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NUMERO VI - MAGGIO 2012

Autodisciplinati di Stefano Tieri

Un “grande fratello” orwelliano che tutto guarda, ascolta, controlla, e alla più piccola inadempienza punisce. È in questa immagine che ci culliamo, paghi della nostra “libertà”, quando pensiamo ad un regime totalitario, magari davanti ad un televisore a sgranocchiare snack americani e ingurgitare birra cinese. Ma l’oppressione non si manifesta più necessariamente (non solo, almeno) tramite la violenza, fisica o psicologica che sia. Là dove la concezione di “libertà” è profondamente mutata è difficile rendersi conto di questa spinta invisibile: se è vero che ogni azione è percepita come libera, ricade sistematicamente all’interno di una precisa gamma di comportamenti, ritenuti perciò “normali”. Le pratiche di quella che potremmo chiamare “oppressione della normalità” sono più velate, dolcificate, e ricordano da vicino un’altra celebre distopia della letteratura: “Brave new world” di Aldous Huxley, teorico di una civiltà la cui stabilità è fondata sull’indottrinamento sistematico e sull’altrettanto sistematico utilizzo del soma («nel mondo nuovo l’uso del “soma” non era un vizio personale; era un’istituzione politica; era l’essenza stessa della Vita, della Libertà e del Perseguimento della Felicità, garantiti dalla Carta dei Diritti», chiarisce l’autore nel “Ritorno al mondo nuovo”), specchio dei nostri – ahinoi diffusissimi – psicofarmaci. Possibile concepire l’infelicità come una malattia, al punto da ricercarvi una cura chimica? Possibile creare, in provetta, l’infelicità? Forse la domanda pecca di malizia, ma i risultati sono evidenti: siamo sospinti all’interno di un circuito – quello del consumo – totalizzante e continuo, un circuito che crea desideri (Marcuse parlava di «falsi bisogni»), i quali a loro volta, lungi dal soddisfare il soggetto, ne richiamano degli altri, in una catena infinita. Ma il denaro non è infinito, e nell’impossibilità di soddisfare ogni desiderio se ne soffre la mancanza. Ecco allora la “soluzione”: l’indebitamento (condizione che è divenuta infatti, negli ultimi anni, normalità). Un indebitamento che è però una sottile e velata pratica di controllo: il “sentirsi in debito” è in qualche modo un “sentirsi in colpa” perché qualcosa, di non

dovuto, ci è stato dato; e il legame creato ci assoggetta, senza via d’uscita, al creditore. Preso atto, come si accennava prima, che il debito costituisce una costante della nostra esistenza (al punto da non essere nemmeno più necessario il gesto dell’indebitamento, in quanto – almeno in Italia – ognuno nasce già debitore di qualche decina di migliaia di euro), in che misura esso costruisce la nostra vita, la nostra identità? Il rapporto fra neoliberalismo, il suo prodotto – il soggetto indebitato – e le conseguenti pratiche di controllo sono da qualche mese argomento d’analisi di un seminario tenuto dai filosofi Pier Aldo Rovatti e Massimiliano Nicoli. Ci incontreremo con loro in un dibattito aperto dove verrà esposta e discussa la ricerca che stanno portando avanti. Vi invitiamo a partecipare all’incontro che si terrà il 22 maggio nel dipartimento di italianistica (via dell’Università n.1) dalle ore 20.30. Dalla normalizzazione all’automatizzazione il passo è breve: prima di risvegliarci automi, chiediamoci dove sia finita la nostra libertà, «la libertà di dire no» (Ernst Jünger, “Il trattato del Ribelle”).

I

Lilligrafia


Confutazione su un senso che (non) c’è di Lorenzo Natural

Q

uando Oscar Wilde coniò il celebre motto Art for Art’s Sake (“L’arte per lo scopo dell’arte stessa”), la sua intenzione era celebrare la bellezza dell’Arte svincolandosi da qualsiasi logica di servilismo verso altri ‘massimi sistemi’, quali la religione, la politica, l’economia. Inoltre Wilde reclamava il diritto di creare un’opera che non dovesse a tutti costi rappresentare un significato sociale o storicistico, ma semplicemente (anche) come intuizione e creazione artistica fine a se stessa (o meglio, non succube di sovrastrutture). Che l’Arte non sia sempre e solo intuizione-espressione crociana o che, viceversa lo sia, che sia o meno espressione fisiologica di un processo sociale ben delineato, ci si interroga spesso sull’intelligibilità di essa e della fruizione ecumenica e oclocratica che dovrebbe ontologicamente avere.

Nello scorso numero, Marco Sinuello nel suo articolo “Strada o Sopraelevata?” sentenzia (mi si passi il termine oggi connotato di semantica negativa, ma non rientra nelle mie intenzioni polemizzare con la forma del suo articolo, semmai con il contenuto) che dovremmo tutti ritornare a qualche espressione popolare, dialettale, più terra-terra prima di cominciare con la costruzione di castelli in aria o abbandonarsi a facili e improduttive seghe mentali, soprattutto se l’unico fine che hanno è l’autocompiacimento e l’autocelebrazione; e indi continua: è inutile inalberarsi in citazioni d’alto rango e paroloni complessi per sentirsi intellettuali, se poi in questo modo non riusciamo a raggiungere con il nostro messaggio le persone di tutti i giorni, che per i più svariati motivi possono aver scelto o possono non aver avuto la possibilità di una formazione scolastica di un certo tipo. Ora, arrogandomi con prevaricazione il diritto di parlare in nome di buona parte di noi Chartasporchisti, ritengo che nessuno di noi abbia la presunzione di appartenere alla poco tollerata classe (che termine osceno!) degli intellettuali, o meglio, degli intellettualoidi del XXI secolo (lapalissiano che qualora ci fosse qualcuno che rivendichi questo ruolo tra noi sarà liberissimo di rispondere a queste mie parole, così come faccio qui con Marco). Ciò nonostante ritengo che chiunque si occupi anche in minima parte di Arte e Cultura (contenitore assai variegato ed osmotico e che, si badi bene, non deve essere confuso con lo stretto recinto dell’accademicismo istituzionalizzato) o che crei Arte e

anche ricreativo, come affermava Allan Kaprow.

