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l’altra tela TELE di TELA Valter Trevisiol Walter

trevisiol


l’altra tela Valter Trevisiol


VALTER TREVISIOL: nasce nella “contea” di Cordenons (come a lui piace definirla) il 22 agosto 1949, si definisce “cittadino del mondo” anche se è legatissimo alla sua terra, alle grave, alla campagna, ai paesaggi dei dintorni di Pordenone. Lavora come stilista a Pordenone e collabora come disegnatore esterno nel settore dell’abbigliamento sportivo per importanti ditte del settore. L’atmosfera che si respira nel suo laboratorio-atelier è rivelatrice del suo modo di essere, di vivere, di lavorare: il tessuto è il protagonista assoluto nel percorso creativo di Valter Trevisiol che, puntando all’eleganza e alla ricerca di soluzioni originali, si muove con naturalezza tra morbidi filati, confortevoli jersey, preziosi taffetà di seta, ricami elaborati, creando abiti dal design quasi architettonico. Da qualche anno è riemersa la sua antica passione per il disegno e la pittura e il suo estro creativo si esprime anche nella creazione di quadri, dove si coglie il legame molto stretto tra lo stilista e l’artista che sembra “giocare” indistintamente con abiti e quadri, mescolando materiali e forme, creando equilibri e asimmetrie. Dalla consapevolezza di “avere tra le mani dei piccoli tesori” nasce l’idea di sfruttare gli scarti della sua produzione sartoriale per la realizzazione di opere, da lui stesso definite “pareti dinamiche”: la filosofia del recupero, diventata quasi un imperativo categorico, ispira la creatività di Valter Trevisiol che, indagando sulle qualità espressive della materia, con grande ed istintiva abilità riesce a valorizzare le potenzialità intrinseche di tele di sacco, scarti di tessuto, filati, foglie, legni. Lo stesso titolo della mostra “L’altra tela” è emblematico, “panta rei” scriveva il filosofo Eraclito (VI-V sec. a.C.): in questo caso, in un processo continuo di metamorfosi, su tele indurite con resina e colla si intrecciano fili, resti di stoffa che, uniti a elementi naturali o a oggetti metallici, riprendono vita in composizioni dal soggetto astratto o figurativo, originali nella concezione e di grande effetto scenografico. Dal mio punto di vista Valter Trevisiol rappresenta significativamente quella cultura materiale, tipicamente italiana, fatta di gesti, di tecniche, di sensibilità ai materiali, di gusto raffinato che si traduce nella scelta di produrre pezzi unici, lavorando con passione e originalità e seguendo ogni fase del processo creativo, dall’ideazione alla realizzazione attraverso un continuo percorso di ricerca e innovazione. La sua produzione artistica si è imposta all’attenzione di critici e designer di interni, riscuotendo anche notevoli consensi di pubblico e ha partecipato a diverse mostre collettive: Villa Dolfin di Porcia; Centro culturale Aldo Moro di Cordenons (2011), Villa Pedrina di Tiezzo (2012), Palazzo Montereale Mantica di Pordenone (primavera 2013). E’ stato presente con un suo spazio a Milano nell’ Isola della Moda, il regno della cosiddetta “moda critica” che punta su piccole imprese e giovani marchi indipendenti, fondati da designer attenti allo stile ma anche alla qualità artigianale e all’eco-sostenibilità delle proprie collezioni (primavera 2012, 2013). Alcune delle sue opere sono in mostra permanente presso MODULNOVA srl a Prata di Pordenone e a Milano presso lo Showroom sempre di MODULNOVA .

Franca Benvenuti


Stoffe, tele, avanzi di sartoria, ma anche sabbia, sassi, foglie, rami e legni. Ciò che si incontra e raccoglie passeggiando lungo il Meduna. Nell’opera di Valter Trevisiol c’è il suo lavoro, la sua manualità e allo stesso tempo la sua passione per la natura che lo guida e ispira. I colori sono gli stessi dei paesaggi delle grave. I materiali sono quelli del suo lavoro L’estro creativo è direttamente proporzionale all’amore che sente per la sua terra. Conoscendo Valter da qualche anno, anche se sicuramente in maniera superficiale, mi sono accorta che è un uomo umile e schivo nonostante il suo calore umano e la grande generosità travolgano tutti coloro che vi si relazionino. Le sue tele, quasi tutte di grandi dimensioni, fatte però di umili “avanzi” di sartoria e semplici e scarni oggetti naturali lavorati dalle intemperie, trasmettono con colori tenui e terrosi l’intimità del suo mondo riservato a pochi, ma capace di parlare a tutti. Non si definisce “artista”, ma il suo “divertimento”, esploso da qualche anno, è produrre opere, tele, quadri, tanto che oramai è quasi la sua attività principale. Mi sono chiesta: perchè non aiutare Valter a diffondere questa sua vena artistica che ha molto da dire proprio perchè esplora le minuzie, i dettagli, i frammenti di sé stesso, della sua terra e infine di tutti noi? Io e Franca Benvenuti ci siamo dedicate ben volentieri a questo progetto proprio perché Valter lo merita per le qualità creative e umane. Questa mostra è un omaggio della città ad un artista che è profondamente innamorato devoto e grato a Pordenone. Orsola Chiaradia


