Page 1

EDITORIALE DI FEDERICO EICHBERG

Presidente

Gianfranco FINI

www. f aref u t u rofondazione.it

iran, quo vadis

Farefuturo è una fondazione di cultura politica, studi e analisi sociali che si pone l’obiettivo di promuovere la cultura delle libertà e dei valori dell’Occidente e far emergere una nuova classe dirigente adeguata a governare le sfide della modernità e della globalizzazione. Essa intende accrescere la consapevolezza del patrimonio comune, di cultura, arte, storia e ambiente, con una visione dinamica dell’identità nazionale, dello sviluppo sostenibile e dei nuovi diritti civili, sociali e ambientali e, in tal senso, sviluppare la cultura della responsabilità e del merito a ogni livello. Farefuturo si propone di fornire strumenti e analisi culturali alle forze del centrodestra italiano in una logica bipolare al fine di rafforzare la democrazia dell’alternanza, nel quadro di una visione europea, mediterranea e occidentale. Essa intende operare in sinergia con le altre analoghe fondazioni internazionali, per rafforzare la comune idea d’Europa, contribuire al suo processo di integrazione, affermare una nuova e vitale visione dell’Occidente. La Fondazione opera in Roma, Palazzo Serlupi Crescenzi, via del Seminario 113. Èun’organizzazione aperta al contributo di tutti e si avvale dell’opera tecnico-scientifica edell’esperienza sociale e professionale del Comitato promotore e del Comitato scientifico. Il Comitato dei benemeriti e l’Albo dei sostenitori sono composti da coloro che ne finanziano l’attività con donazioni private.

fini@farefuturofondazione.it

Segretario generale

Adolfo URSO

urso@farefuturofondazione.it

Pierluigi SCIBETTA

scibetta@farefuturofondazione.it

Consiglio di fondazione

Direttore scientifico Alessandro CAMPI

Direttore Mario CIAMPI

campi@farefuturofondazione.it

ciampi@farefuturofondazione.it

Direttore editoriale Angelo MELLONE mellone@farefuturofondazione.it

Nuova serie Anno III - Numero 16 - maggio/giugno 2009

Alessandro CAMPI, Rosario CANCILA, Mario CIAMPI, Emilio CREMONA, Ferruccio FERRANTI, Gianfranco FINI, Giancarlo LANNA, Vittorio MASSONE, Angelo MELLONE, Daniela MEMMO D’AMELIO, Giancarlo ONGIS, Pietro PICCINETTI, Pierluigi SCIBETTA, Adolfo URSO

Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento postale –70% - DCB Bologna

Segretario amministrativo

Armeni Bignardi Bonino Castellaneta Craxi Della Vedova Eichberg Forbice Macrì Margelletti Martino Nirenstein Pedde Sbai Saltamartini Shahrzad Tamaro

IRAN,

QUO VADIS Bimestrale della Fondazione Farefuturo Nuova serie anno III - n. 16 - maggio/giugno 2009 - Euro 12 Direttore Adolfo Urso

L’Iran oltre l’emozione L’Iran oltre l’emozione. L’emozione che conduce al rifiuto davanti a un leader che minaccia l’esistenza di Israele. L’emozione – opposta – suscitata dalla millenaria civiltà e dalla alterità persiana. Al di là di reticenze e fascino, Teheran costituisce oggi una chiave per risolvere gli assetti geopolitici presenti e futuri della regione. La pressione che svolge su Israele, attraverso Hezbollah, la destabilizzazione del Libano ed in parte dell’Iraq, una crescente penetrazione di segmenti di Hamas, hanno contribuito a creare condizioni estremamente ardue nel Vicino Oriente. I rapporti tesi con tutte le realtà del Golfo Persico, alimentati dalla rivalità tra due concezioni estreme dell’Islam, quella sciita, di Teheran, e quella wahabita, di Riad. Questo, insieme alle ambigue connessioni con la Russia, crea una costante tensione sui mercati degli idrocarburi. Il ruolo svolto nel contesto iracheno è fondamentale, rilevante è quello esercitato sugli sciiti dell’Afghanistan. La minaccia del nucleare permane come l’incognita capace di modificare gli assetti di sicurezza faticosamente raggiunti nel post guerra fredda. Al suo interno, il paese rispecchia tale complessità; è multietnico e attraversato da tensioni; è giovane, con grandi masse da una parte sempre più distaccate dagli apparati politici (soprattutto nei grandi centri urbani), dall’altra oggetto di propaganda (nelle campagne, fondamento dell’ascesa di AhTeheran rappresenta madinejad). Soffre una grave crisi economica che si traduce in dilagante disoccuuna chiave per risolvere pazione e tassi inflazionistici accelerati; rigli assetti geopolitici sulta crescentemente militarizzato, con dell’intera regione una forte compenetrazione degli apparati dei Guardiani della Rivoluzione (i Pasdaran) in quasi tutti i contesti della vita politica e civile. La leadership iraniana è complessa: un gioco di poteri e contropoteri costituiti in modo da assicurare al regime teocratico completo controllo, pur lasciando margini di dissenso all’interno delle varie interpretazioni della Rivoluzione. Margini in cui si muovono le tre grandi componenti politico-culturali del paese, progressista, liberale e conservatrice. Le forze progressiste e quelle liberali vengono anch’esse da un percorso culturale islamico, ma si differenziano da quelle conservatrici per il diverso rapporto esistente con la rivoluzione iraniana. Quest'ultimo blocco, vera spina dorsale del regime, è in gran parte egemonizzato dai Pasdaran e dagli islamici ortodossi. Oggi l’Iran va alle urne. Il trend degli ultimi anni indica una crescente radicalizzazione. Una nuova generazione, allevata spesso all’ombra delle Guardie Rivoluzionarie, sembra affermarsi. Tuttavia, il fine ultimo del regime sciita è l’autoconservazione e se tale radicalizzazione dovesse portare alla prossimità di uno scontro “fatale” con l’occidente, potrebbero esserci degli “aggiustamenti”.


SOMMARIO

APPUNTAMENTI

NUOVA SERIE ANNO III - NUMERO 16 - MAGGIO/GIUGNO 2009

A CURA DI BRUNO TIOZZO www.farefuturofondazione.it

Iran, quo vadis

ROMA

Il parlamentarismo tra Italia e Germania Venerdì 19 giugno La fondazione Farefuturo e la Konrad Adenauer

L’Iran oltre l’emozione FEDERICO EICHBERG

I tesori sconosciuti dell’antica Persia - 122 ROSSELLA FABIANI

Stiftung organizzano il convegno di studi sul tema

WASHINGTON

PARIGI

Addressing Systemic Risk. Convegno dell’American Enterprise Institute sul piano anticrisi presentato dal segretario del Tesoro, Timothy Geithner. Interviene l’ex governatore della Federal reserve, Alan Greenspan. Mercoledì 3 giugno

La laïcité française à l'épreuve des faits. Seminario della Fondation pour l’innovation politique sulla laicità francese. Martedì 9 giugno

“Il futuro del Parlamentarismo in Italia e in Germania” presso la sede del Cnel a Roma, sala del

Una strana rivoluzione - 2 NICOLA PEDDE

Il mancato realismo del cinema iraniano - 137 DIEGO NADAL

STRUMENTI

Europa e Italia non lascino soli gli Stati Uniti - 26 INTERVISTA A STEFANIA CRAXI di BARBARA MENNITTI

Rapporto 2009 dell’Aiea sul nucleare iraniano - 144

MINUTA

Come Khomeini fece la rivoluzione - 55 RODOLFO BASTIANELLI Luci e ombre di un’economia - 66 CESARE BERTOS Le buone relazioni fanno bene agli affari - 76 INTERVISTA A IGNAZIO MONCADA di MARIA ELENA GIULIANI Le sfide di un sistema basato sul petrolio - 81 IVANO GIOIA Il volto feroce dell’Iran - 88 ALDO FORBICE La forza inarrestabile delle donne libererà l’Iran dai Mullah - 98 INTERVISTA A SHOLEH SHAHRZAD di DOMENICO NASO

La recomposition d'un mouvement communiste dans l'Ue. Seminario della Fondation pour l’innovation politique con lo storico Stéphane Courtois, autore del “Libro nero del comunismo”. Mercoledì 3 giugno

presidente del Bundestag.

ROMA

L’Occidente ha fatto la sua parte, ora tocca all’Iran - 30 INTERVISTA A GIANNI CASTELLANETA di PIETRO URSO

Quando lo Stato è nelle mani di Dio - 44 GIANFRANCO MACRÌ

PARIGI

franco Fini, presidente della Camera dei deputati e della Fondazione Farefuturo, e di Norbert Lammert,

Dal muro contro muro alla mano tesa - 14 ANDREA MARGELLETTI

Difendere Israele per difendere la libertà - 38 FIAMMA NIRENSTEIN

Parlamentino. Sono previste le relazioni di Gian-

Fare Italia nel mondo Mercoledì 1 luglio

BERLINO

Thatcherismo

Presentazione del secondo rapposto sul ruolo dell’Italia nelle nuove relazioni internazionali

Storia di una rivoluzione liberale - 150 ANTONIO MARTINO

nel settore dello sviluppo economico, della politica e della sicurezza.

All’Italia serve una Lady di ferro - 159 BENEDETTO DELLA VEDOVA

Politiche culturali Sarkozy celebra la grandeur - 166 GIUSEPPE MANCINI

FRASCATI

Energia

Summer school Immaginario e politica

Nucleare o rinnovabili? Le incognite dell’energia che verrà - 174 EMANUELA MELCHIORRE

11-13 Luglio A Villa Tuscolana, prestigiosa residenza ai castelli romani, si terrà la prima summer school organizzata dalla fondazione Farefuturo dedicata ai giovani under 35.

No al relativismo quando è in gioco la libertà delle donne - 106 RITANNA ARMENI, DARIA BIGNARDI, EMMA BONINO, BARBARA SALTAMARTINI, SOUAD SBAI, SUSANNA TAMARO

Die Welt in der Krise: welche Zukunft hat die Soziale Marktwirtschaft? La Konrad Adenauer Stiftung si interroga sul futuro dell’economia sociale di mercato con un intervento di Hildegard Müller, presidente dell’Autorità federale dell'energia e della gestione delle acque. Lunedì 8 giugno

Caporedattore responsabile Barbara Mennitti mennitti@chartaminuta.it

ASPEN The Financial Crisis: Failure of Capitalism or Failure of Government Policy? Seminario congiunto dell’Aspen Institute e l’American Enterprise Institute sulla crisi economica mondiale. Giovedì 18 giugno

BERLINO "Was nun Amerika?" 150 Tage Obama: Wahlversprechen - Die Realität und Perspektiven. Seminario di studio della Konrad Adenauer Stiftung dedicato ai primi 150 giorni di presidenza di Barack Obama. Giovedì 18 giugno

SCHLOSS WENDGRÄBEN Die Geschichte der Cdu. Corso di formazione della Konrad Adenauer Stiftung sulla storia della Cdu tedesca a 60 anni dalla sua fondazione. Sabato 20 – domenica 21 giugno

WASHINGTON Unintended Consequences and Intended Non-Consequences. Christopher De Muth, già presidente dell’American Enterprise Institute, interviene presso lo stesso sull’interventismo pubblico della nuova amministrazione Usa. Lunedì 8 giugno

Direttore Adolfo Urso urso@farefuturofondazione.it

Collaboratori di redazione: Roberto Alfatti Appetiti, Alessandro Cipolla, Rosalinda Cappello, Diletta Cherra, Michele De Feudis, Valeria Falcone, Silvia Grassi, Cecilia Moretti, Domenico Naso, Giuseppe Proia, Adriano Scianca, Pietro Urso. Direzione e redazione Via del Seminario, 113 - 00186 Roma Tel. 06/97996400 - Fax 06/97996430 E-mail: redazione@chartaminuta.it direttorecharta@gmail.com

Segreteria di redazione redazione@chartaminuta.it Progetto grafico Elise srl www.elisegroup.tv Editrice Charta s.r.l. Abbonamento annuale € 60, sostenitore da € 200

Versamento su c.c. bancario , Iban IT57R0101003201000027009725 intestato a Editrice Charta s.r.l. C.c. postale n. 73270258 Registrazione Tribunale di Roma N. 419/06

Amministratore unico Gianmaria Sparma

BERLINO Internationale Konferenz für Politische Kommunikation: Innovationen und Trends in den Usa und Europa. Conferenza internazionale della Konrad Adenauer Stiftung sulle tendenze nella comunicazione politica in Europa e negli Stati Uniti. Intervengono consulenti di Nicolas Sarkozy e di Barack Obama. Domenica 21 – lunedì 22 giugno

Segreteria amministrativa Silvia Rossi Tipografia Renografica s.r.l. - Bologna Ufficio abbonamenti Domenico Sacco

www.chartaminuta.it


SOMMARIO

APPUNTAMENTI

NUOVA SERIE ANNO III - NUMERO 16 - MAGGIO/GIUGNO 2009

A CURA DI BRUNO TIOZZO www.farefuturofondazione.it

Iran, quo vadis

ROMA

Il parlamentarismo tra Italia e Germania Venerdì 19 giugno La fondazione Farefuturo e la Konrad Adenauer

L’Iran oltre l’emozione FEDERICO EICHBERG

I tesori sconosciuti dell’antica Persia - 122 ROSSELLA FABIANI

Stiftung organizzano il convegno di studi sul tema

WASHINGTON

PARIGI

Addressing Systemic Risk. Convegno dell’American Enterprise Institute sul piano anticrisi presentato dal segretario del Tesoro, Timothy Geithner. Interviene l’ex governatore della Federal reserve, Alan Greenspan. Mercoledì 3 giugno

La laïcité française à l'épreuve des faits. Seminario della Fondation pour l’innovation politique sulla laicità francese. Martedì 9 giugno

“Il futuro del Parlamentarismo in Italia e in Germania” presso la sede del Cnel a Roma, sala del

Una strana rivoluzione - 2 NICOLA PEDDE

Il mancato realismo del cinema iraniano - 137 DIEGO NADAL

STRUMENTI

Europa e Italia non lascino soli gli Stati Uniti - 26 INTERVISTA A STEFANIA CRAXI di BARBARA MENNITTI

Rapporto 2009 dell’Aiea sul nucleare iraniano - 144

MINUTA

Come Khomeini fece la rivoluzione - 55 RODOLFO BASTIANELLI Luci e ombre di un’economia - 66 CESARE BERTOS Le buone relazioni fanno bene agli affari - 76 INTERVISTA A IGNAZIO MONCADA di MARIA ELENA GIULIANI Le sfide di un sistema basato sul petrolio - 81 IVANO GIOIA Il volto feroce dell’Iran - 88 ALDO FORBICE La forza inarrestabile delle donne libererà l’Iran dai Mullah - 98 INTERVISTA A SHOLEH SHAHRZAD di DOMENICO NASO

La recomposition d'un mouvement communiste dans l'Ue. Seminario della Fondation pour l’innovation politique con lo storico Stéphane Courtois, autore del “Libro nero del comunismo”. Mercoledì 3 giugno

presidente del Bundestag.

ROMA

L’Occidente ha fatto la sua parte, ora tocca all’Iran - 30 INTERVISTA A GIANNI CASTELLANETA di PIETRO URSO

Quando lo Stato è nelle mani di Dio - 44 GIANFRANCO MACRÌ

PARIGI

franco Fini, presidente della Camera dei deputati e della Fondazione Farefuturo, e di Norbert Lammert,

Dal muro contro muro alla mano tesa - 14 ANDREA MARGELLETTI

Difendere Israele per difendere la libertà - 38 FIAMMA NIRENSTEIN

Parlamentino. Sono previste le relazioni di Gian-

Fare Italia nel mondo Mercoledì 1 luglio

BERLINO

Thatcherismo

Presentazione del secondo rapposto sul ruolo dell’Italia nelle nuove relazioni internazionali

Storia di una rivoluzione liberale - 150 ANTONIO MARTINO

nel settore dello sviluppo economico, della politica e della sicurezza.

All’Italia serve una Lady di ferro - 159 BENEDETTO DELLA VEDOVA

Politiche culturali Sarkozy celebra la grandeur - 166 GIUSEPPE MANCINI

FRASCATI

Energia

Summer school Immaginario e politica

Nucleare o rinnovabili? Le incognite dell’energia che verrà - 174 EMANUELA MELCHIORRE

11-13 Luglio A Villa Tuscolana, prestigiosa residenza ai castelli romani, si terrà la prima summer school organizzata dalla fondazione Farefuturo dedicata ai giovani under 35.

No al relativismo quando è in gioco la libertà delle donne - 106 RITANNA ARMENI, DARIA BIGNARDI, EMMA BONINO, BARBARA SALTAMARTINI, SOUAD SBAI, SUSANNA TAMARO

Die Welt in der Krise: welche Zukunft hat die Soziale Marktwirtschaft? La Konrad Adenauer Stiftung si interroga sul futuro dell’economia sociale di mercato con un intervento di Hildegard Müller, presidente dell’Autorità federale dell'energia e della gestione delle acque. Lunedì 8 giugno

Caporedattore responsabile Barbara Mennitti mennitti@chartaminuta.it

ASPEN The Financial Crisis: Failure of Capitalism or Failure of Government Policy? Seminario congiunto dell’Aspen Institute e l’American Enterprise Institute sulla crisi economica mondiale. Giovedì 18 giugno

BERLINO "Was nun Amerika?" 150 Tage Obama: Wahlversprechen - Die Realität und Perspektiven. Seminario di studio della Konrad Adenauer Stiftung dedicato ai primi 150 giorni di presidenza di Barack Obama. Giovedì 18 giugno

SCHLOSS WENDGRÄBEN Die Geschichte der Cdu. Corso di formazione della Konrad Adenauer Stiftung sulla storia della Cdu tedesca a 60 anni dalla sua fondazione. Sabato 20 – domenica 21 giugno

WASHINGTON Unintended Consequences and Intended Non-Consequences. Christopher De Muth, già presidente dell’American Enterprise Institute, interviene presso lo stesso sull’interventismo pubblico della nuova amministrazione Usa. Lunedì 8 giugno

Direttore Adolfo Urso urso@farefuturofondazione.it

Collaboratori di redazione: Roberto Alfatti Appetiti, Alessandro Cipolla, Rosalinda Cappello, Diletta Cherra, Michele De Feudis, Valeria Falcone, Silvia Grassi, Cecilia Moretti, Domenico Naso, Giuseppe Proia, Adriano Scianca, Pietro Urso. Direzione e redazione Via del Seminario, 113 - 00186 Roma Tel. 06/97996400 - Fax 06/97996430 E-mail: redazione@chartaminuta.it direttorecharta@gmail.com

Segreteria di redazione redazione@chartaminuta.it Progetto grafico Elise srl www.elisegroup.tv Editrice Charta s.r.l. Abbonamento annuale € 60, sostenitore da € 200

Versamento su c.c. bancario , Iban IT57R0101003201000027009725 intestato a Editrice Charta s.r.l. C.c. postale n. 73270258 Registrazione Tribunale di Roma N. 419/06

Amministratore unico Gianmaria Sparma

BERLINO Internationale Konferenz für Politische Kommunikation: Innovationen und Trends in den Usa und Europa. Conferenza internazionale della Konrad Adenauer Stiftung sulle tendenze nella comunicazione politica in Europa e negli Stati Uniti. Intervengono consulenti di Nicolas Sarkozy e di Barack Obama. Domenica 21 – lunedì 22 giugno

Segreteria amministrativa Silvia Rossi Tipografia Renografica s.r.l. - Bologna Ufficio abbonamenti Domenico Sacco

www.chartaminuta.it


EDITORIALE DI FEDERICO EICHBERG

Presidente

Gianfranco FINI

www. f aref u t u rofondazione.it

iran, quo vadis

Farefuturo è una fondazione di cultura politica, studi e analisi sociali che si pone l’obiettivo di promuovere la cultura delle libertà e dei valori dell’Occidente e far emergere una nuova classe dirigente adeguata a governare le sfide della modernità e della globalizzazione. Essa intende accrescere la consapevolezza del patrimonio comune, di cultura, arte, storia e ambiente, con una visione dinamica dell’identità nazionale, dello sviluppo sostenibile e dei nuovi diritti civili, sociali e ambientali e, in tal senso, sviluppare la cultura della responsabilità e del merito a ogni livello. Farefuturo si propone di fornire strumenti e analisi culturali alle forze del centrodestra italiano in una logica bipolare al fine di rafforzare la democrazia dell’alternanza, nel quadro di una visione europea, mediterranea e occidentale. Essa intende operare in sinergia con le altre analoghe fondazioni internazionali, per rafforzare la comune idea d’Europa, contribuire al suo processo di integrazione, affermare una nuova e vitale visione dell’Occidente. La Fondazione opera in Roma, Palazzo Serlupi Crescenzi, via del Seminario 113. Èun’organizzazione aperta al contributo di tutti e si avvale dell’opera tecnico-scientifica edell’esperienza sociale e professionale del Comitato promotore e del Comitato scientifico. Il Comitato dei benemeriti e l’Albo dei sostenitori sono composti da coloro che ne finanziano l’attività con donazioni private.

fini@farefuturofondazione.it

Segretario generale

Adolfo URSO

urso@farefuturofondazione.it

Pierluigi SCIBETTA

scibetta@farefuturofondazione.it

Consiglio di fondazione

Direttore scientifico Alessandro CAMPI

Direttore Mario CIAMPI

campi@farefuturofondazione.it

ciampi@farefuturofondazione.it

Direttore editoriale Angelo MELLONE mellone@farefuturofondazione.it

Nuova serie Anno III - Numero 16 - maggio/giugno 2009

Alessandro CAMPI, Rosario CANCILA, Mario CIAMPI, Emilio CREMONA, Ferruccio FERRANTI, Gianfranco FINI, Giancarlo LANNA, Vittorio MASSONE, Angelo MELLONE, Daniela MEMMO D’AMELIO, Giancarlo ONGIS, Pietro PICCINETTI, Pierluigi SCIBETTA, Adolfo URSO

Poste Italiane S.p.A. – Spedizione in abbonamento postale –70% - DCB Bologna

Segretario amministrativo

Armeni Bignardi Bonino Castellaneta Craxi Della Vedova Eichberg Forbice Macrì Margelletti Martino Nirenstein Pedde Sbai Saltamartini Shahrzad Tamaro

IRAN,

QUO VADIS Bimestrale della Fondazione Farefuturo Nuova serie anno III - n. 16 - maggio/giugno 2009 - Euro 12 Direttore Adolfo Urso

L’Iran oltre l’emozione L’Iran oltre l’emozione. L’emozione che conduce al rifiuto davanti a un leader che minaccia l’esistenza di Israele. L’emozione – opposta – suscitata dalla millenaria civiltà e dalla alterità persiana. Al di là di reticenze e fascino, Teheran costituisce oggi una chiave per risolvere gli assetti geopolitici presenti e futuri della regione. La pressione che svolge su Israele, attraverso Hezbollah, la destabilizzazione del Libano ed in parte dell’Iraq, una crescente penetrazione di segmenti di Hamas, hanno contribuito a creare condizioni estremamente ardue nel Vicino Oriente. I rapporti tesi con tutte le realtà del Golfo Persico, alimentati dalla rivalità tra due concezioni estreme dell’Islam, quella sciita, di Teheran, e quella wahabita, di Riad. Questo, insieme alle ambigue connessioni con la Russia, crea una costante tensione sui mercati degli idrocarburi. Il ruolo svolto nel contesto iracheno è fondamentale, rilevante è quello esercitato sugli sciiti dell’Afghanistan. La minaccia del nucleare permane come l’incognita capace di modificare gli assetti di sicurezza faticosamente raggiunti nel post guerra fredda. Al suo interno, il paese rispecchia tale complessità; è multietnico e attraversato da tensioni; è giovane, con grandi masse da una parte sempre più distaccate dagli apparati politici (soprattutto nei grandi centri urbani), dall’altra oggetto di propaganda (nelle campagne, fondamento dell’ascesa di AhTeheran rappresenta madinejad). Soffre una grave crisi economica che si traduce in dilagante disoccuuna chiave per risolvere pazione e tassi inflazionistici accelerati; rigli assetti geopolitici sulta crescentemente militarizzato, con dell’intera regione una forte compenetrazione degli apparati dei Guardiani della Rivoluzione (i Pasdaran) in quasi tutti i contesti della vita politica e civile. La leadership iraniana è complessa: un gioco di poteri e contropoteri costituiti in modo da assicurare al regime teocratico completo controllo, pur lasciando margini di dissenso all’interno delle varie interpretazioni della Rivoluzione. Margini in cui si muovono le tre grandi componenti politico-culturali del paese, progressista, liberale e conservatrice. Le forze progressiste e quelle liberali vengono anch’esse da un percorso culturale islamico, ma si differenziano da quelle conservatrici per il diverso rapporto esistente con la rivoluzione iraniana. Quest'ultimo blocco, vera spina dorsale del regime, è in gran parte egemonizzato dai Pasdaran e dagli islamici ortodossi. Oggi l’Iran va alle urne. Il trend degli ultimi anni indica una crescente radicalizzazione. Una nuova generazione, allevata spesso all’ombra delle Guardie Rivoluzionarie, sembra affermarsi. Tuttavia, il fine ultimo del regime sciita è l’autoconservazione e se tale radicalizzazione dovesse portare alla prossimità di uno scontro “fatale” con l’occidente, potrebbero esserci degli “aggiustamenti”.


La Guida deciderà quali candidature presentare e quali no, cercando di mostrare all’Occidente il volto che sembra più consono alle condizioni attuali. Può essere ancora il volto di Ahmadinejad; potrà essere un volto apparentemente più dialogante; chiunque sia, i “fondamentali” restano sul terreno: l’Iran ha innovato la politica estera regionale creando realtà come quella di Hezbollah, destabilizzanti per tutta l’area; il suo regime ricerca il nucleare essenzialmente per assicurarsi la permanenL’Iran oggi cerca di porsi za al potere; i 30 anni di capillare destabicome guida di un blocco lizzazione dei vicini hanno dato frutti insperati. L’Iran di oggi guarda alla possibilisciita mediorientale, tà di riacquistare, in termini di influenza, i grazie anche al nucleare fasti dell’impero persiano, cercando di porsi come guida di un vasto blocco sciita nel continente mediorientale-asiatico. Anche a questo serve il nucleare. Sarà importante che dalle divisioni ed ambizioni sullo scacchiere regionale con in palio la leadership del mondo islamico non emerga un conflitto potenzialmente di portata globale. Priorità deve essere impedire a Teheran di creare una atmosfera simile a quella del ’79, disinnescando l’isolamento del mondo islamico, intervenendo sul traffico di armi registratosi negli ultimi anni nelle zone di recente ritiro israeliano. Sottolineare le inefficienze di un leader che, fattosi eleggere per risolvere le questioni interne, ha posto in agenda solo questioni internazionali globali per un mondo islamico che cerca un leader. Anche le questioni di natura religiosa assumono, in quest’ottica, un rilievo internazionale, di “missione” alla guida del mondo islamico. Ma nel guardare a Teheran si guarda a Damasco, terra di raccordo di leadership palestinesi oltranziste “scaricate” dalla Giordania, consapevole di poter, con il sostegno iraniano e l’appoggio operativo di Hezbollah, al contempo costruire una duratura pressione su Israele, mantenere il Libano in uno stato di confusione, e assicurarsi il consenso interno. Dall’altro lato c’è un mondo disorientato primariamente sunnita che aveva ritenuto, nell’immediato post 11 settembre di poter esercitare la piena leadership regionale e spirituale, forte di un wahabismo attivo, ricco, erede di quella Il mondo non deve leadership iraniana indebolitasi a più di vent’anni dalla rivoluzione. Questo mondo divenire il palcoscenico sunnita ha cercato invano di consolidare le della lotta per la guida proprie roccaforti finanziando nuovi grupdel Medio Oriente pi radicali legati ad Al-Qaeda. Si è visto progressivamente erodere la leadership da una montante mezzaluna sciita, protagonista di sommosse continue in paesi tradizionalmente legati alla Sunna: dal Bahrain fino al Pakistan e lo Yemen. Impedire che il mondo divenga palcoscenico di dimostrazioni di vitalità qaedista o sciita, con le folle disorientate e desiderose di guida del mondo islamico come spettatori, deve essere la priorità. Oltre le emozioni.

1


UNA STRANA

onsegnata ormai alla storia come islamica, la rivoluzione che nel 1979 rovesciò la monarchia persiana di Reza Pahlavi presentava una forte componente marxista che si contrapponeva al capitalismo delle Êlite monarchiche regionali.

