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Per una Chiesa Viva Anno V- N. 6 – Luglio 2009 P ERIODICO DELLA www.incontroravello.blogspot.com

COMUNITÀ ECCLESIALE DI RAVELLO

www.chiesaravello.it

Il Martirio Ieri e oggi Il Concilio Vaticano II, trattando delle vie e dei mezzi della santità, insegna che, pur essendo molte le vie che conducono il discepolo di Cristo alla santità, esse si fondono in una unica via, quella della carità. Essere santi significa essere uniti a Dio,quel Dio che è amore. Nel n. 42 della Costituzione sulla Chiesa, infatti, si legge che « Dio è amore e chi rimane nell'amore, rimane in Dio e Dio in lui » (1 Gv 4,16). Dio ha diffuso il suo amore nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo, che ci fu dato (cfr. Rm 5,5); perciò il dono primo e più necessario è la carità, con la quale amiamo Dio sopra ogni cosa e il prossimo per amore di lui….Avendo Gesù, Figlio di Dio, manifestato la sua carità dando per noi la vita, nessuno ha più grande amore di colui che dà la vita per lui e per i fratelli (cfr. 1 Gv 3,16; Gv 15,13). Già fin dai primi tempi quindi, alcuni cristiani sono stati chiamati, e altri lo saranno sempre, a rendere questa massima testimonianza d'amore davanti agli uomini, e specialmente davanti ai persecutori. Perciò il martirio, col quale il discepolo è reso simile al suo maestro che liberamente accetta la morte per la salute del mondo, e col quale diventa simile a lui nella effusione del sangue, è stimato dalla Chiesa come dono insigne e suprema prova di carità. Ché se a pochi è concesso, tutti però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce durante le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa”. Il martirio, dunque, è il grado supremo della carità:l’amore che dà la propria vita

per colui che ama; “dare la vita” nel linguaggio del vangelo e della prima lettera di Giovanni equivale ad offrire la vita “in sacrificio”a Dio,in un senso nettamente cultuale. Il martirio cristiano, come atto d’amore anche verso i persecutori si qualifica come carisma-dono di Dio, vocazione e pro-vocazione, lotta vittoriosa contro il maligno, offerta eucaristica di

sé, parto e nascita alla “vita nuova”, comunione con Cristo, premio, e, in ultima sintesi come incontro con il Signore Gesú di cui il discepolo si fa imitatore nell’atto supremo della passione e della «proesistenza». «Adesso sono io che soffro quel che soffro (cioè le doglie del parto) – risponde la catecumena Felicita al carceriere –; allora (al momento in cui sarà data in pasto alle fiere), sarà in me un Altro che soffrirà al posto mio, poiché io subirò il martirio per lui» (Passio Perp.

15,6). Ed è nella confessione dei martiri (risuona in ogni parte dell’impero romano il ritornello: «Sono cristiano!») e nella loro coerente attestazione esistenziale che, in quel tempo, si esprime e si riconosce la fede della intera Chiesa cattolica. Il martirio rappresenta sempre la suprema testimonianza di amore verso Dio e verso il prossimo e come la perfezione della vita cristiana. Il martire vuole essere fedele alla persona e agli insegnamenti di Cristo e subisce la morte inflitta dal persecutore accettando liberamente e coscientemente Cristo e il mondo:testimone per eccellenza,seguendo il suo ’esempio e confidando nel suo aiuto. I martiri offrono la loro vita,rivelano una sublime spiritualità e diventano un vangelo vivente per la chiesa. Nella storia bimillenaria della chiesa, accanto a pagine gloriose di predicazione del vangelo o di solidale condivisione di carità o di comunitarie celebrazioni liturgiche, specchio e sorgente di comunione, non rare sono le pagine luminose, intrise di amore di sangue, segnate dall’eroismo di cristiani dei primi secoli del cristianesimo (l’epoca dei Martiri ) che hanno perso la vita a causa di Cristo: si tratta di testimonianze che, a partire dalla generazione degli apostoli e dei padri apostolici, coprono il tempo e lo spazio della prima espansione del cristianesimo nelle terre dell’Europa, dell’Asia Minore, della Palestina e Siria, dell’Africa romana, fino alla riconosciuta «sconfitta» della repressione messa in atto dall’impero romano, decretata dal cosiddetto editto di Milano del 313.

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SEGUE DALLA PRIMA Se non si può determinare con esattezza il numero dei martiri della Chiesa delle origini (il martirologio geronimiano ne enumera 979, certamente per difetto), è tuttavia significativo rilevare che fonti di entrambe le sponde, pagana (Tacito) e cristiana (Clemente romano, Cipriano), convergono nell’affermare che i martiri furono una «grande moltitudine» e il loro numero «incalcolabile». «Piú ci uccidete – esclamava Tertulliano – e piú diventiamo numerosi. Il sangue dei martiri è semente di nuovi cristiani» . Nel nostro tempo,all’inizio del terzo millennio dell’era cristiana, il Papa Giovanni Paolo II, nell’anno 2000 ha affidato alla chiesa il compito di alimentare il ricordo dei nuovi martiri e ancora più recentemente Benedetto XVI ha di nuovo sottolineato come il martirio ha accompagnato sempre la professione della fede cristiana e rimane profondamente attuale. Il martirio cristiano – così attuale anche nel nostro tempoè “esclusivamente un atto d’amore, verso Dio e verso gli uomini, compresi i persecutori”; lo stesso Amore che spinse il Figlio di Dio a spogliare se stesso e a farsi obbediente fino alla morte di croce (cfr Fil 2,6-8), ha poi spinto gli Apostoli e i martiri a dare la vita per il Vangelo”. Il Papa ha ricordato i tanti martiri e persecuzioni subite dalla Chiesa nel corso dei secoli, fino al giorno d'oggi. “Anche oggi – ha detto - giungono notizie da varie parti del mondo di missionari, sacerdoti, vescovi, religiosi, religiose e fedeli laici perseguitati, imprigionati, torturati, privati della libertà o impediti nell’esercitarla perché discepoli di Cristo e apostoli del Vangelo; a volte si soffre e si muore anche per la comunione con la Chiesa universale e la fedeltà al Papa Il pontefice non ha citato luoghi o situazioni nello specifico, ma in controluce si intuisce l’accenno alla “mappa del marti-

rio” in Paesi dell’America Latina, dell’Africa e dell’Asia, in particolare i Paesi islamici (“perseguitati, imprigionati, torturati…”) e la Cina (“si muore anche per la comunione con la Chiesa universale e la fedeltà al Papa”). Nell’elenco si può aggiungere l’India da dove proprio di recente giungono notizie di cristiani uccisi e di chiese bruciate. Citando la sua ultima enciclica Spe salvi , egli ha ricordato l’esperienza del martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin (morto nel 1857), in cui “la sofferenza è trasformata in gioia mediante la forza della speranza che proviene dalla fede”. “ I cristiani, divenuti discepoli di Cristo, lo seguono "sul cammino della Croce". E ha ricordato che "anche là dove non vi è persecuzione, vivere con coerenza il Vangelo comporta un alto prezzo da pagare". Amare Cristo fino a versare il proprio sangue per Lui;amare Cristo più della propria vita è un fatto di una portata enorme. Nel martirio la forza dell'amore vince anche la morte. Il martirio è sempre un gesto che scuote e fa riflettere seriamente,perché nessuno dà la vita per niente! Anche noi nella solennità liturgica del 27 luglio di ogni anno, facendo memoria del martirio del giovane medico Pantaleone di Nicomedia, vogliamo riflettere e meditare sul significato della vita dei martiri, per comprendere sempre meglio ed apprezzare il martirio il cui profondo significato cristologico rappresenta a noi comuni discepoli di Cristo l’esperienza più forte del rapporto reale con Cristo raggiunta dai veri ed autentici cristiani, coraggiosi e coerenti seguaci del Maestro, siccome «il martire, con la sua confessione di fede data e suggellata con la morte, diventa la conferma piú evidente della verità alla quale ha aderito e di cui è fermamente convinto: la Verità è la persona di Gesú Cristo, Figlio di Dio e Salvatore del mondo». Don Giuseppe Imperato

