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Per una Chiesa Viva Anno VIII - N. 4 – Maggio 2012 P ERIODICO DELLA COMUNITÀ ECCLESIALE DI www.chiesaravello.it www.ravelloinfesta.it

RAVELLO

Maggio Mese consacrato a Maria Per la Liturgia, il mese di maggio appartiene sempre al Tempo di Pasqua, il tempo dell’"alleluia", dello svelarsi del mistero di Cristo nella luce della Risurrezione e della fede pasquale; ed è il tempo dell’attesa dello Spirito Santo, che scese con potenza sulla Chiesa nascente a Pentecoste. A entrambi questi contesti, quello "naturale" e quello liturgico, s’intona la costante tradizione della Chiesa, confermata dal Concilio Vaticano II e attestata dalla “Marialis Cultus” del Papa Paolo VI che suggerisce di dedicare il mese di maggio alla Vergine Maria al fine di coltivare “la vera devozione che procede dalla fede vera, dalla quale siamo spinti al filiale amore verso la Ma-dre nostra e all'imitazione delle sue virtù». Sono perciò profondamente persuaso che anche nel nostro tempo la saggia e provvidenziale iniziativa pastorale di dedicare questo mese a Maria, fortemente vissuta dai nostri padri e costantemente celebrata con gioioso fervore nelle famiglie e nelle comunità parrocchiali, debba essere conservata e privilegiata. Nella scia della migliore tradizione storico- religiosa della nostra terra, anzi, mi sembra ancorchè doveroso promuoverla e maggiormente potenziarla per il profitto spirituale delle comunità e delle nuove generazioni. Non si può quindi sottovalutare l’importanza di questa pratica della devozione mariana legata al mese dei fiori, che torna sempre utile e vantaggiosa alla vita spirituale dei credenti, perchè oltre ad approfondire la conoscenza delle fondamentali verità

della fede, offre anche la preziosa opportunità di riscoprire il ruolo speciale della SS. Vergine Maria, “madre, maestra e educatrice” nella vita cristiana. La Santa Madre di Dio e Madre nostra, Maria di

Nazaret “è il modello della vita cristiana” cui tutti dobbiamo ispirarci per camminare spediti e gioiosi sulla via della fede e della santità, sulle orme anche di tanti altri luminosi testimoni di Cristo, Santi e Beati che amiamo venerare, come il Beato Bonaventura da Potenza, il Beato Giovanni Paolo II ed i Beati Luigi e Zelia Martin”. Il mese di maggio di quest’anno che scorre nei giorni in cui si sviluppa il tempo della quarta, quinta e sesta settimana del tempo di Pasqua e comprende

l’Ascensione e la Pentecoste, è senz’altro il tempo ideale per approfondire la fede nella Resurrezione del Signore e gustare i frutti della presenza di Gesù Crocifisso e Risorto nella Storia, nella Chiesa e nella nostra vita. Sull’esempio della prima Comunità cristiana di Gerusalemme, descritta da Luca nel Libro degli Atti degli Apostoli (2,42-47), potremmo rivivere l’esperienza della Chiesa che prega, accoglie l’insegnamento degli apostoli,si esercita nella carità fraterna, cresce e si fortifica nella comunione con Dio e nella unione fraterna tanto da sentirsi un cuor solo e un’anima sola. Anche noi, cristiani del terzo millennio,consapevoli della necessità di conquistare una fede adulta da attingere alla scuola autorevole del Magistero della Chiesa, avvertiamo l’esigenza di raccoglierci in preghiera con Maria, nell’ascolto della parola di Dio, nella celebrazione nell’Eucaristia e nella comunione fraterna.Come gli Apostoli, che nei giorni che seguirono la risurrezione del Signore, restarono uniti in preghiera e, confortati dalla presenza di Maria, dopo l’Ascensione perseverarono con Lei in orante attesa della Pentecoste, nei trentuno giorni del mese a Lei consacrato, anche noi vogliamo attendere in preghiera con Maria l’effusione dello Spirito del Risorto che arricchisce ed aumenta la nostra la fede e ci accompagna a scoprire e vivere l’amore autentico di Dio, elemento indispensabile per adempiere la missione di fedeli testimoni del Vangelo.

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SEGUE DA PAGINA 1 Onoreremo Maria con l’affetto di figli affezionati, che confidano nel Suo Cuore materno, cui affidano tutte le necessità e i propositi di bene. La invocheremo nelle chiese parrocchiali e nelle nostre case; in famiglia, concreta chiesa domestica, con le preghiere della Liturgia ufficiale o con le formule tradizionali della pietà popolare. Le chiederemo di ottenerci i doni dello Spirito Santo che ci guidino nelle vie dell’amore del Signore e ci rendano capaci di vivere uniti a Dio e tra noi. Se tutti i membri della comunità,specialmente gli operatori pastorali e quanti sono impegnati nella Confraternita del SS. Nome di Gesù e del Carmelo, nell’Ordine Secolare Francescano, nella Associazione di Azione Cattolica e nella Fraternità di Emmaus, sapranno apprezzare il dono di grazia che ci è riservato in questo mese, e corrisponderanno alla chiamata di Gesù Risorto, di certo sperimenteranno la gioia di sentirsi rafforzati nella fede, consolidati nella unione con Dio e nella carità fraterna,e lietamente disponibili all’urgente, necessario lavoro di rinnovamento spirituale della nostra Comunità.

Don Giuseppe Imperato “Per mezzo di Maria ebbe inizio la salvezza del mondo, ancora per mezzo di Maria deve avere il suo compimento. Nella prima venuta di Gesù Cristo, Maria quasi scomparve, perché gli uomini, ancora poco istruiti e illuminati sulla persona di suo Figlio, non si allontanassero dalla verità, attaccandosi troppo sensibilmente e grossolanamente a lei. Così sarebbe certamente accaduto - se ella fosse stata conosciuta - a causa dell'incanto meraviglioso che Dio le aveva conferito anche nell'aspetto esteriore. Ciò è così vero che san Dionigi l'areopagita osserva che quando la vide, l'avrebbe presa per una dea a motivo delle segrete attrattive e dell'incomparabile bellezza che aveva, se la fede, nella quale era ben fermo, non gli avesse insegnato il contrario. Ma nella seconda venuta di Gesù Cristo, Maria deve essere conosciuta e rivelata dallo Spirito Santo, per far conoscere, amare e servire Gesù Cristo per mezzo di lei. Non esistono più, infatti, i motivi che determinarono lo Spirito Santo a nascondere la sua sposa mentre elle viveva quaggiù e a manifestarla ben poco dopo la predicazione del Vangelo”. «Trattato della vera devozione a Maria» di S. Luigi Grignon de Monfort

La «piccola Pentecoste» e la concordia nella Chiesa

Dopo la pausa pasquale, con l'udienza generale del 18 aprile 2012 Benedetto XVI ha ripreso la sua «scuola della preghiera», soffermandosi su un episodio che gli esegeti hanno definito la «piccola Pentecoste», e notando come nei momenti di grande difficoltà la reazione appropriata della Chiesa è costituita dall'unità e dalla concordia, un commento in cui non è difficile vedere allusioni anche a temi di attualità. Che cos'è la «piccola Pentecoste»? Dopo la guarigione di un paralitico presso il Tempio di Gerusalemme (cfr At 3,1 -10), Pietro e Giovanni sono arrestati (cfr At 4,1) perché annunciano un evento scandaloso, la Risurrezione di Gesù (cfr At 3,11-26). Dopo un processo sommario, sono rimessi in libertà e raggiungono gli altri apostoli e discepoli: ma la situazione è ancora molto tesa, e la minaccia di una gravissima persecuzione aleggia sui primi cristiani. In quel momento, riferiscono gli Atti degli Apostoli, «tutti unanimi innalzarono la loro voce a Dio» (At 4,24). E qui san Luca, l'autore degli Atti degli Apostoli, «riporta - ricorda il Papa - la più ampia preghiera della Chiesa che troviamo nel Nuovo Testamento», alla fine della quale ci dice che «il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati dello Spirito Santo e proclamavano la Parola di Dio con franchezza» (At 4,31). Per Benedetto XVI c'è qui una lezione molto importante per noi, «un atteggiamento di fondo importante: di fronte al pericolo, alla difficoltà, alla minaccia, la prima comu-

