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Per una Chiesa Viva P ERIODICO DELLA COMUNITÀ ECCLESIALE DI Anno IV - N. 7 - Agosto 2008 www.incontroravello.com www.chiesaravello.it

RAVELLO

Maria Assunta in cielo Segno della nostra grande speranza La festa dell’assunzione di Maria al cielo che celebriamo a metà del mese di agosto ci propone il mistero di ciò che è accaduto in Maria di Nazaret e dischiude anche per noi un oltre, una consapevolezza nuova con cui affrontare la vita d’ogni giorno e le sue sfide. Infatti, come il cammino di Maria, anche il nostro si svolge secondo una vocazione misteriosa: continuare a dare un volto umano al Figlio di Dio fatto uomo, riproducendo in ciascuno di noi l’esperienza della morte e resurrezione di Gesù Cristo e partecipare alla sua gloria. Maria Assunta, la prima redenta, già entrata nella gloria, rappresenta, quindi, per l’umanità, il grande segno del destino di gloria che come uomini redenti da Cristo Salvatore è a noi tutti riservato. Maria Assunta è anzitutto "segno" del nostro comune destino di gloria. Dopo il Cristo risorto, Maria Vergine Madre di Gesù, assunta in cielo è segno della dignità dell’uomo e del suo destino di gloria. Ambedue gli eventi ci dicono che il destino dell’uomo, creato a immagine e somiglianza di Dio non è il disfacimento dell’essere e il suo dissolvimento nel nulla, ma la sua piena realizzazione e la totale conformità a Cristo, fino a raggiungere lo stato di uomo perfetto o, come dicono i fratelli cristiani dell’ oriente, la divinizzazione . Unita strettamente al Figlio, Maria è immersa nella vita trinitaria e indica alle schiere infinite dei santi quell'umanità gloriosa di Cristo che ha loro permesso di conoscere la salvezza e di inabissarsi anch’essi nel divino. Maria assunta è la piena realizzazione della vocazione dell’uomo, la sola degna di lui: come

essere avvolto dalla gloria del Dio viven- nel suo utero la Vergine ha concepito te e riverberarla in un canto di piena realmente il Verbo secondo la natura lode, in incessante risposta d’amore. umana, lo ha portato in grembo durante la gravidanza, lo ha dato alla luce e lo ha allattato al suo seno. Il corpo di Maria è stato perciò veramente lo "spazio" abitato dal Verbo, per cui la pietà cristiana ha a Lei applicato i più alti simboli cultuali dell’antico popolo dell’alleanza che definiscono il luogo della presenza di Dio: arca, nube, tenda, tempio, santo dei santi. Ma la presenza del Verbo, ha reso il corpo di Maria uno "spazio di salvezza" perché Dio ha liberato e salvato l’uomo con i misteri della carne del Salvatore, quella carne assunta dal corpo immacolato di Lei. L’Incarnazione del Verbo e l’Assunzione di Maria hanno riscattato il corpo umano, in particolare il corpo femminile dalla sprezzante considerazione in cui era tenuto in molti settori della cultura antica: Celso riteneva l’immagine del Figlio di Dio nel corpo di una donna una cosa aberrante, impensabile, assurda e indegna di Dio. Il Padre, invece, nel suo imperscrutabile disegno di salvezza, aveva iscritto proprio nell’abbassamento del suo Unigenito il trionfo della Resurrezione e la gloria dell’Assunzione. La donna che contempla l’Assunta, vede: Per noi uomini ancora in cammino nella - restituita la sua dignità; storia sotto il peso della corporietà - reso santo il suo corpo, oggetto di moll’Assunta rappresenta un validissi- te profanazioni; mo"segno" del valore del corpo - ribadito il valore della corporeità femSecondo i racconti simbolici della Gene- minile integrata in seno al mistero di si, Dio ha plasmato il corpo dell’uomo e Dio; della donna e, secondo il suo misericor- - anticipato il destino che sarà di tutte le dioso piano di salvezza ha voluto che il donne. Figlio, nella pienezza del tempo, pren- Maria Assunta, in secondo luogo, è desse un vero corpo da una donna: Maria "primizia" e "immagine perfetta" della di Nazaret. La Chiesa ha rivendicato Chiesa. sempre la realtà storica di questo evento: Continua a pagina 2

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MARIA ASSUNTA IN CIELO… La Chiesa non ha sulla terra una stabile dimora, ma è un popolo in cammino verso il suo compimento che avrà luogo solo nella gloria del cielo, quando tutta la creazione – uomo e cosmo – saranno ricapitolati in Cristo. Alla luce della dottrina del Concilio Vaticano II Maria Assunta è: - Primizia della Chiesa: in senso teologico e cronologico. In lei, primo membro del popolo sacerdotale e santo entrato nel santuario del cielo, la Chiesa ha raggiunto quella pienezza di perfezione che la rende senza macchia e senza ruga e perfettamente unita al Signore. In Maria SS., vergine, madre, sposa, discepola e assunta in cielo, la Chiesa vede riflessa se stessa, nella sua missione sulla terra, nel suo compimento finale; - Icona della Chiesa: dinanzi alla Chiesa ancora pellegrina sulla terra, Maria SS. Assunta risplende come la creatura umana giunta alla pienezza della sua vocazione divina, come il prototipo della Chiesa celeste o finale. Maria però non è un’icona statica ma dinamica: è sintesi del progetto di grazia che Dio per Cristo nello Spirito ha compiuto e compie a favore del genere umano ed è soprattutto incitamento e stimolo a percorrere con gioia la via tracciata da Dio per l’attuazione del suo disegno di salvezza universale. Perciò la Vergine Maria Assunta in cielo è per tutti ”segno o pegno" di speranza e di consolazione. La Chiesa proclama che Cristo è la nostra suprema speranza, la speranza della gloria,nella visione e godimento eterno di Dio; tuttavia essa accoglie anche altri segni di speranza e consolazione che il Signore ha disseminato lungo il suo cammino, in particolare la santa Madre di Gesù. Sulla terra – afferma la Lumen Gentium al n. 68 – Ella brilla come un segno di sicura speranza e di consolazione per il popolo di Dio in marcia, fino a quando verrà il giorno del Signore. La Chiesa in cammino, nei secoli della sua storia, ha sperimentato l’intervento materno di Maria che indica a tutte le generazioni Gesù quale via, verità e vita e risplende, nel buio della storia come la "stella del mare" che orienta i naviganti verso Cristo, ultimo e sicuro approdo.per l’incontro definitivo ed eterno di Dio. La Solennità dell’Assunzione di Maria, perciò, infonde in tutti un senso di gioia e di speranza. Un senso di gioia perché Dio vuole trasfigurare tutto il nostro essere: il corpo e lo spirito. Nulla di noi andrà perduto. Tutto questo ci riempie di gioia, perché allontana da noi lo spettro del nulla, della morte. Non siamo destinati al nulla,al vuoto; gioiamo nel saperci destinati alla gloria. Con tale senso di gioia, la festa dell’Assunta infonde in noi anche un senso di speranza, una speranza che nasce dal contemplare Maria, Madre di Cristo e Madre nostra, già nel pieno possesso della gloria di Dio. Una di noi, Maria è arrivata prima di noi lì dove tutti siamo destinati.

La festa della Dormizione nella tradizione bizantina

La più grande festa liturgica mariana della tradizione bizantina in onore della Madonna, il 15 agosto, ne celebra la sua santa Dormizione. Preceduto da un tempo di preparazione e digiuno a partire dal 1 agosto, l'evento esprime la profonda convinzione della fede che la corruzione non ha travolto il sacro corpo di colei che "ha generato la Vita". La morte di Maria è stata infatti assimilata ad un sonno. Per la mentalità del cristianesimo orientale, il vero santo ha ricevuto la trasfigurazione del corpo. Perciò dopo la morte il corpo del santo non è travolto dalla corruzione. Ancora di più, la Madonna, la Tutta santa (la Panaghia) per eccellenza, non ha lasciato sulla terra delle reliquie perché il suo corpo è stato ricongiunto allo spirito subito dopo la salita dell'anima al cielo. Si venerano i luoghi dove ha vissuto o i vari oggetti della sua vita quotidiana, ma non le spoglie del suo corpo. Come per Cristo, il corpo di Maria entra nel mistero della risurrezione e la tomba ne diventa strumento di salvezza: "scala per il cielo". Gran parte dell'ufficiatura della festa si concentra sull'esprimere la gioia della Chiesa per il grande prodigio dell'assunzione. Un miracoloso evento operato dalla misericordia, il "lusso di Dio", concesso senza i meriti umani perché cosi piacque all'Altissimo. Ma nella Madre di Dio tutto è grazia, dono che porta vita là dove lei presiede e intercede. L'icona della Dormizione raffigura, accanto al letto dove giace il sacro corpo, la Chiesa dei Dodici, che arrivano dalle varie parti del mondo per venerare "Colei che ha generato la Vita". Come nel giorno della Pentecoste, così Maria, elevata davanti al trono dell'Onnipotente, assiste anche oggi la Chiesa. Sopra, nel registro superiore dell'icona, è possibile notare la presenza di Cristo che, adorato dai serafini, raccoglie tra le braccia il corpo di un neonato avvolto in fasce. È la giovane anima della sua Madre che il Figlio stesso riceve in paradiso. Sulla terra spesso siamo abituati a considerare la realtà secondo una logica di retribuzione, il do ut des che toglie la freschezza della carità e inquina anche il bene con le tracce del male. Maria si rallegra diversamente, non come facciamo noi, mettendoci con i meriti là, dove Dio lavora, ma perché Lui guarda e sceglie persone e situazioni "indegni", confrontate al loro nulla. In questo senso, presso i romeni, la presenza di Maria nasce dall'amore gratuito che una madre ha per i figli. Mai si troverà nella storia romena l'appellativo di "Nostra Signora di un luogo" o "della nazione". La terra stessa dei romeni viene chiamata "il giardino della Madre del Signore". La casa di una madre caratterizza i figli, abitare è diverso dalla padronanza di un luogo. L'abitare nella casa del Signore era anche il desiderio del salmista ed evoca l'intimità di colui che si dedica per riconoscere e godere del dono di essere figlio. Per questo la Madonna si svela come un veritiero clima di Dio, perché offre le Don Giuseppe Imperato stesse disposizioni che ella ha vissuto "portando nel grembo il

