Issuu on Google+

Per una Chiesa Viva Anno V- N. 2 – Marzo 2009 P ERIODICO DELLA www.incontroravello.blogspot.com

COMUNITÀ ECCLESIALE DI RAVELLO

www.chiesaravello.it

Valore e ragioni profonde del digiuno quaresimale Con l’austero e suggestivo rito dell’imposizione delle Ceneri abbiamo iniziato il tempo sacro della Quaresima che prepara l’evento pasquale,considerato il cuore di tutto l’anno liturgico della chiesa e la sintesi di tutti i misteri della salvezza. Meta di questo speciale periodo dell’anno liturgico che deve vederci impegnati in un serio ed impegnativo cammino di fede che dura quaranta giorni, è la Pasqua: il memoriale che rinnova la grazia della passione, della morte e della resurrezione del Signore Gesù. La Quaresima è un tempo di penitenza, che vuole dire conversione e combattimento contro lo spirito del male; è il tempo forte per eccellenza della conversione e del ritorno a Dio. Tutti siamo invitati a ritornare al Signore con tutto il cuore, con digiuni e preghiere, perché attraverso i riti celebrativi di questo tempo liturgico è offerta abbondantemente ai membri della chiesa la inestimabile grazia della salvezza, ovvero della riconciliazione con Dio, centro della nostra vita. Per ridonare slancio e vitalità alla Quaresima già il Concilio Vaticano II, ricordandone soprattutto il suo duplice carattere battesimale e penitenziale, ha indicato i tratti ben definiti di questo periodo speciale dell’anno della chiesa tutto rivolto alla Pasqua. Nel n.109 della Costituzione Liturgica,infatti, si legge. “Il duplice carattere della quaresima - il quale, soprattutto mediante il ricordo o la preparazione al battesimo e mediante la penitenza, invita i fedeli all'ascolto più frequente della parola di Dio e alla preghiera e li dispone così a celebrare il mistero pa-

squale - sia posto in maggior evidenza tanto nella liturgia quanto nella catechesi liturgica. Perciò: a) si utilizzino più abbondantemente gli elementi battesimali propri della liturgia quaresimale e, se opportuno, se ne riprendano anche altri dall'antica tradizione; b) lo stesso si dica degli elementi penitenziali. Quanto alla catechesi poi, si inculchi nell'animo dei fedeli, insieme

con le conseguenze sociali del peccato, quell'aspetto particolare della penitenza che detesta il peccato come offesa di Dio. Né si dimentichi il ruolo della Chiesa nell'azione penitenziale e si solleciti la preghiera per i peccatori”. E al n.110 la Costituzione Liturgica afferma ancora:”La penitenza quaresimale non sia soltanto interna e individuale, ma anche esterna e sociale. E la pratica peni-

tenziale sia incoraggiata e raccomandata dalle autorità... secondo le possibilità del nostro tempo e delle diverse regioni, nonché secondo le condizioni dei fedeli. Sia però religiosamente conservato il digiuno pasquale, da celebrarsi ovunque il venerdì della passione e morte del Signore, e da protrarsi, se possibile, anche al sabato santo, in modo da giungere con cuore elevato e liberato alla gioia della domenica di risurrezione”. Ed è proprio In conformità alla dottrina conciliare che il Santo Padre Benedetto XVI nel messaggio per la Quaresima di quest’anno,che riportiamo integralmente nelle pagine seguenti, ha inteso esortare i credenti a riscoprire il valore e le ragioni profonde del digiuno cristiano. Non una pratica moralistica, con il cuore lontano da Dio, e tanto meno “una misura terapeutica per la cura del proprio corpo”, come impone una certa cultura “segnata dalla ricerca del benessere materiale”. Quello del Papa è’ un invito a soddisfare la fame di Dio con il digiuno del corpo. Per Benedetto XVI digiunare “è in primo luogo una ‘terapia’ per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio”. Una pratica ascetica che diventa “un’arma spirituale per lottare contro ogni eventuale attaccamento disordinato a noi stessi”. Privarsi volontariamente del piacere del cibo e di altri beni materiali – sottolinea Benedetto XVI - aiuta il discepolo di Cristo a controllare gli appetiti della natura indebolita dalla colpa d'origine, i cui effetti negativi investono l'intera personalità umana”.

Continua a pagina 2


I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA

P AGINA 2

SEGUE DALLA PRIMA PAGINA Il digiuno diventa così una forma di mortificazione del proprio egoismo che, nutrita di preghiera e seguita dall’elemosina, apre il cuore all’amore di Dio e del prossimo. Infatti, il digiuno non è fine sé stesso: è scegliere “liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri”. Di qui l’appello a ciascuno di noi,e alle comunità ecclesiali a “mantenere vivo” l’atteggiamento di “accoglienza e di attenzione verso i fratelli” promuovendo “speciali collette” in Quaresima, per dare ai poveri quanto è stato messo da parte grazie al digiuno. E’ nostro dovere,dunque, valorizzare questo tempo per prendere coscienza della continua chiamata a riscoprire sia la memoria del nostro battesimo, sia la memoria del mistero della pasqua di Cristo e della nostra pasqua uniti a lui. In questo tempo di grazia rivolgiamo la nostra attenzione a Cristo e all'uomo: al mistero pasquale di Cristo che illumina la sorte dell'uomo.

Don Giuseppe Imperato

MESSAGGIO Del papa PER LA QUARESIMA 2009 Cari fratelli e sorelle! All'inizio della Quaresima, che costituisce un cammino di più intenso allenamento spirituale, la Liturgia ci ripropone tre pratiche penitenziali molto care alla tradizione biblica e cristiana - la preghiera, l'elemosina, il digiuno - per disporci a celebrare meglio la Pasqua e a fare così esperienza della potenza di Dio che, come ascolteremo nella Veglia pasquale, "sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l'innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l'odio, piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace" (Preconio pasquale). Nel consueto mio Messaggio quaresimale, vorrei soffermarmi quest'anno a riflettere in particolare sul valore e sul senso del digiuno. La Quaresima infatti richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica. Leggiamo nel Vangelo: "Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame" (Mt 4,1-2). Come Mosè prima di ricevere le Tavole della Legge (cfr Es 34,28), come Elia prima di incontrare il Signore sul monte Oreb (cfr 1 Re 19,8), così Gesù pregando e digiunando si preparò alla sua missione, il cui inizio fu un duro scontro con il tentatore. Possiamo domandarci quale valore e quale senso abbia per noi cristiani il privarci di un qualcosa che sarebbe in se stesso buono e utile per il nostro sostentamento. Le Sacre Scritture e tutta la tradizione cristiana insegnano che il digiuno è di grande aiuto per evitare il peccato e tutto ciò che ad esso induce. Per questo nella storia della salvezza ricorre più volte l'invito a digiunare. Già nelle prime pagine della Sacra Scrittura il Signore comanda all'uomo di astenersi dal consumare il frutto proibito: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente

dovrai morire" (Gn 2,16-17). Commentando l'ingiunzione divina, san Basilio osserva che "il digiuno è stato ordinato in Paradiso", e "il primo comando in tal senso è stato dato ad Adamo". Egli pertanto conclude: "Il 'non devi mangiare' è, dunque, la legge del digiuno e dell'astinenza" (cfr Sermo de jejunio: PG 31, 163, 98). Poiché tutti siamo appesantiti dal peccato e dalle sue conseguenze, il digiuno ci viene offerto come un mezzo per riannodare l'amicizia con il Signore. Così fece Esdra prima del viaggio di ritorno dall'esilio alla Terra Promessa, invitando il popolo riunito a digiunare "per umiliarci - disse - davanti al nostro Dio" (8,21). L'Onnipotente ascoltò la loro preghiera e assicurò il suo favore e la sua protezione. Altrettanto fecero gli abitanti di Ninive che, sensibili all'appello di Giona al pentimento, proclamarono, quale testimonianza della loro sincerità, un digiuno dicendo: "Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!" (3,9). Anche allora Dio vide le loro opere e li risparmiò. Nel Nuovo Testamento, Gesù pone in luce la ragione profonda del digiuno, stigmatizzando l'atteggiamento dei farisei, i quali osservavano con scrupolo le prescrizioni imposte dalla legge, ma il loro cuore era lontano da Dio. Il vero digiuno, ripete anche altrove il divino Maestro, è piuttosto compiere la volontà del Padre celeste, il quale "vede nel segreto, e ti ricompenserà" (Mt 6,18). Egli stesso ne dà l'esempio rispondendo a satana, al termine dei 40 giorni passati nel deserto, che "non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio" (Mt 4,4). Il vero digiuno è dunque finalizzato a mangiare il "vero cibo", che è fare la volontà del Padre (cfr Gv 4,34). Se pertanto Adamo disobbedì al comando del Signore "di non mangiare del frutto dell'albero della conoscenza del bene e del male", con il digiuno il credente intende sottomettersi umilmente a Dio, confidando nella sua bontà e misericordia. Troviamo la pratica del digiuno molto presente nella prima comunità cristiana (cfr At 13,3; 14,22; 27,21; 2 Cor 6,5). Anche i Padri della Chiesa parlano della forza del digiuno, capace di tenere a freno il peccato, reprimere le bramosie del "vecchio Adamo", ed aprire nel cuore del credente la strada a Dio. Il digiuno è inoltre una pratica ricorrente e raccomandata dai santi di ogni epoca. Scrive san Pietro Crisologo: "Il digiuno è l'anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica" (Sermo 43: PL 52, 320. 332). Ai nostri giorni, la pratica del digiuno pare aver perso un po' della sua valenza spirituale e aver acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo. Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo luogo una "terapia" per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se stessi alla volontà di Dio. Nella Costituzione apostolica Pænitemini del 1966, il Servo di Dio Paolo VI ravvisava la necessità di collocare il digiuno nel contesto della chiamata di ogni cristiano a "non più vivere per se stesso,


