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Per una Chiesa Viva Anno VII - N. 3 – Aprile 2011 P ERIODICO DELLA COMUNITÀ ECCLESIALE DI www. chiesaravello. it www. ravelloinfesta. it

RAVELLO

La Resurrezione di Gesù centro della fede e speranza del mondo Il mistero della risurrezione di Gesù che nel calendario della Chiesa si celebra solennemente ogni anno nella festa di Pasqua rappresenta il fatto centrale, originario, quello nel quale il cristianesimo trova insieme la sua origine e la sua spiegazione. Sul mistero di Gesù Cristo morto e risorto che, lungo il tempo della storia, la Chiesa commemora ed attualizza nella sua preghiera ufficiale,si fonda tutta la Liturgia ‘fonte e culmine’ di tutta l’attività della Chiesa nella sua scansione annuale e settimanale. Un insigne biblista ne riassume semplicemente la storia nei termini seguenti:”Questo fatto non è descritto da nessuno, non è stato visto da nessuno. La liturgia romana ci dice, nel canto solenne che precede le funzioni della notte di Pasqua: «O notte beata, tu sola hai meritato di conoscere il tempo e l'ora in cui Cristo è risorto dagli inferi». Che cosa è avvenuto in quell'ora sconosciuta, nell'oscurità nella tomba di Gesù? Possiamo comprendere qualcosa di questo evento soltanto guardando gli effetti di questo mistero con gli occhi della fede ‘che deriva dall’ascolto della Parola del Signore contenuta nelle Sacre Scritture’. Come scrive Paolo nella lettera ai Romani lo Spirito Santo è sceso con tutta la sua potenza divina sul cadavere di Gesù che ‘costituito Figlio di Dio con potenza,secondo lo Spirito di santità,in virtù della resurrezione dei morti’( Rm 1,4 ) e reso «spirito vivificante», gli ha dato la capacità di trovarsi presente dovunque, in qualunque luogo e in qualunque tempo della storia.La resurrezione di Gesù“è stato come uno scoppio di luce, di gioia, di vita. Là dove c'era un corpo morto e

una tomba senza speranza è iniziata un'illuminazione del mondo che dura ancora fino a oggi”. Quando Gesù diceva, alla fine del Vangelo secondo Matteo: «Io sarò con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» intendeva questa presenza di risorto, di quella forza di Dio operante in Gesù che ciascuno può sentire dentro di sé, purché apra gli occhi del cuore. Questo spirito non si manifesta con parsimonia, ma con ampiezza e liberalità”.

dimostrando e rivelando di essere il Figlio eterno di Dio,il volto umano di Dio, il Salvatore del mondo. Perciò la Chiesa ricorda,attualizza e vive di questo evento, su cui sono riposte tutte le sue certezze e con le parole di Paolo dichiara con vigore: "Se Cristo non è risorto, la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede è vana"; ed ancora: "se noi abbiamo sperato in Cristo soltanto per questa vita, siamo da commiserare più di tutti gli uomini" (1 Cor 15:14,19). A sostegno della fede di questo mistero della vita di Gesù non facile da credere ed accettare anche ai nostri tempi e, al fine di approfondirne la necessaria indispensabile conoscenza, ci viene in aiuto il Santo Padre Benedetto XVI,il papa teologo,che che con la predicazione e gli scritti, luminose, preziose e profonde pagine del suo magistero pontificale, ci introduce sapientemente nel cuore del messaggio evangelico svelandoci, alla luce della parola di Dio, l’autentica identità di Gesù di Nazareth, Figlio di Dio,Verbo Incarnato e nostro Salvatore.

Continua a pagina 2 Condividendo il messaggio espresso da Benedetto XVI nell’opera “Gesu di Nazareth”: Soltanto dalla testimonianza dei discepoli registrata nei Vangeli e dalle lettere di San Paolo apprendiamo che Gesù di Nazareth, nato come uomo nel grembo di Maria per la potenza dello Spirito Santo,ancora e sempre per la potenza dello Spirito Santo, risuscitando dalla morte, è uscito dal sepolcro come Figlio di Dio ed è entrato nella gloria dove siede alla destra del Padre come Signore della gloria;

“Il Signore è veramente risorto. Egli è il vivente” Il Direttore e la Redazione di “Incontro per una Chiesa Viva” formulano a tutti i lettori i più fervidi auguri pasquali.


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SEGUE DALLA PRIMA Per raccontare agli uomini del nostro tempo tutta la verità su Gesù, vero Dio e vero uomo ed offrire alle nuove generazioni la possibilità di incontrare in Gesù Cristo il Dio Vivente e gustarne la divina dolce presenza nella vita, recentemente il Papa Benedetto XVI ha scritto un’opera monumentale in due volumi dal titolo “Gesù di Nazareth”. Nel secondo volume che da pochi giorni abbiamo tra le mani, dedicato principalmente ai racconti evangelici della passione e risurrezione di Gesù, il Papa ha insistito sul fatto che la risurrezione di Gesù "non è una teoria, ma una realtà storica, non è né un mito né un sogno, non è una visione né un'utopia, non è una favola, ma è un evento unico ed irripetibile”. Con impareggiabile maestria didattica nell’uso ed interpretazione della Parola di Dio, il Papa dimostra come la risurrezione “non è una teoria, ma una realtà storica rivelata dall'Uomo Gesù Cristo mediante la sua "pasqua", il suo "passaggio", che ha aperto una "nuova via" tra il cielo e la terra. Non è né un mito né un sogno, non è una visione né un'utopia, non è una favola, ma è un evento unico ed irripetibile: Gesù di Nazareth, figlio di Maria, che al tramonto del Venerdì è stato deposto dalla croce e sepolto,secondo la testimonianza della parola di Dio, ha lasciato vittorioso la tomba. In realtà, all'alba del primo giorno dopo il sabato, Pietro e Giovanni hanno trovato la tomba vuota. Maddalena e le altre donne hanno incontrato Gesù risorto. Sulla strada per Emmaus i due discepoli lo riconobbero allo spezzare del pane. Il Risorto è apparso agli Apostoli la sera nel Cenacolo e quindi a molti altri discepoli in Galilea Papa Benedetto sottolinea perciò che “dall'alba di Pasqua una nuova primavera di speranza investe il mondo; da quel giorno in avanti la nostra risurrezione è già cominciata, perché la Pasqua non segna semplicemente un momento della storia, ma l'inizio di una nuova condizione: Gesù è risorto non perché la sua memoria resti viva nel cuore dei suoi disce-

poli, bensì perché Egli stesso viva in noi e in Lui possiamo già gustare la gioia della vita eterna”. La resurrezione di Gesù è un fatto che se non fosse veritiero e Cristo non fosse risorto, il "vuoto" sarebbe destinato a prevalere. Se togliamo Cristo e la sua risurrezione, non c'è scampo per l'uomo e ogni sua speranza rimane un'illusione. Oggi l'annuncio della risurrezione del Signore prorompe con vigore, risponde alla ricorrente domanda degli scettici, riportata anche nel libro di Qoèlet: "C'è una cosa di cui si dice, Vedi, questa è una novità? " (Ec 1:10). (Qo 1,10). Sì, possiamo rispondere: nel mattino di Pasqua tutto si è rinnovato. "Morte e vita si sono affrontate in un prodigioso duello: il Signore della vita era morto, ma ora, vivo, trionfa" canta la liturgia pasquale. Questo è ciò che è nuovo! Una novità

che cambia la vita di coloro che lo accettano, come nel caso dei santi. Questo, per esempio, è accaduto per san Paolo. Saulo di Tarso, l'accanito persecutore dei cristiani,infatti,attesta di aver incontrato Cristo risorto sulla via di Damasco, e di essere stato "conquistato" da lui. (2 Cor 5:17). Avvenne in Paolo quello che più tardi egli scriverà ai cristiani di Corinto: "Se uno è in Cristo, egli è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco, le nuove" (2 Cor 5,17). Nasce quindi l’invito a guardare a questo grande evangelizzatore, che con l'entusiasmo audace della sua azione apostolica, ha recato il Vangelo a tante popolazioni del mondo di quel tempo. Il suo insegnamento ed esempio ci stimolano a