C

DI NICOLA PEDDE


SCENARIO Nicola Pedde

RIVOLUZIONE

L’11 febbraio del 2009 è stato il trentesimo anniversario della rivoluzione iraniana. Una rivoluzione chiamata islamica che nel 1979, nell’arco di poco meno di un anno, spazzò via ogni traccia di quella che lo Scià Mohammad Reza Pahlavi soleva chiamare nella sua pomposa grandeur la bimillenaria monarchia persiana. Si sciolse come neve al sole il regno dell’erede di Ciro, e si eclis-

sarono nottetempo gli Immortali, la guardia scelta dello Scià. Omonima di quella creata da Ciro il Grande venticinque secoli prima, ma certamente ben meno combattiva della progenitrice. La rivoluzione iraniana, o meglio la rivoluzione islamica dell’Iran, come ci ha abituato lo stereotipo impostoci da una stampa già allora molto poco incline all’analisi ed alla comprensione dei grandi


IL LIBRO

SCENE DA UNA RIVOLUZIONE 4

La Rivoluzione iraniana è stata la prima, e forse ancor oggi l’unica,vera rivoluzione contemporanea. Un evento ampiamente seguito dai media di tutto il mondo in diretta, largamente documentato, e che ha rappresentato una pietra miliare del processo di cambiamento in Medio Oriente ed in gran parte del mondo islamico. Una rivoluzione popolare e religiosa di grandi dimensioni, che ha anticipato molte delle profonde trasformazioni che da allora si sono susseguite nella regione. Il libro Iran 1979, la rivoluzione islamica, di Nicola Pedde, pubblicato da Gan Editions, non si propone di essere un libro di storia o un’analisi dei fatti che condussero alla rivoluzione, bensì una semplice ma al tempo stesso incisiva testimonianza di quei giorni attraverso le immagini. Una suggestiva carrellata di foto che consente di rivivere lungo un percorso cronologico le principali tappe e gli eventi che portarono alla dissoluzione di quella che lo Scià definiva la “ininterrotta bimillenaria monarchia persiana” e all’ascesa del regime degli ayatollah.

fenomeni del Medio Oriente, è rimasta quindi nella memoria collettiva come un fatto epocale e traumatico. Epocale perché antesignano dei grandi eventi mediatici vissuti in diretta televisiva, e traumatico perché capace di spazzar via in un batter d’occhio quella familiare, opulenta, e rassicurante dinastia reale che garantiva agli occidentali una “isola di stabilità” – come ebbe a definirla Jimmy Carter nella notte di capodanno del 1978 – nel turbolento panorama mediorientale. L’Iran, o Persia come si era ancora soliti chiamare il paese sino alla fine degli anni Settanta, rappresentava per la gran parte degli occidentali un paese esotico ed affascinante, difficilmente collocabile geograficamente in un’epoca in cui ancora si viaggiava poco ed in cui il Medio Oriente era già visto come focolaio di guerre ed instabilità. Era l’Iran, quindi, percepito come un paese ricco grazie alle sue risorse petrolifere, ed al tempo stesso stabile grazie alla saggia e moderata guida del suo sovrano, lo Scià Mohammad Reza Pahlavi. Un sovrano amato dal popolo, che tanto stava facendo per portare il progresso e la modernità in un paese tuttavia ancora arretrato e scarsamente industrializzato. Era quindi un’immagine tutto sommato positiva, ed anche alquanto affascinante, soprattutto grazie alla costante ed ampia copertura delle vicende sentimentali prima, e familiari poi, del sovrano. Argomento trattato quasi settimanalmente all’epoca dai rotocalchi di tutta Europa.


SCENARIO Nicola Pedde

Pochi erano, invece, a conoscenza al capitalismo delle élite monardelle reali condizioni dell’Iran, chiche regionali. Nulla di diffedel suo programma di sviluppo rente rispetto ai molti loro omoeconomico, della sua inquieta so- loghi colleghi e coetanei europei, cietà e della crescente avversità impegnati sin dalla metà degli alla corona ed all’oligarchia al co- anni Sessanta in quel processo di lotta che avrebbe dovuto idealmando del paese. Bastavano le immagini dello Scià mente cambiare il mondo e la e della Sciabanù a Saint Moritz sua società. E fu proprio in Europubblicate dai rotocalchi – orga- pa e negli Stati Uniti che la magni peraltro in larga misura con- gior parte dei giovani aderenti trollati dallo stesso Scià – a sod- alle formazioni della sinistra stodisfare la curiosità degli occiden- rica iraniana aveva appreso i rutali. E poco importava delle gran- dimenti del marxismo, del lenidi trasformazioni politiche e so- nismo e del maoismo. Credendo ciali che, invece, interessavano ingenuamente di poterli adattare alla realtà iranial’intera regione e na, e completando ne stavano ridise- In Europa e negli Usa quindi idealmente gnando la fisionomolti giovani iraniani il percorso di lotta mia complessiva. già in passato avL’Iran, così come la di sinistra avevano viato dai loro gegran parte dei paeappreso i rudimenti nitori nei ranghi si del Medio del Tudeh, lo stoOriente, era quindi del marxismo rico partito comuvittima di una percezione astratta ed alquanto erra- nista iraniano di orientamento ta. Una percezione dominata dal- marcatamente filo sovietico ed lo stereotipo imposto da giornali anticapitalista. e giornalisti assai poco attenti al- Non tardò, tuttavia, questa giole reali dinamiche dei paesi della vane generazione di uomini e regione, incapaci di cogliere i se- donne poco più che ventenni, gnali di un cambiamento che era con in comune un’esperienza di non solo in atto, ma soprattutto studio all’estero ed una profonda plasmato da spinte ideologiche e frustrazione dettata dal rigido sociali in larghissima misura di schema della monarchia iraniana, a commettere lo stesso errore matrice occidentale. Erano infatti soprattutto i movi- dei loro padri. menti marxisti a dominare la Nessuno, o quasi, di loro, ebbe scena dell’antagonismo politico l’accortezza di constatare come in in gran parte del mondo arabo ed Iran fosse assente il proletariato, e in Iran, propugnando di fatto la di conseguenza la massa necessanecessità di una rivoluzione co- ria per lo sviluppo di una rivolumunista – sebbene attraverso zione comunista. E non colsero modelli e strategie differenti da poi come il paese fosse ancora trepaese a paese – da contrapporre mendamente tradizionalista ed

5


immobile nella sua arcaica e rigida matrice sociale e religiosa, nonostante l’apparente rapido processo di modernizzazione ed industrializzazione avviato dallo Scià. Tornarono, quindi, in patria i più con progetti ed idee modellate in Occidente e difficilmente applicabili nell’arcaica e tradizionalista società iraniana, dando vita di fatto solo a piccoli gruppi elitariamente circoscritti e marginalizzati dal sistema. Nicchie di pensiero antagonista perlopiù confinate alla clandestinità e, di fatto, all’autoreferenzialità. Dove

si svilupparono e crebbero anche esperimenti e modelli particolari ed originali, come nel caso degli islamico-marxisti del Mojahedin del Popolo (unici sopravvissuti oggi di questa galassia, sebbene con forma e sostanza completamente diversa rispetto a quella originale). Al tempo stesso, era stata pressoché ridotta al silenzio in Iran, e da tempo, la componente politicamente attiva del clero iraniano, attraverso una lunga serie di esecuzioni, arresti ed espulsioni dal paese. Era stato giustiziato il gio-

FOCUS 6

PASDARAN, I GUARDIANI DELLA RIVOLUZIONE Nati il 5 maggio 1979, su decreto dell’Ayatollah Khomeini, i Pasdaran (o Guardiani della Rivoluzione) costituiscono il corpo militare che ha il compito di difendere i principi del nuovo regime nato trent’anni fa. L’Iran islamico aveva bisogno di una forza militare completamente slegata dal passato, capace di legittimare il nuovo ordine sulla base dei principi islamici. La natura quasi personale di questa forza militare legata a doppio filo a Khomeini, ne aveva fatto uno strumento potente nelle mani dell’allora Guida Suprema, che ha sempre usato la carta dei Pasdaran ogni volta che c’era bisogno di far capire chi deteneva realmente il potere. I Pasdaran sono stati indipendenti dal resto dell’esercito iraniano fino al 1989, quando venne istituito il nuovo ministero della Difesa e delle Forze Armate, che ha racchiuso tutte le diverse anime dell’esercito. Questo provvedimento, nato dalla volontà di istituzionalizzare un corpo che si era dimostrato troppo indipendente nel corso degli anni, non ha comunque limitato la libertà d’azione dei Pasdaran, entrati spesso in contrasto con le forze di polizia e la magistratura. I Guardiani della Rivoluzione sono 125mila, divisi in truppe di terra, marina e aviazione, e costituiscono ancora oggi l’ossatura delle forze che più strenuamente si battono per la difesa dei principi e dei valori della Rivoluzione islamica. Negli ultimi anni sono andati via via deteriorandosi i rapporti tra le alte sfere dei Guardiani della Rivoluzione e il presidente Ahmadinejad, rischiando di provocare un corto circuito pericoloso, vista la forza e l’influenza dei Pasdaran. Nati dai principi religiosi e con una missione di “proselitismo” nell’Iran postScià, oggi i Pasdaran rappresentano una mina vagante nel quadro già problematico degli assetti istituzionali di Teheran.


SCENARIO Nicola Pedde

vane Navab Safavi, ideatore delle formazione Fedayan-e Islam e storico contatto in Iran della fratellanza musulmana. Ed era stato costretto all’esilio l’Ayatollah Khomeini, relegato a Najaf in Iraq. E si era soprattutto convertita all’idea di una necessaria sudditanza allo Scià la gran parte della componente tradizionale del clero, con in testa l’Ayatollah Abol Ghassem Kashani, di fatto determinando per un lungo periodo di tempo, dal 1953, un costante sostegno alla corona ed un ritorno al ruolo più squisitamente tradi-

zionale ed apolitico del clero sciita duodecimano. Era tuttavia l’Iran degli anni Settanta, a dispetto dell’immagine opulenta e romantica offerta dalle immagini di una sempre più felice famiglia reale, un paese di profonde lacerazioni sociali. Il fallimento della riforma agraria dello Scià aveva determinato un progressivo e sistematico spopolamento delle aree rurali ed una contestuale crescita delle aree urbane, con sacche di povertà sempre più ampie e diffuse nei nuovi e fatiscenti quartieri periferici delle principali città iraniane. Lo sviluppo industriale ed economico voluto dallo Scià negli anni Sessanta stava subendo un brusco ridimensionamento a seguito degli effetti della crisi petrolifera del 1973, con la cancellazione di decine di progetti, l’impossibilità di sostenere la crescita e lo sviluppo di quelli già in atto, e soprattutto il progressivo incremento del problema della corruzione. Endemico in Iran, ma giunto a livello insostenibile negli ultimi anni della monarchia soprattutto a causa di alcuni elementi della famiglia reale, tra cui spiccava Ashraf Pahlavi, sorella gemella dello Scià. Venivano quindi al pettine i nodi di una società e di un sistema politico solo temporaneamente narcotizzato dagli ingenti profitti petroliferi degli anni Sessanta, e si manifestava al contrario in tutta la sua drammatica evidenza il problema dell’impatto culturale generato dal processo di modernizzazione forzata – e sregolata – voluto

7


dallo Scià. Processo che avrebbe determinato una profonda ed insanabile frattura nella società iraniana e che, una volta venuti meno gli strumenti di sostegno economico, sarebbe sfociato progressivamente in aperta e decisa opposizione alla corona ed al suo opulento e decadente entourage. Non ultimo, si aggiunse nel 1974 un fatto grave e che molto ebbe ad influire sui successivi eventi. Lo Scià scoprì di essere malato di una grave forma tumorale al sistema linfatico, e la gestione della malattia nel segreto imposto dalla ragion di Stato per evitare traumatiche conseguenze prima del compimento della maggiore età del principe ereditario, determinò di fatto un’accelerazione nel processo degenerativo della malattia ed una sempre maggiore incapacità decisionale del sovrano. Che arrivò a fronteggiare la rivoluzione ormai palesemente disabilitato, stanco e soprattutto confuso politicamente dall’ambiguo rapporto che si era venuto a determinare nei rapporti con lo storico e principale alleato internazionale dell’Iran. Gli Stati Uniti. Che gli Stati Uniti fossero una presenza massiccia ed un partner importante dello Scià è certamente vero. Che fossero in Iran per appropriarsi delle risorse del paese manipolando uno Scià nelle loro mani, e controllandone di fatto il governo, è invece frutto dello stereotipo post rivoluzionario. Documenti declassificati nel corso degli ultimi trent’anni hanno dimostrato come, ancora nell’agosto del 1978 e cioè cinque mesi pri-


SCENARIO Nicola Pedde

ma della definitiva partenza dello Scià dall’Iran, sia l’intelligence che la diplomazia di Washington fossero convinte della temporaneità e sporadicità dei disordini che già intensamente interessavano il paese. In modo particolare, si riteneva senza mezzi termini che il regno dello Scià potesse stabilmente controllare la situazione e quindi sopravvivere almeno per tutto il decennio successivo, garantendo la continuità di una preziosa area di appoggio per gli interessi americani in Medio Oriente. Perché di questo si trattava, e non meramente di petrolio e della vendita di armi ad un sovrano affetto da manie di grandezza. L’Iran interessava prioritariamente per la sua posizione strategica, al crocevia di aree di crisi importanti e soprattutto quale sbarramento all’Unione Sovietica nella sua spasmodica ricerca di uno sbocco al mare sul versante meridionale. È per questo, quindi, che i confini settentrionali erano disseminati di stazioni di ascolto cariche di apparati sofisticati e tecnologicamente all’avanguardia, coordinati da una base segreta nel deserto del Dash-e Kavir, e per la stessa ragione allo Scià era stato permesso sin dai tempi di Gerald Ford di dotarsi di tutte le armi che richiedeva per soddisfare la sua smodata grandeur. Tranne quelle atomiche. L’Iran era visto dagli Stati Uniti come un elemento stabile in una regione altamente instabile, e potenzialmente destinata al collasso. Ad est l’India ed il Pakistan erano in costante stato di guerra; a nord l’Afghanistan stava lenta-


10

mente entrando nell’orbita sovie- testo ad immagini di un Iran idiltica; ad ovest un Iraq sempre più liaco, prospero e stabile. Che il soirrequieto stava mostrando cre- vrano poteva di sovente lasciare scenti segni di instabilità; a sud il per recarsi al mare in Costa AzzurGolfo Persico, la principale arte- ra o a sciare a Saint Moritz. ria di navigazione della regione Fu questa, di fatto, la principale per il trasporto del petrolio ira- ragione dell’incapacità americana niano, iracheno, saudita, kuwai- – ed occidentale in genere – di intiano e, in misura minore, degli tuire e prevedere la rivoluzione. Emirati e del Qatar. Era chiaro Nella seconda metà del 1978, con che l’Iran rappresentasse una re- la folla già quotidianamente per gione di importanza strategica le strade a scardinare le statue dello Scià e del padre Reza Khan, gli per gli Stati Uniti. L’ingerenza militare americana in Stati Uniti ancora ignoravano la Iran, tuttavia, era venuta meno malattia di Reza Pahlevi. Non con il colpo di Stato del 1953 c’era contatto con la base, con la società, e l’opulencontro Mossadeq. Restaurata la mo- I ricavi della produzione ta borghesia iraniana era altrettanto narchia ed assunto saldamente il co- petrolifera hanno dato incapace di cogliemando lo Scià, gli l’illusione di un sistema re il significato degli eventi. Di fatto Stati Uniti si eracapace di redistribuire fornendo agli strano sostanzialmennieri una ulteriore te fidati del sovra- ricchezza alla gente prova della stabilino, ritenendolo decisamente in grado di governa- tà del sovrano e della sua corte. re e reggere le sorti del paese. Lo E l’immagine di potenza che lo spietato ruolo della polizia segre- Scià aveva così tenacemente creata Savak garantiva l’emergere di to aveva condizionato anche gran uno scarso dissenso, e gli ingenti parte dell’opinione pubblica. Poritorni della produzione petroli- chi ritenevano possibile, infatti, fera degli anni Sessanta davano una qualsiasi modificazione di l’impressione di un sistema capa- quello stato di fatto che il sovrace di redistribuire ricchezza an- no continuava con meticolosità a sostenere pubblicamente. nullando l’opposizione. Era lo Scià con la sua arrogante e E fu in questo contesto che entrasicura prosopopea a rassicurare rono in gioco, sebbene con tempi l’Occidente di quanto fosse stabile differenti, due elementi diversisil paese e, anzi di quanto lui stesso simi tra loro del sistema politico fosse preoccupato per come gli eu- iraniano. ropei e gli americani stessero ce- Si mosse per prima la sinistra podendo alle politiche degenerate litica iraniana, già vittima allora imposte dai grandi moti della fine di un frazionamento e di una degli anni Sessanta. Lo ribadiva in conflittualità tra fazioni che la ogni intervista, accompagnando il porterà rapidamente ad uscire di


SCENARIO Nicola Pedde

scena. Per primi, gli aderenti al za precedenti. Intenzionato a fare Mohjahedin-e Kalq capirono co- piazza pulita del passato e some il momento fosse propizio ed prattutto a sperimentare quei anzi unico per tentare la carta modelli politici teorici appresi e della rivolta, ed iniziarono a mo- metabolizzati nelle università ocbilitare le proprie forze in fun- cidentali dove studiava la gran zione di una sistematica campa- parte dei rampolli della borghesia iraniana. gna di opposizione. Ma lo stesso movimento non era Ma colse l’attimo anche un’altra più quella forza originale islami- forza, rimasta a lungo sopita. co-marxista che aveva unito in- Quella del “clero combattente”, tellettuali di ogni rango nel dise- ovvero di quella parte del clero gno di una sollevazione anti-mo- sciita che non si identificava nei narchica. La polizia dello Scià valori apolitici della tradizione aveva decimato il quadro dirigen- duodecimana, e che al contrario te del movimento, e dalle carceri era espressione di quell’interventismo che meno di di Evin erano uscivent’anni prima ti misteriosamente Molti esponenti aveva visto portasolo pochi espore al patibolo Nanenti: tra cui Mas- della sinistra storica vab Safavi. soud Rajavi. Que- iraniana iniziarono Si fece portavoce sto discusso leader, ad organizzare moti di questo sentisebbene carente sotto il profilo del- e proteste in ogni città mento un ayatollah oramai sconola credibilità, fu in grado di partecipare attivamente sciuto ai più, Ruollah Khomeini. alle dinamiche iniziali della rivo- Che dal suo esilio iracheno di Naluzione (progressivamente il mo- jaf – dove un giovane Saddam vimento diventò una setta imper- Hussein appena salito al potere e niata sul culto della personalità prossimo alla presidenza, non si di Rajavi e sua moglie Maryam). lasciò scappare l’occasione – non Molti esponenti di ogni anima tardò a divenire la più importandella sinistra storica iraniana ini- te voce dell’opposizione alla moziarono alacremente ad organiz- narchia ed allo Scià. zare moti e proteste, che con ca- L’Iran ha da sempre avuto una denza sempre più intensa andaro- tradizione profondamente relino ad interessare tutte le princi- giosa, sebbene scarsamente interessata a sostenere un ruolo attipali città e provincie dell’Iran. Furono anche le scuole e le uni- vo della religione nella politica. versità dei grandi centri per l’at- La religione ha avuto ed ha tuttivismo politico, così come pro- t’oggi un ruolo importante nella gressivamente le pubbliche am- dimensione privata della società, ministrazioni e le industrie. In a dispetto della retorica e delmeno di un anno era cresciuto un l’impianto post rivoluzionario sentimento ostile alla corona sen- della Repubblica Islamica. I

11


12

messaggi religiosi di Khomeini e fuoco fu aperto dai soli soldati dei suoi sostenitori vennero, dello Scià. Quel che è certo è che quindi, accolti con entusiasmo l’episodio dell’8 settembre 1978 non in quanto tali, bensì come a Piazza Jaleh segnò l’inizio delelementi di una generale strate- l’ultima e più cruenta fase della rivoluzione. gia antimonarchica. L’immagine religiosa ed a tratti Scendevano in piazza tutti i giorfanatica delle folle in protesta era ni i cortei dei manifestanti e lo quindi in larghissima misura da Scià ordinò l’imposizione del coaddebitarsi alla volontà di dimo- prifuoco, ad eccezione delle mastrare allo Scià, notoriamente osti- nifestazioni religiose per la comle ad ogni manifestazione attiva memorazione dei defunti. della religione in ambito politico Le forze rivoluzionarie adottarono e sociale, la propria avversione al- allora una strategia che, se da un la monarchia ed il proprio soste- lato aiutò enormemente l’accelegno invece ad un modello demo- rare della vittoria della rivoluzione, ne segnò tuttacratico di concezione dello Stato. Tutte le manifestazioni via definitivamente anche il destino Sfilarono così con e l’esito. l’hijab ed il chador assunsero forma Le manifestazioni anche donne ap- religiosa per evitare assunsero tutte partenenti alle orprogressivamente ganizzazioni co- l’intervento un tono marcatamuniste e laiche, delle forze armate mente religioso, oltre a quelle emancipate e con una formazione per impedire alle forze armate di occidentale. L’importante era di- vietarle, e la strategia impose di mostrare allo Scià la propria av- provocare quotidianamente dei versione, con ogni strumento e caduti per poter continuare le manifestazioni di piazza senza strategia possibile. La reazione delle forze imperiali violare apertamente il coprifuoco. alla dilagante protesta fu media- Tutto divenne così progressivamente blanda. Ad un primo mente islamico, religioso, amprogressivo uso della violenza mantato nei neri chador. E svanì fece seguito una maggiore tolle- apparentemente la dimensione ranza, che tuttavia svanì nuova- laica e secolare che aveva rappremente all’incrementare delle at- sentato il primo originale impeto rivoluzionario, sino a trasformartività di piazza. Ai primi di settembre del 1978, lo in una enorme manifestazione in un incidente ancora caratteriz- caratterizzata da slogan e prozato da non pochi dubbi, le trup- grammi religiosi. pe imperiali aprirono il fuoco Lo Scià alternò numerosi primi causando numerose vittime. Non ministri e comandanti militari è a tutt’oggi ancora chiaro quante prima di comprendere che il rein realtà furono le vittime e se il gno era perduto. Lasciò definiti-


SCENARIO Nicola Pedde

vamente il paese, portando con se un’ampolla riempita di terra, la mattina del 16 gennaio 1979. Accompagnato dalla moglie Farah Diba e scortato dai pochi fedelissimi che ancora speravano in un suo ripensamento o, ancor meglio, in un suo ordine per aprire il fuoco e risolvere con un qualche migliaio di morti il problema della rivoluzione. Questo ordine non arrivò mai, e molte sono state le speculazioni sulle ragioni di ciò. Probabilmente lo Scià, ormai malato e conscio dell’irreversibilità degli eventi, non volle essere ricordato come l’autore di un massacro, ed ancora forse nutriva speranze per un rientro di suo figlio Ciro Reza al compimento della maggiore età con il ruolo di monarca costituzionale. Ciononostante, lasciando il paese accelerò il processo di disgregazione delle istituzioni imperiali, che cessarono definitivamente di resistere all’impeto delle forze rivoluzionarie nella tarda mattinata del 11 febbraio del 1979. In quella data trionfò la rivoluzione, ma i nodi arrivarono con celerità al pettine. Le forze laiche e secolari che avevano spontaneamente sostenuto e partecipato alla rivoluzione si trovarono ben presto sottoposte al ruolo ed alla legge di quelle religiose. Senza poter offrire un contributo, o meglio senza averlo saputo generare nei tempi in cui questo era forse ancora possibile, le forze laiche si fecero rapidamente travolgere dalle altre. Cadendo nell’oblio i più, ed in esilio i meno.

Da quel momento in poi, invece, la rivoluzione venne esclusivamente ed ufficialmente chiamata islamica, prodromicamente transitando il paese in direzione della Repubblica islamica dell’Iran.

13

L’Autore NICOLA PEDDE Direttore del master Giornalismo internazionale. Docente universitario di Relazioni internazionali specializzato nelle aree del Golfo Persico e del Corno d'Africa, è il direttore del think tank di studi strategici ed internazionali Globe Research e dell’Institute for Global Studies. Giornalista, direttore delle riviste accademiche Journal of Middle Eastern Geopolitics e Journal of the European Society for Iranian Studies, è anche consulente del ministero della Difesa.


Una nuova politica per il Medio Oriente

Dal MURO contro muro alla MANO tesa L’arrivo alla Casa Bianca di Barack Obama potrebbe segnare un cambiamento radicale nelle relazioni tra Stati Uniti e Iran. Ma Washington non abbassa la guardia e attende le elezioni. DI ANDREA MARGELLETTI


L’ANALISI Andrea Margelletti

New crippling sanctions, le ha chiamate Hillary Clinton, ovvero nuove dure sanzioni sull’Iran nel caso in cui questo non risponderà positivamente alle offerte americane di negoziato sul programma nucleare. Le parole del Segretario di Stato Usa si uniscono a quelle che ormai da più di un mese costituiscono il tira e molla diplomatico tra Washington e Teheran, iniziato con l’arrivo della nuova amministrazione Obama. Le prime rilevanti aperture del presidente statunitense all’Iran arrivarono alla fine di gennaio di

quest’anno con una intervista concessa al canale satellitare saudita al-Arabiya. Qui Obama rimarcava l’importanza di dialogare con Teheran, ma anche riaffermava quali erano le principali accuse mosse al regime degli ayatollah: il programma atomico, le minacce ad Israele e l’appoggio a diversi movimenti terroristici regionali. La prima risposta arrivò direttamente dal presidente Ahmadinejad. L’ex sindaco di Teheran chiese alla Casa Bianca di ammettere che l’11 settembre sarebbe stato frutto di una cospirazio-


16

ne organizzata da agenti israelia- «superamento di trent’anni di ni e di scusarsi per i crimini che, conflitti» e ha promesso un dialoda oltre sessant’anni, gli america- go «onesto e fondato sul mutuo ni avevano compiuto contro rispetto», a patto che l’Iran coml’Islam. Qualche tempo dopo, an- pia una scelta chiara che lo porti che l’Ayatollah Khamenei dal ad ottenere il rango internazionapalco della Conferenza interna- le che gli spetta non attraverso zionale di sostegno alla Palestina «il terrorismo e le armi». Insom(tenutasi a Teheran tra il 4 e il 5 ma, mutamento nella politica marzo), non soltanto aveva riba- nucleare e fine del sostegno ad dito la definizione di Israele come Hamas ed Hezbollah, in cambio «tumore canceroso», ma aveva di un nuovo corso nella politica anche paragonato il nuovo presi- estera americana verso l’Iran. In dente americano al suo predeces- quella occasione i primi comsore George W. Bush, fondando menti che arrivarono da Teheran, la sua tesi sull’appoggio che an- furono sostanzialmente positivi. Akbar Jayanfekr, che Obama fornisce “incondiziona- Se l’Iran vuole costruire Consigliere per i media del presitamente” alla sicudente Ahmadinerezza di Gerusa- un rapporto ufficiale jad, dichiarò di lemme. A queste con gli Usa dovrà «accogliere con faaccuse la Clinton rinunciare a sostenere vore la volontà del ha risposto diretpresidente ameritamente da Bru- Hamas e Hezbollah cano di mettere da xelles, di ritorno proprio da un viaggio in Israele, parte le differenze del passato» sottolineando che le aperture ma tese a sottolineare come gli americane verso l’Iran non signi- Usa dovessero prima riconoscere ficavano assolutamente debolezza (e riparare) gli errori compiuti. e che, anzi, Teheran doveva smet- Nella stessa occasione, però, il terla di fare ingerenze negli affari ministro dell’Energia iraniano, Parviz Fattah, pur aprendo al diamediorientali. Queste nette chiusure però non logo, dichiarò pubblicamente hanno fatto desistere l’ammini- l’entrata in funzione della centrastrazione Obama dal suo proposi- le atomica di Bushehr «entro la to di premere diplomaticamente fine dell’anno». Come si vede sull’Iran: con una mossa a sorpre- quindi, a delle piccole aperture sa che ha stupito il mondo, il pre- corrispondevano dei chiari segni sidente americano ha inviato un di intransigenza sui temi centrali videomessaggio direttamente alla del possibile dialogo. popolazione iraniana e ai suoi di- Non solo; alle dichiarazioni pubrigenti, in occasione del capodan- bliche si sono aggiunti alcuni fatno persiano, il 20 marzo scorso (il ti estremamente rilevanti nel Nowruz). In questo video il pre- contesto delle relazioni tra Iran e sidente americano ha auspicato il Stati Uniti: la condanna, il 18


L’ANALISI Andrea Margelletti

aprile di quest’anno, dopo un sione sulla magistratura per una processo a porte chiuse, della free- possibile liberazione della Saberi. lance irano-statunitense Roxana Vediamo ora quanto accaduto a Saberi ad otto anni di prigione Durban II: Ahmadinejad è stato con l’accusa di essere una spia al il primo a parlare in occasione servizio di Washington (la gior- dell’apertura della conferenza sul nalista era in detenzione dal gen- razzismo di Ginevra e non ha tranaio del 2009); le dichiarazioni dito le attese, accusando gli occioltraggiose verso Israele di Mah- dentali di aver favorito, dopo la moud Ahmadinejad, in occasione fine della Seconda guerra mondella Conferenza contro il razzi- diale, l’istituzione di un “governo smo (Durban II), aperta a Gine- razzista” in Medioriente. Le sue frasi hanno determinato l’abbanvra il 20 aprile di quest’anno. Iniziamo dal caso Saberi. Alla no- dono della sala da parte dei deletizia della condanna, il presidente gati europei e il rimprovero sia Obama e il segretario di Stato dell’inviato della Santa Sede, sia del segretario delHillary Clinton hanno reagito su- Alle aperture americane le Nazioni Unite Ban Ki-moon. Gli bito chiedendo la Stati Uniti, tra i immediata libera- il regime di Teheran non partecipanti zione della giorna- ha risposto in modo alla conferenza per lista senza nessuna protesta contro il condizione. A sor- ambiguo a causa presa, pur non ri- delle imminenti elezioni documento preparatorio oltraggioso spondendo positivamente alle richieste della Casa verso Israele, per bocca del presiBianca, è stato lo stesso Ahama- dente Obama e del portavoce del dinejad a pronunciarsi pubblica- dipartimento di Stato Roger Womente chiedendo alla magistratu- od, hanno giudicato come «false e ra iraniana di rispettare i diritti incredibili» le parole del presidella Saberi. Ciò ha permesso a dente iraniano, ma hanno anche Shirin Ebadi, premio Nobel per sottolineato l’intenzione di contila pace, di assumerne la difesa. nuare con il proposito di dialogaInoltre, in una intervista concessa re con Teheran, sempre a patto al canale americano Abc, sempre che questa attui una serie di azioAhmadinejad ha sottolineato co- ni «per rientrare nelle grazie delme non interverrà sui giudici e ha la comunità internazionale». assicurato che la reporter non verrà Come si vede, quindi, alle possicertamente maltrattata in carce- bili aperture americane, il regime re. L’intervento del presidente iraniano ha risposto in maniera iraniano può essere letto con una piuttosto contraddittoria, non doppia chiave: per un verso non negando timidi sostegni al dialointervento per la conferma della go, ma condizionandolo alla conpena alla reporter, per un altro non tinuazione del programma nuintervento neanche per una pres- cleare. Anzi, durante l’inaugura-

17


18

zione del primo impianto di produzione di combustibile nucleare a Isfahan, alla presenza del presidente iraniano Ahmadinejad, il capo dell’Organizzazione nazionale dell’energia atomica iraniano, Gholamreza Agazedeh, ha sottolineato che nel sito di Natanz ci sono settemila centrifughe già in funzione per l’arricchimento dell’uranio. Certamente una Nel sito di Natanz dichiarazione sono in funzione che non può settemila centrifughe per arricchire l’uranio proprio essere vista come una mano tesa al dialogo. Per comprendere quindi le attuali mosse dell’Iran è necessario concentrarsi sulle elezioni presidenziali che si terranno a breve. I candidati che si confrontano indi-

vidualmente – in Iran non esistono partiti politici ufficiali – appartengono principalmente a tre schieramenti. Tra i conservatori appare evidente il contrasto tra coloro che appoggiano l’attuale presidente Ahmadinejad (i cosiddetti Osulgaran, ovvero i fedeli ai principi) e la fazione guidata da Ahmad Tavakkoli, membro del Parlamento e direttore dello Strategic Majlis Research Center. Tavakkoli è cugino di Ali Larijani, attuale speaker del Majlis, che qualcuno ipotizzava come uno dei possibili candidati alternativi ad Ahmadinejad. Come noto Larijani, ex negoziatore per il nucleare iraniano, ha duramente condannato l’attuale governo per le sue scarse performance nella politica interna (crisi economica e


L’ANALISI Andrea Margelletti

19

innalzamento dell’inflazione), ma ha anche detto che, almeno per ora, non ha intenzione di candidarsi alle elezioni. Ufficialmente quindi, solo un altro conservatore ha presentato la sua candidatura: si tratta di Mohsen Rezaee, a capo delle Guardie Rivoluzionarie dal 1981 al 1997 e accusato di essere implicato nell’organizzazione dell’attentato al centro culturale ebraico di Buenos Aires nel 1994. Anche Rezaee si è distinto per la sua critica alla politica interna dell’attuale presidente e, in questo senso, potrebbe usufruire dell’appoggio dello stesso Larijani. Va detto però che Rezaee si era già candidato alle elezioni presidenziali del 1995, ma si era ritirato due giorni prima dell’apertura dei seggi.

