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Philippe Jaffré Philippe Riès

Il giorno in cui la Francia è fallita (e l’Italia?) Traduzione di Mario Corradi Prefazione di Francesco Giavazzi

chiarelettere


© Éditions Grasset & Fasquelle, 2006 Titolo originale: Le jour où la France a fait faillite

© Chiarelettere editore srl Soci: Gruppo Editoriale Mauri Spagnol S.p.A. Lorenzo Fazio (direttore editoriale) Sandro Parenzo Guido Roberto Vitale (con Paolonia Immobiliare S.p.A.) Sede: Via Guerrazzi, 9 - Milano ISBN 978-88-6190-013-4 Prima edizione: ottobre 2007

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Philippe Jaffré conosce molto bene la situazione delle finanze francesi. E di quelle europee. Conosce anche esattamente quali sono le difficoltà di uno stato come la Francia che si dibatte con un debito pubblico ingente (anche se molto inferiore a quello italiano) e che però nessun politico riesce a ridurre. È stato consigliere tecnico di René Monory, già ministro delle Finanze, e presidente della società petrolifera Elf-Aquitaine, dal 1993 fino alla chiusura nel 1999, quando la società viene rilevata dalla TotalFina. Quindi ha ricoperto la carica di direttore finanziario del gruppo Alstom, un colosso dell’industria meccanica (cantieristica, ferrovie, energia). Risiede a Bruxelles. Ha scritto altri libri. Da ricordare (con Laurent Mauduit), Pour et contre les stock-options (Grasset 2002).

Philippe Riès è un giornalista di consolidata esperienza internazionale. Conosce in profondità quali sono le dinamiche dell’economia mondiale e soprattutto quelle del Sudest asiatico. Perché le ha vissute direttamente, abitando a Hong Kong per molto tempo (nel 1998 ha scritto il libro Cette crise qui vient d’Asie). Soprattutto le economie emergenti dei paesi asiatici mettono in difficoltà stati come la Francia spesso bloccati dall’immobilismo politico e dal corporativismo, con una macchina statale gigantesca e costosissima. Riès ha scritto poi Citoyen du monde (2003), in collaborazione con Carlos Ghosn, il manager francobrasiliano a capo della Renault e della Nissan.


Sommario

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Prefazione di Francesco Giavazzi Introduzione all’edizione italiana

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IL GIORNO IN CUI LA FRANCIA È FALLITA (E L’ITALIA?)

Prologo. Un mattino d’estate a Pechino «Mi dispiace, signore; la sua carta di credito non funziona»

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Lunedì nero al Tesoro

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La Francia ha fatto crack

Flashback

33

Ma come si è arrivati a questo?

Notturno a Matignon

49

Che fare?

Temporale d’estate

63

Arriva l’annuncio ufficiale

La scelta del presidente

83

Come salvarsi dal disastro

Diffidenza Le reazioni internazionali. Ovvero: chi ci aiuterà?

101


Brutto vento

117

Tutti a caccia di soldi

Il processo di Berlino

143

Adesso è l’ora della verità

A pane e acqua

167

Parla il presidente. A reti unificate

Il ripiegamento

181

Il primo ministro in conferenza stampa

Veglia d’armi

197

E intanto a Pechino

Il ritorno

223

Stipendi dimezzati

La pelle di zigrino «Al diavolo l’economia, parliamo di politica»

239

La Francia in fallimento

257

L’aereo del presidente bloccato a Washington

Silenzio si affonda

273

Sarà guerra civile?

