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Sant’ Antonio di Padova Il Santo

a cura del Centro Missionario Francescano delle Marche laperlapreziosa@libero.it

Introduzione

Per uno strano paradosso Antonio di Padova, il Santo più venerato al mondo, è anche quello meno conosciuto. Pochi saprebbero raccontare qualche episodio della sua vita, meno ancora saprebbero citare un brano dei suoi Sermoni. Nonostante questo Antonio ha parlato al mondo concretamente, con l’intercessione di innumerevoli grazie: ciò è bastato per farlo conoscere alla tante persone che si accostano alla fede semplicemente, in trasparenza. Per lui hanno anche parlato i simboli. Sant’Antonio viene spesso raffigurato insieme al Bambino Gesù. Ci ricorda così che il Signore si è fatto piccolo e umile, e che possiamo avvicinarci a Dio senza paura, con la fiducia di essere anche noi abbracciati da Lui. L’altro segno accostato alla sua figura è quello del giglio, un fiore candido e profumato, che ci richiama la nostra vocazione alla divina bellezza: “Voi siete il profumo di Cristo”, “scelti per essere santi e immacolati nell’amore”. Anche il libro del Vangelo viene spesso raffigurato accanto al Santo: è il segno che tutta la sua vita è stata plasmata dalla Parola di Dio e che la Scrittura è stata la fonte della sua sapienza. Sant’Antonio di Padova, per una antica tradizione, viene invocato per ritrovare le cose smarrite. Ma egli vuole soprattutto aiutarci a ritrovare la strada gioiosa dell’amicizia con Cristo, nostra Via, Verità e Vita, perché questa è la grazia più grande di tutte! 1


Fernando da Lisbona

Antonio da Padova, il santo più venerato di tutta la cristianità, nasce in Portogallo il 15 agosto del 1195. Al fonte della Cattedrale di Lisbona viene battezzato con il nome di Fernando. I suoi genitori, i nobili Martino de’ Buglioni e donna Maria Taveira, abitavano vicino a questa chiesa dove Antonio, come tutti i cristiani, iniziò il suo cammino di santità. Trascorse la sua giovinezza, fino al quindicesimo anno di età, nella scuola guidata dei canonici del Duomo. Fu qui che probabilmente il giovane Fernando sentì per la prima volta la voce del Signore che lo invitava a diventare suo sacerdote. Attratto dalla ricchezza di Cristo più che dai beni terreni e dalla Passione del Signore più che da ogni altro amore umano, entrò nel monastero agostiniano di São Vicente, fuori le mura di Lisbona, per poter vivere l’ideale evangelico in pienezza e senza compromessi. 2


Tra gli agostiniani di Coimbra

Fernando dimorò a São Vicente per circa due anni. Poi, infastidito dalle continue visite degli amici, con i quali non aveva più alcun interesse in comune, chiese ai superiori di trasferirsi in un convento lontano dalla sua città natale. Giunse così a Coimbra, allora capitale del Portogallo. Fernando aveva 17 anni. In questo nuovo convento, insieme ad una grande comunità di settanta monaci, visse dal 1212 al 1220. Furono anni importantissimi per la formazione umana e intellettuale del Santo, il quale poteva fare affidamento su valenti maestri di teologia e su una ricca e aggiornata biblioteca. Egli si dedicò completamente allo studio delle scienze umane e teologiche e alla meditazione della Bibbia. Questo lungo periodo di otto anni a Santa Cruz di Coimbra lasciò una profonda traccia nella fisionomia spirituale del futuro apostolo e pose il fondamento su cui potè innalzare la sua altissima sapienza cattolica. Il carattere di Fernando è quello di un giovane riservato, per nulla esibizionista, privo di ogni ambizione, alieno alle contese di qualunque genere, se non costretto dal dovere della testimonianza evangelica. A Santa Cruz, grazie a un permesso del Vescovo di Coimbra, Fernando fu ordinato sacerdote nel 1220, pur non avendo ancora raggiunto l’età minima di 30 anni, allora necessaria per poter accedere agli ordini sacri. Ma qualche mese dopo, verso la fine estate del 1220, un fatto venne a sconvolgere la sua tranquilla vita: giunsero a Coimbra, trasportati dall’Infante Pedro e dal suo seguito, i resti mortali dei primi martiri francescani uccisi in Marocco. Le reliquie furono collocate proprio nella chiesa agostiniana di Santa Cruz. 3


Quel nuovo ordine religioso, fondato pochi anni prima dal giovane Francesco di Assisi, mostrava, attraverso quei frati martirizzati, il suo coraggio e la sua fede. Nel cuore di Fernando nacque il desiderio di seguire l’esempio di questi uomini, sentendo in lui la vocazione alla missione e al martirio di sangue, per testimoniare quella fede che arde in lui come un fuoco incontenibile. Antonio missionario

Nel settembre 1220 Fernando lascia i bianchi abiti agostiniani per rivestire la grezza tonaca a forma di croce, disegnata da Francesco per il suo nuovo ordine. Abbandona anche il vecchio nome di battesimo per prendere quello di Antonio, l’eremita del deserto egiziano a cui era intitolato il piccolo convento francescano dove andrà a vivere il primo periodo della sua nuova esperienza religiosa. Dopo un breve periodo di noviziato francescano, Antonio, insieme ad un suo compagno, partirà alla volta del Marocco, per testimoniare fino alla morte il Vangelo di Cristo. Ma la Provvidenza di Dio, che ha disegni più grandi anche di quelli dei suoi amici, non lo vuole martire, ma santo e predicatore “italiano”. Arrivato a Marrakesh, nei territori del Miramolino, fu colpito da una febbre malarica. Per recuperare almeno in parte la salute, decise di rientrare in patria, prendendo a ritroso la via del mare. Ma, a causa dell’imprevista violenza dei venti contrari, la nave fu trascinata fino alla lontana Sicilia. Antonio, che le tradizioni raccontano essere sbarcato a Milazzo, trascorse in Sicilia circa due mesi di convalescenza. Riprese le forze, risalì la penisola per prendere parte al capitolo generale dei frati, celebrato in Assisi nel giugno del 1221. 4


Antonio da Lisbona, sconosciuto a tutti perché entrato solo da pochi mesi nell’Ordine, passò i nove giorni dell’adunanza appartato e solitario, immerso nell’osservazione e nella riflessione. Era uno dei tanti, nulla aveva che lo distinguesse. Al momento del commiato non fu preso con sé da nessuno dei “ministri”. Solo alla fine, quando furono partiti quasi tutti i confratelli, Antonio fu notato da frate Graziano, ministro provinciale della Romagna. Saputo che il giovane frate era anche sacerdote, lo pregò di seguirlo fino ai monti di Dovadola. Eremita a Montepaolo

In compagnia di Graziano da Bagnacavallo e d’altri confratelli romagnoli, Antonio giunse a Montepaolo nel giugno 1221. Le sue giornate trascorrevano nello studio, nella preghiera e negli umili servizi di cucina. 5


Ma una lampada così luminosa non poteva rimanere ancora a lungo nascosta. Stava per giungere il momento in cui il suo fulgore doveva brillare. Nel settembre 1222 si celebravano a Forlì le ordinazioni sacerdotali di alcuni religiosi domenicani e francescani. Prima che il gruppo degli ordinandi si recasse nella cattedrale cittadina per ricevere gli ordini sacri dal vescovo Alberto, era usanza rivolgere un sermone ai candidati. Ma nessuno era stato incaricato preventivamente e pertanto nessuno dei sacerdoti domenicani o francescani presenti si era preparato per l’occasione. Arrivato il momento di prendere la parola in pubblico, tutti rifiutarono d’improvvisare l’omelia. Anche Antonio fu interpellato, e di fronte alle insistenze del superiore, piegò il capo e prese serenamente la parola. Man mano che il discorso si svolgeva, le espressioni si facevano più calde e suadenti, originali ed emozionanti, rivelando la profonda cultura biblica e la coinvolgente spiritualità di quel frate sconosciuto. Gli uditori furono colti da stupore e commozione. Anche i superiori capirono 6


subito che il carisma di Antonio era la predicazione. Il Santo non risalì a Montepaolo che per dire addio alla sua grotta, per riabbracciare i confratelli e raccomandarsi alla loro preghiera. La missione in Romagna

