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La libera università di Ru˚ženka Angelo Bonaguro

Appassionata di archeologia e di arte, accogliente e insensatamente generosa, la cattolica Ru˚žena Vacková ha insegnato in libertà e in prigione, donando ai suoi allievi innanzitutto la propria luce interiore. Questa «grande donna» premiata da Havel alla memoria, aveva fatto la sua scelta «tra il nulla e Dio».

I

L 22 FEBBRAIO 1952 tre agenti della polizia

politica (StB) si presentarono all’ultimo piano dell’edificio situato al n. 1/272 del quartiere di Malá Strana, a Praga, dove abitava Ru˚zˇena Vacková, professoressa di archeologia classica. Sulla porta, un cartello avvisava: «Siete tutti benvenuti il lunedì, dalle due in avanti. Negli altri giorni non ricevo visite impreviste». La maggior parte degli ospiti del lunedì erano i membri della comunità «Rodina», un gruppo di apostolato cattolico «importato» dalla Slovacchia e attivo soprattutto tra la gioventù universitaria1. I giovedì, invece, la cinquantenne professoressa li riservava per i due nipoti, Alexandr e Andrej, ai quali leggeva le fiabe, improvvisava teatrini «impegnati» con le marionette (l’Antigone e l’Edipo re – era pur sempre un’appassionata di antichità classiche!), li accompagnava negli atelier di amici

artisti o a far visita alle chiese del quartiere. Durante la guerra i due ragazzini avevano perso il padre, e lei il fratello Vladimír, entrambi giustiziati a Dresda dai nazisti nel ‘44. Per la perdita di Vladimír la madre era morta di crepacuore nello stesso anno, e come se non bastasse anche Ru˚zˇena era stata catturata nel febbraio del ‘45 e condannata a morte perché attiva nella resistenza: collaborava infatti a «Radio 15», un’emittente clandestina che raccoglieva informazioni sulle località top secret dove i nazisti costruivano i missili V2. Dal carcere di Pankrác era uscita grazie all’arrivo dell’Armata Rossa, nel maggio del ‘45, ma le vicissitudini belliche e la detenzione l’avevano segnata nel profondo, portandola alla conversione, come scrisse padre Zveˇrˇina: «Allora le si pose dinanzi il dilemma cruciale: o il nichilismo o la positività, o il nulla o Dio… Non è difficile cono-

1. Sull’iniziativa di p. Kolakovicˇ, che coinvolse nelle terre ceche alcune personalità in vista del cattolicesimo di allora, cfr. A. Bonaguro, Vlado e Silvo, amici per la missione, «La Nuova Europa» 1/2011, pp. 80-89.

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Ru˚žena Vacková da giovane. Nel riquadro: la foto segnaletica, 1952.

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scere Dio, difficile è abbandonarsi a lui»2. E con lo stesso padre Zveˇrˇina era cominciata l’avventura della «Rodina» praghese e un’amicizia lunga e schietta: «Un giorno – ricorda il sacerdote, all’epoca parroco di San Nicola a Malá Strana – mi portò in sacrestia il libro La cattedrale di Huysmans, perché l’avevo citato in un’omelia pronunciata per la crème della capitale. Mi disse: – Non si trova più, e Le potrebbe servire, anche se c’è qualche errore. – Ne capisce qualcosa? – Chiesi io, giovane prete altezzoso. Con uno sguardo da ragazzina innocente mi rispose: – È la mia materia! – Così iniziò la nostra amicizia. Non era capace di offendersi».

«Con l’acqua e lo Spirito Santo» Figlia del dottor Bohumil Vacek (1871-1965), uno dei fondatori della Croce Rossa cecoslovacca, e di Ru˚zˇena Vašátková (1874-1944), una «progressista» collaboratrice del Partito social-nazionale, Ru˚zˇena era nata nell’aprile 1901 a Velké Mezirˇícˇí, una località a cavallo tra Boemia e Moravia. Dopo la maturità conseguita a Brno nel ‘20, proseguì gli studi umanistici alla facoltà di filosofia a Praga, dove studiò archeologia classica, filosofia ed estetica e soprattutto storia dell’arte con Vojteˇch Birnbaum. Nel frattempo si pagava gli studi lavorando come istitutrice presso la famiglia del medico e docente Šamberger. Laureatasi con uno Studio sullo sviluppo del ritratto nell’arte antica, nel ‘25 su consiglio di Birnbaum si recò a Roma per approfondire gli studi presso

l’Istituto archeologico germanico, e cinque anni dopo prese l’abilitazione come docente di archeologia classica. In quegli anni allacciò contatti con numerose personalità della cultura ceca (Patocˇka, Cˇerný, Kalista), e durante l’occupazione nazista, all’indomani della chiusura forzata di tutte le università (novembre ‘39) per rappresaglia contro le manifestazioni studentesche, lavorò nella redazione del Vocabolario ceco e proseguì in privato l’attività di ricerca. Nel dopoguerra fu nominata professoressa straordinaria di archeologia classica – teneva le lezioni al Clementinum, l’antico collegio gesuita che ospitava la biblioteca universitaria. Jirˇina Krejcˇíková, una sua allieva, conserva ancora ricordi precisi: «Nell’aula non ci sedevamo ai banchi ma attorno a un lungo tavolo in cima al quale c’era la cattedra con accanto un tavolino e il proiettore. Attorno, statue di divinità antiche, bassorilievi e sculture. Le sue lezioni erano molto interessanti ma sono difficilmente descrivibili, erano un dialogo vivo con chi ascoltava: “Guardate e ascoltate”, diceva»3. Si rivolgeva agli studenti chiamandoli per nome, si faceva carico dei loro problemi, superando le barriere sociali: «Solo Dio sa quanti di noi ha invitato a pranzo al ristorante U Jerneku˚, sulla via Nerudova, e quanti malati hanno potuto ricevere delle cure grazie a suo padre medico». Il tragitto verso l’Istituto di archeologia – ricorda ancora la Krejcˇíková – passava per il Ponte Carlo, che tanto amava: «Una volta si fermò a deporre dei fiori alle statue dei santi lungo i parapetti. Rispondendo al mio sguardo stupito disse che voleva ringraziarli per la loro intercessione quand’era stata prigioniera dei nazisti… Andavamo spesso alla

2. J. Zveˇrˇina, Zadluženy život (Una vita traboccante), scritto in occasione della sua morte, «Informace o Církví» 1/1983, samizdat. 3. H. Havlícˇková, Deˇdictví – Kapitoly z deˇjin komunistické perzekuce v Cˇeskoslovensku 1948-89 (L’eredità – capitoli dalla storia della persecuzione comunista in Cecoslovacchia 1948-89), Olomouc 2008, p. 26.

