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Per una Chiesa Viva P ERIODICO DELLA COMUNITÀ ECCLESIALE DI Anno IV - N. 2 - Marzo 2008 www.incontroravello.com www.chiesaravello.it

RAVELLO

Come celebrare la nostra Pasqua La Pasqua alla quale ci stiamo preparando con tanti momenti di preghiera personale e comunitaria in fondo ci ha riproposto un cammino di fede più adulta e matura avendo come punto di riferimento essenziale l’approfondimento del mistero di Cristo e del nostro personale indispensabile rapporto con Gesù Crocifisso e Risorto che ha accettato liberamente di morire per noi sulla croce a testimonianza dell’immenso amore di Dio per l’umanità. Perché questo genera l’esperienza costitutiva di ogni autentica vita cristiana fondata sulla fede che nasce e si sviluppa con l’ascolto della Parola del Signore che il credente, con la divina grazia implorata dall’assidua preghiera ed alimentata dalla pratica sacramentale, si impegna a tradurre in regola e dimensione di vita nuova espressa in comportamenti ed opere ispirate alla legge del Vangelo. In questi giorni di attesa e di intensa preparazione alla prossima Pasqua annuale, non sono mancate per noi sollecitazioni e favorevoli occasioni invitanti a partecipare più spesso alla celebrazione dell’Eucaristia anche nei giorni feriali,sia durante le varie giornate eucaristiche svoltesi nelle chiese del territorio parrocchiale; sia nei giorni di straordinaria grazia prodotta dalla visita alla nostra cittadina della preziosa Reliquia del Capo dell’Apostolo Sant’Andrea, il ” Protocleto”, il primo chiamato e grande amante di Gesù Crocifisso, che con la sua forte testimonianza tanto fervore ha ridestato nel nostro popolo. Non è senza valore, inoltre,anche la considerazione che i

testi evangelici su cui siamo stati invitati a meditare e confrontarci durante la liturgia domenicale della quaresima di quest’anno ( le tentazioni di Gesù, la Trasfigurazione, la Samaritana, il Cieco nato , la Resurrezione di Lazzaro), evocando il classico itinerario di iniziazione cristiana della Chiesa delle origini,hanno alimentato abbondantemente la nostra vita spi-

rituale e morale, risvegliando la consapevolezza del Battesimo ricevuto nell’ infanzia, stimolando la nostra coscienza cristiana e favorendo il rinnovamento della nostra esistenza coerentemente con l’ideale evangelico che professiamo e vogliamo vivere. Se, dunque, il cammino cristiano, la sequela di Cristo, è un procedere sulle orme di Gesù, unico nostro Maestro, alla sua scuola e sul suo esempio, noi vogliamo scegliere sempre Dio e la sua volontà. Egli,infatti, è la sorgente d’acqua viva: l’acqua viva simbolo

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dello Spirito Santo, la grazia, la vita di Dio,la vita eterna. Come la samaritana noi vogliamo accogliere l’invito di Gesù a bere l’acqua viva della grazia che Egli ci offre;e saziare anche la sete di Gesù che più di noi ha sete della nostra fede, riconoscendo in Lui il Signore e il nostro unico Salvatore Avendo scoperto per sua grazia che tutta la vita è un dono e una risposta a un dono e che Gesù è il massimo dono di Dio; è il Dio dell’Alleanza, l’amico degli uomini, il Dio vicino, che è presente come il Padre che ci ama; che Gesù è il vero volto di Dio, il rivelatore di Dio ,il nostro unico salvatore; vogliamo scegliere sempre solo Lui,nostra Vita, come unico Maestro e Guida. A somiglianza del cieco nato del Vangelo noi abbiamo avuto la fortuna di aver incontrato Gesù che ci ha donato la vista,la luce della vita, l’unica verità che ci salva; vogliamo rimanergli appassionatamente fedeli, restare sempre in suo attento ascolto e obbedienti alla sua Parola. Nella prospettiva della Pasqua, infine, la preziosa pagina del vangelo della resurrezione di Lazzaro ci ricorda anche che la vita ci è stata data per cercare Dio e per possederlo in eterno. La morte ormai è stata superata dalla resurrezione di Cristo e il destino dell’uomo, prefigurato nel mistero della trasfigurazione di Gesù sul monte, descrittaci dal Vangelo che ci è stato proposto nella seconda Domenica di Quaresima, è la visione di Dio nella quale la nostra vita mortale viene trasformata. Don Giuseppe Imperato


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QUID EST VERITAS? C’è stato un tempo in cui la verità abitava questo nostro mondo. Un libro, il libro per eccellenza, la incarnava: la Bibbia. Parola di Dio e unico libro conosciuto: perciò, l’unica possibile verità. E’ quasi un paradosso che sia un altro libro sacro, il Nuovo Testamento, a contenere un tremendo dubbio sulla possibilità che esista una verità. Quando Gesù, rispondendo a una domanda di Pilato, dice di essere venuto al mondo “per rendere testimonianza alla verità”, il procuratore romano replica con la sottile domanda scettica: “Veritas? Quid est veritas?” Certo, alla domanda su che cosa sia la verità (parliamo, ovviamente, di verità in senso laico) si può rispondere abbastanza facilmente che un’immagine, un’idea, un’affermazione, sono vere quando corrispondono alla realtà. Purtroppo, però, questo passo in avanti non è definitivo. Infatti, alla “certezza” prima acquisita si può ancora obiettare: qual è la realtà con cui dobbiamo confrontare la nostra immagine per sapere se è vera? Ciò che conosciamo della realtà dipende dalla nostra mente, dalle percezioni dei nostri organi di senso, che sono diversi, per esempio, da quelli di alcuni animali, o di umani che versano in certe condizioni. Nella valutazione della realtà dobbiamo tenere conto, inoltre, dei fattori soggettivi che influenzano ogni essere umano: l’ambiente, la famiglia, il carattere, il sesso. Come aveva compreso Kant, noi non conosciamo la realtà pura, ma la realtà com’è per noi. Di riflesso, possiamo dire che esistono tante verità quante sono le culture, le tradizioni, le classi sociali, l’educazione e la formazione di ogni essere umano. Non ci sono verità, sosteneva Nietzsche, solo interpretazioni! Ma allora dobbiamo rinunciare definitivamente ad ogni definizione del concetto di verità? No, perché senza il concetto di verità non avremmo neppure il concetto di errore, né quello di menzogna, e qualsiasi discorso o ragionamento risulterebbe impossibile. Nell’argomentazione razionale, per esempio, la verità è irrinunciabile: l’uomo ha sempre avvertito la necessità di distinguere le argomentazioni valide da quelle non valide. Grazie all’uso della ragione, abbiamo la possibilità di stabilire la maggiore concordanza possibile fra ciò che crediamo e ciò che troviamo nella realtà. Ma la realtà abbraccia ambiti molto diversi, e conseguente-

