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GIOVANNI AGRESTI. Le lingue minoritarie nel confronto con l'altro.

Giovanni Agresti – fotografia Adriana Civitarese. Giovanni Agresti, ricercatore di lingua francese all’Università di Teramo, è il presidente dell'Associazione LEM-Italia, un'associazione di promozione sociale fondata nel maggio del 2008 con lo scopo di sostenere lo sviluppo del portale delle Lingue d’Europa e del Mediterraneo (LEM, www.portal-lem.com) e delle azioni a esso riferite, come il convegno internazionale annuale Giornate dei Diritti Linguistici, il Festival delle letterature minoritarie d’Europa e del Mediterraneo e la Collana di studi LEM (Aracne editrice, Roma). Studiare, adottare, amare una lingua è amare la sua cultura, la sua storia e quella di un popolo. Ma come mai le lingue minoritarie non hanno una risonanza così ampia o interessano meno rispetto alla stessa produzione di artigianato di quella cultura? « Il discorso dominante sulla lingua, qualsiasi lingua, ne privilegia la pura strumentalità. Si investono risorse anche ingenti per insegnare lingue “utili” (l’inglese su tutte, naturalmente), e si lasciano le briciole alle lingue “inutili”, riducendo i sistemi linguistici a puri sistemi operativi e operanti su un mercato globale. La cultura, ancora una volta, diventa un soprammobile o un vestito della domenica... un lusso insomma o una curiosità per riempire il tempo libero. Ma questa visione delle cose è una caricatura. Posso dire di aver sperimentato sulla mia pelle l'adozione di una cultura attraverso la sua lingua: parlo della lingua occitana, come si vive, parla e scrive oggi. Una lingua, caso forse unico, sempre meno parlata ma sempre più scritta… sorprendente anche per molti specialisti abituati a pensare alle lingue minoritarie come sistemi esclusivamente legati all’oralità, cioè dipendenti da un sistema di trasmissione intergenerazionale, quando la società era molto più coesa di oggi e i figli molto meno slegati dai propri padri. L’occitano è forse un caso eccezionale, ma la sua attualità, se solo si accetta di approfondire il discorso e di scoprire quello che i grandi mezzi di comunicazione, prigionieri dell’ovvio e del noto, non raccontano, ci racconta una volta per tutte che esistono altri modi di pensare, vivere, scommettere su lingue e culture “inutili”… Personalmente, l’acquisizione di questa lingua mi ha permesso di accedere ad un mondo immenso, illimitato, densissimo di storia e di storie. Dopo oltre quindici anni, quasi rabbrividisco al pensare che avrei potuto non vedere, non entrare in questo universo, che ha costruito la mia persona. I discorsi che si fanno sulle lingue e sulla loro utilità sono estremamente superficiali e mi stancano sempre di più. Per quanto mi riguarda, l’occitano è la lingua più utile di tutte quelle che ho fin qui imparato, insieme naturalmente con il francese, che ha reso possibile il primo contatto con questa realtà culturale e che mi ha dato un lavoro che amo ». Il progetto LEM-Italia parte dunque da questo presupposto, tendendo la mano allo studio, alla preservazione e, sempre di più, alla promozione della cultura custodita dietro e dentro la lingua, laddove la cultura è intesa sempre più come parte integrante della vita, e dove la diversità linguistica non è più confinata al semplice aspetto folkloristico ma raggiunge una più ampia istanza di qualità della vita. « L'apprendimento o adozione di una lingua ha dei vantaggi che superano la mera strumentalità e