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chiesa del Bambin Gesù dove non si dimenticava mai di fare un’offerta a sant’Antonio, così finiva per non avere di che pagarsi il tram. Alle domande preoccupate degli amici rispondeva sorridendo: “Cuciniamo con l’acqua e con lo Spirito Santo”». Un giorno, in pieno inverno, davanti alla chiesa di San Giuseppe, Ru˚zˇena diede il suo giaccone a una mendicante che tremava dal freddo. «Ricordo che padre Zveˇrˇina la rimproverò: era ancora in vigore il tesseramento non solo per gli alimentari ma anche per altri prodotti, compresi gli abiti… Zveˇrˇina mi diede il difficile compito di evitare che Ru˚zˇenka si privasse di un altro giaccone»4. Il 25 febbraio ‘48 fu l’unica tra i docenti dell’Università carolina a partecipare con alcuni studenti dell’Azione cattolica al corteo di coloro che salì al Castello in sostegno del presidente Beneš e e per opporsi al colpo di Stato comunista preferendo appoggiare lo sviluppo democratico del paese. La polizia li disperse con la violenza. Alla successiva riunione del corpo docenti la Vacková si oppose fermamente alle misure punitive adottate contro i partecipanti: «Se la partecipazione alla manifestazione è il criterio per espellere gli studenti, allora voglio condividere anch’io il loro destino». Quando poi, una volta concluso il colpo di Stato, si riunì il cosiddetto Comitato d’azione con il compito di esaminare la posizione politica dei docenti, il suo nome fu tra i primi a finire sulla lista nera, nonostante la nomina a docente fosse un atto del presidente della repubblica e non fosse revocabile da alcun «Comitato d’azione». «Mi hanno… “disazionato”» diceva lei scherzando col linguaggio dell’epoca, e continuò a insegnare agli studenti che erano

stati espulsi come lei. Per poter campare riceveva delle offerte dalle suore borromee che gestivano – ancora per poco tempo – l’antico ospedale situato sotto la collina del Petrˇín. Anche in questo caso padre Zveˇrˇina incaricò la Krejcˇíková di «tenere la cassa» per evitare che Ru˚zˇenka si privasse del necessario.

«Incita i giovani all’odio verso il regime» La polizia politica si mise a pedinarla, e lei cominciò a giocare al gatto col topo. Un giorno voleva accendere una candela a una statua di san Giovanni Nepomuceno che stava piuttosto in alto. Lei, che superava appena il metro e 60, tentò di arrivarci mettendosi in punta di piedi ma dopo alcuni vani tentativi sentì alle spalle la voce del suo «angelo custode» che le disse: «Aspetti, signora, gliela accendo io»… Finché uno di quei giovedì dedicati ai nipoti – come ricorda Andrej, oggi scrittore, – «vennero ad arrestarla. Eravamo presenti anche noi quando gli agenti dell’StB suonarono. Un giovanotto alla porta, altri due sulle scale. Quando videro noi ragazzini, stettero un po’ pensierosi. Era strano vedere degli agenti così imbarazzati. Ma noi allora eravamo già navigati, la zietta da un paio d’anni era stata espulsa dalla facoltà e la pedinavano da mesi. Conosceva i suoi segugi, ce li indicava per strada e sul tram; se l’aspettava prima o poi, e noi pure»5. Finì coinvolta in uno dei tipici processi-farsa dell’epoca, a carico del cosiddetto «gruppo Mádr»6. Fu uno spettacolo propagandistico celebrato pubblicamente nel giugno del ‘52

4. Ibidem, p. 27. 5. R. Vacková, Ticho s ozveˇnami (Echi dal silenzio), Praga 1994, p. 10. 6. Oto Mádr (1917-2011), sacerdote e teologo, attivo nella pastorale giovanile e nell’Azione Cattolica. Nel ’52 fu condannato all’ergastolo e rilasciato con la condizionale 14 anni dopo. Nel ‘68 poté insegnare alla facoltà teologica di

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a Brno, in Moravia, regione tradizionalmente cattolica, al fine di screditare il Vaticano e la Chiesa e colpire i conventi femminili («covi di spie»). Fu presentato sulla stampa come il processo «contro un gruppo di dieci agenti del Vaticano, organizzatori di gruppi sovversivi, spie e terroristi». Vi furono due condanne a morte, Mádr subì l’ergastolo e la

Vacková fu condannata a 22 anni di carcere per «spionaggio a favore del Vaticano e degli USA» e «alto tradimento», nonché alla perdita dei diritti civili per 10 anni; «come Socrate – commentò lei, – per aver “corrotto” i giovani e averli trascinati in tribunale». Nel marzo del 1952 le prime 37 detenute «politiche» avevano già inaugurato il carcere

Litomeˇrˇice, ma dopo l’invasione di agosto fu nuovamente allontanato e relegato in una parrocchia di periferia. Rientrato a Praga come «pensionato» nel 1978, rilanciò l’attività editoriale nel samizdat religioso.

