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Per una Chiesa Viva Anno VI - N. 3 – Aprile 2010 www.chiesaravello.it

P ERIODICO DELLA COMUNITÀ ECCLESIALE DI RAVELLO

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La Pasqua di Cristo e la nostra Pasqua Pasqua è parola ebraica e vuol dire “passaggio”, un passaggio dalla schiavitù alla libertà come storicamente avvenne per il popolo d’Israele, schiavo degli egiziani. C’è stato un passaggio dalla morte alla vita per Gesù di Nazaret, morto e risorto a Gerusalemme secondo il racconto della passione, morte e resurrezione di Gesù registrato nei quattro Vangeli, documenti autentici e fondamentali della fede cristiana. Dopo l’esecuzione della sentenza di morte e la sepoltura nella tomba nuova offerta da Giuseppe di Arimatea, all’alba del terzo giorno, il sepolcro dove il corpo di Gesù era stato deposto,- sconvolgente evento storico- fu trovato vuoto , e secondo la testimonianza dei Vangeli – è certezza di fede - i discepoli ebbero la gioia di vedere ripetutamente Gesù Risorto e conversare familiarmente con Lui tanto che Pietro potrà affermare: "abbiamo mangiato e bevuto con Lui dopo la sua risurrezione dai morti". Sono le apparizioni di Gesù Risorto dalla morte che attestano il suo passaggio dalla morte alla vita : è la Pasqua di Cristo. “Gesù nazareno, il crocefisso, è risorto”. In questa semplice proposizione è riassunta in radice tutta la fede cristiana ed è cristiano chi ritiene vera questa proposizione. Essa infatti è primariamente la pura e semplice certezza di un fatto accaduto: Gesù il Crocefisso "non è qui", cioè non è finito nella corruzione del sepolcro, poiché "è risorto"; e a sottolineare che si tratta di una risurrezione vera e propria, in senso fisico e non meramente spirituale o metaforico. La Pasqua di Gesù è,senza dubbio, la pura e semplice accoglienza di una testimonianza che attesta un avvenimento di

cui alcuni discepoli del Nazareno hanno fatto personale esperienza : "e noi siamo testimoni" dice ancora Pietro. Ci sarà una Pasqua anche per noi? E quale Pasqua? Anche per noi ci sarà un passaggio e non come pensano molti, dall’avventurosa

esperienza umana della vita alla desolazione del nulla,ma dalla vita che conduciamo al presente, chiusa nel limite del tempo e dello spazio e intessuta da sofferenze di ogni tipo, ad una vita senza limiti, veramente libera e luminosa, totalmente trasfigurata dalla partecipazione alla pienezza di vita che appartiene a Dio solo. Ma per arrivare a questa Pasqua ultima, siamo chiamati a realizzare delle tappe intermedie di cui una, la prima è fondamentale:occorre passare dalla igno-

ranza e diffidenza sul nostro futuro e dalla pur legittima e umana incredulità alla vera e ragionevole fede nel Dio Vivente che Gesù di Nazaret ci ha fatto conoscere; fondando la nostra esistenza nella fede nel Dio di Gesù Cristo,apparso nella storia come il Salvatore e Liberatore dell’uomo, la cui potenza si è manifestamente rivelata nella morte e resurrezione del suo Unigenito Figlio fatto uomo: Gesù Cristo. La resurrezione di Gesù dalla morte,dunque,che costituisce il contenuto centrale del cristianesimo,dà origine alla certezza della dimensione irrinunciabile della vita eterna come vocazione universale dell’uomo, offerta a tutti e garantita dalla Pasqua di Gesù Cristo. La celebrazione liturgica della Pasqua di Risurrezione di Cristo richiama e ravviva questa certezza di fede che anima e dà forza alla comune, urgente,forte necessità di rafforzare il nostro concreto impegno di realizzare anche la nostra Pasqua: il nostro passaggio dall’indifferenza, dalla superficialità e tiepidezza di spirito ad una vita cristiana fervorosamente impegnata. Vale ancora oggi l’invito di San Leone Magno ai cristiani:”Cristiano,o muta costume,o muta nome”. Nella Veglia pasquale rinnoviamo le promesse di fede e di santità fatte nel giorno del Battesimo per dare inizio ad una vita nuova davvero degna della dignità di figli di Dio, ardenti nell’amore del Padre e dei fratelli, consapevoli della chiamata e destinazione alla vita eterna che Gesù Cristo ci ha meritato con la sua morte e resurrezione. Don Giuseppe Imperato


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La vita non va sprecata L'incontro del Papa con i giovani della diocesi di Roma per i 25 anni della Giornata mondiale L'esistenza umana non va sprecata ma vissuta secondo le "regole dell'amore" indicate dai comandamenti: lo ha detto il Papa ai giovani di Roma e del Lazio che per i 25 anni della Giornata mondiale della gioventù hanno partecipato all'incontro di giovedì sera, 25 marzo, in piazza San Pietro. Benedetto XVI ha risposto a braccio a tre domande rivoltegli da due ragazzi e una ragazza a nome di tutti i presenti. Padre Santo il giovane del Vangelo ha chiesto a Gesù: maestro buono cosa devo fare per avere la vita eterna? Io non so neanche cosa è la vita eterna. Non riesco ad immaginarmela, ma una cosa la so: non voglio buttare la mia vita, voglio viverla fino in fondo e non da sola. Ho paura che questo non avvenga, ho paura di pensare solo a me stessa, di sbagliare tutto e di ritrovarmi senza una meta da raggiungere, vivendo alla giornata. È possibile fare della mia vita qualcosa di bello e di grande? Cari giovani, prima di rispondere alla domanda vorrei dire grazie di cuore per tutta la vostra presenza, per questa meravigliosa testimonianza della fede, del voler vivere in comunione con Gesù, per il vostro entusiasmo nel seguire Gesù e vivere bene. Ed ora la domanda. Lei ci ha detto che non sa cosa sia la vita eterna e non sa immaginarsela. Nessuno di noi è in grado di immaginare la vita eterna, perché è fuori della nostra esperienza. Tuttavia, possiamo cominciare a comprendere che cosa sia la vita eterna, e penso che lei, con la sua domanda, ci abbia dato una descrizione dell'essenziale della vita eterna, cioè della vera vita: non buttare via la vita, viverla in profondità, non vivere per se stessi, non vivere alla giornata, ma vivere realmente la vita nella sua ricchezza e nella sua totalità. E come fare? Questa è la grande questione, con la quale anche il ricco del Vangelo è venuto al Signore (cfr. Mc 10, 17). A prima vista, la risposta del Signore appare molto secca. Tutto sommato, dice: osserva i co-

mandamenti (cfr. Mc 10, 19). Ma dietro, se riflettiamo bene, se ascoltiamo bene il Signore, nella totalità del Vangelo, troviamo la grande saggezza della Parola di Dio, di Gesù. I comandamenti, secondo un'altra Parola di Gesù, sono riassunti in quest'unico: amare Dio con tutto il cuore, con tutta la ragione, con tutta l'esistenza e amare il prossimo come se stesso. Amare Dio, suppone conoscere Dio, riconoscere Dio. E questo è il primo passo che dobbiamo fare: cercare di co-

noscere Dio. E così sappiamo che la nostra vita non esiste per caso, non è un caso. La mia vita è voluta da Dio dall'eternità. Io sono amato, sono necessario. Dio ha un progetto con me nella totalità della storia; ha un progetto proprio per me. La mia vita è importante e anche necessaria. L'amore eterno mi ha creato in profondità e mi aspetta. Quindi, questo è il primo punto: conoscere, cercare di conoscere Dio e così capire che la vita è un dono, che è bene vivere. Poi l'essenziale è l'amore. Amare questo Dio che mi ha creato, che ha creato questo mondo, che governa tra tutte le difficoltà dell'uomo e della storia, e che mi accompagna. E amare il prossimo. I dieci comandamenti ai quali Gesù nella sua risposta accenna, sono solo un'esplicitazione del comandamento dell'amore. Sono, per così dire, regole dell'amore, indicano la strada dell'amore con questi punti essenziali: la famiglia, come fondamento della società; la vita, da rispettare come dono di Dio; l'ordine della sessualità, della relazione tra uomo e donna;

