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Numero 29 - Novembre/Dicembre 2017

Il conflitto tra sessi di Andrea Muni Il conflitto, la lotta, la guerra tra i sessi. Un’idea sgradevole, che infastidisce un po’ tutti. Infastidisce molte donne, che vi leggono una rimozione del fatto che, più che una vera lotta tra i sessi, la storia dei rapporti tra uomini e donne sia quella di una ininterrotta e costante sopraffazione. Un’idea che infastidisce anche molti uomini, che vedono invece in essa già un eccesso, un’esagerazione, un qualcosa di cui è meglio non parlare per non ritrovarsi a casa, magari nel poco tempo libero che resta a disposizione, a dover discutere di questo con la propria compagna, figlia, nonna, sorella. Eppure, visto che l’ho proposto io, è bene che spenda una parola per rivendicare la “paternità” di questo brutto titolo. Sento di doverlo fare perché il conflitto, la lotta, la guerra tra i sessi esiste, e si gioca su mille piani differenti. Si gioca nella politica, nel lavoro, ma anche nella tenerezza, nella seduzione, nell’erotismo, nell’educazione dei figli. Come un tempo si è detto che era deleterio per tutti – borghesi e proletari – eliminare l’idea del “conflitto di classe”, così trovo che sarebbe deleterio oggi eliminare l’idea che tra uomini e donne esiste – ed esisterà sempre – un conflitto. Il punto è forse cercare di giocarlo e di abitarlo in un modo piuttosto che in un altro. Quale? Posso rispondere solo da pseudo-uomo, e solo per me: abitarlo e giocarlo senza chiudere gli occhi sull’ovvietà e sulla banalità del mio maschilismo; senza chiudere gli occhi sul fatto che esso è in me come un oscuro automatismo, che desidero profondamente che qualcun altro mi aiuti a riconoscere e attutire. L’Uomo non è gli uomini, ci sono molti modi per far capire a un uomo che è maschilista suo

malgrado, e ci sono donne più o meno brave a condurre una simile operazione di seduzione politica. Chi ha dato prova di saperlo fare, e molto bene, sono senz’altro le autrici che vi presentiamo in questo numero: Ilaria Moretti, che ha lavorato sul delicatissimo tema dell’incesto; Wissal Houbabi e Claudia De Sossi, che approfondiscono il drammatico maschilismo che ancora oggi sopravvive nel mondo del rap e Francesca Plesnizer, che dialoga con l’ultimo film di Sofia Coppola a proposito dei reciproci inganni generati dalla lotta tra i sessi. Outsider maschile, Livio Cerneca approfondisce il conflitto tra uomo e donna “maturi”, isolandolo in particolare nell’apocalittico, e ricorrente, momento del “pranzo natalizio”. * Il pezzo a tema di Andrea Muni, “Donne: il punto d’orrore dell’uomo greco”, è leggibile su www.chartasporca.it

In questo numero

Decostruire l’ordine delle cose Il sessismo nel movimento hip hop

pagg. 3-4

L’Inganno di Sofia Coppola La follia del femminino violato

Un pianoforte al cinema

pag. 11

pag. 15


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Il conflitto tra sessi

Decostruire l’ordine delle cose

Il sessismo nel movimento hiphop

S

e si vuole analizzare il fenomeno del sessismo all’interno del movimento HipHop è necessario, prima di ogni cosa, provare ad osservarlo da una prospettiva ancora più ampia. Basta infatti concentrarsi un po’ per intravedere il grande mostro della società capitalista ergersi e rivelarsi, anche in questo ambito, quale principale causa dello stato delle cose. Partendo dal dato più evidente, il marketing, il corpo femminile appare concepito come richiamo sessuale per aumentare l’audience – e dunque il profitto – di ogni tipo di messaggio: un testo che allude a discorsi superficiali, in fondo, non richiede né intelletto né critica da parte di chi lo riceve. È questa (an)estetizzazione che contribuisce prepotentemente alla normalizzazione e all’accettabilità sociale della violenza sulle donne. Ma com’è avvenuto il passaggio dalla donna casalinga vittima del patriarcato alla donna immagine apparentemente emancipata? Cosa ha realmente trasformato la dolce Silvia “all’opre femminili intenta” raccontata da Leopardi nella valletta che riscalda quotidianamente l’atmosfera televisiva? Sembra che il corpo femminile, una volta emancipato, sia stato riadattato anche in funzione del consumismo. E così la messa in mostra non libera i corpi, anzi, li riporta al vecchio ruolo d’oggetti. “Il corpo emancipato viene ormai utilizzato a fini produttivi”, scrive a tal proposito la sociologa Graziella Priulla, “[...] e così si perpetua il meccanismo per cui ad avere riconoscimento e potere sono solo le donne che si adeguano al pensiero dominante, o ne producono uno ricalcato su di esso e quindi innocuo”. Presa coscienza di questa situazione, proviamo ora a concentrarci sull’altra faccia della medaglia (a estendere il terreno della presa di questo discorso), perché il sessismo non è solo gerarchia tra uomini e donne, ma anche gerarchia tra uomini. Pierre Bourdieu scrive: “Il privilegio maschile è anche una trappola e ha la sua contropartita nella tensione e nello scontro permanenti [...] che ogni uomo si vede imporre dal dovere di affermare in ogni istante la sua virilità”.

Tracce, queste ultime, che si infiltrano e riproducono anche nel mondo Rap, sicuramente uno dei generi musicali più diffusi tra i giovani. Nato verso la fine degli anni ‘70 in America, in un contesto politico sociale ben preciso, si sviluppa come una delle forme di espressione della cultura HipHop. Trova forza nei ghetti di New York, abitati dagli emarginati, dagli esclusi, da quegli afroamericani e latinoamericani che esprimevano nelle subculture la risposta alla repressione e al degrado, alla povertà e alla sofferenza. Ci si faceva portavoce di valori condivisi come unità, uguaglianza e libertà: era la coscienza di una comunità che si raccontava in prima persona, rivendicando diritti e denunciando le ingiustizie. Ascoltare Rap è immergersi nella storia scritta dai suoi stessi protagonisti. Scoprire il Rap a 11 anni, imbattersi in Tupac e nell’old school americana, apre un mondo di cui non si riesce più a fare a meno; dà un’identità, nonostante la consapevolezza del proprio posizionamento in quanto donna, e appare subito indiscutibile l’associazione del Rap al mondo maschile e al disagio che spesso ci si trova a vivere. Il sessismo e la misoginia negli spazi HipHop continuano a non essere controllati, ne sono esempio il caso della rapper Princess Nokia che viene molestata durante una sua performance dai suoi stessi fan, o Dr Dre che può permettersi di fare i conti con gli abusi e la violenza contro le donne dopo 20 anni dai fatti commessi, o ancora Rick Ross che sembra quasi vantarsi del suo machismo: “Put Molly all in the champagne – She ain’t even know it – I took her home and i enjoyed that - She Ain’t even know it”. Di esempi se ne potrebbero fare molti e i rapper che hanno fatto la storia del genere non ne sarebbero esclusi. Non c’è nulla da nascondere ed è naturale che i fan percepiscano i rapper di maggior spicco come modello da seguire. Il problema emerge nel momento in cui la gravità dei fatti compiuti da un rapper viene giudicata sulla base del suo stesso successo: più quest’ultimo

di Wissal Houbabi e Claudia De Sossi del Collettivo Tilt - R.A.P.

è alto e più è accettabile ciò che dice o fa, accondiscendendo ai contenuti più beceri e rafforzando il problema della misoginia e della cultura machista. Il sessismo nel Rap si fonda su testi, video o altri aspetti che supportano, esaltano, giustificano o normalizzano l’oggettivazione del corpo della donna: alcuni rapper usano nei loro testi espressioni misogine come modi per affermare la propria virilità o come atteggiamenti per legittimarsi sulla “scena”, promuovendo però idee che non solo riflettono ciò che viene vissuto nel quotidiano, ma che influenzano i modelli sociali e la mentalità comune, promuovono stereotipi e sancendo dei ruoli di genere ben precisi. La tematica sessista all’interno di un brano è ormai vecchia come il mondo, riempie i versi di noiose banalità e dimostra mancanza di originalità da parte di chi la crea, non richiede capacità di analisi da parte di chi ascolta, può andar bene a qualsiasi ora del giorno, ma soprattutto si ricollega alla già citata “gerarchia tra uomini”. Negli ultimi anni, visti anche i successi commerciali raggiunti dal Rap americano, aumenta la visibilità del Rap italiano, che arriva alle prime posizioni nelle classifiche di vendita di dischi, alle trasmissioni televisive, ai concerti. Anche il Rap italiano diventa mainstream: la sua forma di espressione resta inalterata, ma i contenuti iniziano ad adattarsi ad una fascia sempre più ampia di persone. Il Rap mainstream si allontana progressivamente dalla cultura hiphop nei suoi valori e diventa un nonsense di produzioni finalizzate al consenso generalizzato ed alla sua conseguente commercializzazione, fondato su brani “usa e getta” che durano il tempo di un tormentone. I pacchetti preconfezionati incentrati su una narrazione sessista si scoprono essere vantaggiosi per tutti: per l’artista che desidera un facile e sicuro trampolino di lancio, ma anche per il marketing che privilegia un prodotto di massa che possa assicurare un guadagno. E così vengono a crearsi narrazioni precostituite, superficiali, sessiste; è bene che tutti, uo-


