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pensare inattuale

Numero 26 - Marzo/Aprile 2017

Economie della perdita di Andrea Muni

“Economie della perdita” è, per certi versi, un tema involontariamente autocelebrativo. La storia della nostra associazione culturale e della nostra rivista – una storia che mi precede, e che comincia con la passione e il coraggio degli amici che le hanno dato vita ormai sette anni orsono – è infatti una storia di resistenza critica e culturale al pensiero unico da sempre gioiosamente agita, e vissuta, in pura perdita di tempo, di fama e di denaro. Charta Sporca è per tutti noi, per noi che – giorno dopo giorno – la facciamo esistere, un puro e semplice gesto di dépense. Nessuno di noi ha mai pensato di ottenere alcunché, da nessun punto di vista, dedicandosi a quest’opera comune che, nella galassia intermittente del mondo culturale e del web, è riuscita a ritagliarsi negli ultimi anni uno spazio e un pubblico che non avremmo mai immaginato. In un tempo e in un mondo in cui dire “cose” è più importante che avere cose da dire; in un tempo e in un mondo in cui non esistono quasi più manifestazioni culturali slegate da interessi autoriferiti di qualsiasi tipo (che siano di fama, di successo o di denaro, o ancora di strizzate d’occhio a personaggi in vista) la nostra linea è sempre stata quella di evitare con fermezza qualsiasi possibile, anche minima, compromissione. Charta sporca è un potlach, un dono provocatorio, un’offerta, una sfida al rilancio, per tutti e per nessuno.

(continua a pagina 2)

In questo numero

“Rimetti a noi i nostri crediti”

pag. 3

Un movimento di meno

Il disagio della libertà

pagg. 4 - 5

Discorso sull’ equità volontaria pag. 11

La legge del mercato La perdita come guadagno pag. 12

pag. 13

Elvira, Jouvet e l’arte della trasparenza pag. 14


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Economie della perdita

Economie della perdita (Segue dalla prima pagina)

di Andrea Muni L’utilitarismo – quella silenziosa religione a cui tutti, più o meno inavvertitamente, sacrifichiamo – ci ha insegnato che ogni scelta e ogni azione della vita sono guidate dall’interesse. Non solo, il suo massimo sacramento è il surreale atto di fede secondo cui, se ognuno persegue correttamente i propri interessi, la loro somma dovrebbe logicamente produrre il benessere del maggior numero (bisogna proprio essere sotto l’effetto di qualche potente droga ideologica per trovare vagamente fondata una simile frottola). La trappola dell’utilitarismo consiste infatti nell’aver modellato il significato delle parole “il mio bene” e della parola “interesse” con un tale livello di precisione da far sì che qualsiasi vita vissuta, deviando da questi nuovi dogmi, appaia – in primo luogo a chi la vive – indegna di essere vissuta. Il discorso utilitarista è qualcosa di talmente logico che, mentre me ne prendo gioco, sento che mi viene da ridere, sento che solo un pagliaccio, o un idiota, potrebbe osare una simile parodia. Bataille diceva che il riso ci coglie nei momenti in cui facciamo un’esperienza, diretta e potente, del non-sapere. Il non-sapere infatti è tutto ciò che – pur provandolo sulla nostra pelle, pur essendolo – non ci appare logico, giusto, buono, conveniente... Tutto ciò che cade fuori dal buon senso e dall’utile sembra venirci incontro sotto forma di angoscia e oscurità; tutto ciò che devia dall’interesse deve essere percepito automaticamente come sconveniente, doloroso, ostile, colpevole e perciò sospinto dal discorso dominante fuori dal dominio di ciò che è giusto, serio e corretto conoscere (e quindi dire). Che ci scappi da ridere nel leggere, o nell’essere, una lucida apologia dell’infamia, del masochismo o della povertà, potrebbe non essere altro che il sintomo che ci stiamo inoltrando in quello che Bataille chiamava l’al di là del serio; il sintomo che stiamo varcando i confini di quello che ci conviene sapere. Nella logica dell’utile, del mio bene e dell’autorealizzazzione ci sono dei buchi così grandi da caderci dentro... buchi in cui – mentre cadiamo – non possiamo fare a meno di

provare simultaneamente una grande paura e una irresistibile voglia di ridere. Per tutti coloro che hanno manifestato “interessi” differenti da quelli modellati dal discorso dominante, i proprietari della verità e del sapere istituzionali hanno coniato, negli ultimi due secoli, splendidi nomi: “folle”, “criminale”, “vagabondo”, “drogato”, “perdigiorno”, “pervertito”, “ipercinetico”, “nevrotico”, “clandestino”, “erotomane”, “masochista” e chi più ne ha più ne metta. Dovendo prendere sul serio questa “cultura” dominante, cosa potremmo – in tutta franchezza - dire di noi stessi? Dovremmo forse finalmente confessare di essere dei masochisti? Dovremmo forse promettere che espieremo i nostri peccati contro la “convenienza” facendoci rieducare da qualche bel master multimilionario che ci insegni finalmente come fare cultura in maniera “utile”, “seria”, “razionale”? Mi spiace per coloro che si sono chiesti, in questi anni, cosa ci passi per la testa, ma nessuno di noi si sente – ne si è mai sentito – un masochista. A tutti questi amici – vecchi e nuovi – vorrei ricordare con affetto che, a volte, perdere qualcosa di nocivo, di sterile, di triste, non è che un doppio guadagno. L’interesse, l’utile, il “mio” bene sono il cancro della nostra cultura, della nostra società, di ognuno di noi... un cancro che si riverbera sempre più – e sempre più inavvertitamente - nel modo abituale, normale, “sano”, e perciò tristemente dominante, di fare cultura. Il fatto che questo interesse sia mio, a ben guardare, non significa automaticamente che è quello che voglio, significa solo che mi intacca, che mi abita come un cancro, come un’ulcera, come i pensieri giudicanti nella testa con cui mi hanno insegnato a confondermi al punto che li credo essere me. Come in un surreale gioco di scatole cinesi, giorno dopo giorno abbiamo iniziato a sospettare, provandolo sulla nostra pelle, che l’unico modo per esistere nell’odierno panorama culturale (e nella vita in generale) è quello di diventare un cancro di

questo stesso cancro. Ma soprattutto, quel che è più importante, è che forse abbiamo capito che essere questo cancro, questa economia della perdita, questo gioioso fallimento è l’unica strada che abbiamo a disposizione per continuare a divertirci, a divertirci davvero, insieme. Abbiamo forse capito che questa economia e questa socializzazione delle perdite che siamo, sono l’unico modo per continuare a far sì che tra una parola e l’altra di quelle che vi offriamo – che si parli di Macbeth o di terrorismo, di Carmelo Bene o di follia – continui a colare, a trasudare, a ribollire, questa nostra passione inutile, questa nostra dépense: un dono provocatorio e senza riscatto possibile, che basta a se stesso e che, giorno per giorno, ci tiene sospesi sulla soglia di quel riso – e di quella paura – che ci fanno dire... ancora. La vita? La morte? Talvolta butto l’occhio con amarezza verso il peggio; non potendone più, recito a scivolare nell’orrore. So che tutto è perduto; la luce che potrebbe infine illuminarmi brillerebbe per un morto. Tutto in me ride ciecamente alla vita. Cammino nella vita, con la leggerezza di un bambino, la reggo. Ascolto cadere la pioggia. La mia tristezza, le minacce di morte, e questa specie di paura, che distrugge ma indica un culmine, si agitano in me; tutto questo mi ossessiona, mi soffoca... ma vado oltre – andiamo oltre. (Georges Bataille, Su Nietzsche)

Andiamo oltre con il “disagio della libertà” dell’Uomo dei dadi (Tieri), con la Morte di un commesso viaggiatore (Zeper) e con un’apologia di Zdenek Zeman filtrata attraverso la caustica lucidità di Michel Houllebecq (Panda). Andiamo oltre affrontando il cruciale tema del lavoro con le recensioni (Goriup e Plesnizer) de L’ultima notte. Anti-Lavoro, Ateismo, Avventura, di Federico Campagna, e del recente film francese La legge del mercato di Stéphane Brizé. E infine, andiamo oltre riflettendo sulla nobile “infamia” dell’attore d’altri tempi (Moretti), e con una riflessione sul paradossale rapporto tra perdita ed eredità (Rosso).


Libri

“Rimetti a noi i nostri crediti” recensione a L’ultima Notte di Federico Campagna

“E

conomie della perdita” sarebbe il titolo perfetto per una collana in cui inserire L’ultima notte. Anti-Lavoro, Ateismo, Avventura di Federico Campagna, edito da Postmedia nel 2015. Un intenso libello di 75 pagine, compreso il poscritto. Al crocevia tra filosofia, racconto autobiografico e afflato lirico, il giovane (classe 1984) autore anarchico prende di mira l’ideologia intrinseca al lavoro. L’ideologia – termine su cui non sarebbe d’accordo, e sostituirebbe con “obbedienza” – è per lui ciò che rende possibile l’esercizio del potere. Ne ricostruisce la storia alla luce della domanda genealogica: non “che cos’è?” bensì “da dove trae origine?”. Ecco l’incipit: “Ero arrivato perfettamente in orario: perché erano già tutti al lavoro? Lavoravano duro, più di quanto i manager si aspettassero da loro. E alla sera, quando l’oscurità nordeuropea già avvolgeva gli uffici e gli appartamenti dei young professional, loro restavano seduti imperterriti alle loro scrivanie, agitando le dita sulle tastiere quasi fossero rosari digitali. Mi guardavano spegnere il computer e mettere la giacca come si guarderebbe un concorrente sconfitto abbandonare la gara. Perché lavoravano fino a così tardi, quando né soldi né alcun riconoscimento ne sarebbero derivati?”