In una società in cui il tempo è divenuto merce sempre più preziosa, riconoscere il valore della lentezza significa considerare il lavoro nella sua dimensione umana. Ed è questo lavoro paziente e meticoloso che caratterizza le opere di Valter Trevisiol: la sua arte è sintesi di ispirazione e lavoro manuale, capacità di dare forma all’idea creativa che nasce e si sviluppa insieme all’incanto della realizzazione. “Devo ascoltare ciò che mi dice il materiale per sapere dove andare” diceva Robert Rauschenberg. La ripetizione accurata e sapiente del gesto manuale nell’arrotolare strisce di tessuto, nella stesura della resina, nella cura del comporre le pieghe, nell’intreccio di fili e stoffe plasmano la materia conferendole un interessante e originale slancio artistico. I materiali utilizzati da Valter Trevisiol vanno dallo scarto della produzione sartoriale, ai rami secchi, dalle infiorescenze di saggina di una vecchia scopa, alle piume, ai pezzi di ferro; ciò che dovrebbe essere ormai inutile, viene portato a nuova vita e composto in nuove forme dal continuo susseguirsi di reinvenzioni e reinterpretazioni molto distanti dalle finalità di utilizzo originale. La mostra L’altra tela, svela così il doppio di Valter Trevisiol: da un lato l’artigiano pienamente inserito nella realtà produttiva della città, dall’altro l’artista attento a perseguire una personale cifra stilistica attraverso l’uso di mezzi e materiali che fanno parte della sua quotidianità. Claudio Cattaruzza Assessore alle Attività Culturali


VALTER TREVISIOL: vi è una contraddizione che colpisce subito davanti alle opere di Trevisiol, ma è la stessa contraddizione che colpisce davanti alla sua persona o visitando il suo laboratorio di sartoria e di arte a un tempo. Lo sintetizzerei nella coppia materia vs eleganza, ma è un binomio generico che evidentemente va spiegato e declinato. Intanto il laboratorio: vedi tavoloni in cui si tagliano con dei forbicioni elettrici otto dieci strati di stoffa alla volta, con quel ritmo e quei gesti della produzione industriale, la presenza concreta di materiali, stoffe, bottoni, macchine da cucire. Materiali veri, sfilacciati, accatastati, in uno stato che mi vien da definire pre-culturale. Ma poi vedi uscire fuori vestiti che hanno l’impronta del capo unico, lo stile dell’abito firmato (e non è difficile credere che l’atelier di Trevisiol collabori con i marchi più prestigiosi). Lo stesso Valter è un omone, con una barba e una capigliatura bianca da profeta o da uomo delle caverne, ma lo sorprendi ad accarezzare la stoffa, a ragionare di pieghe, effetti luminosi, con una sensibilità da filosofo. E le sue opere, quello che qui ci interessa di più, rispondono a mio avviso a questa tensione interna. Fondamentalmente sono opere che qualcuno definirebbe “arte di recupero” nel senso che sono fatte di cascami, stracci, tele di sacco dipinte, imbiancate, annerite, bruciate, sommariamente cucite. Tutto quello che suggerisce una forma interessante, un ramo, un ferro contorto può trovare spazio in questo puzzle che sono le sue opere. Qualche lavoro suggerirebbe la definizione di “arte primitiva” perché i materiali sono volutamente tali, sottoposti volutamente a interventi minimi: rami secchi che attraversano malamente tele ruvide, superfici coperte di pioli pure in legno, ma lo stesso uso del nodo che spesso sostituisce la tessitura o la cucitura ci indica questa direzione. Manca volutamente ogni forma di calligrafismo, di cura nei dettagli: le tele si sfilacciano lungo i bordi, le tempere e certe malte che incrostano le superfici sono date a grandi pennellate. Ne vengono fuori enormi quadri (ma difficile nel nostro caso utilizzare questa definizione tradizionale) che vestono letteralmente una parete, che creano davvero un ambiente espandendo una forza incredibile. Si vedano certi alberi fitti di rami, ricavati solo annodando strisce di scarto, ingabbiati nella rete di trama e ordito perché non scappino fuori, tanta è la forza che paiono racchiudere. All’attraversarli che fa la luce è un miracolo incredibile di energia che ti colpisce d’improvviso. Altre volte sono tele di sacco tese su una cornice di legno, piegate a comporre delle plissettature che su un vestito da donna sarebbero vezzose, qui, imbiancate e irrigidite da una mano di colore terragno sembrano l’inarcarsi di una crosta, magari della crosta terrestre, sotto l’urgere di tensioni profonde. Bella dialettica anche questa, da osservare lavoro dopo lavoro, quella cioè fra la morbidezza che ogni tela ha in sé, e il destino di rigidità con cui l’artista la fissa, cementandola, facendola curiosamente prima installazione, poi addirittura scultura vera e propria, in questo sforzo di manipolare la materia per penetrarne le possibilità e trasfigurarla in altro, usarla per andare oltre. A volte questo lavoro ha i modi della serialità, della ripetizione di moduli, fino al limite della texture, raffinatissima ma capace di mantenere quel senso di “getto”, di slancio che abbiamo indicato come peculiare di Trevisiol. Altre volte si percorrono vie più meditative che sembrano condurre su sentieri zen. Rami composti come ikebana, un minimalismo compositivo e una pulizia che creano intorno un’aria sospesa, un attimo di nulla, di incanto. A volte invece è il contrario (o forse lo stesso, perché anche questa polarità in qualche modo è molto zen): onde di materia, piene, tela grossa di sacco ripiegata a creare sacche, gonfiori che sembrano traboccare, uscire dal riquadro in cui l’artista ha tentato di definirli.


