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Numero 28 - Settembre/Ottobre 2017

Morire per delle idee di Piero Rosso

Durante la presentazione del numero di Charta Sporca “Economie della perdita”, la discussione si spostò, dopo molte digressioni, sulla figura del martire. C’era chi lodava i gesti di sacrificio, chi li riteneva inutili: ci si presentava, così, senza sforzo, il tema di questo nuovo numero. Non spenderò qui molte parole a spiegare perché il martirio partecipa alla logica della perdita, poiché qui si vuole raccontare qualcos’altro, nel nome del criterio eclettico che ci contraddistingue e che garantisce ad ognuno dei nostri autori la libertà di interpretare i temi a piacimento. Ci accontentiamo di lasciare al lettore una serie di spunti da cui partire, e mai un arrivo. Affrontiamo la questione del martire in nome di un appello eretico, poiché, in passato, figure eroiche pronte al sacrificio si opponevano all’ortodossia, e poiché la celebrazione di quel sacrificio è ancora presente ai giorni nostri. Qui dichiariamo che ogni eroe è terrificante: se anche l’eresia chiede un tributo di sangue, riproduce il sistema mitologico del potere e sostituisce le proprie lapidi a quelle ufficiali, allora criticare il martirio significa riscrivere l’eresia, la rivoluzione, ogni trasformazione, come qualcosa di essenzialmente debole. Se mi è permesso parafrasare Daniele Giglioli (Critica della vittima, Nottetempo), la pericolosità del sacrificio si ripresenta a ogni genesi e atto di fondazione: che gli eroi coincidano con le vittime, e non salvino più nessuno. Ecco perché Zeper ricorda, grazie a una puntuale digressione storica, il valore collettivo dell’atto sacrificale; Plesnizer parte da un’interpretazio-

ne di Volonté, questa volta nei panni di Giordano Bruno, per interrogarsi sull’attualità di quel sacrificio; Carchidi ritorna a Kirillov, personaggio de I demoni di Dostoevskij, che ci permette di dissociare morte e follia; Pittioni affronta l’eccedenza di senso che abita i morti di stato; Tieri assume una prospettiva sistemica per denunciare il sacrificio del nostro pianeta; Muni, infine, propone la sua traduzione di Mourir pour des idées di Brassens, già resa celebre nella versione di Fabrizio De Andrè – che egli afferma di non aver mai ascoltato. Noi questa volta gli crediamo, per sfregiare davvero tutti i miti, anche quelli buoni: Ma voi, gli incendiari voi, i bravi apostoli perché non morite voi per primi, vi cediamo il passo...

In questo numero

Il Giordano Bruno di Volonté: martire filosofico che ci insegna il coraggio intelettuale

Morire di capitalismo

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Morire per delle idee

La dottrina tradizionale del sacrificio

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a centralità del concetto di sacrificio nel mondo tradizionale è fuori discussione. L’atto sacro è stato oggetto di riflessioni e interpretazioni tanto nella tradizione indù, soprattutto nei Brāhmaṇa (IXIX a.C.) e poi con la Bhagavadgītā (III a.C. - I d.C.), quanto in quella medio e tardo platonica (Filone di Alessandria I a.C.-I d.C; Porfirio, Giamblico, Giuliano Imperatore III-IV d.C.). Come ben osserva Émile Benveniste, presso tutti i popoli di lingua indoeureopea non esiste una parola specifica atta a designare il solo sacrificio: questo è infatti concepito come l’atto per eccellenza, “ovunque ‘sacrificare’ è presentato come ‘fare’” (Le Vocabulaire des institutions indo-européennes, 2 voll., Paris 1969, tr. it. a cura di M. Liborio, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee, Torino 1981, p. 469 ed. it.). In latino, ad esempio, abbiamo un generico sacro agire (sacrum facĕre), dal quale poi il termine sacrificium; nel greco di Omero il verbo impiegato è ergo, corradicale di ergon “opera”; in sanscrito, infine, karma è tanto “atto” che “rito”. Il sacrificio si connota, dunque, non solo come il rito per eccellenza, ma, come ovvio in una concezione del mondo nella quale la dimensione religiosa è l’unica in cui l’uomo è capace di vivere, come l’atto per eccellenza. In questo breve contributo si desidera accennare tanto al valore sociale quanto a quello metafisico del sacrificio presso gli antichi popoli di lingua indoeuropea, valore che, grazie anche al ruolo di tramite esercitato dal cristianesimo, crediamo stia alla base del potere e del fascino che il concetto di sacrificio continua a mantenere oggi. Nella Grecia arcaica e classica ogni forma di associazione umana viene istituita attraverso il sacrificio, ogni passaggio da una fase all’altra della vita viene sancito da esso, ogni scelta di una certa importanza che ci si accinge a compiere sul piano politico-militare è preceduta, iniziata e propiziata dal sacrificio (vedi W. Burkert, Homo Necans. Interpre-

tationen altgriechischer Opferriten und Mythen, Berlin 1972, tr. it. a cura di F. Bartolini, Homo necans. Antropologia del sacrificio cruento nella Grecia Antica, Torino 1981, pp. 44-46 ed. it.). E questo perché ogni nuova opera – la costruzione di una casa o di una città, la formazione di un gruppo sociale, la produzione di un’opera d’arte…– affinché quanto venga cominciato abbia in sé vita, forza e realtà, deve essere sancita da una morte sacrificale, vera o sostitutiva (tale idea è alla base di M. Eliade, Commentaires sur la légende de Maître Manole, Paris 1978, tr. it. a cura di R. Scagno, I riti del costruire. Commenti alla leggenda di Mastro Manole, Milano 1990). Osserviamo i fatti: l’uomo antico sacrifica un animale, le primizie del raccolto, un oggetto per ottenere qualcos’altro, la protezione degli dèi, la vittoria, la buona riuscita di qualsiasi impresa. La logica del do ut des, sebbene senz’altro riduttiva, può aiutarci a giungere ad un primo livello di comprensione: l’individuo sacrifica qualcosa di proprio per ottenere un bene maggiore, rinuncia ad un proprio bisogno in vista di qualcosa di più valevole e duraturo, mette da parte l’io in favore dell’insieme, oggettivando nell’offerta il suo limite, lo trascende. I testi insistono sulla necessità di sacrificare solo ciò che è nostro, sull’importanza che la vittima sia consenziente e, in ultima istanza, sul carattere simbolico di ogni forma di sacrificio: è il meccanismo della ‘sostituzione penale’, operante tanto nella tradizione ebraica quanto in quella ellenica. I due classici esempi portati dagli studiosi sono infatti da una parte il sacrificio di Isacco, dall’altro quello di Ifigenia, per il quale ricordiamo la testimonianza di Servio nel suo commentario all’Eneide (II 116): “VIRGINE CAESA: non vere, sed ut videbatur, et sciendum in sacris simulata pro veris accipi”. Con l’espressione “VIRGINE CAESA” Virgilio si sta riferendo proprio ad Ifigenia, “vergine uccisa” prima della guerra di Troia; chi conosce il mito, però, sa bene che al posto di Ifigenia era stata sacrificata

di Eleonora Zeper

una cerva. Servio definisce tale meccanismo sostitutivo (“simulata pro veris”) come tipico del rito (“in sacris”). È pertanto l’offerente stesso, il suo io, la vera vittima di un atto sacro. Tramite la rinuncia simbolica alla propria individualità attuata nel sacrificio, infatti, l’essere umano s’inserisce organicamente in tutto ciò di cui egli è chiamato a far parte, nella famiglia, nella città, nella casta… nel tutto: la logica del singolo viene meno e viene inscritta in quella dell’organismo proprio in virtù dell’abnegazione che l’individuo dimostra. Ed è tramite questa stessa rinuncia che è possibile stabilire un contatto con il divino; le tradizioni indù e platonica concordano infatti nell’attribuire al sacrificio un valore anagogico. Mediante il sacrificio l’uomo si unisce dio. Per dirla con parole mutuate dai testi indù: con la rinuncia al sé individuale che si attua nel sacrificio si giunge al Sé, come fiumi al mare. Da una parte dunque il sacrificio fonda e struttura la società umana; dall’altra, però, è strumento di ascesi e di fuga da quella stessa società di cui è condizione di esistenza. Si può dunque ben intuire come questo sacrum facĕre, permettendo tanto il legittimo inserimento dell’individuo nella società quanto la definitiva libertà da questa, dia all’uomo la possibilità di soddisfare sia le proprie necessità pratiche sia quelle spirituali. E di sacrificio non parlano solo i testi sacri o gli esegeti… ne parlano i miti, le fiabe, le saghe. Si è volutamente evitato di far accenno al cristianesimo per evitare che si pensi che il concetto di sacrificio assuma importanza solo a partire da quello del Cristo. Ciò non toglie che il sacrificio di Cristo, lo stesso a cui è chiamato ogni cristiano, si accordi alla perfezione a quanto detto. Che meraviglia dunque se il concetto di sacrificio, l’idea del “morire per” qualcuno o qualcos’altro, che percepiamo come più nobile e migliore di questo tanto esaltato io, continua a mantenere, nonostante l’esibito individualismo che contraddistingue la nostra epoca, un po’ del suo millenario valore?