ricercare il Signore Gesù.Essi ci incoraggiano a fidarci di Lui, perché ormai il senso del nulla, che tende ad intossicare l'umanità, è stato sopraffatto dalla luce e dalla speranza che promanano dalla risurrezione." (Ps 139 [138]:12). Le parole del Salmo si sono veramente realizzate: "Nemmeno le tenebre per te sono tenebre, e la notte è luminosa come il giorno" (Sal 139 [138], 12). Non è più il nulla che avvolge ogni cosa, ma la presenza amorosa di Dio. Addirittura il regno stesso della morte è stato liberato, perché la Parola di vita ha raggiunto anche il regno degl’"inferi", sospinto dal soffio dello Spirito . Se è vero che la morte non ha più potere sull'uomo e sul mondo, tuttavia rimangono ancora tanti, troppi segni del suo vecchio dominio. Se mediante la Pasqua, Cristo ha estirpato la radice del male, ha però bisogno di uomini e donne che in ogni tempo e luogo lo aiutino ad affermare la sua vittoria con le sue stesse armi: le armi della giustizia e della verità, della misericordia, del perdono e dell'amore. " La risurrezione di Cristo è,dunque, la nostra speranza! Questo la Chiesa proclama da due millenni con gioia. Annuncia la speranza, che è resa salda e invincibile, perché Dio ha risuscitato Gesù Cristo dai morti. Comunica la speranza, che essa porta nel cuore e vuole condividere con tutti, in ogni luogo, specialmente là dove i cristiani soffrono persecuzione a causa della loro fede e il loro impegno per la giustizia e la pace. Invoca la speranza capace di suscitare il coraggio del bene, anche quando costa, soprattutto quando costa. Nella Liturgia del giorno di Pasqua la Chiesa canta "il giorno che ha fatto il Signore" ed invita alla gioia. La Chiesa prega, invoca Maria, Stella della Speranza, perché guidi l'umanità verso il porto sicuro della salvezza che è il cuore di Cristo, la Vittima pasquale, l'Agnello che "ha redento il mondo", l'Innocente che "ha riconciliato noi peccatori col Padre". A Lui, Re vittorioso, a Lui crocifisso e risorto, noi gridiamo con gioia il nostro Alleluia! Don Giuseppe Imperato


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S I NT E S I DELLA ESORTAZIONE APOSTOLICA “VERBUM DOMINI” Continuazione Parola di Dio, ecumenismo e dialogo interreligioso Il documento sottolinea anche “la centralità degli studi biblici nel dialogo ecumenico”, apprezzando la promozione di “celebrazioni ecumeniche dell’ascolto della Parola di Dio”, perché “l’ascolto comune delle Scritture spinge … al dialogo della carità e fa crescere quello della verità” (46). Il Papa, ribadendo che “la rivelazione dell’Antico Testamento continua a valere per noi cristiani” in quanto Parola di Dio, afferma che “la radice del Cristianesimo si trova nell’Antico Testamento e il Cristianesimo si nutre sempre a questa radice” (40). Di qui deriva un “legame peculiare … tra cristiani ed ebrei, un legame che non dovrebbe mai essere dimenticato” e che deve portare i cristiani ad “un atteggiamento di rispetto, di stima e di amore per il popolo ebraico”. “Desidero riaffermare ancora una volta – scrive Benedetto XVI – quanto prezioso sia per la Chiesa il dialogo con gli ebrei” (43). D’altra parte, “la Chiesa riconosce come parte essenziale dell’annuncio della Parola l’incontro, il dialogo e la collaborazione con tutti gli uomini di buona volontà, in particolare con le persone appartenenti alle diverse tradizioni religiose dell’umanità, evitando forme di sincretismo e di relativismo” (117). Ribadendo che la Chiesa vede “con stima i musulmani i quali riconoscono l’esistenza di un Dio unico”, il Sinodo auspica lo sviluppo del dialogo basato su una reciproca fiducia, nell’approfondimento di valori come “il rispetto della vita”, “i diritti inalienabili dell’uomo e della donna e la loro pari dignità”, nonché l’apporto delle religioni al bene comune, tenendo conto “della distinzione tra l’ordine socio-politico e l’ordine religioso” (118). Il Papa esprime quindi “il rispetto della Chiesa per le antiche religioni e tradizioni spirituali dei vari continenti”, che “racchiudono valori che possono favorire grandemente la

comprensione tra le persone e i popoli” (119). Tuttavia – si sottolinea – “il dialogo non sarebbe fecondo se questo non includesse … la libertà di professare la propria religione in privato e in pubblico, nonché la libertà di coscienza” (120). Parola di Dio e Liturgia Il documento affronta poi il rapporto tra Parola di Dio e liturgia: “è questo l’ambito privilegiato – si afferma – in cui Dio … parla oggi al suo popolo, che ascolta e risponde”; “quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura” è Cristo stesso “che parla” (52). Occorre tuttavia educare i fedeli a comprendere l’unità tra Parola e Sacramento nel ministero della Chiesa. Infatti, “nella relazione tra Parola e gesto sacramentale si mostra in forma liturgica l’agire proprio di Dio nella storia mediante il carattere performativo della Parola stessa. Nella storia della sal-

vezza infatti non c’è separazione tra ciò che Dio dice e opera … Al medesimo modo, nell’azione liturgica siamo posti di fronte alla sua Parola che realizza ciò che dice” (53). Il Papa torna a formulare la richiesta di “una maggior cura della proclamazione della Parola di Dio”: i lettori “siano veramente idonei e preparati con impegno. Tale preparazione deve essere sia biblica e liturgica, che tecnica” (58). C’è poi un nuovo richiamo a “migliorare la qualità” delle omelie: “si devono evitare omelie generiche ed astratte, che occultino la semplicità della Parola di Dio, come pure inutili divaga-

zioni che rischiano di attirare l’attenzione sul predicatore piuttosto che al cuore del messaggio evangelico. Deve risultare chiaro ai fedeli che ciò che sta a cuore al predicatore è mostrare Cristo, che deve essere al centro di ogni omelia” (59). Il Papa ribadisce quindi l’opportunità di un Direttorio omiletico “per aiutare i ministri a svolgere nel modo migliore il loro compito” (60). Nel documento si esprime inoltre il desiderio che la Liturgia delle Ore “si diffonda maggiormente nel Popolo di Dio … specialmente la recita delle Lodi e dei Vespri. Tale incremento non potrà che aumentare tra i fedeli la familiarità con la Parola di Dio” (62). La Parola di Dio e il silenzio Riprendendo “non pochi interventi dei Padri sinodali”, il Papa ha sottolineato il valore del silenzio nelle celebrazioni: infatti, “la parola può essere pronunciata e udita solamente nel silenzio, esteriore ed interiore. Il nostro tempo non favorisce il raccoglimento e a volte si ha l’impressione che ci sia quasi timore a staccarsi, anche per un momento, dagli strumenti di comunicazione di massa. Per questo è necessario oggi educare il Popolo di Dio al valore del silenzio” (66). Ci sono poi alcune esortazioni: “non si trascuri mai l’acustica, nel rispetto delle norme liturgiche e architettoniche” per “aiutare i fedeli ad una maggiore attenzione” (68); “le letture tratte dalla sacra Scrittura non siano mai sostituite con altri testi, per quanto significativi dal punto di vista pastorale o spirituale” (69); siano favoriti i canti “di chiara ispirazione biblica” che sappiano esprimere, “mediante l’accordo armonico delle parole e della musica, la bellezza della Parola divina”. Viene ricordata a questo proposito l’importanza del canto gregoriano (70); infine, si raccomanda “un’attenzione particolare” nei confronti di non vedenti e non udenti (71).


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Pregare Quando penso alla preghiera mi immagino un funambolo, una persona che cammina in equilibrio su un filo. Questa persona cammina su una soglia tra il suo stare in piedi e il cadere nel vuoto. La sua è una situazione altamente drammatica. E tuttavia il buon funambolo è tale perché ci fa dimenticare i pericoli e ci abilita a pensare solamente alla bellezza dei suoi movimenti. Il suo legame con la terra è leggero, sottile, forse invisibile, ma è questa sua leggerezza a renderlo solido, dando al contempo la sensazione di totale libertà. Facendo il giocoliere o il ballerino, il funambolo esprime un guizzo che ci coinvolge, esprimendo il nostro desiderio. L’uomo che cammina sul filo è buona immagine per la preghiera. Ma perché? L’uomo che prega non si sente affatto “appeso” a un filo. Si sente invece “sostenuto” da un filo, quasi impercettibilmente. E questa è una differenza enorme perché chi è “appeso” è l’uomo vittima del destino avverso, chi è “sostenuto” invece è l’uomo che si affida. Si tratta di due condizioni precarie. Siamo davanti a due condizioni precarie. Cosa hanno di comune? La condizione precaria è quella dell’uomo che sa di non essere stabile, fissato, ancorato alla terra, a un luogo determinato. E’ l’uomo che si confronta apertamente con lo spazio che lo circonda, sapendo però che ne n’è altro ancora oltre quello che lui può vedere. Tutto questo è avvertito dall’uomo precariamente “appeso” a un filo come una minaccia. Sa che se il filo si sganciasse lui precipiterebbe giù. L’uomo che prega vive in realtà la stessa condizione. Sente che vive sull’orlo di un abisso che è il nulla da cui proviene e verso cui sembra essere destinato. Tuttavia questo abisso che gli si spalanca non lo fa inorridire, e non lo fa neanche tremare di spavento. Questo abisso non lo spinge, in realtà, come si potrebbe immaginare, neanche a

