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24 aprile 2010 IN MOVIMENTO

Acqua, attenti al Pd Inizia il 24 e 25 la raccolta firme in calce ai tre quesiti promossi dal Forum per l’acqua pubblica con l’obiettivo di arrivare al referendum. Purtroppo ci saranno altre due raccolte di firme: quella dell’Italia dei Valori e quella sulla proposta di legge del Pd che non intacca in niente la gestione esistente e contribuirà a creare confusione a pagina 2

Quel che resta di Fini Uno scontro memorabile alla Direzione del Pdl. Berlusconi per la prima volta in vita sua deve fronteggiare un oppositore interno ma, davanti ai suoi plaudenti, lo massacra. Basterà a salvarlo? Il Pdl è finito, An si è liquefatta, Fini si accontenta di essere minoranza interna ma di fatto è cacciato da quel partito. Salvatore Cannavò

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I ricatti di Marchionne e Elkann Franco Turigliatto a pagina 4

TEMPI MODERNI

in Libreria

L’Aquila boccia la cittadinanza onoraria per Bertolaso

I Padrini del Ponte

a pagina 3

208 pagine - 14 euro

Speculatori locali o d’oltre-oceano; faccendieri, piccoli, medi e grandi trafficanti, conservatori, liberali e finanche ex comunisti, banchieri, ingegneri ed editor.

LA SETTIMANA IN PILLOLE di Salvatore Cannavò C’è la crisi evidente del centrodestra. Nonostante le elezioni segnalino una tenuta di Berlusconi e del suo governo - grazie soprattutto ai voti della Lega - se lo si guarda nel lungo periodo il berlusconismo si è insediato nel senso comune soprattutto sul fronte del razzismo e dell’imbarbarimento sociale, si pensi a quanto avvenuto nel paesino di Adro e alla mensa tagliata ai bambini. Ma sul medio periodo l’alleanza di centrodestra ha solo perso pezzi. Nel 2001, anno del picco massimo elettorale, la coalizione berlusconiana contava circa 20 milioni di voti e andava da Storace a Casini. Poi, via via, ha perso l’Udc, poi ha perso anche la Destra - che però sta rientrando - e infine perde Fini. Certo, a eclissarci ci mette tanto, forse troppo tempo ma Berlusconi è comunque un fenomeno calante. A tenerlo davvero in vita è il suo dirimpettaio, un Pd che in giorni di impazzimento del centrodestra si augura che il governo mantenga la stabilità. Dichiarazioni che fanno il paio con l’accoglienza ricevuta da Marchionne e dal suo piano Fiat che non è che un ricatto bell’e buono ai lavoratori del gruppo: o accettate flessibilità maggiore oppure sposto le produzioni all’estero. Solo che dal centrosinistra la Fiat ha avuto solo apprezzamenti. Che dire? Con degli amici così non abbiamo bisogno di nemici.


ACCADE A SINISTRA

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Al via il referendum dei movimenti. I democratici raccolgono firme su una proposta parallela