Morire per delle idee

Il Giordano Bruno di Volonté,

martire filosofico che ci insegna il coraggio intellettuale di Francesca Plesnizer

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el 1973 il regista Giuliano Montaldo (Gli intoccabili, Sacco e Vanzetti) scelse coraggiosamente di ritrarre Giordano Bruno, filosofo degli “infiniti mondi” e precursore della Rivoluzione scientifica, arso vivo nel 1600 per ordine della Santa Inquisizione Romana a Campo de’ Fiori. Il risultato è un film biografico pieno di solennità, rigore verista e atmosfere claustrofobiche, reso indimenticabile dall’interpretazione di Gian Maria Volontè, talmente calato nei panni del filosofo nolano, da far credere che ci sia rimasto incastrato dentro. La pellicola si snoda attraverso gli ultimi otto anni di vita di Bruno e si apre a Venezia dove egli è ospite di Giovanni Francesco Mocenigo, politico e ricco filantropo. Il pensatore, convinto di godere a Venezia di sicura libertà, viene però tradito: Mocenigo, preoccupato dalle sue idee libertine (“Vivere prigioniero della Santa Fede, disdegnando il piacere e spegnendo la fiamma dell’intelligenza, è vivere in stato asinino, da morti” gli dice sprezzante Bruno), si lascia spaventare dalle minacce del suo confessore, che gli ricorda che sta proteggendo un nemico della Chiesa e che i suoi affari potrebbero risentirne. E così egli denuncia Bruno all’Inquisizione di Venezia. Ma il nolano non si piega: va in prigione a testa alta e con sicumera e spavalderia risponde, a chi gli chiede di cosa è colpevole: “Ho inciampato in un imbecille”. Le accuse contro di lui sono di apostasia, eresia, blasfemia, cospirazione contro Papa

e Chiesa. C’è però qualcosa che Bruno vuole evitare con tutte le sue forze: l’abiura pubblica. I membri dell’Inquisizione veneziana gli permettono di ritrattare e fare ammenda in forma privata, e lui spiega d’averlo fatto “per poter ancora pensare, agire”, per proseguire la sua libera ricerca filosofico-scientifica slegata da ogni dogma. Ma non è finita qui: Roma lo vuole e se lo prende, per giudicarlo e farlo fuori una volta per tutte. Egli è il più scomodo degli scomodi, reo d’aver consigliato i più grandi regnanti europei spingendoli verso la concordia religiosa e verso un governo laico. La Chiesa, immobile, cieca, sorda, maestosamente aprioristica, questo non può accettarlo: tortura Bruno volendo svilire la sua dignità, ma non ci riesce. Questa è la potenza di Bruno, personaggio reale che Montaldo racchiude tutto nel beffardo ghigno di Volontè. Il pensatore non cede e non teme la morte, perché l’universo è eterno (“la vita non si spegne, le anime trasmigrano di corpo in corpo”, dice), né teme la condanna papale, poiché Dio è in lui, in ogni particella, è la materia stessa. Volontè trasuda serenità mostrandoci un personaggio che è tutt’uno con le sue idee. A questo punto il papato fa un passo indietro, lascia cadere alcune accuse e pretende dall’eretico “solo” la famigerata abiura pubblica, che per Bruno rappresenta il picco dell’orrore. Egli, chiuso in cella, dilaniato dalle torture, non mangia e non beve. In silenzio vive una personale apocalisse: contorcendosi in preda a

un’indicibile sofferenza, rivede tutti i monarchi che aveva servito e un’abiura pubblica alla quale aveva assistito. Sono scene ad alto impatto visivo e sonoro. Che ingenuo ad aver chiesto a chi ha il potere di riformare il potere! Che mortificazione aver creduto che la Chiesa potesse combattere superstizione e ignoranza! La Santa Sede usa il potere, non l’amore apostolico. Mentre la sua sentenza viene letta lui sussurra ripetutamente ai suoi carnefici “Tenete più paura voi”, per poi lasciarsi andare a un’aggressiva pazzia: urlando irride preti, Chiesa, Giubileo, e quelle grida entrano dentro alle orecchie dello spettatore turbandolo profondamente. La bocca gli viene chiusa con un bavaglio di ferro munito di un uncino che gli intrappola la lingua, ed essa sanguina per le verità sostenute, che lui non abbandona. Sporco di quel sangue che gli cola sul mento e sul petto, accetta il suo destino, va al patibolo, attende il fuoco. Bruno, martire del libero pensiero e di una pura coerenza che sembra quasi disumana, ha vissuto in un’Età Moderna che pareva invece un cupo Medioevo. Non posso fare a meno di pensare a un post di Enrico Mentana apparso di recente su Facebook: “Quello che vedo qui sul web, giorno dopo giorno, tra negazionisti della Shoah, razzisti, antivaccinisti, negatori dello sbarco sulla Luna, e via cospirando, è il formarsi sempre meno indistinto di una corrente che posso nominare in un solo modo: Medio Evo 2.0”. Il web, che è anche un pazzo e pericoloso amalgama, è diventato un’autorità che custodisce l’attendibilità di opinioni spesso affatto attendibili. La scienza è sempre più sottovalutata, bistrattata: ci si arrangia da soli – ma ci si arrangia bene? È per questo che Giordano Bruno è morto?

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Morire per dele idee

Il suicidio “logico” di Kirillov

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irillov si uccide. Con mano tremante ma, alla fine, si uccide. Prima di farlo scrive un biglietto in cui associa il suo nome ad un gruppo di nichilisti-anarchici che disprezza, dice di uccidersi per una causa verso cui non nutre alcun interesse, ma pretende di apporre alla fine del messaggio una smorfia, una boccaccia, una lingua di fuori. Si uccide, prestando la sua causa ad altro, per dimostrare l’Idea che per tutta la vita lo ossessiona e che in una notte di estasi quasi lo assale. L’idea che uccidendosi dimostrerebbe l’inesistenza di Dio, che compiendo l’estremo atto libererebbe l’uomo. Sparandosi diventerebbe l’uomo-Dio. Kirillov prende la decisione di uccidersi perché pensa di poter così affermare il suo libero arbitrio e liberarsi da Dio del quale – se esistesse – non sarebbe che una marionetta. Kirillov, geniale personaggio creato dalla penna di Dostoevskij e perfettamente inserito nell’atmosfera febbrile e tetra del romanzo I Demoni, è un ingegnere di scarsa importanza, un uomo sulle prime anonimo e poco interessante, ma afflitto da un’ossessione: che Dio contemporaneamente esista, e tutto segua la Sua volontà; e che non esista, per cui la volontà sia tutta dell’uomo. Egli concepisce il suicidio come l’unico atto a sua disposizione per rompere il circolo della dualità e, affermandosi come Dio, come Cristo prima di lui, trasformare l’uomo che verrà dopo di lui. Non Dio uomo, per carità, ma uomo-Dio. Il primo uomo che si è ucciso solo per dimostrare un’idea astratta. Dostoevskij sviluppa fantasticamente in questo personaggio quel problema che lo assale e lo tormenta: il suicidio, che mette in scena nella sua variante “logica”, la cui unica motivazione è una dimostrazione razionale della verità di un’idea. Il suicidio di Kirillov appare come un’ironica dimostrazione ad absurdum della possibilità stessa di muovere i propri atti per mezzo di una decisione cosciente, ponderata, razionale. È qui in discussione, nel solo sillogismo, la possibilità stessa di compiere un atto che sia dettato non da motivazioni o stimoli, ma da un input che derivi semplicemente da dimostrazioni astruse, da teoremi logici. Kirillov è

sicuro di aver vissuto tutta la vita per far sì che le sue non rimangano solo parole, vuole incarnare l’idea, vuole esprimere il suo arbitrio all’ennesima potenza fino all’autodistruzione e alla contemporanea liberazione dell’umanità tutta. Nella convinzione del giovane ingegnere di poter superare – uccidendosi – la credenza in Dio, egli non fa che confermarla da una differente angolazione: sia uccidendosi che non uccidendosi si troverebbe paradossalmente a sottostare alla volontà di Dio, stavolta Idea. Il contraltare di Kirillov è invece il protagonista Nikolai Stavrogin che, come dice lo stesso Kirillov, ha vacillato anch’egli di fronte all’idea, ma si è poi scostato in quanto: “se crede, non crede di credere, se non crede non crede di non credere”. Con questo meraviglioso gioco di parole si esprime la forza dirompente di questo attore straordinario, l’anti-eroe che è il nichilista puro, guidato dalla sola indifferenza a compiere ciò che fa per pura spinta, dotato di grandi doti tutte mandate al vento, mosso da grandi passioni, tutte sprecate. Stavrogin è un nichilista radicale e totale che, non razionalmente, giunge alla fine ad impiccarsi in una soffitta. Il suicidio è uno dei tabù di una società,

di Cristiano Carchidi

come quella attuale, cui piace fingere di non averne. Il suicida è il colpevole del suo atto, è colui il quale non porta a compimento la sua “missione”, colui il quale non rispetta l’altro e, non facendolo, non rispetta se stesso. Egli è nemico della società cristiana come di quella liberale, è in ogni caso l’estremo limite della vita resa oggetto di giudizi etico-morali. Delle due l’una: o il suicidio libero è una possibilità reale o, altrimenti, la libertà non è che una scatola vuota riempita di motivi sempre nuovi che la nostra logica mette in ordine e che trasforma in motivazioni. Se, insomma, supponiamo che non sia possibile muoversi per una pura scelta e che l’arbitrio tutto non sia che una forma di spiegazione post- per ogni azione compiuta pre-, ogni giudizio etico sul suicida non ha senso di esistere e non si può configurare come altro che espressione di sé di fronte a quell’atto, come ripulsa o come paura. Ciò che ci resta del suicidio come pensiero si potrebbe esprimere con una geniale riflessione di Emil Cioran, che si dice fortunato di aver potuto sempre pensare alla possibilità del suicidio, perché proprio questo pensiero gli ha consentito di continuare a vivere.