mente varia il grado di verità cui possiamo aspirare. La verità (o meglio, l’esattezza) matematica, è diversa da quella che possiamo aspettarci nel campo etico o in quello politico; per tali discipline, come insegna Aristotele, il massimo che possiamo aspettarci è il rigore. A che punto siamo con il rigore, la correttezza morale che dovremmo usare nella vita per poter parlare - senza offenderla troppo - di verità (o per lo meno di veridicità), in modo da far corrispondere il più possibile ad essa quanto diciamo e facciamo? Secondo me, ad un punto oscuro, critico. Sarà pure vero, come affermano alcuni ricercatori, che anche l’inganno ha una sua funzione nell’evoluzione della specie umana. Ma a cominciare da noi, dalla gente comune, sembra che la pratica più diffusa, in questo Paese, stia diventando l’inganno (e l’autoinganno) a ogni livello. Tutti a negare le proprie responsabilità, persino quando investono fatti gravissimi, che chiamano in causa il gravoso peso della coscienza. Tutti - chi più, chi meno - a imbrogliare, a industriarsi per aggirare continuamente leggi, divieti, regolamenti che sono alla base di una convivenza ordinata e civile. E che dire di chi abbiamo eletto a rappresentarci e governarci? Peggio che mai. Certo, nel campo della politica la verità combatte una battaglia oltremodo difficile. Già Platone considerava la bugiapropaganda un espediente imprescindibile della politica. E Machiavelli ammetteva che al politico prudente non mancano mai ragioni legittime che possano determinare l’inosservanza della verità. Ma non c’è dubbio che i nostri politici siano arrivati a dei livelli di falsità francamente insostenibili e vergognosi. Sono diventati delle vere e proprie macchiette: vedi la loro faccia e sai già quello che diranno, perché in barba ai fatti, al senso morale, al rispetto per chi ascolta, mettono sempre lo stesso disco. E i giornalisti, coloro che dovrebbero fustigare la classe politica, rappresentare la coscienza critica di una Nazione, onorare l’inestimabile valore della libertà e dell’autonomia di giudizio? Un’altra vergogna conclamata: quasi tutti venduti o asserviti, e perciò inaffidabili, ipocriti, bugiardi. La gente comune, i politici, i giornalisti: tutti imbarcati sull’immensa nave della menzogna. Ma perché la verità non è più di moda? Perché si fa sempre più fatica a trovare persone sincere e oneste? Mentiamo perché non sappiamo più stare al nostro posto, perché vogliamo allargarci a dismisura, perché vogliamo sentirci importanti (e ciò è comprensibile), perché vogliamo sentirci onnipotenti (e ciò è sbagliato). Mentiamo perché non riconosciamo più alcuna Autorità, perché vogliamo prendere il posto di Dio.Ma Dio è perfetto, noi no. Ed è proprio per questo che fuggiamo la verità: perché la verità, ha scritto Montesquieu in Elogio della sincerità, “è il pittore che ci mostra deformi come in realtà siamo”.

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Armando Santarelli


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Educare al bene è possibile Anche oggi C a r i f r a t e l l i e s o r e l l e , vi ringrazio di aver accolto, tanto numerosi, l'invito a questa speciale Udienza, nella quale riceverete dalle mie mani la Lettera che ho indirizzato alla Diocesi e alla città di Roma sul compito urgente dell'educazione. Saluto con affetto ciascuno di voi: sacerdoti, religiosi e religiose, genitori, insegnanti, catechisti ed altri educatori, fanciulli, adolescenti e giovani, compresi coloro che seguono l'Udienza attraverso la televisione. Saluto e ringrazio, in particolare, il Cardinale Vicario e tutti coloro che hanno preso la parola in rappresentanza delle varie categorie di persone partecipi della grande sfida educativa. Siamo qui riuniti, infatti, perché ci muove una comune sollecitudine per il bene delle nuove generazioni, per la crescita e per il futuro dei figli che il Signore ha donato a questa città. Ci muove anche una preoccupazione, la percezione cioè di quella che abbiamo chiamato "una grande emergenza educativa". Educare non è mai stato facile e oggi sembra diventare sempre più difficile: perciò non pochi genitori e insegnanti sono tentati di rinunciare al proprio compito, e non riescono più nemmeno a comprendere quale sia, veramente, la missione loro affidata. Troppe incertezze e troppi dubbi, infatti, circolano nella nostra società e nella nostra cultura, troppe immagini distorte sono veicolate dai mezzi di comunicazione sociale. Diventa difficile, così, proporre alle nuove generazioni qualcosa di valido e di certo, delle regole di comportamento e degli obiettivi per i quali meriti spendere la propria vita. Siamo qui oggi, però, anche e soprattutto perché ci sentiamo sostenuti da una grande speranza e da una forte fiducia: dalla certezza, cioè, che quel "sì", chiaro e definitivo, che Dio in Gesù Cristo ha detto alla famiglia umana (cfr 2 Cor 1, 19-20), vale anche per i nostri ragazzi e giovani, vale per i bambini che oggi si affacciano alla vita. Perciò anche nel nostro tempo educare al bene è possibile, è una passione che dobbiamo portare nel cuore, è un'impresa comune alla quale ciascuno è chiamato a recare il proprio contributo. Siamo qui, in concreto, perché intendiamo rispondere a quella domanda educativa che oggi avvertono dentro di sé i genitori, preoccupati per il futuro dei propri figli, gli insegnanti, che vivono dal di dentro la crisi della scuola, i sacerdoti e i catechisti che sanno per esperienza quanto sia difficile educare alla fede, gli stessi ragazzi, adolescenti e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita. È questa la ragione per la quale vi ho scritto, cari fratelli e sorelle, la lettera che sto per consegnarvi. In essa potete trovare alcune indicazioni, semplici e concrete, sugli aspetti fondamentali e comuni del-

l'opera educativa. Oggi mi rivolgo a ciascuno di voi per offrirvi il mio affettuoso incoraggiamento ad assumere con gioia le responsabilità che il Signore vi affida, affinché la grande eredità di fede e di cultura, che è la ricchezza più vera di questa nostra amata città, non vada smarrita nel passaggio dall'una all'altra generazione, ma al contrario si rinnovi, si irrobustisca, sia di guida e di stimolo nel nostro cammino verso il futuro. In questo spirito mi rivolgo a voi, cari genitori, per chiedervi anzitutto di rimanere saldi, per sempre, nel vostro reciproco amore: è questo il primo e grande dono di cui hanno bisogno i vostri figli, per crescere sereni, acquisire fiducia in se stessi e fiducia nella vita e imparare così ad essere a loro volta capaci di amore autentico e generoso. Il bene che volete ai figli deve poi darvi lo stile e il coraggio del vero educatore, con una coerente testimonianza di vita ed anche con la fermezza necessaria per temprare il carattere delle nuove generazioni, aiutandole a distinguere con chiarezza il bene dal male ed a costruirsi a loro volta delle solide regole di vita, che le sostengano nelle prove future. Così farete ricchi i vostri figli dell'eredità più preziosa e duratura, che consiste nell'esempio di una fede quotidianam e n t e v i s s u t a . Con il medesimo animo domando a voi, docenti dei diversi ordini di scuole, di avere un concetto alto e grande del vostro impegnativo lavoro, nonostante le difficoltà, le incomprensioni, le delusioni che troppo spesso sperimentate. Insegnare, infatti, significa andare incontro a quel desiderio di conoscere e di capire che è insito nell'uomo e che nel bambino, nell'adolescente, nel giovane si manifesta in tutta la sua forza e spontaneità. Il vostro compito, perciò, non può limitarsi a fornire delle nozioni e delle informazioni, lasciando da parte la grande domanda riguardo alla verità, soprattutto a quella verità che può essere di guida nella vita. Siete infatti, a pieno titolo, degli educatori: a voi, in stretta sintonia con i genitori, è affidata la nobile arte della formazione della persona. In particolare, quanti insegnano nelle scuole cattoliche portino dentro di sé e traducano in azione quotidiana quel progetto educativo che ha al proprio centro il Signore Gesù e il suo Vangelo. E voi, cari sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti, animatori e formatori delle parrocchie, dei gruppi giovanili, delle associazioni e movimenti ecclesiali, degli oratori, delle attività sportive e ricreative, cercate di avere sempre, verso i ragazzi e i giovani che accostate, gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo (cfr Fil 2, 5). Continua alla pagina successiva