nità cristiana non cerca di fare analisi su come reagire, trovare strategie, come difendersi, quali misure adottare, ma, davanti alla prova, si mette in preghiera, prende contatto con Dio». E la nota fondamentale di questa preghiera è l'unità: la concordia fra fratelli che, come pure sappiamo dagli Atti degli Apostoli, a proposito di tante questioni cominciavano ad avere opinioni in parte diverse. Ma qui pregano concordi. «Si tratta di una preghiera unanime e concorde dell’intera comunità, che fronteggia una situazione di persecuzione a causa di Gesù. Nell’originale greco san Luca usa il vocabolo "homothumadon" "tutti insieme", "concordi" – un termine che appare in altre parti degli Atti degli Apostoli per sottolineare questa preghiera perseverante e concorde (cfr At 1,14; 2,46)». La concordia «è l'elemento fondamentale della prima comunità e dovrebbe essere sempre fondamentale per la Chiesa». Non è solo la preghiera di Pietro e di Giovanni, che si sono trovati in pericolo, ma di tutta la Chiesa. «Di fronte alle persecuzioni subite a causa di Gesù, la comunità non solo non si spaventa e non si divide, ma è profondamente unita nella preghiera, come una sola persona, per invocare il Signore. Questo, direi, è il primo prodigio che si realizza quando i credenti sono messi alla prova a causa della loro fede: l’unità si consolida, invece di essere compromessa, perché è sostenuta da una preghiera incrollabile». «La Chiesa non deve temere le persecuzioni che nella sua storia è costretta a subire»: deve temere molto di più le divisioni e le discordie interne, che rafforzano pure la posizione dei persecutori. Poniamoci un'altra domanda: «che cosa chiede a Dio la comunità cristiana in questo momento di prova?». Contrariamente a quanto potremmo forse attenderci, «non chiede l’incolumità della vita di fronte alla persecuzione, né che il Signore ripaghi coloro che hanno incarcerato Pietro e Giovanni; chiede solamente che le sia concesso "di proclamare con tutta franchezza" la Parola di Dio (cfr At 4,29),


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cioè prega di non perdere il coraggio della fede, il coraggio di annunciare la fede».Prima, però, il gruppo degli apostoli e dei discepoli «cerca di comprendere in profondità ciò che è accaduto, cerca di leggere gli avvenimenti alla luce della fede e lo fa proprio attraverso la Parola di Dio, che ci fa decifrare la realtà del mondo». Infatti prende le cose, per così dire, alla lontana, comincia dall'inizio di tutti gli inizi, dalla creazione: «Signore, tu che hai creato il cielo e la terra, il mare e tutte le cose che in essi si trovano» (At 4,24). Non solo il ricordo della creazione «dà certezza e coraggio: tutto viene da Lui, tutto è nelle sue mani», ma la creazione «continua nella storia». Sempre nella storia il Signore «è stato vicino al

Passione e Morte, vengono rilette, attraverso il Salmo 2, come attuazione del progetto di Dio Padre per la salvezza del mondo». E questo svela «anche il senso dell’esperienza di persecuzione che la prima comunità cristiana sta vivendo; questa prima comunità non è una semplice associazione, ma una comunità che vive in Cristo; pertanto, ciò che le accade fa parte del disegno di Dio. Come è successo a Gesù, anche i discepoli incontrano opposizione, incomprensione, persecuzione. Nella preghiera, la meditazione sulla Sacra Scrittura alla luce del mistero di Cristo aiuta a leggere la realtà presente all’interno della storia di salvezza che Dio attua nel mondo, sempre nel suo modo». Così ora comprendiamo meglio

suo popolo mostrandosi un Dio che si interessa dell’uomo, che non si è ritirato, che non abbandona l’uomo sua creatura; e qui viene citato esplicitamente il Salmo 2, alla luce del quale viene letta la situazione di difficoltà che sta vivendo in quel momento la Chiesa». Il Salmo 2 «celebra l’intronizzazione del re di Giuda, ma si riferisce profeticamente alla venuta del Messia, contro il quale nulla potranno fare la ribellione, la persecuzione, il sopruso degli uomini». Leggiamo infatti in questo Salmo: «Perché le nazioni si agitarono e i popoli tramarono cose vane? Si sollevarono i re della terra e i principi si allearono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo» (At 4,25). La Chiesa nascente applica il Salmo 2 alla vicenda di Gesù di Nazaret: «davvero in questa città … si sono radunati insieme contro il tuo santo servo Gesù, che tu hai consacrato, per compiere ciò che la tua mano e la tua volontà avevano deciso che avvenisse» (At 4,27). Ma non si tratta di una lamentela: al contrario, «l'opposizione verso Gesù, la sua

perché «la richiesta che la prima comunità cristiana di Gerusalemme formula a Dio nella preghiera non è quella di essere difesa, di essere risparmiata dalla prova, dalla sofferenza, non è la preghiera di avere successo, ma solamente quella di poter proclamare con "parresia", cioè con franchezza, con libertà, con coraggio, la Parola di Dio (cfr At 4,29)». Questa, però, non è l'unica richiesta. La piccola comunità chiede pure che «questo annuncio sia accompagnato dalla mano di Dio, perché si compiano guarigioni, segni, prodigi (cfr At 4,30), cioè sia visibile la bontà di Dio, come forza che trasformi la realtà, che cambi il cuore, la mente, la vita degli uomini e porti la novità radicale del Vangelo». Alla fine della preghiera – come abbiamo visto - «il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con franchezza» (At 4,31). Che il luogo tremi indica che «la fede ha la forza di trasformare la terra e il mondo». Nel medesimo momento, «lo

stesso Spirito che ha parlato per mezzo del Salmo 2 nella preghiera della Chiesa, irrompe nella casa e ricolma il cuore di tutti coloro che hanno invocato il Signore. Questo è il frutto della preghiera corale che la comunità cristiana innalza a Dio: l’effusione dello Spirito, dono del Risorto che sostiene e guida l’annuncio libero e coraggioso della Parola di Dio, che spinge i discepoli del Signore ad uscire senza paura per portare la buona novella fino ai confini del mondo». Benedetto X VI ne ricava due lezioni. La prima è che anche noi «dobbiamo saper portare gli avvenimenti della nostra vita quotidiana nella nostra preghiera, per ricercarne il significato profondo». Anche oggi «la preghiera ci aiuta a leggere la storia personale e collettiva nella prospettiva più giusta e fedele, quella di Dio». In secondo luogo, la «piccola Pentecoste» c'insegna il modo giusto di reagire alle persecuzioni e alle difficoltà. «Come la prima comunità cristiana, anche noi, lasciandoci illuminare dalla Parola di Dio, attraverso la meditazione sulla Sacra Scrittura, possiamo imparare a vedere che Dio è presente nella nostra vita, presente anche e proprio nei momenti difficili, e che tutto - anche le cose incomprensibili - fa parte di un superiore disegno di amore nel quale la vittoria finale sul male, sul peccato e sulla morte è veramente quella del bene, della grazia, della vita, di Dio». Mettendo insieme i due insegnamenti, anche noi potremo così «riconoscere come il Signore realizzi le nostre invocazioni secondo la sua volontà di amore e non secondo le nostre idee». Talora ci sembrerà che il Signore non ci ascolti, mentre invece lo sta facendo, secondo le sue vie che non sono le nostre vie. Diventeremo allora davvero «capaci di vivere con serenità, coraggio e gioia ogni situazione della vita», e con san Paolo vantarci «nelle tribolazioni, sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza la virtù provata e la virtù provata la speranza»: quella speranza che «non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato» (Rm 5,3-5). Fonte: www.donboscoland.it


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“Siate amabili” Il nuovo saggio di Padre Enzo Fortunato Nelle Fonti Francescane ho trovato un episodio, che mi ha particolarmente colpito e propone un'espressione che sintetizza in modo chiaro, netto e preciso lo stile di Francesco: "Ora mentre essi camminavano infiammati di tanto amore per Cristo, I'Avarizia, assunto il nome di "Discrezione ", cominciò a dire loro: "

Non mostratevi così rigidi con gli uomini, né vogliate disprezzare a questo modo le loro attestazioni di onore, ma siate amabili con loro, e la gloria che vi è offerta non rifiutatela esternamente, basta che lo facciate con grande cura nel vostro interno. E cosa buona avere l'amicizia dei re, godere fama presso i principi, avere familiarità coi potenti, perché quando essi vi fanno onore e si alzano riverenti e vi corrono incontro, molti che vedono queste cose, edificati dal loro esempio, più facilmente si convertono a Dio " (FF 2001). Siate amabili, quindi. Fa eco ad altre indicazioni del Santo: «poiché se la madre nutre e ama il suo figlio carnale, quanto più premurosamente uno deve amare e nutrire il suo fratello spirituale» (Rb VI, 8: FF 91). Nella prima Regola si chiedeva ai frati di accogliere benevolmente, e di ricevere con bontà, chiunque si fosse avvicinato a loro, «amico o avversario, ladro o brigante» (Rnb VII, 14: FF 26; cf. Rnb II, 1: FF 5). Oggi, in un mondo