Quindi, data la sua forte vicinanza a Khamenei e ai pasdaran, in caso di richiesta dall’alto, appare probabile un suo nuovo possibile ritiro volto a non spaccare il fronte conservatore. Ancora tra i conservatori va calcolata la possibile candidatura dell’attuale sindaco di Teheran, Mohammed Baqer Ghalibaf, Capo della polizia di Te h e r a n a l l’epoca della Il conservatore Rezaee si era già candidato presidenza Khatami (no- nel 1995, ritirandosi a minato dopo le due soli giorni dal voto proteste studentesche del 1999), persona stimata per la sua efficiente amministrazione e con un passato da pilota durante la guerra IranIraq. Anche il caso Ghalibaf può essere accomunato a quello di Re-


zaee: nel caso di conferma dell’appoggio della Guida Suprema ad Ahmadinejad, l’attuale primo cittadino della capitale potrebbe considerare un ritiro della candidatura; la sua figura però potrebbe risultare utile nel caso in cui Khamenei potrebbe Khamenei scelpuntare su un candidato disposto a ga di puntare su dialogare con Obama u n a p e r s o n a meno discussa tra coloro che hanno appoggiato maggiormente l’idea di sfruttare le aperture fatte dalla presidenza Obama. Tra i riformisti invece, come noto, il primo a candidarsi è stato l’ex presidente Mohammad Khatami. Nell’ottica di spaccare il meno possibile il fron20

te riformista, Khatami ha scelto di fare un passo indietro soprattutto per sostenere la candidatura di Mir-Hossein Mousavi, personalità estremamente rispettata in Iran per la sua capacità di gestire la difficile situazione economica del paese al tempo del conflitto con l’Iraq, quando occupava il ruolo di primo ministro (carica tenuta per ben otto anni, dal 1981 al 1989). In un certo senso Khatami sta restituendo il favore a Mousavi che, nel 1997, decise di non candidarsi proprio per sostenere l’ex presidente riformista. Il programma che Mousavi vorrebbe realizzare da Presidente si concentra soprattutto sulla lotta all’inflazione – ha proposto infat-


L’ANALISI Andrea Margelletti

ti di ripristinare la Management planning organization, una tra le più importanti istituzioni iraniane sino alla sua abolizione nel 2007, nata per il controllo del budget del paese – sul sostegno al negoziato con gli americani sulla questione del nucleare, ma soprattutto sulla limitazione delle restrizioni alla nascita di canali televisivi privati. Mousavi ha anche pubblicamente criticato il negazionismo di Ahmadinejad nei confronti dell’Olocausto. Altro candidato riformista è Mehdi Karroubi, di etnia Luri ed ex speaker del parlamento iraniano. Karroubi è stato tra i fondatori dell’Associazione dei clerici combattenti e si era già candidato

alle elezioni presidenziali del 2005. Pur non lesinando critiche al Consiglio dei Guardiani, Karroubi si è da sempre dichiarato vicino all’Ayatollah Khamenei, occupando anche un posto all’interno del ConL’ex presidente siglio per il diKhatami si è ritirato scernimento ed per sostenere è stato chiamail riformista Mousavi to a risanare le divergenze tra Parlamento e Consiglio dei Guardiani. Fondatore anche di un partito, Etemad-e-Melli – Partito della fiducia nazionale, con un omonimo giornale – gode dell’appoggio di parte della popolazione delle zone rurali. Infine gli indipendenti. Qui so21 no tre le candidature ufficializzate: quella di Akbar Alami, ex membro del parlamento eletto nella regione di Tabriz, Ghasem Sholeh-Saadi, anch’egli ex parlamentare e Azam Taleghani, unica donna a concorrere, a capo della Society of Islamic Revolution Women of Iran, e figlia dell’Ayatollah Mahmoud Taleghani, avversario storico del regime dei Pahlavi, arrestato ed imprigionato numerose volte. La Taleghani si distinse nel 2003, per le sue proteste per la morte della giornalista irano-canadese Zahra Kazemi, arrestata per aver fotografato i famigliari dei dimostranti del luglio 2003 in attesa di notizie dei loro parenti fuori dalla prigione di Evin e deceduta in maniera sospetta durante la detenzione. Fatto questo discorso sui candidati ufficiali alle elezioni presi-


22

denziali del 2009, va subito chia- al 13,9%. I problemi sociali rito che, nel sistema elettorale quindi sono diversi: oltre il 35% iraniano, i veri centri del potere della popolazione sotto i trent’ansono due: il primo è il Consiglio ni non ha un lavoro stabile e l’indei Guardiani, che ha il potere di flazione ha superato il 26%. Quecontrollare se le leggi del Parla- sto dato ovviamente ha una inmento (Majlis) sono conformi alla fluenza estrema a livello politico: Sharia e soprattutto filtra i vari il rischio di un’agitazione sociale candidati alle elezioni, bloccando è certamente molto forte, nonola candidatura di coloro che sono stante il pericolo repressivo, e considerati un pericolo per la sta- viene da una fascia della popolabilità del regime. Il Consiglio è zione, i giovanissimi, che non ha eletto metà dal Majlis e metà dal vissuto direttamente l’esperienza Rahbar (la Guida Suprema); il se- della rivoluzione del 1979 e ricondo è la Guida Suprema (Rah- corda flebilmente il disastro e i bar), ovvero l’Ayatollah Ali Kha- sacrifici della decennale guerra con l’Iraq. Quando menei, che dopo le il presidente Ahelezioni conferma Più del 35% della madinejad venne la nomina del presidente e soprat- popolazione sotto i 30 eletto nel 2005, il prezzo del petrolio tutto controlla la anni non ha un lavoro era a 63 dollari al Guardia Rivolubarile e ha contizionaria, le forze stabile e l’inflazione nuato costantearmate, il Consi- ha superato il 26% mente a crescere glio del Discernimento e nomina la suprema auto- sino a raggiungere nel giugno 2008 i 140 dollari al barile, sirità giudiziaria del paese. L’appoggio di queste due realtà è tuazione che permise allo stesso per un candidato un fattore es- Ahmadinejad di promettere fonsenziale. In tal senso è necessario di per le giovani coppie che oggi sottolineare come, almeno attual- invece sono impossibili da trovamente, il sostegno dell’Ayatollah re: con il greggio a 50 dollari, il Khamenei ad Ahmadinejad sem- famoso Reza love fund è andato in bra indiscutibile. Più che il pro- crisi e con esso buona parte dei gramma nucleare iraniano e le programmi di politica economica sue conseguenze a livello diplo- che l’Iran aveva fatto. Senza conmatico internazionale, ciò che tare che oggi sarebbe risultato potrebbe dividere la Guida Su- molto utile quel “fondo di stabiprema dall’ex sindaco di Teheran lizzazione” abolito da Ahmadineè la situazione economica disa- jad qualche tempo fa in nome di strosa in cui versa il paese. L’Iran una politica populista volta a riha visto raddoppiare la sua popo- distribuire ai più poveri i provenlazione in meno di venti anni (da ti del petrolio. 35 milioni a 70 milioni), e ancora A questi dati congiunturali, oggi ha un indice di natalità pari vanno aggiunte le limitazioni


L’ANALISI Andrea Margelletti

imposte dalle sanzioni america- durare ancora a lungo, se non a ne (risalenti alla presa degli discapito di un isolamento interostaggi statunitensi nel 1979) e nazionale che porterebbe l’ex Perquelle recenti delle Nazioni sia ad una situazione diplomatica Unite, per il progetto atomico in stile Corea del Nord, senza peche l’Iran sta perseguendo. Per rò nessun vantaggio geopolitico un paese che dipende quasi to- da ottenere. Al contrario del regitalmente dagli introiti derivanti me coreano infatti, i dirigenti iradall’esportazione di gas e petro- niani hanno a che fare con una solio e che è quasi totalmente inca- cietà viva, difficilmente controlpace di raffinare da solo l’oro ne- labile con la mera repressione ro che estrae dal suo sottosuolo, (nonostante il pugno forte dei pacertamente il momento è dram- sdaran). Inoltre, se per il regime matico. Segno evidente dell’in- comunista asiatico l’isolamento è soddisfazione che attraversa il garanzia di sopravvivenza, per paese è il famoso sciopero dei ba- l’Iran significherebbe la fine di ogni ambizione zar di Teheran avregionale, a discavenuto nello scor- Appare difficile pito delle numeso ottobre: i rose opportunità bazari, ovvero la che il comportamento che oggi il Medio classe commercia- di chiusura di Teheran Oriente offre, sole non consideraprattutto dopo la bile certo come sul nucleare possa caduta dei Talebaoppositrice del re- durare ancora a lungo ni (e l’instabilità gime, hanno chiuso le saracinesche dei loro negozi afghana) e di Saddam Hussein. per protestare contro l’innalza- Insomma, si tratterebbe di una mento dell’Iva imposto dal go- scelta, a lungo termine, praticaverno. A nulla sono valse le pro- mente suicida. Senza considerare messe del presidente di rivedere che gli Stati Uniti, con le recenti la legge e le minacce delle forze dichiarazioni, aumentando le di polizia affinché lo sciopero sanzioni potrebbero impedire alle non avesse luogo. Va ricordato petroliere di importare carburanche, almeno storicamente par- te dopo la raffinazione all’estero lando, i temi di politica econo- (soprattutto verso l’India). Se mica sono sempre stati più al questo avvenisse, nel lungo pecentro di quelli di politica este- riodo la stessa Repubblica islamira, nelle campagne elettorali ca sarebbe a rischio di sopravvivenza. Soprattutto se si considera presidenziali iraniane. Quanto potrà durare quindi l’at- che in Iran, grazie ai sovvenzionateggiamento oltranzista dell’Iran menti statali (pari al 12% del sui temi del nucleare? Appare Pil), il costo del greggio è pratidifficile che questo comporta- camente bassissimo. mento di chiusura verso il nego- In tal senso quindi, vanno letti i ziato da parte di Teheran possa piccoli sviluppi che stanno avve-

23


24

nendo: una delle prime azioni questo senso va letto lo spostadella nuova presidenza Obama è mento di unità della Guardia Ristata quella di inserire all’interno voluzionaria ai confini tra Afghadella lista delle organizzazioni nistan e Pakistan avvenuto il 21 terroristiche il Pejak, ovvero il aprile scorso. Ufficialmente lo Party for a free life in Kurdistan spostamento è stato giustificato (Partito per una vita libera in con la necessità di eliminare dei Kurdistan), autore di numerosi nemici cospiratori, ma sembra attentati in Iran – il più noto, piuttosto una giustificazione per quello del 3 aprile 2006, uccise guadagnare consenso interno da 26 membri delle forze di sicurez- parte dei conservatori e, allo stesza iraniane. A questo vanno ag- so tempo, mantenere fede alle giunti altri due fatti di rilievo: il promesse fatte all’Aja; il secondo primo è quello relativo al summit dato da registrare è la dichiarata sull’Afghanistan avvenuto all’Aja volontà di quattro istituti di crealla fine di marzo. L’importanza dito americani di aprire una filiale in Iran (tra quedel summit è austi anche Citimentata con la Quattro istituti group e Goldman partecipazione di Sachs). La richiesta una delegazione di credito americani alla Banca centrale iraniana e con l’in- hanno recentemente iraniana è già percontro tra l’inviato venuta da tempo e di Obama Richard annunciato di voler certamente ha avuHolbrooke e il vi- aprire filiali in Iran to il preventivo avceministro degli Esteri iraniano, Mohammed vallo della nuova amministrazioMehdi Akhundzadeh. Sebbene ne americana. nessun accordo sia stato raggiun- Perché l’Iran è cosi importante to tra le due parti a livello ufficia- per gli Stati Uniti? Al di là della le, l’Iran si è detto disponibile a risoluzione della questione del cooperare per la stabilità dell’Af- nucleare, cruciale per la stabilità ghanistan, dimostrandosi interes- della regione mediorientale, c’è sato soprattutto alla lotta contro anche un altro motivo per il il narcotraffico. Ad oggi l’8% quale Washington vuole trovare della popolazione iraniana fa uso un nuovo modus vivendi con Tedi stupefacenti e ogni anno si re- heran: secondo quanto riportato gistrano 90 mila nuovi casi di dal New York Times, citando foneroinomani. Questo nonostante ti militari e del Pentagono, gli le severissime pene stabilite per americani sono alla ricerca di reati inerenti alla droga. Secondo una nuova via per rifornire le un dato del 2001, l’Iran detiene truppe statunitensi in Afghaninelle sue galere circa 68 mila stan che scavalchi la Russia e trafficanti e 32 mila tossicodi- l’instabile Pakistan. Gli esperti pendenti (i primi vengono pub- hanno soprattutto studiato la via blicamente impiccati). Forse in che, partendo dall’Arabia Saudi-


L’ANALISI Andrea Margelletti

ta, passa per il porto iraniano di Chabahar, nel Mare Arabico, che a sua volta si collega direttamente con una strada da poco completata dagli indiani nell’ovest dell’Afghanistan. Questa via è giudicata più sicura e più breve di quella usata sinora. Concludendo possiamo dire che l’Iran si avvia ad una tornata elettorale che certamente risulterà fondamentale per il suo futuro: le mezze aperture di questo periodo e le folle esultanti in attesa dell’“eroe” Ahmadinejad di ritorno dalla conferenza sul razzismo di Durban II, non possono nascondere tutte le contraddizioni e i rischi che l’Iran cela. Come detto, sulla strada del confronto diretto, faccia a faccia, con la comunità internazionale, Teheran rischia di alienarsi anche l’appoggio di coloro che sinora l’hanno maggiormente sostenuta, come ad esempio la Russia. Difficilmente il paese potrebbe farsi carico di nuove sanzioni, un peso che diventerebbe troppo oneroso, soprattutto considerando tutti i rischi sociali che ne deriverebbero. Allo stesso tempo però, l’intera comunità internazionale, Israele e Stati Uniti compresi, sanno bene che in qualche modo, una soluzione diplomatica con Teheran deve essere trovata. Non è un caso che, lo stesso ministro degli Esteri israeliano Avigdor Lieberman ha recentemente escluso, in una intervista concessa ad un giornale austriaco, un possibile attacco militare all’Iran, chiedendo piuttosto alle grandi potenze di aumentarne l’isolamento economi-

co. Senza lanciarsi in profetiche risposte su chi sarà il prossimo presidente dell’Iran è certo che dovrà rispondere a tutte le contraddizioni suddette e difficilmente potrà farlo continuando a perseguire la strada del muro contro muro.

25

L’Autore ANDREA MARGELLETTI Analista strategico e militare, è presidente del Ce.s.i (Centro studi internazionali).


econdo Stefania Craxi, il nostro paese deve cogliere l’occasione offerta dalla presidenza del G8 di luglio per cercare di facilitare un accordo fra Usa e Iran sulla questione nucleare e contribuire a stabilizzare la situazione in Medio Oriente. Sperando che le elezioni iraniane di giugno portino un cambiamento al vertice del regime di Teheran.

S 26

Dobbiamo far sentire la nostra voce nell’Ue

Europa e Italia non lascino soli gli Stati Uniti INTERVISTA A STEFANIA CRAXI DI BARBARA MENNITTI


L’INTERVISTA Stefania Craxi

condo il sottosegretaro, inoltre, il nostro paese, per il quale il processo di pace in Medio Oriente riveste particolare importanza per ovvi motivi geopolitici ed economici, potrà approfittare dell’occasione offerta dalla presidenza del prossimo G8 per ritagliarsi un ruolo da mediatore nei difficili rapporti fra Iran e Usa, saggiando così le reali intenzioni di Teheran. Trent’anni fa la rivoluzione khomeinista fu un evento inaspettato per vasti settori dell’Occidente. Oggi si riconosce che ha anticipato molte delle profonde trasformazioni che si sono susseguite nella regione mediorientale e in gran parte del mondo islamico. Come legge lei questo evento?

«L’Europa non deve lasciare solo il presidente Obama e l’Italia deve far sentire la sua voce in Europa». Così Stefania Craxi, sottosegretario agli Affari esteri con delega per il Medio Oriente, rivendica un ruolo per l’Unione europea – e per l’Italia – nella gestione dei difficili rapporti con l’Iran. Ruolo che molti osservatori ritengono essenziale soprattutto per raggiungere un’intesa sulla spinosa questione dell’arricchimento dell’uranio iraniano, che rischia di sfociare in una crisi globale. Se-

Khomeini conquistò il potere in Iran non contro lo Scià, ma contro il liberale Mossadeq che aveva costretto lo Scià all’esilio. È stato così interrotto un processo evolutivo che forse avrebbe potuto dare buoni frutti. Instaurando la teocrazia, l’Iran ha avuto modo di parlare e di influenzare l’intero mondo arabo, sollecitando una coscienza purtroppo legata a precetti-valori religiosi. Una svolta dell’Iran porterebbe un contributo enorme alla pacificazione dell’intera regione. L’Iran è un paese che per molti aspetti sfugge alle logiche occidentali: pur essendo una teocrazia, elegge il suo presidente e la sua assemblea, differenziandosi così dagli altri paesi dell’area mediorientale. Come valuta questo aspetto?

L’elezione del presidente e dell’assemblea è un retaggio del vecchio

27


Iran laico. Ma mi sembra difficile parlare a Teheran di elezioni libere e democratiche. Opporsi, in Iran, non è un diritto ma un atto di coraggio. Qual è il ruolo geopolitico e strategico dell’Iran nei difficili equilibri del Medio Oriente, tenendo conto anche del fatto che si tratta dell’unico paese sciita dell’area?

28

L’Iran ha rapporti difficili con i paesi arabi moderati. Questi temono la sobillazione di minoranze antagoniste, in particolare le minoranze sciite, che Teheran assiste e aiuta con i proventi del petrolio. È una politica di influenza che mette in difficoltà i paesi moderati. La chiarificazione della politica dell’Iran nell’area mediorientale sarà uno dei punti importanti di discussione se il dialogo con Teheran andrà avanti. L’iran è quasi quotidianamente al centro delle polemiche per violazioni dei diritti umani. Considerando che l’Italia è il suo primo partner commerciale, crede che sia utile vincolare i rapporti commerciali al rispetto dei diritti umani? Più in generale crede che le sanzioni economiche siano uno strumento efficace?

Gli affari e i diritti umani sono due cose diverse. I diritti umani sono violati in mezzo mondo, ma questo non impedisce che si commerci dovunque ci siano interessi reciproci. L’Italia ha il più alto volume di scambi con l’Iran e il governo è intervenuto sugli operatori economici perché anch’essi facciano sentire la loro voce. Su questo terreno si deve agire con cautela: il rischio è di avere un danno economico senza ottenere

niente. Un discorso a parte sono le sanzioni e la minaccia di inasprirle se il dialogo non andrà avanti. Sull’efficacia delle sanzioni, che colpiscono duramente la popolazione, ci sono opinioni discordi. Di certo l’Iran non gradisce la politica del bastone e della carota, l’offerta di dialogo con la minaccia di sanzioni più dure. La diplomazia sta cercando di aggirare l’ostacolo, sostituendo al bastone ed alla carota la formula dei “diritti e responsabilità”, cioè il riconoscimento di eventuali diritti in cambio di precise assunzioni di responsabilità. Spesso sono le donne a subire maggiormente la violenza del regime, pensiamo al caso di Delara Darabi. Perché le femministe e i pacifisti italiani e occidentali non scendono in piazza in loro difesa?

La condizione delle donne in Iran è spaventosa. Basta aver scorso le pagine di “Leggere Lolita a Teheran”, della professoressa Azar Nafisi che ha insegnato per anni nelle università iraniane prima di emigrare a New York, per inorridire. Quanto ai movimenti pacifisti italiani, mi sembra che siano troppo affaccendati a gridare contro il governo per i barconi respinti in Libia, per avere tempo di occuparsi di cose ben più serie. Fra pochi giorni l’Iran si recherà alle urne per eleggere il suo presidente. Quale risultato si auspica il nostro paese?

La rielezione dell’ultranazionalista Ahmadinejad non sarebbe un buon segnale per l’auspicato dialogo. Ma non è il caso di farsi troppe illusioni.


L’INTERVISTA Stefania Craxi

L’unico candidato in grado di sfidare Ahmadinejad sembra l’ex primo ministro Mir-Hussein Moussavi, appoggiato dai moderati e dei riformatori, ma che non si può certo considerare un uomo nuovo. Pensa davvero che la sua elezione potrebbe rappresentare una svolta positiva per il paese?

L’intervistato

Tutto meglio di un fanatico antisemita che nega l’Olocausto e predica la distruzione di Israele. Dopo le elezioni, il governo iraniano dovrà scendere a patti sul tema del nucleare. Secondo molti osservatori, un’intesa può essere raggiunta non su un piano bilaterale Usa-Iran, ma coinvolgendo anche l’Unione europea. Questa ha intenzione di proporsi come protagonista di un negoziato e l’Italia, in particolare, può giocare un ruolo importante?

L’Europa non deve lasciare solo il presidente Obama e l’Italia deve far sentire la sua voce in Europa. Il governo italiano non ha nessuna intenzione di estraniarsi dal processo di pace in Medio Oriente, che condiziona lo sviluppo dei rapporti intermediterranei per noi vitali. In qualità di paese che esercita la presidenza del G8, possiamo offrire occasioni concrete per saggiare la disponibilità di Teheran a collaborare e facilitare il negoziato senza precondizioni offerto dagli Usa. Abbiamo già proposto di invitare l’Iran alla riunione ministeriale sull’Afghanistan in programma a giugno a Trieste. La disponibilità a collaborare alla stabilizzazione dell’Afghanistan sarebbe già un segnale.

STEFANIA CRAXI Deputato dal 2006, già membro della Segreteria politica nazionale di Forza Italia, è sottosegretario agli Affari esteri con delega al Medio Oriente, all’Africa del Nord e ai rapporti euromediterranei. Ha fondato l’associazione Giovane Italia ed è presidente onorario della Fondazione Craxi. Produttore televisivo fino al 2000, ha pubblicato i libri Lo sbarco. Genesi di una passione politica e Nella buona e nella cattiva sorte, libro dedicato alle donne coinvolte nella vicenda Tangentopoli.

L’Autore BARBARA MENNITTI Giornalista, scrive di società, politica interna e politica estera. È stata direttore del quotidiano online Ideazione.com, collabora con Ffwebmagazine. È caporedattore con funzioni di direttore responsabile di Charta minuta

29


Washington gioca la carta del dialogo

L’Occidente ha fatto la sua parte, ora tocca all’Iran

30

Per l’ambasciatore Castellaneta la politica della “mano tesa” del presidente americano Obama è la strada giusta per stabilizzare l’area mediorientale, ma allo stesso tempo è anche l’ultima chiamata per l’Iran. Sono molti, infatti, gli sforzi che Stati Uniti ed Unione europea hanno fatto nell’ultimo periodo nei confronti del paese sciita per aprire un dialogo duraturo che possa portare i frutti sperati. Bisognarà quindi soprattutto capire, dopo le elezioni di giugno, quanto il prossimo presidente sarà veramente disposto ad aprire un tavolo per risolvere la questione del nuclerare e dei finanziamenti ai gruppi integralisti islamici. Mai negli ultimi trent’anni c’è stata una così concreta occasione di normalizzare i rapporti interrotti. Ora serve solo la volontà. INTERVISTA A GIANNI CASTELLANETA DI PIETRO URSO


L’INTERVISTA Gianni Castellaneta

Nel panorama internazionale l’Iran ricopre un ruolo determinante per la stabilizzazione del Medio Oriente. Dopo la Rivoluzione khomeinista del 1979 e la nascita dello Stato islamico, però, il dialogo con i leader che hanno guidato il paese sciita negli ultimi trent’anni è sempre stato difficile e ha creato notevoli frizioni tra

l’Occidente e l’Iran, soprattutto da quando il presidente Ahmanidejad ha decisio di portare avanti una politica nuclearista. «Gli Stati Uniti si sono accorti che la politica dell’isolamento non ha dato frutti per questo è stata presa un’altra strada, ma ora tocca ai dirigenti iraniani cogliere questa unica opportunità». Queste le


32

parole dell’attuale ambasciatore italiano negli Stati Uniti Gianni Castellaneta, profondo conoscitore non solo della politica dell’attuale presidente americano Barack Obama per l’area mediorientale, ma anche grande esperto della società iraniana, avendo guidato la sede diplomatica italiana a Teheran negli anni Novanta. Come giudica che si siano evolute la politica e la società iraniana dalla rivoluzione khomeinista ad oggi, anche alla luce della sua esperienza diplomatica a Teheran?

La Rivoluzione e la successiva

guerra con l’Iraq sono state delle esperienze traumatiche che hanno avuto un grande impatto sulla politica e sulla società iraniane e che non è facile assorbire in breve tempo. Entro le istituzioni della Repubblica islamica all’apparato statale ordinario si affiancano gli organi rivoluzionari. Il dualismo tra questi poli è una delle chiavi di lettura della dinamica politica iraniana e definisce lo spazio entro cui, in questi anni, è cresciuta la società civile. Con l’avvento della presidenza Obama la politica americana nei confronti del-


L’INTERVISTA Gianni Castellaneta

33

l’Iran, ma non solo, sembra aver cambiato rotta con la nuova filosofia della “mano tesa”. Può essere la strada giusta per risolvere le divergenze che durano da trent’anni tra Usa e Iran?

Gli Stati Uniti hanno deciso di cambiare corso dopo aver constatato che l’isolamento del regime iraniano non ha dato frutti. È troppo presto per dire se l’engagement funzionerà. Ma l’idea di tentare un approccio nuovo mi trova concorde. Adesso occorre che la dirigenza iraniana colga tempestivamente questa opportunità che mi sembra davvero unica e potrebbe non ripresentarsi più.

Dopo l’infuocato discorso che il presidente Ahmadinejad ha tenuto a Ginevra attaccando lo Stato di Israele e il popolo ebraico, sia gli Stati Uniti che l’Europa hanno duramente condannato le dichiarazione del presidente iraniano. Questo potrebbe influenzare il difficile dialogo tra l’Iran, gli Usa e l’Ue, e come?

Purtroppo dichiarazioni come quella non sono una novità. Sono il frutto di una retorica infiammatoria che non produce altro risultato se non acuire l’inquietudine della comunità internazionale e rafforzarne la determinazione a contrastare ogni piano egemonico e militaristico.


L’Iran, anche dopo diverse risoluzioni e richieste degli organi internazionali contrarie alla proliferazione, sta portando avanti il programma nucleare senza grandi difficoltà, imitato da altri Stati, come la Corea del Nord. Secondo lei questo può davvero rappresentare un pericolo per la regione e per il resto del mondo e, nel caso, quale sarebbe l’atteggiamento da tenere da parte degli Stati occidentali?

34

Può rappresentare una grave minaccia non solo per la sua intrinseca portata destabilizzante, ma anche per la corsa al riarmo nucleare che sarebbe suscettibile di scatenare in una regione di per sè assai instabile come il Medio Oriente. Non solo l’Occidente, ma tutta la comunità internazionale deve consolidare la propria coesione per rispondere in maniera unitaria a questa minaccia, innanzitutto intensificando il dialogo e favorendo le condizioni affinché questo possa avere successo. L’Italia negli ultimi anni è diventato il primo partner commerciale dell’Iran. Però, pur essendo lo Stato occidentale economicamente più influente in quella regione, è stato escluso dal tavolo dei “5+1” (Consiglio di sicurezza dell’Onu più Germania) che ha lo scopo di dialogare con l’Iran. Perché al peso economico dell’Italia non corrisponde un adeguato peso politico?