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il portatore del creato”. Maria non chiede incontri o trattative dai suoi figli, ma elemosina, digiuno e preghiere. Sparge lacrime e si scuote nel suo grembo di perenne preoccupazione. Non perché il mondo non abbia raggiunto un suo grado di sensibilità, ma perché ha perso la semplicità e il calore di sentirsi amato di un amore materno. Al Santuario a lei dedicato, a Nicula (Cluj Romania) una sua icona, dipinta nel 1681, ha versato le prime lacrime pochi anni dopo. D'allora fino ad oggi, questo luogo è praticamente invaso per la grande festa della Dormizione. La gente, ortodossi e greco-cattolici insieme, viene a piedi per sostenere il cammino della Vergine dolente, la Madre che offre il Figlio al mondo e aspetta gli altri figli per entrare nella luce del Risorto . A Nicula, i pellegrini si ristorano, vegliano la notte, raccolti intorno alle lacrime della speranza che hanno accompagnato il travaglio del popolo romeno, toccato nel suo essere e nella fede dalla stirpe di Roma, ma portatore della sensibilità bizantina per glorificare i sacri misteri di Dio. A Nicula, il vescovo martire greco-cattolico Giulio Hossu offriva la sua Chiesa e il ministero di pastore per poter rendere Dio presente nelle tenebre delle prigionie comuniste, fedele alla realtà di Maria: "La mia fede è la mia vita!". A Nicula, le anime semplici, intorno al loro vescovo hanno comunicato al santo mistero della Madre celeste. A Nicula, un popolo intero ha saputo conservare la sua dignità cristiana e si rinnova oggi nella fedeltà per non perderla. Nella misura che godrà di essere piccolo, di credere che il vero interesse suo o dell'umanità è proprio quello di non averne uno: "Sia fatto di me secondo la tua parola!". Il corpo di Maria assunto nel cielo ricorda a tutta la Chiesa l'unzione spirituale del battesimo di ogni cristiano. Coloro che credono intravedono oltre la croce della vita l'unzione che ha travolto nell'obbedienza redentrice anche la Madonna. Maria regala ai semplici quell'unzione e fa sì che la Croce non sembri follia. Ma per il suo ascolto e abbandono, Dio l'ha lasciata accanto alla croce. È la fragranza di un cuore di Madre perché guardandolo non possiamo più rischiare di fuggire dalla salvezza della croce. È difficile certamente parlare della Madre di Dio. Le parole sono troppo povere e gli inni del passato sembrano troppo barocchi per la sensibilità dell'era postmoderna? Allora aprire il cuore come i bimbi lo fanno con la Madre ci diventa difficile! L'Oriente ha preferito tra un parlare privo di ispirazione e il silenzio imbevuto di stupore, quest'ultimo. I testi della liturgia sono sufficienti per glorificare l'opera di Dio in Maria. Provengono dal silenzio dell'adorazione. San Giovanni Damasceno, per esempio, entrato una volta sotto l'ombra dell'ispirazione, non ha potuto più risparmiare i suoi talenti per cantare la gloria di Colei che ha generato il Figlio dell'altissimo: "Il tuo seno è sedia e il tuo grembo più largo dei cieli... di te si rallegrano gli umani e gli angeli, piena di grazia... tempio consacrato e paradiso parlante, lode della verginità, nella quale si è incarnato Dio e bimbo è diventato..." . Il ricordo di Maria al centro dell'Eucaristia è la manifestazione della presenza della Chiesa stessa. È il fondamento dell'ascolto cristiano e il riferimento alla maternità che avvolge i suoi figli. Perché? Perché Maria è la "Porta del Salvatore". Perché dice che il giogo del suo Figlio è dolce, il fuoco divino non distrugge la natura, distrugge solo l'uomo vecchio, i complessi, i modi di un'esistenza che deve morire per poter risorgere. La grazia non più come la cima o il tetto di un edificio costruito col sudore o l'impegno, ma il suolo sul quale l'uomo consacrato

dalla fede edifica, le fondamenta che porta il Nome sacro di Gesù. "Nel parto, hai conservato la verginità, nella tua dormizione non hai abbandonato il mondo, Madre di Dio. Sei passata alla vita, tu, o Madre della vita e con la tua intercessione riscatti dalla morte le nostre anime" . Mihai Fratil (O.R.)

Testimoni di Gesù Risorto

“Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo in alcuni periodi; solo pochissimi uomini sono passati alla storia per la scienza, ma tutti potranno rimanere imperituri, simbolo dell’eternità della vita, in cui la morte non è che una tappa, una metamorfosi per salire più in alto, se si dedicheranno al bene.” Così diceva un medico che viveva “la professione come offerta della propria vita a Dio nei fratelli”, che aveva imparato a riconoscere Gesù sofferente in ogni malato che incontrava quotidianamente; questo medico è passato tante volte per le nostre strade e ha conosciuto il dolore della povertà in un periodo storico, quello della prima guerra mondiale, e in un luogo dove più che in ogni altro la difficoltà di vivere la quotidianità si avvertiva forte, Napoli: questo medico era Giuseppe Moscati. Elevato agli onori degli altari nel 1987 San Giuseppe Moscati resta un modello di cristiano impegnato che attingeva nell’Eucaristia mattutina la forza per alleviare le tante sofferenze del corpo ma anche quelle più pesanti dell’animo e sapeva unire la competenza scientifica alla carità cristiana. Perché parlare di un medico seppure santo su questo numero del giornale parrocchiale? Perché nel mese di luglio la nostra parrocchia vive il momento importante della festa del Patrono e il nostro Patrono seppe incarnare lo stesso modello di impegno professionale e cristiano fino a dare la propria vita per la Fede in Dio. Pantaleone di Nicomedia e Giuseppe Moscati, due medici, due cristiani, tanto distanti nel tempo e nello spazio eppure tanto simili e così fondamentali nel mondo di oggi. Infatti, di fronte alle domande che la scienza ci pone, di fronte ai limiti sempre più evanescenti tra rispetto umano e arrogante decisionismo, quali esempi più alti possiamo trovare se non quelli appena citati. L’uomo, riuscendo a raggiungere nuove mete sempre più alte grazie ai risultati della ricerca, ha perso di vista quale fosse l’obiettivo di partenza di questa ricerca, cioè migliorare le condizioni di vita, e ha sostituito questo nobile obiettivo con uno meno nobile, quello di mettere la propria vita al riparo da ogni turbamento, riducendo al minimo i fastidi, compreso quando il fastidio proviene dall’altro. In parole povere, se leggiamo con attenzione ciò che appare sui giornali in riferimento alle questioni di etica, di eutanasia e di aborto, non ci viene forse in mente che tutte queste pratiche più che migliorare la condizione di chi soffre servono a migliorare la vita di chi sta bene. Ogni scelta presa dietro il paravento della carità finisce per palesare altre intenzioni. La vera carità è quella di alleviare le sofferenze anche con la vicinanza umana al dolore, a chi soffre come faceva San Giuseppe Moscati quando incontrava la sofferenza fisica e spirituale nella sua professione. Si racconta che quando veniva chiamato al capezzale di un ammalato consigliasse di accostarsi alla confessione e alla comunione perché anche se alle sofferenze del corpo non sempre c’è rimedio, almeno per quelle dell’anima c’è il ristoro consolatore del perdono del Padre e l’unione salvifica con il Figlio. Ma al di là dell’aneddotica quello che ci resta di questo Santo è un esempio di farsi povero tra i poveri, servo di tutti ad imitazione di Cristo, che passava per le strade “beneficando e sanando tutti”. Maria Carla Sorrentino