lanciarsi nel vuoto. No: lo spinge invece a ballare, a giocare, a fare acrobazie,… Questa è la preghiera: un’acrobazia che si slancia sulla fiducia che la propria umanità è quel filo sottile ma teso che gli permette di aprirsi sull’abisso con fiducia. Il funambolo sul cavo, specialmente se a grande altezza, esegue esercizi che creano ed esprimono una sensazione di libertà illimitata. Parlare con Dio, col Creatore del cielo e della terra non è cosa da meno. La familiarità di un colloquio spontaneo con… Dio ha la stessa grazia naturale di un funambolo, e, se vogliamo, anche la sua ebrezza sorgiva. Chi non fa questa esperienza vive certo anche lui di slanci e tensioni, ma tutte storiche, intramondane. A grandi altezze cresce Dio – chi prega / deve scalare orizzonti, ha scritto Emiy Dickinson. Chi sa che cos’è la preghiera, anche se non sa pregare, comprende che qui si tratta di un’altra esperienza, di qualcosa che è in grado di toccare l’origine dell’essere. Divo Barsotti, grande figura spirituale dei nostri tempi, annotava nel suo diario nel 1955: «Come si può osare di credere che la nostra parola veramente gli giunga ed Egli l’ascolti? Ma se lo credi non puoi più vivere che di preghiera». D’altra parte è anche vero che la preghiera è anche legata all’immagine di una devozione da guardare con sufficienza e forse compassione da parte di persone serie e “ragionevoli”. E così accade anche al funambolo, difatti, la cui arte non è mai stata presa molto sul serio, perché di solito si esprime in un circo. La condizione precaria che invece si realizza nell’essere appesi a un filo fa vedere quel filo come l’unica ancora di salvezza dal baratro. Quel filo diventa non un luogo di libertà ma un’ancora di salvezza. Non è raro che quella corda finisca per chiudersi attorno al suo collo. Purtroppo il precariato come condizione sociale rischia di generare il panico perché sposta la precarietà sul piano della sussistenza, della sopravvivenza. Il funambolo sa *perché* vivere, il precario non sa *di che* vivere. Antonio Spataro

E’ PASQUA !

L’ora di svegliarsi, risorgere e cambiare C’è un rito che accompagna quotidianamente e nella sua semplicità, la nostra vita: forse definirlo rito è esagerato, forzato, eppure mi piace conferirgli quasi una sorta di investitura solenne grazie al modo in cui è discretamente inserito nella nostra gestualità ed è complice dei nostri giorni. E’ svegliarsi e spalancare le finestre, alzarsi con la testa ancora piena di sogni e sentire il cigolio ferroso delle persiane che girando come un mulino del tempo, inaugurano con un movimento troppo spesso scontato, il nostro giorno e i tanti altri che ci sono stati assegnati. A quel gesto segue quasi sempre una ispirazione veloce dell’aria, fatta con un brivido alla schiena, con un leggero pizzico contro le narici: è un modo per tastare gli umori della mattina e per decidere, quasi in una sorta di prossima epifania, come sarà tutto il resto, come si scivolerà velocemente nell’ingranaggio della giornata, come ci si comporterà con le sue pause e con gli affanni, con le gioie e le soddisfazioni. Poi i nostri occhi si dirottano sui movimenti che ci circondano, sulle strade che si affollano, e sui rumori che le popoleranno. La Pasqua è forse questo: uno spalancarsi dell’anima al nuovo giorno, o almeno il tentativo di proporsi al rinnovamento. Dormiamo il nostro sonno troppo spesso con i balconi chiusi come museruole a ciò che potrebbe cambiarci totalmente e renderci migliori. Teniamo le fessure delle finestre strette in un abbraccio possente che ci protegge dalla luce che potrebbe rendere prematuro il nostro risveglio e non ci rendiamo conto di aver bisogno proprio di questo: di un richiamo brusco, di una ferita luminosa che ci colpisca le palpebre e le comandi ad un attenti di vita. La Pasqua è l’impeto che ci butta giù dal letto, un alzabandiera davanti a Dio, è la forza che ci guida a quella finestra, all’istante magnifico in cui tutto viene rischiarato da una nuova luce. E’ una luce discreta, che non sa stravolgere, ma che getta sulle cose e su di noi, una veste nuova: all’interno della stanza gli oggetti rimangono perfettamente allineati, mantengono la stessa posizione,


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composti l’uno accanto all’altro, come teatranti di una scena già prestabilita. Ma ciò che li cambia, che li rinnova è il fascio luminoso che delinea nuovi contorni, regalando ombre a figure che non ne avevano, e poi schizzi di alba su cose che sembravano prive di profondità. Una stanza aperta alla luce non è più la stessa, c’è un embrione, un feto pulsante che spinge a guardare oltre, che chiama alla vita. La Pasqua è una processione di profumi, di voci: è il risveglio delle strade, un leggero rintocco di campana, la tarantella fuori tempo di passi che si alternano nelle scale, un girotondo di uccelli a mezz’aria, un passaggio veloce di nuvole che poi si assieperanno ai bordi del cielo. E’alzarsi, svegliarsi, risorgere, cambiare. Dio è l’orizzonte che sta oltre quella finestra, la luce, tutto ciò che è in divenire. E’ inutile restare ancora a letto, immersi nell’asfittica ombra del sonno, nel torpore che induce solo a sogni confusi: quando il giorno chiama, bisogna corrergli incontro. Bisogna puntare i gomiti sul davanzale con la curiosità buona dei bambini, sporgersi sulla punta dei piedi fino a sentirne le punte doloranti per lo sforzo, lasciarsi rapire dal domani. Dio ci ama a tal punto da svegliarci alla Sua grazia ogni giorno: tutto ciò che occorre sono due mani che, insieme, spalancheranno anche la finestra più ostinata.

Emilia Filocamo

Un pensiero per Pasqua

GESU DI NAZARETH DI PAPA BENEDETTO XVI

La Pasqua è Resurrezione. La Pasqua è nuova vita. La Vita del Cristo che “rinasce” nel terzo giorno successivo alla sua morte in croce; la vita dell’uomo, credente, che nello spirito rievoca questo momento di comunione e rigenerazione. Guardare la Pasqua, come nuovo corso, è quello che ci auguriamo poter fare tutti, uniti nel nome di un Signore che è morto per noi. In questo periodo di grossi sconvolgimenti, in quest’età dove sempre più spesso la natura e gli stessi uomini ci hanno messo a dura prova (mi riferisco alle varie catastrofi sia ambientali che storiche), l’idea di poter “passare” ad una nuova stagione si fa sempre più insistente nei nostro animi. Spaventati e desiderosi di tranquillità. E’ proprio il desiderio di nuova vita che ci deve portare a interpretare la stessa Quaresima come una chance verso il cambiamento. Come un momento di riflessione catartico nei confronti del passato, anche prossimo, così ostile con l’Uomo che non riesce più a gestire tutto quello che gli vive intorno e finisce vittima della sua stessa natura. Quaresima da intendere come periodo di preparazione a celebrare la Pasqua, momento di riflessione, di “digiuno” rispetto al peccato, di “penitenza” rispetto ai “vizi”, di preghiera e di carità. Il nostro invito è rivolto proprio a questo. Alla valorizzazione di questo tempo. Alla presa di coscienza dell’importanza di continuare a riscoprire insieme sia la memoria del proprio battesimo, sia la memoria del mistero della Pasqua di Cristo e della nostra uniti a lui. L’uomo ha bisogno di introspezione. Ha bisogno di ripiegare su se stesso e di comprendere la via della salvezza (dell’anima) attraverso una riconciliazione con Dio, che vede nel momento liberatorio della Pasqua, il suo punto più alto. Un dono, infine, quello della Pasqua. Un regalo che Dio, attraverso il Figlio, ha voluto fare all’uomo. Un dono da accogliere, un dono da condividere, un dono da conservare. Un dono su cui vogliamo invitarvi a riflettere e a fare tesoro. Per una “Pasqua” migliore. Auguri.