LE LETTERE DAL CARCERE Sono circa 700 le lettere inviate dalla Vacková tra il ‘52 e il ‘67 ai familiari, un terzo delle quali sono state pubblicate nel ‘94 dall’Accademia cristiana ceca nel volume Ticho s ozveˇnami (Echi dal silenzio), curato da M. Valtrová e A. Gjuricˇ. LA CONTINUA SCOPERTA DELL’ESSERE …Forse la cosa principale è che impariate ad usare adeguatamente i significati, ad osservare bene per vedere in modo veramente chiaro e semplice attorno a voi, senza la forzatura di costruzioni di pensiero. La disgrazia di questo mondo sta proprio nell’istruzione parziale e nel mancato uso di una ragione sana. È la costruzione sulla costruzione, sono le illazioni che nascono da premesse ingannevoli, a loro volta basate su opinioni non verificate o scientificamente superate. È sorprendente che siano proprio le persone colte ad avere opinioni errate ed unilaterali, generate da una formazione parziale. Lo stesso concetto di «visione del mondo scientifica» è fondamentalmente privo di significato. Dal punto di vista logico è una falsità, un proton pseudos, perché ogni conoscenza razionale, positivamente scientifica è in continuo sviluppo. Certo saprete già che nelle scienze naturali, che sono le più positive, per esempio in fisica e matematica, le cosiddette verità classiche sono vere solo da un certo punto di vista. È nel pensiero, così come nella vita spirituale dell’uomo, che vale la legge della rivoluzione permanente, altrove invece no. La conoscenza si stratifica sulla conoscenza, la deduzione si concatena alla deduzione, e quant’è stupendo, com’è bella questa continua scoperta dell’ordine dell’essere, questo spingersi verso la verità in tutte le pieghe dell’esistenza, benché non riveli ancora quell’unico punto certo di evidenza al quale l’uomo aspira. Questa certezza è solo in Dio, anche dal punto di vista scientifico, perché alla certezza prima della sua esistenza si arriva necessariamente con la ragione. E questo, cari ragazzi, è anche il dovere di un cristiano che diventa adulto: dalle certezze dell'infanzia della fede bisogna maturare alla certezza razionale che Dio esiste e che è un essere vivente, in cui ogni esistenza ha il suo compimento assoluto, la sua perfezione perché è uscito dalla sua parola creatrice e tende a Lui come al Padre. Gennaio 1956

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femminile di Pardubice, che si riempì in fretta così che ai primi blocchi A e B se ne affiancarono di nuovi. Le detenute lavoravano in sartoria, nel maglificio, per la fabbrica di matite Koh-i-noor (allora statalizzata) o in vetreria dove producevano collane. L’ex-detenuta Albina Palkosková racconta di aver incontrato in carcere solo una piccola percentuale di coloro che erano stati direttamente colpiti dal regime, come imprenditori o persone benestanti. La maggioranza delle

sue compagne di detenzione era costituita da donne del popolo, «impiegate, insegnanti, commesse, casalinghe e studentesse; nessuna di loro possedeva chissà quali proprietà da nazionalizzare, e tuttavia si erano ribellate, avevano assunto un atteggiamento coraggioso perché avevano colto le ingiustizie perpetrate contro i cittadini del nostro stesso paese. Lottavano per un ideale, non avendo altro da perdere»7. Nel carcere di Pardubice l’«intelligencija»

7. In D. Šimková, Byly jsme tam taky (Anche noi ci siamo state), Praga 2003, p. 19.

AL PADRE, IN OCCASIONE DEL SUO 87° COMPLEANNO Per entrambi è doloroso non poter usare le parole giuste per capirsi e comunicare, e non poter parlare delle cose che veramente riempiono la nostra vita e i nostri pensieri. Come sarebbe semplice scrivere se lo si potesse fare! Così queste parole mi sembrano più un gesticolare tra muti che espressioni da usare per il compleanno di un padre. Cosa potrei darti, caro papà, se non le mie preghiere e il mio amore? Non ho veramente nient’altro che la volontà di capire e condividere la tua vita. Riconciliarmi con te per quanto è necessario, non prendere con leggerezza la vita che mi è stata data da te e dalla mamma… Così non ho altro che queste parole ammutolite, e qualche fiore che raccolgo per te in cortile, con i miei occhi. Non aver nulla per sé è bello, non aver nulla per gli altri a volte è molto, molto difficile. Praga, 30 giugno 1958 RICORDANDO JOSEF ZVEˇ Rˇ INA A maggio compie gli anni anche Pepánek1 di Malvazinky. Sono già 48 i suoi, e penso a lui, al suo straordinario talento scientifico che ora è come se fosse soffocato. Tuttavia so che non è così. Il giudizio di una persona adulta ed esperta val di più di una pigna di libri, perché suona come una certezza che proviene dalla conoscenza, come l’evidenza di una conclusione ricavata da ciò che si conosce. Qui sta l’attrattiva dei grandi maestri, perché i giovani capiscono che una persona simile non presume di sapere la verità, ma la conosce e condivide con semplicità le certezze che ha raggiunto. In realtà dunque non mi dispiaccio tanto per Pepánek; magari un po’ sì, ma solo perché nel profondo del suo cuore vivrà l’amarezza, un’amarezza umana per il tempo sciupato invano. Pardubice, 2 aprile 1961 IMPARARE DALL’ESPERIENZA Qui sono fioriti molti splendidi giaggioli, e testimoniano quanto sia inesatta la teoria secondo la quale il blu è un colore freddo. Solo l’azzurro è freddo. Nel mio lavoro con le perline ho potuto fare molte esperienze pratiche sulla teoria dei colori e sui rapporti fra le tonalità cromatiche. A volte sento la mancanza, per l’abbondanza delle mie esperienze, di una chiacchierata – che so – con l’architetto Cˇermák o con il pittore Troup. Ora ho molte più certezze in numerose questioni di estetica. Qui ci si rende proprio conto del significato dell’antico adagio non multa, sed multum. Pardubice, 27 maggio 1962 1. Si riferisce a p. Josef Zveˇrˇina, all’epoca anch’egli in carcere, a Valdice. Malvazinky era il quartiere praghese dove vivevano i suoi genitori.