Cultura abbia il diritto e il dovere di scegliersi – o non scegliere – un obiettivo.

E che dire dell’appunto mosso da Marco sull’intelligibilità della comunicazione artistica nei confronti di coloro che possono aver scelto o possono non aver avuto la possibilità di una formazione scolastica di un certo tipo? In primis, come ho detto prima, credo ancora nella volontà dell’uomo di potersi modellare, certo con difficoltà, da sé, e non capisco perché la Cultura e l’Arte dovrebbero sforzarsi di incontrare chi per pigrizia o incapacità non abbia fatto il primo passo. In secundis, Marco, a mio modo di vedere, cade nello stereotipo della cultura e dell’arte come derivate di una formazione scolastica prestabilita, tautologia moderna certo, ma non veritiera. Anche qui la lista di artisti, ma anche di semplici uomini di cultura (che ripeto, è contenitore variegato) privi di istruzione scolastica occuperebbe troppo spazio.

Certo, il discorso che fa Marco – o così come io l’ho percepito – sull’arte come simbolo portatore di un messaggio alle masse affonda i prodromi nelle più profonde radici dell’umanità fino ad aver incontrato il suo massimo vessilifero nel marxismo. Tuttavia ritengo limitato pensare di poter concepire la Cultura e l’Arte solo come arieti per sfondare e propagandare IL messaggio tra le povere e fanciulline classi semianalfabete per scelta o per nascita e condizioni storico-sociali (NB: mi sento di rigettare la tesi di un verghiano ideale dell’ostrica che espunge ogni possibilità di affermazione volontaristica di sé al di là del proprio scoglio, tenendo ben presente l’influenza che ha su ognuno di noi qualsiasi strato sociale, che va dalla famiglia alle amicizie, dal lavoro alla scuola e via discorrendo). Si faccia però attenzione: l’Arte non è solo ciò che è stato cristallizzato come il ‘bello in senso assoluto’ da soloni neopensionati e che citano a menadito Petrarca, Dante, Boccaccio, Shakespeare (indubbiamente i pilastri della nostra cultura, ma non i soli), ma che scherniscono Palahniuk, Bukowski e Lars Von Trier senza averne mai letto – o visto – nulla di loro creazione.

Se l’obiettivo dell’opera d’arte, dello scritto di cultura, della poesia, della scultura, del film deve essere oggi la massa falsamente indefessa, ma fortemente indifesa, la stessa massa per cui addirittura attraverso il consumo è avvenuta la riconciliazione tra essa (la massa, nda) e avanguardia, per cui anche l’illeggibilità dei testi illeggibili è appunto garanzia di qualità per le masse, le quali hanno fatto presto a convincersi che oggi un testo letterario valido non deve assolutamente essere leggibile […] che importa che le masse

Appiattire l’Arte come un semplice mezzo veicolare potrebbe essere estremamente dannoso per la sua intrinseca concezione e per l’autonomia che Wilde rivendicava per essa: Art for Art’s Sake.

Lilligrafia

L’arte per l’arte, l’arte al di sopra delle classi, l’arte al di fuori della politica e indipendente da essa in realtà non esiste: così Mao Tse-Tung sentenziava, reclamando il diritto della politica di assoggettare ai proprî fini l’opera artistica. Tesi ripresa da buona parte dei totalitarismi novecenteschi. Senza entrare nel merito di giudizî su questo o l’altro sistema, avere la presunzione che l’Arte slegata dalla vita politica e/o economica e/o sociale non esista equivale a non considerare artisti uomini come D’Annunzio, Gautier, Sully Prudhomme, Baudelaire, Carmelo Bene e via discorrendo in una lista che non smetterebbe mai di finire. (Lo stesso Bene affermò che per lui l’arte è decorazione, è volontà di esprimersi). Allo stesso modo risulterebbe irritante giudicare improduttivo il manierismo fine a se stesso. Come se l’opera culturale e artistica debba necessariamente avere un fine produttivo e non creativo o ri-creativo – e perché no,

II

non capiscano un’acca dei testi che tuttavia acquistano? Ciò che più importa è che esse accettano la moneta dell’illeggibilità. (A.Moravia, Illeggibilità e potere) A questa massa deve rivolgersi quindi l’Arte? Al (e ancora peggio, a questo) mercato? Ci sono cose che devono restare inedite per le masse anche se editate. Pound o Kafka diffusi su Internet non diventano più accessibili, al contrario. Quando l’arte era ancora un fenomeno estetico, la sua destinazione era per i privati. Un Velazquez, solo un principe poteva ammirarlo. Da quando è per le plebi, l’arte è diventata decorativa, consolatoria. L’abuso d’informazione dilata l’ignoranza con l’illusione di azzerarla. Del resto anche il facile accesso alla carne ha degradato il sesso. Così Carmelo Bene, che nella sua arrogante e più incoerente dell’aere, ma estatica retorica chiuse il discorso sull’Arte in un programma televisivo. E con le sue parole, non trovandone di migliori, chiudo io. Consapevole che la sua era Arte, forse (per lo scultore Jean Dubuffet La vera arte è dove nessuno se lo aspetta, dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome. L’arte è soprattutto visione e la visione, molte volte, non ha nulla in comune con l’intelligenza né con la logica delle idee), la mia una volutamente verbosa polemica, zuppa di citazioni inalberate e d’alto rango e paroloni stucchevolmente complessi. Sui quali, Bene avrebbe ossequiosamente sputato.


Terza

Pagina

inserto letterario Triscina, pensandola ancora

Sulle beghe

Sono venti i passi sul mare e tre sigarette stanotte; una fuga sulle onde e la luna che segnano i vuoti minuti.