animato da relazioni caratterizzate dal tutti contro tutti, quest'espressione non solo è densa e ricca, ma particolarmente attuale. Mi son chiesto: chissà se ci sono dei posti dove queste espressioni siano vissute con la stessa densità con cui Francesco le ha pronunciate. La risposta l'ho trovata con i reportage di Tg1 Dialogo, come quello su Angelica Calò Livné, che da anni porta avanti una scuola dove ci sono ragazzi del Marocco, Senegal, Musulmani, Copti, Indù, Palestinesi e Israeliti... La parola d'ordine è: "stupite tutti, incontratevi". Sono ragazzi dai bei volti, dai bei sorrisi, studenti di architettura, di filosofia, di fisica. In loro compare un grande senso di responsabilità verso la propria gente e soprattutto verso l'umanità: propria e altrui. Compare la voglia di migliorare e di cambiare, di irradiare simpatia ed empatia per la propria cultura. Angelica Calò Livné invita questi giovani dicendo: "per favore incontratevi, sfidate chi vi invita alla rottura. Incontratevi e guardatevi negli occhi. Mettete da parte le offese, le ingiurie, i pregiudizi. Mettete da parte il negativo che vi ricordano". Un altro episodio ci fa andare nel lontano Giappone dove il giovane Mizushima scrive: "io non potevo che portare un poco di pietà laddove non era esistita che crudeltà". E' un giovane soldato giapponese che si rivolge ai suoi commilitoni. La scena è proposta in un docu-film "L'arpa birmana", del 1956 diretto da Kon Ichikawa, dove il protagonista non ritorna nello sconfitto Giappone del 1945 ma, coinvolto dalla spiritualità che si vive in Birmania, decide di restare con i monaci e dedicarsi agli altri invece che alla guerra. Potremmo continuare a citare diversi episodi, ma credo che Francesco ora voglia il nostro episodio. Vogliamo diventare un episodio di vita che incontra, che abbassa le barriere e costruisce ponti. Non è semplice, ma almeno proviamoci per gustare profumi e sapori che disinquinano l'aria che siamo chiamati a respirare.

Una indimenticabile giornata di maggio…

Mi fanno tenerezza i pomeriggi di catechismo, la campana che richiama imprevista e leggera, le biciclette velocemente accostate ai muri, i palloni che, orfani dei piedi, improvvisamente si dirigono agli angoli della piazza, voci giovani che, prima distanti, si avvicinano l’una all’altra ritraendosi come teste di lumache. Maggio è forse questo: un atto di Fede recitato a mente, la statua della Madonna in bella vista, i vasi soffocati dai fiori, l’aria cambiata, i balconi aperti come bocche a far indovinare lo stomaco delle case, le edere che affollano i muri, uno sferruzzare variopinto di ali, la primavera come il carnevale dei lepidotteri, e poi i bambini, pochi, tanti, tutti comunque con la stessa espressione di attesa per la Prima Comunione. Girano impettiti, con il quaderno degli appunti fra le mani e le mamme in pensiero per gli orli da accorciare, per i parenti da aggiungere alla lista invitati, in preghiera per ottenere una giornata di sole, di essere risparmiate da una coda di influenza in tarda visita ai loro letti. Il maggio della mia Comunione è lontano, piccolo nel tempo quanto una testa di spillo, è targato 1986 e aveva anche una colonna sonora d’eccezione, Lucio Dalla e Gianni Morandi uniti in un inedito duetto inneggiante agli angeli. Mia madre aveva scelto per il dopo funzione un vestito color cielo, impalpabile e delicato come la cara amica da cui lo avevamo acquistato, un origami di fiorellini finti era la gentile decorazione da infilare fra i miei riccioli, ancora troppo corti per essere presi al lazo di una coda di cavallo, indomabili : quell’acconciatura ebbe l’investitura di un paio di briglie. Ho tutto ancora in mente di quel giorno, un inventario preciso fatto di facce, scarpe, di regali, di attese, di problemi dell’ultima ora: le calze bianche infilate come due autostrade di cotone sotto la mia gonna, l’ abito a fiori di mia madre, la gonnellina chiara di mia sorella, i Ray Ban di mio padre. Alcuni momenti della vita hanno Enzo Fortunato l’attrazione e il solletico di sfida delle Direttore della rivista: boe: le si punta in un misto di paura e San Francesco patrono d’ Italia curiosità. La prima comunione è una di queste boe, o almeno credo, la seconda,


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già più lontana dalla riva dell’infanzia, è forse la festa dopo il diploma, quella di fine anno, quando ci si sente una specie di anfibio, a metà fra la pura adolescenza ed il desiderio sfrenato di essere adulti, o comunque di essere qualcosa che potrà permettersi nuove amicizie e di battere le ciglia oltre il paese. Quel giorno di Maggio del ’86 era perfetto, di quella perfezione che però avrei capito solo molto più tardi. Il cielo era un pavimento di maioliche azzurre, un incastro sul mare degno del migliore risolutore di puzzle. Poche ore prima della funzione io ero già stretta ed impacciata nel mio abito da suora, ne tenevo un lembo come un guinzaglio per evitare di inciampare ed avevo tutti i canoni di una piccola sposa. Il bianco dell’abito, il velo che copriva i capelli, una zavorra di stoffa pesantissima redarguita da sei o forse sette fermagli neri, sembravano scorpioni lucenti insinuati ai lati delle tempie e sulla fronte, ricordo la coroncina del rosario che ricadeva sulla gonna come una cintura, le maniche a pipistrello, il viso pulito. Prima tappa, inevitabile: un servizio fotografico a casa di mia nonna paterna. Il terrazzo era già punzecchiato di gerani, arredato come un quadro: i gerani hanno la curiosità dei cani, stanno con le corolle puntate fuori dalle ringhiere, il pelo di colore diverso e guardano giù, curiosi, non abbaiano certo, ma attirano l’attenzione come se emettessero un verso, un verso rosso, o rosa. Io ero infastidita dal sole, i raggi si infilavano negli occhi come punture, e non ero malata, mi annoiava la voce della fotografa che continuava a ripetermi di scostare via la mano dalle labbra, per non sembrare più imbronciata di quanto già fossi. Scioccamente e con l’ingenuità spazientita che hanno tutti i bambini, non mi accorgevo della gioia dei miei nonni di avermi lì, con il salotto lucidato per l’occasione, come una scarpa nuova da indossare. Io contavo solo i minuti che mi separavano dalla cerimonia e dalla festa, dai regali. Ero emozionata, sapevo che era importante, ma preferivo concentrarmi sulle cose che rendevano il tutto più simile ad un gioco che ad un Sacramento. Ricordo i canarini che intonavano sguaiati la loro musica dalla cuci-

na dei nonni e poi, l’emozione del mio arrivo in piazza, simile a quello di una sposa. La mezzaluna di parenti che non vedevo più di una volta al mese che mi attendeva. Io credo di essermi sposata quel giorno, sembra una sciocchezza, una forzatura paradossale, ma non penso sia facile ripetere l’ordine esatto e perfetto di quelle emozioni, l’orizzonte pulito come un viso passato di sapone, il fruscio degli abiti leggeri, i due compagni di classe più cari che non mi lasciarono un istante. Salii le scale verso il Duomo con il mio cero fra le mani, tentando di non inciampare, ero l’unica bambina fra sei maschi, l’attenzione si sarebbe inevitabilmente concentrata su di me, non era necessario ribadirle il mio indirizzo cadendo. In Chiesa fu tutto più semplice, l’odore delle candele si mischiava a quello dell’incenso, al profumo di mia madre a

quello della lacca che imbalsamava i capelli degli invitati come piumaggi freschi di cacciagione.. Era fatta, o quasi. Don Giuseppe Imperato sciolse l’emozione con qualche domanda diretta, semplice: avevamo provato per giorni quel momento, ma ognuno di noi aveva i lineamenti costretti in un imbarazzo innaturale e , al tempo stesso, solleticati da tutta quella solennità, quell’attenzione. Potrei fare adesso l’appello di tutti quelli che mi baciarono emozionati quel giorno, oppure di quelli che si misero ai miei lati come colonne nelle foto ricordo e che non sarebbero restati con me ancora per molto tempo. La primitiva tecnologi-