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«Posso solo ringraziarLa sentitamente per avermi inviato qui a Roma, dove posso guardare le cose penetrandone la sostanza. La ringrazio, signor professore, per quello che so e capisco, e sono sicura di esprimermi a nome di tutti i suoi allievi. Forse è perché sono contentissima di essere la prima che ha potuto rendersene conto così intensamente, per merito Suo». Lettera a V. Birnbaum, 12 febbraio 1926.

Una pagina della sentenza. Di lato: part. del «Rudé právo» del 15 giugno 1952 con l’articolo sul «processo contro gli agenti del Vaticano e i terroristi omicidi»

«Ha partecipato all’elaborazione del programma dei circoli illegali e, abusando della propria funzione di docente, ne ha fondati e diretti alcuni, mentre traviava i giovani spingendoli all’odio verso l’ordinamento popolare-democratico e alla sottomissione al Vaticano» (DALLA SENTENZA, 19 GIUGNO 1952)

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«Non importava che ci punissero, ci togliessero la libertà, ci rinchiudessero in isolamento: soprattutto, non volevamo che ci estirpassero il pensiero». (D. Šimková) «Ogni giorno porta con sé esperienze nuove. Una volta di buon mattino eravamo sedute alla finestra, io e Ru˚ženka. Avevamo il turno del pomeriggio e, con un po’ di fortuna, avremmo avuto tutta la mattina per noi. Dalla finestra aperta affluiva un odore caldo e il profumo dell’erba bagnata e dei meli in fiore. È già primavera! C’è silenzio. Siamo lontane da tutto. Recitiamo le litanie lauretane». (D. Šimková)

Le foto segnaletiche di Dagmar Skálová e Dagmar Šimková.

La lettera inviata al segretario dell’ONU nel 1956.

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era formata dall’attrice Jirˇina Šteˇpnicˇková, dalla scrittrice Nina Svobodová e da alcune insegnanti di ginnasio, cui si aggiunsero la Palkosková, anch’essa docente, e dal ‘53 Ru˚zˇena. Così cominciarono per lei 16 anni di carcere fra detenute comuni, ladre e prostitute, alle quali teneva lezioni8. Come lei, altre accompagnarono le «monelle baccelliere» in un viaggio nella conoscenza e nella bellezza che superava l’angustia del filo spinato: «Noi, “non ancora rieducate” ci stringevamo attorno alla nostra cara Ru˚zˇena e ogni giorno ascoltavamo lezioni di estetica, arte, filosofia, stilistica. La sua esistenza era per noi una benedizione e una fonte pura in quella cloaca di canaglie»9. Lei stessa rimarcò, nel febbraio del ‘62 in una lettera a casa: «Se vi potessi scrivere delle mie amiche, di queste donne stupende, molto più apprezzabili ed eclettiche di quanto uno scrittore possa pensare…»10.

«Le latrine sono la nostra università» Le «lezioni» si svolgevano perlopiù fuori dagli orari di lavoro, o nei momenti liberi, negli spazi comuni tra le camerate, quando le guardie dopo l’ultimo giro chiudevano i blocchi fino al giorno dopo: «Se la ronda è quella giusta e ci lascia in pace, inizia il nostro pomeriggio accademico. Ci ritroviamo presso i gabinetti o ai bagni, ci sediamo sulle casse, sui barattoli di marmellata o su sedie improvvisate, ascoltiamo le lezioni e prendiamo appunti con passione. Ru˚zˇenka ci fa lezione di archeologia ed estetica, Já-

rinka [Zábranová] di storia e Nina [Svobodová] ci insegna le lingue straniere, ciascuno ci mette quel che sa. Dimentichiamo il mondo che ci circonda, divoriamo ogni parola, ci sforziamo di mandarle a memoria, di capire, come studenti diligenti. Di battiamo di teologia, filosofia, arte, politica, non c’è ambito che non ci interessi e di cui non vorremmo sapere. Le latrine sono la nostra arena, la nostra università, il nostro ritorno alla vita, all’istruzione, alla consapevolezza che questi anni non andranno del tutto perduti… Se le guardie ci vedranno uscire una dopo l’altra dai bagni, scuoteranno il capo chiedendosi: che ci sia un’epidemia di diarrea?»11. «Passeggio di notte senza far rumore, lungo il corridoio della camerata, per trovare un angolino dove sedermi un attimo e pensare agli argomenti che Ru˚zˇenka ci ha dato da meditare. Fra gli armadietti con le nostre cose siede Boženka e scrive poesie. Proseguo in punta di piedi per non disturbarla… C’è qualcuno in fondo al corridoio. Nella penombra riconosco Ru˚zˇenka in sottoveste, anche lei non dorme, mi fa cenno e mi invita a fumare una “Taras Bul’ba” con lei. “Sai, mi è venuta in mente una cosa…” e mi comunica una nuova osservazione sullo sviluppo della teoria dell’arte. Questa studiosa eccellente, umiliata e infreddolita, sta qui di notte in mezzo alle disgrazie, alla cattiveria, alla mancanza di significato, e continua a creare, e io sono contenta di essere la prima ad ascoltare i suoi nuovi pensieri. Fumiamo entusiaste e dialoghiamo fino all’alba, non sentiamo né il freddo né la fame, non vediamo più le sbarre e questo mondo d’oltretomba, restano solo i pensieri di persone non umiliate, più forti del nostro corpo infiac-

8. Raccolte in R. Vacková, Veˇzenské prˇednášky, Praga 1999. Cfr. p. 76. 9. D. Skálová, in ibidem, p. 45. 10. Per i riferimenti, v. box dedicato alle lettere dal carcere, p. 70. 11. D. Šimková, cit., p. 68.

