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Per una Chiesa Viva Anno V- N. 10 – Novembre 2009 www.chiesaravello.it

P ERIODICO DELLA COMUNITÀ ECCLESIALE DI RAVELLO

www.ravelloinfesta.it

I FEDELI LAICI NELL’ANNO SACERDOTALE Nella solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, venerdì 19 giugno 2009, – giornata tradizionalmente dedicata alla preghiera per la santificazione del clero – il Papa Benedetto XVI ha indetto ufficialmente un “Anno Sacerdotale” per ricordare il 150° anniversario della morte di Giovanni Maria Vianney, il Santo Patrono di tutti i parroci del mondo. Tale anno, che si concluderà nella stessa solennità del 2010,nelle intenzioni del Papa deve contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi. Nella Lettera per l’indizione della’anno sacerdotale che rappresenta non tanto una astratta riflessione teologica sul sacerdozio quanto una ricca testimonianza di vita concreta e generosa del Santo Curato, tutti i membri della Chiesa, presbiteri e laici, devono sentirsi provocati e interrogati. Il Sacerdozio è “l'amore del cuore di Gesù”, soleva dire il Santo Curato d’Ars. Questa toccante espressione ci permette anzitutto di evocare con tenerezza e riconoscenza l’immenso dono che i sacerdoti costituiscono per la Chiesa, ed anche per la stessa umanità, ma ci invita anche a riconsiderare come in virtù del sacerdozio comune conferito ai fedeli nel Sacramento del battesimo, tutti i cristiani laici devono sentirsi coinvolti e cointeressati nell’anno sacerdotale. Tra l’altro,nel presente contesto storico della vita ecclesiale,se riscopriamo il va-

lore del sacerdozio comune dei fedeli,in forza della reciprocità vocazionale, saremo anche capaci di comprendere meglio e puntare su quello che la Grazia opera in cuori sacerdotali totalmente rivolti al Padre Celeste, più che sottolineare le debolezze umane di alcuni Ministri della Chiesa che lo stesso Papa accusa e denuncia. “ Ciò che massimamente può giovare in tali casi alla Chiesa non è tanto la puntigliosa rilevazione delle debolezze dei suoi ministri, quanto una rinnovata e lieta coscienza della grandezza del dono di Dio , concretizzato in

splendide figure di generosi Pastori, di Religiosi ardenti di amore per Dio e per le anime, di Direttori spirituali illuminati e pazienti”. La lettera del 16 giugno 2009 con cui Benedetto XVI ha presentato ai sacerdoti del mondo l’Anno sacerdotale 20092010, è una lettera commossa e densa di afflato pastorale, consapevole delle difficoltà che il sacerdozio incontra nel mondo d’oggi, difficoltà segnate dalla diminuzione del numero di vocazioni, e anche

dalle discussioni sul ruolo sociale del clero. In essa, additando il Curato d’Ars, il Papa indica a tutti i membri della Chiesa una strada precisa: la santità personale, e la consapevolezza identitaria del sacerdote. Il Curato d’Ars non tracciò ambiziosi piani pastorali per la sua parrocchia, non si disperse in problematiche organizzative: pregava, si mortificava, celebrava la Messa, predicava, stava in confessionale anche per quattordici ore di seguito. E in questo modo è diventato un luminoso punto di riferimento per tutta la Chiesa. Nella Lettera agli Ebrei (5,1) leggiamo che il sacerdote: «scelto fra gli uomini» (consacrazione), questa è l’identità del sacerdote, «viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio» (missione). L’Anno sacerdotale non riguarda solo i sacerdoti: tutto il Popolo di Dio è chiamato a pregare per la santità dei sacerdoti, per le nuove vocazioni, per un sempre migliore esercizio della missione sacerdotale. Un grande santo dello scorso secolo della Chiesa,San Josemaría Escrivá, soleva ripetere che tutti, nella Chiesa, sacerdoti e laici, dobbiamo avere «anima sacerdotale e mentalità laicale». Anima sacerdotale significa farsi carico del bene delle persone, vivere una spiritualità che abbia il suo centro nella santa Messa e, per i laici, trasformare le occupazioni quotidiane (anzitutto, il lavoro professionale), in l u o g o d ’i n c o n t r o c o n D i o.

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SEGUE DALLA PRIMA Mentalità laicale vuol dire rispettare le competenze dei singoli membri del Popolo di Dio, evitando il doppio pericolo del clericalismo e del laicismo, nonché il rischio della laicizzazione del clero e della clericalizzazione del laicato, segnalati da Giovanni Paolo II nella Christifideles laici. Il sacerdozio ministeriale e il sacerdozio comune, come il Concilio Vaticano II ha definitivamente sancito, differiscono per essenza, e non solo per grado. La specificità del sacerdote, e la sua funzione ecclesiale, è in primo luogo di celebrare «in persona Christi» i sacramenti dell’Eucaristia e della Penitenza, di insegnare la dottrina cattolica e di svolgere le funzioni di governo previste dal Codice di diritto canonico. La specificità del laico, invece, è la «secolarità», cioè il compito di santificare il mondo dall’interno, riconducendo a Dio tutta la creazione. Per far questo i laici, illuminati dal Magistero, agiscono con libertà personale e con responsabilità altrettanto personale, senza interferenze e senza invasioni di campo. Nella struttura organica della Chiesa, Corpo di Cristo, il sacerdozio ministeriale è al servizio del sacerdozio comune dei fedeli, ed entrambi cooperano alla costruzione del Regno, senza etichette e senza confessionalismo. La lettera di Benedetto XVI ai sacerdoti contiene anche «un particolare invito a saper cogliere la nuova primavera che lo Spirito sta suscitando ai nostri giorni nella Chiesa, non per ultimo attraverso i Movimenti ecclesiali e le nuove Comunità [...] Dalla comunione tra ministri ordinati e carismi, infatti, può scaturire un valido impulso per un rinnovato impegno della Chiesa nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo della speranza e della carità in ogni angolo del mondo». Davvero l’Anno sacerdotale sia per tutti occasione di preghiera, di ringraziamento, di collaborazione fra sacerdoti e laici, chiedendo all’intercessione del santo Curato d’Ars una nuova fioritura di vocazioni, facendo riscoprire ai genitori il santo orgoglio di avere un figlio sacerdote.