Acqua, attenti al Pd I

l fine settimana del 24 e 25 aprile inizia in tutta Italia la raccolta firme per i referendum per la ripubblicizzazione dell’acqua. In centinaia di piazze italiane saranno allestiti i banchetti. L’anniversario della Liberazione dal nazifascismo - ha ritenuto il comitato promotore - è l’occasione adeguata per liberare anche l’acqua dal mercaro e dal profitto. Il referendum si articola in tre quesiti che vogliono abrogare la legge approvata dall’attuale governo - su iniziativa del “fiiniano” Ronchi - nel novembre 2009 e le norme approvate in passato dal centrosinistra che vanno nella stessa direzione, la privatizzazione di un bene comune. Il comitato promotore nazionale è una vastissima coalizione composta da associazioni, sindacati, movimenti e che non prevede la presenza di partiti (come Sinistra e Libertà, Sinistra Critica, Federazione della Sinistra) che faranno invece parte di un comitato di sostegno. Tale soluzione ha provocato la rottura con l’Idv di Antonio Di Pietro che ha invece deciso di procedere a un’autonoma raccolta di firme su un solo quesito, quello contro la legge Ronchi, e di cominciare il prossimo 1 maggio. Chi invece non aderirà né alla prima né alla seconda campagna è il Pd che proprio in mattinata a Torino, con la sua responsabile nazionale Ambiente, ha presentato la propria Proposta di legge sulla quale intende raccogliere le firme. «almeno un milione». Le direttrici sulle quali si muove la proposta di legge fanno riferimento innanzitutto all’istituzione di una forte Autorità indipendente sul modello dell’Aifa (l’organismo che regola la messa in commercio dei farmaci) che dovrebbe definire gli standard di servizio, monitorare i risultati, applicare sanzioni in caso di mancato investimento, incentivare qualità, efficienza e risparmio. Previsto

poi un forte ruolo delle regioni e degli enti locali per quanto riguarda l’ affidamento del servizio idrico. La gestione industriale delle reti dovrebbe assicurare la

stessa qualità su tutto il territorio nazionale e la « sicurezza degli approvvigionamenti». Inoltre secondo il Pd si «devono prevedere una tariffa sociale per dare

agevolazioni a determinate fasce di reddito e a nuclei familiari numerosi, e una tariffa che incentivi il risparmio idrico». Infine quello che probabilmente è il punto più importante riguarda l’istituzione di vincoli la realizzazione «degli investimenti necessari per migliorare il servizio, stimati in almeno 60 miliardi di euro, con l’impegno aggiuntivo per garantire lo stesso livello di servizio idrico in ogni area del paese». Insomma, si tratta di una proposta che non solo non intacca la sostanza dei provvedimenti vigenti ma che contribuirà, con l’avvio di una raccolta firme parallela, a generare confusione tra cittadini e cittadine che si troveranno di fronte a tre tipologie di banchetti e che, magari credendo di firmare per la riappropriazione dell’acqua come bene comune, potrebbero essere raggirati. Del resto, Bersani è stato più che chiaro: «Il referendum è una battaglia fondata ma lo strumento referendario da solo non basta .... sia per la scarsa efficacia dimostrata negli ultimi anni sia perché abroga leggi senza definirne di nuove e di più efficaci». Come in tante altre situazioni - Tav, lavoro, scuola - oltre a guardarsi dalle privatizzazioni il movimento deve guardarsi anche dai falsi amici.

L’Aquila boccia la cittadinanza onoraria per Bertolaso Epicentro Solidale Gentile direttore, la clamorosa bocciatura della proposta pervenuta in Consiglio Comunale, di insignire il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, della cittadinanza onoraria, rende finalmente chiaro a tutti il grande bluff che si cela dietro la vita e le opere del boss in polo blu. La stessa proposta, così delicata, che si è cercato di far passare con una cosiddetta “sveltina” è stata mal eleborata e mal gestita finendo per coprire di ridicolo i quattro promotori. Infatti, non avendola neanche ben approfondita ed eleborata, i quattro sono stati subissati da un voto che li ha lasciati soli mentre uno di essi esponente

de “La Destra”, ha pensato bene di astenersi. E’ così naufragato il misero tentativo di ingraziarsi chi di dovere e di portare a termine un’operazione di facciata che a maggior disonore di chi l’ha proposta ha finito per essere paragonata ad altre più nobili iniziative di questo tipo. Ricordiamo infatti tanto per fare un nome il conferimento della cittadinanza onoraria a Rigoberta Menchù una leader mondiale ed un esempio per le lotte di tutte le resistenze indigene e per tutte e tutti coloro che si spendono senza sosta contro la violazione dei diritti civili in tutte le parti del mondo! Sarebbe stato utile riflettere un po’ di più e magari informarsi sul