Il conflitto tra sessi mini e donne, prendano coscienza di questo ordine delle cose. Ma l’albero cade se si tagliano le radici e il rispetto delle radici è imprescindibile: questa è una premessa importante per evitare equivoci, per evitare quelle ridicole interpretazioni di chi ignora totalmente l’origine e l’essenza della cultura HipHop. Il rap ha un linguaggio spesso crudo e diretto, un linguaggio impegnato, una coscienza critica che non gira attorno ai concetti: il rap rappresenta l’urlo delle vecchie e nuove generazioni che quotidianamente vivono i disagi del tempo, ecco qui il mio disagio. In Italia la questione del sessismo emerse per la prima volta nel 1993 con “Tocca Qui” degli Articolo 31, un brano fatto di continue allusioni e doppi sensi incastrati in un ritmo divertente e scorrevole: “Ho voglia di pene-pene-pene-penetrare all’interno del tuo ego per poterne ricavare l’essenza, la dissidenza, e quel tuo sentimento di reazione violenta (...) Le dico: Senti bella, adesso ti spiego, ho voglia anch’io di penetrare, ma non certo il tuo ego, ma la tua fig-fig-figura di donna inserita nella società moderna”, (meno male che c’è interesse alla nostra “figura di donna” inserita nella società patriarcale moderna!). Fortunatamente negli anni ‘90 pochissimi brani presentano messaggi sessisti, anche perché i rapper concentrano i loro brani soprattutto su tematiche politico-sociali, ma passano gli anni e, in parte, le cose cambiano. Nel 2006 Fabri Fibra esce con l’album “Tradimento” che incontra un successo enorme e lo porta al doppio disco di platino, nonostante presenti versi come: “Cerca una donna quando senti questa roba e prendila a schiaffi quando senti questa roba” o ancora “Io non voglio una ragazza che mi rappa in bikini, la mia donna più che Rap deve farmi i bocchini”. Uooo, barre potenti, d’effetto, che creano boato quando vengono sparate così, un rap decisamente diverso, deviato da quello che incendiava i centri sociali negli anni ’90. È chiaro che citare Fabri Fibra è gioco facile, ma andiamo avanti. Nel 2009 Noyz Narcos se ne esce con il mixtape The best out vol.2. L’immagine dei manifesti per i concerti raffigura una donna uccisa da due uomini che, con fierezza e posa provocatoria volta a rappresentare lo “stile”, fissano il corpo. “Gast, Truceklan doppia prova d’entrata Gang Bang con trans, più suora stuprata”, alcuni dei versi presenti. Passano gli anni ma il senso di questa roba è ancora poco chiaro, o forse sarà che sono donna / ma nemmeno dopo la terza canna / questa merda non la capi-

sco frà. Nel 2013 arriva il turno di Dargen D’Amico (sarebbe da prendere poco in considerazione se non fosse che cercando sul web lo si trova descritto come “rapper” e addirittura “conscious”) con il brano “Bocciofili” che vanta quasi 6 milioni di visualizzazioni solo su youtube. Il suo è un continuo giocare col doppio-senso (anche qui niente di nuovo): “Mettimi questi meloni in mano fai come l’ortolano che non ne posso più di andare piano esci quelle bocce che le voglio cospargere con l’olio ho voglia di svuotarmi il portafoglio”. Ma ciò che colpisce è il video pieno di donne seminude, stile Pimp-rap autocelebrativo all’americana, copiato pure male. Spesso e volentieri, nell’avanzare delle critiche, ci si sente definire delle isteriche femministe rompiballe. Ci dicono che il rap non si censura, vengono portate avanti ridicole scuse come il voler sensibilizzare sulla questione, giustificazioni imbarazzanti e tentativi estremamente fastidiosi

di apparire provocando. Questo è il triste destino dei rapper meteore che mai resteranno impressi nella memoria delle generazioni future e per questo non pongono nemmeno il problema di doverli “omaggiare” citandoli, insieme agli altri, ancora più recenti, che stanno appena cercando di farsi largo con queste strategie (persino Snoop Dogg ha dichiarato che non avrebbe più offeso una donna nei suoi testi, eddai su, sempre 10 anni dopo gli americani dobbiamo arrivare?). Nel 2014, “Rodeo” di Fred De Palma ft. Gue Pequeno inizia con un “tutte in fila che lo infilo a tutte”. Al di là della banalità del verso, il testo prosegue con rime ancora peggiori. FDP se ne uscirà poi, appunto, con affermazioni che tenteranno di giustificare la faccenda sostenendo che l’idea era quella di ricreare le atmosfere trasgressive del rap americano e rappresentare l’atteggiamento dei ragaz-

zi il sabato sera (interessanti entrambe le motivazioni su cui si potrebbe riflettere a lungo). È necessario però citare quei rapper che hanno dedicato brani alla violenza sulle donne, perché il vero Rap continua a resistere. Ci sono rapper che continuano a usare il microfono come un’arma, come uno strumento di lotta, ed è sempre più necessario supportarli: sono loro che mantengono viva questa cultura, sono loro che continuano a mantenere vivi noi. Nel 2012 Kiave dedicherà un brano al femminicidio intitolato “Il termine esatto”: “e tu uomo che rispetti i tuoi simili in coro non difendere le donne devi lottare con loro non sei una guardia del corpo, non sei Rambo io non difendo le donne, combatto al loro fianco”. Il pezzo di Kiave inizia con il verso “54 donne uccise solo nel 2012... ed è solo maggio”, al 2016 il numero sarà salito a 775 donne, con una media di 150 femminicidi all’anno, e quasi sempre la causa è legata a gelosia e possessione nei confronti della vittima. La questione del femminicidio è solo la punta estrema dell’iceberg che colpisce la vita delle donne, ma i passaggi che vanno dal semplice veicolare messaggi sessisti al commettere un femminicidio sono sfuggenti e difficili da cogliere. Nel 2013 Ensi esce con il pezzo “Uomini contro”: “E non parlare di passione quando sei violento, E non cercare una ragione nell’amore, è un controsenso, I lividi schiariscono col tempo, Ma non esiste fondotinta per i segni che le lasci dentro”. Per concludere, la scena Hiphop non ha mai risposto concretamente alle critiche riguardo al sessismo, non ha mai preso una netta posizione ed è ora il momento di farlo esplicitamente; non ci sono rapper che non si siano pentiti di qualche loro pezzo, ma è inaccettabile continuare a far finta di niente e soprattutto è imperdonabile difendere questo atteggiamento. Si ha una contorta interpretazione di ciò che è la libertà di espressione e l’uso corretto dello strumento rap, perché il rap è una responsabilità condivisa, e non siamo noi a dirlo! L’evoluzione è fisiologica ma il rispetto non deve mancare: il rispetto per se stessi, per le persone e per la cultura. Anche il Rap per noi è: Resistenze, mantenerlo vero altrimenti non può vivere; Autonome, testa indipendente perché resta a te decidere; Precarie, prendilo sul serio anche se non dà da vivere*. *Kento ci scuserà per questa distorsione dei suoi versi, ma capirà.

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Il conflitto tra sessi

“Tutto può frantumarsi”

l’incesto di Christine Angot

“N

on ho il diritto di citare nomi, l’avvocato me l’ha proibito, né nomi né iniziali”. Christine Angot è lapidaria. Feroce. Ha una narrazione senza respiro: le frasi sono spezzettate, si sfasciano alla lettura. È un racconto a singhiozzo, dal titolo inaccettabile. Christine Angot pubblica L’incesto a quarant’anni, nel 1999, Edizioni Stock, Parigi. Ha già una carriera da scrittrice – o da scrittore, come direbbe lei, contro la sessuazione della grammatica. Scrive da quando ha quindici anni: Non dirmi che sono brava, perché potrei fare una follia, abbandonare tutto soltanto per questo, scrivere. Ha otto libri alle spalle e in loro frasi, incisi, dove l’avventura – l’avventura indicibile – ritorna a brandelli. Poi, nel 1999, esce un libro: è uno shock. “Ho toccato il fondo, con la struttura mentale che ho, incestuosa, mischio le cose, tutto ciò ha dei vantaggi, le connessioni che altri non fanno, ma il troppo è troppo.” È proprio perché si è toccato il limite, sfiorata la catastrofe dopo una relazione omosessuale con MCA, che Christine, eterosessuale convinta, madre di Léonore, sceglie di dire. Di spiegare il perché della sua follia, delle crisi di pianto e di rabbia, del sabotare tutto nonostante l’amore – impossibile – per il corpo di un’altra donna. Ha sabotato il Natale, il regalo che MCA le ha fatto durante un viaggio a Roma. Ha sabotato i ristoranti, le giornate di sole e le strade “nere di gente”. Ha sabotato perché altro non è, a detta sua, che una pazza, un cane, una “nullità, un niente, il minimo di un essere umano […], un minuscolo scrittore”. Con un incesto nel proprio passato “non riesco a sentirmi qualcosa, un corpo, una vita, il luogo dove vivo, le angosce, le grida, le lacrime”. L’incesto riemerge a quarant’anni. Ritorna alla testa e nella gola per distrugge le vacanze natalizie, le passeggiate a tarda notte, le letture pubbliche