Dalla lettera d’indizione dell’anno sacerdotale

“Il suo esempio mi induce a evidenziare gli spazi di collaborazione che è doveroso estendere sempre più ai fedeli laici, coi quali i presbiteri formano l’unico popolo sacerdotale [9] e in mezzo ai quali, in virtù del sacerdozio ministeriale, si trovano “per condurre tutti all’unità della carità, ‘amandosi l’un l’altro con la carità fraterna, prevenendosi a vicenda nella deferenza’ (Rm 12,10)”.[10] È da ricordare, in questo contesto, il caloroso invito con il quale il Concilio Vaticano II incoraggia i presbiteri a “riconoscere e promuovere sinceramente la dignità dei laici, nonché il loro ruolo specifico nell’ambito della missione della Chiesa… Siano pronti ad ascoltare il parere dei laici, considerando con interesse fraterno le loro aspirazioni e giovandosi della loro esperienza e competenza nei diversi campi dell’attività umana, in modo da poter insieme a loro riconoscere i segni dei tempi”.[11] Ai suoi parrocchiani il Santo Curato insegnava soprattutto con la testimonianza della vita. Dal suo esempio i fedeli imparavano a pregare, sostando volentieri davanti al tabernacolo per una visita a Gesù Eucaristia.[12] “Non c’è bisogno di parlar molto per ben pregare” – spiegava loro il Curato - “Si sa che Gesù è là, nel santo tabernacolo: apriamogli il nostro cuore, rallegriamoci della sua santa presenza. È questa la migliore preghiera”. [13] Ed esortava: “Venite alla comunione, fratelli miei, venite da Gesù. Venite a vivere di Lui per poter vivere con Lui... [14] “È vero che non ne siete degni, ma ne avete bisogno!”.[15] Tale educazione dei fedeli alla presenza eucaristica e alla comunione acquistava un’efficacia particolarissima, quando i fedeli lo vedevano celebrare il Santo Sacrificio della Messa. Chi vi assisteva diceva che “non era possibile trovare una figura che meglio esprimesse l’adorazione... Contemplava l’Ostia amorosamente”.[16] “Tutte le buone opere riunite non equivalgono al sacrificio della Messa, perché quelle sono opere di uomini, mentre la Santa Messa è opera di Dio»,[17] diceva. Era convinto Don Giuseppe Imperato che dalla Messa dipendesse tutto il fervore della vita di un prete: «La causa della

rilassatezza del sacerdote è che non fa attenzione alla Messa! Mio Dio, come è da compiangere un prete che celebra come se facesse una cosa ordinaria!”.[18] Ed aveva preso l’abitudine di offrire sempre, celebrando, anche il sacrificio della propria vita: “Come fa bene un prete ad offrirsi a Dio in sacrificio tutte le mattine!”.[19] Questa immedesimazione personale al Sacrificio della Croce lo conduceva – con un solo movimento interiore – dall’altare al confessionale. I sacerdoti non dovrebbero mai rassegnarsi a vedere deserti i loro confessionali né limitarsi a constatare la disaffezione dei fedeli nei riguardi di questo sacramento. Al tempo del Santo Curato, in Francia, la confessione non era né più facile, né più frequente che ai nostri giorni, dato che la tormenta rivoluzionaria aveva soffocato a lungo la pratica religiosa. Ma egli cercò in ogni modo, con la predicazione e con il consiglio persuasivo, di far riscoprire ai suoi parrocchiani il significato e la bellezza della Penitenza sacramentale, mostrandola come un’esigenza intima della Presenza eucaristica. Seppe così dare il via a un circolo virtuoso. Con le lunghe permanenze in chiesa davanti al tabernacolo fece sì che i fedeli cominciassero ad imitarlo, recandovisi per visitare Gesù, e fossero, al tempo stesso, sicuri di trovarvi il loro parroco, disponibile all’ascolto e al perdono. In seguito, fu la folla crescente dei penitenti, provenienti da tutta la Francia, a trattenerlo nel confessionale fino a 16 ore al giorno. Si diceva allora che Ars era diventata “il grande ospedale delle anime”.[20] “La grazia che egli otteneva [per la conversione dei peccatori] era sì forte che essa andava a cercarli senza lasciar loro un momento di tregua!”, dice il primo biografo.[21] Il Santo Curato non la pensava diversamente, quando diceva: “Non è il peccatore che ritorna a Dio per domandargli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore e lo fa tornare a Lui”.[22] “Questo buon Salvatore è così colmo d’amore che ci cerca dappertutto”.[23]”

BENEDETTO XVI


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Cristiani sì, ma con la bocca chiusa

da Giovani per i Giovani

Nel mese dedicato a tutti i Santi, ci piace proporre un’affascinante riflessione di un educatore di giovani che, con lo stile del grande apostolo dei giovani, S.Giovanni Bosco, ci invita a riflettere sulla comune vocazione alla santità. Il più delle volte, nell’immaginario collettivo, esiste l’idea che parlare di santità è fuori moda. È un tema da non toccare, se vuoi apparire cool. In effetti, per molti di noi educatori, non più propriamente giovani, la prima reazione è di non entrare in questo ‘territorio’. Quasi ci sentiamo obbligati a non parlarne per rispettare questo “divieto” che incombe su di noi, senza che nessuno ce l'abbia imposto. E andiamo avanti così. In una società dove tutte le proposte valgono nel nome della libera espressione, sia quelle giudicate positive sul momento, come anche quelle percepite negative, ad aver la libertà di parlare di santità ci si vergogna. Anche noi che abbiamo fatto la scelta per Cristo, tiriamo avanti sotto questa nuvola, che giustamente il Papa chiama la ‘tirannia del relativismo’. Da alcuni anni a questa parte, nei miei incontri con i giovani ho scelto di non rimanere più sottomesso a ciò che mi sembra ingiusto. E questo per vari motivi. Primo, è ingiusto che io debba chiudere la bocca quando ci sono in gioco le mie

più forti convinzioni. In una società democratica, aperta, non è ammissibile che la mia vita sia costretta al contrario. Tutti hanno diritto di dire e di fare la loro, e io, come credente, mi devo ritirare? Questo non mi pare corretto. Il rischio di questa scelta, parlare chiaramente di cristo e di santità, è farsi strada come un carro armato, avere una mentalità da crociata. Se loro sono fatti così, allora io mi comporto con la loro stessa logica. Questa non è la strada da percorrere. Io non testimonio la mia fede in contrapposizione a ciò che mi circonda. Io vivo la mia fede in relazione a Colui che mi abita. Ed è qui la novità perenne della fede cristiana. La fede non è mai reazione, conflitto, aggressione. La fede, al contrario, è una scelta di amore perché si fonda su una scelta di fede che diventa fonte di speranza certa. Perciò l’ingiustizia di rimanere con la bocca chiusa, si pone nei miei stessi riguardi, in quanto, ho fatto la scelta per Cristo. Non posso scegliere di seguirlo, e

tutto questo rimane una cosa segreta. LA BELLEZZA DELLA MIA FEDE Il secondo motivo della mia scelta di non rimanere nel silenzio è la responsabilità che io porto nei riguardi dei ragazzi e dei giovani con i quali vivo la mia scelta educativa. Coloro che io incontro, e che mi vengono incontro, lo fanno perché sono credente. Non è giusto che io dia loro tutto, eccetto la bellezza della mia fede – fonte di speranza e motivo ultimo del

mio amore. Se io do tutto ai giovani ma non mi offrodi accompagnarli nella loro ricerca di fede, allora io non ho dato niente. I giovani hanno voglia di incontrare persone che dalla loro vita hanno fatto un’esperienza di senso perché hanno scelto di seguire Cristo. Se questo desiderio io non la accolgo offrendo loro il nucleo esistenziale della mia fede, allora io li sto tradendo. APOSTOLI DEI GIOVANI Un terzo motivo, che continua ad animare la mia scelta è il seguente. L’esempio che noi Salesiani abbiamo ereditato da Don Bosco non è soltanto legato all’educazione dei giovani sui binari dell’umano e del religioso. Don Bosco è andato più in là: ci ha anche invitati a formarli e a proporre loro di essere protagonisti del bene in tutte le sue forme. E tra queste forme, c’è quella di essere apostoli dei giovani, segno tra i loro compagni. In un periodo di grandi sfide per la Chiesa del suo tempo, Don Bosco sognava con gli occhi aperti e i piedi per terra. Non si era chiuso nella sacrestia. Ha saputo intravedere nel momento presente, il momento di grazia, il momento dove Dio poteva incarnarsi attraverso la testimonianza sua, ma anche quella dei suoi giovani. Questo intuito va molto più in là della semplice condivisione della fede. Questa visione porta l’educatore a creare esperienze e offrire processi di crescita umana e spirituale nei quali i ragazzi e i giovani crescono con orizzonti aperti a Dio ed al prossimo. Un pensiero di Martin Buber riflette benissimo la grandezza di Don Bosco, quando scrive che solo nella misura che raggiungiamo il remoto, possiamo veramente incontrare il prossimo. Continua a pagina 4