P AGINA 3

ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui, e ... anche a vivere per i fratelli" (cfr Cap. I). La Quaresima potrebbe essere un'occasione opportuna per riprendere le norme contenute nella citata Costituzione apostolica, valorizzando il significato autentico e perenne di quest'antica pratica penitenziale, che può aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad aprire il cuore all'amore di Dio e del prossimo, primo e sommo comandamento della nuova Legge e compendio di tutto il Vangelo (cfr Mt 22,34-40). La fedele pratica del digiuno contribuisce inoltre a conferire unità alla persona, corpo ed anima, aiutandola ad evitare il peccato e a crescere nell'intimità con il Signore. Sant'Agostino, che ben conosceva le proprie inclinazioni negative e le definiva "nodo tortuoso e aggrovigliato" (Confessioni, II, 10.18), nel suo trattato L'utilità del digiuno, scriveva: "Mi dò certo un supplizio, ma perché Egli mi perdoni; da me stesso mi castigo perché Egli mi aiuti, per piacere ai suoi occhi, per arrivare al diletto della sua dolcezza" (Sermo 400, 3, 3: PL 40, 708). Privarsi del cibo materiale che nutre il corpo facilita un'interiore disposizione ad ascoltare Cristo e a nutrirsi della sua parola di salvezza. Con il digiuno e la preghiera permettiamo a Lui di venire a saziare la fame più profonda che sperimentiamo nel nostro intimo: la fame e sete di Dio. Al tempo stesso, il digiuno ci aiuta a prendere coscienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli. Nella sua Prima Lettera san Giovanni ammonisce: "Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l'amore di Dio?" (3,17). Digiunare volontariamente ci aiuta a coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china e va in soccorso del fratello sofferente (cfr Enc. Deus caritas est, 15). Scegliendo liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo. Proprio per mantenere vivo questo atteggiamento di accoglienza e di attenzione verso i fratelli, incoraggio le parrocchie ed ogni altra comunità ad intensificare in Quaresima la pratica del digiuno personale e comunitario, coltivando altresì l'ascolto della Parola di Dio, la preghiera e l'elemosina. Questo è stato, sin dall'inizio, lo stile della comunità cristiana, nella quale venivano fatte speciali collette (cfr 2 Cor 8-9; Rm 15, 25-27), e i fedeli erano invitati a dare ai poveri quanto, grazie al digiuno, era stato messo da parte (cfr Didascalia Ap., V, 20,18). Anche oggi tale pratica va riscoperta ed incoraggiata, soprattutto durante il tempo liturgico quaresimale. Da quanto ho detto emerge con grande chiarezza che il digiuno rappresenta una pratica ascetica importante, un'arma spirituale per lottare contro ogni eventuale attaccamento disordinato a noi stessi. Privarsi volontariamente del piacere del cibo e di altri beni materiali, aiuta il discepolo di Cristo a controllare gli appetiti della natura indebolita dalla colpa d'origine, i cui effetti negativi investono l'intera personalità umana. Opportunamente esorta un antico inno liturgico quaresimale: "Utamur ergo parcius, / verbis, cibis et potibus, / somno, iocis et arctius / perstemus in custodia - Usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande, sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti". Cari fratelli e sorelle, a ben vedere

I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA il digiuno ha come sua ultima finalità di aiutare ciascuno di noi, come scriveva il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, a fare di sé dono totale a Dio (cfr Enc. Veritatis splendor, 21). La Quaresima sia pertanto valorizzata in ogni famiglia e in ogni comunità cristiana per allontanare tutto ciò che distrae lo spirito e per intensificare ciò che nutre l'anima aprendola all'amore di Dio e del prossimo. Penso in particolare ad un maggior impegno nella preghiera, nella lectio divina, nel ricorso al Sacramento della Riconciliazione e nell'attiva partecipazione all'Eucaristia, soprattutto alla Santa Messa domenicale. Con questa interiore disposizione entriamo nel clima penitenziale della Quaresima. Ci accompagni la Beata Vergine Maria, Causa nostrae laetitiae, e ci sostenga nello sforzo di liberare il nostro cuore dalla schiavitù del peccato per renderlo sempre più "tabernacolo vivente di Dio". Con questo augurio, mentre assicuro la mia preghiera perché ogni credente e ogni comunità ecclesiale percorra un proficuo itinerario quaresimale, imparto di cuore a tutti la Benedizione Apostolica.

Benedetto XVI

Lasciamoci riconciliare con Dio Carissimi giovani, lasciamoci accompagnare durante il cammino quaresimale in preparazione alla Pasqua del Signore, dall’intenso appello dell’Apostolo Paolo risuonato durante la celebrazione del Mercoledì delle Ceneri: “Lasciatevi riconciliare con Dio”. Gli studiosi delle sante scritture ci fanno notare che il verbo greco usato da San Paolo per indicare la riconciliazione con Dio è lo stesso usato per la riconciliazione tra due sposi dopo l’esperienza di una infedeltà o tradimento coniugale, una contesa o una lite che ha lasciato un segno nella vita di coppia. Tale interpretazione esegetica è molto profonda e ha un grande fascino perché riscatta questo tempo di grazia dalla pura valenza dei nostri sforzi umani per situarlo nella dimensione sponsale di un Dio innamorato pazzo di ciascuno di noi da muoversi per primo, per riabbracciarci e stringerci al suo petto. Un Dio che si converte a noi, perché Egli è e rimane per sempre “un Dio misericordioso, lento all’ira e grande nell’amore” . Bisogna considerare la Quaresima come il momento favorevole e il giorno della salvezza in cui Dio, nella gratuità del suo amore, non richiede nulla in cambio e non pone condizioni di sorta, tali da umiliare la nostra dignità.

