfigurava nell’esperienza del martirio ritenuto teologicamente battesimo di sangue. I primi cristiani compresero ben presto che la propria identità comunitaria trovava espressione viva nel memoriale eucaristico celebrato e deponeva negli altari le reliquie dei fratelli martiri. Come abbiamo già anticipato, in questi tempi il secolarismo cerca di dissolvere le identità forti con un relativismo soffocante e con la proposta di modelli superficiali, veri surrogati insignificanti. Ecco perché la Chiesa è chiamata a riscoprire la gioia di essere la famiglia dei figli di Dio, appartenenti a Cristo, popolo che cammina nella storia, con santi, taumaturghi, testimoni, profeti, ed uomini e donne semplici che con la carità hanno dato testimonianza di amore a Dio ed al prossimo. Questa è l’unica forza che, pur tra mille difficoltà e limiti legati alla fragilità e al peccato, ha permesso alla Chiesa di varcare la soglia dei secoli. Anche nel Grande Giubileo dell’anno Duemila, Giovanni Paolo II invitò le comunità a guardare alla testimonianza dei martiri per imitare il loro amore. Essi avvertirono la responsabilità di attestare la propria fede innanzi al mondo di modo che le proprie comunità di appartenenza, proseguissero il loro cammino di fede nella piena comunione fraterna. In questo dinamismo non sorprende perciò il perdono che molti martiri, ripieni di Spirito Santo, donarono ai propri persecutori. Era il testamento che permetteva ai fratelli nella fede di proseguire il proprio cammino senza aprire il cuore ad alcuna forma di odio e di risentimento. Per queste ragioni il culto delle reliquie aprì, sin dai primi secoli, un orizzonte di luce che elevava l’esperienza delle prime comunità. Non si trattava di un ricordo storico, seppure importante, ma di una

memoria viva che penetrava nel vissuto quotidiano, risvegliando le coscienze e permettendo a tutti di aprirsi al soffio dello Spirito Santo. Infatti, dopo la Resurrezione di Cristo, la Pentecoste è la chiave di lettura che spiega l’epoca dei martiri. Fu il Paraclito a spingere i cristiani, pur nella loro debolezza umana, ad uscire dai cenacoli chiusi della storia ed affrontare il confronto con la storia e la vita di ogni giorno. Gesù aveva parlato apertamente della sua morte imminente e della persecuzione che i suoi seguaci avrebbero incontrato: Un servo non è più grande del suo padrone. Se

hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi. (Gv 15,20). E’ da sottolineare che, come afferma Gerard Lofhink, la prima comunità ci insegna che essere cristiani non è una esperienza solitaria. Le prime persecuzioni furono un’esperienza drammatica che, al tempo stesso, radicò, nel momento della prova, la consapevolezza di dover essere sempre più uniti. D’altronde, sin dall’inizio della sua missione, la comunità si radicava in una precisa volontà di Gesù che assicurava, per sempre, la sua presenza affermando: Dove due o più sono uniti nel mio nome, lì io son in mezzo a loro. (Mt 18,20). Ecco perché l’inizio del cristianesimo non fu contraddistinto

dall’edificazione di luoghi di culto, ma dalla formazione di comunità, a partire dall’Asia minore fino alla Grecia e a Roma. In esse i cristiani sperimentarono la carità vicendevole e la presenza del Risorto che donava la forza e il coraggio per la fedele testimonianza nell’imitazione dei propri martiri. La Parola di Dio, l’Eucarestia e il culto dei martiri, sancite dalla presenza negli altari delle reliquie, avevano quindi una fortissima valenza comunitaria. Il Vangelo vissuto e testimoniato comunicava un particolare aiuto a tutti i componenti della comunità. D’altronde eucarestia e martirio, per il loro intimo carattere sacrificale, esprimono chiaramente la natura della comunione ecclesiale. La prima è testimonianza suprema dell’amore di Cristo, offerto sulla croce, la seconda è memoria viva della vita offerta a Dio versando il sangue per la sua gloria. Come ricorda il liturgista Padre Cesare Giraudo, la serietà e il fondamento del culto delle reliquie è attestata dalla preghiera eucaristica. La comunità credente, avvertendo tutta la debolezza della propria lode, limitata nel tempo e nello spazio, si unisce all’assemblea di lassù che è interamente e costantemente assorta nel proclamare la santità di Dio con bocche che non cessano e con teologie che non tacciono. Il profumo del sangue del Santo Martire si unisce all’unico sacrificio del Cristo che si offre in nostro favore per ottenere il perdono dei nostri peccati e il dono supremo dell’edificazione della comunità in un solo Spirito. Questa unione, che chiamiamo cattolica, viene attestata dal fatto che un santo martire in una regione lontana, la Turchia, è approdato fino a noi. Come dice Sant’Ambrogio, noi apparteniamo ad una società dei santi che è universale e abbraccia uomini e donne di ogni lingua, popolo e nazione, che secondo l’Apocalisse, stanno davanti al trono dell’Agnello, alzando le palme, simbolo del martirio, per lodare, ringraziare e glorificare il Padre, Figlio e Spirito Santo. Nel caso della reliquia del sangue del nostro Patrono non bisogna dimenticare un altro aspetto evangelico: la proclamazione del perdono. Nell’ultimo istante della vita San Pantaleone perdonò i suoi