che lei, Christine Angot, personaggio e scrittrice, compie nei teatri di Francia. Raccontare è impossibile, il linguaggio non può contenere, eppure, sembra dirci Angot, la scrittura placa. Non redime: non cancella né passato, né agonia. Permane il sentimento di colpevolezza e immondizia, eppure è un balsamo che aiuta a canalizzare l’orrore. L’incesto del libro è presente dalle prime righe come una devianza, una modalità dello stare al mondo, una marque, dice Christine, una stigmate incisa nella carne, una virgola – quelle virgole, verghe, che lei non riesce a mettere, che mette male, che sono forme di potere, falliche, affilate – ma non è mai nominato per intero, mai raccontato. La descrizione arriva a fine volume, quando la storia d’amore con MCA è finita, dopo che è stata sabotata, soffocata, e a Christine non resta che la parola, la scrittura, una penna e dei fogli per cercare di spiegare. Perché, ci confida, prima o poi tutti gli scrittori sono obbligati alla verità. Al racconto della tara. E forse, dall’Incesto in poi, non si potrà fare altro che scomodare il passato, rigettandosi nella pagina per ciò che si è: una nullità, un cane in cerca del padrone, un’incapace. L’incesto è l’incontro tardivo con il padre, a quattordici anni. La figlia “priva di interesse” viene infine riconosciuta e acquisisce il cognome di lui. Christine è emozionata, la madre amplifica l’incontro: “come vedi non sono andata a prendertene uno qualunque, di padre”. E il signor Angot è certo straordinario, un Jean-Louis Trintignant meno bello, ma più elegante. Un uomo colto, che fa complimenti, che parla trenta lingue, abita Parigi e non la provincia, che è sposato, ha un’amante studentessa, due figli piccoli – i figli riconosciuti – e che in Christine (ri)trova la figlia amatissima. Così ci sono le gite, i ristoranti, i pasti copiosi di vino e cipolle e carne pregiata, i riposi pomeridiani, le sieste. Nel buio, arrivano le prime richieste: “vieni qui, mettiti sotto le coperte, vi-

di Ilaria Moretti

cino a papà”. Ci sono le carezze, prima, baci, tanti baci, baci ovunque, baci alla bocca, lingue, baci sulle cosce, tra le cosce, “hai un odore delizioso, se ti bagni è perché ti piace, perché mi ami, perché anche io ti amo, dimmi che mi ami. Ti amo papà”. È una lettura crudele, cadenzata da scene chirurgiche, precise fino al disgusto. Come la volta delle clementine. Aveva comprato clementine per obbligarla a mangiargliele addosso. Sul sesso. O quella volta in Savoia, in una chiesa, chiusi nel confessionale: l’inizio di una lunga fellazione terminata poi più tardi, in auto. “Continua, non staccarti da me”. E a Nancy, a cercare di corsa una farmacia, vaselina, e gli anni, i lunghi anni di sodomia perché, a detta di lui, le avrebbe fatto bene, era un privilegio, e lei doveva capirlo, e non piangere, non avere male, non fare quella faccia al ristorante, quella faccia distrutta, che disturba, che non è degna. Il rapporto è un rapporto di potere, ma non occorre dirlo, non ce n’è bisogno. Christine non è mai vittima, non crede al rapporto vittima-carnefice. È durato dai quattordici ai sedici anni. È ricominciato a ventisei, quando lei stava divorziando, e il marito dormiva in salotto – “ma vi ho sentito, ho sentito il materasso che cigolava” – e il padre è venuto a renderle visita, si è introdotto nel letto – ancora, dopo anni – e lei ha accettato. “Dorme nel mio letto. Mi penetra”. Le parole non bastano: Christine lo sa. Si cerca una strada, ma per parlare si deve essere in due, pronti ad accogliere. Non vuole suscitare pena – ma sa che tutti proveranno pena – non vuole commuovere, non vuole colpire. Vorrebbe dire ma mancano i mezzi. Ci prova, la sua scrittura è catastrofe: una lunga rincorsa contro un muro di pietra, testate a vuoto, sanguinamenti. Viene in mente Beckett quando implorava: Cap au pire! Dritti al peggio, dritti verso il peggio. Avanti tutta. Peggio tutta.


Il conflitto tra sessi

L’Inganno di Sofia Coppola la follia del femminino violato

L’inganno, uscito nelle sale italiane lo scorso 21 settembre, è l’ultimo film di Sofia Coppola, che le è valso il Premio per la miglior regia a Cannes 2017. Il lungometraggio è la trasposizione del romanzo del 1966 A Painted Devil, scritto da Thomas P. Cullinan. Siamo in Virginia, nel 1864, in piena Guerra di Secessione. Una bambina, Amy, trova nel bosco un soldato nordista ferito alla gamba, il caporale John McBurney (Colin Farrell). Spaventata – l’uomo appartiene alla fazione nemica – ma misericordiosa, Amy lo accompagna al collegio femminile dove vive e studia, così che possa ricevere le dovute cure. L’istituto è gestito da Martha Farnsworth (Nicole Kidman), donna rigida e dalla salda moralità. Nella scuola – che dovrebbe essere chiusa – ci sono solo cinque allieve e un’altra giovane ma repressa insegnante, Edwina Morrow (Kirsten Dunst). La Farnsworth è all’inizio alquanto riluttante (non sa se sia il caso di avvertire l’esercito dei sudisti), ma poi la sua pietas cristiana prevale: soccorre il soldato yankee, chiarendogli tuttavia che non è un ospite gradito e potrà restare solo finché non sarà guarito. Fra le alunne del collegio spicca Alicia (Elle Fanning), adolescente bellissima e maliziosa Lolita, da subito potentemente attratta dal caporale – cercherà infatti di sedurlo. Anche Edwina comincia a provare interesse per il soldato, che fa emergere la sua parte passionale e crepa la sua rigida corazza. John sembra ricambiarla, e lei, stanca della

sua esistenza arida e casta, vede in lui un sogno d’amore, una boccata d’aria fresca proveniente dall’esterno grazie alla quale comincia a sorridere abbandonando la maschera di formalità e rigidità. Gradualmente anche l’atteggiamento di Martha Farnsworth nei confronti del soldato inizia a mutare: l’istitutrice passa del tempo con lui e cede al suo fascino. Lei è una donna sola e un’educatrice integerrima, e il caporale rappresenta il proibito: sia perché è dell’esercito nemico, sia perché all’epoca vigeva la morale vittoriana, e a una donna non era concesso vivere la propria sessualità in libertà. La Farnsworth ha un’attitudine virile, sta al comando dell’istituto e prende decisioni con una freddezza e una determinazione che all’epoca non erano proprie delle donne. Ma non va scordato l’altro lato della medaglia: la donna desidera anche arrendersi tra le braccia di un uomo, liberando la sua libido. Significativa in questo senso è la scena – altamente erotica – in cui ella lava John, dopo avergli ricucito la ferita: lui è steso su un letto, nudo e privo di sensi, la virilità coperta da un lenzuolo. Martha passa lentamente un panno bagnato sul suo corpo, indugiando su collo e petto, ma quando arriva alle anche si deve fermare, perché quella nudità così vicina ed eccitante le ha fatto perdere il controllo. Le restanti tre allieve – in quanto bambine – non provano attrazione sessuale per John, ma quest’ultimo è un elemento perturbante anche per loro: egli

di Francesca Plesnizer sembra preferire Amy perché l’ha tratto in salvo, e ciò crea gelosia nelle altre. La Coppola, da sempre attratta dal mondo femminile, mette in scena il turbamento provato da donne che hanno età, storie e personalità diverse, ma che sono tutte in qualche modo attratte dall’unico uomo che penetra nella loro “casa”, nel loro mondo, nelle loro menti. Il caporale, aitante e forte ma inizialmente ferito, è sì un nemico, ma è anche bisognoso di cure e protezione: grazie a questa sua iniziale debolezza egli riesce a violare il loro sacro tempio dedicato al femminino. John, personaggio ambiguo che ha cara la pelle, getta tutte nel caos, sconvolge equilibri e smonta gerarchie. Unico uomo fra sette donne stanche, annoiate, provate dalla guerra e dalla forzata convivenza, egli incarna il nuovo, ma è soprattutto il polo opposto che genera un’irresistibile attrazione. Il climax viene raggiunto quando il caporale, una notte, va di soppiatto nella camera di Alicia, la seducente Lolita. Viene colto in fallo da Edwina e resta vittima di un infausto incidente: cade dalle scale, compromettendo irrimediabilmente la gamba ferita. La Farnsworth capisce al volo che l’unica cosa da fare per farlo sopravvivere è amputargli l’arto, e agisce senza indugio. È facile leggere in questo atto una menomazione d’altro tipo: idealmente, l’istitutrice mutila McBurney privandolo della virilità, e la gamba rappresenta in questo senso il fallo. Senza, egli è ora meno uomo, più controllabile – e viene inoltre inconsciamente punito per aver ceduto alle avances della giovane Alicia. Nel film l’elemento femminile gioca d’astuzia, usando strumenti subdoli e agendo in sordina. Quello maschile invece spinge, sposta, smuove, confonde e attira, ma lo fa in modo irruento – e anche un po’ maldestro, non essendo del tutto (o per nulla?) conscio della potente carica sessuale che ha risvegliato. L’inganno messo in scena dalla Coppola agisce su tre livelli: John cerca di ingannare le donne per salvarsi, loro s’ingannano a vicenda per averlo, ma infine inganneranno lui per neutralizzarlo una volta per tutte, per tornare allo status quo iniziale – quella fredda, sacrale, frigida calma piatta, che vigeva nel loro santuario tutto al femminile.