Morire per delle idee

Carlo, Giulio, Norman:

la memoria, il potere e il problema del corpo di Davide Pittioni Norman, Primavera a Praga Il fuoco di Ian Palach lo ricordi?” (Norman, Managment del Dolore PostOperatorio) Quando Carlo Giuliani muore, freddato in piazza come non accadeva da tempo in Italia, il suo corpo giace sul selciato per molto tempo. A poca distanza, un estintore. Nel successivo montaggio tecno-politico sarà la scena fissata nell’istante, immagine che ne associa gli elementi – un corpo, un estintore, un Defender, la sagoma di una pistola – a dare senso all’accaduto, a ricostruire una dinamica distorta, tossicità della narrazione mainstream. Bisogna ritornare alla sequenza, ricostruirla a partire da quella scena: le urla “oddio, no!” nel grido di un manifestante lì vicino, l’imbarazzo del corpo, la violazione di quello stesso corpo, la pietra che fracassa un cranio già spento, e poi ancora la distanza di un’impossibilità: cosa te ne fai del corpo di un ragazzo ucciso, ammazzato? Il resto è smontabile pezzo dopo pezzo, è rappresentazione, e finisce per focalizzare il particolare oscurando il contesto attorno. Lo conosci “tu che straparli”? (“Tu che straparli di Carlo Giuliani, conosci l’orrore di Piazza Alimonda?”, www.wuminfoundtion.com/ giap). L’attacco al corteo, Via Tolemaide, la violenza dell’impatto, la carica laterale da Piazza Alimonda, lo scontro che si propaga nelle vie circostanti. Che te ne fai di un corpo che si sgancia dalla catena, elemento parziale che sfugge, inassimilabile, alla significazione? È su questa sfuggevolezza che si incrina il progetto tecno-politico di chiudere la narrazione una volta per tutte. L’omicidio di un ragazzo di ventitré anni rimane un fatto che va oltre il significato assegnatogli, resiste anche nel tracollo, quando puoi solo misurare la sconfitta, sopravvivere. “Com’è che non lo chiami martirio?” Non serve, il corpo deborda. L’imbarazzo del corpo sembra appartenere anche alla vicenda di Giulio Regeni. Anche in questo caso si consuma lo stesso problema: che te ne fai di un corpo? È il 3 febbraio quando, a diversi giorni dalla scomparsa, viene ritrovato il suo cadavere

alla periferia del Cairo: è Giulio Regeni, porta segni profondi di tortura. A parte rare eccezioni, è solo in un secondo momento che comincerà ad emergere la posta in gioco. “Sul Cairo era scesa una cappa di sospetti” (“Tutte le ombre del caso Regeni”, Declan Walsh, The New York Times Magazine), ma il ricercatore friulano continuava a condurre la sua ricerca sui venditori ambulanti. A partire dal 2006, in Egitto i sindacati indipendenti avevano cominciato a mobilitarsi; dopo le primavere arabe del 2011, erano ormai migliaia le sigle e Regeni “si era immerso in quel mondo sperando di riuscire a capire se il loro sindacato [degli ambulanti] era in grado di innescare un cambiamento sociale e politico.” Alla determinazione del suo lavoro di inchiesta, si affiancavano anche momenti di sconforto: “È molto deprimente – scriveva a un amico – sono tutti coscienti dei giochi dietro le quinte.” I giochi, le catene di interessi, la griglia di poteri in cui tutti noi – a differenti gradi – siamo coinvolti. Trame oscure per cui non serve scomodare complotti. È solo dopo lo sgomento iniziale, insieme alle giravolte delle versioni di comodo, che si fanno strada ombre e sospetti, emergono nuove verità e si dipana una matassa di elementi, forse conosciuti, ma certamente non noti. Si riapre un quadro largo, di cui il ricercatore friulano è un nodo determinante: escludiamo le versioni ambigue e in alcuni casi infamanti che vedono in Giulio un agente dei servizi segreti; o le altre, oscenamente depistanti,

che riconducono la vicenda al delitto comune. Egli gioca un ruolo all’interno del frame narrativo delle primavere arabe e dell’Egitto; si tratta di una trama con temporalità, connessioni e interessi. Poco importa la ricostruzione minuziosa, ancora in corso: in questa prospettiva, parlare di omicidio di stato significa semplicemente riconoscere un certo contesto, al di là di chi abbia impartito l’ordine. Fino a chiedersi: è poi sempre necessario ripercorrere la catena di comando fino in fondo? E cosa c’è alla fine? Ultima scena. Norman, dottorando in filosofia all’Università di Palermo, il 13 settembre 2010, a pochi mesi dal conseguimento del titolo, si getta dal settimo piano della sua facoltà. Muore suicida di fronte al muro dell’ingiustizia, schiantato dall’abisso dell’assenza di una prospettiva. “Esistono due libertà incondizionate: la libertà di pensiero e la libertà di morire, che è la stessa di vivere”, appuntava sul suo taccuino. Il padre dichiara: “Questo suicidio non è solo frutto della depressione: è un omicidio di Stato”. Carlo, Giulio, Norman. Storie differenti, individuali, nomi propri irriducibili, eppure così intimamente affini. Non in quanto “martiri” (anzi, questa stessa significazione rischia di chiudere nuovamente la questione che aprono), bensì perché capaci di rompere una linearità, uno schema di potere. Non è questione di sacrificio o di gesto eroico: quei corpi segnalano altro. La loro memoria sarà sempre in eccedenza.

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Kunming

Alberto Zanardo


Terza Pagina

inserto letterario

El nombre, el hombre Vento. Grani di sabbia dal deserto sferzano la marina, ciascuno erede di eoni lontani, figli di rocce figlie della Terra. Le forme aeree dell’acqua rifranta giocano sugli scogli, eseguono una danza prefissata e attesa da millenni, o forse nata nel tempo del mio sguardo. Un ricordo, accordato ad altre onde, nasce si allarga tace, spumeggiando rinviene a invadere il pensiero, placido nella quiete del mattino. Come spiegare l’aspra nostalgia delle onde del Tirreno azzurre nel maestrale, se questo mare parla la mia lingua? Il nome che ci rende diversi fra gli eguali è un atto di pietà, teso a incrinare l’insostenibile armonia del tutto, la nostra imbarazzante parentela con il mare e lo scoglio; quello che credo un paesaggio straniero è una forma del tempo universale. La mia patria è nell’attimo. Un giorno avremo nostalgia del mondo: per lenire questo segreto, credo, diamo nomi alla polvere, tracciamo bordi e linee nello spazio per ignorare il nostro essere mondo, l’identità delle coste spazzate dall’incessante vento.

Andrea Piras


David Jones da In parenthesis

(osannato da Eliot e da Auden, che lo definiva la più grande opera sulla Prima guerra mondiale che avesse mai letto, In parenthesis è una sorta di poema epico che l’autore pubblicò solo nel 1937 – quasi vent’anni dopo le esperienze militari che lo ispirarono. Si tratta di un’opera estremamente complessa, che mescola indistintamente versi e prosa, linguaggio formale e slang militare, allusioni e citazioni dalla cultura popolare, dalle saghe gaeliche, da Shakespeare e Coleridge e Carroll. L’opera non è mai stata tradotta in italiano. Proponiamo qui un estratto dalla parte 7, l’ultima, in un abbozzo di versione italiana. g.n.) Quando lanciarono un bengala, vide molti equipaggiamenti sparpagliati e disseminati da tutte le parti e giacche di servizio con il segno distintivo del battaglione sotto le spalline. E prima aveva visto molti di quegli scudi portati da cavalieri. E la testa mozzata di n. ‘72 Morgan, il suo volto ghigna come il gatto del Cheshire del tutto tetro. Rotolò sotto di lui quando la terra tremò – e il cappuccio del proiettile sbucciò il cuoio del suo tacco. Chi sono questi trenta bardati in nero che hai visto con l’ultimo lampo, hanno membra grandi, e ognuno un elmo: se puoi passargli attraverso e oltre – e portare a casa la pellaccia: che io viva che io muoia. Ma qual è il fronte, quale via è la giusta via e dov’è il caporale e cos’è ‘sto casino e tutto questo spingersi, e qualcuno urla retoricamente di ricordare la tua nazionalità – e gesù cristo – arrivano dal pavimento, inarrestabili e troppo a lungo: Jerry ha sfondato il fianco... e: ammazzalo! – questo è ciò che disse uno passando di corsa: I crucchi dietro nella Strip Trench – è una monumentale cazzata ogni volta e se non la evitiamo saggiamente non c’è che morte. Il caporal maggiore Bains, sudando in prima linea, stimò di aver intravisto una via di fuga facile facile; ma il capitano Cadwaladr comanda la cavalcata a ovest, & ciò ha fregato il fuggitivo. Il capitano Cadwaladr è arrivato alla breccia pieno di bestemmie familiari. Cerca il soldato più anziano – il fronte è mezzo sistemato e che bastardo figlio di puttana ha chiamato la ritirata e: Sfondato il fianco le mie palle. Il capitano Cadwaladr ristabilisce le Eccellenti Discipline della Guerra. [...] E così fino a mezzanotte e avanti in quel tempo dissolto quando lo spirito scivola via con leggerezza dagli uomini disgustati e quando è come una terra di nessuno tra ieri e domani e le cose materiali sono a malapena integrate e vagamente tenute insieme, nell’ora in cui morì zia Woodman e Bartholomew lo zio di Leslie, e la signorina Woolly e la signora Evans e chiunque di cui tu abbia sentito parlare e tutti questi qui a terra iniziano a morire da una parte e dall’altra.