L’Italia non è esclusa dalla consultazione internazionale sulla questione iraniana. Al contrario, costituisce un partecipante a pieno titolo. Ad esempio sulla dimensione regionale il ministro Frattini si è reso promotore di una conferenza regionale alla quale è


L’INTERVISTA Gianni Castellaneta

invitato a partecipare anche l’Iran, nello spirito del coinvolgimento costruttivo che caratterizza anche l’approccio dell’amministrazione Obama. Nei giorni scorsi il ministro Frattini si è consultato sull’Iran con il segretario di Stato a Washington e prevedo che tali occasioni si moltiplicheranno in futuro. Negli ultimi anni l’Occidente si è dovuto confrontare con il fenomeno del terrorismo islamico. Che ruolo gioca l’Iran in questo scenario?

Purtroppo l’Iran ha svolto un ruolo ambiguo sulla scena regionale, sostenendo gruppi e movimenti attivamente interessati alla destabilizzazione del Medio Oriente, mentre in specifici settori ha anche dato prova di sapersi impegnare per il raggiungimento di obiettivi da noi condivisi. La sua partecipazione costruttiva agli sforzi per la stabilità regionale costituisce una premessa indispensabile per il successo dell’outreach che il presidente Obama ha avviato. L’Iran può essere considerato un interlocutore rappresentativo della regione mediorientale per l’Occidente essendo l’unico Stato a maggioranza sciita?

In Medio Oriente vi sono tanti interlocutori e tutti hanno pari dignità; la rappresentatività non è collegata alla confessione religiosa della popolazione di ogni singolo Stato, ma alla capacità di ogni paese di svolgere un ruolo costruttivo nel consolidamento della pace e della stabilità, nella promozione dello sviluppo democratico e del

35


rispetto dei diritti umani, nella diffusione del benessere economico.

L’intervistato

A giugno il popolo iraniano si recherà alle urne per eleggere il prossimo presidente iraniano, secondo lei quali saranno gli scenari più probabili e come potranno modificare il rapporto con gli Stati Uniti e l’Europa?

36

Le elezioni di giugno costituiscono una questione interna sulla quale si dovrà pronunciare il popolo iraniano. Chiunque vinca le elezioni è chiamato a confrontarsi da subito con la comunità internazionale che ha già presentato all’Iran le proprie aspettative non solo per la soluzione della questione nucleare, ma per pervenire ad una normalizzazione completa dei rapporti che porti l’Iran, paese di grande tradizione e civiltà, ad una piena integrazione nella comunità internazionale. Il nostro auspicio è che chi sarà eletto presidente assecondi il processo di dialogo che l’amministrazione Obama ha già dato chiari segnali di voler intraprendere. L’Italia e l’Unione europea sono già impegnate a fondo perché questa prospettiva si realizzi in tempi ravvicinati.

GIANNI CASTELLANETA Ambasciatore italiano a Washington dal 2005. Ambasciatore dal 1967, nel 1969 è a Mogadiscio, dal 1972 al 1974 è viceconsole a Chambery. In seguito è Primo segretario a Lisbona come Capo dell’Ufficio economico e commerciale, in uno dei momenti più critici della storia del Portogallo, quello della Rivoluzione dei Garofani. Rientrato a Roma nel 1976, nel 1978 è nominato Capo della segreteria del Segretario generale del ministero degli Affari esteri. Dal 1981 al 1984 è Capo ufficio stampa e portavoce dell'Ambasciata d’Italia a Parigi dove, occupandosi anche del settore culturale, assume il coordinamento delle attività degli Istituti italiani di cultura in Francia. Torna a Roma nel 1984 per prestare servizio presso il gabinetto del presidente del Consiglio Craxi. Nel 1985 è Vice rappresentante permanente d’Italia presso le Organizzazioni internazionali a Ginevra, nel 1989 è Consigliere diplomatico del ministro del Tesoro Amato. Nello stesso anno viene nominato dal ministro degli Affari esteri De Michelis Capo del servizio stampa ed informazione e portavoce della Farnesina. Dal 1992 al 1995 è ambasciatore a Teheran nel periodo che coincide, dopo la morte di Khomeini, con la presidenza Rafsanjani. Nel 1997 assume l’incarico di Coordinatore delle attività civili italiane in Albania. L’anno successivo è nominato ambasciatore d’Italia a Canberra. Dall maggio 2001 diventa Consigliere diplomatico del Presidente del Consiglio, prima con Giuliano Amato e poi con Silvio Berlusconi.

L’Autore PIETRO URSO

Giornalista e redattore del bimestrale della Fondazione Farefuturo, Charta minuta. È esperto di comunicazione e storia del giornalismo italiano ed europeo.


Perché non si può abbassare la guardia

Difendere Israele per difendere la libertà DI FIAMMA NIRENSTEIN

38

l 20 aprile scorso, alla conferenza contro il razzismo dell’Onu, Mahmoud Ahmadinejad ha di nuovo attaccato lo Stato ebraico, definito il piccolo Satana. Parole di odio che hanno fatto il giro del mondo e alle quali non bisogna abituarsi. Il nostro mondo ha il dovere di reagire per difendere i suoi valori di democrazia, di libertà e di rispetto per i diritti umani.

I


L’INTERVENTO Fiamma Nirenstein

La minaccia basilare che l’Iran pone al mondo non è solo quella nucleare, bensì quella di un rivolgimento ideologico che corrompe gradualmente, ma con rapidità, tutti i rapporti internazionali: nel linguaggio, nella narrativa storica adottata da molti paesi, nella idea stessa del destino di un mondo non più costruito sul rispetto della cultura dei diritti umani. Quando Ahmadinejad, il 20 apri-

le scorso, ha tenuto a Ginevra il suo discorso alla conferenza contro il razzismo detta Durban 2, tutti i paesi dell’Onu riuniti sapevano già benissimo cosa avrebbe detto, tanto che la protesta successiva di Ban Ki Moon e l’uscita dalla sala delle delegazioni europee (esclusa l’Italia, la Germania, la Polonia, l’Olanda che avevano giustamente rifiutato di partecipare alla conferenza)

39


40

è risultata patetica. Ahmadinejad to. ha chiesto una rivoluzione del- Ahmadinejad è stato applaudito l’ordine mondiale per eliminare il da numerosi membri dell’assemcontrollo sionista e americano del blea dell’Onu in ciascuna di quepianeta, ha chiamato Israele per- ste circostanze, il suo successo ha petratore di genocidi e razzista, invaso le copertine dei più imha evocato i presunti complotti portanti giornali del mondo e i della lobby sionista che, con i suoi talk show; quelle che non possiainteressi economici, sta dietro a mo chiamare le sue opinioni, ma ogni guerra e ne ha minacciato la piuttosto i suoi ben strutturati distruzione. Questo in una sede ansimi d’odio, così come tutte le dell’Onu, di cui Israele è Stato sue dichiarazioni sulla inesistenza della Shoah, hanno inondato le membro. Nel settembre 2007, questa volta nostre case di aggressive rozze inall’Assemblea generale delle Na- sensatezze, condite da un’aura zioni Unite, il presidente irania- mistica in attesa del Mahdi che salverà il mondo, no aveva castigato anch’essa fra gli i “grandi poteri” Da un decennio l’Onu stilemi preferiti come cause della ingiustizia globale è ostaggio dei 57 paesi della ex Guardia della Rivoluzione, e della inegua- dell’Organizzazione oggi presidente. A glianza, aveva atdella conferenza questo si deve agtaccato la promigiungere che tre scuità della società islamica contesti attribuioccidentale, aveva disegnato l’immagine di un mon- scono il loro reale significato alla do da cui fosse eliminata la de- marea di crudeli sciocchezze di mocrazia e il modello iraniano di- Ahmadinejad: innanzitutto, il venisse universale, minacciando i fatto che egli sia il leader di un releader del mondo: «Se non ab- gime fra i più brutali in fatto di bandonerete l’obbedienza a Sata- violazione dei diritti umani, che uccide e imprigiona i suoi oppona affronterete delle calamità». Nel 2008, sempre all’Onu, di- sitori, ginofobico, persecutore e chiarò che il “regime sionista” e uccisore di donne, sessuofobo, “l’impero americano” erano sul- impiccatore di omosessuali. Fu in l’orlo del collasso. E aggiunse un altro prestigioso consesso, alla che, al giorno d’oggi, «la dignità, Columbia University di New l’integrità, i diritti del popolo eu- York, che, nel settembre 2007, ropeo e americano sono nelle ma- Ahmadinejad disse che in Iran gli ni di un piccolo, ma truffaldino omosessuali non esistono. gruppo di persone chiamate sio- L’altro contesto è quello della conisti», guadagnandosi così, al struzione della bomba atomica, termine del suo discorso, l’ab- perseguita sotto gli occhi di tutti, braccio del presidente dell’As- indagata da una Aiea di una desemblea generale Miguel d’Esco- bolezza paradossale, propaganda-


L’INTERVENTO Fiamma Nirenstein

ta senza ritegno anche dalla continua e ben concreta parata dei missili Shihab destinati a portare testate nucleari, ormai, secondo gli esperti, giunti alla fase conclusiva dell’assemblaggio. Gli ayatollah stessi si fanno fotografare con Ahmadinejad in visita alle strutture di arricchimento dell’uranio ogni volta che un nuovo risultato viene raggiunto, sia nel numero delle centrifughe o nella quantità di uranio arricchito. Il terzo contesto riguarda lo scenario interregionale e ci mostra come, nel corso di questi anni, l’Iran abbia avuto un ruolo letale nello spargimento di sangue in Iraq; di come abbia gestito interamente il riarmo degli Hezbollah con missili sempre più raffinati dopo la fine della guerra del 2006; di quanto abbia aiutato con danaro, armi, campi di istru-

zione, la crescita di Hamas, di come abbia elaborato e attuato progetti per distruggere i paesi arabi moderati, talora in alleanza con Al Qaeda: così ha fatto in Giordania e in Egitto. Se l’Iran avrà l’atomica, la situazione internazionale diverrà incontenibile. Nel mondo arabo moderato la preoccupazione per le ambizioni egemoniche iraniane è alle stelle. In questo contesto, una possibile connessione tra la questione iraniana e quella palestinese è quanto di più lontano ci possa essere dalla realtà: pensare che Ahmadinejad possa trattare la sua strategia di dominazione e di egemonia regionale sulla base di concessioni ai palestinesi è poco più di una illusione senza fondamenta. Ma, nonostante tutto questo, l’Occidente non trova la forza di


42

reagire: sappiamo benissimo che Ahmadinejad trascina l’Islam in un gorgo di ritorno al Medio Evo, e così cerca di fare con noi. Sappiamo anche che ciò che non gli piace della nostra società, ovvero i diritti umani, la libertà delle donne, la libertà religiosa, sono proprio tutto il contrario di ciò che si pratica nel suo paese, e che l’Iran predichi un mondo in cui cessi l’oppressione dei deboli, è un’autentica contraddizione in termini. Ahmadinejad ha creato una trappola infernale sostenendo che le organizzazioni internazionali sono nelle mani dei potenti e dei forti, e che vanno sovvertite. Proprio lui, applaudito e osannato all’interno di un’assemblea della Nazioni Unite che da decenni è ostaggio dei 57 paesi dell’Organizzazione della conferenza islamica e di parecchi fra gli ex paesi “non allineati”. E quando ci si oppone a questo schema e all’indecenza dei discorsi pronunciati dal presidente iraniano in consessi internazionali, la trappola fa sì che ogni gesto di condanna, ogni richiamo alla decenza, al rispetto dei valori universali, sia, secondo la sua logica e quella di tutto il mondo islamista estremo, la dimostrazione di un nuovo atto di “prepotenza” da parte del grande e del piccolo Satana, che con l’atteggiamento cospirazionista e imperialistico che loro si confà, vogliono imporre la loro supremazia ai 192 paesi delle Nazioni Unite. Dunque la risposta deve essere dura come l’attacco alle istituzioni internazionali: deve puntare a una vera e propria ri-

fondazione basata senza timidezze o infingimenti sui valori della democrazia, della libertà religiosa, della parità di sesso e su tutti gli altri valori che ci vantiamo di chiamare nostri. Il nostro prossimo impegno deve dare forza all’Islam moderato che affronta il dialogo comprendendo che la storia del mondo ha posto i diritti umani al centro della storia delle democrazie e che cerca di integrarsi nel rispetto della nostra società. Ad Ahmadinejad bisogna dire che affermare che nella sua società, ad esempio, non esistono omosessuali, è una vergognosa bugia volta a coprire i suoi crimini. Bisogna minacciare la sua espulsione dall’Onu e di chiunque altro minacci un paese membro di sterminio. Bisogna proteggere il nostro mondo dalla minaccia alla sua vita e alla sua morale, minaccia che deriva dall’intrattenere dialoghi con chi li usa poi per alimentare il suo disprezzo verso di noi.

L’Autore FIAMMA NIRENSTEIN

Giornalista, scrittrice e deputato. È vicepresidente della commissione Affari esteri e comunitari della Camera dei Deputati. È stata inviata in Medio Oriente per La Stampa, Il Giornale e Panorama. Ha collaborato anche con Paese Sera, l’Europeo, l’Espresso, Epoca. Dal 1993 al 1994 ha diretto l'Istituto Italiano di Cultura a Tel Aviv. Fa parte di numerosi centri studi e fondazioni tra cui il Jerusalem Center for Public Affairs, l’Hudson Insititute di Washington, la Fondazione Magna Carta e la Fondazione Italia Usa.


Anatomia di una teocrazia costituzionale

Quando lo Stato è nelle mani di Dio Nella rivoluzione del 1979, oltre all’elemento “popolare” era presente una forte componente religiosa, che mirava a risalire alle origini dell’Islam. Il risultato formale è una “democrazia religiosa” che pone lo Stato nelle mani del popolo sottomesso a Dio. Nella sostanza la supremazia risiede nella shari’a e nell’autorità della Guida Suprema. 44 DI GIANFRANCO MACRÌ

«O voi che credete, obbedite ad Allah nel carisma dell’Ayatollah Ruhole al Messaggero e a coloro di voi che lah Khomeini la sua Guida Suprema – si pone come obiettivo hanno l’autorità» (Sura IV, 59) quello di risalire alle origini delSe ogni rivoluzione «ha il suo l’Islam, di “rifondare” ideologicamodo di formulare la sua critica mente (custodendolo) il valore del passato e le sue aspirazioni»1, dell’«iranità»4. Da qui, la definianche quella iraniana del 1979 zione dello sciismo come «Islam presenta elementi di originalità e Iranien»5, delineante un modello complessità2 scaturenti in gran di governo della società che Dio parte dalle modalità di estrinseca- ha voluto fosse «sovrana sul prozione dell’Islam che, nella “for- prio destino» (art. 2 Cost.). ma” sciita (da shi’a, ovvero parti- La «forma» di questa società, dunque, è quella della «democrato, fazione), si fa Stato. Quella del 1979 è inoltre una «ri- zia religiosa» che – secondo il voluzione nella rivoluzione»3 per- Presidente della Repubblica Khaché, oltre all’elemento “popolare” tami (1997-2005) – pone «nelle (i mostazafin, gli oppressi, costi- mani del popolo», sottomesso alla tuiscono una componente centra- sovranità di Dio (Corano, 35, 15), le del movimento) – che si con- il destino dello Stato; la «sostantrappone radicalmente al regime za», invece, risiede nella supredispotico dello Scià e che trova mazia della shari’a, «sistema di


RELIGIONE Gianfranco Macrì

45


46

valori che trascende il diritto così riconoscendo in essi dei veri e come le diversità etniche, i luo- propri maestri iniziatici7. ghi e i tempi»6. A partire dalla fine del XVIII seSiamo di fronte ad una «teocra- colo, lo sciismo cosiddetto duozia costituzionale» che disegna decimano è in grado di disporre uno spazio politico-normativo di una vera e propria organizzaall’interno del quale la Guida zione di tipo “ecclesiastico”, di Suprema si pone al di sopra e al un clero costituito da una schiedi fuori del sistema istituziona- ra di dottori della Legge e di le. La governance del potere non è, Ulema (possessori del sapere) dicome molti hanno immaginato visi in scuole dottrinali aventi in passato, dumvirale (Guida su- ciascuna a capo un Grande Ayaprema - Presidente della Repub- tollah riconosciuto come «fonte blica, entrambi sullo stesso pia- di imitazione»8 che controlla no) né, tantomeno, presidenziale una «rete di scuole religiose», di (come si potrebbe pensare guar- opere pie e di moschee locali. dando all’Iran di Una volta al potere, oggi, quello di L’autorità della Guida Khomeini compie Ahmadinejad). una rottura della P e r c a p i r e g l i Suprema è il concetto tradizione che si riobiettivi che la intorno a cui ruota percuote anche nel politica si prefigcampo religioso. La ge, in passato co- il sistema politico “forma” che l’autome oggi, è alla e religioso iraniano rità, tout court, assuGuida Suprema me con il suo avche si deve porre attenzione ed al vento è segnata dall’introduzione suo agire “per mezzo” della Co- del principio del velayat-e faqih: il stituzione, dove risiede la giusti- «governo del giureconsulto» o del ficazione legale del suo essere ve- Giusto faqih (che si limita soltanro e proprio ago della bilancia to ad “esercitare” la funzione delall’interno di un ordine totalita- l’Imam occulto9), che fonde (e rio divenuto realtà oggettiva. confonde) il potere secolare con L’autorità, dunque, è il concetto- quello religioso (spettante, seconcardine intorno a cui ruota il si- do certe interpretazioni, ai dottori stema politico-religioso iraniano. della Legge, cioè a chi ha il «poteApprofondirne la natura e la por- re di sciogliere e legare») e impotata espansiva significa compren- ne, contro la tradizione sciita, un dere meglio le dinamiche del po- ordine gerarchico tra le figure di tere e dei rapporti fra poteri. intercessione nell’Islam, ponendo Il custode, invece, di questa auto- al vertice, appunto, la Guida Surità è l’Imam che nell’Islam sciita prema (Rahbar). designa la stirpe dei dodici di- La Costituzione iraniana distinscendenti diretti di Alì, genero gue la funzione del presidente del Profeta, ai quali lo sciismo della Repubblica, riservata ad un consacra un vero e proprio culto, cittadino iraniano, purché uomo


RELIGIONE Gianfranco Macrì

(nel 1981, il Consiglio dei Guardiani10 ha stabilito, a proposito delle caratteristiche che deve avere il presidente della Repubblica, che dove in Costituzione si legge «persona pia e giusta», all’art. 115, si deve intendere «uomo pio e giusto», escludendo, così, la possibilità che una donna possa essere eletta alla massima carica. Interpretazione confermata nel 2005), da quella della Guida, che spetta ad una personalità religiosa “modello”. Ed è la Guida suprema che, in base al dettato costituzionale, vigila su tutti i poteri dello Stato: nomina le supreme magistrature; concede la grazia e condona le pene; comanda le forze armate nominando i vertici dello stato maggiore generale e del Corpo dei guardiani della rivoluzione islamica (i pasdaran), nonché presiedendo il Supremo consiglio di difesa composto anche dal presidente della Repubblica, dal ministro della Difesa, dai vertici militari e dai suoi due Consiglieri; indice i referendum deliberati dal Parlamento a maggioranza dei due terzi; firma il decreto di nomina del presidente della Repubblica e (fatto importante) può anche destituirlo qualora la Corte Suprema emetta una sentenza di condanna nei suoi confronti, ovvero il Parlamento approvi una mozione di sfiducia che ne accerti l’incompetenza politica; definisce le linee politiche generali dell’azione di governo e vigila sulla loro corretta esecuzione; presiede e controlla tutte le fondazioni culturali e sociali, vere e proprie “banche” della rivolu-

IL PERSONAGGIO

Ayatollah Khomeini: il “dono di Dio” L’Ayatollah Ruhollah Khomeini (titolo religioso che significa "dono di Dio" riservato ai giuristi eminenti dei musulmani sciiti imamiti) guidò la rivoluzione del 1979. Studioso di religione, Khomeini scrisse più di venti libri sull'islamismo e venne riconosciuto come ayatollah e capo della setta degli sciiti. Oppositore della dinastia Pahlavi fin dagli anni Trenta, venne arrestato nel 1963 per essersi messo a capo di un movimento di protesta contrario alla riforma agraria e all'emancipazione delle donne; fu esiliato dapprima in Turchia e poi in Iraq, dove trovò rifugio (1964) nella città santa sciita di Najaf. Espulso dall’Iraq (1978), si recò a Parigi da dove continuò la sua campagna contro lo scià e contro gli Stati Uniti. Ritornato in Iran nel febbraio 1979 dopo la fuga dello Scià, Khomeini guidò la rivoluzione islamica cercando di eliminare qualsiasi influenza proveniente dal mondo occidentale e contemporaneamente ogni possibile opposizione interna a un governo di tipo teocratico. Nel novembre 1979 l'ostilità verso gli Stati Uniti culminò con l'assalto all'ambasciata americana a Teheran e la cattura di 63 ostaggi statunitensi. La nuova costituzione della Repubblica islamica, approvata nel dicembre 1979, gli conferiva poteri assoluti a vita come massima guida politico-religiosa. Il suo regime sostenne la diffusione dei principi del fondamentalismo islamico e avallò la legittimità dell'azione terroristica; Khomeini prolungò anche la guerra IranIraq (1980-1988) nella speranza di rovesciare Saddam Hussein, ma dovette alla fine accettare l'armistizio. Malgrado l'alto costo in vite umane e risorse economiche, il suo governo godette di grande favore in Iran e di popolarità nel mondo islamico.

47


zione. Inoltre, esercita una pressoché illimitata facoltà di “esternazione”: può inviare messaggi al Parlamento, richiami alla magistratura, inviti alle imprese e indicazioni al Consiglio dei guardiani in occasione del vaglio delle candidature11. Facendo leva su questi poteri ampissimi, Khomeini ha potuto compiere scelte assolutamente “laiche” (in un contesto culturale, quello islamico, dove il termine laicità risulterebbe «espressione vuota di significato»12), finalizzate ad imporre il suo modello rivoluzionario e facendo prevalere, all’occorrenza, la ragion di Stato rispetto alla volontà divina: nel 1981, nel mezzo della guerra con 48 l’Iraq, il Parlamento, su esplicita autorizzazione di Khomeini, approva una serie di decreti “secondari”, giustificati dallo stato di necessità, derogatori dei precetti islamici in materia di diritto di proprietà; nel 1988, dichiara che il governo assolve ad un ruolo centrale nell’Islam e in quanto tale precede ogni altro istituto come la preghiera, il digiuno e il pellegrinaggio (definendo così secondari tre dei cinque pilastri dell’Islam); nel La Guida Suprema può 1989, risponinviare messaggi al dendo al mesParlamento e richiami saggio di fine alla magistratura anno dell’allora presidente della Repubblica Khamenei (il quale sosteneva la primazia della shari’a sulle leggi statali) ribadisce che le leggi statali, di derivazione rivoluzionaria, prevalgono sulla legge islamica; oppure

quando, nel 1989, poco prima di morire, contestualmente impone alla Commissione di revisione costituzionale di modificare le condizioni per la nomina a Guida Suprema (aprendo la strada al cosiddetto clero militante) – rompendo il requisito della necessaria coincidenza tra vertice politico e vertice religioso, desacralizzando la sua figura e valorizzando il profilo politico a discapito di quello religioso – e istituisce il Consiglio per la risoluzione delle controversie13 (art. 110 Cost.) tra il Parlamento e il Consiglio dei guardiani (art. 91 Cost.), affidando all’organo appena istituito: «il compito di guardare oltre la religione per risolvere i problemi e le necessità del paese»14.


RELIGIONE Gianfranco Macrì

Il cessate il fuoco con l’Iraq del 1988 e il decesso dell’Imam Khomeini nel giugno del 1989, sanciscono l’esaurimento del modello rivoluzionario islamico. Non senza però un ultimo colpo d’ala: il caso Rushdie – sapientemente gestito da Khomeini per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica dall’epilogo della guerra che ha offuscato il prestigio iraniano nel mondo islamico – e la riforma costituzionale in materia di successione, di cui abbiamo già fatto cenno. La Guida si appropria della campagna contro i Versi satanici dello scrittore anglo-indiano Rushdie e invoca la condanna a morte di un cittadino di un paese occidentale, scavalcando la stessa Arabia Sau-

dita wahhabita, che si era limitata a incoraggiare (soltanto) il boicottaggio del libro. Sotto il profilo strettamente giuridico, il caso Rushdie presenta delle anomalie che, secondo alcuni esperti, metterebbero però in dubbio il pronunciamento di Khomeini. In generale, com’è noto, nella tradizione giurisprudenziale islamica la fatwa equivale ad un responso emanato, su precisa richiesta di un individuo o di un gruppo, da un esperto dalle riconosciute competenze teologicogiuridiche. Tale pronuncia, però, deve riguardare comportamenti che rientrano nel campo di applicazione della legge religiosa islamica (shari’a) e per essere valida 49 deve riferirsi a un oggetto preciso. Inoltre, essa è vincolante soltanto per quanti seguono la scuola giuridica che l’ha emessa (nel caso sciita, la scuola giuridica del mojtahed) e comunque, non per la generazione successiva dei fedeli. Nel caso in esame, inoltre, si porrebbe pure una questione di «competenza territoriale», dal momento che non esistono precedenti di una condanna nei confronti di qualcuno che non viva stabilmente nel mondo islamico15. Il caso Rushdie Se tali requisiti fu usato per distrarre mettono in l’opinione pubblica dubbio che il dalla guerra con l’Iraq pronunciamento di Khomeini sia effettivamente una fatwa, essi tuttavia rientrano nell’insieme di una serie di iniziative volte a dare un’immagine della Guida quale autentico «innovatore» (fino alla fine) e di


50

riportare l’Iran al centro della versitari, donne, intellettuali, scena utilizzando questa volta religiosi impegnati, etc.) mani(solo) una fatwa per “andare ol- festa la volontà di uscire daltre” (e rompere) i confini della l’esperienza islamista. Un protradizione coranica tra i territori cesso, per molti aspetti, tutt’ora dell’Islam (Dar al-Islam) e lo spa- attivo e che passa attraverso ben zio di “conquista” (Dar al-Harb), tre esperienze presidenziali: il quello non musulmano (in questo progetto di ricostruzione di Rafcaso l’Europa), all’interno del sanjani, l’illusione riformista di quale tutte le comunità islamiche Khatami, il delirio “bonificatodevono sentirsi mobilitate contro re” di Ahmadinejad. Dall’altro, chi offende il profeta Muhammad la Religione viene progressivae al fianco di quanti si battono mente “sacrificata” sull’altare delle esigenze di uno Stato semper islamizzare la modernità. Con lo scardinamento, invece, pre più totale che ne politicizza dell’idea (classica) secondo cui il ogni aspetto, erodendo lo spazio sacro della tradetentore del poscendenza. tere politico su- Khamenei ha dovuto Tra il 1999 e il premo deve essere il “perfetto del suo dare prosecuzione 2003, l’Iran vive tempo”, Khomei- al khomeinismo, due rivoluzioni: ni crea i presuppouna, da dentro il sti legali per la no- rischiando più volte sistema, portata mina di Khamenei lo scontro istituzionale avanti dai sostenia Guida Suprema. tori di Khatami, Facendo leva sul suo carisma, a l’altra, estranea al sistema, con a quanti, tra i grandi, negano a capo i giovani e gli intellettuali, Khamenei (sotto il profilo dei re- che però Khamenei imbavaglia quisiti teologici) il ruolo di gran- facendola passare, agli occhi delde ayatollah, Khomeini, in quali- l’opinione pubblica interna e tà di legibus solutus, replica facen- mondiale, come un orchestraziodo riferimento alla prerogativa ne del nemico americano. La Guidel sovrano di creare diritto nello da riesce a dividere sapientemenstato d’eccezione. te il fronte studentesco, neutraLa sfida più dura che la nuova lizzandolo nella morsa della diffaGuida deve raccogliere è quella mazione dei vari leader e della redi dare prosecuzione al Khomei- pressione più dura, agendo pure n i s m o ( s e n z a K h o m e i n i ) ; all’interno dello stesso fronte riun’opera titanica, all’interno di voluzionario carente sotto il prouna società in grande mutamen- filo della leadership e incapace, to e sottoposta a fibrillazioni dunque, di catalizzare il disagio d’ogni ordine che innescano con- politico, economico e sociale che flitti intra-istituzionali forte- percorre la società iraniana. In mente disgreganti. Da un lato, molti ricordano la catena di mila società iraniana (giovani uni- steriosi sequestri, culminata con


RELIGIONE Gianfranco Macrì

l’assassinio di alcuni intellettuali sori, camice con maniche lunghe (il caso del poeta Motahari e del ai dipendenti pubblici, obbligo a saggista Puyandeh, firmatari del- farsi crescere la barba, chiusura l’appello Siamo scrittori) che scate- dei centri culturali aperti dai precedenti amministratori riformisti na il dissenso generale. Manifestando altrettanta inflessi- e trasformati in sale di preghiera, bilità sul piano istituzionale, stile di vita modesto e austero. Khamenei rafforza il peso del Nemico di quelli che definisce i Consiglio per la determinazione “chierici imboscati”, Ahmadinedelle Scelte (già citato come Con- jad si mantiene distante dal clero siglio per la risoluzione delle con- – pur avendo sposato la figlia deltroversie) e impone al Parlamento l’ayatollah Jannati (Capo del di uniformarsi alle decisioni di Consiglio dei Guardiani) e sia lequest’organo arbitrale. Infine, in- gatissimo all’ayatollah ultraconsiste sulla necessità di tornare alla servatore Mesbah-Yazdi – e guarpurezza delle origini facendo di da verso quella “comunità del questo monito un fronte” composta vero e proprio stru- L’islamizzazione del da pasdaran e basij mento di indirizzo (milizia speciale giudiziario (au- mondo passa attraverso creata da Khomeimentano i reati la distruzione di Israele ni con compiti di contro Dio, le esenatura «morale») cuzioni capitali in e la costruzione con cui ha condipubblico per con- della bomba atomica viso l’esperienza sumo di alcolici e della guerra di diper relazioni extraconiugali, i casi fesa rivoluzionaria contro l’Iraq. delle donne “mal velate” frustate Il suo, come dicevamo, è un inper strada, etc.). tento bonificatore della palude La speranza dei dissidenti è ripo- che ha sommerso lo spirito autensta, allora, in quelle antenne sa- tico della rivoluzione (lo shal, il tellitari che i seguaci della Guida fazzoletto, e gli stivaletti da solchiamano «paradiaboliche», utili dato, sono una costante “simboliai giovani per captare le televisio- ca” della sua uniforme civile). Si ni degli esuli in America o le considera un attivo “preparatore” emittenti radiofoniche dell’area del ritorno del dodicesimo Imam, mediorientale, impiantate dagli un luogotenente (wakil) che, seamericani durante l’operazione condo la tradizione, “comunica” Iraqi Freedom. con l’Imam nascosto (e che, a suo A Teheran, nel frattempo, le ele- dire, si sarebbe manifestato nel zioni amministrative vengono settembre 2005 durante un suo vinte dal semisconosciuto ed ex discorso all’Onu). pasdaran Ahmadinejad che si di- In base alla sua visione religiosostingue immediatamente per la messianica, il Mahdi (il dodicesiradicalità delle misure adottate: mo Imam) è pronto a fare presto separazione per sessi negli ascen- la sua comparsa, ma ciò dovrà av-

51


52

venire in un mondo completamente islamico e soprattutto sciita: mondo, appunto, non regione. L’islamizzazione del mondo16 deve passare attraverso la distruzione di Israele e la costruzione della bomba atomica. Per Ahmadinejad è una dimostrazione di forza necessaria che deve partire dall’interno del mondo islamico per poi allargarsi progressivamente a partire dai paesi arabi più vicini (Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Egitto) fino a quelli più distanti. La questione Israele investe anche la questione della responsabilità dell’Olocausto. Sposando tesi apertamente negazioniste, Ahmadinejad mette in serio dubbio dimensioni e portata del genocidio ebraico. Per risolvere il problema, il presidente iraniano ritiene essenziale una consultazione popolare sul futuro assetto dell’area, cui dovrebbero partecipare quanti vivono nella Palestina storica, escludendo dalla consultazione gli ebrei arrivati dopo la seconda guerra mondiale. Trattasi di posizioni simili a quelle di Hamas il cui art. 7 dello Statuto recita: «(…) L’Ultimo Giorno non verrà finché tutti i musulmani non combatteranno contro gli ebrei, e i musulmani non li uccideranno (…)»17. Il tentativo, messo in atto nel 2006, dall’ex pasdaran ora presidente della Repubblica, di far eleggere o quanto meno di far primeggiare, all’interno del Consiglio degli Esperti (la cui principale prerogativa è quella di designare la Guida nel caso essa non emer-

ga per capacità carismatiche e di rimuoverla qualora non fosse in grado, per svariati motivi, di esercitare le sue funzioni) l’Ayatollah Mesbah-Yazdi, suo principale Consigliere, fallisce miseramente. Questo scacco al disegno di Ahmadinejad di dar vita ad un “khomeinismo senza clero”, vede ancora una volta la Guida Khamenei assurgere al ruolo di ago della bilancia nelle dinamiche istituzionali e nella politica iraniana. Il lungo cursus honorum di questa Guida, lo stato quasi larvale in cui appare risiedere (esce poco allo scoperto e quando lo fa, tutti i suoi gesti e ciò che dice sono finalizzati a rimarcare la sua natura “sacrale” e taumaturgica) ne fanno, anche sullo scacchiere internazionale, un interlocutore enigmatico e solitario, in grado di guidare, dal profondo, la politica di questo grande paese – per nulla monolitico, bensì ricco di fermenti e di idee – che, in vista delle prossime scadenze elettorali e alla luce del nuovo corso americano, ci dirà quanto e come può cambiare.