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Continua dalla pagina precedente Siate dunque quegli amici affidabili nei quali essi possano toccare con mano l'amicizia di Gesù per loro, e al tempo stesso siate i testimoni sinceri e coraggiosi di quella verità che rende liberi (cfr Gv 8, 32) e che indica alle nuove generazioni la via c h e c o n d u c e a l l a v i t a . L'educazione però non è soltanto opera degli educatori: è un rapporto tra persone nel quale, con il crescere degli anni, entrano sempre più in gioco la libertà e la responsabilità di coloro che vengono educati. Perciò, con grande affetto, mi rivolgo a voi, fanciulli, adolescenti e giovani, per ricordarvi che voi stessi siete chiamati ad essere gli artefici della vostra crescita morale, culturale e spirituale. Sta a voi, dunque, accogliere liberamente nel cuore, nell'intelligenza e nella vita il patrimonio di verità, di bontà e di bellezza che si è formato attraverso i secoli e che ha in Gesù Cristo la sua pietra angolare. Sta a voi rinnovare e sviluppare ulteriormente questo patrimonio, liberandolo dalle tante menzogne e brutture che spesso lo rendono irriconoscibile e provocano in voi diffidenza e delusione. Sappiate comunque che in questo non facile cammino non siete mai soli: vi sono vicini non soltanto i vostri genitori, insegnanti, sacerdoti, amici e formatori, ma soprattutto quel Dio che ci ha creato e che è l'ospite segreto dei nostri cuori. Egli illumina dal di dentro la nostra intelligenza, Egli orienta al bene la nostra libertà, che spesso avvertiamo fragile e incostante, Egli è la vera speranza e il fondamento solido della nostra vita. Di Lui, anzitutto, ci possiamo fidare. Cari fratelli e sorelle, nel momento in cui vi consegno simbolicamente la Lettera sul compito urgente dell'educazione, ci affidiamo dunque, tutti insieme, a Colui che è il nostro vero e unico Maestro (cfr Mt 23, 8), per impegnarci insieme a Lui, con fiducia e con gioia, in quella meravigliosa impresa che è la formazione e la crescita autentica delle persone. Con questi sentimenti ed auspici a tutti imparto la mia Benedizione. BENDETTO XVI (©L'Osservatore Romano - 24 febbraio 2008 )

SMASCHERiAMO GLI IDOLI Quanta sete c’è nel nostro cuore Sete: sete di felicità, sete di libertà, di verità, di giustizia, di fraternità. Quanta sete nel mio, nel tuo, in ogni cuore! E se tutta questa sete avesse un nome solo: sete di vita, di senso della vita, in una parola, sete di Dio... Ma ci brucia in cuore anche tanta falsa sete: sete di automobili superaccessoriate, di vestiti all'ultimissima moda, di telefonini che fanno di tutto di più, sete di vacanze magiche in mitiche isole felici da far crepare di invidia colleghi e amici... "In me ci sono a un tratto tante menti / tutte assetate di seti diverse. / Mi sento in mille punti / gonfio e dolorante. / Ma più di tutti in mezzo al cuore" (Rilke ) Il filosofo Miguel de Unamuno (che pure era un pensatore "laico"), a un amico che gli rimproverava, quasi fosse orgoglio e presunzione, la sua ricerca di eternità, rispondeva in questi termini: "Non dico che meritiamo un aldilà, né che la logica

ce lo dimostri, dico che ne abbiamo bisogno, lo meritiamo o no, e basta. Dico che ciò che passa non mi soddisfa', che ho sete d'eternità, e che senza questa tutto mi è indifferente. Senza di essa non c'è più gioia di vivere...È troppo facile affermare: 'Bisogna vivere, bisogna accontentarsi di questa vità. E quelli che non se ne accontentano?". Non è chi desidera l'eternità che mostra di non amare la vita, ma chi non la desidera, dal momento che si rassegna così facilmente al pensiero che essa debba finire. Dobbiamo smascherare i nostri idoli che prima ci seducono e poi ci deludono. Hanno nomi ben noti: il Dio denaro ("più guadagni, più te la spassi"), la dea immagine ("apparire per non morire"), il Dio successo ("più successo avrai, più felice sarai").Ma il cristianesimo è essenzialmente incontro con Cristo. Avviene sempre così: all'inizio della ricerca ti sembrava di attendere altro. Se ti avessero chiesto se eri alla ricerca di Cristo, probabilmente avresti risposto di no. Ma una volta che lo hai incontrato, ti sei reso conto che era

proprio lui che attendevi. Anzi, che era proprio lui che era venuto a cercarti. Oggi "è giunto il momento, ed è questo" in cui è ormai arrivato al capolinea il cristianesimo dell'abitudine e sta rinascendo il cristianesimo dell'innamoramento. La nostra fede è vera quando è vera esperienza di incontro con Cristo. Il nostro cammino di conversione comincia effettivamente quando ci arrendiamo al fascino del Signore Gesù, quando ci sappiamo pensati e voluti da lui, quando da lui ci sentiamo amati e attesi, così come siamo, con i nostri peccati e le nostre debolezze. "Beve di Cristo chi ama Cristo. Beve di lui chi si disseta della parola di Dio; chi lo ama ardentemente e con vivo desiderio. Beve di lui chi arde d'amore per la sapienza" (s. Colombano). Diceva Giovanni Paolo II ai giovani: "È lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate, è lui la bellezza che vi attrae, è lui che vi provoca quella sete di radicalità che non ci permette di adattarci al compromesso. È lui che suscita in noi il rifiuto di lasciarci inghiottire dalla mediocrità". Questa è la salvezza: è come un'acqua pura, traboccante, dissetante ogni arsura, una inesauribile acqua sorgiva che non solo permette di non avere "mai più sete", ma di diventare a nostra volta acqua capace di dissetare la sete di verità, di libertà e di amore di tanta gente che incontriamo fra le pareti di casa, nella corsia dell'ospedale, nella stanza dell'ufficio, per la strada o dalla parrucchiera, presso quel "pozzo di Sicar", là dove Cristo, divino mendicante, "chiede da bere e promette di dissetare". A cura di d. P.

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Appello ai giovani per dare un volto giovane alla nostra Chiesa Cari amici, con il rito dell’imposizioni delle ceneri, abbiamo dato inizio al cammino verso la Santa Pasqua, e stiamo vivendo la quaresima, tempo opportuno e favorevole per farci ritornare tra le braccia del Padre, dopo le nostre continue fughe dalla Sua casa e impegnarci a ricomprendere la stupenda dignità battesimale e ricostruire la nostra umanità assediata e lacerata da storie di peccato che deprimono la vita personale e comunitaria. Nel nostro tempo distratto e disattento ai perenni valori che hanno costituito le radici della nostra identità cristiana, la quaresima, tempo carico di storia, di grazia e di salvezza, sembra svuotarsi sempre più di senso. E se una volta si era soliti chiamare questo periodo liturgico, tempo forte, ora la dovremmo chiamare tempo debole rispetto alle scelte forti degli interessi personali e collettivi della nostra esistenza quotidiana. Eppure, della quaresima abbiamo ancora bisogno; essa ci è necessaria per vivere, per poter fare la vera esperienza di Dio. La Chiesa, proponendoci questo tempo che da sempre ha apportato un benessere al corpo e allo spirito, ci invita alla scoperta della Parola di Dio perché, nutriti da essa, possiamo sfamare chi è nell’indigenza e nella povertà. Nel privarsi di ciò che appaga i propri bisogni e soddisfa i propri desideri, il cuore si dilata e la mano si apre verso gli ultimi che oggi bussano alle porte, anche di noi giovani. Ma la frequentazione di discoteche, pub e pizzerie fino a tarda notte, fenomeno oggi sempre più in voga tra i giovani, distoglie le menti e l’attenzione dai grandi bisogni dello spirito e annulla la proposta di una maggiore austerità che la Chiesa propone nella quaresima. Le nostre parrocchie, ormai, anche quelle di Ravello sono disertate da tanti giovani, le nostre assemblee domenicali risentono molto di questa assenza. Questo ci fa interrogare sul perchè non siamo riusciti a presentare ai nostri giovani la persona di Cristo. Forse a causa di una testimonianza debole essi non hanno potuto assaporare la bellezza di stare con Lui e cosi non hanno mai fatto una vera esperienza di Chiesa. Solo nella Chiesa, infatti, si può fare conoscenza di Cristo; essa diventa il luogo in cui il nostro Dio ci ammette a quest’incontro che ordina la nostra esistenza a Lui. Le chiese ravellesi sono degli splendidi monumenti di arte e di cultura che esprimono l’immensa e antica fede del suo popolo; esse, però, senza la preziosità della vostra presenza giovane rischiano di diventare solo dei musei da poter visitare. La chiesa ha bisogno di voi, ha bisogno di ognuno di noi. Noi, giovani, non siamo soltanto il futuro della Chiesa e dell'umanità, quasi si trattasse di una specie di fuga dal presente, ma, al contrario, siamo il presente giovane della Chiesa e dell'umanità. Stando in essa siamo il suo