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Silvia Capodivacca presenta “Novecento. La storia, una vita”

Tommaso Di Dio presenta “Alla fine delle favole”

Letteraria 2017 parole emergenti


Terza Pagina

inserto letterario

La Terza Pagina di questo numero vede pubblicati tra gli altri alcuni testi dei poeti Tommaso Di Dio e Francesco Terzago, selezionati nell’ambito di Letteraria. La pubblicazione di estratti degli autori da noi scelti continuerà nel prossimo numero, che sarà interamente dedicato al festival. Buona lettura.

Tommaso Di Dio (da Alla fine delle favole, Origini 2017) Entrando per ragioni oscure, oltre la porta scorrevole del supermercato; oltre il getto d’aria condizionata e oltre i tornelli casse scaffali spari fra le merci kosher. In fondo a tutto questo ci sono bisogni elementari e fragili volti visibili, fantasmi che ancora vivono dentro di noi. Seduto poi, tu stai; e non parli, immerso nell’odore di urina e proteine animali. Guardi oltre il letto, oltre il t avolo. E per tutta l’estensione tu sei dimensione di nulla spazio né tempo, quasi non più cognizione né memoria . Dentro la caverna, hanno trovato residui organici, rocce e frammenti di corno sbozzato in zagaglie. Per ragioni oscure in fondo a tutto questo; sulle pareti di pietra e con milioni di mani è stato dipinto un uomo.

Eccolo. Si slarga, insensato nel fogliame e nelle nuvole. Insensato come l’acqua sporca sul granito delle strade. Invece, il sole poi torna; e le mattonelle si scaldano. Sto qui mezzo scemo dal lavoro e dalle contratte forze a dismisura intorno ai fuochi verdissimi degli alberi d’aprile. Mentre tavolini mentre parole, mentre passaggi mentre qualcosa rimane, ma non so dove, non so come. E si slarga. Settecento. Forse, novecento cinquanta corpi d’uomini e donne. Di notte nella paura prendono il largo, schiacciano vanno come sei bello, aprile; bello sporco di sangue e lucido come un maiale.

Francesco Terzago (da Caratteri, 2016) Mi dici che c’è nebbia e che fa molto freddo.
Qui è lo stesso, anche se quasi diecimila chilometri
mi separano dalle tue mani. Neppure vedo i condomini,
bianchi, al di là della strada. Quelli che, solitamente,
quando al mattino scrollo via il sonno dalle finestre,
mi attendono serrati nelle loro schiere. Rossi tatzebao,
dorati caratteri, porta celeste, sono cose al di là
del sipario. Così io mi convinco che su tutto
il nostro pianeta sia sceso questo manto. Che là, dove
non vediamo, stiano agendo forze indicibili.
Il mondo che, domani, ci si parerà dinnanzi, sbattuto
nel vento di cristallo, non sarà lo stesso dei giorni
che hanno preceduto questa circostanza. Sarà
un altro mondo dove latenti saranno
le forze dell’incanto. Ogni persona recherà con sé
questa terribile verità e, per questo stesso motivo,
taceremo l’un l’altro il nostro male (il male è il tacere,
il tacere è il male). Imboccheremo una strada dopo l’altra
sino a quando, insensato in attesa al di là della svolta,
sarà il mare. Aguzzo, verde, esausto,
rosso, terribile. Cammineremo sulla diga foranea
sino a raggiungere il nostro posto in prima fila.
Repentini squarci tra le nubi e luci mulineranno.
Le statue della Madonna e del Cristo riemergeranno,
mute e chiare, dal fondale dove furono deposte
da un gruppo di subacquei più di quarant’anni fa,
le onde disporranno queste due cose sulla pietra
come pezzi di sughero sbiancati. A distanza di
qualche anno da questi eventi ci saremo del tutto convinti
che uno strano sogno sia stato messo sullo schermo.
Sarà stato uno scherzo del sangue, nostro nonno (o bisnonno)
non era stato forse schizofrenico? Chiameremo questo
disturbo, nei nostri dialoghi interiori, fervida immaginazione
post-adolescenziale. Torneranno i dubbi, le incertezze,
quando, lungo una mulattiera dalle parti tue,
incroceremo uno sconosciuto, sarà come rivedere
un vecchio cane con il quale, negli anni, ci si è guadagnati
una certa confidenza. Ci si saluterà con un reciproco
cenno della testa, dopo un istante d’esitazione.


Il germanista Sono a casa di un uomo che tamburella incessantemente con le dita il bracciolo stinto e liso di una poltrona rossa, un uomo che a metterlo controluce gli conti tutte le costole, vestito con una giacca marrone e una maturità esangue, la pelle è di cera e le occhiaie sono ossido, basterebbe mettergli in testa un cappello di paglia e terrorizzerebbe i passeri con le guance disegnate a mazzi dai capillari esplosi, farebbe piangere le rose e i crisantemi con la propria personalissima collezione di tagli da rasatura. Quest’uomo mi parla a pochi centimetri dal volto, mi riempie le narici e la bocca del suo alito dolce e alcolico e io non riesco a distogliere gli occhi dall’alone di nicotina che gli tinge il labbro superiore e attendo, con una trepidazione che non è affatto poi più mia, che lui sorrida ancora a scoprire i tanti piccoli denti scuri, fini e cinicamente allineati. Lo ho conosciuto al bar della stazione dove mi rintano facendo finta di aspettare un treno quando a camminare per le strade lucide l’inverno mi pesta troppo le ossa, ci entro ogni volta venendo dalle strade lucide e mi scuoto da sotto i vestiti la nebbia ed eccolo sempre uguale, tutto vi si svolge al passo lento dei funerali, ogni cosa piange copiose scie di condensa. Eccolo sempre uguale, le luci arancioni, i muri stinti, la banconiera senza i molari, i tavolini disegnati a cerchi dai fondi di bottiglia e poi c’è l’uomo che guarda il suo bicchiere e lo muove svogliatamente ogni cinque o dieci minuti, lo solleva con le dita dalle unghie lunghe, gialle, ma pulite, lo guarda e poi lo appoggia di nuovo, aggiungendo qualche altro cerchio al tavolino che suda, come ogni altra cosa lì dentro, condensa. Poi a poco a poco se ne vanno tutti, io e lui siamo gli unici nel locale quando la banconiera senza i molari ci spegne addosso le luci e veniamo fatti scivolare fuori a colpi di scopa assieme ai vetri rotti e alla segatura, veniamo spinti fuori di fretta e noi abbiamo già freddo, stretti nei baveri dei nostri cappotti e ci troviamo per le strade lucide, illuminate pateticamente a giorno

dai lampioni, ci mettono addosso una trepidazione di faro in tutto e per tutto teatrale e ci aspetteremmo infatti ad un tratto che un’Ofelia grassoccia si buttasse nel fiume dal terzo piano di uno stabile liberty, saremmo sicuri di veder girare l’angolo ad un Arlecchino calvo e sfiatato, attendiamo di essere tirati dentro un androne da un’Irina ubriaca, il rossetto che tinge copiosamente il filtro della sigaretta, le macchia il naso e il bavero della pelliccia, ma non accade nulla e chiedo all’uomo di fumare. E così mi trovo in questa casa dai soffitti alti coi muri dipinti di rosso, piena di fogli e naftalina negli armadi e stracolma di libri, cui è tributata una sistemazione molto dignitosa, in perfetto meticoloso allineamento come se rispondessero ad un ordine altro rispetto agli oggetti della casa dai soffitti alti, stracolma di quadri ma senza specchi, piena di pentole e di fogli e faldoni e quaderni e guardando le mattonelle del pavimento mi chiedo chi è mai quest’uomo che mi sta seduto di fronte che mi guarda e non parla. Nel silenzio della notte bianca e umida si percepiscono costanti soltanto una melodia sommessa di tubature e il fremere gastrico dei termosifoni che si tinge di tanto in tanto del pianto di un grammofono che deve stare in una stanza attigua a cui probabilmente non abbiamo accesso perché è la stanza di un altro, forse il padrone del cane le cui zampe ticchettano incessanti sul pavimento d’assi che ci sta sopra la testa. L’uomo scuote la testa, affonda le spalle nella poltrona rossa stinta, tutto preso a disegnarsi sul ginocchio con l’anulare delle lunghe mani gialle piccole figure invisibili, traccia esatto e rapidissimo un cagnolino poi un ombrello poi una bicicletta poi l’uomo finalmente parla di una certa Ingrid dalle caviglie sottili, Ingrid che aveva un’eleganza regale nel tagliare, con il collo bianco teso in avanti, i quaderni di un libro appena comprato e che era solita dimenticare sempre le chiavi e un paio di orecchini e bruciava per gioco rose recise e crisantemi con la punta della sigaretta, segue un attacco di tosse, poi lui si acquieta, sorride e dorme.