Prepariamoci alla festa di San Pantaleone Da qualche anno, in occasione delle Udienze generali del Mercoledì, Papa Benedetto XVI propone il fascino dell'iconografia patristica. Nomi cari alla memoria della nostra fede, come Agostino, Ambrogio, Girolamo, Clemente stanno acquistando nuova vita, mentre il Papa richiama il significato e il contenuto della loro vita. Per questa ragione, per ben prepararci alla festa di San Pantaleone, possiamo verificare la nostra vita cristiana alla luce di alcuni insegnamenti dei Padri della Chiesa che vissero nell’epoca del nostro Santo. Anche allora, come oggi, i cristiani furono chiamati a fortificare la propria fede e intensificare la testimonianza dinanzi ad una cultura che intendeva trascinare la loro vita in una negazione della fede e dei valori del Vangelo. Gli scritti dei Padri della Chiesa, sia nelle omelie che nelle loro lettere, sono fitti di istruzioni e suggerimenti pratici per la vita spirituale dei credenti. Infatti per i Padri non vi è vita cristiana se non viene fondata su un coinvolgimento totale del fedele in una sintesi sempre più accurata di atti di fede e comportamenti che qualificano tale vita. Cirillo di Gerusalemme esortava: “Assicura la salvezza della tua anima con digiuni, preghiere, elemosine e letture di libri sacri, affinché trascorsa nella temperanza e nei buoni insegnamenti quella parte della vita terrena che ancora ti rimane, tu possa raggiungere l’unica salvezza che viene dal lavacro e arruolato nell’esercito di Dio Padre, sia fatto degno delle celesti corone”. Per questo il mese di San Pantaleone deve essere occasione per rivivere con fedeltà digiuno, preghiera ed elemosina che dispongono il nostro cuore ad un distacco verso i beni terreni, alla solidarietà con i più poveri e alla ricerca dei beni celesti, più durevoli e a noi maggiormente necessari. La lettura della Sacra Scrittura e dei testi di spiritualità ci aiuteranno ad educare il cuore e la mente a quei valori che sono la trama fondamentale di una vita autenticamente cristiana. In questo mese partecipiamo con devozione alla Santa Messa quotidiana, all’adorazione eucaristica settimanale del giovedì pomeriggio e alla


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Novena in onore del Santo. Non trascurate l’aiuto prezioso delle trasmissioni di spiritualità sui numerosi canali radiofonici e televisivi come Radio Maria, Radio Buon Consiglio, Tele Padre Pio, Tele Pace o Sat2000. Ma soprattutto prendiamo nuovamente a cuore l’unica salvezza che i Padri della Chiesa esortavano a ricercare con una vita autenticamente cristiana. Cerchiamo di evitare una apprensiva ed esagerata preoccupazione per le cose e le faccende della nostra quotidianità. San Girolamo esortava “ Per la tua casa devi spendere ogni energia, ma ti devi riservare però qualche momento di respiro per la tua anima. Trova un posticino adatto, alquanto discosto dal via vai familiare, dove tu possa raccoglierti come in un porto dopo il trambusto tempestoso degli affari domestici e dove possa comporre in intima tranquillità le mareggiate dei pensieri che ti agitavano nella vita esteriore”. Che consiglio di grande attualità! Anche oggi molti cristiani lamentano di non avere più tempo. Ogni giorno siamo presi da una corsa frenetica che ci priva di quella serenità di cui abbiamo bisogno. Pensare alla nostra anima, significa ricordare che non siamo solo dotati di un corpo, ma Dio ci ha donato una vita spirituale che va alimentata costantemente ogni giorno con la preghiera e l’amore. Il tempo della vita, dono di Dio, va orientato con saggezza ad un esercizio equilibrato delle nostre attività da cui non vanno escluse quelle spirituali. Gregorio di Nissa ammoniva ogni artigiano o professionista che: “volgendosi con tutto zelo all’attività che ha tra le mani, si dimentica di dedicarsi alla preghiera giudicandola una perdita per i propri affari“. In questo mese seguiamo questi consigli ed in particolare facciamo attenzione ad alcuni momenti della giornata. San Girolamo raccomandava: “sedendo a tavola prega; prendendo il pane ringrazia chi te lo dona, è finito il pranzo non cessi il ricordo del tuo benefattore”. Ricordiamo quotidianamente di iniziare ogni giorno con il segno della croce. San Cirillo esortava: non vergognarti di confessare il Crocifisso. Le nostra dita traccino coraggiosamente il segno della croce sulla fronte e su tutte le cose: quando mangiamo, entrando e uscendo, prima del sonno e quando ci alziamo, camminando e riposando. Esso è una

grande difesa, è gratuito per i poveri e non costa grande fatica ai deboli. Esso è dato da Dio come una grazia. E’ il distintivo dei fedeli e il terrore dei demoni”. Il segno della croce è talmente importante che ripetutamente i Padri della Chiesa esortavano i genitori ad insegnarlo ai loro figli. Ringraziamo il Signore in ogni momento e sopratutto al temine della giornata. San Basilio insegnava: “E’ finito il giorno? Ringrazia colui che ci dona il sole per il compimento delle opere diurne e ci dona il fuoco per illuminare la notte e servire agli altri bisogni della vita. Quando alzi gli occhi al cielo e fissi la bellezza delle stelle, prega il Padrone di tutte le cose visibili e adora Dio sublime artefice dell’universo”. San Pantaleone e I numerosissimi martiri, sono l’esempio vivo di coloro che, nutriti dalla preghiera, sostenuti dalla fede, testimoniata ogni giorno affrontavano con fedeltà le difficoltà e i pericoli della vita e l’esercizio onesto e laborioso delle occupazioni quotidiane. Guardiamo a san Pantaleone non solo come il taumaturgo e misericordioso intercessore presso Dio, ma come il testimone che ci sprona ad una vita autenticamente cristiana. Invochiamolo con fiducia e, come suggerisce san Basilio, come “i pittori quando dipingono un’immagine tenendone un’altra per modello, guardano fedelmente all’originale e cercano di riprodurre il carattere di quello nella propria opera d’arte, così occorre che anche colui che si sforza di raggiungere la perfezione in tutte le parti delle virtù, guardi alla vita dei santi come a statue viventi operose che, attraverso l’imitazione, faccia proprio il bene di quelli”.

Don Carlo Magna

LA PREGHIERA: PRIMO IMPEGNO DELL'ANNO SACERDOTALE Pubblichiamo di seguito il testo del discorso pronunciato mercoledì 1 luglio da Benedetto XVI in occasione dell'Udienza generale svoltasi in piazza San Pietro. Nel discorso in lingua italiana, il Papa si è soffermato sulla celebrazione dell’Anno sacerdotale. Cari fratelli e sorelle, con la celebrazione dei Primi Vespri della solennità dei santi apostoli Pietro e Paolo nella Basilica di san Paolo fuori le Mura si è chiuso, come sapete, il 28 giugno, l’Anno Paolino, a ricordo del secondo millennio della nascita dell’Apostolo delle genti. Rendiamo grazie al Signore per i frutti spirituali, che questa importante iniziativa ha apportato in tante comunità cristiane. Quale preziosa eredità dell’Anno Paolino, possiamo raccogliere l’invito dell’Apostolo ad approfondire la conoscenza del mistero di Cristo, perché sia Lui il cuore e il centro della nostra esistenza personale e comunitaria. E’ questa infatti la condizione indispensabile per un vero rinnovamento spirituale ed ecclesiale. Come ebbi a sottolineare già durante la prima Celebrazione eucaristica nella Cappella Sistina dopo la mia elezione a successore dell’apostolo Pietro, è proprio dalla piena comunione con Cristo che "scaturisce ogni altro elemento della vita della Chiesa, in primo luogo la comunione tra tutti i fedeli, l’impegno di annuncio e di testimonianza del Vangelo, l’ardore della carità verso tutti, specialmente verso i poveri e i piccoli" (cfr Insegnamenti, I, 2005, pp. 8-13). Ciò vale in primo luogo per i sacerdoti. Per questo, ringraziamo la Provvidenza di Dio che ci offre la possibilità adesso di celebrare l’Anno Sacerdotale. Auspico di cuore che esso costituisca per ogni sacerdote un’opportunità di rinnovamento interiore e, conseguentemente, di saldo rinvigorimento nell’impegno per la propria missione. Come durante l’Anno Paolino nostro riferimento costante è stato san Paolo, così nei prossimi mesi guarderemo in primo luogo a san Giovanni Maria Vianney, il santo Curato d’Ars, ricordandone il 150° anniversario della morte. Nella lettera che per questa occasione ho scritto ai sacerdoti, ho voluto sottolineare quel che maggiormente risplende nell’esistenza di questo umile ministro dell’altare: "la sua totale identificazione col proprio ministero".