a di allora ne ha lasciato fortunatamente i segni, i colori, grazie ad un filmino semplice, di quelli che non sarebbero mai finiti su you tube o su facebook. Uno di quelli da tenere in casa e mostrare ai parenti e agli amici, magari ridendo della moda, dei bronci, delle espressioni imbarazzate. Rivedo la sala del ristorante, la foto ricordo con i nonni e i genitori, io al centro, non gli arrivo alle spalle, ho un’espressione di plastica, quasi finta, dalle labbra sembra mi voglia cadere un silenzioso countdown alla fine di quel supplizio. Rivedo mio nonno paterno seduto soddisfatto a favore di telecamera con il pantalone buono della festa, quello materno alzare la mano in segno di saluto, le mie due nonne con parenti che non avrei più rivisto, una cugina stilizzata in un lineare taglio di capelli anni ’80 con il tailleur viola ed un borsello fra le mani, la mia amica del cuore che mi rincorre con le sue treccine nere e perette. In un angolo, sotto un ombrellone che si lascia corteggiare dal vento, scarto i regali: una macchina fotografica che userò con dovuta attenzione, la storia dell’Italia e la Bibbia a fumetti,. Ricordo il fumo che veniva fuori dalla cucina del ristorante, le noccioline nelle coppette di acciaio, la sensazione di essere diversa ma senza troppa consapevolezza, la radio che manda una canzone più o meno famosa, mia sorella che ondeggia come una bambolina e ha la faccia tonda di una matrioska, mia madre che mi chiede di ringraziare per i regali e di riporli in ordine, mio padre che scherza e fuma. E poi, su tutto, un mio sorriso,che chiude il filmato: è il sorriso di una bambina, di quelli che sembrano non finire mai, mentre il cono di luce prima chiassoso e ben nutrito, onnipresente come uno degli invitati, si assottiglia poco a poco sulla terrazza del ristorante. I vestiti cambiano colore mangiati dall’ombra, qualcuno saluta, qualcun altro va verso l’automobile parcheggiata all’esterno, ringraziano. Il pomeriggio è già una certezza, ha la voce di una madre che, dopo una mattinata di giochi, chiede ai figli di rincasare perché la festa è ormai consumata. Emilia Filocamo


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Da Peppe Lu Bruttu Oggi ci sono i centri commerciali, i mega -store, i negozi monomarca e quelli di tendenza, gli outlet, i laboratori del gusto, gli atelier di moda. Un tempo c’erano le botteghe e basta; insieme alla scuola e alla chiesa, il cuore pulsante di ogni borgo italiano. In un paese come il mio, mille abitanti appena, le botteghe avevano la carta d’identità. Infatti, pensate che le chiamassimo “panetteria”, “alimentari”, “pasticceria”, “calzolaio”, “tabaccheria”, “fruttivendolo”? Niente affatto; le botteghe avevano i nomi e i connotati, personali e inconfondibili, dei loro proprietari: “da Sarrafina” (Serafina), “da Peppe lu bruttu”, “da Vincenzo lu zuzzu”, “da Concetta”, da “Bastianu Fusaglia”. Capirete che non c’era possibilità di malintesi. Esistevano quattro botteghe di alimentari nel mio paese; ma quando voleva comprare del salame, mia madre mi diceva “Va’ da Concetta e fatti dare due etti di salame”. Non sbagliavi negozio e non sbagliavi salame, perché Concetta ne vendeva un solo tipo, e a noi piaceva quello. Il nome restava appiccicato alla bottega per tutta la vita del proprietario, e anche oltre, se il successore non aveva il “carisma” per imporre il suo al posto dell’altro. Un’identificazione sacrosanta, perché la bottega, come già detto, prendeva anche il carattere, il gusto, il senso estetico del proprietario. Ai profumi delle sostanze che vi erano ammassate – pane, dolci, farine, sementi, cuoio, legno, tabacco - si univa la particolare atmosfera generata dall’amore, dalla perizia, dall’esperienza di chi si prendeva cura di ogni aspetto del suo locale: l’arredo, la scelta e l’acquisto delle merci, lo scarico e il deposito, la conservazione e la vendita. Ne prendeva anche l’anima; entravi da Concetta con un certo spirito, e da Sarrafina con un altro. Concetta era seria e sbrigativa, ma così precisa e intelligente che ti leggeva

nel pensiero; e se avevi un dubbio su che cosa acquistare, ti dava consigli che si rivelavano sempre esatti, a costo di rimetterci dei soldi. Serafina era più dolce, aveva una parola buona e un sorriso per tutti. Faceva credito pur sapendo che in certi casi non avrebbe recuperato nulla, e accettava di buon grado di barattare la merce con quello che i compratori potevano offrirle. Per noi bambini, le botteghe erano croce e delizia. Croce, perché mentre giocavi la partita del secolo contro il rione “Trabocca”, tua madre si affacciava improvvisamente alla finestra: “Armando, vieni, serve mezzo chilo di pane e un etto di formaggio grattugiato”. Rabbia, piedi pestati in terra, proteste. Ma a quei tempi si obbediva, e ottenuta la sospensione

della gara, partivi come un razzo, senza neppure sperare in una ricompensa; i soldi erano contati, non ci scappava nemmeno una giuggiola o una mora di liquirizia. Allora ci provavi tu. Se da Sarrafina e da Concetta entravi quasi lacrimando, pregandole di fare presto perché avevi interrotto la finalissima del torneo dei rioni, potevano anche allungarti un dolcetto. Ma se dietro il bancone di Concetta trovavi il marito, non c’era niente da fare. Quando riempivi due buste di roba diventavi più audace, e ci provavi: “Ma con tutto ‘sto ben di Dio non ci scappa un cioccolatino?” E lui, guardandoti torvo e ironico: “Eh sì, che ce rimetto de gua-

dampio!” La croce te la facevano abbracciare nei momenti più impensati. Eri fuori dallo sguardo bionico di tua madre, perduto nei vicoli del centro storico a giocare a nascondino, ma passavi davanti a casa di zia Mariangela, e lei ti fulminava: “Figliu meu, te manna la Provvidenza! Tòcca, vamme a piglià un barattulu de gongole da Concetta”. “Zia ma sto a gioca’ a nascondino! Ti ci vado dopo”. “Me servanu mo’. Volarristi dice de no a zia Mariangela?” Ovvero: “Se non ci vai lo dico a tua madre, e sai che lei te le suonerà”. “Va bene”. Scappo verso la bottega di Concetta, ma per non farmi tanare debbo fare il giro di tutto il paese. Compro il barattolo e arrivo trafelato da zia, che mi aspetta sulla porta di casa. “Eccolo, zia. Però ascolta, si chiamano vongole, non gongole”. Sbarra gli occhi e la bocca, e gira la testa verso le anziane sedute sul muretto: “Comme è bravu! E’ propriu della razza nostra!”. Non ci si mettevano solo i parenti, ogni anziano era autorizzato a comandarti a bacchetta. Gli bastava un cenno: “Regazzì, vamme agliu spacciu, comprame due Esportazioni con filtro”. Tu prendevi i soldi e andavi da Peppe lu bruttu: “Due Esportazioni con filtro”. E lui: “Pe’ cchi so’?” “Pe’ Pietro Sconcassa”. “Pietro ne compra sempre un pacchetto…” “E che ne so io? Starà senza soldi”. “Te si missu a fumà? A mi, me sta be’. Ma attentu a mammota, quella te stocca le cianche”. “Aho, mica penserai…” “Bravu, bravu testa de broccolo”. Torno da Pietro: “Ma proprio a me dovevi prende? Peppe ha detto che ne compri sempre un pacchetto, e ha pensato che fossero pe’ me”.


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“La prossima vota digli che se ficesse i cazzi se’. E che rengraziesse Dio che ci sta sulu issu, de tabbaccaru”. Ma Peppe aveva voluto solo sondare il terreno; era furbo, e ci conosceva bene tutti, perciò, per arrivare alla verità, gli bastava guardarci in faccia. Non avrebbe mai forzato la vendita di una sigaretta a un ragazzino; la sua immagine, la sua dignità, avevano più importanza, per lui. Se la mia stessa richiesta l’avesse fatta Tonino Tammurrinu, non avrebbe avuto dubbi. Tonino guardava il gregge in montagna, e la mattina, prima di andarsene, sua madre gli dava un grosso pezzo di pane e dei soldi. “Va’ da Alberto Camiciola, e comprate 20 lire de mortadella”. Ma Tonino prendeva un’altra direzione, quella di Peppe: “Un’Esportazione con filtro, e una Nazionale senza filtro”. Tonino era già grandicello, e Peppe non poteva negargliele. “Eccole. Venti lire. Ma nun era meglio che te ce riempivi la trippa?” Tonino negava, ma il totale lo tradiva. Undici lire l’Esportazione, nove la Nazionale, totale venti lire precise. Niente resto, se sua madre l’avesse trovato si sarebbe insospettita. Vincenzo lu zuzzu era tirchio e scortese, e non faceva credito a nessuno. Ma la sua bottega era l’antro delle meraviglie: ci trovavi mille tipi di chiodi, chiavi e lucchetti di ogni grandezza, piatti da cucina decorati, la colla Coccoina – dal profumo così accattivante che ti veniva voglia di mangiarla – e poi mangimi, sementi, attrezzi per la campagna, coltelli multiuso che ci facevano uscire gli occhi di fuori. Monopolista, trattava tutti allo stesso modo: parla poco, paga e vattene. Ma nel paese trovi sempre la scarpa per il tuo piede. La sua Nemesi si chiamava Nicola, detto Campalacasa. Disoccupato cronico, mezzo autistico, mezzo epilettico, mezzo alcoolizzato, imprevedibile e geniale, capace di contare il quarantotto a scopa mentre parlava tranquillamente d’altro, si vendicava delle angherie di Vincenzo con la cattiveria degli sfigati. Quando aveva la luna storta, a-

