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I S B N 978-88-6190-169-8

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Pamphlet, documenti, storie reverse


Autori e amici di

chiarelettere Michele Ainis, Tina Anselmi, Claudio Antonelli, Avventura Urbana Torino, Andrea Bajani, Bandanas, Gianni Barbacetto, Stefano Bartezzaghi, Oliviero Beha, Marco Belpoliti, Daniele Biacchessi, David Bidussa, Paolo Biondani, Nicola Biondo, Tito Boeri, Caterina Bonvicini, Beatrice Borromeo, Alessandra Bortolami, Giovanna Boursier, Dario Bressanini, Carla Buzza, Andrea Camilleri, Olindo Canali, Davide Carlucci, Luigi Carrozzo, Andrea Casalegno, Antonio Castaldo, Carla Castellacci, Massimo Cirri, Fernando Coratelli, Carlo Cornaglia, Roberto Corradi, Pino Corrias, Andrea Cortellessa, Riccardo Cremona, Gabriele D’Autilia, Vincenzo de Cecco, Luigi de Magistris, Andrea Di Caro, Franz Di Cioccio, Gianni Dragoni, Giovanni Fasanella, Davide Ferrario, Massimo Fini, Fondazione Fabrizio De André, Fondazione Giorgio Gaber, Goffredo Fofi, Giorgio Fornoni, Massimo Fubini, Milena Gabanelli, Vania Lucia Gaito, Bruno Gambarotta, Andrea Garibaldi, Pietro Garibaldi, Claudio Gatti, Mario Gerevini, Gianluigi Gherzi, Salvatore Giannella, Francesco Giavazzi, Stefano Giovanardi, Franco Giustolisi, Didi Gnocchi, Peter Gomez, Beppe Grillo, Luigi Grimaldi, Dalbert Hallenstein, Guido Harari, Riccardo Iacona, Ferdinando Imposimato, Karenfilm, Giorgio Lauro, Alessandro Leogrande, Marco Lillo, Felice Lima, Stefania Limiti, Giuseppe Lo Bianco, Saverio Lodato, Carmelo Lopapa, Vittorio Malagutti, Antonella Mascali, Antonio Massari, Giorgio Meletti, Luca Mercalli, Lucia Millazzotto, Alain Minc, Angelo Miotto, Letizia Moizzi, Giorgio Morbello, Loretta Napoleoni, Natangelo, Alberto Nerazzini, Gianluigi Nuzzi, Raffaele Oriani, Sandro Orlando, Antonio Padellaro, Pietro Palladino, Gianfranco Pannone, David Pearson (graphic design), Maria Perosino, Simone Perotti, Roberto Petrini, Renato Pezzini, Telmo Pievani, Ferruccio Pinotti, Paola Porciello, Mario Portanova, Marco Preve, Rosario Priore, Emanuela Provera, Sandro Provvisionato, Sigfrido Ranucci, Luca Rastello, Marco Revelli, Piero Ricca, Gianluigi Ricuperati, Sandra Rizza, Marco Rovelli, Claudio Sabelli Fioretti, Andrea Salerno, Giuseppe Salvaggiulo, Laura Salvai, Ferruccio Sansa, Evelina Santangelo, Michele Santoro, Roberto Saviano, Luciano Scalettari, Matteo Scanni, Roberto Scarpinato, Filippo Solibello, Riccardo Staglianò, Luca Steffenoni, theHand, Bruno Tinti, Gianandrea Tintori, Marco Travaglio, Elena Valdini, Vauro, Concetto Vecchio, Giovanni Viafora, Anna Vinci, Carlo Zanda, Carlotta Zavattiero.


pretesto 1

f a pagina 441

“Perché questa volontà pertinace di sottovalutare, di ignorare, persino di scacciare dalla mente il fenomeno P2 e tutte le allarmanti vicende connesse che sono emerse negli ultimi trent’anni?”   Giuliano Turone, magistrato che, con Gherardo Colombo, ha scoperto gli elenchi della P2.


pretesto 2

  f a pagina 368

“Mi sento oggetto di una persecuzione politica odiosa.”   Licio Gelli, maggio 1981.

  f a pagina 397 e 405

“Della P2 non sapevo nulla, al di là di quello che leggevo e di qualche battuta scherzosa...” “Con i giudici poi faremo i conti.”   Bettino Craxi, nel 1984 e nel 1983.