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SEGUE DA PAGINA 3 Egli amava dire che "un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare ad una parrocchia e uno dei doni più preziosi della misericordia divina". E, quasi non riuscendo a capacitarsi della grandezza del dono e del compito affidati ad una povera creatura umana, sospirava: "Oh come il prete è grande!... Se egli si comprendesse, morirebbe... Dio gli obbedisce: egli pronuncia due parole e Nostro Signore scende dal cielo alla sua voce e si rinchiude in una piccola ostia". In verità, proprio considerando il binomio "identità-missione", ciascun sacerdote può meglio avvertire la necessità di quella progressiva immedesimazione con Cristo che gli garantisce la fedeltà e la fecondità della testimonianza evangelica. Lo stesso titolo dell’Anno Sacerdotale - Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote - evidenzia che il dono della grazia divina precede ogni possibile umana risposta e realizzazione pastorale, e così, nella vita del sacerdote, annuncio missionario e culto non sono mai separabili, come non vanno mai separati identità ontologico-sacramentale e missione evangelizzatrice. Del resto il fine della missione di ogni presbitero, potremmo dire, è "cultuale": perché tutti gli uomini possano offrirsi a Dio come ostia viva, santa e a lui gradita (cfr Rm 12,1), che nella creazione stessa, negli uomini diventa culto, lode del Creatore, ricevendone quella carità che sono chiamati a dispensare abbondantemente gli uni agli altri. Lo avvertivano chiaramente negli inizi del cristianesimo. San Giovanni Crisostomo diceva, ad esempio, che il sacramento dell’altare e il "sacramento del fratello" o, come dice "sacramento del povero" costituiscono due aspetti dello stesso mistero. L’amore per il prossimo, l’attenzione alla giustizia e ai poveri non sono soltanto temi di una morale sociale, quanto piuttosto espressione di una concezione sacramentale della moralità cristiana, perché, attraverso il ministero dei presbiteri, si compie il sacrificio spirituale di tutti i fedeli, in unione con quello di Cristo, unico Mediatore: sacrificio che i presbiteri offrono in modo incruento e sacramentale in attesa della nuova venuta del Signore. Questa è la principale dimensione, essenzialmente missionaria e dinamica, dell’identità e del ministero sacerdotale: attraverso l’annuncio del Vangelo essi generano la fede in coloro che ancora non credono, perché possano unire al

sacrificio di Cristo il loro sacrificio, che si traduce in amore per Dio e per il prossimo. Cari fratelli e sorelle, a fronte di tante incertezze e stanchezze anche nell’esercizio del ministero sacerdotale, è urgente il recupero di un giudizio chiaro ed inequivocabile sul primato assoluto della grazia divina, ricordando quanto scrive san Tommaso d’Aquino: "Il più piccolo dono della grazia supera il bene naturale di tutto l’universo" (Summa Theologiae, I-II, q. 113, a. 9, ad 2). La missione di ogni singolo presbitero dipenderà, pertanto, anche e soprattutto dalla consapevolezza della realtà sacramentale del suo "nuovo essere". Dalla certezza della propria identità, non artificialmente costruita ma gratuitamente e divinamente donata ed accolta, dipende il sempre

rinnovato entusiasmo del sacedote per la missione. Anche per i presbiteri vale quanto ho scritto nell’Enciclica Deus caritas est: "All'inizio dell'essere cristiano non c'è una decisione etica o una grande idea, bensì l'incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva" (n. 1). Avendo ricevuto un così straordinario dono di grazia con la loro "consacrazione", i presbiteri diventano testimoni permanenti del loro incontro con Cristo. Partendo proprio da questa interiore consapevolezza, essi possono svolgere appieno la loro "missione", mediante l'annuncio della Parola e l'amministrazione dei Sacramenti. Dopo il Concilio Vaticano II, si è prodotta qua e là l'impressione che nella missione dei sacerdoti in questo nostro tempo, ci fosse qualcosa di più urgente; alcuni pensavano che si dovesse in primo luogo costruire una diversa società. La pagina evangelica, che abbiamo ascoltata all’inizio, sta invece a richiamare i due elementi essenziali del mini-

stero sacerdotale. Gesù invia, in quel tempo ed oggi, gli Apostoli ad annunciare il Vangelo e dà ad essi il potere di cacciare gli spiriti cattivi. "Annuncio" e "potere", cioè "parola" e "sacramento" sono pertanto le due fondamentali colonne del servizio sacerdotale, al di là delle sue possibili molteplici configurazioni. Quando non si tiene conto del "dittico" consacrazione-missione, diventa veramente difficile comprendere l’identità del presbitero e del suo ministero nella Chiesa. Chi è infatti il presbitero, se non un uomo convertito e rinnovato dallo Spirito, che vive del rapporto personale con Cristo, facendone costantemente propri i criteri evangelici? Chi è il presbitero se non un uomo di unità e di verità, consapevole dei propri limiti e, nel contempo, della straordinaria grandezza della vocazione ricevuta, quella cioè di concorrere a dilatare il Regno di Dio fino agli estremi confini della terra? Sì! Il sacerdote è un uomo tutto del Signore, poiché è Dio stesso a chiamarlo ed a costituirlo nel suo servizio apostolico. E proprio essendo tutto del Signore, è tutto degli uomini, per gli uomini. Durante questo Anno Sacerdotale, che si protrarrà fino alla prossima solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù, preghiamo per tutti i sacerdoti. Si moltiplichino nelle diocesi, nelle parrocchie, nelle comunità religiose specialmente quelle monastiche, nelle associazioni e nei movimenti, nelle varie aggregazioni pastorali presenti in tutto il mondo, iniziative di preghiera e, in particolare, di adorazione eucaristica, per la santificazione del clero e le vocazioni sacerdotali, rispondendo all’invito di Gesù a pregare "il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe" (Mt 9,38). La preghiera è il primo impegno, la vera via di santificazione dei sacerdoti, e l’anima dell’autentica "pastorale vocazionale". La scarsità numerica di ordinazioni sacerdotali in taluni Paesi non solo non deve scoraggiare, ma deve spingere a moltiplicare gli spazi di silenzio e di ascolto della Parola, a curare meglio la direzione spirituale e il sacramento della confessione, perché la voce di Dio, che sempre continua a chiamare e a confermare, possa essere ascoltata e prontamente seguita da tanti giovani. Chi prega non ha paura; chi prega non è mai solo; chi prega si salva! Modello di un’esistenza fatta preghiera è senz’altro san Giovanni Maria Vianney. Maria, la Madre della Chiesa, aiuti tutti sacerdoti a seguirne l’esempio per essere, come lui, testimoni di Cristo e apostoli del Vangelo. Catechesi del Papa del 1 luglio 2009


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IL BAMBINO E’ PADRE DELL’UOMO Oggi sono arrivati in fila, uno dopo l’altro, come se si fossero messi d’accordo. E’ entrata per prima l’avvocatessa rampante, bella, vestita di tutto punto, non un capello fuori dalla ciocca lucida e azzimata. E’ brava professionalmente, è simpatica e cordiale, parla molto ma sa ascoltare, insomma sa stare al mondo. Ha circa trent’anni, è sposata, e penso che sia un’ottima moglie. Sarebbe, ne sono convinto, anche una madre amorevole e responsabile. Sarebbe… perché quando il discorso è uscito dalle incombenze giurisprudenziali, e ho azzardato quella domanda, ha risposto come tutte le altre, come le decine di colleghe in carriera che incontro ogni giorno nella cancelleria del Tribunale: “Un figlio? No, per adesso no, non se ne parla. Vedremo… la vedo un po’ difficile, ma vedremo.” “Senti”, le dico rispettosamente, ma con fermezza, “hai tutto per essere una buona madre. Se non fanno figli persone come te e tuo marito…”. “Hai ragione, hai ragione. Ma sai, oggi il problema devi portelo. Vedremo…”. Non lo farà un figlio, lo so. Quella risposta, quel “Vedremo”, rimarrà tale per mesi, per anni, e nella sua indeterminatezza, nella sua apparente superficialità, deciderà di una questione di enorme rilevanza: l’infanzia negata del nostro tempo, negata nel senso radicale della parola. Da questa persona, una donna brava, intelligente, equilibrata, una donna che stimo profondamente, non verrà alcun bambino, nessuna nuova vita. Subito dopo è entrata la trentacinquenne. Gran bel personale, impermeabile di firma, borsa di cuoio, scioltezza di lingua e di modi. In udienza, una garanzia: non una parola superflua, solo ciò che riesce a entrare nelle orecchie del giudice per rimanerci… Come sempre, viene educatamente a salutarmi: una nuvola di profumo e di abilità professionale, di femminilità e di sicurezza nei propri mezzi; finché non le chiedo del figlio, che ha tre anni. Lo ha concepito in extremis, chissà per quale miracolo, e anche il nome che gli hanno imposto è miracoloso: si chiama Rutilo,