Il lavoro come mantra

“L’ultima notte” è scomponibile, idealmente, in due. Secondo la suddivisione così pro-

posta, la prima sezione, dal titolo “Ateismo radicale”, corrisponde alla pars destruens. Prende il via dalla constatazione che il lavoro costituisce oggi una “nuova fede” e un “paradosso”. Secondo l’autore, nel giro di un paio di secoli la storia occidentale ha visto morire: Dio, il mito del Progresso, l’idea stessa di Storia. Quel posto così rimasto vuoto era insostenibile per la coscienza occidentale, che ha provveduto a sostituirlo: “Ciò di cui avevano bisogno era un tipo di preghiera che fosse in grado di auto avverarsi senza doversi rivolgere ad alcun Dio che potesse tradirli. In effetti, quel che andavano cercando non era una preghiera, ma un mantra (…) un incantesimo che producesse se stesso senza sosta. Una fede nella fede”. Per Campagna quel mantra è il Lavoro, con un richiamo al dibattito novecentesco sulla questione della tecnica che un giovane Ernst Jünger avviava individuando nel Lavoro la nuova forma che entrava a forgiare il mondo contemporaneo (Der Arbeiter, 1932).

Un paradosso inquietante

In seguito anche all’intervento di Martin Heidegger, nel corso del dibattito novecentesco sarebbe cambiata non tanto l’analisi quanto il giudizio di valore su di essa: la tecnica e il lavoro assunsero i tratti nichilistici propri dell’età contemporanea. Il paradosso del Lavoro, continua Campagna, sta proprio nel contrasto tra la crescente importanza che gli viene attribuita e la forza (auto)distruttiva che porta seco: “I segnali di devastazione economica e ambientale (…) punterebbero logicamente verso una forte riduzione dell’investimento umano nel Lavoro. Eppure (…) il discorso culturale attorno al lavoro sembra accelerare nella direzione opposta, reclamando a sé un ruolo sempre maggiore all’interno delle nostre vite”. Ancora, l’ufficio è il luogo dell’auto-realizzazione, dove poter “ritrovare se stessi”. Interessante notare un altro richiamo, che nel testo non è esplicito. Nel tardo Freud, i meccanismi di ripetizione sono il segno della pulsione psichica disgregativa, di morte. Che triangolazione si creerebbe mettendo in scena da una parte il Lavoro e i suoi riferimenti teorici, dall’altra il suo carattere ripetitivo (un “mantra”) osservato da un punto di vista psicanalitico?

di Lilli Goriup

Obbedienza, promessa, debito

Tornando al testo, a questo punto l’autore inserisce la sua genealogia dell’obbedienza, al fine di smascherarne l’inganno sotteso. Come per un certo Foucault, la disciplina è il prodotto della società tradizionale, ad esempio, della caserma. L’obbedienza al contrario è per Campagna più roba da ufficio. Co-originaria alla civiltà stessa, l’obbedienza comporta tuttavia un ulteriore salto di volontarietà. Alla sua origine egli pone il sistema debito-credito, rovesciandone la prospettiva. È il datore di lavoro a essere sempre in debito verso il lavoratore, poiché non può ripagarlo con la stessa moneta che gli viene prestata: “Un credito di tempo di vita potrà essere ripagato in pieno solo con un’equivalente restituzione di tempo vitale, il che ovviamente è impossibile” e di conseguenza il salario “può coprire solo gli interessi su questo debito, ma non il debito stesso”. Il debito nei confronti del lavoratore, irriducibile, è quindi ricompensato con la falsa moneta della Promessa. Promessa del salto qualitativo, della rottura radicale. Nella società post-secolarizzata, questo processo è al suo compimento. Il paradiso, all’interno della Promessa, è stato rimpiazzato dal lavoro stesso, nella forma della Carriera. Dopo di essa, “niente rimarrà più lo stesso: nemmeno la nostra carne, che troverà nuova vita dentro i vestiti costosi dell’uomo o della donna di Successo”.

L’ultima notte

Fin qui abbiamo tirato le fila di quanto esposto nella prima parte del libro, mettendone in luce alcuni richiami al pensiero novecentesco. Siamo partiti dal Lavoro come mantra e abbiamo seguito il ragionamento con cui l’autore smaschera questo paradosso. Donde nasce l’obbedienza legata a doppio filo con il lavoro, ci si chiedeva? La risposta è: nella promessa che il lavoratore sarà ricompensato. “L’ultima notte” fa da cerniera tra la pars destruens e la pars costruens del testo. Da qui si inizia a prospettare la proposta etica che sarà delineata nel resto del volume. Un ribaltamento dei valori, ancora una volta in perfetto stile nietzscheano: bisogna farsi sperperatori, parassiti, criminali. Il punto zero da cui operare il rovesciamento etico è un sentimento: la rabbia. Buona lettura.

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(In)Attualità

Il disagio della libertà di Stefano Tieri

A

vreste il coraggio di affidare la vostra vita al lancio di un dado, lasciandogli il compito di decidere delle scelte che ritenete costitutive della vostra persona? E se, invece, la nostra vita fosse già in partenza determinata dal caso, e di conseguenza il “libero arbitrio” non fosse nient’altro che un’espressione linguistica? Dire “io sono libero” è diventato, per noi, una tautologia: la nostra soggettività comporterebbe già, in quando individui occidentali del XXI secolo, la libertà di scegliere della nostra vita. Nel pronome “io” sarebbe già incluso, implicitamente, l’aggettivo “libero”. Questo l’aveva già compreso Nietzsche, che sul finire dell’Ottocento osservava come il soggetto “libero e responsabile” fosse il presupposto “sbagliato di ogni morale”. Quasi percepisco, in chi sta iniziando la lettura, una forte contrarietà: cose che succedono, quando viene messo in discussione il presupposto stesso della propria soggettività. Se non siamo liberi, chi siamo? Non ripercorrerò qui la storia della filosofia per determinare se, in ultimo, siamo o non siamo liberi. Cercherò invece di indagare gli effetti che la concezione dominante di “esseri liberi” ha sulla nostra percezione dell’io, e di come tali effetti si riflettono nella psiche degli individui negli anni della crisi economica. Per farlo, mi affiderò a La fatica di essere se stessi. Depressione e società di Alain Ehrenberg. Cosa c’entra la depressione con il libero arbitrio? Come scrive Ehrenberg, la sindrome depressiva ci può suggerire qualcosa della nostra “attuale esperienza della persona, poiché è la patologia di una società in cui la norma non è più fondata sulla colpa e la disciplina, bensì sulla responsabilità e l’iniziativa”. Riguarderebbe da vicino, insomma, tanto il libero arbitrio quanto la responsabilità individuale (responsabilità nei confronti dei propri successi, ma anche dei propri fallimenti). Quali sono le ragioni e le implicazioni sociali di ciò? E in quale misura la depressione, che dal 1970 è divenuta il disturbo psichico più diffuso al mondo, è rivelatrice delle mutazioni dell’individuo nella nostra era?

Per Ehrenberg la depressione è una “malattia della responsabilità”, in cui il “malato” non si sente sufficientemente colmo d’identità. Questa diviene, infatti, preponderante quando il modello disciplinare di gestione dei comportamenti fa posto a norme che stimolano ciascuno all’iniziativa individuale. Nelle nostre società sedicenti libere, osserva Ehrenberg: Alla disciplina e all’obbedienza si sostituiscono l’indipendenza dalle convenzioni sociali e l’autogestione; al senso di finitezza e di destino ineluttabile l’idea che tutto è possibile; al vecchio senso di colpa borghese e alla lotta per liberarsene (Edipo), il timore di non essere all’altezza, col senso di vuoto e d’impotenza che ne risulta (Narciso). La figura del soggetto ne esce del tutto modificata. La depressione appare come l’immagine rovesciata del nuovo soggetto.

Mentre la società contemporanea, “a giudizio di molti psicoanalisti, è responsabile della svalutazione collettiva dell’Edipo, cioè del padre nella sua funzione simbolica di garante del distacco tra il bambino e la madre”, a prendere sempre più piede è il narcisismo, il quale Non è quel liberatorio amore di sé che è uno degli incentivi alla gioia di vivere, ma è piuttosto il fatto di restare prigionieri di un’immagine talmente ideale di sé da sentirsene da ultimo paralizzati, col bisogno di essere rassicurati dagli altri circa la propria identità e con un effetto di dipendenza psicologica. Gli psicoanalisti danno un nome a quest’ideale paralizzante: «ideale dell’io».

