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Per una Chiesa Viva Anno VII - N. 6 – Giugno 2011 P ERIODICO DELLA COMUNITÀ ECCLESIALE DI www. chiesaravello. it www. ravelloinfesta. it

RAVELLO

Riscopriamo la centralità dell’Eucaristia E’ l’invito rivolto alle chiese che sono in Italia dal XXV Congresso Eucaristico Nazionale che si svolgerà ad Ancona dal 3 all’11 settembre 2011 p.v. sul tema “Signore da chi andremo? L’Eucaristia per la vita quotidiana”. Partendo dalla domanda degli apostoli ”Signore,da chi andremo? “, la Chiesa che è in Italia si pone in ascolto dello Spirito che le parla oggi e vuole comunitariamente riflettere sulla risposta data da Gesù agli apostoli quando afferma:” Io sono il Pane della vita;chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete,mai”; e si propone come il vero Pane che assicura la vita eterna. Il Congresso Eucaristico di Ancona vuole essere una “continuazione” di quello celebrato a Bari dal 21-29 Maggio 2005: senza Domenica,ossia senza la Celebrazione dell’Eucaristia non possiamo vivere ed un invito a riscoprire la centralità dell’Eucaristia e la stessa celebrazione eucaristica come il “culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e, insieme, la fonte da cui promana tutta la sua virtù che consente alle Chiese particolari di diventare autentiche comunità di testimoni del Risorto. Non è difficile rendersi conto dell’importanza della iniziativa e comprendere come il tema proposto per la riflessione sia altamente attuale e opportuno per la chiesa italiana, in un tempo in cui dolorosamente si deve constatare quanto si sia affievolito il Culto eucaristico nelle nostre comunità e come sia insensibilmente cresciuta e diventata quasi inarrestabile la rarefazione e la disaffezione per la partecipazione assidua e consapevole dei battezzati alla Celebrazione Eucaristica della Domenica, il giorno del Signore Risorto da santificare e da

considerare “giorno del Signore”, da custodire anche come giorno della comunità cristiana e giorno dell’uomo, del riposo e della festa. E’ certamente necessario e giusto allora rivedere e ripensare i criteri di una saggia pastorale adeguata a questo momento di crisi per dare priorità all’essenziale della fede cristiana e mettendo al centro della nostra azione la cura premurosa di educare la coscienza dei fedeli alla imprescindibile necessità dell’Eucaristia per la loro vita

quotidiana. L’autentico rinnovamento della Chiesa sollecitato dai documenti fondamentali del Concilio Vaticano II, quali la Costituzione sulla Liturgia, (Sacrosantum Concilium), la Parola di Dio (Dei Verbum), e la Chiesa, (Lumen Gentium) richiede che si riconosca e si collochi nelle nostre Comunità Cristiane, al primo posto,quello eminente, ” la Memoria di Gesù Risorto,il Signore che è vivo e sempre presente tra noi in forza della Celebrazione dell’Eucaristia “fonte e culmine di tutta l’attività della chiesa”. Nella Celebrazione dell’Eucaristia,infatti, incontriamo la Persona di Gesù,il Figlio di Dio e nostro unico Salvatore, che “dà

alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva”; soprattutto nella Celebrazione dell’Eucaristia Gesù Risorto ci fa dono della sua Parola e del suo Corpo offerto una volta per sempre per noi. L’Eucaristia è il Sacramento della presenza reale di Gesù che nel corso della storia vive con noi e ci offre il Pane di Vita eterna di cui ogni uomo necessita per vivere in piena comunione col Signore. Molto opportunamente,perciò, nel messaggio della Conferenza Episcopale Italiana inviato alle chiese diocesane per esortarle alla degna ed efficace preparazione del Convegno Nazionale di Ancona, si fa osservare che il testo del vangelo di San Giovanni rivela che Gesù è pane disceso dal cielo per la vita secondo una doppia modalità: non solo come pane eucaristico, ma anche come pane della Parola di Dio. “Nella celebrazione eucaristica, questi due modi di presenza del Signore prendono la forma di un’unica mensa, intrecciandosi e sostenendosi mutuamente. È una sinergia che già i Padri sottolineavano nei loro commenti alla preghiera evangelica del Padre nostro, meditando l’invocazione: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (Mt 6,11; cfr Gv 6,32.34-35). Basti qui citare sant’Agostino, che così si rivolgeva ai “catecumeni” o iniziandi alla preghiera: “L’Eucaristia è il nostro pane quotidiano, ma dobbiamo riceverlo non tanto per saziare il nostro stomaco, quanto per sostentare il nostro spirito. Anche quello che vi predico, è pane; e le letture che ogni giorno ascoltate nella chiesa, sono pane quotidiano, e gli inni sacri che ascoltate e recitate, sono pane quotidiano”.

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SEGUE DALLA PRIMA e le letture che ogni giorno ascoltate nella chiesa, sono pane quotidiano, e gli inni sacri che ascoltate e recitate, sono pane quotidiano”. Con la Costituzione conciliare Dei Verbum, ripresa dalla recente Esortazione postsinodale Verbum Domini, la Chiesa si è prodigata perché la Parola di Dio fosse portata con abbondanza al cuore delle celebrazioni liturgiche e in una lingua percepita dal popolo con immediatezza, raccomandando al tempo stesso di incrementare la pastorale biblica non in giustapposizione ad altre forme della pastorale, ma come animazione biblica dell’agire ecclesiale, avendo a cuore l’incontro personale con Cristo, che si comunica a noi nella sua parola”. In sintonia con tutte le chiese che sono in Italia,in questo mese di giugno è doveroso per noi sentirci maggiormente coinvolti nella preparazione al convegno Eucaristico Nazionale, partecipando all’Adorazione Eucaristica settimanale del Giovedì; celebrando con maggior fervore la Festa della prima Comunione dei nostri Bambini che evoca per tanti il bel grande giorno della Prima Comunione e, soprattutto, partecipando numerosi e con gioia alla Festa del Corpus Domini che si terrà Domenica 26 Giugno p.v.. Viviamola intensamente con gioia esultante, perché essa rappresenta la prima ed importante Festa di una comunità cristiana vera e matura: la Festa del Signore Risorto, che si arricchisce anche dell’ unica e solenne processione eucaristica per le vie del paese, con i Fanciulli che hanno celebrato la Prima Comunione Eucaristica,nel corso dell’anno, e gli Angioletti,i tanti bimbi innocenti, condotti per mano o in braccio dai loro giovani genitori.