spettava che arrivasse l’ora di chiusura, e proprio mentre Vincenzo metteva la chiave nella serratura, compariva davanti al negozio e si faceva riaprire. Ma era ciò che chiedeva a far imbestialire Vincenzo: cinque lire di semola per i porci, o magari tre chiodi, due lire di lupini… E aveva escogitato una vendetta ancor più diabolica: se sentiva arrivare le crisi epilettiche, durante le quali ululava come un lupo, si andava a gettare sempre sull’uscio della bottega di Vincenzo, perché, diceva, “lupi e sciacalli so’ parenti”. La croce si faceva meno pesante, ogni tanto. Un mio compagno di giochi era Umbertino, uno dei cinque figli di Menicuccia, vedova che viveva in condizioni di estrema povertà. Ci mandava a comprare quasi sempre un etto di conserva di po-

modoro e sei etti di pasta. La “conserva” di quei tempi era un grumo concentratissimo di polpa di pomodoro disseccata al sole. A volte, dopo che le avevamo riportato la “spesa”, rimanevo ad osservare Menicuccia. Metteva la conserva in un tegame di coccio, poi ci versava sopra, lentamente, dell’acqua bollente e qualche verdura rimediata, e rimestava piano. Il risultato era una misera brodaglia rossa, il sugo per la pasta dei figli. Tutti gli alimentari avevano la pasta sfusa, ma Menicuccia ci mandava a comprarla da Camiciola, dove costava meno. E la ragione c’era: Camiciola conservava la pasta dentro enormi sacchi di iuta, sui quali ogni tanto vedevi camminare i vermi o le volarelle (le tignole fasciate). E se volevi comprare una manciata di rigatoni, lui faceva un cartoccio con la carta paglia, ficcava la mano nel sacco, prendeva un

pugno di pasta e ti faceva il prezzo a occhio. La delizia, naturalmente, erano le botteghe che vendevano i dolci. Non c’era bottegante che non si fosse accorto del potere di seduzione dei primi cioccolatini e delle prime lecca-lecche. La caverna di Alì Baba era la bottega di Serafina. Perché il marito era un tipo freddo e burbero, ma ci sapeva fare. Fu lui a portare in paese la delizia più intrigante e agognata da ogni ragazzino degli anni ’50: la gomma americana. All’inizio, le nostre mamme fecero resistenza; per loro il chewing-gum era, al contempo, un vizio, una spesa inutile, un’americanata, un veleno per i denti, un appiccica-vestiti, e diavolerie del genere. Non essendo un alimento, se si dovevano spendere cinque lire, qualsiasi mamma preferiva comprare al figlio un pezzetto di cioccolato, e non quella cosa gommosa da ciancicare inutilmente per ore. Ma per noi il chewing-gum era un must, e le mamme si arresero presto. Qualche tempo dopo, sul banco di Concetta, avvolto in una dorata carta di stagnola, vedemmo un invitante panetto bicolore. Assaggiarlo e innamorarsene fu questione di attimi; crema e cioccolato che si fondevano a meraviglia, squagliandosi in bocca in un sapore pieno e armonioso. Ma restò un amore contrastato, perché la “ciucculata a tagliu” avremmo voluto mangiarla assoluta, mentre le nostre mamme si intestardivano a darcela per merenda, ficcandola tra due enormi fette di pane. I tempi erano maturi per il più intrigante dei dolci, forse il primo messaggio subliminale del nostro tempo: da Sarrafina comparvero i golosini, croccanti involucri di cioccolato a forma di mammelle, ripieni di una panna così bianca e soffice da suggerire golose e inebrianti reminiscenze infantili. E poi ci fu l’esplosione, la cuccagna, la rivincita dei genitori - a nostro vantaggio - sulla fame che avevano patito. Continua a pagina 8


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SEGUE DA PAGINA 7 Arrivarono i tacchi, grossi pezzi di cioccolato fondente a forma di tacco di scarpa, i pescetti, liquirizie con la silhouette delle creature del mare che costavano una lira l’uno; i coni di zucchero, friabili delicatezze al sapore di fragola; i lacci, lunghe strisce di liquirizia gommosa e consistente; i formaggini di cioccolato, bruni parallelepipedi di cioccolato al latte, farcito con nocciole tritate. L’ultima chicca di Serafina, di cui ebbe l’esclusiva per anni, furono le pésche. Ovvero, bustine di figurine contenenti le carte da poker, con ognuna delle figure – fante, regina, re e jolly - associata ad un premio: un dolcetto, un adesivo, un pupazzo, un pallone. Era per vincere i palloni che prosciugavamo le tasche e i borsellini dei genitori, perché non ci bastavano mai. Il nostro campo di gioco, la Piazzetta Civica, era chiusa sul lato sinistro dalla casa di Duilio, detto lu Verre. Ogni giorno diversi palloni finivano dentro la sua proprietà, ed era la loro fine. Non solo non ce li restituiva; se era in casa, gli piaceva ostentare quel macabro rituale: usciva dal cancello col pallone in una mano, e una roncola nell’altra. Richiamava la nostra attenzione, metteva il pallone a terra e lo trinciava, gridando: “Vui non v’arrindite, ma mancu io. Tanti ne veu qua dentro e tanti ne spacco!” Le pésche e le figurine dei calciatori della Panini furono gli ultimi sussulti di Sarrafina e delle vecchie botteghe. Cominciò una nuova era, sorsero nuovi esercizi commerciali, diversi persino nel nome: negozi, non più botteghe. E queste, a mano a mano che si staccavano dai vecchi proprietari, perdevano tutto il loro fascino. Oggi, non ne sopravvive quasi nessuna. Quella di Serafina passò a una delle figlie, svogliata e paga della clientela ereditata da sua madre. E dopo la figlia ai nipoti, che hanno diviso il vecchio locale, e avviato due distinte attività: un anonimo negozio di abbigliamento e un negozio di fiori. La bottega di Camiciola non c’è più, non c’è più il buco di Checchino, il calzolaio, il rumoroso antro di Aprilio, lo stagnaio, l’emporio disordinato di Vincenzo lu zuzzu, l’odorosa stanzetta di Concetta. La tabaccheria di Peppe lu bruttu, invece, ha resistito; in mano

a un erede, ha l’aspetto di una fredda camera da pranzo: vetri, alluminio, mobili lucidissimi, aria asettica, neppure un lontano sentore degli aromi di un tempo: tabacco, fiammiferi, spezie, caramelle. Il progresso, distruttore a sua insaputa, ha spazzato via le vecchie botteghe. Forse è giusto così: c’è più igiene nei negozi di oggi, più merce, più scelta, più professionalità, più eleganza. Ma chi ha conosciuto le vecchie botteghe non può non ricordare con struggente nostalgia quei buchi pieni di umanità, di amicizia, di comprensione, di spese piccole negli importi e lunghe nel tempo, perché le parole e il contatto umano avevano molto più valore delle monete che uscivano dagli striminziti borsellini delle nostre mamme.

Armando Santarelli DOMENICA DELLE PALME INIZIO DELLA SETTIMANA SANTA Le Celebrazioni Liturgiche della Settimana Santa hanno inizio con la Domenica delle Palme, detta Domenica della Passione, poiché viene proclamato il Racconto della Passione di Gesu’, secondo i Vangeli Sinottici. E’ proprio dalla Domenica delle Palme che tutti cristiani iniziano le loro riflessioni sul Mistero della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù, per rinnovare le promesse battesimali e corrispondere all’Amore del Padre, attraverso il Figlio. Quest’anno è stata proclamata la Passione di Gesù secondo Marco. Come in tutte le parrocchie anche nella nostra Comunità la Celebrazione si è svolta in due momenti: nella Chiesa di Santa Maria a Gradillo, alle ore 10,20, i fedeli si sono radunati per partecipare alla Benedizione dei rami di ulivo e della palme e per ascoltare il racconto descritto nei Vangeli “dell’Ingresso di Gesù a Gerusalemme” , accolto da una folla “festosa ed osannante” che agitava rami di ulivo per accogliere il Re. Matteo (21,1-11) nel suo Vangelo ricorda che ciò avvenne affinchè si adempisse l’annunzio del pro-