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SEGUE DA PAGINA 3 APOSTOLI DEI GIOVANI Un terzo motivo, che continua ad animare la mia scelta è il seguente. L’esempio che noi Salesiani abbiamo ereditato da Don Bosco non è soltanto legato all’educazione dei giovani sui binari dell’umano e del religioso. Don Bosco è andato più in là: ci ha anche invitati a formarli e a proporre loro di essere protagonisti del bene in tutte le sue forme. E tra queste forme, c’è quella di essere apostoli dei giovani, segno tra i loro compagni. In un periodo di grandi sfide per la Chiesa del suo tempo, Don Bosco sognava con gli occhi aperti e i piedi per terra. Non si era chiuso nella sacrestia. Ha saputo intravedere nel momento presente, il momento di grazia, il momento dove Dio poteva incarnarsi attraverso la testimonianza sua, ma anche quella dei suoi giovani. Questo intuito va molto più in là della semplice condivisione della fede. Questa visione porta l’educatore a creare esperienze e offrire processi di crescita umana e spirituale nei quali i ragazzi e i giovani crescono con orizzonti aperti a Dio ed al prossimo. Un pensiero di Martin Buber riflette benissimo la grandezza di Don Bosco, quando scrive che solo nella misura che raggiungiamo il remoto, possiamo veramente incontrare il prossimo. CHI HA PAURA DI FARSI SANTO? Ecco la sfida che noi, oggi, abbiamo. Non aver paura di parlare della santità: santità come scelta di seguire Colui che è santo, noi, che malgrado i nostri peccati e i nostri limiti, continuiamo a vedere in Lui la nostra unica speranza. Il nostro credere, allora, è una scelta che va vissuta all’insegna del cammino, esattamente come i discepoli di Emmaus. Gesù cammina con loro, increduli, che vuol dire senza fede, e senza nessuna speranza per il futuro in Colui nel quale hanno posto tutta la loro fiducia, Gesù accetta, perfino, di percorrere la strada nel senso sbagliato: ascoltandoli con pazienza, per poi aiutarli ad aprire gli occhi sulla storia più grande, più bella. Lo ospitano nella loro casa ‘perché si fa sera’. E

lì, la loro carità si trasforma in una esperienza eucaristica. Lo stesso può capitare a noi se ci lasciamo innamorare di Gesù. Il bello di tutto questo è che ci sono molti più giovani pronti ad ascoltare e a seguire Gesù di quanti noi vogliamo ammettere. La loro sete di Dio e la fame che hanno del senso che Gesù offre è il nuovo scenario della società post-moderna.

Di che dobbiamo aver paura? Solo di ciò che ci rende schiavi dentro. Di ciò che ci fa credere che le mie scelte non sono ammissibili se non sono omologate con la mentalità che mi circonda. È di questo che dobbiamo aver paura. IL CUORE FISSO IN DIO La pista davanti a noi è fatta di libertà interiore che non conosce confini. Libertà che trova in Dio e nel suo Figlio Gesù Cristo la forza necessaria per andare avanti. E questa forza ha un nome: lo Spirito Santo. Concludo con le parole iniziali di un filmato su youtube intitolato «Ci fu un uomo inviato da Dio»: I Santi sono creature che hanno scolpito nella loro vita la passione del Signore. Hanno fissato il loro cuore in Dio e per lui sono vissuti. Uomini e donne di tutti i tempi. Anche del nostro tempo, con le stesse sfide, ansie e paure. Per noi Salesiani, don Bosco è un dono del Signore alla Chiesa. È segno e proposta di Dio per amare e servire i giovani del mondo intero. Ricordando l’operosa esistenza di don Bosco noi vogliamo ringraziare e benedire l’infinita bontà di Dio che è glorificato nei suoi Santi.

Fabio Attard sdb

EDUCARE ALLA VITA

La responsabilità educativa delle giovani generazioni è divisa fra la famiglia e la scuola ,investe anche la società tutta e non possiamo pensare che il compito di trasmettere i valori fondamentali della vita , non ci appartenga .Non bisogna però affrontare quella che è ormai definita “emergenza educativa”, con pessimismo , perché se a volte sembrano prevalere atteggiamenti e stili di vita insensati e privi di fondamento , dall’altro si incontrano giovani seri , educati , coerenti che hanno già saputo dare un senso alla loro vita e risposte adeguate ai loro interrogativi . La responsabilità è degli adulti di oggi , i genitori in primo luogo , che non sanno più educare , e spesso si lasciano vincere dalla tentazione di rinunciare al loro ruolo ? O dei giovani che preferiscono seguire altre mode , altri idoli, e si lasciano affascinare da una mentalità e da una cultura che il più delle volte porta a dubitare del “ valore della persona umana”? Piuttosto che attribuirsi colpe sarebbe auspicabile che ciascun “ agenzia educativa” riscoprisse il proprio ruolo al fine di realizzare “un’autentica educazione”. I genitori si dovrebbero persuadere che il tempo trascorso insieme ai propri figli è “il migliore investimento” ; momenti preziosi in cui si comincia ad educare alle virtù umane “ fondamento dell’educazione cristiana” . Se tra mamma e papà regna l’Amore, la comprensione ,il rispetto, impariamo l’affetto e la fiducia verso Dio Padre. Il genitore, con doti di maturità e coerenza incarna i valori umani e della fede ; con il proprio esempio di vita , rassicura i figli , li affascina con scelte coerenti , essi allora , non esiteranno ad affrontare la vita con serietà così come loro insegnato .Il primo problema che i genitori si trovano ad affrontare è insegnare il limite : è importante far capire ai figli che non necessariamente devono e possono ottenere tutto , devono essere dettate delle regole anche per contenere aspetti ed atteggiamenti a volte “inadeguati e disordinati .” La famiglia è il luogo dell’accoglienza , dell’ ascolto , della confidenza , in cui si impara a condividere, ad incoraggiare e


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a valorizzare le capacità ed i carismi degli altri , a capirne le aspirazioni .Ogni vero educatore deve saper donare qualcosa di se stesso, deve aprire il cuore in profondità per “ produrre vita in pienezza e dare speranza” , per dimostrare che ogni persona ha bisogno dell’amore dell’altro , per rigenerare la vita. In un cammino formativo, inoltre, è importante educare all’impegno serio e laborioso , alla fatica. In un tempo , in cui si da maggiore importanza al benessere ed al piacere , parlare di “ sofferenza, di sacrificio” , sembra fuori luogo .Cercando di tenere al riparo i giovani dalle difficoltà e dalle esperienze negative, si rischia di far crescere persone fragi-

un optional. Non bisogna dimenticarsi che i giovani hanno innanzitutto un’anima. La famiglia ,ha il fondamentale compito dell’Educazione alla fede cristiana ! I genitori devono aspirare a far crescere i propri figli in sano ambiente affettivo , cosi che i figli si aprono fiduciosi alla vita ,a gli altri , a Dio . Anzi dovranno sentire l ‘esigenza di un legame amoroso con Dio Padre che “ è Amore e vive in se stesso un mistero di comunione e di amore.” Solo quando i nostri giovani sentiranno l’esigenza di coltivare e rafforzare la loro relazione con Dio , potremmo pensare di aver in parte raggiunto il nostro obiettivo di una “ vera e sana educazione”.