Continua a pagina 4


P AGINA 4

SEGUE DALLA PRIMA PAGINA Questo sì è un Dio davvero meraviglioso e simpatico; un Dio sempre pronto a riallacciare i legami di intimità infranti dalle nostre infedeltà, dalle nostre resistenze e dalla nostra durezza di cuore. E se la Chiesa in questi quaranta giorni ci richiamerà continuamente alla conversione, ricordiamo che essa non è il prezzo, ma il frutto della misericordia di Dio, e che nella sua fedeltà torna a chiamarci nell’esperienza delle nostre debolezze e nelle nostre fughe, una seconda, una terza, una quarta, una quinta volta… Sempre! Perché la nostra conversione è resa possibile grazie al dono preveniente di Dio. Colta nella sua nativa dimensione di dono, la Quaresima non sia perciò un serbatoio di iniziative tradizionali o inedite promosse dalle attività pastorali della diocesi o della comunità parrocchiale, né un’agenda fitta di appuntamenti religiosi a cui non mancare. La nostra risposta all’invito di conversione rivoltoci da Dio dovrà essere invece esprimersi con un’intensa assiduità all’ascolto della Parola perché attraverso di essa Dio rivolge costantemente il suo appello ad abbattere gli idoli seducenti che ci allontanano da Lui, ci inducono a dimenticare l’Evangelo e a contraddire la sua volontà nell’esistenza quotidiana. Decisa risuona perciò la voce di Paolo ai Romani di ieri e ai cristiani di oggi: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto”. Tutto ciò ci permetterà di cogliere il bisogno dell’altro, la sofferenza del debole, la solitudine dell’emarginato, facendoci carico delle forti difficoltà che la crisi economica e finanziaria sta producendo su scala internazionale, sul nostro paese e sulle nostre famiglie, gravando su di esse il suo pesante fardello di problemi irrisolti. Il genuino senso della Quaresima, così come la tradizione ce l’ha consegnato, esige una forte esperienza di vita credente segnata dal digiuno e dall’elemosina: pratiche dal forte sapore biblico da riscoprire e attuare, oggi. Farsi prossimi di chi è in difficoltà deve diventare allora la via regale per tornare a Dio con tutto il cuore. Il tema dell’elemosina dovrà allora risuonare ai nostri orecchi come un’esortazione a non attribuire un valore assoluto al denaro, nella consapevolezza che la speculazione bancaria lo manda in fumo, l’egoistico accumulo ne fa un peso per l’anima. Soltanto la destinazione caritativa lo rende prezioso, cosi come ci ha insegnato il Santo Padre nel suo messaggio per la Quaresima. La conversione quaresimale che ci viene offerta non è quindi una piccola serie di propositi, un riparare qualcosa che rimane superficiale e periferico nel nostro comportamento. Essa invece è un orientamento denso del nostro cuore rivolto a Dio e ai fratelli per una rinnovata fedeltà all’unico Signore vivente e vero. In tal senso la conversione diventerà uno stato di premurosa e amorosa attenzione al progetto di Dio e alle attese di chi geme sotto il torchio della povertà e dell’indigenza. Sarà vera la nostra Quaresima se saremo capaci di adeguare la scala dei valori, relativizzando la nostra comoda esistenza per sintonizzarla al grido di chi non ce la fa ad arrivare alla fine del mese. Ognuno di noi, anche voi giovani, uomini di buona volontà e quanti frequentano le no-

I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA stre comunità parrocchiali dobbiamo mettere in gioco tutte le iniziative per rafforzare la carità, non deludere le attese delle famiglie più indigenti e affinare la speranza attraverso la colletta di carità, come ha fatto Paolo per i poveri di Gerusalemme. Abbandonare uno stile di vita, segnato dall’effimero e dettato unicamente dai propri progetti per affidarla nelle mani di Colui che è principio e fondamento della nostra esistenza, ci permetterà di vivere la Quaresima nella sobrietà, liberi dalle suggestioni del male, confidando nella potenza trasfigurante di Colui che ci ha chiamati allo splendore della sua luce pasquale. Buon cammino quaresimale a tutti voi ravellesi.

don Giuseppe Milo

Confessarsi, ma dal prete?

Il perdono non sia autosuggestione All’Angelus di domenica 18 febbraio il Papa ha ricordato che «i peccati che commettiamo ci allontanano da Dio, e, se non vengono confessati umilmente confidando nella misericordia divina, giungono sino a produrre la morte dell’anima». Ha poi aggiunto che «nel Sacramento della Penitenza Cristo crocifisso e risorto, mediante i suoi ministri, ci purifica con la sua misericordia infinita, ci restituisce alla comunione con il Padre celeste e con i fratelli, ci fa dono del suo amore, della sua gioia e della sua pace». Tuttavia moltissimi solitamente obbiettano: perché confessarsi con un sacerdote? Perché non è sufficiente rivolgersi direttamente a Dio? Vediamo alcune ragioni teologiche ed antropologiche. Per il credente dovrebbe essere vincolante la volontà di Gesù che, proprio nel giorno di Pasqua, ha affidato agli apostoli il ministero della riconciliazione: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimettere resteranno non rimessi» ( Gv 20, 22-23) Inoltre lo stesso Gesù affida a Pietro le chiavi del Regno dei cieli: 'a te darò la chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16,19). Anche San Paolo ( 2 Cor 5, 18-20) dice: «Lasciatevi riconciliare con Dio». Non dice: «riconciliatevi da soli»; bensì: «Lasciatevi riconciliare»; e spiega che «Cristo ha affidato a noi il ministero della riconciliazione». La mediazione del sacerdote scaturisce anche dal fatto che (qui il discorso sarebbe molto lungo) il cattolicesimo è una religione che coltiva la dimensione interiore ed inviolabile, personale del rapporto con Dio, ma non è solo un fatto privato tra il singolo e Dio, bensì comporta (per buone ragioni che non è qui possibile esporre) una dimensione comunitaria ed ecclesiale. Dunque il peccato non è solo un’offesa a Dio, bensì rappresenta anche una ferita al Corpo mistico di Cristo che è la Chiesa, in cui ogni credente è inserito: «Se un membro soffre, tutte le membra soffrono insieme; è se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui», dice ancora Paolo ( 1 Cor 12, 26). E, come ha già magistralmente spiegato nel V secolo Sant’Agostino, nella polemica contro i donatisti, l’efficacia di


P AGINA 5

di ogni sacramento non dipende dalla santità o indegnità del ministro, bensì dalla potenza di Dio, di cui il ministro è strumento. Ancora: l’uomo non è un puro spirito, bensì una sintesi di spirito e corpo, profondamente compenetrati, che sono due dimensioni di un’unica sostanza. Da ciò allora deriva, anche sul piano antropologico, un motivo di ragionevolezza della confessione col sacerdote. Infatti, poiché siamo anche corporei, abbiamo bisogno di gesti e atti corporei per esprimerci, e abbiamo bisogno di gesti corporei nei nostri riguardi. Per esempio, l’amore (genitoriale, amicale, coniugale, ecc.) non è fatto solo di pensieri interiori, bensì si esprime anche attraverso l’abbraccio, il bacio, ecc. Per analogia si può comprendere che anche chi si confessa abbia bisogno di sentire materialmente con le sue orecchie fisiche che il sacerdote gli dica: «Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Ne ha bisogno per essere certo che Dio lo abbia davvero perdonato. Se la confessione fosse solo interiore come potrebbe egli sapere di essere stato perdonato? Solo se avesse una locuzione interiore. Ma, anche in questo caso, come sapere che non si tratta solo di un’autosuggestione?

I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA

cammino più profondo e trovare una vita molto più ricca di significato. Nel IV secolo dopo la nascita di Gesù la situazione non era molto diversa, ma i cristiani testimoniavano di essere capaci di non rinnegare la loro fede e proclamavano che “senza la domenica non possiamo vivere”. Da chi e perché fu pronunciata questa frase? Nel 303 d.C. l’imperatore Diocleziano, dopo anni di relativa calma, scatenò una violenta persecuzione contro i cristiani. Ad Abitene un gruppo di 49 cristiani, contravvenendo agli ordini dell’Imperatore, si riuniva settimanalmente in casa di Emerito per celebrare l’Eucaristia domenicale. Sorpresi durante una loro riunione in casa di Ottavio Felice, vennero arrestati e condotti a Cartagine davanti al proconsole Anulino per essere interrogati. Il proconsole gli chiese: «Perché hai accolto nella tua casa i cristiani, contravvenendo così alle disposizioni imperiali?». Ed ecco la risposta di Emerito: «Sine dominico non possumus»; non possiamo, cioè, né essere né tanto meno vivere da cristiani senza riunirci la domenica per celebrare l’Eucaristia. Questi 49 martiri di Abitene affrontarono coraggiosamente la morte, pur di non rinnegare la loro fede nel Cristo risorto e non venir meno all’incontro con Lui nella celebrazione eucaristica domenicale. Perché? non Da”Avvenire” del 23.02.09 certamente per la sola osservanza di un “precetto” – visto che solo in seguito la Chiesa stabilirà il precetto festivo. Allora, La Domenica: perché? Perché i cristiani, fin dall’inizio, videro nella domenica Pasqua della settimana e giorno e nell’Eucaristia celebrata in questo giorno un elemento costitutivo della loro stessa identità. dell’ assemblea eucaristica La testimonianza di questi martiri raggiunga il Vostro cuore e All’inizio della Quaresima siamo tutti invitati all’incontro con vi spinga a riscoprire che al centro della vita c’è Gesù risorto e Gesù presente realmente nel Sacramento Eucaristico nelle la testimonianza d’amore dell’Eucaristia. giornate delle Sante Quarantore che si svolgeranno da Lunedì Don Carlo Magna 2 a Giovedì 5 marzo presso la Chiesa di Santa Maria a Gradillo. Amare costa Il tema riguarderà la Domenica, giorno del Signore Risorto, e il suo intimo legame con l’assemblea eucaristica. Così come di Costa dire: “Hai ragione”. recente hanno sottolineato i VeCosta dire: “Perdonami” scovi italiani: “la comunità criE anche dire: “Ti perdono” costa. stiana potrà essere una comunità Costa la confidenza, costa la pazienza. di servi del Signore soltanto se Costa fare una cosa custodirà la centralità della doche non hai voglia di fare menica “giorno fatto dal Signore”, ma che lui vuole. “Pasqua settimanale”, con al centro Costa cercare di capire. la celebrazione dell’Eucaristia e Costa tenere il silenzio. se custodirà nel contempo la Costa dir sempre: “E’ colpa mia”. parrocchia quale luogo – anche Costa confidarsi e ricevere confidenze. fisico – a cui la comunità fa coCosta sopportare i difetti. stante riferimento”. Mi sono Costa cancellare le piccole ombre. chiesto: Come posso bussare al vostro cuore per farvi giungere Costa condividere i dolori. l’invito a partecipare a questa preziosa esperienza per accresceCosta la lontananza re la vostra fede? Il tema è di grande importanza perché la doe costano i distacchi. menica sta diventando un giorno come gli altri con mille attiviCostano le nubi passeggere. tà ed impegni di ogni genere che non riescono, però, a soddiCosta avere sempre opinioni differenti. sfare le attese profonde, che tutti portiamo nel nostro cuore. Costa dir sempre di “sì”. Una nostalgia più profonda ci coglie nei momenti di solitudine Eppure a questo prezzo quando ci troviamo in difficoltà dinanzi alle grandi domande si genera l’amore. della vita. Ma chiediamoci cosa sta succedendo? Come stai Gli spiccioli non servono. rispondendo alla ricerca di quella felicità e serenità che non Ci vuole un legno pesante riesci a raggiungere? Le Quarantore sono l’occasione propizia come la Croce. per coloro che in questo momento desiderano percorrere un (da Jesus familiaris, EDI, Napoli 1988, pagg. 15-16)