volto giovane. La Chiesa ha quindi urgenza di noi, come giovani, per manifestare al mondo il volto di Gesù Cristo, che si delinea nella comunità cristiana. Senza questo volto giovane, la Chiesa si presenterebbe sfigurata. Oramai sono quasi quattro mesi da quando il nostro Arcivescovo mi ha mandato in mezzo a voi per svolgere il mio servizio pastorale in preparazione al sacerdozio. È stato per me tempo in cui ho potuto assaporare le bellezze del vostro paese e fare esperienza della vostra grande ospitalità e generosità, ma ho potuto anche percepire il largo disinteresse che voi giovani mostrate nei riguardi della vostra realtà parrocchiale. Ho tanta voglia di potervi incontrare perché, da giovane come voi, vorrei ascoltare i vostri interessi e le vostre perplessità. Instaurare con tutti voi quell’amicizia che ci permette di poter parlare insieme del nostro amico Gesù, per farlo cosi entrare nella nostra esistenza. Si perché il Signore vuole diventare nostro amico, nostro compagno di viaggio e farci sperimentare la bellezza della vita. Proviamo a rinunziare per qualche volta a questo cerimoniale del sabato sera per riscoprire la bellezza dello stare insieme, soprattutto nelle domeniche quaresimali, potrebbe essere questa una risposta concreta a Cristo che con noi si prepara alla sua Pasqua. Nei tempi antichi si ci preparava alla Santa Pasqua e alle altre feste cristiane, vegliando e pregando, oggi invece, nella nostra società si può constatare sempre di più l’allungarsi della giornata che si spinge sempre più nella notte, vissuta da esperienze varie che preparano alle feste del piacere. Vegliare sì, nella notte, ma per meditare e perché no pregare, cercando dal nostro vagare una risposta alla nostra vita. Spesso i giovani hanno paura di andare contro questo tipo di società, spesso si vergognano di essere cristiani ed hanno paura di aprire il loro cuore a Cristo. Il Santo Padre Benedetto XVI a conclusione della sua prima omelia in piazza San Pietro per la messa di inizio del ministero Petrino, diceva a noi giovani: “Così, oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall’esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo – e troverete la vera vita. Amen.” È con questo invito del Santo Padre che sollecito ancora voi giovani di Ravello ad aprire il vostro cuore affinché possiate anche voi incontrare Gesù Cristo e presentarlo al mondo. Insieme possiamo riuscirci, incontrandoci il sabato alle 18.00 presso i locali del nostro Duomo. Vi aspetto per conoscerci e approfondire la nostra fede. Non mancate!

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Giuseppe Milo


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Tic-tac…La strada, il bivio Mese dopo mese, si susseguono gli incontri di formazione giovanile presso il Monastero delle Redentoriste in Scala. Ogni mese, un nuovo tema su cui discutere e riflettere e dopo “Il tempo “ e “La crescita” (ottobre e novembre), ecco “La strada” e “Il bivio”(dicembre e gennaio). Appuntamento sempre alla solita ora, per le 10:00, al giardino del Monastero e dopo i saluti, pronti si comincia! In questi due appuntamenti siamo stati supportati da un nuovo sacerdote, il redentorista Padre Aldo, con il suo modo scherzoso e al tempo stesso indagatore (è bastata qualche domanda ben mirata ed ha subito messo a nudo le nostre “dimenticanze evangeliche”, ponendovi opportuno rimedio), ci ha guidato tra la lettura di passi del Vangelo (Marco cap. 8 e Giovanni cap. 3) e le lodi mattutine, aiutandoci, attraverso il sacramento della Confessione, ad avvicinarci all’Eucaristia serale. Nel primo passo del Vangelo su menzionato, Gesù ci porta a conoscere la Sua strada, quella che percorrerà per la salvezza dell’intera umanità: la croce. E’ stato questo un argomento che ci ha colpito profondamente…Tra la gioia e la spensieratezza dei preparativi per le feste natalizie, questa doccia fredda sull’itinerario che nostro Signore, nascendo, si apprestava a percorrere concludendolo con la croce, ci ha dato motivo di riflessione sul dramma del nostro quotidiano. A qualunque età “la giornata” sembra difficile: gli impegni di scuola; la responsabilità in famiglia; il pensiero del dover fare tutto o troppo, distratti da tante cose che alla fine lasciano in noi un minimo o nessun senso di appagamento. Non è da meno poi la scelta di quello che si deve fare, proponendosi comunemente per quelle cose che richiedono il minimo sforzo e il massimo risultato. Manca in tutto questo la consapevolezza che l’affanno che ci diamo, non sempre produce i frutti sperati. L’insegnamento cristiano, va oltre ciò che potrebbe portarci in gloria; l’esodo verso Dio, attraverso la compassione che porta alla croce, non richiede elogi pubblici, non fa rumore, anzi spesso è nel silenzio della condivisione fraterna delle “croci odierne”, che trova il suo maggior compimento sulla strada verso la luce divina. Anche noi siamo stati chiamati, in questa particolare domenica, a riflettere sul nostro cammino: ciascuno ha tagliato da un rotolo di nastro adesivo la striscia che poteva rappresentare la sua strada in lunghezza e dopo, uno per volta, abbiamo unito i pezzi sul pavimento del salone che ci ospita a dimostrazione di come vedevamo il nostro percorso. Il risultato è stato un andamento lungo e molto vicino alla realtà: un pezzo dritto; curve, anche a gomito; un ponte, abbastanza scosceso; una montagna, bella alta ottenuto con l’aiuto di uno zaino su cui è stato messo il nastro; un pezzo tutto attorcigliato, strada sdrucciolevole; ancora qualche andamento a zig –zag e l’ultimo pezzo di nastro è stato posto in senso orizzontale sulla strada verticale: la croce. Lungo questo cammino, ognuno ha lasciato la propria zavorra: l’orologio, il tempo; gli occhiali, simbolo di un limite alla propria espressione e della cecità velata; il cellulare, la dipendenza dalla tecnologia; l’agenda, i troppi impegni futili; il casco, l’attaccamento ad una forte passione; l’anello, sogni ancora da realizzare; più di un crocifisso, seminati tra metà percorso, la montagna e alla

fine della strada, la chiamata di nostro Signore. E’ stato liberatorio, ed educativo, essere riusciti ad avere il coraggio di ammettere ciascuno i propri limiti spiegando ad un’assemblea di ben quasi trenta persone il perché della zavorra lasciata, e la rappresentazione del proprio pezzo di strada…Chi più, chi meno, ci siamo accorti di avere ognuno la propria croce, prenderla e seguire le orme che ci sono state lasciate, spetta a noi. Tracciare una strada non è semplice e non è detto che dopo averla cominciata sia bella dritta, spesso, infatti, ci troviamo ad un bivio. Anche Nicodemo (Giovanni cap. 3), che pure era maestro in Israele, si ritrova ad interrogare Gesù e dalle tenebre comincia a scoprire il mondo della luce. Dapprima ne resta abbagliato, ma non impaurito, tanto che continua a porgere delle domande, per conoscere. Per quanto chiara e abbagliante possa essere la Luce divina, spesso è costretta ad addentrarsi in un limbo fosco e oscuro e anche trapelando, non è detto che la cecità umana riesca a coglierla. Ognuno di noi è chiamato a qualcosa e la propria vita si snoda per arrivare alla meta che abbiamo scelto, è un continuo rispondere a tanti stimoli che provengono dall’ambiente che ci circonda, dal nostro vivere quotidiano, anche se personale è la scelta di optare per l’una o l’altra chiamata. Nel corso della crescita, siamo chiamati all’amicizia, al volontariato, alla missione, al matrimonio, al laicato, al sacerdozio, alla vita religiosa, a quella contemplativa, e quant’altro. Tutto questo c’è stato proposto con un simpatico cartoncino: al centro un bimbo, la vita nascente, circondato da tante frecce indicanti una delle direzioni in precedenza esposte ed una direzione vuota, in rappresentanza “del resto”. In basso un’unica risposta:”Eccomi”. Dopo aver discusso un po’ su quest’argomento, ci siamo recati in Chiesa per una veglia di preghiera per le vocazioni. Qui, ancora non lo sapevano, ma ci attendeva una sorpresa. Con l’ausilio di uno scritto, fornitoci dalle Monache, ci siamo addentrati in questa veglia, tra canti e letture, abbiamo partecipato all’Esposizione Eucaristica, alla lettura di un passo del Vangelo (Il granello di senapa, Mt 13,31-32), e abbiamo ascoltato la testimonianza di una vocazione di nome Maria. Chi e Maria? Pensavamo di saperlo, e anche se qualcuno di noi sospettava che il suo forte attaccamento alle attività religiose che si svolgevano in Monastero potesse, un domani, dare buoni frutti, non pensavamo così presto.Maria è una ragazza che partecipa da sempre agli incontri di formazione giovanile, una ragazza sempre con il sorriso sulle labbra che ha chiesto e ottenuto di poter cominciare il postulantato presso le Monache, e sabato 02 febbraio entrerà in Monastero. Continua alla pagina successiva