feta Zaccaria (9,9) “Dite alla figlia di Sion; Ecco il tuo re viene a te mite, seduto su un’asina, con un puledro figlio di bestia da soma”. “ I discepoli, infatti, arrivati con Gesù alle porte di Gerusalemme fecero quanto il Figlio di Dio aveva chiesto loro e gli condussero i due animali, che coprirono con dei mantelli; Gesù vi montò sopra, avviandosi a Gerusalemme. La folla intanto si era radunata sapendo del Suo arrivo e stese per terra i mantelli, mentre altri tagliavano rami dagli alberi di ulivo e di palma. All’ingresso di Gesù agitavano le palme in segno di festa e di saluto, acclamando a gran voce: “Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nell’alto dei Cieli ! I fanciulli che precedevano il corteo rispondevano a chi domandava : “Chi è costui ?” “Questi è il profeta Gesù di Nazareth di Galilea.” Come a Gerusalemme anche nella nostra Comunità i fedeli, preceduti dal sacerdote e dai ministranti, processionalmente, cantando e sollevando verso il cielo i rami di ulivo, si sono incamminati verso il Duomo, dove è iniziata la seconda parte: la santa messa della Domenica della Palme. La proclamazione della Passione è stata svolta da tre lettori diversi, il sacerdote che proclama le parole di Gesù, un narratore funge da cronista e un terzo che legge la parte degli altri personaggi coinvolti nella storia della Passione. La Celebrazione Eucaristica è continuata come di consueto. I fedeli portano a casa “ i rami benedetti” e li conservano religiosamente perché rappresentano il simbolo della Vittoria di Cristo . Due sono le considerazioni che mi vengono alla mente, pensando a questa giornata: una non la voglio esprimere con parole mie, ma con le sante parole del Beato Giovanni Paolo II il quale disse: “Gesù non ha inteso la propria esistenza terrena come ricerca del potere, come corsa al successo e alla carriera, come volontà di dominio sugli altri. Al contrario, Egli ha rinunciato ai privilegi della sua uguaglianza con Dio, ha assunto la condizione di servo divenendo simile agli uomini, ha obbedito al progetto del Padre fino alla morte sulla Croce (Omelia, 8-IV-2001). La seconda, viceversa mi fa pensare con quanta facilità la gente si lascia prendere dall’entusiasmo, sentimento che non dura a lungo. Le stesse persone che hanno acclamato


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Gesù, pochi giorni dopo hanno chiesto a gran voce la sua condanna a morte di croce. E noi che abbiamo partecipato intensamente alla Settimana Santa, meditando i momenti fondamentali della nostra Redenzione, potremo dimenticare che anche a noi spetta, per avere La Vita Eterna donataci dal Cristo, condividere le sue sofferenze? Il nostro entusiasmo alla sequela di Cristo sarà passeggero o viceversa saremo capaci di dilatare il nostro cuore per ottenere la Grazia di conoscere più a fondo l’Amore di Dio e di mostrarlo agli altri attraverso la comprensione, la solidarietà ed il perdono ? Gesù Risorto e Maria Santissima , modelli della vita pasquale, ci rendano capaci di vivere con originalità e convinzione la nostra fedeltà a Cristo, in coerenza alle nostre scelte e ai misteri di Cristo che celebriamo.

Giulia Schiavo

LAVIA CRUCIS

La preparazione alla Solennità della Santa Pasqua, nella nostra Comunità Ecclesiale, è continuata Lunedì 2 Aprile, alle ore 18,30, con la Via Crucis Liturgica per le vie del paese. Ogni anno si alternano due percorsi: un anno la Via Crucis inizia dalla Cappella del Cimitero per proseguire attraverso Piazza Andrea Mansi, Piazza Fontana, Viale Parco della Rimembranza, fino al Duomo. L’anno successivo si inizia dal Monastero di Santa Chiara. Quest’anno tutti i fedeli si sono ritrovati infatti presso il Monastero,per percorrere in comunione con Don Giuseppe Imperato e Padre Antonio Petrosino, la Via della Croce di Gesù, lungo Via Santa Chiara, Via San Francesco , con la sosta per le meditazioni nei punti più significativi del percorso, presso l’edicola dell’Immacolata Concezione (entrata Biblioteca San Francesco), nella Chiesa del Convento, vicino alla Cappella del Santo, alternando canti, preghiere e meditazioni. Alcune stazioni sono state meditate in Piazza, la conclusione e la Benedizione solenne con la Croce, in Duomo, con il canto “Ti saluto O Croce Santa”. La Via Crucis che abbiamo meditato in questo 2012 è stata composta nel 2011 da Suor Maria Rita Piccione, O.S.A,

Madre Preside della Federazione dei Monasteri Agostiniani d’Italia ‘‘Madonna del Buon Consiglio’’. “Sr. Maria Rita, appartenente all’Eremo Agostiniano di Lecceto (Siena) — uno dei romitori toscani del XIII secolo, culla dell’Ordine di Sant’Agostino — è attualmente membro della Comunità dei Santi Quattro Coronati in Roma, dove ha sede la Casa comune di Formazione per le Novizie e le Professe agostiniane d’Italia.” Il tema più significativo della Liturgia della Parola della Domenica delle Palme, oltre naturalmente alla meditazione della Passione di Cristo, è l’umiltà di Gesù che è entrato in Gerusalemme a dorso di un umile asinello; la chiave di lettura delle preghiere e delle meditazioni di questa Via Crucis, ci hanno portato proprio a riflettere sull’umiltà, le preghiere sono infatti rivolte “all’Umile Gesù”,espressione cara al cuore di Agostino ( Conf,7,1824) . L’umiltà di Cristo viene trasformata nella sua esaltazione, attraverso la Crocifissione . Tutto il testo della Via Crucis ci è sembrato , per la delicatezza e la semplicità, come è scritto nella presentazione, “pronunciato da un bambino; quasi un richiamo alla semplicità dei piccoli che sanno cogliere il cuore della realtà , un simbolico spazio di accoglienza, nella preghiera della Chiesa, della voce dell’infanzia talora offesa e sfruttata.” In realtà è sempre lo Spirito che agisce ed attraverso la sensibilità “femminile ed agostiniana” ha dato vita a preghiere e riflessioni che senz’altro hanno contribuito a rafforzare la nostra fede in Cristo e nel Mistero Pasquale . La Via Crucis , infatti , ci vuole insegnare come è necessario aggrapparsi al Legno della Croce ,nel corso della nostra vita ; Essa non è “ una semplice pratica di devozione popolare con venatura sentimentale; ma esprime l’essenza dell’esperienza cristiana: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mc 8, 34). Nelle meditazioni Suor Maria Rita ha fatto in modo in ciascuna stazione, di farci captare un’orma particolare lasciata da Gesù lungo la Via della Croce , così che ciascun credente possa ricalcarla con i passi della verità, onestà, umiltà, preghiera, obbedienza, libertà, pazienza, conversione, perseveranza, essenzialità, regalità, dono di sé, maternità, attesa silente, passi che

scandiscono il cammino della Via Dolorosa . Gesù durante il suo cammino verso il Calvario , fino alla Crocifissione ha sopportato ogni cosa per Amore nostro, per sconfiggere il male per ristabilire l’Armonia. Meditare la Passione significa credere che attraverso il Sacrificio di Cristo si è realizzata la Pasqua , la nostra salvezza, la Vita Eterna che il Padre, per Amore di Gesù ha donato a ciascuno di noi , così come profetizzato nella preghiera del Salmo 85 :“Misericordia e verità s’incontreranno,giustizia e pace si baceranno .La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo. Quando il Signore elargirà il suo bene, la nostra terra darà il suo frutto. Davanti a lui camminerà la giustizia e sulla via dei suoi passi la salvezza.”

Giulia Schiavo

E’ RISORTO!ALLELUIA

Intense celebrazioni liturgiche hanno caratterizzato la Pasqua 2012 a Ravello. Fra tradizione e cultura la Comunità ecclesiale e civile ha celebrato il Triduo del Signore crocifisso, sepolto e risorto, centro dell’intero Anno Liturgico, come ci aveva ricordato il solenne Annunzio della Pasqua proclamato nel canto il 6 gennaio,Solennità dell’Epifania. Mi auguro che,anche se sparpagliati tra le varie comunità parrocchiali,i ravellesi abbiano saputo vivere con fede sincera il Sacro Triduo Pasquale e magari comprendere che “in ogni Domenica,Pasqua della settimana,la santa Chiesa rende presente questo grande evento nel quale Cristo ha vinto il peccato e la morte”. Certo,a Ravello,come in tutto il mondo,non mancano ostacoli che impediscono una formazione continua e costante dei battezzati, sempre più attratti da mode e filosofie che allontanano dalla Verità e rendono difficile o nulla quella testimonianza di vita che affascina e convince più di tante parole. Ma la sfida è grande e l’Anno della Fede indetto da papa Benedetto XVI lo conferma. Del resto non bastano tre giorni,seppur intensi di appuntamenti di fede, per renderci testimoni del Risorto e urge più che mai prendere coscienza che bisogna essere sempre una Comunità pasquale che in tutto deve ispirarsi alla prima comunità,quella apostolica,che nei cinquanta giorni del bellissimo Tempo Pasquale la liturgia ci fa conoscere attraverso la lettura degli Atti degli Apostoli.