La P2: 12 generali dei Carabinieri, 5 generali della Guardia di finanza, 22 generali dell’Esercito, 4 generali dell’Aeronautica militare, 8 ammiragli, direttori e funzionari dei vari servizi segreti, 44 parlamentari, 2 ministri dell’allora governo, un segretario di partito, giornalisti, imprenditori, faccendieri, magistrati...

  f a pagina 106

“Gelli era un uomo di grande prestigio, aveva relazioni ad altissimo livello. Telefonava spesso ad Andreotti, a Cossiga, era di casa al Quirinale con Saragat.”   Generale Franco Picchiotti, audizione del 9 marzo 1982.


pretesto 3

f a pagina 352

“Cossiga aveva buoni rapporti con la P2 e Gelli, ed è rimasto vittima, durante il rapimento di Moro, dell’azione di Gelli e della P2. Ciò spiega il suo crollo e le dimissioni.”  Appunto sull’incontro con Flaminio Piccoli del 13 aprile 1983.

f a pagina 390

“Come è possibile che Piccoli, Berlinguer e Andreotti non sapessero della P2 prima del 1981?”   Appunto del 26 gennaio 1984 sull’incontro con Marco Pannella.


f a pagina 8

“...una grande abbuffata di potere, nutrita dalla cultura consolidata in luoghi storicamente, superbamente maschili: massoneria, chiesa, esercito, mafia, polizia.”

f a pagina 276

“Le P2 non nascono a caso, ma occupano spazi lasciati vuoti, per insensibilità, e li occupano per creare la P3, la P4...” Appunto sull’incontro del 25 novembre 1982 con Orazio Bagnasco, banchiere.


Š Chiarelettere editore srl Soci: Gruppo Editoriale Mauri Spagnol S.p.A. Lorenzo Fazio (direttore editoriale) Sandro Parenzo Guido Roberto Vitale (con Paolonia Immobiliare S.p.A.) Sede: Via Melzi d’Eril, 44 - Milano isbn 978-88-6190-169-8 Prima edizione: marzo 2011 www.chiarelettere.it blog / interviste / libri in uscita


La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi a cura di Anna Vinci

chiarelettere


Tina Anselmi è nata a Castelfranco Veneto nel 1927 in una famiglia cattolica antifascista. Il suo impegno civile e politico, iniziato con la Resistenza, cui prende parte come staffetta partigiana, è proseguito, dopo la guerra, nel sindacato e all’interno della Democrazia cristiana. Laureata in Lettere all’Università Cattolica di Milano, divenne insegnante nella scuola elementare. Eletta alla Camera dei Deputati nel 1968, riconfermata fino al 1992, nel 1976 è stata nominata ministro del Lavoro. È la prima donna in Italia a ricoprire tale incarico. Ha retto in seguito per due volte il ministero della Sanità, dall’11 marzo 1978 al 4 agosto 1979 e compare fra gli autori della riforma che introdusse il Servizio sanitario nazionale. È stata presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla Loggia massonica P2 e della Commissione sulle conseguenze delle leggi razziali sulla comunità ebraica. Nel corso della sua carriera politica ha fatto parte anche delle commissioni Lavoro e previdenza sociale, Igiene e sanità, Affari sociali. Si è sempre occupata molto dei problemi della famiglia e della donna: si deve a lei la legge sulle pari opportunità. Nel 2004 ha promosso la pubblicazione di un libro intitolato Tra città di Dio e città dell’uomo. Donne cattoliche nella Resistenza veneta (Istresco, Treviso) di cui ha scritto l’introduzione e un saggio. È stata più volte presa in considerazione da politici e società civile per la carica di presidente della Repubblica. Anna Vinci è nata a Roma, dove vive e lavora. Scrittrice, tra i suoi romanzi ricordiamo: L’usuraia (Edizioni Associate, Roma 1996), Marta dei vocabolari (Ila Palma, Palermo 1994), Restituta del porto (Voland, Roma 2002). Tra i suoi saggi: Tina Anselmi, storia di una passione politica (Sperling & Kupfer, Milano 2006), La politica con il cuore (con Stefania Pezzopane, Castelvecchi, Roma 2010). Come autrice, regista e conduttrice, ha lavorato alla radio, in programmi d’informazione. In televisione si è occupata di programmi culturali intervistando scrittori e scrittrici, tra cui Natalia Ginzburg, Dacia Maraini, Vasco Pratolini, Gore Vidal, Jorge Amado, Alberto Moravia, Mario Soldati, nell’ambito di una serie sui grandi scrittori del Novecento. È inoltre autrice televisiva di trasmissioni sulla storia culturale, sociale e politica del nostro paese, come «I migliori anni della nostra vita», e di trasmissioni di invito alla lettura dei classici, come «Macondo». Ha scritto e diretto il video Leggere la Costituzione con i bambini, con la partecipazione straordinaria del presidente Carlo Azeglio Ciampi. Per il teatro ha scritto e messo in scena, da un suo testo satirico liberamente ispirato alla vita di Silvio Berlusconi, Il Signore del Sorriso, rappresentato anche alla Comédie française di Parigi. Nel 2009-2010 è andata in scena la sua pièce La terra senza, prodotta dal Teatro stabile di Catanzaro.