Il sovra-investimento smisurato nei confronti dell’Io, qui tratteggiato con lungimiranza da Ehrenberg negli anni Novanta, rende in questo modo insopportabile qualsiasi frustrazione. Nell’eclissi dell’Edipo, e nella parallela affermazione di Narciso, il contesto storico-culturale ha un’importanza capitale: la depressione diviene il disturbo psichico più diffuso al mondo poco dopo il Sessantotto, quando si afferma l’idea che ognuno sia il proprieta-

rio della propria vita e in cui si istituzionalizza, a livello sociologico, l’individuo sovrano di se stesso. Al tempo stesso si eclissa la nozione di interdetto: viene meno il concetto di limite, con tutte le conseguenze del caso, anche a livello psicologico. Chi pensa, a questo punto, che il problema risieda nella negazione del principio d’autorità, provi a focalizzare l’attenzione su quella particolare autorità (un certo modo di intendere l’io) che ha spodestato l’autorità paterna, prendendone il posto: la “funzione” è infatti rimasta la stessa, e dal dio-padrone si è semplicemente passati a un io-padrone, forse ancora più spietato del primo, perché maggiormente in grado di piegare quel dominato che è – in ultimo – il dominante stesso. E oggi? Gli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sono sconcertanti: sono 322 milioni le persone al mondo a soffrire di depressione, cresciute di quasi il 20% nell’ultimo decennio, in un problema che ormai riguarda tutte le latitudini del pianeta. Rispetto al 1970 la nostra situazione è, in parte, differente: se da una parte la spinta a diventare “imprenditori di se stessi” è più forte che mai, ed è fortemente produttrice di soggettività; dall’altra le possibilità effettive di realizzazione individuale – specie per le giovani generazioni – sono molto più ridotte, complice la particolare congiuntura economica. Per essere vincenti bisogna affermare il proprio sé a discapito degli altri, ma lo spazio è sempre più limitato e sempre meno persone riescono ad “affermarsi”. Ecco spiegata la depressione, ecco l’individuo “in panne”, stanco e affaticato dalla vita. Ecco l’ansia da prestazione, effetto diretto del culto della performance. Cosa significa essere “imprenditori di se stessi”? Non solo che si è padroni della propria vita, ma anche che l’azione del singolo, decisiva per l’amministrazione e potenziamento di quel sé, viene “individualizzata”: “fa capo a un soggetto, che la effettua e ne è l’unico responsabile. Oggi è l’iniziativa individuale il primo parametro di valutazione del valore di una persona”. Mentre dovremmo interrogarci, nietzscheanamente, sul valore di questi “valori”, il pa-


(In)Attualità rametro per valutare una persona diventa il suo successo lavorativo: questo è l’effetto dell’ideologia imprenditoriale che soggiace alle nostre esistenze e che contribuisce a formare l’immagine “ideale” del nostro io. Alla pressante domanda sulla propria identità, si finisce così col rispondere nel modo socialmente più consono e abituale – io sono il mio lavoro. Immedesimiamoci in un ventenne appena uscito dal liceo o dall’università, costretto per mesi a mendicare un’occupazione, sempre più spesso precaria. Siamo dinanzi a una identità a tempo? O piuttosto alla fissazione dell’identità sul precariato? L’effetto si può facilmente immaginare: una sensazione di colpevolezza tende a gravare sul “fallito”, responsabile della propria (s)fortuna. Il soggetto, in questi casi, viene infatti descritto come incapace di essere sufficientemente “imprenditore di sé”, non all’altezza delle sterminate potenzialità dell’individuo neo-liberale, cui tutto – dopo la liberazione dagli stretti lacci della morale – sarebbe potenzialmente concesso.


L’articolo è iniziato con una domanda: “avreste il coraggio di affidare la vostra vita al lancio di un dado?” È ciò che fa il protagonista del romanzo L’uomo dei dadi di Luke Rhinehart, uno psicoanalista trentenne, che conduce una vita tranquilla e monotona, nella quale è possibile ritrovare alcuni dei caratteri dell’uomo “in panne” a causa della depressione: non riesce a scrivere, a fare ricerca, ed è continuamente gravato dal confronto col brillante collega Jack. Tutto questo cambierà non appena Luke affiderà al dado il compito di decidere della propria esistenza. Ma perché prendersela tanto con l’ego? Lo si può intendere andando a leggersi un dialogo tra Luke e il dottor Mann, un eminente psichiatra: «Se io non fossi un io coerente, un goloso a tavola, un trasandato nel vestire, un mite nel parlare e non fossi rigidamente devoto alla psicoanalisi, al successo, alla pubblicazione – sempre in assoluta coerenza – non avrei mai concluso niente e cosa sarei?»

Non risposi. «Se qualche volta fumassi in un modo» continuò «qualche volta in un altro, qualche volta per niente, se avessi variato il modo di vestirmi e se fossi stato nervoso, sereno, ambizioso, pigro, avido, lussurioso, ascetico... dove sarebbe il mio io? Cosa avrei concluso? È il modo che un uomo sceglie per limitarsi che determina il suo carattere. Un uomo senza abitudini, coerenza, ridondanza – e quindi noia – non è umano. È pazzo» «E accettare queste limitazioni auto-distruttive sarebbe sanità mentale?», dissi.

Dopo la conversazione, Luke volta le spalle al suo vecchio “io” con un gesto simbolico: prende il ritratto di Freud e lo gira con la faccia rivolta verso la parete. Il giorno seguente, quando la moglie gli chiederà cosa fosse successo al quadro, le risponderà che dev’essere stata lei la sera prima, quand’era ubriaca: “un rifiuto simbolico di me e dei miei colleghi”, dirà. In realtà è lui che, con quel gesto, ha rifiutato al tempo stesso il suo vecchio “io” e la “vecchia” psicoanalisi. Ne proporrà una nuova incentrata sulla “terapia del dado”, che sperimenterà – oltre che su di sé – direttamente sui pazienti. A segnare il punto di non ritorno nella vita di Luke è la decisione di violentare la propria vicina di casa nel caso in cui il dado, rimasto nascosto sotto a una carta, avesse segnato l’uno. Lo stupro era stato alla mia portata per anni, decenni addirittura, ma era stato realizzabile solo quando avevo smesso di chiedermi se fosse possibile, o prudente, o persino desiderabile e, senza premeditazione, lo avevo fatto, sentendomi un fantoccio in balia di una forza esterna a me, una creatura degli dèi – i dadi – piuttosto che un agente responsabile. La probabilità che sul dado ci fosse un uno era solo di uno a sei. La probabilità che il dado fosse lì sotto la carta, forse di uno su un milione. Il mio stupro era stato ovviamente dettato dal fato. Innocente.

Ecco l’effetto più evidente del farsi determinare dal caso: la de-responsabilizzazione, l’uscita dalla dimensione gregaria e morale, la fine del senso di colpa. La questione non è però così semplice come potrebbe sembrare a una prima occhiata: se da una parte è infatti Luke a chinarsi alla volontà del dado, dall’altra è lui stesso a dettare le opzioni possibili, ed è sempre Luke ad aver deciso – a monte – di seguire la strada che il dado gli avrebbe indicato. Si tratta, piuttosto, di una dissimulazione nei confronti di se stessi, dove quel che si nasconde è la propria volontà, le cui tracce però permangono. Quel che scompare (quel che in

fondo è importante scompaia), stando alla finzione romanzesca di Rhinehart, sono gli effetti che una simile volontà hanno sui fallimenti dell’individuo, ovvero la depressione: quando Luke inizia la “vita dei dadi” si sente come rinato e, anche nei momenti di difficoltà, l’entusiasmo per la vita non lo abbandona. Eppure – mi dirà il lettore del romanzo – la vita sperimentata da Luke è tutta incentrata sul fallimento, sulla sconfitta. Un paradosso? Come il guscio della tartaruga, il senso dell’“io” serve da scudo contro gli stimoli e da fardello che limita la mobilità in zone potenzialmente pericolose. [...] gli adulti insistono sul guscio di un io coerente per sé e per i loro bambini e considerano le tartarughe delle amiche […]. Se un uomo può contare sulla coerenza, può permettersi di non notare più la gente dopo le prime volte. Ma immaginate un mondo dove ogni individuo può in un dato momento recitare la parte dell’amante, del benefattore, del parassita, dell’aggressivo, dell’amico; una volta conosciuto sotto una di queste vesti, il giorno dopo potrebbe essere qualunque altra cosa. Presteremmo attenzione a questa persona? Sarebbe noiosa la vita? Sarebbe vivibile la vita? Vidi allora chiaramente, per la prima volta, che la paura del fallimento ci fa rimanere rannicchiati nella grotta dell’io – un gruppo di comportamenti che siamo riusciti a padroneggiare e che non abbiamo intenzione di abbandonare rischiando il fallimento.