addirittura, nel caso delle lingue minoritarie, il non essere portatrici di ideologie o strumento politico di costruzione del consenso le configura in un certo senso come lingue più “libere”. Ho osservato in alcuni luoghi d’Europa come le lingue minoritarie, in particolare quelle la cui area di antico insediamento sia “a cerniera” tra due Paesi, abbiano costituito una sorta di approdo per accelerare o rendere possibile l’integrazione di nuovi gruppi. Ma questa è possibile anche a prescindere dalla contiguità territoriale. Ricordo in particolare un operaio argentino che, più di dieci anni fa, venne a una presentazione di un mio libro sulla letteratura occitana contemporanea organizzata nelle valli occitane piemontesi: per lui l’occitano di quei luoghi (non il piemontese, non l’italiano) era stata la chiave per integrarsi, recuperando la lingua dei suoi nonni che avevano per l’appunto abbandonato li Valados (le Valli) per l’Argentina. Penso anche a una generazione di giovani magrebini, divenuti raseteurs nella Provenza che vive della cultura del toro anche grazie all’adozione della lingua locale, il provenzale di Frédéric Mistral (uno dei primi premi Nobel per la letteratura). Ma penso anche a una classe di bambini rom ai quali insegnavo il francese in una scuola della periferia degradata di Pescara… in quel caso l’insegnamento di una lingua sganciata dalle istituzioni dello Stato e dai condizionamenti del territorio ha permesso ad alcuni bambini con grave ritardo nell’apprendimento dell’italiano di rimettersi al livello degli altri... proprio perché la nuova lingua era nuova per tutti e perché non “odorava” di autorità, di potere costituito, di premi e di castighi. Ma gli esempi sono innumerevoli, e ci dicono quanto interesse sociale ci sia nel rispetto della diversità linguistica, nel legame tra lingua, comunità e territorio e nell’importanza a 360° dell’acquisizione di una lingua “nuova”. Ci rinnova!». Bisogna specificare che, nel caso della cultura francese, soprattutto dalla Rivoluzione in avanti c'è stata una campagna politica di sterminio delle lingue regionali in linea con una visione fortemente centralizzata, propria dello Stato francese. « Parlare occitano – continua Giovanni Agresti, comodamente seduto dietro il suo tavolo da lavoro e con una luce bianca ma soffusa che rallenta i suoi movimenti, il suo gesticolare – è ossigeno puro per me. Mi è molto caro un verso del poeta occitano Joan Bodon, morto negli anni '70, che andò a insegnare nelle campagne per apprendere e far apprendere l'occitano autentico: “Es sus la talvèra qu'es la libertat”. È proprio là, al limite della zona arata, che non si può seminare (la talvèra), cioè al margine, che la terra è libera. Ed è proprio questa gratuità, come dice Bodon, questo desiderio di scrivere in una lingua minoritaria che porta avanti il fuoco della ricerca, ben sapendo però che scrivere in una lingua minoritaria non farà mai diventare uno scrittore “internazionale, da copertina”. O forse no? Mistral rappresenta un illustre precedente. In ogni caso mi piace molto questa marginalità perché fa rima con onestà intellettuale. E poi, non dimentichiamoci che oggi, anche grazie a internet, ogni periferia può essere centro… ». « Dottor Agresti, la sua può essere definita come una “militanza” in favore di comunità che rischiano l'isolamento e la trascuratezza. Con il progetto LEM cosa sperate di ottenere? ». « Dottoressa Di Salvo, la mia militanza in favore della diversità linguistica è una militanza non tanto e non solo verso certe comunità quanto verso il potenziale umano. Un'idea alla base del progetto LEM è far vedere, conoscere, promuovere e anche vivere la creazione delle comunità linguistiche minoritarie oggi, adesso e in futuro!. Non solo conservare il passato in libri e bacheche… perché una lingua non può essere ridotta a un archivio di informazioni scolpito nel granito, come le lapidi dei monumenti ai caduti (che non legge nessuno!). Il progetto LEM è un progetto vivo, un'alternativa al pensiero dominante, egemone, che strozza la ricchezza e la diversità del mondo. Alem Surre-Garcia – scrittore francese di lingua occitana - si interrogava sul perché dell'utilizzo della lingua occitana come lingua di scrittura letteraria e osava rispondersi: “perché è una testimonianza dell'irriducibilità dell'essere umano”. Ci sono dei progetti che si perseguono... credendo di crearli e viverli quando in realtà solo in parte si fanno prendere... spesso si scoprono le cose strada facendo e talvolta la strada ci porta in luoghi sconosciuti, inattesi ».


GIOVANNI AGRESTI. Le lingue minoritarie nel confronto con l'altro - di Chiara Di Salvo