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OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI PER LA XXIII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ Cari amici, “avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi” (At 1,8). Abbiamo visto realizzata questa promessa! Nel giorno di Pentecoste, come abbiamo ascoltato nella prima lettura, il Signore risorto, seduto alla destra del Padre, ha inviato lo Spirito sui discepoli riuniti nel Cenacolo. Per la forza di questo Spirito, Pietro e gli Apostoli sono andati a predicare il Vangelo fino ai confini della terra. In ogni età ed in ogni lingua la Chiesa continua a proclamare in tutto il mondo le meraviglie di Dio e invita tutte le nazioni e i popoli alla fede, alla speranza e alla nuova vita in Cristo. In questi giorni anch’io sono venuto, come Successore di san Pietro, in questa stupenda terra d’Australia. Sono venuto a confermare voi, miei giovani fratelli e sorelle, nella vostra fede e ad aprire i vostri cuori al potere dello Spirito di Cristo e alla ricchezza dei suoi doni. Prego perché questa grande assemblea, che unisce giovani “di ogni nazione che è sotto il cielo” (At 2,5), diventi un nuovo Cenacolo. Possa il fuoco dell’amore di Dio scendere a riempire i vostri cuori, per unirvi sempre di più al Signore e alla sua Chiesa e inviarvi, come nuova generazione di apostoli, a portare il mondo a Cristo! “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi”. Queste parole del Signore Risorto hanno uno speciale significato per quei giovani che saranno confermati, segnati con il dono dello Spirito Santo, durante questa Santa Messa. Ma queste parole sono anche indirizzate ad ognuno di noi, a tutti coloro cioè che hanno ricevuto il dono dello Spirito di riconciliazione e della nuova vita nel Battesimo, che lo hanno accolto nei loro cuori come loro aiuto e guida nella Confermazione e che quotidianamente crescono nei suoi doni di grazia mediante la Santa Eucaristia. In ogni Messa, infatti, lo Spirito Santo discende nuovamente, invocato nella solenne preghiera della Chiesa, non solo per trasformare i nostri doni del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue del Signore, ma anche per trasformare le nostre vite, per fare di noi, con la sua forza, “un solo corpo ed un solo spirito in Cristo”. Ma che cosa è questo “potere” dello Spirito Santo? E’ il potere della vita di Dio! E’ il potere dello stesso Spirito che si librò sulle acque all’alba della creazione e che, nella pienezza dei tempi, rialzò Gesù dalla morte. E’ il potere che conduce noi e il nostro mondo verso l’avvento del Regno di Dio. Nel Vangelo di oggi, Gesù annuncia che è iniziata una nuova era, nella quale lo Spirito Santo sarà effuso sull’umanità intera (cfr Lc 4,21). Egli stesso, concepito per opera dello Spirito Santo e nato dalla Vergine Maria, è venuto tra noi per portarci questo Spirito. Come sorgente della nostra nuova vita in Cristo, lo Spirito Santo è anche, in un modo molto vero, l’anima della Chiesa, l’amore che ci lega al Signore e tra di noi e la luce che apre i nostri occhi per vedere le meraviglie della grazia di Dio intorno a noi. Qui in Australia, questa “grande terra meridionale dello Spirito Santo”, noi tutti abbiamo avuto un’indimenticabile esperienza della presenza e della potenza dello Spirito nella bellezza della natura. I nostri occhi sono stati aperti per vedere il mondo attorno a noi come veramente è: “ricolmo”, come dice il poeta “della grandezza di Dio”, ripieno della gloria del suo amore creativo. Anche qui, in questa grande assemblea di giovani cristiani provenienti da tutto il mondo, abbiamo avuto una vivida esperienza della presenza e della forza dello Spirito nella vita della Chiesa. Abbiamo visto la Chiesa per quello che veramente è: Corpo di Cristo, vivente comunità d’amore, comprendente gente di ogni razza, nazione e lingua, di ogni tempo e

luogo, nell’unità nata dalla nostra fede nel Signore risorto. La forza dello Spirito non cessa mai di riempire di vita la Chiesa! Attraverso la grazia dei Sacramenti della Chiesa, questa forza fluisce anche nel nostro intimo, come un fiume sotterraneo che nutre lo spirito e ci attira sempre più vicino alla fonte della nostra vera vita, che è Cristo. Sant’Ignazio di Antiochia, che morì martire a Roma all’inizio del secondo secolo, ci ha lasciato una splendida descrizione della forza dello Spirito che dimora dentro di noi. Egli ha parlato dello Spirito come di una fontana di acqua viva che zampilla nel suo cuore e sussurra: “Vieni, vieni al Padre!” (cfr Ai Romani, 6,1-9). Tuttavia questa forza, la grazia dello Spirito, non è qualcosa che possiamo meritare o conquistare; possiamo solamente riceverla come puro dono. L’amore di Dio può effondere la sua forza solo quando gli permettiamo di cambiarci dal di dentro. Noi dobbiamo permettergli di penetrare nella dura crosta della nostra indifferenza, della nostra stanchezza spirituale, del nostro cieco conformismo allo spirito di questo nostro tempo. Solo allora possiamo permettergli di accendere la nostra immaginazione e plasmare i nostri desideri più profondi. Ecco perché la preghiera è così importante: la preghiera quotidiana, quella privata nella quiete dei nostri cuori e davanti al Santissimo Sacramento e la preghiera liturgica nel cuore della Chiesa. Essa è pura ricettività della grazia di Dio, amore in azione, comunione con lo Spirito che dimora in noi e ci conduce, attraverso Gesù, nella Chiesa, al nostro Padre celeste. Nella potenza del suo Spirito, Gesù è sempre presente nei nostri cuori, aspettando quietamente che ci disponiamo nel silenzio accanto a Lui per sentire la sua voce, restare nel suo amore e ricevere la “forza che proviene dall’alto”, una forza che ci abilita ad essere sale e luce per il nostro mondo. Nella sua Ascensione, il Signore risorto disse ai suoi discepoli: “Sarete miei testimoni... fino ai confini del mondo” (At 1,8). Qui, in Australia, ringraziamo il Signore per il dono della fede, che è giunto fino a noi come un tesoro trasmesso di generazione in generazione nella comunione della Chiesa. Qui, in Oceania, ringraziamo in modo speciale tutti quegli eroici missionari, sacerdoti e religiosi impegnati, genitori e nonni cristiani, maestri e catechisti che hanno edificato la Chiesa in queste terre. Testimoni come la Beata Mary MacKillop, San Peter Chanel, il Beato Peter To Rot e molti altri! La forza dello Spirito, rivelata nelle loro vite, è ancora all’opera nelle iniziative di bene che hanno lasciato, nella società che hanno plasmato e che ora è consegnata a voi. Cari giovani, permettetemi di farvi ora una domanda. Che cosa lascerete voi alla prossima generazione? State voi costruendo le vostre esistenze su fondamenta solide, state costruendo qualcosa che durerà? State vivendo le vostre vite in modo da fare spazio allo Spirito in mezzo ad un mondo che vuole dimenticare Dio, o addirittura rigettarlo in nome di un falso concetto di libertà? Come state usando i doni che vi sono stati dati, la “forza” che lo Spirito Santo è anche ora pronto a effondere su di voi? Che eredità lascerete ai giovani che verranno? Quale differenza voi farete? La forza dello Spirito Santo non ci illumina soltanto né solo ci consola. Ci indirizza anche verso il futuro, verso l’avvento del Regno di Dio. Che magnifica visione di una umanità redenta e rinnovata noi scorgiamo nella nuova era promessa dal Vangelo odierno! San Luca ci dice che Gesù Cristo è il compimento di tutte le promesse di Dio, il Messia che possiede in pienezza lo Spirito Santo per comunicarlo all’intera umanità. L’effusione dello Spirito di Cristo sull’umanità è un pegno di speranza e di liberazione contro tutto quello che ci impoverisce. Tale effusione dona nuova vista al cieco, manda liberi gli