Epilogo

289

Glossario all’edizione italiana

305

Ringraziamenti

313


Prefazione di Francesco Giavazzi

Nell’ultimo ventennio del Trecento, quasi un secolo prima dell’apogeo di Lorenzo de’ Medici, il mercante pratese Francesco Datini controllava quella che oggi chiameremmo un’impresa tessile multinazionale. Acquistava la lana a Londra, la lavorava a Prato e commerciava i suoi tessuti un po’ dovunque in Europa: Genova, Avignone, Maiorca, Barcellona, Valenza, Bruges, Parigi, Venezia e Londra stessa. Tutta questa attività si reggeva su poche lettere di credito scritte a suo favore dai banchieri fiorentini: tale era la fiducia di cui costoro godevano, che i mercanti e le banche di tutta Europa trattavano Datini, che non conoscevano perché non si era mai mosso da Prato, come un prime customer.* Sono trascorsi sette secoli, ma i commerci continuano a reggersi sulla fiducia. Anzi, la fiducia è divenuta ancor più importante. Possiamo viaggiare solo perché le nostre carte di credito sono accettate in tutto il mondo, e lo sono perché la banca di cui siamo clienti gode fiducia in tutto il * La straordinaria storia di questo mercante è raccontata in modo vivace e con passione da Iris Origo, un’americana che per prima ha studiato gli archivi di Datini. Il libro (Il mercante di Prato, Bompiani, 1958, ri-edito da Corbaccio, 2005) è preceduto da una bellissima introduzione di Luigi Einaudi.


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Il giorno in cui la Francia è fallita (e l’Italia?)

mondo. Anche la nostra ricchezza (con la sola eccezione delle case in cui viviamo) è tutta elettronica. L’eventualità che la nostra banca diventi insolvente, o più semplicemente che l’informazione conservata nei suoi computer vada perduta, è talmente agghiacciante che raramente ci soffermiamo a contemplarla. Ma la situazione più drammatica si verificherebbe il giorno in cui i mercati finanziari dubitassero che lo stato sia in grado di far fronte ai propri debiti. La crisi allora trascinerebbe con sé tutto il sistema finanziario e l’economia di un paese intero si arresterebbe. È accaduto alcuni anni fa in Argentina e ne abbiamo visto gli effetti in televisione: supermercati devastati da cittadini affamati, le cui carte di credito non funzionavano più, assalti alle banche e infine il collasso delle istituzioni. «L’Argentina è lontana!» Ma attenzione: forse non tanto quanto vorremmo credere. Il libro avvincente che vi accingete a leggere racconta ciò che accadrebbe se i mercati perdessero la fiducia nei titoli emessi da uno stato europeo. L’esempio scelto è la Francia, ma la vostra mente correrà naturalmente all’Italia. Potrebbe accadere? In realtà è quasi accaduto. Era il settembre del 1992. Da alcuni mesi Tangentopoli decimava la classe politica; in giugno il referendum danese aveva allontanato – irrimediabilmente sembrava – l’unione monetaria, la nostra sola ancora di salvezza; la lira, largamente sopravvalutata, era costantemente sotto attacco e già più volte il governo tedesco ci aveva detto che la Bundesbank avrebbe presto smesso di intervenire per sostenere la lira. Il governo Amato aveva intrapreso azioni che – viste oggi – ci paiono straordinariamente coraggiose: la trasformazione degli enti pubblici in società per azioni e poi la loro privatizzazione, la riforma pensionistica più incisiva tra quelle finora mai


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varate, un’azione decisa di contenimento della spesa pubblica. Non fu sufficiente. A fine settembre [dopo la svalutazione] il Tesoro dovette affrontare una maxiasta di Bot per un totale di 43.000 miliardi di lire. Prima l’asta di fine agosto, e poi quella di metà settembre non erano andate bene. Anzi, erano andate male; ma allora c’era la scusa che la svalutazione era ormai imminente, visto che l’asta di settembre era stata effettuata il 9 dello stesso mese [la lira fu svalutata il 12]. Comunque non tutti i Bot a metà settembre erano stati assegnati; l’esito era stato deludente: domanda scarsa e tassi di interesse schizzati all’insù di circa due punti con il tasso su quelli a sei mesi al 17,90 percento. I Bot in scadenza a fine settembre erano 38.500 miliardi di lire. Fissando l’offerta a 43.500 miliardi, avremmo chiuso il mese con un margine sul conto corrente di tesoreria di soli tremila miliardi, ma attraverso uno sforzo molto stringente per contenere, così diceva la nota della Ragioneria generale, «con ogni mezzo disponibile il fabbisogno nelle prossime settimane». Nonostante questi accorgimenti l’asta fu molto difficile e vide l’intervento palese della Banca d’Italia per mille miliardi. Con questo apporto il collocamento dei Bot avvenne per intero, ma di misura; i tassi crebbero ancora: il sei mesi balzò al 18,75 percento. La Banca d’Italia e la Direzione generale del tesoro erano attivi nel fare quotidianamente un’opera di moral suasion con gli operatori, e la banca centrale fece qualcosa di più convincente ancora: comprò titoli sul mercato per sostenerne i corsi e moderarne i rendimenti, e rassicurò le banche che, nel caso di una loro carenza di liquidità, non le avrebbe lasciate sole. Ma dall’estero si continuò a vendere titoli di stato della Repubblica.