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persecutori, come Gesù e come Stefano e tanti altri. Come ricorda l’antico inno: quel sangue diede vita all’olivo arido, simbolo della pace. D’altronde, come riporta il Santo Vangelo, Gesù ci ha detto:”Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori perché siate figli del Vostro Padre Celeste”. Come comunità sappiamo che il perdono ci è necessario più volte al giorno. Il perdono e la misericordia sono il cemento della vita comunitaria. La reliquia del sangue di San Pantaleone è unica e preziosa perché ci aiuta, come credenti, in uno degli aspetti più difficili della nostra vita. Noi siamo cristiani perché siamo uomini che, per grazia di Dio e non per nostra virtù, siamo perdonati e siamo chiamati a perdonare. Certo perdonare non significa tollerare o chiudere gli occhi dinanzi alle ingiustizie. Perdonare vuol dire rinunciare all’odio, al risentimento, alla vendetta, al rancore e arrogarsi il diritto di farsi giustizia da se stessi. Tutto ciò è umanamente impossibile perché noi avvertiamo immediatamente lo sdegno per le ingiustizie subite, ma la pace nasce solo dalla superiore disponibilità del cuore alla riconciliazione fraterna. Per perdonare uniamoci a Cristo ed invochiamo il nostro santo patrono: tu fosti chiamato il misericordioso, aiutaci quando c’è difficile perdonare. Perdonare è anche l’atto più grande che un uomo può compiere perché lo assimila a Dio in una delle azioni sue tipiche e ci eleva alla dignità di figli di Dio. Ma soprattutto perdonare vuol dire rimettere l’errore di un fratello accordandogli la possibilità di riparare il male fatto. Tante volte quando noi non perdoniamo, non diamo più alcuna possibilità all’altro di pentirsi, di chiederci scusa e di riparare. Gesù va a casa di Zaccheo e questi, sentendosi amato, promette di restituire quattro volte tanto ciò che aveva frodato. Tante nostre realtà comunitarie e familiari sono segnate da difficili relazioni. In

