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PRINCIPIO ATTIVO Inchieste e reportage


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Autori e amici di

chiarelettere


– Per caso l’uomo dell’entourage di Berlusconi di cui mi parlavi è Dell’Utri? – Colonnello, ma se lei le cose le capisce, che me le chiede a fare? Colloquio tra Michele Riccio e Luigi Ilardo, estate 1995.

PRETESTO 1 f pagina 202


– Quanti sono gli italiani mafiosi? Noi non vogliamo che un centinaio di persone diano un’immagine negativa dell’Italia nel mondo. Silvio Berlusconi, 14 ottobre 1994.

– Ha ragione il presidente Berlusconi. Queste cose sono invenzioni che discreditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Totò Riina, dall’aula di Giustizia di Reggio Calabria, 20 ottobre 1994.

PRETESTO 2 f pagina 37


“Forse riesco a risolvere le mie cose, si è aperta una strada importante. Sono stato incaricato da persone altolocate di trattare con alcuni personaggi dell’altra sponda per evitare che questa sia una mattanza.” Vito Ciancimino al figlio Giovanni, avvocato, in una conversazione privata rivelata da Giovanni Ciancimino ai magistrati di Palermo nel settembre 2009 e datata dallo stesso Giovanni Ciancimino in un periodo successivo alla strage di Capaci ma precedente a via D’Amelio.

PRETESTO 3 f pagina 113


20 luglio 1992. Sono passate poco più di dodici ore dall’eccidio. Due agenti della Criminalpol venuti da fuori sono in via D’Amelio. La prima cosa che cercano di capire è dove si siano appostati gli attentatori con il telecomando che ha fatto esplodere l’autobomba. I due escludono subito i palazzi che si affacciano su quel tratto della strada: sono sventrati, se si fossero posizionati lì, i killer si sarebbero esposti a un rischio troppo alto. Lo sguardo si posa poco più in là, oltre un muro che separa la via da un grande giardino. Gli agenti mettono a fuoco un palazzo di dodici piani appena edificato. Percorrono poco più di cinquanta metri, entrano nello stabile e salgono le scale. Si imbattono nei due costruttori del palazzo, i fratelli Graziano. Si fanno portare nel loro ufficio e abbozzano una sorta di interrogatorio. “Avete visto qualcosa?” Poi chiedono loro i documenti per un controllo via radio: vogliono sapere se hanno precedenti. Nell’attesa, uno dei poliziotti sale fino alla terrazza, rendendosi subito conto che da lì la visuale su via D’Amelio è perfetta. Per terra, nota un mucchio di cicche. Dalla centrale intanto comunicano che i costruttori sono schedati come mafiosi. Sono due dei sei fratelli Graziano, una progenie di imprenditori edili legati ai Madonia e ai Galatolo... Ce n’è abbastanza per portarli in PRETESTO 4 f pagine 282-284


centrale e proseguire gli accertamenti, ma sopraggiunge all’improvviso una squadra di poliziotti. “Colleghi, è tutto a posto. Ce ne occupiamo noi, adesso”, dicono ai due agenti della Criminalpol. Che se ne vanno perplessi, fanno ritorno in centrale e stilano comunque un rapporto dettagliato. L’indomani ricevono un ordine di servizio: devono rientrare al comando di origine. Il loro lavoro a Palermo è concluso. Dei fratelli costruttori qualche mese dopo la strage parlano pentiti del calibro di Gaspare Mutolo e Francesco Marino Mannoia... La testimonianza degli agenti della Criminalpol è finita oggi nella nuova inchiesta della Procura di Caltanissetta sulla morte di Borsellino e della sua scorta. Per tutti questi anni i due poliziotti hanno creduto che qualcuno avesse vagliato il loro rapporto, che quella pista fosse stata battuta. Invece il rapporto è sparito dalla questura di Palermo. Le indagini hanno però appurato che nel palazzo, poche ore dopo che gli agenti della Criminalpol si erano allontanati, era arrivato un gruppo di carabinieri. Nella loro relazione risulta tutto a posto, tutto normale. E il palazzo della mafia su via D’Amelio sparisce. Come l’agenda rossa di Paolo Borsellino.