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Il giorno in cui la Francia è fallita (e l’Italia?)

Fu in quei giorni che Ciampi mi informò che la Banca d’Italia si trovava ormai in portafoglio titoli per più di 50.000 miliardi, e che si poteva anche dare la necessità di intervenire a favore delle banche comprando titoli per un ammontare considerevole, più o meno dello stesso ordine di grandezza. Si era proprio sull’orlo di una crisi finanziaria.

Con queste parole Piero Barucci, ministro del Tesoro del governo guidato da Giuliano Amato, ricorda i giorni drammatici del settembre 1992. E continua: Con Amato decidemmo in quei giorni di mettere a punto alcune misure che avrebbero dovuto scattare solo in caso di una vera e propria emergenza finanziaria. [...] Il piano, che in gergo chiamavo «misure bastone», si fondava su un insieme di misure straordinarie, per un importo di 150.000 miliardi di lire [il 9 percento circa del Pil]. Si pensava a una specie di «vincolo di portafoglio» per i percettori di reddito oltre un certo livello, per le imprese, oltre che per banche e assicurazioni. Si pensava a un insieme organico di misure che permettessero al tesoro di non ricorrere al mercato per nuove emissioni nette per un certo tempo. Del piano, non del suo contenuto ma della sua esistenza, informai il Capo dello stato, al quale dissi che non era pensabile che il governo potesse sopravvivere nel caso avesse dovuto prendere misure di intervento quali stavo immaginando. Scalfaro convenne su questa prospettiva e mi fece capire che, in caso fosse scattata una emergenza, avrebbe formato un nuovo governo in poche ore. […] Nel frattempo, il 2 ottobre, scrissi a Jacques Delors [presidente della Commissione europea] una lettera in cui chiedevo otto miliardi di Ecu come contributo della Comunità al forte sforzo che il governo stava facendo per restaurare un clima di fiducia nell’economia italiana. Infine


Prefazione

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decidemmo di tentare una riservatissima uscita diplomatica con Francia e Germania per vedere se era possibile trovare, al momento opportuno, un qualche aggancio fra la lira e lo Sme in modo da scoraggiare movimenti decisamente speculativi. […] Le due missioni a Parigi e a Francoforte ebbero almeno il merito di ricostruire un rapporto di diplomazia economica con due grandi paesi europei. Ma la crisi finanziaria continuava a essere nell’aria e, fra l’altro, c’era incombente il problema di come assicurare un esito favorevole all’asta dei Bot di fine ottobre, visto che non si poteva pensare di emettere titoli a media-lunga scadenza. Il margine del conto corrente di tesoreria era prossimo a zero. I Bot in scadenza raggiungevano la sbalorditiva cifra record di 42.000 miliardi. [Per far fronte al disavanzo di cassa previsto per ottobre l’asta avrebbe dovuto essere di almeno 50.000 miliardi]. Ma un Fazio [allora governatore della Banca d’Italia] come impietrito dalla responsabilità che avvertiva di garantire il buon esito dell’asta, non mollava. Voleva di meno. […] Decidemmo di fermarci a 47.000 miliardi. Se l’asta fosse risultata coperta solo parzialmente, saremmo dovuti andare in Parlamento a chiedere un allargamento del conto corrente di tesoreria. Sarebbe stato il segnale che la situazione ci era scappata di mano. Il segno, di fatto, dell’insolvenza del paese.*

All’asta di ottobre il mercato sottoscrisse richieste per oltre 62.000 miliardi. L’ammontare offerto fu ampiamente sottoscritto e i tassi sui titoli semestrali scesero da 18,5 a 15,1 percento. Questo libro racconta, con straordinaria vivacità, che cosa ci sarebbe accaduto se quell’asta fosse andata male. In * Piero Barucci, L’isola italiana del Tesoro: ricordi di un naufragio evitato 1992-1994, Rizzoli, Milano 1995, pp. 62-63.


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Il giorno in cui la Francia è fallita (e l’Italia?)

