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«Buon compleanno, Ferdinand Vaneˇk!» Angelo Bonaguro In un ciclo di atti unici scritto da Havel e amici, un dissidente mite e taciturno mette in imbarazzo i concittadini abbagliati dall’ideologia. Onoriamo la memoria del drammaturgo recentemente scomparso presentando questo personaggio che, per certi versi, ne è l’alter ego.

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LLA METÀ DEGLI ANNI ‘70, il drammaturgo Václav Havel propose ad alcuni amici scrittori, come lui impossibilitati a pubblicare, di ritrovarsi per un fine settimana estivo nella sua casetta di campagna a Hrádecˇek, dove ciascuno poteva liberamente proporre agli altri i propri lavori. Nel ‘75 fu lo stesso padrone di casa a presentare ad amici e conoscenti l’atto unico L’udienza, ispirata alla sua esperienza lavorativa presso il birrificio «Krakonoš» di Trutnov1, situato a una decina di chilometri da Hrádecˇek, dove aveva passato nove mesi «a far rotolare barili di birra vuoti» ed era venuto a contatto con un ambiente umano particolare. Ne L’udienza il drammaturgo immaginò il dialogo tra lo «scrittore dissidente» Vaneˇk, operaio nel birrificio, e il suo superiore Sládek. Il testo fu scritto di getto in un paio di giorni,

quasi per gioco, eppure ebbe un successo inatteso e si diffuse oltre la cerchia del dissenso: «Diverse volte – ha raccontato Havel – mi è successo che persone a me del tutto sconosciute (per esempio in un ristorante, o qualche autostoppista raccolto per strada) non solo lo conoscevano, ma avevano fatto proprie alcune battute o le parafrasavano»2. L’opera in qualche modo aveva superato l’autore dando prova del proprio valore, e si era aperta la via «rivelando verità profonde sull’epoca». Sorpreso da questo risultato, il drammaturgo scrisse successivamente altri due atti unici aventi come protagonista lo stesso Ferdinand Vaneˇk: Vernissage e La protesta – quest’ultimo concepito come testo parallelo all’Attestato dell’amico Pavel Kohout, scritti cioè per essere messi in scena assieme.

1. L’esperienza di Trutnov fu richiamata, qualche anno dopo, anche nel saggio Il potere dei senza potere, tr. it. Bologna 1980, p. 56. 2. V. Havel, Do ru˚zných stran (A vari destinatari), Praga 1990, p. 302 ss.

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Havel operaio al birrificio di Trutnov. Nel riquadro, gli auguri a «Ferdinand Vaneˇk» con la foto di Havel usciti sul «Rudé právo» nell’ottobre 1989.


Il «ciclo di Vaneˇk» Il Vaneˇk haveliano è un tipo garbato, impacciato di fronte al direttore del birrificio, Sládek, che è invece incline al bere e preoccupato di adattarsi al meccanismo del potere totalitario. Sládek, dopo avergli espresso la propria stima, gli confessa di essere pressato dalle richieste provenienti dall’alto, dove esigono rapporti sul conto di quell’operaio scomodo, perciò gli propone una sorta di autodelazione: «Io non so assolutamente cosa cavolo raccontargli ogni settimana… E allora chi può sapere meglio di te quello che loro vogliono sapere?… Potresti decidere direttamente tu quello che devono sapere di te»3. Sládek gli promette in cambio un posto in magazzino a svolgere un lavoro d’ufficio4, ma il rifiuto di Vaneˇk («Io non posso denunciare me stesso») lo fa imbestialire e fa emergere ciò che realmente pensa dei personaggi del dissenso: «Tu scrivi le tue commedie, fai rotolare i barili e te ne puoi fregare di tutti! Si può sapere che ti manca? Se quelli hanno perfino paura di te!… Di me non s’interessa nessuno. Nessuno scrive dei rapporti su di me! Con me possono alzar la voce quanto vogliono!… Mi possono schiacciare come un verme se gli viene voglia!… Un principio gli sta più a cuore di un uomo! Siete tutti così voialtri… dell’intelligencija! Siete bravi a fare i bei discorsi, ma il fatto è che potere permettervelo perché a voi non può mai capitare niente, c’è sempre chi s’interessa di voi…! Voi restate a galla