Š Chiarelettere editore srl Soci: Gruppo editoriale Mauri Spagnol Spa Lorenzo Fazio (direttore editoriale) Sandro Parenzo Guido Roberto Vitale (con Paolonia Immobiliare Spa) Sede: Via Guerrazzi, 9 - Milano ISBN 978-88-6190-074-5 Prima edizione: gennaio 2010

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Nicola Biondo Sigfrido Ranucci

Il patto

chiarelettere


Sommario

Prefazione di Marco Travaglio

XIII

IL PATTO

Avvertenza

5

Prima parte L’infiltrato

7

Carissimo zio, 9 - Quello che viene prima, 17 - La prima telefonata, 29 - Il contesto, 34 - Il lavoro di un infiltrato, 40 - Il carteggio con Provenzano, 52 - L’incontro con Provenzano, 60 - Il mancato arresto, 65

Seconda parte Il covo di Stato

75

Operazione Belva, 77 - I misteri del covo, 92

Terza parte La trattativa Nel salotto di Vito Ciancimino, 103 - Borsellino sapeva?, 117 La versione di don Vito e il mistero dell’agenda rossa, 127 - Una trattativa, due punti di vista, 134 - Paolo Bellini, la primula nera, 143 - Quattro bombe per un dialogo, 150 - L’effetto della trattativa, 156 - Le mosse di don Vito, 165

101


Quarta parte Il patto

179

Traghettamenti: dalla Prima alla Seconda repubblica, 181 Fuori i nomi, 195 - Marcello Dell’Utri. Il «compaesano», 202 Ego te absolvo, 218 - Le leggi per i «bravi ragazzi», 226

Quinta parte Facce da mostro

231

Cosa nostra, i servizi segreti, le stragi, 233 - Faccia da mostro, 251 - Delitti eccellenti, 259 - Il golpe di Capaci, 268 - Via D’Amelio, fantasmi e bugie, 278

Sesta parte Morte di un infiltrato

285

La fine di Luigi Ilardo, 287 - Quello che viene dopo, 305

Fonti e documentazione

327

Fonti bibliografiche

329

Indice dei nomi

331


Prefazione

di Marco Travaglio

Basta mettere in fila i fatti A un certo punto del loro racconto, Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci buttano lì una frase che è la chiave del libro: «Sarà un caso, ma dal 1994 in Italia non si è più verificata una strage». Poco più avanti, ricordano quando Salvatore Riina, dalla gabbia del processo Scopelliti, il 25 maggio 1994 diede la linea al primo governo Berlusconi appena insediato: «C’è tutta questa combriccola, il signor Caselli, il signor Violante, questo Arlacchi che scrive libri... Ecco, secondo me il nuovo governo si deve guardare dagli attacchi di questi comunista (sic)». Cinque mesi dopo il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi dichiarò da Mosca: «Speriamo di non fare più queste cose sulla mafia, perché questo è stato un disastro che abbiamo combinato insieme in giro per il mondo. Dalla Piovra in giù. Non ce ne siamo resi conto, ma tutto questo ha dato del nostro paese un’immagine veramente negativa. Quanti sono gli italiani mafiosi? Noi non vogliamo che un centinaio di persone diano un’immagine negativa nel mondo». Sei giorni dopo, dalla solita gabbia, Riina gli rispose a tono: «È vero, ha ragione il presidente Berlusconi. Queste cose sono invenzioni, tutte cose da tragediatori che discreditano l’Italia e la nostra bella Sicilia. Si dicono tante cose cattive con questa storia di Cosa nostra, della mafia, che fanno scappare la gente. Ma quale mafia, quale piovra! Sono romanzi... Andreotti è un tragediato come sono tragediato io. E Carnevale più tragediato ancora. Questi pentiti accusano perché sono pagati, prendono soldi». Quattordici anni dopo, alla vigilia delle elezioni del 12 aprile