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Una vocazione semplice, come lei stessa ci ha spiegato, una chiamata sempre più insistente alla quale ha risposto: “Eccomi”, come il cartellone di cui avevamo preso visione. In quel momento siamo stati presi dalla commozione e, finita la veglia, è stato un continuo augurare la buona riuscita del cammino spirituale a questa nostra giovane amica. Nel pomeriggio ci è stata consegnata una mappa un po’ particolare e due colori con i quali avremmo dovuto segnare il percorso fatto fino a quel momento e quello che intendevamo perseguire per l’avvenire. Ci siamo subito accorti che non si trattava di una mappa comune, non rappresentava una città, bensì la vita, con: via dell’infelicità, largo carità, viale dell’amore, piazza affari, viale della fede, via dell’alcool, viale dell’aiuto, piazza solitudine, via dell’ozio, corso della famiglia….a fine foglio, piazza delle scelte, e varie diramazioni. Confrontando le mappe, le strade più affollate sono risultate quelle dell’infelicità, della fede, della preghiera; tutti siamo passati per “piazza delle scelte”e da qui: via del matrimonio, via del discernimento, corso della famiglia…Qualcuno si è inventato “via della Sua Volontà”, e Maria ha scritto “JHS”. Forse in tanti ci stiamo ancora pensando…Ormai ci conosciamo quasi tutti, non certo perché eravamo amici, arriviamo un po’ da tutta l’asse Salerno-Napoli: Ravello, Scala, Amalfi, Torre Del Greco, Gragnano, Pagani, Scafati, Salerno…e grazie all’opportunità che le Suore ci offrono ogni mese, da un bel po’ di anni, abbiamo imparato a conoscerci ed insieme a confrontarci. Ogni incontro è speciale, ci regala un’esperienza nuova, ci offre l’opportunità di partecipare ad una discussione sempre ricca di nuove argomentazioni e di suggerimenti pratici sul come percorrere la nostra strada di buoni cristiani. Non importa che siamo grandi o piccini, abbiamo tra i tredici e i ben quarant’anni, viviamo esperienze diverse che condividiamo, magari all’inizio con qualche remora, ma quando ti accorgi di essere tra gente che ti vuole bene, ogni velo di vergogna cade e molto spesso ci si accorge di aver ricevuto più di quanto non si abbia dato…Domenica 20 gennaio, siamo stati messi a parte di un progetto di vita tanto ambizioso quando complicato e alla nostra amica non possiamo far altro che dire “continua per la Tua strada, la Tua felicità, sarà la nostra”. Il prossimo incontro è per domenica 24 febbraio, siete i benvenuti.

Elisa Mansi I Santi del quotidiano Pina Suriano, una testimone di speranza “Essendo composta di persone che appartengono alle diverse classi sociali, l’Azione Cattolica può compiere su larga scala il più efficace apostolato, l’apostolato del simile sul simile, cioè dell’operaio sull’operaio, dello studente sul compagno di scuola, del professionista sul collega di professione. Un apostolato di tutti i luoghi e di tutte le ore, che conosce i bisogni dei cuori e le vie più spedite e più sicure per giungervi e conquistarli a Cristo, apostolato insomma che soltanto noi laici possiamo compiere”. Questi pensieri non sono di un grande teologo o pensatore, ma di una semplice ragazza che ha saputo essere una testimone valida di Cristo, di una laica che ha capito seguendo il cammino di AC quanta importanza abbia il laicato

nella missione evangelizzatrice della Chiesa: questa laica era Pina Suriano. Siciliana di Partitico, nata agli inizi del 1900 e morta a soli 35 anni nel 1950, beatificata da Giovanni Paolo II durante il pellegrinaggio a Loreto del 2004, la Suriano seppe trasformare la sua vita caratterizzata dalla salute precaria e della situazione economica familiare non florida che non le permisero di essere accolta in nessuno degli ordini religiosi a cui si era rivolta per vivere in pienezza il suo amore a Cristo. Anche tra queste difficoltà, seppe trovare il modo per realizzare il suo programma di evangelizzazione: entrò nell’Azione Cattolica, che in quegli anni affrontava il ruolo di missionaria tra le fasce di popolazione di ogni ceto sociale, si dedicò all’educazione delle ragazze e, negli anni del dibattito ecclesiale sulla politica e le tematiche sociali, prese posizione all’interno dell’AC, con chiavi di lettura originali. Ma al di là di tutto questa operatività pratica, seppe fare offerta continua di sé a Cristo attraverso le sue sofferenze fisiche quotidiane per i sacerdoti e per la Chiesa universale. Pina Suriano era solita ripetere (in particolare in occasione del giovedì santo, giorno in cui con le sue sofferenze si univa a quelle di Cristo): “Gesù, io mi abbandono a Te. Tu mi vuoi in questa via ed io vengo”. La figura di Pina Suriano è un altro tassello sulla nostra strada di conoscenza di una santità diversa da quella dei tanti santi che abbiamo sempre amato, Santi vissuti in periodi lontani da noi e che per noi hanno un’aura di straordinarietà. Restiamo a volte disorientati di fronte a santi che invece hanno vissuto il nostro tempo, che non hanno sofferto il martirio o che non hanno attraversato le vie del mondo operando miracoli e prodigi; questa mancanza di straordinarietà apparente ci impone di dare una risposta alla domanda che potrebbe sorgere: ma quale è la santità che queste persone hanno testimoniato durante la loro vita per salire agli onori degli altari? Ormai la risposta dovrebbe venirci in modo spontaneo: “ognuno di noi cammina sulla via della santità. La bontà di Dio non si misura in gradi di successo, ma in quantità di amore gratuito. La misura del “giudizio di Dio” è sulle scelte dell’oggi” (da Testimoni della Speranza – Percorso formativo per gruppi adulti). Questa necessità di essere santi nella quotidianità ci impone una maturazione cristiana, maturazione che attraverso un percorso di crescita anche degli adulti deve portarci a vivere il quotidiano in un’ottica diversa. L’Azione Cattolica offre a tutti questa occasione attraverso il cammino formativo che si svolge in parrocchia con incontri quindicinali e che in questo periodo di quaresima vedrà come momenti altrettanto importanti, e sempre aperti a tutti, l’adorazione eucaristica settimanale, l’adorazione continua (le cosiddette Quarantore), la Via Crucis e non ultimo per importanza formativa l’arrivo nella nostra parrocchia della Reliquia del Capo di S. Andrea, in occasione dell’ottavo centenario della traslazione delle reliquie del Santo da Costantinopoli ad Amalfi. Quindi l’appuntamento che l’Azione Cattolica consegna a tutti coloro che vogliono crescere nella fede è al mercoledì delle Ceneri, che rappresenterà l’inizio di tutti i momenti formativi, di cui si è parlato. Maria Carla Sorrentino