I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA tante famiglie, ormai separate, manca la LA FESTA DELLA TRASLAZIONE DELLA RELIQUIA luce del perdono e soprattutto i cuori DÌ S. PANTALEONE sono induriti per la difficoltà di perdonare. Quanti genitori chiedono a Dio di sciogliere il cuore dei propri figli e quan- La nostra comunità ecclesiale celebra ti figli chiedono l’unione dei propri geni- nella terza domenica di maggio la Traslatori. Chiediamo, come i primi cristiani il zione della reliquia del sangue di San Pantaleone, trasferita nel corso del XVII secolo dall’antico altare alla cappella “nuova”, costruita là dove erano l’altare del SS.Crocifisso e quello del Presepe. “Il sangue del glorioso martire San Pantaleone si conserva in una grande ampolla in vetro fermata da una custodia di argento antico”, si legge nella visita pastorale di mons. Paolo Fusco, iniziata il 16 settembre 1577. La reliquia era custodita a sinistra dell’altare maggiore, in un posto chiamato “finestra”, scomodo, pericoloso e non certo dignitoso, munito di un cancello in ferro con quattro chiavi, “delle quali una devesi conservare dal vescovo, l’altra dal tesoriere del capitolo, una terza dai nobili e la quarta dalla città”, sotto il quale era un piccolo altare dedicato al martire. Vi si accedeva mediante una scala “portatile non senza grande ed evidente pericolo sia nell’ascendere che nel discendere massimamente per il sangue di S.Pantaleone Mart. che, conservandosi in un vaso di vetro, facilmente può rompersi e riversarsi”, come riferisce mons. dono della Pace ed invochiamo il Santo Francesco Bennio il 10 giugno 1604. Martire. Chi perdona non si umilia, ma Il prelato invitò, pertanto, a realizzare si eleva. Al termine della nostra vita, una scala “in fabbrica” o, in alternativa, a quando ci presenteremo al cospetto di deporre l’ampolla in un luogo più sicuro Dio, il Signore guarderà le nostre mani e ed ordinò che ogni cinque anni la reliquia le ferite delle sofferenze e umiliazioni. Se fosse portata in processione. in esse troverà il profumo del perdono, Del resto le processioni dovettero essere accordato al nostro prossimo, con il qua- frequenti, specialmente nei momenti di le avremo superato l’odio e il risenti- carestie e di epidemie, che flagellarono la mento, ci dirà: figlio mio, vieni ed entra città a partire dal XVI secolo: “a dì 15 nel mio regno di amore e di pace. In maggio 1585 hanno fatto processione quell’abbraccio troveremo anche il sorri- generale in la città di Ravello portando lo so del santo martire Pantaleone che, sangue di San Pantaleone per la terra con come ricorda l’inno a Lui dedicato, ci vergini scapillate per la carestia accascaguiderà per mano in quel passaggio dal ta”, scrive il notaio Mandina. tempo all’eternità, possibile solo a colo- Nel 1617 mons. Michele Bonsio ordinò ro che, come i martiri, nella vita si sono che il sangue fosse custodito in un luogo pienamente conformati al Vangelo del più sicuro e meno alto, quindi, nel 1632, fu stipulato il contratto con i maestri Signore. marmorari che avrebbero ultimato i laDon Carlo Magna vori nell’anno seguente. Dalle omelie tenute per il settenario Continua a pagina 4 della festa della Traslazione


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basilica il giorno 21”. Sorprende, purtroppo, come le origini di questa festa siano state ben presto travisate dai fedeli. Non a caso il canonico don Luigi Mansi, autore della “Ravello SacraMonumentale” (1887), oltre a ricordare l’istituzione della festa del patrocinio (Lunedì in albis), avvenuta nel 1883, sentì il dovere di precisare le origini autentiche della celebrazione di maggio, riferite “malamente” alla traslazione dell’ampolla dal Convento di S. Trifone. Recuperare il messaggio storico e religioso nella sua autenticità costituisce il primo passo per celebrare in modo adeguato questa ricorrenza, in comunione con quella “Civitas Ravelli”, oggi così lontana, che quattro secoli fa affidava al “suono continuo delle campane” un messaggio di gioia, di onore, di lode alla TriIn occasione del sinodo diocesano del nità e al suo Santo Patrono. 1695 mons. Luigi Capuano, patrizio napoletano di origini amalfitane, ordinò che Luigi Buonocore il sangue venisse posto al centro dell’altare della cappella “noviter co- DOCUMENTO STORICO structa” e che fosse celebrata nella terza DELLA TRASLAZIONE domenica di maggio la festa della traslazione con rito doppio. Il sangue, dopo essere stato esposto alla pubblica venera- Il 16 maggio 2011 l'intera comunità di zione con le altre reliquie, fu portato in Ravello ricorderà i 350 anni della Traslaprocessione per la città “continuo campa- zione della Reliquia del sangue di San narum sonitu”, col suono continuo delle Pantaleone dall'altare maggiore, ove era campane, per poi essere riposto nel nuo- conservata verosimilmente dal XII-XIII vo reliquiario “ad hoc extructo et orna- sec., alla Cappella noviter refacta, i cui to”, costruito appositamente ed ornato. lavori cominciarono sotto l'episcopato di A tal proposito, per volere di mons. Giu- Onofrio del Verme, Vescovo della Dioseppe Maria Perrimezzi (1707-1714), cesi di Ravello-Scala dal 1623 al 1637. durante l’esposizione e la processione, L'acquisizione dell'atto che ricorda la l’ampolla doveva trovarsi tra due traslazione è abbastanza recente ed è “luminari di cera” portati da due chierici conservato nel protocollo notarile del mentre un sacerdote, o, “raramente”, un notaio scalese Nicola Campanile relativo magnate aveva il compito di far vedere il all’anno 1661, il quale era stato incaricasangue per mezzo di una candela posta in to di scriverne un publicum instrumentum, cima ad un’asta. un atto che avesse pubblica fede, ad futuVa notato, inoltre, come il miracolo sia ram rei memoriam, per sancirne il ricordo avvenuto eccezionalmente anche in occa- indelebile. sione della festa della traslazione del Egli infatti scrive che il 16 maggio alla 1718, secondo quanto annota mons. Ni- presenza del Visitatore Apostolico Onocola Guerriero nella sua Visita Pastorale. frio de Ponte, Vescovo di Lettere, si Nelle ore pomeridiane del 21 maggio radunarono presso il coro della Cattedra1922, invece, si verificò la liquefazione le di Ravello, il luogo vicino all'altare “a metà” del prezioso sangue, perdurata destinato alle dignità capitolari e canonifino al giorno dell’ottava, con “grande cali, l'Arcidiacono Crispino Battimelli, movimento nel Capitolo e nel popolo”, l'Arciprete Pietro Manso, il Primicerio che colse in quel segno straordinario una Cosma Manso, il Tesoriere Mattia Movisibile approvazione data dal patrono sca, i canonici Carlo Mandina, Pantaleoalla luce elettrica “inaugurata in questa