SINTESI DELLA ESORTAZIONE APOSTOLICA “VERBUM DOMINI” La Parola di Dio e il mondo d’oggi Benedetto XVI ricorda inoltre come l’ascolto della Parola non conduca ad una fuga dal mondo ma ad un impegno ancora maggiore “per rendere il mondo più giusto e più abitabile. È la stessa Parola di Dio a denunciare senza ambiguità le ingiustizie e promuovere la solidarietà e l’uguaglianza”. “L’impegno per la giustizia e la trasformazione del mondo è costitutivo dell’evangelizzazione”. “Certo – si ribadisce - non è compito diretto della Chiesa creare una società più giusta, anche se a lei spetta il diritto ed il

dovere di intervenire sulle questioni etiche e morali che riguardano il bene delle persone e dei popoli. È soprattutto compito dei fedeli laici, educati alla scuola del Vangelo, intervenire direttamente nell’azione sociale e politica” promuovendo “i diritti umani di ogni persona, basati sulla legge naturale iscritta nel cuore dell’uomo, e che come tali sono ‘universali, inviolabili, inalienabili’”. La Parola di Dio è anche “fonte di riconciliazione e di pace”. “Ancora una volta – afferma il Papa - desidero ribadire che la religione non può mai giustificare intolleranza o guerre. Non si può usare la Don Giuseppe Imperato violenza in nome di Dio!” (99-103). Il documento affronta poi la questione

dell’annuncio ai giovani, ai migranti, ai sofferenti e ai poveri. L’attenzione al mondo giovanile “implica il coraggio di un annuncio chiaro … essi hanno bisogno di testimoni e di maestri, che camminino con loro e li guidino ad amare e a comunicare a loro volta il Vangelo soprattutto ai loro coetanei, diventando essi stessi autentici e credibili annunciatori”. I movimenti migratori “offrono rinnovate possibilità per la diffusione della Parola di Dio. A tale proposito i Padri sinodali hanno affermato che i migranti hanno il diritto di ascoltare il kerygma, che viene loro proposto, non imposto. Se sono cristiani, necessitano di assistenza pastorale adeguata per rafforzare la fede”. Si esorta poi alla vicinanza ai sofferenti: “la Parola di Dio ci svela che anche queste circostanze sono misteriosamente ‘abbracciate’ dalla tenerezza di Dio. La fede che nasce dall’incontro con la divina Parola ci aiuta a ritenere la vita umana degna di essere vissuta in pienezza anche quando è fiaccata dal male”. Infine, i poveri: “la diaconia della carità, che non deve mai mancare nelle nostre Chiese, deve essere sempre legata all’annuncio della Parola e alla celebrazione dei santi misteri. La Chiesa non può deludere i poveri: ‘I pastori sono chiamati ad ascoltarli, ad imparare da essi, a guidarli nella loro fede e a motivarli ad essere artefici della propria storia’”. Viene quindi espresso anche il legame tra ascolto della Parola e salvaguardia del Creato (104 -108). Continua nel prossimo numero


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VERITÀ, ANNUNCIO E AUTENTICITÀ DI VITA NELL'ERA DIGITALE Messaggio papale per la 45a giornata mondiale delle comunicazioni sociali 5 giugno 2011 Il tema scelto dal Santo Padre - “Verità annuncio e autenticità di vita nell’era digitale” - si caratterizza per porre al centro di tutti i processi della comunicazione la persona umana. La Verità ed il valore della testimonianza personale nell’era digitale Il Messaggio del Santo Padre ai giornalisti ed agli operatori della comunicazione si concentra nella considerazione di fondo che “anche in un tempo così largamente dominato e, spesso, condizionato dalle nuove tecnologie, resta fondamentale il valore della testimonianza personale: accostarsi alla verità e assumersi l’impegno dell’annuncio richiede, per chi opera nel mondo dell’informazione la "garanzia" di un’autenticità di vita che non può venir meno neppure nell’era digitale”. La verità resta l’immutabile faro d’approdo anche per i new-media e, anzi, l’era digitale, allargando i confini dell’informazione e della conoscenza, può rendere idealmente più vicino ciò che rappresenta il più importante degli obiettivi per chiunque operi nel mondo dei media. L'informazione e la comunicazione tecnologicamente più avanzata, possono promuovere atteggiamenti di dialogo solidale nelle nostre città, ispirate comunque dal rispetto tra diverse visioni della vita, religioni, culture, etnìe, opinioni politiche, nella vita familiare, interpersonale, come in quella pubblica. Papa Benedetto nei suoi precedenti messaggi sulla Comunicazione già considerava come “ i giovani, in particolare, hanno colto l’enorme potenziale dei nuovi media nel favorire la connessione, la comunicazione e la comprensione tra individui e comunità e li utilizzano per comunicare con i propri amici, per incontrarne di nuovi, per creare comunità

e reti, per cercare informazioni e notizie, per condividere le proprie idee e opinioni”. E’ chiaro come le nuove tecnologie hanno anche aperto la strada al dialogo tra persone di differenti paesi, culture e religioni. Il cyberspace, permette di incontrarsi e di conoscere i valori e le tradizioni degli altri. La presenza dei valori cristiani sui social network e l’etica professionale “responsabile” dell’informazione: la comunicazione e la libertà delle opinioni dei lettori si fonda sempre sulla considerazione della Verità e del Bene comune. Il cardine etico delle regole dell’informazione e della comunicazione rimane sempre il rispetto della Verità, pur nelle difficoltà di rappresentare con

adeguata e disinteressata obiettività la verità dei fatti, come giornalisti non dobbiamo mai dimenticare che il nostro Codice deontologico professionale ci impone oggi più che mai di esercitare correttamente il diritto di cronaca ed eventualmente di critica a beneficio dei lettori e per una informazione coerente con i principi della Costituzione: a) che i fatti narrati corrispondano a verità, accertata dal giornalista in buona fede, lealtà e con rigore morale e professionale; b) che la notizia divulgata abbia un oggettivo

interesse pubblico, c) che l'esposizione dei fatti sia corretta, opportuna e serena, secondo il così detto principio della continenza. Come operatori dell’informazione d’ispirazione cristiana dobbiamo sensibilizzare gli operatori della comunicazione di massa ed i nostri colleghi di radiotelevisioni e testate regionali e provinciali al rispetto dei principi di una corretta comunicazione giornalistica - su giornali e sulle radio televisioni locali, oltre che sui nuovi strumenti di Internet, dei social network, come in Facebook - specie quando oggetto dell’informazione sono i drammi familiari, la cronaca nera, il coinvolgimento di ragazzi minori d’età, usando la massima chiarezza e scrupolosità quando si forniscono notizie su disservizi, lacune, di soprusi nei confronti delle fasce più deboli della società, sull’inquinamento ambientale e la deturpazione del territorio. I valori dell’Unità Nazionale e della Carta costituzionale italiana i punti di riferimento degli operatori dell’informazione. Ci piace richiamare in questo 2011 il contributo che il mondo dell’Informazione può dare alla rivalutazione dei Valori dell’Unità Nazionale richiamando le recenti parole del Capo dello Stato Giorgio Napolitano: “Comunque il valore dell’Unità Nazionale e della Carta si concretizza in una storia che è ancora “patrimonio vivo”, nulla può oscurare il complessivo bilancio della profonda trasformazione, del decisivo avanzamento che l’Unità, la nascita dello Stato nazionale e la sua rinascita su basi democratiche hanno consentito all’Italia, anche con le giuste forme di collaborazione tra la comunità civile e quella religiosa. Continua a pagina 4


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SEGUE DA PAGINA 3 La cultura, più di ogni altro elemento, è ciò che ci accomuna e ci distingue come Nazione, il patrimonio storico di cui siamo eredi, la cultura che vive in tutte le sue espressioni come ricerca e come creazione. “ L’invito del Papa ai giovani: fate buon uso della vostra presenza nell’arena digitale. Papa Benedetto XVI nel suo messaggio ricorda a tutti, giornalisti e lettori come: “La verità che è Cristo, in ultima analisi, è la risposta piena e autentica a quel desiderio umano di relazione, di comunione e di senso che emerge anche nella partecipazione massiccia ai vari social network. Invito soprattutto i giovani a fare buon uso della loro presenza nell’arena digitale. Rinnovo loro il mio appuntamento alla prossima Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid, la cui preparazione deve molto ai vantaggi delle nuove tecnologie. Per gli operatori della comunicazione invoco da Dio, per intercessione del Patrono san Francesco di Sales, la capacità di svolgere sempre il loro lavoro con grande coscienza e con scrupolosa professionalità.”