Fu una fesseria: l’aula studio seria echeggia di boccheggianti rimproveri, ghigni a gesti e soffocate lamentele. La quiete di chi studia non si allenta ma vi è l’occasione di una risata a denti stretti e sguardi di sottecchi (come biasimi striminziti) - riturbina l’ondata di vento a mulinelli su foglie, cartacce, cappelli via del Lazzaretto Vecchio è uno sciame di voci insensate, un cipiglio e una nenia: tutte le viuzze sono bocche da far risuonare il vento non fa tacere nemmeno il cassonetto dal coperchio per aria lì per lì pronto a scattare di nuovo.-

Quante cose di lei vorrei possedere, avere, pensare, amare, toccare. Quante mi restano oggi per dopo? Ancora mi penso, perso fra i fogli di un libro non scritto da me (difficile averne la penna e l’anima in armonia). Di lei un ricordo e di me nient’altro che sabbia fra i piedi.

Ettore Spada

Ma la lite non dura, il fattaccio è risolto in breve da qualcuno che dimette l’orgoglio la scenetta ridiventa usuale come una pittura di genere o un salotto ripreso dalle cineprese.

Il Bel Paese: Immagini perdute Ride il latte nel caffè, pianse tua madre la domenica, rito d’osmiza e vin brulé. Canti giovani si perdono nel bosco, cadono gocce d’oro ….

Viene il tempo di non indugiare più il tempo di ghermire un altro poco ancora il volume aperto a pagina due di molecole,appunti, scarabocchi nel divario di due orette tra la cena.

Salta, o temporale, alzati, paese, dalla tua caduta, smetti d’annegare…. salva il tuo figliolo.

È il momento in cui non si ode nemmeno il vento, tutto è immobile con le proprie ombre poco prima del punto di svolta (la ritrovata decisione) ora il vento tintinna sugli alberi delle barche ora la bega, al ricordo ironia o vergogna ha riassunto contegno e il riflesso (vacillante?) delle convinzioni scritte sui libri.

Salta, o temporale, passa, o temporale, supera il fosso che ti fa precipitare …. T’amai un tempo, or non t’amo più.

Solivagus Rima

Angelo da Baciocchi

III


Memorie di un Bacio mai dato

L’intruglio In un giorno di luglio M’è presa la voglia Di far cento miglia Per pescare una triglia.

Occhi vagabondi frammenti d’una notte senza luna costellata di stelle ed emozioni. Occhi scuri e profondi fiumi di passione brillano vivaci e cercano l’amore. Delle virtù non hai l’altezza ma sei lor figlia e ne hai la grandezza. Tu porti la pioggia fai splendere il sole ti basta un sorriso e sboccian le rose. Il vento d’estate il tepore d’inverno quando ti vedo sei per me questo: serafico gesto d’amore e canto del firmamento. E si ferman le stelle e le verdi foglie il vento tace il cuore si scioglie

Ricetta di famiglia: si cuoce con l’aglio. L’ho detto a mia moglie, le ho chiesto consiglio. “Per me è uno sbaglio” interviene mia figlia, “Sul Web si consiglia di usar la vaniglia!” “Hai preso un abbaglio!” (dico, lei si fa vermiglia... insiste: “piuttosto dell’aglio mettiamoci il tiglio: si prepara una sfoglia in quattro si taglia e in caso si voglia contro il muro si scaglia”. “Ma come, si scaglia! Si rovina la triglia!” “Ma poi si raccoglie!” obietta mia figlia. Se la ride mia moglie E io, allo sbaraglio Seguendo il consiglio Preparo un intruglio! Descriverlo non voglio, perché pecco d’orgoglio ma pareva un ammiraglio spiaccicato a uno scoglio!

ecco che vieni nel tuo splendore e io non ho doni se non l’amore.

Ally Terante

Andrea Franti

IV


Il mio nome significa “battaglia”! di Solivagus Rima

Cara Lettera, non è affatto facile scrivere delle proprie passioni. Oltremodo difficile raccontare delle proprie ambizioni per iscritto. Sopratutto quando ogni parola che dirai potrà essere usata contro di te in futuro dai tuoi nemici e oppositori. Soprattutto quando non ti fidi assolutamente delle persone che ti stanno attorno e ti senti chiuso in una gabbia opprimente. Potrebbe mai un padre costringere ad una prigione il figlio? Potrei mai perdere la vita? Vivere è poi tanto importante? Questo Danubio blu, che poi tanto blu non è, non mi può dare serenità. Tanta malinconia esce dalle sue acque opache e ad osservarlo, così grigio, mi verrebbe voglia di buttarmici dentro ed affogare. Affogare tutte le parole vuote che non riesco a dire. Il bancario? Come potrei fare il bancario? Il mio cuore mi porta verso la musica. Quel tempo suddiviso in tre – quella sublime misura ternaria. Solo il valzer viennese mi può portare verso un rigoglioso futuro. Solo questo mi spinge a mettermi realmente in gioco. Oh, mio Dio! Dovrò presto esibirmi

Nessuno mi sente, nemmeno io sembro sentirmi. In qualche strano modo, che non so spiegare, mi assale il timore della montagna e di tutto quello che le sta intorno, strapiombi e quant’altro. Poi, in un modo altrettanto assurdo, paragono la montagna alla mia vita, ripida e maestosa. Ma la mia vita non è solo questo. Sia ben chiaro… I miei amici più cari conoscono bene il mio carattere, in tutte le sue sfumature. Sanno che sono anche molto allegro e giocondo… ma mai, ahimè, spensierato. Vivo sempre alla giornata e mai tradirei gli amici. Non sopporto il tradimento e non riesco nemmeno a capire come possa esistere… Mi dicono che sono timido, spesso ingenuo, talvolta autoironico… ma la verità è che, in qualche modo, soffro di nostalgia, nostalgia di dolci e bei momenti passati, che mai più si ripeteranno. E questo è il motivo per cui spesso mi chiudo in me stesso a pensare, a riflettere. Penso a comporre, a scrivere e ad immaginare valzer… cercando di crearmi nella mente un mondo meraviglioso e fantastico, nel quale ho deciso di non abitare. È troppo perfetto perché io possa abitarci… Io abito qui, invece, in questo mondo che mi pare tanto assurdo e realistico allo stesso tempo. E ciò è male. Vedo dovunque solamente uomini che si lambiccano il cervello su assurdi problemi, senza riflettere su quella che credo sia la vera essenza del Tutto. Semplicemente la semplicità… Non mi identifico con il pensiero dell’”umanità” in genere; sulle cose ho e mi piace avere un pensiero tutto mio. Il mestiere del compositore era più facile ai tempi di mio padre. Nessuno aveva grandi pretese di superare i grandi compositori del