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I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA ne Di Lieto, Nicola Camera, Silvestro Di Palma e Alessandro Di Lieto, insieme a coloro che amministravano la città nella doppia forma di governo nobiliare e popolare, Pietro Confalone e Andrea Fusco sindaco ed eletto dei nobili e Antonio Camera e Sabato d'Amato sindaco ed eletto del popolo. La pubblica udienza si aprì con la dichiarazione fatta dal Visitatore Apostolico, il quale affermò di aver constatato, nel corso della sua Visita pastorale, che in una finestrella a sinistra dell'altare maggiore era conservata, in ambula magna vitrea, un'ampolla di vetro, il sangue di S. Pantaleone e molte reliquie di santi, riposte in una piccola cassa di legno. La finestra era chiusa con una porta che si apriva con quattro chiavi. La prima era conservata dal Vescovo di Ravello e in sua assenza consegnata all'Arcidiacono, la seconda dal Tesoriere e le altre due dal sindaco dei nobili e del popolo. Proseguendo nella sua dichiarazione, il Vescovo Onofrio de Ponte prese atto dello stato di pericolo in cui versava il luogo ove si conservavano le reliquie e della scala di legno attraverso la quale si accedeva a quella finestrella. Per tale motivo venne ordinato il trasferimento delle reliquie in una cappella, i cui lavori erano ormai conclusi. Le celebrazioni per la traslazione cominciarono il giorno precedente, Domenica 15 maggio, quando, al canto del Deus Tuorum Militum la reliquia venne calata dalla finestrella, esposta sull'altare maggiore e, dopo una solenne celebrazione eucaristica, portata in processione per le vie della città, cum magno populi consessu ac letitie signis. Ritengo che la processione sia da considerare l'origine della festa di San Pantaleone "di maggio". Al termine delle celebrazioni la reliquia venne riposta nella finestrella e il mattino seguente, lunedì 16 maggio 1661, nuovamente ripresa dalla “finestrella” per una nuova processione. Quella che portò il sangue di S. Pantaleone nella nuova cappella, chiusa da cancelli di ferro dorato e piombo, e arricchita dai marmi realizzati dal fiorentino Francesco Valentino e dal cavese Pietro Antonio della Monica, come recentemente ha rilevato Luigi Buonocore. 350 anni sono passati da quel giorno del 1661 e moltissime cose sono cambiate da


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allora. Eppure anche nel nostro tempo, la terza domenica di maggio, ricordo della Traslazione della reliquia, seppur in modo minore rispetto al 27 luglio, dies natalis del martire di Nicomedia, molti ravellesi accorrono in quella cappella per venerare la reliquia del sangue del santo Patrono, proprio come il canonico Ferdinando Mansi ebbe a scrivere, a metà dell'Ottocento, nell'inno latino a Lui dedicato: "Ad hanc Cruoris inclity, fideles aram pergimus; Pantaleonis gloriam, opem fidemque pangimus", "a questo altare dell'inclito sangue accorriamo fiduciosi, di Pantaleone cantiamo la gloria, la potenza e la fede".

EDIZIONE DELL’ATTO NOTARILE DELLA TRASLAZIONE DEL SANGUE DÌ SAN PANTALEONE

ARCHIVIO DI STATO DI SALERNO Protocolli Notarili, Scala – Notaio Francesco Campanile, a. 1661, f. 89r – 90r .