Stefano Stefanini

Comunico, ergo sono

“Comunicare è vivere”, recitava un famoso spot pubblicitario di qualche anno fa. Chissà cosa sarebbe l’uomo se non potesse condividere il suo vissuto con l’altro, attraverso un linguaggio fatto di segni, gesti, parole ed emozioni, capaci di arrivare dritti al cuore, di là da ogni tipo di codifica o di sistema di lettura. La comunicazione è prima di tutto linguaggio dell’anima. Modo di farsi capire

e sentire che ha conosciuto evoluzioni diverse all’evolversi del mondo intorno, nutrendosene per andare avanti, crescere, conquistare, diventare grande. Sistema di segni e di relazioni, di detto e non detto, scritto e non scritto, nell’epoca contemporanea, il comunicare ha subito un’ulteriore profonda trasformazione, che nella differenza degli strumenti e delle tecnologie usate, comunque rimane saldo al suo fulcro principale: l’essere umano. Contro una lettura del web feroce, che non lascia scampo alle individualità, dunque, ci sentiamo di fare nostro il messaggio del Santo Padre che, in occasione della XLV Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, ha ricordato come un uso moderato e consapevole della rete possa essere solo foriero di crescita, diretto alla creazione di “complesse forme di coscienza intellettuale, spirituale e di consapevolezza condivisa”, sempre più necessarie. La voglia di condividere e fare comunità, alla base dei social network, non è nient’altro che il desiderio di interagire che da sempre l’essere umano, nel suo percorso, ha sentito crescere, portandolo passo dopo passo a inventare sistemi che permettessero di facilitarne l’approccio, renderne più agevole il gesto. Utilizzato senza eccessi né ossessioni, dunque, non fa altro che riprodurre in chiave digitale, quella perenne voglia di essere “connessi” con l’altro che da sempre ci alimenta, da sempre ci sostiene. L’uomo, del resto, non è nato per rimanere da solo. “Animale sociale” richiede il confronto, lo scontro, la parola di chi ha difronte per sentirsi vivo. E allora comunichiamo. Immergiamoci nella rete, senza dimenticare i principi di onestà, di misura, di rispetto e colleghiamoci agli altri. Condividiamo le nostre verità, mettiamo in comune le nostre credenze, partecipiamo al processo di comunione dei principi e dei valori. E viviamo. Ricordandoci sempre di comunicare il nostro essere al mondo.

COME CI PARLA DIO ? Comunicazione invisibile

La parola è un impulso. Corre febbricitante ed elettrica. Guizza argentina, instancabile, madida di significati, di valori, di segreti. E’ un nodo che non conosce soluzioni: lega in maniera inscindibile ciò che apparentemente è distante, chiuso, ovattato. Trincerato nella cella del silenzio. La parola è il soldato preferito della comunicazione: le presta servizio con dovizia e responsabilità. Non ci sono ammutinamenti, sotterfugi, colpi di Stato. E’ l’ancella che porta il necessario, il tedoforo che improvvisamente, forte di un cammino instancabile, squarcia l’oscurità con il senso e la comprensione, con l’armonia del linguaggio. Certo la parola è componente necessaria ed immediata, scheletro della comunicazione. Tuttavia io credo esista una comunicazione invertebrata, che sa tenersi eretta anche senza l’apparato che noi giudichiamo indispensabili, almeno secondo la logica comune. Si entra tuttavia in un ambito diverso, in cui il messaggio è forse meno diretto, quasi subliminale, seminato in un tappeto florido di altri segni, assolutamente fertile e da cui spesso non riusciamo a cavare immediatamente il raccolto. Magari occorre solo un po’ di pazienza in più e la chiave di volta è sicuramente sorprendente, abbagliante. Basta vedere. Non guardare. Guardare fornisce l’impressione di un gesto fatto con fretta Iolanda Mansi ed abitudine. Piuttosto vedere: i segni.


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I nessi. Gli anelli che ci parlano molto meglio delle parole stesse. E questi anelli ci raccontano che siamo voluti come non mai, come nessuno potrà mai volerci. Non credo esista linguaggio più perfetto e meno bisognoso di segni grafici e codificabili della bellezza del mondo che ci circonda. Non c’è poesia, discorso, orazione, dialogo, monologo migliore di quello che si rivolge ai nostri occhi: in una sorta di sinestesia magica ed irripetibile, miracolosa, con cui possiamo vedere il modo in cui Dio ci parla Non è retorica. E’ attenzione ai segni di interpunzione, alle perifrasi composte con una dovizia ed un talento paragonabili a quello del migliore degli amanuensi. Dio ci circonda di discorsi tangibili, fatti di cose, di persone. Purtroppo la fretta a cui siamo congenitamente condannati non ci aiuta.. Non ci aiuta spesso a leggere il codice del cielo, la mirabile composizione dei tramonti, attimi in cui tutto sembra essere stato costruito con la perfezione di un sonetto. La pioggia sciorina monologhi meravigliosi, il vento spesso si appoggia agli alberi e ne esalta i sussurri come un microfono invisibile, le brezze sono plettri sul mare, momenti di una sarabanda fatta di rabbia, calma, e poi ancora di rabbia. Dio ci parla così: con l’alternarsi ritmico e a volte confuso delle stagioni, come se ci fosse un eterno, magico dialogo fra terra e cielo, fra colore e temperatura, fra nidi ed ali, fra migrazioni e ritorni. La parola si ritira davanti a tutto ciò, anzi romperebbe quello che è già muto incanto. Spesso il silenzio che ci circonda irrompe con un rumore che ricorda chi siamo e soprattutto perché. E questo dovrebbe essere il primo passo per sfuggire alla solitudine, allo sconforto. Non ci si può sentire soli perché circondati dalla folla dei segni, segni che non ronzano ma parlano. Una filastrocca priva di suono da cui apprendere tutto , restando con gli occhi colmi di gratitudine e le labbra chiuse. Perché, a volte, anche la parola non è capace di dire.

SILENZIO, PARLA IL MITO

Se fossi il Ministro dell’Istruzione del nostro Paese, non esiterei un minuto ad inserire la lettura dei miti greci nel programma della Scuola Elementare, sin dalle prime classi. A parte la piacevolezza dell’argomento, credo che lo studio del mito rappresenti una delle discipline più stimolanti per accrescere le facoltà critiche e interpretative di una mente in formazione. Chi ha avuto la fortuna di conoscere i miti greci da bambino, avrà sperimentato quel senso di mistero che li accompagnava, la consapevolezza che, ancor più delle favole che ascoltavamo da genitori e nonni, i miti conservavano un “oltre”, un qualcosa di non detto, di segreto. In effetti, semplice nell’esposizione, il mito si pone all’attenzione di chi vuole indagarlo come un fenomeno molto complesso. Prova ne è il fatto che nessun altro concetto della tradizione culturale occidentale è stato sottoposto a più tentativi di definizione, tentativi che a oggi non sono ancora terminati. “Queste cose non avvennero mai, ma sono sempre”. E’ impossibile superare in chiarezza e concisione questo splendido giudizio sul mito, pronunciato da Sallustio nel IV secolo d.C. Che cosa unisce l’avventura di Giasone, il film Alla ricerca di Nemo, la conquista dell’Everest da parte di Edmund Hillary? La narrazione mitica: tutti questi personaggi affrontano un viaggio lungo e pericoloso, combattono contro avversità e nemici, e infine tornano a casa vittoriosi. E’ sempre il mito a collegare Prometeo, Robin Hood e Arsenio Lupin, ladri gentiluomini pronti a rubare ai ricchi per dare ai poveri. Da un certo punto di vista, la storia dell’Umanità non è altro che una successione di miti, che ci avvicinano alle radici del nostro lungo e misterioso passato. Emilia Filocamo Quando parliamo di “mito” la mente di ognuno va subito alla Grecia classica (in effetti, la parola deriva dal greco mythos,