Giulia Schiavo

La montagna di Dio

li e poco generose. “ La capacità di amare corrisponde alla capacità di soffrire e di soffrire insieme.” I genitori di un tempo hanno insegnato ai loro figli che è necessario “ la costanza e la pazienza” per costruire la propria vita con gioiosa fatica , hanno educato alla responsabilità , affinando le capacità dei figli ad “ affrontare le difficoltà e gli impegni imprevisti della vita”. Compito educativo dei genitori , anche nel nostro tempo attuale, è di aiutare i figli a “ crescere autonomi ed autosufficienti”. L’autonomia viene raggiunta quando i figli si sentono amati ,sanno di poter contare sull’aiuto ,sui consigli dei genitori, essi devono sentirsi accolti e perdonati, anche quando commettono degli errori. In una società di “sregolatezze”, punto più delicato del compito educativo è trovare il giusto equilibrio tra “ libertà e disciplina”. “Senza regole di comportamento e di vita fatte valere giorno per giorno anche nelle piccole cose , non si forma il carattere e non si viene preparati ad affrontare le prove che la vita riserva.” Educare le nuove generazioni alla fede, poi , non è

Concludendo i lavori del Sesto Convegno di Studi, dedicato alla figura di San Nicola da Myra, abbiamo annunciato la pubblicazione di La montagna di Dio (Rubbettino editore), ultima fatica letteraria del nostro collaboratore Armando Santarelli. A dispetto dell’argomento, un viaggio spirituale al Monte Athos, è un libro che si lascia leggere con facilità, perché la scrittura è forte e intensa, ma semplice e chiara. Il libro emoziona sin dalle prime pagine, e non potrebbe essere diversamente: il Monte Athos rimane infatti uno dei luoghi più affascinanti e misteriosi dell’intero pianeta. Un luogo dove da millenni dimorano solo monaci ed eremiti. Una realtà senza compromessi, che ancor oggi si pone come un’autentica provocazione per l’uomo occidentale: perché si sceglie di entrare

in una dimensione di vita quasi medievale? A che pro trascorrere intere nottate nella preghiera e nella liturgia? Perché ci si ostina a vietare l’ingresso alle donne e agli animali di sesso femminile? La risposta emerge con chiarezza dalle pagine del libro di Armando Santarelli: al Monte Athos, il tempo, la liturgia, gli edifici di culto, la vita del monaco, ogni cosa ruota attorno a Dio. Ultima grande oasi spirituale della cristianità, l’Agion Oros rimane uno dei pochi luoghi al mondo dove il senso del sacro si contrappone con forza drammatica al dilagante secolarismo dei nostri giorni. Agion Oros, Porta del Cielo, Giardino della Panaghia: sono alcuni degli attributi di questo lembo di terra greca che da sempre è luogo di refrigerio privilegiato per chi ha sete di Dio. Qui si può assecondare la propria attitudine spirituale aderendo alle rigorose regole comunitarie dei monasteri cenobitici, o al più libero regime idiorritmico delle skiti, o vivendo nell’assoluta solitudine eremitica degli askitiria. Il risultato è lo stesso, come spiega il teologo Basilio di Iviron: “L’intero Oros, con la sua sostanza fisica e spirituale, ti plasma, ti porta nel suo seno, per una nuova vita”. Questa nuova vita è l’esichia, la pace interiore, l’unione col Cristo lucente del Tabor. E’ u n ’e s p eri e nz a spirituale molto difficile, che si conquista attraverso un’ascesi lunga e dolorosa. Ma chi attinge l’esichia vive un’altra vita, un’altra dimensione, che si riflette nei gesti, nella voce, nello sguardo. Si può percepire Dio con i sensi? E’ la domanda, rivela l’autore, che ha rappresentato la ragione principale del suo pellegrinaggio all’Agion Oros.

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SEGUE DA PAGINA 5 La risposta, muta ed eloquente come tutta la vita del Monte Athos, è impressa sul volto di Agathangelos, il monaco che il narratore incontra nella parte più impervia del deserto verticale athonita: un volto che dopo la preghiera si illumina, trasfigurato da una divina esultanza. Ognuno ha i suoi idoli, i suoi eroi, i suoi miti. Partecipiamo con enorme entusiasmo agli spettacoli di attori, cantanti, calciatori, artisti. Ma esistono uomini che sono giunti ai vertici di una diversa disciplina, il perfezionamento spirituale: sono gli ieronda, le guide spirituali che attendono il pellegrino per aiutarlo a edificare uno spazio di conversione. La montagna di Dio è un libro ispirato, perché, insegna Proust, “si è sempre ispirati quando si parla di ciò che si ama”. Ma l’autore si premura costantemente di rimanere in disparte, di non svelare le conquiste più intime del suo itinerario

Monte Athos - Monastero di S. Pantaleone

spirituale. E’ l’Athos a rimanere sempre al centro della narrazione, con il suo misticismo, le tradizioni, la storia millenaria, ma soprattutto l’esempio dei santi uomini che lo abitano. La montagna di Dio ci fa comprendere che le lunghe ore di liturgia e le continue preghiere, i pasti frugali, la rinuncia alla modernità e al benessere, costituiscono il senso della severa scelta esistenziale del monaco athonita. E che, pur nella sofferenza, la vita di chi, come un artista, lavora se stesso spiritualmente giorno dopo giorno, è una vita di filocalia, di amore della bellezza, perché coronata dall’intima gioia della comunione col Signore. La Redazione

La guarigione di Galina Samsonova

ad opera di san Pantaleone Pubblichiamo la testimonianza di Galina Samsonova raccolta dalla Dott.ssa lucana Vitagrazia Pisani, laureata in lingua e letteratura etiopica antica con una particolare tesi dal titolo “La versione etiopica degli “Atti di Pantaleone” martire a Nicomedia”. Con l’occasione esprimiamo pubblicamente alla studiosa vivissimi complimenti per l’interessante contributo fornito alla ricerca e alla conoscenza del santo Patrono, nonché per la generosa collaborazione offertaci nel raccogliere dalla viva voce della signora uzbeka, dimorante in Basilicata, la testimonianza della guarigione attribuita all’intercessione di San Pantaleone. La signora SAMSONOVA Galina, nata il 29 gennaio 1957 a Samarcanda in Uzbekistan, è in Italia da 5 anni, dove, a Pietrapertosa (Potenza), è sposata (da quattro anni) con il signor Antonio Mazza. La storia di cui ci fa partecipi Galina riguarda la sua guarigione, una guarigione improvvisa ad opera - dice - di San Pantaleone. La signora, nel novembre 2004, si accorge di essere malata di cancro. Ai primi sintomi (tra cui tremori agli arti e tachicardia), grazie a un medico amico del dottor Cianciarulo di Castelmezzano, la signora viene ricoverata per due settimane presso l’Ospedale San Carlo di Potenza dove, dimagrendo di ben otto chili in tre giorni di rigoroso digiuno, le vengono prescritti dei medicinali ad alta dose per diminuire i valori ormonali (della tiroide) che risultavano molto alti. Nel giugno del 2005, viene operata alla tiroide; in seguito, però, l’esame istologico fa registrare un decorso tumorale, per cui la signora Galina inizia un ciclo di hemioterapia presso