Primo tentativo di presentazione dell’ ultima opera del Papa sulla figura di Gesù, a cura del giovane seminarista Christian Ruocco, studente al primo anno di Teologia, presso il Seminario Metropolitano di Salerno. Sull’argomento ci proponiamo di ritornare con interventi più ampi nei prossimi numeri. Ma allora, qual è la verità su Gesù? E’ questa la domanda cui Joseph Ratzinger ha dedicato la vita, come teologo e come pastore, ma innanzitutto come uomo. E’ anche una domanda che egli stesso si pone nella seconda parte della sua opera monumentale, Gesù di Nazaret, che comprende il periodo dall’ingresso in Gerusalemme alla Risurrezione. In queste pagine il teologo e maestro della fede lascia stupefatti, ma attraverso di esse vibra il cuore di un uomo che cerca la verità e che ha bisogno della figura e del messaggio di Gesù. E ciò non può lasciare indifferenti perché, come ha scritto Kierkegaard, “davanti a Gesù, bisogna prendere posizione”. Già dall’introduzione il Papa teologo non nasconde le sue intenzioni. Mette a nudo il fatto che si sono ormai esauriti duecento anni di esegesi, nella quale ha dominato in modo unilaterale il metodo storico-critico. Se veramente vogliamo dare una risposta che non nasca dai pregiudizi e dalle interpretazioni ideologiche, l’esegesi biblica deve ritornare a riconoscersi in quanto disciplina teologica, senza per questo minimizzare le esigenze della critica storica. E’ questo il compito assegnato dalla costituzione Dei Verbum del Concilio Vaticano II, per il quale però, secondo Ratzinger, finora si è fatto ben poco. Fin dalla prima pagina, il Papa, spogliandosi degli attributi della sua autorità ministeriale, scende nell’arena per mantenere un dialogo rigoroso e appassionato con i principali studiosi della Bibbia, dai più vicini ai più discordanti. Ma soprattutto egli si misura con il Gesù che ci consegnano le Scritture.

Iolanda Mansi

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E per questo che utilizza con precisione chirurgica gli strumenti della ragione scientifica, ma sempre nel grande respiro della fede della Chiesa nel quale questi testi sono nati. E così accade che figura di Gesù, logorata da certa esegesi, smontata pezzo per pezzo fino a diventare irriconoscibile, in queste pagine recupera una solidarietà straordinaria, un’impressionante capacità di persuasione. Di fronte a questo Gesù che a noi si manifesta, non si può essere semplici spettatori. Ratzinger afferma che: « Gesù deve aiutarci a capire, di volta in volta, che il potere di Dio è diverso, che il Messia deve entrare nella gloria e portare alla gloria attraverso la sofferenza e la piena umiltà». Il Papa alla fine dell’opera vuole dialogare con il lettore contemporaneo scettico e dalla presunta onnipotenza delle scienze empiriche, ma che allo stesso tempo desidera una pienezza, una vita vera che non nasconde le dimensioni del mistero: quel Gesù che appare ai suoi non è un cadavere rianimato ma qualcuno che viveva in Dio. Con una invocazione semplice ed appassionata egli ci dice che Dio ci dia oggi «nuovi testimoni della sua presenza, attraverso i quali Egli stesso si avvicina a noi». Con questa opera del Papa è tempo di leggere e meditare, soprattutto in questo periodo quaresimale di preparazione alla Pasqua ci aiuterà sicuramente a capire cosa realmente accadde più di duemila anni fa.

Christian Ruocco

CRONACA DELLE GIORNATE EUCARISTICHE Nel periodo della Quaresima, iniziato il per tutto ciò che ci ha voluto donare, 9 Marzo, con l’imposizione delle Ceneri, Don Carlo ha proclamato e spiegato un la Chiesa ci invita a percorrere un cam- piccolo passo del Vangelo di Giovanni mino, sia personale che comunitario, (Gv 6,51). Dopo un momento di adoraprivilegiando la preghiera, il digiuno e la zione silenziosa, uno alla volta i fanciulli pratica della carità, per celebrare spiri- hanno recitato delle preghiere, ricordantualmente saldi il Mistero Pasquale. La dosi anche dei bambini giapponesi in nostra Comunità Ecclesiale, come di questo momento in difficoltà per il granconsueto da diversi anni a questa parte, de sisma; alla fine ognuno ha messo dei ritiene fondamentale già dalla prima set- granelli d’incenso nel turibolo posto al timana di Quaresima, dare vigore alla centro, sotto l’Altare, in segno di lode a preghiera ed all’ adorazione, celebrando Gesù. L’incenso bruciato ha prodotto un le Giornate Eucaristiche o Sante Quaran- fumo profumato che è salito fino al cielo tore; anche quest’anno, da Lunedì 14 a innalzando le loro preghiere a Gesù. E’ Giovedì 17 Marzo, nella Chiesa di Santa stato un momento molto commovente Maria a Gradiled anche i lo, abbiamo ragazzi sono goduto di un rimasti entumomento ricco siasti nel pene prezioso di sare che attrafede, mettendo verso il fumo al centro della d’incenso le vita quotidiana loro preghiere Gesù presente siano arrivate nel S.S. Sacraal Cielo ed m en to . Le accolte dal quattro giornaloro amico Foto di Giovanni Fortunato te delle Sante Gesù. Giovedì Quarantore sono iniziate ogni mattina 17, c’è stata l’Adorazione meditata a alle ore 8,00 con la concelebrazione della cura dell’Azione Cattolica Parrocchiale. Santa Messa, a cui è seguita l’esposizione Senza trascurare la preghiera di lode a del Santissimo. Ogni giornata è prosegui- nostro Dio, per la salvezza che ci ha dota con momenti di adorazione personale, nato, per la fame di eternità e di gioia intervallati alle ore 12,00 dalla recita che sta nel nostro cuore, perché ci perdell’Angelus e dell’Ora Media, alle ore mette di essere testimoni nel mondo del 15,00 dalla recita del Rosario alla Divina Suo Vangelo, abbiamo ascoltato il VangeMisericordia, nel pomeriggio alle ore lo di Marco ( 14,12-16; 22-26) ed una 17,30 dalla recita del Rosario Eucaristi- meditazione sull’Eucaristia, Pane di Vita, co. Alle ore 18,30 la conclusione con il tratta dall’Omelia di Mons Vincenzo canto dei Vespri, seguito dalle intense Paglia, nella Domenica del Corpus DoOmelie di Don Carlo Magna, e dalla mini. Giovedì 17, infine, come di consuBenedizione Eucaristica. Altri momenti eto, da quando è stata ricostituita la Conimportanti di preghiera, sono stati vissu- fraternita del S.S. Nome di Gesù e della ti. Mercoledì 16, nel pomeriggio, un Beata Vergine del Carmelo, i confratelli nutrito gruppo di fanciulli del catechi- e le consorelle, hanno partecipato alla smo, accompagnati dalle catechiste, ha Celebrazione dei Vespri, indossando gli partecipato all’Adorazione, preparata ed abiti delle Celebrazioni Solenni,hanno animata per loro da Don Carlo. Dopo aperto il corteo processionale, ma soaver salutato Gesù presente sull’altare, prattutto hanno partecipato con fede e ed aver cantato : “Silenzioso Dio”, un raccoglimento per testimoniare la cencanto adatto ai bambini che spiega il si- tralità di Gesù Eucaristia nel loro cammignificato del Pane di Vita, e “ Laudato no di fede. Fulcro delle Giornate EucariSii, o mi Signore”, per ringraziare Dio stiche, sono state le meditazioni di Don


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Carlo, che di seguito riportiamo. Già sul nostro periodico parrocchiale Incontro, dello stesso mese di Marzo, Don Carlo con il suo articolo dal titolo “Signore da chi andremo? L’Eucaristia e la vita quotidiana”, ci ha anticipato come il “Mistero Eucaristico è fonte della Grazia che ci

Foto di Giovanni Fortunato

sostiene nella testimonianza nella vita feriale che si presenta con tutta la sua complessità, concretezza e serietà”. “L’Eucaristia” dice ancora Don Carlo, “ non si deve limitare alla Santa Messa domenicale, ma è necessario accogliere la Grazia che dona forza per tutta la settimana”. La necessità di attingere la forza nelle prove della vita, da Gesù Vivo e Presente nell’Eucaristia e di non sentirci smarriti, è stato l’argomento fondamentale delle quattro Omelie. Lunedì 14, infatti, Don Carlo diceva: “Quando alcune prove toccano la nostra vita, l’anima si smarrisce e cerca un soccorso che non sempre è immediatamente disponibile. Il cielo sembra chiudersi e le preghiere vane. E’ l’ora in cui si sperimenta la propria fragilità e ci si chiede: perché il Signore permette il male? In quei momenti difficili cerchiamo Gesù e dinanzi al Santo Tabernacolo ci soccorrono proprio le parole di Nostro Signore Gesù Cristo: Io sarò con voi tutti i giorni fino alla fine dei tempi. Gesù è sempre con noi, vivo e vero. Egli è il Dio che per essere fedele alla sua Promessa, ci dona la Sua Presenza Reale nel Santissimo Sacramento. Prendete e mangiate questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi. Gesù si è offerto vittima per le nostre anime. Egli è il cibo spirituale che ci dona la Sua Vita Eterna ed è sempre disponibile in ogni Chiesa. Il suo Pane di Vita opera miracoli. Non è un miracolo l’apostolato di tanti cristiani che vivono in difficoltà? Non è un miracolo il martirio di tanti nostri fratelli che donano la vita a motivo della fede? Non è un miracolo la purezza di tanti giovani che donano se stessi per porsi al servizio