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chito. Ecco che nello stesso momento, da qualche parte nel mondo, si stanno alzando gli studenti per andare a scuola, magari un po’ annoiati e infreddoliti… Il nostro entusiasmo è quello degli studenti medievali che con la pancia vuota e la bisaccia altrettanto vuota giravano il mondo per ascoltare gli insegnamenti di Abelardo»12. Da parte sua, Ru˚zˇena osservava, in una lettera del 30 giugno 1958: «Mi sono resa conto che è possibile e necessario condividere le interpretazioni artistiche, perché veramente ognuno ha in sé un pezzettino luminoso di senso del bello e ne coglie il tocco divino vivificante. Certo, sono pochi coloro che sono in grado di comprendere la sostanza dell’arte con la ragione, ma quando li trovi, hai la sensazione di una grande profondità e sei lieta di condividere tutto questo». Naturalmente, le lezioni si svolgevano senza alcun materiale didattico, e gli stessi appunti dovevano essere scrupolosamente nascosti. Le perquisizioni non erano solo un mezzo per intercettare questi testi, ma anche un cinico divertimento delle guardie, come ricorda Dagmar Šimková: «I pagliericci sono tagliuzzati, la paglia è sparsa sul tavolato, tutto è bagnato dell’acqua dei secchi che riempiamo di mattina per lavare il tavolato di sera. In un unico mucchio ci sono il sapone, gli asciugamani, la marmellata calpestata, le lettere da casa, le coperte, tutte le nostre proprietà. Era già mattino quando siamo riuscite a risistemare tutto e a ripulire, perché altrimenti saremmo state punite per il disordine»13.

Il ballo in maschera Nel dicembre 1953 si svolse nel carcere di

Pardubice il primo e ultimo ballo in maschera clandestino della storia carceraria locale, «finito con rapporti e punizioni – ricorda la Skálová, – ma in quel grigiore poliziesco fu una botta di vita!». Dato che, come accennato, veniva chiuso a chiave solo il blocco e non le singole camerate, e inoltre gli uffici della direzione erano in un edificio posto in un altro cortile, le donne decisero di organizzare, presso il grande lavatoio dei bagni del blocco A, una vera e propria festa mascherata. Dalla discarica sottrassero tutto ciò che poteva servire come addobbo e per confezionare i costumi. Alle pareti erano appese delle ghirlande, all’ingresso un «paggetto» offriva caramelle, e la serata fu inaugurata da alcuni versi della Svobodová declamati da una comparsa avvolta in un lenzuolo addobbato con fiori di carta. Arrivarono Cenerentola, «il sultano con il suo harem di donne velate», le danzatrici, i pirati e i cowboy, i pagliacci e le principesse, Louis Armstrong che suonava il blues con il viso annerito dal lucido da scarpe. Fu distribuito del caffè e ogni tipo di dolce preparato con avanzi, marmellata e altri ingredienti rimediati sempre dalla discarica. Iniziarono le danze, sembrava l’atmosfera perfetta di un normale ballo in maschera, ma era ovviamente impossibile che la cosa passasse inosservata. Le guardie arrivarono sul più bello. Una «danzatrice hawayana» più per errore che per provocazione lanciò una ghirlanda al collo di una guardia mentre Olinka Staveˇlová era alla ricerca disperata del suo orecchino assemblato con le lamine sottratte all’azienda statale Tesla… «Ma dove diavolo credete di essere? – gridò il comandante, schiumante di rabbia – Siete qui per scontare i vostri crimini! Nel mio campo non si tollereranno altri scherzi simili!».

12. Ibidem, p. 69. 13. D. Šimková, cit. in R. Vacková, Veˇzenské prˇednášky, cit., pag. 27.

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Le maschere finirono in punizione, ossia in uno scantinato al buio, una ciotola con pane e acqua per due giorni, e solo dal terzo giorno ebbero la razione normale. Nei primi anni era abitudine mandare le detenute in punizione persino senza vestiti: «Non c’era niente di più facile che finire in punizione – ricorda la Šimková. – Per qualche parola in inglese, per aver fumato in cella, per essersi cucite un reggiseno con gli scampoli della sartoria, per una protesta, per aver replicato, per aver fatto visita a un’amica di un altro blocco, per essersi rifiutata di lavorare di domenica, c’era sem-

pre una trappola che ti portava in punizione… Là non si può lavorare e perciò non si riesce ad espletare la norma, così hai razioni minori e devi pagare la multa per non aver fatto il tuo lavoro». Il ballo in maschera mise in allarme le autorità carcerarie, e dal ‘54 venne inaugurata un’ala speciale e chiusa per le donne condannate a lunghe pene detentive ribattezzata «il castello». Le «castellane» potevano uscire per l’ora d’aria solo quando in cortile non c’era nessuno, per evitare di incontrare le altre detenute, mentre il resto della giornata

GLI APPUNTI DELLE LEZIONI Gli appunti delle sue lezioni si sono salvati grazie a Dagmar Skálová (1912-2002), una detenuta che, a causa di un incidente occorsole durante gli interrogatori, ebbe il permesso di indossare un corsetto rigido per la schiena che poté tenere anche durante le umilianti perquisizioni personali (in cui le detenute venivano fatte spogliare). Qui riuscì a nascondere gli appunti per anni, finché li mise al sicuro nel doppiofondo della valigia di cartone in cui conservava gli abiti civili che la madre le aveva inviato da casa nell’eventualità che potesse usufruire dell’amnistia del ‘60, valigia che passò da un carcere all’altro senza che nessuno si accorgesse del doppiofondo. Le decine di pagine formato A4 tagliate in due per meglio nasconderle e successivamente risistemate, sono fitte di appunti e disegni, accompagnati a volte da chiose affettuose che rivelano l’indole della professoressa Vacková («I greci avevano la stessa percezione della natura di Ru˚ženka»), e spaziano dall’antico Egitto alla Grecia, da Roma all’arte paleocristiana, dal gotico al barocco fino alle tendenze dell’arte moderna. La Skálová, assieme all’ex compagna di prigionia Dagmar Šimková (1929-1995), trascrisse in seguito questi appunti e li consegnò all’archivio dell’Università carolina, che li ha pubblicati nel 1999.