XIV

Il patto

2008 che l’avrebbero consacrato premier per la terza volta, il Cavaliere poté essere ancora più esplicito di un tempo, avendo assuefatto gli italiani a digerire tutto, anche i sassi, anche la beatificazione di un mafioso sanguinario morto con una condanna per mafia, una per droga e una in primo grado all’ergastolo per duplice omicidio: «Mangano era un eroe». Ora che, dall’estate del 2009, tutti (o quasi) parlano delle trattative fra Stato e mafia che diedero il via libera alla Seconda Repubblica – mentre Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, i ragazzi delle scorte e i cittadini inermi di Milano, Firenze e Roma saltavano in aria e gli uomini del cosiddetto Stato facevano la faccia feroce in Parlamento e la faccia commossa ai funerali – è tutto un fiorire di «misteri», «veleni», «ombre», «interrogativi». Ma io non vedo alcun mistero. Alcun veleno. Alcun’ombra. Alcun interrogativo. A me pare tutto così chiaro. Basta mettere in fila i fatti. Incollarli l’uno all’altro in ordine cronologico. Poi riavvolgere il nastro e vedere il film tutto intero. Il film che questo libro prezioso ci restituisce in tutti i suoi fotogrammi. Almeno in quelli fin qui noti, che comunque bastano e avanzano per capire tutto. Perché si parla di quei fatti solo 17 anni dopo, anche se i nove decimi delle cose che vengono spacciate da giornali e tv come nuove, sono vecchie come il cucco? Massimo Ciancimino, ad Annozero, ha dato una risposta efficace: «Io non sono mica come gli ospiti di Gigi Marzullo, che si fanno una domanda e si danno una risposta. Se certe cose non me le ha chieste nessuno, perché avrei dovuto raccontarle io?». A quel punto c’era da attendersi che sciami di giornalisti si precipitassero da colui che quelle domande non fece, o non fece fare: il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso, che era procuratore capo di Palermo quando partì l’indagine su Ciancimino jr. Perché né lui, né il suo fedelissimo aggiunto Giuseppe Pignatone né i solerti sostituti che seguivano l’inchiesta rivolsero mai una sola domanda al figlio di don Vito sulla trattativa intrecciata da suo padre con i carabinieri del Ros durante e dopo le stragi del 1992? Così, tanto per sapere se lui non ne sapesse qualcosa. Eppure fior di pentiti avevano parlato di quella trattativa. E perché, per fare quelle fatidiche domande, la Procura di Palermo dovette attendere di cambiare capo, nella persona del dottor Francesco Messineo, che riportò nel pool antima-


Prefazione

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fia i magistrati che il dottor Grasso e il Csm avevano a suo tempo allontanato? L’unica spiegazione, volendo escludere la malafede (per carità), è che il dottor Grasso e i suoi fedelissimi credessero nelle coincidenze. Perché di coincidenze il nostro film è costellato dalla prima all’ultima scena. È proprio un monumento a Santa Coincidenza.

A partire dal 1992 Il 30 gennaio 1992 la Cassazione conferma a sorpresa le condanne dei boss al maxiprocesso. Totò Riina fa ammazzare Salvo Lima e Ignazio Salvo, i plenipotenziari siciliani di Giulio Andreotti: o i due avevano promesso l’assoluzione ai boss e non hanno mantenuto, oppure il doppio omicidio è una coincidenza. Il 23 maggio, mentre infuria Tangentopoli, il Parlamento si appresta a eleggere il capo del governo Andreotti presidente della Repubblica. Ma proprio quel giorno viene ucciso Giovanni Falcone, con moglie e scorta. Falcone lavorava nel governo Andreotti. Andreotti si ritira dalla corsa al Quirinale e viene eletto Oscar Luigi Scalfaro, anche lui democristiano, ma perbene. Altra coincidenza. Dopo la strage di Capaci i ministri dell’Interno Enzo Scotti e della Giustizia Claudio Martelli preparano un decreto antimafia: benefici ai mafiosi pentiti, articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario sul carcere duro. Ma al bastone lo Stato fa subito seguire la carota: a fine giugno due ufficiali del Ros dei carabinieri, Mori e De Donno, vanno a trovare l’ex sindaco di Palermo, Vito Ciancimino, condannato per mafia, perché faccia da tramite fra loro e i suoi amici e compaesani corleonesi Totò Riina e Bernardo Provenzano, numero uno e due di Cosa nostra. E il nuovo governo di Giuliano Amato cambia in corsa il ministro dell’Interno: via Scotti, che aveva fatto così bene contro la mafia in tandem con Martelli, arriva Nicola Mancino. Tentano di far fuori anche Martelli, ma alla fine non ci riescono. Intanto il decreto antimafia si arena in Parlamento e non viene convertito in legge. Altra coincidenza. Il 25 giugno Borsellino incontra Mori e De Donno nella caserma Carini di Palermo. Incontro segretissimo, ma i due ufficiali diranno di non avergli parlato della trattativa con la mafia. Strano,