anche quando affondate… E del resto vi rendono bene questi vostri princìpi, sapete venderli bene… Un giorno tu ritornerai fra le tue attrici, ti vanterai di aver rotolato barili di birra, farai l’eroe, ma io? Chi si accorgerà di me?». Havel tiene a sottolineare che Vaneˇk, pur rispecchiando alcuni suoi tratti personali, non è il suo alter ego, e rappresenta una sorta di «principio drammatico» che, senza fare grandi discorsi o azioni, con la sua stessa presenza in scena, con il fatto di essere quello che è, costringe l’ambiente in cui si muove a rivelare se stesso e a prendere posizione. Vaneˇk non fa proclami, è un profeta silenzioso, non vuole niente da nessuno, e tuttavia mette a nudo le reali intenzioni di coloro con cui viene a contatto. «Le mie opere degli anni ‘60 – ha chiarito Havel – cercavano di cogliere dei meccanismi sociali e la situazione dell’uomo in generale, schiacciato da questi meccanismi. Trattavano quindi delle “strutture” e delle persone al loro interno; non veniva presentato il tema dell’individuo emarginato dalle strutture, che ad esse tiene testa, cioè il tema del dissidente… Allora non avevo e non conoscevo l’“esperienza del dissidente”, almeno nella forma in cui l’ho acquisita negli anni ‘70. Quando poi sono stato espulso dalle strutture e mi sono trovato nella condizione di “dissidente”, ho naturalmente cominciato ad analizzarle e a esaminarle… È quindi nata la serie degli atti unici del ciclo di Vaneˇk che è

3. V. Havel, L’udienza, in Dissenso culturale e politico in Cecoslovacchia, Venezia 1977. 4. Vaneˇk, come il suo autore, dice di aver «frequentato quattro semestri alla facoltà di economia».

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infine sfociata in Largo desolato, dove si analizza che cosa succede quando la personificazione dell’ostinazione tocca il fondo»5. È il drammaturgo a tracciare i contorni della figura del dissidente che «complica la vita al mondo» nel già citato Potere dei senza potere: «Un uomo non diventa dissidente perché un bel giorno decide di intraprendere questa stravagante carriera, ma perché la responsabilità interiore combinata con tutto il complesso delle circostanze esterne finisce per inchiodarlo a questa posizione: viene espulso dalle strutture esistenti e messo in confronto con esse»6. Al contrario la vita del «borghese socialista», vittima e contemporaneamente ingranaggio del potere, «è percorsa da una rete di ipocrisie e di menzogne», alle quali «l’uomo non è obbligato a credere, ma che deve almeno sopportare in silenzio: non deve accettare la menzogna, basta che abbia accettato la vita con essa e in essa». È l’ambito in cui si svolge il secondo atto unico scritto da Havel nel ‘75: Vernissage. Qui Vaneˇk è invitato da Veˇra e Michal, una coppia che conduce una vita da «snob socialisti» ben de scritta dalla coraggiosa Lettera inviata dal drammaturgo al primo segretario del partito, Husák, nell’aprile dello stesso anno: «Davanti c’è la facciata enfatica dei grandi ideali umanistici, e dietro si nasconde la modesta casetta di un borghesuccio socialista! Da un lato gli slogan ampollosi