l’Ospedale di Cosenza. In seguito alla prima chemio, durante la notte (tra il 9 e il 14 di novembre 2005), sta molto male. Verso le 4/5 del mattino, Galina vede un’ombra con una punta rossa come il sangue e sente due voci: una di donna, che le dice: “Sei arrivata proprio in ritardo”, e la voce da uomo che risponde: “E’ arrivata in tempo!”. Poi sente sul suo corpo un alito di vento, come se qualcuno le soffiasse sopra, e avverte subito un sollievo al suo dolore fisico. La mattina, sul far del giorno, immediatamente si accorge che sopra di lei, sulla parete, è appesa l’icona di san Pantaleone, santo a cui la signora era devota, e che ella identifica con la voce e l’ombra percepite durante la nottata. Subito, mette per iscritto e riferisce al marito quello che le è accaduto, chiedendogli di cercare un’immagine di san Pantaleone, al quale chiede scusa perché prima di questo momento non lo aveva molto “considerato”. Il marito esce dall’ospedale di Cosenza, alla ricerca anche di informazioni su un santuario di san Pantaleone e la prima persona a cui si rivolge gli indica il santuario di Ravello, sulla costiera amalfitana. Il male, dopo quella notte, va via completamente. In seguito, due scintigrafie registrano che il tumore è scomparso del tutto. Nel giugno 2006, Galina e il marito si recano a Ravello, dove incontrano il parroco, mons. Giuseppe Imperato, a cui raccontano la guarigione miracolosa.

Vitagrazia Pisani


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Pellegrinaggio a Fatima e Santiago de Compostela 9-15 ottobre 2009 Lo scorso 9 ottobre da Ravello è partito un piccolo gruppo di ravellesi, insieme ad alcuni rappresentanti della Parrocchia di S. Andrea Apostolo, diretti ad una delle mete più importanti della devozione mariana, Fatima, e ad una delle più famose destinazioni del pellegrinaggio medievale, Santiago di Compostela, senza tralasciare una nota di turismo culturale con la visita di Lisbona e Coimbra. Il clima, non solo quello meteorologico, che ha accompagnato l’intero giro è stato splendido, come splendida è stata l’esperienza della visita ai luoghi delle apparizioni della Vergine ai pastorelli di Cova d’Iria all’inizio del secolo scorso. L’arrivo, infatti, previsto a Santiago e poi spostato ad Oporto, ci ha permesso di essere già a sera nella piccola cittadina portoghese, che si preparava a vivere il ricordo dell’ultima apparizione della Madonna il 13 ottobre, quella passata alla storia perché caratterizzata dal fenomeno del sole che sembrava cadere sulla terra. Questo piccolo cambiamento di programma è sembrato a molti il segno che la Madonna ci volesse subito in questo luogo carico di spiritualità che coinvolge chiunque si rechi lì. Ed infatti, subito dopo la sistemazione in albergo, ci siamo recati subito nella piazza dove è costruita la cappella delle apparizioni e lo stupore è stato grande: nonostante un po’ di freddo e l’ora un po’ tarda migliaia di persone si erano ritrovate vicino alla cappella per la recita del Rosario internazionale e la processione con la statua della Vergine. La visione di questa piazza, dove, su un lato, sotto una struttura di copertura molto grande, si nota la piccola cappella bianca recintata da una balaustra di marmo con la statua della Madonna che viene

portata in processione solo nel giorno in cui si ricorda l’apparizione, riempie il cuore di una tranquillità e di una gioia che raramente si riesce a provare. Ci si sente immersi in un grande mistero e non si può fare a meno di pregare, nonostante la confusione, le lingue di tutto il mondo che si confondono e si fondono. E proprio questa sensazione si prova a recitare la sera il Rosario internazionale: nonostante il tuo vicino stia recitando l’Ave Maria in un’altra lingua hai l’impressione che la preghiera provenga da un unico coro e che si innalzi al cielo

per assolvere all’invito che la Madonna rivolse nel 1917 ai tre pastorelli in riparazione dei peccati. L’esperienza a Fatima è continuata con la messa in italiano il sabato, quando l’affluenza minore di fedeli ha permesso ad ognuno di noi di vivere intensamente l’incontro con Maria, di affidare a Lei le nostre preoccupazione, le nostre gioie e le nostre suppliche; la domenica abbiamo, invece, partecipato alla messa internazionale che si celebra sull’altare centrale, costruito sulle gradinate che conducono alla chiesa, dove sono sepolti i due pastorelli, morti giovanissimi a causa dell’influenza spagnola, e suor Lucia, l’unica sopravvissuta dei tre e morta qualche anno fa. Interessante è stata la visita al museo, dove sono raccolti tutti i doni che la Madonna, detta pellegrina, perchè gira il mondo portando il messaggio di Fatima, riceve in questi viaggi: bello è stato ap-

prezzare che il culto per la Vergine coinvolge ricchi e poveri, cristiani e non, considerato che, oltre ai doni dei Papi e delle comunità religiose che hanno accolto Maria, ci sono offerte provenienti da ogni angolo della Terra, anche non cristianizzato. Ma l’oggetto più carico di significato è la corona che viene posta sulla testa della Madonna solo in occasione del ricordo delle apparizioni, ogni 13 del mese da maggio ad ottobre; quella corona contiene la pallottola che ha colpito il Santo Padre Giovanni Paolo II all’attentato del 13 maggio del 1981. La pallottola, infatti, fu consegnata dal Papa al Vescovo di Fatima come segno di riconoscenza per la protezione accordatagli dalla Madonna in quell’occasione e ha trovato posto al di sotto della parte sommitale della corona senza che si sia dovuto ricorrere a nessun lavoro di aggiustatura. Anche il pomeriggio riservava sorprese per un salto nel passato di inizio secolo scorso con la visita delle case dei tre pastorelli e dei luoghi dove apparve l’angelo l’anno prima dell’apparizione della Vergine, concludendosi poi con l’incontro con il nipote di Francisco e Giacinta. Ancora più coinvolgente è stata l’esperienza a Fatima il 13 ottobre, quando abbiamo partecipato alla messa internazionale, celebrata dal Cardinale Policarpo in preparazione del pellegrinaggio che il Papa Benedetto XVI farà a maggio prossimo in questi luoghi. Se la domenica c’era tanta gente in piazza, il 13 ottobre quella piazza a stento riusciva a contenere quanti erano giunti per l’occasione: il solo bacio dell’altare da parte dei concelebranti la messa è durato mezzora e, grande sorpresa, la processione è stata aperta dalla statua della Madonna che normalmente si trova nella teca di vetro vicino la cappellina.