al “Café Dommayer”. Ne sarò mai all’altezza? La platea opulenta riuscirà mai ad apprezzarmi per le mie capacità? O l’ombra di mio padre mi sovrasterà e verrò deriso? La mia vita è una battaglia. In questo momento sta piovendo, e mi verrebbe da dire che quasi quasi preferisco il brutto tempo al bel tempo. Riesco a comporre meglio. Più il tempo è brutto fuori dalla mia dimora e più sembra che in me ci sia lietezza; più il tempo è brutto all’esterno e più mi identifico con esso. Mi sto contraddicendo. Tutto ciò mi regala grandi emozioni ed amo stare al caldo in casa, mentre fuori il putiferio d’acquerugiola imperversa per poi trasformarsi in degli acquazzoni. Mi concentro solo sul rumore della stufa che scoppietta e sulle mie emozioni, che in questi istanti sento più vive e intense che mai. Amo la vita, in tutta la sua mestizia, in tutta la sua ingordigia dei miei momenti... amo la natura, lo sconvolgimento, la pace e tutto questo che si sgretola. Tuttavia, mai metterei “parte” di me stesso, cioè quello che provo, nelle opere che compongo. Nessuno deve sapere come sto. Nessuno deve sentirlo a parte me… mi vergognerei. Scrivendo e componendo, desidero distrarmi, vagare per paludi deserte in cerca di un po’ di pace e d’allegria. Voglio solo armonia. Se in me ci sarà tempesta, nella musica metterò amore; se in me ci sarà odio, nelle mie opere sorgerà il sole. Vedo la morte perseguitarmi costantemente, temo ogni malattia. Una volta andammo in vacanza in montagna, su un’altissima montagna, su un dirupo. Mi sentii soffocare e morire. Ho paura della morte. Ansia e paura. Ora, mi rivedo triste fra quei monti, solo io, mentre grido disperatamente con la mia voce stentorea.

passato e di sfidare se stesso. Agli artisti, come mio padre, bastava che venisse in mente qualcosa, e qualcosa veniva sempre in mente. In un sol giorno si riusciva a dar vita ad una composizione bell’e che pronta, ad esempio una polka. Ora è tutto diverso… Tutti che pretendono, che confrontano, che giudicano… Devi sapere, Lettera, che mio padre mi impedisce costantemente ed ostinatamente di suonare. Non vuole che alcun altro Strauss si occupi di musica in famiglia. Se non fosse per la mia dolce madre, che purtroppo vedo pressoché sempre infelice, io non potrei né suonare né comporre. È lei che mi nasconde gli strumenti e l’attrezzatura e la tira fuori quando il babbo è uscito di casa per farmi divertire e dedicare a questa mia passione. È lei una donna tanto bella che non sorride mai. Purtroppo ridico. Per me le donne dovrebbero solamente sorridere. Vorrei tanto piangere in certi momenti, ma mi sono scordato come si fa. Non ci riesco più! Mi piaceva tanto piangere una volta, quando ci riuscivo. Peccato che non sgorghi più nemmeno una lacrima dai miei occhi. In questo modo il cuore mi si appesantisce e mi sento un groppo in gola. E’ un rospo che non riesco a mandare giù. Tuttavia, spero di riuscire a fare nella mia breve vita tutto ciò che il mio cuore e la mia mente desiderano fare, senza che io mi debba rammaricare in seguito per errori o rinunce. Ti saluto, cara Lettera. Ti saluto per l’eternità. Perché mai sarai letta e perché ora brucerai… Con affetto, Tuo Schani, Johann Strauss junior

Cibo del futuro di Tommaso Tercovich

I

nteressante lettura recente è stata “Why Not Eat Insects? ” di Vincent M. Holt. A prima lettura potrebbe sembrare un’idea da costosi ristorantini alla moda, magari esempio di macabro passatempo per ricchi annoiati. In realtà questo libro, pubblicato nel 1885, cerca di portare alla luce un’idea scandalosa per l’Europa dell’epoca. Presenta dei menù di insetti descritti nei particolari e in varie lingue. Forse si potrebbe pensare che il nostro cibo del futuro sarà come quello degli astronauti, pillole di diversi colori e forme; secondo la FAO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, invece, potremmo mangiare proprio gli insetti. Coleotteri, grilli, farfalle,

api, vespe e larve. Per quanto riguarda l’aspetto nutrizionale hanno un contenuto di proteine e grassi praticamente equivalente e addirittura superiore, se in forma essiccata, alla carne e al pesce. Sappiamo inoltre che il numero di specie di insetti presenti sulla Terra rappresenta più della metà di tutte le specie viventi. Già in molti paesi , specialmente in Africa e in Asia, la dieta è arricchita di insetti, vista la loro ricchezza di sali minerali e proteine. Inoltre, sostenuto dalla stessa Organizzazione, per allevarli si produce meno metano e gas inquinanti. Vista la richiesta sempre maggiore di carne da parte dei paesi arricchiti e sempre più popolati come India, Cina e Brasile e il generale

V

andamento crescente della popolazione mondiale (l’ ONU stima una crescita di circa due miliardi di individui per il 2050), la scelta si mangiare insetti potrebbe essere presto una scelta, anche obbligata. Si innestano su questo discorso alimentare anche degli altri livelli di lettura, come quello antropologico, che ci portano a dire che fino ad ora l’insetto è stato assimilato alla sporcizia e al male, basti pensare che tre delle dieci piaghe bibliche sono causate da insetti: zanzare, mosconi e cavallette (Esodo). Proposti in maniera accettabile e magari tritati e resi come una farina, questi esapodi potrebbero presto finire nei nostri piatti.