l'ordine sociale e, finalmente, la verità. Questi elementi essenziali esplicitano la strada dell'amore, esplicitano come realmente amare e come trovare la via retta. Quindi c'è una volontà fondamentale di Dio per noi tutti, che è identica per tutti noi. Ma la sua applicazione è diversa in ogni vita, perché Dio ha un progetto preciso con ogni uomo. San Francesco di Sales una volta ha detto: la perfezione, cioè l'essere buono, il vivere la fede e l'amore, è sostanzialmente una, ma in forme molto diverse. Molto diversa è la santità di un certosino e di un uomo politico, di uno scienziato o di un contadino, e via dicendo. E così per ogni uomo Dio ha il suo progetto e io devo trovare, nelle mie circostanze, il mio modo di vivere questa unica e comune volontà di Dio le cui grandi regole sono indicate in queste esplicazioni dell'amore. E cercare quindi anche di compiere ciò che è l'essenza dell'amore, cioè non prendere la vita per me, ma dare la vita; non "avere" la vita, ma fare della vita un dono, non cercare me stesso, ma dare agli altri. Questo è l'essenziale, e implica rinunce, cioè uscire da me stesso e non cercare me stesso. E proprio non cercando me stesso, ma dandomi per le grandi e vere cose, trovo la vera vita. Così ognuno troverà, nella sua vita, le diverse possibilità: impegnarsi nel volontariato, in una comunità di preghiera, in un movimento, nell'azione della sua parrocchia, nella propria professione. Trovare la mia vocazione e viverla in ogni posto è importante e fondamentale, sia io un grande scienziato, o un contadino. Tutto è importante agli occhi di Dio: è bello se è vissuto sino in fondo con quell'amore che realmente redime il mondo. Alla fine vorrei raccontare una piccola storia di santa Giuseppina Bakhita, questa piccola santa africana che in Italia ha trovato Dio e Cristo, e che mi fa sempre una grande impressione. Era suora in un convento italiano; un giorno, il Vescovo del luogo fa visita a quel monastero, vede


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questa piccola suora nera, della quale sembra non avesse saputo nulla e dice: "Suora cosa fa lei qui?" E Bakhita risponde: "La stessa cosa che fa lei, eccellenza". Il vescovo visibilmente irritato dice: "Ma come, suora, fa la stessa cosa come me?", "Sì, - dice la suora - ambedue vogliamo fare la volontà di Dio, non è vero?". Infine questo è il punto essenziale: conoscere, con l'aiuto della Chiesa, della Parola di Dio e degli amici, la volontà di Dio, sia nelle sue grandi linee, comuni per tutti, sia nella concretezza della mia vita personale. Così la vita diventa forse non troppo facile, ma bella e felice. Preghiamo il Signore che ci aiuti sempre a trovare la sua volontà e a seguirla con gioia. Il Vangelo ci ha detto che Gesù fissò quel giovane e lo amò. Padre Santo che vuol dire essere guardati con amore da Gesù? Come possiamo fare anche noi oggi questa esperienza? Ma è davvero possibile vivere questa esperienza anc h e i n q u e s t a v i t a d i og g i ? Naturalmente direi di sì, perché il Signore è sempre presente e guarda ognuno di noi con amore. Solo che noi dobbiamo trovare questo sguardo e incontrarci con lui. Come fare? Direi che il primo punto per incontrarci con Gesù, per fare esperienza del suo amore è conoscerlo. Conoscere Gesù implica diverse vie. Una prima condizione è conoscere la figura di Gesù come ci appare nei Vangeli, che ci danno un ritratto molto ricco della figura di Gesù, nelle grandi parabole, pensiamo al figliol prodigo, al samaritano, a Lazzaro eccetera. In tutte le parabole, in tutte le sue parole, nel sermone della montagna, troviamo realmente il volto di Gesù, il volto di Dio fino alla croce dove, per amore di noi, si dà totalmente fino alla morte e può, alla fine, dire Nelle tue mani Padre, do la mia vita, la mia anima. Quindi: conoscere, meditare Gesù insieme con gli amici, con la Chiesa e conoscere Gesù non solo in modo accademico, teorico, ma con il cuore, cioè parlare con Gesù nella preghiera. Una persona non la si può conoscere nello stesso modo in cui posso studiare la matematica. Per la matematica è necessaria e sufficiente la ragione, ma per conoscere una persona, anzitutto la grande persona di Gesù, Dio e uomo, ci vuole anche la ragione, ma, nello stesso tempo, anche il cuore. Solo con l'apertura del cuore a lui,

solo con la conoscenza dell'insieme di quanto ha detto e di quanto ha fatto, con il nostro amore, con il nostro andare verso di lui, possiamo man mano conoscerlo sempre di più e così anche fare l'esperienza di essere amati. Quindi: ascoltare la Parola di Gesù, ascoltarla nella comunione della Chiesa, nella sua grande esperienza e rispondere con la nostra preghiera, con il nostro colloquio personale con Gesù, dove gli diciamo quanto non possiamo capire, i nostri bisogni, le nostre domande. In un vero colloquio, possiamo trovare sempre di più questa strada della conoscenza, che diventa amore. Naturalmente non solo pensare, non solo pregare, ma anche fare è una parte del cammino verso Gesù: fare le cose buone, impegnarsi per il prossimo. Ci sono diverse strade; ognuno conosce le proprie possibilità, nella parrocchia e nella comunità in cui vive, per impegnarsi anche con Cristo e per gli altri, per la vitalità della Chiesa, perché la fede sia veramente forza formativa del nostro ambiente, e così del nostro tempo. Quindi, direi questi elementi: ascoltare, rispondere, entrare nella comunità credente, comunione con Cristo nei sacramenti, dove si da a noi, sia nell'Eucaristia, sia nella Confessione eccetera, e, finalmente, fare, realizzare le parole della fede così che diventino forza della mia vita e appare veramente anche a me lo sguardo di Gesù e il suo amore mi aiuta, mi trasforma. Gesù invitò il giovane ricco a lasciare tutto, e a seguirlo, ma lui se ne andò via triste. Anche io come lui faccio fatica a seguirlo, perché ho paura di lasciare le mie cose e talvolta la Chiesa mi chiede delle rinunce difficili. Padre Santo come posso trovare la forza per scelte coraggiose, e chi mi può aiutare? Ecco, cominciamo con questa parola dura per noi: rinunce. Le rinunce sono possibili e, alla fine, diventano anche belle se hanno un perché e se questo perché giustifica poi anche la difficoltà della rinuncia. San Paolo ha usato, in questo contesto, l'immagine delle olimpiadi e degli atleti impegnati per le olimpiadi (cfr. 1 Cor 9, 24-25). Dice: Loro, per arrivare finalmente alla medaglia - in quel tempo alla corona - devono vivere una disciplina molto dura, devono rinunciare a tante cose, devono esercitarsi nello sport che praticano e fanno grandi sacrifici e rinunce perché hanno una motivazio-

ne, ne vale la pena. Anche se alla fine, forse, non sono tra i vincitori, tuttavia è una bella cosa aver disciplinato se stesso ed essere stato capace di fare queste cose con una certa perfezione. La stessa cosa che vale, con questa immagine di san Paolo, per le olimpiadi, per tutto lo sport, vale anche per tutte le altre cose della vita. Una vita professionale buona non si può raggiungere senza rinunce, senza una preparazione adeguata, che sempre esige una disciplina, esige che si debba rinunciare a qualche cosa, e così via, anche nell'arte e in tutti gli elementi della vita. Noi tutti comprendiamo che per raggiungere uno scopo, sia professionale, sia sportivo, sia artistico, sia culturale, dobbiamo rinunciare, imparare per andare avanti. Proprio anche l'arte di vivere, di essere se stesso, l'arte di essere uomo esige rinunce, e le rinunce vere, che ci aiutano a trovare la strada della vita, l'arte della vita, ci sono indicate nella Parola di Dio e ci aiutano a non cadere - diciamo - nell'abisso della droga, dell'alcool, della schiavitù della sessualità, della schiavitù del denaro, della pigrizia. Tutte queste cose, in un primo momento, appaiono come azioni di libertà. In realtà, non sono azioni di libertà, ma inizio di una schiavitù che diventa sempre più insuperabile. Riuscire a rinunciare alla tentazione del momento, andare avanti verso il bene crea la vera libertà e fa preziosa la vita. In questo senso, mi sembra, dobbiamo vedere che senza un "no" a certe cose non cresce il grande "sì" alla vera vita, come la vediamo nelle figure dei santi. Pensiamo a san Francesco, pensiamo ai santi del nostro tempo, Madre Teresa, don Gnocchi e tanti altri, che hanno rinunciato e che hanno vinto e sono divenuti non solo liberi loro stessi ma anche una ricchezza per il mondo e ci mostrano come si può vivere. Così alla domanda "chi mi aiuta", direi che ci aiutano le grandi figure della storia della Chiesa, ci aiuta la Parola di Dio, ci aiuta la comunità parrocchiale, il movimento, il volontariato, eccetera. E ci aiutano le amicizie di uomini che "vanno avanti", che hanno già fatto progressi nella strada della vita e che possono convincermi che camminare così è la strada giusta. Tratto dall’Osservatore Romano