Una gita in barca - Dormi? - Sì, mi hai svegliato. - A che ora andiamo via? - Dormi. Adesso io sono sveglio e lui dorme. La barca che deve venire a prenderci non so quando arriverà. Il cielo è saturo di blu, il mare è saturo di blu, e se mi giro a contare tutte le rocce del profilo montuoso e scosceso che ci sovrasta, anch’esse sono velate da una caligine blu. Ma guardo avanti l’attesa e non so quando la barca arriverà. La barca deve arrivare, abbiamo pagato. Per non pensarci, poiché il sospetto inquina la vacanza, fisso i miei occhi mediterranei nelle verdi chiome degli alberi che sprigionano come intenso odore di mugo e se mi lasciassi andare anche solo per un momento all’immaginazione, sentirei il mio corpo coperto da una resina molle e vischiosa, calda come questo sole dello zenit, come l’ambra che imprigiona il lepidottero. Ma distolgo la mente da questo pensiero e guardo le rocce del profilo montuoso e scosceso alle mie spalle: un granito che non so se è un granito, frastagliato, povero ed aspro, con un paio di sbuffi verdi sulla cima piatta e regolare che assomigliano a noi due qui sotto un albero all’ombra, al riparo dal sole. Questo è l’ultimo goccio d’acqua. Guardo il mio compagno di viaggio, che è appena una conoscenza, guardo la bottiglia che assomiglia a un siluro trasparente, e bevo. La barca sta per arrivare. Quando mi sveglio il mio compagno dorme ancora, ma non deve essere passato molto tempo altrimenti avremmo sentito le campane suonare, la sirena, i colpi di fucile, le esplosioni, i fuochi d’artificio o qualsiasi altro mezzo di segnalazione con cui si conviene il saluto all’isola e il richiamo agli sbarcati di tornare a bordo. Certo, le ombre si sono allungate ma il sole è ancora a metà del cielo e fa caldo, molto caldo. Guardo il mare stranamente piatto e le variazioni di colore fino all’orizzonte: i ciottoli sotto le trasparenze del bagnasciuga rimpiccioliscono in anellini di luce turchese che diventano una distesa verdazzurra a largo, fino al blu profondo, da dove emerge un cilindro, un tentacolo bianco all’orizzonte che afferra un natante o forse un missile, una testa enorme, un fungo bitorzoluto con un occhio in mezzo, che sembra fissarmi, prima di dissolversi. Ma non c’è nessun mostro e nessuna barca. Se mi lasciassi prendere da queste fantasie la parete rocciosa alle nostre spalle, sberciata in più punti, si sarebbe alzata dalle sue

viscere e avrebbe collassato su di noi inghiottendoci per sempre, invece solo un fremito di cicale muove l’aria immobile (e una leggera brezza, che muove anche l’onde). Questa musica leggera, questo frinìo che echeggia da ogni gola, sbuca da ogni anfratto e pervade la cala avvolgendola in una solipsonica sinfonia, fa quasi male dentro, squaglia gli occhi, viene voglia di piangere, eppure è così bello che non ci si può fermare di ascoltare. Non vedo più gli altri che sono partiti con noi, non c’è nessun altro su quest’isola, nessuno che ci possa salvare. Ma siamo veramente in pericolo? Non credo, la barca deve arrivare. Arriverà tra poco credo ma non sono più sicuro di niente: non ci resta che attendere. - Ancora nessuno dunque... Il mio amico è sveglio. Adesso siamo in due a guardare l’orizzonte con le gambe accartocciate e le braccia intorno alle ginocchia. Il sole sta scendendo, non so quanto tempo sia passato ma è passato molto in fretta, come se avesse piegato il pomeriggio trapassandolo per le estremità; il cielo si tinge di rosso, due gabbiani garriscono lo spazio aereo e finalmente sentiamo un colpo, poi due, poi tre: finalmente. E al terzo un attimo di quiete. Appare una colonna di vapore all’orizzonte, bitorzoluta, bianca e frastagliata: disegna degli anelli di luce intorno al suo asse, si sforza verso l’alto come a prendere ciliegie, sembra che collassi su se stessa ma si gonfia ancora, in una grossa turgida cappella, un fungo, mentre il sole, del tramonto, lo ombretta di rossi e di viola. - Lo vedi anche tu? Ci prendiamo per mano prima che il nostro amore sia sbocciato, prima che il vento atomico ci scompigli i capelli.

Matteo Danieli


Nicola Pacor

Le biciclette sono per l’estate Le biciclette sono state inventate per farci intuire la gioia che vivono gli uccelli nella virata a volo. Ma sono state inventate sopra ogni cosa per farci trovare la brezza anche nel giorno più piatto dell’estate, per scorrerci in un attimo lungo i viali alberati senza che i piedi tocchino terra, fino alla piscina più vicina o all’ombra di una tenda a strisce azzurre, dove incontrare un altro dei miracoli che si rendono noti nella loro gioiosa, precisa e indecifrabile esattezza soltanto sotto il sole più vivo: i ghiaccioli al limone. E fu così che M., dopo aver giocato con un paio di svolte a sinistra e gonfiato come un paracadute la propria gonna a fiori e deliziato i rarefatti e disidratati passanti con il movimento rotatorio raccolto e sempre uguale che la caviglia compie con la complicità puramente meccanica di pedale e pedivella, così M. in piena osservanza al proprio oramai proverbiale e ottimista anticipo sui tempi d’appuntamento, planò in frenata sotto una tenda sollevando un’esplosione di piccioni, planò sotto una tenda a strisce bianche e rosa per ingannare il poco di tempo che la separava ancora da quella che con un po’ di fortuna sarebbe stata la sua nuova casa piena di gatti, camicie ed azalee. Fu così che il ghiacciolo al limone si sciolse in un istante sotto la più scodinzolante delle canicole, e che con le labbra arrossate e dolci M. fu costretta a non avere niente da fare, senza neanche il conforto di un flaneur bislacco, di un importunatore baffuto, nessun cane da salutare e nemmeno una pellicina da recidere con gli incisivi. E fu così che M., come faceva poi sempre, si risolse a presentarsi con un non trascurabile anticipo all’appuntamento e di tutti casi che sarebbero potuti nascere nelle poche centinaia di metri che decise di fare a piedi (una spesa rovesciata sul marciapiede ed una fuga di arance da rincorrere, lo sfortunato evento di calpestare una gomma da masticare, una pioggia di briciole, tappi di sughero e rimasugli d’insalata scossale addosso da una tovaglia gettata al vento diversi metri più su, il rinvenimento fortuito di una banconota, un lampione vestito di annunci di lavoro e di cose perse, una bancarella di libri, un bambino maleducato, un ex fidanzato, un fioraio, una fontanella, un giardino dietro un portone, un turista bisognoso d’informazioni, l’atteso e liberatorio arrivo delle mestruazioni), di questi casi tutti e non saprei dire quanti altri, sulla strada di M. non se ne inframmise non uno. E non ci fu a rallentarla neanche la solita stupida storia di citofoni mal funzionanti, di portoni che si aprono e richiudono subito, di rampe di scale identiche e pertanto indecidibili: l’appartamento era al primo piano, la porta