Sommario

Prefazione di Dacia Maraini Trent’anni fa di Giovanni Di Ciommo

XIII XVII

l a p2 nei di a ri s egreti di ti n a a n se l m i Introduzione di Anna Vinci Nota della curatrice

3 11

I «foglietti» di Tina «Mi chiama la Iotti» La giostra di Gelli Il gioco del massacro «Non c’è un limite morale e politico nel compromesso politico?» La Commissione deve chiudere? Denari sporchi L’ombra lunga del ponte dei Frati neri Avvertimenti anche di stampo mafioso Gli smemorati Il patto scellerato La P2 e la fine della Repubblica «Sanno che sono sola» Pertini mi ringrazia. La Commissione chiude Gli echi della Commissione L’ultima speranza Postfazione di Giuliano Turone

15 29 89 109 135 159 187 222 249 292 335 369 407 409 415 433


Appendice

445

Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia massonica P2 447 – Composizione della Commissione all’inizio dell’inchiesta (viii legislatura) 451 – Composizione della Commissione all’inizio della IX legislatura 453 – Promemoria di Tina Anselmi dell’incontro con il giornalista Jacobo Timerman 455 – Lettera del 4 maggio 1982 di Nara Lazzerini a Tina Anselmi 458 – Il balletto diabolico 463 – Lettera di Michele Sindona a Tina Anselmi 468 – Risposta di Tina Anselmi a Michele Sindona 469 – Atto di comunicazione e diffida di Licio Gelli a Tina Anselmi 470 – Allegato all’atto di diffida 474 – Risposta di Tina Anselmi all’avvocato di Licio Gelli 475 – Lettera di Tina Anselmi al presidente del Senato Francesco Cossiga sulla diffida 476 – Lettera di Gelli del 3 dicembre 1985 a Francesco Cossiga 478 – Lettera di Licio Gelli a Francesco Cossiga che accompagna la documentazione 493 – Processo Calvi 496 – Estratti della relazione di maggioranza dell’onorevole Tina Anselmi 503 – Elenco degli iscritti alla P2 509

Ringraziamenti

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Indice dei nomi

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Prefazione di Dacia Maraini

Ho conosciuto Tina Anselmi molti anni fa, in un tempo in cui sembrava possibile cambiare sia la famiglia che la società. Pur in settori diversi, con un’ideologia differente, Tina e io, come tante altre donne alla metà degli anni Settanta, eravamo unite da una medesima passione civile e da un legame che andava oltre le differenze: la consapevolezza che tutte insieme si poteva fare qualcosa per migliorare non solo noi, ma l’intero paese. Tina nel 1976 fu la prima donna ministro nella storia italiana, e certo per le donne fu una grande conquista. Negli stessi anni conobbi Anna Vinci, era più precisamente il 1978. Era venuta a casa mia per un’intervista, lavorava a Sala F, un programma della seconda rete radiofonica che aveva progetti ambiziosi. Prettamente femminili erano i temi trattati, così come le conduttrici che si avvicendavano al programma e una donna, Lidia Motta, una dirigente all’avanguardia che l’aveva ideata. Anna mi ha subito conquistato per la sua generosità, per la sua sorridente disponibilità, per la serietà con cui affrontava il suo lavoro. Da allora abbiamo continuato a rimanere vicine affettivamente, anche se passavamo lunghi periodi senza vederci. Se rimetto insieme quelle due date, 1976 e 1978, non posso che valutare il cambiamento che in due anni ha vissuto il nostro paese: dalla conquista di un dicastero per