Slataper per noi di Tommaso Tercovich

C

ento anni sono passati dalla pubblicazione de Il mio Carso di Scipio Slataper (1888 - 1915) sulle pagine del giornale fiorentino La Voce nel 1912. Questo libro non ha perso nulla del suo interesse e ha molto da ispirare ai ventenni di oggi. E’ dedicato a “Gioietta”, Anna Pulitzer, una delle “Tre Amiche” di Slataper che tanta ispirazione diedero al poeta e all’uomo nella Trieste del primo novecento. Il suicidio di Gioietta nel maggio del 1910 (due anni esatti prima della pubblicazione del libro), è un’importante momento di svolta nella vita dello Slataper, dando l’impulso definitivo alla scrittura del libro. Slataper si rivolge idealmente al gruppo di colti amici fiorentini, con cui dialoga raccontando le sue vicende personali intrecciate alla storia della città. L’inizio del libro con il triplice “vorrei dirvi”, richiama la pluralità dell’anima triestina: “sono nato in carso, in una casupola col tetto di paglia...sono nato in Croazia, nella grande foresta di roveri... sono nato nella pianura morava e correvo come una lepre per i lunghi solchi.” Allo stesso modo il sangue slavo, tedesco e italiano, parti della natura di Trieste, devono trovare equilibrio, “così che, in questo senso, la mia vita deve cercar di rendersi cosciente dei vari elementi perché io ne sia padrone” (da una lettera alla futura moglie del 1912). Il testo è diviso in tre parti. La prima si apre con momenti gioiosi

sul Carso negli anni dell’infanzia, la vita all’aria aperta narrata con parole nostalgiche e pennellate di colore, la descrizione dei parenti, la casa “bella e patriarcale” e i primi amori. Si chiude con la dimostrazione in città per l’università italiana a Trieste, la fuga da un gendarme e la corsa verso il mare. La seconda parte è ambientata ancora in città (il titolo originale dell’opera doveva essere Il mio Carso e la mia Città), il centro, i canti, le dimostrazioni anti tedesche e “mi tremava il petto leggendo di Oberdan. Avrei voluto morire come lui.” Lo zio garibaldino e la famiglia: “noi vogliamo esser noi, con i nostri difetti e le nostre virtù, liberi di respirar l’aria che ci spetta”, che sembra molto un grido alla sua generazione. La terza parte è successiva alla morte della donna amata (a lei dedica il libro) in cui consegna a sé e ai lettori il dolore per la perdita e la volontà di assolvere il proprio compito come poeta tra gli uomini. La narrazione è autobiografica e in certi momenti si innalza a poesia, pur essendo a tratti acerba e ricca di termini dialettali. Il mio Carso vuole essere (come sostenuto da Magris e Ara in Trieste - Un’identità di frontiera) una voce di protesta, un sussulto vitale e un presagio di morte. Bisogna sempre ricordare che il periodo in cui è stato scritto fu un periodo di crisi, crisi e disgregazione della Kultur, cioè del sapere come organizzazione e classificazione del mondo, che fino ad allora aveva costretto la cultura

in rigidi schemi ottocenteschi. Le incongruenze della vita contemporanea si esprimono nella frammentazione autobiografica. Gli scritti di Slataper si collocano in uno scontro che supera quello generazionale e si pone come ricerca di un nuovo equilibrio. Questa ricerca politico-culturale si scaglia contro l’ impero AustroUngarico che era sentito come sorpassato e incapace di reggere le spinte del nuovo secolo. Qui si fronteggiano con slancio vitale due proiezioni diverse per il futuro, l’irredentismo politico-territoriale di Timeus e l’irredentismo culturale di Slataper. Profondamente diversi: difesa nazionale e dello scontro tra popoli l’uno, idee socialiste e dell’incontro con culture diverse l’altro. Entrambi, Timeus e Slataper, come generazione infranta sugli scogli, moriranno sul carso con molti coetanei. I triestini del tempo, Saba, Spaini, Stuparich, Slataper (solo per citarne alcuni) sono un’avanguardia sia per l’ Impero, che a Trieste si condensava nelle sue diverse comunità, sia per l’Italia dove si scopre una cultura triestina che svela i suoi non-caratteri. Infatti, seguendo E. Guagnini nella sua ricerca, è più facile descrivere ciò che essa non è piuttosto che la sua identità; la triestinità è un’alterità che esiste solo quando viene vissuta, altrimenti è falsata dall’artificio retorico. Ma sarà proprio quella letteratura la vera patria di una città attraversata da scontri ideologici e dittature. Elemento importante è stato l’incontro con culture diverse: Il mio Carso è denso di

simbolismi e metafore derivate dalla cultura germanica e nordica: Goethe, Schiller, Nietzsche, Ibsen e Hebbel. Sul carso Slataper scopre gli sloveni e li incita alla ribellione. Si rende conto che sono parte della storia della città e forse precorre ad un dialogo paritetico tra le due comunità. Quando però la guerra arrivò, Slataper vi aderì con energia, con quella diromprente vitalità di una generazione protesa al futuro. Se condividiamo la tesi di Isnenghi dobbiamo però parlare di un “prima” e un “dopo” di Slataper, le scelte degli anni vociani come contrasto al “rientrare nei ranghi, una autolimitazione e uno spegnersi” degli anni immediatamente precedenti al conflitto. Voleva un cambiamento, combatté per averlo ed è stato il suo ultimo passo. La modernità sta nella ricerca esistenziale, la costante e totale ricerca di risposte. Su questo, Canauz: “Slataper però non si lascia abbattere, come invece avviene per Michelstaedter o è avvenuto per Gioietta, ma la sua tempra forte lo apre alla speranza, speranza che [...] vuole condividere con gli altri.” Per questo Il mio Carso e la vita del suo scrittore sono da conoscere, cento anni dopo, non solo per l’inquietudine che portano, ma per la ferma volontà di trovare una via risolutiva alle scelte dell’esistenza.