socchiusa, e come M. entrò in quello che avrebbe fatto fatica a definire un atrio, una cucina o un salotto, ebbe tutta la sensazione di aver appena ricomposto, con il suo arrivo prematuro, una scena affannosa e dagli esiti potenzialmente violenti. Il frigorifero aperto, una bottiglia di latte rovesciata sul tavolo, un gatto immobile, spaventatissimo e inarcato, un bollitore che minacciava l’esplosione e vibrava in aria una furibonda scia di vapore ed una signora bionda, in accappatoio, sulla cinquantina, che con simulata tranquillità le stava seduta di fronte e fingeva non ci fosse nulla di strano, fumando lentamente una sigaretta appena accesa. M. stava per andarsene ma la donna prese a sorridere, scuotendo la testa e disse che no, si erano capite proprio male, le dispiaceva ma lei era troppo, troppo giovane e lo disse più volte, ampliando ogni volta di più le vocali, lo sapeva che trovare casa in quella città stava diventando una specie di miracolo, ma le dispiaceva, in quel momento non le avrebbe proprio potuto far vedere la casa e poi si aspettava una donna che non fosse così giovane. M. si trovò invasa, senza poterne antivedere l’arrivo, dallo strano desiderio di essere cattiva. Pensò di assentire, scusarsi per la propria giovinezza, mettere in moto le caviglie sottili, saltare a piè pari la rampa di scale, riversarsi in strada, pedalare fino a restare senza fiato, ubriacarsi, ballare, conoscere un uomo, baciarlo e poi sputargli in faccia, pensò di rompere tutti i fiori di tutte le fioriere che le capitassero per via, di battere la schiena su ogni serranda, di mordere un passante, di vomitare nel giardino di un asilo e poi addormentarsi da sola, nella stanza che le piaceva tanto e sarebbe stata sua ancora per poco. Ma capì di non poterlo fare quando lo sguardo della donna, che fino a quel momento si era concentrato quasi esclusivamente sulle sue ginocchia abbronzate e sbucciate, perse ogni vigore e lucidità, andandosi a fissare senza peso ad una distanza imprecisata nello spazio sopra la sua spalla. E nel voltarsi, M. riconobbe, dentro la più dolce delle luci, senza vertigine e senza che il cuore sprecasse un solo battito addizionale di sorpresa, che proprio dietro di lei era appena apparsa la Madonna.


Morire per delle idee

Morire di capitalismo

di Stefano Tieri nel macro – pretendere che le istituzioni indirizzino la loro politica per fare altrettanto? Perché spostarsi in bicicletta, non mangiare carne e ridurre i propri consumi appaiono ai più scelte quasi “ascetiche”? Possibile che le ingiunzioni sociali siano così forti anche quando viene messa a repentaglio la sopravvivenza collettiva?

“Morire per delle idee”, a una prima occhiata, potrebbe sembrare un concetto desueto per noi europei del XXI secolo: chi è ancora disposto a morire per qualcosa, quando tutto sembra ormai essere a portata di mano, raggiungibile senza troppa fatica “grazie” a un sistema economico in grado di garantire ricchezza e benessere diffusi? E se stessimo – paradossalmente – morendo proprio a causa di questo modello economico? E se questa morte, per lo più, non riguardasse solo l’essere umano, ma la gran parte delle specie viventi? Allora, “morire per delle idee” diviene una prospettiva tutt’altro che peregrina, estranea alla nostra cultura: ma anzi l’unica in grado di indicare la direzione verso cui ci stiamo dirigendo. Dovrebbe essere ormai chiaro, e dopotutto i media sono ormai saturi di discorsi riguardanti inquinamento, surriscaldamento globale, effetto serra e antropocene: questo modello di sviluppo ci sta portando alla catastrofe, ma la consapevolezza di ciò non si traduce in un’azione politica volta al cambiamento. Il filosofo sloveno Slavoj Žižek lo ha acutamente osservato nel suo ultimo lavoro, tradotto in Italia da Ponte delle Grazie, dall’emblematico titolo Il coraggio della disperazione:

“Un evento che in passato era vissuto come impossibile ma non reale (la prospettiva di una catastrofe imminente che, per quanto la sappiamo probabile, non crediamo si verificherà realmente e così la respingiamo come impossibile) diventa reale ma non più impossibile (una volta che si è verificata, la catastrofe viene rinormalizzata, vissuta come parte del normale andamento delle cose, come fosse stata possibile “già da sempre”). Lo scarto che rende possibili questi paradossi è quello tra il sapere e il credere: sappiamo che la catastrofe (ambientale) è possibile, e anzi probabile, nondimeno non crediamo che possa accadere realmente.”

Persino quando eventi catastrofici si verificano sotto i nostri occhi (pensiamo alla devastante, non solo per l’agricoltura, combinazione tra siccità e “bombe d’acqua”) tendiamo a rimuovere il nesso causale con le nostre azioni e a ritenere inevitabili simili disastri climatici. Peccato che l’eccezione stia ormai diventando la regola, con buona pace dei negazionisti di ogni sorta – a cui consigliamo l’accurato e documentato “The Uninhabitable Earth” pubblicato di recente sul New York Magazine e leggibile gratuitamente sul sito internet della testata. Perché sembra così difficile – nel micro – vivere secondo dei modi che permetterebbero di ridurre e allontanare il disastro, e al tempo stesso –

Stando a Žižek, non si tratterebbe di contrastare (o promuovere) un sapere – siamo già consapevoli del rischio che corriamo –, quanto invece di abbattere una credenza: che la catastrofe non è possibile. Una simile fede, ribaltata dal negativo al positivo, assume sfumature diverse: viviamo nel migliore dei mondi possibili, chi di dovere saprà evitare in qualche modo il peggio, non è possibile rinunciare a nessun costo – nemmeno dinanzi alla possibilità di morire – alle nostre libertà. Libertà di consumare, ma che in fondo si traduce in libertà di (auto)consumarci. Le ideologie non sono morte, anzi: siamo al cospetto di una che la morte la produce come nessun’altra prima d’ora, ma che ha raggiunto un’egemonia culturale tale da rendere impossibile la sua messa in discussione. E allora si declina nuovamente il problema secondo delle prospettive che forniscono soluzioni inefficaci: c’è troppo inquinamento? Via alla green economy. Gli allevamenti bovini producono troppo metano? Si dia spazio alla proliferazione del marchio “veg”. Tutto per salvaguardare i consumi, e così evitare di ammettere – davanti a noi stessi – che una reale soluzione, in una situazione tanto deteriorata e precaria, si può trovare solo rimettendo in discussione l’intero sistema economico, e non re-indirizzando i consumi verso tipologie di prodotti maggiormente eco-friendly. Sarebbe ora di affrontare con coraggio – il coraggio della disperazione – la sfida davanti alla quale ci troviamo: la scelta è tra morire di capitalismo, e mettere profondamente in discussione il nostro stile di vita. Siamo in grado di farlo?

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Morire per delle idee

Morire per delle idee, l’idea è eccellente...

V

orrei dedicare questa geniale parodia di Georges Brassens alle molte persone che, oggi e in tutti i tempi, si riempiono la bocca di parole come “proletariato”, “rivoluzione”, “rivolta”, “far esplodere le contraddizioni”, oppure “patria”, “difesa dell’identità”, “orgoglio nazionale”, o ancora “diritti dell’uomo”, “democrazia”, “illuminismo” o “progresso”, senza che poi la loro vita quotidiana incarni minimamente i valori che propugnano. Quando le idee, e le ideologie, diventano una stanca valvola di sfogo per vite banali, quando servono soltanto – una volta blaterate e imbevute di fiele - a far dormire il “sonno dei giusti” a virtuali soloni senza un briciolo di coraggio, ecco che questa canzone di Brassens viene a ricordarci l’umiltà, il pudore e il vero coraggio di coloro per cui la vita – ancora oggi, nella sua banalità - è davvero l’unica ricchezza degna di questo nome. Mourir pour des idées L’idée est excellente Moi j’ai failli mourir de ne l’avoir pas eue Car tous ceux qui l’avaient Multitude accablante En hurlant à la mort me sont tombés dessus Morire per delle idee, l’idea è eccellente. Sono quasi morto per non averla avuta. Perché tutti quelli che l’avevano moltitudine travolgente urlando alla morte mi son saltati addosso Ils ont su me convaincre Et ma muse insolente Abjurant ses erreurs se rallie à leur foi Avec un soupçon de réserve toutefois Mourons pour des idées, d’accord, mais de mort lente D’accord, mais de mort lente Ci sono riusciti, a convincermi. E la mia musa insolente abiurando i propri errori, si allinea alla loro fede. Con un piccolo sospetto di merito, tuttavia: Moriamo per delle idee, d’accordo, ma di morte lenta

d’accordo... ma di morte lenta Jugeant qu’il n’y a pas Péril en la demeure Allons vers l’autre monde en flânant en chemin Car, à forcer l’allure Il arrive qu’on meure Pour des idées n’ayant plus cours le lendemain Considerando però, che non c’è fretta andiamo verso l’altro mondo bighellonando un poco sul cammino Perché a forzare l’andatura si va incontro a morte prematura a causa di idee che, forse, non saranno più nostre il giorno dopo. Or, s’il est une chose Amère, désolante En rendant l’âme à Dieu, c’est bien de constater Qu’on a fait fausse route, qu’on s’est trompé d’idée Mourons pour des idées, d’accord, mais de mort lente D’accord, mais de mort lente Perché se c’è una cosa veramente amara e desolante, è rendersi conto, rendendo l’anima a dio, di aver sbagliato rotta, di aver sbagliato idea. Moriamo per delle idee, d’accordo, ma di morte lenta Les Saint Jean bouche d’or Qui prêchent le martyre Le plus souvent d’ailleurs, s’attardent ici-bas Mourir pour des idées C’est le cas de le dire C’est leur raison de vivre, ils ne s’en privent pas I San Giovanni bocca d’oro, che predicano il martirio per la maggior parte, si attardano quaggiù. Morire per delle idee, è proprio il caso di dirlo, è la loro ragione di vita, e non se ne privano Dans presque tous les camps On en voit qui supplantent Bientôt Mathusalem dans la longévité J’en conclus qu’ils doivent se dire En aparté, “mourons pour des idées, d’ac-