SULL’EPOCA GOTICA L’uomo anela all’unità con Dio, tutto il suo agire tende a Lui, cerca la pienezza dell’unione mistica. Certo, la realtà in sé non può essere così ideale, tuttavia lo scopo del singolo e della società è raggiungere l’optimum, Dio. Perciò anche il rapporto dell’uomo verso i suoi simili è improntato alla misericordia, la quale deve rimediare a ciò che l’uomo, incline al male, è naturalmente portato a commettere; è un uomo consapevole del male che porta in sé. Per questo troviamo l’ossessione della penitenza e un certo abbandono al male… La misericordia rappresenta la possibilità che l’uomo rimedi alla crudeltà dell’arbitrio. Ciò che distingue la creazione artistica gotica è la concezione cristiana del lavoro come servizio e celebrazione. Gli artisti guardano al proprio lavoro come a un qualsiasi altro lavoro, tuttavia allo stesso tempo sanno, così come i loro committenti, che i frutti di questo servizio appartengono a Dio, dal quale provengono, e che l’uomo con l’opera d’arte offre le primizie del proprio lavoro, secondo quanto aveva stabilito l’Antico Testamento. Dato che, come il sacrificio di Abele, può essere offerto solo un lavoro ben fatto, l’opera d’arte è caratterizzata, come ogni altro manufatto, dalla solidità. Né nell’architettura, né nella scultura o nella pittura v’è spazio per l’improvvisazione, al posto della quale si preferisce una funzionalità

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lo trascorrevano in cella. Poi separarono anche le religiose, rinchiuse nel «braccio vaticano». Le condizioni di vita nel «castello» erano insopportabili, e il 4 maggio del ‘54 una sessantina di detenute iniziò lo sciopero della fame. Dopo alcuni giorni di interrogatori la spuntarono le detenute, e i funzionari del Ministero degli interni inviati a Pardubice disposero che le autorità carcerarie distribuissero il necessario per l’igiene personale «e che ci portassero a mangiare in mensa in modo da non essere costrette a mangiare per terra, perché sedie non ce n’erano e sui

letti era proibito mangiare» (D. Skálová). L’epoca staliniana stava lentamente passando: anche il «castello» alla fine fu smantellato, e le «politiche» tornarono con le detenute comuni. Intanto si sparse la voce della visita, a Praga, del segretario dell’ONU Dag Hammarskjöld. Una dozzina di detenute, compresa Ru˚zˇena, a fine giugno del ‘56 scrissero personalmente al segretario una lettera in cui, dopo avergli resi noti i motivi dell’ar-

ponderata… L’umanesimo greco era antropocentrico. L’uomo era centro e criterio di se stesso. In una seria indagine su di sé …era giunto alla certezza di essere solo, limitato e condizionato. Aveva toccato la profonda tragicità dell’uomo non redento, e così facendo aveva gettato le fondamenta di ciò che era possibile conoscere di sé e da sé… L’umanesimo gotico invece prende le mosse dalla Redenzione. L’uomo non è mai solo perché, se lo vuole e vi aspira, Dio è con lui presente corporalmente, l’uomo lo percepisce nella sua anima corporalmente. E non è solo, perché coloro che gli stanno attorno sono figli di Dio e suoi fratelli nel corpo di Cristo… L’uomo greco, cercando la conoscenza, aveva raggiunto il limite e la mancanza di libertà. L’uomo gotico, accogliendo lietamente il giogo della Croce, era diventato veramente libero. SUL RINASCIMENTO L’uomo che dubita di se stesso, dubita anche del suo amore a Dio, della forza e dei risultati della sua elevazione a Lui, e finisce per accontentarsi dell’apparente sicurezza della base umanistica. La ragione e la volontà, così sottolineate dalla morale e dalla filosofia cattoliche, si rivolgono alla fine al fondamento umano apparentemente più solido, perciò nel Rinascimento c’è la divisione tra una visione del mondo che resta cristiana, e il sentimento della vita che si umanizza fino al paganesimo. L’uomo del Rinascimento riconosce di essere cristiano, tuttavia vive secondo la propria volontà. È la tipica spaccatura tra opinione e coscienza morale che nel suo sviluppo successivo, ossia nel XIX secolo, creerà la caratteristica antinomia del cosiddetto uomo moderno, il quale con la bocca riconosce oppure nega, per il quale la religione è solo una faccenda personale mentre nelle questioni della vita privata non permette l’ingerenza di alcuna autorità, in ultima analisi nemmeno all’autorità divina, anche se la afferma. Dio è dunque un valore assoluto, tuttavia l’uomo non tende a lui immediatamente e con tutte le sue forze, bensì si cura dei valori o degli pseudovalori della vita terrena… Dio è stato umanizzato, ma Merežkovskij dice: l’incomprensione del Dio-Uomo ha condotto a creare la finzione dell’uomo-dio… L’uomo gotico cerca, l’uomo del Rinascimento filosofeggia senza filosofia e si limita all’esperienza di vita.