La vita di Luke è incentrata sulla sconfitta – la quale però è ricercata e “voluta”: in tal senso, non possiamo parlare di una sconfitta ma di una vittoria. Il gioco dei dadi assume l’aspetto di un “gioco a perdere”, dove la “vittoria” si raggiunge totalizzando meno punti possibili. Luke, insomma, sottrae punti a una soggettività primariamente intesa come incremento della propria potenza, incanalata in un’unica direzione il cui unico senso percorribile è l’avanzamento – pena la depressione. Una soggettività in cui nessuno stallo è tollerato, né tantomeno la sconfitta. Il protagonista del romanzo ci suggerisce di sottrarre punti a questa soggettività, per scoprire cosa? Che c’è un guadagno nella perdita? E che la perdita è sempre perdita di un certo modo di concepire il sé? O forse che per essere radicalmente indisciplinati bisogna passare attraverso la più ferrea disciplina (quella dei dadi)? Lascerò queste domande aperte, come aperto rimane d’altra parte il romanzo, che si conclude con la frase “«Sono”, senza alcun segno di punteggiatura finale.

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“25 aprile 2016, via Massimo d’Azeglio, Trieste”

“Trafitti da un raggio di sole”

Lilli Goriup


Terza Pagina

inserto letterario

Christian Sinicco

Il faro da Ballate di Lagosta, CFR 2014 I.

II. quando gli dirai addio vedrai alla sua destra un abitacolo bruciato, una cappella dove abita un dio sorprendente che ribolle di ammaccature e che dorme, colora la pelle di un usurato sacco a pelo, tra gli avanzi di una colazione si scalda al sole, è un seduttore per essersi impossessato della vita senza chiedere permessi: ha occhi marroni e carnagione scura in equilibrio tra la macerie

sembra che possa cadere nel mare come se esistesse un richiamo segreto e i gabbiani lì volano alti e poi osserva si lanciano a picco sulla scogliera in una fessura o di nuovo verso l’orizzonte che ci sparge in un incanto e i vetri rotti, le ruote e le bottiglie, uno specchietto retrovisore infranto, sono la genealogia della civiltà come se Icaro fosse stato accatastato nelle vicinanze di piccole palme da dattero ed è un assolo, ma non ne comprendo la distanza potremmo essere ancora pieni della sua luce III. tutto sarà al suo posto al centro dell’apertura da cui hai paura a lanciarti nel vuoto, dietro c’è solo il faro, ma non è importante che tu ne prenda nota è bianco e si arrende al grembo del mare


Quipu

Giuseppe Nava

ora nel processo di avulsione delle radici in vista di ulteriori più definitivi innesti ai poli opposti di un paese che non amiamo, nemmeno ti ricorderai, e forse rideresti di me, di questi miei calcoli svolti e riannodati intorno a un perché che non ebbe risposta a una lezione mandata solo a memoria senza capire davvero la carezza sulla testa e la lieve stretta al collo con cui si risolve la colpa senza malizia degli stupidi – e di tutto il bene che sommo alla tua voce mancano sempre questi decimali e il conto mai non torna * ora nella fase avanzata del processo che porta a diventare reciproci fossili l’incontro incrina solo di poco il passato che marmorizza e ispessisce la pietra e l’osso e prima che il gesso atrofizzi la bocca non basterebbe la vita a spiegare un gesto, non basterebbe la notte a bersi l’anima perché il ritmo e tu lo sai non è reversibile, porta sempre un altro passo un po’ più in là, un po’ più in giù – e nel bilancio alla tua voce la scrittura è tutta in levare a furia di togliere sedimenti resta solo il guscio o la sua impronta e il conto mai non torna * ora, di come si sia giunti al processo di esclusione non se ne conosce ragione, oltre al consolidarsi di una prassi di sparizione, abitudini da fantasmi, che non sono che ricordi che compaiono ogni tanto sempre più trasparenti, e distanti, come ci siamo sempre sentiti raccontare del tempo che consuma, che allontana, senza trauma, con la sola apposizione di un giorno dopo l’altro finché alla tua voce non risponde un silenzio informe e il conto mai non torna *

[Il quipu era un sistema di registrazione di dati (numerici, ma non solo) in uso presso le popolazioni andine in epoca precolombiana. Consisteva in una serie di corde diversamente annodate tra loro e colorate, secondo regole precise: dalla combinazione di nodi e colori si ricavavano le cifre. Il loro significato non è stato ancora pienamente decifrato, anche a causa della distruzione quasi totale dei quipu da parte dei colonizzatori europei]

ora, e soprattutto ora, nel punto in cui il processo prende forma e ingranaggio e motore, lo sento come un respiro, che perdura nei luoghi dove nessuno dovrebbe stare, all’ora di chiusura, nella notte, un rumore obliquo all’udito, frequenze che si irradiano, fanno eco dentro al cranio come vuoto, e immagino tornare all’origine in un boato – come si potrebbe misurare, se in hertz o nel cuore avvolto in corda e che senso avrebbe misurare se quello che qui sussurra altrove assorda se alla voce non corrisponde alcuna forma se in nessuna scala o metro di paragone il conto mai non torna


A. D. Baciocchi

On the birthday of Eliana You stand in the middle of a whirl of thoughts while memories have been flowing like watery colours in an impossible landscape. Today you are granted more beauty than you expect – for you know that world is not made up by the little clouds that pierce your imagination – and the kiss of the lover is sweeter and a message from a friend is warmer and the hate of the people you once loved, today, you are definitely getting along with it. Time is singing on its smokeful lullaby that we wish we could not hear, but we fondly dream and a hush of northern wind whispers harshly to us that we are among the living things, all!, all diced away by a child playing without any rules. But if you should drink a kiss of wine when you would mostly long for a special kiss and if you should wander to get lost when your mind is glittering kindly with despair, you will establish your own personal rules. And yet, you could dream that the moon is directly watching for you and your heart is beating wildly as a string of the most beloved guitar, playing inside crystal palaces or by a pastoral stream where you glad would have a bath that we, the shepherds, piped about one day under a younger oak tree.

Trieste, 21. X. 2016


Matteo Danieli

Indolenza ed esperienza del dolore (da Solaria, inedito)

Parte I Ho ricevuto il dono non l’evento E questa parola rimante con talento io non l’ho avuto io non l’ho dato Avrei potuto avere una vita al tempo A tempo con la storia con lo spirito empio Ma tutto il vuoto che riempio Intorno a un progetto astuto, storto Non basterà a colmar lo scempio Sulla soma indolente di un morto Ho barattato più pace che stento Ho abbandonato pericolosi sogni - inutile che menta io non sono stato io sono un muto Parte II Penso a quanta indolenza io e mio fratello portiamo intorno alla stanza: io non posso costruirla perché il terminare è la diga in mezzo al fiume; lui non può riempirla perché lo svuotare è sempre il rogo del dolore Alla fine un soggiorno aperto Od un vuoto con le mura Poca differenza fanno dalla strada: bizzarro o silenzioso oscuro sempre parla di luce o di paura Parte III Ed allora cosa ha generato quest’allergia al dolore questa fuga dal confronto questa remota distinzione? Tin tin tin quest’allegra demenziale Questa follia sul totale questa risata di conforto? Un’immersione nel dolore Ecco cosa Ha reso odore dal passato un cadavere di tempo putrefatto La poltiglia d’infezioni familiari Senza colpa per nessuno O per tanti.


Libri

Un movimento di meno di Piero Rosso

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ell’accezione comune, eredità rappresenta il trasferimento di patrimoni, memorie storiche, dati virtuali, etica e moralità a un beneficiario. In un primo momento, l’idea di ricevere appare vantaggiosa; presto ci si accorge che essa non è un atto di libertà. In questa trasmissione si crea un rapporto di debito con il donatore: i beni di cui fruire e i nodi critici su cui riflettere non sono né un godimento svincolato, né una speculazione spensierata; compare un nuovo senso del dovere che impone di non tradire la memoria e la volontà del testatore. A questo proposito, ammetto d’aver pensato unicamente al punto di partenza: esiste una maniera di raccontare storie che tolga elementi invece di aggiungerne? Lontani dall’avere una risposta chiara, è meglio chiarire fin da subito: non si tratta di migliorare il lavoro di scalpello e affinare la tecnica di pulizia dei racconti – in quel caso le Letture da un minuto di Herman Hesse, i Pensieri di Pascal, o gli aforismi di Karl Kraus sarebbero stati sufficienti; non è nemmeno questione di cercare un nuovo “mostro” – così Joyce definiva Finnegan’s Wake – capace di demolire gli impianti narrativi. Questo perché, come ricordò David Foster Wallace, le creature letterarie troppo aggressive lasciano in eredità il dovere di ricostruire: Il tempo passa e il party si fa sempre più chiassoso, e le droghe finiscono, e nessuno ha soldi per comprarne altre, e le cose cominciano a rompersi o rovesciarsi, e ci sono bruciature di sigaretta sul sofà, e tu sei il padrone di casa, è anche casa tua, così, pian piano, cominci a

desiderare che i tuoi genitori tornino e ristabiliscano un po’ di ordine, cazzo… Non è una similitudine perfetta, ma è come mi sento, è come sento la mia generazione di scrittori e intellettuali o qualunque cosa siano, sento che sono le tre del mattino e il sofà è bruciacchiato e qualcuno ha vomitato nel portaombrelli e noi vorremmo che la baldoria finisse (D. F. Wallace, intervista di Larry McCaffery, “Review of Contemporary Fiction”, estate 1993).