di Andrea Muni cord, mais de mort lente D’accord, mais de mort lente” Quasi in tutti i campi si può vederli sostituire Matusalemme in longevità. Ne concludo che, appartatamente, devono dirsi: “moriamo per delle idee, d’accordo, ma di morte lenta” Des idées réclamant Le fameux sacrifice Les sectes de tout poil en offrent des séquelles  Et la question se pose Aux victimes novices  Mourir pour des idées, c’est bien beau mais lesquelles?  Di idee che reclamano il famoso sacrificio le sette di ogni colore ne hanno prodotte a frotte Ma la questione si pone, alle vittime nuove morire per delle idee è certamente bello, ma per quali? Et comme toutes sont entre elles ressemblantes  Quand il les voit venir Avec leur gros drapeau  Le sage, en hésitant Tourne autour du tombeau, “mourons pour des idées, d’accord, mais de mort lente  D’accord, mais de mort lente” E siccome, infine, quando le vede arrivare, con il loro grande drappo, si assomigliano un po’ tutte il saggio, esitando, gironzola intorno alla tomba: “moriamo per delle idee, d’accordo, ma di morte lenta … di morte lenta”. Encore s’il suffisait De quelques hécatombes  Pour qu’enfin tout changeât, qu’enfin tout s’arrangeât  Depuis tant de “grands soirs” que tant de


Morire per delle idee têtes tombent Au paradis sur terre, on y serait déjà  E ancora, se fosse sufficiente qualche ecatombe affinché tutto cambi, tutto si aggiusti, allora, dopo tante “gloriose” rivoluzioni e tante teste cadute, nel paradiso in terra dovremmo esserci già Mais l’âge d’or sans cesse Est remis aux calendes  Les dieux ont toujours soif, n’en ont jamais assez  Et c’est la mort, la mort Toujours recommencée, mourons pour des idées, d’accord, mais de mort lente  D’accord, mais de mort lente  Ma l’età dell’oro, senza posa è rimandata alle calende

e gli dei hanno sempre sete, non ne hanno mai abbastanza della morte, la morteSempre rinnovata, … moriamo per delle idee, d’accordo, ma di morte lenta d’accordo, ma di morte lenta Ô vous, les boutefeux Ô vous les bons apôtres Mourez donc les premiers, nous vous cédons le pas  Mais de grâce, morbleu! Laissez vivre les autres!  La vie est à peu près leur seul luxe ici-bas  Ma voi, gli incendiari voi, i bravi apostoli perché non morite voi per primi, vi cediamo il passo... Ma di grazia, dio cane! Lasciate vivere gli altri!

La vita è praticamente l’unico lusso che hanno quaggiù Car, enfin, la Camarde Est assez vigilante Elle n’a pas besoin qu’on lui tienne la faux  Plus de danse macabre Autour des échafauds, mourons pour des idées, d’accord, mais de mort lente  D’accord, mais de mort lente Perché infine la Mietitrice è ben attenta e non ha bisogno di nessuno che le regga la falce Basta danze macabre... attorno alle forche, moriamo per delle idee, d’accordo, ma di morte lenta d’accordo, … ma di morte lenta.

Parole ad effetto

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avoro e sicurezza sono i due capisaldi di ogni campagna elettorale come si deve. Sono concetti semplici, chiunque può capirli e, preferibilmente, fraintenderli. Però, nonostante gli incentivi alle aziende, il Jobs Act e i progetti di inserimento e reinserimento per fasce di età, succede che l’instabilità occupazionale condizioni sempre di più la vita di milioni di cittadini e ne costringa moltissimi a emigrare. Allo stesso modo, ordinanze, divieti, spiegamento di forze dell’ordine e progressive limitazioni nelle libertà individuali hanno forse qualche funzione ma, certamente, non quella di innalzare realmente il livello di sicurezza. Lavoro e sicurezza non sono infatti elementi sui quali si può avere il controllo diretto. Sono effetti, non cause. Una certa quota di disagio, delinquenza e incertezza è inevitabile in qualunque società urbana. Anche i problemi legati all’occupazione sono caratteristici del sistema economico dominante. La politica ha il compito di fare in modo che tali fisiologiche abnormità non superino una determinata soglia. Intervenire sugli effetti è però futile: bisogna individuare le cause e

lavorare su quelle. Purtroppo, le leve che permetterebbero di tenere sotto controllo la disoccupazione e mantenere un clima di tranquillità e fiducia tra i cittadini non vengono mai toccate, oppure subiscono solo spostamenti impercettibili. Queste leve sono la burocrazia e il fisco. Per burocrazia si intende il numero spropositato di leggi, regolamenti e decreti, il linguaggio incomprensibile in cui sono redatti, gli adempimenti bizantini richiesti per avviare e svolgere qualunque attività, nonché tutte le altre strettoie in cui si incaglia la libera iniziativa. Il fisco è invece lo strumento che serve a raccogliere risorse per far funzionare i servizi pubblici ed è indispensabile per la gestione dello Stato, ma se è iniquo e complesso diventa un ostacolo allo sviluppo. Quando burocrazia e fisco sono insensati e ingarbugliati la corruzione dilaga e le prime cose a essere compromesse sono proprio la sicurezza e il lavoro. Una burocrazia asfissiante e un fisco mal calibrato sono incoraggiamenti a delinquere e creano anche condizioni ottimali per un’occupazione scarsa, sottopagata e senza diritti. Tangenti e lavoro nero sono due tipi di pratiche illecite generate dalla miscela letale di stupide scartoffie indecifrabili e tributi sbilanciati.

di Livio Cerneca

Chi ha già attitudine a delinquere viene così incentivato a coltivare i propri talenti naturali, e nel frattempo la qualità della vita di tutti gli altri peggiora. Senza contare poi che le stesse regole in materia di fisco sono oscure, con rimandi infiniti ad articoli, codici e postille. Una sotto-burocrazia cifrata, incapsulata dentro a una burocrazia di per sé ostile. Altri casi di intervento sugli effetti e non sulle cause – molto diversi tra loro ma altrettanto fallimentari – sono la celeberrima “lotta al terrorismo”, che in vent’anni ha contribuito a rendere sempre più frequenti gli attentati e sempre più cattivi gli attentatori, e la freschissima “legge delega per il contrasto alla povertà”, una cosa talmente assurda che si stenterebbe a credere che sia vera, se non fosse stata varata da quello stesso Parlamento italiano che ha ratificato una spesa di 14 miliardi di euro per l’acquisto di qualche decina di cacciabombardieri stanziando poi solo 2 miliardi per incrementare il Fondo per la Sanità. D’altra parte, se è vero che non ha alcun senso intraprendere azioni dirette per mantenere la sicurezza e creare posti di lavoro, bisogna anche dire che è inutile prendersela sempre con i politici. Loro sono solo l’effetto di cui noi siamo la causa.

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Festival Letteraria 2017

Dopo un’estate di vive letture, accese discussioni, selezioni durissime su cui non siamo (né mai potremmo essere, vista la nostra natura dubbiosa) convinti fino in fondo, abbiamo finalmente trovato gli autori under 35 che presenteremo all’interno di Letteraria, il festival di letteratura giovanile che si terrà a Trieste e a Udine tra il 23 ottobre e il 3 dicembre. Più di un mese all’insegna della cultura spaziando tra poesia, narrativa e saggistica. Per orientarsi nel ricco programma del festival (che pubblichiamo sinteticamente in ultima pagina), vi daremo qui una breve descrizione dei singoli eventi: il 23 ottobre saremo ospiti al festival Mimesis di Udine, all’interno del quale presenteremo

Novecento. La storia, una vita di Raffaele Bocci e Silvia Capodivacca nella libreria Tarantola (ore 18). L’appuntamento successivo sarà tutto dedicato alla poesia, e si terrà venerdì 3 novembre nello storico Caffè San Marco di Trieste, dove dalle ore 18 presenteremo Caratteri di Francesco Terzago e Alla fine delle favole di Tommaso Di Dio. Nei tre venerdì successivi saremo invece ospiti al Serra Hub di Trieste, sempre dalle ore 18, per presentare rispettivamente La grande A di Giulia Caminito (10 novembre), Tempo senza scelte di Paolo di Paolo (17 novembre) e Cleopatra va in prigione di Claudia Durastanti (24 novembre). L’ultimo appuntamento del festival, in collaborazione con l’associazione TconZero, si terrà invece al Polo Giovani Toti - PAG

di Trieste il 3 dicembre dalle ore 18: in quest’occasione cercheremo di trovare, a partire dai testi presentati, lo “sguardo” che la giovane generazione di scrittori ha sul mondo. Nel festival rientra infine anche l’annuale appuntamento del Poetry Slam, giunto alla sua undicesima edizione. L’evento, che si terrà sabato 2 dicembre alle ore 18 al Caffè San Marco, vedrà la partecipazione di poeti da tutta Europa. Come siamo giunti alla selezione degli autori? Vi facciamo entrare nell’officina Charta Sporca pubblicando alcune delle recensioni – che per ragioni di spazio non possiamo mettere tutte, ma per ovviare al problema utilizzeremo il nostro sito – degli autori letti per il festival, a iniziare da quelli che presenteremo.