Antonio inizia così la sua missione di predicatore in Romagna. Parlava con la gente, ne condivideva l’esistenza umile e tormentata, alternando l’impegno della catechizzazione con l’opera pacificatrice. Attendeva alle confessioni, si confrontava personalmente o in pubblico con i sostenitori di eresie. La Romagna, all’epoca del Santo, era una contrada funestata da continue guerre civili. Le fazioni, maggiori e minori, avvelenavano le città e le famiglie, seminando ovunque sospetti, congiure, vendette. Anche sul piano religioso si pativa la calamità delle sette ereticali, prima fra tutte quella catara. Per i pessimisti catari il mondo fu creato da un Dio cattivo e ogni cosa terrena è da disprezzare. La convinzione che tutto il mondo materiale fosse opera del Male comportava il rifiuto del battesimo d’acqua, dell’Eucaristia, ma anche del matrimonio. L’atto sessuale era infatti visto come un errore, soprattutto in quanto responsabile della procreazione, cioè della creazione di una nuova prigionia per un altro spirito. Allo stesso modo era rifiutato ogni alimento originato da un atto sessuale (carni, latte e uova). La Chiesa reagiva debolmente a questa devastante teologia negativa, a causa della sua mediocrità spirituale. Buon gioco avevano dunque gli eretici che diffondevano teorie distorte e dubbi pericolosi. A Rimini avvennero anche due tra i più famosi miracoli del Santo, raccontati dalle antiche cronache. 7


Il Miracolo della mula

Nella regione di Rimini il beato Antonio, aveva predicato con ardore a riguardo del salvifico mistero dell’Eucaristia contro un eretico indurito, e lo aveva quasi convinto a tornare alla fede cattolica, senonché quello, dopo i validi argomenti cui si sforzava di sottrarsi, lo sfidò con queste parole: «Lasciamo le chiacchiere e veniamo ai fatti. Se tu, Antonio, riuscirai a provare con un miracolo che nell’Eucaristia c’è, per quanto velato, il vero corpo di Cristo, io rinnegherò assolutamente ogni eresia, e mi sottometterò subito alla fede cattolica. Ecco la sfida: io terrò chiuso il mio giumento nella stalla per tre giorni e gli farò provare i tormenti della fame. Passati i tre giorni, lo tirerò fuori alla presenza della gente, gli mostrerò la biada pronta. Tu intanto gli starai dinnanzi con quello che affermi essere il corpo di Cristo. Se l’animale così affamato, trascurando la biada, si affretterà a adorare il suo Dio, crederò sinceramente alla fede della Chiesa». 8


Subito il padre santo diede il suo assenso. Arriva il giorno della prova. La gente accorre da ogni parte e affolla tutta la piazza. Antonio è attorniato da una fitta folla di fedeli, l’eretico è insieme ad altri increduli. Preparatosi per celebrare in una cappella che sorgeva vicino, il servo di Dio vi entrò con gran devozione per il rito della Messa. Terminato questo, uscì verso il popolo che stava in attesa, portando con somma riverenza il corpo del Signore. Il mulo affamato è condotto fuori della stalla, e gli si mostrano cibi appetitosi. Allora l’uomo di Dio con molta fede comandò all’animale dicendo: «In nome del Creatore, che io, sebbene indegno, tengo veramente tra le mani, ti comando, o animale, di avvicinarti prontamente con umiltà e di prestargli la dovuta adorazione, affinché i malvagi eretici comprendano chiaramente da tale gesto che ogni creatura è soggetta al suo Creatore, tenuto tra le mani del sacerdote sull’altare». Il servo di Dio nemmeno aveva finito queste parole, quand’ecco la bestia, trascurando il foraggio, chinando e abbassando la testa fino ai garretti, piegò le ginocchia davanti al vivificante sacramento del corpo di Cristo. Infrenabile fu la gioia dei fedeli cattolici, la tristezza e lo stupore comparve sul volto degli eretici. Dio viene lodato e benedetto, la fede cattolica esaltata e onorata; l’eretico che aveva lanciato la sfida, abiurata la sua dottrina in presenza di tutti, prestò da allora leale obbedienza ai precetti della santa Chiesa (Benignitas 16,6-17).

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La predica ai pesci

Se talvolta gli uomini, pur dotati d’intelletto, disprezzavano la sua predicazione, Dio interveniva a mostrarla degna di venerazione, compiendo segni e prodigi per mezzo di animali privi di ragione. Una volta che alcuni eretici, nei pressi di Rimini, disprezzavano e deridevano le sue prediche, il Santo si portò ai bordi del fiume che scorreva lì vicino, e disse a questi miscredenti, in modo che tutta la folla presente sentisse: «Dal momento che vi mostrate indegni di ricevere la parola di Dio, ecco, mi rivolgo ai pesci, per confondere più apertamente la vostra incredulità». A questo parlare i pesci cominciarono a unirsi e avvicinarsi a lui, elevando sopra la superficie dell’acqua la parte superiore del loro corpo e guardandolo attentamente, con la bocca aperta. E con fervore di spirito cominciò a predicare loro dicendo: «Fratelli miei pesci, dovete ringraziare molto il Creatore che v’ha donato l’acqua, chiara e trasparente, come abitazione, e in essa avete il cibo per vivere. Poi quando ci fu il diluvio, tutti gli altri animali morirono, e voi soli Iddio preservò senza danno. A voi fu concesso, per comandamento di Dio, di accogliere il profeta Giona e dopo il terzo giorno di riportarlo a terra sano e salvo. Voi offriste il tributo al nostro Signore Gesù Cristo, il quale come un povero non aveva di che pagare. Voi foste cibo dell’eterno re Gesù Cristo, nei giorni dopo la sua resurrezione. Per tutto questo siete tenuti a lodare e a benedire Iddio, che vi ha dato tutti questi benefici». A queste parole i pesci cominciarono ad aprire la bocca e inchinare i loro capi, e con questi e altri segnali di riverenza, lodarono Iddio. Allora santo Antonio 10


vedendo tanta reverenza dei pesci verso il Dio creatore, rallegrandosi in spirito, ad alta voce disse: «Benedetto sia Iddio eterno, onorato più dai pesci acquatici che non dagli uomini eretici, ascoltato più dagli animali non ragionevoli che dagli uomini infedeli». Di fronte a questo prodigio cominciò ad accorrere in quel luogo il popolo della città, fra i quali vi erano molti seguaci dell’eresia catara, i quali vedendo un miracolo così meraviglioso, compunti nel cuore, tutti si gettavano ai piedi del Santo per udire la sua predica. E allora Antonio cominciò a parlare della fede cattolica con una sapienza così profonda che tutti quegli eretici si convertirono e tornarono alla vera fede di Cristo, e tutti colorono che erano già cattolici furono fortificati nella fede. Colui che aveva reso attenti gli uccelli alla predicazione del santo padre Francesco, riunì i pesci e li rese attenti alla predicazione del figlio di lui, Antonio (Rigaldina 9,24-28).