che significa “discorso”, “racconto”). Ma il mito non è privilegio dell’Occidente, perché ha costituito la spiegazione primaria dell’origine del mondo per tutte le civiltà. La più grande narrazione mitica di ogni tempo non è occidentale, ma indiana; parliamo del Mahabharata, poema epico composto di 100.000 strofe, il cui nucleo centrale era già noto nel 1500 a.C. Oggi consideriamo assodato che i miti siano forme di comunicazione universale e senza età. Ma non è stato sempre così. Il fatto che “queste cose non avvennero mai”, che le storie mitiche non trovassero riscontro nella realtà, ha costituito per secoli un serio ostacolo al loro studio e alla loro comprensione. Ci sono voluti i moderni studi antropologici per segnare una netta inversione di tendenza, collocando il mito nella dimensione scientifica e letteraria che gli compete. Ma ancor prima, è un filosofo italiano, Giambattista Vico, a riflettere scientificamente sul mito. Vico considera il mito come una forma autonoma di pensiero, una verità diversa da quella intellettuale solo nella forma, perché espressa in modo poetico e fantastico. I miti rappresentano l’inizio di un linguaggio articolato, il primo contenuto descrittivo dell’origine dei popoli primitivi. Nel periodo illuministico e per buona parte dell’Ottocento ci si allontana nuovamente dallo studio dei miti, bollati come credenze “false e irrazionali” perché non fondati sulla realtà. Nel XX secolo, però, le cose cambiano definitivamente. Dopo aver analizzato un imponente numero di miti elaborati in culture e tempi diversi, l’antropologo inglese James Frazer, nel celeberrimo Il ramo d’oro (1925), afferma che il mito e il rito, benché si manifestino in modo diverso nel tempo e nello spazio, si strutturano intorno a delle costanti archetipiche del pensiero umano.

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SEGUE DA PAGINA 5 Con un noto paradosso, un altro grande antropologo, Claude Lévi-Strauss, parla del mito come di un qualcosa che “viene percepito come tale da ogni lettore in tutto il mondo”. Il mito, spiega LéviStrauss, risponde a un’esigenza universale, e non è affatto un qualcosa di irrazionale, perché l’uomo ha sempre pensato e agito in modo logico. Il problema, allora, diventa non come gli uomini costruiscono i miti, ma “come i miti si pensano negli uomini, e a loro insaputa”. Se in tutti i sistemi mitici rintracciamo dei significati basilari del pensare e vivere umano, il collegamento mito-religione diventa ineliminabile. Per Mircea Eliade il fondamento e il valore dei miti sta proprio nel loro carattere di “ierofanie”, ovvero di rivelazioni del sacro. I miti costituiscono il modello delle azioni umane perché ripetono e attualizzano, in un eterno ritorno fissato dal calendario delle feste, la realtà sacra del tempo primordiale. Analogamente, Cassirer vede nel mito una forma spirituale, il cui senso e la cui coerenza provengono dal sentimento, dal fondamento emotivo insito nell’animo umano. Comunque li si voglia connotare, i miti non sono false leggende, ma potenti storie per immagini legate alla religione e ai culti primordiali, che codificano esperienze relative alla nascita, alla sofferenza, alla morte. Siamo impregnati dei miti che tutte le culture hanno elaborato per ogni settore dell’esistenza perché la mentalità mitica ci ha salvato dall’angoscia di non sapere, di non poter dare una spiegazione a ciò che avveniva intorno a noi. Una mentalità che non ci ha mai abbandonato; ogni mutamento storico-sociale esprime la sua visione del mondo attingendo ai miti, piegandoli ai suoi scopi, creandone di nuovi. Penso, ad esempio, alla “mitologia della ragione” presente nell’Idealismo tedesco, o all’aspirazione a un “nuovo mito” rivendicata, nel XX secolo, dal sindacalismo radicale di Sorel, e ancora, ai miti della razza che le ideologie nazionalsocialiste e fasciste cercarono di inculcare nella masse popolari. Oggi l’Olimpo delle celebrità è composto dai divi del cinema, della canzone, dello sport, che troneggiano nel nostro mondo

I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA grazie alla potenza e alla pervasività dei media. Se non c’è disciplina che non debba qualcosa ai personaggi e al linguaggio del mito, non c’è dubbio che, nel tempo, è stata la letteratura a registrare la più ampia e profonda influenza della narrazione mitica. Fra le forme elementari che nelle varie epoche le opere continuano a utilizzare e riadattare, il teorico della letteratura Northrop Frye individua l’archetipo, cioè l’immagine tipica o ricorrente che riscontriamo in opere diverse e che ci permette di collegarle fra di loro. E poiché gli archetipi si ritrovano ad ogni livello ed epoca letteraria, tutta la letteratura appare a Frye immersa nella miticità. Il mito è la tendenza a raccontare una vicenda che è in origine storia di personaggi che possono fare qualsiasi cosa. Nella narrazione mitica molti personaggi sono esseri sovrumani che fanno cose che accadono solo nelle favole. Il mondo del mito prescinde totalmente dai canoni di verosimiglianza e plausibilità dell’esperienza comune, e solo gradualmente si trasforma nella tendenza a narrare una storia credibile o plausibile. I miti degli dèi si trasformano in leggende di eroi, queste in intrecci di commedie o tragedie che, a loro volta, si trasformano in narrazioni più o meno realistiche. Le trame di romanzi come Tom Jones e Oliver Twist, trame imperniate sul mistero della loro nascita, si possono far risalire a Menandro (nella commedia Gli arbitri), da Menandro allo Ione di Euripide, e da Euripide alle leggende di Perseo e di Mosè. Riassumendo, il pensiero mitico origina in ogni parte del mondo e in ogni cultura. Tuttavia, è chiaro che nessuna indagine scientifica o letteraria del fenomeno può prescindere dalla mitologia greca come oggetto di riferimento. Il mito greco, come ha sottolineato Walter Burkert, resta “paradigmatico”. Miti “ctonii”, legati ai cicli della natura, miti “orfici”, che svilupparono il tema della purificazione dell’anima, religione olimpica, che esaltò l’ideale apollineo, espressione di armonia, ordine, serenità: la ricchezza dei miti greci copriva l’intero quadro del mondo, nell’intento di comprenderlo e di dargli un ordine. Nell’era dell’uomo-cyborg continuiamo a riferirci a Edipo, Medea, Ercole, Afro-

dite, nomi e destini che moriranno insieme con noi, nella notte dei tempi. Ne volete una prova? Il mito di Orione è così affascinante, e la costellazione che porta il suo nome talmente bella, che in ogni epoca re, imperatori, condottieri, cercarono di sostituire il loro nome a quello del bellissimo gigante collocato in cielo dagli dèi. Ma dopo la morte dei sovrani, i sudditi tornavano subito a chiamare la costellazione col suo nome originario. Ieri come oggi, i racconti della fantasia che chiamiamo miti continuano a dimostrarsi più forti di qualsiasi realtà.

