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Š 2013 Chiarelettere editore srl


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© 2013 Chiarelettere editore srl

Il libro

L’Italia è un paese sempre in cerca della verità, incapace di fare i conti col proprio passato. Il doppio livello non è la fotografia di una mente diabolica che avrebbe deciso i destini del nostro paese. Il doppio livello è un progetto di potere, chiaro e organizzatissimo, il cui esito finale è sempre stato quello di camuffare e coprire con «false bandiere» il reale corso degli avvenimenti. Non un contropotere, ma il potere tout court: cinico, invisibile, violento. In questo libro trovate i nomi e le biografie di chi è coinvolto nella destabilizzazione che ha segnato il nostro paese, da Portella della Ginestra fino ai delitti eccellenti di Falcone e Borsellino passando per piazza Fontana, l’Italicus, piazza della Loggia, la P2, Gladio... Un lavoro di ricostruzione durato anni che, senza dietrologie, collega piste disseminate in decine e decine di procedimenti giudiziari. Un materiale enorme, fatto anche di testimonianze inedite e decisive come quella di un ex appartenente a Gladio che molto sa sulle dinamiche della strage di Capaci e sul perché la mafia c’entri solo in parte. L’autrice racconta la nascita della cosiddetta Rete atlantica e come sia stato possibile che uomini della Nato


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Doppio livello

operativi nelle basi italiane e funzionari Cia abbiano stretto legami forti con appartenenti a gruppi neofascisti, da Ordine nuovo ad Avanguardia nazionale. Molti di questi diventeranno pedine dello stragismo. Il doppio livello cerca ambienti in cui infiltrarsi o da costruire ad hoc, come nel caso della P2. E uomini di fiducia, come Giulio Andreotti. Il libro dimostra che l’Italia è stata per anni eterodiretta, complice anche la fragilità istituzionale, e c’è già chi legge gli ultimi avvenimenti politici come una possibile ricaduta in un passato che a maggior ragione oggi non dobbiamo dimenticare. Stefania Limiti è nata a Roma ed è laureata in Scienze politiche. Giornalista professionista, ha collaborato con varie testate su temi di attualità politica. Con Chiarelettere ha pubblicato L’ANELLO DELLA REPUBBLICA (2009), più volte ristampato.


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Appendice II

Le Appendici al libro Doppio livello contengono materiali per consentire l’approfondimento di tre diversi argomenti: le operazioni sotto falsa bandiera (Appendice I), i rapporti tra il bancarottiere Michele Sindona e l’agente della Cia Carlo Rocchi (Appendice II), ed infine considerazioni sugli agenti di influenza basate sull’inchiesta della procura di Aosta conosciuta come Phoney Money (Appendice III).


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Carlo Rocchi e Michele Sindona

Nell’archivio del Sismi alla voce Carlo Rocchi c’è scritto, tra l’altro, che fu lui l’ultima persona a vedere vivo in carcere Michele Sindona, proprio qualche giorno prima che il bancarottiere di Platì morisse avvelenato. Strano: cosa ci faceva un agente Cia nella sala visite del carcere di massima sicurezza di Voghera? Nessuno poteva andare a trovare Michele Sindona. La visita ha qualcosa a che fare con la sua misteriosa fine? Michele Sindona, uomo passato dai fasti della suite all’Hotel Pierre di New York al braccio di massima sicurezza del carcere di Voghera, era precipitato in un’immensa solitudine dopo aver raggiunto le vette di un grande sogno di onnipotenza: aveva avuto tanti complici, aveva fatto tante vittime, ma non aveva più amici. Neanche uno dei tanti personaggi che giravano intorno al bancarottiere era presente al palazzo di Giustizia di Milano quando fu letta la sentenza che lo condannava all’ergastolo per aver ordinato l’assassinio, l’11 luglio 1979, dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana. Era il 19 marzo 1986.