Translatio gloriosissimi sanguinis Sancti Pantaleonis Martiris a fenestrula existente in pariete a cornu epistule altaris Maioris Cathedralis Ecclesie Ravellensis Gloriosissimi Sancti Martiris Pantaleonis noviter refacta

Die decimo sexto mensis maii 1661 in civitate Ravelli. Ad preces nobis factas pro parte subscriptis reverendissimi Domini Dignitatum et canonicorum Reverendi Capituli dicte Cathedralis Civitatis; Reverendi Domini Crispino BatSalvatore Amato timelli Patris Archiadiconi Reverendi Domini Petri Manso Patris Archipresbiteri Reverendi Domini Cosmi Mansi Patris Primicierii, Reverendi Domini Matthie Musche Thesaurarii, Reverendi Domini Caroli Mandine Canonici, reverendi domini Pantaleonis de Leto Canonici, Reverendi Domini Nicolai de Camera Canonici Reverendi Domini Silvestri de Palma Canonici et Reverendi Domini Alexandri de Leto canonici dicte maioris ecclesie ac subscriptis dominorum et magnificorum de Regimine dicte Civitatis Domini Petri Confaloni sindici nobilium dicte civitatis domini Andree de Fusco electi nobilium predicte civitatis domini Hieronimi de Afflicto Patritii Ravellensis et ad infrascriptas specialiter deputati predictam universitatem in publico colloquio magnifici Antonii Camera sindici Populi eiusdem civitatis et Sabati alias Sabatelli de Amato electi Populi predicte civitatis personaliter accessimus ad maiorem ecclesiam dicte civitatis et dum ibidem eis corus invenimus Illustrissimum ac Reverendissimum Dominum Dominum Honophrium de Ponte Utriusque Iuris doctorem Episcopum Lictererensem et superintendentem Apostolicum ecclesie Ravellensis et Scalensis. Qui illustrissimus et Reverendissimus dominus episcopus licteren nomine quo supra declaravit coram nobis et suprascriptis reverendis dignitatibus et Canonicis ac Reverendo Domino Ignatio de Amato Vicario Generali predicte Cathedralis et suprascriptis magnificis de Regimine civitatis predicte quo cum dominatio sua Illustrissima in sancta visitatione signum Reverendus Dominus facta recognovisset locum seu fenestrulam existentem in pariete a cornu epistole altaris maioris dicte Ecclesie in qua conservatur in ambula magna vitrea sanguinis gloriosissimi sancti Pantaleonis martiris cum nonnullis reliquiiis diversorum sanctorum in quadam arca parva lignea que fenestrula clauditur cum ianua lingnea et quatuor clavibus sistentibus. Una ex eis penes Illustrissimum et Reverendissimum Episcopum Ravellensem a quo consignatur Reverendo Archidiacono eis nomine et alio Reverendo Thesaurario dicte maioris ecclesie. Reliquie vero due claves detinentur per dominum Sindicum Nobilium et magnificum sindicum Populi dicte civitatis et dicta sancta visitatione per suprascriptum Illustrissimum et Reverendissimum visitatorem recognito suprascripto loco seu fenestrula ut supra ac reliquie presentis actentis indecentia et periculo dicti loci ad quod per scalam ascenditur pro dicti gloriosissimi sanguinis extractione; mandavit transferri dictum sanguinem a dicto loco et reponi in sanctuario cappelle dicti gloriosissimi Martiris Sancti Pantaleonis noviter et pulcherrime refacta et cum cancellis ferreis claudi in modum per amplius aperiri nec extracti possit pro maiori veneratione et decentia ac severitate dicte sacrate reliquie.


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Pro cuius executione dictus Illustrissimus et Reverendissimus Visitator extrahi fecit sacrum sanguinem presentem a suprascripta fenestrula a suprascripto Reverendo Thesaurario in presentia populi precedentibus solitis ceremoniis de cantando hymnum Deus Tuorum Militum cum oratione dicti sancti luminibus accensis reponendo dictum sacrum sanguinem in altare maiori missam solemnem de translatione dicte reliquie celebrando que solemnitas incepta fuit heri die Dominica currentis mensis maii a vesperis solemniter decantatis precedente solemni processione per civitatem predictam cum magno populi consessu ac letitie signis revoluto ipsa processione dicta insignis sanguinis Reliquia fuit reposita intus dictam fenestrulam a qua hoc mane extracta per dictum Reverendum Thesaurarium de ordine superiore illustrissimi et Reverendissimi Domini Superintendentes processionaliter ut supra fuit reposita et locata intus Sanctuarium predicte cappelle noviter et pulcherrime refacte ut supra quod fuit cancellis ferreis deauratis plumbo firmatis in capitibus bene infixis et diligenter in totum munitum. De quo translatione ad futuram rei memoriam dictus Illustrissimus ac Reverendissimus Dominus Visitator mandavit confici et rogari publicum instrumentum prout fuit per me predictum Notarium factum et rogatum instantibus et petentibus etiam predictis Reverendis Dignitatibus et Canonicis ac suprascriptis dominis de Regimine nobilium et Populi predicte civitatis. Presentibus iudice Francisco Antonio Coppola regio ad contractus civitatis Ravelli, electo domino Marcello Frezia, domino Mazzeo de Afflicto, Reverndo Domino Laurentio Manso, Hieronimo Frezia Hieronimo Pisano, Paulo Maria Battimello, et Honofrio Coppola de dicta civitate Ravelli.