L’Autore GIANFRANCO MACRÌ Professore associato di Diritto ecclesiastico europeo nell’Università degli studi di Salerno. Autore di numerose pubblicazioni in materia di diritto e fattore religioso; membro del comitato di indirizzo della rivista Con; collabora con Ffwebmagazine


RELIGIONE Gianfranco Macrì

Note 1 B. Lewis, Il linguaggio politico dell’Islam,

Roma-Bari, Laterza, 2005, p. 3. 2 A. Aldridge, La religione nel mondo contemporaneo, Bologna, Il Mulino, pp. 173 ss. 3 P.L. Petrillo, Iran, Bologna, Il Mulino, 2008, p. 41. 4 R. Guolo, La via dell’Imam. L’Iran da Khomeini a Ahmadinejad, Roma-Bari, Laterza, 2007, pp.14-19, prende in esame il pensiero di Ali Shariati, ritenuto il vero ideologo della rivoluzione iraniana e il punto di riferimento culturale di molti giovani militanti khomeinisti; C. Rossetti, La rivoluzione islamica in Iran, in Il Mulino, 2, 1989, p. 187; M. Campanini, Il pensiero islamico contemporaneo, Bologna, Il Mulino, 2009, pp. 165-176. 5 H. Corbin, En Islam Iranien, Paris, Gallimard, 1991 (citato da Petrillo, op. cit., p. 49). 6 A. Predieri, Sharî’a e Costituzione, Roma-Bari, Laterza, 2006, p. 65. 7 R. Guolo, Il partito di Dio. L’Islam radicale contro l’Occidente, Milano, Guerini e Associati, 2004, pp. 45-47. 8 F. Fregosi, Islam, una religione senza clero? Una riflessione comparata, in Daimon, 3, 2003, pp. 97-113; G.A. Almond, R. Scott Appley, E. Sivan, Religioni forti. L’avanzata dei fondamentalismi sulla scena mondiale, Bologna, Il Mulino, 2006, pp. 164-171; O. ROY, Iran: fra identità sciita e realpolitik, in Limes, 1, 1997, pp. 83-91. 9 M. Campanini, K. Mezran, Arcipelago Islam. Tradizione, riforma e militanza in età contemporanea, Roma-Bari, Laterza, 2007, pp. 75 ss. 10 Organo a composizione mista (sei membri appartenenti al clero, cui spetta verificare la conformità dei disegni di legge ai precetti islamici, e sei membri laici) che

ha il compito di: «tutelare la Costituzione e i principi islamici assicurando che nessun atto approvato dal Parlamento sia in contrasto con essi» (art. 91 Cost.). 11 P.L. Petrillo, Iran, op. cit., pp. 63-64. 12 B. Lewis, Il linguaggio politico dell’Islam, op. cit., p. 5. La laicità, costituisce una tematica di prospettiva interessante soprattutto nel dibattito sull’Islam europeo. T. Ramadan, Islam e libertà, Torino, Einaudi, 2008. 13 Trattasi di un organo (nel tempo divenuto) di “consulenza” della Guida Suprema, composto da membri nominati discrezionalmente dalla stessa Guida e le cui sue decisioni non possono essere messe in discussione da nessun organo legislativo o esecutivo. Così ha stabilito una sentenza del Consiglio dei Guardiani, interpretativa degli artt. 110 e 112 della Costituzione, resa il 15 ottobre 1993. 14 R. Guolo, Il partito di Dio, op. cit., p. 37. In particolare P.L. Petrillo, Iran, op. cit., pp. 90-91. 15 R. Guolo, La via dell’Imam, op, cit., p. 56, in particolare la nota 2. 16 Ahmadi-Nejad vuole dominare il mondo, conversazione con Menasher Amir, esperto israeliano di Iran, in Limes, Quad. Spec., 4, 2006, pp. 119-121. 17 Sono le parole di Jonathan Marcos, commentatore diplomatico della Bbc, in una nota dell’11 agosto 2006, citata da B. Zarmandilli, La strada per l’impero iraniano passa per Beirut, in Limes, Quad. Spec., 4, 2006, p. 126; C. Panella, Fascismo islamico. Perché l’Iran minaccia la libertà dell’Occidente, Milano, Rizzoli, 2007. ID., Il complotto ebraico. L’antisemitismo islamico da Maometto a Bin Laden, Torino, Lindau, 2005.

53


LA STORIA Rodolfo Bastianelli

Dalla cacciata dello Scià agli ayatollah

Come Khomeini fece la rivoluzione tretta com’era tra istanze liberali e chiusure tradizionaliste, la monarchia assoluta dello Scià di Persia crollò, in poco più di un anno, sotto la pressione delle manifestazioni popolari. Tra le incertezze di Reza Pahlavi e la sottovalutazione della crisi da parte di Washington, ecco come in Iran si è installato il regime degli ayatollah.

S

DI RODOLFO BASTIANELLI

Le vicende che trent’anni fa provocarono la caduta dello Scià rappresentano uno dei momenti più importanti non solo nella storia del Medio Oriente ma delle stesse relazioni internazionali del secondo dopoguerra. Le cause che portarono al crollo del regime sono molteplici e vanno ricercate nelle richieste di aperture democratiche avanzate dal ceto medio urbano, nella difficile situazione economica interna iraniana di allora e soprattutto nei contrasti sempre più evidenti tra le politiche modernizzatrici avviate da Reza Pahlavi ed il rigido conservatorismo del clero sciita, contrario alle riforme sociali ed economiche introdotte a partire dagli anni Ses-

santa. Tutti questi elementi furono alla base della rivoluzione iraniana che tra il settembre 1978 ed il febbraio 1979 portò al rovesciamento del “trono del pavone” ed all’instaurazione della Repubblica Islamica. Rovesciato il governo nazionalista di Mossadeq, una volta ritornato al potere Reza Pahlavi decise una serie di riforme al fine di garantire una fase di stabilità politica e di migliorare la situazione economica del paese. Contando sull’assistenza degli Stati Uniti e sulle entrate petrolifere, lo Scià intraprese così un programma di investimenti privati ed opere pubbliche che, nelle intenzioni del governo, avrebbero dovuto

55


56

modernizzare il settore agricolo e venire l’allargarsi dell’influenza dotare l’Iran di una serie di effi- sovietica nella zona del mondo cienti infrastrutture. Denominata arabo posta tra l’Eufrate e l’Egitrivoluzione bianca, questo ambi- to la quale, secondo le valutazioni zioso programma doveva quindi statunitensi, appariva la più retrasformare radicalmente il volto cettiva al messaggio rivoluzionadel paese per farlo uscire dal sot- rio. Pure se il progetto statunitosviluppo ed aveva i suoi punti tense non si concretizzò per l’opessenziali nella riforma agraria, posizione britannica, l’Iran aderì nell’adozione di una serie di mi- comunque nel 1955 al Patto di sure tese a garantire i diritti civi- Baghdad, l’intesa politico-militali dei giovani e delle donne, alle re appoggiata da Londra che inquali nel 1963 lo Scià concesse cludeva l’Iraq, la Turchia ed il per la prima volta il diritto di vo- Pakistan, nonostante gran parte to per le elezioni parlamentari, della classe politica e dell’opiniounitamente all’avvio di un piano ne pubblica iraniana fossero fortemente contrari di scolarizzazione alla partecipazione per combattere Il regno dello Scià si è di Teheran all’allel’altissimo livello anza. In seguito di analfabetismo trovato stretto nella quando nel 1958 allora esistente. morsa della borghesia un colpo di Stato Tuttavia, sul pialiberale e del clero militare rovesciò a no strettamente Baghdad la monarpolitico, questa sciita più oltranzista chia hashemita inazione modernizzatrice produsse effetti contra- staurando un regime socialista e stanti, in quanto se da un lato il panarabo guidato dal partito Banuovo corso riformatore assicurò ’ath, l’Iran entrò nella nuova inteallo Scià l’appoggio della nascen- sa denominata Cento (Central te classe media urbana ed intel- Treaty Organization), anche se lo lettuale, dall’altro però creò forti Scià più che operare all’interno contrasti non solo tra il regime ed dell’alleanza preferì sviluppare il clero sciita ed i feudatari terrie- una collaborazione militare di tiri, ma anche tra gli elementi più po bilaterale con Washington. radicali che premevano per l’in- Come accennato prima, sul piano troduzione di misure democrati- interno gli effetti della “rivoluche. Sul piano internazionale, in- zione bianca” furono però contravece, l’Iran a partire dagli anni stanti, in quanto se da un lato la Cinquanta divenne, insieme a riforma agraria contribuì a miTurchia e Pakistan, il perno del gliorare le condizioni di vita della sistema di alleanze occidentali in popolazione rurale indebolendo Medio Oriente che nel disegno nello stesso tempo il peso dei strategico del presidente Eisen- grandi feudatari e rafforzando cohower e del suo segretario di Sta- sì il potere del governo centrale, to John Foster Dulles doveva pre- dall’altro però all’introduzione


LA STORIA Rodolfo Bastianelli

delle prime riforme in campo so- dal regime, riuscì ad evitare l’eseciale non fece seguito l’avvio di cuzione solo per la nomina ad un analogo processo di democra- Imam – la massima autorità relitizzazione del sistema politico. giosa sciita che non può essere né Difatti, pure se formalmente in processata né giustiziata – confeIran esisteva un sistema parla- ritagli da un collegio di teologi mentare ed ogni quattro anni i dietro le pressioni di Shariat Mamembri del Majlis venivano rin- dari, un importante esponente renovati attraverso una consultazio- ligioso destinato poi ad entrare in ne popolare, il potere reale era contrasto con Khomeini durante concentrato nelle mani dello Scià, la rivoluzione del 1978-’79. Neche di fatto esercitava un assoluto gli anni seguenti, dopo che Khocontrollo nell’amministrazione meini venne inviato in esilio pridel paese. La stragrande maggio- ma in Turchia, poi in Iraq ed infiranza dei membri del Parlamento ne in Francia, lo Scià sul piano inapparteneva poi al partito gover- ternazionale cercò di migliorare i rapporti con nativo Nuovo Iran l’Unione Sovietica (Iran-e-Novin) es- Khomeini si impose deterioratisi dopo sendo il ruolo di la scelta filo-occiquello di opposi- come leader nel 1963, dentale operata da z i o n e M a r d o m guidando la protesta Teheran, mentre quantomai limitacontro le aperture su quello interno, to, mentre ogni contando sulle enforma di dissenso occidentali dell’Iran trate petrolifere e interno che non si riusciva ad incanalare entro l’am- la buona congiuntura economica, bito parlamentare veniva repressa fu avviata una serie di ulteriori ridalla Savak, la polizia segreta forme in campo scolastico e sociacreata proprio con lo scopo di le. All’inizio degli anni Settanta contrastare l’azione delle forze l’Iran appariva quindi un paese ostili al regime, su tutte quella stabile, disponendo inoltre di un del partito comunista Tudeh le importante ruolo strategico che, cui attività erano state dichiarate viste le notevoli capacità militari illegali. Nel giugno 1963 le ri- iraniane, rendevano il paese di chieste popolari di riforme demo- importanza essenziale nel sistema cratiche unite alla contrarietà del di alleanze degli Stati Uniti nella clero sciita alle riforme di tipo regione. Tuttavia, pochi anni dooccidentale introdotte dallo Scià, po, il quadro economico cominportarono ad un’ondata di prote- ciò a deteriorarsi e nella situazioste guidate da un esponente reli- ne politica iraniana iniziarono ad gioso di Qom, Ruohallah Mous- emergere i primi segnali che non savi Khomeini, che furono dura- molto tempo dopo portarono alla mente represse dall’esercito e dal- rivoluzione. la polizia. Lo stesso Khomeini, Nel 1977 lo scenario interno iraincarcerato e condannato a morte niano appariva quantomai grigio.

57


L’alta spirale inflazionistica unita alla dilagante corruzione ed all’incremento del tasso di disoccupazione portarono all’emergere di un diffuso malcontento nei confronti del regiTra gennaio e febbraio me. Il divario del 1978 si verificarono sociale nel paei primi disordini se si era poi organizzati dal clero andato sempre più accentuando, per cui mentre una ristretta élite che disponeva delle entrate petrolifere godeva di un alto tenore di vita, gran parte della popolazione viveva ancora in condizioni difficili o di estrema povertà, senza contare poi che l’occidentalizzazione della società e l’allontanamento dello Scià dalla tradizione islamica, come di58 mostrato dall’introduzione nel 1976 del nuovo calendario imperiale non più basato sulle fasi lunari secondo la tradizione islamica ma sulla data di nascita di Ciro il Grande, stavano alienando al governo i settori più conservatori della società e del clero sciita. Inoltre, nello stesso tempo i tratti autoritari del sistema venivano sempre più evidenziati dalle classi medie ed intellettuali urbane le quali spingevano per l’introduzione di effettive riforme democratiche e per un rilassamento delle misure repressive esistenti nel paese. In questo contesto tra il gennaio ed il febbraio 1978 avvennero i primi disordini popolari provocati da un articolo apparso sul quotidiano Ettelaat in cui si denunciava come reazionario il conservatorismo degli ambienti religiosi accusando tra l’altro lo stesso Ayatollah Khomeini di es-

sere un agente delle forze straniere interessate a destabilizzare l’Iran. Inizialmente, lo Scià tentò di minimizzare la portata delle proteste, sostenendo come i manifestanti appartenessero solo a forze della sinistra estremista o degli ambienti islamici più reazionari, promettendo comunque l’avvio di una graduale liberalizzazione del regime. Sul piano politico la leadership della protesta,


LA STORIA Rodolfo Bastianelli

nonostante la forte partecipazione popolare, appariva però divisa tra forze d’ispirazione religiosa e secolare. Le prime includevano elementi d’ispirazione conservatrice come Shariat Madari che desideravano il rovesciamento della monarchia ma senza una rivoluzione sociale ed economica dato il loro forte radicamento tra i bazari e forze più radicali quali il Movimento di liberazione dell’Iran, un

gruppo che operava principalmente all’estero ed auspicava una netta trasformazione sociale del paese, mentre quelle di tendenza laica includevano il Fronte nazionale, la formazione nazionalista fondata da Mossadeq del quale facevano parte Karim Sanjabi e Shapour Bakhtiar che desiderava l’istituzione di una monarchia costituzionale di stampo liberale, nonché i gruppi d’impronta marxista-leninista ed i comunisti del Tudeh il cui supporto era limitato però a settori impiegatizi, agli intellettuali e ad alcune frange operaie del settore petrolifero. Ma le accuse al regime non provenivano solo dagli ambienti politici e dal mondo religioso. Tra il 59 ceto commerciale del bazaar, da sempre una delle categorie più influenti nella società iraniana, le critiche si erano andate facendo sempre più marcate, favorite anche dalla decisione dello Scià di creare nel 1975 il partito Rastakhiz, una formazione che nelle intenzioni della corona doveva coinvolgere tutti i cittadini iraniani inclusi quelli non politicamente attivi. L’iniziativa aveva suscitato forte irritazione proprio tra i bazari Le critiche feroci che, consideraprovenienti anche ti da diversi dal ceto commerciale esponenti del isolarono lo Scià regime come una classe di profittatori nemici dello Stato, intuivano come dietro questa mossa del governo vi fosse l’obiettivo di consentire l’ingresso in Iran delle multinazionali straniere del commercio per rim-


IL PERSONAGGIO

Soraya, la principessa triste 60

È stata una delle donne più belle, corteggiate e invidiate del mondo, eppure Soraya Esfandiary-Bakhtiari rimarrà per tutti, nell’immaginario collettivo, la “principessa triste”. Figlia di un diplomatico iraniano e di una donna russotedesca, sposa a 19 anni Reza Pahlavi, Scià di Persia, di tredici anni più grande, da poco divorziato dalla prima moglie Fawzia. In una corte maschilista e tradizionalista come quella persiana, nonostante le ovvie difficoltà derivanti da un protocollo asfissiante, Soraya si impone subito come un personaggio forte, almeno dal punto di vista dell’immagine. Diventa popolarissima in Occidente,

piazzare così il settore dei mercanti tradizionali divenuti sempre più critici nei confronti di Reza Pahlavi. Ad indebolire la posizione dello Scià contribuì poi anche la linea assunta dal presidente americano Carter. Particolarmente attento ai diritti umani, Carter durante la sua visita a Teheran per il capodanno del 1978 sollecitò Reza Pahlavi ad avviare

riempiendo le pagine dei rotocalchi di mezzo mondo, grazie anche alla somiglianza con Ava Gardner, diva incontrastata del cinema di allora. Ma per l’arcaica corte di Teheran non basta: serve un erede e Soraya pare non possa soddisfare questa necessità dinastica. Quello che era nato come un matrimonio combinato, trasformatosi poi in grande amore, finisce in tragedia greca: nel 1958 Reza Pahlavi è costretto a ripudiare pubblicamente Soraya. È l’inizio della seconda vita della principessa triste: jetset internazionale, esperienze cinematografiche, depressioni, amori da Dolce Vita. Dal 1964 inizia il suo periodo italiano, a causa della relazione con il regista Franco Indovina. Ma otto anni dopo, a confermare la maledizione sentimentale di Soraya, Indovina morirà in un incidente aereo. L’ultima parte della vita di Soraya è lontana dalla vita mondana e dai flash dei paparazzi, anche se i rotocalchi di tutto il mondo continueranno a celebrare la tragica storia della principessa triste. Le saranno dedicate canzoni, film e fiction televisive e ancora oggi, a otto anni dalla morte avvenuta nel 2001, il mito è intatto. Soraya, la bellissima principessa triste, rimarrà per sempre uno dei miti pop del Novecento.

una politica di liberalizzazione, una richiesta che però non fu presa in grande considerazione dallo Scià, il quale riteneva incondizionato il sostegno di Washington. Di fatto, le uniche istituzioni su cui il regime poteva fare effettivo affidamento erano le Forze Armate e la Savak. Quinte nel mondo per numero di effettivi, le Forze Armate imperiali, a partire dagli


LA STORIA Rodolfo Bastianelli

anni Cinquanta, erano state og- tando per il regime sempre più getto di un ampio programma di difficile controllare le proteste. modernizzazione, attuato con Prima, il 20 agosto, le 430 vittil’aiuto degli Stati Uniti, che ave- me dell’incendio ad un cinema di va portato lo Scià a spendere qua- Abadan, del quale furono inizialsi cinque miliardi di dollari per mente accusate le forze di sicul’acquisto di nuovi armamenti ed rezza iraniane ma che in seguito equipaggiamenti. Con l’arrivo al- si scoprì essere stato appiccato da la Casa Bianca di Nixon, l’impor- elementi dell’opposizione proprio tanza dell’Iran agli occhi di Wa- per suscitare una protesta contro shington crebbe ulteriormente. il regime, poi la grande manifeLa dottrina Nixon, in base alla stazione popolare del 7 settembre quale gli alleati degli Stati Uniti a Teheran duramente repressa dovevano essere dotati di un ap- dall’esercito, spinsero lo Scià a parato militare capace di resistere proclamare la legge marziale nel ad un attacco esterno senza che le tentativo di riportare l’ordine nel truppe americane paese. Poco prima, fossero costrette ad Nell’estate del 1978, alla fine di agosto, intervenire, rafforper placare l’oppozò ulteriormente la lo Scià nominò primo sizione Reza Pacooperazione con ministro Jafar Emami, hlavi aveva invece l’Iran, che grazie deciso di dimettealla sua posizione vicino agli esponenti re il primo ministrategica vide il del clero sciita stro Jamshid ruolo del suo eserAmuzegar sosticito passare da quello di garante tuendolo con il più conciliante dell’ordine interno a “gendarme presidente del Senato Jafar Sharif del Golfo” incaricato di assicurare Emami, noto per la sua osservanla libertà di movimento del traf- za religiosa e la vicinanza con gli fico petrolifero. La Savak, istitui- alti esponenti del clero sciita. Ed ta nel 1957 con l’assistenza della i primi provvedimenti adottati Cia e dell’intelligence israeliana, dal nuovo premier cercarono proaveva invece il compito di repri- prio di venire incontro alle rimere la dissidenza interna e di chieste degli ambienti religiosi. controllare alcuni settori della so- Furono quindi chiusi i night clubs cietà, quali la stampa ed il mondo e bandita la vendita di alcolici, accademico, ritenuti potenzial- abolito il calendario imperiale mente contrari al regime. Dotata istituito due anni prima, sostituidi amplissimi poteri ed attiva an- te le donne ministro presenti nel che contro l’opposizione residen- governo e promessa la convocate all’estero, divenne in breve zione di libere elezioni ed il rilatempo una delle istituzioni più scio dei prigionieri politici. Le temute ed odiate dagli iraniani. misure del governo ebbero però Nell’estate 1978 la situazione nel l’effetto di scontentare sia l’oppopaese iniziò a precipitare diven- sizione che le classi più occiden-

61


62

talizzate, le quali ritenevano i mò, senza contare inoltre che la provvedimenti presi da Sharif partenza di migliaia di iraniani Emami come dannosi per l’eco- causò una massiccia fuga di capinomia iraniana. Nelle settimane tali verso le banche straniere. seguenti le proteste si allargaro- Inoltre lo stesso Carter, preoccuno, coinvolgendo i lavoratori pe- pato ormai di un possibile crollo troliferi che entrarono prima in del regime, invitò formalmente sciopero parziale e poi generale, lo Scià a restituire il potere ad un bloccando così completamente il governo civile e ad avviare una riprincipale settore economico del forma istituzionale che riducesse paese, mentre sempre più pres- le sue prerogative trasformando santi si facevano gli inviti allo la sua figura in quella di un moScià per abdicare. In autunno narca costituzionale di tipo occiReza Pahlavi, davanti allo stallo dentale. A dicembre quindi lo politico ed all’aggravarsi della Scià sondò alcune personalità pocrisi, decise di formare un gover- litiche per formare un nuovo esecutivo e, dopo il no militare guidafallimento del tento dal generale Il governo di Bakhtiar, tativo da parte di della Guardia ImGholam Hussein periale Gholam nato per avviare una Reza Azhari, am- riforma costituzionale, Sadighi, l’incarico venne affidato a mettendo pubblisi dimostrò debole Shapour Bakhtiar, camente i suoi erun esponente del rori nella gestione e contraddittorio Fronte Nazionale della politica nazionale ed affermando che l’obiet- che ottenne da Reza Pahlavi l’imtivo del nuovo esecutivo era quel- pegno ad avviare una riforma colo di ripristinare l’ordine e prepa- stituzionale che dotasse il premier rare libere elezioni per l’anno suc- di effettivi poteri unitamente alla cessivo. Anche se Azhari richiese promessa che lo Scià avrebbe lala collaborazione delle autorità sciato temporaneamente il paese religiose ed ordinò l’arresto per per ritornarvi solo nella nuova vecorruzione di alcune personalità, ste di monarca costituzionale e tra le quali l’ex premier Amir non più assoluto. Ma quella che Abbas Hoveida, la scelta di una fino a pochi mesi prima sarebbe giunta militare secondo gli anali- sembrata un’apertura storica delsti si rivelò comunque errata, in la corona verso le istanze dell’opquanto affidare alle Forze Armate posizione, venne in quel momenla guida del governo significava to vista invece solo come un tenche lo Scià era pronto ad usare la tativo dello Scià di salvare il regiforza per riportare il paese sotto il me, tanto che lo stesso Bakhtiar suo controllo. Nelle settimane se- dopo la sua accettazione a guidare guenti i disordini e le manifesta- il governo venne allontanato dal zioni si intensificarono ed ogni Fronte Nazionale. Le decisioni di attività economica di fatto si fer- Bakhtiar furono però contraddit-


LA STORIA Rodolfo Bastianelli

torie, rivelandosi inefficaci a fer- Era quindi evidente, come ebbe a mare l’espandersi della protesta dire l’allora ambasciatore statunianche perché il suo governo man- tense in Arabia Saudita, che senza cava di un effettivo sostegno po- un’intesa tra Khomeini e Bapolare. Se da un lato il nuovo pre- khtiar l’Iran sarebbe precipitato mier abolì la censura, sciolse la verso la guerra civile. Gli stessi Savak e liberò i prigionieri politi- Stati Uniti si dimostrarono incaci proponendo che entro tre mesi paci di gestire l’evolversi della sarebbe stata indetta una consul- crisi iraniana, sia perché nei mesi tazione con la quale i cittadini precedenti i servizi d’intelligence avrebbero deciso il futuro assetto ritenevano del tutto improbabile istituzionale del paese, dall’altro una rivoluzione nel paese ma ancommise però l’errore di permet- che per il fatto che nessuno a Watere il ritorno in patria di Kho- shington immaginava che la promeini, dandogli così modo di co- testa potesse essere guidata da un ordinare l’opposizione diretta- esponente religioso settantottenmente dall’Iran. Di ne, il quale tra formazione laica ed Gli Stati Uniti, incapaci l’altro aveva traapertamente scetscorso in esilio gli tico sulle capacità di gestire la crisi ultimi quattordici degli esponenti re- iraniana, non credevano anni. Così, nelle ligiosi di amminisettimane che sestrare il paese – nell’eventualità guirono la parten«tutti gli Ayatol- di una rivoluzione za dello Scià, da lah del mondo non un lato il dipartisarebbero in grado di gestire una mento di Stato in una sua nota afdrogheria», disse una volta – Ba- fermava come gli Stati Uniti foskhtiar propose a Khomeini la sero in contatto con le diverse creazione di un esecutivo di unità parti politiche sottolineando conazionale dichiarando allo stesso me non si poteva ignorare l’amtempo che non gli avrebbe con- pio consenso di cui godeva l’Ayasentito di formare un governo tollah Khomeini, dall’altro l’amprovvisorio e come la creazione di ministrazione Carter cercò degli uno Stato teocratico poteva essere agganci all’interno delle Forze accettata solo se limitata alla città Armate iraniane per vedere se di Qom, affermazioni alle quali fosse possibile organizzare un colKhomeini rispose sostenendo co- po di Stato per evitare che l’Iran me il governo di Bakhtiar fosse precipitasse nella rivoluzione, illegale e nominando un esecuti- ignorando però non solo come gli vo provvisorio guidato da Mehdi ufficiali intermedi simpatizzasseBazargan, un accademico di ten- ro ormai per l’opposizione islamidenza moderata che più tardi ca ma che tra i vertici militari avrebbe preso le distanze dalla ri- esistevano profonde divisioni involuzione islamica denunciando- terne. Come ricordano l’allora ne gli eccessi e l’autoritarismo. ambasciatore statunitense Sulli-

63


64

van ed il capo della missione militare americana a Teheran Huyser, mentre i capi dell’Esercito, della Marina e della Guardia Imperiale apparivano disposti a prendere in considerazione l’ipotesi di un intervento delle Forze Armate, il capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Rabiei e quello della Difesa Gharabaghi ritenevano invece che i militari non dovevano interferire sulla scena politica rimanendo leali alla Costituzione ed al governo legittimo del paese. Questa linea alla fine prevalse e nella mattinata dell’11 febbraio l’Alto Consiglio dichiarò la neutralità delle Forze Armate nella disputa tra Khomeini e Bakhtiar motivandola con il fatto che il compito istituzionale dei militari era quello di difendere l’integrità dell’Iran. Lo stesso giorno le forze rivoluzionarie assunsero il potere ed il 24 marzo, in un referendum appositamente convocato, la popolazione votò massicciamente in favore della Repubblica Islamica, che venne ufficialmente proclamata il 1° aprile 1979. Ma quali furono in conclusione le cause che portarono al crollo dello Scià? Per diversi osservatori la difficile situazione interna iraniana, segnata da disuguaglianze economiche ed autoritarismo politico, starebbe alla base della protesta, innescata dal fatto che ad una rapida crescita economica non aveva fatto seguito un analogo programma di riforme politiche ed aperture democratiche in grado di venire incontro alle esigenze dei cittadini. Questa inter-

pretazione lascia però scettici non pochi commentatori, i quali sottolineano come un identico scenario fosse presente anche in altri paesi, quali Nigeria, Venezuela, Iraq ed Algeria, ma senza che questo portasse ad una rivolta popolare. Ed anche il ruolo avuto dall’opposizione andrebbe inquadrato sotto una luce diversa. In Iran questa si concentrava principalmente nelle classi intellettuali urbane ed a livello tribale in alcune zone rurali, mentre le stesse azioni terroristiche condotte dai gruppi armati della guerriglia marxista ed islamica non avevano portato ad alcuna sollevazione popolare. Fu dunque solo quando gli esponenti religiosi presero la guida dell’opposizione gettandovi tutta l’influenza di cui godevano presso la società iraniana che la protesta divenne incontrollabile per lo Scià. Senza l’intervento del clero sciita, le manifestazioni avrebbero forse spinto Reza Pahlavi ad aprire un negoziato e ad avviare alcune riforme democratiche ma molto probabilmente non sarebbero state capaci di rovesciare il regime.