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Appendice II7

Molti pensarono che Sindona stava per essere rispedito negli Stati Uniti, dove doveva scontare la pena di 25 anni di galera per gli imbrogli e i danni che stavano dietro al fallimento della Franklin National Bank, la banca che, nei suoi progetti, doveva lanciarlo nei grandi mercati finanziari degli States. Lui stesso contava di ritornare prestissimo nel carcere d’Oltreoceano: lo disse la sera della condanna ai microfoni di Enzo Biagi: «Non sono il mostro che è stato dipinto dai giornali. Voglio ritornare negli Stati Uniti». Negli States i rapporti con le autorità erano stati molto solidi per un periodo: nel 1971, grazie ai favori dell’ambasciatore Graham Martin, aveva voluto incontrare molti esponenti dell’amministrazione per «sensibilizzarli sulla situazione politica italiana e per convincerli della necessità di modificarla ricorrendo a mezzi democratici». Lo racconta anche ai giudici: era arrivato a proporre ai suoi amici l’acquisto di tre giornali italiani, il «Corriere della Sera», «Il Tempo» e «Il Messaggero». Venti milioni di dollari li avrebbe tirati fuori Sindona stesso, i restanti ottanta necessari all’operazione, già studiata nei dettagli, toccavano agli amici americani.1 Non se ne fece nulla perché scoppiò lo scandalo Watergate e l’amministrazione Nixon fu distratta da altre faccende. Durante la sua deposizione nell’aula del tribunale che doveva giudicarlo per l’omicidio Ambrosoli, Sindona non fa mistero delle sue reti: racconta dei suoi stretti rapporti con molti uomini chiave, dal capo della Cia a quello della Nato, Alexander Haig, futuro segretario di Stato. Non fa mistero che si muoveva con lo scopo dichiarato di modificare la situazione politica italiana, di emarginare 1

«Corriere della Sera», 1 ottobre 1985.


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Doppio livello

le sinistre. Raccontò poi che, per fare un favore alla Cia, trattò l’acquisto del quotidiano della comunità americana a Roma, il Rome Daily American. Glielo chiese direttamente l’ambasciatore Martin: «Ci serve la copertura di un italiano, lei è la persona ideale». Il suo sogno americano era iniziato del resto molti anni prima: soprannominato agli inizi della sua rapida carriera «l’avvocaticchio di Patti», Michele Sindona venne raccomandato agli Alleati sbarcati in Sicilia alla fine della Seconda guerra mondiale direttamente dal boss Lucky Luciano e subito cominciò a darsi da fare e intrattiene rapporti con l’AMGOT, il governo militare alleato. Alla fine degli anni Cinquanta Sindona «entra in rapporti professionali con esponenti della mafia italoamericana, tra cui Daniele “Dan” Porco che ha interessi anche in Italia»2 e tra le sue amicizie pericolose ci sono anche Vito Genovese e David Kennedy che ha un amico a Chicago, un sacerdote cattolico di origine lituana, di nome Markincus, futuro e potente capo dello Ior (Istituto per le Opere di Religione) con cui Sindona avvia un loschissimo sodalizio professionale. Secondo un ex contractor della Cia, Richard Brenneke (vedi Doppio livello, cap. 5), la Banca Privata di Sindona era stata una sorta di bancomat per la sua agenzia che «convogliava in Italia fondi che avevano a che fare con operazioni riconducibili a “entità formalmente nemiche” come la Libia, per allestire operazioni che non possono essere ricondotte al vero mandante».3 2