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ALLE ORIGINI DEL “PIANTO DI MARIA” Uno degli elementi che caratterizza la partecipazione popolare alla Passione di Cristo è senza dubbio il canto, nelle sue forme più diverse. Leggendo i testi dei tristi motivi che accompagnano le processioni del Cristo Morto o quelle dei Battenti ci si imbatte in molti casi in vere e proprie “questioni omeriche” circa l’individuazione degli autori o dei centri di produzione. La nostra attenzione in quest’articolo sarà rivolta, a partire dalle premesse storico-letterarie, al “Pianto di Maria”, l’espressione di un’eredità liturgica che inserisce nella concreta realtà del dramma divino del Figlio di Dio la considerazione dell’angoscia del dramma umano della Madre. Prima di analizzare la tradizione di questo testo è necessario ripercorrere brevemente il pensiero cristiano nei confronti del lamento funebre. Come ricordava Ernesto De Martino in un celebre saggio il Cristianesimo delle origini e dei primi secoli ha polemizzato, a volte con intransigenza, contro il lamento o carme funebre. Cipriano, infatti, nel “De Mortalitate” affermava che “ i morti non debbono essere compianti, avendoli il Signore chiamati a sé e liberati dal mondo… coloro che compiangono i morti prevaricano la loro fede e la loro speranza di cristiani, contraddicendo con gli atti ciò che affermano a parole… ” Sulla stessa scia e con argomentazioni ancora più efficaci si inserisce il pensiero di San Giovanni Crisostomo con il quale si ha il passaggio dal “pianto” pagano al nuovo modo del cordoglio cristiano rappresentato dal canto di salmi e inni. Tuttavia, all’interno dello stesso pensiero cristiano ci furono personalità quali ad esempio Sant’ Agostino o Sant’Ambrogio i quali, avendo vissuto in prima persona la perdita di persone care, sentirono la dolcezza del pianto come una debolezza che appartiene alla natura umana. Nonostante ciò la Chiesa, almeno fino all’età comunale condannò, attraverso i canoni dei sinodi e la legislazione civile delle monarchie feudali, il lamento funebre. Allo stesso tempo svolse anche un’azione pedagogica più interiore e religiosamente impegnata grazie all’efficacia storica della Mater Dolorosa nella scena della Passione. Nel Nuovo Testamento non si parla di un “Pianto di Maria”. Giovanni descrive Maria ai piedi della croce come una muta spettatrice e non pone sulla sua bocca nessuna espressione di dolore. La Madre di Dio vive la morte del Figlio nel suo interiore patire in perfetta coerenza con l’affermazione della vittoria di Cristo sulla morte.Questo tipo di rappresentazione mariana assume connotati diversi a partire dall’undicesimo secolo e trova la sua piena affermazione nel secolo successivo dove l’immagine ieratica della Madonna ai piedi della croce viene

sostituita con figurazioni cariche di drammaticità. Ciò è da inserirsi nel contesto del misticismo cristocentrico di Sant’Anselmo e di San Bernardo di Chiaravalle che portava all’accento sull’umanità di Cristo e sull’amore per Cristo crocifisso. Così anche nella produzione letteraria occidentale, sulla base di una tradizione testuale già diffusa nell’Oriente cristiano, iniziano a comparire gli elementi fondanti della rappresentazione liturgica della Passione. I riti della Settimana Santa avevano assunto in Occidente un rilevo particolare già dal IV secolo grazie soprattutto alla diffusione di un testo di autore incerto, la Peregrinatio Aetherie ad loca sancta (Il Pellegrinaggio di Eteria ai luoghi santi) con la descrizione dei riti della Settimana Santa a Gerusalemme. Tale testo venne trascritto anche a Montecassino da Pietro Diacono tra il 1059 e il 1086, al tempo dell’abate Desiderio. Oltre a questo testo non bisogna assolutamente dimenticare i tropi che erano delle interpolazioni o aggiunte letterarie e musicali introdotte nelle parti cantate della messa, definiti il vero punto di germinazione del dramma liturgico e di cui se ne hanno un paio del secolo XI anche in codici dell’Abbazia di Montecassino. Senza queste premesse sarebbe difficile analizzare uno dei testi fondanti del “Pianto di Maria” : La “Passione Cassinese” che insieme al cosidetto “Officium quarti militis” di Sulmona costituisce una consistente parte dei testi drammatici latini sulla Passione che ci sono pervenuti. La Passione Cassinese comprende gli episodi dal contratto di Giuda con i sacerdoti alla crocifissione e al Pianto di Maria: la narrazione non procede stretta alla narrazione canonica quasi ad accentuarne il divario con le rappresentazioni più tarde. La Passione si chiude con un breve Pianto o Lamento della Vergine che offre i tre elementi considerati il sine qua non di un dramma: azione, personificazione e dialogo. La Vergine viene descritta piangente con gesti mimetici ai piedi della Croce, mentre recita un lamento composto in tre versi: “…te portai nillu meu ventre, quando te beio, moro presente, nillu teu regno agi me a mmente” (Ti ho portato nel mio ventre. Quando ti vedo, muoio subi-to. Nel tuo regno ricordati di me.). Fra i tentativi cassinesi in volgare il Pianto della Vergine fu quello che ebbe il più ampio e importante seguito. Del resto la farcitura in volgare di opere teatrali latine era prassi ben collaudata al di là delle Alpi. Sempre dall’area culturale longobardo-benedettina viene il più antico Pianto della Vergine pervenutoci integro, la Lamentatio Marie abruzzese. Questo testo presenta un’ampia espansione narrativa con lunghi inserti di discorso diretto. Continua alla pagina successiva

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chè il “Re dei re” per tutto il giorno è rimasto visibile, dietro il velo eucaristico, in mezzo al suo popolo. Si è iniziato con la Un altro inno composto in area cassinese negli ultimi decenni celebrazione della santa Messa. L’omelia del celebrante ha del XII è il “Dies irae, dies illa” (Giorno d'ira sarà quel giorno) sottolineato il valore e l’importanza dell’adorazione eucaristiche rappresenta uno dei punti più alti dell’innodia liturgica ca. A conclusione della celebrazione eucaristica l’ostia santa è medievale. stata intronizzata con l’antico e prezioso ostensorio posto sulSullo stesso metro della Passione Cassinese è la grande sequenza sulla sofferenza di Maria: Stabat mater dolorosa, che viene attribuita a Jacopone da Todi. Il Pianto della Vergine dunque veniva ad incontrarsi con il francescano Jacopone con il risultato di laudi personalissime nel loro ardente estremismo che trovarono piena accoglienza nei moti della pietà popolare che imperversavano a Perugia intorno al 1260, come quello dei Flagellanti. Le confraternite nate da questo movimento e i loro laudari posero al primo posto l’uffizio della Settimana Santa, secondo lo spirito penitenziale cristocentrico, come si evince dagli statuti e soprattutto dall’Ordo faciendam disciplinam della confraternita di Santo Stefano di Assisi. Nella drammaticità della lauda, nel suo oltranzismo tutto incentrato nel lamento della Vergine e nella Passione di Cristo si l’altare tra candele, fiori e profumo d’ incenso. Per l’intera coglie non solo il punto fondante dello spirito penitenziale che giornata il “Signore”, ospite divino, ha accolto i tanti fedeli che anima i Flagellanti ma anche il riflesso delle aspirazioni spiri- sostando alla sua presenza gli hanno presentato ringraziamenti, tuali della società religiosa in un momento in cui, ai primi del ansie, offerte spirituali e propositi di rinnovamento spirituale. Trecento, l’accentuazione dell’aspetto doloroso del mistero Ad ogni ora, lo scampanio a distesa delle campane ha ricordato divino si fa più forte e il culto mariano si accende di particola- ai fedeli la presenza del Signore che attendeva i suoi visitatori; re drammaticità. velocemente sono trascorse le ore della giornata ma indimenPer assolvere la funzione pedagogica di Mater Dolorosa, sopra ticabile è il ricordo della sorella Rosa Cioffi-Di Lieto che nel ricordata, e di modello del nuovo ethos cristiano di fronte alla pomeriggio di quel giorno, mentre la comunità pregava, è morte, la figura di Maria si adattò persino ad accogliere gli stata chiamata alla visione di Dio per adorare da vicino il Siaspetti più arcaici del cordoglio antico, come il cadere inani- gnore Gesù che prima lei con noi aveva contemplato nascosto mata ed il percuotersi il petto; ma la sua figura di madre in sotto i veli dell’ostia bianca. lutto resta sostanzialmente legata ad un’altra immagine peda- Al tramonto del giorno, col canto del vespro e la solenne begogicamente egemonica, al suo stare raccolto, immobile o al nedizione eucaristica, colmi di gioia, siamo tornati alle nostre contemplare velato di lacrime della sequenza dello Stabat Ma- case con il vivo desiderio di rinnovare e rivivere più spesso ter. Il centro della religione cristiana non è nel cordoglio di questa splendida esperienza di preghiera. Maria come tale, ma in quel farsi portatrice della morte di Antonio Sciorio Cristo, che la Madre Dolorosa aiuta a vivere come esperienza.