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SEGUE DA PAGINA 10 E come gli Apostoli nel Cenacolo ci siamo ritrovati nel tardo pomeriggio di Giovedì 5 aprile per la celebrazione della Messa in “Coena Domini”.Come ormai dai tempi di mons. Beniamino Depalma nel Duomo di Ravello e credo nelle altre chiese della Diocesi all’inizio di questa messa sono stati presentati gli oli benedetti nel corso della Messa crismale. E’stato il primo dei tanti preziosi segni che la ricchissima liturgia del Triduo pasquale propone per aiutare i fedeli a penetrare nel Mistero che si celebra,a comprenderlo e soprattutto a viverlo. Dopo il canto del Gloria e il festoso suono delle campane siamo entrati nel clima austero della Passione,un clima che ci ha fatto riflettere su quelle vicende e su quella Persona,Gesù Cristo,che hanno cambiato la storia. Il rito della lavanda dei piedi,al di là del rischio sempre in agguato di apparire un momento teatrale,ci ha ricordato che siamo “Chiesa del grembiule”, felicissima definizione del compianto Mons.Tonino Bello, una delle figure più luminose dell’episcopato italiano,scomparso prematuramente nel 1993 all’età di 58 anni. Il canto solenne del Pange lingua ha dato inizio all’adorazione che si è protratta fino a notte inoltrata. Nel mentre dalla Pinacoteca del Duomo prendeva avvio il corteo dei Battenti che ogni anno, oltre ad essere i gelosi custodi di un patrimonio culturale e tradizionale che altrimenti rischierebbe di essere perduto,magari spazzato via dagli zufoli di Pan,costituiscono un valido supporto paraliturgico che attraverso la intensità dei canti ben eseguiti effondono per le vie di Ravello gli echi della Passione del Signore. Certo,in qualche caso,i testi risentono di una visione teologica,grazie a Dio,superata perché erronea o incompleta e quindi andrebbero emendati,ma,per stare in tema,si è a volte”popolo di dura cervice”.Aiutati anche dalla bella serata primaverile i battenti hanno percorso devotamente le strade di Ravello sostando nelle varie chiese in cui era stato preparato l’altare della Reposizione.Sempre suggestiva la sosta a Torello e in Santa Maria del Lacco. Il giorno successivo, quello stesso canto, accompagnato dalla banda musicale, ha animato la suggestiva e

commovente processione del Venerdì santo che si è snodata per le strade del centro storico, raggiungendo anche la Chiesa del Lacco. Ovviamente,prima della processione, abbiamo vissuto la solenne Azione liturgica della Passione che ha avuto il suo culmine nell’adorazione della Croce, quest’anno per la seconda volta fatta con l’antico e miracoloso Crocifisso ligneo posto nel presbiterio, a destra dell’altare maggiore. Dobbiamo però osservare che il Venerdì santo non è stato ancora pienamente compreso a livello liturgico. La processione è senza dubbio suggestiva e commovente ma non è sicuramente più importante dell’Azione liturgica che la precede. Una visione corretta vorrebbe i due momenti pienamente integrati e la processione dovrebbe essere la coerente continuazione all’esterno di ciò che è celebrato nel luogo sacre. Ma se si partecipa solo alla processione snaturiamo il senso di ciò che la liturgia prevede nel giorno della Passione del Signore. Avanzo la proposta per il futuro di posticipare l’inizio dell’azione liturgica, in modo da favorire la partecipazione anche di quanti sono impegnati nel lavoro e di ridurre l’itinerario della processione, evitando quella parte del percorso che si svolge in alcune vie alquanto anguste con scale non sempre agevoli e l’illuminazione a volte fioca che rischia in alcuni punti di farti trascorrere la Pasqua in ospedale. Come di consueto nella Chiesa di santa Maria a Gradillo il momento più toccante della processione che,ad onor del vero,quest’anno si è svolta in modo silenzioso e composto e ha visto la partecipazione di tantissimi ravellesi,mentre scarsa è stata quella dei turisti. Accompagnati dalle toccanti note dello Stabat Mater del prof. Mario Schiavo eseguito dalla Corale del Duomo guidata dal M°Amorelli,abbiamo reso omaggio al simulacro di Gesù morto. L’orazione conclusiva in Duomo,dopo il canto del Pianto di Maria da parte dei Battenti,ha chiuso le celebrazioni del Venerdì santo. Mons. Imperato,parroco del Duomo,nel congedare l’assemblea ha voluto formulare a tutti l’augurio di vivere la Pasqua da veri seguaci di Cristo morto e risorto. Il Sabato Santo è stato caratterizzato dai preparativi per la grande Veglia pasquale. Dopo aver risistemato nella Pinacoteca la tela raffigurante Cristo morto che il giovedì era stata esposta alla venerazione in una delle cappelle della Basilica,suscitando molta ammirazione anche perché pochissimi la ricordavano,il presbiterio ha cominciato nel primo pomeriggio ad assumere

l’aspetto festoso del luogo nel quale si celebra il grande evento. Ci piace ricordare un gradevole episodio che si è verificato proprio nel pomeriggio di sabato. Tre giovani di Arezzo, affascinati dalla bellezza della Basilica ex-Cattedrale e dalla sua acustica,hanno voluto cantare a cappella un delicatissimo Ave Verum che ha contribuito a creare un clima di preghiera molto intenso. Peccato che in quel momento in Chiesa ci fossero poche persone. Ovviamente si trattava di tre professionisti che hanno voluto prima pregare con il canto e poi sperimentare le potenzialità del Duomo di Ravello che,nonostante i rifacimenti,ha mantenuto intatte le sue caratteristiche del gioiello che i nostri padri vollero creare a gloria di Dio,incastonandolo mirabilmente nel contesto paesaggistico. A quei tempi si rifletteva!Ostacolati dalla inclemenza del tempo a tarda sera abbiamo dato inizio alla Madre di tutte le veglie. Dapprima la Liturgia del fuoco conclusasi con il solenne canto dell’Exultet dall’alto del Pulpito,poi la Liturgia della Parola che ci ha fatto meditare attraverso le dense Letture “sul Mistero pasquale della Croce e della Resurrezione di Cristo, centro della Buona Novella che gli Apostoli e la Chiesa devono annunziare al mondo.”Il canto del Gloria,solenne,eseguito dalla Corale guidata dal M°Amorelli che ha svolto anche il ruolo del solista,e accompagnata all’organo dal M°Achille Camera ha sottolineato la dimensione gioiosa e festosa di una Comunità che celebra il suo Signore,vincitore del peccato e della morte. Nell’omelia Mons. Imperato, prima di sottolineare il significato profondo della celebrazione,ha voluto constatare come l’esiguità dell’assemblea fosse indice della mancata presa di coscienza da parte di quanti si dicono battezzati dell’importanza della partecipazione alla Veglia di Pasqua,magari per assistere a qualche partita di calcio. E alla dignità di Figli di Dio ricevuta con il Battesimo ci ha richiamato la terza parte della Veglia Pasquale,ossia la Liturgia Battesimale nella quale l’attenzione si è spostata sul grande segno dell’acqua, illuminata dal Cero, che “ravviva in noi il ricordo del nostro Battesimo”,il sacramento con il quale l’uomo rinasce come nuova creatura. Con la Liturgia eucaristica animata dalla Corale si è conclusa la solenne Veglia Pasquale. Domenica mattina, la Messa solenne 10.30 è stata veramente,a giudizio delle tante persone che vi hanno partecipato,un grandissimo momento che ha dato l’immagine di come dovrebbe essere la


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la Comunità non solo nel giorno di Pasqua ma in ogni domenica dell’anno. E’stata anche l’occasione per confermare che quando si è uniti,quando ciascuno svolge la sua parte,con umiltà e spirito di servizio,si riescono a realizzare delle iniziative altrimenti impensabili che vanno solo e unicamente a gloria di Dio. Speriamo che si continui su questa strada e che si comprenda che la Comunità dei credenti in Cristo morto e risorto accoglie tutti e non esclude nessuno,perché ciascuno ha dei carismi da mettere a disposizione di tutti,senza pregiudizi o diritti di esclusive. Alla Messa Vespertina la riflessione di Mons.Imperato sulla stupenda pagina del Vangelo di Luca relativa ai discepoli di Emmaus ci ha fatto andare con la mente alla sera di quella prima Pasqua e ci ha fatto immedesimare in quei due discepoli tristi e delusi. Quante volte anche noi,nel nostro piccolo,siamo come quei due viandanti all’inizio del loro cammino,incapaci di riconoscere il Signore. Eppure ogni giorno il Signore cammina con noi,si fa riconoscere e spezza il pane con noi,ma noi continuiamo a non riconoscerlo. Come accade ormai da qualche anno la celebrazione vespertina del giorno di Pasqua si chiude con l’esposizione della statua di san Pantaleone, Patrono di Ravello,del quale il lunedì in albis si celebra il patrocinio. Qualcuno ha mostrato delle perplessità in merito considerando il rito finale della messa vespertina di Pasqua una ”invasione di campo”.In effetti per diversi anni tutto si è svolto il lunedì dell’Angelo,proprio per evitare di “sminuire”la Domenica di Pasqua. Lungi dal voler cadere in un errore così grossolano, si è ritenuto opportuno ristabilire la tradizione di esporre san Pantaleone proprio perché la sua grandezza è consistita anche e soprattutto nella sua fede in Cristo crocifisso e risorto. Il martire di Nicomedia,al pari degli altri santi,è un testimone che continuamente invita con il suo esempio la Comunità di Ravello a rendere grazie a Dio e ad essere testimone e annunciatrice della Buona Novella. E nella Pasqua di quest’anno l’invito è stato accompagnato dal segno. Il sangue proprio nei giorni della Pasqua era sciolto,luminoso come in genere accade a luglio. Un evento eccezionale?Un miracolo? No,la semplice ma sconcertante prova che chi,come san Pantaleone,crede nel Risorto anche se muore vive.