M. Guarino, F. Raugei, Gli anni del disonore, Dedalo, Bari 2006, pag. 113. 3 Ibidem, pag. 140.


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Appendice II9

Fino a poco tempo prima, molti avevano fatto carte false per lui. Basti ricordare i famosi «affidavit» messi in campo da Licio Gelli.4 Del resto, aveva aiutato molta gente, precorrendo i tempi, «occupandosi di ottimizzazione fiscale ante-litteram e offrendo strumenti di capitalismo finanziario all’epoca assolutamente sconosciuti agli ambienti conservatori della finanza italiana. Sindona sviluppò il meglio di questa sua capacità negli anni ’70, durante la grande accumulazione di capitali realizzata da Cosa Nostra attraverso l’egemonia acquisita nel traffico internazionale di eroina nel quale riuscì a mettere fuori gioco i Corsi, i Francesi, i Marsigliesi. Cosa Nostra in quegli anni sfrutta tutte le reti per invadere di droga gli Usa ottenendo in cambio che una grande massa di denaro arrivasse verso la Sicilia (Boris Giuliano, l’abile, indomito investigatore siciliano, è sulle tracce di questo 4

Gli affidavit sono dichiarazioni giurate che una decina di persone inviò negli Stati Uniti ai magistrati americani per testimoniare che il povero Sindona, accusato di bancarotta e di aver lasciato sul lastrico centinaia di clienti, era perseguitato dai magistrati italiani soltanto per la sua fede anticomunista. Tra i firmatari l’ex procuratore della Repubblica di Roma, Carmelo Spagnolo, l’imprenditrice Anna Bonomi Bolchini, Edgardo Sogno e Flavio Orlandi, ex segretario del Pdsi. Uno degli affidavit è firmato da Licio Gelli e dice: «Nella mia qualità di uomo d’affari sono conosciuto come anticomunista e sono al corrente degli attacchi dei comunisti contro Michele Sindona. È un bersaglio per loro e viene costantemente attaccato dalla stampa comunista. L’odio dei comunisti per Michele Sindona trova la sua origine nel fatto che egli è anticomunista e perché ha sempre appoggiato la libera impresa in un’Italia democratica». «Chi è questo Gelli?», si chiesero i magistrati italiani Colombo e Turone. Da lì iniziò la pista per scoprire la P2.


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Doppio livello

flusso di denaro quando viene freddato dal killer Leoluca Bagarella). Sindona, finanziere abile, moderno, laureato, conosce bene l’inglese, propone gli strumenti finanziari giusti per investire questi capitali (si parla di un giro di settecento miliardi di lire annuo) che la mafia non riesce a collocare».5 Ma quando è in carcere, solo, comincia a dire qualcosa, forse comincia a mandare qualche messaggio: «rilascia una autobiografia autorizzata, dove racconta i percorsi di quei capitali criminali: parla del Banco di Sicilia e di una piccola banca in piazza Mercanti»,6 dove c’è solo la Banca Rasini, dove lavorava Luigi Berlusconi, il papà di Silvio.7 Comunque, ad un certo punto gli Stati Uniti non volevano più sentir parlare di Sindona. E questo aprì una voragine intorno a lui. La sua fine era percepita nell’aria, se ne parlava. Oppure fu pura profezia quella di Francesco Pazienza, un uomo che tira tanti fili tra Italia e Stati Uniti. 5

Procuratore aggiunto antimafia, Gianfranco Donadio durante una trasmissione a Rainews24, 2 aprile 2011. 6 Ibidem. Il libro a cui si riferisce Donadio è Il mistero Sindona, di Nick Tosches, Sugarco Edizioni, 1986, ove a pag. 111, alla domanda «Quali sono le banche usate dalla mafia?», il finanziere risponde: «È una domanda pericolosa» e, dopo aver esitato, dice: «In Sicilia, il Banco di Sicilia, a volte. A Milano, una piccola banca in piazza Mercati». 7 Ricordò l’ex presidente della Rai, poi deputato del Partito Democratico, Roberto Zaccaria, quanto segue: «Bossi disse che Berlusconi per le sue società utilizzava i soldi della banca Rasini di provenienza non chiara. Disse in pratica che riciclava il denaro della mafia. Berlusconi querelò Bossi chiedendogli 7 miliardi di danni. Poi, grazie all’accordo elettorale, ha ritirato la querela», ANSA, 23 febbraio 2002.