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P AGINA 5 oppressi, e crea unità nella e con la diversità ( cfr Lc 4,18-19; Is 61,12). Questa forza può creare un mondo nuovo: può “rinnovare la faccia della terra” (cfr Sal 104, 30)! Rafforzata dallo Spirito e attingendo ad una ricca visione di fede, una nuova generazione di cristiani è chiamata a contribuire all’edificazione di un mondo in cui la vita sia accolta, rispettata e curata amorevolmente, non respinta o temuta come una minaccia e perciò distrutta. Una nuova era in cui l’amore non sia avido ed egoista, ma puro, fedele e sinceramente libero, aperto agli altri, rispettoso della loro dignità, un amore che promuova il loro bene e irradi gioia e bellezza. Una nuova era nella quale la speranza ci liberi dalla superficialità, dall’apatia e dall’egoismo che mortificano le nostre anime e avvelenano i rapporti umani. Cari giovani amici, il Signore vi sta chiedendo di essere profeti di questa nuova era, messaggeri del suo amore, capaci di attrarre la gente verso il Padre e di costruire un futuro di speranza per tutta l’umanità. Il mondo ha bisogno di questo rinnovamento! In molte nostre società, accanto alla prosperità materiale, si sta allargando il deserto spirituale: un vuoto interiore, una paura indefinibile, un nascosto senso di disperazione. Quanti dei nostri contemporanei si sono scavati cisterne screpolate e vuote (cfr Ger 2,13) in una disperata ricerca di significato, di quell’ultimo significato che solo l’amore può dare? Questo è il grande e liberante dono che il Vangelo porta con sé: esso rivela la nostra dignità di uomini e donne creati ad immagine e somiglianza di Dio. Rivela la sublime chiamata dell’umanità, che è quella di trovare la propria pienezza nell’amore. Esso dischiude la verità sull’uomo, la verità sulla vita. Anche la Chiesa ha bisogno di questo rinnovamento! Ha bisogno della vostra fede, del vostro idealismo e della vostra generosità, così da poter essere sempre giovane nello Spirito (cfr Lumen gentium, 4). Nella seconda Lettura di oggi, l’apostolo Paolo ci ricorda che ogni singolo Cristiano ha ricevuto un dono che deve essere usato per edificare il Corpo di Cristo. La Chiesa ha specialmente bisogno del dono dei giovani, di tutti i giovani. Essa ha bisogno di crescere nella forza dello Spirito che anche adesso dona gioia a voi giovani e vi ispira a servire il Signore con allegrezza. Aprite il vostro cuore a questa forza! Rivolgo questo appello in modo speciale a coloro che il Signore chiama alla vita sacerdotale e consacrata. Non abbiate paura di dire il vostro “sì” a Gesù, di trovare la vostra gioia nel fare la sua volontà, donandovi completamente per arrivare alla santità e facendo uso dei vostri talenti a servizio degli altri! Fra poco celebreremo il sacramento della Confermazione. Lo Spirito Santo discenderà sui candidati; essi saranno “segnati” con il dono dello Spirito e inviati ad essere testimoni di Cristo. Che cosa significa ricevere il “sigillo” dello Spirito Santo? Significa essere indelebilmente segnati, inalterabilmente cambiati, significa essere nuove creature. Per coloro che hanno ricevuto questo dono, nulla può mai più essere lo stesso! Essere “battezzati” nello Spirito significa essere incendiati dall’amore di Dio. Essersi “abbeverati” allo Spirito (cfr 1 Cor 12,13) significa essere rinfrescati dalla bellezza del piano di Dio per noi e per il mondo, e divenire a nostra volta una fonte di freschezza per gli altri. Essere “sigillati con lo Spirito” significa inoltre non avere paura

di difendere Cristo, lasciando che la verità del Vangelo permei il nostro modo di vedere, pensare ed agire, mentre lavoriamo per il trionfo della civiltà dell’amore. Nell’elevare la nostra preghiera per i confermandi, preghiamo anche perché la forza dello Spirito Santo ravvivi la grazia della Confermazione in ciascuno di noi. Voglia lo Spirito riversare i suoi doni in abbondanza su tutti i presenti, sulla città di Sydney, su questa terra di Australia e su tutto il suo popolo. Che ciascuno di noi sia rinnovato nello spirito di sapienza e d’intelletto, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di scienza e di pietà, spirito di santo timore di Dio! Attraverso l’amorevole intercessione di Maria, Madre della Chiesa, possa questa XXIII Giornata Mondiale della Gioventù essere vissuta come un nuovo Cenacolo, così che tutti noi, ardenti del fuoco dell’amore dello Spirito Santo, possiamo continuare a proclamare il Signore risorto e attrarre ogni

BENEDETTO XVI

NOTIZIE DALL’A.C. L’Azione Cattolica è un’associazione, meglio sarebbe dire, in questo caso, una organizzazione religiosa e sociale, che, nel suo calendario,non ha una data di fine anno. Vale a dire che non va mai “in ferie”; anzi, nel periodo estivo, essa approfondisce ancor più le conoscenze acquisite durante gli altri mesi dell’anno, con l’attività e partecipazione ai Campiscuola. L’estate non vuole essere un periodo di vacanza, bensì un periodo di intensa partecipazione a lavori di gruppo finalizzati alla socializzazione con i membri di altre parrocchie. Quest’anno associativo abbiamo una novità: l’organizzazione del campo famiglia. È una novità ideata per mettere insieme i vari gruppi di età, al fine di creare dei momenti di crescita, appunto civile e sociale. Il punto di raccolta di quest’anno è Campitello Matese. Qui si incontreranno più di 200 associati. Ne risulta, quindi, che occorrerà un impegno considerevole.L’Associazione di Ravello vi parteciperà con ben undici tesserati, fra cui, e questa è la grande e bella novità, cinque ragazzi, i quali compieranno quest’esperienza per la prima volta. Per intanto, sempre nell’intento di lavorare per la socializzazione ad alti livelli, la nostra diocesi ha avuto, il 28 luglio scorso, l’onore di ospitare il campo nazionale adulti. Volontari di nostre parrocchie hanno accompagnato gli ospiti a visitare alcune delle bellezze della nostra terra. Grosso entusiasmo hanno riscosso le visite alle cartiere e al duomo di Amalfi.La giornata si è conclusa con uno sontuoso banchetto in onore degli ospiti, a ricordo della splendida e indimenticabile giornata.

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Manuelita Perillo


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PALESTRE DELL’ANIMA Nel paese in cui vivo (solo 1.200 abitanti), c’è un’attrezzatissima palestra in cui si praticano diverse discipline sportive: body-building, aerobica, kung-fu, spinning, salsafitness, eccetera. Niente da eccepire: lo sport fa bene al fisico e alla mente, aiuta a socializzare, abitua al rispetto delle regole; io stesso mi faccio due o tre corsette “terapeutiche” alla settimana. Quando ho occasione di parlare coi ragazzi che frequentano la palestra, in mezzo ai discorsi riguardanti tabelle di allenamento, diete sportive, acido lattico, tempi di recupero, inserisco ogni tanto una (provocatoria) osservazione: “Ragazzi, tutto okay col body-building. A quando un po’ di “soul-building?”. Reagiscono quasi sempre sorridendo; qualcuno, non so con quanta convinzione, aggiunge un commento: “Eh sì, ci vorrebbe un po’ di palestra anche per la nostra anima”. Già: cosa facciamo per i bisogni della nostra anima smarrita? Perché trascuriamo quella parte di noi stessi che, insieme al corpo, vale a definirci come persone, a segnare la nostra complessa individualità? “Abbiamo corso così in fretta da aver bisogno di sostare, per permettere alle nostre anime di raggiungerci”. E’ la splendida riflessione di Michael Ende nella Storia Infinita. Sì, è opportuno fermarsi ogni tanto, spezzare la tirannia del moto perpetuo di questa società, dei continui “devo sbrigarmi”, “non ho tempo”, “sarà per un’altra volta”. Gli antichi contrapponevamo l’otium al negotium, considerandolo una condizione normale dello spirito, necessaria per riprendersi il proprio tempo, riposare, sognare, meditare. Ma nella società di massa il tempo libero è diventato una condizione ambigua, di certo non alternativa al lavoro. Perché questa compulsione verso l’impegno continuo, il profitto, la redditività materiale? Perché, pur sapendo che nessun motore può viaggiare sempre al massimo, non riusciamo a staccare la spina? C’è una terribile risposta a queste domande, e conviene prenderla in considerazione: col nostro impossibile ritmo di vita abbiamo fatto il vuoto dentro noi stessi, e, ciò che è più grave, abbiamo paura di incontrarlo. E’ proprio il desiderio di riallacciare un dialogo col proprio io a spingere un sempre maggior numero di persone a frequentare luoghi capaci di risvegliare la spiritualità latente in ognuno di noi. Deserti, montagne, ma anche conventi, ritiri, monasteri: oasi di pace, di quiete, dove è possibile riassaporare il silenzio, la meditazione, confrontarsi con le riflessioni e i dubbi che ci ammoniscono a non fidarci troppo delle nostre “certezze”. Ho sempre amato i monasteri; si entra, e si percepisce subito la dissonanza tra ciò che ci si è lasciati alle spalle e ciò che si sta conquistando: una gioia diversa da quella che danno i piaceri mondani, una felicità nuova, intima. Non si può non rimanere colpiti dalla letizia di chi vive dove tutto è in comune, dove non ci si scontra per motivi di possesso o per questioni di prestigio personale. E’ in questi ambienti che riprendiamo confidenza con i gesti più umili, con quelli diventati inconsapevoli,

con gli spazi interiori capaci di riunirci ai bisogni dell’anima. Le palestre del soul-building sono intorno a noi, e ci accolgono forti di una certezza: offrire un modello chiaro a chi va in cerca di serenità. Ma i luoghi dello spirito sono in grado di donarci un bene ancora più prezioso: nel silenzio dei chiostri conventuali, nelle loro chiese austere e antichissime, molti ritrovano quell’insostituibile compagna di vita che è la preghiera. Non soltanto quella liturgica, ma l’invocazione spontanea, la tensione verso l’Assoluto che è in ognuno di noi. Abbiamo tutti bisogno di qualcuno cui parlare per chiedergli non dei vantaggi effimeri, non di vedere esauditi dei bisogni materiali, ma qualcosa di molto più alto, in fondo l’unica cosa che conti: illuminarci su ciò che è più consono alla salvezza eterna.