Il mondo di Trevisiol è per lo più legato ai colori base, alle terre: marroni in tutte le tonalità, bianchi, grigi, neri, poco altro, magari dei blu spalmati e un po’ enigmatici. Colori non colori, come qualcuno giustamente ha detto proprio parlando di questo artista. Quanto basta a lasciar parlare la forma, a studiare le superfici facendole muovere, facendole inarcare e parlare. Sull’artefatto (e il colore in pittura è artefatto) qui prevale e vuole prevalere l’aspetto materico, naturale, grezzo (altra dialettica interessante, curiosamente in controtendenza rispetto al settore della moda in cui si colloca l’attività principale di Trevisiol). Arte da arredo, nel senso più nobile del termine, perché arte capace di coinvolgere lo spazio: sono le pareti dinamiche di cui parla lo stesso artista, per opere che sono innanzitutto modi di vivere e spazi da vivere. Lavori che ogni volta aspirano ad una dimensione scenografica, a occupare spazio in forma anche prepotente, a creare e modellare lo spazio. Un’arte che ormai, al pari della sua produzione nel campo della moda, ha trovato un suo pubblico e l’attenzione di critici e designer di interni, stando alle mostre ormai numerose che l’hanno visto protagonista in regione ma anche a Milano e in altre città. Vi sono numerosi esempi di quest’uso originale della tessitura e della cucitura, anche in provincia, a cominciare dalla Romanin che ha fatto della macchina da cucire il suo cavalletto e il suo pennello per ritratti tanto suggestivi quanto minimalisti, per finire alla Li Volsi che con lane, fili, trame costruisce complesse installazioni. Qui la cifra caratterizzante è diversa, o almeno a me piace riconoscerla in questo piglio molto maschile che si esprime per nodi, per incastri vigorosi, o viceversa coglie la vibrazione della luce, il suo incresparsi al variare delle superfici, lontano da ogni morbidezza e levigatezza, da ogni “pulizia” verrebbe da dire, come se nell’urgenza creativa non ci fosse tempo per finezze e morbidezze. La dialettica qui si gioca proprio fra il malleabile della tela (femminile?) e l’uso di resine, colle, gessi, che introducono un elemento potente di rigidità e definitezza (maschile?). Non vi è una divisione netta fra laboratorio di cucito e laboratorio artistico, dicevamo, né Valter evidentemente la cerca, né noi visitatori ne sentiamo il bisogno. Strana osmosi per cui cascami di materiale passano dall’azienda all’arte, e probabilmente l’estro creativo passa dal quadro al vestito, in una simbiosi modernissima che andrebbe approfondita, che dice molto sul destino dell’arte in quest’epoca volta alla produzione. Che dice molto anche sulla salvezza di quest’età nostra che la produttività a tutti i costi sembrerebbe condannare non fosse per questi bizzarri, inattesi, meravigliosi casi di sinergia. Paolo Venti


Si ringrazia sentitamente Claudio Cattaruzza, Assessore alla Cultura del Comune di Pordenone, che ha creduto in questo progetto permettendoci di realizzare la mostra nella prestigiosa sede dell’ex Convento di San Francesco. Antonella Riga Baldan, Presidente dell’associazione Amici di PARCO, per la collaborazione alla realizzazione della mostra. Paolo Venti, autore del commento critico. Giuseppe Marinelli De Marco, Vicedirettore ISIA Roma Design, coordinatore corso triennale di Design Pordenone, Jessica Boem, studentessa del II anno dell’ISIA per il progetto grafico di locandina, brochure, invito, banner. Annalisa Greco, Paola Voncini, Daniela Busato (Assessorato alla Cultura del Comune di Pordenone). Maria Chiara Caccia per il servizio fotografico e la realizzazione del catalogo online. Alberto Baldan per la consulenza tecnica. Carla Manzon, Gaspare Pasini per gli interventi artistici. Assessorato alla Cultura di Pordenone per il sostegno alla stampa. Donatella Sartor, tipografia del Comune.



L'altra tela