sull’inaudito sviluppo di tutte le libertà e di un’inaudita ricchezza strutturale della vita, dall’altro c’è l’inaudito grigiore e il vuoto di una vita ridotta alla ricerca affannosa dei beni… Una tale situazione può condurre solo alla perdita dell’orizzonte dell’assoluto, e alla crisi dell’identità umana»7. Tutto, nella modesta casetta della coppia perfetta (hanno «lo stesso senso dello humour», «lo stesso concetto di felicità, le stesse preferenze, gli stessi gusti, le stesse idee sulla famiglia», perfino «una perfetta intesa sul piano fisico»), è preparato per fare effetto sull’ospite, senza il quale piombano nel vuoto e nell’alienazione: «Cosa faremo senza di te?» esclama Veˇra prorompendo in un pianto isterico quando Vaneˇk, imbarazzato e scocciato, sta per tornarsene nel suo «cerchio magico». Essi cercano di indurre l’amico «a vivere in maniera ordinata, sana, ragionevole» in modo da «evadere dal cerchio magico» in cui si è chiuso e lo invitano persino a rivedere le sue abitudini di coppia, «così non avresti più motivo di trascinarti qua e là per le bettole con quei tuoi amichetti», ossia gli scrittori del dissenso con le loro «esistenze fallite». Nel 2010 Havel ha aggiunto una sorta di appendice a Vernissage, composta da un microatto intitolato Cinque zie. Vaneˇk è di nuovo ospite della coppia, Michal ha fatto carriera nel governo ma non ha perso il vezzo di consigliare al vecchio amico di uscire dal suo «individualismo» e dalla sua «rassegnazione», proponendogli di diventare «uno dei suoi nove vice» o di «piazzarlo in un’ambasciata» e di assumersi così finalmente «una qualche responsabilità politica».

5. V. Havel, Interrogatorio a distanza, Milano 1990, p. 82. Il protagonista di Largo desolato ha un altro nome, Leopold Koprˇiva; sulla questione, cfr. ibidem, pp. 79 ss., e la risposta del drammaturgo a «Perché Koprˇiva non si chiama Vaneˇk?» (Procˇ se Koprˇiva nejmenuje Vaneˇk?), in «Vokno» 8/1985, samizdat, s. p. 6. V. Havel, Il potere dei senza potere, cit., p. 56. 7. V. Havel, O lidskou identitu, cit., p. 28; cfr. tr. it. in Dell’entropia in politica, Bologna 1981.

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«L’udienza» in scena a Hrádecˇek e interpretata dallo stesso Havel (a destra), nel 1976.

Il dissidente che «rompe le regole del gioco» rappresenta una minaccia per il potere, perciò nel sistema post-totalitario la «vita nella verità» non ha solo una dimensione esistenziale, ma sociale e «politica» allo stesso tempo. Se la gente comune ha stima del coraggio civile del dissidente, allo stesso tempo considera questi un personaggio fastidioso, un rimprovero vivente per chi si è rassegnato al compromesso col regime e un po’ invidia coloro che hanno scelto di non vivere nella menzogna. È del ‘78 il terzo testo intitolato La protesta8, dove lo sceneggiatore «normalizzato» Staneˇk si rivolge a Vaneˇk chiedendogli di organizzare una petizione per il rilascio di un cantante underground da cui sua figlia aspetta un bambino. STANEˇK: «A me sembra che lei e i suoi amici vi siate assunti un compito addirittura sovrumano: portare in salvo i

resti della nostra coscienza morale attraverso la palude in cui oggi stiamo sprofondando! È sottile il filo che voi filate, eppure forse proprio a quel filo è appesa ogni speranza di un rinnovamento morale del nostro popolo». VANEˇ K: «Quella speranza è sempre viva in tutte le persone». Quando però il dissidente presenta al conoscente il testo della petizione che sta già girando, Staneˇk indugia: da un lato vorrebbe assumere lo stesso atteggiamento per cui stima Vaneˇk e aiutare in questo modo la figlia, dall’altro teme di perdere agi e comodità: STANEˇK: «Io appartengo pur sempre al numero di coloro che si sforzano in qualche modo di tenersi a galla… Ma non pensi che un uomo che ha ancora la fortuna – o la disgrazia – di venir tollerato dalle strutture del sistema, e