GAETANO CIOFFI UN AMICO FRATERNO

Prima di iniziare a scrivere mi sono chiesto: di chi scriverò? Del mio amico fraterno? Del mio collaboratore fidato? Del mio sostenitore? Del padrino di mio figlio? Del vigile urbano? Ho provato a raccogliere le idee, i pensieri, i ricordi. Dopo poco ho realizzato che bastava parlare semplicemente dell'uomo Gaetano, senza correre il rischio che un ruolo prendesse il sopravvento sugli altri. Si ! La grandezza di Gaetano era questa: saper tenere distinti i ruoli, ma senza mai doverne sacrificare qualcuno a favore di un altro. Lo faceva con estrema semplicità, con il sorriso, con l'ironia sempre pronta. Non è un caso che Gaetano riuscisse a colpire soprattutto i bambini e gli anziani, stabilendo con loro immediatamente un rapporto meraviglioso e riuscendo sempre a conquistarsi la loro fiducia e amicizia. Ricordo quando l'allora Sindaco Salvatore Sorrentino mi confidò : " ho trovato la persona giusta per fare il vigile...... Gaetano" ! Per me fu una sorpresa, però immediatamente realizzai che aveva ragione. Probabilmente Gaetano non avrebbe mai vinto un concorso per vigile urbano ai giorni nostri, ma quelli erano altri tempi. Erano tempi in cui le Amministrazioni potevano "scegliere" i collaboratori con procedure che oggi definiremmo "ad personam". Non esprimo giudizi sul metodo e sul merito, mi limito a constatare che,con quel metodo, Ravello riuscì a mettere su una squadra invidiata da tutta la costiera. Una squadra che era una vera e propria famiglia, pronta a stringersi e a dare il meglio di se nei momenti di bisogno: il colera, il terremoto, i nubifragi. In quella famiglia Gaetano aveva un posto di primo piano. La sua abnegazione, le sue capacità, il suo modo di fare erano virtù fondamentali per poter lavorare anche 12 ore di fila, in allegria e serenità. Riusciva a sorprenderti sempre con una trovata, una battuta. Non ho dubbi! Gaetano era l'ultimo interprete di un modo diverso di servire lo Stato. La malattia lo aveva immobilizzato, ma nulla poteva impedirgli di seguire ancora le vicende comunali. Era ansioso di sapere novità, di capire meglio un fatto, di avere un anteprima, ma spesso mi sorprendeva perché con il battito degli occhi mi faceva Roberto Palumbo capire che già sapeva quella notizia e mi

indicava il computer. Si il computer che negli ultimi due anni lo teneva collegato con il mondo, gli permetteva di dialogare, esprimere un desiderio, fare una domanda. Quanta gioia vidi sul suo volto il primo giorno che mi accolse con un: ciao Secondo, pronunciato dalla voce metallica del pc che i suoi occhi avevano azionato. Una macchina che gli serviva per tutti tranne che per la moglie: Immacolata non aveva bisogno del pc, lo guardava negli occhi e gli leggeva il pensiero; e Gaetano le diceva grazie. Un grazie che capivo pure io, i suoi occhi si illuminavano di una luce meravigliosa per ringraziare la sua compagna, il suo angelo custode, il suo tutto. Uno spettacolo unico, bellissimo! Uno spettacolo che racchiude la vera essenza dei concetti di: comunione, condivisione, matrimonio. Uno spettacolo che è testimonianza viva e concreta di formule spesso recitate senza consapevolezza : “nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia”. Ecco, quello spettacolo, tradotto e teorizzato, potrebbe essere il miglior corso di preparazione prematrimoniale. Oggi, purtroppo troppo spesso, buona sorte e salute sono il viatico per litigi, cattiva sorte e malattia lo sono per la separazione. Le prime volte che andavo a fare visita a Gaetano nei primi tempi della sua malattia, pensavo di poter dare io a lui aiuto e conforto; dopo poco realizzai che era lui a dare a me. Cosa? Una carica interiore per affrontare le mie piccole difficoltà quotidiane, un ammonimento a ringraziare quotidianamente il Dio per poter normalmente camminare, parlare, muovere le mani. Così poco? Ecco il grande insegnamento di Gaetano : tutto quello che quotidianamente consideriamo "normale", sono invece doni meravigliosi che dovremmo apprezzare molto di più, considerarli straordinari e, di conseguenza, sentirci più soddisfatti della nostra esistenza, magari rifuggendo dalla corsa frenetica a quel “di più”, proprio del peggiore consumismo e dell’insoddisfazione di vita. Il destino ha voluto togliere a Gaetano questi doni lasciandogli però intatta la voglia di vivere fino alla fine dei suoi giorni. Grazie Gaetano! Grazie per quanto hai dato a me durante la tua vita "normale", ma soprattutto grazie per quanto mi hai donato durante la tua malattia. Sono sicuro che ora, senza più sofferenza, qualcuno ti starà chiedendo di dargli una mano a dirigere il traffico degli angeli, a preparare una pizza o una grigliata per gli ospiti del paradiso, e, perché no, a portare un poco di gioia anche ai tanti bambini che prima di te sono volati in celo.

Secondo Amalfitano


CELEBRAZIONI DEL MESE DI MAGGIO GIORNI FERIALI, PREFESTIVI E FESTIVI Ore 18.30: Santo Rosario Ore 19.00: Santa Messa 3– 10 - 17-24 MAGGIO: ADORAZIONE EUCARISTICA dopo la S. Messa 5 MAGGIO Convento S. Francesco - ore 15.30: Giornata diocesana dei Ministranti 6 MAGGIO

V DOMENICA DI PASQUA

Ore 8.00-10.30-19.00: Sante Messe 8 MAGGIO SUPPLICA ALLA B.V. DEL ROSARIO DI POMPEI Ore 10.30: Inizio del Rosario 11.15: Santa Messa e recita della Supplica alla B.V. del SS. Rosario di Pompei 13 MAGGIO

VI DOMENICA DI PASQUA - MADONNA DI FATIMA

Ore 8.00-10.30-19.00: Sante Messe 14 MAGGIO Ore 21.00: Adorazione in preparazione alla giornata Internazionale della Famiglia 15 MAGGIO:

GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA FAMIGLIA

Duomo - ore 19.30: Seminario sul tema “Custodire la vita. Essere famiglia tra fecondità e accoglienza” a cura del Progetto Famiglia. Relatrice: Dott.ssa Giovanna Pauciullo 20 MAGGIO SOLENNITA’ DELL’ ASCENSIONE DEL SIGNORE FESTA DELLA TRASLAZIONE DELLA RELIQUIA DEL SANGUE DI S. PANTALEONE NELLA NUOVA CAPPELLA

Ore 8.00-10.30: Sante Messe 19.00: Processione con la statua di S. Pantaleone Patrono di Ravello Celebrazione della Santa Messa al rientro della processione 22 MAGGIO - Santa Rita da Cascia 26 MAGGIO - Duomo di Ravello - ore 20:00 Veglia Diocesana di Pentecoste presieduta dall’Arcivescovo Mons. Orazio Soricelli ed animata dalle Aggregazioni Laicali 27 MAGGIO SOLENNITA’ DELLA PENTECOSTE CELEBRAZIONE DELLA MESSA DI PRIMA COMUNIONE Ore 8.00– 10.30 - 19.00: Sante Messe Ore 10.15: Processione dalla Chiesa di S. Maria a Gradillo e ore 10.30 S. Messa di Prima Comunione 31 MAGGIO

FESTA DELLA VISITAZIONE DELLA B.V. MARIA Conclusione del Mese Mariano: Ore 18.30: S. Rosario, S. Messa e Processione


incontro maggio