XIV La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi

una donna, con tante speranze e la sensazione di un inizio ricco di possibilità, al rapimento Moro e all’uccisione degli uomini della sua scorta, fino, dopo 55 giorni di prigionia, il 9 maggio, alla morte dello statista democristiano. Diceva Tina, nel ricordare la sua esperienza di quei terribili 55 giorni – durante i quali era stata la «staffetta» tra la famiglia Moro e il partito – che mai più nulla sarebbe stato come prima e che «avremmo dovuto dare delle risposte e non fummo capaci di darle». Tina non abdicava mai alla sua libertà di pensiero, al suo giudizio critico. Era bello parlare con lei, anche ultimamente, quando ci siamo riviste, nella sua casa di Castelfranco Veneto: sebbene affaticata dagli anni, Tina aveva la capacità di vedere oltre, con il coraggio dell’intelligenza e la forza di una fede religiosa mai compromessa con le ragioni della politica. In qualche modo era rimasta la staffetta Gabriella, che durante la Resistenza sfidava con la sua giovane età – aveva diciassette anni – la barbarie nazifascista. Negli ultimi anni, Anna Vinci si è impegnata a tenere presente tra noi Tina Anselmi che, pur viva e robusta, sta lentamente allontanandosi dai rapidi scambi dei rapporti umani. È una bella cosa che Anna si ostini per non fare dimenticare una donna alla quale il paese deve molto. Chi se non Tina, riflettendoci, avrebbe accettato un ruolo tanto impegnativo, come quello di essere presidente della Commissione parlamentare inquirente sulla Loggia P2 di Licio Gelli? Ancora una volta era chiamata in causa: nell’ottobre del 1981 fu la presidente della Camera Nilde Iotti a designarla per quel delicato incarico. E lei prima di decidere prese quindici minuti per riflettere, e chiese un parere a un caro amico, Leopoldo Elia, presidente della Corte costituzionale, e infine accettò. Amicizia e lavoro ancora una volta si uniscono. Come nel caso della Iotti, perché appunto, pur nelle diversità politiche e ideologiche, in quegli anni ricorda Tina: «Eravamo avversari, ma mai


Prefazione

XV

nemici». Aggiungendo: «Non che noi fossimo migliori dei politici di oggi, ma le nostre robuste ambizioni erano contenute da un comune sentire». E seguirono tre anni intensi di lavoro. Ricordo le notizie che giungevano dai luoghi del potere, le preoccupazioni di alcuni per quello che si andava scoprendo del sommerso eversivo piduista, e il fatto che pochi politici furono capaci di rendersi conto fino in fondo della gravità di ciò che era accaduto nel nostro paese. Leggendo i foglietti che compongono gli appunti di Tina, tante sono le riflessioni che sento di dover fare, partendo da un’immagine: vedo Tina, una donna, muoversi in mondi prettamente maschili. Non che lei fosse sprovveduta, era una politica capace di lungimiranza, e conosceva le regole e le lotte del Palazzo, i cambiamenti di alleanza improvvisi, i segreti non mantenuti, i colpi bassi, le amicizie fallaci. Pur tuttavia, quello che visse negli anni della sua presidenza alla Commissione ha una cifra diversa. Non bisogna dimenticare che andava scoprendo intrecci e legami trasversali di ambienti squisitamente maschili: non solo quello politico, ma, ancor di più, l’ambiente massone, militare e dei servizi segreti, della criminalità organizzata, del potere finanziario e delle banche e, tra queste, quelle del Vaticano, in una miscela esplosiva di arroganza e di supponenza, d’impunità, ma anche di paura. Quegli uomini legati tra di loro, erano obbligati a restare insieme. Il gioco del ricatto regnava sovrano e le minacce del dire tutto non risparmiavano nessuno, neanche chi, nel cerchio del potere piduista, era al centro del controllo, conosceva nomi, debolezze, intrighi, compromissioni: Licio Gelli. Che cosa resta, a trent’anni da quell’inizio degli anni Ottanta, delle parole del potere che emergono dai preziosi foglietti di Tina, questo segreto diario, che ci proietta sul palcoscenico dell’Italia di ieri e che ci spinge a riflettere sull’Italia di oggi? Una testimonianza di persona onesta


XVI La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi

che si trova davanti alle menzogne, ai sotterfugi, alle compromissioni di un potere segreto e maligno che s’insinua nelle istituzioni e riesce troppo spesso a corrompere quello che c’è ancora di sano nel paese. Le armi per combattere questi orrori stanno in altre mani. A lei non resta che il racconto dei fatti, con il rischio sempre di non essere creduta.


