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Autori e amici di

chiarelettere


Marco Belpoliti Andrea Cortellessa

Da una tregua all’altra con contributi di Davide Ferrario, Massimo Raffaeli e Lucia Sgueglia

chiarelettere


© Chiarelettere editore srl Soci: Gruppo editoriale Mauri Spagnol S.p.A. Lorenzo Fazio (direttore editoriale) Sandro Parenzo Guido Roberto Vitale (con Paolonia Immobiliare S.p.A.) Sede: Via Guerrazzi, 9 - Milano ISBN

978-88-6190-098-1

Prima edizione: gennaio 2010 www.chiarelettere.it BLOG / INTERVISTE / LIBRI IN USCITA

I testi di Mario Rigoni Stern, «La Medusa non ci ha impietriti» (in Aspettando l’alba e altri racconti, Einaudi, Torino 2004) e «L’altra mattina sugli sci con Primo Levi» (in Tra due guerre e altre storie, Einaudi, Torino 2000), sono pubblicati per gentile concessione di Giulio Einaudi editore S.p.A., Torino.


Sommario

d a u n a t r e g ua a l l ’a lt r a Presentazione

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PRIMO LEVI

Due deposizioni giurate di Primo Levi a cura di Marco Belpoliti 1960 1971

Cinque pezzi su Primo Levi di Marco Belpoliti Una vita senza tregua Le occasioni di Primo Levi La tregua Se questo è un sogno «Era la stessa vergogna»

A est di cosa? Per una geografia della Tregua di Lucia Sgueglia

13 13 18 27 27 31 38 47 66 77


Ritorno ad Auschwitz. Intervista a Primo Levi a cura di Marco Belpoliti

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Il film della memoria. Primo Levi «nell’occhio della storia» di Andrea Cortellessa

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MARIO RIGONI STERN

Due testi su Primo Levi di Mario Rigoni Stern La Medusa non ci ha impietriti L’altra mattina sugli sci con Primo Levi

149 149 153

Trait d’union di Massimo Raffaeli

159

In ricordo del vecchio sergente di Davide Ferrario

163

LA STRADA DI LEVI

Da La tregua a La strada di Levi di Andrea Cortellessa

171

La strada di Levi. Una conversazione con Marco Belpoliti e Davide Ferrario di Andrea Cortellessa

193


d a u n a t r e g ua a l l ’ a lt r a


Presentazione

Questa pubblicazione è un nodo. Un nodo di nodi, anzi. Non sono nodi facili da sciogliere, e infatti il lettore non li troverà, alla fine, tutti sciolti. Gli resterà del lavoro da fare. Per esempio risulta impreciso già parlare di «lettore», per una pubblicazione come questa. Sua parte integrante è infatti il dvd che riproduce, con una serie di materiali aggiuntivi, il fortunato film documentario realizzato alla fine del 2006 da Davide Ferrario e Marco Belpoliti, La strada di Levi. Un film, già quello, tutto pieno di nodi. Anzitutto legava una storia di oggi – il road movie che attraversa i paesi dell’ex Unione Sovietica, e in generale del Grande Est – a una storia di ieri: La tregua di Primo Levi – il libro che racconta l’interminabile nòstos dei deportati di ritorno da Auschwitz dopo la loro liberazione da parte dell’Armata Rossa. Un libro datato 1963. E un libro col quale il suo autore – dopo le note traversie editoriali incontrate dal suo primo memoriale, Se questo è un uomo, scritto subito dopo il ritorno – tornava a un’attività che non era la sua professionale: la scrittura. Fu proprio grazie al successo di quel libro, anzi, che Levi finalmente prese atto di essere divenuto, anche, quello che non aveva mai pensato di essere: uno scrittore. Ed è davvero un classico, La tregua: che si lega al film di quaranta e passa anni dopo anzitutto nella forma della narrazione (nella forma picaresca del viaggio «disordinato», dell’«erranza» – l’errore fortunato, gran tema di Levi); ma che soprattutto viene ricalcato dal film su un asse perpendicolare a quello del tempo da allora passato: l’asse dello spazio.