NUGAE - “Il tempo sta cambiando”*1 di F.R.

1957, inizio estate, Algeri. Jacques Cormery torna alla ricerca delle proprie origini nel dipartimento francese d’oltremare, terra in fermento, in bilico tra «un’Algeria nuova, di giusta coesistenza tra arabi e francesi»*1 e la guerra. La tensione quotidiana è dolcemente stemperata da un sole caldo e giallo che infonde calore e conferisce bellezza ad un’Algeri composita ma confusa e spaccata. Sotto lo stesso splendido sole, trent’anni prima, in una classe dignitosamente spoglia, un bimbo arabo ascolta la lezione volgendo lo sguardo sicuro in direzione opposta rispetto al maestro ed alla carta geografica della possession française, che arreda la stanza. Non avrebbe pensato che il suo sguardo, un giorno, avrebbe incrociato quello del compagno Jacques. «Il leone rimproverava spesso Prometeo dicendo

“Mi hai plasmato grande e bello, hai armato la mia mascella di denti, hai reso forti le mie zampe con gli artigli e mi hai fatto più possente degli altri animali. E pur con tutto questo io ho paura del gallo!” Gli rispose Prometeo: “Perché mi accusi senza ragione? Hai ricevuto da parte mia tutte le qualità che potevo darti: il tuo coraggio presenta quest’unico punto debole”. Dunque il leone compiangeva se stesso, accusandosi di essere un vile, finché decise di uccidersi. Mentre meditava su questa risoluzione, s’imbattè nell’elefante, lo salutò e si fermò a discorrere con lui. Accortosi che quello agitava continuamente le orecchie: “Che cos’hai?” gli chiese. “Perché le tue orecchie non stanno ferme un secondo?” E l’elefante, indicandogli una zanzara che svolazzava attorno a lui: “Vedi questo piccolo essere che ronza? Se si infila nel condotto del mio orecchio, sono morto!”. “Perché mai dovrei uccidermi”

VI

esclamò allora il leone, “visto che sono tanto possente e più fortunato dell’elefante quanto il gallo è superiore alla zanzara?”»*2 Il tempo sta cambiando e ciascuno di noi è invitato alla ricerca di sé, abbandonando le logiche tradizionali appropriandosi del concetto di “misura” e di umanità («magari ci staccano la luce questo inverno»*1) e non dimenticando che la storia è tanto di chi l’ha scritta quanto di chi l’ha subita, perché a volte «la zanzara è così forte, lo si vede, da far paura perfino all’elefante»*2. *1 da “Il primo Uomo”. Regia G. Amelio, dal romanzo incompiuto di A. Camus *2 Esopo, “Favole, Il leone, Prometeo e l’elefante”, a cura di Cecilia Benedetti, Oscar Mondadori


L’ideologia del trauma di Meexiko

E

ro ancora poco più che un bambino nell’estate del 2001, i ricordi sono vaghi, in parte senza tempo, se non fosse per un fatto visto in televisione che avrebbe segnato di non poco le vite di molte persone. È un tema di cui mi preme parlare, forse perché un tema vicino, che si manifesta ancora nella quotidianità, come si sarà intuito sto parlando del G8 di Genova. Di recente è uscito nelle sale “Diaz”, un film di Daniele Vicari, sul massacro operato dalle forze dell’ordine al termine delle tre giornate di contestazione al G8 di Genova dentro la Scuola Diaz, adibita a dormitorio, e sulle torture alla Caserma Bolzaneto, adibita a carcere per i manifestanti. Nel film, una denuncia di un fatto che si tende a scordare, il livello di violenza è molto alto, ma inferiore, come lo stesso regista ha spiegato (perché altrimenti sarebbe apparso caricaturale o non-credibile), alla realtà. Mi preme parlare di quei fatti di Genova nel Luglio del 2001 perché era dagli anni settanta, percorsi dalla Strategia della Tensione, che non si vedeva un livello repressivo da parte dello Stato così alto. In verità il primo avviso di un ritorno ad un clima pesante si ebbe già qualche mese prima a Napoli durante il Global Forum, con violenze gratuite da parte delle forze dell’ordine verso i manifestanti. Ma fu solo un ritorno? Se da una parte potrebbe sembrare così, dall’altra si potrebbe vedere nelle scelte di gestione dell’ordine pubblico piuttosto una continuazione dei violenti “costumi” degli anni settanta, una sorta di continuazione diversificata della Strategia della Tensione. Diversificata perché da Genova in poi è lo Stato vero e proprio ad attuare il terrore, senza mediatori, tanto che è dieci anni che diffondono menzogne riguardo ai pericolosi Black Bloc che non sarebbero nient’altro che una nuova forma di brigatismo rosso. Niente di più falso, tanto che il black bloc è una tattica nata in Germania negli anni ottanta, le Br erano un’organizzazione. Il black bloc lo può praticare chiunque, tanto che non è nocivo per le persone, ma solo per le cose; le Br, invece, come si sa uccidevano:

mi sembrano due livelli molto distanti. E proprio il black bloc diviene il capro espiatorio che giustificò le violenze delle forze dell’ordine a Genova e così in poi. Peccato che anche questo è falso, nel senso che è ampiamente documentato che le violenze partirono dalle forze dell’ordine, e in seguito nel caos generale ci furono episodi di resistenza da parte dei manifestanti e un morto, Carlo Giuliani, ucciso dall’allora carabiniere Mario Placanica (assolto per legittima difesa), tra l’altro più recentemente indagato per abusi su di una minorenne. Le distruzioni esterne agli scontri con le fdo spesso erano provocate da infiltrati delle forze dell’ordine stesse (e anche questo è ampiamente documentato). Riporto tutto questo per fare un semplice ragionamento. Primo: perché la polizia che dovrebbe garantire l’ordine pubblico e proteggere i cittadini attacca un corteo pacifico seminando caos e terrore tra tutti? Secondo: perché la polizia infiltra suoi uomini che iniziano a distruggere e a provocare riots? Le risposte possono essere molteplici, ma personalmente ritengo che ci sia un pensiero ben preciso dietro questo, ed è lo stesso della Strategia della Tensione. Seminare il panico, terrorizzare, ripetuti e costanti shock, mettere in crisi i manifestanti e impedir loro di rilassarsi, in modo da annientarli psicologicamente e dominarli (oltre che a mantenere