8. V. Havel, La firma, P. Kohout, L’attestato, Bologna 1980.

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che voglia tuttavia vivere in accordo con la propria coscienza, abbia la vita facile». Staneˇk avrebbe l’occasione di strapparsi «a questo mondo di scribacchini su commissione e di pseudocultura televisiva per rientrare in quello dell’arte non sottomessa», sa benissimo che, firmando, potrebbe «riconquistare il rispetto di se stesso», «la dignità e la libertà perdute», ma poi la paura vince, giustificata dal fatto di sentirsi vittima di ciò che interpreta come «cinico appello ai sentimenti umanitari»: STANEˇK: «Loro non hanno più tanta paura delle attività dei dissidenti quando quando rimangono all’interno della solita cerchia chiusa… Viceversa hanno ben più paura di ogni segno che indichi che le mura che circondano questo ghetto stanno per cedere… A cosa devo dare la precedenza: al senso di liberazione suscitato dentro di me dal gesto di firmare… oppure… all’eco più positiva che desterebbe quella protesta senza la mia firma»? Nel 2007, in occasione del trentesimo anniversario di Charta 77, Havel era tornato su alcune caratteristiche del rapporto tra dissenso e società civile che ritroviamo nella figura di Vaneˇk: «Non abbiamo mai rimproverato a nessuno di non aver firmato, anzi in alcuni casi abbiamo persuaso qualcuno a non farlo. Mai ci siamo ritenuti migliori degli altri, al contrario abbiamo avuto grande comprensione per il comportamento della maggioranza… Una delle caratteristiche della Charta fu proprio la sua apertura, la sua assenza di ideologizzazione»9. Non tutti erano passivamente asserviti al regime, nella maggioranza silenziosa si potevano scorgere

numerose sfumature, compresa quella «zona grigia» di sostegno quotidiano alla polis parallela del dissenso fatto di mille gesti concreti, come ha ricordato il senatore ed ex-chartista Pithart: «Ero preoccupato dal pensiero che ci ritenessimo “i migliori e i giusti”, che fosse uno sguardo dall’alto sul resto della società, un po’ elitario, di chi si riteneva nel giusto… La polizia fece di tutto per costruire un muro attorno a noi, per farci sentire in un ghetto, e spesso anche noi contribuivamo ad innalzare questo muro dall’interno… Desideravo che comunicassimo il più possibile con la gente “di là dal muro”, perché ero convinto che molti avessero dei motivi validi per non firmare, facevano cose altrettanto buone e utili che magari noi non potevamo fare»10.

Il «Vaneˇk» degli altri autori L’attestato è l’atto unico scritto da Pavel Kohout (1928). Entrato da giovane nel Partito comunista, Kohout lavorò come addetto culturale all’ambasciata cecoslovacca a Mosca e successivamente per la televisione. Dopo il ‘68 fu espulso dal Partito e dall’Unione degli scrittori, finendo sulla lista degli autori non graditi al regime. Fu uno dei fondatori di Charta 77, colui che ne scelse il nome. Nel ‘79, recatosi con la moglie in Austria per ricevere un premio, non gli fu permesso il rimpatrio e dovette chiedere la cittadinanza austriaca. Il Vaneˇk di Kohout compare in tre minicommedie di cui solo L’attestato fu scritto in patria (1978). Qui Vaneˇk si viene a trovare in una situazione tragicomica: il suo cane, pur essendo di una razza particolare, non può ricevere un certificato perché il pa-

9. In «La Nuova Europa» n. 3/ 2007, p. 75. 10. Ibidem, p. 63.

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IL «NOSTRO PRESIDENTE» • A.B.

Václav Havel (1936-2011)