in onore delle origini ungheresi della famiglia di lei. Alla mia domanda, dinanzi a me si materializza un’altra persona: “Ohhh, Rutilo… Poverino, è stato poco bene, ha dolori al pancino. Mi preoccupa, è così delicato…”. Quando, qualche settimana fa, mi ha invitato a cena, ho capito tutto in un attimo: eravamo in quattro, io e mia moglie, lei e il marito, imprenditore di successo; e poi c’era Rutilo, il frutto del loro amore, un bambino bello e sensibile, fragile e spaesato; sì, spaesato a casa sua. Prima della cena, mentre conversavamo, ci ha interrotto una decina di volte con richie-

ste assurde, benché la mamma lo avesse piazzato dinanzi al cartone animato preferito. A cena non ha mangiato nulla, e quando ha chiesto di andare a letto lo hanno accompagnato entrambi i genitori. Dopo, li ha richiamati quattro o cinque volte, e loro pazienti, svelti ad accorrere al suo capezzale, assentandosi anche per quindici minuti buoni. Finalmente, una svolta strana e inaspettata: il bambino ha detto ai genitori di andare dagli ospiti, perché dovevano stare con loro, non con lui. Infine, ha fatto il suo ingresso trionfale l’avvocato quarantenne. Preparato, scaltro, vincente, barzellettista insuperabile, gran cultore di gustosi aneddoti forensi. Alza le sopracciglia solo quando gli chiedo della sua bambina, che ha sei anni. Fa

la prima elementare, mi dice, ed è brava, precisa, ma si stanca con facilità, e si ammala troppo spesso. Aggiunge con un velo di tristezza che è preoccupato, perché comincia a occuparsi della sua educazione morale, e si accorge di quanto sia difficile. Vorrebbe farne una persona buona ma non stupida, sensibile ma non insicura, femminile ma con un carattere forte, colta ma anche pratica. Mi limito a dirgli, con molta cautela, che queste aspettative (e le incertezze che ne conseguono) sono sicuramente percepite da sua figlia, col rischio di causarle proprio l’insicurezza che le vorrebbe evitare. Replica che ho ragione, ma che non sa bene come comportarsi, che nei confronti della sua bambina si è scoperto un gran fifone. Sono questi gli odierni rapporti con i nostri figli? Parrebbe di sì: figli rimasti negli organi riproduttori, figli con una salute di ferro ma malaticci agli occhi dei genitori, figli mal educati a causa dei timori e delle incertezze di mamma e papà, troppo occupati a fare altre cose, a “costruirsi un avvenire più solido”. Siamo cambiati, e di conseguenza sono cambiati anche i nostri figli. Tutti i bambini hanno bisogno di sentirsi protetti e rassicurati dai genitori. Ma se i genitori li lasciano soli, e quando sono in loro compagnia tradiscono rimorsi, paure, insicurezze, allora sono i bambini che si premurano di rassicurarli. Sì; quando i fragili bambini di oggi capiscono di rappresentare un problema per mamma e papà, di essere la causa delle loro incertezze, reagiscono nell’unico modo possibile: sono essi a dare coraggio ai genitori. Se un bambino trova nei genitori una perenne fonte di consolazione, continuerà ad attingervi per molto tempo, e non cercherà di trarsi d’impaccio da solo. Ma gli svelti e intelligenti bambini del nostro tempo capiscono subito che il loro grande papà, la loro amorevole mamma, non hanno la statura gigantesca che avevano loro attribuito, che i loro genitori non sanno risolvere certi problemi. Continua a pagina 6


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SEGUE DA PAGINA 5 Non è una ribellione, la loro, è una sostituzione; ed è per questo che li vediamo passare presto dalla dipendenza all’autonomia. Anche perché le persone che suppliscono nel miglior modo alle mancanze dei genitori, gli psichiatri che individuano in un attimo i problemi dei nostri figli, sono loro stessi, sono i compagni di giochi, il gruppo di cui fanno parte. Sono le persone che hanno scelto di avere accanto, i loro interlocutori più sinceri e più fidati. Quelli che usano i loro gesti e il loro linguaggio, con cui socializzano, crescono, assumono un’identità. “Papà, perché non posso avere un fratellino?” “Beh, si potrebbe, ma… non è facile oggi, e noi pensiamo che…”. “Sì, papà, lo so, non abbiamo tanti soldi per fare un fratellino”. Non è vero, noi sappiamo bene che ci sono altri motivi, ma intanto il nostro bambino ci ha dato una risposta, ha supplito al nostro balbettio, ci ha giustificato… Siamo stressati, delusi, appannati dal caos, dal crollo delle religioni, dalle prospettive di un futuro cibernetico, dal post -umano. Ma ci sono i bambini a offrire soluzioni. “I bambini ci curano l’anima”, scriveva Dostoevskij. Ma per l’uomo contemporaneo i bambini rappresentano molto di più: sono la nostra salvezza, una mano tesa sull’abisso del non senso della vita. Perché sentite: credete che questa nostra esistenza possa avere ancora un senso quando persone intelligenti come i papà e le mamme avvocati che frequentano il mio ufficio rifiutano di trasmettere la vita (o di condividere la vita che hanno creato) in cambio di non si sa che cosa? Forse non ci riflettiamo a sufficienza, ma è abbastanza spaventoso: sono una persona sana, non mi manca nulla, ho una casa, un lavoro, un marito, una bella vita di coppia: ma figli no, non ne voglio. E’ la vergogna dell’Occidente, il vero peccato del nostro tempo, un peccato mortale. Perché senza la prole, senza la trasmissione della vita, siamo destinati a morire, a morire non solo culturalmente e moralmente, ma nel senso biologico della parola.

I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA Ci preoccupiamo, giustamente, di perpetuare valori come le tradizioni, la storia, la cultura: ma a chi dobbiamo trasmetterli? Chi può recepirli e salvarli se non la creatura che respira sin dal grembo insieme a noi, che imbocchiamo e baciamo, accudiamo e informiamo, che ci ama e amiamo dell’amore terreno più puro? Sì, i bambini sono la nostra unica speranza. Oggi più che mai, grazie alla vita che porta dentro, al suo cuore generoso e incorrotto, il bambino è il padre dell’uomo.

La Celebrazione della Messa di Prima Comunione è uno dei momenti centrali della vita di una Comunità. Ed è stato così anche quest’anno .Guardando i volti raggianti dei nostri piccoli, si è toccato con mano la bellezza di una Grazia , di un Dono, che Gesù , attraverso lo Spirito , ha fatto di sé ai nostri fanciulli e a tutti coloro che hanno partecipato alla Santa Messa. I fanciulli sono stati assorti e partecipi già dall’inizio del Rito , presso la Chiesa di Santa Maria a Gradillo ,

è stato sorprendente vedere come essi hanno seguito dal loro libretto, con attenzione e raccoglimento le fasi della Celebrazione, le Letture ed il Vangelo proclamate e l’Omelia L’Omelia di Mons, Giuseppe Imperato , infatti, è stata molto significativa . Egli è partito dalla preghiera del Salmo 32 ( 33) “ Beato il popolo che il Signore ha scelto” , chiedendo ai piccoli e a tutti noi : “Qual è il popolo che il Signore ha scelto” ? Poi ha spiegato , “senz’altro il salmista si riferisce al popolo di Israele che Dio aveva scelto per mandare il suo Unigenito Figlio ; ma suo popolo siamo anche tutti noi che abbiamo ricevuto il Battesimo ; siamo stati scelti a collaborare con Dio, affinché tutti conoscano l’Amore del Padre .Siamo stati scelti da Dio , come figli ed eredi , come Santi e formiamo la famiglia di Dio che è la Chiesa . Oggi , ha riferito Mons Imperato , è la Festa di Dio che è famiglia . Infatti celebriamo Dio che è Amore , celebriamo il Figlio Gesù , che ci ha redenti con il Suo Sacrificio , celebriamo lo Spirito Santo che ci apre il cuore e la mente alla Verità e sulla Grandezza di Dio . E’ la Festa di Dio che è nostro Padre e ci

quando siamo partiti in Processione cantando “ Oh Che Giorno Beato”; durante tutto il percorso il diacono Don Giuseppe Milo ha cantato la Litania dei Santi . Il rito dell’Accoglienza , sul sagrato del Duomo è sempre molto toccante . I piccoli hanno risposto con entusiasmo e a mio avviso, con convinzione , il loro “ Eccomi” alla chiamata di Gesù , a all’ Incontro ,attraverso la voce del nostro parroco, Mons Giuseppe Imperato. Non so se è stata la bellezza del momento , ma

ama e ha dato tutto , per noi ha fatto Cose Grandi , fino a mandare il suo Figlio per la nostra salvezza . E’ stato proprio Gesù che ci ha fatto conoscere il Padre , la sua Tenerezza, la sua Misericordia ,il suo Amore: “ Chi ha visto me , ha visto il Padre”,dice Gesù nel Vangelo di Giovanni (14, 9). “Gesù, inoltre, ha aggiunto Mons. Imperato,ci ha assicurato che sarà sempre con noi ,< Io sono con voi tutti i giorni >, Mt,28-20,se è con noi è l’amico che ci accompagna, ci