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L’ISOLA CHE SONO DIVENTATO Ognuno l’ha sognata. L’isola remota, libera dalla civiltà, dai rumori e dal caos. L’isola dove trasferire il desiderio della felicità terrena, dove tornare ad assaporare l’Eden perduto. Per lungo tempo ho pensato anch’io che l’isola, la mia isola, esistesse. E l’ho cercata. Pantelleria, bellezza selvaggia, rocce, insenature e calette intrise di sole e di mare, folate di vento che si rincorrono fra i dammusi carichi di storia, giardini odoranti di agrumi e di essenze mediterranee, i capperi e il vino più dolce e sensuale del Mediterraneo. E la sensazione di stare tra due continenti, quel senso di estraneità, e insieme di appartenenza, che ti condanna a ritornare, a perderti fra i muri a secco e le colate laviche, a crogiolarti nel caldo naturale delle acque sulfuree e dei bagni termali. Patmos, Dodecanneso, un polipo bianco disteso nell’azzurro dell’Egeo, isola elegante e luminosa, mistica e silenziosa, perché il sacro monastero di San Giovanni Teologo tiene alla larga i visitatori volgari e chiassosi. Un mosaico di case bianche, spiagge di sabbia dorata orlate di tamerici che fungono da ombrelloni naturali, acque calde e pulite. Piazzette di pietra ombrate dalle chiome di aceri e platani enormi, chiesette ortodosse odoranti di incenso e di cera d’api, locali affacciati sul mare dove si conversa in tutte le lingue, taverne con tavoli e sedie conficcati nella sabbia, profumi e sapori speziati di Grecia. Antigua, Piccole Antille, seducente come quando la vide Cristoforo Colombo. La splendida marina di English Harbour, il porto georgiano intatto, la storia coloniale, la cultura creola. E poi, 365 spiagge a perdita d’occhio nel mare turchese, e, appena dietro gli arenili, i fiori fiammeggianti di rosso dell’albero flamboyant e quelli gialli vivo della Bouganvillea, le foglie lucide e splendenti di palme e magnolie, gli arabeschi delle radici aeree del mandorlone. Ovunque, il ritmo sensuale del calypso, e la fragranza inebriante della plumeria, della vaniglia, della cannella. Huahine, Isole della Società, paradiso terrestre, alba della creazione, una delle perle “della più bella collana mai creata

dalla Natura”, come scrisse James Cook quando scoprì le meraviglie della Polinesia. Sabbia come borotalco, acque calde e trasparenti, prati di corallo multicolore, atmosfere magiche, e il più grande complesso polinesiano di “marae”, gli antichi luoghi di culto di queste isole tropicali. Sì, l’ho cercata per tanto tempo, la mia isola. E infine l’ho trovata. Ma non è l’isola perfetta, iconica, dei miei sogni. Ed è più vicina di quanto pensassi. E’ dentro di me. Non ho più voglia di cercare un’isola, perché sono io che sto diventando un’isola. Fuggire la moltitudine, restare solo coi miei pensieri e con le mie manie, con gli oggetti che mi sono cari: è questo che desidero ogni giorno di più. D’accordo, stare insieme agli altri è importante, è utile, aiuta a vivere. Ma che cosa posso dire, quale rapporto posso instaurare con chi si vanta di non pagare le tasse, con chi afferma che la scuola non serve a niente, con chi rimpiange il Fascismo, con chi ammazzerebbe tutti i “froci”, con chi odia i politici e poi gli chiede mille favori? Oh, lo so, non sono tutti così; c’è anche chi fa cose peggiori… E i colti, gli intelligenti, le persone “umane”? Sbaglierò, ma mi sembra che abbiano perso la testa anche loro. Che cosa posso farci se quasi tutti i loro discorsi mi suonano falsi? Pro o contro Berlusconi, pro o contro l’immigrazione, pro o contro la Chiesa… Nessuna via di mezzo, o di qua o di là, obiettività zero: tutti schierati, tutti faziosi, tutti venduti a qualcuno. Fosse solo per interesse, per soldi, capirei pure. No, sono accecati dall’odio, o, peggio, dall’idolatria, dal culto malsano verso una persona, un’idea… Vedete come è inutile parlare ancora con la gente? E’ così che è aumentato il mio mal di vivere. Aumentato, perché c’era già, perché l’ho sempre avuto. Da bambino avevo crisi d’ansia, ogni tanto mi capitava di sentire un’insopportabile oppressione

al petto, chiamavo mia madre e le dicevo: “Mamma, ho il mal di sise”. Lei non capiva, e si fermava al mio capezzale imbambolata, triste, incapace di dare una risposta alle stranezze di un figlio delicato, un po’ inappetente, ma che giocava a pallone per ore in mezzo alla strada. Poi è venuta l’adolescenza, e con essa l’insonnia, la terribile scoperta che non avevo il dono prezioso del balsamo di tutti i mali. Una notte bene e due male, rigirarsi nelle coperte dieci, cinquanta, cento volte, alzarsi nel freddo invernale madido di sudore, iniziare a chiedere qualcosa, un calmante, un sonnifero, e, al colmo della disperazione, un pugno in faccia da mio padre, perché svenissi, perché cadessi finalmente nell’incoscienza. Dopo diventi uomo, e ti illudi che la maturità ti aiuti a vedere le cose sotto un’altra luce, che le responsabilità ti sottraggano all’inedia, alla noia esistenziale. Invece cominci a focalizzare sempre meglio il marcio della vita, il tuo e quello degli altri. Vedi il male e non riesci ad evitarlo, vuoi fare il bene e ti fermi sulla soglia, perché devi curare la famiglia, il lavoro, la carriera. Poi pensi che è già tanto non far male a nessuno, perché certi giorni, dinanzi a certe ingiustizie, vorresti prendere un fucile a ripetizione e fare una strage. Purtroppo, anche la fede vacilla. Osservi la natura e credi in Dio, vedi le azioni dell’uomo ed entri in crisi. E’ il Dio che hai conosciuto anche tu, il Dio trinitario, il Cristo che si è incarnato, che si è fatto uomo per la nostra salvezza, che ha predicato fratellanza e amore. Ed è bellissimo, è l’idea più alta della Storia; ma


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appunto, ti pare solo un’idea. Com’è possibile che a certi uomini (per esempio, quelli nati prima di Lui) non sia stato concesso di conoscere il Figlio di Dio? Perché, se è stato Dio a crearci, e a crearci simili a Lui, non ci ha fatto tutti un po’ più buoni? Allora, prima conosci il grigio, poi, pian piano, cominci a vedere il mondo ancora più scuro. Finché arriva il nero, e ti dicono quella parola: “Sai, credo che tu sia un po’ depresso”. Non so se sono depresso. So che si può star male nonostante la bella vita che si conduce. Perché chi ha il mal di vivere ce l’ha dentro da quando si sono incontrati quello spermatozoo e quell’ovulo, ed è così naturale che il mostro sepolto dentro di te ti abbia dato, all’inizio, dei piccoli graffi, poi inferto le prime, vere ferite, e poi si dimeni furioso, scalci come un demonio impazzito per lacerare la tua anima perduta. E tu? Ti guardi intorno disperatamente. Vedi gente che ride, e ti domandi: come fanno a sentirsi felici? Non vedono che cosa succede? Ci sono persone che ordinano il pranzo da uno yacht che naviga in mezzo all’Oceano, e vanno a ritirarlo in elicottero; nello stesso istante, i bambini africani continuano a subire sevizie e violenze, a combattere con i kalashnikov nelle braccia, a morire di fame e stenti. Poi vedi delle persone tristi e infelici: perché sono così? Chissà, forse sono malati, oppure hanno perso il lavoro, sono stati mollati dal coniuge che amavano, hanno perso un figlio per una disgrazia. O, peggio ancora, il destino si è divertito a gravarli di più d’uno di questi tremendi macigni. Ecco, sono i miei fratelli, questi sfortunati. Come loro, io sto perdendo il filo dell’esistenza; lo dico con una certa vergogna, perché io non ho i loro guai. Io vivo in condizioni di privilegio tra miliardi di persone, eppure mi sento sempre più un’isola. Ho poco da dare. Ne avrei voglia, ma tanto il mondo va per conto suo, e la fame, le guerre, le ingiustizie, le atrocità, non le ferma nessuno. Ho poco da dire. Scrivo, ma senza troppo piacere; anzi, spesso lo faccio con fatica. E non mi importa niente di scrivere bene; mi basta scrivere male. Un tempo desideravo il successo, avrei voluto essere letto, ammirato; adesso non mi impor-

ta più. Il successo è spietato, ti espone alla vista di tutti, ti interroga di continuo, ti scruta, ti spia, ti rivela… Invece, io voglio stare nascosto, in pace, senza dover discettare di letteratura, senza ripetere la solfa dell’importanza della parola scritta, senza parlar male dello scrittore che non apprezzo, del critico compiacente, del giornalista venduto. In non voglio fare nulla che possa suscitare negli altri rancore, invidia, compassione, e neppure commozione, felicità, illusione. Io voglio morire nell’isola che ho finalmente trovato, la mia casa, con accanto mia moglie, le fotografie dei miei genitori e dei miei figli, e gli amici che mi hanno sempre confortato, i libri di una vita.