Ed ecco c’è qualcosa di meraviglioso nell’abitare la casa di qualcuno quando dorme ed io medito di cambiare di posto i quadri, rubare un paio di calzini, riempire di sale le tasche dei cappotti, farmi un uovo fritto, ma mi risolvo poi infine ad urinare violentemente nell’acquaio della cucina, ad urinare su un naufragio di piatti sporchi e un servizio da tè in porcellana azzurra ma mi sorprende dall’altra stanza un grido strozzato, che è un ululare in sordina, tutto di naso e poi frana in singulti, io aspetto nel buio per vedere e capire cos’è e da dove viene e se magari poi cessa ma sento anche delle cose che cadono e un bicchiere si rompe e percepisco distintamente che l’uomo mi chiama per nome ma non ci eravamo presentati non gli avevo detto il mio nome. Ed ecco che mi sta davanti a petto nudo magrissimo, una carne che è fatta di cera, un tatuaggio sbiadito sul petto che a guardarlo bene è una bandiera sandinista e l’uomo si è rovesciato addosso del superalcolico scuro, sta in piedi di fronte a me e trema e mi punta addosso una pistola giocattolo, è una pistola giocattolo gli dico, allora come stupito la guarda poi ride, la guarda a lungo e ride di un riso agghiacciante, animale e carnivoro, affilato e isterico, come di mustelide o diavolo, ride e cerca qualcosa sul tavolino, la lampada cade a terra, lui trova a tastoni un tagliacarte, mi guarda di nuovo, ride e si apre la gola. Ed io ho un solo pensiero, devo prendermi i libri, corro la casa e accendo tutte le luci, quest’uomo ha aspettato di tagliarsi la gola quando ci fossi io, ha aspettato di avere un testimone ed il minimo che io possa fare, investito di questa valenza testimoniale a dire il vero forzatami un po’ addosso un po’ indebitamente, il minimo che io possa fare è rubargli i libri, in uno stanzino trovo una vecchia valigia e la prendo a riempire Bachmann Celan Trakl Döblin Mann Benn Broch Musil Bernhard Walser Dürrenmatt Schnitzler Novalis Schlegel Hoffmann Goethe Herder Wieland Lessing Kleist e mentre giro per casa trascinandomi dietro la valigia che pesa sempre di più, tanto che non riesco più a sollevarla e penso che i manici si

scuciranno da un momento all’altro e trascinandola dietro e spingendola con i piedi mi accorgo che la casa si sta riempiendo di gente, sono tutti personaggi dimessi un po’ arruffati che vanno a sedere o stanno in piedi in cucina e parlano a bassa voce, come per non svegliare nessuno e affollano la cucina con la loro aria arruffata e un po’ triste ma dignitosa e gli occhi d’acqua, sorseggiando un caffè che sa di guarnizione bruciata. Qualcuno deve aver spostato l’uomo da dove è caduto, qualcuno lo ha messo sul letto e lo ha coperto con un tappeto ed anche il pavimento è stato lavato alla meglio e della scura e grande pozza di sangue restano solo i contorni, frastagliati come golfi e arancioni come ruggine, io mi asciugo il sudore dalla fronte e penso che dovrei proprio riposarmi un po’ prima di andarmene coi libri, che qui non c’è l’ascensore e la valigia è piena di libri preziosissimi che io devo portarmi via ad ogni costo, allora vado in cucina dove sono i personaggi dimessi arruffati vestiti di nero, che paiono già portare il lutto con rapidità sorprendente, visto che è passato solo il tempo che mi ci è voluto per riempire la valigia, anzi sono stati portati anche dei grassi crisantemi che s’ingobbiscono leggermente sulle loro pesanti corolle, come questi personaggi piegati dagli anni e dal dolore e dal lutto e una donna che ha pianto mi viene vicino, mi porge una tazza di caffè ed io ci guardo dentro. La superficie tesa e oleosa riflette a spasmi la lampada a soffitto, pare una lama di metallo, che si ossida ora a chiazze, per poi tornare lucida e chiara, farsi blu e nuvolosa. Quindi la donna mi dice, giovanotto, che cosa te ne farai mai di tutti questi libri, se non sai il tedesco?

Nicola Pacor


Lupi Giuseppe Nava

è la fame che muove dai colli bruciati dal gelo l’inverno che rende rabbiosi che tira i tendini e i nervi dura la terra asciutta di sangue non restano impronte non lasciano tracce le prede gli odori dispersi confusi ricordi di cucciolo il sole caldo la pioggia il fango stagione passata di luce e di lotte sconosciute cresciuto nel secco dei rami spogliati spezzati al passaggio volta le spalle al tramonto ed entra nel buio la strada l’è longa e ci tocca marciar i boschi diradano il cielo è più grande gli spazi che s’aprono il branco si tiene al di là delle reti dei passi carrabili gli odori confusi di bestie di auto benzine catrame la corsa feroce la fuga nei campi le bave che schizzano gli spazi che s’aprono sentieri e canali la zampa che batte il tamburo di terra nel cuore nel sangue risuona col fiato felice la corsa finita nel buio lontano dal prato le case le luci latrati lontani di cani da guardia i padroni i fucili i passi agitati gli ordini urlati in lingue straniere ma chiare nel male si gioca di sponda si attacca e si torna è la fame che tira i tendini e rizza il pelo è la carne che è tesa la carne che sfugge la morsa che scatta e restano in bocca ciuffi di pelo lembi di pelle odori confusi passati mischiati all’erba ed ai rovi dove corrono scappano e curvano armati di corna e di zoccoli e calci si attacca e si torna per tutta la notte si scoppia il torace di corsa e paura il fiato che scioglie la brina più denso di nebbia il grido che sale alla gola represso nel ringhio di qualche parola strappata a brandelli la carne dell’altro che è calda e ancora ne vuole compare la neve si scrivono tracce randagie ma strade e poi strade asfaltate si incrociano e perdono passati al di sotto di svincoli e ponti rasente i parcheggi qualcuno s’inquieta se sente un rumore trattiene il respiro compare un incendio di luce là in fondo è il centro dell’uomo più oltre ci sono montagne e boschi ancora imbattuti il branco si tiene nell’ombra mangia la neve se brucia la sete al rombo dell’auto si tiene in disparte un passo alla volta traversa di corsa qualcuno è travolto vieni andiamo non possiamo fare più niente per lui tra case e le fabbriche si perde la pista la traccia è illeggibile si svolge si sbaglia ai piedi di un muro esausti si torna e si dorme e nel sogno sviluppano ali dal piccolo bosco incerto rifugio prendono il volo da buio a più buio al ritmo del battito azzannano l’aria finché non si sciolgono al sole nell’alba la via indecifrata si svela battuta da ronde armate la lingua ritorna tra i denti affilati a dettare nel sangue il testo selvatico iscritto nei secoli in epoche in caccia nessuno fu mai ammansito al racconto dell’uomo in qualche zona remota del ventre c’è ancora il sapore sono pronti di nuovo a saggiarne la carne eccolo il lago ecco le vie che scendono all’acqua passando nascosti il sentiero a mezza costa salire a mezzegra cadenabbia gravedona segnare il territorio sgranare di denti ai piccoli abitanti torna al tuo gruppo e dì a tutti che sono arrivati i lupi la neve già cade dai rami e goccia e poi goccia in tanti ruscelli una luce tra i tronchi per sentieri e radure il ticchettare di unghie per ora l’inverno è finito la guerra è finita la storia è passata giunto nel verde di piccole gemme spuntate sui rami resta al sole sposta il peso prende fiato


Giulia Caminito presenta “La grande A”

Paolo Di Paolo presenta “Tempo senza scelte”

Letteraria 2017 parole emergenti


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Il conflitto tra sessi

Dopo la Befana ti lascio

Quando al pranzo di Natale la coppia arriva alla frutta di Livio Cerneca

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el mese di gennaio, dicono i matrimonialisti, c’è un’eccezionale richiesta di consulenze e assistenza per pratiche di separazione. Ricerche condotte da psicoterapeuti e avvocati, infatti, indicano una correlazione tra crisi di coppia e festività di fine anno. Forse non occorreva servirsi di esperti tanto prestigiosi per giungere a questa scoperta e, sia detto tra noi, è comunque preferibile evitarli il più possibile anche in tutte le altre circostanze. Però ha qualche fondamento la constatazione che, quando tra due compagni di vita ci sono delle difficoltà, i pranzi solenni in famiglia possono assai peggiorarle. La partecipazione obbligata al convivio, che di solito si tiene in salotti surriscaldati da candele, termosifoni e vapori di arrosto, sembra essere una delle principali cause di fratture insanabili nei rapporti sentimentali. La pressione di assecondare il clima di forzata concordia richiesto dal periodo di Avvento può raggiungere livelli pericolosi, sia che ci si trovi in veste di padroni di casa che di invitati. Il secondo caso è, per le coppie giovani o di mezza età, quello più probabile. Le ostilità sono in fase avanzata già prima dell’arrivo a destinazione. I due si danno le spalle in silenzio, si sente solo lo scricchiolio delle buste di plastica che contengono bottiglie e pacchetti sigillati con fiocchi e nastri. Hanno litigato fino a pochi minuti prima, durante il tragitto in macchina, e ora sono nell’ascensore. Lui sospira, guarda in alto. Lei dà un colpetto di tosse nervosa fissando la pulsantiera. Le porte automatiche si aprono, tintinnio di bicchieri, abbracci, baci sulle guance con labbra che le guance neanche le sfiorano, jazz, fermento in cucina. Dicembre è il mese più stressante per coniugi e conviventi. Nelle settimane che precedono il Natale, una coppia su cinque prende seriamente in considerazione la possibilità di separarsi, alcune dubitando persino che la relazione arrivi a Capodanno.