L’eredità, al contrario, va intesa come un campo di lotta. Solo in questo senso essa fuoriesce dall’economia della memoria e non obbliga a scegliere, in toto, tra l’accettazione e il rifiuto. Antichi maestri di Thomas Bernard propone di lavorare in questa direzione, un passo accanto alla distruzione. Che rapporto si può instaurare con i predecessori, ci si chiede, se non una simultanea pulsione d’amore e di morte? Cosa rimane di Heidegger (“ridicolo filisteo nazista in calzoni alla zuava”), di Shakespeare o di Goethe se non il senso di ridicolo? Il signor Reger è, in effetti, un protagonista con l’occhio fino per l’errore, ci racconta le mancanze nelle opere di autori irrinunciabili: la demolizione dei maestri, qui, assomiglia a una dichiarazione d’amore, capace di ammorbidire la distruzione dell’eredità senza mai sfociare nel ripudio. Esiste, poi, l’esperimento inverso, quello che lavora un passo accanto alla conservazione. Si tratta forse dell’attitudine che più si avvicina al classico modo di raccontare storie, ma non vi coincide perfettamente. È necessaria, però, una piccola premessa. Memoria, eredità e racconto sono mediati da un elemento comune a tutti: il tempo. A questo proposito, è utile citare un trattato quattrocentesco di Domenico da Piacenza, Dela arte di ballare et danzare, dove si definisce la danza come una composizione di istanti, una tensione tra immobilità e fluidità del moto. Giorgio Agamben, a riguardo, scrive: Domenico chiama fantasma un arresto improvviso fra i due movimenti, tale da con-

trarre virtualmente nella propria tensione interna la misura e la memoria dell’intera serie coreografica (Giorgio Agamben, Ninfe, Bollati Boringhieri, Torino, 2007, p. 12).

Secondo questa visione, la danza sarebbe allora una risultante, un insieme di istanti “caricati di tempo”. La questione riguarda la percezione del movimento: esso in realtà non esiste se non come insieme. Viene spontaneo chiedersi se l’eredità funzioni allo stesso modo. Di fronte a questa possibilità, durante la scrittura di questo articolo, sono tornato più volte alla domanda iniziale: cosa connette l’eredità con la perdita? Che tipo di letteratura potrebbe nascere dallo sviluppo di questa discussione? Per coincidenza, ho aperto un libro su Movimento irrigidito di Wisława Szymborska: Miss Duncan, la danzatrice ma quale nuvola, zeffiro, baccante, chiaro di luna sull’onda, alito, dondolio! Quanto sia dritta nell’atelier del fotografo, strappata, pesante di carne, al movimento, alla musica, data in pasto a una posa, a una falsa testimonianza Dietro il paravento un busto rosa, una borsetta, nella borsetta un biglietto per un piroscafo, partenza l’indomani, ossia sessant’anni fa; mai più, però alle nove esatte del mattino.

In confronto a Miss Duncan, i soggetti di Degas, così presi nel loro movimento di luce, non raccontano la stessa tristezza. Szymborska fa sparire il messaggio diretto, ci lascia in mano l’indizio di una storia incompleta. Grazie alla sospensione del tempo, siamo capaci di spostare lo sguardo, violare la privacy dei personaggi, soffermarci su una possibile fuga fallita, un amore perso o raggiunto, un momento di follia: che sia questo l’unico modo di ritrovarci tra le mani un’eredità non normativa?

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Cinema

“La legge del mercato”: la perdita come guadagno

di Francesca Plesnizer

sa, spiega che in fondo si tratta solo di punti e che non ha derubato nessuno, ma lui non riesce a sopportare oltre. Con uno slancio prende la porta, si spoglia della sua divisa e se ne va: non è disposto a tutto pur di avere un lavoro. Sceglie se stesso, non ciò che è utile, vada come vada.

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osa accade quando circostanze avverse – economiche, lavorative, sociali, intellettuali – ci privano parzialmente o totalmente dei nostri diritti, della nostra libertà, dignità e soggettività? Cosa può emergere dalla perdita? A questi interrogativi prova a rispondere il regista francese Stéphane Brizé nel suo film del 2015 La legge del mercato. Il protagonista è Thierry, uomo di mezza età ingiustamente licenziato dalla ditta presso la quale era impiegato. Si è reinventato seguendo dei corsi formativi per lavorare nell’edilizia, ma il tutto si è rivelato inutile in quanto, non avendo mai avuto esperienza diretta in un cantiere, nessuno lo vuole assumere. Questa situazione va avanti da più di un anno e presto il sussidio di disoccupazione si abbasserà drasticamente. A carico di Thierry vi sono la moglie e il figlio disabile il quale, finito il liceo, desidera studiare al Politecnico. A Thierry servono soldi, perciò segue tutte le indicazioni che l’agenzia interinale gli dà per aiutarlo a trovare un lavoro. Un’esercitazione di colloquio che gli viene proposta si trasforma, di colpo, in un processo alla sua identità e a tutti i modi di parlare, gesticolare, guardare che essa comporta: la sua postura è troppo rilassata, la camicia troppo aperta, lo sguardo sfuggente, lui sembra essere altrove, non si dilunga abbastanza quando parla e la sua voce è bassa, con un ritmo moscio, lento. Durante questa mortificante gogna pubblica la sua modalità d’essere viene smembrata, la sua particolarità uccisa. Nonostante ciò, trova finalmente un impiego come guardia in un grande supermercato; il suo compito è controllare che i clienti – ma anche i dipendenti – non rubino o imbroglino. Ma ciò lo porta a vivere una serie di situazioni degradanti: i ladri sono, per

la maggior parte, persone indigenti, gente che ruba per sopravvivere, che vive tristemente e nella più totale solitudine. Come un vecchietto che ruba della carne: come da prassi, Thierry lo accompagna in una stanzetta bianca, spoglia e molto illuminata, per interrogarlo e prendere le sue generalità, far sì che paghi la merce rubata o, qualora questo non avvenga, chiamare la polizia. Ma l’anziano non ha alcun soldo né con sé né a casa, e non ha nemmeno nessun parente o amico che possa pagare per lui. Con disagio e profonda pena, Thierry è costretto a fare quello che deve – se vuole tenersi il posto – e chiama la polizia, mentre il vecchio signore lo scongiura di non farlo, spiegando che non ha mai rubato e che se potesse pagherebbe. Questa miseria – economica, ma soprattutto morale – sfocia in tragedia quando Thierry segnala che una cassiera si è intascata i buoni spesa dei clienti invece di cestinarli. La donna, prostrata e imbarazzata, scongiura il suo capo di non licenziarla, ma questi non vuol sentir ragioni: non si possono creare dei precedenti. La sua condotta aveva, però, un motivo ben preciso: suo figlio, tossicodipendente, le stava prosciugando tutti i suoi averi. Ora, perso anche il suo impiego, lei non ha di che andare avanti, così si toglie la vita, proprio lì, sul posto di lavoro. Thierry incassa anche questa, va al suo funerale e poi procede con la sua routine. Coglie in fallo un’altra cassiera che ha usato la sua carta fedeltà – quando i clienti ne erano sprovvisti – per accumulare punti. In quello stanzino in cui i ladruncoli vengono spogliati della loro dignità, metaforicamente denudati e umiliati, giudicati e trattati come se fossero dei criminali-bambini – perché il loro è furto sì, ma non ancora reato di competenza della polizia, finché sono disposti a pagare ciò che hanno sottratto – Thierry raggiunge il suo limite. La cassiera è spaventata, si scu-

Il film – che strizza l’occhio al Neorealismo e al Naturalismo francese – segue il tempo della vita, il ritmo di Thierry; ci sono lunghe pause e silenzi che raccontano le brutture a cui la privazione può portare, la parsimonia a cui si è costretti quando mancano i mezzi di sostentamento, le leggi del mercato economico che andrebbero seguite. Spoliazione è anche limitazione, ed essa tira fuori da Thierry la sua nuda soggettività: solo quando viene messo alla berlina capisce veramente, senza finzioni, chi è e cosa non è disposto a fare. I limiti depredano, opprimono, tolgono, angosciano, ma fanno emergere in Thierry un impeto di ribellione alle logiche utilitarie ed economiche. Chi subisce delle perdite accede a spazi che sono invece inaccessibili a chi possiede tutto; la privazione è una circostanza che può mettere l’uomo di fronte al suo vero essere. Thierry aveva smarrito la sua personalità in favore di un guadagno monetario, ma alla fine sceglie di riconquistarla a scapito di esso: lasciare quel lavoro così umiliante si rivela proficuo, e Thierry è in grado di economizzare e far fruttare quella sua ultima perdita, necessaria a fargli ritrovare libertà e identità.