XVI

Il patto

perché nell’autunno del 2009 Martelli dirà ad Annozero che tre giorni prima Liliana Ferraro, magistrato e funzionario del ministero della Giustizia, aveva saputo da De Donno della trattativa e ne aveva subito informato Borsellino. Possibile che questi, incontrando Mori e De Donno tre giorni dopo, non abbia chiesto loro nulla in merito? Il 1° luglio Paolo Borsellino è a Roma per interrogare un nuovo pentito, Gaspare Mutolo. Il quale gli preannuncia di voler parlare dei rapporti che intrattengono con la mafia due giudici, Corrado Carnevale e Domenico Signorino, e del numero tre del Sisde, Bruno Contrada. Mentre il giudice verbalizza, viene chiamato al ministero dell’Interno, dove si sta insediando Mancino. Il collega Vittorio Aliquò, che lo accompagna, dice di averlo lasciato sulla porta del ministro Mancino. Al suo ritorno dal Viminale, Mutolo lo vede sconvolto: il giudice fuma due sigarette alla volta e gli spiega che Parisi gli ha fatto incontrare Contrada. Nell’agenda grigia, dove segna gli incontri della giornata trascorsa, quella sera Borsellino annoterà: «Ore 18.30 Parisi [Vincenzo, il capo della polizia, nda]; 19.30 Mancino». Oggi Parisi è morto. Mancino invece è vicepresidente del Csm e nega di aver incontrato Borsellino. Al massimo una stretta di mano, ma non ricorda, come se Borsellino fosse uno sconosciuto e non il magistrato più famoso dopo la morte di Falcone. L’ex pm Giuseppe Ayala, nell’estate del 2009, dirà che Mancino gli giurò di aver incontrato Borsellino e gli mostrò l’agenda con l’annotazione dell’incontro, ma poi cambia idea: dice che Mancino gli mostrò l’agenda per dimostrare che il 1° luglio 1992 non aveva annotato alcun appuntamento. Forse Borsellino mentiva a se stesso sull’agenda grigia? Potremmo forse saperne di più consultando l’altra agenda di Borsellino, quella rossa, nella quale annotava tutti gli sviluppi delle sue indagini. Ma l’agenda rossa è sparita dalla scena di via D’Amelio, subito dopo l’attentato. Altra coincidenza. Il 19 luglio salta in aria anche Borsellino con la scorta, dinanzi alla casa della madre, anche perché prefetto e questore di Palermo non avevano pensato di chiudere la zona al traffico, visto che il giudice vi si recava ogni domenica. Il Parlamento, a furor di popolo, è costretto a riesumare in tutta fretta il decreto antimafia che ormai giaceva dimenticato e a convertirlo in legge. Per Cosa nostra, la se-


Prefazione

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conda strage a 57 giorni dalla prima è un autogol clamoroso. Infatti tutti gli uomini di Riina, ora pentiti, giurano che la strage Borsellino non era in programma: ma arrivò un input dall’esterno e Riina lo raccolse, sentendosi evidentemente le spalle coperte. Secondo la Corte d’assise d’appello di Caltanissetta che ha condannato 13 boss ad altrettanti ergastoli per via D’Amelio (sentenza poi confermata in Cassazione), Borsellino fu sacrificato perché era stato informato della trattativa e si era opposto; e perché qualcuno aveva saputo di una sua intervista mai trasmessa, rilasciata due giorni prima di Capaci, a due giornalisti francesi di Canal Plus, sulle indagini ancora in corso a Palermo sui rapporti fra Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri e lo stalliere mafioso Vittorio Mangano. Altra coincidenza.