perchè della resistenza aquilana a correre in soccorso di un plurindagato. Sarebbe bastato, forse, anche approfondire il senso di un gruppo che su “facebook” si ispira proprio al rifiuto di concedere la cittadinanza a Bertolaso e che conta QUALCHE MIGLIAIO DI ISCRITTI! Insomma, come primo passo per la riappropiazione di un senso civico e di popolo contrapposto al trattamento da sudditi riservatoci, non è male! Ed ora aspettiamoci il fuoco di fila contro l’ingratitudine aquilana di quella robusta parte della popolazione che lungi dal prendere finalmente coscienza rimane spettatrice passiva di questi cambiamenti epocali!


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N

on se l’aspettava Fini quel balzo di Berlusconi, dalla presidenza della grande sala dell’Auditorium di Roma, fin su, verso il podio dal quale lui si è appena allontanato. Il presidente della Camera non ha ancora finito di scendere le scalette per sedere al suo posto in prima fila, dopo aver parlato per circa un’ora senza risparmio né ipocrisia, rivolgendosi al premier direttamente, che quello lo infilza allo spiedo, in un modo che solo Berlusconi sa fare. E Fini capisce che quel partito, quella sala, quel gruppo dirigente, ha deciso di fare a meno di lui. Berlusconi è spietato. Lascia da parte tutte le obiezioni di merito che il presidente della Camera ha mosso nel suo intervento, diretto ma politico, pieno di contenuti: non possiamo rincorrere la Lega sull’immigrazione, noi siamo un po’ più umani; il Giornale di Feltri mi attacca in un modo indecente; il processo breve era una boiata pazzesca; il governo ha fatto tanto ma fra tre anni, quando andremo al voto, cosa avremo fatto contro la crisi? E così via. Soprattutto, noi siamo una minoranza nel partito, non una corrente ché quelle «sono metastatasi» ma un’area politico-culturale sì e quindi esigiamo rispetto. Gli ricorda, quasi gli rinfaccia, anche quella spaccatura di cui si parla troppo poco in Sicilia - terra di appalti e di mafia - che ha prodotto un Pdl-Sicilia accanto al Pdl nazionale. «Ne vogliamo parlare?» dice il presidente della Camera «oppure pensiamo che anche lì ci sia il ruolo di Fini e della minoranza?». Ma l’ex leader di An non finisce nemmeno di parlare che Silvio Berlusconi agguanta il microfono e decide che la sua replica va fatta subito, non si può attendere la fine del dibattito. «Sono stato chiamato in causa e quindi devo rispondere» dice alla platea. E una cosa così solo lui può farla, lui che del partito non è solo il presidente ma il dominus assoluto, il vero capo-azienda. E Berlusconi si alza come in una qualunque convention aziendale, guarda la sala con gli occhi di un pescecane famelico e puntando lo sguardo sullo stesso Fini gli scava attorno una voragine. «Nessuno mi aveva mai riportato certi problemi» esordisce, quasi cadendo dalle nuvole. Poi le rasoiate: «La Lega? Ma se

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Lo scontro è definitivo e per i due leader niente sarà come prima

Quel che resta di Fini Salvatore Cannavò

non fa che ereditare gli orientamenti della tua An..». E ancora: «Tu nei giorni scorsi hai detto di esserti pentito di aver fondato il Pdl», con Fini che si alza in piedi, punta il dito contro Berlusconi e cerca di dire qualcosa, «il Pdl in Sicilia...» e poi si risiede. E ancora: «Davanti a Gianni Letta mi hai detto di esserti pentito di aver fondato il Pdl e di voler fare gruppi parlamentari autonomi», con Fini che si agita ancora sulla sedia. E ancora: «Il Giornale? Ho chiesto a un mio familiare di venderlo, magari a un amico tuo...ma ad attaccarti di più è Libero di proprietà di un deputato del Pdl, Angelucci, che mi dicono che è tuo amico». E ancora: «Per esercitare un ruolo super partes non hai fatto campagna elettorale, non sei voluto neanche venire a piazza San Giovanni perché chi ha un ruolo istituzionale non può esprimere opinioni politiche e allora vieni a fare politica nel partito, ti accogliamo a braccia aperte, ma lascia la presidenza della Camera!». Basta, lo squalo è sazio, l’assalto finisce e l’intervento anche, Fini è sballotato a destra e sinistra, la sala applaude la mattanza e in particolare quell’unica richiesta che conta, quella che Berlusconi