GIULIA CAMINITO La grande A, Giunti, 2016

Valutazione Davide: Atmosfere distese, scrittura scorrevole e sapientemente utilizzata, la storia di una ragazza e della sua permanenza in Africa, “La grande A”. Convince forse di più nelle pagine iniziali – l’Italia in guerra, la vita di una bambina e il suo sogno per l’Africa dove vive la madre – e in quelle finali. Al centro, invece, il racconto a tratti si fa troppo intimista, con lo sfondo che traspare appena. E siccome alla fine è un libro facilmente collocabile tra la (poca) letteratura postcoloniale del nostro paese, proprio l’Africa – l’Eritrea, l’Etiopia – rimangono un riflesso poco indagato. Forse è un effetto voluto, la narrazione in fondo funziona e l’economia del romanzo, che prende spunto dalle vicende familiari dell’autrice, resta potente e calibrata, anche quando omette il rimosso coloniale in uno sguardo troppo patinato. Forse un’occasione persa, ma bene. Voto: 7/8, nonostante gli “italiani, brava gente”. Valutazione Ruben: Non ne ho letto abbastanza per esprimere un giudizio completo, tuttavia, quel che emerge senza dubbio è l’ottima capacità narrativa dell’autrice, abile nel proiettare il lettore “in medias res” e ad immedesimarlo con la protagonista. VOTO ALLO STILE: 7/8 Valutazione Giuseppe: Pur con qualche ombra, “La grande A” è decisamente un bel libro, soprattutto se si considera che è un esordio. Tra le ombre, quella più grande l’ha già rilevata Davide, ovvero la mancanza di un accento in più sulla storia coloniale (e post coloniale) dell’Italia. I grandi assenti del libro sono proprio gli africani in quanto persone: personaggi appena abbozzati, ai margini, quasi invisibili. Ma intendiamoci: anche se c’è qualche ingenuità, non siamo di fronte a certe narrazioni stucchevolmente esotiche, da cartolina. L’economia del romanzo è altra, è quella della storia umana di due generazioni di donne, madre e figlia, in cui l’Africa figura come il principale correlativo “fisico” del loro essere sempre e comunque fuori luogo, straniere. Personaggi femminili sopra le righe eppure riconoscibili (specialmente la madre), personalità complesse e ben delineate – a differenza dei personaggi maschili, vaghi, evanescenti, che non hanno niente da raccontare o che raccontano sempre le stesse cose. Punto di forza principale, a mio avviso, è lo stile della narrazione, che riesce a mantenere miracolosamente un equilibrio tra i toni diretti e colloquiali del racconto orale, “della nonna” (e infatti l’autrice per questo romanzo ha rielaborato vicissitudini familiari), e una prosa più ricercata, ricca di accumuli, immagini e metafore. Bellissima la prima metà del libro, poi si stanca un po’ verso il finale ma il ritmo rimane comunque alto e, a parte qualche piccola sbavatura, tiene tutto. VOTO: 8-


Festival Letteraria 2017

CLAUDIA DURASTANTI

Cleopatra va in prigione, Minimum Fax, 2016

Valutazione Eleonora: Sono partita prevenuta – non è il mio genere, non mi interessa il tema, l’ambientazione mi mette un po’ la nausea – e invece il libro della Durastanti è stata una piccola rivelazione. Cleopatra va in prigione è la storia di una giovane donna della periferia romana divisa fra due amori, da una parte il fidanzato carcerato, dall’altra l’amante poliziotto. Poteva sembrare, dico a mio discolpa, uno di quei romanzetti compiaciuti e scontati o forse una sorta di documento di denuncia sociale condito con qualche elemento hollywoodiano. E invece niente di tutto questo: la narrazione è limpida, penetrante, di grande raffinatezza; i personaggi ben costruiti e per niente scontati. La trama è sottile, è la città a dominare, sempre descritta con sincerità mai manierata. Uno spaccato sulla vita di una donna narrato con poesia e dolcezza. VOTO: 8 Valutazione Piero: Camminare è un gesto complesso, Durastanti lo sa bene. In un’intervista l’autrice ha citato, a proposito di Cleopatra va in prigione, Lauren Elkin e il suo lavoro sulla flâneuse. Se la donna ha finalmente avuto accesso alle strade delle capitali – o meglio, se ha finalmente guadagnato il diritto di percorrerle con lentezza – allora rallentare la periferia romana diventa una questione politica, e non solo di stile. Le descrizioni, momento in cui il rischio di perdere l’attenzione del lettore è maggiore, diventano il centro di questa battaglia e il motivo per cui questo libro merita tanta fiducia. VOTO: 8

PAOLO DI PAOLO Tempo senza scelte, Einaudi, 2016

Valutazione Stefano: Il tema che innerva l’intero pamphlet, dalla prosa agile ma non superficiale, è quello dell’impegno dell’intellettuale, declinato a partire dal rapporto tra letteratura e politica. Il che non significa sottomettere le ragioni estetiche agli interessi di partito, quanto prendere posizione in un mondo – quello culturale – che sempre più spesso evita la presa in carico di ogni responsabilità sulle sfide lanciate dall’attualità. Il confronto tra presente e recente passato è impietoso: dove sono finiti – per rimanere all’ambito italiano – i Calvino, i Pasolini, i Gobetti? Dove – allargando l’ispezione – i Camus, i Brecht, gli Orwell? Più che lamentarsi della desolazione intellettuale contemporanea, Di Paolo mostra la dimensione etico-politica di alcuni tra i più grandi scrittori novecenteschi, facendo parlare direttamente i romanzi in questione e lasciando ai margini commenti moralisticheggianti (che pure in alcuni momenti emergono, nei passi a mio avviso meno riusciti del libro). Il passo indietro dell’intellettuale porta, secondo l’autore, alla legittimazione sociale dell’odio e alla sua affermazione politica – alla vittoria dei Trump. Il saggio non può che chiudersi (così come si è aperto) sull’angoscia, sentimento che sembra coinvolgere le giovani generazioni e che deve spingere a “non essere come tutti”: lasciar da parte il ghigno cinico che ironizza su ogni cosa, mettere via l’odio da social network di chi – dietro a una maschera – “cerca il suo bersaglio e spara a zero”, e al tempo stesso farla finita con l’indifferenza. “Scegliere di essere per qualcosa, e non contro”. Una conclusione forse banale, ma senz’altro inascoltata nel deserto intellettuale che ci circonda. VOTO: 7+

Valutazione Andrea: Il libro si colloca in maniera intelligente nel bel mezzo di una delle questioni più scottanti della nostra attualità etico-politica. Come coniugare l’impegno civile con il crollo delle ideologie, delle certezze e delle identità predefinite? L’autore prova a offrire una risposta proponendo una carrellata di esempi, tratti princpalmente dalla letteratura, che indicano la strada per una possibile ricostruzione del rapporto tra impegno civile e letteratura, passando da Zerocalcare a Zweig, Da Garcia Lorca a Aldo Busi. La provocatoria domanda che è a titolo del libro, riceve durante il suo svolgimento una risposta attenta, elaborata, ma al contempo decisa. L’autore ritiene che, proprio perché il nostro tempo appare senza scelte (o un tempo di scelte eternamente rivedibili), tornare a considerare la coerenza tra parole e azioni, e la vertigine della responsabilità, come dei valori “in sé” possa rappresentare un buon punto di partenza per provare a ricostruire una letteratura militante nel senso più ampio del termine. VOTO: 8

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Festival Letteraria 2017 FRANCESCO TERZAGO, Caratteri, 2016 Valutazione Giuseppe: Nella poesia di Terzago predomina l’aspetto poematico: ci troviamo di fronte per lo più a versi ampi, poesie lunghe dall’andamento narrativo. Il tono è asciutto; raramente indugia nel lirismo, mentre abbondano le descrizioni, anche minuziose, cercando nei dettagli irrilevanti di disegnare una scena esatta, di contro a una realtà sempre più annebbiata e indistinta. Realtà affrontata efficacemente nella “Quasi” storia d’amore che si svolge sullo sfondo della Cina odierna, dove le contraddizioni della globalizzazione sono portate all’estremo e si costituiscono come correlativo dell’incertezza di un mondo pur sempre “spaventoso e amato”, di una vita a cui “non basta il principio – la vita è mutamento”. VOTO: 8

effetto di un’immediata simpatia che esula dagli scopi della ricerca ma a quest’ultima fornisce l’occasione di esistere: storia e Storia s’intrecciano, nella consapevolezza che quelle che vivono adesso sono le ultime generazioni che ascolteranno la testimonianza diretta del Novecento. C’è infine l’istanza della Storia che fa da sfondo a questa “amicizia intergenerazionale” e che si dà nell’autobiografia umile, pacata, limpida e al contempo piena di parole dell’uomo Raffaele Bocci. VOTO: 9