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Da una tregua all’altra

Ferrario e Belpoliti sono due intellettuali, due artisti, molto legati a un senso, fra gli altri a loro disposizione: quello della vista. Il primo per l’ovvio motivo della sua professione, e vocazione, di regista cinematografico; il secondo perché, sin dall’inizio della sua traiettoria di saggista e scrittore, ha sempre annodato fra loro immagine e scrittura. Ed è proprio lo spazio il regno della vista. Come sulle pagine della Tregua, nelle immagini della Strada di Levi l’occhio ha modo di «spaziare»: in immagini di grandiosa forza paesaggistica. Lo stesso senso del paesaggio che Belpoliti ha successivamente sperimentato in un’ennesima e ancora una volta sorprendente reincarnazione della Tregua: La prova, il diario – corredato da fotografie e disegni di sua stessa mano – della lavorazione on the road della Strada di Levi (uscito da Einaudi nel maggio del 2007). Vi si legge per esempio: «C’è un altro aspetto di Levi che mi cattura di continuo e mi spinge a ritornare alle sue pagine: sembra avere idee molto chiare su come funzionano i meccanismi della psiche umana. Traccia cartelle cliniche e insieme mappe geografiche. [...] Forse è la sua mente a funzionare come una carta geografica, sia per le persone sia per i luoghi». Ma il senso della geografia, che nell’ebreo Levi era così vivo, è tutt’altro che in alternativa o in opposizione (come certa vulgata ha preso in questi anni a sostenere) col senso della storia. Tutt’altro. Come era chiaro al suo presentatore Italo Calvino, La tregua – «l’avventura medio europea di Levi», nella sua definizione – era anche un libro dall’imprescindibile dimensione storica. Alla stessa stregua La strada di Levi non è un film su Levi, o tratto dalla Tregua di Levi (sebbene intrattenga rapporti quanto mai sottili, com’è ovvio, con questo testo e gli altri del suo autore). La strada di Levi, prima di tutto, è un film di storia. Un modo per spazzolare contropelo – per dirla con Walter Benjamin – la storia degli ultimi decenni, nel Grande Est alle prese con le macerie del socialismo reale. Ma anche mettendoci di fronte a verità scomode sulla nostra identità occidentale: che da sempre si modella, anche, in contrasto con l’Altro da sé rappresentato appunto dall’Oriente. E che ora, vinta la guerra fredda, deve capire cosa fare di questo suo fastidioso complesso di superiorità. Si sviscerano a cuore aperto, questo e diversi altri temi e


Presentazione

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«nodi» concettuali posti dalla Strada di Levi, nell’ampia conversazione che registrai con gli autori alla vigilia dell’uscita del loro film: e che abbiamo voluto non restasse confinata a una pubblicazione legata a quell’occasione ma rimasta, come càpita, inevasa dai lettori. I nodi posti dal film, come si vedrà, sono numerosi e fra loro assai intrecciati. Una delle peculiarità della Strada di Levi è infatti quella di essere un raro caso di film-saggio. Che, dalla tradizione della forma-saggio mutua l’apparente serendipity ma i cui piani, non lineari, si concatenano tuttavia in modo quanto mai stringente: al punto che non pare peregrino il paragone con la struttura «a cerchi concentrici» di quello che è il capolavoro di Levi scrittore, il suo ultimo libro: I sommersi e i salvati. Una giovane e brillante giornalista «di frontiera», Lucia Sgueglia, ha scritto qualche anno fa una tesi di dottorato quanto mai originale, che interpretava i testi della memorialistica italiana in Europa Orientale durante la Seconda guerra mondiale – e fra essi ovviamente La tregua – proprio dal punto di vista delle prospettive spaziali. E senza che ciò facesse passare in secondo piano l’intento memoriale, documentario, in senso lato appunto storiografico che la gran parte di quei testi rivestiva. Non a caso molti di quei testi (e fra loro appunto quello di Levi) sono accompagnati da cartine geografiche. Le quali hanno precisamente la funzione di far incontrare su un piano l’asse dello spazio e quello del tempo: cioè della decodifica culturale e politica, da parte delle comunità umane, degli spazi che si trovano ad abitare o ad attraversare. L’abbiamo rintracciata nella sua trincea moscovita, e chiesto di recuperare parte delle pagine che aveva dedicato allora – proprio durante la realizzazione del film di Ferrario e Belpoliti – al libro di Levi. E non è stato un caso che abbia voluto aggiungervi pagine di oggi: per annodare a sua volta il lavoro di ricerca alla scelta, che ad esso è seguita, di recarsi di persona nei luoghi del repertorio letterario da lei tanto amato: per svolgervi la professione – mai semplice, come si sa, soprattutto da quelle parti – di giornalista d’inchiesta. Anche il suo è stato un ripercorrere le proprie tracce. Così avviene anche nei testi di Levi, rari e mai raccolti organicamente in volume, che accompagnano questa pubblicazione (ma che, considerato il loro autore, ne sono evidentemente il fulcro).