aveva fatto fare già in mattinata, via intervista al Corriere della Sera, dal presidente-ventriloquo del Senato: lascia la presidenza della Camera, cioè ridacci i regali che ti abbiamo fatto, prendi le tue cose, mettile nello scatolone e sloggia. Come un qualunque dipendente licenziato, come in qualunque azienda. E Fini, che capisce bene, si rialza dalla sedia, sorride nervoso, protesta e poi dice, la mano accanto alla bocca, il dito puntato: «Se non lascio che fai, mi cacci?». Guarda che ti ho già cacciato avrà senz’altro pensato Berlusconi. La Direzione finisce senza altri colpi di scena, che la metà di questi basterebbero a chiunque. Il gruppo finiano, 22 gli iscritti a parlare, decide di cancellarsi dal dibattito e alla fine si dichiara soddisfatto perché la giornata ha sancito la nascita di una minoranza più o meno organizzata. Il documento finale viene votato con soli 11 voti contrari e 1 astenuto e quando la sala si svuota si intravedono le seguenti cose. Berlusconi per la prima volta in vita sua ha dovuto fronteggiare un oppositore interno, un uomo autorevole che, con il dito alzato e puntato contro di lui, gli ha detto chiaro e tondo che non ne

riconosce la supremazia. Per lui è stato un colpo e non è detto che non lo pagherà sul piano del consenso. Il berlusconismo si regge nell’assoluto vuoto pneumatico, se l’aria, cioè il dibattito, si addensa, perde forza e fascino. Il Pdl è finito. Ci metteranno del tempo a trovare le forme organizzate ma, proprio perché un partito berlusconiano non può essere un partito “normale”, la stessa forma della minoranza organizzzata mette in discussione la natura del progetto. Anche An non c’è più. Fini lascia sul campo la maggioranza dei suoi ex colonnelli che però, a loro volta, perdono dignità politica e diventano degli stipendiati del Cavaliere. Lo capisce bene Alemanno, il più amareggiato, che a Roma non avrebbe visto la vittoria della Polverini senza la “faccia” di Berlusconi. Fini non avrà un futuro in quanto oppositore interno al Pdl. Per ora quello è il suo ruolo, anche perché la presidenza della Camera si giustifica solo se resta dentro al partito. Ma una minoranza non ha spazi, la gente di Berlusconi non ama la dialettica interna anzi non la contempla proprio. Il Pdl stringerà i suoi rapporti con la Lega e in quest’ottica la figura di Tremonti è quella più accreditata a succedere a Berlusconi. Ma Fini deve trovare altre sponde altrimenti può solo giocare di interdizione. Le riforme per ora sono accantonate. Lo ha detto lo stesso Berlusconi all’inizio del suo intervento mattutino quando le ha subordinate a un rapporto con l’opposizione. Vedendosi chiuso dall’opposizione interna che lo bloccherà in Parlamento è normale provare il gioco di sponda con quelli dell’altra sponda. E chissà che a quei geni di D’Alema e Veltroni non venga in mente di dargli una mano.