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resto e i metodi utilizzati durante gli interrogatori, si rivolgevano a lui come prigioniere politiche perché fossero rispettati i loro diritti: «A febbraio o marzo – si legge nel successivo interrogatorio di Ru˚zˇena – è arrivato un funzionario del Ministero degli interni, al quale ho chiesto a che punto fosse il riconoscimento del nostro status di detenute politiche. Quando mi ha risposto che nel regime popolare-democratico non esistono detenuti politici, gli ho annunciato che avremmo scritto all’ONU». Le lettere, consegnate alla direzione del carcere in modo da osservare scrupolosamente le norme, non giunsero mai né al ministro degli esteri cecoslovacco né tantomeno al destinatario, provocarono però una reazione interna a catena, probabilmente inattesa anche da parte delle autrici, le quali subirono perquisizioni, interrogatori e trasferimenti, ree di aver «calunniato la repubblica all’estero». Nell’interrogatorio, la Vacková dichiarò che «contro la mia persona non è mai stata usata violenza né durante gli interrogatori né successivamente. Però mi è stata usata pressione psicologica, temevo per la mia famiglia e per la mia vita». Riferì che nel carcere giudiziario di Ruzynˇ era stata perquisita ogni giorno «e l’agente mi metteva le mani nei capelli per controllare se vi avessi nascosto qualcosa, dovevo aprire la bocca e mostrare la lingua, fare flessioni, ecc. In cella dovevo camminare in continuazione anche per 5-6 ore»14. Allo stesso luglio del ‘56 risale la sua «valutazione» carceraria, in cui il tenente Hunácˇek sottolinea che, inserita a lavorare nel maglificio, il suo rendimento era «insufficiente, in media si aggira attorno al 50% del-

la norma… Lei stessa dice che potrebbe far di più ma che non ha interesse a incrementare la produttività. Il suo atteggiamento nei confronti della condanna è insoddisfacente. Non è interessata ad essere rieducata e anzi cerca di ostacolare l’educazione delle altre. Si sente orgogliosa di essere stata punita dal regime attuale, del quale è nemica ostinata. Non riconosce la sua attività criminosa e afferma che in caso fosse rilasciata continuerebbe a fare quel che faceva prima dell’arresto. Aggiunge che non ha bisogno di chiedere la grazia al regime. Ha un’indole fortemente religiosa, possiamo dire fanatica». Nel rapporto stenografico di un altro colloquio risalente all’anno successivo, la Vacková è definita «politicamente molto matura, dice di aver studiato il marxismo-leninismo, ma che questa dottrina oggi è invecchiata e necessita di revisione. Non riconosce la lotta di classe e nemmeno la necessità che al di sopra delle classi vi sia lo Stato, che diventerebbe una forma di dittatura». Le vicissitudini legate alla domanda di grazia, caldeggiata dai familiari, portarono a tensioni ed incomprensioni, come si coglie dalle sue lettere dal carcere di Pardubice: «Forse siete arrabbiati con me anche per il mio atteggiamento verso la vostra richiesta di grazia. Lasciando perdere tutte le motivazioni che vi ho già detto, dovete capire che sono stata condannata anche per aver fatto propaganda religiosa tra i giovani. Ora, molte giovani sono state condannate con me e molte di loro sono ancora in carcere… Allora avevano vent’anni e ormai sono trentenni, così non hanno potuto terminare gli studi. Perciò giudicate voi se è giusto

14. Di norma non veniva usata la violenza durante gli interrogatori delle donne (se si eccettuano gli schiaffi, ma erano considerati routine), si preferiva la pressione psicologica: «Al marito che ama la propria moglie sottoporremo un documento falso in cui lei chiede il divorzio. Alla donna che pensa notte e giorno a quando rivedrà i figli, comunicheremo con mestizia la morte dei suoi bambini. Alla ragazza innamorata consegneremo un fotomontaggio dell’amato, disteso con la testa forata da una pallottola: “Ecco, vede, Lei qui continua a negare e intanto lui è già bell’e morto”», D. Šimková, Byly jsme tam taky, cit., p. 21.

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che io cerchi di scappare da loro. Una maestra resta tale per sempre. E io che ho potuto vivere la mia vita, ora dovrei scappare davanti a loro? …Certo il mio sacrificio non è poi così grande. Non sarebbe corretto se mi comportassi altrimenti» (2 ottobre 1959). «Devo accettare questa incomprensione come sacrificio. Le vicende esteriori, come sapete, non mi angustiano a lungo perché le considero sempre la volontà positiva della Provvidenza e vi trovo persino il lato umoristico… Tuttavia, dalla morte redentrice di Cristo ogni tragedia umana è una tragedia solo dal punto di vista umano, non da quello dell’eterno… Beh, non ci si può fare nulla, miei cari! Stavolta, ed è un paradosso storico, mi capirebbero meglio i nemici degli amici… Siete bravi, miei cari, vi sono sinceramente grata anche per questa vostra incomprensione, ma un giorno vi sarà chiaro e potremo essere felici davvero» (30 giugno 1960).

«Una fanatica religiosa» Le detenute «politiche» fecero ritorno a Pardubice solo nel settembre del ‘58, quando l’atmosfera carceraria era mutata. Il bibliotecario, professor Zdeneˇk Kalista15, riuscì a scovare e a far passare alle donne, tra i libri di letteratura sovietica e socialista, una serie di autori «classici» come Hegel, Kant, ecc. Nel 1961, data l’età, a Ru˚zˇenka fu ridotta la norma del 10%, sul suo profilo scrissero che «in caso di necessità ha lavorato anche nel tempo libero, tuttavia si è sempre rifiutata di lavorare la domenica» (e, come lei, le ragazze della sua cerchia).