Armando Santarelli Essere uomo Due parole: un verbo e un sostantivo; grandi enigmi: come? quando? dove? e soprattutto perché? Non credo che Dio Padre Onnipotente, quando abbia deciso di creare l’uomo, se li sia posti tutti … ci sarebbe stato di che impazzire, forse, però dopo tempi memori di profeti, profezie avverate, il diluvio, le guerre, la

schiavitù, la liberazione, le tavole della legge e quant’altro, magari ha deciso di dare una mano a questa umanità. Non avrebbe potuto renderci dono più grande: immenso Amore. La storia ci insegna che la cupidigia spesso è più forte della generosità e nessuno si presterebbe ad abbassarsi a fragilità inequivocabili, avendo la possibilità di esserne al di sopra, eppure Dio ha fatto del Suo unico figlio un uomo, un uomo come e per noi. L’esplorazione dell’”umanità” é cominciata con la figura di Maria, in Fraternità c’è voluta più di un’occasione per rendere giustizia ad una Donna SANTA, ma pur sempre una semplice donna, ed è proseguita con Giuseppe. Chiunque con


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un po’ di buon senso avrebbe lasciato perdere un figlio non suo ed una moglie in stato interessante prima delle nozze …; e poi, durante il cammino quaresimale, eccolo, Gesù. Bambino prodigio, a dodici anni già discuteva con i saggi del Tempio; carisma da vendere, tanto da convincere prima dodici persone a seguirlo, così, dall’oggi al domani, senza nessuna assicurazione di niente (neanche del pane quotidiano), e poi folle immense a seguirlo. Grandi miracoli: dall’acqua in vino, alla cacciata dei demoni, dal perdono ai pentiti alle frustate nel tempio per liberarlo dai profanatori. E poi, nel Getsemani, solo Lui, un uomo con la paura del presente. Sì, anche nostro Signore ha provato paura, la più insidiosa fra le debolezze umane. Proprio lei, nascosta e in agguato, che stringe questi poveri mortali in una morsa sempre semi -chiusa; lei, pronta dietro ogni angolo a gettare amarezze nella vita come zucchero a velo, sottile e ingannevole; lei, madre di scelte doverose e incompiute, padre di responsabilità fuggite e figlia di un istinto povero di fede. Ma se ci è cascato anche il Figlio di Dio … E’ vero anche Gesù, come Maria e Giuseppe prima di Lui e tutti i Santi dopo di Lui, ha avuto paura. Paura di essere lasciato solo, abbandonato dagli Apostoli, forse anche un po’ dimenticato dal Padre, però la sua cieca fede, lo ha portato all’obbedienza. Questo ci insegna che è vano il detto “ma Lui è il figlio di Dio” per giustificare le nostre inadempienze. Dio creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, l’intera umanità è figlia di Dio, e per dimostraci il Suo immenso amore, ha reso uomo il Figlio, prediletto donandogli una morte di croce. Che bel regalo, nella nostra moderna concezione questa è una sventura, sottrarre una vita per salvarne altre, ma il sacrificio sarà stato almeno proficuo? Se ognuno di noi provasse a rispondere, ne sentiremmo delle belle! E’ stato vano nella bestemmia e nel dolore, nella paura e nell’amarezza; è stato proficuo nella preghiera e nel dolore offerto a Dio, nella fede e nella consapevolezza che l’amarezza può, con l’aiuto di Dio essere spunto di gioia. Al lavoro, in Chiesa, con gli altri, e soprattutto in famiglia non c’è un decalogo comportamentale, magari. Ognuno cerca di af-

frontare la vita come meglio ritiene opportuno, i mezzi ci sono, la preghiera non è mai stata tanto decantata eppure è un’arma fuori moda, sebbene molto efficace. In Fraternità, Peppe e Laura non si stancano mai di dircelo, tanto che ogni incontro si apre e si chiude con una preghiera, Don Silvio, poi, quest’anno festeggia il suo primo venticinquesimo di ordinazione sacerdotale e cosa ha chiesto? Preghiere, preghiere, preghiere, il nostro parroco Don Giuseppe, ha speso la sua vita per la preghiera e non sono certo gli anni, e sono presenti, a scoraggiarlo. Ora, gli strumenti ce li abbiamo, gli esempi anche; chi aspettiamo? Essere uomini: come, quando, dove e soprattutto perché, è una scelta, mi auguro, consapevole per ognuno di noi, perché a Dio niente è impossibile, se ci ha reso tali è perché ci ama di un amore infinito, cerchiamo di non sciuparlo. Non occorrono grandi opere, anche piccoli gesti, la tolleranza dell’altro, pensare ogni tanto “grazie per quello che ho”, una preghiera per cominciare la giornata, …un piccolo gesto può significare tanto per chi lo riceve. Siamo “armati” di preghiera, è ora di partire, l’Uomo è risorto dai morti per la nostra salvezza, non dimentichiamolo. Elisa Mansi

MAGGIO MESE MARIANO Il 31 maggio con la festa della Visitazione di Maria e la processione con la statua della Madonna del Rosario di Pompei abbiamo concluso solennemente il mese di Maggio, dedicato alla comunione con Maria, Madre di Gesù e Madre nostra. Il mese Mariano, è,come ha sottolineato il nostro parroco Mons Giuseppe Imperato in una sua Omelia,deve essere considerato un tempo prezioso ed importante nel cammino di fede, per rafforzare la “formazione permanente” a cui siamo chiamati come battezzati. Egli ha sottolineato che tutti i cristiani devono sentire questa responsabilità,cercando di non perdere le opportunità che il Signore offre, per meglio approfondire il Vangelo. Il Papa, i Vescovi, i sacerdoti hanno degli appuntamenti importanti programmati, in cui si incontrano per riflettere ed approfondire la Parola di Dio; anche a noi laici è data la

possibilità di approfondimento attraverso catechesi, lectio divina, incontri di preghiera; tante opportunità da cogliere per diventare cristiani autentici. Nella nostra Comunità Parrocchiale, l’esperienza del mese mariano è stato un momento di intensa preghiera. Ogni pomeriggio alle 18,30 , ci siamo riuniti per la recita del Santo Rosario. Nella nostra comunità , da qualche anno, si introducono i Santi Misteri cantando con le note del “13 Maggio”. Come diceva Sant’Agostino “chi canta prega due volte”, ed è proprio così, cantando già si intreccia una intensa comunione tra noi e la Santa Vergine ; ricordando di volta in volta i Misteri, abbiamo ripercorso la vita di Gesù, ma soprattutto abbiamo meditato sulle Virtù di Maria che, a partire dal suo “ Sì” all’arcangelo Gabriele ha donato tutta la Sua Vita al Progetto di Dio per la redenzione del mondo, attraverso il Figlio. Alle 19,00 ogni sera la Celebrazione Eucaristica ha completato il momento di preghiera. Altro dono spirituale che ci è stato offerto nel mese di Maggio è stata la Parola di Dio. Nel tempo di Pasqua si proclamano brani tratti dagli Atti degli Apostoli. Letture importanti che ci danno testimonianza della semplicità, della letizia, della fede e dell’amore che hanno caratterizzato la nascita della prime comunità cristiane e quanto sia dirompente l’azione dello Spirito Santo.