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Il piano di rilancio si basa sulla flessibilità dei lavoratori. E spunta il piano b

I ricatti di Marchionne e Elkann “L

acrime e sangue” è questo il programma che lo sportivo ed ammirato amministratore generale Marchionne e il moderno “giovin signore” presidente della Fiat, Elkan hanno prospettato per il futuro dei lavoratori, vergognosamente coperti e sostenuti dai media di ogni colore che non hanno avuto paura del ridicolo nella loro attività incensatoria. Al di là degli ipotetici piani di sviluppo del futuro, totalmente dipendenti dall’evoluzione della crisi economica del sistema capitalistico, i due capi della Fiat hanno detto cose fin troppo chiare: 1) nel prossimo periodo ci sarà una flessione fortissima del mercato e quindi si farà ricorso massiccio alla cassa integrazione (almeno per un anno e mezzo) e si procederà alla chiusura di Termini Imerese; naturalmente questa situazione produrrà non solo gli esuberi dello stabilimento siciliano, ma molti altri esuberi in altri stabilimenti. 2) se il mercato mondiale riprenderà a tirare tra due anni, la Fiat ha pronto un grande piano di sviluppo, compreso una forte ripresa di produzione in Italia, quello magnificato da giornali e televisioni. 3) questo piano, per altro ipotetico viste le turbolenze dell’economia, verrà attuato solo se i lavoratori accetteranno di lavorare alle condizioni dei loro compagni di altri paesi dove i diritti del lavoro valgono poco o niente, cioè se rinunceranno agli accordi di tutela, alle pause e ai riposi e se accetteranno la fatica immonda dei 18 turni settimanali, cioè se accetteranno di farsi sfruttare come e quando vogliono i padroni. Meno lavoratori, maggiore produttività e maggiore produzione. 4) nel caso in cui i sindacati e i lavoratori non volessero dimostrare entusiasmo per questa generosa offerta/ricatto dei padroni delle Supplemento a Erre - Resistenze Ricerche Rivoluzioni Direttore: Salvatore Cannavò Vicedirettore resp.: Checchino Antonini Coordinamento: Giulio Calella iscrizione al Registro della stampa Tribunale di Roma n. 693/2002 del 20 dicembre 2002 Redazione: C.ne Casilina 72/74, 00176 Roma www.ilmegafonoquotidiano.it tel. 06.45.44.50.02

Franco Turigliatto

ferriere in guanti bianchi, Marchionne ha pronto il piano B, cioè lo spostamento delle produzioni in altre parti del mondo dove ci sono tanti disoccupati desiderosi di produrre più facili profitti agli azionisti della Fiat. Naturalmente dopo due anni di cassa integrazione, con stipendi che scendono sotto i mille euro al mese, Marchionne e Elkan sono abbastanza convinti che anche i sindacati e i lavoratori più combattivi saranno abbastanza ammorbiditi, pronti allo scambio: lavoro contro diritti elementari. Come avviene nell’economia monetaria dove la moneta cattiva, quella che vale poco, scaccia quella buona, così il lavoro cattivo deve scacciare il lavoro buono, quello tutelato da diritti. 5) i padroni della Fiat hanno preso la decisione definitiva di scorporare il settore auto dal resto delle attività produttive, da una parte l’auto dall’altra la Fiat industriale. Lo scopo naturalmente è quello di poter valorizzare maggiormente i capitali investiti nei due settori, di poter integrare pienamente la Fiat nella Chrysler, cioè di disporre di una multinazionale dell’auto maggiormente competitiva, che significa una Fiat sempre più fuori da Torino e dall’Italia, un colosso i cui dirigenti guardano la cartina del mondo e spostano le pedine da una parte e dall’altra, cioè il futuro di uomini e donne per realizzare più alti profitti. Vale la pena di ricordare che questa nuova creatura è frutto della fatica dei lavoratori, dei tanti soldi dati dallo stato italiano alla Fiat, ma anche dei miliardi di dollari dello stato americano per il salvataggio della Chrysler, affidata a Marchionne senza che la Fiat tirasse fuori un soldo. La situazione per il movimento dei lavoratori non è facile anche perché parte dei sindacati è passata armi e bagagli dalla parte dei padroni, la demoralizzazione e la rassegnazione coinvolge numerosi settori di lavoratori, e complessivamente i rapporti di forza si sono