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Appendice II11

Nel settembre del 1984 (Sindona muore nel marzo del 1986), Francesco Pazienza sentì il bisogno di consegnare al notaio un memoriale dal titolo un po’ macabro, alla prima impressione, Operazione Ossa, dove «Ossa» sta per Onorata Società Sindona Andreotti. Spiegò che «all’epoca c’era il pericolo che Sindona potesse inventare dei coinvolgimenti di Andreotti in questioni di crimini organizzati. Bisognava capire cosa volesse fare Sindona per tirarsi fuori dai guai prima di rientrare in Italia quando si trovava nel carcere americano di New York».8 Nel memoriale si legge che l’Operazione Ossa fu «supersegreta» e «ordinata da Santovito [...] Incontrai a New York una persona...», scrive Pazienza, «mi furono assicurati la totale collaborazione e il “convincimento” dello stesso Sindona a starsene tranquillo [...] Santovito aveva quasi paura a riferire i risultati, peraltro sollecitati dallo stesso Andreotti, e così mi mandò direttamente da lui. L’incontro avvenne nell’ottobre del 1980, nello studio vicino al Parlamento. Un incontro kafkiano incredibile [...] Andreotti se ne venne fuori con una “uscita” che sentii venire da lontano. Infatti, dopo aver parlato della sistemazione del problema Sindona, Andreotti cominciò a parlare smemoratamente di un avvocato Gezzi, Gizzi [...] Io dissi: “Guzzi, onorevole” (il legale di Sindona, nda) [...] Mi chiese allora se fosse possibile dare una “sistemata” anche all’avvocato Guzzi, come era stato fatto con Sindona». Una parte del memoriale è quasi «profetica». Si intitola: «Come sarà eliminato Sindona (22.9.1984)» e dice: «Se Sindona sarà messo in un carcere normale, sarà ammaz8

Intervista di Milena Gabanelli, «la Repubblica», 1 febbraio 2009.


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Doppio livello

zato da qualche killer delle carceri. Poi si troverà la scusa della mafia o della P2 avendo Sindona avuto rapporti più che estesi con entrambe le organizzazioni. Se sarà detenuto in un carcere di supersicurezza e isolato – scrive l’illuminato e ben informato estensore – si troverà una soluzione “alla Pisciotta” [...]. Si parlerà di suicidio o di “soluzione aperta”, tipo Londra per Calvi». Nel caso di una soluzione «alla Pisciotta»: se intervengono «gli americani», non si troverà traccia di veleno; «gli italiani più che arsenico e cianuro non conoscono». Anche sui possibili killer, Pazienza avanza un’ipotesi: «Gli esecutori, secondo me, andranno ricercati tra quelli dei servizi segreti, Sismi o Sisde. Bisognerà andare a scoprire a chi sono finite di competenza le unità di controllo delle carceri che Santovito diceva dipendere dai gruppi controspionaggio». Non sono mai state chiarite le dinamiche della morte di Sindona: il caso fu archiviato come suicidio, potremmo dire un suicidio all’italiana. Morendo, gridò con voce strozzata, «mi hanno assassinato», con il solo scopo di far credere all’omicidio. I giudici usarono il metodo deduttivo: dissero cioè che anche nel momento estremo Sindona volle dare spettacolo, mettere zizzania, vendicarsi. Avrebbe avuto voglia di giocare nel momento dell’ultimo respiro, facendo credere che era stato ucciso e lasciando egli stesso la sua testimonianza. Certo, il suicidio era un’ipotesi sostenibile visto che Sindona aveva già tentato di farsi fuori durante la sua detenzione americana. Ma il figlio escluse subito questa tesi: «Quando mio padre tentò di ammazzarsi a New York, qualche anno fa, lasciò a noi alcuni messaggi. Se il postino si farà vivo, allora vorrà dire che è suicidio. Ma se entro