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SEGUE DA PAGINA 7 Ancora, nel tempo pasquale, fino alla Domenica di Pentecoste, tempo di gioia e di contemplazione, si leggono i brani del Vangelo di Giovanni, che si riferiscono alla Resurrezione di Gesù ed alle apparizioni ai discepoli. Il Vangelo di Giovanni focalizza alcuni “ aspetti teologici” molto importanti. Giovanni passa dalla descrizione delle “donne, di Pietro e Giovanni che trovano il sepolcro vuoto”, a Gesù che si rende visibile ai dieci, poi agli undici con il ritorno di Tommaso. Ancora Giovanni racconta di Gesù che incontra i discepoli di Emmaus, a cui spiega le Scritture. Gesù Buon Pastore che salva le pecore, Gesù Via, Verità e Vita, Gesù che dona la Pace; sono sempre aspetti fondamentali della fede presenti nel suo Vangelo. Approfondendo questi motivi abbiamo contemplato,commossi, che Maria è la protagonista umile e discreta della vita di Gesù , è la “ prima e perfetta discepola” perchè è vissuta in ascolto della Parola di Dio, che ha diligentemente tradotta nella vita di ogni giorno. Osservando ogni insegnamento, nel suo cuore colmo di Spirito Santo, ha conservato e meditato ogni cosa , dimostrando di amare Gesù, non solo come Mamma, ma prima ancora “ come ancella umile ed obbediente”. Maria, inoltre è stata il “cuore spirituale” dei primi passi della Comunità cristiana , con la Sua Presenza è stata memoria vivente del Signore Gesù, diventando così anche Madre della Chiesa . Con un cuore solo ed un’anima sola abbiamo invocato l’intercessione della Beata Vergine ogni sera, concludendo le Celebrazioni con il canto del “Magnificat” e del “ Regina Coeli” . Quest’anno, in particolare, 350° anniversario della Traslazione della reliquia del sangue di San Pantaleone nella cappella che attualmente la custodisce, abbondanti sono stati i doni spirituali elargitici. Dal 16 al 22 Maggio abbiamo meditato, attraverso le dense riflessione proposteci da Don Carlo Magna, sul significato del culto delle Reliquie dei Santi Martiri e in particolare della Reliquia di San Pantaleone che gelosamente custodiamo a Ravello. Il 23 Maggio, in occasione della Memoria Liturgica di Santa Rita da Cascia, Mons. Imperato ci ha invitato a meditare su quest’altro

fulgido esempio di santità e di fedeltà al Vangelo, il cui culto a Ravello da alcuni decenni si è sempre più dedicato ad opera di alcuni devoti da non dimenticare: i coniugi Prof. Mario Schiavo e Rosa Pagano. I fervidi momenti di riflessione e preghiera sperimentati nel mese consacrato a Maria possano ci stimolino a progredire con sempre maggiore impegno il nostro cammino di formazione per raggiungere una fede adulta e responsabile.

Enrico Medi lo scienziato “illuminato” dal tabernacolo

Giulia Schiavo

MEMORIA DI UN GRANDE EVENTO La Comunità Ecclesiale di Ravello, dal 14 al 22 maggio u.s., ha celebrato solennemente la festa di “San Pantaleone di Maggio” nella speciale ricorrenza del 350 ° anniversario della traslazione della reliquia. Una memoria che ci unisce idealmente alla “Civitas Ravellensis” del XVII secolo allorquando, su iniziativa del Vescovo Michele Bonsio, per assicurare una degna collocazione al prezioso tesoro di cui la chiesa ravellese era gelosa custode, fu edificata la “Cappella Nuova” dedicata al patrono della città. Le celebrazioni, iniziate il 14 maggio con la solenne esposizione della statua e la Santa Messa animata dal Coro Gregoriano “Laudate Dominum” di Caiazzo, sono poi proseguite con un settenario di preparazione ai festeggiamenti del 22 maggio, con omelia di Don Carlo Magna che si è soffermato sull’importanza del culto delle reliquie. Le messe comunitarie del mattino hanno scandito la giornata conclusiva dei festeggiamenti. In serata, invece, la solenne processione è stata seguita dalla messa vespertina, “con grande concorso di popolo devoto”, che si è conclusa con il canto del Te Deum e l’incensazione della reliquia. Non sono mancate, come vuole la tradizione, le dolci melodie affidate la Concerto Bandistico “Città di Minori” mentre, ancora una volta, in onore del santo patrono, il cielo si è vestito a festa con i caroselli colorati della scuola pirotecnica vesuviana.

Guardando al Prof. Enrico Medi si comprende come tutta la sua vita sia stata un inno all’Eucaristia. La Comunione è stata per lui il vero pane di vita che lo ha nutrito ogni giorno. Il suo apostolato,attraverso conferenze,dibattiti,scritti,partecipazioni televisive e interventi radiofonici,aveva due punti di riferimento:l’Eucaristia e la Madonna. Sempre ottimista e felice,anche nelle difficoltà e incomprensioni,tutta la sua vita è stata un atto di amore verso Dio e il prossimo. “Ogni nostra chiesa,dove è un tabernacolo contenente il Santissimo Sacramento- scriveva lo scienziato è la casa di Dio, vivo,presente,vero,reale,palpitante di amore;è qui,è qui. Maria se lo stringe al cuore,ce lo dona ogni mattina: è Lui,è Lui. Oh Signore,con quale pazzia di amore infinito hai pensato di donarci Te stesso nell’Eucaristia e lo hai fatto e lo ripeti ogni giorno”. Pio XII gli concesse il privilegio di tenere il Santissimo Sacramento nella cappella che aveva fatto costruire nella sua casa a Roma. La cappella era il suo rifugio;al mattino,appena alzato,scendeva a salutare Gesù.E la sera,prima di ritirarsi,si fermava nella cappella dove venivano a Luigi Buonocore dargli la buonanotte le figlie dopo aver pregato sul gradino dell’altare.


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Acquisizione della scultura contemporanea:

Il Christus Patiens di Carlo Previtali

Sabato 14 maggio, nella Sala d’Arte Contemporanea della Pinacoteca del Duomo di Ravello, è stata ufficializzata la donazione della scultura Christus Patiens del maestro bergamasco Carlo Previtali alla Collezione d’Arte Contemporanea del Duomo di Ravello. L’evento è stato presieduto da S.E. Rev.ma Mons. Orazio Soricelli, Arcivescovo di Amalfi – Cava de’ Tirreni, che ha proceduto alla benedizione alla presenza di Mons. Giuseppe Imperato, Parroco del Duomo, dell’artista Carlo Previtali, di Claudio Caserta, storico dell’arte e Direttore dei Musei del Duomo di Ravello, di Domenico Montalto, critico d’arte e giornalista di “Avvenire”, e di Francesca Bianucci, curatrice di eventi d’arte religiosa (ad esempio il “Bimillenario di Cristo”). L’iniziativa è promossa e curata dalla Parrocchia Santa Maria Assunta del Duomo di Ravello e dall’Associazione per le Attività Culturali del Duomo di Ravello. La donazione della scultura Christus Patiens alla Collezione d’Arte Contemporanea del Duomo di Ravello è un evento di rilievo nazionale: infatti, all’interno della ricca produzione artistica di Carlo Previtali, l’arte sacra occupa un posto di indiscusso rilievo e la scultura del Christus Patiens ne assume ora ruolo paradigmatico: “Il Crocefisso è uno dei miei temi ricorrenti insieme alla Resurrezione e alla Natività, rappresenta un punto cardi-

