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«Non voglio essere un prodotto del mio ambiente, voglio che il mio ambiente sia un mio prodotto.» da «the departed», un film di martin scorsese










© Chiarelettere editore srl Soci: Gruppo editoriale Mauri Spagnol S.p.A. Lorenzo Fazio (direttore editoriale) Sandro Parenzo Guido Roberto Vitale (con Paolonia Immobiliare S.p.A.) Sede: via Guerrazzi 9, 20145 Milano isbn 978-88-6190-560-3 Prima edizione: aprile 2014 Il «Proscenio» è di Sergio Ponchione (Asti, 1975). Autore di fumetti e illustratore, ha pubblicato con vari editori come Sergio Bonelli, Coconino Press, Rizzoli, e su riviste fra cui «Linus», «Puck», «Internazionale» e «la Repubblica XL». È il creatore di Obliquomo e Grotesque, tradotti anche in Francia e Stati Uniti. Il suo ultimo albo si intitola DKW ed è edito da MoltiMedia/Comma 22. Con le sue opere ha vinto il Premio Gran Guinigi a Lucca Comics 2009 e il Premio Micheluzzi a Napoli Comicon 2012. www.chiarelettere.it blog / interviste / libri in uscita




Luigi Bisignani

Il direttore







Sommario

il direttore Prima parte. Il messaggio

5

Uno 7 – Due 11 – Tre 23 – Quattro 35 – Cinque 41 – Sei 45

Seconda parte. Area 71

51

Sette 53 – Otto 63 – Nove 75 – Dieci 82

Terza parte. Rachele

97

Undici 99 – Dodici 108 – Tredici 117 – Quattordici 128 – Quindici 135

Quarta parte. Il lato obliquo delle cose

139

Sedici 141 – Diciassette 147 – Diciotto 155 – Diciannove 167 – Venti 177 – Ventuno 183

Quinta parte. Una giornata di cinquanta ore

189

Ventidue 191 – Ventitré 200 – Ventiquattro 207 – Venticinque 218 – Ventisei 225 – Ventisette 232

Nei mesi successivi

239





il direttore


A Franci, e ai miei figli


Questo romanzo è frutto dell’immaginazione del suo autore. Ogni riferimento a fatti, nomi e persone reali, viventi o scomparse, è assolutamente casuale.


Prima parte

Il messaggio


Uno

Se ne stava appeso a una corda legata all’ultimo lampione del vecchio ponte sul Tevere, poco più di un fagotto pencolante nell’angolo tra l’arcata e il contrafforte della sponda. Fu una coppia scesa fin lì in piena notte per scambiarsi effusioni a lanciare l’allarme. Quando lo tirarono giù alle prime luci dell’alba, liberandolo dal cappio che gli stringeva il collo, gli uomini della Fluviale si trovarono davanti il corpo seminudo di un vecchio. Livido, gonfio, la faccia sfigurata. Grumi di sangue secco agli angoli della bocca. «Che mestiere di merda» esclamò uno degli agenti mentre lo infilavano a fatica in un sacco di plastica steso sul selciato, tra foglie marce ed escrementi di cane. Nessuno fece caso alle dita del cadavere, annerite sulla punta come carbone. A Lodovico Bogani non era mai piaciuto aspettare. A ottant’anni suonati cominciava a trovarlo insopportabile. «Alla mia età – faceva notare – il tempo è un valore non negoziabile.» Quando lo vide entrare nella saletta riservata del ristorante milanese Il Coriandolo, sollevò la testa scuotendola appena. «Scusi il ritardo, presidente» disse Mauro De Blasio. Da trent’anni almeno, da quando il banchiere lo aveva messo sotto la sua protezione e gli aveva fatto salire in fretta i gradini del mestiere fino alla guida di uno dei più importanti quotidiani del paese, De Blasio si sforzava di imitarne lo stile impeccabile.