La trattativa Eliminato Borsellino, la trattativa del Ros con Ciancimino prosegue per tutta l’estate e l’autunno. Riina, secondo il figlio di Ciancimino, fa recapitare a Mori e ad altri referenti politici un «papello» con le richieste della mafia per finirla con le stragi e far la pace con lo Stato: via il 41 bis (il carcere duro nelle isole di Pianosa e Asinara), via i pentiti, via l’ergastolo, via il sequestro dei beni, «dissociazione» modello Br, revisione delle condanne del «maxi». Brusca e Ciancimino jr. dicono che don Vito, per seguitare a fare da tramite, pretese una copertura politica da Mancino per il governo e da Luciano Violante (allora presidente della Commissione parlamentare antimafia) per l’opposizione Pds. Mancino nega di averne mai saputo nulla. Violante invece ha ritrovato la memoria dopo 17 anni e ha detto che Mori gli chiese due volte di incontrare Ciancimino in segreto, ma di aver rifiutato perché l’incontro avrebbe dovuto avvenire a tu per tu, in via riservatissima, mentre lui lo voleva pubblico in Antimafia. Purtroppo ricorda male: Ciancimino aveva chiesto pubblicamente di esser sentito in Antimafia, ma la Commissione fece di tutto per non ascoltarlo. Poi, a metà dicembre, don Vito fu arrestato. Intanto Violante, guarda un po’ gli scherzi della memoria, si dimenticò di avvisare la Procura di Palermo, dove nel frattempo si era insediato come pro-


XVIII Il patto

curatore capo il suo vecchio amico Gian Carlo Caselli. Una dimenticanza che impedì a Caselli di indagare subito sulla trattativa Stato-mafia, bloccandola in itinere. Il 15 gennaio 1993 viene arrestato pure Riina. Dagli stessi uomini di Mori che trattava con Ciancimino, da sempre più legato a Provenzano che a Riina. Infatti Ciancimino ha sempre sostenuto di aver contribuito all’arresto in maniera decisiva; il figlio è stato ancora più esplicito: «Riina fu venduto da Provenzano ai carabinieri». Sta di fatto che poi il Ros non perquisisce il covo di Riina, ingannando la Procura di Caselli con la promessa di sorvegliare la casa giorno e notte, e lasciando che sia la mafia a fare la perquisizione e a portar via tutto quello che l’appartamento conteneva. Scomparsa, secondo alcuni pentiti fedelissimi di Riina, la cassaforte con le carte della trattativa con il Ros. Papello compreso. Gli uomini del Ros negano e parlano di «equivoco», facendo però un grave torto alla loro abilità di investigatori. La spiegazione alternativa, è la solita serie di maledette coincidenze. Massimo Ciancimino sostiene che a quel punto, arrestati Riina e Ciancimino, la trattativa la prese in mano Dell’Utri, che stava creando Forza Italia. Nell’estate del 2009, da uno scatolone dimenticato alla Procura di Palermo ai tempi di Grasso, salterà fuori il lembo strappato di una lettera che Provenzano avrebbe scritto a Berlusconi, chiamandolo «onorevole» (dunque nel periodo in cui era già in politica o stava per entrarci, tra la fine del 1993 e il 1994), promettendogli appoggio politico in cambio della messa a disposizione di una televisione Fininvest e minacciando in caso contrario un «triste evento», forse un attentato al figlio Piersilvio. Ciancimino jr. quella lettera se la ricorda intera e dice che, nella parte mancante, c’era il nome di Dell’Utri come postino che doveva consegnarla al Cavaliere, come aveva fatto altre due volte. Già, perché Ciancimino di lettere di Provenzano a Berlusconi ne ricorda almeno tre: una all’inizio degli anni Novanta, una alla vigilia delle stragi del ’92, e poi quella all’«onorevole». Siccome poi Piersilvio non ha subito fortunatamente conseguenza alcuna da quelle minacce, sarebbe interessante sapere se Berlusconi ricevette la missiva e se per caso le diede qualche seguito. Gli attacchi forsennati all’antimafia, ai pentiti, ai magistrati scagliati da certi grisi targati Fininvest dal 1994 in poi fanno pensare che Cosa nostra non sia