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SEGUE DA PAGINA 7 Il viaggio è continuato a Lisbona, con la visita della cattedrale dedicata a S. Vincenzo Ferrer e della chiesa di S. Antonio, che ingloba parte della casa del Santo che qui visse prima di recarsi in Oriente e morire a Padova. La visita di Lisbona ci ha portati sulla piazza principale, pronti ad apprezzare la bellezza dei luoghi e la ricchezza della storia di questa città. Inoltre la visita del Monastero dei Geronimiti, patrimonio dell’Unesco, costruito presso il porto per onorare coloro che partivano attraversando l’oceano, e dell’Acquario ci hanno permesso di apprezzare in pieno la vivacità di questa bellissima città. Anche Coimbra, sede della più antica università del Portogallo, ci ha riservato belle sorprese. Le ripide scale che conducono al centro della città, alto sul corso del fiume sottostante, permettevano di apprezzare l’islamicità di questo centro portoghese. Per concludere, l’ultima tappa di questo cammino alla riscoperta della fede e del significato del pellegrinaggio ci ha condotti in Spagna a Saniago de Compostela, dove si può ancora oggi apprezzare l’atmosfera degli antichi cammini medievali. La bellezza dell’architettura manuelina della cattedrale, la strutturazione composita dell’area intorno al tempio dove riposa l’apostolo Giacomo, strutturazione che conduceva il pellegrino attraverso un percorso obbligato sì da permettergli l’ultima purificazione prima dell’accesso, e la ricchezza culturale degli abitanti ci hanno fatto scoprire un mondo che, se non fosse che è l’estrema punta dell’Europa verso l’Occidente, sembrerebbe appartenere ad una città mediterranea. Come i pellegrini di un tempo, anche noi eravamo giunti alla meta del nostro viaggio, anche se ci restava da dare ancora uno sguardo dall’alto alla bella città portoghese di Oporto, che divisa in due dalle anse del fiume Douro, ci salutava dandoci appuntamento alla prossima volta.

A Ravello va in scena la solidarietà Progetto Famiglia e gli albergatori della costiera amalfitana, uniti per i giovani in Burkina Faso.

“Io studio, grazie a Dio e grazie a voi” è lo slogan dell’iniziativa, promossa dall’Associazione Progetto Famiglia, che ha puntato i riflettori sulla difficile situazione di chi desidera studiare in uno dei paesi più poveri dell’Africa sub-sahariana: il Burkina Faso dove non è difficile all’imbrunire trovare i ragazzi studiare per strada, sotto i pochi lampioni presenti a Koupela, perché a casa manca l’energia elettrica: ecco da dove è nata l’idea dell’Associazione Progetto Famiglia, da anni impegnata in progetti di

cooperazione internazionale. Un progetto che pone al centro l’istruzione. L’alfabetizzazione è alla base di tutto, viene prima ancora della salute. Istruzione significa partecipazione, parità di genere, salute, giustizia sociale, libertà. L’Africa ha un potenziale enorme di giovani che vogliono studiare: anche se le loro famiglie s’impegnano per aiutarli, spesso le condizioni di povertà non permettono loro di realizzare questo grande sogno. In nome di una necessità che possiamo definire primaria, Progetto Famiglia ha organizzato una serata di solidarietà grazie alla cortese accoglienza e Maria Carla Sorrentino disponibilità della famiglia Vuilleumier, proprietaria della fantastica location Villa Cimbrone, e di Antonio Mansi, ammini-

stratore del Consorzio di Promozione turistica “Ravello Sense”. La serata, che ha visto la presenza di molti noti esponenti dell’imprenditoria campana, delle autorità locali e degli albergatori della costiera amalfitana, ha permesso di presentare il progetto e di raccogliere fondi per la realizzazione di una biblioteca, ed adesioni per il progetto “adozioni a distanza di studenti burkinabè”. Giorgio Vuilleumier, proprietario di Villa Cimbrone, intervenendo alla serata, spiega le motivazioni per cui ha scelto di appoggiare l’iniziativa mettendo a disposizione la sua splendida villa: “L’esigenza di questi giovani di poter avere la possibilità di studiare ha interpellato non solo me, ma tutta la mia famiglia tanto che spero di poter andare al più presto in Burkina Faso, insieme agli amici dell’Associazione. Sono contento di ospitare questa serata di solidarietà nella mia location. Noi albergatori dobbiamo aprire gli orizzonti perché questi luoghi incantevoli possano essere non solo fonte di profitto ma anche avamposti di solidarietà”. Sono intervenuti anche don Giuseppe Imperato, parroco del duomo di Ravello e Justin, un giovane burkinabè che ha avuto l’opportunità di studiare in Italia grazie alla disponibilità di una famiglia dell’Agro e oggi è iscritto al primo anno della Facoltà di Giurisprudenza dell’ Università degli Studi Federico II di Napoli.


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Il Beato Bonaventura da Potenza Modello sacerdotale di Obbedienza, Carità, Santità Il giorno 26 Ottobre u.s. la comunitàecclesiale di Ravello si è riunita attorno alla mensa eucaristica per celebrare il Beato Bonaventura da Potenza, esempio di perfezione evangelica, di ascesi, di santità, testimone della Fede che si è speso totalmente per annunciare la lieta novella ai poveri e per servire Cristo nei fratelli bisognosi. L’Ottavario di preparazione alla festa liturgica è iniziato il giorno 18 con la presenza della comunità potentina che, alla presenza delle autorità civili di Ravello e Potenza, ha donato l’olio per l’accensione della lampada votiva del Beato. Le messe comunitarie hanno scandito il giorno festivo e, dopo la processione pomeridiana per le vie del paese, animata dalla banda musicale “Città di Marigliano”, ha avuto luogo il solenne pontificale presieduto dal Cardinale José Saraiva Martins, Prefetto Emerito della Congregazione delle Cause dei Santi. Alla concelebrazione hanno preso parte anche Padre Gianfranco Grieco, Capo Ufficio del Pontificio Consiglio per la Famiglia e Padre Edoardo Scognamiglio, Ministro Provinciale dei Frati Minori Conventuali dell’alma Provincia Religiosa di Napoli e Campania. Momenti intensi che ci riportano a ripercorre la vita di Padre Bonaventura da Potenza, beatificato nel 1775, mentre ci affidiamo alla sua potente intercessione. Si era nel cuore del rigido inverno quando, nel 1710, Padre Bonaventura, in qualità di Superiore, insieme ad altri confratelli raggiunse, percorrendo vie accidentate, una Ravello solitaria, che nelle Visite ad limina appariva “una città con edifici caduti o cadenti e in gran parte rasa al suolo”. Il Vescovo Giuseppe Maria Perrimezzi (1707-1714), dei Minimi di San Francesco di Paola, celebre predicatore e scrittore, aveva infatti richiesto espressamente al Commissario della Religiosa Provin-

cia di Napoli la riapertura del convento francescano di Ravello già soppresso nel 1652. Nella città costiera il frate potentino avrebbe terminato una lunga itineranza, spesa totalmente nel soccorso ai poveri e agli ammalati senza, tuttavia, far mancare una parola di conforto ai nobili che, con

frequenza, si rivolgevano a lui. Amalfi, Napoli, Sorrento, Capri e Ischia, sono solo alcune tappe di un itinerario spirituale, prima che fisico, volto all’imitazione di Cristo sull’esempio del Serafico Padre San Francesco e costellato di eventi prodigiosi, prima di essere nominato Maestro dei Novizi nel Convento di Nocera Inferiore. A Ravello il pensiero del Beato andava spesso alle parole del suo maestro spirituale, il Venerabile Domenico Girardelli da Muro Lucano, altro figlio esemplare della provincia francescana conventuale di Napoli, morto ad Amalfi nel 1683 e sepolto nella chiesa del convento di San Francesco. Egli, tre anni prima della di-