L’Autore RODOLFO BASTIANELLI Esperto di questioni internazionali, collabora con la rivista dello Stato Maggiore della Difesa Informazioni della Difesa. Collabora inoltre con Liberal, Affari Esteri, Rivista Marittima ed il periodico dello Iai Affari Internazionali. Ha collaborato anche con Ideazione e la rivista Acque & Terre.


Tecnologie italiane in tutto il mondo con un click: su ItalianTech.com, la business directory ANIE. Oltre 700 aziende e 2000 voci di prodotto made in Italy

L

e tecnologie italiane varcano i confini nazionali con www.italiantech.com, la business directory vetrina dell’eccellenza produttiva made in Italy, realizzata da Federazione ANIE.

Promuovere in Europa e nel mondo la tecnologia italiana; affermare all’estero la qualità italiana dei settori elettrotecnico ed elettronico; posizionare il sistema ANIE in un contesto internazionale e globalizzato; favorire il business e lo scambio commerciale tra le imprese italiane ed estere. Questi gli obiettivi che Federazione ANIE ha inteso perseguire con la realizzazione del portale. L’iniziativa si inquadra nel percorso - da tempo avviato - di progressiva internazionalizzazione delle opportunità e delle condizioni di mercato in cui operano le aziende rappresentate in ANIE, in modo particolare le PMI. Tradotto in due lingue (inglese, francese) ed entro l’anno in altre quattro (spagnolo, tedesco, russo e cinese), la directory contiene una descrizione esaustiva e sempre aggiornata dei prodotti e delle tecnologie offerte dalle imprese associate ad ANIE. Per ogni azienda è disponibile uno spazio web dedicato comprensivo di:

• • • • •

Profilo anagrafico; unità produttive sul territorio; informazioni economiche (fatturato; percentuale fatturato esportato; numero addetti); marchi; profilo merceologico completo di schede tecniche

Navigazione facile ed immediata: tre diverse chiavi di ricerca all’interno della banca dati delle oltre 700 aziende ANIE: • navigazione della merceologia per settore merceologico; • navigazione della merceologia per area di applicazione (Citta e infrastrutture, Casa e domotica, Impresa e beni strumentali, Trasporti, Energia, Alta tecnologia); • navigazione con ricerca a testo libero sulla ragione sociale dell’azienda. Federazione AN IE rappresenta - attraverso 11 Associazioni - le imprese elettrotecniche ed elettroniche che operano in Italia. Con un fatturato aggregato di 63 miliardi di euro (di cui 27 miliardi di esportazioni) è il settore più strategico e avanzato tra i comparti industriali italiani, Le aziende ANIE investono in R&S il 4,6% del fatturato, rappresentando circa la metà dell’intero investimento in R&S realizzato dal settore privato in Italia. www.anie.it


Il ruolo politico dell’Iran (Le grand perturbateur, nell’icastica definizione del fortunato libro di Thérèse Delpech, Parigi 2007) sulla scacchiera regionale è fortemente cresciuto a seguito degli eventi avviati con la prima guerra del Golfo. Non è peraltro agevole valutare se a tale maggiore peso politico corrisponda una capacità economica comparabile. Diversi osservatori ne sottolineano i punti di forza. L’Iran può contare sulle terze risorse di petrolio al mondo dopo quelle di Arabia Saudita

e Canada, nonché sulle seconde riserve mondiali di gas dopo la Russia. Tra i paesi del Medio Oriente, l’Iran è quello più popoloso dopo l’Egitto e costituisce la seconda maggiore economia regionale in termini di Pil dopo l’Arabia Saudita (cft. S. Ilias, Iran’s Economic Conditions: U.S. Policy Issues, Crs Report for Congress, Congressional research Service, Janaury 2009, p. 1). Il paese denuncia peraltro limiti anche sostanziali, tali da far ritenere da alcuni osservatori che le


L’ANALISI Cesare Bertos

Come cambia la strategia di Teheran

LUCI e OMBRE di un’economia Mentre sul fronte interno pubblico e privato rischiano il corto circuito, il rilancio iraniano passa anche da un nuovo rapporto con Pechino. DI CESARE BERTOS

sue potenzialità non debbano essere sovrastimate. G. Sick (“The Republic and the Rahbar”, The National Interest, n. 99, Jan/Feb 2009, p. 2) sottolinea in particolare che il Pil non supera quello di un medio Stato degli Usa, la grande maggioranza delle entrate in valuta pregiata proviene dal settore petrolifero ed è quindi soggetta a brusche oscillazioni; l’inflazione è attestata stabilmente oltre il 20%; la creazione di nuovi impieghi è strutturalmente inferiore al numero dei giovani

che ogni anno si affacciano sul mercato del lavoro. Anche le spese per la difesa costituiscono meno della metà di quelle dell’Arabia Saudita (ma si potrebbe osservare che esse crescerebbero significativamente includendovi missilistica e nucleare, considerate da Teheran attività esclusivamente civili). Talune difficoltà del sistema economico possono essere ascritte all’effetto delle sanzioni, che con varie modalità ed anche con periodi di relativo alleviamento costituiscono una costante


68

dai giorni dell’occupazione del- sulla fiducia, senza strumenti forl’ambasciata statunitense a Tehe- mali. Un effetto diretto della Haran nel 1979. Una quantificazio- wala è l’abbattimento dei costi di ne precisa dell’impatto delle san- transazione che frequentemente zioni è però particolarmente (ma non sempre!) comporta, e, complessa, anche per l’asserita ca- che può in buona parte spiegarne pacità iraniana di eluderle attra- il successo. Alcuni osservatori riverso operazioni triangolari fa- tengono che la diffusione della centi perno in particolare sugli Hawala confermi l’abilità di TeEmirati Arabi Uniti. Alcuni os- heran di eludere le sanzioni; altri servatori sostengono che le san- ritengono al contrario che la Hazioni internazionali si limitereb- wala confermi proprio l’efficacia bero sostanzialmente a dirottare delle sanzioni stesse, che obbligail commercio iraniano verso i no il paese a ricorrere a strumenti paesi che non le attuano, piutto- alternativi rispetto a quelli forsto che limitarlo in volume e va- mali (e rintracciabili). lore. Altri sottolineano invece co- L’analisi dell’economia iraniana è me le sanzioni (non ovviamente consolo quelle, limita- L’Iran è tra i primi dizionata in mote, delle Nazioni produttori di petrolio do pesante dalUnite e dell’Unione l’affidabilità dei Europea, ma anche e gas, ma le sue dati economici. quelle unilaterali industrie sono troppo Quelli normaldegli Stati Uniti) mente presi in siano state decisive vecchie per utilizzarli considerazione nello spingere le sosono forniti in cietà internazionali a rinviare gli primis dal Fondo monetario interinvestimenti nel settore petrolife- nazionale, del quale l’Iran è ro e del gas, con conseguente len- membro ed al quale di conseto ma progressivo deterioramento guenza è tenuto a fornire regolardelle capacità produttive del Pae- mente indicazioni ufficiali sulla se; nell’aumentare i costi di tran- propria situazione economica. sazione per quest’ultimo; nel ri- Ciononostante, i dati ufficiali sodurre drasticamente le coperture no spesso messi in dubbio da diassicurative sul medio-lungo ter- versi osservatori. Per esempio, mine da parte delle società pub- l’inflazione reale è calcolata da albliche di assicurazione dei crediti cuni ad oltre il 30%. all’esportazione. Riteniamo sia opportuno valutare Anche il dibattito in corso sul- le performances dell’economia iral’efficienza dell’istituto della Ha- niana nel medio periodo. Un dato wala può essere letto in modo du- negativo appare evidente. Duranplice. La Hawala, molto diffusa te gli ultimi anni del regime imin Medio Oriente, consiste in un periale, la capacità produttiva del meccanismo di trasferimento di paese si collocava attorno a sei liquidità completamente basato milioni di barili di greggio al


L’ANALISI Cesare Bertos

giorno: attualmente, ne produce circa quattro. L’obiettivo indicato dal governo (5 milioni di barili), pur di non agevole attuazione, resta in ogni caso significativamente inferiore alla capacità raggiunta prima della Rivoluzione. Non basta. L’Iran è costretto ad importare prodotti petroliferi per far fronte al fabbisogno interno, in particolare benzina. I tentativi del governo di controllarne il consumo hanno avuto un certo successo, ma con un costo politico molto elevato. Il paradosso di un paese straordinariamente ricco di risorse naturali, ma costretto ad importare carburante per i propri autoveicoli e con una produzione complessiva inferiore a quella di trenta anni fa, si spiega in particolare con la bassa effi-

cienza delle infrastrutture petrolifere, dovute a tecnologie superate ed all’inevitabile processo di obsolescenza delle strutture, aggravato da una carenza strutturale di investimenti a loro volta collegati almeno in parte alle sanzioni internazionali. Ancora più significativo appare il quadro relativo al gas. L’Iran è considerato detentore delle seconde risorse naturali al mondo dopo la Russia, potendo contare su circa il 15% delle riserve mondiali. Tuttavia, il paese è rimasto un importatore netto di gas naturale fino al 2005, e tuttora incontra certi limiti nel dotarsi della tecnologia necessaria (ancora una volta anche a causa delle sanzioni). Sempre nel medio periodo, le performances economiche del paese

LA CITAZIONE ”A meno che, e fino a che, le tre fedi abramitiche non scopriranno un nuovo paradigma di vita religiosa che onori la diversità come parte della religiosità umana, saranno destinate a competere, e le civiltà saranno in conflitto. Questo nuovo paradigma non può essere insegnato, ma può essere scoperto. E il modo di scoprirlo è osare tuffarsi in una profonda esperienza interreligiosa con le tradizioni contemplative del mondo. L’aspetto contemplativo della religione conduce sempre ad un senso di umiltà. La grande mistica di ogni fede comprendeva che Dio era più grande di ogni fede. Immergendo la gente nelle tradizioni contemplative dell’Ebraismo, del Cristianesimo e dell’Islam, e coltivando l’umiltà spirituale che alimenta un paradigma di santa diversità e mutuo rispetto (opposta alla mera tolleranza) il mondo può andare oltre lo scontro di civiltà e verso una nuova era di dialogo globale e di pacifica cooperazione interspirituale. Oggi non viviamo uno scontro di civiltà, quanto piuttosto uno scontro di intolleranze. L’intolleranza è anzitutto l’incapacità o l’indisponibilità a vivere qualcosa di diverso. L’intolleranza di quanti sono diversi da noi è ovviamente prevalente, nelle nostre società moderne. Non si tratta solo di intolleranza morale o politica, ma dell’intolleranza verso chiunque sia diverso da noi”. Tratto da Gandhi, il pluralismo dello spirito di Ramin Jahanbegloo

69


70

sono state caratterizzate da cicli misure che possono avere consedi espansione alternati a fasi di guenze negative, in particolare rallentamento se non di contra- sussidi pubblici esorbitanti (stizione. Queste ultime in partico- mati da alcuni osservatori a oltre lare hanno coinciso con la fase un quarto dell’intero Pil iraniaimmediatamente post-rivoluzio- no), e mal gestiti (e quindi con naria e con la lunga guerra con effetti inferiori alle aspettative). l’Iraq. Una fase espansiva si è pe- Negli ultimi anni è stata perseraltro verificata a partire dal guita una politica monetaria 2000, con una crescita media co- marcatamente espansiva, che ha stante superiore al 5% e che ha condotto tra l’altro alla concessiosfiorato l’8% nel 2007. Tale cre- ne di crediti a tassi di interesse scita non è però esente da aspetti inferiore all’inflazione. Negli ulnegativi: in particolare il tasso di timi mesi ovviamente la forte riinflazione costantemente a due duzione dei prezzi del petrolio ha cifre, che ha colpito particolar- iniziato a ripercuotersi sull’ecomente i prodotti alimentari di nomia iraniana, in particolare sotto forma di base, e quindi le facontrazione delle sce più deboli della Negli ultimi anni riserve valutarie popolazione, e la di- il commercio iraniano del paese. soccupazione supesi è spostato dai paesi L’Iran e la Russia riore al 10% ed agcostituiscono atgravata dall’arrivo occidentali a quelli tualmente le due ogni anno di oltre maggiori econosettecentomila gio- orientali come la Cina mie rimaste al di vani sul mercato del fuori dell’Organizzazione monlavoro. Tuttavia le performances messe a diale del commercio. L’Iran ha assegno dal 2000 ad almeno la me- sunto lo status di osservatore altà del 2008 hanno confermato un l’Omc fin dal 1995, ma le sue certo successo dei piani economi- successive richieste di adesione ci quinquennali via via avviati sono rimaste finora senza esito per favorire una certa transizione positivo, vuoi per l’opposizione da un’economia dominata dallo statunitense vuoi per le difficoltà Stato e concentrata su pochi set- iraniane a recepire l’aquis dell’Ortori fondamentali a un sistema ganizzazione. economico maggiormente diver- Negli ultimi anni il commercio sificato e con un significativo iraniano si è progressivamente ruolo anche del settore privato. spostato dai paesi occidentali ai Una tappa significativa è stato il paesi emergenti, in particolare passaggio ad un tasso di cambio verso la Cina (ormai il primo parunico nel marzo del 2002, che ha tner commerciale) e il resto del unificato diversi tassi di cambio Medio Oriente, in particolare gli settoriali precedentemente utiliz- Emirati Arabi Uniti. L’interzati. Sono state tuttavia attuate scambio complessivo tra l’Iran e


L’ANALISI Cesare Bertos

la Cina è cresciuto di oltre 9 volte menti stranieri non è da ricontra il 2000 ed il 2007. L’inter- durre solamente al difficile amscambio non petrolifero con gli biente internazionale, ma anche Emirati Arabi Uniti nel 2006 ha alla situazione interna, in partisuperato i 6 miliardi di dollari. colare nel settore energetico dove L’Iran rappresenta da solo circa il vige un sistema di imposte che 15% del totale delle esportazioni gravano sulle compagnie petrolidegli Emirati Arabi Uniti, con fere internazionali, i cui proventi una netta prevalenza di ri-espor- complessivi si collocano attorno tazioni di beni che secondo alcuni al mezzo miliardo di dollari. Teosservatori sono stati prodotti an- heran ha comunque avviato la che in paesi occidentali oltre che privatizzazione di una cinquantiin Cina ed India. Secondo altri na di società statali nel settore osservatori, un quarto degli inve- energetico, per un valore comstimenti totali all’estero dell’Iran plessivo di circa 100 miliardi di si è diretto a Dubai. Quest’ultima dollari. La privatizzazione dovrebbe essere in particolare rappresenterebbe per Esiste un interscambio completata entro il 2014 attraverso alcuni Iran’s econoil collocamento di mic life line to the diretto tra Iran e Usa rest of the world che sfiora i 150 milioni azioni nella Borsa di Teheran. (Ilias, pag. 23) e consentirebbe a di dollari in apparecchi E tuttavia l’Iran è lungi dall’essere Teheran di impor- medici e farmaceutici completamente tare beni che altrimenti cadrebbero sotto le sanzio- isolato dal flusso del commercio internazionale. Vi è addirittura ni internazionali. Il flusso di investimenti diretti un interscambio diretto tra Iran e stranieri in Iran continua a rima- Stati Uniti, certamente limitato, nere largamente inferiore alle po- ma non insignificante. Nel 2007 tenzialità offerte da un paese po- le esportazioni statunitensi verso poloso e ricco di risorse naturali. l’Iran hanno sfiorato i 150 milioIlias mette a confronto gli inve- ni di dollari, quasi il doppio delstimenti diretti verso l’Iran l’anno precedente e nemmeno pa(nemmeno 800 milioni di dollari ragonabili ai soli 7 milioni di nel 2007) con quelli verso alcuni dollari registrati nel 2001. Tra i paesi vicini (quasi 25 miliardi prodotti esportati dagli Stati verso l’Arabia Saudita, 22 miliar- Uniti figurano apparecchi medici di verso la Turchia, quasi 12 mi- ed ottici, prodotti farmaceutici, liardi verso l’Egitto, sempre nel tabacchi (cft. Ilias, cit., p. 24-25). 2007). La relativa modestia del Può essere ricordata in questo flusso di investimenti verso l’Iran contesto anche l’azione condotta è inoltre aggravata dalle forti dal Tribunale internazionale dei fluttuazioni sperimentate negli reclami (International claims tribuultimi anni. La scarsità di investi- nal), istituito come parte dell’ac-

71


72

cordo complessivo che pose fine alla crisi causata dall’occupazione dell’Ambasciata americana a Teheran il 4 novembre 1979. Su quest’ultimo evento si era pronunciata la Corte internazionale di giustizia con una sentenza rimasta storica per le statuizioni sia sul diritto diplomatico che sulla responsabilità degli Stati per atti illeciti, e che tuttavia nell’immediato era rimasta largamente disattesa. Il TriI finanziamenti bunale internadella Banca mondiale zionale dei resono ripresi nel 2000 clami, con sede dopo un lungo stop all’Aja ed istituito nel 1981, si è pronunciato su ricorsi presentati da soggetti economici privati statunitensi per violazione dei propri diritti subiti da parte iraniana e da soggetti privati iraniani per violazioni subite da parte

statunitense, oltre che su controversie dirette tra i due Stati. Il valore delle cause finora decise dal Tribunale, che ha praticamente concluso il proprio mandato, ammonta a 2 miliardi e mezzo di dollari riconosciuti a soggetti statunitensi e a un miliardo di dollari riconosciuti a soggetti iraniani. Le singole cause aggiudicate ammontano a 69 direttamente riguardanti i due governi, poco meno di un migliaio definite “grandi” (di valore superiore a 250.000 dollari) e poco meno di tremila definite “piccole” (di valore inferiore a tale soglia). Si tratta di un caso unico nella storia dell’arbitrato internazionale e quindi della soluzione pacifica delle controversie, e proprio tra due paesi le cui relazioni erano giunte al livello più basso a seguito della summenzionata occu-


L’ANALISI Cesare Bertos

pazione della sede diplomatica e della detenzione del relativo personale come ostaggio. L’Iran riceve finanziamenti dal gruppo della Banca mondiale. Nell’aprile 2001 la Banca adottò una Interim Assistance Strategy per il paese, elaborata in stretto coordinamento con il governo di Teheran. Finora essa ha finanziato 48 progetti in Iran per complessivi oltre 3 miliardi di dollari, e attualmente sostiene sei progetti di investimento relativi a forniture idriche, gestione integrata di risorse idriche e del suolo, ricostruzione post-sismica, edilizia e recupero edilizio urbano. Il reddito pro-capite dell’Iran preclude l’accesso all’Agenzia internazionale per lo sviluppo (International development agency). Una qualche attività è svolta invece dalla International finance corpora-

tion, sempre del gruppo della Banca mondiale, che ha finanziato una joint-venture del valore di alcuni milioni di dollari. L’Iran è anche membro dell’agenzia della Banca mondiale che garantisce gli investimenti multilaterali Molti paesi occidentali forniscono aiuti (Multilateral ine cooperazione vestments guaallo sviluppo iraniano rantee agency). Diversi paesi occidentali forniscono infine una qualche cooperazione allo sviluppo. Il livello più alto degli ultimi anni è stato raggiunto nel 2004, allorché il contributo complessivo dei paesi Ocse aveva sfiorato i 140 milioni di dollari. Anche gli Stati Uniti forniscono, sia pure 73 non attraverso canali governativi, una certa assistenza umanitaria. Si sono menzionati i vari piani quinquennali con i quali è stato avviato un certo processo di privatizzazione dell’economia iraniana. In particolare durante la gestione di Khatami (conclusasi nel 2005), sono state introdotte riforme sulla fiscalità ed approvate nuove leggi sugli investimenti stranieri, che si aggiungono al passaggio ad un tasso di cambio unificato deciso nel 2002. Nonostante questo, il ruolo del settore pubblico o parapubblico resta predominante, in modo considerato da molti osservatori non sempre trasparente. W. Posch (“The European Union and Iran: what next?”, The International Spectator, Vol. 42, n. 4, December 2007, p. 539) sottolinea l’importanza al riguardo del ciclo economico: allorché si regi-


74

strano prezzi elevati del greggio, te ampiamente utilizzate per file entrate supplementari consen- nanziare le politiche economiche tono al regime di comprare il espansive perseguite negli ultimi consenso di elementi-chiave del anni. panorama interno e di acquisire Una istituzione tipica dell’Iran e il controllo di ulteriori settori di altri paesi islamici sono le Fondell’economia, sia direttamente dazioni islamiche (in farsi, Boattraverso imprese pubbliche che nyads) che ufficialmente costituiattraverso il vasto impero econo- scono fondi semi-privati islamici mico dei Guardiani della Rivolu- che perseguono finalità sociali e zione o attraverso connessioni che di fatto hanno accumulato un considerevole peso economico e clientelari. Si menzionano di seguito il Fon- politico. L’ascesa dell’influenza do di stabilizzazione petrolifero; delle Bonyads iraniane risale al le Fondazioni (Bonyads); e le atti- periodo immediatamente succesvità economiche appunto dei sivo alla Rivoluzione, allorché “Guardiani della Rivoluzione”. vennero utilizzate per nazionalizIl Fondo petrolifero zare vasti settori di stabilizzazione L’ascesa dell’influenza dell’economia (Oil stabilization delle Bonyads iraniane del paese. Esse fund) venne istituito costituiscono una dalla Banca centrale risale al periodo sorta di corpus seiraniana nel 2001, successivo alla paratum sottratto ufficialmente come al diritto comustrumento per atte- Rivoluzione islamica ne: rispondono nuare le conseguendirettamente alla ze dell’instabilità dei prezzi del Guida Suprema, sono sottratte greggio. Il Fondo è alimentato all’obbligo di rendicontazione dai surplus delle entrate petrolife- pubblica, non sono sottoposte al re ed è stato ufficialmente utiliz- controllo parlamentare ed a loro zato per iniziative sociali a favore non si applicano le norme iraniadegli strati meno favoriti della ne sulla contabilità. Vi si aggiunpopolazione. Considerata l’opaci- gono privilegi fiscali, possibilità tà del sistema pubblico iraniano, di importazione a dazio zero ed non sorprende che non sia agevo- accesso a valuta pregiata a tassi di le stabilire a quanto ammontino cambio particolarmente favorevole riserve collocate nel Fondo. Ta- li. Di conseguenza, ancor più che luni analisti ritengono che, anche per il Fondo petrolifero di stabialla luce dell’attuale crisi globale, lizzazione, risulta arduo valutare le riserve a disposizione non con- la consistenza della loro attività sentano più a quest’ultimo di economica (cft. Ilias, cit., p. 8). La svolgere efficacemente una azione Bonyad più nota e più grande è la di attenuazione degli shock ma- Fondazione degli oppressi e dei cro-economici. Vi si aggiunga reduci di guerra, che istituzionalche le riserve del Fondo sono sta- mente fornisce assistenza e cure


L’ANALISI Cesare Bertos

mediche sia alla fascia debole della popolazione in generale che ai feriti e mutilati della guerra irano-irachena. Le stime collocano il suo attivo ad oltre tre miliardi di dollari e risulta essere presente in settori diversi, quali agricoltura, miniere, commercio, edilizia, anche con investimenti all’estero. Secondo diversi analisti, le Bonyads costituiscono inoltre un serio ostacolo al processo di privatizzazione, in quanto molte società privatizzande finiscono in realtà per essere semplicemente trasferite dal diretto controllo statale a queste entità semi-pubbliche. I Guardiani della Rivoluzione furono fondati nel 1979 dall’Ayatollah Khomenei e si configurano come una seconda forza militare meno consistente numericamente dell’esercito regolare ma che di fatto raggruppa gli elementi considerati di élite. Oltre a compiti prettamente militari (i Guardiani della Rivoluzione si sono distinti durante la lunga guerra Iran-Iraq) essi hanno finito per svolgere un ruolo economicamente preminente in alcuni settori chiave dell’economia, compresi petrolio, gas e telecomunicazioni. Per diversi analisti, il controllo affidato ai Guardiani della Rivoluzione sulle frontiere e sugli aeroporti si traduce in un loro pesante coinvolgimento nell’economia sommersa. Il settore privato costituisce tuttavia una realtà non trascurabile, seppure non comparabile con quella precedente la Rivoluzione del 1979. L’attività privata resta marginale nelle grandi imprese,

75


L’intervista a Ignazio Moncada

Le buone relazioni fanno bene agli affari

76

Imprenditore, uomo d’affari, Ignazio Moncada è stato negli anni Ottanta titolare di uno studio professionale che offriva consulenza e assistenza finanziaria per l’export verso il Medio e l’Estremo Oriente. Attualmente è presidente del gruppo Fata Spa e fa parte del Consiglio di amministrazione di fondazioni e camere di commercio bilaterali europee e italiane con i paesi di quell’area. Ma, soprattutto, Moncada è uno dei più profondi conoscitori del Medio Oriente in generale e dell’Iran in particolare, oltre che degli intensi legami commerciali che legano il paese degli ayatollah all’Italia e all’Europa. L’Iran è un partner commerciale importante per molti paesi europei, Italia in testa: su un interscambio complessivo con l’Europa dei 27 pari a 24 miliardi di euro nel 2007, l’Italia è al primo posto con 6 miliardi. Qual è lo stato delle relazioni economiche tra Italia e Iran e quali gli interessi italiani nel paese? Alcune società hanno abbandonato l’Iran, altre mantengono buone relazioni da un punto di vista tecnicocommerciale, aspettando e sperando che lo stato dei rapporti politici con gran parte del mondo occidentale volga verso il bello. Quali sono gli investimenti realizzati dal Gruppo Fata in Iran? E quali i progetti futuri? Fata non ha investimenti diretti in Iran, bensì ha sviluppato importanti progetti civili nel campo dell’alluminio e dell’automobile. Oggi sta completando uno

dei più grandi progetti industriali del paese, il raddoppio di una fabbrica di alluminio a Bandar Abbas. Dal punto di vista commerciale, quanto è strategico l’Iran per l’Italia? Le cifre che citate nella prima domanda dimostrano quanto questo paese sia stato strategico finora. In questo momento a causa delle sanzioni lo è molto meno. Quali sono, dal Suo punto di vista privilegiato in quanto imprenditore e profondo conoscitore dell’Iran, le criticità che presenta il paese? E quanto la comunità internazionale può influire su queste criticità? L’Iran, deve rimodulare in maniera realistica i suoi piani di industrializzazione, di modernizzazione delle infrastrutture e di privatizzazione. Penso che una nuova fase di cooperazione con i paesi più industrializzati del globo, possa dare un contributo determinante in questa direzione . Come vede la possibilità di un inasprimento delle sanzioni nei confronti dell’Iran come paventato dagli Usa? Quali sarebbero le conseguenze per il paese e quali gli effetti sui rapporti economici con l’Italia? Nei fatti mi risulta che gli Usa auspichino la riapertura del dialogo. Ulteriori sanzioni porterebbero ad un maggior isolamento del paese e, per quanto riguarda i rapporti economici con l’Italia, già oggi a causa delle sanzioni in essere non si concludono grandi affari. Cosa ritiene che l’Italia debba e possa fare per scoraggiare il programma nu-


L’ANALISI Cesare Bertos

cleare iraniano? E quale ruolo può e deve avere il nostro paese nei delicati equilibri mediorientali? Storicamente l’Italia, anche grazie alla sua strategica posizione geografica, ha giocato da sempre un importante ruolo nel facilitare le relazioni tra i paesi dell’area mediorientale e il mondo occidentale. Non v’è dubbio che un negoziato di quella portata non possa che concludersi con un compromesso e l’Italia, che conosce bene quel paese, può dare un contributo notevole per raggiungere tale traguardo . I l 12 giugno si terranno le elezioni presidenziali in Iran? Quale risultato si aspetta? Che cosa si augura? Ad oggi qualsiasi risultato è ancora possibile. Alcuni tra i leader più importanti non hanno ancora preso posizione. Penso e auspico che qualunque nuova presidenza colga le aperture dell’Amministrazione Obama per una reale ripresa del negoziato sul tema del nucleare. di Maria Elena Giuliani

ma è significativa in settori quali l’agricoltura, il commercio, le piccole imprese manifatturiere. Va ricordata in particolare l’iniziativa per la privatizzazione avviata nel luglio 2006 che teoricamente consentirebbe il collocamento sul mercato di azioni corrispondenti all’80% di industrie chiave comprese quelle nel settore petrolifero, bancario e dei trasporti. Resta peraltro il grosso ostacolo della disparità di condizioni di partenza tra settore privato da una parte, Bonyads e Guardiani della Rivoluzione dall’altra. Vi si aggiungano i finanziamenti che, almeno fino ad un passato recente, venivano erogati al settore pubblico dal Fondo petrolifero di stabilizzazione. Un aspetto positivo dell’economia iraniana è la sua diversificazione in un numero relativamente ampio di settori principali, anche se permangono forti squilibri. Le attività nel settore petrolifero del gas costituiscono poco più di un quarto dell’intero Pil nazionale. Il resto è suddiviso tra servizi (poco meno del 50%), industria (poco più del 15%) e agricoltura (circa il 10%, ma con una importanza particolarmente elevata in termini di occupazione). Si è visto in precedenza come da un lato l’Iran vanti le terze riserve mondiali accertate di petrolio, dopo l’Arabia Saudita ed il Canada, e che sia il secondo maggiore produttore dell’Opec. Si è visto al contempo come l’obsolescenza dell’apparato produttivo e la carenza di investimenti adeguati si traduca in una produzione giorna-

77


78

liera che resta inferiore di un terzo a quella raggiunta prima della Rivoluzione del 1979. Quasi paradossale è la situazione sul fronte del gas, dove l’Iran da un lato detiene il 15% delle riserve mondiali e dall’altro è stato un importatore netto di gas fino al 2005. Senza dubbio, la riduzione del prezzo del greggio a partire dal luglio del 2008 influisce ed influirà sulla stabilità macroeconomica del paese (cft. R. Dalton, Iran: Breaking the Nuclear Deadlock, Chatham Hose, 2008, p. 13, e la sua analisi di come il Fondo petrolifero di stabilizzazione, che avrebbe dovuto essere alimentato durante i periodi di alti prezzi del greggio, sia stato ripetutamente utilizzato per perseguire politiche da lui definite populiste). Il favorevole andamento del comparto petrolifero ha avuto come conseguenza, attraverso l’apprezzamento della valuta iraniana, accresciute difficoltà per l’esportazione di prodotti industriali. Tali difficoltà si sommano a quelle determinate dalle sanzioni internazionali, tanto più che la produzione iraniana dipende fortemente dall’importazione di servizi e componenti da paesi occidentali. L’agricoltura, infine, impiega attorno al 20% della forza lavoro complessiva del paese. L’Iran resta un grande esportatore di alcuni prodotti di nicchia (caviale). L’Iran risulta essere il maggior produttore di acciaio nel Medio Oriente, e tuttavia resta un netto importatore di tale materiale.