Armando Santarelli

CRONACA DELLA PRIMA COMUNIONE


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consola , ci nutre con il Pane Eucaristico, il Cibo dei figli di Dio, ci purifica e ci perdona con il Sacramento della Riconciliazione.Perciò dobbiamo restare uniti a Gesù, come Egli stesso ci dice nel Vangelo di Giovanni al Cap15,1-8 .Egli si proclama la Vera Vite e noi siamo i tralci chiamati a far frutto in Lui , grazie a Lui , grazie alla linfa che ci viene da Lui stesso. Ed è per questo che oggi , nella Solennità della SS. Trinità, promettiamo e ci impegniamo a ricordarci che solo Dio è Grande, ha fatto e fa cose grandi per donare a noi la Vera Gioia , le altre cose della nostra vita hanno un valore secondario, perciò che noi Adoriamo Dio ed incominciamo e terminiamo tutte le nostre azioni nel nome di Dio, ossia nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.” La Celebrazione è poi proseguita con il Rinnovo delle Promesse Battesimali, la Preghiera dei fedeli.Alla Presentazione dei Doni, oltre al pane,al vino,all’acqua,alla candela,sono state portate all’altare le preghiere che ciascuno dei fanciulli aveva scritto a Gesù, durante il ritiro tenuto il venerdì precedente. Il momento della Consacrazione è stato molto commovente , perché si leggeva nei volti dei ragazzi, la consapevolezza della Presenza di Gesù, Vivo, in Corpo,Sangue,Anima e Divinità. Allo stesso modo essi hanno ricevuto per la Prima Volta il Corpo ed il Sangue di Gesù ,con Trepidazione ,con Amore,ed è stato difficile trattenere le lacrime di commozione,di gioia ,di ringraziamento al Signore per il privilegio che ci concede,di vedere effondere abbondantemente il dono del Suo Spirito. Prima della Benedizione , Barbara , a nome di tutti i suoi amici ha recitato la Preghiera di Ringraziamento a Gesù. Insieme ,abbiamo recitato la Preghiera di Affidamento a Maria. La Benedizione ha concluso La Commovente Celebrazione. Un augurio particolare ai fanciulli e alle loro famiglie da parte di tutta la Comunità ,affinché siano capaci di tenere Gesù sempre nel loro cuore e lo Spirito li aiuti a portare a tutti la Gioia ricevuta in dono con L’Eucaristia ,ed siano sempre fedeli all’appuntamento domenicale alla Festa di Gesù, e della famiglia dei figli di Dio ed essi siano sempre uniti alla Vera Vite ,come nel giorno del Loro Primo Incontro. Giulia Schiavo

EVANGELIZZAZIONE ED ACCOGLIENZA AI TURISTI Martedì 16 Giugno, 2009 alle ore 19,30 , si è tenuta ad Amalfi , presso la Sala Diocesana, un incontro della Consulta Diocesana sul Turismo , per rivedere il lavoro svolto nell’ambito della Pastorale del Turismo ,fino ad ora ,e per tracciare le “ linee programmatiche” di un nuovo cammino, al fine di avere “un’opportunità di evangelizzazione e dare un ‘anima alla vacanza.” Ha presieduto l’incontro l’Arcivescovo Mons Orazio Soricelli ,il quale ha spiegato la necessità e l’urgenza di ravvivare la Pastorale del Turismo e dell’Accoglienza, in ogni singola parrocchia. La necessità di un confronto di idee fra i componenti della Consulta che provengono da tutte le località turistiche della Costiera , da Positano a Vietri sul Mare, si è resa indispensabile. E’ stata nominata responsabile della Consulta ,la Prof. sa Antonietta Falcone, già dirigente dell’Istituto Tecnico per il Turismo di Amalfi, affinché con la sua preparazione ,esperienza e capacità possa dare più slancio alla Pastorale del Turismo nella nostra Diocesi. Alcune conclusioni del Convegno Diocesano sul Turismo tenuto ad Amalfi , il 24 Marzo,2009 ci hanno evidenziato che non esiste più il Turismo ,ma diversi turismi, “c’è un turismo di viaggio, c’è un turismo di massa che è il turismo dei vacanzieri, c’è un turismo settimanale, c’è un turismo d’arte, c’è un turismo dei luoghi anche alti della religiosità” ,ciò richiede delle nuove modalità di approccio da parte della Chiesa che è chiamata a dare delle risposte precise ma diversificate a seconda delle esigenze, mantenendo ferme le risposte del Vangelo. E’ richiesto alle singole Comunità Ecclesiali delineare e sviluppare un’ampia prospettiva di servizio, di sostegno e di stimolo agli interventi pastorali, per riuscire a coniugare le istanze di liturgia , catechesi, testimonianza della carità, Sacramenti, con le complesse esigenze del Turismo. Attraverso una Pastorale accogliente, la Chiesa si mostra tutta Missionaria , segno e strumento di comunione , presenza di consolazione e di speranza , soprattutto luogo di aggregazione, di fraterna conoscenza , “di convivialità serena e pacificante”. L’ideale è cercare di creare una “

nuova comunità” , composta da residenti e turisti, superando individualismi ,pregiudizi e diversità , per diventare espressione storica di quel popolo di Dio "che cammina nel secolo presente alla ricerca della città futura e permanente" (cfr. Eb 13,14). Le motivazioni per mettersi subito a lavoro sono più che valide, e dalla Consulta sono già venute le prime idee per le singole Comunità Parrocchiali e per la Diocesi , da poter pian piano realizzare , forse su alcune cose si comincerà a lavorare adesso per poterle poi realizzare nel corso del tempo ,magari entro l’anno prossimo. Ecco le iniziative proposte: 1 Messaggio di saluto dell’Arcivescovo ai turisti , in più lingue. 2 Giornata dell’Accoglienza nelle singole parrocchie. 3 Elaborazione di un Vademecum della Diocesi da consegnare ai turisti contenente indicazioni riguardanti : i luoghi della spiritualità ; i luoghi della riconciliazione e l’indicazione degli orari ; i luoghi per l’Adorazione e la preghiera ; i santuari presenti nella Diocesi ; gli itinerari di arte e di fede ; i luoghi e le date delle più significative feste patronali e religiose. 4 Incontri con gli operatori turistici (figure importanti che determinano “UNO STILE DEL TURISMO” a livello locale.) 5 Nei Mesi di Luglio ed Agosto,Celebrazione Eucaristica in lingua inglese, nella giornata del sabato. 6 Organizzazione momenti significativi : incontri , conferenze di carattere culturale e religioso 7 Organizzazione della Giornata del Turismo, in Settembre . 8 Nei mesi di Ottobre/Novembre, corsi di formazione per animatori pastorali del turismo, guide, ministri dell’accoglienza, animatori del tempo libero . 9 Formazione di una rete informatica che coinvolga tutti gli uffici pastorali. 10 Master Internazionale sulla filiera del turismo di primo livello. Ad ogni Comunità Parrocchiale è affidato dunque , il compito di valorizzare le proposte e le idee suggerite dalla Consulta Diocesana , con spirito di fede e di servizio per realizzare gli obiettivi pastorali prefissi e permettere così ad ogni turista che viene a visitare la nostra terra, di magnificare il Signore e raccontare le Opere Meravigliose che Egli ha compiuto. Giulia Schiavo