Armando Santarelli

Pellegrinaggio a Castelpetroso Un’esperienza di fede e di cultura Per iniziativa dei membri della confraternita della Madonna del Carmelo e del SS. Nome di Gesù, da poco nuovamente operante nella comunità parrocchiale ravellese, è stato organizzato un pellegrinaggio ad un luogo fortemente significativo per il culto mariano nell’Italia meridionale e centrale: il santuario di Castelpetroso. Infatti, sabato 13 marzo u.s. un gruppo di ravellesi, guidati dal parroco del Duomo, si è recato a visitare e a pregare sui luoghi di un’importante apparizione della Vergine, che qui si è mostrata alla fine del XIX secolo come Madre Addolorata. In quest’ottica il pellegrinaggio, fatto in periodo quaresimale, ha voluto rappresentare la meditazione dei dolori della Madre ai piedi di quella Croce, da cui è iniziata la nostra storia di salvezza. Per capire il pieno significato di questo pellegrinaggio, vale la pena di fornire alcune notizie circa l’apparizione della Vergine a Castelpetroso, che per l’occasione ci ha accolti con un’atmosfera profondamente mistica, dove il silenzio

dei luoghi si mescolava alla visione del paesaggio imbiancato da una recente e forte nevicata. La storia del Santuario di Castelpetroso comincia, come si è detto, con un’apparizione della Vergine: nel 1888, il giovedì che precedeva la Domenica delle Palme due giovani donne, intente a pascolare qualche capra e a sistemare il proprio appezzamento di terra, vengono attratte da una luce che proveniva da una grotta lungo le pendici del monte che sovrasta l’abitato di Castelpetroso; una delle due corre e vede la Vergine con ai piedi Cristo morto, ricoperto di piaghe. La visione apparve anche il giorno di Pasqua e, benché le due donne cercassero in tutti i modi di non farne parola con nessuno, temendo di essere considerate pazze, la notizia cominciò a diffondersi e frotte di fedeli arrivavano da tutto il circondario ma anche da luoghi lontani in quanto il giornale, “Servo di Maria”, diretto da Carlo Acquaderni, uno dei fondatori dell’Azione Cattolica, ne diede notizia. Con l’arrivo di tanti pellegrini la Chiesa cominciò a valutare il fenomeno e il vescovo del luogo fu nominato dal Papa Leone XIII Delegato Apostolico per indagare sulle apparizioni e con somma meraviglia ad una sua visita sul luogo dell’apparizione vide anche lui la Vergine e Cristo morto, che come nelle altre occasioni, non disse niente. Ciò fece sì che

ci fosse la prova della veridicità del racconto ed, inoltre, lo stesso Acquaderni, venuto qui con il figlio ammalato gravemente, ottenne dalla Vergine la grazia della guarigione e si fece promotore per la costruzione di una cappella lì dove c’era stato il miracolo. Inoltre, in seguito alle apparizioni, nelle vicinanze della grotta era nata una sorgente.

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SEGUE DA PAGINA 5 La cappella divenne una grande chiesa, iniziata a costruire all’inizio del 1900 e terminata solo nel negli anni ’70, con una pianta che ricorda un cuore nella parte centrale e con sette cappelle laterali che simboleggiano i sette dolori di Maria. In questa chiesa, la cui altezza e slancio invitano alla meditazione e al racco-

glimento, ci siamo ritrovati per la celebrazione della messa ai piedi dell’altare su cui troneggia la Vergine e Cristo morto, così come sono stati visti nelle visioni (a differenza della nostra Madonna Addolorata, che è solitamente vestita di nero, la Vergine di Castelpetroso veste l’abito rosso e il manto azzurro); ed infatti, dopo l’omaggio alla Madonna Addolorata, da parte di un gruppo dei Battenti della nostra Parrocchia, che hanno intonato le melodie del Giovedì Santo, Don Peppino, che ha presieduto la celebrazione, ha rivolto nell’omelia un invito a seguire l’esempio della Madre di Gesù nella sua disponibilità a farsi sequela anche nel dolore della Crocifissione. Al termine della liturgia, i Battenti hanno intonato ancora una volta il canto che parla di Maria di fronte al corpo di Cristo, schiodato dalla Croce, e si è dato il via alla meditazione sui Dolori di Maria, la Via Matris. A conclusione, dopo un ultimo saluto alla Vergine e vista l’impossibilità di salire al luogo delle apparizioni per la troppa neve, ci siamo recati all’appuntamento per il pranzo, scambiandoci già lì le nostre impressioni su un’esperienza che pensavamo sarebbe stata diversa. I Santuari, infatti, normalmente sono meta di numerosi gruppi di pellegrini e, quando li si visita, solita-

I NCONTRO PER UNA CHIESA VIVA mente si è sempre molto distratti dalla confusione; qui la situazione era stata diversa: oltre noi, a causa delle condizioni meteorologiche, non c’era nessuno, se non le suore che curano il Santuario, il clima con quel cielo terso che a tratti si oscurava per minacciare nuova neve e il bianco della neve stessa invitavano veramente al raccoglimento. Già questo poteva bastare per essere soddisfatti e pensare di essersi calati veramente nel Mistero. Ma il pomeriggio ci avrebbe riservato una sorpresa: la visita a Pietrelcina, luogo di origine di San Pio, che nella sua casa aveva cominciato a vivere le esperienze che lo hanno portato a divenire modello di santità. Il rivedere i posti dove il Santo del nostro secolo è stato battezzato, ha celebrato i sacramenti, ha combattuto con il Demonio e ha vissuto le ore spensierate della fanciullezza o quelle dolorose delle varie infermità ci ha permesso di capire ancora più chiaramente come la scelta di seguire Cristo richieda l’assolutezza della rinuncia e la certezza di farsi strumento nelle mani di Dio. Anche Pietrelcina ci ha accolti con il silenzio e il rispetto dei luoghi, cosa che ha reso possibile veramente la meditazione. A conclusione del pellegrinaggio, stanchi ma certamente ricaricati da questa esperienza, ognuno di noi ha fatto sue le parole pronunciate qui dal Servo di Dio Giovanni Paolo II, che nel 1995 venne a Castelpetroso in pellegrinaggio per rinsaldare quel legame che legava la Vergine Addolorata di Castelpetroso a Cracovia dal giorno in cui agli inizi del 1900 era apparsa ad un gruppo di pellegrini di Cracovia che erano venuti qui in pellegrinaggio: “Colei che al Calvario è stata unita al sacrificio redentore di Cristo, ottenga ai suoi figli di essere sempre fedeli al Dio dell’Alleanza. Ottenga di portare frutti abbondanti di giustizia e di pace”.

LE GIORNATE EUCARISTICHE

Dall’ 1 al 5 Marzo scorso,si sono celebrate nella Chiesa di S.Maria a Gradillo le Giornate Eucaristiche;momento di grazia e di grande raccoglimento per tutti noi . La preghiera in questi giorni è stata sia comunitaria che personale. Al mattino la Celebrazione Eucaristica, a mezzogiorno la recita dell’Angelus e dell’Ora Media, alle15,00 la recita della Coroncina alla Divina Misericordia, alle 17,30 il Rosario Eucaristico, alle 18,00 la recita dei Vespri con le Omelie di Don Carlo Magna, la Benedizione Eucaristica. C’è stato un momento di preghiera vissuto con le consorelle dell’Ordine Secolare Francescano .Molto bello e significativo l’incontro con i bambini che frequentano la catechesi settimanale, animato da Don Carlo, il quale ha presieduto le Celebrazioni del mattino ed i Vespri. L’ultimo giorno, ai Vespri c’è stata la partecipazione corale dei confratelli e delle consorelle della Confraternita del S.S Nome di Gesù e della Beata Vergine del Carmelo. Don Carlo, già dalle prime Omelie, ci ha suggerito l’atteggiamento necessario per vivere intensamente nella preghiera e nell’adorazione i giorni delle “ Sante Quarant’ore.” Ha iniziato con questa preghiera le sue meditazioni “ sull’importanza del Banchetto Eucaristico”: < Ti rendiamo grazie,Gesù, per il prodigio della tua venuta che sempre si rinnova sulla mensa dell’altare,mistica tavola ove sgorgano le fonti dello Spirito che ci trasfigurano nella carità, per diventare tutti fratelli del Padre Celeste>. Ogni mattina,abbiamo ricevuto degli spunti di riflessione validi come momento di preghiera e di impegno per l’intera giornata. Abbiamo meditato sul Volto di Dio che ha avuto misericordia di noi, a tal punto da sacrificare il suo Unico Figlio, per amore nostro. Adorare, ci spiega Don Carlo è più che pregare. Saremo capaci di adorare solo se conosciamo Gesù e se crediamo alla sua reale Presenza, in Corpo, Anima e Divinità,nella SS. Eucaristia. Narrando del Miracolo di Lanciano,avvenuto circa dodici secoli fa, quando un monaco,celebrando la Maria Carla Sorrentino S.Messa fu assalito dal dubbio circa la