on era più presente nella vita politica del paese ormai da dieci anni, ma per l’opinione pubblica ceca resta il presidente Havel. La notizia della sua morte, avvenuta il 18 dicembre scorso a Hrádecˇek, dove amava risiedere, circondato dalle suore borromee che con la moglie lo accudivano, ha distolto la popolazione dalla frenesia degli acquisti natalizi. Il mondo politico, per un attimo, dopo le turbolente vicende dei mesi precedenti si è zittito per esprimere cordoglio e rispetto. Poi c’è stato lo spettacolo della gente comune, e qui è scattato qualcosa di inaspettato per lo stile sobrio di questo paese: già domenica, migliaia di semplici cittadini di ogni età hanno acceso lumini e deposto fiori nei luoghi «storici» delle manifestazioni dell’89. Anche nei giorni successivi, nelle principali località del paese, è stato un susseguirsi di gesti commemorativi spontanei, fino ai funerali di venerdì. A mezzogiorno tutto il paese s’è fermato a rendere omaggio al presidente, presenti le autorità laiche e religiose e molti rappresentanti politici stranieri, con qualche deprecabile assenza (d’altra parte, chi plaudiva ai tank sovietici nel ‘56 e all’espulsione di Solženicyn dall’URSS nel ‘74, coerentemente, ha preferito non esserci). Gli unici a fare un po’ di chiasso festoso in quei giorni sono stati alcuni bimbi che giocavano con le candeline, sotto la statua di Masaryk davanti al Castello. Il vescovo ausiliare di Praga ed ex-chartista Václav Malý ha paragonato l’amico scomparso a Giuda Maccabeo che, durante l’oppressione del popolo ebraico, seppe rafforzare il coraggio di pochi seguaci. «La storia – ha aggiunto – è determinata non solo da coloro che stanno ai vertici della vita sociale e politica, ma è orientata e decisa anche da coloro che non hanno potere ma sono persone di convinzioni ferme che cercano di vivere nella verità, e si attengono allo slogan di Solženicyn “vivere senza menzogna”». Tomáš Halík, figura di spicco della Chiesa boema, ha ricordato il realismo con cui Havel presentò la situazione del paese durante il suo primo discorso di capodanno del 1990: « “La nostra terra non è florida”, constatò subito nel suo primo discorso ufficiale… La speranza di uno statista responsabile si distingue dall’ottimismo a buon mercato dei populisti proprio dal coraggio di dire la verità, sia pure amara… Havel ha portato in politica un linguaggio nuovo, non triviale, e così facendo ha ridestato anche l’interesse della società… Ora Havel ha lasciato la scena di questo mondo e il labirinto della storia umana per calcare le scene dell’eternità, dove non vi sono né applausi né fischi. Là l’uomo sta solo davanti al Giudice che è allo stesso tempo più giusto e più misericordioso di qualsiasi giudice e tribunale umano… Il vangelo dice che l’uomo sarà giudicato per la sua fede, non per le sue opinioni o convinzioni religiose, dunque per la fede che si deduce dalle azioni, come leggiamo nel Nuovo Testamento. E anche nella vita di molti che sono poco avvezzi alle panche delle chiese e non si definiscono credenti, è presente quella caratteristica che Dio apprezza particolarmente: la vita nella verità».

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Benedetto XVI nel telegramma di cordoglio ha sottolineato il coraggio di Havel nel difendere i diritti umani «quando erano sistematicamente negati alla popolazione», e ne ha apprezzato la «guida ispirata nel forgiare una nuova politica democratica». Durante la sua visita nel 2009, il papa aveva ripreso spesso il binomio verità-libertà richiamandosi ai testi del drammaturgo. Oltre al ricordo degli amici del dissenso, val la pena ricordare l’iniziativa del centro Memorial di Mosca, dove si è svolta una serata alla presenza di varie personalità del mondo della cultura, quali K. Eggert, L. Alekseeva, A. Roginskij, N. Gorbanevskaja. In una sala affollata si sono alternate testimonianze a brani dal teatro e dai saggi di Havel, dai quali i relatori hanno ripreso parole straordinariamente attuali per la situazione russa, come il pericolo dell’indifferenza e dell’apatia. Anche in questa occasione, com’era accaduto qualche giorno prima durante una trasmissione a Radio Svoboda, qualcuno ha biasimato il silenzio dei rappresentanti del Cremlino.

Dall’omelia dell’arcivescovo Duka al funerale, 23.12.2011 «Quando ascolto le tue parole: “La verità e l’amore devono vincere sulla menzogna e sull’odio” – mi è chiaro che non sei un agnostico, come a volte è parso e molti continueranno a credere. La verità e l’amore erano i desideri del tuo cuore. Tu ci hai creduto e hai continuato a crederci nonostante tutto ciò che avveniva attorno a te. Questo ti ha dato coraggio e fiducia nel futuro. Nella tua profonda convinzione sta tutto il segreto del tuo coraggio e della tua tenacia. E in questo scorgo la cosa più preziosa che hai fatto per noi. Nella nazione infiacchita hai ridestato la speranza, e così facendo l’hai anche unita. Non a caso negli ultimi giorni della tua vita dicevi che non dobbiamo temere né gli anni a venire né la crisi, se saremo uniti. Abbiamo vissuto assieme una serie di momenti, e oggi alcuni mi ritornano con forza alla memoria. In carcere giocavamo a scacchi. Fu tua la bell’idea di usare questo spazio autorizzato come un momento adatto perché io potessi celebrare la messa di nascosto… L’apparente casualità, che tu hai letto subito come un segno, ha voluto che tu fossi eletto sotto la protezione di sant’Agnese, e oggi da qui te ne vai nell’anno dedicato alla sua memoria. Non è neppure un caso che, ormai sfinito, ci hai fatto avere per il 17 novembre un messaggio in cui scrivevi: “Cara Agnese, grazie per aver alzato la Tua mano a proteggerci il 25 novembre 1989. Per favore, continua a tenerla pronta, forse ne avremo ancora bisogno"…Che Agnese conduca te – così disponibile e solidale con tutti coloro che subivano l’ingiustizia – nel regno della Verità e dell’Amore, dove regna Colui che è – come mi dicesti durante il nostro ultimo incontro. E del quale tu negli ultimi attimi della tua vita mortale hai parlato come del Dio vero. Che ci custodisca dalla menzogna e dall’odio e conduca la storia sulla via della pace».