Prefazione

XIX

rimasta completamente insoddisfatta. A meno che, si capisce, anche quelli fossero una coincidenza. Nell’estate del 1993, le bombe di Milano, Firenze e Roma. Poi la mafia smette di sparare. A novembre annulla un mega-attentato contro i carabinieri allo stadio Olimpico. Sempre a novembre, a due mesi dalla «discesa in campo» del Cavaliere e a quattro dalle elezioni poi vinte da Forza Italia, le agende di Dell’Utri registrano due appuntamenti con Mangano (da poco uscito da 11 anni di galera) a Milano, nella sede di Publitalia dove sta nascendo il nuovo partito. Forse anche Dell’Utri mentiva alle sue agende. O forse anche questa è una coincidenza. «Sarà un caso, ma dal 1994 in Italia non si è più verificata una strage.» Nell’ottobre del 1995, secondo il racconto del colonnello Michele Riccio, il suo confidente mafioso Luigi Ilardo segnala la presenza di Provenzano in un casolare di Mezzojuso. Riccio avverte Mori, che però – sempre secondo il racconto dell’ufficiale, ritenuto credibile dal gip di Palermo che ha rinviato a giudizio il generale – fa di tutto per farsi scappare il boss, e ci riesce. I casi sono due: o Provenzano, dopo la trattativa andata a buon fine, è diventato un intoccabile padre della Patria, cofondatore della Seconda Repubblica, oppure anche questa è una coincidenza. Provenzano verrà arrestato (o consegnato, o autoconsegnato) solo 11 anni dopo, vecchio e malato, all’indomani delle elezioni del 2006, dalla polizia. Dopo i due governi-lampo di Berlusconi e di Lamberto Dini, nel 1996 l’Ulivo vince le elezioni, ma si mette subito d’accordo col Cavaliere per riformare la Costituzione (specie in materia di giudici) e vara una serie di controriforme «bipartisan» della giustizia, votate da destra e da sinistra amorevolmente abbracciate, alcune delle quali sembrano copiate pari pari dal papello di Riina: vengono chiuse le supercarceri di Pianosa e Asinara, simboli del 41 bis; vengono tolti quasi tutti i benefici ai pentiti, col risultato che quasi nessun mafioso troverà ancora conveniente collaborare con la giustizia; viene addirittura abolito l’ergastolo per i reati di strage estendendo anche a questi il rito abbreviato (che trasforma l’ergastolo in condanne a 30 anni, cioè – col sistema penitenziario italiano – a 20 anni, di cui la gran parte dei boss detenuti hanno già scontato la metà e sono così pronti a uscire per i primi permessi premio). Soltanto sull’ultima delle tre controriforme, grazie alle proteste dei fa-