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Festa di San Luigi In giugno nasce un fiore bellissimo…il giglio. Da un piccolo bulbo, nei mesi si erge uno stelo per lo più alto con piccole foglie verdi lanceolate, e non più di due o tre fiori comunemente bianchi e dal profumo invadente, che si sente davvero a distanza. A distanza, però, quest’anno, anche se sfortunatamente senza neanche l’ombra di un giglio…, nella parrocchia del Lacco si è sentito un altro profumo, strettamente legato a quello dei gigli, il profumo di letizia in onore di San Luigi Gonzaga. Come una nave, solca le onde, così al timone di Don Carmine e del Comitato Festa, si è mossa l’organizzazione della festa, già dal 15 giugno. Le strade del paese sono state tappezzate dai nuovi volantini e con somma gioia dei fedeli, è tornato il triduo in onore del Santo completo di Eucaristia. Prese, fili, lampadine, poco in ordine e tanto lavoro: quella non accende, quell’altra è intermittente “Da cambiare?” “Sì, anche questa…”; così, sono stati sorpresi all’imbrunire di lunedì, i membri del comitato festa ed i loro giovani aiutanti. I giorni a seguire, in strada con le scale, ad occupare la corsia a senso unico della contrada, qualche lamentela da chi ha dovuto aspettare un po’ per passare con la macchina, eppure che spettacolo di sera, un bagno di luci e campane a vele spiegate. Giovedì, mentre in Chiesa silenziosamente si snodava il rosario, in sacrestia si discuteva: “Ci siete?”, “Siamo pronti?”. Fine del rosario, suono della campanella, ed eccolo là, San Luigi, portato da Nicola e Raffaele, uscire dalla sacrestia ed erigersi sul tronetto per Lui preparato. Piccolo nella sua imponenza, ha ricordato a tutti che un anno fa’ in questi giorni finalmente le porte della Chiesa del Lacco, si riaprivano a i fedeli…e oggi possiamo essere di nuovo qui “insieme”. Un po’ questo, il tema centrale del triduo celebrato da Don Carmine e Padre Antonio che attraverso gli scritti del profeta Osea, la lettera di San Paolo agli Efesini e il passo del Vangelo inerente l’ultima parte della passione di Cristo, ci hanno invitato a non aver paura dell’Amore di Cristo donato a noi incondizionatamente, come

figli per vivere in comunità. Da soli si è singoli e si rischia di divenire poveri, nell’unione, data dall’amore fraterno, c’è Cristo, fonte di gioia. Ci sono tante avversità anche solo nella vita di tutti i giorni, più o meno complicate, Dio non tralascia niente e nessuno e per noi ha dato il suo unico Figlio, come segno supremo, e tanti altri con lui: gli Apostoli, i Martiri, i Beati, i Santi…e fra questi il giovane San Luigi, ricco materialmente, ma soprattutto spiritualmente, ricco di fede, dell’Amore di Dio per gli altri che

gli ha donato la morte per la santità. Alla fine della celebrazione di ogni triduo, il sacerdote ha letto la preghiera di San Luigi puntualizzando la purezza del suo animo, come puro è il fiore che per antonomasia lo accompagna (giglio), la forza del suo debole corpo nei sacrifici, la temperanza del suo carattere, la bontà del suo cuore verso il prossimo, anche se ammalato di peste. Domenica 21, l’estate ha fatto il suo ingresso con una burrascata d’acqua di primo mattino, non pochi hanno pensato che sarebbe stata una brutta festa di San Luigi… Eppure, il tempo si è rischiarato, il sole ha fatto capolino tra le nubi e i musicisti tra le strade, e le campane, impassibili al tempo, hanno come sempre annunciato il giorno di festa, con molta più costanza

degli esseri umani. La prima Messa in mattinata e la seconda in serata. Quanta gente stipata nella piccola navata, e per chi può raccontare la nostra storia come parrocchia, un gradito ritorno, con Don Carmine e uno stuolo di chierichetti sull’altare, Don Nicola Mammato, volto e voce della comunità per tanto tempo, dai lontani anni 70. La liturgia della parola ci ha parlato di “nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove” e nonostante i duemila e passa anni, sono ancora nuove, perché il genere umano, non le ha ancora ben capite. Nella sua fede immatura, forse non ha ancora compreso appieno la grandezza di Dio. La sua presenza è data per scontata, quando tutto va bene, è in ordine, e neanche ce ne accorgiamo. Poi capita che nel momento del bisogno, ci vergogniamo di chiedere aiuto, avendoLo prima ignorato… perché? Per fortuna, come ha sottolineato Don Nicola, il Signore non è intermittente, è sempre al nostro fianco e solo la fede che in Lui matura, ne sente la presenza nella buona e nella cattiva sorte. E di cattiva sorte si è parlato, quando, al momento della processione, ha cominciato a piovere: “il Santo non vuole uscire”, questo si mormorava…e alla fine, non è potuto uscire. Così conclusa la celebrazione Eucaristica, anche se sotto un filo di pioggia, il concerto bandistico e lo spettacolo di fuochi pirotecnici hanno chiuso i festeggiamenti in onore di San Luigi. Dentro, fuori, nella nicchia laterale in Chiesa o agli onori dell’altare, il 21 giugno ricorre la memoria liturgica di San Luigi, tuttavia il suo esempio di vita è sempre dinanzi a i nostri occhi. Per i suoi tempi, forse, San Luigi, fu una “cosa nuova”, ciascuno di noi può esserlo, sempre, e chissà, magari l’anno prossimo potremmo dire anche noi, come comunità, di essere una “cosa nuova” e, clemenze atmosferiche permettendo, si farà anche la processione. Non esiste fatica sprecata, agli occhi di Dio, e quelli degli uomini, possono sempre allenarsi a vederci meglio.

Elisa Mansi


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“San Nicola da Myra, dal Salento alla Costa d’Amalfi: il mito di un culto in cammino”. Nel 2004 l’Associazione Culturale Duomo di Ravello, presieduta allora come oggi da Don Giuseppe Imperato, cominciava nel silenzio un viaggio all’interno di uno dei fenomeni più complessi della cristianità: la santità. Il convegno inaugurale, dedicato alla figura del santo protettore di Ravello, Pantaleone, intese approfondire la conoscenza della straordinaria figura del martire di Nicomedia sotto il profilo storicoagiografico, iconografico e medico. Gli è che il santo patrono e il suo culto rappresentano “un vasto campo semantico in cui cogliere, a livello culturale, quei processi e quei percorsi di elaborazione di autocoscienza civile e sociale che la storiografia tradizionalmente ha indagato nei suoi aspetti politico-istituzionali o socio economici”. Con queste premesse, tese a collocare ogni azione di culto nel contesto evolutivo di cui essa è espressione e prodotto, l’indagine si è allargata negli anni ad altri santi – Barbara, Trifone, Cosma e Damiano, Caterina d’Alessandria – la cui memoria è ben attestata nella documentazione locale o nelle manifestazioni della devozione popolare. Quest’anno, invece, il convegno avrà per tema: “San Nicola da Myra, dal Salento alla Costa d’Amalfi: il mito di un culto in cammino”. Titolo a parte, il culto del vescovo di Myra – antica città della Licia in Turchia – sembra davvero essere stato caratterizzato da un lungo peregrinare per poi normalizzarsi nel corso dei secoli XII e XIII. Dopo i saluti di rito e l’introduzione di Mons. Giuseppe Imperato si comincerà con la lezione agiografica di Gennaro Luongo, ordinario di Agiografia presso l’Università “Federico II” di Napoli, il quale, come di consueto ai convegni ravellesi, passerà in rassegna le fonti letterarie antiche e medievali sul santo, con un prevalere delle seconde a partire forse dalla Vita scritta da Michele Archimandrita in un’epoca che l’Anrich individua nella prima metà del IX secolo. Dalla tradizione agiografica greca e latina si passerà al culto del Santo in area russa,

attestato già dalla fine del IX secolo e diffusosi ad ampio raggio anche in seguito alla composizione della cosiddetta Leggenda di Kiev tra 1110 e 1120. Della venerazione di S. Nicola in Russia, così come del tema San Nicola: il protettore celeste delle comunità russe in Italia e di San Nicola negli scritti della figlia dell'ultimo ambasciatore dello zar di Russia a Parigi si occuperanno rispettivamente Padre Vladimir Kuciumov, Parroco della Chiesa ortodossa russa di S. Nicola a Bari, Michail Talalay dell’Accademia russa delle Scienze e l’orientalista Maria Pia Pagani.