Trent’anni fa di Giovanni Di Ciommo*

Quei mesi fatidici È difficile, a distanza di anni, rendere l’idea del clamore che presso l’opinione pubblica suscitò nel maggio del 1981 la pubblicazione delle liste degli iscritti alla Loggia P2, sequestrate due mesi prima, il 17 marzo, a Castiglion Fibocchi nella villa di Licio Gelli, a seguito dell’iniziativa dei giudici di Milano, Gherardo Colombo e Giuliano Turone. Era quella un’opinione pubblica ancora non cloroformizzata da massicce dosi iniettate per via televisiva, con «strumenti di ricezione collettivi inceppati e quasi dismessi, come terminali nervosi che non riescono più a mandare segnali al cervello» (Michele Serra). Un’opinione pubblica che, di fronte a comportamenti non ortodossi della classe dirigente, conservava pur sempre una sua capacità di stupore e di indignazione, che nel tempo presente sembrano apparire non scevri di una sorta di ingenuità. Ma di certo non meno dirompente fu l’impatto dell’evento con quello che possiamo identificare con l’ambiente degli addetti ai lavori. Per chi non abbia dimestichezza con luoghi e persone ricordo * Segretario della Commissione parlamentare di inchiesta sulla Loggia massonica P2.


XVIII La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi

che nel centro di Roma, in un’area di meno di un chilometro quadrato, hanno sede la presidenza del Consiglio, la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica. Sempre in contiguità si trovavano le sedi dei partiti politici allora esistenti e quindi: Democrazia cristiana, Partito comunista, Partito socialista, nonché tutti quelli minori. Nella stessa area troviamo le sedi dei giornali editi a Roma, nonché gli uffici romani di redazione di tutti i maggiori quotidiani nazionali, molti degli uffici privati dei parlamentari e, last but not least, gli uffici di rappresentanza delle organizzazioni che entrano a più vario titolo in contatto con il potere politico e infine quelli di una varia umanità – faccendieri, portaborse, brasseurs d’affaires – che con il potere politico trattano e trafficano quotidianamente. In questo spicchio di città, una particella del paese, vive e opera per buona parte della settimana – i giorni di apertura delle Camere nonché quelli di presenza a Roma dei ministri – una varia umanità nella quale tutti conoscono tutti e tutti parlano con tutti e di tutti, immersi in un contatto quotidiano continuo. Ci s’incontra dovunque, si frequentano gli stessi ristoranti, fianco a fianco a tavola, con il senso di appartenenza a una stessa comunità e con legami che vanno al di là e spesso prescindono dai ruoli assunti in pubblico, con frequentazioni che dall’esterno possono, al profano, apparire spesso difficilmente immaginabili. È un ambiente in perenne movimento, spesso «adrenalinico» secondo la definizione di un amico giornalista, nel quale l’imperativo d’obbligo è comunque quello, prima di ogni altra cosa, di «essere informati», perché chi più sa è evidentemente più vicino al potere e alle «segrete cose». È così che lo scambio delle informazioni, vere o supposte tali, il pettegolezzo, l’ammicco, l’accennare senza approfondire, sono il sale quotidiano delle conversazioni in un mondo nel quale il confine tra realtà e menzogna, perpetuamente in movimento, non è nemmeno detto che sia rilevante. È un mondo che dovrebbe essere sempre aperto a recepire i segnali


Trent’anni fa XIX

che provengono dalla società – dal «fuori» – ma che spesso è più chiuso di quanto non s’immagini nella sua sostanziale autoreferenzialità (ma come è caduta la Prima repubblica!?). Questo consolidato e ben collaudato modo di vivere e di pensare venne messo completamente a soqquadro dalla pubblicazione delle liste a seguito dell’iniziativa dei magistrati (un input, cioè, che veniva dal «fuori»). In esse era consegnato uno spicchio rilevante della classe dirigente del paese ai più alti livelli e vi apparivano inoltre decine di nomi degli stessi attori e frequentatori di quel mondo. Si aprivano scenari di contatti e di legami che anche i più informati mai avrebbero supposto, ma quel che è più grave: appariva che il nocciolo duro del potere era forse allocato altrove, al di là e al di fuori delle sedi conosciute. Se le liste erano vere ciò voleva dire che sino ad allora non si era capito veramente lo stato reale delle cose. Forse qualcuno, tra i più avvertiti, aveva subodorato l’esistenza del fenomeno, ma la differenza radicale, e direi quasi oltraggiosa, imposta da quegli elenchi era che con essi bisognava fare i conti perché non ci si trovava di fronte all’abituale «sai cosa ho saputo...» o al «mi dicono che...» con i quali si poteva dire e non dire. Qui al contrario c’era tanto di tabulati, precisi e ben ordinati, con tanto di nomi accompagnati dal loro bravo numero di tessera. Si usciva, in altri termini, dall’area indistinta del pettegolezzo e della supposizione per entrare («orrore!») in quella della certezza, di una realtà sinora sconosciuta. Di fronte agli elenchi del venerabile Gelli delle due, l’una: o erano in tutto autentici, o erano in tutto un falso. Tertium non datur. Se essi, inoltre, come tutto induceva a ritenere, erano autentici il loro messaggio – boccone amaro da digerire non solo per il pubblico profano, ma anche e ancor più per gli addetti ai lavori – era che accanto e dietro alla realtà rappresentata e recitata quotidianamente se ne celava un’altra che, proprio perché nascosta e segreta, poteva portare ovunque e