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Appendice II13

martedì o mercoledì non avremo ricevuto nulla potremo dire solo che è omicidio».9 Quel postino, però, non arrivò mai. E non si spiega come avesse potuto scrivere di suo pugno, con rabbia e con la determinazione di ottenere un risultato, il ricorso contro la sentenza che lo aveva riconosciuto come mandante dell’assassinio di Giorgio Ambrosoli, infliggendogli la massima pena dell’ergastolo. Del resto, anche se fosse stato suicidio, come era arrivato il veleno nel carcere di massima sicurezza? Chi aveva potuto portarlo fino alla cella, superando gli straordinari sistemi di controllo? Anche nell’ipotesi che Sindona decise di suicidarsi, il nodo resta: quali potenti forze, molto ben organizzate, erano intervenute? Tra i primi che parlarono di assassinio ci fu Francesco De Martino che il caso Sindona (a suo dire «espressione di un sistema di potere, la conseguenza di complicità molto estese»10) lo conosceva bene perché aveva presieduto la commissione parlamentare che indagò per circa un anno e mezzo sulle connivenze politiche del bancarottiere di Patti. De Martino disse ad Antonio Padellaro, allora giornalista del «Corriere della Sera», che tra i moventi possibili c’era la lista dei famosi 500, quelli che attraverso le banche di Sindona avevano portato denaro all’estero: «una lista che sicuramente è esistita, precisò De Martino» ma che non è mai stata trovata. Sindona quei nomi li conosceva ma, dico la verità, mi sembra un motivo debole per provocare un simile complotto. È una storia vecchia [...]. Forse la mafia italo-americana 9

«Corriere della Sera», 23 marzo 1986. «Corriere della Sera», 23 marzo 1986.

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Doppio livello

(aveva ragioni per avvelenare Sindona) con la quale egli aveva intrattenuto rapporti molto stretti. Risulta anche di suoi contatti con un grosso spacciatore di droga che agiva tra Palermo e New York. Ma neanche questo mi convince molto. Ai tempi dell’inchiesta parlamentare emersero aspetti più sconcertanti. Il più serio è il piccolo appunto anonimo che si trovò tra le carte del difensore di Sindona, avvocato Guzzi. Si minacciava la denuncia di personaggi importanti e la rivelazione di segreti che avrebbero potuto compromettere i rapporti tra gli Stati Uniti e l’Italia e la stessa sicurezza dei due paesi. [...] Chi in un modo o in un altro ha voluto eliminare Sindona intende conservare un segreto così importante da essere difeso in ogni modo, anche con la morte».11 A questo punto rientra nella nostra storia Carlo Rocchi, l’uomo Cia che lo vide pochi giorni prima della sua morte. Perché incontrò Sindona? Non sembra possibile accettare l’idea che Carlo Rocchi fosse niente altro che «un singolare personaggio che, giocando sulla resistenza ormai fiaccata dell’ex finanziere, cercava di carpirgli eventuali segreti».12 11

Ibidem. G. Simoni, G. Turone, Il caffè di Sindona, Garzanti, Milano 2009. Gli autori raccontano gli ultimi momenti di vita di Sindona e, dunque, anche degli incontri che questi ebbe con Rocchi (il 9 maggio del 1985, il 3 e il 24 febbraio del 1986) non prendendo in considerazione quanto emerso soprattutto nell’ambito dell’inchiesta del magistrato Guido Salvini sul ruolo e le frequentazioni dello stesso Rocchi, alla luce delle quali egli non è certo definibile come «non singolare personaggio». Simoni e Turone scrivono che Rocchi ha sostenuto nella «sua prima deposizione di avere in passato collaborato con una non meglio precisa12