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Teologo francescano

Sant’Antonio fu il primo insegnante di teologia del neonato ordine francescano, il primo anello di una catena di teologi, predicatori e scrittori, che nel corso dei secoli daranno onore alla Chiesa. San Francesco d’Assisi, in un primo momento, non aveva voluto che i suoi frati si dedicassero allo studio della teologia. Questa indicazione fu riportata anche nel testo della Regola di vita. Ma per Antonio, visto il dono della sua sapienza e visti anche i pericoli che provenivano dalla diffusione delle nuove dottrine ereticali, fece una eccezione, concedendogli di insegnare teologia ai frati. Gli inviò anche una breve lettera, che diceva: «Al fratello Antonio, mio vescovo, auguro salute. Approvo che tu insegni teologia ai frati, purché, a motivo di tale studio,tu non smorzi lo spirito della santa orazione e devozione, come è ordinato nella Regola. Sta sano». In seguito furono i confratelli a chiedere a sant’Antonio di avviare a Bologna uno studio di teologia e di insegnarvi. Essi, vivendo a contatto con le anime, erano allarmati e dispiaciuti per la situazione d’inferiorità del giovane Ordine francescano, chiamato a coprire, assieme ai domenicani, i grossi vuoti lasciati dal clero nella conduzione pastorale e nella catechesi. 12


Per due anni dalla sua cattedra universitaria spiegherà le basilari verità di fede ai chierici e ai laici, attraverso un metodo semplice ed efficace, che parte dal testo sacro per giungere ad interpellare la fede e la vita dell’uditorio. Come avrà tenuto una sua lezione il teologo Antonio? Secondo il metodo dell’epoca, seguito anche dal Santo, nelle sue spiegazioni vi era una prevalenza del senso allegorico. Costante è anche il riferimento alla Bibbia. Lo stile faceva leva sulla chiarezza di concetti, e coinvolgeva, oltre alla ragione, anche i sentimenti e l’immaginazione della persona. Tutto doveva poi tradursi in vita vissuta, per non rimanere solo sterile teoria. Uno storico ci ha trasmesso che Antonio possedeva una mente prodigiosa, «da poter servirsi della memoria al posto dei libri, e che si sapeva esprimere con un’abbondante grazia di linguaggio mistico. La profondità del suo parlare accresceva lo stupore dell’uditorio» (Assidua). Tutta la curia romana ebbe modo di ascoltarlo e lo stesso Gregorio IX lo chiamò Arca del Testamento. Missionario in Francia

Una terra che brucia, un popolo nella tormenta. Questo è il Meridione della Francia ai tempi di sant’Antonio. La causa di tanta inquietudine è da attribuire alle lotte politiche e sociali tra cattolici ortodossi e la setta degli albigesi, radicatasi da decenni in questa regione. Il Papato, alleato col potere temporale che ne aveva intravisto il vantaggio economico, combatté in tutti i modi l’eresia. Ma a nulla valsero le persecuzioni e la guerra condotta per oltre 20 anni. Chi davvero 13


attirò le persone a riabbracciare la vera fede fu la testimonianza viva e la parola sapiente di domenicani, francescani e cistercensi, che diedero il meglio di sé in quest’opera di riconciliazione con la verità nella carità. Tra essi, eminente, la figura del nostro Santo. Fin dal gennaio 1217, papa Onorio III aveva esortato i professori di teologia di Parigi a recarsi in mezzo agli albigesi. Antonio fu inviato con altri frati minori, come rinforzo qualificato per l’evangelizzazione di questa zona così in crisi. Lo troviamo nel 1224 insegnante di teologia e predicatore a Montpellier, ragguardevole centro universitario e roccaforte dell’ortodossia cattolica, dove domenicani e francescani ricevono adeguata formazione pastoraleintellettuale per predicare agli eretici sparsi nei territori circostanti. San Francesco in bilocazione ad Arles

Durante la permanenza del Santo ad Arles avvenne un famoso episodio narratoci da Tommaso da Celano. Il biografo francescano ricorda come frate Giovanni da Firenze, eletto da Francesco ministro dei minoriti di Provenza, celebrò un’assemblea capitolare nella seconda metà del 1224, durante la quale Antonio dettò un fervido sermone sulla Passione di Cristo. Mentre egli parlava, frate Monaldo vide alla porta della sala dove erano riuniti «il beato Francesco sollevato in aria con le mani estese a forma di croce, in atto di benedire i suoi frati». Sant’Antonio svolse il suo sermone sul mistero della Crocifissione di Cristo, in particolare sulla iscrizione Gesù Nazareno Re dei Giudei (Gv 19,19). E’ molto probabile che il Santo si sia ispirato, nel cogliere l’argomento del sermone, allo spunto offerto dal momento liturgico. Pertanto, 14


è possibile ipotizzare che il capitolo di Arles si sia riunito il giorno dell’Esaltazione della Croce, quando le stimmate del Signore erano state appena impresse nelle carni di san Francesco. In ogni caso l’episodio dimostra la profonda sintonia tra i due santi, lontani per origine e formazione culturale, vicinissimi nell’amore a Cristo Crocifisso. Antonio a Tolosa e a Limoges

L’Apostolato itinerante di Antonio non poteva non echeggiare in un emporio di ideologie quale era Tolosa. E’ più che probabile che in questa roccaforte dei manichei il Taumaturgo abbia anche insegnato teologia ai frati. Attorno al 1226 Antonio si sposta più a nord, nei pressi di Limoges. Nella chiesa di St. Pierre-du-Queyroix Antonio tenne una celebre predica, resa emozionante per una bilocazione attestataci da fra Giovanni Rigaldi: 15


«Al tempo che il beato Antonio era custode del Limosino e predicava nella Chiesa di San Pietro Quadrivio, avvenne questo singolare prodigio. Dopo il Mattutino del Venerdì Santo egli annunziava la divina parola al popolo. In quell’ora stessa i Frati del suo convento cantavano in coro il Mattutino e il Santo era incaricato di leggere una lezione dell’Ufficio. Sebbene la chiesa nella quale egli stava predicando fosse lontana dal convento, al momento di leggere la lezione assegnatagli, apparve d’improvviso in mezzo al coro con meraviglia di tutti. La virtù divina fece sì che nello stesso istante si trovasse coi Frati nel coro a leggere la lezione, e coi fedeli in chiesa ove predicava». Alla diocesi di Limoges apparteneva l’abbazia di Solignac, sulla Briance. Anche in questo monastero soggiornò il Taumaturgo, operandovi un prodigio a favore del monaco che gli faceva da infermiere, tentato dalla concupiscenza carnale: «Il monaco in confessione gli espose sinceramente tutti i suoi peccati, chiedendogli umilmente aiuto. Antonio si levò di dosso una maglia perché se la mettesse. Non appena l’ebbe indossata, come se da essa si sprigionasse una forza misteriosa, l’ardore della passione venne a estinguersi». Custode e Ministro

L ’anno 1226 vede Antonio sostare anche a Brive, e nella sua veste di custode dei frati minori, fondare un convento. Qui il Santo cerca la pace dell’ascesi e della meditazione, per ristorarsi delle snervanti predicazioni, ritirandosi volentieri in alcune grotte appena fuori il borgo cittadino. Dopo la sua morte, il suo ricordo rimarrà sempre 16


vivo tra gli abitanti di Brive. Le grotte che egli frequentò sono divenute un luogo di pellegrinaggio. La superba cattedrale di Bourges, puro gioiello del gotico, salutò il missionario Antonio. Attraversata a piedi la Provenza, il Santo si recò ad Assisi per partecipare al Capitolo Generale del 1227. Come custode del Limosino egli era tenuto a prender parte al capitolo in cui si doveva scegliere il successore di san Francesco. Frate Elia, nuovo Ministro Generale lo trattenne in Italia per affidargli compiti ancor più complessi e gravosi. Sant’Antonio godette di indiscutibile stima da parte dei suoi confratelli. Così, all’impegno della predicazione e dell’insegnamento, si aggiunse anche l’incarico di ministro provinciale del nord Italia. Il suo provincialato durò l’arco di un triennio, dal 1227 al 1230. Anche in questo nuovo ministero Antonio si distinse in spirito di servizio e di fraternità, sorreggendo, incoraggiando e guidando i fratelli, con l’esempio e con gli ammonimenti. In dialogo con tutti