I dissapori causati da questioni economiche rappresentano un’altra ragione che può condurre a rotture irreversibili, ma non ci si scontra solo a causa di spese eccessive per i regali e l’organizzazione di cene e veglioni. Anche il sovraccarico di lavori domestici, che grava in genere prevalentemente su uno dei due - quasi sempre la donna - scatena diatribe che mettono a rischio la stabilità del vincolo amoroso. A tavola, tra suoceri, nuore, fratelli, cugini e zii, i due sono seduti agli antipodi. Quando qualcuno lo fa notare come se fosse una gran spiritosaggine, lei è costretta a dire le solite cose e finge di dirle per scherzo, oh, passiamo già troppo tempo insieme, ne approfitto per tenermelo fuori dai piedi per un po’, sono sicura che riuscirà a sopravvivere anche senza di me. Nessuno ride, i crostini si raffreddano di colpo e, dopo un brindisi sbrigativo, il raschiare delle posate sfuma nelle chiacchiere al ritmo delle luci intermittenti sull’albero. Non tutte le coppie in crisi partecipano ai banchetti natalizi. Alcune, più avvedute, si sono separate prima. Già verso fine novembre o i primi di dicembre hanno concordato di farla finita, anche per evitare l’obbligo formale di scambiarsi regali costosi e quasi sicuramente non graditi. Dover per forza donare qualcosa a una persona verso la quale si prova fastidio,

rancore o rabbia produce un notevole volume di cianfrusaglie. L’anticamera del divorzio è uno sgabuzzino dove sono ammucchiati maglioni, radiosveglie, sex toys, cappelli, orecchini, cornici, calzettoni, più tanta altra roba acquistata svogliatamente e ricevuta con ancor meno entusiasmo. È dunque con apprensione che ai due estremi della tavolata si attende l’apertura dei regali. Lui cerca di rilassarsi bevendo troppo, mentre lei non ha nessuna intenzione di rilassarsi, irrigidita com’è in una compostezza facciale da ventriloquo quando deve dire qualcosa per giustificarsi di aver lasciato tutto nel piatto o se una parente perfida la incalza bisbigliando che lui si è già scolato una bottiglia di Prosecco da solo. Può accadere però che i ruoli siano invertiti e sia lei a esagerare col vino, lasciando lui in un imbarazzato mutismo. Che entrambi si ubriachino accade raramente, ma è di buon auspicio. Tentare di ricucire gli strappi è più facile, se si scopre di avere ancora qualcosa in comune. Le grandi bevute, l’aggressività accumulata e i baci sotto al vischio scatenano un’attività sessuale mediamente più intensa che in altri periodi, e anche le coppie con conflitti in corso si concedono qualche sgroppata supplementare, non necessariamente insieme. In uno sventolio di lenzuoli bianchi, gli amanti cercano una tregua che, nei casi disperati, non durerà molto. Al massimo fino alla Befana.


Teatro

Le avventure di Numero Primo

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nico atto, Marco Paolini colpisce ancora. Questa volta con lo spettacolo tratto dall’omonimo libro, scritto a quattro mani con il sociologo Gianfranco Bettin, per una tournée nazionale, partita dal Politeama Rossetti a Trieste. I tratti della drammaturgia paoliniana ci sono tutti: monologo, scenografia scarna e simbolica, un testo talmente sottotraccia da sembrare improvvisato (se non fosse per qualche imprecisione dizionale che ogni tanto interrompe il flusso), la posizione pensosa a braccia conserte che l’attore utilizza sovente quando affronta temi scottanti, il coro della tragedia greca reinterpretato in audio/video, il legame tematico con il territorio mestrino. Chi va a vedere uno spettacolo di Paolini sa a cosa va incontro eppure, in un modo o nell’altro, questo intellettuale sui generis riesce sempre a soprendere. Questa volta abbandona i reportage, le riflessioni sul passato e sul Veneto che lo hanno reso celebre come Vajont, Sergente nella neve, Marco Polo, fino agli Album, per avventurarsi nel futuro prossimo, in un mondo iper-tecnologico e allo stesso tempo peculiare, dove il Petrolchimico di Marghera è stato sostituito dalla meravigliosa “Fabbrica della neve”, che trasforma in scogliere innevate l’acqua che si immette nella laguna, salvando Venezia dall’inabissamento. Un mondo di fantasia dunque, seppur non troppo implausibile, dove il premio No-

bel viene assegnato a un’intelligienza artificiale e le macchine si guidano da sole, dove le scuole sono intitolate a Steve Jobs, tese all’eccellenza e classificate in base al profitto degli studenti, connessi sempre in tempo reale con i genitori, i quali possono sorvegliare l’operato dei docenti. In questo universo il flusso del tempo è talmente accelerato dalle tecnologie da far nascere nuovi mestieri, come “l’aspettatore”, colui che prende in consegna le auto dei residenti del quartiere di ritorno dal lavoro e, a pagamento, aspetta, finché non si libera un parcheggio, riconsegnando la macchina davanti a casa del proprietario la mattina dopo. Il protagonista, Ettore, è spettatore sarcastico di questo mondo. Fotoreporter di guerra, scapolo e sulla cinquantina, si ritrova a dover crescere il figlio cyborg (ma lui non lo sa) di una donna conosciuta on-line e mai incontrata. La vicenda si svolge principalmente in tre luoghi, ognuno dei quali ha le sue connotazioni peculiari ai fini della storia. Al centro sta l’hinterland veneziano (Mestre, Marghera, isole), topos multiculturale e tecnologicamente avanzatissimo. Segue la Val Zoldana, dove i protagonisti si rifugiano in cerca di quiete e si interfacciano con una dimensione naturale forte, selvaggia, che domina sull’uomo e sul suo sviluppo, assoggettandolo al fascino e ai pericoli della montagna. Infine Trieste, avvolta da un’atmosfera crepuscolare, dove il bimbo frequenta una scuola elementare per giovani talenti e comincia ad interagire con i suoi coetanei e con i pidocchi, scoprendo il lato sociale dello stare al mondo. Tuttavia, il “mondo reale” fa capolino in ogni contesto, costringendo i protagonisti alla fuga, mentre sullo sfondo si svela progressivamente una spy-story che vede il bimbo al centro della contesa. Lo spettacolo teatrale è solo uno spezzone della storia completa, la quale è affidata nella sua interezza al romanzo di cui si è detto. Piuttosto la pièce paoliniana si pone come momento di riflessione sui contenuti della vicenda. In un’eco lontana di Blade Runner, emerge il tema dell’anima e del liminare confine tra umano e macchina, per poi prendere tinte molto più intimistiche alla Saint-Exupéry. Nel susseguirsi delle vicende infatti Numero Primo, il

di Ruben Salerno bimbo robot che nella storia ha sei anni, si trova spesso inconsapevolmente a ricordare agli adulti umani il piacere della scoperta, la pietà, la semplice complessità della vita che sfugge alle definizioni statiche e ci si palesa come un processo. Esempio calzante è la scena di Via Piave: si parla della zona stazione di Mestre, oggi un quartiere tra i più complicati del nord Italia per quanto concerne l’ordine pubblico e lo spaccio. Ettore viene invitato a esprimersi come giudice in una lite che sta per tramutarsi in una sanguinaria guerra tra bande, a causa della sparizione di dieci euro in un affare complicato. I litiganti sono Negus, barbone etiope che vive di espedienti e l’aspettatore di quartiere, un afghano che ha messo in piedi un business parallelo, subaffittando gli abitacoli delle auto dei residenti a turisti e viaggiatori in cerca di posti letto per una notte. Il tutto ovviamente all’insaputa dei proprietari. La lite coinvolge successivamente, oltre alla polizia veneta e al questore siciliano, anche i vari rappresentanti delle comunità locali, da quella sudamericana accusata di coinvolgimento per un’atavica propensione a delinquere, fino ad “Ai-Yo”, cinese ma di padre sardo, padrona del classico emporio dove si può trovare di tutto, che offre consulenza pediatrica nel fine settimana e per difesa brandisce una pattada, coltello da scuoio dei pastori isolani. Quando l’empasse sembra dover scaturire in una rissa sanguinaria, è Numero Primo a far notare a tutti che il problema non sussiste poiché si basa su una semplice operazione algebrica errata, dimostrando l’inesistenza del furto dei fantomatici dieci euro. In questo scenario, talmente inverosimile da poter essere realistico, Paolini affronta e deride i problemi dell’oggi e del domani, offrendo allo spettatore una speranza: la possibile umanizzazione di una realtà sempre più automatizzata. Solo rimettendo in discussione le premesse di un discorso, infatti, se ne possono evidenziare i punti di forza e risolvere i problemi (spesso banali) sfruttando le potenzialità della macchina senza dogmatizzarne gli schemi, per ritrovarsi in una realtà più semplice ed emotivamente sostenibile.