del Regno di Dio? Chiediamoci: qual è il motivo della nostra tiepidezza? Non adoriamo e non ci alimentiamo di Gesù Eucaristia! Egli è il Pane dei forti ed il Sostegno di coloro che impegnati nelle gravose difficoltà della vita, desiderano vivere autenticamente la loro esperienza battesimale”. Nell’Omelia di Martedì 15 Marzo, a partire da una semplice domanda, Don Carlo, ci ha fatto toccare con mano l’azione dello Spirito Santo, ricevuto da ogni cristiano, al momento del Battesimo, e ci ha invitati ad aprire il nostro cuore alla Forza della Sua Opera. “Perché Gesù è venuto ad abitare in mezzo a noi, in ogni Tabernacolo? Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei fosse già acceso. Il fuoco di cui parla Gesù è il simbolo eccellente dello Spirito Santo, del Consolatore e del Paraclito, termine che vuol dire nostro difensore ed avvocato. Infatti nel giorno di Pentecoste lo Spirito Santo discese sotto forma di lingue di fuoco sugli apostoli riuniti nel Cenacolo con la Madre di Gesù. Dove vuole bruciare questo fuoco? Lo Spirito Santo vive, e come fuoco, vuole ardere nel cuore dell’uomo. Sant’Alfonso Maria dè Liguori racconta della visione di Santa Caterina da Siena che osservando il Santissimo Sacramento vide tante fiamme di fuoco discendere sulla terra. Ma cosa ostacola la comunicazione delle fiamme d’amore dell’Eucaristia? Nella Santa Messa della mattina di martedì 15 Marzo, Don Carlo pregando a nome di tutti noi ha chiesto al Signore “volgi il Tuo Sguardo Misericordioso sulla nostra assemblea, perché superando ogni forma di egoismo, risplenda ai tuoi occhi per il desiderio di Te”. Il fuoco dello Spirito Santo non può ardere laddove l’egoismo ostacola un profondo desiderio di Dio. L’invito dunque, in questa Santa Quaresima è di impegnare le nostre forze spirituali a superare ogni manifestazione di amor proprio, per lasciar penetrare il fuoco dello Spirito Santo nel nostro cuore”. Nell’omelia della terza giornata eucaristica, Don Carlo ci ha invitato a meditare nel nostro cuore le parole dell’antico inno Adoro te devote: O memoriale della morte del Signore, Pane Vivo che dai la vita all’uomo, concedi alla mia mente di vivere di Te e di assaporare sempre Te che sei dolcezza ed ha proseguito: “Sono alcune delle parole che Gesù stes-

so rivolse ai giudei, presenti i suoi discepoli : Io sono il pane della vita, i vostri padri hanno mangiato la manna del deserto e sono morti, questo è il Pane che discende dal Cielo, perché chi ne mangia non muoia. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno …e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Gesù si identifica con un pane tutto speciale. Non si tratta della manna, che pur donata dal Cielo, fu alimento capace soltanto di sostenere il popolo di Israele nel deserto. Il Pane di Vita donato da Gesù, è capace di donare, alla Resurrezione finale, la vita eterna a coloro che ne avranno mangiato. Gesù con queste parole ci ha rivelato il senso della nostra storia. Siamo chiamati a partecipare al Regno di Dio e per questo non dobbiamo lasciarci trascinare dalla cultura moderna che dimentica le realtà ultime. La Chiesa ci insegna che il nostro animo deve essere sempre aperto a ricordare ciò che ci attende: Morte e Giudizio il cui esito sarà il Paradiso se avremo aperto il nostro cuore al messaggio evangelico dell’Amore. L’uomo oggi, ingannandosi, ha deciso di dare importanza alla sua realizzazione terrena. Dimenticando l’esistenza del Regno di Dio, si affanna a realizzare il suo paradiso su questa terra e quando i suoi tentativi falliscono cade nella disperazione. Gesù, invece invita a vivere autenticamente in questo mondo, con animo semplice, operando scelte che siano orientate all’Amore ed alla Carità. Proprio il Mistero Pasquale e la Resurrezione, ci dimostrano la realtà dell’Amore di Dio che nel suo Figlio Gesù non è rimasto prigioniero della morte, ma è tornato dalla morte per assicurarci che le sue promesse sono veritiere”.Nell’ultimo giorno delle Sante Quarantore, Don Carlo, ci ha fatto meditare sull’espressione che il sacerdote proclama nei riti eucaristici : Ecco l’Agnello di Dio, ecco Colui che toglie i peccati del mondo. “Lasciamo che esse siano impresse nella nostra mente e nel nostro cuore. Esse ci invitano a riflettere sul valore della nostra vita e sull’immensità del dono che Dio ci offre nell’Eucaristia. Ne abbiamo bisogno perché l’attuale affievolimento della vita spirituale si accompagna ad una preoccupante crescita delle situazioni che pongono a rischio la nostra serenità. Continua a pagina 8


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SEGUE DA PAGINA 7 Illegalità, problemi familiari, crisi sociale ed economica affliggono le nostre città e le nostre famiglie. Tali negatività hanno le loro radici nei peccati sociali ed individuali che crescono sempre di più. Tutti aspettiamo una risposta alle nostre difficoltà da decisioni politiche e sociali che dovrebbero assicurare una vita più serena. In vero ci rendiamo conto che il male dilagante nella nostra società, può trovare risposta solo nella conversione dei comportamenti. La radice di ogni disagio sociale è nel peccato e nel fatto che il cuore di tanti uomini si apre al male. Ecco l’Agnello di Dio, ecco Colui che toglie il peccato del mondo. Riflettere su queste parole significa rendersi conto che la vita eucaristica, la partecipazione alla Santa messa, la vita spirituale dei credenti, non è devozionismo. Noi cristiani siamo chiamati ad approfondire la nostra vita di battezzati ed a scoprire la grande dignità di figli di Dio a cui siamo chiamati. Essere uomini eucaristici significa essere protagonisti di una storia di bene e di pace. Ogni battezzato è un figlio di Dio chiamato a fondare la propria esistenza su quei valori che danno onore e giusta testimonianza della propria identità. Ogni battezzato è chiamato a vivere, con responsabilità il suo impegno per la costruzione della società laddove vive e lavora. Ma un battezzato dove potrà attingere la forza per svolgere questo compito. Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie i peccati del mondo. Ogni battezzato è chiamato alla vita eucaristica che libera dal peccato e dona la forza per uscire dalle nostre negligenze che attardano la carità operosa”. “Stamattina”, ha proseguito Don Carlo, “nella Santa Messa, abbiamo chiesto al Signore di ispirarci propositi e pensieri santi e di donarci il coraggio di attuarli, ovvero fare il bene e farlo bene”. Rivolgendosi ai confratelli Don Carlo ha detto: “Per voi fare il bene significa compiere le opere di misericordia spirituale e corporale che sono state vissute da coloro che vi hanno preceduto”. Ai papà, alle mamme ed anche ai giovani presenti ha detto “per voi carissime mamme e papà, ed anche per voi cari giovani, fare il bene significa impegnarsi nel grande campo della famiglia e della società, nel migliore dei modi. In un momento storico delica-

tissimo, in cui la nostra nazione deve affrontare numerosi problemi noi cristiani siamo chiamati ad essere testimoni che non si chiudono, ma sanno offrire il proprio contributo, certi che Gesù è presente e vivo nella Sua Chiesa e ci guida nel cammino della storia. Cerchiamo di allontanare la paura e la tristezza. Cerchiamo soprattutto di essere uniti, per poter vivere autenticamente il nostro essere cristiani.” A conclusione l’augurio a tutti che i momenti vissuti in queste Sante Giornate, possano, attraverso la forza della Preghiera, dell’Adorazione e dell’Ascolto, far progredire nella sincera fede la nostra Comunità Ecclesiale!