Nella sua attività di ministro provinciale dell’Italia settentrionale si seppe mantenere fedele al carisma di san Francesco, inserendolo nella complessa 17


realtà di quei luoghi. Con le strutture gerarchiche coltivò rapporti da vero cattolico, evitando conflitti e alimentando un clima di concordia e di amicizia. Ne è prova la partecipazione personale del vescovo di Padova alla quaresima antoniana del 1231, come non è un caso che la canonizzazione lampo del Santo non sia stata inceppata da alcuna protesta o riserva. Un secondo obiettivo della sua azione pastorale si riproponeva di armonizzare l’attività del nascente ordine francescano con quella dei vecchi Ordini religiosi. Nella trasferta francese, lo abbiamo già visto ospite all’abbazia di Solignac, accolto come in casa propria da quei monaci. Mantenne anche un rapporto di intesa cordiale con gli antichi confratelli agostiniani. Facendosi francescano, Antonio non intese fare un taglio col passato. Anzi, mantenne tutto quello che di valido aveva ricevuto e amato in quegli anni nei monasteri di san Vincenzo e di santa Croce. La prova di questo sta nel fatto il suo rapporto amicale più intenso fu, durante gli anni italiani, quello coltivato con il parigino Tommaso di san Vittore, abate agostiniano di san Andrea in Vercelli. Grande è l’amicizia che legò fra loro, in vita e in morte, Antonio e il celebrato abate Tommaso. Le fonti presentano i due santi in un rapporto da pari a pari, da maestro a maestro, mediante scambi di esperienze intellettuali e spirituali. Apostolo di pace

A Padova, durante la podesteria del veneziano Giovanni Dandolo (29 giugno 1229 - 28 giugno 1230), la distensione e la pace tanto sospirate fiorirono nella regione. Ma sentiamo la relazione di un contemporaneo, il notaio padovano Rolandino: 18


«Per lo spazio di circa un anno le città della Marca Trevigiana godettero di tale pace, che quasi tutti erano convinti che d’allora in poi non ci sarebbero più stati torbidi e guerre nella regione. Dei religiosi ricreavano spiritualmente pressoché l’intera popolazione, elevandola alle realtà celesti mediante la predicazione. E fu in quel momento che, fra altri religiosi e giusti, giunse il beato Antonio, e in diverse località della Marca annunciò la parola di Dio con voce affascinante». L’Assidua, prima biografia di sant’Antonio, afferma che Antonio scrisse i suoi Sermones per le domeniche durante il suo primo soggiorno a Padova, dove frattanto nacque un profondo vicendevole affetto tra gli abitanti e lui. Il luogo della sua residenza è Sancta Maria Mater Domini. L’Assidua parlando dell’infaticabile zelo per le anime che incalzava Antonio a darsi interamente all’apostolato, annota ch’egli seguitava il lavoro pastorale sino al tramonto del sole, molto spesso restando digiuno. 19


Predicava, insegnava, ascoltava le confessioni. Nel suo apostolato, sant’Antonio era accompagnato da alcuni compagni, in particolare dal beato Luca Belludi. Predicatore Apostolico

Fu in occasione del capitolo generale del 1230, avvenuto durante la traslazione delle spoglie di Francesco nella nuova basilica eretta in suo onore, che frate Antonio da Lisbona fu liberato dagli incarichi di governo dell’ordine. Per la grande stima che godeva presso i responsabili dell’Ordine francescano, gli fu conferito il nuovo incarico di “Predicatore Generale”, con la facoltà di recarsi liberamente dovunque riteneva opportuno, e prescelto, con sei altri confratelli, a rappresentare l’Ordine presso papa Gregorio IX per risolvere alcune questioni legate all’interpretazione della Regola francescana. Durante questa occasione Antonio si fece conoscere nella curia Romana per la eminente santità e la straordinaria scienza biblica. Per mandato di Gregorio IX, Antonio avrebbe rivolto un discorso a una moltitudine di pellegrini, convenuti nella città eterna da tutto l’orbe cristiano. E, in virtù di un prodigio simile a quello accaduto agli Apostoli il giorno della Pentecoste, ognuno degli uditori lo sentì parlare nella propria lingua. Una tradizione francescana del Trecento dice che Gregorio IX invitò Antonio a rimanergli al fianco: «Egli, umilmente rinunciando a tale onore, per attendere al bene delle anime, dopo aver ottenuto la benedizione apostolica, scelse d’isolarsi alla Verna. Vi restò per qualche tempo, consacrandosi alla predicazione e alla penitenza. Di là, si diresse alla volta di Padova». 20


Il grande momento padovano

A Padova, Antonio fece due soggiorni ravvicinati relativamente brevi: il primo, fra il 1229 e il 1230; il secondo, fra il 1230 e il 1231, durante il quale venne precocemente a morte. Sommando i due periodi, si arrivano a mettere insieme appena dodici mesi di permanenza. Quale Padova lo attirava, lo aspettava, lo accolse? Tutta intera, nelle sue diverse, talora contrastanti, componenti. E la troviamo unanime, nel secondo periodo, ai piedi del suo pulpito e del suo confessionale; e in seguito appassionatamente impegnata alla sua glorificazione. Padova gli servĂŹ come scriptorium dei suoi commentari biblico-liturgici. Possiamo ipotizzare che 21


vi trovasse, oltre a un valido sussidio nelle biblioteche, anche dei collaboratori per la stesura del testo. I Sermones antoniani vanno considerati come l’opera letteraria di carattere religioso più notevole compilata in Padova durante l’epoca medievale. E ancora, la città euganea interessava vivamente Antonio per la sua università. Egli aveva un debole per i centri di alti studi. Aveva prediletto, dopo Bologna, Montpellier, Tolosa, Vercelli. Dire università era soprattutto sinonimo di concentrazione di elementi giovanili. Antonio era un esperto “pescatore di giovani”. Presentisse o meno che il suo peregrinare sulla terra volgeva al termine, egli aspirava a reclutare nuove leve nell’oneroso entusiasmante incarico di portatori del Vangelo. Poi, la terra veneta viveva una pace malferma. Antonio sentiva forte l’invito a intervenire, moltiplicando ogni sforzo per scongiurare il riattizzarsi dei conflitti. E ancora, non mancavano nemmeno nella fedele Padova, in forme ora subdole, ora palesi, gli adepti dell’eresia. I giorni di salvezza

Allo spuntare del 5 febbraio, il Santo sospese la fatica di carta, penna e calamaio. La città viveva un magico intervallo di pace dentro e fuori dei suoi confini. Si diffuse la voce che sant’Antonio intendeva predicare giornalmente, prendendo spunto dai testi offerti dalla liturgia. Ben presto non solo l’angusta chiesetta di Santa Maria, ma anche le più ampie chiese della città, risultarono via via incapaci di contenere la moltitudine crescente. La gente affluiva a grandi schiere, dove accoglierla? La voce non faceva problema, essendo Antonio dotato di un volume vocale eccezionale. Si riunivano nelle piazze. Ma 22


queste pure si mostrarono anguste. Anche a Padova, com’era già accaduto in Francia, sant’Antonio si vide costretto a parlare fuori città, in mezzo ai prati. Nobili e popolani, donne e uomini, giovani e vecchi, praticanti fervorosi e persone indifferenti o “lontane”, galantuomini e mariuoli, ecclesiastici e laici si disponevano in ordine sparso, aspettando con pazienza l’arrivo dell’uomo di Dio. Il vescovo Jacopo insieme con gruppi del clero prendeva parte personalmente al cammino quaresimale, da lui stesso autorizzato e seguito con la gioia del pastore che vede riunito il suo gregge in pascoli ubertosi. Di sermone in sermone si spargeva la notizia di quanto stava accadendo a Padova, provocando un continuo accrescersi dell’uditorio. Una folla incessante si assiepava intorno al suo confessionale. Era impossibile far fronte a tutte le richieste, sebbene dei confratelli sacerdoti e una schiera di presbiteri della città cercassero di alleggerirgli tale fatica. Non gli restava che aspettare il deflusso dei penitenti al calar della sera. L’Assidua informa che si rassegnava a rimanere digiuno fino al tramonto. Alcuni accorrevano al sacramento della penitenza, dichiarando che un’apparizione li aveva spinti alla confessione e a mutar vita. Testimonia l’Assidua: «Riconduceva a pace fraterna i discordi; ridava libertà ai detenuti; faceva restituire ciò ch’era stato rapinato con l’usura e la violenza. Alcuni, vendute case e terreni, ne ponevano il ricavato ai piedi del Santo. Altri su consiglio di lui restituivano ai derubati il maltolto. Distoglieva le prostitute dal turpe mercato; ladri famigerati per misfatti, tratteneva dal metter le grinfie sulle 23