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Da una tregua all’altra

Anzitutto il vero e proprio Ritorno ad Auschwitz affrontato, non senza inquietudine com’è ovvio, nel 1982 – e documentato anche per immagini da una troupe televisiva. Non era la prima volta che Levi visitava il Campo dopo il ’45; dopo una visita a Buchenwald coi compagni dell’Aned nel ’54, Levi era tornato una prima volta ad Auschwitz nel 1965 (dirà in un’intervista: «meno drammatico di quanto possa sembrare. Andai per una cerimonia commemorativa polacca. Troppo frastuono, poco raccoglimento, tutto rimesso bene in ordine, facciate pulite, tanti discorsi ufficiali...»). Nell’82 fu diverso. Non solo si era nel pieno della battaglia polemica, e di pensiero, sostenuta da Levi contro gli allucinanti teoremi dei revisionisti di prima generazione, ma nelle settimane stesse di una ulteriore, devastante lacerazione (politica, stavolta) subita dall’intellettuale, dal cittadino Levi: l’invasione del Libano da parte dell’Israele di Begin. Proprio i fermoimmagine tratti da quel viaggio-intervista televisivo – che lampeggiano all’inizio della Strada di Levi – mi hanno spinto a interrogare un aspetto, della produzione letteraria e saggistica di Levi, con tutta evidenza centrale ma che per qualche motivo era stato tenuto sinora a margine dalla sterminata bibliografia critica ammassatasi sulla sua opera (specie dopo la tragica morte): il suo senso dell’immagine e il suo lavoro di decodifica e «uso» delle immagini. Specie riguardo agli «eventi incredibili e insieme orribilmente documentabili» (come li definiva il Meneghello di Promemoria) dei quali era stato testimone. Robert Gordon, nel suo bel libro Primo Levi: le virtù dell’uomo normale, a ragione ha sottolineato quanto abbiano contato il vedere e l’osservare nell’assurda quotidianità del Lager, nonché in seguito in quella del «primo mestiere» di Levi, la chimica. Se Levi è per eccellenza il Testimone, non può essere privo di interesse cercare di capire come vedessero i suoi occhi. E come giudicassero, in particolare, le immagini riprodotte della Deportazione: quelle documentarie realizzate all’indomani della liberazione dei Campi, e quelle delle più o meno fortunate ricostruzioni «di finzione» della medesima esperienza: a partire dal serial televisivo statunitense Holocaust, che secondo molti interpreti ha segnato uno spartiacque nella consapevolezza che in Occidente si è


Presentazione

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avuta dell’importanza cruciale dell’esperienza concentrazionaria. (Per quel che può valere fu in quell’occasione, in effetti, che presi una prima volta coscienza di quanto era avvenuto. Avevo undici anni; due anni dopo mi recai in visita ad Auschwitz.) Marco Belpoliti, che di Levi è il maggiore studioso, ha scritto su di lui centinaia di pagine: a partire dal «manuale» Primo Levi – strumento di lavoro quotidiano per ogni aspirante interprete leviano, stracolmo di idee e spunti interpretativi ancora tutti da raccogliere e sviluppare – pubblicato nel 1998 nella «Biblioteca degli scrittori» allora da lui curata per Bruno Mondadori. Un «manuale» tutto sui generis: sgranato com’è in una forma «discreta», reticolare, così vicina al modo di pensare di Belpoliti – ma anche di molti dei suoi autori prediletti, da Italo Calvino a Levi appunto. Da quel libro ormai introvabile Belpoliti ha prelevato la «voce» relativa al nostro testopivot, La tregua, aggiungendovi altre considerazioni e dettagli, che fanno di dette pagine la migliore guida alla lettura di questo libro straordinario. Altri quattro saggi di altissimo livello, mai raccolti in volume, accompagnano questa «voce» monografica soffermandosi su problemi vitali dell’opera di Levi a loro volta poco studiati dalla critica: come quello sui sogni (un altro tipo di formazione e decodifica di immagini, ovviamente) e quello, ancora inedito nonché embrione concettuale di un libro a venire che non si fatica a prevedere di grande importanza, sul tema della vergogna: centrale nei Sommersi e i salvati e non solo. Un altro nodo è quello, di vita e d’amicizia, che si era stretto fra due reduci della medesima guerra, ma dalle esperienze così difformi, come Primo Levi e Mario Rigoni Stern. Proprio l’incontro con lo scrittore di Asiago, rievocato qui da Davide Ferrario, concluse le riprese della Strada di Levi ed è stato posto in clausola al film – come suo suggello morale. Abbiamo riprodotto i due testi, fra i molti scritti su Levi, che Rigoni Stern ha voluto raccogliere nei suoi libri. Un necrologio davvero a ciglio asciutto, scritto in un momento in cui, comprensibilmente, molti amici vacillavano; e che riporta fra l’altro versi di Levi assai poco conosciuti, contenuti in una lettera a lui scritta dall’amico, dedicati A Mario e a Nuto (a lui, cioè, e a Nuto Revelli):