(In)Attualità

Discorso sull’equità volontaria Ovvero Zeman come allegoria di una sana prassi redistributiva individuale

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’è amarezza. L’Occidente – così come l’Oriente occidentalizzatosi nella grande maratona globale – poggia sempre più sui tre cardini delineati da Houellebecq, che più di ogni altro ha compreso il mondo contemporaneo e di là a venire: fede totale e incondizionata nel capitalismo (“il sistema economico più naturale… quindi il più sbagliato”, Estensione del dominio della lotta); irreversibile dipendenza dall’utopia consumistico-edonistica (l’aumento infinito dello spettro dei desideri, accompagnato dalla sempre maggiore difficoltà a realizzarli, ne La possibilità di un’isola); devastazione di ogni sentimento residuale del consumatore verso qualsiasi oggetto (e quindi entità esterna al Sé) attraverso l’endemica applicazione dell’obsolescenza programmata (si leggano i “goccioloni” che lo stesso scrittore versa in una memorabile scena de La carta e il territorio). Quest’ultima è solo l’aspetto più macroscopico di quella “ideologia del cambiamento continuo” che ha reso l’uomo profondamente squilibrato, incapace di provare empatia e strutturarsi in proiezioni passate e future al di fuori della propria esistenza individuale (si veda Le particelle elementari). Il saldo demografico, in termini di natalità e mortalità – anche a fronte di considerevoli ondate migratorie –, è tendenzialmente negativo. In sostanza, non abbiamo un progetto di vita comune. Troppi dati perplimono: 980 milioni di persone a rischio di morte per fame laddove 126 milioni di europei detengono il 65% del Prodotto Interno Lordo mondiale; gli ottanta uomini più ricchi del pianeta che possiedono quanto i due miliardi e mezzo di esseri umani più poveri; le cinquemila famiglie che nella nostra cara Italia controllano il 85% della ricchezza nazionale. Posto

che tutti i dati sono interpretabili, l’assenza della benché minima redistribuzione ci assedia. Qualcuno ha scritto che “una diminuzione del benessere percepito in Europa è una comprensibile fonte di rabbia per noi, ma anche il segno tangibile che il capitalismo è più in forma che mai grazie alle progressive delocalizzazioni in paesi emergenti i cui popoli stanno sempre meglio”. Questo qualcuno, da qualsiasi numero di Internazionale abbia lo scrivente potuto trarre la citazione, non ha tutti i torti. Ma al netto di ciò, guardiamoci intorno: le dinamiche distruttive da cui non riusciamo a estraniarci si attuano sulla spinta del desiderio di fare soldi. Lo stesso che mi indusse, pochi giorni fa, ad abdicare alla poesia in una sala-scommesse della Provincia: ero lì, satollo di agili profezie poi puntualmente verificatesi, a fissare libidinoso la mostruosa quota del “1” fisso in Pescara – Genoa. Il Maestro Zdenek, fresco di Nuova Venuta, mi spronava a credere nel miracolo di chi opera per il Bene. Preferivo limitare i possibili danni, trincerarmi nel crudo realismo del pareggio. Risultato: il Pescara rifila cinque pappine ai genoani, vince la prima partita dopo 43 turni e io perdo trecento euro. Dovrò rimediare altrove i soldi per l’affitto, rinunciando così a numerose birre che avrebbero rimpinguato le casse di almeno una ventina di bar e resomi benefattore. La vicenda mi ha segnato, indicandomi la Via: investire in ciò che gli esperti etichettano tronfi come “fallimentare” al fine di generare benessere intorno a me e, in fondo, anche per me e dentro di me. Nel calcio “tutti pensano solo al risultato (cioè al proprio utile, al proprio bene, nda) e nessuno a far divertire la gente (cioè al bene collettivo che poi migliora le vite di tutti, nda)”, ha detto Zeman. In economia è lo stesso: oggi chiunque decida di investire denaro e disponga di mezzi di produzione pensa unicamente al proprio utile, mai alle ricadute che i propri aneliti speculativi avranno

di Peter Panda sul territorio e le comunità circostanti; pensa solo al prezzo che può permettersi di pagare nell’ottica del guadagno che vuole realizzare, mai al prezzo equo. L’Italia ha il 12,4% di disoccupati totali, il 40% di disoccupazione giovanile, un disperato bisogno di generosità e visione d’insieme. Nella convinzione per cui la progettualità che vado proponendo è funzionale quanto personale e che dalla globalizzazione non si tornerà indietro, mi propongo di fare quanto segue in qualità di futuro, eventuale, piccolo imprenditore: stabilita una soglia di guadagno oltremodo sufficiente (che personalmente fisserei al massimo in tremila euro mensili) cercherei di re-investire i guadagni extra per comprare l’unica cosa che nessuno può acquistare: il tempo. Lo comprerei rinunciando a parti di profitto eccedenti: lavorando meno, facendo lavorare meno eventuali collaboratori già presenti – senza toccare loro lo stipendio – e, si auspica, assumendo altri collaboratori disoccupati – nei limiti delle mie possibilità oggettive. L’obiettivo sarà realizzare un prodotto che renda tutti orgogliosi di avervi dedicato tempo ed energie della propria vita, andando così a ricreare un’armonia fra ciò che siamo e ciò che si sta producendo. Un prodotto di qualità richiede materie prime di qualità e molto tempo per essere ultimato: ci dovrà essere, quindi, sia la volontà del cliente responsabilizzato a pagare per tale prodotto un prezzo equo – che ripaghi i venditori dello sforzo compiuto –, sia l’onestà materiale e intellettuale dell’imprenditore a pagare un prezzo equo per le materie prime che utilizza. Il vortice di benessere che ne scaturirebbe sarebbe tale da indurre tutti a una sicura emulazione salvifica. Per dirla con Jodorowsky in Cabaret Mistico: non possiamo cambiare il mondo, ma possiamo iniziare a farlo.

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Teatro

Elvira, Jouvet

e l’arte della trasparenza

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i sono concluse il 18 dicembre a Milano, al Piccolo Teatro Grassi, le repliche di Elvira, regia di Toni Servillo, traduzione dell’originale Elvire Jouvet 40 di Brigitte Jaques. Il testo, con la traduzione di Giuseppe Montesano, nasce come trasposizione scenica delle sette lezioni che Louis Jouvet tenne al Conservatoire d’Art Dramatique de Paris, tra il 14 febbraio e il 21 settembre 1940. Si tratta delle battute, delle riflessioni, degli scoramenti di un regista (Jouvet) e della sua giovane allieva Claudia, (Paula Dehelly) impegnati nello studio dell’ultima scena del personaggio di Elvira nel Don Giovanni di Molière. Appare retorico chiedersi cosa spinse Jouvet a fissare su carta quella che apparve allora – e oggi più che mai – una riflessione sull’insondabile mestiere dell’attore, sull’arte del «fare il teatro» e dello stare in palcoscenico. Il teatro, Jouvet, non lo riusciva a capire. Eppure si sforzava, si incaponiva, non si dava pace: accadeva quando era sul palco e alla parola univa il sentimento – l’emozione – e assieme al cuore metteva la testa ché, diceva, “come si fa a stare in mezzo alla gente e non guardarla e non chiedersi, non interrogarsi sul teatro e sul mestiere dell’attore?”. Ma non era sufficiente. Tornava in camerino stanco, solo, e se nessuno lo veniva a trovare (accadeva così durante gli anni dell’esilio) si metteva a scrivere come un sonnambulo, sospeso tra la dimensione dell’arte – impossibile – e quella della vita fredda, ostile. Scriveva senza rileggersi, sconfitto in partenza, con il trucco incollato al viso e la testa ingarbugliata da pensieri cupi: “tutto ciò che ho cercato di fare nel teatro, tutto ciò che ho cercato di conoscere mi lascia insoddisfatto (…) tutto mi appare ancora oggi meraviglioso, anche se incomprensibile”. Jouvet non capiva il teatro. Non lo capiva nonostante la fatica si accompagnasse sempre alla riflessione, alla ricerca di una verità presuntuosa che si schiantava sull’artificio della scena, tra luci forti e occhi stanchi.