P AGINA 6

I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA

VOLGENDO LE SPALLE A CHI MUORE “Nodrimento”, spiega il Novellino alla fine del secolo XIII, è sia “cosa che nutre”, sia “ciò che mantiene o alimenta sentimenti, passioni e simili”. Da sempre, i cardini del discorso sulla più importante tra le funzioni biologiche, l’assunzione del cibo, sono estremamente semplici: dobbiamo nutrirci, per poter vivere; e bisogna nutrirsi bene per svolgere in modo adeguato tutte le nostre funzioni, comprese quelle che ci connotano come esseri senzienti e pensanti. Ora, c’è chi questa possibilità ce l’ha e chi no; esiste una consistente porzione dell’umanità che ha il problema di procacciarsi non quel cibo, o quella specialità, ma il cibo necessario per sopravvivere: è la parte di umanità che sperimenta ogni giorno la fame, l’inedia che impedisce di pensare, di agire, di amare. Un quadro chiarissimo e tragico, dinanzi al quale noi, i fortunati, reagiamo con imbarazzo, fastidio, malcelata indifferenza: è la prova che una buona parte di ciò che pensiamo e diciamo riguardo al problema dell’alimentazione è soggetta alla rimozione. Ma il dato è implacabile: il dramma più antico dell’uomo, l’eterna divisione fra chi spreca e chi vive in assoluta povertà, chi mangia a ufo e chi muore di fame, non ha trovato una soluzione neppure nell’era tecnologica, neppure nell’ambito del villaggio globale. Nel continente che ha visto la nascita e lo sviluppo della nostra specie, l’Africa, la denutrizione continua a causare più morti di una guerra mondiale, delle peggiori catastrofi naturali, delle più perniciose epidemie. Ma non c’è solo l’Africa: ogni giorno, nelle aree più povere del Pianeta, migliaia di bambini muoiono di fame. Altre centinaia di migliaia sono denutriti, e il risultato è che si muore per malattie curabili, si muore per una febbre o per un’infezione. C’è un risvolto non meno importante, nella questione: l’ingestione degli alimenti non nutre gli uomini in senso puramente biologico. Mangiando in modo adeguato, il bambino si appropria anche di una struttura culturale, che include il modo di nutrirsi, i vari tipi di alimenti da soli e in combinazione fra di loro, i nomi e le classificazione dei cibi, le tradizioni alimentari e culinarie, gli usi e le maniere da tenere a tavola. Quando priviamo un bambino del cibo, lo priviamo anche di cultura, della possibilità di crescere in senso globale, lo priviamo della possibilità di nutrire la sua anima. Riassumiamo: esiste un problema che toglie peso e sostanza a ogni altro, e noi, figli della cultura, della filosofia, del cristianesimo, lo ignoriamo. La domanda delle domande, quella che dovrebbe far deflagrare la coscienza di ognuno, e che invece rimane ben sepolta sotto la coltre del nostro egoismo, è una sola: smascherato il meccanismo primordiale della rimozione, come riusciamo a chiamarci fuori da una simile tragedia, dall’ingiustizia più spaventosa esistente nel nostro mondo? Ti è capitato di dover saltare un pasto? O di dover aspettare un pochino prima di poterti riempire lo stomaco? Bene, dilata

quella sofferenza per le lunghe ore di un giorno, e per una serie interminabile di giorni… E’ a te, lettore, e ancor prima a me stesso, che mi rivolgo. Io so che ogni giorno migliaia di bambini muoiono di fame, eppure riesco a sentirmi in pace con la mia coscienza. Io che ho avuto in dono il benessere, la salute, tutti e cinque i sensi, io non muovo un dito per mettere questi beni a disposizione degli altri. Io che evito di fare il male deliberatamente; e che deliberatamente non faccio il bene di nessuno. Io che sono sempre pronto a battagliare per il mio piccolo tornaconto, e non spendo un briciolo delle mie energie per combattere l’egoismo che mi annebbia la vista e pietrifica il cuore. Io che attribuisco un’importanza infinita ai miei miseri accidenti, e accantono il dramma della realtà più dolorosa di questo mondo. Che vado alla scoperta delle periferie del mondo e ignoro il cuore del mondo. Io che dico di voler migliorare l’uomo, di volerlo cambiare. Io che mi animo per una partita di calcio e resto indifferente alla sorte dei diseredati della terra. Io che manifesto un entusiasmo bestiale per gli inutili simulacri di cui mi circondo, che mi prodigo con fanatismo per la mia fede politica, che leggo i filosofi e rifletto sul senso dell’esistenza, che assaporo i piaceri della vita sino alla feccia; e che sbadiglio alla vista della bocca piena di mosche di un bambino denutrito. Io, che mi indigno dinanzi alla morte di un ragazzo travolto da un autista ubriaco, io ho nelle mani, ogni giorno, la vita di molti uomini. So, vedo la morte per fame di migliaia di bambini, eppure è come se non vedessi, come se non sapessi, perché ho paura dell’immensità di una tale rivelazione, ho paura di una verità che dissolverebbe le mie sicurezze come fogli di carta gettati nel fuoco. Io che mi impegno, guadagno, voglio fare carriera, essere apprezzato e ammirato; e non mi soffermo un istante a guardare il mio fallimento umano… Come riesco a fare del rimorso per questi sofferenti un rimorso sterile? Con quale coraggio pospongo i miei fuggevoli malanni alla scienza esatta della morte? Come mai, dinanzi alla morte per fame di un mio fratello, non riesco a udire il pezzo della mia anima che va in frantumi? Come faccio a non realizzare che la morte per denutrizione dei miei fratelli invalida ogni tipo di convivenza e di rapporto umano? Come posso mostrare tanto accanimento per le carte che ingombrano la mia scrivania e disinteressarmi della sorte di bambini che muoiono di fame? Da dove mi viene la capacità di sopportare il pensiero di simili sofferenze? Quegli occhi innocenti, enormi, rassegnati. Come riesco a nascondermi la disperazione che esprimono?