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Science + Fiction 2017

Terrore in umido al Science + Fiction

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i guardo la punta delle scarpe lucide mentre cammino verso la mia destinazione. Evitare le pozzanghere mi obbliga a goffi saltelli. Devo sembrare alquanto insicuro agli occhi dei pochi passanti nel mio incedere anfibio. Alzo lo sguardo sopra al bavero del cappotto, da sotto le luminarie appannate dei cinema della città mi scrutano gli attori da cachet milionari di Hollywood. Un pantheon di palestratissime divinità scandinave sta per essere risucchiato nel vortice del Ragnarok sotto lo sguardo glaciale di Cate Blanchett. Poco più in là, sessanta piani di onda anomala annunciano l’ennesima apocalisse come nei più ovvi scenari catastrofisti da Deep Impact in poi. Ghigno alla vista di quelle acque fanta-cheap rimasticate, ignaro degli abissi che mi attendono dietro le rassicuranti tende di velluto del Rossetti. Mentre ritiro il biglietto, un rigurgito acido mi riempie bocca e spirito di oscuri presagi. Le seppie in umido del pranzo. Approdo in quarta fila spinto dal flusso degli spettatori. Allo spegnersi delle luci, fisso per un attimo le stelle sul soffitto. Quando riporto lo sguardo sull’orizzonte, il mare si agita intorno a me. Un forte vento mi spinge verso un’isola brulla di pietra vulcanica sul cui unico promontorio si fronteggiano una capanna e un faro irto di pali aguzzi. Sento nel cuore un’inquietudine profonda, qualcosa di atavico e primordiale spinge prepotentemente per emergere dagli abissi del mio animo. Qualcosa che forse è sempre stato parte di me, parte di noi. Appena sbarcato, faccio conoscenza con il guardiano del faro, il signor Gruner. Un uomo rude, indurito dal vento e dalla solitudine dell’isola, più simile a una bestia che a un essere umano. Lo sciabordio delle onde non lascia tregua all’isola e ne rende i contorno taglienti come le pinne dorsali di certi pesci. Sembra quasi che il mare prema sulla terra per salirvi, per riprendersi ciò che un tempo era suo. Al calar delle tenebre scopro con orrore che la massa scura d’acqua che mi circonda non è l’unica a vantare dei diritti su quest’isola dimenticata da dio. Versi inumani e rumore di membrane che fremono risalgono la riva.

Nel buio intravvedo creature dalle forme antropomorfe, che si muovono ricurve, le mani a toccare il suolo, strisciando verso il mio rifugio. Frammenti di pelle bluastra e umida si avvicinano nella notte tra tremendi gorgoglii. Mi sono addosso. Lotto disperatamente, sempre sul punto di impazzire, in bilico tra la realtà e l’incubo folle che mi circonda. Finalmente il sole sorge sulle mie membra stremate. Le creature si ritirano. Esco e mi rendo subito conto che la capanna è distrutta. Se voglio sopravvivere alla prossima notte, non mi resta che cercare rifugio al faro, di cui ora comprendo le fortificazioni. Gruner si rifiuta secco di farmi entrare ma più forte della repulsione che prova per la compagnia è il bisogno dei fucili e del tabacco che posseggo. Finalmente posso crollare al sicuro, sulla pietra gelida, al piano terra della costruzione. Faccio incubi sfocati, in cui mani palmate mi trascinano in antri sommersi. È in questo terrore che mi accorgo di qualcosa di umidiccio e freddo che mi accarezza la mano. Apro gli occhi e la vedo. La creatura è sopra di me con la sua pelle viscida, gelida, disgustosa. Gruner interviene colpendola con un bastone. Quell’abominio sembra essergli familiare, la rimprovera come si trattasse di un cane. Lei si accovaccia tremante ai suoi piedi. Con il passare dei giorni, imparo a conoscerla ma soprattutto imparo a conoscere Gruner. Condividiamo perlopiù in silenzio il trascorrere del tempo, di giorno razionando i viveri e fortificando il faro, di notte combattendo spalla a spalla contro l’immancabile attacco delle creature abissali. Lei segue la nostra quotidianità con la docilità di una bestia ammaestrata, senza mai ribellarsi né tentare di fuggire. I suoi occhi, ricoperti da una doppia membrana sottile che si schiude lattiginosa come la palpebra di un proteo, esprimono sentimenti che non riesco a decifrare con chiarezza, anche se intuisco essere simili ai nostri. Il mio compagno la tratta come una schiava, sfogando con mio grande disgusto tutti i suoi istinti peggiori su di lei, compresi quelli più bassi e bestiali. Passano così giorni, settimane e mesi. Siamo sempre più stremati e combattiamo a fatica. Gruner dà sfogo a tutta la sua pazzia nella violenza delle notti che si susseguono. Di

di KolektivChtululù

giorno non c’è alcuna differenza. Quell’uomo sembra non avere nessun freno. Non vedo più in lui un briciolo di umanità, sebbene a tratti mi chieda quanta ne sia rimasta in me. La sua compagnia mi provoca lo stesso ribrezzo che un tempo provavo per la pelle fredda della creatura. Mi ritrovo a vagare tra gli scogli alla sua ricerca come se io stesso non appartenessi più alla mia specie. Vivo in un costante orrore. Allucinazione e realtà si confondono come il sangue nelle acque nere. Questo vortice non avrà mai fine, ormai appartengo all’isola, appartengo a lei… Si riaccendono le luci in sala. Zigzagando tra la folla, vengo attratto dall’uscita come una falena dalla luce. Mi sento chiamare: “Gruner! Come stai? Ti è piaciuto il film?”. Alzo la mano in un saluto e declino ogni invito a proseguire verso una serata di beneducate frivolezze. Prima di andarmene, faccio il mio dovere e do un voto al film. Un bel 5/5. Alzo il bavero del cappotto e mi avvio verso casa. Non piove più ma la notte è umida. Allungo il passo per arrivare presto. Devo prepararmi per il solito tran tran. Dal frigo tiro fuori i sardoni del giorno prima, li sbatto su un piatto con abbondante maionese Thomy. Davanti alla finestra, scruto nel buio il golfo di Trieste e attendo come ogni notte con la doppietta sulla spalla. I sardoni sono freddi e difficili da buttare giù e lei mi manca più che mai.


Science + Fiction 2017

Un pianoforte al cinema di Selene Basileus

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L’arte dell’improvvisazione – chi ama il jazz lo sa – è impervia, rischiosa, una sfida. Ma è in grado di regalare a chi si pone in ascolto qualcosa che la lettura da spartito non potrà mai garantire: l’unione con gli stimoli dell’ambiente circostante, l’aderenza con le aspettative del pubblico e il suo sentire, l’unicità di una rappresentazione mai uguale all’altra. Quest’anno il Trieste Science+Fiction Festival, in occasione della consegna del premio Méliès d’Or della European Fantastic Film Festivals Federation, ha ospitato un concerto del pianista e compositore Stefano Bollani. La sfida che l’artista si trovava davanti era diversa dal solito: si trattava di improvvisare l’intera colonna sonora di alcuni dei film muti che hanno segnato la storia del cinema delle origini, da “Voyage dans la Lune” (1902), “Les quat’ cents farces du diable” (1906) e “Voyage à travers l’impossible” (1904) di Georges Méliès, a “Voyage autour d’une étoile” (1906) di Gaston Velle arrivando infine a uno dei primissimi film italiani di fantascienza, “Matrimonio interplanetario” (1910) di Enrico Novelli. Il compito era quantomai arduo, specie al

cospetto di un pubblico di cinefili come quello del Science+Fiction, ma – stando agli applausi ricevuti – è più che riuscito. Il tocco personale di Bollani non si è fatto attendere: le melodie non erano mai un semplice accompagnamento, ma spesso prendevano corpo in citazioni musicali delle più disparate, dal “Notturno in Mib” di Chopin a “Lucy in the sky with diamonds” dei Beatles, tutto unito in un medley che finiva solamente con i titoli di coda del film, per ricominciare con quello successivo. Nonostante una selezione di brani tanto disparati, tutto scorreva fluidamente e non stonava affatto con le immagini cinematografiche, anzi: in più di un’occasione l’applauso del pubblico non è iniziato quando Bollani ha smesso di suonare ma qualche secondo prima, all’inizio dei titoli di coda, come se la perfetta unione di suono e immagini avesse fatto dimenticare la presenza del pianista a pochi passi dallo schermo. “I film che accompagnerò stasera li conosco a memoria, però cercherò di dimenticarli e di lasciarmi trasportare mentre li vedo”, aveva esordito Stefano Bollani prima del concerto. Una promessa mantenuta: lo sguardo del pianista durante l’esecuzione era tutto preso dallo schermo, da cui si distoglieva solamente nei passaggi più

complessi che richiedevano una maggior concentrazione. Dopo la proiezione dei cortometraggi c’è stato ancora spazio per qualche bis all’insegna dell’umorismo: il brano, cantato in dialetto napoletano, “O’ microchip”; la cover di “Edipo e il suo complesso” del brano “with or without you” degli U2, diventata “M’è morto il gatto”. Infine un classico delle esecuzioni live di Bollani: chiedere al pubblico dieci titoli musicali di qualsiasi genere, che il pianisce unisce istantaneamente in un medley. Per rimanere in tema della serata c’è stato chi ha chiesto di suonare “Star wars”, seguito da brani dello stesso autore come “Arrivano gli alieni”, fino a qualcosa di completamente diverso come “Il pinguino innamorato” e un’esilarante imitazione di Paolo Conte. Per chi ama Bollani e la sua musica è stato particolarmente interessante ascoltare l’artista in questa diversa esperienza creativa nelle sue improvvisazioni: al posto di partire, come generalmente si fa, da una melodia nota per procedere nel mondo della libertà espressiva e formale, Bollani si è immerso in una realtà di stimoli che dal dato visivo, e in questo caso visivo e animato, ha sviluppato una trama di suoni dalla forza e delicatezza intense.