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reale Presenza di Gesù nella S.Eucaristia, alle parole della Consacrazione, ha visto trasformarsi dinanzi ai propri occhi l’ostia in Vera Carne ed il vino in Vero Sangue, Don Carlo riferisce che nel 1971,si sono svolti degli esami scientifici , dove si attesta che la “ Carne Miracolosa” è costituita da tessuto muscolare striato del miocardio, cioè dal cuore; ed “ il Sangue Miracoloso” è vero sangue di natura umana,entrambi, (cuore e sangue) dello stesso gruppo sanguigno. Allora ,nell’Ostia Consacrata è presente proprio il Cuore di Gesù,che palpita giorno e notte per noi! Egli ci dona il Suo Cuore ! Cibandoci dell’Unico Pane di Vita ,dobbiamo sentirci fratelli fra noi , uniti da Cristo e figli dell’Unico Padre, per essere capaci di vivere la vera carità ; per questo durante le Giornate Eucaristiche abbiamo pregato per tutti i nostri fratelli ammalati nel corpo e nello spirito. Le Omelie serali di Don Carlo, sono state molto significative ed ispirate ad alcuni capitoli del Vangelo di Giovanni. L’Evangelista non parla direttamente dell’Istituzione della S.Eucaristia ,nel suo Vangelo, in alcuni brani, oltre a narrarci degli episodi della vita di Gesù ci introduce attraverso il linguaggio dei segni al Mistero di Cristo. Nel racconto delle nozze di Cana ,si parla comunque di “un banchetto” e Giovanni ci lascia prefigurare il Banchetto dell’ultima Cena .La risposta che Gesù da a Maria ,anch’Ella presente alle nozze, ci lascia presagire che ci sarà un’Ora stabilita ,durante la quale si realizzerà la Missione salvifica di Gesù Cristo. Alle nozze di Cana , Gesù trasforma l’acqua in vino. Sulla Mistica Tavola dell’Ultima Cena il vino sarà trasformato nel Sangue versato per la nostra salvezza ! Come per gli sposi di Cana, anche a noi capita di trovarci in momenti di difficoltà, è importante non perdere la speranza, rinnovare la nostra adesione a Cristo, che si è addossato tutti i nostri disagi per restituirci la pace! ! Chiediamo

l’intercessione di Maria, Ella ci aiuterà ad arrivare al Cuore di Gesù. Nel Vangelo di Giovanni, al capitolo 6, è descritto il “Miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci”. Don Carlo attraverso la sua meditazione, ci fa notare il ruolo importante del ragazzo che ha con sé i cinque pani d’orzo ed i due pesci. Sembra mai possibile che tra una folla di cinquemila persone, si riesca a trovare facilmente il ragazzo con le poche cose da mangiare? E’ Gesù stesso che ha agito facendo sì che Andrea trovasse il giovane, il quale è stato entusiasta di mettere a disposizione degli altri, tutto ciò che aveva. Ecco l’importanza della vocazione! Il ragazzo rappresenta la storia della “ vocazione di ogni giovane sacerdote” che mette a disposizione se stesso , la propria vita per Gesù, per la Chiesa. Al lago di Tiberiade , Gesù si serve di pochi pani e di pochi pesci , per sfamare la folla, ed ancora una volta Giovanni lascia prefigurare l’Istituzione del Banchetto Eucaristico,dove Gesù sempre compie il prodigio della moltiplicazione e si serve di ogni sacerdote per sfamare “ la fame di Vita Eterna” dei suoi fedeli. Vocazione ed Eucaristia ,sono strettamente legati;senza i sacerdoti non si potrebbe rinnovare la “ venuta di Gesù” sugli altari, senza l’Eucaristia i sacerdoti non potrebbero sfamare la fame di Vita dei loro fratelli in Cristo. Gesù, infatti, dice direttamente agli apostoli : “ raccogliete i pezzi avanzati perché nulla vada perduto!” e precedentemente aveva detto : “ Date voi stessi da mangiare a questa gente!”. Dopo il miracolo della moltiplicazione, restano dodici ceste piene , una per ogni Apostolo che deve portare a compimento la sua missione. Nell’anno sacerdotale è indispensabile pregare ,partecipando alle Adorazioni Eucaristiche,affinché il Signore mandi “ molti operai nella Sua Vigna”. Nello stesso capitolo di Giovanni, al versetto 35 Gesù risponde alla folla . “ Io sono il Pane della Vita, chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete.” Come i discepoli allora, anche noi oggi, facciamo a fatica a credere alle parole di Gesù. Quando mangiamo il cibo materiale, attraverso la digestione che avviene nello stomaco, esso viene trasformato in nutrimento e vita per il nostro organismo. Come mai, pur partecipando al Banchetto Eucaristico la

nostra vita spirituale viceversa non rinvigorisce ? Perché non assimiliamo “ il Vero Pane del Cielo! Il Cibo Spirituale deve essere assimilato nel cuore. Esso è il centro delle nostre scelte e con il cuore scegliamo il bene o il male. Il nostro cuore è la nostra coscienza che è come la bussola che ci orienta nella vita. A volte, ci lasciamo sbandare e non agiamo secondo coscienza. In questo nostro tempo secolarizzato, infatti, più che la coscienza sembra prevalere “ l’incoscienza” , si agisce mettendo al primo posto l’egoismo, l’utile personale, i soldi, i piaceri ,mettendo da parte l’etica, la morale , l’altruismo, la solidarietà , in poche parole l’Amore verso Dio e verso i fratelli . Oggi, tutto viene giustificato e manca il “ senso del peccato” , tutto sembra essere lecito. Per rinnovare la nostra vita spirituale, dobbiamo riscoprire il valore di due fondamentali Sacramenti : la Penitenza e l’Eucaristia ; solo così riusciremo ad assimilare “il Cibo Spirituale” e dare così nutrimento alla nostra vita interiore! Nel capitolo 13,ancora,Giovanni ci parla dell’ultima Cena, non però dell’Istituzione dell’Eucaristia,Egli descrive la Lavanda dei piedi. Gesù, cingendosi i fianchi con un asciugamano lava i piedi ai discepoli. Ciascuno di noi, non solo presbiteri, ma anche laici, deve mettere a disposizione del fratello, della Comunità, se stesso, le capacità che ha ricevuto, per abbracciare la stessa logica di Cristo,Nostro Maestro. “ Egli, nel contesto intimo dell’Ultima Cena ci ha dato un esempio edificante di Amore, di umiltà, mostrando concretamente fin dove può arrivare il dono di se’,che sarà la chiave di lettura dell’intera Sua Passione ,Morte e Resurrezione” .Noi, come i discepoli allora, non possiamo e non dobbiamo restare semplici spettatori . Ringraziamo ancora una volta il Signore che ci ha fatto vivere intensi giorni di preghiera e meditazione , affinché dall’Incontro con Gesù Eucaristia, possiamo attingere la forza necessaria per metterci a servizio dei fratelli, non solo i lontani , ma a cominciare dalle persone che ci sono vicine. Dalle preghiere di questi giorni, possano nascere frutti abbondanti per la crescita della nostra Comunità !