VII

il controllo sociale del Paese). Questo modo di pensare si rifà ad una teoria economica di Milton Friedman (economista statunitense, liberista) per cui «solo una crisi reale o percepita produce un vero cambiamento», nel senso di creare un profitto in una situazione apparentemente critica, appunto. Il nesso è presente nello schema crisicambiamento: come nei manicomi l’elettroshock (crisi) serviva a cambiare lo stato del paziente, inebetendolo permanentemente, così la repressione violenta gratuita serve ad ottenere lo stesso effetto. Se ai più basta la televisione per essere inebetiti, per gli altri, che osano ribellarsi in differenti forme e metodi al potere dominante, serve qualcosa di più, serve un applicativo che corrisponda all’ideologia che contestano, in modo che divenga totale, senza via d’uscita. L’ironia in tutto questo è che il movimento no-global già possedeva gli anticorpi verso questo trattamento, anticorpi che ebbero pure un successo editoriale in No Logo di Naomi Klein, giornalista canadese. La Klein sostiene (e ora possiamo dire che ebbe completamente ragione) che il marketing capitalista sia uno strumento di dominio totale oltre che di profitto, che trasforma i corpi umani da semplice forza-lavoro, a messaggi pubblicitari, essenza del totalitarismo dell’economia di mercato.

Quindi l’individuo, se non è già inebetito, se non è già uomologo, può fare un’unica scelta: come in “Matrix” può scegliere tra pillola blu o rossa. Grazie alla pillola blu potrà rimanere terrorizzato dalla violenza in divisa e tornarsene (se vi riesce senza ulteriori vessazioni) a casa e starsene zitto e buono e inebetirsi. O scegliere la rossa e resistere, cercar di andar oltre, aver coscienza del meccanismo dominante, creare e trasformare l’esistente. La visione di “Diaz” dovrebbe far riflettere, da una denuncia di un grave fatto della storia italiana e non solo, la visione di “Diaz” dovrebbe spingervi alla pillola rossa, altrimenti avranno vinto loro, avranno vinto quei poliziotti macellai, i loro capi (De Gennaro ora è a capo dei Servizi Segreti, Manganneli a capo della Polizia, hanno entrambi responsabilità riguardo Genova), i loro mandanti (Gianfranco Fini in primis, lo si vede dirigere e “suggerire” movimenti di truppe, chissà quant’altro visto il suo passato fascista; per non parlare del leghista Roberto Castelli, all’epoca Ministro della Giustizia, che va a visitare Bolzaneto mentre vengono torturati i manifestanti e dice di non aver visto nulla). Ne va dei sogni degli esseri umani, di una reale libertà rispetto ad una condizionata dai mercati, ne va della propria dignità.


Scontr

Penne

tra

Eleonora: Alla base di quella che, a mio parere, è la tragicomica decadenza del mondo in cui viviamo, sta la dolorosa perdita della tradizione religiosa: ogni sincero afflato spirituale dell’uomo è stato ridotto ad una questione di fede, rigorosamente separata e forse perfino giustamente svilita rispetto all’onnipresente potere della scienza. Ovunque ci viene ripetuta la necessità di scindere i due piani, religione e sapere, e non ci si rende conto che è proprio in questa scissione e in questo becero riduzionismo che consiste il vero problema. Mi spiego meglio: le tradizioni religiose – tutte, nessuna esclusa, e ciò fin dai loro inizi – hanno sempre avuto una duplice chiave di lettura. Da una parte la componente popolare, fideistica, essoterica, dall’altra quella filosofica, mistica, esoterica. Nel primo cristianesimo, ad esempio, troviamo le prime semplici comunità di fedeli contrapposte ai circoli gnostici, fede da una parte, gnosi dall’altra. La vera conoscenza è conoscenza dell’umano e del divino come due componenti iscindibilmente legate in una dialettica eterna. E ogni forma di scissione è fonte di dolore. E questa è quella che più rende l’uomo moderno, soprattutto quello che si pone più domande e al quale non basta il salto della fede, solo, orfano, infelice. E questo è il mio principale cruccio: come reagire? Il filosofo medio platonico Celso scrive: “C’è nell’uomo un elemento superiore alla componente terrestre, che lo apparenta a Dio. Le persone in cui questa componente è sana, aspirano con tutte le loro forze all’essere cui sono apparentate, e si struggono di sentirne sempre parlare e di sentirselo rammentare”. Come riuscire oggi a coltivare tale componente? Stefano Tieri: Forse bisognerebbe, come primo passo, rendersi conto che questa componente è, appunto, propria dell’uomo, in esso contenuta. Niente può esistere se non direttamente percepito («cosa senti dentro di te? È quella la verità. Ma non bisogna nominarla, perché appena la nomini non c’è più», coglierà Pier Paolo Pasolini per bocca di Totò nel cortometraggio “Che cosa sono le nuvole?”), così come ogni dimensione che chiami “spirituale” – ma che si potrebbe, provocatoriamente, definire “immanente” – dovrebbe rimanere profondamente unita al sentire dell’individuo. Ma l’uomo è ancora in grado di percepire? Ogni dogma (da quello religioso allo scientifico),