drone è «quel» Ferdinand Vaneˇk, uno dei «nemici del nostro regime» e non conta nulla se, come replica l’intenditore ingegner Cˇech, «mica mandiamo il signor Vaneˇk a far razza, e del resto mi pare difficile che i suoi cuccioli gli firmino la Charta 77… I cuccioli toccheranno soprattutto ai lavoratori»: per la Direttrice «il fatto che si tratta solo di un cane non significa che cessino di essere validi i punti di vista di classe»11. Nel Pantano (1979), scritto durante l’esilio austriaco, gli spettatori vengono a conoscenza dei metodi con cui si svolgevano gli interrogatori dei detenuti «politici»: l’alternarsi di giudici istruttori che utilizzano varie modalità per fiaccare, confondere e strappare all’inquisito informazioni e – in questo caso – trasformarlo in delatore. Il terzo atto unico, Safari (1985), è stato scritto, come ha spiegato Kohout, «dopo la permanenza di Havel in carcere, come reazione alla scandalosa ingenuità di molti intellettuali occidentali». È un testo che presenta l’incomunicabilità e l’incomprensione di fondo tra il mondo del dissenso e l’opinione pubblica occidentale. Nel suo «safari» di esiliato dalla Cecoslovacchia, Vaneˇk viene invitato a una tavola rotonda della tv austriaca assieme a personaggi caratteristici dell’intelligencija occidentale priva di esperienza diretta del socialismo. C’è il giornalista in cerca di sensazionalismi, il drammaturgo di sinistra che parla dei suoi successi a Mosca e rinfaccia a Vaneˇk di essersi cercato l’espulsione: com’è possibile che uno scrittore distrugga la propria carriera immischiandosi in faccende politiche? C’è poi il critico letterario che mette in guardia dall’elogio del dissenso poiché in questo modo gli si assegnerebbe il monopolio «sull’etica e sulla verità» e chissà mai che potrebbe «incrinare

l’equilibrio pacifico dei due blocchi», come ha osservato Havel nell’anniversario del 2007 parlando proprio della diffidenza dell’Occidente. L’assurdità della situazione raggiunge il culmine nel momento in cui gli ospiti sono più interessati a dibattere sulla politica internazionale americana che non a quanto succede nel paese confinante. Anche le domande del pubblico tradiscono l’ignoranza della situazione oltrecortina: gli spettatori chiedono a Vaneˇk notizie sulle birrerie più famose, o su come preparare gli gnocchetti di verdura… Lasciato lo studio televisivo, Vaneˇk si butta nel Danubio e nuota verso la Cecoslovacchia, dove viene arrestato per spionaggio ma dove almeno si sente a casa. Tra gli autori del «ciclo di Vaneˇk» va ricordato anche Pavel Landovský (1936), attore e drammaturgo, caduto in disgrazia negli anni ‘70. Landovský fu tra gli ideatori di Charta 77 ma successivamente, vessato dalla polizia, accettò un’offerta di lavoro presso il Burgtheater di Vienna, dove si trasferì e si stabilì. Al ciclo di Vaneˇk ha contribuito con Notte d’ospedale (1976) e L’arresto (1982). Nel primo testo il personaggio Vaneˇk entra solo di sfuggita, a raccogliere firme, come personaggio-simbolo, quasi una citazione dagli atti unici di Havel. Il resto della pièce è dedicato alla doppia vita dei comuni cittadini (in questo caso rappresentata dal personale di un albergo) che di giorno «costruiscono il socialismo», ma dopo il turno di lavoro si trovano a sbevazzare e a dirne di cotte e di crude contro il regime. La loro vita si incrocia con quella di un ministro che viene colpito da infarto mentre è in compagnia dell’amante nei piani alti dell’albergo, e che viene soccorso da un medico caduto in disgrazia e costretto a fare il fuochista nello stesso albergo.