A completare il quadro sulle attestazioni di culto in area greco-ortodossa sarà il contributo dello scrittore Armando Santarelli che si occuperà della funzione ecumenica del messaggio nicolaiano della Chiesa Ortodossa, in particolare della Grecia e dell’Athos, frutto di un’esperienza spirituale vissuta nella repubblica monastica atonita, a cui lo scrittore laziale ha dedicato anche una pubblicazione. Ritornando alla penisola italiana, si partirà dal culto del santo a Venezia con la relazione di Padre Aleksij Yastrebov, parroco della Chiesa ortodossa russa di Venezia, per poi focalizzare l’attenzione sull’area italomeridionale ed amalfitana

in particolare. Anche in Costa d’Amalfi, infatti, il culto nicolaiano ha avuto una certa diffusione, attestata da diversi toponimi e da numerosi edifici di culto a lui dedicati, già prima che le sue reliquie giungessero nel 1087 da Myra a Bari. Padre Vincenzo Criscuolo, relatore generale della Congregazione per le Cause dei Santi, si occuperò del culto di San Nicola a Minori e della presenza di un Convento a Lui dedicato nella località Forcella, di giurisdizione ravellese fino al XIII secolo e al quale lo stesso Criscuolo ha dedicato un’agile pubblicazione, abbondante di riferimenti documentari. Maria Carla Sorrentino, topografa antichista, rivolgerà la sua attenzione al monastero di San Nicola di Gallocanta di Vietri sul Mare: centro di irradiamento del culto basiliano e dell’eremitismo in Costa d’Amalfi, la cui prima apparizione in un documento è del 996. Infine, giungendo a Ravello e a come i Ravellesi onorarono il vescovo di Myra, si segnalano i contributi di Giuseppe Gargano, i Ravellesi e San Nicola: aspetti di vita sociale all’ombra della protezione dei naviganti e di Salvatore Amato, che ripercorrerà l’evoluzione del culto a Ravello attraverso alcuni indicatori, attestazioni onomastiche e toponomastiche, intitolazione di edifici e vicende connesse ai loro aspetti pastorali e socio-economici dal medioevo alla fine dell’età moderna. Alla società ravellese sono dedicati anche altri interventi. Mi riferisco ai rapporti tra patriziato, vescovado e cattedrale, intimamente legati nelle epoche immediatamente precedenti alle nostre. In questo contesto si inseriscono i contributi di Francois Widemann, Donazioni di diverse famiglie di Ravello alla Chiesa cattedrale, Maurizio Ulino, Armi e titoli dei Rufolo di Ravello e Filippo Cammarano Guerritore, Il Patriziato di Ravello nel Mediterraneo:evoluzione storica e giuridica tra il primo ed il terzo millennio. Esaurita la componente storico – cultuale, il convegno dedicherà ampio spazio alla tradizione innodica, liturgica, iconologica, artistica, iconografica e medica. Continua a pagina 10


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SEGUE DA PAGINA 9 Così il monaco olivetano Dom Martino Di Martino si occuperà della fortuna di San Nicola nell’innodia medievale e umanistica e l’archivista Crescenzo Paolo Di Martino della Tradizione manoscritta dei Codici Nicolaiani. L’intera sezione pomeridiana del 25 luglio, invece, sarà dedicata alla riflessione storico-artistica con i contributi di Luigi Buonocore, luoghi di culto e Immagini di San Nicola da Myra nelle antiche diocesi di Ravello e Scala, Antonio Braca, presenze di san Nicola nelle opere d'arte della Costa d'Amalfi, Antonio Milone, aspetti dell'iconografia dei miracoli di san Nicola nell'Italia romanica, Valentino Pace, l'iconografia di san Nicola nel medioevo italomeridionale e Vincenzo Pacelli, le rappresentazioni di San Nicola nella pittura napoletana del ‘600. Non mancherà, infine, la relazione medico-scientifica del dott. Vincenzo Esposito, Direttore dell’Istituto di Anatomia e Museo anatomico - Seconda Università di Napoli, che quest’anno ci parlerà del tema: Contro nemici invisibili. Ancora una volta, insomma, le tematiche sono davvero molteplici e dimostrano quanto il culto di San Nicola si sia diffuso in maniera davvero capillare nella nostra terra, forse a testimonianza dello speciale patronato che il santo ha sempre esercitato su coloro che solcavano i mari. Quello stesso mare dove si sono incrociati i destini di amalfitani senza nome e senza tempo, sicuri, però, dell’ incessante tutela del vescovo di Myra. Salvatore Amato

ASPETTANDO IL CAMPO SCUOLA

Dopo l'esperienza del campo scuola diocesano unitario, fatta l'anno scorso a Campitello Matese, i ragazzi dell'Azione Cattolica di Ravello si preparano a partire per Bassano Romano dove si svolgerà, quest'anno, il campo dell'ACR diocesana. Circa cento ragazzi, dai 6 ai 15 anni, della Diocesi Amalfi-Cava saranno impegnati dal 17 al 21 Agosto in un’esperienza che quest'anno li poterà al confronto con l'apostolo Pietro. Sarà proprio l'apostolo, infatti, a fare da guida durante tutto il percorso del cam-

po, accompagnando i ragazzi nel cammino di ricerca che insegnerà loro a vivere la bellezza dell'essere discepoli nella propria quotidianità. Tu seguimi! Oltre ad essere il titolo dell'anno associativo 2009-2010 sono le parole che Gesù rivolge, lungo le rive del lago di Gennèsaret, a Pietro. Questo cammino parte proprio dalla chiamata di Pietro e segue tutte le tappe di maturazione della sequela. Il campo racconta l'incontro di due desideri che si scoprono coincidenti: il desiderio di un uomo e quello di Dio. Egli sceglie un uomo risoluto e impulsivo, ma allo stesso tempo ingenuo, pauroso e capace di pentimento sincero; un uomo che riconosce i suoi limiti, ma con generosità si lascia coinvolgere, crede in colui che lo chiama e insegue il sogno del suo cuore fino a rispondere che è Gesù Cristo. L'intero percorso del campo è articolato in modo che i ragazzi possano confrontare e verificare la propria vita con l'esperienza a la testimonianza di Pietro, per continuare nella loro ordinarietà la bellezza di essere discepoli. Sperimenteranno che la perseveranza nella fede consente all'uomo di rintracciare i segni tangibili dell'amore di Dio nei fratelli, senza alcuna distinzione: un amore paziente e totale che chiama tutti coloro che, animati da un sincero desiderio del Padre, manifestano docilità a incontrarlo e a mettere in pratica i suoi insegnamenti. Il tempo d'estate è per i ragazzi un tempo di svago, ma può diventare, attraverso il campo scuola, anche un tempo prezioso in cui scoprire nella propria vita la fedeltà di Dio, che li invita a preservare nella realizzazione dei suoi stessi desideri. I ragazzi avendo accolto con disponibilità, all'inizio dell'anno, l'invito a mettersi alla sequela di Gesù e a farsi dono per gli altri, vivono la proposta del campo come un'ulteriore occasione per imparare ad essere suoi veri discepoli. Proprio per questo motivo l'esperienza estiva può diventare una forte opportunità di incontro e di dialogo con la Parola di Dio che non deve essere assolutamente sottovalutata.

Tornano le attività del "Progetto Arcobaleno" Il “Progetto Arcobaleno” è un progetto che sostiene attività per ragazzi, prende vita il 22 marzo 2008 a Ravello da un'idea del dott. Salvatore Ulisse di Palma insieme tre giovani: Umberto Gallucci, Andrea Gallucci e Raffaele Amato. Le attività inserite nel "Progetto Arcobaleno" sono plurime, ma la principale è quella di promuovere attività formativo culturali per i ragazzi delle scuole medie superiori e medie inferiori del comprensorio di Ravello e Scala.

La prima attività svolta nel corso dell'anno 2007/08 è il viaggio premio al quale hanno partecipato i ragazzi delle scuole medie inferiori che si sono licenziati con Ottimo o Distinto. Circa 20 ragazzi hanno avuto la possibilità di visitare, nei 4 giorni di viaggio, i luoghi più belli della nostra nazione, luoghi che ci invidiano da tutto il mondo per la loro bellezza, la loro storia e la loro rarità. Luoghi che già nell'800 (epoca del Gran Tour) erano mete di primo piano per i giovani "rampolli" inglesi che partivano alla volta del "bel paese" per approfondire gli studi nella nostra nazione già definita "museo a cielo aperto”. Nel 2008, lo stesso “Progetto” ha organizzato anche una Gita a Capri, rivolta non solo ai ragazzi meritevoli della terza media, ma anche ad altri. Una gita di un giorno alla scoperta di una delle isole più belle e affascinanti al mondo. “Il Progetto Arcobaleno” non si è fermato al 2008, anche quest’anno ha in programma un Viaggio Premio per i Il responsabile ACR parrocchiale ragazzi più meritevoli sia delle scuole Raffaele Amato medie che delle scuole superiori. Il viaggio del 2009, si partirà l’11 Luglio, farà tappa a: Brescello, con la visita del