Giulia Schiavo


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IN FIDUCIOSA ATTESA Il si lenzi o. L’attesa. La speranza. Questi i caratteri peculiari della seconda giornata del triduo pasquale, il Sabato Santo. Mentre al Giovedì e al Venerdì della settimana santa viene dato ampio spazio, spesso il Sabato trascorre in punta di piedi, inosservato… Questo, tuttavia, non significa che rappresenti un momento di scarso rilievo, anzi. La sua presenza, al contrario, è importante per la riflessione sulla passione e morte di Cristo. Dopo un incalzante concatenarsi di tanti eventi in un crescendo di pathos, sorge spontaneo il bisogno di una pausa, di fermarsi un attimo e di ritagliarsi un po’ di tempo per riflettere e tornare a guardare con stato d’animo più tranquillo gli avvenimenti accaduti. Il sabato diventa, così, il giorno del vuoto, dell’assenza di Cristo, in cui la paura connaturata all’uomo e la speranza convivono e si scontrano… In parecchie chiese rimane esposta la croce servita per l'adorazione il Venerdì Santo, l'Eucarestia non è conservata nel Tabernacolo, tutte le candele sono spente e gli altari sono spogli. In tale giornata, come nel Venerdì Santo, la Chiesa cattolica non offre il sacrificio della Messa fino alla Veglia Pasquale, che si svolge nella notte tra il Sabato Santo e la Domenica di Pasqua. E’ degna di nota la liturgia celebrata in talune parrocchie, denominata “l’ora della Madre”. Nella Madonna, mamma di Gesù, secondo l’insegnamento della tradizione, è come se fosse riunito tutto il corpo della Chiesa. La vergine Maria che si sofferma presso il sepolcro del Figlio rappresenta, dunque, la vergine Chiesa che veglia presso la tomba del suo Sposo in fiduciosa attesa della sua vittoria sulla morte. Questo momento particolare di silenziosa attesa

viene infiammato solo dal calore della speranza… Una fiamma che dovrebbe sempre ardere in un mondo che a volte si presenta come uno spazio ostile, grigio, freddo. Il vento gelido dell’indifferenza, dell’ipocrisia, della cattiveria pian piano cerca di spegnere i lumi di speranza che ci animano e in particolare ardono nel cuore dei giovani, che vedono distruggersi in mille pezzi i loro sogni. La nostra società uccide la speranza, quei valori in cui ancora ci ostiniamo a credere, quei progetti su cui riponiamo tante aspettative. Anche “attesa” è un vocabolo che ormai che non appartiene all’uomo del nostro tempo, un uomo che vuole tutto e subito, senza sacrifici, senza impegno, senza inutili attese. Ogni cosa gli è dovuta. E poi in una società in perenne corsa così frenetica chi “perde tempo prezioso” in attesa E in ultimo il silenzio… Il clacson prepotente delle auto in strada, la TV perennemente accesa in casa, le urla stressate del capo sul posto di lavoro. La nostra vita è dominata da tanti suoni, tanti rumori, tanta confusione… Stare per qualche minuto in silenzio ci sembra innaturale e ci risulta difficile. Cerchiamo di recuperare allora in questo momento particolare dell’anno liturgico i valori del silenzio, dell’attesa, della speranza…si tratta di un giorno, uno soltanto…non ci costa nulla.

Stefania Gargano

“Segnali” Pasquali Si avverte che la Pasqua sta arrivando, quando nell’aria i sapori e gli odori della primavera si cominciano a sentire, insieme con una nuova luce, più intensa e viva, che legandosi agli umori ormai ridenti e sereni, dopo l’inverno, prepara la strada a quell’atmosfera d’intimo mistero, che si racchiude nel “segreto” della morte e resurrezione del Cristo. Festa Cristiana, che celebra il ritorno alla vita di nostro Signore Gesù, la Pasqua commemora anche la rinascita dell’anima, che dopo un lungo periodo di buio, si ritempra con e della stessa luce emanata dal Figlio di Dio Risorto. Pasqua di resurrezione dunque, che strettamente collegata alla festività ebraica della Pesach, che celebra la liberazione degli Ebrei dalla schiavitù d’Egitto grazie a Mosè (ricordiamo che il nuovo testamento narra, infatti, che Gesù fu crocefisso alla vigilia di tale ricorrenza), ogni anno ci fa rivivere i profondi simbolismi e i misteri della passione del Figlio di Dio, morto per noi sulla Croce e ritornato alla vita per salvarci. Segni e significati profondissimi, che ormai fanno parte del nostro quotidiano, e che ricchi di valori e di emozioni, ci accompagnano durante tutta la settimana Santa, all’insegna della fede più pura, quella cristiana, che ci fa sentire e credere nella possibilità della rinascita e della vita dopo la morte. Quali sono, dunque, i simboli pasquali? Iniziamo con l’agnello. Spesso identificato con Gesù Cristo, “Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, è simbolo di candore, di purezza e oggetto del sacrificio. Con l’offerta dell’agnello, il credente dona a Dio ciò che ha di più puro e prezioso, simbolicamente cioè porge se stesso. Ecco spiegato il parallelo con il Figlio, che come la bestiola, è sacrificato sulla croce per espirare i nostri peccati e compiere la sua missione salvifica. L’Ulivo e la Palma La settimana Santa che precede la Pasqua ha inizio con la Domenica delle Palme. Definita anche Seconda Domenica di Passione, quest’ultima ha il fulcro nel rito di benedizione dei ramoscelli di palma e ulivo. Albero sacro agli dei – gli Egizi, ad esempio, deponevano i suoi


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rami sui sarcofagi per evocare la resurrezione dei defunti - la Palma simboleggia la vittoria riportata dai fedeli sui nemici. Saranno, infatti, i festosi rami di palma ad accogliere il Gesù vittorioso a Gerusalemme, dando vita a quell’usanza di distribuire ai fedeli la Domenica delle Palme i rami benedetti, simbolo di pace e di rinascita. Insieme alla palma, strettamente ricco di simbolismi è l'ulivo. Emblema di pace, si narra che sulla tomba di Adamo sia nato l’olivo dal quale la colomba, uscita dall’arca di Noè dopo il diluvio, abbia staccato un ramo per indicare la fine del castigo. La stessa Croce poi è fatta di legno d’ulivo, così come non a caso, Gesù si recò a pregare nell’Orto del Getsemani (ricco di olivi) nella notte in cui fu arrestato, iniziando così la sua Passione. C’è poi la campana, “voce di Dio”, che con i suoi rintocchi festanti richiama i fedeli a partecipare al mistero della resurrezione del Cristo e l’uovo, forse il simbolo pasquale per eccellenza. Segno di rinascita, per tutte le religioni, l’uovo racchiude nella sua forma ovale e nella sua doppia anima il segreto della fecondità. Nella tradizione cristiana, inoltre, rappresenta il sepolcro da cui la vita ottiene nuova vita; basti pensare che una volta era usanza, il giovedì santo, deporre nelle cattedrali uova di struzzo, per toglierle poi il giorno di Pasqua, allorché la Vita era rinata. Lo stesso uso di regalare le uova è antichissimo e strettamente collegato al fatto che la Pasqua è festa della primavera, dunque anche della fecondità e del rifiorire della natura. L'uovo è appunto simbolo della vita che si rinnova e auspicio di prolificità. Augurandovi che lo Spirito della Pasqua vi accompagni in questi giorni di festa, vi ringraziamo per l’attenzione regalataci. Auguri a tutti. Iolanda Mansi

La Pasqua di coloro che soffrono La mente è il grembo caldo e vivace dei nostri pensieri. Eppure alcuni pensieri hanno la capacità di prendere forma in posti diversi: ecco il mio pensiero di oggi , che si dilaterà come una creatura ansiosa di crescita, mi invade il cuore e proprio dal cuore prenderà vita ed alimento. Voglio dedicare questo mio tempo e con esso le parole che scorrono adesso su questo foglio come piccoli spilli scuri a chi ogni giorno, e senza sconti, pause, sorprese, guarda la vita da un perimetro immobile di poche mura, di stagioni fatte di una porta e di una finestra, sempre identiche, a chi osserva lo scorrere del tempo da un’unica angolazione possibile, concessa. Quella fatta di oggetti familiari, con posizioni occupate come territori conquistati: uno specchio, una fila di fotografie in cornice che tormentano la mente di imperfetti, quando si poteva, si correva, si amava, si viveva. Da un’arida posizione fatta di primi piani in cui rientrano solo i volti delle persone care e magari di qualche infermiere. Voglio dedicare queste parole a chi ha dimenticato il solletico che pulsa nei piedi e arriva fino alle ginocchia per l’ansia di un viaggio o di una passeggiata, a chi rimpiange lo strano torpore che addormenta gli arti ed affanna il respiro dopo un cammino accidentato, lungo. A chi aspetta senza attesa, perché si può aspettare ma senza attendersi niente di nuovo, dal carcere pietoso di un letto, da una tana bianca fatta di cuscini e coperte, a chi è attardato nei giorni dalla zavorra di una malattia che aggancia il corpo e sfibra muscoli e tendini, che lega i pensieri con inespugnabili cappi di cemento. Ci sono vite che non fanno rumore, che non tintinnano nel cesto colorato delle