XX

La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi

cioè a esiti e conclusioni che normalmente si sarebbe potuto bollare come «fantapolitica» e che adesso invece diventavano, dolorosamente, se non veri almeno verosimili. Si svelava l’esistenza di una doppia realtà che proprio perché tenuta accuratamente nascosta minacciava di diventare l’unica vera realtà, lasciando a quella di facciata, al massimo, la scelta di rappresentare a seconda dei casi una farsa o una tragedia. Non sembri questo ultimo termine eccessivo perché non bisogna mai dimenticare che il nostro è comunque un paese – unico tra le democrazie occidentali con le quali ci confrontiamo – nel quale, pur in tempo di pace, tanto sangue innocente è stato versato senza che, sino a oggi, sia stata fornita una risposta esauriente e definitiva. Un elenco di nomi e di luoghi, pur non completo: piazza Fontana (Milano), piazza della Loggia (Brescia), Italicus (in provincia di Bologna), stazione di Bologna, delitto Moro. Queste tragedie non sono il parto della fantasia di qualche sceneggiatore hollywoodiano, questa non è fiction, ma dura realtà: una lunga striscia di sangue incisa nel corpo vivo di un popolo di per sé mite e pacifico che il destino, o se volete la Storia, aveva collocato sul crinale di divisione tra due mondi – Est/Ovest, comunismo/capitalismo – in guerra tra loro. Che poi essa fosse «fredda», nulla toglie che pur sempre guerra fosse, e che come ogni guerra anch’essa abbia preteso il suo tributo di vite umane, e che questo tributo sia stato pesantemente versato anche dalla nazione italiana. Lasciamo ai cervelli in affitto e ai tuttologi da un tanto al chilo di discettare con supponente ironia sulle «dietrologie» e su chi le insegue. Hic Rhodus, hic salta: finché non si sarà dato un nome a chi eseguì, a chi pianificò, a chi ordinò, a chi favorì, a chi mancò di prevenire, a chi venne meno al dovere di tutelare cittadini innocenti, qualsiasi ipotesi potrà e dovrà essere presa in considerazione. E questo non sarà andare a cercare «dietro» per il semplice motivo che «davanti» non c’è che vuota chiacchiera.


Trent’anni fa XXI

La linea difensiva Si può così comprendere come la pubblicazione degli elenchi della P2 apparve un evento «sovversivo», usando il termine nella sua accezione letterale. Sovversivo proprio perché sovvertiva certezze consolidate o spacciate per tali, interpretazioni accuratamente preparate e ammannite come le uniche ragionevoli, ricette sapientemente dosate: il tutto al fine di fornire un quadro il più semplificato e rassicurante da presentare a quel pericoloso animale che è il cittadino elettore. I corifei del «pensiero benpensante» diedero il via alle manovre di contenimento intonando il peana del «non ci mettiamo a inseguire fantasmi» o «gli italiani amano vedere complotti dappertutto» e via dicendo. Né mancò naturalmente la reazione di chi puntava l’indice contro il pericolo della sovversione di matrice comunista, della quale i magistrati erano complici o succubi, secondo una linea interpretativa, che trova spazio praticamente solo nel nostro paese. Secondo questa linea – di «pensiero»? – viene sempre sistematicamente scartata (ma direi nemmeno presa in considerazione) l’ipotesi che dei giudici che cercano di fare il loro mestiere, e cioè far rispettare la legge, forse in fondo stanno facendo soltanto il loro lavoro. È questa una vera e propria idiosincrasia che ben ci spiega Ennio Flaiano, gran conoscitore dei vizi e delle virtù del nostro popolo, quando osserva: «L’italiano ha un solo vero nemico: l’arbitro delle partite di calcio, perché emette un giudizio». Alla fine tre furono gli argini che vennero approntati per fronteggiare la situazione. La prima linea del Piave fu quella della completa inattendibilità e falsità delle liste. Che esse fossero veritiere e in tutto autentiche è però dimostrato, oltre che dalle argomentazioni della relazione Anselmi, dal seguente argomento al quale all’epoca della sua redazione non ponemmo mente: poiché