Armando Santarelli

Convegno di Studi su “Santa Caterina d’Alessandria” Anche quest’anno, in preparazione alla Solennità liturgica di S. Pantaleone, si è tenuto l’ormai abituale convegno di studi. La tematica affrontata ha avuto per oggetto, questa volta, la figura di Caterina d’Alessandria. Una santa apparsa quasi leggendaria e che nel 1969 era stata addirittura abolita dal martirologio romano, rientrandoci di nuovo nell’edizione del 2001. Eppure la cristianità medievale aveva dedicato alla santa innumerevoli luoghi di culto, rappresentazioni figurative sin dall’VIII secolo, pregevoli affreschi, opere in stucco e sculture. Nel nostro territorio in particolare la santa godeva di una particolare venerazione, anche perché era riconosciuto il suo patronato sulle attività molitorie. La vicina Salerno aveva affidato alla sua preghiera la Scuola Medica e il grande Arcivescovo Alfano compose in suo onore ,nella seconda metà dell’XI secolo, un famoso cantus in laudem e due odi. Tutti questi argomenti sono stati trattati il 24 e 25 luglio scorsi dai relatori che si sono susseguiti nelle comunicazioni. Agli interventi di altissimo livello scientifico degli agiografi, storici e storici dell’arte, una presenza sempre più rilevante è stata quella avuta dagli storici locali, che già da qualche anno partecipano con la competenza scientifica che li contraddistingue, alla due giornate di convegno. Giovani studiosi cresciuti all’ombra del Duomo e che hanno avuto la fortuna di conoscere e studiare l’importante archivio ivi contenuto. Di qui l’intensa attività di ricerca che ha prodotto e produce contributi di notevole importanza per la crescita culturale e sociale della nostra città. Tra gli interventi non inseriti in programma va segnalato quello sul culto di San Pantaleone a Montoro Inferiore della professoressa Colamarco, che attraverso una notevole conoscenza della documentazione ha ricostruito un’altra tappa fondamentale della presenza del martire Nicomedia in questa nostra regione.

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La Redazione


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Novenario in onore di San Pantaleone Il Novenario in onore di San Pantaleone, quest’anno è stato animato da Don Antonio Porpora, egli ci ha illuminato con le sue profonde riflessioni sulla vita e sulla testimonianza del Giovane Medico. Fin dalla prima sera, Don Antonio ha confessato la difficoltà di dover parlare di San Pantaleone ai ravellesi, che si presume conoscano ogni particolare della vita del Santo. In realtà Don Antonio è stato molto bravo a coinvolgere i presenti, incuriosendoli sul significato del nome di San Pantaleone, sui nomi dei genitori e sul nome del sacerdote Ermolao, sul come essi abbiano influenzato la vita stessa di Pantaleone. Il padre si chiamava Eustorgio. In greco Eu ( bene) - Storghì ( amare con affetto materno ). Il padre di San Pantaleone , infatti ha sempre seguito il giovane figlio, amandolo teneramente, rispettando le sue scelte e la sua vita, egli si è preoccupato dell’ avvenire di Pantaleone, lo ha introdotto nella vita pubblica e sociale dell’epoca, non ha appoggiato è vero la scelta del figlio di convertirsi al Cristianesimo; pensava che diventare “ cristiani” anche in quell’epoca, potesse discriminare e ritardare la professione medica a cui Pantaleone si era dedicato, presso la corte dell’imperatore, ma ha donato stabilità e certezze, virtù che hanno aiutato Pantaleone a compiere le scelte giuste. E’ importante dunque anche oggi, essere dei buoni genitori, amare i figli, educarli e trasmettere loro i valori essenziali della vita. Non basta essere amici dei propri figli è necessario essere : “genitori”, cioè i primi educatori . La madre di Pantaleone si chiamava invece Eubulia .In greco, Eu ( bene ) “boule” (consiglio) - Eubulia, “colei che dà buoni consigli”. Sappiamo, infatti, che la mamma era cristiana ed avrà insegnato a Pantaleone ad essere solidale con i più poveri ed i più bisognosi. Questi semi gettati nel cuore del giovane, fruttificano grazie anche agli insegnamenti ed all’esempio del sacerdote Ermolao. Il sacerdote invita in più occasioni San Pantaleone a convertirsi al cristianesimo e a guarire non in nome della scienza medica ma, in nome di Cristo .Ermolao (in greco) “amico del popolo” o “ vicino al popolo” – ha a cuore la comunità cristiana che in quel periodo è perseguitata. Nonostante le persecuzioni, Ermolao non si scoraggia e continua ad annunciare la fede in Cristo e a battezzare nel suo nome.San Pantaleone resta affascinato dallo zelo e dalla tenacia del sacerdote e a sua volta non si tira indietro e testimonia l’Amore a Cristo fino a donare la vita. Nelle nostre Comunità Parrocchiali, aggiungeva Don Antonio, dovremo essere capaci di testimoniare la nostra fede, come ha fatto Ermolao , non con azioni eclatanti, ma vivendo,anzi “interpretando” (è il termine che usa Don Antonio, nell’Omelia), in modo coerente gli insegnamenti evangelici, nella quotidianità della nostra vita. Il nome dato a Pantaleone, alla sua nascita, ha più significati : “ Tutto leone”, o anche “ persona non tanto ragionevole”, nessuno dei due significati si può adattare alla vita del giovane medico, viceversa è adatto a

Lui il nome che gli viene dato il giorno del Martirio, quand’ Egli chiede il perdono dei suoi persecutori : Pantaleèmon (“Tutto Misericordia”). Nella sua vita, soprattutto esercitando la professione di medico, San Pantaleone ha avuto sentimenti di pietà, di compassione e di solidarietà per le miserie altrui. Ad imitazione di Gesù, Egli ha accolto tutti ed ha amato tutti. Don Antonio, a noi ravellesi, ha augurato di poter trasformare le nostre Comunità Parrocchiali e renderle più accoglienti. San Pantaleone è per noi un esempio, celebrare la Solennità del suo Martirio, ci serve per rafforzare il nostro cammino di fede, di battezzati che cercano i lontani, per annunciare la Buona Novella del Vangelo, senza però sentirsi migliori degli altri, accostandosi a tutti con umiltà, facendo sentire a ciascuno l’Amore del Padre Celeste, che ben conosce i limiti della nostra umanità. Soltanto rinnovando il nostro impegno alla fede in Cristo, all’accoglienza degli altri ed alla carità verso tutti mostreremo di aver compreso il vero significato della Festa di San Pantaleone.

Giulia Schiavo

“La storia di Pantaleone è la storia di colui che è divenuto credente perché è rimasto stupito di aver incrociato sulla propria strada la misericordia di Dio. È la storia di chi ha compreso il debito di amore che Dio ha contratto nei suoi confronti senza badare all’indegnità umana e ha capito a sua volta di avere un debito di gratitudine nei suoi confronti. Pantaleone comprese che c’è solo un modo per saldare questo debito: accettare di diventare recipiente della misericordia e versare questo contenuto prezioso sulle ferite di chi soffre, perché un dono così grande non rimanga impercettibile agli occhi degli uomini, ma diventi visibile e fruibile” (Don Antonio Porpora)