proprietà altrui. In tal modo, compiuti felicemente i quaranta giorni, grazie al suo zelo, raccolse una messe gradita al Signore. Non posso passare sotto silenzio come egli induceva a confessare i peccati una moltitudine così grande di uomini e donne, da non essere bastanti a udirli né i frati, né altri sacerdoti, che in non piccola schiera lo accompagnavano». Antonio intervenne anche a modificare la legislazione comunale di Padova. Si tratta di uno statuto relativo ai debitori insolventi, datato 17 marzo 1231, lunedì santo. Eccolo, tradotto dall’originale latino. «A richiesta del venerabile fratello Antonio, dell’Ordine dei frati Minori, fu stabilito e ordinato che nessuno sia detenuto in carcere, quando non sia reo che di uno o più debiti in denaro, del passato o del presente o del futuro, purché egli voglia cedere i suoi beni... Questo statuto non possa subire modificazioni di sorta, ma resti immutato in perpetuo». Padova assistette stupita anche a molti miracoli del Santo: miracoli di guarigione dei corpi malati, e, ancora più prodigiosi, miracoli di conversione dei cuori induriti! Il piede riattaccato

Un uomo di Padova, di nome Leonardo, confessò all’uomo di Dio, di avere percosso con un calcio la propria madre, con tale violenza da farla cadere in terra. Il beato padre Antonio, con aria di deplorazione, commentò: «Il piede che colpisce la madre, meriterebbe di essere tagliato all’istante». Quell’uomo semplice, non avendo capito il senso della frase, preso dal rimorso, tornò in fretta a casa e subito si recise il piede. La notizia di questo atto si diffuse in un baleno per tutta la città, e fu riportata al 24


servo di Dio. Il quale si recò subito da quell’uomo e, dopo una lunga preghiera, avvicinò il piede mozzato alla gamba. Cosa mirabile! Non appena il Santo ebbe accostato il piede all’arto amputato, tracciandovi il segno del Crocifisso, il piede di quell’uomo restò inserito nella gamba così celermente, che subito si mise a camminare e saltare, lodando Dio e rendendo grazie al beato Antonio, che in maniera così mirabile lo aveva risanato (Benignitas 17,36-40) Il tiranno Ezelino

Il crudele Ezzelino, nei primo anni della sua tirannide, aveva compiuto una enorme strage di uomini a Verona. Appena Antonio venne a sapere l’accaduto, s’arrischiò d’andare di persona da colui che tutti temevano per la sua spietatezza e lo apostrofò con queste parole: «O nemico di Dio, tiranno spietato, cane rabbioso, fino a quando continuerai a versare sangue innocente di cristiani? 25


Ecco, pende sopra il tuo capo la sentenza del Signore, terribile e durissima!». Le guardie del corpo erano in attesa, aspettando che Ezzelino, come al solito, desse l’ordine di uccidere. Ma ciò, per disposizione del Signore, non avvenne. Infatti il tiranno, colpito dalle parole dell’uomo di Dio, si mostrò umile come un agnello. Poi, appesosi la cintura al collo, si inchinò davanti all’uomo di Dio e confessò umilmente i propri misfatti, promettendo di riparare il male compiuto. E aggiunse: «Soldati, non vi stupite di ciò che è successo. Vi dico in tutta verità, che ho visto emanare dal volto di questo frate una specie di luce divina che mi ha atterrito al punto che, di fronte a una visione così spaventosa, avevo la sensazione di precipitare all’inferno». Da quel giorno Ezzelino ebbe grandissima devozione al Santo e, finché questi visse, rinunciò a molte delle sue cattiverie (Benignitas 17,42-47).

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Nell‛eremo di Camposampiero

Diversi sono i motivi per cui Antonio si ritirò nel romitorio di Camposampiero. Il primo è che, dopo l’intenso e sfibrante lavoro della quaresima e del periodo pasquale, le forze del Santo erano pressoché esauste. In secondo luogo la gente doveva tornare alle occupazioni rurali, essendo imminente il tempo della mietitura. Anche Antonio doveva tornare al lavoro per ultimare la stesura dei Sermoni festivi. Ma soprattutto doveva immeggersi nell’orazione e nel raccoglimento dello spirito, in vista del grande appuntamento dell’incontro con Dio. A Camposampiero avvenne anche il famoso episodio dell’apparizione al Santo del Bambino Gesù, narrataci da un testimone diretto, il conte Tiso: «Trovandosi il beato Antonio a predicare, venne ospitato da un abitante del luogo. Questo gli assegnò una camera appartata, affinché potesse dedicarsi indisturbato allo studio e alla contemplazione. 27


Mentre pregava da solo nella camera, il padrone occhieggiando di nascosto attraverso una finestra, vide comparire tra le braccia di Antonio un bimbo bellissimo e gioioso. Il Santo lo abbracciava e baciava, contemplandone il viso con ammirazione. Quel cittadino, stupefatto ed estasiato per la bellezza di quel bambino, andava pensando fra sé donde fosse venuto un pargolo così grazioso. Quel bimbo era il Signore Gesù. Egli rivelò al beato Antonio che l’ospite lo stava osservando. Dopo lunga preghiera, scomparsa la visione, il Santo chiamò il cittadino e gli proibì di manifestare a chiunque, lui vivente, ciò che aveva veduto. Dopo il trapasso dei padre santo, quell’uomo raccontò con lacrime l’episodio, giurando sulla Bibbia, di star dicendo la verità» (Liber miraculorum 22,1-8). Gli ultimi giorni

Possiamo ipotizzare che il soggiorno del Santo a Camposampiero sia durato 25 giorni. Verso la fine della primavera del 1231, Antonio fu colto da malore. Sceso dal suo strano alloggio, una casa costruita sopra un grande albero di noce, venne deposto su un carro trainato da buoi e trasportato a Padova, dove aveva chiesto di poter morire. Giunto però all’Arcella, un borgo della periferia della città, la morte lo colse. Spirò mormorando: «Vedo il mio Signore». Era il venerdì 13 giugno. Aveva 36 anni. La notizia si sparse rapida, gridata per le strade dai ragazzi: «E’ morto il padre santo, è morto sant’Antonio!». Molti si precipitarono per avere una reliquia o accostare degli oggetti al suo corpo. I frati e le clarisse dell’Arcella, insieme alla gente del quartiere, cercarono a viva forza di trannere lì il corpo 28


di Antonio, per seppellirlo nel luogo della sua morte. Dopo giorni di trattative fu il ministro provinciale a decidere, secondo quella che era stata la volontà del Santo, di trasportare il feretro a Padova, nella chiesetta di santa Maria Mater Domini, rifugio spirituale di Antonio nei periodi di intensa attività apostolica. Al termine dei festosi funerali, il corpo del Santo venne sepolto nella chiesetta del conventino francescano della città. Un anno dopo la morte la fama dei tanti prodigi compiuti convinse Gregorio IX a bruciare le tappe del processo canonico e a proclamarlo Santo il 30 maggio 1232, a soli 11 mesi dalla morte. La chiesa ha reso giustizia alla sua dottrina, proclamandolo nel 1946 “Dottore della Chiesa Universale”, col titolo di Doctor evangelicus. Anche la natura continua a suo modo a venerarlo: gli alberi di noce a Camposampiero fioriscono solo a giugno, durante la Tredicina della festa del Santo.