L’Iran risulta essere anche il quindicesimo produttore mondiale di autoveicoli, il primo del Medio Oriente (i due principali produttori sono Khodro e Sapia), che devono peraltro affrontare la forte concorrenza di produttori europei e asiatici anche a seguito della riduzione sui dazi all’importazione degli autoveicoli decise nel 2006. Nel settore finanziario, va sottolineato come il panorama sia stato dominato da grandi banche pubbliche fino alla Rivoluzione del 1979. Solo nel 2001 è stata autorizzata l’apertura di tre banche completamente private. La Banca centrale risulta essere completamente subordinata al governo ed in particolare non sembra essere sufficientemente attrezzata per far fronte all’inflazione. In particolare non è stata in grado di resistere alla decisione del presidente Ahmadinejad di fissare un tetto del 12% per le banche statali e del 13% per quelle private su tutti i crediti erogati, ad un livello quindi nettamente inferiore al tasso di inflazione. Vi si aggiunga l’obbligo imposto di fatto al sistema bancario di finanziare a tasso agevolato imprese e agenzie pubbliche, in primis le Bonyads. Pare accertato peraltro che il relativo isolamento nel sistema finanziario iraniano abbia in qualche modo contribuito ad attenuare per questo specifico settore i contraccolpi della crisi economica globale. Resta da vedere peraltro come la situazione potrà evolversi in futuro.


L’ANALISI Cesare Bertos

Come per la maggior parte dei paesi, anche per l’Iran vi sono dunque luci e ombre. Del tutto peculiare è la sua opacità, accresciuta da fattori esterni (le sanzioni in primis) ed esacerbata da un sistema costituzionalmente complesso da ricordare per taluni versi quello della Repubblica di Venezia (S. Romano, Con gli occhi dell’Islam, Milano 2007, p. 160; cft. anche K. Sadjadpour, Reading Khamenei: the World View of Iran’s Most Powerful Leader, Carnegie Endowment for International Peace, 2008). Valutazioni oggettive sul suo effettivo potenziale economico sono quindi particolarmente difficili da formulare. Ad un livello microeconomico, valutazioni interessanti (seppure in parte discutibili sotto il profilo metodologico) sulla competitività del sistema-Iran sono ricavabili dal rapporto annuale Doing Business della Banca mondiale, che nell’edizione 2009 classifica 181 paesi in relazione alla facilità di esercizio dell’attività imprenditoriale in base a dieci indicatori relativi ad altrettanti settori-chiave. L’Iran figura in fondo alla classifica, al 142simo posto, con un arretramento di quattro posizioni rispetto al 2008. Le carenze appaiono gravi in particolare nella protezione degli investimenti (161esimo posto) e soprattutto delle concessioni edilizie (164esimo posto). Il risultato migliore è registrato nelle procedure giudiziarie necessarie all’escussione di un credito (56esimo posto mondiale). A livello macroeconomico, l’Iran

vanta certamente delle considerevoli potenzialità e dei concreti atouts che ne fanno un fondamentale attore regionale, e non solo per le ingenti risorse di petrolio di gas naturale. Lungi dall’essere isolato dai flussi economici finanziari e commerciali internazionali, esso risulta essere in grado (in particolare attraverso i rapporti commerciali con gli Emirati Arabi Uniti e la diversificazione dei flussi commerciali verso nuovi partner tra i paesi emergenti) di svolgere un suo ruolo nel commercio internazionale. Restano peraltro le forti incognite legate non solo all’incertezza politica, ma a squilibri ed arretratezze nel sistema economico che, per alcuni versi, non è ancora tornato ai livelli precedenti la Rivoluzione del 1979. Pesa in particolare la pervasività e la relativa inefficienza del sistema pubblico. A tale riguardo molti analisti sottolineano gli effetti distorsivi derivanti dal peso sproporzionato di soggetti quasipubblici quali le Bonyads e i Guardiani della Rivoluzione, il cui ruolo esorbitante potrà essere solo a fatica eroso dalle privatizzazioni avviate negli ultimi anni.

L’Autore CESARE BERTOS Esperto di Metodologia delle relazioni internazionali.

79


ECONOMIA Ivano Gioia

Le sfide di un sistema basato sul petrolio Il drastico calo del prezzo del greggio e le sanzioni economiche logorano l’economia iraniana, diventata un tema caldo del dibattito elettorale. DI IVANO GIOIA

Il prossimo 12 giugno si terranno in Iran le elezioni presidenziali che vedranno diversi candidati, sia nelle fila dei progressisti che in quelle dei conservatori, contendere la presidenza a Ahmadinejad, ufficialmente in corsa per il suo secondo mandato. In attesa di conoscere quale sarà il risultato di questo turno elettorale, si cerca di capire quali saranno i possibili candidati alla presidenza. Ad oggi avrebbero informalmente annunciato la loro candidatura, dal lato dei riformisti, l’ex portavoce parlamentare Mehdi Karroubi, e l’ex primo ministro Mir-Hossein Mousavi, mentre nelle fila dei conservatori, oltre ad Ahmadine-

jad, sarà in competizione l’ex capo delle Guardie Rivoluzionarie, Mohsen Rezai; non è esclusa la partecipazione di un altro conservatore, il sindaco di Teheran Mohammed Baqer Qalibaf. La continuità politica sembra non essere messa in discussione, nonostante Ahmadinejad risenta di un certo indebolimento del sostegno popolare a causa del malcontento nei confronti delle decisioni prese finora in materia economica. La popolazione iraniana si trova quindi di fronte ad un bivio: continuare sulla scia delle politiche messe in atto in questi ultimi quattro anni dall’attuale presidente, oppure optare per una li-


82

nea più pragmatica e riformista miche di redistribuzione della ricchezza petrolifera attraverso il offerta dagli altri candidati. La vittoria elettorale sarà proba- sistema dei sussidi hanno solo in bilmente determinata dalla capa- parte arginato le tensioni sociali e cità dei candidati di dimostrarsi le manifestazioni di critica e di in grado di affrontare e risolvere i opposizione al regime, ma hanno problemi sociali ed economici nel contempo indebolito il paese diffusi nella popolazione irania- gravando ulteriormente sulla spena. Sebbene l’Iran rappresenti la sa pubblica. Tali difficoltà diffuse maggiore economia, in termini nella popolazione sono infatti il di parità dei poteri d’acquisto, al- riflesso immediato di un paese l’interno della regione, non man- che dopo anni di relativo benessecano profonde lacune e vulnerabi- re comincia a mostrare le proprie lità, con immediati risvolti nega- debolezze strutturali, ulteriortivi sulla popolazione. Si pensi ad mente aggravate dalle negative esempio alle marcate pressioni contingenze internazionali. Nonostante le poinflazionistiche litiche di diversifioccorse nel 2008, La disoccupazione cazione della strutcon un tasso di intura produttiva flazione che ha ha raggiunto un tasso r a g g i u n t o u n a ufficiale del 12%, ma si messe in atto nel corso degli anni, il media annuale sustima che il valore reale settore estrattivo si periore al 25%, conferma ancora gravando pesante- sia attorno al 30% cruciale per il bemente sulle capacità di acquisto dei cittadini ira- nessere dell’Iran. Beneficiando di niani. Parimenti, la disoccupazio- un sottosuolo ricco di idrocarbune ha raggiunto, nel 2007-08, un ri, l’attività economica ha da tasso ufficiale del 12%, ma si sti- sempre poggiato sulle rendite dema che il valore reale si aggiri at- rivanti dalle esportazioni di petorno al 30%, e si mostra ampia- trolio e di gas naturale, rafforzanmente diffusa soprattutto nella do con esse nel contempo la propopolazione giovanile al di sotto pria posizione nei rapporti politidei 30 anni, alimentando ulte- ci e diplomatici con gli altri paeriormente le richieste di riforma si: l’Iran è difatti il secondo pronei confronti del governo. Non duttore di greggio fra i paesi da ultimo, il malcontento popo- Opec, il terzo al mondo per riserlare reclama riforme sociali e assi- ve e il quarto esportatore monstenziali e lamenta lo stretto con- diale dopo Arabia Saudita, Russia trollo ancora operato dalle autori- e Norvegia. Per quanto riguarda tà pubbliche e religiose sulle li- il gas naturale il paese si posiziobertà civili e politiche dei cittadi- na al secondo posto per le riserve, ni, riguardo ad esempio i sistemi preceduto solo dalla Russia, e di informazione e l’emancipazio- quarto produttore mondiale. Poine femminile. Le politiche econo- ché la vendita di petrolio e gas


ECONOMIA Ivano Gioia

naturale garantisce circa l’80% direttamente correlato agli svidei guadagni complessivi deri- luppi della crisi economico-fivanti dall’export e la metà degli nanziaria internazionale. introiti statali, è facilmente in- La crisi originata negli Stati Unituibile la dipendenza dell’econo- ti e propagatasi nei paesi svilupmia del paese dal settore energe- pati inizialmente attraverso il catico e di conseguenza la vulnera- nale più prettamente finanziario, bilità alle oscillazioni dei prezzi ha mancato di investire l’Iran in internazionali degli idrocarburi. prima battuta, in virtù dell’isolaCiò si è reso palese negli ultimi mento del sistema iraniano dai mesi con il prezzo del greggio: mercati internazionali e dagli gli elevati prezzi internazionali strumenti finanziari più evoluti, registrati fino alla prima metà del come i subprime. È tuttavia indub2008 (si ricordi il picco di oltre bio che l’evoluzione di quella 150 dollari al barile raggiunto lo stessa crisi abbia esercitato effetti scorso luglio) si sono drastica- indiretti sui conti economici di Teheran, in partimente ridimensionati negli ultimi L’economia iraniana colare attraverso mesi dello scorso un impatto sul caanno e nei primi è stata danneggiata nale commerciale. m e s i d e l 2 0 0 9 dal crollo del prezzo Difatti, il rallenta(scendendo al di mento delle prinsotto dei 35 dollari del petrolio, lontano cipali economie al barile), con forti dal benchmark di 75$ della regione, in ripercussioni sulle primis i paesi del economie petrolifere, soprattutto Golfo, ha comportato una flessioladdove il benchmark (ossia la so- ne nella domanda dei beni esporglia di prezzo minimo critico) è tati dall’Iran e in generale nel vosu livelli elevati. In questo senso, lume delle transazioni commerle stime operate dal Fondo mone- ciali e di investimento nell’intera tario internazionale individuano regione mediorientale. Il finanper l’Iran un prezzo di circa 75 ziamento del deficit corrente iradollari al barile come soglia al di niano previsto per il prossimo sotto della quale subentrano pres- biennio potrebbe altresì risentire sioni sulla sostenibilità dei conti della crisi del credito internaziocon l’estero di un paese la cui ca- nale, il cosiddetto credit crunch, pacità di accesso al credito inter- declinata in una maggiore avvernazionale è già fortemente com- sione al rischio da parte degli inpromessa dalle sanzioni interna- vestitori internazionali e di conzionali. Un prezzo internazionale seguenza da un brusco ritiro dei del greggio attualmente stimato capitali dalla regione. Il rischio di per il 2009-2010 sui 60 dollari al crisi di liquidità in Iran rimane al barile rimane quindi insufficiente momento relativamente contenuper l’Iran. L’andamento futuro to, grazie anche ad un soddisfadel prezzo del greggio è tuttavia cente livello di riserve valutarie,

83


84

sebbene non sia da escludere un lento ma progressivo deterioramento qualora la risoluzione definitiva della crisi internazionale tardasse ad affermarsi. Il programma nucleare iraniano e la continuata politica antiamericana e anti-occidentale di Ahmadinejad hanno provocato profonde fratture politiche e diplomatiche tra l’Iran e il resto della comunità internazionale. Le sanzioni unilaterali e multilaterali adottate negli ultimi anni ne sono la diretta conseguenza: oltre alle stringenti misure sanzionatorie messe in atto dagli Stati Uniti, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato da luglio 2006 ben cinque risoluzioni nei confronti d e l l ’ I r a n ( v. 1 6 9 6 / 2 0 0 6 , 1737/2006, 1747/2007, 1803/2008, 1835/2008), riprese anche nei regolamenti e nelle

posizioni comuni dall’Unione europea. Tali sanzioni puntano a colpire principalmente i settori nucleare, balistico e degli armamenti, ma ampliano il loro raggio di azione anche al comparto bancario e finanziario iraniano, sospettato di fornire appoggio diretto o indiretto ad attività illecite da parte di Teheran. In questo senso, si spiegano ad esempio le misure internazionali di congelamento degli asset nei confronti di istituti come Bank Sepah e Bank Melli e gli ammonimenti rivolti agli operatori finanziari internazionali e alle Agenzie di credito alle esportazioni ad esercitare estrema vigilanza e cautela nelle transazioni con controparti iraniane. Questo deterioramento qualitativo nelle relazioni con la comunità finanziaria internazionale ha ulteriormente limitato

FOCUS

Per un barile di petrolio Con il termine di “crisi energetica del 1979” si intende il brusco rialzo che si verificò nel mercato internazionale del petrolio a seguito della rivoluzione iraniana del 1979. Il rovesciamento del regime dello scià Reza Pahlavi bloccò la produzione petrolifera del paese innescando forti movimenti speculativi. Il petrolio arrivò a quotare 80$ il barile creando grandi difficoltà di approvvigionamento energetico in tutto il mondo occidentale. La crisi si concluderà solo all’inizio degli anni Ottanta con il tranquillizzarsi dello scenario mediorientale e la messa in produzione di nuovi giacimenti petroliferi scoperti e sviluppati nel territorio di nazioni non appartenenti all’Opec.


ECONOMIA Ivano Gioia

le capacità di crescita economica dell’Iran, impossibilitato nell’accesso a capitali esteri per finanziare gli indispensabili progetti di rivalutazione del comparto nazionale di estrazione e di raffinazione energetica. Sia nel caso di continuità politica con Ahmadinejad che nell’ipotesi di un cambiamento alla presidenza iraniana, il risultato delle prossime elezioni presidenziali può rappresentare un importante elemento di svolta per le logiche politiche nella regione mediorientale e nei rapporti tra Teheran e le potenze occidentali. Come già detto, la politica oltranzista di Ahmadinejad ha compromesso le relazioni con i principali paesi del mondo occidentale, in particola-

re con Israele, uno dei principali bersagli nelle invettive del presidente iraniano e probabilmente fulcro dell’evoluzione delle relazioni internazionali iraniane. Uno dei tasselli fondamentali continua ad essere costituito dai rapporti con Washington: sin dal suo insediamento, l’amministrazione Obama ha manifestato un certo interesse a riaprire i canali di dialogo con Teheran; restano tuttavia da comprendere le reali possibilità di un concreto riavvicinamento tra le due parti, soprattutto alla luce della reticenza iraniana a compiere passi significativi verso la risoluzione del contenzioso nucleare. La volontà dell’Iran di assumere un ruolo di leadership regionale ha sicuramente incrinato in questi anni le relazioni bilaterali con i principali paesi dell’area, come i paesi del Golfo, con i quali tuttavia sono proseguite e rafforzate le relazioni commerciali e finanziarie. Parimenti, seppur in un quadro più restrittivo derivante dalle limitazioni imposte dalle Nazioni Unite e dall’Unione europea, alcuni paesi del Ve c c h i o Continente, come Italia, Francia e Ger-

85


86

mania, continuano a figurare tra i principali partner economici dell’Iran. Secondo i dati dell’Istituto nazionale per il commercio estero (Ice), l’Iran costituisce il terzo mercato di sbocco delle merci italiane nella regione mediorientale, dopo Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita: nel 2008, le esportazioni italiane verso l’Iran sono state pari a quasi 2,2 miliardi di euro, in aumento del 18% rispetto all’anno precedente, incentrate principalmente su meccanica strumentale (58% del totale), seguite da elettronica e elettrotecnica (11%), metallurgia e prodotti in metallo (10%), prodotti chimici e fibre (9%). Dal lato delle importazioni, l’Iran è il primo fornitore mediorientale dell’Italia: nel 2008 le importazioni sono diminuite del 6% rispetto all’anno precedente, da 4,2 miliardi di euro a 3,9 miliardi di euro, e sono costituite per circa il 92% da prodotti delle miniere (petrolio e gas), mentre il restante 8% è diversificato fra prodotti chimici e fibre sintetiche, prodotti in metallo e prodotti alimentari. Il saldo globale resta dunque a sfavore dell’Italia, con un deficit di -1,7 miliardi di euro, anche se in lieve diminuzione rispetto all’anno precedente, in cui si è registrato un deficit di 2,3 miliardi di euro. Per quanto riguarda il volume degli investimenti diretti esteri italiani in Iran, in base ai dati diffusi da Ice derivanti dall’Organismo governativo iraniano incaricato di monitorare il

flusso degli Ide e dell’assistenza tecnica estera nel paese (Oietai), l’Italia risulterebbe all’ottavo posto nella classifica mondiale e al quarto tra i partner europei, dopo la Germania, i Paesi Bassi e la Spagna.

L’Autore IVANO GIOIA

È Country Analyst presso la Divisione Studi Economici e Relazioni Istituzionali di Sace SpA, dove si occupa delle analisi di rischio paese delle aree Medio Oriente e Africa. Nel 2006 ha conseguito il master di II livello in European Studies and Global Affairs presso l’Aseri (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali) dell’Università Cattolica del


TGK SKAVICA PROGETTA REALIZZA

GESTISCE

IMPIANTI IDROELETTRICI ��� �kavica s�l e-mail: info@tgk-skavica.com www.tgk-skavica.com


IL VOLTO FEROCE onostante sia stato condannato ben 55 volte dalle Nazioni Unite per violazioni dei diritti umani, il regime di Teheran non accenna a diminuire il ricorso spregiudicato alla pena di morte. Nel 2008 i dati degli osservatori riportano 356 esecuzioni e nei primi quattro mesi del 2009 sono già 160. Il cappio del regime continua a stringersi intorno al collo di dissidenti, adulteri e omosessuali, ma anche di colpevoli di reati comuni. Veri o presunti.

N 88

DI ALDO FORBICE

«Mamma, papà, salvatemi, ho il cappio davanti agli occhi,mi impiccano tra pochi secondi». L’ultima telefonata Delara Darabi l’ha fatta davanti al patibolo. La ragazza di 23 anni, condannata a morte per un omicidio che sarebbe stato commesso quando aveva 17 anni, è stata impiccata nella prigione di Rasht il primo maggio scorso. È sembrata l’esecuzione più esecrata in Occidente, dopo la campagna internazionale, promossa da Zapping, per salvare la vita di un’altra giovane iraniana, Kobra che si trova ancora oggi nel terribile carcere di Evine, a

Teheran. La sentenza di morte di questa giovane donna è stata sospesa a tempo indeterminato, ma non essendo ancora stato concesso il perdono dai parenti della vittima (così come prevede le legge islamica, la sharia), per Kobra Rahmanpour esiste pur sempre un pericolo di vita, vista anche l’intensificazione della repressione del regime islamico. Infatti, pochi ormai in Occidente si fidano delle promesse del capo del Corpo giudiziario iraniano, l’Ayatollah Mahmud Hashemi Sharoudi. Nel caso di Delara, infatti, era stata stabilita una proroga del-


DIRITTI UMANI Aldo Forbice

DELL’IRAN

89

l’esecuzione di due mesi. Invece, dopo appena dieci giorni è stata consegnata al boia, senza neanche avvertire il suo avvocato. Dopo questo clamoroso caso i boia non si sono fermati. Altre 15 esecuzioni sono state effettuate nella settimana successiva. I boia continuano a non risparmiare neppure i ragazzi che al momento dei reati non hanno compiuto 18 anni. Attualmente nelle carceri iraniane vi sono almeno 150 minorenni in attesa dell’esecuzione. L’Iran continua ad essere l’unico Stato al mondo a giustiziare i minorenni per i casi di omicidio,

stupro, adulterio, rapina a mano armata, traffico di droga e apostasia. Eppure la Repubblica islamica ha firmato la Convenzione internazionale sui diritti dei minori. In realtà dal 1990, più di 50 minori sono stati impiccati, ma ormai è noto che il regime degli ayatollah disattende tutte le leggi che tutelano i diritti umani. Ad esempio, nel 1992 il governo aveva deciso di abolire la lapidazione, ma in realtà il 5 maggio scorso un uomo di 30 anni (lavorava al ministero del Commercio) è stato lapidato a Rshat, portando a 5 il numero degli uomini lapida-


90


DIRITTI UMANI Aldo Forbice

ti per adulterio negli ultimi due resistenza iraniano ha pubblicato anni. A nulla sono valse le prote- i dossier relativi a circa 40mila ste delle Nazioni Unite, del- casi, su 120mila dissidenti arrel’Unione europea, dei singoli go- stati e brutalmente “liquidati” verni dell’Occidente e delle orga- dagli uomini del regime dal nizzazioni umanitarie, come Am- 1979 (dalla rivoluzione khomeinesty International. Nei primi nista) ad oggi. Fra gli organizzaquattro mesi di quest’anno si tori di attentati e massacri di citcontano 164 esecuzioni, il doppio tadini iraniani del dissenso vi era dello stesso periodo del 2008 – stando alle denunce della resi(356 in tutto l’anno). Senza con- stenza – anche l’attuale presidentare le numerose vittime per tor- te Ahmadinejad, che ebbe un tura di cui non si hanno mai noti- ruolo importante anche nell’occupazione dell’ambasciata amerizie ufficiali. Del resto, il regime di Khamenei cana di Teheran. e Ahmadinejad è stato condanna- Ma anche nel campo cosiddetto dei “delitti comuto dai diversi organi” i boia sono nismi delle Nazio- L’Iran è stato stati attivissimi. ni Unite ben 55 Dal 2001 al 2007 volte per sistemati- condannato da diversi ca violazione dei organismi dell’Onu ben sono stati giustiziati almeno trediritti umani. Ma Teheran non ne ha 55 volte per violazione mila uomini, donne e ragazzi. La mai tenuto conto. dei diritti umani maggior parte imInfatti, come si afferma nel mio libro, uscito da piccati all’alba nelle piazze di Tequalche settimana (Assassini di heran e delle altre città iraniane Stato, Garzanti editore), l’Iran è il alla presenza di una grande folla paese della terra dove i boia sono di cittadini, a giudicare delle impiù attivi, dopo la Cina, come ha magini trasmesse dalla stessa Tv confermato l’ultima ondata di statale, con gli occhi sbarrati dal terrore, dalla rabbia, dal dolore esecuzioni. Dalla creazione della Repubblica di vedere tante giovani vite islamica, nel 1979, migliaia di stroncate dai boia. cittadini sono stati giustiziati I “guardiani della rivoluzione” quasi sempre a seguito di proces- hanno scoperto da qualche anno si sommari e senza alcuna garan- che l’utilizzazione delle gru mozia. Sono sempre rimaste lettera bili, quelle impiegate nei cantieri morta le centinaia le denunce di edili, può garantire una maggiore Amnesty e di altre organizzazio- rapidità delle esecuzioni “a costi ni umanitarie. I servizi segreti bassi” e il massimo effetto di visiiraniani continuano a tenere ri- bilità. L’obiettivo è ottenere il gorosamente riservati i nomi dei massimo livello di deterrenza per dissidenti arrestati e assassinati scoraggiare la crescita della crisotto tortura. Il Consiglio della minalità, ma in realtà la stragran-

91


92

de maggioranza delle condanne della Giustizia, per chiedere la non riguarda reati di sangue, ma cancellazione delle esecuzioni per piccoli traffici di droga, rapine, i minori di 18 anni. La risposta furti e violenze di vario tipo. Solo non si è fatta attendere. In quegli nel 2008 il regime teocratico si è stessi giorni è stato impiccato un reso conto che quell’effetto deter- ragazzo curdo di 16 anni, Morente che auspicava , si era tramu- hammad Hassanzadeh, per l’omitato in un boomerang, incremen- cidio di un coetaneo commesso tando l’avversione al regime isla- quando aveva appena 14 anni. In mico. Infatti, la rabbia e il dolore realtà la pena capitale viene soche quegli “spettacoli” trasmette- prattutto utilizzata come detervano facevano aumentare l’ostili- rente nei confronti della dissidentà nei confronti del governo dei za del regime. Spesso i reati per mullah sempre più autoritario e cui vengono condannati a morte disumano. E allora venne deciso tanti giovani, studenti ed operai, uno “stop” delle esecuzioni pub- sono solo dei pretesti. Numerosi bliche. Ma la paustudenti che hansa durò poco. Alla Molti studenti no manifestato nel fine, nel braccio di 2007 e nel 2008 ferro fra i diversi che hanno manifestato nelle università e gruppi di potere nelle università nelle piazze, dudella repubblica rante la “Tienanteocratica, l’hanno sono stati condannati men di Teheran” avuta vinta i fal- all’impiccagione sono stati condanchi, i sostenitori di nati all’impiccaAhmadinejad, gli stessi che oggi gione per violazione delle leggi lo sostengono nella campagna islamiche “combattendo contro elettorale per la rielezione al ver- Dio” (moharehb). O almeno quetice dello Stato. sta è la linea dei fondamentalisti Infatti, dal luglio del 2008 le che avrebbero voluto compiere nuove disposizioni sono state de- fucilazioni e impiccagioni di cise da Shahroudi, responsabile massa per stroncare il movimendel sistema giudiziario, hanno ri- to di rivolta contro il regime. Il portato all’antica pratica delle movimento di resistenza all’inesecuzioni pubbliche (trasmesse terno del paese, nonostante la anche dalla Tv). E così sono ri- dura repressione della polizia e comparse le immagini, anche su dei Pasdaran, è vivo ed esteso, internet, dei giovani, talvolta mi- così come appare sempre più vinorenni, trascinati a viva forza sibile il malcontento della poposotto le gru per essere impiccati lazione. Lo confermano anche le col volto coperto da un drappo crescenti manifestazioni di pronero. Nel luglio del 2008 un av- testa (ottomila solo nel 2008), vocato, Mohammad Mostafal che si concludono quasi sempre Shahroudi, ha inviato una lettera con arresti di massa e interventi al suo omonimo, l’ayatollah capo brutali delle forze di sicurezza.