Francia – dove gli autori collocano la loro immaginaria crisi finanziaria – la risposta del governo fu simile alla via che Amato e Barucci immaginavano di percorrere se le cose fossero volte al peggio. Una stretta fiscale straordinaria accompagnata da alcune decisioni drammatiche, necessarie ma anche efficaci nel trasmettere ai cittadini la gravità della situazione economica del paese: il congelamento di una metà degli stipendi dei dipendenti pubblici, il trasferimento a Francoforte dei lingotti d’oro della Banque de France, come garanzia per un prestito tedesco, il trasferimento del comando della flotta francese all’Unione europea e così via. Vi è tuttavia una differenza fondamentale tra la quasicrisi italiana descritta da Piero Barucci e la crisi francese raccontata in questo libro. Senza la svalutazione è improbabile che nel 1992 l’Italia sarebbe riuscita a evitare l’insolvenza dello stato. Gli operatori più avveduti compresero presto che con un cambio svalutato di oltre il 30 percento l’economia italiana si sarebbe rapidamente ripresa. Ricominciarono ad acquistare Bot e questi acquisti consentirono di evitare la crisi. E infatti la scelta politica centrale che si pone al governo di Parigi in questo libro è proprio se la Francia – che quando scoppia la crisi da tempo fa parte dell’unione monetaria – debba abbandonare l’euro. Il presidente della Repubblica si oppone all’abbandono della moneta unica, non perché nutra particolare fiducia nell’Europa, ma per un lucido calcolo politico. Comprende che ha di fronte a sé un’occasione straordinaria per trasformare la Francia. E non vuole lasciarsela scappare. Nell’estate del 1992 anche in Italia alcuni, prima di accettare la svalutazione, accarezzarono un progetto simile. L’idea era di trasformare per decreto i titoli pubblici ita-


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liani in titoli denominati in marchi tedeschi e quindi rimborsabili in marchi: così facendo il costo di una svalutazione sarebbe diventato enorme e l’incentivo ad approvare una riforma radicale dell’economia – proprio per evitare la svalutazione – fortissimo. La lettura di questo libro e del suo finale «noir» suggerisce che sarebbe stata una cattiva idea. Va riconosciuto a Mario Draghi (oggi governatore della Banca d’Italia e nel settembre 1992 direttore generale del Tesoro), a Piero Barucci e a Giuliano Amato di aver sempre considerato una stupidaggine l’idea che «legarsi le mani» aiuti a prendere decisioni difficili. Se c’è la consapevolezza politica che alcuni provvedimenti sono necessari e opportuni, si adottino. Sperare che agitando lo spauracchio di una crisi aumenti la probabilità di compiere scelte sagge raramente funziona. Non funziona nella storia fantascientifica raccontata in questo libro, non funzionò in Argentina alla fine degli anni novanta, probabilmente non avrebbe funzionato neppure nell’Italia del settembre 1992. La Francia dell’estate 2007 offre un contro-esempio istruttivo. Senza la pressione di una crisi, anzi in una fase di relativa ripresa dell’economia, Nicolas Sarkozy si appresta a varare molti dei provvedimenti che, in questo libro, si immagina siano adottati sotto la pressione di una crisi violentissima. Ciò che conta è il coraggio di prendere impegni rischiosi prima delle elezioni e poi, se eletti, non rinunciarvi. Dire «ce lo impongono i mercati finanziari» è, come nel libro, il modo certo di fallire. Ma non vedo al nostro orizzonte alcun Sarkozy. Non perché manchi il coraggio, che pure nella politica italiana è merce rara, ma perché non funziona più la nostra democrazia. Dovrebbe essere un sistema che garantisce il controllo dei cittadini su politici eletti per portare a termine


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Il giorno in cui la Francia è fallita (e l’Italia?)

un mandato ben preciso. Invece nella nostra democrazia succede l’esatto contrario: i cittadini hanno perduto ogni capacità di controllare la «casta» dei politici, e questi, per evitare il rischio di perdere il loro potere e i loro posti, vivono alla giornata, parlandosi addosso, incapaci di decidere alcunché: scelte energetiche, pensioni, organizzazione dei pubblici uffici, scuola, università. Leggendo questo libro viene da chiedersi: dove ci porterà la paralisi politica? Davvero queste pagine sono solo fantascienza? Milano, luglio 2007