I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA

P AGINA 7

Perché continuo a parlare del “prossimo” se non vedo come tale neppure un bambino che muore di fame? Come faccio a disertare il bene senza sentirmi profondamente disonorato? Com’è umanamente possibile sentire come un peso la carità che salva delle vite innocenti? Indifferenza dinanzi alla morte per fame: quale prova migliore che la nostra anima è malata, e che dobbiamo curarla? Noi, sempre pronti a schierarci di qua o di là, ma neutrali dinanzi alle sofferenze altrui; noi, che abbiamo avuto in sorte il benessere e che siamo scontenti della nostra sorte… Noi, bramosi di un futuro prevedibile e solido, quando del futuro non sappiamo nulla… Un piccolo grumo di sangue nel cervello, e l’esile filo della nostra esistenza potrebbe spezzarsi domani, fra un’ora, fra un minuto: eppure continuiamo a procrastinare il bene che vorremmo fare al prossimo. Lavoriamo, produciamo, amiamo, ci divertiamo: ogni nostro gesto è teso a crearci intorno un mondo sicuro, piacevole, rassicurante. Eppure, sentiamo, sappiamo che non basta, che manca qualcosa; qualcosa che è alla nostra portata, e che moltiplicato per ognuno di noi può mutare il destino ingiusto di tanta gente: l’offerta agli altri di una parte di noi stessi. I grandi saggi dell’umanità ci hanno insegnato che non siamo entità private, che il nostro prossimo non è altro che una parte di noi. L’insicurezza, la paura, l’ansia, il senso di solitudine: ogni odierno malessere origina dal fatto di sentirsi e agire come entità separate dal tutto. Fare del nostro meglio perché cessi l’orribile piaga della fame nel mondo è il primo dei compiti che ci definisce quali esseri umani. Non si tratta di essere buoni e compassionevoli; no, la lotta per abbattere la denutrizione sul nostro pianeta è una questione di dovere, di stretta giustizia: un impegno senza il quale non ci può essere alcuna salvezza, né per i nostri fratelli che soffrono, né per noi.

Armando Santarelli

PARADOSSI ITALIANI

Sinceramente mi sono vergognato di essere cittadino italiano quando le agenzie hanno battuto la notizia che Eluana Englaro era morta. Per tutta la serata di lunedi, 9 febbraio u.s., ho amaramente pensato di fare parte di uno Stato ipocrita che ha anteposto il rispetto presunto della Carta Costituzionale alla vita di una persona inerme,indifesa e debole. A quasi un mese dal tragico epilogo della vicenda di Eluana la sensazione non è cambiata: come tanti altri italiani, anche non credenti,continuo a considerare la morte della sfortunata donna lecchese un omicidio di Stato. Avrei voluto tacere, avrei voluto aderire all’invito del Presidente della Repubblica che, dopo il misfatto, esortava al silenzio, ma non ci sono riuscito. Del resto il silenzio era una forma di rispetto anche nei confronti della famiglia Englaro, in particolare di Beppino, il padre di Eluana,che vogliamo pensare addolorato, nonostante la sua ostinata lotta per porre “legalmente” fine alla vita della figlia. A lui all’indomani della morte di Eluana abbiamo augurato di continuare ad essere fermamente convinto di aver agito bene e di non essere,neppure per un secondo,sfiorato dal dubbio. Grazie al cielo,per ora il sig.Englaro rimane ancorato saldamente alla sua tesi al punto che,mentre gli altri per rispetto nei suoi confronti

hanno taciuto e tacciono, lui parla di barbarie a proposito della legge che in Parlamento si sta discutendo sul testamento biologico. Paradossi italiani! Come cattolici avevamo avuto la sensazione che finalmente in Italia, dopo il fallimento del referendum sulla procreazione assistita, ci fosse stata una dignitosa riscoperta e una appassionata difesa di quei valori non negoziabili a cui spesso fa riferimento papa Benedetto XVI. Ci eravamo illusi? Credo di no. Abbiamo forse sottovalutato la reazione di tutte quelle forze che da quel referendum erano uscite sconfitte e che non hanno mai smesso di continuare ad operare per assestare un duro colpo alle “ingerenze vaticane” nella politica dello Stato Italiano. E così Pannella ha potuto commentare ironico e gongolante la morte di Eluana dicendo:”E’ tornata dal Padre”,con chiaro riferimento a Giovanni Paolo II che dichiarò:”Lasciatemi tornare dal Padre”. Speriamo che il leader radicale si ricordi di indicare in che modo bisogna porre fine alla sua vita qualora dovesse trovarsi nelle condizioni di Eluana.Abituato a fare scioperi della fame e della sete,l’eventuale distacco del sondino non porterebbe all’esito da lui sperato. I laicisti hanno così cantato vittoria,dimentichi che nel caso Englaro i cittadini Italiani seri,indipendentemente dal loro credo religioso - infatti non sono mancate le testimonianze sincere e accorate di tanti atei - hanno capito che con Eluana si è uccisa anche la pietà e soprattutto l’idea e l’immagine di una nazione che è sempre all’avanguardia nella difesa dei diritti dei più deboli. A buon diritto un domani ,se come italiani giustamente protestiamo contro uno stato in cui vige e si applica la pena capitale, i capi di quella nazione potranno ricordarci che almeno loro uccidono persone colpevoli di crimini gravissimi, e non degli ammalati inermi ai quali sono stati tolti cibo e acqua. Sfiliamo per le strade in nome della pace,mettiamo bandiere arcobaleno anche sugli altari,organizziamo marce ad Assisi ,ci stracciamo le vesti a volte per sciocchezze varie e poi, mentre con l’avvallo dello Stato una innocente muore in una struttura pubblica pagata anche con i contributi di chi ritiene che ospedali e cliniche debbano essere luoghi in cui si opera in difesa della vita, parliamo di attentati alla Costituzione. Paradossi italiani! A proposito di Assisi (anche se non è mancata la voce autorevole di Mons. Sorrentino,vescovo della città),mi sarò distratto ma non mi è parso di vedere in televisione alcuna iniziativa spettacolare promossa nella cittadina umbra in difesa di Eluana,né tantomeno nei Paesi della nostra Diocesi. Certo il caso Englaro ha scosso e diviso anche il mondo cattolico italiano. L’Avvenire ,il quotidiano della CEI, è stato,a mio giudizio,superlativo nel trattare la vicenda,appellandosi,purtroppo senza successo,ai cattolici o presunti tali impegnati in politica perché evitassero la morte di Eluana.

Continua a pagina 8


I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA

P AGINA 8

SEGUE DA PAGINA 7 Del resto le truppe laiciste e anticlericali che hanno scomodato anche Hans Kung per sferrare l’attacco alla Chiesa Cattolica accusandola di indebite ingerenze hanno trovato, come di consueto, aiuto in quei cattolici cosiddetti “adulti” che,in netto contrasto con il Papa e il Magistero, sui già citati valori non negoziabili, quali appunto la sacralità della vita, preferiscono tacere oppure andare in piazza in compagnia dei soliti Dario Fo e Franca Rame, Emma Bonino, Roberto Benigni e altri a pontificare, protetti dal distintivo dell’Azione Cattolica, a mio giudizio, divenuto forse quello di azione sclerotica, e a dissertare di pericoli per la democrazia. E intanto la democrazia uccideva Eluana. Paradossi italiani!La morte della Englaro ha rovinato per certi aspetti i festeggiamenti per l’ottantesimo anniversario dei Patti Lateranensi rappresentando, secondo i laicisti e gli anticlericali, una novella Porta Pia nella storia dei rapporti tra Italia e Santa Sede. Sarà. Ma, considerata la vicenda e il suo epilogo in tutta la loro drammaticità,non è forse azzardato affermare che ,se il caso Englaro non resta un doloroso apax nella storia dell’Italia democratica nata dalla lotta alla barbarie nazi-fascista,il 9 febbraio 2009 rappresenterà non una nuova Porta Pia per la Chiesa, bensì la Caporetto di quella laicità che il Concordato del 1984 ha legittimamente sancito ma che fino ad oggi non abbiamo ben capito e in diversi casi abbiamo tradito.Paradossi italiani! Roberto Palumbo