TOMMASO DI DIO, Alla fine delle favole, Origini edizioni, 2016

RAFFAELE BOCCI E SILVIA CAPODIVACCA, Novecento. La storia, una vita, Mimesis, 2015

Valutazione Giuseppe: In questa breve raccolta Di Dio riprende il tema del suo esordio Favole, e laddove in quello si leggeva un’aprirsi, timidamente speranzoso, alla complessità del mondo, qui troviamo specularmente un angoscioso senso di difficoltà ad accettare questa complessità, e le contraddizioni anche violente e inspiegabili del reale. Anche qui ricorrono immagini e termini legati allo scavare, al mettere radici, allo stratificare, a grotte e caverne; in questa geologia della vita emerge un tratto distintivo dell’autore, che in essa cerca una ragione della sofferenza umana. Con versi sapientemente controllati, Di Dio costruisce liriche in apparenza semplici, ma che stratificano (appunto) molteplici suggestioni e influenze. VOTO 8

turisce da un incontro che si fa punto di convergenza di diverse istanze. Quella, in primo luogo, di raccontare: essa appartiene al narratore e coautore di Novecento, la storia, una vita Raffaele Bocci, definito dalla coautrice Silvia Capodivacca uno “straordinario uomo normale”. Egli ha iniziato a lavorare con la fatica delle proprie mani da bambino. È stato repubblichino e partigiano. È migrato in America. Nell’incontro – ancora una volta, questo termine non sembra avere sinonimi altrettanto densi di significato – con la giovane studiosa ha finalmente trovato lo spazio per dire la sua vita. La seconda esigenza è quella avvertita dalla ricercatrice di ascoltarlo, per

/Aprile 2015

Numero 22- Marzo

Ridere la verità

di Andrea Muni

Trent’anni dopo

di Stefano Tieri “Il pensiero non esisterà più, almeno non come lo intendiamo ora. Ortodossia vuol dire non pensare, bisogno di pensare. Ortodos non aver consapevolezza sia sono la stessa e inministero della cosa”. Il con la V maiuscoVerità (rigorosamente la) penserà anche te cosa è vero per e cosa rai più fare alcuna non lo è: non dovtiene che l’Eurasia fatica. Il Partito sosnon è mai stata guerra con in l’Oceania? Tu, caro Smith, puoi anche ricordare il passato diversamente, ma ciò tanza: “se tutti non ha alcuna impori documenti raccontano la stessa favola, ecco che la diventa un menzogna fatto storico, quindi vera”. E poi, mio caro Smith, chi mai credi di essere tu? “Tu sei fuori dalla storia, tu non esisti”.

Numero 19 -

Valutazione Lilli: La narrazione sca-

Periodico registrato presso il tribunale di Trieste (autorizzazione n° 1266 del 27/8/2013). Direttore responsabile: Stefano Tieri Grafica: Alberto Zanardo Editing: Piero Rosso Terza Pagina: Giuseppe Nava Editore: Associazione culturale “Charta Sporca” Presidente: Giuseppe Nava Vice-presidente: Davide Pittioni Segretario: Piero Rosso Tesoriere: Ruben Salerno Stampa: tipografia “Centro Stampa”, Via Romana 46, Monfalcone (GO) Per contattarci:

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si fa? parodia? Come Che cos’è una o voglia di farne? fare una Perché abbiam fine. Si può troppo Iniziamo dalla invidia, per , si può parodia per autolesionismo insieme amore, per per ridere fare una parodia tetramente davanti e o per ghignar può farla per comsi o, allo specchi arrendersi, può farla per ione o battere o si la propria frustrazdell’auper sfogare nell’imp otenza ità. La per cercare, nuova complic nostro toironia, una e sociale del comrealtà politica continente è una ficpaese e del nostro e notoriamente La guerra viene pletamente a tavolino. ca studiata nanti delle tre utilizzata dai govermediati tion superpotenze è trattato (Eurasia, Oceania mondiale mondiali una Il mercato , Estasia) come ficazione di mento per struindebolire e dal come la personi distrarre proprie popolazi scinde il bene ”), oni: “è un modo le divinità che mandare in chiede il mercato , frantumi, scaraven per “estera” male (“ce lo nell’atmosfera, affrondare negli tare ritrovi in testa: nostra politica guerre In questo numer era marini, material la psicopol mentre la abissi anche e gliiziasiconosce tre quarti delle inteo il serpent trebbero essere i che altrimenti po- entato, ie tuoi pensieri più coi un complice di addorm Caro Smith,– perché reconditi. attaccandovisi per orendere destabilizzano sospett masse troppo i; ilusati agola in tanta tiallora tirale con guardia attorno che stanno polmonagiate e, a lungo cacciato Sorveglianza ci viene raccont dai tuoi apprensi si mise troppo intelligen; il sospetandare, Lasoltanto one? Tuttonon rimia mano ro continente, di mediazione” o si stacca scherzo ti”. Essa questo uno denti. un romanzo da invano! sia tutto , tu sei solo un e.è di massa e; – ma sonaggio che sia tutto ta come “sforzo democratizzazi- che serpent perscaccia Al fineto, gola il serpent ti dicevo alla di ac- re il a strappa(come di eesercitar r dalla nem- to, subito essario la paura “non e il controllo usciva esisti”), grido: come “aiuto pura finzione:me prima: da noi un La vertigina eevitare ogni che nec- in guerra che non hanno non siamo» non è altro parola. ridere. si sprigionò forma di rivolta one” di paesi Mordi! semmai, sociale, la realtà la testa! è stato sufficien a, Allorapace”; noi ma,Stacca in “mission udito questa accettat corgersi che eo,dila te avvalersi «Mordi ! Mordi!non vogliamo meno mai rmente telescher spavent dei maggio pag. 2 mi che mio e il della pensino per i cittadini parodiaai primi, congrido; Allora,izia. Quanto era il mio la testa di qualcun sa. psicopol tutto le “realtà” la è bastato e condivi o, la pietà, altro ma, metterne o da così appena possibile sostene vano socializzata casa e lasciarlo , tagliamo su s’unirovi sveliamuno in ogni l’odio, il disgust I muri che George Orwe istruzion collera, cultura e nutriti ci stanno gli ingenui, perennem il mio male e;e noi fareper enteale le telecame tutto ll dell’attu coglierne acceso mio pareti si non di cui ci siamo pastore parodia gli effetti benefici. ele mettiail mo bene ovunque ma grido. re […]Il testa. Dalle biamoalla subito che, unico– ricordalo – iato installato anche noi cercher Ci ab-no per il mio La lingua e il poter crollando in soltanto in me la tuainsicurezza una serie ini, suoni, figure: all’intern-sociale politico e ; e seconsigl l’aveva ra no dopo o, einoffrirvi , unatelecame ripetiamo giormodo tale come sgretolano immag agita una boccet- realtà il giorno la Verità , da tipi ottimo morso! catturare di morse, più piccolo che di opporre morse conche costruiam ; altri con eglifatica, e: spostam Colin Powell spaccian- mo camere parodie o ento (le telegrido;tanta del serpent è perchè controlo testa suo sputo, ti la il accompa per il e piccole sé e conoscer di condivid cui, da , care pag. 3 di anche la lungi ta content erla è per tutti più un pastore veritàgnano lei,strade lungo Sputò , per giustifi mezzedella Non il Bene più to, auspicab in piedi. città, come insieme Perché noi ti a ridere dola per antrace e poter, infine, sai bene) e sorse ile. in Iraq; i finzion un rinnova conoscia Smith, sappiamo siamo pronti prevederriuscire – ma americano mo,ancora e ogni tuapresti dai meno,sa. E non l’intervento tutto di te. Mai più un uomo mos- non crederea di se, rilancia Le informaz rideva.Ricordi? dicon essere voi, nella speranz ioni unaal risata, atoceche sicuro con le hai date tual pari di lui! bollettini dell’Oc in insieme illumin colori, che a quando, re silenzio, ,provi rise stesso, ta da un il tuo consenso di tutti i scaccia a far funzi. quel serpente, travesti non che non to a onare quotidi ani terra un uomo A cosa serve arruggin un riso che assicurano testa dirottame la psicopol abita. sulla udii izia ai tempi consum a fratelli, da sette anni sicuramente il pros- la nera notte, cheitociche ti social network? O miei della buona ma – ed ora midei appaquest’anno, ci coman- favola riso umano, io che mai si finirà. Chi si con- fu che simo, la crisi pastore che sete, un desider mi divora” pagg. 14 - 15 prima di noi, un giovane volto una io di quel riso he). da sa, da molto questione teatrale, “Vidi soffocato, convuls o, il desider Il ga. stra, F. Nietzsc una serpente nero televi- torceva la realtà è parlò Zarathu programma to; e un grosso Forse si era (Così un rassicurante l’ansia notturna, la contrat a dalla bocca. che non gli pendev sivo che calma serpente nero testa di un

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Charta Sporca - Numero 28  

Charta Sporca n. 28, settembre/ottobre 2017

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