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Appendice II15

Rocchi era una persona accreditata presso gli ambienti statunitensi in Italia e Sindona era arrivato a chiedergli favori enormi, come «una dichiarazione della vedova Aricò che lo scagionasse; [...] [e] “un piccolo affidavit” del dipartimento di Stato in cui si dichiarasse che egli era persona affidabile e che il presidente Reagan era disposto a concedergli il perdono».13 Richieste di un uomo che ha avuto tanto potere e che non vuole accettare di essere stato scaricato. Nell’agosto del 1985, Sindona scrive a Rocchi una lettera nella quale potrebbe aver suggerito egli stesso, inconsapevolmente, la trama delle ultime scene della sua vita: «le chiedo troppo se La prego di trovare una formula (per esempio una richiesta di licenza straordinaria per importanti e gravi motivi) per avere liberi una decina di giorni? Sono certo che, con la Sua assistenza, potremmo risolvere qualcosa».14 Sindona confida molto nei favori di Rocchi al quale si rivolge con riguardo, con l’intenzione di iniziare, per suo tramite «una collaborazione con le autorità statunitensi in ordine agli argomenti che già erano stati oggetto del loro interessamento».15 Gli incontri tra Sindona e Rocchi potrebbero essere uno ta agenzia federale americana», senza tenere conto che lo stesso ha pubblicamente rivendicato il suo ruolo di informatore della Cia, dalla quale percepiva una regolare pensione depositata in un fondo in Svizzera. 13 Ibidem pag. 100. Secondo gli autori quelle richieste danno «la misura di un evidente scadimento psichico» di Sindona, una conclusione legittima alla quale si possono sostituire anche altre letture. 14 Ibidem, nota 12, pag. 184. 15 Ibidem, pag. 111.


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Doppio livello

snodo cruciale nel giallo della morte del bancarottiere: taluni suggerirono l’ipotesi che in uno di quegli ultimi incontri il cianuro fu consegnato a Sindona che lo prese con le sue stesse mani, ma non perché voleva morire. Un’ipotesi credibile è che gli fu suggerito di ingoiare quella pillola per procurarsi un po’ di dolore e magari quella «licenza straordinaria» a cui tanto teneva. Pensava di ingerire la pillola della libertà, appena sufficiente per finire in ospedale. Da lì sarebbe stato molto più facile organizzare l’evasione. Comunque, un suo malore, o anche un nuovo simulato suicidio, avrebbero potuto far ripartire la macchina della propaganda sul caso. È chiaro che, in questa ultima scena della ricostruzione, Sindona non sa che sta per finire in una trappola, l’ultima trappola. Non sa che quella polvere è una dose di cianuro sufficiente per fargli fermare il cuore, proprio come volevano molti suoi ex cari amici. Sul fatto che Sindona morì ammazzato non ha dubbi uno 007 di grande calibro, Tom Tripodi, il noto agente della Cia, esperto di cose italiane e siciliane. Con Boris Giuliano nel luglio del 1979 aveva organizzato l’Operazione Cesare contro i traffici di droga e sapeva quasi tutto sulle cose di mafia perché aveva diretto molti interrogatori a Tommaso Buscetta nelle carceri italiane come in quelle federali. Tripodi ha un’analisi sintetica ma precisa dell’Italia: secondo la sua analisi «da noi tutto cambiò all’iniziò degli anni ’70 con l’ascesa della P2 che, a poco a poco, avrebbe preso il posto di Gladio, sia pure con compiti più politici e meno militari. Taluni gruppi della P2 avrebbe trovato un alleato naturale nella mafia che in alcune regioni d’Italia controllava ingenti


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Appendice II17

blocchi di voti. Alla fine degli anni ’70 [...] questa alleanza sarebbe diventata molto stretta» e, tra gli anelli di congiunzione più importanti, il James Bond Usa cita «Sindona» che per lui sicuramente «fu assassinato perché non parlasse».16

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«la Repubblica», 23 aprile 1993, di Ennio Caretto il quale nel suo Made in Usa. Le origini americane della Repubblica italiana, (con Bruno Marolo) Rizzoli, Milano 1996, scrive di aver basato i riscontri sugli intrecci mafiosi dal ’46 in poi anche sulle memorie dell’ex agente Tom Tripoli, Crusade: undercover against the Mafia and King, Brassey, 1993.


Doppio livello - Appendice II