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Ti lodiamo e ti benediciamo Signore, Ti da gloria la schiera dei tuoi santi martiri! CRONACA DELL’EVENTO: LA FESTA PATRONALE DEL 2008 Ci piace iniziare la cronaca della festa patronale del 26 e 27 luglio u.s. ,prendendo spunto dalla seconda strofa dell’inno popolare “Al Martire santo”che recita:” O quanti ti amano ,o nostro patrono;ci tieni per mano,o medico buono;sicura la sorte,ci schiudi le porte,così non invano sarà il cammin.”Già! O quanti ti amano,o nostro Patrono!E’questa la sensazione che,domenica 27 luglio,al termine della festa patronale, abbiamo avuto,ripensando alle tantissime persone che dal mattino fino a tarda sera hanno affollato il Duomo di Ravello per celebrare la solennità liturgica di san Pantaleone.Dovremmo interrogarci e chiederci perché,pur tra le tante distrazioni del periodo e il contesto culturale contemporaneo,centinaia di persone da tanti paesi il 27 luglio vengono a Ravello per festeggiare san Pantaleone. E soprattutto perché,a differenza forse delle altre feste patronali,la maggior parte di queste persone partecipa alle celebrazioni eucaristiche che anche quest’anno sono state molto affollate. Ma questi legittimi interrogativi esulano dalle finalità del presente articolo che vuole essere sostanzialmente la cronaca di un evento religioso e civile,quale é appunto la festa patronale in onore di san Pantaleone,medico e martire.Evento che conferma il forte legame che la nostra città ha con il suo Santo patrono e che smentisce clamorosamente l’affermazione di un giornalista estivo che,sulla Stampa di Torino,ha definito Ravello un paese protestante,offendendo contemporaneamente i cattolici e i fratelli protestanti e nello stesso tempo dicendo una grossa sciocchezza,per usare un eufemismo. Ma torniamo alla cronaca,partendo dalla celebrazione del novenario iniziato il 17 luglio e terminato la sera del 25 con il canto del “Te Deum”.Ne parliamo perché la novena di quest’anno è stata caratterizzata da una importante novità:nel corso delle nove sere, a turno, i gruppi parrocchiali e non,le altre parrocchie di Ravello hanno acceso la fiaccola di san Pantaleone.E così la ghirlanda che ogni sera si arricchiva di una fiamma,come una sorta di calendario luminoso,ha scandito il tempo fino alla vigilia della solennità. L’Azione Cattolica,il Comitato Feste,la Parrocchia di S.Maria del Lacco,la Parrocchia di San Pietro alla Costa e san Michele Arcangelo in Torello,il Terz’Ordine Francescano,la neo costituita Confraternita del SS.Nome di Gesù e della B.V. del Carmelo,l’Associazione sportiva”Rebellum”,il gruppo dei portatori e la Corale hanno voluto con il semplice gesto dell’accensione della lampada sottolineare la devozione a Pantaleone di Nicomedia che nella liturgia celebrata insieme nella Chiesa principale di Ravello dovrebbe aiutare a costruire una chiesa locale unita,attenta alla voce dello Spirito e pronta a superare particolarismi e chiusure anacronistici e dannosi che purtroppo continuano a danneggiare le Comunità .Il novenario ha avuto un altro momento importante nelle omelie di don Antonio Porpora il quale ci ha preparati alla festa attraverso una originalissima riflessione sui nomi di quei personaggi che hanno avuto un ruolo fondamentale nella vicenda terrena di san Pantaleone:Eustorgio,Eubule,Ermolao.Ovviamente il sacerdote si è soffermato sui due nomi del nostro santo che indicano due condizioni di vita completamente differenti. Leggiamo nella

Passio e in una delle antifone ai primi Vespri che”Mentre Pantaleone veniva straziato coi tormenti,si udì una voce dal cielo che diceva:Non ti chiamerai più Pantaleone ma Pantaleimon ,cioè Misericordioso,perché molti per tuo merito otterranno misericordia”.Grazie alla semplicità del linguaggio e alla chiarezza delle idee ,don Antonio è stato il regista di una “telenovela” religiosa che ci ha fatto conoscere ancora meglio la figura del nostro Santo .Fede e cultura evidenziate nelle omelie di don Antonio sono state anche le linee guide dell’ormai tradizionale Convegno di Studi che si tiene nei giorni precedenti la festa patronale. Organizzata dall’Associazione culturale “Duomo di Ravello”,l’assise di quest’anno ci ha permesso di conoscere un’altra grande martire,veneratissima a Ravello e nel Ducato di Amalfi:santa Caterina di Alessandria.Si conferma felice,quindi,l’intuizione di quanti,cinque anni fa,ritennero opportuno inserire nell’ambito dei festeggiamenti in onore di san Pantaleone un appuntamento culturale di alto spessore,al fine approfondire sempre più il discorso relativo alle radici cristiane del nostro territorio,convinti che si può amare solo ciò che si conosce.La mattina del 26 le note della banda musicale “Città di Noci” e il suono festoso delle campane del Duomo hanno preparato quel clima di festa che è diventato clima di preghiera con l’inizio della liturgia vigiliare, che comprende il rito del lucernario e il canto dei vespri,presieduta da Sua Eminenza il Cardinale Giovanni Battista Re,Prefetto della Congregazione dei Vescovi,che dopo tre anni ha voluto nuovamente celebrare con noi la festa di san Pantaleone.Nel corso dell’omelia tenuta durante i vespri il porporato bresciano non ha esitato a manifestare la gioia di poter essere ancora a Ravello in una occasione così importante per la nostra città. Parimenti nel solenne Pontificale di domenica 27 luglio ,il cardinale Re ha sottolineato ancora una volta l’importanza della festa patronale per una città come Ravello e ha invitato a non smarrire quei valori umani e religiosi che sono alla base della festa cristiana. Alla Messa pontificale ci sono stati ospiti di eccezione;oltre alle Autorità Civili e Militari e alla presenza dei Cavalieri del Santo Sepolcro di Gerusalemme, quest’anno abbiamo avuto la gioia e l’onore di avere con noi gli Ambasciatori accreditati presso la Santa Sede della Polonia,dell’Honduras e del Principato di Monaco che,insieme con il Cardinale Re,hanno dato alla giornata festiva un’aura particolare che ha fatto uscire la festa patronale dai confini municipali e locali e l’ha proiettata nel mondo.La consegna dei doni al Cardinale e ai Diplomatici da parte del Sindaco di Ravello,avv.Paolo Imperato,è stata la prova tangibile di un legame di stima,amicizia e affetto che va ben oltre il cerimoniale. E un’altra prova di questo legame l’abbiamo avuta alla processione che si è svolta al termine di una affollatissima messa vespertina. Il Cardinale Re e gli altri illustri ospiti a cui si è aggiunto il Principe Landolfo Rufolo,accompagnato dal figlio,hanno camminato con noi in un composto corteo processionale che con canti e preghiere ha voluto lodare il Signore nel dies natalis di Pantaleone di Nicomedia. E l’invito a fare tesoro di ciò che San Pantaleone dopo 1700 anni dal martirio

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continua a dirci e a vivere ogni giorno la fede in Cristo è venuto da don Antonio Porpora che dal sagrato del Duomo ha rivolto ,al termine della processione,il tradizionale discorso alla Città.Il Te Deum di ringraziamento ha concluso le celebrazioni liturgiche che sono state ,e non poteva essere diversamente,il cuore della festa che anche nei suoi aspetti folcloristici è stata bella.La banda musicale,lo spettacolo pirotecnico stupendo,le luminarie e le bancarelle hanno contribuito a rendere particolare la giornata che è di per sé un evento. Un evento che ci auguriamo possa essere sempre più un appuntamento di fede in Colui che san Pantaleone ha voluto testimoniare nella vita e nella morte versando quel sangue che,come recita il già citato inno popolare,”nostra gente contempla con fede cocente”.Per questa gente e per questa città il nostro Santo Patrono,buono e pio,continui ad implorare da Dio mercè. Roberto Palumbo DISCORSO ALLA CITTA’ TENUTO DA DON ANTONIO PORPORA Ho ricevuto quest’anno il grande dono di predicare il novenario in preparazione alla festa di S. Pantaleone. Devo dire che è stato un bel regalo perché mi ha dato l’opportunità non solo di conoscere più da vicino questo personaggio intorno al quale la Chiesa d’Occidente e d’Oriente si uniscono nella comune venerazione, ma anche di coglierne con stupore la sua costante attualità per la nostra vita cristiana. La storia di Pantaleone mi è parsa infatti essere la storia di ogni uomo che è divenuto credente perché è rimasto stupito di aver incrociato sulla propria strada la misericordia di Dio. È la storia di chi ha compreso il debito di amore che Dio ha contratto nei suoi confronti senza badare all’indegnità umana e ha capito a sua volta di avere un debito di gratitudine nei suoi confronti. Pantaleone comprese che c’è solo un modo per saldare questo debito: accettare di diventare recipiente della misericordia e versare questo contenuto prezioso sulle ferite di chi soffre, perché un dono così grande non rimanga impercettibile agli occhi degli uomini, ma diventi visibile e fruibile. Così Pantaleone diventò, al termine della sua vita terrena, Panteleimon che significa “ Colui che è tutto misericordioso”: questo nuovo nome che egli ricevette da Dio nel momento del suo martirio suggellò il culmine del suo cammino di trasformazione e di santificazione. Non è nato forse ciascuno di noi un po’ “Pantaleone”, cioè