esistenze, che non hanno parola, che troppo spesso non hanno gambe, braccia, ma solo occhi pieni di desideri, di ricordi, di notti perenni e troppo spesso assolate. Vorrei che la Resurrezione fosse nelle nostre coscienze davanti a questi esempi: perché troppo spesso c’è più amore della vita in chi della vita ha solo un ricordo che in tutti noi che godiamo di un’esistenza mutevole, altalenante forse fra inferno e Paradiso, ma fatta di movimenti, speranze, sorprese. Ed è proprio questo amore così disperato e combattivo ad ammutolirmi. Noi siamo sempre in affanno e scontenti delle nostre piccole sconfitte quotidiane e non ci accorgiamo di chi ha fatto della sconfitta una dimensione in cui poter sorridere, forse perché questi esempi ci arrivano come un soffio distante di vento. Ed il vento, prima o poi, smette di soffiare.. Il pensiero di questa mia Pasqua va ai tanti burattini della sofferenza, alle marionette della guarigione impossibile che tuttavia amano, corrono, esultano, vincono, sperano, credono pur nel giaciglio spinoso della loro immobilità, va a tutte queste vite senza età, perché niente è più imparziale e democratico di una malattia. So che spesso proprio in quei letti perennemente caldi e sformati da pesi in quotidiana riduzione, da un grappolo di ossa stanche, così pieni dell’assenza dei gesti perfino più banali, vi sono gioie luminose e serenità potenti come l’acciaio. A voi, a tutti voi, vanno il mio pensiero ed il mio augurio, alle vostre menti e ai vostri cuori, che volano sui corpi pesanti, barriere temporanee e custodi fragili di un mistero che solo Dio conosce. Voi mettete le ali ai macigni e date la grazia di una piuma a ciò che dovrebbe pesare e costringervi a terra come il peggiore dei supplizi. A ognuno di voi dico grazie e a chi vi è accanto di non sprecare neanche un istante a chiedersi perché, ma di rubarvi, se possibile, il segreto che vi rende leggeri e creature speciali più vicine al Cielo. Emilia Filocamo


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ESERCIZI SPIRITUALI DI AZIONE CATTOLICA Anche quest’anno l’Azione Cattolica Diocesana si è ritagliata un momento, durante il cammino quaresimale, per meditare e fare deserto. Gli esercizi spirituali, come sempre, sono stati la giusta ricarica per le batterie della nostra anima, grazie ai quali rilanciare la nostra “Azione” di cristiani. L’Istituto “Armida Barelli” ha accolto i giovani e gli adulti dell’Azione Cattolica diocesana per l’annuale corso di esercizi Spirituali il 27 e 28 febbraio 2010. Quest’anno

porta. Gesù, infatti, vuole che siamo noi ad aprire la porta perché desidera che noi lo amiamo e l’amore viene solo dalla libertà; Gesù incontra ciascuno di noi lasciandoci liberi di seguirlo. La libertà è, così, condizione essenziale per seguire Gesù e per portare a compimento il pro-

gli esercizi hanno visto la partecipa-

zione di circa quaranta membri dell’associazione provenienti da tutte le parrocchie dell’arcidiocesi. Il padre spirituale, Don Roberto Ferruggio, che segue i giovani della Diocesi di Nocera, ci ha accompagnati in questo ritiro scegliendo quattro brani del Vangelo che avevano come elemento comune “l’incontro con Gesù”. La riflessione è iniziata con il brano di Zaccheo (Luca 19, 1-10), brano a noi molto caro, che ci accompagna durante tutto il cammino annuale di Azione Cattolica. Gli ulteriori brani di riferimento sono stati la chiamata di Simon Pietro (Luca 5, 1-11), la Samaritana (Giovanni, 4 1-30 / 39-42) e Il Giovane Ricco (Marco 10, 17-22). Possiamo dunque dire che le meditazioni di quest’anno hanno seguito il tema della vocazione ed in particolare della risposta alla chiamata di Dio. L’itinerario è stato l’incontro

con Gesù che ci viene a cercare. È Gesù che ci incontra nella nostra quoti-

dianità. Se noi gli rispondiamo con un si, diventa l’assoluto, colui che ci porta a riordinare le priorità della nostra vita. Don Roberto ha sottolineato che pur se è Gesù che ci viene a cercare, egli non entra prepotentemente nella nostra vita, non sfonda la porta del nostro cuore ma bussa. Saremo noi a dovergli aprire la

getto di Dio. Questa libertà, però, reca il rischio di avere delle storie non a lieto fine come nel caso del Giovane Ricco che non ha il coraggio di lasciare tutto quello che ha per seguire Gesù e si allontana afflitto e rattristato. È la tristezza, infatti, l’atteggiamento che accompagna colui che si allontana da Dio, mentre è la gioia che pervade chi si lascia trasformare dal Signore come nel caso di Zaccheo. La gioia, quindi, scaturisce dal far entrare il Signore nella nostra vita, ma ciò non vorrà dire che nella nostra vita scompariranno i problemi, significa, invece, saper affrontare la propria vita con occhi diversi. Gli spunti per riflettere, quindi, non sono per nulla mancati, al punto che la condivisione finale dell’esperienza, fatta l’ultimo giorno, è durata, grazie all’entusiasmo dei partecipanti, oltre i tempi stabiliti . La Domenica, infine, abbiamo partecipato alla Santa Messa presieduta dal nostro Arcivescovo, e possiamo affermare che è stato il momento per la risposta a questa chiamata, che passa attraverso la Comunione in Cristo e nei fratelli ed attraverso la Fede in quello che il Signore vuole per noi. I responsabili dell’AC di Ravello e Cetara

I CANTI DELLA PASSIONE In questi giorni che ci introducono alla “Settimana di Passione” è di estremo interesse riportare un articolo del compianto M° Mario Schiavo, apparso su “Il Duca” negli anni Ottanta, sui canti della tradizione popolare tramandati oralmente in Costa d’Amalfi, echi di antiche melodie. A Ravello i “Battenti”, eredi della pia devozione che ha animato il cammino delle Confraternite sin dal XV secolo, costituiscono ancora oggi la forma più spontanea e commossa di partecipazione popolare in questo tempo forte dell’anno liturgico. La Congrega più antica della città era infatti quella dei Flagellanti o “Battenti”, già estinta nel 1607, che ebbe come sede la chiesa di Sant’Angelo vecchio, così denominata per distinguerla dalla chiesa di Sant’Angelo dell’Ospedale. Oggi la Confraternita del SS. Nome di Gesù e della Beata Vergine del Monte Carmelo continua la tradizione secolare, trasmessa di generazione in generazione, che costituisce un momento fondamentale nel cammino formativo dei confratelli. Nella notte tra il giovedì e il venerdì della “Settimana Santa”, notte di adorazione e di meditazione, la preghiera si dispiega per le vie della città, diventa canto che affida ai melismi del sacro corteo, in visita ai “sepolcri”, la tristezza dell’uomo innanzi ai Misteri della Passione, Morte e Sepoltura di Cristo. Un lamento che esprime solitudine, smarrimento nell’ora in cui le tenebre si fanno più fitte e la presunzione dell’uomo giunge al tradimento più amaro. Una pratica secolare che ci aiuta a riscoprire i valori fondanti della nostra Comunità, quell’intimo legame tra il presente e il passato, l’immenso patrimonio demoetno-antropologico di una Città dalle “radici sante” che il M° Schiavo voleva degna “della sua nobile storia, meno provinciale nelle scelte culturali e artistiche, attenta ad evitare inopinate colonizzazioni”. “E’ primavera e laggiù, sui monti degli Alburni, già si sono sciolte le nevi! Da quei rosei contrafforti degradanti sulla piana del Cilento – traslucenti, meravigliose “quinte” al Golfo di Salerno – giunge a noi, sulla costa d’Amalfi, un sole novello sotto il quale svaporano, in leggera nebbiolina azzurrognola,