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Altri miracoli del Santo Questo è mio padre!

Una donna a Ferrara fu salvata da un atroce sospetto. Suo marito era roso da così sospettosa gelosia riguardo alla moglie, che nemmeno volle toccare il bimbo natogli alcuni giorni prima, convinto che fosse frutto di un adulterio di lei. Sant’ Antonio prese allora in braccio il neonato e gli parlò: «Ti scongiuro in nome di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, nato da Maria vergine, di dirmi a voce chiara, così che tutti sentano, chi è tuo padre». E il bimbo, non farfugliando come fanno i piccini, ma con voce nettamente comprensibile quasi fosse un ragazzo di dieci anni, fissando gli occhi sul genitore, giacché non poteva muovere le mani, legate dalle fasce, disse: «Ecco, questo è mio padre!». Voltosi all’uomo, il Santo soggiunse: «Prendi tuo figlio, e ama tua moglie, che è intemerata e merita tutta la tua riconoscenza» (Sicco Polentone, Vita di sant’ Antonio, 37). 30


Il cuore dell‛avaro

In Toscana si stavano celebrando con solennità, come succede in questi casi, le esequie di un uomo ricco. Al funerale era presente sant’Antonio, il quale, scosso da un’ispirazione, si mise a gridare che quel morto non andava sepolto in luogo consacrato, bensì lungo le mura della città. E ciò perché la sua anima era dannata, e quel cadavere era privo di cuore, secondo il detto dei Signore riportato dal santo evangelista Luca: «Dov’è il tuo tesoro, lì è anche il tuo cuore». A questa intimazione, com’è naturale, tutti rimasero sconvolti, ed ebbe luogo un eccitato scambio di pareri. Furono alfine chiamati dei cerusici, che aprirono il petto al defunto. Ma non vi trovarono il cuore che, secondo la predizione del Santo, rinvennero nella cassaforte dov’era conservato il denaro. Per tale motivo, la cittadinanza lodò con entusiasmo Dio e il suo Santo. E quel morto non fu deposto nel mausoleo preparatogli, ma trascinato come un asino sul terrapieno e colà sotterrato. (Sicco Polentone, Vita di sant’Antonio, 35).

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Il miracolo di Lisbona

Nella città di Lisbona, di cui sant’ Antonio fu oriundo, mentre ancora vivevano i parenti del Santo, due cittadini erano nemici e si odiavano a morte. Accadde che il figlio d’uno di costoro, un ragazzo, ebbe a incontrare il nemico di famiglia, che abitava vicino ai genitori del beato Antonio. Costui, spietato, afferrò il ragazzo, lo portò in casa e lo uccise. Poi, nel profondo della notte, entrato nel giardino dei parenti del Santo, scavò una fossa, vi sotterrò il cadavere e fuggì. Si appurò che il giovane era transitato per la contrada dove abitava il nemico. Furono allora perquisiti la dimora e l’orto di questo, ma non si scoprì nessun indizio. Facendo un sopralluogo nel giardino dei familiari del beato Antonio, fu ritrovato il ragazzo, seppellito nell’orto. Per questo, il giustiziere del re fece arrestare, come assassini del giovane, il padre con tutti quelli di casa. Il beato Antonio, sebbene fosse a Padova, seppe del fatto, per ispirazione divina. 32


Di sera, chiesto il permesso al guardiano, uscì dal convento. E mentre camminava nella notte, fu con divino prodigio trasportato fino alla città di Lisbona. Entrando in città di mattina, si diresse dal giustiziere, e cominciò a pregarlo di prosciogliere dall’accusa quegli innocenti e rilasciarli. Ma non volendo colui per nessuna ragione far questo, il beato Antonio ordinò che gli venisse portato davanti il ragazzo assassinato. Portato che fu il corpo, gli comandò di alzarsi e dire se a ucciderlo fossero stati i suoi parenti. Il ragazzo si destò da morte e affermò che i familiari del beato Antonio erano del tutto estranei al delitto. Di conseguenza, essi furono prosciolti e liberati dal carcere. Il beato Antonio uscì da Lisbona e il mattino seguente si ritrovò a Padova (Bartolomeo da Pisa, 4)

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Il bambino rattrappito

Mentre stava in Italia, occupato di continuo nella predicazione e nelle confessioni, una volta che tornava da una predica camminando per una via fuori mano, allo scopo di evitare gli applausi della folla, una donna a sua volta avanzava per scorciatoie e sentieri solitari in cerca di lui. Portava essa il suo piccolo figlio, rattrappito fin dalla nascita alle braccia e alle gambe. Incontrandosi con il Santo, si gettò ai piedi di lui, supplicandolo con gemiti e lacrime che si degnasse benedire il piccolo con il segno della croce per compassione di una madre desolata. Sperava essa fermamente che, per mezzo di quel gesto, suo figlio avrebbe acquistato perfetta sanità. Il servo di Dio, pervaso da profonda umiltà, cercava di sottrarsene. Ma la donna, accrescendo i pianti e raddoppiando le suppliche, gridava con insistenza: «Signore, abbi pietà di me!». Finalmente il pio uomo 34


vinto da compassione per l’affranta madre e per quella creatura dolorante, incitato altresì dal suo compagno, uomo famoso per bontà, benedisse il malato in virtù e nome di Cristo, tracciando un segno di croce. Mirabile a dirsi! Immediatamente il bimbo si rizzò guarito. La madre, che contristata lo aveva recato infermo, lo riportò felicissima a casa, che ormai camminava da solo. L’uomo santo però, attribuendo il prodigio non ai meriti propri, bensì alla fede della donna, la pregò di non far sapere a nessuno il fatto, fintanto che lui fosse vissuto (Benignitas, 17). Il bicchiere rimasto intatto

Un cavaliere di Salvaterra, di nome Aleardino, fin dall’infanzia era stato irretito nell’eresia. Costui, dopo la morte del Santo, venne un giorno a Padova insieme con la moglie e la numerosa famiglia. Mentre stava a tavola, discorreva con gli altri commensali sui miracoli che venivano largiti ai devoti per i meriti di sant’Antonio. E mentre tutti affermavano che Antonio era veramente un santo di Dio, Aleardino, vuotato il bicchiere di vetro che teneva in mano, esclamò con aria di sfida: «Se colui che voi affermate esser santo farà restare illeso questo bicchiere, io crederò che sia vero quello che vi sforzate di farmi pensare a proposito di lui». E dal luogo in cui sedeva a pranzare, lanciò la coppa contro il selciato. Il vetro - mirabile a dirsi! - sbattendo sulla pietra, resistette e restò intatto, sotto lo sguardo della gente presente sulla strada. Alla vista del miracolo il cavaliere, pentitosi, si lanciò a raccogliere il bicchiere illeso e lo portò con sé, narrando ai frati quanto era accaduto. Fatta poi la sua confessione e accettata devotamente la penitenza impostagli, aderì con fedeltà a Cristo e ne propagandò con entusiasmo e costanza i miracoli (Assidua, 40). 35


Dagli Scritti di S. Antonio

La mente del contemplativo, se si allarga a molti e svariati pensieri, viene troppo ostacolata nel volo della contemplazione; se invece la sua mente incomincia a volare raccolta e concentrata in una cosa sola, fruirà veramente del gaudio della contemplazione. L’anima che si pente segue la povertà, l’umiltà, la passione di Gesù Cristo: esse ci parlano di lui e ci dicono quale è stata la sua vita in questo mondo. E così l’anima diviene sua sposa, con lui impegnata, a lui legata per mezzo dell’anello di una fede perfetta. Maria diede al mondo l’autore d’ogni grazia. E’ lei che c’introduce nel Paradiso. Noi con ragione diciamo: Ave Maria, cioè stella del mare, giacchè ci troviamo davvero in mezzo al mare, e siamo percossi dai flutti, e la tempesta ci sommerge. Invochiamo la stella del mare, perchè, guidati da essa, possiamo raggiungere il porto della salute. E’ lei, infatti, che libera dalla tempesta, mostra la via che conduce al porto chiunque le si rivolge. Chi è privo di questa stella è cieco e cammina a tentoni: la sua nave sarà infranta dalla tempesta ed egli sarà travolto dalle onde... 36