Così era il Jouvet attore, così l’insegnante e il pedagogo-filosofo: dinnanzi all’allieva Paula si scontrava con la barriera della frivolezza, del gesto artificioso, della compiacenza narcisistica. Combatteva i clichés degli attori: le comodità su cui ci s’appoggia per fare bene ma che suonano costruite, quanto di più lontano dal quel sentimento (“bisogna che tu trovi il sentimento”) che è alla base dell’etica di un attore-trasparente e messaggero, malgré lui, di tensione poetica. Il Piccolo Teatro di Milano ha così aperto la sua settantesima stagione riproponendo uno spettacolo che venne portato in scena, per la prima volta in Italia, nel 1986 da Giorgio Strehler che si servì di Jouvet (o forse fu Jouvet a servirsi di lui) per inaugurare il Teatro Studio e il progetto di una scuola per attori nel cuore di Milano. Era una torrida sera d’estate, Strehler aveva i capelli bianchissimi, sopracciglia corrucciate. Claudia era interpretata da una giovane Giulia Lazzarini. Leggera, fragile e cocciuta come un’allieva alle prime armi eppure dotata, come suggerisce il personaggio, di un’«intelligenza drammatica» colpevole, tuttavia, di frenare il sentimento, di incanalare le battute nei clichés del mestierante senza vita, incapace di far arrivare il testo oltre la ribalta, nel cuore buio dello spettatore. Strehler, a ripensarci oggi, nel suo dolcevita nero, non ha niente a che vedere con il Servillo teso, professorale, che guida una Claudia (Petra Valentini) nelle pieghe del mistero, della scena che deve uscire e non esce, della ricerca incessante, della parola che si deve spogliare dall’artificio per farsi viva. E non bastano i mezzucci, le mossette imparate qui e là, non basta “il sentirsi bene nella parte”, perché nella parte ci si deve stare male e solo nel disequilibro e nella perdita infinita del sé si può pensare di sfiorare quel mistero che per Jouvet non aveva una fine, eppure si riproduceva ogni volta che il sipario s’alzava e gli attori prendevano la parola. Strehler, nel ruolo del regista-Virgilio, aveva messo tutto – troppo – di se stesso. Gli errori, le infelicità, le

di Ilaria Moretti

ironie appuntite ma anche i “chili di poesia” che erano il pane del suo teatro, della sua scuola per futuri attori, di quel suo modo sconvolto e amorevole di lavorare. Fare oggi, nell’epoca del tutto subito e del vincente a ogni costo, uno spettacolo sul difficile è cosa buona. Certo, Petra Valentini, Servillo e gli altri giovani attori di Elvira (Francesco Marino e Davide Cirri) portano avanti con coraggio una lezione che non è solo di teatro e sul teatro quanto piuttosto sull’uomo, sulla ricerca di verità e poesia in un mondo che volta la testa all’indicibile etichettandolo come inutile, votato alla perdita. Tuttavia, seduti nella sala buia, si ha avuto la percezione che le parole del regista e dagli attori fossero, per l’appunto, soltanto dette e che le sette lezioni sul sentimento, la trasparenza, la ricerca di una recitazione tutta dentro, tutta viscere, siano solo un bel monito in cui rintanarsi, una parte da imparare a memoria per servire il pubblico, senza convinzione.

C’è, nel teatro d’oggi, un’incomprensibile tendenza all’artificio. C’è, nelle voci lavorate, giustamente intonate di questi ragazzi usciti dalle accademie, una pulizia stonata, una levigatura compiaciuta che s’allontana dall’umiltà infelice che rende l’attore non il protagonista di una pièce, non il burattino ammaestrato di uno spettacolo riuscito, ma il messaggero (ancora Jouvet) di una parola detta malgrado tutto. Parola che è frutto di assenza, trasparenza e ancora “eccesso di tenerezza, di collera, di indignazione”. Parola che viene dall’essere in difetto e dal volersi in difetto rispetto a qualcosa che è più grande – l’arte – qualcosa che non si può dire – il teatro – qualcosa che Jouvet ha voluto trascrivere per tentare un esperimento sull’acqua facendo dell’effimero il germe di una possibile, silenziosa, risalita.


Teatro

Willy Loman e il sogno avvelenato del ’900

Recensione a “Morte di un commesso viaggiatore” di Arthur Miller di Eleonora Zeper

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orte di un commesso viaggiatore di Arthur Miller (1949) è uno dei testi teatrali più importanti del ‘900, una tragedia contemporanea, angosciante e squallida. Non esistono buoni né cattivi, tutti ci fanno pena e nessuno si salva. Non si salva il protagonista Willy Loman, commesso viaggiatore newyorkese di 63 anni, una vita bruciata dall’ambizione e dalla menzogna continua, una vita a raccontare a tutti di essere quanto non è mai stato. Non il suo primogenito Biff Loman, ragazzo cresciuto a pane e sogno americano che, all’arrivo della prima difficoltà, si rivela un inetto; è l’unico che pare annusare il vuoto oltre il sistema, ma non un passo verso il cambiamento. Non si salva certo il secondogenito Happy Loman, dissoluto, bugiardo anch’egli e men che mediocre. E nemmeno la moglie di Willy, Linda Loman, casalinga d’America vissuta al caldo delle menzogne del marito. Il testo è scritto magistralmente, tre ore e mezza senza una caduta. Sul palcoscenico si mescolano passato e presente, menzogna e verità; la demenza si impossessa così pian piano del protagonista. Tutto è esagerazione in Willy, ogni sconfitta è trasformata dalla parola, dal racconto che trasfigura la reale esperienza in una vita di successo mai vissuta. Willy Loman rappresenta il fallimento del self-made man, ma la sua rovina non è totale: vecchio e cattivo attore del proprio dramma esistenziale, è mediocre anche nella caduta. Loman, uno che nel “mondo del lavoro” aveva puntato tutto, viene infine licenziato e si uccide proprio nel giorno dell’estinzione del mutuo della casa, ossia nel giorno del raggiungimento del suo unico traguardo vero. Vuole valere da morto ciò che non era valso da vivo: l’assicurazione, infatti, rimborserà la famiglia. Miller ci racconta, e forse è il primo a farlo in modo così riuscito, tutto il marcio del sogno americano, con la sua febbre di successo, la sete di denaro, l’ambizione riversata su figli egoisti e viziati…

La compagnia milanese dell’Elfo ha portato il testo di Miller al Rossetti di Trieste dal 15 al 19 febbraio, diretto e interpretato da Elio De Capitani. Molto bravi i due protagonisti, lo stesso De Capitani e la moglie Cristina Crippa. Gli altri attori sono tutti all’altezza del loro ruolo. La messinscena è buona, ma a tratti un po’ eccessiva. La lotta di Angelo Di Genio (Biff Loman) e Marco Bonadei (Happy Loman), nudi e disperati all’apertura del sipario, è superflua. Allo stesso modo, la scena dell’amante di Loman, nuda anch’essa e a gambe aperte, stupisce il pubblico in maniera del tutto gratuita. Tutto un po’ troppo urlato, un po’ troppo fisico, un po’ troppo compiaciuto per un testo che ha in sé la sua durezza e non ha alcun bisogno di manierismi o gigionerie. Rimane un dramma da vedere sebbene spinga a porsi degli interrogativi su cosa chiediamo al teatro. Vogliamo denuncia? Verità? Consolazione? Bellezza? Lo spettacolo di Miller è la fiera dei non valori. Niente di nobile anima i personaggi, eppure, come afferma lo stesso De Capitani, non

possiamo non provare pietà per il protagonista “perché la vita sta facendo a Willy Loman quello che non vorremmo mai facesse a noi”. Il sociologo Peter Kammerer parla di “sogno avvelenato”: quello che ha afflitto il secolo breve e del quale non ci siamo ancora liberati. La colpa è della società che tale sogno ha alimentato? È dell’uomo che, privo di qualsiasi genere di bussola valoriale, in tale sogno si è del tutto smarrito? La colpa, così come accade in tutte le vere tragedie, è di tutti e di nessuno, proviamo disgusto tanto per il mondo di Loman quanto per il personaggio stesso. Non c’è vera denuncia sociale, nessuna consolazione, nessuna bellezza. Un raggio di verità sulla menzogna della vita, un Pirandello economico che mette ribrezzo e inquieta, che ci parla di ciò che non vorremmo essere piuttosto che di quanto non vorremmo che ci accadesse e che, se offre un messaggio morale allo spettatore, è proprio quello di improntare la propria vita in maniera opposta rispetto ad un sogno americano che, più che marcio, pare a chi scrive ormai del tutto decomposto.

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LETTERARIA 2017 di Davide Pittioni

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e è passato di tempo da quando decidemmo di dare avvio al progetto Charta sporca. Nel manifesto che sanciva la sua fondazione, citavamo Pasolini: “Tenderà a rimettere in discussione tutto, ché in definitiva mi rifiuto, sia inconsapevolmente che consapevolmente, a ogni forma di pacificazione”. Inattuali, si diceva - una rivista stampata su carta e messa in mano alle persone, l’Università e i sommovimenti che la attraversavano, le resistenze e le difficoltà che lasciavano spazio alle nostre inconcludenti riunioni, in una stanzetta di Androna Campo Marzio, luce soffusa e ore passate a discutere... A quasi sei anni da quei primi passi, forse un po’ incerti, ma sempre sferraglianti e densi, ci ritroviamo ancora a “sporcarci la mani, con la forza delle nostre idee”. Abbiamo nel frattempo preso il largo dall’università – aria, aria... – perché la sentivamo stretta, probabilmente fin dalle prime volte in cui ci incontrammo: la nostra era anche una lotta per allargarci, prendere respiro e mettere un po’ di ossigeno nelle nostre macchine culturali asfittiche e colpite sempre più duramente. Uscivamo per incontrare la città, con più convinzione, ed eleggere i nostri luoghi di volta in volta: li abbiamo trovati allora nella carta, nel web, negli incontri pubblici. Ora in qualche modo siamo arrivati ad un nuovo giro di boa: già queste parole sono impresse sulla carta che /Aprile 2015

Numero 22- Marzo

Ridere la verità

di Andrea Muni

Trent’anni dopo

di Stefano Tieri “Il pensiero non esisterà più, almeno non come lo intendiamo ora. Ortodossia vuol dire non pensare, bisogno di pensare. Ortodos non aver consapevolezza sia sono la stessa e inministero della cosa”. Il con la V maiuscoVerità (rigorosamente la) penserà anche te cosa è vero per e cosa non lo è: non dovrai più fare alcuna tiene che l’Eurasia fatica. Il Partito sosnon è mai stata guerra con in l’Oceania? Tu, caro Smith, puoi anche ricordare il passato diversamente, ma ciò tanza: “se tutti non ha alcuna impori documenti raccontano la stessa favola, ecco che la diventa un menzogna fatto storico, quindi vera”. E poi, mio caro Smith, chi mai credi di essere tu? “Tu sei fuori dalla storia, tu non esisti”.