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Il direttore

Dal modo distaccato di affrontare ogni situazione, agli abiti di Bardelli di un taglio sapientemente démodé. Con un cenno si rivolse al cameriere che attendeva in disparte: «Il solito, per favore». Bogani si accertò che il ragazzo uscisse mentre versava nel calice dell’ospite un Ronco delle Mele di Venica. Lui preferiva proseguire con un Sassicaia del ’97. «Sto aspettando la conferma» disse. Un’occhiata all’orologio. «Questione di minuti.» Bogani parlava lentamente, dosando le parole. «C’è bisogno di qualcosa che mi tolga da sotto i riflettori... Almeno tre settimane di tempo per sistemare quella questione antica che purtroppo, come ti avevo detto, con questa crisi finanziaria sta tornando d’attualità.» «Sarà anche più di questo, presidente. Ci sono tutte le premesse.» De Blasio osservò il suo commensale che tagliava con precisione e delicatezza lo Chateaubriand avec sauce béarnaise. Fece per proseguire ma l’altro, contravvenendo ai suoi modi sempre compiti, alzò la punta della forchetta in direzione della porta. Il cameriere era riapparso con la sua ordinazione. «Vorremmo non essere disturbati per i prossimi dieci minuti.» «Ma certo.» Fu in quel momento che il cellulare si mise a vibrare. «È il cardinale Aimone» annunciò De Blasio guardando il display. «Attivo il microfono.» «Ho buone notizie.» La voce, che arrivava da un antico convento al centro di Gerusalemme, era affaticata, sottile, e tradiva l’età avanzata. «La ascoltiamo, eminenza, sono qui con il presidente.» «È per domani mattina» comunicò. «L’ordine è partito.» «Chi altri ne è al corrente?» chiese De Blasio. La linea era disturbata, dal telefono uscì uno scricchiolio che poteva anche essere scambiato per un ghigno: «Mio caro direttore, sono tutti al buio, hai qualche ora di vantaggio. Piuttosto, per quell’altra questione?». De Blasio alzò gli occhi verso Bogani, che fece un impercettibile cenno di assenso.


Il messaggio

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«Può rassicurare il procuratore, eminenza, il suo nome per l’incarico è in cima alla lista.» «Buona serata, allora. E a presto.» Il banchiere aveva sistemato con cura le posate sul piatto e appoggiato con grazia eccessiva il tovagliolo di lino. De Blasio lo conosceva abbastanza per sapere che il vero motivo di quell’incontro sarebbe arrivato adesso. «Fai in modo che l’inchiesta venga enfatizzata nel modo giusto» disse infatti. Il direttore era preparato e rispose sicuro: «Abbiamo un canale privilegiato per gestire al meglio le informazioni, sia in entrata che in uscita». «Quella sciatta giornalista che mi hai voluto far conoscere riservatamente?» «Sì.» Dopo averlo fissato negli occhi qualche secondo, il presidente si alzò da tavola e si avviò verso la porta indossando il suo loden verde, e senza aggiungere altro uscì. Era il suo modo di lasciare la scena. Anche De Blasio accennò ad alzarsi, poi guardò il tiramisù rimasto nel piatto e cambiò idea. Del resto aveva bisogno di riflettere. La sua vita, una corsa di successo, era stata in realtà un capolavoro di funambolismo. Ma almeno con se stesso doveva essere sincero. Aveva capito presto che scrivere bene, avere fiuto per le notizie, sapersi vestire con eleganza, talvolta anche affettata, frequentare i salotti giusti e avere conversazioni amabili, non sarebbe stato comunque sufficiente per consentirgli di raggiungere il suo scopo: scalare i vertici di un grande quotidiano nazionale. Serviva qualcosa in più. E quel di più era stato Bogani, e tutto quel mondo, quel sistema di relazioni che attorno a lui si muoveva, e che sembrava cominciasse a scricchiolare paurosamente. La questione era seria, Bogani era stato chiaro. Gli antichi equilibri che avevano governato il paese negli ultimi quarant’anni davano ormai segni di cedimento che si moltiplicavano a velocità esponenziale. Era sotto gli occhi di tutti: il vero potere


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Il direttore

non esisteva più. Ciò che ne restava andava sfaldandosi nel più becero dei modi, una marmellata di attacchi e controffensive che le parti si lanciavano a vicenda nella ricerca affannosa di un nuovo sistema di rapporti. Anche i più giovani, che si affacciavano adesso sulla scena, erano tutti in lotta tra loro. Lui non era ricco, e di questo poteva farsi un vanto. Abitava sempre in affitto nella stessa casa e i quadri alle pareti, a differenza di quelli appesi nelle case dei suoi colleghi, non avevano valore. Con Bogani aveva cercato solo il potere, gli altri invece cercavano il denaro, molto denaro, e avevano finito per vendere, insieme alla loro anima, le loro azioni, diventando così soci apparenti od occulti di banchieri, finanzieri, industriali. Perché era anche vero, ormai, che alcuni direttori, da decenni sulle loro poltrone, altro non erano che dei dirigenti, strapagati e coccolati, al servizio di finti editori per cui la stampa era come un Far West. Una pistola fumante nella fondina per regolare conti, o una licenza per generare utili in altri settori o, peggio ancora, per cercare l’acquiescenza politica a operazioni sempre più scellerate. Guardò l’orologio, si era fatto tardi, gustò l’ultimo piacere del dolce e un po’ di cioccolata gli cadde sul polsino. Ebbe un breve moto d’irritazione, non sopportava di avere macchie addosso.



Il direttore