Introduzione all’edizione italiana

Oggi sappiamo quello che non sapevamo ancora nel giugno 2006, quando abbiamo consegnato il dattiloscritto al nostro editore. Nel maggio 2007, la «Madonna dei sondaggi» non ha ricevuto le chiavi dell’Eliseo dagli elettori francesi. Ségolène Royale ha perso l’elezione presidenziale e, nel trambusto post-elettorale, anche il suo compagno François Hollande, leader dei socialisti francesi. Con Nicolas e Cecilia Sarkozy, un’altra coppia regale della politica francese entra all’Eliseo. Ci auguriamo che la trasformazione della vita politica in telenovela non faccia perdere di vista la posta in gioco più importante di questo cambiamento generazionale alla guida dello stato francese: la Francia sarà capace di cambiare per vincere la sfida della globalizzazione, o precipiterà rovinosamente nella palude dell’immobilismo, del conservatorismo, del corporativismo? L’unità di misura dei risultati porta un nome: la riduzione del disavanzo di bilancio e dello stock del debito pubblico, in aumento costante da più di un quarto di secolo, che rappresenta la più significativa manifestazione del male francese. Sebbene lo scenario politico che noi abbiamo immaginato in questo libro – che ha tenuto meglio e più a lungo


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Il giorno in cui la Francia è fallita (e l’Italia?)

rispetto alle previsioni dei politologi – non sia stato confermato, che piaccia o no rimane comunque lo scenario finanziario. Certamente il più importante. In una situazione di rapida diminuzione dei deficit pubblici in tutti i paesi della zona euro – una riduzione talvolta spettacolare come in Germania – la Francia di Nicolas Sarkozy, che vuole rimandare dal 2010 al 2012 il momento in cui ritornerà all’equilibrio finanziario del bilancio, rischia di essere la palla al piede della compagine europea. Bisogna lasciare al nuovo presidente la sua occasione, accordargli il beneficio del dubbio e il tempo necessario a muoversi tra le pressioni più diverse. Le circostanze gli sono sorprendentemente favorevoli: una crescita rispettabile ritrovata nella zona euro, un orizzonte europeo sgombro dalle ombre costituzionali, un’opposizione socialista in pieno smarrimento a cui non basteranno cinque anni, da ora al 2012, per imparare la lezione di un terzo insuccesso consecutivo alle elezioni presidenziali. O anche solo di un mezzo successo. Rimettere ordine nei conti della nazione, ecco la vera «rottura». Nel contesto violentemente concorrenziale della globalizzazione, le vecchie nazioni europee non possono più permettersi il lusso di una sfera pubblica pachidermica e inefficiente. Le aziende europee hanno portato a termine con efficacia il loro adattamento. Spetta agli stati fare altrettanto. Degli stati agili, solidi, concentrati sui loro compiti essenziali, tra cui ai primi posti l’istruzione, la formazione e la ricerca. Questo impone delle scelte politiche chiare, la rottura con le agende, i comportamenti, le zavorre ereditate dal passato. Richiede una partenza da zero come solo le guerre sono riuscite a imporre, ma pacifica, ragionata, negoziata. Voltando soprattutto le spalle alla ricerca di capri espiatori, che sono solo alibi.


Introduzione all’edizione italiana

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Non risaniamo le finanze pubbliche perché lo chiede Bruxelles. Facciamolo piuttosto perché l’interesse superiore del paese lo esige. E lo esige inoltre anche il rispetto dovuto alla parola data ai nostri colleghi europei. Il successo più che dignitoso dell’edizione francese del libro dimostra che abbiamo contribuito, nel nostro piccolo, a portare in primo piano la questione del debito pubblico nel dibattito francese. Spetta ora ai politici, ai cittadini ma anche ai media di fare in modo che la questione non scompaia prima che le finanze siano state risanate. Lasciare i conti in ordine alle generazioni future non è solo un fatto di buona gestione. È anche e soprattutto un imperativo morale. Philippe Jaffré, Philippe Riès Luglio 2007


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Il giorno in cui la Francia è fallita  
Il giorno in cui la Francia è fallita  

Una vicenda solo in apparenza di fantapolitica, una significativa lezione per tutti quei paesi, come l’Italia, con un indebitamento pubblico...

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