11. V. Havel, La firma, P. Kohout, L’attestato, cit.

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Anche Landovský con L’arresto ha voluto rendere omaggio all’amico Havel appena uscito dal carcere. Qui allo spettatore è presentata una giornata del detenuto Vaneˇk, la cui posizione personale viene messa a confronto con quella di altri compagni di cella rappresentanti del variegato mondo penitenziario. Fra di loro il tipografo Pejchl, condannato per aver saccheggiato la proprietà socialista, che nonostante tutto non ha perso la fede nel socialismo (ricorda i «benpensanti» dell’Arcipelago di Solženicyn) e, nella gerarchia carceraria, sta all’infimo posto perché tutti lo sospettano di fare il delatore. Con Vaneˇk non intende discutere, ma anche in questo caso la presenza del dissidente smaschera la pusillanimità dell’interlocutore: VANEˇK: «D’accordo, ma mi conceda una domanda!… Lei vuol farsi trasferire perché ha paura che, stando in cella con me, si possa danneggiare la rivoluzione mondiale… oppure teme di passare qualche guaio solo perché è qui con me?»12. L’ultimo scrittore ad aver contribuito alla figura di Vaneˇk è Jirˇí Dientsbier (1937-2011), il quale fu giornalista e saggista durante l’epoca comunista, e ministro degli esteri dopo l’89. Espulso dall’Unione dei giornalisti nel ‘69, sottoscrisse Charta 77 e ne fu varie volte portavoce. Nel ‘79 scontò come Havel tre anni di carcere per il suo impegno in favore dei diritti umani e civili. Nell’83 prese parte alla saga di Vaneˇk con Ufficio matricola, da un’idea venutagli durante la comune permanenza in carcere. Ritroviamo qui nuovamente le due figure di Vaneˇk e Sládek, stavolta però il dialogo non si svolge più in un birrificio ma presso l’ufficio matricola del carcere, dove il nostro eroe cercherà di sfruttare le

occasioni della burocrazia per migliorare la sua situazione carceraria, senza però cedere alle profferte che potrebbero mettere a repentaglio la vita di amici e conoscenti.

Auguri, Ferdinand! Il 7 ottobre 1989, su «Haló sobota», la rubrica del «Rudé právo» che usciva al sabato con cruciverba, quiz e curiosità, si poté leggere nella pagina delle inserzioni il seguente annuncio: «Il 5 ottobre ha festeggiato il compleanno Ferdinand Vaneˇk, di Malý Hrádek13. Amici e collaboratori gli esprimono gratitudine per il duro lavoro che svolge da una vita intera, e gli augurano salute e ulteriori successi lavorativi negli anni a venire». L’annuncio era accompagnato dalla foto di Havel, nato appunto il 5 ottobre 1936. I solerti censori del grigio quotidiano comunista si erano lasciati scappare quella che era apparsa ai loro occhi come un’innocente inserzione e che suscitò un’incontenibile ilarità sia nella comunità del dissenso, sia in quella parte della società civile attenta a quanto accadeva nell’underground culturale, e che ben sapeva che «Ferdinand Vaneˇk» era l’eroe mansueto – in questo tipicamente boemo – di quelle pièces teatrali che formano un unicum della letteratura ceca del dissenso.

12. P. Landovský, Arest (L’arresto), in V hlavní roli Ferdinand Vaneˇk (Protagonista F. Vaneˇk), Praga 2006, p. 293. 13. Lett. «castellino», riferimento alla località di Hrádecˇek («castelluccio») dove Havel aveva la casetta.

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Havel: Ferdinand Vanek  
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