Giulia Schiavo

Nel nome del Padre

Ci lasciamo alle spalle il mese di marzo che è liturgicamente interessato quasi per intero dal sacro tempo di Quaresima che ci prepara alla Festa delle Feste,la Pasqua. Ma il terzo mese dell’anno è anche il mese dedicato a san Giuseppe che la liturgia celebra solennemente il 19 marzo. Purtroppo,da quando la solennità del 19 marzo non è più di precetto,la figura del grande Santo anche in ambito cattolico,nonostante l’enciclica di Giovanni Paolo II,Redemptoris custos,rischia di essere dimenticata o di non ricevere la dovuta considerazione. Ne sono testimonianza alcune riviste di animazione liturgica che nell’editoriale di marzo,legittimamente preoccupate di punta-

re l’attenzione sul tempo quaresimale,omettono ogni riferimento sia alla solennità di san Giuseppe,sia alla solennità dell’Annunciazione del Signore,il 25.Certo i santi e il loro culto non servono a nulla se non aiutano il singolo e la Comunità a scoprire Cristo,ad amarLo e a lasciarsi guidare da Lui nella vita di tutti i giorni. Ma non possiamo dimenticare però che il declassamento liturgico di san Giuseppe,a differenza di altre feste soggette allo stesso provvedimento,ha contribuito a sminuire anche un altro importante valore su cui la gigantesca figura del santo Falegname invitava a riflettere:la paternità e la figura del padre. Avevamo sperato che l’attuale Governo,all’inizio abbastanza attento ai valori del Cristianesimo propugnati dalla Chiesa Cattolica,segnasse nuovamente di rosso sul calendario il 19 marzo,ma prima l’indecisione se prediligere san Giuseppe o san Francesco (quest’ultimo,grazie anche ai francescani tirato per la giacca in tutte le occasioni:pacifista,ecologista,attore,new yorkese),poi il prevalere all’interno del governo di una visione sempre più economica e disattenta all’uomo,e infine le note allegre vicende,hanno fatto dimenticare l’eventuale semplicissimo provvedimento. Ma il Signore vede e provvede. E così attraverso un episodio drammatico,frutto della cattiveria dell’uomo, ha permesso che,almeno in Campania,il giorno di san Giuseppe venisse considerato festivo,per ricordare la morte di don Peppino Diana ucciso dalla camorra a Casal di Principe la mattina del 19 marzo 1994. Un ultimo grande dono del coraggioso sacerdote e una clamorosa beffa ai danni di coloro che lo avevano voluto assassinare proprio nel giorno del suo onomastico. Ma rimane un discorso limitato alla Regione Campania e forse non bisogna neppure insistere tanto se non vogliamo che qualche zelante ministro economico riconceda la festività di san Giuseppe e ci tolga il Natale. Ormai tutto è possibile! Ma torniamo al valore della solennità di san Giuseppe come occasione per meditare sulla figura del papà. Prendo spunto da un articolo a firma di Stefano Zecchi,dal titolo “La carezza di un padre”, apparso sulle pagine del settimanale “Panorama”qualche settimana fa.


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Partendo dalla drammatica foto di Pasquale Busetti che accarezza il capo del figlio Daniel,morto di stenti,dopo essere fuggito perché erroneamente convinto di aver causato una strage a seguito di un incidente stradale,l’articolista fa una serie di considerazioni molto profonde sulla figura paterna. Cito:”La nostra cultura,almeno a partire dagli anni Settanta del secolo scorso,ha fatto a pezzi il padre, lo ha mortificato,deriso: grandi scrittori,psicologi,filosofi,hanno fatto a gara per dimostrare quanto egli sia reazionario,negativo per lo sviluppo dei figli,inutile per la crescita armonica della famiglia. La conseguenza è che, oggi,chi vuole essere padre non sa più dove sbattere la testa,non sa più da che parte incominciare per educare il proprio figlio[…]abbiamo una società mammizzata ,che ignora quanto il padre sia decisivo nell’educazione sentimentale del figlio,nell’educarlo a comprendere cosa siano il desiderio,il coraggio, la lealtà,l’onestà.”Quanta verità nelle parole di Zecchi!Come possiamo negare che all’indomani del disastroso 68 e dello sviluppo dei movimenti femministi,si è tentato di oscurare la figura paterna o di ridurla ad un ruolo secondario e marginale,se non inutile,all’interno della famiglia italiana?Grazie a Dio,a Ravello,tanti bravi figli hanno continuato ad avere rispetto e venerazione per entrambi i genitori. Ricordo dei miei coetanei che si rivolgevano al papà dandogli del voi oppure diverse signore di Ravello che per accudire i genitori hanno forse rinunciato al matrimonio o con l’aiuto del marito e dei figli hanno assistito il padre o la madre infermi. Certo anche a Ravello non sono mancati casi particolari in cui il padre non ha sicuramente svolto un ruolo positivo all’interno della famiglia,ma questo non giustifica né a livello locale,né a livello nazionale quella situazione descritta da Stefano Zecchi.Specialmente quando diventa anziano,il papà rivela una dolcezza e una tenerezza che di solito riscontriamo nelle mamme. E invece ti accorgi che quell’uomo, che magari tante volte dentro di te hai contestato,con il quale ti sei rifiutato di parlare,che hai insomma sempre messo dopo la mamma,è una persona che ti ha sempre voluto bene,anche se non lo ha dimostrato apertamente. Capisci che ha bisogno dei figli in un modo diverso da come i figli hanno

avuto bisogno di lui e devi avere il cuore di pietra per non dargli quella dose quotidiana di affetto che lo aiuta a vivere quella parte della vita che il Signore gli ha concesso. Ma anche quando è nel fiore degli anni il papà,come la mamma,è una presenza fondamentale e indispensabile nella formazione dei figli .Ovviamente deve essere un buon padre,consapevole del suo ruolo prima di marito e poi di padre e deve saper realizzare quell’armonia familiare che tanto serve alla sana crescita dei figli. Ecco allora che,nel trambusto generale che affatica la famiglia di oggi,occorre un’attenzione specifica anche della Chiesa ai papà che sono forse il vero elemento debole della famiglia e che come dice Zecchi”non sanno più dove sbattere la testa”.Per questo credo sia opportuno una formazione a livello capillare,nei singoli nuclei familiari,in particolare di quelle famiglie giovani che all’indomani dell’entusiasmo e della convinzione con cui hanno scelto la via del matrimonio,si trovano sole a dover superare ostacoli a volte insormontabili. Una comunità ecclesiale,insieme di tante famiglie, che si riunisce nel nome del Padre,del Figlio e dello Spirito Santo non può permettere che una sola delle sue famiglie si dissolva,ma deve aiutarle a crescere guardando al modello per eccellenza,la Famiglia di Nazareth,di cui san Giuseppe fu premuroso custode e padre esemplare.

Roberto Palumbo

Il sogno, il progetto, la realtà Il sogno In principio, un giovane prete di nome Don Silvio, riunì intorno a sé un gruppo di giovani volenterosi, coppie e singoli, che ambivano all’aiuto del prossimo e la preghiera come fonte d’ispirazione. In seguito il gruppo divenne comunità, regolarmente riconosciuta dalla Chiesa Madre come “Fraternità di Emmaus”con orizzonti ben più ampi e allo stesso tempo chiaramente delineati. L’attenzione sempre crescente per l’istituzione famiglia, ha sviluppato l’obiettivo “vita”, in particolare per la “vita nascente”, sono così nate le oasi, case di accoglienza per minori e madri in difficoltà; le missioni

negli angoli più poveri del mondo (Burkina Faso,…); i centri di ascolto e formazione. La Fraternità, nel corso della sua crescita, vocazionale e pastorale, non si è mai staccata dall’operato della Chiesa, ricevendo anzi, significativi riconoscimenti per il cammino intrapreso ed il lavoro svolto. Nata nella culla del pontificato di Giovanni Paolo II, si è fatta promotrice del suo messaggio, esultando per il riconoscimento della santità dei genitori di Santa Teresa di Gesù Bambino: i coniugi Martin, elevati agli onori dell’altare. La storia del cattolicesimo brulica di Santi e Sante, vergini, martiri, vedovi,…tutti singoli, tuttavia ogni singolo, nasce da una coppia e così Santa Teresa di Lisieux, meglio conosciuta come Santa Teresa del Gesù Bambino. I suoi genitori, i coniugi Martin, nel corso della loro vita hanno saputo improntare la vita familiare sugli eterni valori del vangelo di Gesù,e nonostante le molte-

plici vicissitudini contrarie, non escluse la morte di più pargoli,essi hanno raggiunto la perfezione cristiana e proclamati beati dalla Chiesa. La preghiera, e con essa l’adorazione al Santissimo Sacramento, sono le fondamenta di questa grande opera di aggregazione, in Chiesa, a casa, ogni luogo va bene, ma manca un centro nevralgico, un punto stabile. Il progetto Di questa realtà, circa tre anni fa, viene a conoscenza il nostro parroco, Mons. Giuseppe Imperato che, con la sua grande forza di volontà, trascina tante coppie in quest’avventura e gli stessi parrocchiani di Don Silvio qui a Ravello. Così anche noi abbiamo avuto il nostro tempo, tempo per: conoscerci, consolidarci in un gruppo abbastanza stabile, formarci alla preghiera comunitaria e domestica, istruirci, perché non si è mai sazi di sapere, vivere in comunità.