ne sul quale si fondano i contenuti profondi del cristianesimo: sacrificio e speranza, dono della propria vita per i grandi ideali di Redenzione... L’urgenza di affrontare il tema del Crocefisso è dovuta alla forte suggestione che questo luogo sacro in stile romanico ha suscitato in me. Ho intuito che poteva essere l’occasione per approfondire il tema del Cristo sofferente che, se pur affrontato molte volte, è sempre suscettibile di ulteriori approfondimenti”. Nello scritto che apre il volumetto, pubblicato a Milano per i tipi di Lubrina, a corredo e testimonianza dell’evento, S.E. Rev.ma Monsignor Orazio Soricelli attesta: “L’età contemporanea, con i suoi profondi e complessi disagi, ha reso ancor più attuale l’emergenza di riscoprire il Cristo che soffre in noi; ora in un tempio della Fede dal sentimento che procede oltre il tempo, quale il Duomo di Ravello, la “Crocefissione” di Carlo Previtali offre al pellegrino come all’agnostico il luogo del reincontro universale; e, forse, nel corso dell’ascolto di questo dialogo, ci accorgeremo di quanto quest’opera sia contemporanea al Cristo medioevale già nel transetto dell’antica Cattedrale di Ravello. Considerazioni, queste, che mi inducono a compiacermi per l’impegno profuso da quanti si sono prodigati per arricchire la collezione museale del Duomo e per aver suggerito, negli spazi dell’arte, ulteriori percorsi per la Fede”. Nel corso della cerimonia, proceduto alla benedizione, S.E. Soricelli, dopo aver indirizzato un caloroso e grato ringraziamento all’artista, ha ricordato come Ravello possieda un notevole patrimonio artistico, accresciutosi lungo i secoli grazie alla sensibilità ed alla lungimiranza dei Vescovi, del Capitolo della Cattedrale e delle nobili famiglie. Un affresco umano e religioso che ha evidenziato come, fin dal Secolo XI, si sia inteso diffondere la fede attraverso l’arte, impegno che continua nel contemporaneo anche attraverso iniziative come questa con lo scultore Carlo Previtali. Tutto ciò consente ai numerosi visitatori che ogni anno frequentano Ravello, anche non credenti o lontani dalla

fede, di avvicinarsi a Dio, attraverso il provocante messaggio dell’arte che parla al cuore. “Il Crocefisso del Previtali”, ha continuato l’Arcivescovo Soricelli, “quasi in grandezza naturale, con due monconi di braccia, appare come un antico e rovinato reperto medioevale, scarnificato ed emaciato dal dolore, parla al visitatore e manifesta fino a che punto sia giunto l’amore del Figlio di Dio, allorquando ha preso su di sé le sofferenze dell’umanità. Il mistero del dolore può portare lontano da Dio, ma può anche condurre a Lui, proprio in quanto il Cristo ha assunto il dolore e lo ha redento: il dolore, dunque, quale misura dell’amore. La capacità di saper soffrire manifesta anche la capacità di amare. L’Uomo della Croce ha un linguaggio silenzioso, espressivo, incisivo e comprensibile a tutti”.


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Master di II livello “Architettura, arti sacre e liturgia”

Si è concluso a Ravello il seminario “Il Duomo di Ravello e quello di Amalfi: simboli e immagini” Lo scorso 20 maggio si è aperta a Ravello una tre giorni di approfondimento su arti sacre e liturgia. Nelle sale di Villa Rufolo, infatti, si è svolto a due anni dalla prima edizione il seminario “Il Duomo di Ravello e quello di Amalfi: simboli e immagini” nell’ambito del Master di II livello “Architettura, arti sacre e liturgia”, organizzato dal Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, dall’Università Europea di Roma e dal Centro Universitario Europeo per i Beni Culturali di Ravello. L’argomento del seminario ha reso molto interessante i vari interventi dei relatori che partendo da un approccio al tema molto generale hanno poi ristretto il campo ponendo attenzione alle opere d’arte contenuti nei due scrigni della Costa d’Amalfi. Dopo i saluti portati ai partecipanti dal sen. Alfonso Andria, presidente del Centro Universitario, che ha sottolineato come sia importante per le comunità locali che intorno a due evidenze architettoniche religiose della Costa possa aprirsi un dibattito che ha finalità didattiche per coloro che sono chiamati a costruire, restaurare edifici di culto e ad operare nell’ambito dell’arte sacra, e l’introduzione ai lavori fatta dall’Ing. Salvatore Claudio La Rocca e dal Prof. Pietro Graziani, membri del Comitato Scientifico del Centro Universitario, hanno preso il via i lavori. Tra i vari interventi, tutti particolarmente notevoli per il contenuto innovativo nella storia degli studi del settore, ha richiamato l’attenzione di tutti i partecipanti quello di Don Nicola Mattia che ha presentato un’approfondita analisi dei simboli che si incontrano nell’arte sacra con particolare rapporto con i luoghi delle Sacre Scritture a cui essi sono collegati. Il breve excursus sull’ambone Rufolo e su quello Rogadeo ha permesso di comprendere al meglio ciò che gli antichi coglievano più facilmente di noi nella simbologia legata ai bestiari e erbari me-

dievali. Qui la stella a sei punte che costituisce la decorazione che si ripete quasi ossessivamente sull’ambone è il simbolo di Gesù a cui si rivolge la Chiesa innamorata del suo Signore; il gallo e l’allodola, entrambi animali che cantano al sole nascente, simbolo di Cristo, sulla lastra laterale del pannello centrale, sono rivolti verso il lettorino dove veniva posto il Vangelo, mentre l’Agnello crociato, simbolo di Cristo stesso, guarda l’assemblea, posizione che ha un forte significato, considerato che l’allodola, tra tutti gli animali, è quella che ha più richiami al linguaggio simbolico: la Chiesa che si solleva verso Dio (relativamente al fatto

che l’allodola si solleva orizzontalmente verso il sole che sorge), gli annunciatori del Vangelo che di fronte al mistero che Cristo sono in silenzio (l’allodola suole rimanere in silenzio nei campi di grano), la testimonianza stessa di Cristo che annuncia la Buona Novella (il canto dell’allodola); la Vergine Odegitria, del pannello laterale, accompagna lo sguardo dell’osservatore verso Cristo e la sua Parola che vengono proclamati dal diacono. Per quanto riguarda poi l’ambone Rogadeo, Don Nicola Mattia ha messo in evidenza che nulla era lasciato al gusto della committenza o alla sensibilità dell’artista ma anche dove alcuni aspetti sembrano rispondere a stilemi artistici proprio lì si nasconde il simbolo: la coda della pistrice disegna un otto che è sim-

bolo dell’ottavo giorno, annuncio dell’eternità. Il relatore ha poi posto l’attenzione sul fatto che il linguaggio artistico della Chiesa quando non trovava un corrispondente simbolo nelle figure reali pescava nella simbologia mitologica, come nel caso dell’araba fenice che, la leggenda vuole, quando sta per morire fa un nido alto e si lascia bruciare dai raggi del sole rinascendo poi dalle sue stesse ceneri, oppure si rifaceva ai miti che circondavano alcuni animali, come l’aquila che quando sta per morire vola verso il sole e da esso prende la forza per ritornare a vivere (simbolo del cristiano che prende forza dal battesimo in Cristo per cominciare una nuova vita). Nel pomeriggio del primo giorno si è dato spazio all’intervento sulla legislazione riguardante la tutela dei beni culturali, affidato al Prof. Pietro Graziani, il quale in un’ampia panoramica che ha presentato la situazione antecedente e poi successiva all’unità d’Italia ha voluto porre l’attenzione su come poi sia difficoltoso poter definire una tutela completa dei beni culturali ecclesiastici quando essi si trovano non solo sul territorio nazionale ma anche all’estero dovendo far riferimento a legislazioni tra loro molto diverse dove anche la terminologia non appare univoca. Il secondo giorno ha visto l’intervento di Mons. José Manuel Del Rio Carrasco, Sottosegretario della Pontificia Commissione dei Beni Culturali della Chiesa, che ha posto l’attenzione sul patrimonio culturale ed artistico della Chiesa diffuso nel mondo e soprattutto su come coloro che operano nell’ambito dell’architettura e dell’arte religiosa devono tener presente la tradizione e la liturgia, senza i cui riferimenti le opere possono non rispondere alla missione della Chiesa, che è avvicinare gli uomini al Vangelo. Interessante la lezione tenuta poi da Mons. Capomaccio sugli amboni Rogadeo e Rufolo del Duomo di