XXII La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi

gli iscritti dichiaravano la loro estraneità all’organizzazione rimane allora da spiegare per quale ragione in nessun caso essi non abbiano rivolto i loro strali contro Licio Gelli, che a questo punto avrebbe inserito abusivamente il loro nome negli elenchi. L’invettiva era invece sempre rivolta soltanto contro chi aveva scoperto o pubblicato le liste, mentre tutti si guardavano bene dall’attaccare l’autore di quelle liste che, se non vere come essi sostenevano, altro non era che un falsario che con la sua attività aveva finito per provocare loro un non lieve danno. Eppure non una querela, non un’azione di risarcimento danni venne intentata nei confronti del Venerabile! La seconda linea di difesa, la più accorta e quindi la più insidiosa, era quella per cui la Loggia P2 altro non era che un «comitato di affari». Rimane allora da spiegare perché un’organizzazione il cui core business fosse quello affaristico si trovava così piena di militari in genere, di generali (molti dei carabinieri) e di politici. Il tutto per circa un terzo del totale degli iscritti emersi. Una tipologia di personale che sembra ben più adatta per operazioni di tipo golpistico o paragolpistico e che comunque aveva una valenza prima di ogni altra cosa politica. La terza linea di difesa fu quella che Roberto Saviano ha ben descritto come la «macchina del fango». Questa macchina infernale obbedisce alla legge generale della verosimiglianza. Vale a dire: una cosa detta e fatta circolare in un più vasto circuito di persone può all’origine essere vera o falsa, ma in seguito questo elemento diventa un particolare del tutto ininfluente perché «se lo dicono qualche cosa ci sarà di pur vero». Alla fine si arriva così alla paradossale conclusione che il «come se fosse vero» equivale in tutto e per tutto al «è vero». Un principio che nel melodramma il genio rossiniano ha consacrato nella celebre cavatina: «La calunnia è un venticello...».


Trent’anni fa XXIII

Depistaggi e indiscrezioni Un esempio per tutti, durante i lavori della Commissione, il quotidiano che seguì con più attenzione la vicenda P2 fu «la Repubblica», tanto che alcuni sostengono che il decollo definitivo del giornale fu in parte dovuto all’impegno con il quale aveva tenuto informata l’opinione pubblica di tutta questa storia. Orbene, come si potrà vedere nelle carte dell’Anselmi, non mancò chi ci venne a fornire l’indiscrezione, riservata naturalmente, dell’iscrizione di Carlo de Benedetti alla Loggia P2. Tenuto conto che egli era il principale finanziatore del quotidiano, o si abbraccia l’ipotesi di un caso di marcata schizofrenia oppure è evidente che si trattava di nient’altro che di uno dei tanti depistaggi. Durante gli oltre due anni di lavoro la Commissione, la sua presidente, i suoi collaboratori furono la «buca delle lettere» nella quale i più vari personaggi andavano a depositare le loro indiscrezioni, le loro confidenze, le loro soffiate. Una processione sempre rinnovata di personaggi che ti avvicinavano con il «lei non immagina che...» fino all’ineffabile «qui lo dico e qui lo nego», e che cercavano di coinvolgere i nomi più disparati con le notizie più incredibili. Debbo dire che con particolare riferimento alla consistenza degli elenchi la situazione non era priva di un suo risvolto umoristico visto che tutti coloro che vi erano compresi ne volevano uscire, mentre noi eravamo assediati da tanti «amici» che ci proponevano nomi da fare entrare. Un traffico in entrata e in uscita che alla fine prendevamo per quel che valeva. Di tutta questa situazione, di tutto questo agitarsi, l’Anselmi armata in primo luogo di un suo rustico buonsenso teneva diligentemente nota nelle sue carte, quelle che Anna Vinci con passione e tenacia ha portato alla pubblicazione. Mentre ciò faceva ella era perfettamente consapevole che i materiali conoscitivi che le venivano offerti non erano assolutamente da prendere per oro colato, ma d’altro canto