“simile al leone” con quell’egoismo connaturale che ci porterebbe a ripiegarci su noi stessi, restando per tutta la vita come il bambino che pronuncia soddisfatto il proprio “io” e ne pretende il riconoscimento e la soddisfazione dei propri diritti disposti anche a sbranare, spesso non solo nella metafora ma anche nella realtà, i nostri simili? Ma il mistero della misericordia di Dio ha fatto irruzione anche nella nostra vita perché siamo e ci proclamiamo figli di Dio, e ci ha richiamati ad una splendida verità: il corpo umano su cui Pantaleone più volte si chinò per guarire non è fatto per guardare se stessi; gli occhi del nostro sguardo sono fatti per guardare fuori di noi e sono capaci di guardare l’uomo con gli occhi di Dio, per rassicurare chi pecca che può sempre contare su di noi perché non siamo coloro che li giudicheranno, ma i medici “che si chineranno sul loro animo ferito dal male per indicare la prospettiva di una vita diversa.” Sta per scendere il sipario sull’ennesima festa patronale: oggi la comunità ecclesiale di Ravello si è radunata ancora una volta per esprimere la sua antica devozione al santo medico di Nicomedia. Da domani si capirà se ciò che è avvenuto oggi è stato solo la stanca e monotona ripetizione di un antico rituale oppure una rinnovata interpretazione di un affetto secolare che chiede di rimanere vivo e vivificante. Pantaleone desidera avvicinarsi come medico del corpo e dell’anima agli uomini della Ravello odierna e vuole farlo attraverso gli occhi e le mani dei ravellesi stessi. Se da domani lo sguardo di un ravellese, posandosi sugli occhi di un suo fratello saprà convincerlo che la misericordia di Dio non è una favola o un’utopia, ma una possibilità viva e sempre alla portata di ognuno; se le mani dei ravellesi sapranno trasmettere il calore della commozione divina a chi non ha mai visto nessuno commuoversi per lui, essi potranno dimostrare di non essere stati in questo 27 luglio dei semplici ripetitori di una parte scritta da altri, ma interpreti coinvolgenti di un sentimento di autentica devozione: la devozione ad un uomo come noi che, umanamente formato da Eustorgio ed Eubulia, teneri e forti genitori, credette fermamente,persuaso dal sacerdote Ermolao, che la potenza del nome di Dio ha la forza di trasformare il mondo e professò nell’anno 305 la sua fede con l’esercizio gioioso della misericordia di Dio. Possa l’espressione della misericordia di Dio nella nostra vita essere ancora nel 2008 la professione più convincente ed efficace del primato del Cristo risorto nelle vicende della storia. Ravello, 27 luglio 2008

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UNA LUCE PER SAN PANTALEONE “Ciao, hai da fare mercoledì alle 19:30?”, “Perché?”, “In Duomo c’è la novena da San Pantaleone e la Parrocchia del Lacco offrirà la sua luce, dai, vieni, saremo tutti lì!” Con un passaparola molto simile a questo, in tanti siamo venuti a conoscenza di questa “luce per San Pantaleone”, ma in pochi sapevano di che si trattava e un po’ per curiosità, un po’ per fede, il 22 luglio ci siamo ritrovati in Duomo a Ravello. In quelle sere c’era, infatti, la novena di San Pantaleone a cura di Don Antonio Porpora, e prima dell’inizio della Santa Messa, i ministranti hanno transennato l’ingresso alla Cripta del Santo Patrono e invitato i partecipanti al silenzio. Ad un tratto parte il corteo dalla sacrestia: i ministranti, il nostro parroco Don Giuseppe Imperato, Don Antonio, e…Nicola e Salvatore, i rappresentanti della parrocchia del Lacco, e…la luce. Eccola lì, una semplicissima lampada che aggiunta a quelle delle altre parrocchie è stata depositata innanzi all’effige di San Pantaleone esposto a sinistra dell’altare. Un semplice gesto, tanti significati e un solo filo conduttore: la fede. La fede, infatti, è un po’ come la luce, quando c’è, s’inciampa poco o nulla, senza, è tutto un ostacolo. La nostra fede per il Santo, in un momento di particolare frammentazione ed insoddisfazione della parrocchia stessa; la fede di San Pantaleone che prima di convertirsi, da pagano, ha voluto capire cosa fosse il cristianesimo e con essa, è stato innalzato alla gloria degli altari; la fede delle piccole cose del nostro quotidiano che possono rendere gradito a Dio ogni banale faccenda “di tutti i giorni”; la fede di tre donne spesso rappresentate avvolte dalla luce, tutte insieme in quel mercoledì, Maria Maddalena, Eubulia e la Madonna del Lacco. Il 22 luglio si festeggia in tutta la cristianità la festa di Maria Maddalena, glorificata qui in Costiera ad Atrani, la sua fede, Le ha permesso di essere la prima a vedere e riconoscere il Cristo Risorto; Eubulia, madre di San Pantaleone e sua educatrice alla fede cristiana; la Madonna del Lacco, i cui fedeli hanno offerto la luce per San Pantalone. Non che il Santo avesse bisogno della luce, o di una luce offerta a turno dalle parrocchie di Ravello, San Pantaleone, risplende di luce propria, però l’essere umano ha bisogno del riflesso della luce, perché solo in esso riesce a trovare la sua autenticità. Una luce troppo forte abbaglia, stordisce, e tale è la fede, va compresa, non presa al volo, se passa. La fede non si compra (come la lampada), però brucia (come la fiammella accesa), riscalda chi si sente solo (la luce dà calore), è una guida sicura (non lascia ombre). Quella lampada è stata la nostra testimonianza di fede, nella sua fioca luce tanti sguardi, tanti pensieri, tristi e dolorosi, felici e di buon augurio, tante speranze, tanti perché. Certo nella lampada non ci stavano tutti, comunque, sono arrivati tutti a destinazione, come ogni sospiro di fede arriva a Nostro Signore. San Pantaleone ha accettato il nostro niente, e con il suo esempio, è Lui a fare da luce all’intera comunità, approfittarne, può essere solo una buona idea.

IL VERO SPIRITO DELLA CONFRATERNITA

Dopo più di un anno di preparazione e di necessarie procedure burocratiche, (infatti la nostra Confraternita è retta in conformità alle disposizioni del C.D.C. e della Normativa Diocesana per le Confraternite), è stata istituita a Ravello, con sede presso il Duomo di S. Maria Assunta, una Confraternita intitolata al SS. Nome di Gesù e alla Beata Vergine del Monte Carmelo. Questa Confraternita vuole riprendere gli scopi e le intenzioni di quelle omonime già esistenti in territorio ravellese alcuni decenni fa, ma si ricollega ad esse solo storicamente. Gli scopi fondamentali dell’associazione mirano unicamente alla maggior gloria di Dio, che i fratelli dovranno onorare attraverso una vita cristiana più perfetta mediante l'istruzione religiosa, la vita sacramentale, l’approfondimento culturale e soprattutto un attento aiuto al ministero parrocchiale nei suoi aspetti liturgico, catechistico e caritativo. La Confraternita si propone inoltre, in via subordinata, la divulgazione, attraverso iniziative culturali, della storia e delle tradizioni locali. I

Confratelli e le Consorelle, aderendo, si impegnano ad astenersi da tutto ciò che disdice a un cristiano ed offende la dignità della Confraternita e assumono l’impegno di non venir meno agli obblighi assunti; infatti è ritenuto dimissionario chiunque, per un periodo ininterrotto di un anno, non partecipa, senza giustificato motivo, alle funzioni religiose a cui la Confraternita partecipa "in corpore" o non interviene alle adunanze. Possono appartenere alla Confraternita persone di ambo i sessi, che siano riconosciute di buona condotta morale e religiosa ed abbiano compiuto il 18° anno di età. Per essere accettati è necessario fare domanda al Priore direttamente, o per mezzo di uno dei confratelli. Il Priore assumerà le informazioni opportune e riferirà al Consiglio. Inoltre ogni confratello e consorella ha diritto all'accompagnamento funebre da parte di tutti i confratelli e tutti i confratelli godranno del frutto di opere buone che si fanno in comune e a nome della Confraternita. In aiuto vi è il Padre Spirituale della ConfraElisa Mansi ternita, cioè il Parroco. Raffaele Amato