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Da una tregua all’altra Ho due fratelli con molta vita alle spalle, Nati all’ombra delle montagne. Hanno imparato l’indignazione Nella neve di un paese lontano, Ed hanno scritto libri non inutili. Come me, hanno tollerato la vista Di Medusa, che non li ha impietriti. Non si sono lasciati impietrire Dalla lenta nevicata dei giorni.

Un nodo alla gola, anche: nel leggere questi versi pensando alla scomparsa del Sergente nella neve, il 16 giugno 2008. E nel leggere l’altra pagina, scritta da Rigoni Stern a dieci anni dalla morte dell’amico – che lo visita in un sogno. Un sogno di quelli che fanno venire la pelle d’oca: come quelli raccontati da Levi, appunto. Un critico e saggista di grande valore legato a entrambi gli autori, Massimo Raffaeli (che in particolare delle poesie di Levi è da tempo cultore e studioso), ha commentato da par suo questi versi e, in generale, il trait d’union che al di là di tutte le differenze legava i due scrittori. Ma la parte più «nuova» e forte di questa pubblicazione è costituita dalle due deposizioni giurate che Primo Levi rese alle autorità giudiziarie italiana e tedesca, nel 1960 e nel 1971. Rese note da Marco Belpoliti rispettivamente nel 2007 e nel 2001, esse non sono state in alcun modo recepite, ancora, dagli interpreti dell’autore: ancorché pongano una quantità di questioni non meno che cruciali. Si pensi soltanto all’attuale dibattito tra storici e giuristi sulla nozione di prova e sull’utilizzo, in tal senso, di testimonianze non «letterariamente» organizzate bensì formalizzate, come queste, al fine di un preciso impiego forense. In un’occasione ha detto Levi, a proposito di Se questo è un uomo: «era una testimonianza di taglio quasi giuridico, nella mia intenzione doveva essere un atto d’accusa – non a scopo di provocare una rappresaglia, una vendetta, una punizione –, ma sempre una testimonianza». In effetti, è vero il contrario. Confrontando la versione «giuridica» della medesima memoria e Se questo è un uomo (così come se lo si confronta, invece, con la


Presentazione

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versione «scientifica» rappresentata dal Rapporto medico-sanitario scritto nel ’45 insieme a Leonardo De Benedetti), si apprezza maggiormente la qualità letteraria – ancorché appunto preterintenzionale – del testo pubblicato nel ’47. Il luogo-nodo, qui, è Fossoli: il tristemente noto campo di transito (Durchgangslager) dal quale il 22 febbraio 1944 partì il treno maledetto che portò Primo Levi e centinaia di suoi compagni di sventura in un luogo che nessuno di loro aveva mai prima sentito nominare: Auschwitz. Col suo maligno genius loci appunto: lo Sturmbannführer delle SS, e consigliere giuridico della Gestapo, Friedrich Bosshammer, Judenreferent di Eichmann in Italia. Sotto la sua direzione partirono da Fossoli diretti ad Auschwitz cinque convogli, dal febbraio all’agosto del ’44. Catturato dalla polizia tedesca nel dopoguerra, a Wuppertal, e condannato all’ergastolo anche in seguito a questa deposizione di Primo Levi (per l’«assassinio», reciterà la sentenza, «per bassi motivi, in modo perfido e crudele», di almeno 2466 italiani), Bosshammer morirà in carcere, di cancro, due anni dopo. In casi come questo si potrebbe ripetere che la vendetta è il racconto. No: giustizia era fatta. A.C., novembre 2009



La strada di Levi