Il Messaggio di Maria nella Grotta di Massiabelle L’11 Febbraio di ogni anno, a Lourdes, si rivive uniti nella fede e nella preghiera la prima Apparizione della Vergine a Bernadette. Poter essere presenti è sempre un dono, un momento di grazia .E’ viva in quei momenti la presenza di Dio ,che vuole mostrare a noi uomini, a noi Chiesa, quanto siamo importanti per Lui, “ siamo il suo popolo,siamo coloro per i quali Gesù ha dato la vita ed ha condiviso la nostra stessa esistenza.” Sono tante le riflessioni , ma come cristiani battezzati ,ci lasciamo trasportare dal Vangelo, molte frasi riecheggiano nel cuore e nella mente. “ Convertitevi e credete alla bella notizia della vostra salvezza ” ,sono le prime parole del Vangelo . “ Penitenza, penitenza , penitenza” il Messaggio di Maria a Lourdes. “ Un invito a ciascuno ad accettare il sacrificio e trasformarsi in persona capace di comunione, di gratuità , di dono ,di amore , di carità . A Lourdes, Maria è apparsa nella Grotta di Massiabelle , umida ,scura ,diciamo pure sporca ( vi portavano a pascolare i maiali ) ,per dire a noi che Dio viene a raggiungerci dovunque siamo ,nel fondo delle nostre miserie .La Grotta non è solo il luogo dell’evento, un luogo geografico, è soprattutto il luogo dove Dio ci ha dato un segno per svelare il suo ed il nostro cuore . Nella Grotta, attraverso Sua Madre, Dio , ci ha lasciato un Messaggio che non è diverso da quello del Vangelo .Ancora una volta ,Dio , attraverso il Messaggio di Lourdes ,

è venuto a dirci che ci ama così come siamo con i nostri successi , ma anche con le nostre ferite, le nostre fragilità ed i nostri limiti.” Siamo invitati ad accogliere l’amore di Dio per noi . Alcuni Vescovi , tra i quali Mons Perrier, Vescovo di Lourdes ,ed il Santo Padre Benedetto XVI, nel Messaggio per la Quaresima 2007 , sottolineano come più volte nel Vangelo di Giovanni ,Gesù stesso manifesta che la < sua Gloria è l’ora

della Croce.( Gv ,12,23) . Sulla Croce Gesù mostra tutto il suo amore per l’uomo . “ Quando sarò innalzato da terra , attirerò tutti a me .” ( Gv 12,32). La Croce è l’Amore che si rivela , è la follia dell’Amore di Dio. Non bisogna mai distogliere lo sguardo dal Crocifisso. Gesù ha patito ed è morto per i nostri peccati : “ Cristo morì per i nostri peccati, è risuscitato per la nostra giustificazione .” ( 1 Cor 15,3-4 – Rom 4,25 ) . La domanda che a volte ci poniamo è perché Gesù è morto per i nostri peccati ? La risposta ci viene data da Paolo “ Ci ha amati , e per questo ha dato se stesso per noi !” (Ef 5,2 ).Guardando il Crocifisso , prendiamo coscienza della gravità dei nostri peccati ,ancora Paolo “ Colui che non aveva conosciuto peccato ,Dio lo trattò da peccato in nostro favore , perché noi potessimo diventare per mezzo di Lui giustizia di Dio .” ( 2 Cor 5,21) . Sempre nel Messaggio per la Quaresima 2007, Benedetto XVI dice : “ La risposta che ardentemente il Signore desidera da noi è innanzitutto che accogliamo il Suo Amore e ci lasciamo attrarre da Lui .” Con lo sguardo al Crocifisso e consapevoli del nostro peccato non dobbiamo fare altro che intraprendere un cammino di conversione .La penitenza richiesta è per ciascuno di noi , un’inversione a U su una strada nuova ,diversa che porta verso il Signore . Il cammino di fede di Maria è stato un progredire dal suo “ sì” all’Arcangelo Gabriele ,all’unione con il Figlio ai piedi della Croce .La scena descritta da Giovanni ci lascia intravedere “ due cuori che battono all’unisono e condividono gli stessi sentimenti . Sono diventati una cosa sola con il peccato ed il dolore di tutto il mondo .” L’invito alla penitenza ,rivolto da Maria nella Grotta di Massiabelle ,è un invito ad accettare l’Amore di Dio , ma anche un invito ad offrire noi stessi per la salvezza dell’umanità così come Ella stessa ha fatto ai piedi della Croce e come hanno fatto molti Santi nella storia del Cristianesimo che hanno sofferto e pregato per la conversione di molti. Chiediamo a Lei ,Madre Misericordiosa, di aiutarci a riconoscere la Presenza e l’Amore del Signore nella nostra vita.

Giulia Schiavo


I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA

P AGINA 9

L’AZIONE CATTOLICA NELLA STORIA DELLA NOSTRA PARROCCHIA

Tappe fondamentali La storia che vi presento è una storia di volti e di mani, che, attraverso l’Azione Cattolica, hanno saputo e voluto accrescere la Chiesa (quella con la C maiuscola) particolare di Ravello. L’AC, infatti, ha rappresentato a Ravello il coagulo delle forze migliori per operare la crescita spirituale della comunità parrocchiale e civile. La nostra storia inizia all’ombra di quelle guide, la Vergine Assunta e San Pantaleone, che come stelle polari permettono di tracciare la rotta della nostra associazione e proteggono il cammino associativo. Oggi l’assistente dell’AC a Ravello è Mons. Don Giuseppe Imperato junior e il presidente è Manuelita Perillo, ma la nostra AC affonda le radici negli anni ’30 del secolo scorso. Queste sono le testimonianze di quel periodo: foto e testi su cui le Beniamine apprendevano come crescere e diventare Cristiani responsabili. Poi gli anni ’40 e ancora quelli di metà secolo con un’associazione più matura che si divideva nel settore maschile, dedicato a S. Tarcisio, e quello femminile, dedicato a S. Cecilia. Questi settori, alla luce di ciò che avveniva a livello nazionale, sotto la guida di Luigi Gedda, faceva crescere a livello parrocchiale generazioni di giovani pronti ad impegnarsi concretamente nella rivoluzione che il concilio Vaticano II andava tracciando alla fine di quel decennio. E poi… Poi, dopo gli anni ’60 l’AC di Ravello vive un momento di pausa che è durato più di un ventennio. Ma come un fiume sotterraneo che riappare lì dove le condizioni ambientali migliori lo permettano, così nel settembre del 1990, con l’arrivo di Mons. Don Giuseppe Imperato junior in parrocchia, l’AC riprende il cammino con i primi incontri organizzativi sotto la guida di Don Antonio Porpora. Un cammino, il nostro, che dura ormai da 18 anni, un cammino anche questo fatto di volti, di storie, di momenti felici e di momenti difficili, ma un cammino la cui traccia continua ancora. Un cammino che ci ha portato ad avere sessanta iscritti e che possiamo definire avventuroso perché l’AC è un’avventura, la cui caratteristica principale è la straordinarietà. E forse proprio per questo l’AC è bella. In questi anni qualche membro della nostra grande famiglia ce lo siamo perso, qualcuno l’abbiamo recuperato in corsa ma abbiamo sempre pensato che ciò che c’era scritto sulla tessera associativa del 1956 (“La fiamma si spegne se non la si comunica. La Verità appassirebbe tra le nostre mani se non diventasse missione”) vale la pena di essere vissuto.Il futuro, infatti, dell’AC a Ravello è la missionarietà. Maria Carla Sorrentino

IL RUOLO DEI periodici PARROCCHIALI

La testimonianza di”Incontro per Una ChiesaViva” Venerdi 13 febbraio l’Unità Pastorale Lone-Pastena-Pogerola ha festeggiato i primi dieci anni di vita del suo principale organo di comunicazione: “Comunitando”. L’occasione festiva è stata celebrata attraverso un piccolo convegno sul ruolo e gli aspetti dei “Giornalini Parrocchiali”. Don Nello Senatore, Docente di Scienza della Comunicazione all’Istituto Teologico Salernitano, ha brevemente indicato le linee guida per una buona e sana redazione. Al suo intervento, chiaro ed immediato nei messaggi e nei contenuti, sono seguite una serie di testimonianze da parte dei principali responsabili delle “testate” parrocchiali della Diocesi.