XXIV La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi

riteneva, giustamente, suo preciso dovere non tralasciare nulla di intentato e che nessuna voce dovesse restare inascoltata. In tale spirito vanno lette queste carte, con la consapevolezza cioè che tra le fandonie spesso sia dato trovare elementi di verità e di autenticità. La macchina del fango richiede infatti, per adempiere in pieno alla sua funzione, l’esistenza, anche episodica, di qualcosa di vero e di esatto, perché è proprio questo elemento che con la sua presenza rende possibile dare credibilità all’intero cumulo di menzogne nel quale esso viene sapientemente avviluppato. Se un avviso al lettore che si avvicina a questo materiale mi è consentito dare è quello di «maneggiare con cura». Se così non fosse egli altro non farebbe che entrare inconsapevolmente nel meccanismo allucinato della macchina del fango. Posto questo in chiaro voglio sottolineare una seconda chiave di lettura, credo di non minore rilievo. Con il suo paziente lavoro Tina Anselmi ci consegna l’impareggiabile testimonianza di una varia umanità, testimonianza tanto più veridica proprio perché registrata in presa diretta. Emerge da queste carte l’affresco fedele di un mondo nel quale parole, idee, valori, principi vengono gettati indistintamente in un frullatore la cui funzione è quella di produrre una poltiglia indistinta che impedisce ogni giudizio, sicché tutto si fermi allo statu quo e nulla possa veramente cambiare. A volte ritornano Per chi come me ha vissuto quegli anni accanto all’Anselmi e ha avuto esperienza diretta di quel mondo, il valore di queste carte è quello di una ricognizione antropologica di un mondo e di una realtà che i non addetti ai lavori possono difficilmente arrivare a immaginare: l’altra faccia della luna, quella che, seppur nascosta, è pur sempre presente. In proposito si vedrà come in esse si ritrovino nomi ancora


Trent’anni fa XXV

presenti sulla scena odierna, all’insegna del «a volte ritornano». Se molti altri sono usciti, per così dire, dal giro, non si preoccupi il lettore di queste carte, perché le parti in commedia e il copione sono rimasti invariati. Questo vuol dire che quando si ascoltano discorsi sul «nuovo corso» delle cose, sull’abbandono della «vecchia politica», con relative promesse di edificazione di una diversa e salvifica realtà, ci si trova più probabilmente soltanto di fronte a un normale avvicendamento del personale di scena. Unica apprezzabile novità rimanendo, la comparsa del nome di un nuovo capocomico sulle locandine. Quando a Confucio chiesero quale sarebbe stato il primo provvedimento che avrebbe preso, il giorno nel quale il principe lo avesse chiamato a un incarico di responsabilità, il saggio cinese rispose: «Ristabilire il nome appropriato delle cose». L’uso distorto delle parole – che Gianrico Carofiglio chiama la «manomissione delle parole» – è la prima e la più perniciosa fra tutte: la corruzione delle menti. Chi ne vuole un esempio, legga la lettera di Licio Gelli indirizzata al presidente della Repubblica Francesco Cossiga, e mentre la legge ponga mente alla discrasia tra le parole altisonanti del testo e la realtà, ben meno nobile, a esse sottostante. Per chi corrompe le menti si apre così la strada per arrivare alle coscienze: la corruzione economica su cui tutti si soffermano non ne è che l’ultima e scontata conseguenza. Ecco il primato della politica: altro che «comitato d’affari». L’intendance suivra. Si comprende allora, nel suo più profondo significato, la valenza politica della relazione Anselmi: un testo nel quale si afferma, a chiare lettere e senza possibilità di equivoci, che il bianco è bianco e il nero è nero, e che non è vero che tutto si equivale e che il colore dominante è il grigio. Mentre lavoravamo alla redazione del testo, Tina Anselmi diceva che noi non dovevamo lavorare per la Storia. Questo


XXVI La P2 nei diari segreti di Tina Anselmi

perché evidentemente sperava che la sua attività incidesse più sensibilmente nella realtà politica del paese. Un pessimista sarebbe portato a dire che così non fu. Ma se pensiamo a un paese nel quale, se ritieni che le azioni umane vadano valutate eticamente ti si dà, con intonazione dispregiativa, del «moralista» (chi sa mai perché?), e se credi che le norme di legge vadano rispettate e fatte applicare, vieni tacciato di «giustizialismo» (cosa vorrà mai dire?), allora anche scrivere soltanto per la Storia può essere di qualche utilità se serve a ridare a ogni cosa il suo giusto nome, al fine di poter non solo giudicare il passato, ma per dotarsi di una bussola con la quale orientarsi nel presente, perché, come è stato detto, la Storia non si ripete mai, ma spesso fa rima.


LA P2  

A trent’anni dalla scoperta della P2, per la prima volta disponibili gli appunti privati di Tina Anselmi, presidente della Commissione parla...

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