Numero 19 -

avevamo abbandonato – non certo per nostra volontà – nel 2015. Il motivo? Charta Sporca non ha mai trovato una forma di espressione definitiva, perché la nostra ricerca è stata anche il risultato dello scontro con la realtà: spazi, fondi, motivazioni. Dopo qualche tentativo, giungiamo ora a presentarvi il progetto Letteraria 2017, per cui abbiamo ottenuto un finanziamento dalla Regione FVG con il bando per iniziative culturali a favore dei giovani. Si potrebbe definire un festival – o una stagione letteraria, viste le sue articolazioni. È forse la forma che hanno preso le nostre idee: un tempo di riflessione e indagine, un luogo di incontro tra persone – e tra partner, come quelli che ci supporteranno nella realizzazione dell’iniziativa –, un modo di pensare. Letteraria sarà quindi la proposta culturale di Charta Sporca nei prossimi mesi. Al centro la rivista culturale – online e su carta, nuovamente. Attorno, un festival di letteratura giovanile, che presenterà le produzioni più interessanti degli autori under 35, assieme a reading musicali, performance artistiche, tavole rotonde con gli scrittori e laboratori. Con noi, in questo percorso, ci saranno l’Associazione Territori delle idee, che promuove a Udine il Festival Mimesis, dedicato alla filosofia; l’associazione Lips che organizzerà il consueto International Poetry Slam; e l’ Associazione Ticonzero, con cui creeremo la biblioteca diffusa “La città di Charta”, selezionando le opere sulla

base dei suggerimenti degli autori che verranno invitati a Letteraria. Qualcuno dirà che Charta Sporca è cambiata dalle prime uscite di quella rivista culturale distribuita all’Università di Trieste. È sicuramente vero, non può essere altrimenti. Eppure siamo ancora quella carta continuamente riscritta, sporcata, stropicciata dalla forza delle nostre idee. Perfino quando diventa il cuneo da infilare sotto la gamba di un tavolo traballante. Era il numero uno della nostra avventura: ancora oggi crediamo di avere qualcosa da dire, o da fare. Periodico registrato presso il tribunale di Trieste (autorizzazione n° 1266 del 27/8/2013). Direttore responsabile: Stefano Tieri Grafica: Alberto Zanardo Terza Pagina: Giuseppe Nava Editore: Associazione culturale “Charta Sporca” Presidente: Giuseppe Nava Vice-presidente: Davide Pittioni Segretario: Piero Rosso Tesoriere: Ruben Salerno Stampa: tipografia “Centro Stampa”, Via Romana 46, Monfalcone (GO) Per contattarci:

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tobre 2014

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si fa? parodia? Come Che cos’è una o voglia di farne? fare una Perché abbiam fine. Si può troppo Iniziamo dalla invidia, per , si può parodia per autolesionismo insieme amore, per per ridere fare una parodia tetramente davanti e o per ghignar può farla per comsi o, allo specchi arrendersi, può farla per ione o battere o si la propria frustrazdell’auper sfogare nell’imp otenza ità. La per cercare, nuova complic nostro toironia, una e sociale del comrealtà politica continente è una ficpaese e del nostro e notoriamente La guerra viene pletamente a tavolino. ca studiata nanti delle tre utilizzata dai govertrattato tion mediati superpotenze è (Eurasia, Oceania mondiale mondiali una Il mercato , Estasia) come ficazione di mento per struindebolire e dal come la personi bene il distrarre proprie popolazi scinde ”), oni: “è un modo le divinità che mandare in chiede il mercato , frantumi, scaraven per “estera” male (“ce lo nell’atmosfera, politica affrondare negli tare ritrovi in testa: nostra In questo numer era marini, material guerre la psicopol mentre la abissi anche e gliiziasiconosce tre quarti delle inteo il serpent trebbero essere i che altrimenti po- entato, ie tuoi pensieri più coi un complice di addorm Caro Smith,– perché reconditi. lizzano usati attaccandovisi per orendere destabi masse troppo i; il sospett agola in tanta tiallora tirale con guardia attorno che stanno polmonagiate e, a lungo cacciato Sorveglianza ci viene raccont dai tuoi apprensi si mise troppo intelligen; il sospetandare, Lasoltanto one? Tuttonon rimia mano ro continente, di mediazione” o si stacca scherzo ti”. Essa questo uno denti. un romanzo da tutto invano! sia , tu sei solo un e.è di massa e; – ma sonaggio che sia tutto ta come “sforzo democratizzazi- che serpent perscaccia Al fineto, gola il serpent ti dicevo alla di ac- re il a strappa(come di eesercitar r dalla nem- to, subito essario la paura “non e il controllo usciva esisti”), grido: come “aiuto pura finzione:me prima: da noi un La vertigina eevitare ogni che nec- in guerra che non hanno non siamo» non è altro parola. ridere. si sprigionò forma di rivolta one” di paesi Mordi! semmai, sociale, la realtà la testa! è stato sufficien a, Allorapace”; noi ma,Stacca in “mission udito questa accettat corgersi che eo,dila te avvalersi «Mordi ! Mordi!non vogliamo meno mai telescher spavent dei pensino maggio pag. 2 mirmente che mio e il della per i cittadini psicopol parodia congrido; la testa di qualcun sa. Allora,izia. Quanto ai primi, tutto le “realtà” la era il mio è bastato e condivi o, la pietà, altro ma, metterne o da così appena possibile sostene vano socializzata casa e lasciarlo , tagliamo su s’unirovi sveliamuno in ogni l’odio, il disgust I muri che George Orwe istruzion collera, cultura e nutriti ci stanno gli ingenui, perennem il mio male e;e noi fareper enteale le telecame tutto ll dell’attu coglierne acceso mio pareti si non di cui ci siamo pastore parodia gli effetti benefici. ele mettiail mo bene ovunque ma grido. re […]Il testa. Dalle biamoalla subito che, unico– ricordalo – iato installato anche noi cercher Ci ab-no per il mio La lingua e il poter crollando in soltanto in me la tuainsicurezza una serie ini, suoni, figure: all’intern-sociale politico e ; e seconsigl l’aveva ra no dopo o, einoffrirvi , unatelecame ripetiamo giormodo tale come sgretolano immag agita una boccet- realtà il giorno la Verità , da tipi ottimo morso! catturare di morse, più piccolo che di opporre morse conche costruiam ; altri con tanta e: spostam eglifatica, Colin Powell spaccian- mo camere parodie o ento (le teledel serpent è perchè controti accompagnano la testa il suo sputo, per lo grido; il conoscerla e piccole sé e di condivid cui, da , care pag. di content ta 3 erla è per tutti più un pastore anche lungo Sputò lungi verità lei,strade , per giustifi mezzedella Non il Bene più to, auspicab in piedi. città, come insieme Perché noi ti a ridere dola per antrace e poter, infine, sai bene) e sorse ile. in Iraq; i finzion un rinnova conoscia Smith, sappiamo siamo pronti prevederriuscire – ma americano mo,ancora e ogni tuapresti dai meno,sa. E non l’intervento tutto di te. Mai più un uomo mos- non crederea di se, rilancia Le informaz rideva.Ricordi? dicon essere voi, nella speranz ioni unaal risata, atoceche sicuro con le hai date tual pari di lui! bollettini dell’Oc in insieme illumin colori, che a quando, re silenzio, ,provi rise stesso, ta da un il tuo consenso di tutti i scaccia a far funzi. quel serpente, travesti non che non to a onare quotidi ani terra un uomo A cosa serve arruggin un riso che assicurano testa dirottame la psicopol abita. sulla udii izia ai tempi consum a fratelli, da sette anni sicuramente il pros- la nera notte, cheitociche ti social network? O miei della buona ma – ed ora midei appaquest’anno, ci coman- favola riso umano, io che mai si finirà. Chi si con- fu che simo, la crisi divora” pastore che sete, un desider pagg. 14 - 15 prima di noi, un giovane quel riso mi volto una he). da sa, da molto questione teatrale, “Vidi soffocato, convuls o, il desider io di Il ga. Nietzsc stra, F. una serpente nero televi- torceva la realtà è parlò Zarathu programma to; e un grosso Forse si era (Così un rassicurante l’ansia notturna, la contrat a dalla bocca. che non gli pendev sivo che calma serpente nero testa di un

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Charta Sporca - Numero 26  

Charta Sporca n. 26, marzo/aprile 2017

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