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La banda musicale: una gloriosa tradizione del nostro Meridione Se è vero che le bande, intese come gruppi di suonatori di trombe e tamburi, sono nate soprattutto per esigenze militari, allo scopo di rallegrare le truppe nei momenti di sosta e per eccitare i soldati nelle battaglie, è ugualmente vero che in Italia i complessi bandistici hanno sempre rivestito un ruolo civile e sociale di non trascurabile portata. Alla fine dell'Ottocento non c'era città piccola o grande che non avesse la sua banda municipale regolata da una rigida disciplina a garanzia di un'ineccepibile condotta morale dei musicanti, di solito artigiani e dilettanti dello spartito, e del maestro. Il concerto musicale, razionalizzato e modernizzato dal M° Vessella, era infatti l'unica istituzione pubblica in grado di svolgere un'azione di educazione e di alfabetizzazione musicale nei confronti delle classi meno agiate, alle quali non era concesso l'ingresso nei teatri lirici, dove trionfava il melodramma di Verdi, Bellini, Donizetti, Puccini. La banda era "l'Opera dei poveri", preziosa ed insostituibile nella vita cittadina. Non vi era manifestazione civile o religiosa senza la presenza dei musicanti in piazza, con la "banda" sui pantaloni (da cui il nome) e con gli strumenti di proprietà comunale affidati loro tramite un garante. Era l'epoca del furore artistico delle bande meridionali, dirette da grandi maestri, di cui si è scritto troppo poco, che avevano studiato quasi tutti a Roma o a Napoli, dove, fino agli anni Trenta, venivano tenuti concerti bandistici nel famoso Caffè Gambrinus. A tal proposito piace riportare un aneddoto relativo alla banda di Acquaviva delle Fonti diretta dal M° Di Janni: "Una sera, dopo un applauditissimo concerto nel quale era stata eseguita una riduzione della «Amica» di Pietro Mascagni si avvicinò al nostro Di Janni il maestro Raffaele Caravaglios (allora direttore della banda municipale di Napoli) che gli disse: «Maestro, mi congratulo con lei per l'impeccabile direzione del concerto e con i suoi bravi musicanti che, con perfetta esecuzione dello spartito, hanno dimostrato di essere dei veri professori». Il Di Janni, commosso e sorridente rispose: «Maestro, la ringrazio vivamente di tanta considerazione nei nostri riguardi, però la prego di tener conto che i miei musicanti non sono dei professori, ma cinquantacinque autentici scarpari». Perché, in effetti, tutti esercitavano un mestiere e in maggioranza erano calzolai. Il maestro Caravaglios accolse bonario e sorridente la modesta e spiritosa battuta, stringendo la mano a tutti i musicanti" .

Nasceva allora il mito della cornetta, di quei virtuosi del flicornino che interpretavano la voce dei più celebri soprani ed eseguivano le romanze alla perfezione, veri divi in divisa, amati dalla gente e corteggiati dalle donne. La qualità di una banda si misurava dunque non tanto dalle marce, che comunque costituivano il repertorio-base di ogni complesso, quanto in base alle capacità interpretative del maestro, dei solisti, e dell'intero complesso di strumentisti (le bande ai primi del Novecento arrivarono a contarne anche 60, tutti non professionisti assoldati per 5 mesi all'anno). Si sviluppò così, nelle piazze del Sud, una vera cultura bandistica, alimentata da un acceso campanilismo, che portò le orchestre di fiati a diventare "nomadi del pentagramma" e ad ingaggiare duelli indimenticabili per garantirsi la presenza ad un'ambita festa patronale o, soltanto, per guadagnare i favori del pubblico, in nome di una sana rivalità di provincia. Non a caso proprio nella provincia barese si ritrovano i nomi dei complessi e dei maestri che hanno fatto la storia della banda meridionale da giro negli ultimi cento anni: Acquaviva delle Fonti (che vinse il concorso internazionale di Torino nel 1896 e quello di Stoccolma nel 1961) con i maestri Rosario Misasi e Giuseppe Chielli; Gioia del Colle (che allietò Antonio Gramsci e Sandro Pertini, prigionieri politici a Turi) con Paolo Falcicchio; Noci con Antonio Reino e Vincenzo Alise; Conversano con i maestri Giuseppe Piantoni, Nicola Centofanti e Gioacchino Ligonzo, l'ultimo grande direttore di banda scomparso nel 1991. Ma come dimenticare bande del calibro di Squinzano, Ceglie Messapica, Mottola, Martina Franca, Lecce, Francavilla Fontana, entrate anch'esse nella leggenda. Oggi, scomparsa la figura dell’ “artigiano musicante”, i complessi bandistici, costituiti da musicisti professionisti, continuano a scandire i momenti delle celebrazioni patronali, allietando l’attesa della vigilia e la solennità del giorno festivo. Non c’è festa patronale che si rispetti senza fuochi, luminarie e bande. Quelle pugliesi restano senz’altro quelle più gettonate e contese: dolci arie richiamano nelle strade e nelle piazze cittadini e forestieri, si accende ancora una volta la magia di una tradizione secolare.

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Luigi Buonocore


“RAVELLO CELEBRA SAN PANTALEONE, UNA SECOLARE TRADIZIONE DI FEDE”

Presentato il 25 luglio il nuovo libro di Luigi Buonocore L’interesse della storiografia locale per la figura di S. Pantaleone, patrono di Ravello, risale alla metà dell’Ottocento. Nel 1857, infatti, veniva pubblicata per la prima volta a Roma la “Vita di S. Pantaleone medico protettore della città di Ravello”, scritta da mons. Ferdinando Mansi, officialis della Sacra Congregazione di Propaganda Fide. Egli, inoltre, con la cautela di voler “riferir la cosa soltanto come si racconta”, fissava per iscritto la narrazione, fino a quel tempo tramandata oralmente, della venuta dell’ampolla del sangue di S. Pantaleone a Ravello. Il racconto presenta molti topoi della tradizione agiografica: il sangue raccolto sul luogo del martirio, il ruolo dei mercanti nell’acquisizione della reliquia, il mare in tempesta che obbliga i marinai a fermarsi in un luogo imprevisto, quello scelto dal santo. Su questo episodio la tradizione documentaria tace e di ciò si rammaricava anche Don Luigi Mansi nelle prime pagine della sua “Vita del santo medico Pantaleone” quando affermava di essere rimasto sconfortato nel constatare, dopo aver consultato tutto l’archivio, che nessuna delle visite pastorali precisava l’epoca e le circostanze della traslazione del sangue da Nicomedia o da Costantinopoli a Ravello. A proporre una datazione verosimile, ma non verificabile dal punto di vista documentario, è intervenuto negli anni Settanta del Novecento il volume “Un testimone: San Pantaleone” di Don Giuseppe Imperato senior, che con la competenza dello storico, ricostruiva quelli che erano i rapporti tra Ravello e l’Oriente tra X e XI secolo, secoli in cui il sangue dovette giungere a Ravello. Sulla sua scia, ma con diverse argomentazioni, interveniva nel 1986, il prezioso contributo di Luigi Kalby. Da allora gli studi su S. Pantaleone hanno visto interessare sempre più il mondo accademico e quello scientifico, privilegiando sempre alcuni aspetti particolari come il miracolo del sangue o le attestazioni di culto, grazie soprattutto alle iniziative culturali promosse dall’ “Associazione Culturale Duomo di Ravello.” Nessuno degli studi fin qui citati analizzava dall’interno la devozione popolare verso il santo patrono. A colmare questo vuoto interviene ora l’agile e preziosa pubblicazione di Luigi Buonocore, che da alcuni anni si occupa del culto di S. Pantaleone a Ra-

vello in età moderna. Contributi apparsi prima sul mensile “Incontro”, ma poi presentati al convegno di studio del 2006 con la relazione “Aspetti storico-artistici delle reliquie di S.Pantaleone a Ravello”. Questi lavori sono ora confluiti nel libro “Ravello celebra San Pantaleone, una secolare tradizione di fede” pubblicato nel mese di luglio 2008 per i tipi Gutemberg. Non una biografia del santo o un’analisi scientifica del miracolo della liquefazione, ma l’evoluzione del suo culto a Ravello dalla fine del Medioevo ad oggi, attraverso un’attenta consultazione dell’Archivio del Duomo di Ravello. Un testo destinato principalmente ai Ravellesi che celebrano solennemente ogni anno il loro protettore. Una festa che “costituisce – afferma l’A.- un momento speciale di preghiera e di gioia, un’occasione per rinnovare spiritualmente la comunità e per rinsaldare i legami con le origini di una tradizione secolare”. Questa tradizione viene proposta al lettore con dovizia di particolari soprattutto nell’appassionata descrizione dei giorni di festa allietati dalle marce sinfoniche, dai matineè della banda musicale, o conclusi dai fuochi pirotecnici, di cui l’A. è anche esperto conoscitore. È sempre molto difficile descrivere l’evento che coinvolge l’intera comunità cittadina – oggi la tecnologia permette di fissare nella memoria immagini e gesti -, ma l’A. meglio dell’obiettivo di una qualsiasi telecamera regala a tutti noi una festa da vivere ogni giorno e allo stesso tempo ci permette di “recuperare appieno il messaggio storico e religioso nella sua autenticità…per celebrare in modo adeguato questa ricorrenza, in comunione con quella Civitas Ravellensis che quattro secoli fa affidava al suono continuo delle campane un messaggio di gioia, di onore, di lode alla Trinità e al suo Santo Patrono.”

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Salvatore Amato


Incontro Agosto 2008