Tra queste non poteva mancare quella del nostro mensile di cui pubblico l’inedito testo, letto in quella circostanza: “La testimonianza che vi porto è quella di una felice realtà, “Incontro per una Chiesa Viva”, giunto proprio in questo mese (febbraio n.d.r.) al V genetliaco, se quest’espressione si può applicare anche al mondo editoriale e giornalistico. Un mensile nato nel 2005, anno della ricorrenza 17 volte centenaria del martirio di Pantaleone da Nicomedia, Patrono della città di Ravello. Fu certamente quella provvidenziale commemorazione, di cui lo stesso mensile avrebbe poi raccontato momenti ed eventi, a spingere Don Giuseppe Imperato e i Ministranti della parrocchia “S. Maria Assunta” a dotare la comunità ecclesiale di Ravello di un nuovo strumento di comunicazione teologica e pastorale. Ma non solo. Il mensile oggi rappresenta il luogo in cui i tempi e i ritmi della vita religiosa e sociale di Ravello trovano un punto di convergenza e di comunione. Ciò avviene perchè il periodico, avvalendosi di una collaborazione estesa a tutto il territorio del paese non si limita a raccontare l’esperienza e l’esistenza di una singola realtà, ma è caratterizzato da un’aperta ecumenicità che se a volte non riesce a realizzarsi fattivamente per lo storico individualismo che contraddistingue le nostre genti, ha trovato in questo strumento di comunicazione una forma efficiente di realizzazione. Elencare, pertanto, le molteplici tematiche affrontate nel corso dei quattro anni appena trascorsi impiegherebbe molto più spazio di quello avuto a disposizione. Continua a pagina 10


I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA

P AGINA 10

SEGUE DA PAGINA 9

Vivere in dialogo

Ma non posso fare a meno di un breve cenno. Il periodico si distingue per la trattazione di temi pastorali, teologici, morali e culturali con ampio spazio dato a cronache di eventi religiosi e sportivi locali e nazionali nonché all’attività svolta dalle associazioni parrocchiali come l’Azione Cattolica e in tempi più recenti al nuovo sodalizio confraternale che ha preso vita nel giugno del 2008. Ma “Incontro Per una Chiesa Viva” invita soprattutto a riflettere e a difendere quelli che sono i valori della fede, della morale cattolica e della devozione popolare, espressioni della millenaria storia cristiana del territorio. Quella devozione popolare che qualche giornalista sprovveduto additò come fattore di rischio ed espressione di un atteggiamento paesano che contrastava la fantomatica scelta elitaria di una Ravello futura “Las Vegas culturale”. Anche in quel caso puntuale e chiara fu la risposta della redazione del mensile. Ma la scommessa più importante che vince ogni giorno ”Incontro per Una Chiesa Viva” è la possibilità che da a tanti giovani come me di poter esprimere le proprie capacità d’indagine, di sintesi e di scrittura pur non avendo alle spalle esperienze giornalistiche e pubblicistiche di lungo corso. Capacità più volte apprezzate attraverso le attestazioni di gradimento dei tanti lettori della carta o della rete. E poi perché è impossibile immaginare un mondo che faccia a meno della comunicazione e dei mezzi d’informazione cartacei o informatici. Senza il loro apporto - scriveva recentemente Benedetto XVI “sarebbe veramente difficile favorire e migliorare la comprensione tra le nazioni, dare respiro universale ai dialoghi di pace, garantire all’uomo il bene primario dell’informazione, assicurando, nel contempo, la libera circolazione del pensiero in ordine soprattutto agli ideali di solidarietà e di giustizia sociale”. Non manca, purtroppo, il rischio che i giornali si trasformino spesso in sistemi volti a sottomettere l’uomo a logiche dettate dagli interessi dominanti del momento. Questo è il caso di una comunicazione usata a fini ideologici. E quanta stampa italiana, purtroppo, è responsabile. A questi fini il mensile della comunità ecclesiale di Ravello non si è mai piegato. Anzi, nel corso di questi pochi anni di vita ha sempre dato a tutti la possibilità di esprimere liberamente il proprio pensiero. E allora l’augurio e la speranza, in questa occasione festosa per il giornalismo costiero, è che non manchino mai nella nostra diocesi comunicatori coraggiosi e autentici testimoni della verità, poiché essi hanno il grande compito di “farsi interpreti delle odierne istanze culturali, impegnandosi a vivere questa epoca della comunicazione non come tempo di alienazione e di smarrimento, ma come tempo prezioso per la ricerca e la testimonianza della verità ai fini dello sviluppo della vera comunione nei molteplici ambiti della vita civile e religiosa”. Salvatore Amato

Anno nuovo, vecchie e buone abitudini… Anche quest’anno, infatti, ci faranno compagnia gli incontri Crostarosiani di formazione per i laici che si svolgono presso il Monastero delle Redentoriste in Scala, con relatore Padre Sabatino Majorano, ed il primo ha avuto luogo sabato 24 gennaio, sul tema “vivere in dialogo”. La riflessione al riguardo è partita dal passo del Messaggio del Sinodo dei Vescovi (n. 14) riguardante le sintonie tra i cristiani e le “grandi trazioni dell’Oriente che ci insegnano nei loro testi sacri il rispetto della vita, la contemplazione, il silenzio, la semplicità, la rinuncia,…”, particolarmente, in confronto con l’altra grande famiglia religiosa monoteista, l’Islam. Tratti comuni, dovrebbero permettere una certa integrazione tra le etnie anche se in terra straniera, eppure la cronaca di tutti i giorni ci riporta a forme di violenza intollerante verso chi è considerato “diverso”. Le manifestazioni di preghiera musulmana davanti al Duomo di Milano, cattolico, e/o le percosse di cui è stato vittima un cittadino africano da parte delle forze dell’ordine italiane,… Episodi, questi, a cui si cerca di porre rimedio con soluzioni magari in buona fede, tipo la predicazione nelle moschee in lingua italiana per favorire l’integrazione, però, se si considera che per molti dei fedeli frequentatori delle moschee, l’italiano è una lingua quasi sconosciuta, si capisce che il risultato sarà di gran lunga deludente. Il tutto, pur pensato per l’interesse comune, l’ordine sociale e il persistere sul territorio di etnie straniere perché utili all’economia del paese, sorvola su un importantissimo aspetto del dialogo: il rispetto reciproco. Ciascuna delle parti, infatti, crede di essere nel giusto, di conoscere la verità, la propria però, tuttavia non è detto che ce ne sia per forza una sbagliata, ed un’assoluta. Bisognerebbe cominciare allora, a guardarsi intorno e a chiedersi seriamente se non fosse possibile imparare qualcosa da chi c’è accanto, senza sconfessare la natura della propria identità, di cui bisognerebbe essere sicuri. Non per lasciarsi abbindolare da idee lontane dal nostro credo (il fanatismo), o per lasciare che la buona fede sia sfruttata da chi la riceve, perché anche saper dire “no” significa essere maturi nel discernimento, ma essere in grado di apprendere e anche dai propri errori. La Chiesa stessa, nel corso dei secoli ha imparato da chi l’ha perseguitata, non a caso molte parole di fede sono di origine greco-romana, dunque pagane. Con l’Islam, da cui la divide una cultura del terrore instauratasi nel corso dei secoli a causa dei continui conflitti per il potere di cui la storia li ha visti protagonisti, ha in comune, poi, l’assolutezza dell’Unico dio, la trascendenza del credo, l’offerta del digiuno, la stima per Maria, il dopo morte…Riuscire quindi ad improntare una cultura “ad includere” che sappia trarre il meglio dall’altro, è un atteggiamento indissolubile dal “suo rispetto”, e per “altro” non s’intende solo lo straniero. La diversità, fa paura, in qualunque forma essa si manifesti, già in famiglia un’opinione contraria, spesso genera l’isolamento di chi l’ha espressa, e se questo accade nella prima esperienza di comunità dell’individuo, è difficile che non si ripercuota anche nella grande società multi - etnica in cui, attualmente, ci troviamo. Ancora, un aspetto importante del vivere in dialogo, riguarda la distinzione tra “forma” e “valori”; perseverare in un