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SEGUE DA PAGINA 9 Non aveva mai saputo cosa Dio gli avrebbe chiesto tra un minuto, in seguito o in quello stesso istante, mai avrebbe poi pensato di giungere a Ravello o in Africa, Ucraina…, tutto era stato, ed era, conseguenza, semplice conseguenza, d’incontri, il più delle volte casuali. Lo stesso era accaduto per le visite a Lisieux, cittadina che custodisce la memoria dei coniugi Martin, dalla quale, poi, sono state ricevute in dono le reliquie dei coniugi. C’è sempre tanto da fare, per la vita nascente, la famiglia, le comunità un po’ zoppicanti come la nostra e adesso anche un posticino per le reliquie, un luogo dove poter restare in adorazione perpetua, sempre con Gesù e per tutti. La realtà Questo mese di marzo, per la nostra Comunità di Ravello, è stato proprio pazzerello: un incontro saltato a gloria delle quarant’ore, un cenacolo alle porte (01-03 aDon Silvio Longobardi prile), per cui decidersi ad organizzarsi tra mariti e bambini, una cerimonia d’inaugurazione giorno venticinque ad Angri presso la Cittadella. Appuntamento alle 19:30 per la celebrazione, ci siamo organizzati, siamo scesi e nel salone della Cittadella adibito a sala liturgica, è iniziata la Santa Messa officiata da Don Silvio, Don Giuseppe e Don Domenico. Già dalla prima lettura si parla di Annunciazione, il Profeta proclama la venuta del Salvatore e il Vangelo ci racconta della visita a Maria dell’Angelo Gabriele. Grande gioia nell’animo di questa fanciulla e anche un po’ di preoccupazione (Maria era già promessa sposa), ed infine un abbandono totale a Dio: “Sia fatto di me, secondo la Sua volontà”. Il salone era pieno, adulti, anziani, singoli, coppie, bimbi e neonati, tutti nella maggiore compostezza possibile in ascolto di Dio e dell’Omelia di Don Silvio. Allegri canti hanno animato la liturgia e al termine tutti fuori. Entrando nel cortile della cittadella, avevano visto un palazzo un po’ cadente, un cantiere,

qualche ruspa, e sapevamo benissimo perché eravamo scesi, eppure siamo entrati di corsa, la recita del Rosario era già cominciata, la celebrazione a momenti…, ci siamo seduti e abbiamo atteso, come Maria. Una volta in cortile, i celebranti si sono diretti all’ingresso del vecchio palazzo e due rappresentanti dei comuni di Angri e Scafati, dopo l’opportuna benedizione, hanno infranto il muro di polistirolo che chiudeva quell’ingresso. Eccolo là, un ambiente a dir poco sotto sopra: pietre, calcinacci, muri rotti, aperture senza infissi: la cappella di preghiera, la casa per i coniugi Martin, il “punto stabile” della Fraternità, il sogno ed il progetto finalmente realtà. Prima che la cappella possa essere operativa, passerà il tempo necessario al reperimento di fondi, manovalanza e tanta buona volontà, ma ormai la pietra miliare è stata posta e il cammino spianato. Anche questo è Fraternità. Ogni quindici giorni, in Cattedrale, non ascoltiamo solo la parola di Dio e la spiegazione della coppia guida, Giuseppe e Laura, o il sermone del Parroco. In Comunità, ascoltiamo e ci ascoltiamo, proponiamo, spesso sogniamo, realizziamo anche, piccoli impegni, niente di eclatante, eppure tutto è importante. Quando cominciammo, i coniugi Martin erano sconosciuti ai più, la Cittadella ad Angri non ne parliamo, figuriamoci la Cappella, neanche nei nostri sogni, la Cappella d’Inverno al Duomo era già abbastanza. Oggi possiamo essere annoverati con orgoglio tra gli adottanti della Cappella dei coniugi Martin, il nostro contributo non è né eccezionale, né folle, nessuno di noi dimentica chi siamo, da dove veniamo e quali difficoltà abbiamo, i nostri piedi sono ben ancorati alla terra ferma. Non c’è obbligo in Comunità, e la nostra libera scelta di esserci e rimanere, è già una vittoria; non siamo un circolo, non abbiamo la tessera d’iscrizione né la quota annuale, l’impegno sì, ad essere testimoni di vita; non c’è il limite minimo o massimo di partecipanti, chi vuole si può aggregare; non siamo il più il sogno di Don Giuseppe, col tempo siamo divenuti realtà tangibile. Sappiamo tutto quel che non siamo e con Don Silvio ancora non sappiamo tutto ciò che possiamo essere, lo scopriremo, strada facendo.

Elisa Mansi

Statevi bene Era questo il saluto con cui era solita congedarsi Rosa Pagano,conosciuta come “Rosa ‘a post”,scomparsa l’11 dicembre dello scorso anno,all’età di novant’anni. Era nata infatti il 2 giugno del 1920. Visse l’infanzia e l’adolescenza e la prima parte della gioventù nei difficilissimi anni del Ventennio dei quali conobbe limiti e pregi e dei quali ha mantenuto sempre vivo il ricordo,specialmente quando paragonava quel periodo con quello contemporaneo. Ma Rosa Pagano non era una nostalgica,era solo una donna che ha fatto della coerenza la caratteristica principale della sua vita. Una coerenza che spesso la rendeva “poco cordiale”perché non era abituata alla falsità ,alle moine e alle ipocrisie che tanto siamo abituati a vedere e tollerare nella vita di tutti i giorni. Una coerenza che in lei si era acuita grazie al fortissimo legame con il Maestro Mario Schiavo con il quale condivise gioie e soprattutto dolori (la morte di tre figli scomparsi in tenerissima età) di una vita vissuta all’insegna della Fede. Credo che in novant’anni saranno stati pochi i giorni in cui zia Rosa non sia andata in Chiesa per partecipare alla Messa,per nutrirsi dell’Eucaristia,per manifestare anche nel suo rapporto con il Signore e la Comunità,la Chiesa,quella coerenza che segnava marcatamente la sua vita di donna,sposa e madre. La sua formazione cristiana era intrisa di francescanesimo in quanto Rosa Pagano,pur frequentando la Chiesa Madre e offrendo la sua disponibilità in diverse attività parrocchiali,ad esempio la Giornata Missionaria Mondiale,era legatissima ai Francescani Conventuali e al Terz’Ordine Francescano di cui per tanti anni era stata “ministra”.Aveva conosciuto figure luminose del francescanesimo che proprio nel Convento di Ravello avevano operato per creare quel tessuto cristiano che per anni ha permesso di mantenere accesa la fiammella della fede mentre imperversavano i venti e le tempeste dell’indifferenza,della contestazione e dell’ateismo e,se vogliamo,di un fastidioso devozionalismo , ahimè tornato in auge,che sicuramente ostacolano una Fede adulta. Certo anche Rosa Pagano era legata al culto dei Santi:san Pantaleone,san Francesco,santa Rita e il Beato Bonaventura,in particolare,ma era una


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devozione adulta che non faceva perdere di vista l’essenziale. Anzi,spesso si percepiva dalle sue parole un certo “fastidio”per tutto quel contorno che in genere caratterizza le feste religiose. Ma proprio perché aveva una fede adulta era in grado di apprezzare quanto di bello la Chiesa,sotto la guida dello Spirito Santo,proponeva e propone ai suoi fedeli e di condannare quanto invece riteneva frutto di un eccessivo adeguamento ai tempi su cui,a suo giudizio,vescovi e sacerdoti si dimostravano troppo tolleranti. Ne parlava,ad esempio,quando commentava gli articoli di questo periodico che ha con zelo ed entusiasmo diffuso fino a quando le condizioni di salute l’hanno permesso. Si manteneva aggiornata,desiderava ancora conoscere,sapere;dimostrava una curiosità insolita ben consapevole che “non si finisce mai di imparare”.Partecipava con interesse ai Convegni su san Pantaleone ,affascinata dalle parole e dalla cultura degli oratori e non esitava a comunicare agli altri quello che più le era rimasto impresso,ad esempio i magistrali contributi dell’agiografo Gennaro Luongo.Zia Rosa amava raccontare. Spesso raccontava della sua giovinezza così particolare e allora era una valanga di aneddoti,persone,personaggi che hanno fatto la storia (vera) di Ravello,una storia talvolta vissuta in prima persona sia perché lavorava nel locale Ufficio Postale,sia perché attraverso la vendita dei quotidiani conosceva le personalità che specialmente negli Anni Quaranta frequentavano Ravello. E da quei racconti veniva fuori una storia tragica e drammatica ma anche grandiosa. Rosa Pagano era una delle ultime testimonianze di una Ravello che fu,di un Paese che anche nei difficilissimi anni della Seconda Guerra Mondiale aveva saputo mantenere intatto un patrimonio di valori e di affetti che oggi abbiamo purtroppo quasi smarrito. E’ scomparso con Rosa Schiavo anche un pezzo di storia di Ravello,di una Ravello “superba”e “orgogliosa”del suo passato,di una Ravel-