partita, nel momento del commiato aveva profetizzato a Padre Bonaventura la riapertura della casa conventuale della “Città di Ravello col favore di un vescovo amantissimo dei nostri” dove avrebbe trascorso gli ultimi anni prima del suo ritorno alla casa del Padre, “così i corpi sarebbero stati vicini dopo la morte, come gli animi erano stati in vita congiunti”. Nonostante il convento fosse desolato e privo di tutto, persino le suppellettili ecclesiastiche erano difatti indecorose, il Padre Superiore riteneva che non mancava “ciò ch’era necessario e che in convento aveva assai più di quello che si sarebbe meritato”. Il Vescovo lo nominò suo confessore e gli affidò la direzione spirituale dei due monasteri delle “Sacre Vergini nobili, principal coronamento dell’angusta sua Diocesi”. Ma gli altri confratelli abbandonarono la casa conventuale lasciando, per i primi mesi, il Beato in solitudine, fedele all’obbedienza verso il Padre Provinciale, alla carità verso le anime bisognose e all’amore per la povertà. L’instancabile impegno veniva profuso non solo a Ravello ma anche nelle vicine città di Scala, Amalfi, Atrani dove il frate si recava per lenire le sofferenze dei corpi e i tormenti dell’anima. Il Beato era solito trattenersi per lunghe ore dinanzi al SS. Sacramento, tra gemiti e lacrime, sia di giorno che di notte, avendo grande cura della lampada ardente che, con la sua fiamma, segnalava la presenza reale del Signore del Mistero Eucaristico. Questa profonda immersione nel Mistero Eucaristico gli era facilitata a Ravello, dove la sua stanzetta versava, con la finestra, proprio sull’alta-re maggiore. Sempre ilare e giocondo, malgrado le pessime condizioni di salute, egli celebrava l’Eucaristia con grande emozione e partecipazione.

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SEGUE DA PAGINA 9 In prossimità della Consacrazione il volto si trasformava mentre lacrime e sudore bagnavano il frate in estasi. I sui giorni trascorrevano all’insegna della preghiera, della confessione e della predicazione, “si macerava colle discipline, coi cilizi, e con altre penitenze” mentre, pur di sovvenire alle necessità degli ultimi, si privava anche del pane quotidiano, unico mezzo di sostentamento. L’incontro con “sorella morte” si avvicinava: “Io già vedo che le mie infermità si vanno troppo avanzando; è necessario che io muti stanza tra poco”, diceva sei mesi prima della dipartita. Nell’ottobre 1711, assalito dalla febbre, trascorse gli ultimi giorni nella sua cella in compagnia del Cristo Crocifisso che pendeva dalla parete. “Ave Maria, Ave Maria, Ave Maria”, furono le ultime parole, i suoi occhi si chiudevano privando il popolo ravellese, che lo pianse con devozione filiale, di un tesoro inestimabile. Verso la sera del terzo giorno dopo la morte, il corpo del Beato fu trasportato dall’Oratorio in chiesa per essere sotterrato alla presenza del Vescovo e di altri qualificati testimoni. Durante il trasporto, alla vista del Tabernacolo, la salma aprì gli occhi, rimasti sempre chiusi dal momento in cui egli era spirato, e quasi chinò la testa di fronte al SS. Sacramento. Il fenomeno, alla luce delle candele, fu osservato da tutti gli astanti e fu interpretato come un segno con il quale il Signore aveva voluto premiare la grande devozione eucaristica del suo Servo. In quest’anno sacerdotale, segnato dai temi dell’Eucaresita e Penitenza, indetto in occasione del 150° anniversario della morte di San Giovanni Maria Vianney, il Santo Curato d’Ars, la festa del Beato Bonaventura assume un sapore speciale specialmente per la nostra città che ha lo speciale privilegio di custodirne il corpo. Egli, in questo momento di grazia, si pone come modello offrendo tre proposte: la santa messa quotidiana come partecipazione al Mistero di Cristo; la “Visita” al SS. Sacramento come ricerca dell’intimità con Cristo; l’adorazione estatica come contemplazione del Mistero di Cristo. “Questa è la consegna del nostro Beato, questo il suo messaggio” ha

ricordato nell’omelia il cardinale Martins “ un messaggio davvero prezioso per noi sacerdoti ma anche per voi laici, per l’intera chiesa, per tutti. Con il conforto e la testimonianza del Beato Bonaventura cerchiamo di vivere in comunità per essere autentici missionari, autentici evangelizzatori, autentici profeti della fede cristiana, dell’amore, della giustizia, della speranza, di quella speranza di cui ha soprattutto bisogno il mondo di oggi”. In cammino verso il Terzo Centenario della morte del Beato (1711-2001), la nostra comunità possa meditare e valorizzare appieno una fulgida figura sacerdotale che a Ravello ha lasciato un profumo ineffabile di carità, obbedienza, santità.

Luigi Buonocore

IL PRIMO ROMANZO DELLA RAVELLESE EMILIA FILOCAMO Esce ufficialm e n t e “Wolfskin”, il primo romanzo della giornalista ravellese Emilia Filocamo. Si tratta di un e-book, acqui stabile non solo sul sito della casa editrice International Agora Ebooks con sede in Michigan (USA), ma anche su Google Books e su altri siti simili. Una nuova sfida per la giovane scrittrice ravellese, quella di portare il suo libro oltreoceano, che di sicuro vincerà, grazie anche all’intuito dell’editore Donald Jones. Il romanzo si svolge in un turbine avvincente di emozioni, colpi di scena, lotta tra amore e odio, buio e luce, complici e testimoni della crescita esperienziale della protagonista. Da semplice ragazza orfana di madre, con padre ispettore di polizia, assolutamente timida e riservata, Emma Baj, scoprirà l’oscura radice della sua esistenza: è una Wiccan, ovvero una strega. Non aspettatevi però, ricorda Emilia, incantesimi o voli sulle scope, il suo potere è il suo sangue, capace di an-

nientare il suo peggior nemico: l’uomo/ lupo. Anche in questo caso, non c’è nulla di tradizionale o già visto. L’uomo/lupo è un Ulfedhinn, si chiama Damien Mercuri ed è una sorta di guerriero tipico delle saghe celtiche, che ha il compito di uccidere proprio l’unica Wiccan in grado di sterminare la sua specie. Ma, una storia senza passione, senza lotta di pulsioni, di sentimenti diversi e contrastanti non sarebbe tale. Ecco perché in Wolfskin il destino beffardo conduce all’amore i due nemici giurati, che perduti uno nello sguardo dell’altro, vivono tormentati dalla consapevolezza di desiderare proprio ciò che li conduce alla morte. Di ambientazione moderna, con macchine e cellulare -fondamentale la presenza di una Hummer gialla- il romanzo, seppur ruotando intorno alle figure di Emma e Damien è ricco di altri personaggi fantastici, tutti sottoposti al delicato passaggio dal giorno alla notte, che costituisce il principale motivo di sofferenza per i due protagonisti. Al battesimo letterario di Emilia la redazione di “Incontro” ha espresso le sue felicitazioni e gli auguri di maggiori successi per la sua carriera. Auguri assai graditi da Emilia che ha risposto illustrando in modo sintetico ma efficace il contenuto del suo primo romanzo: “il testo è in inglese, ma il mio editore sta lavorando, oltre che al seguito, anche all'edizione italiana che spero possa essere disponibile a breve. E' un romanzo destinato ad un pubblico young/adult ma credo che, trattando tematiche oggettive, luce e tenebra, bene e male, coraggio e paura, vita e morte, seppure in chiave fantastica, possa essere adatto a tutti. Una storia semplice, fatta per sognare, con un pensiero sincero ad una terra martoriata e che amo, l'Abruzzo. Grazie ancora per il messaggio! A presto” La redazione