Il parlare è vivo quando parlano le opere. Vi scongiuro: cessino le parole e parlino le opere. Siamo pieni di parole ma vuoti di opere, e perciò siamo maledetti dal Signore, perché egli ha maledetto il fico sul quale non trovò frutti, ma solo foglie. Siccome non sappiamo che cosa diventerà nel futuro colui che ora ci sembra cattivo, non dobbiamo perdere la speranza che si corregga, né considerarlo un´anima perduta. Non bisogna nutrire ingiustificata fiducia nella propria virtù e guardare gli altri dall’alto in basso. A volte, un´anima cade in qualche colpa perché assalita e stordita dai sensi; e se tu, presuntuoso, oserai dir male di essa, sappi che incorrerai nel giudizio di Dio, perché Gesù ha detto: «Non giudicare e non sarai giudicato». Nella gloria eterna ci sarà una sola casa, un solo denaro (una sola ricompensa), un’unica dimensione di vita; ma ognuno avrà per così dire la sua cella, perché anche nell’eternità le «dignità» e gli onori saranno diversi: perché altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna e altro lo splendore delle stelle. Tuttavia, nonostante la differenza di splendore, uguale sarà in tutti la felicità, perché io godrò tanto della tua felicità quanto della mia, e tu godrai della mia felicità quanto della tua. Facciamo un esempio. Eccoci qui insieme: io ho in mano una rosa. La rosa è mia, però anche tu ti diletti della sua bellezza e godi del suo profumo, proprio come me. Così sarà anche nella vita eterna: la mia gloria sarà il tuo conforto e la tua felicità, e viceversa. E in quella luce, tanto sarà lo splendore dei corpi che io potrò ammirarmi nel tuo volto come in uno specchio, e tu ammirare il tuo volto nel mio: e da questo scaturirà un amore ineffabile. 37


L’avaro fa come lo scarabeo, che accumula una quantità di sterco e con grande fatica ne fa una palla rotonda; ma alla fine passa un asino e mette la zampa sullo scarabeo e sulla palla, e in un istante distrugge lo scarabeo e la palla. Così egli accumula a lungo lo sterco del denaro, ma quando meno se l’aspetta il diavolo lo strangola. E così l’anima va ai demoni, la carne ai vermi e il denaro ai parenti.

L‛anello prezioso del Re

Nella Passione del beato Sebastiano si legge che un re aveva un anello d’oro, ornato di una gemma preziosa. L’anello, che gli era molto caro, gli si sfilò dal dito e cadde fango, per cui ne ebbe un grande dispiacere. Non trovando nessuno che fosse in grado di recuperare l’anello, deposte le vesti della sua regale dignità, vestito di sacco si calò nel fango, cercò a lungo l’anello, e finalmente lo trovò: trovatolo, pieno di gioia lo riportò con sé nella reggia. Quel re è figura del Figlio di Dio; l’anello rappresenta il genere umano; la gemma preziosa incastonata nell’anello è l’anima dell’uomo. Questi dal gaudio del paradiso terrestre, quasi sfilandosi dal dito di Dio, cadde nel fango dell’inferno; il Figlio di Dio ebbe grande dispiacere di questa perdita. Egli cercò tra gli angeli e tra gli uomini qualcuno che recuperasse l’anello, ma non trovò nessuno, perché nessuno era in grado di farlo. Allora depose le sue vesti, annientò se stesso, indossò il sacco della nostra miseria, cercò l’anello per trentatré anni, e alla fine discese agli inferi e lì trovò Adamo con tutta la sua posterità: pieno di letizia prese tutti con sé e li riportò all’eterna felicità. 38


Bibliografia Antoniana Le prime biografie di sant’Antonio adottano due atteggiamenti di fondo molto diversi. Mentre la Vita prima, seguita dalla Víta secunda e dalla Raymundina, ci presenta un’immagine di Antonio estremamente sobria e pressoché priva di alone miracoloso durante la sua esistenza terrena, invece la Benignitas, e sulla sua scia la Rigaldina, non si restringono a rammentare i miracoli “morali”, ma intessono le opere e i giorni del celebre apostolo di numerosi prodigi. Questa seconda linea prevalse poi nel corso del Trecento. Tutte le fonti agiografiche antoniane sono state pubblicate in 5 volumi dalle Edizioni Messagero di Padova. Altri testi per approfondire la vita e la spiritualità del Santo sono: Antonio di Padova, I Sermoni, EMP Aa. Vv., Dizionario Antoniano, EMP V. Gamboso, Antonio di Padova, Vita e spiritualità, EMP V. Gamboso, Il libro dei miracoli di S. Antonio, EMP L. Brunazzo, Antonio di Padova, EMP P. Scandaletti, Antonio da Padova, Marietti L. Hardick, Antonio il Santo da Padova, Città Nuova

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Un Santo vicino ai lontani

Sant’Antonio continua ancora oggi ad essere mediatore di grazie. Innanzitutto, per un evidente disegno della Provvidenza, egli orienta il senso religioso di molta gente verso Cristo, sostiene la fede vacillante tra le vicende della vita, sollecita verso il sacramento dei perdono e l’ Eucaristia, sorprende chi è lontano da Dio con il fascino interiore della conversione. In secondo luogo, sant’Antonio prolunga nel mondo il cuore stesso di Dio, donando fiducia e speranza. Problemi familiari o di lavoro, deviazione dei figli o malattie: sono tante le occasioni della vita in cui gli uomini si sentono impotenti. Il Santo, così attento durante la sua vita ai bisogni della famiglia, continua ad essere nella chiesa mediatore concreto e privilegiato presso Dio. Soprattutto Antonio ci insegna ad amare: «Dobbiamo chiedere di amare Dio, sostentandolo nelle sue membra più deboli e malate, cibarlo nei poveri e negli indigenti. Se chiediamo amore, ebbene, lo stesso Padre, che è Amore, ci darà ciò ch’egli è: l’Amore!» (Sermones).

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La Basilica del Santo L’attuale Basilica del Santo fu costruita nel luogo dove sorgeva la chiesetta di Santa Maria Mater Domini. Il primo nucleo, una chiesa francescana a una sola navata, fu iniziato nel 1238; vennero poi aggiunte le due navate laterali e alla fine si trasformò il tutto nella stupenda costruzione che oggi ammiriamo. La tomba del Santo, chiamata anche “Arca” è situata dal 1350 in una Cappella decorata nel 1500, in stile barocco, da Tullio Lombardo. Diversi i capolavori d’arte presenti nella Basilica, tra cui le opere del Sansovino, di Giusto de’ Menabuoi e di Annigoni. Tra tutti spicca il complesso donatelliano: trenta statue che il grande Donatello ha creato a Padova, dal 1444 al 1450, e che costituiscono uno degli eventi fondamentali del rinascimento e dell’arte italiana.

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La Cappella delle Reliquie Fin dall’inizio le reliquie di sant’Antonio di Padova furono venerate e custodite con particolare onore. Per comprendere questa grande devozione, bisogna risalire al 1263. In occasione del “capitolo generale” che radunava a Padova i francescani ed essendo ministro generale dell’Ordine san Bonaventura, si trasferì la tomba del Santo dalla chiesetta di Santa Maria Mater Domini al centro della Basilica. In quell’occasione fu aperta per la prima volta la bara che conteneva i resti dei Santo, soprattutto per estrarne reliquie da offrire alla devozione dei fedeli anche in altre chiese. Grande fu la sorpresa nel vedere ancora incorrotta la sua lingua. Fu allora che san Bonaventura da Bagnoregio, con il cuore colmo di ammirazione, pregò ad alta voce: O lingua benedetta, che hai sempre benedetto il Signore e dagli altri lo hai fatto sempre benedire: ora appare manifesto quanti meriti hai acquistato presso Dio. Si decise, allora, di conservare a parte la lingua e il mento del Santo e di costruire per la loro custodia preziosissimi reliquiari.