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Ravello, lezione svoltasi nel Duomo stesso e che ha visto la partecipazione attenta anche dei numerosi turisti che hanno potuto godere di un cicerone d’eccezione per la loro visita. Mons. Capomaccio, partendo dal ruolo importante dell’ambone riscoperto con il Concivio Vaticano II, che rimanda non solo alla dignità della Parola ma anche al messaggio e alla presenza di Cristo stesso nella Parola proclamata, ha evidenziato gli elementi artistici ma soprattutto simbolici dei due amboni: nel Rogadeo i cerchi che decorano la lastra inferiore rappresentano la profezia a sinistra, la sapienza a destra mentre i due centrali sono il tempo ante legem e il tempo sub lege (con Riferimento a Paolo ai Romani 6,14), mentre al centro vi è il simbolo del tempo sub gratia: la tomba vuota di Cristo. Interessante la lettura dell’ambone Rogadeo con i riferimenti agli stilemi artistici di Nicola di Bartolomeo da Foggia, che riproduce nella decorazione l’ambientazione dell’annuncio della Resurrezione: le numerose figure e decori floreali riportano al giardino dove le donne seppero che Cristo era risorto. Nuovamente viene evidenziata l’importanza della Vergine Odegitria come compartecipatrice della missione salvifica di Cristo. Il pomeriggio, invece, è stato dedicato all’intervento di Mons. Salvatore Vitiello, direttore del Master, che ha enucleato il problema della trasmissione della Parola e della presenza di Dio durante la sua proclamazione in un discorso più ampio del rapporto dialettico tra liturgia della Parola e liturgia dell’Eucaristia. Interessante anche l’interevento del Prof. Morello sul significato del Duomo di Amalfi e quello di Ravello nella storia civile dei due centri urbani. La serata del sabato si è conclusa per i partecipanti al seminario ma anche per tutta la comunità ravellese con la partecipazione alla liturgia eucaristica animata dal Coro Gregoriano “Laudate Dominum” di Caiazza, che ha fatto da cornice alle celebrazioni in occasione del 350 anniversario della traslazione della reliquia del sangue di S. Pantaleone nella cappella del Sacramento. La domenica mattina è stata dedicata all’intervento del Rev. Prof. Lang, che ha trattato del rapporto dell’arte con la liturgia in un per-

vivere la propria esistenza e un cristianesimo calato nel reale,al servizio degli ultimi,dei diseredati. Diviene un annunciatore del Vangelo attraverso la preghiera,l'Eucarestia,il silenzio. Ci sono persone non conosciute dal grande pubblico,che non parlano molto,ma che vivono seriamente la vita evangelica. SABATINO è una di queste persone. Non interviene un cardinale e in una Diocesi dell'importanza di Milano se non si è veramente in presenza di qualcosa di straordinario che travalica i limiti umani. Dal "Corriere della Sera all'Avvenire è stato definito il "samaritano di Sarno". Il corso di sinossi dei testi scritti nel corso suo apostolato si può riassumere:servizio degli anni da Papa Benedetto XVI, allora a Dio e realizzazione del suo reancora Cardinale Ratzinger, e all’analisi gno,attraverso i diseredati, gli ultimi. del Prof. Molfetta sulla progettazione degli edifici religiosi. La tre giorni si è rivelata, quindi, molto proficua per aggiungere altri particolari alla conoscenza delle nostre bellezze architettoniche e soprattutto per continuare quel percorso grazie al quale ciò che i nostri avi hanno saputo realizzare possa ancora parlare quel linguaggio di fede che fu il motivo per cui furono realizzati. Se noi sapessimo utilizzare a pieno quello stesso linguaggio potremmo senza alcun dubbio permettere a molti di cogliere il Mistero attraverso la bellezza dell’arte. Maria Carla Sorrentino SABATINO IEFUNIELLO:

Un figlio del Sud che ha illuminato il Nord Il vescovo della Diocesi di Nocera Inferiore-Sarno nel novembre del 2002 proponeva quasi "icona",nell'anno pastorale dedicato ai giovani,la figura del giovane SABATINO IEFUNIELLO. La sua vita semplice e calata nel reale fu proposta anche ai giovani della Diocesi di Milano dall'allora arcivescovo Carlo Maria Martini. Nato a Sarno nel 1947,SABATINO viene educato dalla sua famiglia ai valori dell'onestà e al servizio degli ultimi. Vive i suoi primi anni a Piazza Croce in Sarno dove frequenta la parrocchia e le iniziative dell'Azione Cattolica. La svolta spirituale del giovane è costituita dal trasferimento a Milano e lungi dal compiere cose straordinarie,decide di

Aiutò molto fratel Ettore Boschini,anch'egli morto in concetto di santità,della Comunità Rifugio di San Camillo e la sua presenza terrena fu luce di speranza per tante persone sole ed abbandonate al loro destino. SABATINO IEFUNIELLO morì il 30 agosto del 1982 a 35 anni. Le sue spoglie riposano nella Cappella delle Apparizioni della Modonna di Fatima alla Casa Betania di Seveso. I Missionari del Cuore Immacolato di Maria hanno avviato la causa di beatificazione ,per essere stato Sabatino un modello eccezionale di virtù eroiche e la testimonianza di carità e di servizio ha già ottenuto numerosi e autorevoli riconoscimenti nel popolo di Dio.

Achille Benigno


CELEBRAZIONI DEL MESE DI GIUGNO GIORNI FERIALI, PREFESTIVI E FESTIVI Ore 18.30: Santo Rosario e Coroncina del Sacro Cuore Ore 19.00: Santa Messa con Meditazione

2– 9 - 16-23 GIUGNO: ADORAZIONE EUCARISTICA dopo la S. Messa 5 GIUGNO - VII DOMENICA DI PASQUA - ASCENSIONE DEL SIGNORE

Ore 8.00-10.30– 19.00: Sante Messe 11 GIUGNO SOLENNITA’ DÌ PENTECOSTE - VIGILIA

Ore 19.00 Messa Vespertina della Vigilia 12 GIUGNO GIORNO DÌ PENTECOSTE

Ore 8.00-10.30– 19.00: Sante Messe 13 GIUGNO S:ANTONIO DA PADOVA 19 GIUGNO XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO SOLENNITA’ della SS. TRINITA’ Ore 8.00-10.30– 19.00: Sante Messe 21 GIUGNO S. LUIGI GONZAGA 23 GIUGNO SOLENNITA’’ DELLA NATIVITA’ DÌ S.GIOVANNI BATTISTA - VIGILIA

Ore 19.00: Messa Vespertina 24 GIUGNO GIORNO DELLA SOLENNITA’

Ore 19.00 Messa della Solennità 25 GIUGNO Inizio del Mese di preghiere in preparazione della festa patronale

Ore 18.30: Santo rosario,coroncina Ore 19.00 Santa Messa Vespertina della solennità

26 GIUGNO XIII DEL TEMPO ORDINARIO SOLENNITA’ DEL SS. CORPO E SANGUE DEL SIGNORE

Ore 8.00-10.30: Sante Messe 19.00: Processione del SS.Sacramento

2 8 GIUGNO SOLENNITA’ DEI SANTI PIETRO E PAOLO APOSTOLI - VIGILIA

Messa Vespertina

29 GIUGNO GIORNO DELLA SOLENNITA’ 30 GIUGNO

XI anniversario dell’Ordinazione Episcopale di S.E. Mons. Orazio Soricelli Arcivescovo di Amalfi - Cava de’Tirreni.

Profile for giuseppe imperato

Incontro giugno 2011  

chiesa Ravello

Incontro giugno 2011  

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