Salvatore Amato

Un’antica tradizione popolare che si conserva a S.Maria del Lacco: “Giovedì a mùrzill” Per antica tradizione popolare la Comunità di Santa Maria del Lacco dedica il giovedì che precede la Domenica di Carnevale all’adorazione eucaristica. Questo giorno passa alla storia col nome di giovedì “à mùrzill“ per il particolare significato religioso che il termine dialettale racchiude in riferimento al Santissimo sacramento. In quel giorno un’ostia, simbolo del SS. Sacramento, veniva divisa in tante piccole particole e distribuita al Popolo per esortarlo ad essere santo come Gesù è Santo. Per conservare e rinnovare questa secolare tradizione, giovedì 31 gennaio la comunità si è radunata nella chiesa di San Trifone stringendosi attorno al SS. Sacramento solennemente esposto. Anche se la giornata è stata cupa e fredda, si è gioito per-

CELEBRATA LA GIORNATA DEL MALATO

Lo scorso 11 febbraio, memoria della Beata Maria Vergine di Lourdes, la chiesa ha celebrato la Giornata Mondiale del Malato, occasione propizia per riflettere sul senso del dolore e sul dovere cristiano di farsene carico in qualunque situazione esso si presenti. Era il 13 maggio del 1992, quando il servo di Dio Giovanni Paolo II, accogliendo la richiesta del Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per gli Operatori Sanitari, Card. Fiorenzo Angelini, che istituì la “ giornata mondiale del malato”, da celebrarsi l’11 febbraio di ogni anno. Infatti, «insieme con Maria, Madre di Cristo, che stava sotto la croce, ci fermiamo accanto a tutte le croci dell'uomo di oggi» (Salvifici Doloris, 31), così il pontefice dava inizio ad un appuntamento di preghiera e di sensibilizzazione verso coloro che sono afflitti da malattia e dolore.

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PELLEGRINAGGIO A LOURDES L’associazione P.U.A.C.S , Pia Unione Ammalati Cristo Salvezza, opera a Pagani dal 1963,nell’ambito dell’animazione della pastorale dei malati. La P.U.A.C.S , inoltre organizza pellegrinaggi a Lourdes,Fatima ,San Gerardo a Maiella, iniziative altrettanto utili a sollevare la sofferenza. Tramite una loro benefattrice alcuni di noi di Ravello e di Amalfi, abbiamo partecipato al Pellegrinaggio a Lourdes ,dal 9 al 12 Febbraio,in occasione dei centocinquanta anni dalla Prima Apparizione. Un grazie a tutti i componenti l’associazione per la missione che compiono con tanta generosità,e per l’occasione che hanno offerto a noi di vivere quest’esperienza. Un accorato grazie agli assistenti spirituali che ci hanno accompagnato : Don Gaetano, Don Mimmo,Don Piercatello,Don Gerardo e Don John ,ed ai due ragazzi Angelo e Gianni , due veri angeli custodi.Non è facile descrivere le emozioni che si provano all’incontro con la Vergine .In preghiera nella grotta di Massiabelle,sono tanti i pensieri e i sentimenti che si provano.La prima cosa che si avverte è che Maria ti ha voluto in quel Luogo Santo per aprire il tuo cuore al suo Amore ed a quello di Suo Figlio. Attraverso la preghiera intima e silenziosa ti senti unita a Cristo ed alla Vergine, vedi intorno tanti volti emozionati, persone anche in carrozzina che con coraggio, con volti raggianti compiono il loro atto di fede. Proprio in questo momento si scopre la “ vera fraternità”. Tutti ci sentiamo figli dello stesso Padre e fratelli in Cristo Gesù.Le Processioni Mariane con le candele,la meditazione dei Misteri del Rosario, la Processione Eucaristica, la Via Crucis. il clima spirituale che vivi, il silenzio che riesci a sentire intorno a te e dentro di te , ti portano a cercare la “ conversione del cuore “, ti donano il coraggio ed una gioia inesprimibile .Impellente, allora, diventa il bisogno di immergersi nell’Acqua delle Piscine , per rinnovare il ricordo del Battesimo che ci ha resi figli di Dio , per ricordare l’Amore di Gesù che ha donato a noi la salvezza, per vivere fino in fondo il sacramento della Penitenza ,attraverso il quale riceviamo il perdono e la riconciliazione . “E’ l’Acqua che ti dà la Vita “, ha detto Gesù alla Samaritana presso il pozzo di Sicar . Altro pensiero che ti fa riflettere : Cristo sceglie sempre i più piccoli per rivelarsi , anche a Lourdes la Madonna ha scelto una semplice ed umile pastorella per manifestarsi come “ l’Immacolata Concezione “.Sono stati giorni di grazia e non è stato facile lasciare Lourdes, un’ultima preghiera per chiedere alla Vergine di accompagnarti nell’impegno di conversione, nella vita di tutti i giorni , e la promessa di tornare appena possibiGiuseppe Milo le ,con le lacrime agli occhi ci si è preparati al ritorno. Giulia Schiavo

E Lourdes, santuario mariano tra i più cari al popolo cristiano, è luogo e insieme simbolo di speranza e di grazia nel segno dell'accettazione e dell'offerta della sofferenza salvifica. La giornata del Malato, vuole essere un momento forte di preghiera, di condivisione, di offerta della sofferenza per il bene della Chiesa e di richiamo per tutti a riconoscere nel volto del fratello infermo il Santo Volto di Cristo, che soffrendo, morendo e risorgendo ha operato la salvezza dell'umanità. Quest’anno, poi, la giornata del malato ha coinciso con il 150° anniversario delle apparizioni dell’Immacolata a Lourdes e alla celebrazione del Congresso Eucaristico Internazionale a Québec, in Canada sul tema “L’Eucaristia, Lourdes e la cura pastorale dei malati”: : una singolare opportunità per considerare la stretta connessione che esiste tra il Mistero eucaristico, il ruolo di Maria nel progetto salvifico e la realtà del dolore e della sofferenza dell’uomo. La nostra comunità parrocchiale ha vissuto questo momento di grazia, domenica 10 febbraio, convocando gli ammalati autosufficienti per la Celebrazione Eucaristica delle 10.30, durante la quale è stato amministrato il Sacramento dell’Unzione degli infermi. Ai nostri giorni il Sacramento dell'Unzione dei Malati istituito da Gesù (Marco 6,12-13), e trasmesso dall’Apostolo Giacomo (Gc 5,13-15),deve essere visto nella luce della vicinanza di Cristo al malato e al sofferente; di Gesù che redime e libera l’uomo proprio per mezzo della sofferenza.L’unzione degli infermi ha lo scopo di consacrare la malattia con l’Olio, che è segno della unzione sacerdotale di chi soffre con Cristo sofferente.E’ la consumazione del nostro Battesimo che porta all’ammalato il sollievo spirituale e fisico ,e non poche volte la rifioritura del corpo e la stessa guarigione. La chiesa cattolica lo amministra ai fedeli gravemente ammalati, in particolare a chi versa in pericolo di morte per malattia o vecchiaia e predilige la celebrazione comunitaria che consente la partecipazione dei fedeli nella preghiera per i membri malati e sofferenti della chiesa. La comunità cristiana, riunita intorno alla mensa eucaristica, viene catechizzata sul mistero della sofferenza, sul significato del Sacramento dei malati ed educata alla condivisione della sofferenza dei fratelli. La celebrazione del sacramento ha offerto a tutti noi la grande occasione per riflettere sul senso del dolore e della sofferenza e molte erano le persone ammalate, che con viva fede hanno ricevuto questo sollievo dell’anima e del corpo. Per la nostra parrocchia è stata, quindi, una giornata importante in cui i fedeli ammalati hanno potuto sperimentare la grande misericordia di Dio che giunge a chi apprezza i Sacramenti della Chiesa. Per mezzo di questi Segni efficaci di Salvezza,ancora oggi Gesù incontra e salva gli uomini.