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CAMMINIAMO INSIEME Nel mese di Novembre coltiviamo il valore: PARLARSI E COMUNICARE per creare relazioni tra le persone attraverso un dialogo diretto, al fine di esprimere esperienze e conoscenze reciproca. Le ragioni che giustificano questa scelta: La realtà che viviamo: La cultura odierna ha diffuso un ampio sentimento di diffidenza e chiusura dell’uno verso l’altro che noi giustifichiamo come mancanza di tempo per parlare tra noi, e spesso le poche parole che ci scambiamo sono formali e di convenienza. L’ideale che vogliamo: La natura dell’essere umano è dialogare e relazionarsi, ognuno ne ha bisogno per realizzarsi come persona. La conversione che ci viene chiesta: Superare la paura dell’altro come un nemico e riscoprirlo come valore per me e la società. Slogan del mese: “TI PARLO DI ME, PARLAMI DI TE” Gesto con cui si vuole far emergere il valore: Attuare momenti di incontri presso famiglie o conoscenti (es.: centri di ascolto di Avvento) su temi sensibili della vita di ognuno e di cui ognuno si sente più disponibile a parlare per trovarne giovamento, inseriti nel contesto del tempo liturgico (quindi si possono fare sia in Avvento che ripetere poi in Quaresima).

LETTERA DELL’ARCIVESCOVO PER IL MESE DÌ NOVEMBRE «Parlarsi e comunicare» Cara famiglia, rieccoci, dopo la pausa estiva, a riprendere il dialogo con te, con questa Lettera periodica che, attraverso il puntuale servizio dei messaggeri parrocchiali, mi permette di stabilire un rapporto di vicinanza, di comprensione e di affetto. Penso spesso alla comunicazione al tuo interno, che rende più vivaci i rapporti tra i tuoi membri: è il modo più immediato per dimostrarsi scambievole fiducia e intesa reciproca. Non dimenticare che è nell’intimità del tuo vivere quotidiano che si impara ad ascoltare il vissuto dell’altro e a raccontare il proprio. Questa conoscenza vicendevole provoca maggiore intesa e, soprattutto, più sensibilità e stima. E’ in famiglia che si impara a superare i limiti della propria individualità e a scoprire l’altro come valore: ti auguro di continuare a mantenere questa rotta!

Ti benedico.

+ arcivescovo Orazio

ESPERIENZE VISSUTE Un vero momento di grazia è stato l’evento del XIII Convegno Ecclesiale Diocesano per la nostra Arcidiocesi di Amalfi – Cava de’ Tirreni vissuto a Cava, presso il Convento San Francesco nei giorni 25 e 26 Settembre u.s. Il titolo del Convegno: “Camminiamo insieme … Corresponsabili e partecipi alla vita ecclesiale” ha espresso in partenza il significato stesso dei lavori di questa annuale assise diocesana: La consacrazione battesimale rende ciascun cristiano parte attiva e coinvolta nel cammino della Chiesa. La Nota dei Vescovi italiani dopo il Convegno Nazionale della Chiesa Italiana a Verona al n° 24 si esprime con questo contenuto: “La partecipazione corale e organica di tutti i membri del popolo di Dio non è solo un obiettivo, ma la via per raggiungere la meta di una presenza evangelicamente trasparente e incisiva” “Tale Convegno Pastorale, nel contesto del progetto diocesano in atto, si è soffermato sulla partecipazione ecclesiale, gli organismi di partecipazione e soprattutto i Consigli pastorali. Relatori del Convegno sono stati il giornalista prof. Giuseppe Savagnone e don Enzo Caruso, del Servizio di Animazione Comunitaria. Incoraggiante l'interesse e la risposta degli oltre 300 partecipanti presenti, dai quali si avverte progressivamente negli anni una maggiore domanda di partecipazione e coerenza pastorale, anche nei riguardi dei pastori, affinché i laici siano messi in grado di qualificare sempre di più il loro servizio non solo entro i confini delle attività specifiche svolte nelle rispettive parrocchie, ma anche nella comprensione più globale di un ministero specifico che esprime tutta intera la missione della Chiesa” (Homepage sito Mov. Mondo Migliore).


CELEBRAZIONI PRINCIPALI DEL MESE DI NOVEMBRE La Messa Vespertina nei giorni festivi (sabato e domenica) sarà celebrata alle ore 18.00 e nei giorni feriali alle 17.30.

5 - 12 - 19 - 25 NOVEMBRE Dopo la Messa feriale Adorazione Eucaristica DOMENICA 1 NOVEMBRE SOLENNITA’ DI TUTTI I SANTI Giornata della santificazione universale Sante Messe: ore 08.00-10.30-18.00 2 NOVEMBRE COMMEMORAZIONE DEI FEDELI DEFUNTI Sante Messe: ore 08.00-10.30-18.00 8 NOVEMBRE XXXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Sante Messe: ore 08.00-10.30-18.00 9 NOVEMBRE Festa della Dedicazione della Basilica Lateranse Ore 18.00: Catechesi per le coppie 10 NOVEMBRE Festa di S. Trifone 11 NOVEMBRE Festa di S. Martino 15 NOVEMBRE XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Giornata del Ringraziamento In Duomo Santa Messe: ore 08.00-10.30-18.00 17 NOVEMBRE Santa Elisabetta d’Ungheria 21 NOVEMBRE Presentazione della B.V. Maria GIORNATA PER LE CLAUSTRALI Ore 10.30: Santa Messa per la “Virgo Fidelis”, Patrona dei Carabinieri DOMENICA 22 NOVEMBRE SOLENNITA’ DÌ N.S. GESU’ CRISTO RE DELL’UNIVERSO Giornata Nazionale di sensibilizzazione al sostegno del Clero In Duomo Santa Messe: ore 08.00-10.30-18.00 29 NOVEMBRE I DOMENICA DÌ AVVENTO

In Duomo Sante Messe: ore 08.00-10.30-18.00 30 NOVEMBRE Solennità di S. Andrea Apostolo, Patrono della Diocesi

Nota: In favore dei fedeli defunti e applicabile ad essi, può acquistare indulgenza plenaria: a) chi visita il cimitero e prega per i defunti nei giorni dal 1 all’8 novembre; b) chi visita una chiesa e recita il Padre nostro e il Credo, nel giorno della Commemorazione dei defunti o nella Solennità di Tutti i Santi. Un’indulgenza parziale a chi visita il cimitero e prega per i defunti; chi recita devotamente le Lodi, i Vespri dei defunti o l’invocazione l’Eterno riposo.


Incontro Novembre 2009