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vigneti e agrumeti. E’ la stagione che coincide con la settimana cosiddetta della “Passione” e così, mentre per l’aria già vanno sottilissimi profumi di fresie e di viole a ciocche, ci par di sentire echi di antiche melodie, meste e dolenti, rievocanti, in maniera popolare, il compimento del dramma di Gesù sulla terra. A quanti anni esse risalgono? E’ difficile stabilirlo. Ci siamo volutamente interessati per stabilirne le origini, esaminarne le strutture poetiche e musicali o considerarne le peculiari caratteristiche che le rendono preziose ed autentiche voci di una “liturgia minore”, piene di mistica espressività e di pietà cristiana, capaci di sopravvivere compostamente nell’alveo dei canti propri della Chiesa. Da tempo immemorabile esse si cantano, si tramandano e si diffondono per le vie e per le piazze dei nostri paesi soltanto con l’iniziativa spontanea e fervorosa di gruppi di cantori locali . Ci è sembrato doveroso parlarne e renderci utili per una loro più perfetta esecuzione e conservazione. Dalle melodie raccolte o dalle scelte fatte risulterebbe che le predette melodie erano già conosciute sin dalla fine del secolo scorso. Per alcune è alquanto opinabile sostenere che siano qui pervenute da regioni limitrofe né ci consta che tutte si conoscano fuori dall’area. Quelle di cui ci interessa parlare sono: 1) “Coro dei Battenti”; 2) “Il pianto di Maria”; 3) “Stava Maria dolente”; 4) “Perdono mio Dio” 5) “Sento l’amaro pianto”; 6) “Veder l’orrenda morte”. Poiché risultavano tramandati per memoria (o “ad orecchio”) abbiamo ritenuto provvedere ad una loro trascrizione grafica e ad un ripristino melodico-ritmico-armonico conservandone, il più possibile, la loro integrità originaria e la loro genuinità. Allo scopo, poi, di scongiurarne la perdita o eventuali deformazioni (immancabili nei casi di canti popolari) si è ritenuta utilissima la loro registrazione su nastro magnetico. Si raccomanderebbe, allo stesso scopo, un’eguale verifica sui testi letterari i quali, pur col rispetto della tradizione, andrebbero corretti in ossequio alle disposizioni emanate dalle autorità ecclesiastiche. Su questi canti bisogna fare un discorso sepa-

rato e cominciamo col primo, cioè: il “Coro dei Battenti”. E’ questo più interessante in ordine al pregio artistico, drammatico e genuinamente popolare. In quanto è più inedito e remoto pensiamo possa essere considerato affine a quei canti scaturiti dal sentimento popolare e che risalgono alle “sacre rappresentazioni” medievali o alle manifestazioni delle “compagnie dei flagellanti” o “battenti”. Non sarebbe difficile, indagando, ritrovare i nessi di connotati con quei filoni storici e civili, culturali e religiosi, concretizzatisi per via di influenze ed espe-

rienze di popoli con cui si ebbero rapporti del medioevo, le cui arie di cultura sono ben conosciute (Sicilia e Puglia, Umbria e Toscana e più da vicino Napoli). È singolare questo campo perché risulta l’unico esempio di canto corale avente caratteri nettamente diversi dai soliti canti “devoti” di genere “monodico” od “omofonico” (cioè un’unica melodia eseguita ad unisono da più voci). In esso compare un semplice ma interessante innesto di voci plurime su di una voce solista che prima ha vocalizzato lungamente in maniera melismatica quasi a guisa di nenia profana o di “tropo” liturgico. Oltre all’ alternarsi del “solo” e del “tutti” (caratteristica questa già importante) vi è l’accoppiamento polifonico di tutte le voci in semplici ma austere combinazioni accordiali di terze, quinte e ottave, elementare procedimento che farebbe pensare a un tipo di “discanto” già noto nei secoli XII e XIII. È naturale che non si possa parlare di forma “contrappuntistica” evoluta, ma di un esempio nel quale il popolo, improvvisando liberamente, conosce il modo di unire, sovrapporre ed eseguire simultaneamente note diverse, discostandosi così, per libera

“invenzione” o intuizione, da forme di “canto corale” sviluppatesi nella paesi meridionali ed insulari italiani. Abbiamo poi la melodia de “Il pianto di Maria” che pure si discosta molto da altre sia perché è di una estrema espressività (un modo minore della sua semplicissima articolazione in un “giro armonico” basato sui tre accordi fondamentali) e sia perché, nella chiusura finale, si impreziosisce di un raro e caratteristico richiamo alla “seconda napoletana” piena di velata mestizia. Per questa ultima particolarità ci piace ricordare ciò che dice E. Gubitosi: “Questa scala in cui vive l’ellenico tetracordo dorico, si riscontra in non pochi canti popolari napoletane siciliani”. Il canto “Perdono mio Dio”, dal breve periodo di otto misure, è pure esso in modo minore. Il popolo lo segue facilmente a due voci parallele onde riesce più suggestivo proprio per l’efficace complementarità della seconda voce. Abbiamo ora, per ultimi, i canti “Sento l’amaro pianto” e “Veder l’orrenda morte” i quali, oltre a essere più estesi, si avvalgono anche di un accompagnamento strumentale. Il testo è ripreso dalle strofe della “Via Crucis” (IV e XII stazione) e la musica pare sia attribuita a un maestro dell’800 (Giacomo Tirabassi, padre del musicologo amalfitano Antonio?) Questi due brani sono bellissimi e rappresentano, senza esagerazioni, quanto di meglio v’è nella tradizione corale popolare dei nostri paesi. Pur risentendo di un gusto un po’ melodrammatico, imperante nel secolo scorso e allorché essi furono composti, (il tema di “Veder l’orrenda morte” ha reminiscenze col tema della preghiera “Dal tuo stellato soglio” del “Mosé” di Rossini), rendono bene la grave e pietosa scena del Cristo Morto. E qui concludiamo. Sulle note di questi canti, espressione familiare devota di nostra gente, ci par di rivedere volti di persone che furono, una folla di uomini di ogni condizione che s’accalca e s’appresta a cantare spontaneamente,un nugolo di bambini vestiti da “angeli” elevati o sciamati in processione nell’ora in cui “si copre il sole” e salgono verso il cielo che imbruna le ultime parole: Trema commosso il mondo / il sacro Vel si spezza / piangon per tenerezza / i duri sassi ancor”.

Luigi Buonocore


Lettera del vescovo alle famiglie Aprile - maggio 2010 «Fidarsi dell’altro»

Cara famiglia, mi è gradito, con questa lettera, richiamare il valore della fiducia, così basilare nei rapporti interpersonali e sociali in genere. Senza di essa la diffidenza, il sospetto e la solitudine avrebbero il sopravvento nel vissuto quotidiano. E’ all’interno della tua intimità casalinga che i tuoi membri imparano a fidarsi l’uno dell’altro e, di conseguenza, ad affidarsi l’uno all’altro, in una comunione reciproca fatta di semplicità e sincerità d’animo: solo così ognuno si sente

valorizzato, amato, rispettato. Non scoraggiarti se, al tuo esterno, troverai individualismo, egocentrismo, circospezione: occorre oggi, più che mai, che vi sia, in qualsiasi relazione o ambiente, il tuo provato apporto nell’insegnare a saper mettere il proprio cuore nell’altro, accordandogli fiducia non su basi emotive o per interessi particolari. Traffica questo valore nella verità che scommettere sull’altro …si può! Anche io ho fiducia in questo tuo impegno! Ti benedico.

+ arcivescovo Orazio

Dall’abisso della morte, Cristo è risorto veramente, alleluia! Le difficoltà, le lotte, le prove, le sofferenze della nostra esistenza, compresa la morte, ormai non hanno l’ultima parola e non potranno più separarci da Dio. La gioia della resurrezione colmi i vostri cuori perché vi regni la vera pace.

Una santa e felice Pasqua! IL PARROCO E LA REDAZIONE

CELEBRAZIONI DEL MESE DI APRILE La Messa Vespertina nei giorni festivi (sabato e domenica) sarà celebrata alle ore 19.00 e nei giorni feriali alle 18.30 8—15– 22 - 29 APRILE Ore 19.00: Adorazione Eucaristica 1 APRILE - GIOVEDI’ SANTO Ore 19.00 S. Messa in “Coena Domini” Lavanda dei piedi, processione del SS. Sacramento alla Cappella della reposizione per l’adorazione; Corteo dei Battenti. 2 APRILE - VENERDI’ SANTO Ore 18.00: Celebrazione della Passione del Signore Al termine seguirà la Processione del Cristo morto 3 APRILE - SABATO SANTO Ore 22.00: Solenne veglia Pasquale; Benedizione del fuoco nuovo Liturgia della parola; Liturgia battesimale; Liturgia Eucaristica 4 APRILE DOMENICA DÌ PASQUA NELLA RESURREZIONE DEL SIGNORE Ore 8.00-10.30– 19.00: Sante Messe 5 APRILE Lunedì fra l’Ottava di Pasqua Ore 8.00-10.30: Sante Messe Ore 19.00:Messa e breve processione con la statua del Santo Patrono 11 APRILE – II DOMENICA DÌ PASQUA DOMENICA DELLA DIVINA MISERICORDIA Ore 8.00-10.30– 19.00: Sante Messe 18 APRILE - III DOMENICA DÌ PASQUA - Giornata per l’Università Cattolica Ore 8.00-10.30– 19.00: Sante Messe 25 APRILE - IV DOMENICA DÌ PASQUA Festa di San Marco Evangelista - Giornata per le vocazioni sacerdotali e religiose Ore 8.00-10.30– 19.00: Sante Messe

Incontro Aprile 2010  

PERIODICO DELLA COMUNITÀ ECCLESIALE DI RAVELLO Don Giuseppe Imperato Anno VI - N. 3 – Aprile 2010 cui alcuni discepoli del Nazareno hanno fa...

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