I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA

P AGINA 11

Lettera alle Famiglie Marzo 2009

Per-Dono e per Amore

atteggiamento, sia pure religioso (l’astinenza dalle carni i venerdì di Quaresima) solo perché è tradizione, senza capirne il senso, (il digiuno non è per punizione, ma per rispetto dell’Agnello Immolato) lascia spesso un senso di vuoto nell’individuo che diviene così facile preda di allettanti e facinorosi insegnamenti, ricchi di promesse e vuoti di contenuti e mai saprà trasmettere il vero senso di quel che fa, perché lo ignora. Non è semplice, ma dialogare è anche saper accogliere e testimoniare con coraggio ben saldo la fede in Gesù Cristo ed il proprio essere morale, non contro tutti, ma con tutti, proprio come la Venerabile Madre Maria Celeste Crostarosa, anche quando i propri pari sembrano sordi. Conclusa l’esposizione dell’argomento scelto, sull’onda delle domande poste dai presenti, Padre Majorano ha completato l’incontro di formazione ponendo l’attenzione su alcuni degli aspetti trattati. E’ stato così specificato che, il dialogo, ha bisogno di promotori, e dunque spetta a chi è sicuro della testimonianza che può offrire, fare il primo passo verso chi arriva da lontano, avvicinandosi con rispetto e cercando di metterlo in condizione di farsi rispettare. La cultura “ad includere”, infatti, non deve essere di tendenza giustificatrice, poiché, quando si entra a far parte di una nuova comunità è bene che se ne rispettino le regole. La condizione di “soggetto debole” che spesso si riconosce agli stranieri, non deve essere la difesa al loro, sovente, sconsiderato modo di agire, ad esempio per quel che riguarda le violenze sessuali, senza però accanirsi solo sui reati che commettono gli stranieri, essendo clementi per gli stessi reati commessi da connazionali. Un reato è reato, da chiunque messo in atto. Così come in nome dell’integrazione è sbagliato rinunciare ad un proprio credo per “non offendere” nessuno. E’ accaduto, proprio per il Natale 2008 ad Oxford, dove, il 25 dicembre è stato ribattezzato “giorno della luce”, secondo le autorità, in rispetto delle altre confessioni religiose presenti nella città. L’iniziativa è stata molto criticata e la sua assurdità, portata in primo piano proprio dalle comunità straniere, poiché il Natale è Natale, c’è chi ci crede e chi no, ma sempre Natale resta. L’incontro si è infine concluso con la preghiera per l’unità dei cristiani, e salutato Padre Majorano e le Monache, che ci hanno ospitato, ciascuno si è avviato al proprio quotidiano che per quanto modesto sia, può far tesoro della moderazione e del dialogo concreto, perché concorrono a renderlo migliore.

Cara famiglia, penso al tuo vissuto interno, tra i tuoi membri, fatto di dialogo, di rispetto, di pazienza, di attese, di sacrifici, ma, a volte, anche di incomprensioni, di litigi, di rancori. Le equivalenze create dai proverbi popolari, del tipo: fratelli = coltelli, o parenti = serpenti, denotano la mancanza di quell’amore che dovrebbe essere l’anima, il motore di ogni cammino familiare. Voglio ben augurarmi che dentro tutti i tuoi componenti ci sia tale bene, un amore speciale che va la di là del semplice amore, capace di diventare perdono, quando uno dei tuoi ha commesso qualche errore. Ama davvero solo chi trova la forza di perdonare. Ti auguro di essere sempre capace di impedire al rancore di farsi strada nel flusso delle tue quotidiane esperienze interne ed esterne e di permettere all’amore fraterno di essere dono costante …e fino al perdono! Con la mia benedizione.

+ arcivescovo Orazio

L’unita’…dei cristiani

Anche quest’anno, dal 18 al 25 gennaio, c’è stata la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani: celebrazioni Eucaristiche; discussioni; momenti di riflessione; e tanta preghiera per ricordarla. Unità, che bella parola. Sinonimo di unione, coesione, intesa, compattezza….; nome di uno storico giornale politico di parte,…ed è proprio in ambito politico, che forse siamo più abituati a sentire questo vocabolo. L’unità d’Italia, ad esempio, tanto progettata, decantata, sognata, quanto sangue per averla e abbiamo dovuto aspettare il 1861 perché si configurasse in una certa territorialità poi completata. E l’unità dei cristiani? In oltre duemila anni di storia, né è passata di acqua sotto i ponti e in molti si sono lavati le mani dal sangue, tuttavia molto n’è scorso. Il primo, quello di Nostro Signore, a seguire i primi e tutti i Martiri, gli Apostoli, i cristiani stessi, forse i più veri, semplici, nella loro testimonianza. Fatta la Grande Chiesa, dopo secoli, è cominciata la piccola distruzione: gli scismi d’Oriente e d’Occidente, l’Inquisizione, il Luteranesimo, l’Anglicanesimo, la corruzione del clero…storia, la storia di ieri. Anno 2009, siamo rimasti, infine, tutti cristiani, ognuno con le proprie sfaccettature, ma in troppi, ciascuno a modo proprio. Si crede nelle regole e in pochi le rispettano; si perdura nella formalità e si perdono i valori; si entra in Chiesa per sentire la Santa Messa e spesso quando si esce non sì ci ricorda più niente; ma siamo sempre tutti cristiani. Forse, di tutto questo ci resta una sola cosa comune, poiché cristiani, la preghiera, a chiunque rivolta. Se ancora siamo consapevoli di come si fa e a che cosa serve, allora sì, cominciamo a pregare, non a mormorare o balbettare, quattro parole e dette bene, anziché tante cantilene, per la vera unità dei cristiani e se Dio vorrà, unità sarà. Per quel che è stato, non c’è molto da fare, per il presente ci possiamo impegnare, e il futuro…, beh dipende da noi tutti cristiani. Cerchiamo di costruirne uno più unito, coeso, inteso, compatto, così magari pur pregando semElisa Mansi pre per noi stessi, potremo avere più tempo per pregare anche per gli altri a lode di Nostro Signore. Elisa Mansi


APPUNTAMENTI da vivere nel mese di Marzo Lunedì-Giovedì 2-5 Marzo: nella Chiesa di Santa Maria a Gradillo GIORNATE EUCARISTICHE Ore 8.00 Santa Messa-Esposizione dell’Eucaristia per l’Adorazione Continua Ore 18.30 Celebrazione del Vespro e Benedizione Eucaristica. Tutti Venerdì: ore 18.00:Via Crucis in Duomo e Santa Maria del Lacco. Durante il periodo quaresimale, nelle varie zone parrocchiali si svolgeran-

no i Centri di Ascolto. Sono momenti riservati alla riflessione comune su tematiche che riguardano la nostra crescita umana, spirituale, sociale. Sono occasioni privilegiate perché ognuno possa raccontare il suo vissuto, esprimere le sue difficoltà, i suoi disagi, i suoi dubbi e, allo stesso tempo, porsi in ascolto delle esigenze comunicate dagli altri presenti al Centro di Ascolto. Essi possono svolgersi anche in abitazioni con un locale più ampio per l’accoglienza, in sale di condominio o altri luoghi idonei. Chiunque può parteciparvi, credenti o non credenti, giovani o meno giovani … perché ognuno ha diritto di essere ascoltato nel nostro camminare insieme nella reciproca fiducia.

CELEBRAZIONI DEL MESE DI MARZO La Messa Vespertina nei giorni festivi (sabato e domenica) sarà celebrata alle ore 18.00 e nei giorni feriali alle 17.30. Da Domenica 29 marzo la Messa nei giorni feriali sarà alle ore 18.30. Nei giorni festivi alle 19.00 DOMENICA 1 MARZO— I DI QUARESIMA Ore 08.00-10.30-18.00: Sante Messe

Lunedì-Giovedì 2-5 Marzo: nella Chiesa di Santa Maria a Gradillo GIORNATE EUCARISTICHE—QUARANTORE Ore 8.00 Santa Messa-Esposizione dell’Eucaristia per l’Adorazione Continua Ore 18.30 Celebrazione del Vespro e Benedizione Eucaristica. VENERDI’ 6 MARZO - Ore 18.00 VIA CRUCIS SABATO 7 MARZO Cava-S.Lucia: Settimo convegno catechistico diocesano (9.00-17.00) DOMENICA 8 MARZO –II DI QUARESIMAOre 08.00-10.30-18.00: Sante Messe GIOVEDI’ 12 MARZO Ore 17.30 Santa Messa e Adorazione Eucaristica VENERDI’ 13 MARZO - Ore 18.00 VIA CRUCIS DOMENICA 15 MARZO—III DI QUARESIMA Ore 08.00-10.30-18.00: Sante Messe GIOVEDI’ 19 MARZO Ore 17.30 Santa Messa e Adorazione Eucaristica VENERDI’ 20 MARZO - Ore 18.00 VIA CRUCIS SABATO 21 MARZO Maiori- S. Francesco: Aggiornamento Catechisti (09.00-14.30) DOMENICA 22 MARZO –IV DI QUARESIMA Ore 08.00-10.30-18.00: Sante Messe MARTEDI 24 MARZO XVII Giornata di preghiera in memoria dei Missionari Martiri MERCOLEDI 25 MARZO—Solennità dell’Annunciazione GIOVEDI 26 MARZO Ore 17.30 Santa Messa e Adorazione Eucaristica VENERDI 27 MARZO Ore 18.00 Via Crucis Liturgica in PIAZZA VESCOVADO e Sacra Rappresentazione sul Martirio DOMENICA 29 MARZO - V DI QUARESIMA Ore 08.00-10.30-19.00: Sante Messe


incontro marzo 2009