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Informazioni utili Orario di apertura della Basilica solare: 6.20 - 19.00 legale: 6.20 - 19.45 Sabato e domenica chiusura alle 19.45

Orario delle Sante Messe feriali:

Mattino: 6.30 - 7.00 - 7.30 - 8.15 - 9.00 - 10.00 - 11.00 Pomeriggio: 16.00 (in inverno) - 17.00 -18.00 (in estate)

Orario delle Sante Messe festive: Mattino: 6.30 - 7.15 - 8.00 - 9.00 - 10.00 - 11.00 - 12.15 Pomeriggio: 16.00 - 17.00 -18.00 - 19.00 Per informazioni: tel. 049 8789722 www.basilicadelsanto.org

Il Messaggero di Sant’Antonio

E’ la rivista mensile del mondo antoniano che, oltre ad articoli di attualità e di fede, informa sulla devozione a sant’Antonio nel mondo: www.santantonio.org

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Il Pane dei Poveri e la Caritas Antoniana

Il Pane dei poveri si rifà a un episodio riportato dalla Rigaldina, la più antica vita di sant’Antonio. Una madre padovana ha lasciato Tommasino, il figlio di 20 mesi, solo in cucina. Il bambino, giocando, finisce a testa in giù in un mastello d’acqua. La madre lo ritrova senza vita. Urla disperata ma poi non si arrende. Invoca il Santo. Fa un voto: se otterrà la grazia donerà per i poveri tanto pane quanto è il peso del bambino. È esaudita. La parola e l’azione, il Vangelo e la carità, diverranno i cardini della Caritas Antoniana, sempre vicina alle persone e ai popoli in difficoltà. Nel corso degli anni molte campagne saranno rivolte ad aiutare le genti martoriate dalla fame, gli orfani e gli handicappati del Terzo Mondo, le scuole e gli ospedali delle missioni francescane. Molti i bambini aiutati attraverso l’adozione a distanza. Più di 100 progetti ogni anno vengono realizzati attraverso la generosità di tante persone. Per saperne di più: www.caritasantoniana.org caritas@santantonio.org; tel: 049-8603310 44


Preghiera a Sant’Antonio O caro Sant’Antonio, ti prego spinto dalla mia necessità e fiducioso nella tua bontà che tutti sa consolare. Renditi mio intercessore presso Dio; parla tu, in mio nome, al Padre delle misericordie, e ottienimi le grazie di cui ho bisogno. So che la mai fede è debole; ma tu, che possedesti questa virtù in modo mirabile, ravvivala in me e rendila più forte e pura; tu che conducesti una vita evangelica, aiutami a rendere più cristiana la mia, in modo da essere figlio degno del Padre che è nei cieli. O Sant’Antonio, vieni in soccorso della mia debolezza, tenendo lontani i pericoli dell’anima e del corpo; aiutami a riporre sempre la fiducia in Dio, specialmente nei momenti della prova e del dolore. Benedici il mio lavoro e la mia famiglia: donami la bontà del cuore verso i poveri e i sofferenti. O mio protettore, rispondi alla fiducia che ho sempre riposto nella tua intercessione presso Dio. Amen. 45


Tredicina a Sant’Antonio 1. O Signore, che hai reso sant’Antonio apostolo del Vangelo, concedici, per la sua intercessione, una fede forte e umile e fa’ che la nostra vita sia coerente con il Credo che professiamo. Gloria al Padre... 2. O Dio onnipotente, che hai reso sant’Antonio costruttore di pace e di fraterna carità, guarda alle vittime della violenza e della guerra, e fa’ che in questo mondo sconvolto e pieno di tensioni possiamo essere coraggiosi testimoni della non-violenza, della promozione umana e della pace. 3. O Dio, che hai concesso a sant’Antonio il dono delle guarigioni e dei miracoli, concedici la salute dell’anima e del corpo. Dona serenità e conforto a quanti si raccomandano alle nostre preghiere e rendici disponibili al servizio verso i malati, gli anziani, gli infelici. 4. O Signore, che hai fatto di sant’Antonio un infaticabile predicatore del Vangelo sulle strade degli uomini, proteggi, nella tua paterna misericordia, i viandanti, i profughi, gli emigrati, tieni lontano da loro ogni pericolo e guida i loro passi sulla via della pace. 5. O Dio onnipotente, che hai concesso a sant’Antonio di ricongiungere anche le membra staccate dal corpo, riunisci tutti i cristiani nella tua Chiesa una e santa e fa’ che vivano il mistero dell’unità, così da essere un cuor solo e un’anima sola. 6. O Signore Gesù, che hai reso sant’Antonio grande maestro di vita spirituale, fa’ che possiamo rinnovare la nostra vita secondo gli insegnamenti del Vangelo e delle beatitudini, e rendici promotori di vita spirituale per i nostri fratelli. 46


7. O Gesù, che hai dato a sant’Antonio la grazia incomparabile di stringerti, come bambino, tra le sue braccia, benedici i nostri figli e fa’ che crescano buoni, sani e vivano nel santo timor di Dio. 8. O Gesù misericordioso, che hai dato a sant’Antonio sapienza e doni per guidare le anime alla santità per mezzo della predicazione e del sacro ministero, fa’ che ci accostiamo con umiltà e fede al sacramento della riconciliazione, grande dono del tuo amore per noi. 9. O Spirito Santo, che in sant’Antonio hai dato alla Chiesa e al mondo un grande maestro della sacra dottrina, fa’ che tutti coloro che sono al servizio dell’informazione sentano la loro grande responsabilità e servano la verità nella carità e nel rispetto della persona umana. 10. O Signore, che sei il padrone della messe, per intercessione di sant’Antonio manda molti e degni religiosi e sacerdoti nel tuo campo, riempili del tuo amore e ricolmali di zelo e di generosità. 11. O Gesù che hai chiamato il papa a essere pastore universale, sommo sacerdote e annunziatore di verità e di pace, per intercessione di sant’Antonio, sostienilo e confortalo nella sua missione. 12. O Dio-Trinità, che hai dato a sant’Antonio la grazia di conoscere, amare e glorificare la Vergine Maria, madre di Gesù e madre nostra, concedi a noi di accostarci sempre fiduciosi al suo cuore di madre, per poter meglio servire, amare e glorificare te, che sei l’Amore. 13. O Signore, che hai concesso a sant’Antonio di andare incontro a sorella morte con animo sereno, orienta la nostra vita a te; assisti i moribondi, dona la pace eterna alle anime dei nostri fratelli defunti. 47


Benedizione della Famiglia La grazia e la pace di Dio nostro Padre e del Signore nostro Gesù Cristo sia con tutti voi. E con il tuo spirito. Preghiamo:

O Dio, Trinità d’amore, aiuta ogni famiglia cristiana a riscoprire la bellezza di essere una piccola chiesa domestica, chiamata ad essere santa come lo sei tu. Aiutaci a crescere ogni giorno nella fede, nella speranza e nell’amore. Insegnaci a dividere il pane con chi ha fame, a donare affetto a chi è piccolo, malato e solo. Ti chiediamo ora Signore la grazia di ravvivare, nel segno di quest’acqua benedetta, il ricordo del nostro Battesimo e l’adesione a Cristo Signore, crocifisso e risorto per la nostra salvezza. Amen Dio vi riempia di ogni gioia e speranza nella fede. La pace di Cristo regni nei vostri cuori. Lo Spirito Santo vi dia l’abbondanza dei suoi doni. E la Benedizione di Dio Onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, discenda su di voi e con voi rimanga sempre. Amen. 48

Sant'Antonio di Padova  

Piccola vita di Sant'Antonio di Padova

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