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Il patto

miliari delle vittime della strage di Firenze, il governo del centrosinistra farà marcia indietro. Nel 2001, al Dipartimento amministrazione penitenziaria (Dap, la direzione delle carceri presso il ministero della Giustizia) giunge la proposta di concedere ai boss detenuti all’ergastolo la «dissociazione»: basterà che ammettano di essere mafiosi, che confessino i reati per i quali sono già stati condannati, e otterranno vari sconti di pena e la revoca del 41 bis, a costo zero, senza accusare nessuno né rivelare notizie utili agli inquirenti. È un altro punto qualificante del papello, ormai assurto a Costituzione materiale della Seconda Repubblica. Il procuratore nazionale Pier Luigi Vigna è favorevole, ma il direttore del Dap Gian Carlo Caselli e il capo dell’Ispettorato Alfonso Sabella sono contrari e bloccano la manovra. Nel 2002 però Caselli viene cacciato dal nuovo governo Berlusconi e sostituito con Giovanni Tinebra, ex procuratore di Caltanissetta, favorevole alla dissociazione. I boss si rifanno avanti, Sabella blocca di nuovo l’operazione, ma Tinebra lo mette alla porta. Nel 2005 Caselli tenterà di concorrere alla carica di nuovo procuratore nazionale antimafia, al posto dello scaduto Vigna. Ma il governo Berlusconi varerà una legge contra personam per tagliarlo fuori, favorendo così la nomina dell’altro candidato ormai senza concorrenti: Piero Grasso.

La memoria ritrovata Ma il diavolo fa le pentole, non i coperchi. E così a Palermo, al posto di Grasso, arriva Messineo. Che riporta in antimafia pm a suo tempo accantonati, come Antonio Ingroia e Roberto Scarpinato. I quali, insieme a Nino Di Matteo, riprendono i fili delle indagini interrotte per cinque anni sulla trattativa. E finalmente fanno le domande giuste a Ciancimino. Che dà le risposte giuste. Si aprono gli armadi e i cassetti: saltano fuori le intercettazioni mai trascritte sugli affari di molti politici siciliani con Ciancimino padre; affiorano finalmente le tre lettere di Provenzano a Berlusconi; il figlio di don Vito consegna il papello, profetico riassunto in 12 punti della politica giudiziaria dell’ultimo quindicennio; il pentito Gaspare Spatuzza fornisce altri tasselli decisivi sui mesi cruciali delle stragi e


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delle trattative. Parla persino Riina, sia pure a modo suo. Manca soltanto che parlino i politici, fino in fondo. Ma qualcuno ha cominciato, più «spintamente» che spontaneamente, a farlo. Uomini del centrosinistra, reduci della Prima Repubblica e trapiantati nella Seconda, sono stati costretti a ritrovare affannosamente la memoria. Non solo Violante, ma anche Claudio Martelli, con quella rivelazione ad Annozero su Borsellino informato della trattativa del Ros dalla giudice ministeriale Liliana Ferraro, altra memoria selettiva. E Berlusconi si è scagliato rabbioso contro le «procure deviate» che si permettono di riaprire le indagini sulle stragi, le trattative e i mandanti occulti: «cose vecchie» che lui sperava sepolte per sempre. Solo Fini, a destra, l’ha smentito: «Le indagini devono andare avanti, tanto non abbiamo nulla da nascondere...». Lui, forse. Fra i pochissimi. Perché – lo ripetiamo – «Sarà un caso, ma dal 1994 in Italia non si è più verificata una strage». Ora si spera che, dopo 18 anni trascorsi a obbedir tacendo, ritrovino un po’ di memoria e un po’ di coraggio anche quei carabinieri che la ragion di Stato e qualche politico ancora nell’ombra ha costretto per troppo tempo a combinarne e a dirne di tutti i colori. Forse bisogna attendere la fine della Seconda Repubblica per poterne aprire finalmente la scatola nera, come fu per la Prima con Tangentopoli. Forse il patto d’acciaio che lega i trattativisti della prima fase, legati all’Ancien Regime e traghettati nel «nuovo», e quelli della seconda fase che portò all’accordo e alla Pax Mafiosa è ancora troppo saldo per consentire spiragli di verità. Ma in quel monolite bipartisan cominciano ad aprirsi le prime crepe. E spetta alla libera informazione – di cui Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci sono un ottimo esempio – e alla società civile il compito di vigilare e possibilmente di spalancarle sempre di più. Alla fine la verità, come dimostra anche questo libro, è più forte di tutte le coincidenze, di tutte le censure, di tutte le ragion di Stato, di tutti i coperchi.



Il Patto