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SINTESI STORICA SUL CULTO DI S. PANTALEONE A RAVELLO IL CULTO DI S. PANTALEONE A RAVELLO

Intorno al 1000 la Passio di San Pantaleone circolava nell'ambiente monastico ravellese ed amalfitano. La venerazione è attestata dalla ricorrenza del nome Pantaleone nell’onomastica amalfitana, come risulta dalle antiche pergamene c o n s e r v a t e nell’Archivio del Duomo e in quelle del Codice Diplomatico Amalfitano. Inoltre l’ immagine del Santo è presente sulle valve di bronzo della Chiesa del Salvatore del Bireto in Atrani del 1087, donate da un ricco mercante ravellese, Pantaleone Vignetta. Il nobile amalfitano Pantaleone III donò le porte di bronzo del portale romanico della basilica di San Michele Arcangelo sul Gargano e realizzate a Costantinopoli nel 1076. Nel 1230 il quarto vescovo di Ravello porta il nome di Pantaleone Pironti. LA RELIQUIA DEL SANGUE A RAVELLO La storia del culto di San Pantaleone si intreccia con quella delle sue numerose, vere o presunte, reliquie. La reliquia del sangue, raccolto in un contenitore, fu conservata nella chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli. In quel luogo sacro si verificava l’evento prodigioso nel giorno del martirio. Tanto è attestato nel documento dell'imperatore Costantino Porfirogenito (912-959) e dal sermone di Ruperto di Deutz in lode del santo ottenuto

nell'abbazia di Colonia tra il 1125 e il 1132, che cita “già a Costantinopoli si venerava il sangue raccolto in una grossa ampolla lucidissima, che presentava due fasce orizzontali di colore rosso e bianco, fasce che anno per anno apparivano invertite: la mancata alternanza era interpretata come un presagio funesto”.

Nei primi anni dell’XI secolo i commercianti dell’Italia meridionale trasportarono molte reliquie di vari santi dall’Oriente in Italia meridionale. Lungo queste rotte la reliquia del sangue di San Pantaleone giunse a Ravello SAN PANTALEONE PATRONO DI RAVELLO Nelle prime comunità cristiane i martiri diventarono, ben presto, punto di riferimento nella vita cultuale. Nella tradizione giuridico-civile latina di Roma la

parola “patrono” richiamava la condizione di un uomo che ha i pieni poteri civili e politici e quindi può assumersi la difesa di altri uomini che questi diritti non hanno o non possono esercitare. Il patrono è colui che ha concesso la libertà ad uno schiavo e lo ha reso cittadino libero e così, conserva di diritto, nei riguardi di quest'uomo, un titolo. Il patrono era già nella tradizione culturale civile del mondo romano antico coli che difendeva presso le autorità. Nel passaggio alla civiltà cristiana, questo titolo venne attribuito a Cristo e ai santi, veri cittadini nella città di Dio e nostri difensori davanti al tribunale di Dio. Così a Ravello la comunità credente scelse S. Pantaleone come proprio patrono, cioè avvocato e protettore presso Dio. In ogni comunità cristiana, anche attualmente, il rapporto con il patrono si esprime in gesti di devozione e di riconoscenza e comunitariamente nella venerazione per mezzo di feste e di processioni in loro onore. Pantaleone venne esplicitamente nominato Protettore di Ravello il 1° giugno 1617 dal Vescovo F. Michele Bonzio, il quale iniziò la sacra visita pastorale “ nel nome e a lode della Santissima ed individua Trinità, a gloria della Beata sempre vergine Maria e del beato Pantaleone martire e protettore di questa città”.


Maggio 2011- uscita speciale  

Incontro Chiesa Ravello

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