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museo dedicato a “Don Camillo e Peppone”, poi Pavia, con la visita alla Certosa, Monza, dove si visiterà il Duomo, il centro storico ed il Parco di Monza. Una giornata intera verrà dedicata al lago di Como con visita ai paesi di: Tremezzo Bellagio - Varenna. Prima del ritorno a Ravello ci sarà la tappa dedicata a San Miniato al Tedesco, cittadina della toscana dove la guerra lasciò il segno con la strage del "Duomo", evento tragico che causò circa 55 morti il 22 luglio 1944. Andrea Gallucci

Il Canto liturgico Regole precise per evitare il “fai da te” “La tradizione musicale di tutta la chiesa costituisce un tesoro di inestimabile valore, che eccelle tra le altre espressioni dell' arte, specialmente per il fatto che il canto sacro, unito alle parole, è parte necessaria ed integrale della liturgia solenne”. Così recita l’articolo 112 del documento conciliare Sacrosanctum Concilium, fondamentale per comprendere quale sia il ruolo del canto nel servizio liturgico e quali parametri deve rispettare per evitare di passare da servizio a spettacolo. Ed, infatti, un problema importante per chi opera in questo campo è quello di bilanciare la necessità di animare una liturgia e il rischio di far prevalere l’aspetto musicale e canoro rispetto a quello di musica come parte della liturgia. Questo rischio avvertito da tutti quelli che si impegnano in questo servizio diventa ancora più grande quando occorre fare una scelta tra canto gregoriano, polifonia antica e polifonia moderna. La proliferazione di tante raccolte di canti ad uso liturgico mette in grande difficoltà chi deve operare questa scelta anche perché in nome di un presunto svecchiamento della liturgia e di un coinvolgimento maggiore delle assemblee sono state composte musiche che si ricollegano ad un repertorio di musica jazz o al soul ma poco legate alla nostra tradizione. E questo è uno dei punti della discussione da affrontare: la tradizione o meglio l’i denti tà stori ca, culturale dell’assemblea. Un esempio chiarirà meglio questo concetto: tutti quanti abbia-

mo visto specialmente nelle celebrazioni liturgiche che avvengono in occasioni particolari come sinodi, giornate mondiali etc. presentazioni dei doni accompagnate da danze e musiche molto particolari, che esercitavano un coinvolgimento anche sui presenti, l’idea che in qualche occasione è diventata realtà è stata quella di trasporre quelle danze anche in celebrazioni che avvenivano in chiese locali; cosa è accaduto? Quelle musiche e quelle danze separate dal contesto culturale in cui sono state generate e grazie al quale hanno un significato profondo sono diventate un momento di distrazione e di spettacolo che sicuramente non assolveva alla finalità di sevizio alla liturgia. Considerato ciò, non si può dire che un canto vada bene a prescindere; è il canto e la musica che si devono adattare alla liturgia e non il contrario. L’accusa di suonare troppo o troppo poco durante la messa è quella che serpeggia più spesso nelle commissioni liturgiche ma se consideriamo che

la parola “servizio” implica il lasciare il posto a qualcosa che è di più grande e di più importante allora dobbiamo convenire che vi sono dei momenti in cui il silenzio, la riflessione, l’ascolto non di una musica esterna ma di quello che proviene dal proprio cuore e il seguire gesti che hanno il significato di millenni risultano elementi fondamentali per una partecipazione attiva alle celebrazioni. Significative a questo proposito appaiono le parole del Santo Padre Benedetto XVI in un intervista del 1985, dove affermava: “Liturgia ‘semplice’ non significa misera o a buon mercato: c'è la semplicità che viene dal banale e quella che deriva dalla ricchezza spirituale, culturale, stori-

ca….. Anche qui si è messa da parte la grande musica della Chiesa in nome della ‘partecipazione attiva’: ma questa ‘partecipazione’ non può forse significare anche il percepire con lo spirito, con i sensi?”. La semplicità a cui allude il Papa è la semplicità che si riscontra in celebrazioni curate prima, preparate con chi presta servizi particolari ed infatti sempre la Sacrosanctum Concilium raccomanda “Ai musicisti, ai cantori, e in primo luogo ai fanciulli, si dia anche una genuina formazione liturgica”. Questa raccomandazione risulta fondamentale per raggiungere quella partecipazione corale dell’assemblea all’azione liturgica: non basta avere un gruppo che si impegna a cantare nelle occasioni importanti, occorre formare chi canta illustrando il perché di una determinata scelta di canti e di un modo particolare di prestare questo servizio. Ed ecco l’argomento che nelle riunioni dei gruppi dediti al canto liturgico scatena discussioni accese e lunghissime: la scelta del canto. Come si è già scritto non è il contesto liturgico che si deve adattare al canto sposandone i tempi, le melodie e il testo ma è il contrario, deve esserci una profonda e totale immersione del canto nella liturgia, esso non deve sopravanzare per non distrarre. Altro elemento fondamentale è la partecipazione dell’assemblea, nota dolente di qualsiasi coro. La partecipazione è richiesta dalla Scrosanctum Concilium: “Si promuova con impegno il canto popolare religioso, in modo che nei pii e sacri esercizi, e nelle stesse azioni liturgiche, secondo le norme e disposizioni delle rubriche, possano risuonare le voci dei fedeli”. Come può avvenire ciò in quelle comunità parrocchiali aperte all’accoglienza di turisti provenienti anche da Paesi diversi? La risposta è semplice e allo stesso tempo impegnativa: occorre prediligere un tipo di canto che sia conosciuto dalla maggior parte di coloro che frequentano le celebrazioni. Questo tipo di canto è il gregoriano, definito, dal documento conciliare “proprio della liturgia romana”, a cui nelle liturgie a parità di condizione deve essere riservato “il posto principale”.

Continua a pagina 12


SEGUE DA PAGINA 11 La scelta di cantare il gregoriano va nella direzione di far partecipare i più ad una celebrazione, come anche quella di disporre testi per l’assemblea dove siano presenti i canti che si eseguono; in questo modo l’assemblea non è più spettatrice di una performance canora più o meno bella ma è compartecipante alla lode di Dio attraverso il canto. L’articolo 121 della Sacrosanctum Concilium invita chi compone musica sacra a creare “vera musica sacra”, che favorisca la partecipazione attiva dei fedeli. Papa Giovanni Paolo II nella catechesi per l’udienza del 26 febbraio 2003 teneva a puntualizzare: “Occorre purificare il culto da sbavature di stile, da forme trasandate di espressione, da musiche e testi sciatti, e poco consoni alla grandezza dell'atto che si celebra. È significativo, a tale proposito, il

richiamo della Lettera agli Efesini ad evitare intemperanze e sguaiatezze per lasciare spazio alla purezza dell'inneggiare liturgico”. In conclusione, quando si opera a servizio della liturgia occorre stare attenti affinché quello che nasce come servizio non si trasformi in una dimostrazione delle proprie capacità canore o di composizione; in questo specialmente coloro che compongono le commissioni liturgiche devono porre grande attenzione, prevedendo per i vari servizi liturgici anche un momento di formazione, grazie la quale spiegare il perché di alcune scelte ed il come mettere in pratica questo servizio. Tutto questo a maggior gloria di Dio e per la crescita delle comunità parrocchiali. M. Carla Sorrentino

CELEBRAZIONI PRINCIPALI DEL MESE DI LUGLIO GIORNI FERIALI Ore 18.30: Santo Rosario Ore 19.00: Santa Messa con meditazione GIORNI PREFESTIVI E FESTIVI Ore 19.00: Santo Rosario Ore 19.30: Santa Messa con meditazione 16 LUGLIO FESTA DELLA B.V. DEL MONTE CARMELO Ore 19.30: Messa Solenne 17-25 LUGLIO: NOVENA IN ONORE DEL SANTO PATRONO Ore 19.00: Santo Rosario e coroncina Ore 19.30: Santa Messa con meditazione di Don Carlo Magna 26 LUGLIO—XVII DOMENICA DEL T. ORDINARIO VIGILIA DELLA FESTA DI S.PANTALEONE Ore 8.00—10.30: Messe comunitarie Ore 19.30: Esposizione della Statua, Vespri e Celebrazione 27 LUGLIO: SOLENNITA’ LITURGICA DEL MARTIRIO DI S. PANTALEONE ore 7.30 - 9.00 - 12.00 Santa Messa Comunitaria. ore 10.30 Solenne Celebrazione Eucaristica presieduta da S.Em. Card. Franc Rodé, Prefetto della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. ore 19.00 Messa Vespertina cui seguirà la processione per le vie del paese


Incontro Luglio 2009