nonni, dove frequentò la scuola elementare. Il 20 ottobre 1920 ricevé la Prima Comunione, nella cappellina privata della casa di Belvedere; giovanissimo si trasferì a Roma per continuare gli studi nel collegio S. Maria e all'Istituto MassimoGli studi superiori li compì a Roma, dove ricevette una solida formazione cristiana e fu tra i fondatori della Lega Missionaria Studenti. Nel 1932 consegue la laurea in fisica pura con Enrico Fermi e diventa assistente del Prof. Lo Surdo fino al 1937, quando ottiene la libera docenza in fisica terrestre. Nel 1938 si sposa con Enrica Zanini, laureata in chimica e farmacia. Dalla loro unione nascono sei figlie. Nel 1942 vince la cattedra di fisica sperimentale all'università di Palermo. Collabora con la Pontificia Opera di Assistenza. Negli anni della seconda guerra mondiale, torna per un breve periodo a Belvedere, dove si prodiga per alleviare le sofferenze di persone e famiglie. Nel 1946 venne eletto all'Assemblea Costituende per la Democrazia Cristiana e nel 1948 è confermato al Parlamento. Tre anni dopo diviene Presidente dell'Istituto di Geofisica e realizza pian piano una rete di Osservatori in tutta Italia. Chiamato nel 1952 alla cattedra di Fisica Terrestre all'Università di Roma, l'anno dopo rinunzia alla carriera politica per dedicarsi completamente alla scienza e all'apostolato. Dal 1958 al 1965 fu vice Presidente dell' EURATOM, tale carica gli permise di organizzare centri per la ricerca scientifica nei sei paesi della Comunità, facendo varare la legge per la protezione dalle radiazioni nucleari. Nel 1965 si dimise per gravi motivi 26 aprile 2011 di coscienza. Nell'aprile del 1970 si ammalò Centenario della nascita di tumore, morì il 26 maggio del 1974 e venne sepolto nella tomba di famiglia a Beldel Servo di Dio vedere Ostrense. Enrico Medi è stato un'esemplare figura di laico cristiano, impegnato Enrico Medi a testimoniare con gioioso ardore, la propria fede nella vita e nella cultura. Ebbe il dono di intuire il potere di divulgazione della televisione per la scienza e realizzò alla RAI corsi di fisica sperimentale molto seguiti. Scienziato assai stimato e uomo di grande fede, offrì la sua mente e il suo cuore per il progresso dell'umanità. Nel 1966 fu nominato dalla Santa Sede membro della Consulta dei Laici per lo Stato della Città del Vaticano, nel contempo costituì la Coming, società di progettazione industriale. Ritornò in politica nel 1971, come consigliere al Comune di Roma e ancora nel 1972 come deputato al Parlamento. Oltre ad essere un genio della scienza, aveva spiccate doti di scrittore e di oratore che con Nacque a Porto Recanati nelle Marche, il 26 slanci mistici, con l'entusiasmo dell'apostolo aprile 1911, da genitori originari di Belvede- e con sentimenti di poeta, attirava folle di re Ostrense (Ancona) e in questo paese tra- ascoltatori e seguaci. scorse l'infanzia insieme alla famiglia ed ai Continua a pagina 12

lo che in tante occasioni aveva dato prova della sua grandezza. Ma zia Rosa sapeva anche tacere. Lo faceva quando si accorgeva che la sua coerenza non era apprezzata,quando notava,al pari del marito,che non vi era chiarezza,sincerità. Allora preferiva “ritirarsi in buon ordine”,lasciare che gli altri agissero in maniera scorretta anche nei confronti della sua famiglia,senza mai però pronunciare parole offensive o mantenere rancori ma semplicemente chiudendosi in un dignitoso silenzio,magari intimamente sofferto,ma coerente con quei valori di onestà, trasparenza,educazione,rispetto delle regole e correttezza che sin da bambina l’avevano affascinata. La dimensione del racconto e quella del silenzio si sono magnificamente unite sul letto di morte. La serenità del volto da cui traspariva quasi un sorriso lasciava comprendere che ormai dalla sera di quel sabato 11 dicembre,Primi Vespri della Domenica “Gaudete”,zia Rosa era entrata in una dimensione nuova raccontata con la vita e contemplata nel silenzio gioioso del passaggio da questa vita all’eternità. E coerente anche nella morte ha con quella serenità voluto salutarci per l’ultima volta con il suo “Statevi bene”. Roberto Palumbo


SEGUE DA PAGINA 11 Diceva: "Sacerdoti, io non sono un prete e non sono mai stato degno di poterlo diventare. Come fate a vivere dopo aver celebrato la Messa? Ogni giorno avete il Figlio di Dio nelle vostre mani. Ogni giorno avete una potenza, che l'arcangelo Michele non ha. Con la vostra bocca voi trasformate la sostanza del pane in quella del Corpo di Cristo; voi obbligate il Figlio di Dio a scendere sull'altare. Siete gran-

di. I più potenti che possono esistere. Sacerdoti ve ne scongiuriamo, siate santi! Se siete santi voi, noi siamo salvi. Se non siete santi voi, siamo perduti...". Il suo instancabile apostolato attraverso innumerevoli conferenze, dibattiti, scritti, partecipazioni televisive e interventi radiofonici, aveva due punti di riferimento: l'Eucaristia e la Madonna. Tutta la sua vita è stata un atto di amore verso Dio e il prossimo, sempre sorridendo, ottimi-

sta, felice, anche nelle difficoltà, incomprensioni, critiche e malignità, si presentava come il messaggero dell'amore. Autentica figura del laico cristiano, delineato nel Concilio Vaticano II col decreto sull'Apostolato dei laici. Con il consenso della Santa Sede, nella Diocesi di Senigallia si è aperto il 26 maggio del 1995, il processo per la sua beatificazione. Fonte: Vita di Santi, Beati e Testimoni.

CELEBRAZIONI DEL MESE DI APRILE GIORNI FERIALI Ore 18.00: Santo Rosario Ore 18.30: Santa Messa GIORNI FESTIVI Ore 18.30: Santo Rosario Ore 19.00: Santa Messa

7- 14 - 28 APRILE: ADORAZIONE EUCARISTICA dopo la S. Messa 1 - 8 - 15 APRILE: VIA CRUCIS dopo la S. Messa 3 APRILE - IV DOMENICA DI QUARESIMA Ore 8.00-10.30– 19.00: Sante Messe 10 APRILE - V DOMENICA DI QUARESIMA Ore 8.00-10.30– 19.00: Sante Messe 17 APRILE - DOMENICA DELLE PALME E DELLA PASSIONE DEL SIGNORE Ore 8.00 - 19.00: Sante Messe Ore 10.15: Benedizione delle Palme e degli Ulivi a Santa Maria a Gradillo, processione verso il Duomo e Santa Messa. 18 APRILE - LUNEDI’ DELLA SETTIMANA SANTA Ore 19.00: Liturgia Penitenziale nella chiesa di Santa Maria a Gradillo. 19 APRILE - MARTEDI’ DELLA SETTIMANA SANTA Ore 18.30: Via Crucis Liturgica per le vie del paese con partenza dalla chiesa di San Martino (Cimitero). 21 APRILE - GIOVEDI’ DELLA SETTIMANA SANTA Ore 19.00: Messa vespertina nella Cena del Signore; Lavanda dei piedi; al termine della celebrazione eucaristica processione del SS.Sacramento alla Cappella della reposizione per l’adorazione; Corteo dei Battenti. 22 APRILE - VENERDI’ DELLA PASSIONE DEL SIGNORE Ore 18.00: Celebrazione della Passione del Signore; Liturgia della Parola; Preghiera universale; Adorazione della Croce; Comunione eucaristica; Processione del Cristo Morto. 23 APRILE: SABATO SANTO Ore 22.00: Veglia pasquale; Benedizione del fuoco nuovo; Liturgia della Parola; Liturgia battesimale; Liturgia Eucaristica. 24 APRILE: INIZIO DEL TEMPO PASQUALE - RESURREZIONE DEL SIGNORE Ore 8.00 - 10.30 - 19.00: Sante Messe. 25 APRILE: LUNEDI’ FRA L’OTTAVA DI PASQUA Ore 8.00 - 10.30 : Sante Messe. Ore 19.00: Santa messa vespertina e processione con la statua del Santo Patrono.


Incontro Aprile 2011