oltre che annichilire sistematicamente qualsiasi possibilità di affermazione, nega la possibilità di costruirsi, tramite l’esperienza – «possiamo scambiarci informazioni circa le esperienze, mai però le esperienze stesse» (Aldous Huxley, “Le porte della percezione”) – un proprio indirizzo di vita, in accordo col sé e perciò in alcun modo coercitivo. Immaginare un’unione tra uomo e dio, specie dopo la morte di quest’ultimo sentenziata dallo Zarathustra, fa emergere la più terrificante domanda: l’uomo è ancora vivo? Dici: è solo, orfano, infelice. Dico: è morto, insieme al dio da lui costruito (la sua incapacità di percepire ne è il più chiaro sintomo). L’uomo, non riuscendo a percepire, non è in grado di costruirsi un sentiero da percorrere; l’esperienza è per lui soltanto un ricordo: cerca solo qualche cieca credenza preconfezionata a cui aggrapparsi, senza accorgersi delle catene che, melliflue, l’hanno già cinto al collo. Eleonora: La provocazione è colta, “spirituale” come “immanente”. Non ti rendi conto che dietro a questo misterioso binomio si nasconde la chiave di comprensione del cristianesimo? Bizzarro che due non credenti come noi si trovino a parlare della più dimenticata verità cristiana: il Logos che si fa carne, lo spirito che entra nella materia, il superamento del dualismo insito nella condizione umana di cui si fa portare Cristo, l’uomo che diventa dio. In ogni caso anche questa “buona novella” è interamente perduta per l’umanità di oggi e riecheggia distorta in una ritualità grottesca e in una patetica “favola per vecchiette” (Celso, Discorso Vero, IV, 40). Lo sforzo che ci rimane sta nel tentativo, dunque, di porre i nostri bisogni di spirito nell’immanenza di modo che non ci sia più trascendenza, distanza, fra noi e la nostra percezione del divino. È uno sforzo umano dopotutto. La tragedia, la vera tragedia dell’uomo moderno consiste nel grottesco apparato di false e meschine occupazioni in cui è rimasto invischiato, quelle che tu chiami “melliflue catene”: tutto questo apparato impedisce all’uomo di entrare in contatto con qualsiasi epifania del sacro. E, bada bene, io credo che il sacro possa manifestarsi ovunque. Un antico testo gnostico l’Evangelium veritatis, parlando dell’operato divino, dice che l’Uno “Si industriò a formare una creatura sforzandosi di ancorare nella

bellezza l’equivalente della verità”. Il mondo è quella bellezza, immagine della verità. E nel percepirlo profondamente facciamo un primo gradino sulla via dello spirito. Il problema è che non solo ci poniamo da noi numerosi ostacoli sulla via, ma siamo anche convinti, da superboni moderni quali siamo, che ognuno abbia la sua personale di via, rifiutando, orfani e senza patria, la possibilità della verità. Stefano: Stiamo parlando dello stesso cristianesimo? Quello di mia conoscenza non vede l’uomo divenire Dio ma Dio che si fa uomo («il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi», Giovanni 1, 14), la differenza è tangibile: l’uomo deve restare in questa vita (quella falsa) uomo, soffrire per un peccato commesso ancestralmente; solo nell’altra vita (quella vera) potrà avere una ricompensa per le sue sofferenze, divenire parte di Dio. È qui la trascendenza, la negazione stessa di ogni dimensione “immanente”, la negazione – come direbbe Nietzsche – della vita stessa. Quanto alla verità – che ritengono un sentiero costruito da ogni soggetto e, sopratutto, incomunicabile – è data da quel primo cristianesimo (e, ancor prima, dal Vecchio Testamento), in modo talmudico (nell’accezione originaria della parola), come «legge». Che spazio ha la percezione – processo continuo che abbraccia l’intera vita di un individuo – nella «legge», nella «verità» universale? L’ipse dixit impone, mentre ogni legge deve essere ricavata da chi la ricerca, e sempre dev’essere messa in discussione; deve accettare di cambiare, in quanto mutevole è il mondo e l’uomo che lo abita. Usando le parole del filosofo già scomodato in precedenza: «quest’officina dove si fabbricano ideali – mi sembra che esali unicamente fetore di menzogne». Per concludere: come fare ad affermare la Verità se si prende per buono un metodo d’indagine fondato sulla percezione? Non posso sapere come tu percepisci perché non sono te (non ho esperienza diretta dell’essere te); allo stesso modo non posso ritenere che quel briciolo di verità posseduto da me abbia un’esistenza all’esterno della mia persona dal momento che è passato attraverso i miei sensi ed è perciò frutto di quella percezione la cui esperienza è, appunto, incomunicabile.

VIII

Eleonora: Il problema torna all’inizio. Non parliamo dello stesso Cristianesimo proprio perché il Cristianesimo ha rinunciato alla sua dimensione mistica, esoterica, filosofica, profonda. Lo stesso Vangelo di Giovanni di cui parli dice anche «In quel giorno conoscerete che io sono nel padre mio e voi in me e io in voi» (Giovanni 14, 20); dice anche dunque, in maniera esplicita, che è l’uomo nell’identificazione con il Cristo e tramite il dolore e il sacrificio di sé a divenire Dio ed è proprio questa circolarità, questo scambio, questa unione uomo-Dio che ha reso peculiare il primo cristianesimo prima e la mistica cristiana poi. Ma tutto questo è ormai scordato, seppellito da secoli di esaltazione della fede cieca e della bieca morale a scapito della conoscenza e del percorso spirituale autentico. Certo, se accettiamo un metodo d’indagine basato sulla percezione il concetto stesso di Verità viene a cadere: ognuno ha i suoi occhiali di colori diverso con cui vedere la realtà, la realtà stessa è inconoscibile. E in questo, però, forse parleremo sempre linguaggi diversi: la mia spinta alla significazione è troppo forte, troppo radicata, troppo sentita perché io possa rinunciare un solo istante all’idea di Verità. Sarà la mia personale percezione delle cose, sarà che credo nella scintilla divina nascosta in noi o sarà solo che dovrei imparare a vivere dai “materialisti e dal loro chiodo fisso”? Dopotutto credo che guardare in alto con l’illusione di poter volare sia sempre meglio che tenere sempre lo sguardo fisso a terra. Almeno mi sono goduta il panorama.

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Charta Sporca n.6