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Sant’Andrea INCONTRA RAVELLO società migliore: come Andrea anche noi dobbiamo diventare pescatori d’anime distaccandoci dalle cose materiali e curando sempre più, attraverso l’impegno e la preghiera, la nostra anima. I giovani hanno affidato al santo i loro propositi, accompagnati dall’ardente supplica per implorare la sua celeste protezione. La giornata di Sabato 16 ha visto il lento ma continuo pellegrinaggio dei fedeli che sostando di fronte alla Reliquia hanno pregato Sant’Andrea di lenire le loro pene ed aiutarli ogni giorno nel percorso arduo della vita. Infine, nel tardo pomeriggio, dopo un ultima preghiera comunitaria e la solenne benedizione del parroco, la reliquia ha proseguito il suo viaggio per la vicina Scala. Al Santo i giovani intendono innalzare una fervida preghiera: Sant’Andrea donaci la grazia di saper seguire il Signore come In occasione dell’ottavocentenario (8 maggio1208 – 8 maggio hai fatto tu e di abbandonarci con fede ardente nelle Sue mani, per2008) della Traslazione del Corpo di S. Andrea Apostolo da ché nella nostra vita sappiamo compiere sempre la volontà di Dio. Costantinopoli, odierna Istanbul, ad Amalfi, la reliquia del capo dell’Apostolo viene portata in pellegrinaggio per i paesi e Raffaele Amato le chiese principali della Diocesi. Il passaggio della reliquia Marzo 2008 vuole essere anche inteso come il passaggio stesso dell’Apostolo Andrea, che continua presso il nostro territorio ad essere il camminiamo INSIEME pescatore di uomini con la rete del Vangelo Valore proposto: Avere cura dell’altro Partendo da Atrani, il giorno 7 Gennaio, la Reliquia del Santo Cosa si vuol raggiungere: OGNI BATTEZZATO E’ stà visitando ad una ad una tutte le città della Diocesi. L’ArciSENSIBILIZZATO A PRENDERSI CURA DELL’ALvescovo, Mons. Orazio Soricelli, nella presentazione del susTRO E DELLE SUE DIFFICOLTA’ sidio liturgico preparato per l’occasione, invita i fedeli a vivere un simile momento di grazia sopratutto attraverso momenti di preghiera, di celebrazione e catechesi,e affida ad ogni parrocchia il compito di scegliere il modo migliore di miscelare questi momenti per venerare al meglio la Reliquia del Santo. A consolidare l’importanza di questa “peregrinatio” è stato il gesto del Sommo Pontefice, che ha concesso l’indulgenza plenaria ai fedeli che abbiano devotamente partecipato alle funzioni in onore di Sant’Andrea, durante la peregrinatio, e, CRESCIAMO INSIEME dopo una purificante confessione, abbiano ricevuto la Santa In questo tempo dell’anno liturgico , vogliamo condividere un Comunione. momento di preghiera e di riflessione, entrando nelle vostre Giovedì 14 Febbraio anche la comunità di Ravello ha benefi- case, alla presenza di tutti i componenti della famiciato della santa visita. La Reliquia, arrivata in serata, da Tra- glia.Attraverso la comune preghiera,affideremo al Signore le monti, dopo un momento di preghiera comunitaria in Duo- famiglie della nostra Comunità.Pregheremo affinché ognuna di mo, è stata portata in processione al Monastero di Santa Chia- esse possa camminare alla presenza di Dio , possa essere fonra dove è rimasta, tra le incessanti preghiere delle sorelle cla- data sull’amore ( come dono e dedizione ) ,possa essere aperta risse, fino al mattino seguente. Dopo la Messa mattutina cele- alla vita.Invocheremo ancora ,per ogni famiglia ,la pace , il brata nella chiesa di Santa Chiara, Venerdì 15, la Reliquia è rispetto , la benevolenza ed il perdono vicendevole . Possa la stata riportata processionalmente in Duomo dove alle 10,30 è gioia del Signore , la gioia di vivere, entrare nelle vostre famiseguita la Messa Comunitaria. Durante tutta la giornata la glie!La gioia , la fiducia , la gratuità, sia donata anche ai vostri Reliquia è rimasta esposta in Duomo affinché tutti i fedeli po- vicini e a tutte le persone con cui vi trovate a vivere , imparantessero esprimere il proprio saluto al Santo, mentre i sacerdoti do così a crescere e a camminare insieme.Secondo un Calenerano a disposizione per coloro che volessero confessarsi. In dario definito e condiviso ( concordato con i Messaggeri), sin serata, dopo la messa vespertina celebrata da Don Giuseppe dai prossimi giorni del Mese di Marzo, il Parroco è disponibiImperato, si è tenuta la veglia per i giovani, presieduta da Don le a recarsi nelle case per pregare con la famiglia riunita e Michele Fusco, parroco della Cattedrale di Amalfi, il quale annunciare La Pasqua di Risurrezione. nella breve omelia, ha tenuto a precisare l’impegno e l’amore Il Parroco che noi giovani dobbiamo riversare nella costruzione di una

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CELEBRAZIONI DEL MESE DI MARZO 2008 In questo tempo la Messa vespertina nei giorni feriali sarà celebrata alle 17.30 mentre la Messa prefestiva e festiva (sabato e domenica) sarà celebrata alle 18.00. (Orario legale feriali: 18.30, festivi: 19.00)

AUGURI DI SANTA PASQUA

2 MARZO IV DOMENICA DI QUARESIMA Ore 08.00-10.30-18.00: Sante Messe 3—6 MARZO GIORNATE EUCARISTICHE A SANTA MARIA A GRADILLO Ore 08.00: Santa Messa ed esposizione per l’adorazione ininterrotta Ore 18.00 Canto dei Vespri, omelia e benedizione eucaristica VENERDI 7 MARZO Ore 17.30: Santa Messa e Via Crucis 9 MARZO V DOMENICA DI QUARESIMA Ore 08.00-10.30-18.00: Sante Messe 13 E 27 MARZO—GIOVEDI Ore 17.30: Santa Messa e Adorazione Eucaristica 14 MARZO Messa vespertina anticipata della Solennità di San Giuseppe 15 MARZO 10.30: S. Messa per la Solennità di San Giuseppe, Sposo della B.V. Maria 18.00: Messa festiva anticipata delle Palme 16 MARZO - DOMENICA DELLE PALME Ore 08.00-18.00: Messe Comunitarie Ore 10.15 A Santa Maria a Gradillo Benedizione delle Palme e processione verso il Duomo e celebrazione della Messa 17 MARZO Ore 18.30: VIA CRUCIS LITURGICA PER LE STRADE 18 MARZO Ore 18.00: A Santa Maria a Gradillo celebrazione penitenziale 19 MARZO Ore 18.00: Messa Crismale nella chiesa Cattedrale di Amalfi 20 MARZO—GIOVEDI SANTO Ore 19.00: Messa in Coena Domini 21 MARZO - VENERDI SANTO Ore 18.00: Celebrazione della Passione del Signore 21 MARZO—SABATO SANTO Ore 21.00: Veglia Pasquale 23 MARZO— RESURREZIONE DEL SIGNORE Ore 08.00-10.30-18.00: Sante Messe 24 MARZO Lunedì fra l’Ottava di Pasqua Ore 8.00-10.30: Sante Messe Ore 18.00: Messa e breve processione con la statua del Santo Patrono 30 MARZO—II DOMENICA DI PASQUA Ore 08.00-10.30-19.00: Sante Messe

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Incontro marzo 2008  

Anno IV - N. 2 - Marzo 2008 PERIODICO DELLA COMUNITÀ ECCLESIALE DI RAVELLO PDF created with pdfFactory trial version www.pdffactory.com Arma...

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