In una valutazione del Ministero degli interni si legge che «cura l’ordine e la pulizia, sia sul posto di lavoro che nell’alloggio… Ha una visione faziosa della storia del mondo, “il Vaticano e il Santo Padre” per lei rappresentano un dogma [sic!]… Dichiara apertamente di essere ostile al nostro ordinamento e considera un onore essere in carcere e soffrire per le sue convinzioni religiose». Gli esperti del ministero prevedevano che «il rimanente periodo di detenzione non riuscirà a realizzare il compito rieducativo né si può presupporre che in caso di rilascio condurrebbe in libertà un’onesta vita da lavoratrice». Così le due amnistie, rispettivamente del 1960 e del ’62, non furono applicate al suo caso. Nel febbraio ‘67, a 15 anni dall’arresto, venne inserita nel suo fascicolo una scheda che ripercorreva il suo iter tra le carceri di Pardubice, Praga, Opava, Ilava, e Ostrov, e nella quale si ripetevano le valutazioni espresse precedentemente: buona lavoratrice, «si rifiuta di lavorare la domenica perché ha una formazione profondamente religiosa, al limite del fanatismo,… influenza le altre detenute cercando di conquistarle alla fede»; non chiede alcuna concessione dalle autorità in quanto ritiene di «soffrire per la giustizia, e ci penserà Dio a ricompensarla». Nel marzo del ‘67 il direttore del carcere di Ostrov, sui Monti metalliferi, propose ufficialmente di devolverle «la somma di 30 corone per le spese correnti» come premio «per aver osservato la disciplina in cella, per l’ordine con cui tiene gli oggetti personali e per aver insegnato a scrivere alle analfabete». Un mese dopo, il tribunale di Karlovy Vary decise il rilascio condizionale

15. Z. Kalista (1900-1982), poeta, critico letterario e traduttore, fu uno dei maggiori storici cechi del ‘900. Nel 1951 fu condannato a 15 anni di carcere.

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di Ru˚zˇena, ormai quasi settantenne. Nelle mutate condizioni politiche che avrebbero portato alla Primavera di Praga, sembrava che le motivazioni della sentenza d’epoca staliniana fossero ormai lontane anni luce e nemmeno più tanto comprensibili alle autorità competenti: nel documento si legge infatti che la detenuta è stata condannata per spionaggio e alto tradimento «per aver istituito un partito democristiano» [sic!], ma si osserva che ormai ha scontato gran parte della pena, inflitta per attività strettamente collegate con le sue idee religiose. «Benché sull’argomento vi siano ancora contrasti ideologici, attualmente su alcune questioni politiche si è quasi vicini alla soluzione dei problemi, sia da parte dei paesi socialisti, sia da parte dei rappresentanti del cristianesimo. Durante tutto il periodo di detenzione, la condannata non ha cambiato le proprie convinzioni religiose, ma attualmente il cristianesimo non è più da considerarsi ostile verso il regime socialista»16.

«Come quei muli dell’esercito…» Dopo il rilascio visse con la matrigna, vedova del padre. Non c’erano più i «lunedì della Rodina», ora chiunque poteva arrivare in qualunque momento e trovare compagnia, come ricorda Andrej: «Lì ho conosciuto un

sacco di persone, soprattutto quelle splendide donne con cui era stata in carcere, che ci conoscevano da anni grazie alle lettere e alle visite, mentre noi non sapevamo nulla di loro… Ha continuato ad accogliere gente, ci si metteva attorno al tavolo, si mangiava, si beveva, fumavamo e parlavamo – e così fino alla sua morte»17. Un giorno venne a sapere che il procuratore Karel Cˇízˇek, il «Vyšinskij cecoslovacco» che l’aveva condannata, era malato, e il suo primo pensiero fu di fargli visita per consolarlo e dirgli che non nutriva in sé odio. Nel 1968, durante la Primavera, fu membro del direttivo del Club 231, un’associazione che riuniva gli ex-detenuti condannati tra la fine degli anni ‘40 e l’inizio degli anni ‘60. L’anno successivo ottenne la riabilitazione, ma poi gliela tolsero e solo nel ‘75 fu riabilitata «parzialmente». Negli anni ‘70 riprese i contatti con la Chiesa «clandestina», fu tra i firmatari di Charta 77, e in quegli anni organizzò seminari clandestini per i giovani dove insegnava storia dell’arte e religione. Quando alcuni suoi conoscenti vollero dissuaderla dall’impegnarsi nel dissenso perché ormai settantenne, rispose: «Sono come quei muli dell’esercito, così malandati, ma che quando sentono il rullo dei tamburi si alzano di scatto e si mettono a tirare!». Ru˚zˇenka morì poco prima del Natale dell’82, e negli ultimi tempi fu colpita da afasia: «Stare zitti è un dono», diceva. Nel ‘92 il presidente Havel le ha conferito l’Ordine di Masaryk di Seconda Classe alla

16. «A differenza del rifiuto aperto del comunismo e della sua negazione sotto Pio XII, [il programma di lotta contro il comunismo] messo in atto da Giovanni XXIII negli ambiti della politica sociale e internazionale è considerato “positivo”. L’aggiornamento dell’ideologia sociale del cattolicesimo… cerca di eliminare i contrasti tra le ideologie religiosa e marxista anche se in parte disorienta le masse popolari non solo in Occidente, ma anche nei paesi socialisti… Il compito del controspionaggio cecoslovacco non è la liquidazione del dialogo come tale, ma l’allontanamento dei nemici dello Stato che vogliono sfruttare il dialogo… a vantaggio delle forze reazionarie» – Relazione del controspionaggio cecoslovacco all’incontro tra i rappresentanti dei servizi segreti dei paesi socialisti sulla politica vaticana, Budapest, luglio 1967, in K. Kaplan, Teˇzˇká cesta (Una via difficile), Brno 2001, pp. 149-153. 17. R. Vacková, Ticho s ozveˇnami, cit., p. 12.

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Ru˚žena Vacková negli anni ‘60.

memoria. Condivide così la più alta onorificenza nazionale dell’epoca post-comunista con l’amico «Pepánek», che di lei aveva scritto: «Il nostro popolo non abbonda di talenti e quando ci sono li tratta in modo infame; ancora nessuno ha capito quanto male sia

stato fatto a questa donna. Sì, fa parte delle grandi donne del nostro popolo, anche se pochi se ne rendono conto»18.

18. J. Zveˇrˇina [«Pepánek», come lo chiamava la Vacková], Zadluženy život, cit.

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