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Festival Letteraria 2017

LETTERARIA 2017 Un primo bilancio Tempo fa, la stampa locale ospitò sulle sue pagine un dibattito sui festival di letteratura in città, strumenti – si diceva – per recuperare la “vocazione letteraria” della città e darle nuovo slancio. Mentre in superficie si agitava un ragionamento sulla “forma-festival”, anche noi – nel sottosuolo della nostra posizione culturale, quella inattuale, critica, per certi versi minoritaria – ci trovavamo immersi nella questione. Letteraria nasceva dall’esigenza di portare avanti, fino al salto di qualità della nostra esperienza, ciò che da tempo eravamo impegnati a proporre: l’intervento culturale del nostro gruppo, di volta in volta redazione, comunità, soggetto culturale, associazione, spazio di pensiero, tempo critico. Ciò che Letteraria – ancora in corso d’opera – ci consegna, è l’esperienza della difficoltà, dello scostamento tra la parole e la loro pratica. Saltavano autori, treni (a causa degli scioperi), viaggi, ma saltavano anche gli spazi culturali della città, la libreria In der Tat che contestualmente alla presentazione della nostra proposta dava l’annuncio della sua chiusura (duro colpo alla città che vivevamo), ma anche il Serra Hub, dove inizialmente doveva prendere forma buona parte del nostro programma. Ci confrontavamo con il reale e le sue contraddizioni: Letteraria, la forma dell’intervento di

/Aprile 2015

Numero 22- Marzo

Ridere la verità

di Andrea Muni

Trent’anni dopo

di Stefano Tieri “Il pensiero non esisterà più, almeno non come lo intendiamo ora. Ortodossia vuol dire non pensare, bisogno di pensare. Ortodos non aver consapevolezza sia sono la stessa e inministero della cosa”. Il con la V maiuscoVerità (rigorosamente la) penserà anche te cosa è vero per e cosa rai più fare alcuna non lo è: non dovtiene che l’Eurasia fatica. Il Partito sosnon è mai stata guerra con in l’Oceania? Tu, caro Smith, puoi anche ricordare il passato diversamente, ma ciò tanza: “se tutti non ha alcuna impori documenti raccontano la stessa favola, ecco che la diventa un menzogna fatto storico, quindi vera”. E poi, mio caro Smith, chi mai credi di essere tu? “Tu sei fuori dalla storia, tu non esisti”.

Numero 19 -

Charta Sporca, sbatteva contro muri, malintesi, imprevisti. Mentre la “fatica del concetto” si faceva realtà, incontravamo però nel nostro cammino nuove persone – giovani, studenti, pensionati, poco importa – ed altri soggetti culturali, il Caffè San Marco, il Lettera viva, le associazioni T con zero, LIPS, Territori delle idee, J-Lab, l’editore Mimesis. È con loro che abbiamo costruito gli spazi per dare respiro culturale alla città. E con loro gli autori e i loro libri: l’intreccio di storia e biografia di Silvia Capodivacca in “Novecento”, lo scoprire il mondo “Oltre le favole” di Tommaso Di Dio, l’attenzione alla scrittura nelle vicende del nostro passato ne “La grande A” di Giulia Caminito, l’indagine della nostra attualità per mezzo della letteratura nel “Tempo senza scelte” di Paolo Di Paolo, lo sguardo sulle periferie in “Cleopatra va in prigione” di Claudia Durastanti. Volevamo indagare lo sguardo di una generazione: lo abbiamo trovato complesso, critico, attento, mai banale. Nel prossimo numero cercheremo di rendere conto di queste sensibilità: lo faremo con una pubblicazione speciale, dedicata integralmente a Letteraria, con il resoconto delle presentazioni, interventi degli autori, estratti dei loro libri, interviste. E poi? La nostra speranza è che Letteraria, quest’anno al

suo esordio, possa ritornare nel 2018 – con nuovi autori e nuove storie da raccontare. Dipende certo da noi, ma anche dal supporto che voi lettori avete saputo (e, speriamo, saprete) darci. Poiché una comunità è tale solo se in grado di raccogliere e far proprio un appello: obiettivi comuni, pur nella diversità delle strategie e idee. Con uno sguardo critico, sempre.

Periodico registrato presso il tribunale di Trieste (autorizzazione n° 1266 del 27/8/2013). Direttore responsabile: Stefano Tieri Grafica: Alberto Zanardo Editing: Piero Rosso Terza Pagina: Giuseppe Nava Editore: Associazione culturale “Charta Sporca” Presidente: Giuseppe Nava Vice-presidente: Davide Pittioni Segretario: Piero Rosso Tesoriere: Ruben Salerno Stampa: tipografia “Centro Stampa”, Via Romana 46, Monfalcone (GO) Per contattarci:

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In copertina Gli amanti di Egon Schiele

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Settembre/Ot

tobre 2014

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si fa? parodia? Come Che cos’è una o voglia di farne? fare una Perché abbiam fine. Si può troppo Iniziamo dalla invidia, per , si può parodia per autolesionismo insieme amore, per per ridere fare una parodia tetramente davanti e o per ghignar può farla per comsi o, allo specchi arrendersi, può farla per ione o battere o si la propria frustrazdell’auper sfogare nell’imp otenza ità. La per cercare, nuova complic nostro toironia, una e sociale del comrealtà politica continente è una ficpaese e del nostro e notoriamente La guerra viene pletamente a tavolino. ca studiata nanti delle tre utilizzata dai govermediati tion superpotenze è trattato (Eurasia, Oceania mondiale mondiali una Il mercato , Estasia) come ficazione di mento per struindebolire e dal come la personi distrarre proprie popolazi scinde il bene ”), oni: “è un modo le divinità che mandare in chiede il mercato , frantumi, scaraven per “estera” male (“ce lo nell’atmosfera, affrondare negli tare ritrovi in testa: nostra politica guerre In questo numer era marini, material la psicopol mentre la abissi anche e gliiziasiconosce tre quarti delle inteo il serpent trebbero essere i che altrimenti po- entato, ie tuoi pensieri più coi un complice di addorm Caro Smith,– perché reconditi. attaccandovisi per orendere destabilizzano sospett masse troppo i; ilusati agola in tanta tiallora tirale con guardia attorno che stanno polmonagiate e, a lungo cacciato Sorveglianza ci viene raccont dai tuoi apprensi si mise troppo intelligen; il sospetandare, Lasoltanto one? Tuttonon rimia mano ro continente, di mediazione” o si stacca scherzo ti”. Essa questo uno denti. un romanzo da invano! sia tutto , tu sei solo un e.è di massa e; – ma sonaggio che sia tutto ta come “sforzo democratizzazi- che serpent perscaccia Al fineto, gola il serpent ti dicevo alla di ac- re il a strappa(come di eesercitar r dalla nem- to, subito essario la paura “non e il controllo usciva esisti”), grido: come “aiuto pura finzione:me prima: da noi un La vertigina eevitare ogni che nec- in guerra che non hanno non siamo» non è altro parola. ridere. si sprigionò forma di rivolta one” di paesi Mordi! semmai, sociale, la realtà la testa! è stato sufficien a, Allorapace”; noi ma,Stacca in “mission udito questa accettat corgersi che eo,dila te avvalersi «Mordi ! Mordi!non vogliamo meno mai rmente telescher spavent dei maggio pag. 2 mi che mio e il della pensino per i cittadini parodiaai primi, congrido; Allora,izia. Quanto era il mio la testa di qualcun sa. psicopol tutto le “realtà” la è bastato e condivi o, la pietà, altro ma, metterne o da così appena possibile sostene vano socializzata casa e lasciarlo , tagliamo su s’unirovi sveliamuno in ogni l’odio, il disgust I muri che George Orwe istruzion collera, cultura e nutriti ci stanno gli ingenui, perennem il mio male e;e noi fareper enteale le telecame tutto ll dell’attu coglierne acceso mio pareti si non di cui ci siamo pastore parodia gli effetti benefici. ele mettiail mo bene ovunque ma grido. re […]Il testa. Dalle biamoalla subito che, unico– ricordalo – iato installato anche noi cercher Ci ab-no per il mio La lingua e il poter crollando in soltanto in me la tuainsicurezza una serie ini, suoni, figure: all’intern-sociale politico e ; e seconsigl l’aveva ra no dopo o, einoffrirvi , unatelecame ripetiamo giormodo tale come sgretolano immag agita una boccet- realtà il giorno la Verità , da tipi ottimo morso! catturare di morse, più piccolo che di opporre morse conche costruiam ; altri con eglifatica, e: spostam Colin Powell spaccian- mo camere parodie o ento (le telegrido;tanta del serpent è perchè controlo testa suo sputo, ti la il accompa per il e piccole sé e conoscer di condivid cui, da , care pag. 3 di anche la lungi ta content erla è per tutti più un pastore veritàgnano lei,strade lungo Sputò , per giustifi mezzedella Non il Bene più to, auspicab in piedi. città, come insieme Perché noi ti a ridere dola per antrace e poter, infine, sai bene) e sorse ile. in Iraq; i finzion un rinnova conoscia Smith, sappiamo siamo pronti prevederriuscire – ma americano mo,ancora e ogni tuapresti dai meno,sa. 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Con il contributo di:

Charta Sporca - Numero 29  

Charta Sporca n. 29, novembre/dicembre 2017

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