fortemente deteriorati negli ultimi anni. Tuttavia deve essere chiaro, che pur non avendo più questa azienda la dimensione di 30 anni fa, quello che succederà alla Fiat riguarda tutto il movimento dei lavoratori, le dinamiche delle organizzazioni sindacali ed avrà incidenza sugli stessi livelli di democrazia nel nostro paese, per non parlare del futuro di una città come Torino, così come è già oggi per Termini Imerese. In primo luogo bisogna riaffermare un diritto democratico elementare: che il futuro e il destino, la vita stessa di migliaia di persone non possono essere decisi da due individui e da ristretti consigli di amministrazione dei potenti in nome dei loro profitti e delle loro rendite. Certo questa è la realtà del capitalismo, ma proprio per questo non può essere accettata. Proprio per questo fin da quando è scoppiata la crisi abbiamo affermato con forza che il futuro delle lavoratrici dei lavoratori, le nostre vite, valgono più dei loro profitti. La prima condizione per resistere è impedire che un settore di lavoratori sia contrapposto a un altro, che gli stabilimenti siano messi in concorrenza per fare la migliore offerta (per i padroni) per “tenere” il lavoro. Questo discorso vale per gli stabilimenti in Italia, ma deve valere per tutti gli altri stabilimenti del gruppo Fiat, a partire dall’Europa. È molto negativo che mentre la crisi dell’auto ormai dura da tantissimi mesi, le organizzazioni sindacali del settore o per lo meno della stessa multinazionale non abbiano trovato forza e volontà per cercare una strada comune, ma abbiano continuato a ragionare “speriamo che me la cavo”. Per questa via si finisce solo per essere affettati fetta dopo fetta come un salame. Non c’è dubbio che il settore dell’auto è saturo e che è impossibile continuare a produrre 90 milioni di macchine nel mondo all’anno quando se ne vendono al massimo 60.

Le scelte sono solo due: o passa la politica padronale di ridurre numero di stabilimenti e operai, aumentando la produttività e garantendosi i profitti; o si riesce a creare un rapporto di forza in Italia, ma forse è necessario crearlo a livello europeo, anche se è difficile, per imporre una ripartizione del lavoro esistente tra tutti, una riduzione dell’orario a parità di salario e quindi anche ritmi di lavoro più umani, meno profitti per i padroni, lavoro per tutti. Le difficoltà sono immense, ma ogni altra strada che non si ponga questo obbiettivo e questo problema, rischia di perdere i pezzi per strada e consegnarsi, nel migliore dei casi all’elemosina dello stato con gli ammortizzatori sociali, per altro sempre pagati con le tasse e i contributi di tutti i lavoratori, dentro una sconfitta complessiva. Per questo serve oggi rispondere alle provocazioni della Fiat con una vasta campagna di informazione della posta in gioco, della denuncia del vergognoso ricatto, sulla paziente, ma urgente costruzione di una risposta che coinvolga le lavoratrici e i lavoratori di tutto il settore auto, ma che possa congiungersi con un processo di unificazione delle tante lotte in corso per difendere l’occupazione e il salario. Per far questo è importante che i lavoratori sappiano tornare protagonisti, che non si arrendano, che costruiscano fabbrica per fabbrica gli strumenti sindacali e organizzativi per reggere la sfida. È importante che i sindacati che non hanno accettato di diventare complici del padronato e che si pongono il compito di restare sindacati, cioè organizzazioni di lavoratori per i lavoratori, contro l’involuzione corporativa, agiscano insieme, trovino gli strumenti di unità; è questa è la strada per cui un maggior numero di lavoratori può diventare consapevole che bisogna dire no a Marchionne e Elkan, che si può provare a imporre i diritti del lavoro, impedire che altri determino il futuro della loro vita.

il megafono della settimana  

24 aprile 2010

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