DIRITTI UMANI Aldo Forbice

La repressione, come è noto, si è particolarmente intensificata negli ultimi tempi per decisione del presidente-dittatore Mahmud Ahmadinejad, un “uomo forte” del regime, che non è riuscito, con tutte le sue campagne anti Israele e a favore del piano nucleare (ufficialmente civile, ma notoriamente militare), a far dimenticare storie terribili sul suo passato di Pasdaran, di uomo di fiducia di Khomeini, di agente dei servizi segreti e di organizzatore di clamorosi attentati in Iran e all’estero. Negli anni Ottanta l’attuale presidente, come agente dei servizi di sicurezza, minacciava e toglieva di mezzo gli oppositori al fondamentalismo islamico, all’interno e all’esterno dell’Iran,

guadagnandosi l’agghiacciante soprannome di “uomo del colpo di grazia”. Un profilo completo di quest’uomo lo troviamo nel libro di un politologo iraniano, Alireza Jafarzadeh, che lo ha conosciuto molto da vicino e che lo ha studiato a lungo: “L’atomica di Teheran” (Guerini e associati), che ho curato e di cui ho scritto la prefazione nel 2007. Dal saggio emerge la personalità di “soldato dell’Islam”, ubbidiente e spietato esecutore di ordini del suo maestro Khomeini e, successivamente, dell’attuale Guida spirituale Ali Khamenei. Non c’è dunque da sorprendersi che la pena capitale e la tortura siano diventati strumenti largamente praticati dal regime per reprimere il crescente dissenso.

93


94

Infatti, con l’introduzione nel tore, moglie, marito) sulla soglia 1991 del Codice penale islamico, del patibolo. Ad esempio,nel febcioè la Sharia, la pena capitale braio del 2000 un commerciante viene applicata anche come “pu- del vetro di Teheran, Ebrahim nizione per volontà divina”, per Mokeebi, ha perdonato l’assassigli adulteri (uomini e donne), gli no di suo figlio, salvando la vita apostati, le prostitute, i traffican- di un ragazzo di 17 anni che aveti di droga, i produttori e distri- va già la corda stretta al collo e butori di materiale pornografico. stava per essere impiccato in una La pena capitale è prevista anche piazza dove assistevano migliaia per la rapina a mano armata, di persone. Moheebi dichiarò: mentre per i ladri recidivi rimane «L’anima di una persona era nelle in vigore l’antica pratica del ta- mie mani. Ma ho pensato che se in un momento del genere lasci glio delle mani. Il Codice penale stabilisce persi- perdere il tuo diritto, allora sì che no le dimensioni delle pietre per sei un vero musulmano. Se continuiamo a lavare il la lapidazione che sangue con il san«devono essere Sono molti i casi gue, la società non non troppo grosmigliorerà. Deve se», in modo da di iraniani che hanno esserci il tempo non uccidere il graziato sulla soglia della grazia e del condannato dopo la seconda o la ter- del patibolo l’assassino perdono». Un episodio analogo si è z a s a s s a t a , m a di un proprio parente ripetuto il 18 ago«non troppo piccole da non rientrare nella defini- sto 2001. Hamid Shoja Youssef, un ragazzo di 19 anni, era stato zione di pietre». Viene inoltre stabilita la modali- condannato a morte per avare uctà del perdono che i parenti del- ciso un coetaneo durante un litile vittime possono concedere e gio per strada. Il suo corpo è rinon certo a titolo gratuito. La masto attaccato alla corda che grazia, cioè, può venire concessa avrebbe dovuto strangolarlo per dopo il pagamento di un inden- 15 secondi, sulla piazza di Tornizzo, che viene definito il bat-e Jam, una cittadina nell’est “prezzo del sangue”. Ed è esatta- dell’Iran. All’improvviso una vomente quello che si sta cercando ce si è alzata dalla folla:«Ti perdi concordare per salvare defini- dono in nome dell’imam Alì». tivamente la vita di Kobra Rah- Era la voce della madre della vitmampour (che doveva essere im- tima che, all’ultimo momento, si piccata il 12 ottobre del 2006) e era decisa a concedere la grazia. di altre giovani donne condan- Ma si tratta pur sempre di casi sporadici, anche perché spesso i nate alla pena di morte. Sono stati molti i casi di iraniani parenti delle vittime stabiliscono che hanno graziato l’assassino di prezzi, cioè indennizzi economici un proprio parente (figlio, geni- altissimi, impossibili da pagare


DIRITTI UMANI Aldo Forbice

l’abbigliamento, l’utilizzo di coper le famiglie del condannato. Infatti, negli anni più recenti si smetici, il volto troppo scoperto e sono sensibilmente ridotti i casi i comportamenti (non possono, di grazia, anche perché il regime ad esempio, uscire da sole). non favorisce in alcun modo la Vi racconto un episodio significaconcessione del perdono. Le ese- tivo della cultura islamica di ogcuzioni si sono particolarmente gi, anche se rappresenta più siintensificate soprattutto con la gnificativamente quella dei cenmoratoria universale decisa, nel tri rurali della provincia iraniana. dicembre 2007, dall’assemblea Nel febbraio del 2008 un uomo delle Nazioni Unite. Una sorta di di quarant’anni, con l’aiuto di un sfida del regime teocratico a tutti gruppo di amici, ha lapidato la fiquei paesi che avevano adottato glia di 14 anni, sospettata di aveuna misura umanitaria col voto re avuto una relazione con un uocontrario di Usa, Cina, Giappo- mo più grande di lei. Il padre asne, Iran e i paesi arabi. In quel- sassino è stato denunciato dalla l’anno il numero moglie ma, in base d e i c o n d a n n a t i Le esecuzioni capitali alla sharia, l’uomo consegnati ai boia aveva agito per è stato di 335 (dati si sono intensificate “salvare l’onore Amnesty Interna- malgrado la moratoria della famiglia” e tional), anche se le quindi ha potuto cifre reali sono più universale decisa cavarsela con qualalte, secondo la re- nel 2007 dall’Onu che anno di carcesistenza iraniana. re. I “delitti d’onoNel 2008 la cifra ufficiale è di re”, del resto, non sono infrequen356, mentre nei primi mesi di ti nelle regioni più arretrate delquest’anno le impiccagioni e le l’Iran,dove i maschi della famiglia lapidazioni hanno largamente su- possono decidere di “lavare con il perato quota 160. Il 2009 si pre- sangue” di una figlia o di una sosenta come un anno da record per rella, un presunto ffronto, dovuto gli assassini di Stato. Del resto la magari al rifiuto di un matrimorepressione del regime viene fa- nio o alla relazione con un uomo, vorita anche dall’atavica cultura anche solo sospettata. Il caso racislamica di questo paese, che ne- contato va dunque inquadrato in gli ultimi trent’anni di regime questa “cultura” islamica. La vitteocratico non ha conosciuto al- tima, una ragazza di 14 anni della cuna spinta alla modernizzazione città di Zahedan, che si chiamava dei costumi. Le donne, dopo i Mariam, ha finito col perdere la giovani, sono infatti tra le vitti- vita in un modo orribile per le osme privilegiate del regime: le sessioni del padre. “guardie religiose” perseguono le Il regime teocratico utilizza prodonne nei locali pubblici (che prio questa cultura tribale per atnon possono frequentare), nelle tuare le sue “vendette” nei conscuole, ovunque, ne condannano fronti dei giovani che non accet-

95


96

tano docilmente le direttive della dittatura e l’imposizione di regole illiberali e fondamentaliste. Le donne, come si è detto, sono i bersagli preferiti dei mullah e delle guardie religiose. Ad esempio, la prostituzione è sempre stata nel mirino delle forze di polizia, aspramente combattuta con arresti, violenze e lapidazioni. Eppure la prostituzione non arretra neppure di fronte al rischio di condanne capitali. Di recente un dirigente del Comune di Teheran, il religioso moderato Mohammad Alì Zam, ha fatto esplosive dichiarazioni: «In pochi anni il numero di donne che si prostituiscono è aumentato del 635%; la loro età è scesa da 27 a 20 anni e il 90% delle donne che scappano di casa finiscono sul marciapiede». Neppure la pena di morte, dunque, è riuscita a sradicare la prostituzione. Anzi, sembra che le donne si propongano di sfidare il regime anche con questa “scelta”. Ma, ovviamente, il discorso è molto più complesso e andrebbe approfondito più a lungo. Infine, ancora due notazioni sulla politica di repressione praticata dal regime: quella attuata nei confronti delle minoranze etniche e religiose, ad esempio, nei confronti dei baha’i, una minoranza che da anni viene perseguitata duramente, e verso la comunità ebraica,un tempo molto forte e oggi sottoposta a controlli e restrizioni rigidissime (nel 1979 gli ebrei erano più di 80mila, oggi non arrivano a 35mila). Il futuro oggi è affidato alle prossime elezioni politiche, anche se

sembra scontata la rielezione del “falco di Teheran” e al prossimo negoziato Usa-Iran. Obama si propone, con questa politica di apertura, di fermare la corsa al nucleare degli ayatollah più oltranzisti che fanno riferimento ad Alì Khamenei. Ci piacerebbe essere ottimisti ma siamo però convinti che sicuramente si apriranno terribili nuovi scenari di guerra con gravi prospettive per il mondo intero.

L’Autore ALDO FORBICE Giornalista, scrittore e conduttore radiofonico, ha scritto per L'Avanti!, ha diretto il Giornale radio su Radio3, è stato capo redattore del TG1, e autore e coordinatore di programmi per Rai Due. Attualmente è vicedirettore del Giornale radio Rai, è conduttore del programma di Radio1 Zapping. Collabora con Il Mattino, Il Messaggero, Il Quotidiano Nazionale - Resto del Carlino e con Il Mondo. Il 9 dicembre 2008 è stato consegnato a Zapping il premio Media Awards come miglior programma giornalistico radiofonico dell’anno.


La forza inarrestabile delle donne LIBERERÀ l’Iran dai Mullah opo quasi trent’anni di esilio, Sholeh Shahrzad racconta la sua opposizione al regime degli ayatollah. Tra impegno politico, diritti negati e connivenze del mondo occidentale, la speranza è ancora viva e la libertà iraniana passa, scommette Shahrzad, dall’inarrestabile forza delle donne.

D 98

INTERVISTA A SHOLEH SHAHRZAD DI DOMENICO NASO

È combattiva e arrabbiata Sholeh Shahrzad, presidente del movimento Donne democratiche iraniane in Italia. Vive nel nostro paese ormai da quasi trent’anni, sfuggita alla repressione khomeinista e a un Iran che non riconosceva più, ormai così diverso dal paese democratico e moderno che, come tanti suoi connazionali, aveva sognato dopo la caduta dello Scià. Ma anche a migliaia di chilometri di distanza, l’impegno politico di Shahrzad non è scemato, anzi ha acquistato negli anni sempre più vigore, visto il progressivo peggioramento delle condizioni di vita delle donne iraniane. Non è tenera con l’Occidente, a suo avviso troppo morbido nei confronti del regime degli ayatollah, ma è molto grata agli italiani, «sempre comprensivi nei confronti dei problemi degli iraniani». Ma nonostante le difficoltà, l’aumento delle esecuzioni capitali a Teheran, la politica filo-terrorista di Ahmadinejad, Sholeh Shahrzad crede ancora in un futuro Iran libero, laico e democratico, che sarà possibile, però, solo con l’aiuto dell’Occidente.


L’INTERVISTA Sholeh Shahrzad

Quando ha cominciato a interessarsi di politica? Ci vuole raccontare la sua giovinezza a Teheran e il motivo per cui ha lasciato il suo paese?

Il mio impegno politico è iniziato durante il liceo nella mia città di Shiraz durante la rivoluzione del 1979. Dopo l’avvento di Khomeini al potere, a causa delle mie attività politiche a favore delle donne e per salvaguardare la libertà appena ripristinata con la caduta dello Scià, sono entrata nel mirino delle forze repressive del regime dei Mullah e sono stata costretta a espatriare e venire in Italia per poter proseguire il mio impegno a favore del popolo iraniano e in particolare delle donne, oggetto di una doppia discriminazione sotto il regno dei Mullah. La mia giovinezza l’ho dedicata al volontariato a favore delle donne e dei bambini che scappavano dall’Iran e si rifugiavano all’estero. Quasi quindici anni fa ha fondato l’Associazione donne democratiche iraniane. In questi anni cosa avete fatto per migliorare la condizione femminile in Iran?

Ho sostenuto con grande partecipazione le attività di coloro che hanno combattuto e tuttora combattono la tirannia religiosa dei Mullah organizzando delle campagne a loro favore. Devo ribadire che le condizioni delle donne in Iran si migliorano solamente con la caduta del regime e il rovesciamento totale del quadro politico attuale. È un miraggio pensare al miglioramento delle condizioni femminili senza un regime change

radicale. La parte femminile della società non ha assolutamente voce in capitolo e gode esclusivamente dei doveri e non dei diritti. Nella costituzione della Repubblica islamica fondamentalista i diritti sono esclusivamente riservati agli uomini e i doveri alle donne. Queste ultime valgono la metà dell’uomo. Anche dal punto di vista dei regolamenti repressivi le donne sono più discriminate. Nel caso della lapidazione l’uomo viene interrato fino alla vita e la donna fino al collo. Il che significa concedere un’ulteriore occasione all’uomo per poter scappare dal lancio delle pietre e condanna le donne a subirlo fino ad una morte atroce.


Come è cambiato l’Iran dal 1979 a oggi?

100

Da un sistema dittatoriale politico siamo passati ad un feroce regime dittatorial-religioso governato dai Mullah che ha privato la grande civiltà iraniana di qualsiasi senso civile, portando il paese a diventare il primo al mondo per numero di esecuzioni capitali dopo la Cina, il primo per supporto al terrorismo internazionale (basti vedere il sostegno alle organizzazioni terroristiche mediorientali e non, il lavoro di destabilizzazione degli equilibri politici in Medio Oriente e il coinvolgimento iraniano in atti terroristici in Iraq e in Afghanistan contro i civili e i militari stranieri). Il paese, a causa dell’arrivo di Khomeini, è ridotto a un paese povero, instabile, con un alto tasso di disoccupazione giovanile e prostituzione diffusa in tutte le fasce sociali, con più della metà della popolazione che vive sotto la soglia di povertà. Per quanto riguarda il ruolo delle donne, quali sono le maggiori differenze tra l’Iran dello Scià e quello degli ayatollah?

Le donne iraniane hanno iniziato a impegnarsi in politica quasi cent’anni fa e hanno sempre avuto un ruolo di primo piano nei movimenti più importanti della storia iraniana. Con l’arrivo di Khomeini le donne iraniane hanno perso tutti i loro diritti acquisiti con grandi sacrifici e sono diventate cittadini di serie B, ridotte a fare solamente le donne di casa, a dover accudire il marito e i figli senza il diritto di divorziare o di vedersi assegnata la tutela

dei figli in caso di divorzio scelto dall’uomo. È una situazione catastrofica, dunque, ma allo stesso tempo non si sono rassegnate e si sono dedicate ancora una volta alla resistenza e ciò si vede nelle loro partecipazioni sempre in prima fila alle manifestazioni di protesta degli studenti universitari, nel loro sostegno a coloro che si battono per la libertà e la democrazia. Attualmente le carceri iraniane sono piene di donne oppositrici che hanno deciso di dire no alla dittatura. In Occidente si parla spesso di molti aspetti dell’Iran ma raramente ci si sofferma sul ruolo delle donne nel suo paese. Quali sono i problemi maggiori per le donne nell’Iran del Terzo millennio? Esistono donne che ricoprono ruoli importanti in politica, cultura ed economia? C’è libertà di scelta per le Sue connazionali?

La Costituzione iraniana riconosce alla donna un ruolo secondario e la valuta come la metà dell’uomo. Per esempio, in caso di omicidio, le donne vengono risarcite economicamente per un valore che equivale alla metà del valore di un uomo. L’Occidente ha gravi colpe. La politica di accondiscendenza europea ha inflitto gravi danni alla popolazione. Il ruolo delle donne nel mondo politico è assai minoritario e a livello manageriale è sotto il 3%. E poi non c’è sicurezza lavorativa: sono le prime ad essere licenziate in caso di crisi aziendali. La libertà di scelta per le mie connazionali è un optional. Una donna iraniana non può nemme-


L’INTERVISTA Sholeh Shahrzad

no uscire di casa per andare ai funerali del padre senza l’autorizzazione del marito. Non può espatriare senza essere accompagnata dal marito o da chi per lui. È la parte più discriminata della società. Sul piano politico è quasi inesistente. Le poche esponenti politiche che ci sono possono essere tranquillamente considerate delle comparse, semplici specchietti per le allodole. Secondo lei si deve dialogare con l’Iran di Ahmadinejad? O l’Occidente dovrebbe passare alle maniere forti?

Gli anni spesi inutilmente nel dialogo con Ahmadinejad hanno dimostrato che questo regime non ascolta nessuna voce e non ri-

conosce nessun dialogo costruttivo e li sfrutta solamente per guadagnare tempo prezioso necessario allo sviluppo dei suoi programmi nucleari militari. L’Occidente ha una grave responsabilità in questo quadro politico assai pericoloso per l’intera umanità. Prima di tutto deve smettere di concedere tempo e occasioni al regime dei Mullah e poi deve riconoscere al popolo iraniano il diritto di poter cambiare con le proprie forze il quadro attuale, ripristinando la libertà e la democrazia in Iran. Infine, deve adoperare un atteggiamento fermo e irremovibile nei confronti del piano atomico militare senza entrare in guerra, che secondo le nostre

101


smo e di calpestare anche i più elementari diritti umani. In trent’anni il regime ha ucciso più di 120mila donne e uomini di tutte le età: dalle ragazze di 13 anni fino alle donne incinte uccise sotto tortura, senza risparmiare nemmeno gli anziani. Lei vive in Italia da quasi trent’anni. Ha trovato comprensione nel nostro paese per i problemi e le sofferenze della sua nazione di origine?

Il popolo italiano, a differenza dei suoi governi, è stato sempre comprensivo nei confronti dei problemi degli iraniani. La sua solidarietà si è manifestata con una forte partecipazione alle campagne condotte dal nostro movimento. Io darei un 110 e lode alle donne e agli uomini del paese che ci ospita.

102

previsioni sarebbe una catastrofe. Il regime dei Mullah comprende solamente la lingua della forza, della determinazione e della fermezza. L’Occidente deve riconoscere i suoi gravi errori del passato e deve schierarsi a fianco del popolo e delle donne iraniane per ripristinare la legalità, la libertà, la pace e la democrazia. Finché questo regime resterà in piedi a Teheran, il mondo, e ovviamente il Medio Oriente, non vedrà mai pace e sicurezza. Saremo sempre di più testimoni di ulteriori scenari di guerra, di terrorismo internazionale e di violenza generalizzata. L’Occidente deve prendere esempio dal governo marocchino e deve interrompere le sue relazioni con il regime dei Mullah, colpevole di finanziare il terrori-

Spera di tornare un giorno in un Iran democratico? Sinceramente, quante speranze ci sono che si possa verificare un regime change a Teheran?

La speranza è fortissima ed è il motore che fa andare avanti il nostro movimento. La possibilità c’è ma gli ostacoli posti dall’Occidente attraverso la politica di accondiscendenza rendono difficile il cammino e facilitano la repressione del regime. Basterebbe un atteggiamento critico più deciso nei confronti del regime iraniano per far crollare il castello di carte dei Mullah sotto l’esplosione della rabbia vulcanica delle donne iraniane. Lei vive in un paese, l’Italia, che ha fortissimi rapporti economici con l’Iran.


L’INTERVISTA Sholeh Shahrzad

Cosa chiede agli italiani? Cosa dovrebbero fare per incoraggiare la democrazia e la libertà delle donne iraniane?

Chiediamo di condizionare i rapporti economici al rispetto dei diritti umani e di sostenere il popolo iraniano per un cambio democratico del quadro attuale, senza il quale qualsiasi tentativo di riforme dall’interno è condannato a fallire come questi trent’anni ci hanno insegnato. Non si può lottare per cambiare alcuni articoli della Costituzione islamica: è semplicemente una perdita di tempo. Proviamo a ipotizzare un futuro crollo del regime degli ayatollah in Iran. Come dovrebbe essere un ipotetico Iran democratico?

Sarà l’Iran descritto nello statuto del Consiglio nazionale della resistenza iraniana, presieduto da Rajavi, una donna coraggiosa. Un Iran democratico, laico, pluralista, rispettoso dei diritti delle minoranze etniche e religiose, che tutela la parità assoluta tra i sessi, dove contano i meriti e non le appartenenze, con una separazione della religione dallo Stato come elemento fondamentale, il tutto basato su una convivenza pacifica con gli altri paesi e sul rifiuto del nucleare a scopi militari. È strano il destino del suo paese: non è un paese arabo ma sta mettendo in pratica la sharia nel modo più radicale possibile. Cosa ha trasformato la Persia di un tempo nell’Iran teocratico di oggi?

L’arrivo dei Mullah e la politica di accondiscendenza hanno pro-

vocato il degrado morale e materiale del paese. In poche parole, dove arriva il fondamentalismo islamico sparisce qualsiasi segno di civiltà e di rispetto per gli altri. Ma il popolo iraniano si è ribellato a questa situazione e sta cercando faticosamente di ricondurre il paese sulla via della legalità, della democrazia e della libertà. È a conoscenza di donne iraniane che clandestinamente lottano per l’affermazione dei loro diritti alienabili direttamente nel suo paese?

Sì, sono in costante contatto con numerose donne che lottano per la libertà in Iran. Sono la nostra fonte di ispirazione, grazie alla quale portiamo avanti le nostre battaglie politiche e umanitarie a favore delle donne condannate a morte. Colgo l’occasione per ricordare che poche settimane fa è stata impiccata una ragazza iraniana che all’età di 17 anni avrebbe commesso un crimine, peraltro da lei sempre negato. Si chiamava Delara Darabi ed era una pittrice. A niente sono valse le campagne di mobilitazione a livello internazionale Lei è ormai una donna occidentale, che gode di libertà consolidate. Si sente ancora iraniana? Cosa la lega al Suo paese? Cosa vuol dire essere una donna iraniana?

Mi sento una donna iraniana e allo stesso tempo anche italiana. È l’amore per la patria e per i diritti delle donne che mi tiene in vita, che mi spinge a essere attiva e

103


combattiva. La donna iraniana è l’antitesi del fondamentalismo islamico e sarà proprio lei a provocare la morte del regime teocratico dei Mullah. La donna iraniana sarà una vera protagonista del futuro e infliggerà con tutta la sua rabbia e sdegno il colpo mortale sulla testa del regime, mandandolo per sempre nella pattumiera della storia. I rappresentanti politici di queste donne si trovano attualmente nel campo di Ashraf in Iraq e svolgono un grande lavoro, con enormi sacrifici, contro le interferenze del regime dei Mullah in questa zona del mondo. 104

L’Intervistato

SHOLEH SHAHRZAD

Nell’involuzione che ha subito l’Iran hanno avuto un ruolo l’ultimo Scià e l’influenza americana? Si poteva evitare la rivoluzione khomeinista?

Nata nel 1963, fin dall'adolescenza si è impe-

La rivoluzione iraniana è il frutto di anni e anni di battaglie democratiche del popolo iraniano. Purtroppo Khomeini ha represso duramente la voglia di libertà seguita alla caduta dello Scià. Il fiume di rabbia popolare aveva ormai rotto tutte le barriere e camminava verso il ripristino della democrazia. Con l’arrivo di Khomeini e la complicità straniera la storia ha cambiato improvvisamente il suo corso. Ma riprenderà presto il suo cammino iniziale e ci condurrà verso l’oceano della libertà e della democrazia dove non esisterà più la forca, né la discriminazione delle donne, il terrorismo o la bomba atomica. Dove la religione fa il suo mestiere e lo Stato il suo.

Ma la condizione in Iran di donne e bambini

gnata nell'attività politica contro il fondamentalismo islamico, arrivando in Italia per sfuggire alla repressione khomeinista. ha di nuovo richiamato la sua attenzione: quindici anni fa, infatti, ha fondato l’associazione Donne democratiche iraniane in Italia. Nel 2006 ha ricevuto a Sulmona il premio Ignazio Silone per aver portato alla ribalta dell’opinione pubblica italiana la difficile situazione delle donne in Iran.

L’Autore DOMENICO NASO

Giornalista, si occupa di politica internazionale e cultura pop. Ha lavorato per la rivista Ideazione. Collabora con Ffwebmagazine, L’Opinione delle Libertà, Gazzetta del Sud e LibMagazine.


IL FORUM

La condizione femminile in Iran

No al relativismo quando è in gioco la libertà delle donne INTERVISTE A RITANNA ARMENI, DARIA BIGNARDI, EMMA BONINO, BARBARA SALTAMARTINI, SOUAD SBAI, SUSANNA TAMARO A CURA DI BARBARA MENNITTI E DOMENICO NASO

ono giornaliste, politiche, scrittrici, ma soprattutto sono donne libere, abituate a considerare acquisiti alcuni diritti fondamentali che in altre parti del mondo sembrano ancora così lontani. Come in Iran, dove l’universo femminile è condannato alla subalternità rispetto all’uomo. Ma persino nell’Italia di oggi, i movimenti femministi e pacifisti non riescono ad entusiasmarsi a tal punto da scendere in piazza in difesa delle donne iraniane. E il recente caso di Delara Darabi, giovane giustiziata perché presunta autrice di un omicidio commesso a 17 anni, ribadisce l’attualità di una questione troppo spesso ignorata dagli organismi internazionali. Dalle donne italiane, dunque, parte un ponte di solidarietà e vicinanza che arriva dritto fino a Teheran, sperando che dalle urne nasca un Iran nuovo, amico delle donne.

S

107


Le donne appaiono essere i soggetti deboli nel mondo musulmano in generale e in Iran in particolare. Ritiene che sia una situazione connaturata alla tradizione religiosa e sociale di quei paesi o una fase storica dell’islamismo che si potrà superare?

108

Armeni: Il mondo islamico già oggi non è uniforme. La condizione della donna tunisina non è quella della donna dell’Arabia Saudita. E la condizione di questa non è quella della donna afgana. Questa diversità dimostra che l’interpretazione del messaggio del Corano è diverso da paese a paese, e quindi da fase storica a fase storica. Ci sono paesi islamici in cui alle donne è proibito studiare, paesi - e l’Iran malgrado la repressione del regime è fra questi - in cui ci sono ad esempio donne intellettuali di fama mondiale. Ci sono paesi che praticano l’infibulazione, altri in cui la condizione femminile non è molto diversa da quella delle nostre campagne un secolo fa. Quando si parla dell’Iran corriamo il rischio di pensare ad una società omologata, subalterna e assoggettata anche nelle coscienze al regime degli ayatollah. Credo che la realtà sia diversa, che l’Iran oggi sia un paese forse schizofrenico, ma con un a società civile vitale e ricca. Non nasce dal nulla un regista come Abbas Kiarostami, scrittrici come Azar Nafisi, o come Marjane Satrapi. I giovani iraniani amano le stesse cose che sono amate dai giovani occidentali, anche se devono mediare con un regime teocratico. In Iran come

in molti altri paesi islamici esistono gruppi femministi coraggiosi che rivendicano una nuova lettura del Corano e accusano gli uomini di averlo usato per il loro dominio. Non dobbiamo dimenticare che il Pakistan ha avuto un primo ministro donna Benazir Bhutto e che in Iran Khatami aveva nominato una vicepresidente. Bignardi: Naturalmente devo sperare che la condizione femminile in Iran possa e debba migliorare. Sarebbe terribile doversi rassegnare a una situazione connaturata. E poi la parola “connaturato” non mi piace. Non esisterebbero riforme, miglioramenti e progresso, e tantomeno rivoluzioni, se dovessimo credere in qualcosa di connaturato. Le donne iraniane, poi, mandano molti segnali di voler combattere per i loro diritti, e di solito se una donna vuole qualcosa, prima o poi la ottiene, anche se la situazione in Iran è tale che potrebbe volerci ancora tempo. Bonino: Intanto va detto che le donne non godono di una posizione pienamente paritaria neppure da noi, nonostante il principio costituzionale della parità tra uomini e donne, e che in realtà le religioni tutte non sono mai state grandi amiche delle donne... Tornando ai paesi musulmani, non credo che l’Iran sia il posto dove la componente femminile venga maggiormente discriminata: penso all’Arabia Saudita, all’Afghanistan dei talebani, ma anche


IL FORUM

ad alcune realtà del sudest asiatico e dell’Africa. La religione come pure le tradizioni tribali vengono spesso utilizzati come alibi per giustificare una cultura tipicamente patriarcale che ha tutto l’interesse a tenere le donne in una condizione di soggezione e credo che già oggi vi siano forti segnali di movimento nel mondo femminile musulmano per liberarsi da questa oppressione. Ovviamente ci vorrà tempo, ma intanto quel che da occidentali potremmo fare è aiutarle laddove ce lo chiedono, mettendo a disposizione il bagaglio d’esperienza che abbiamo maturato negli anni in cui abbiamo lottato per la nostra emancipazione. Saltamartini: Innanzitutto occorrerebbe chiarire che non esiste la donna musulmana tout court. Esistono le donne marocchine, turche, algerine, saudite, irania-

ne. Il mondo islamico non è un monolite e la condizione femminile presenta aspetti e problemi diversi a seconda del paese analizzato e della sua struttura sociale e politica. In alcune nazioni, come lo Yemen, le donne – che pur vivono una situazione molto difficile – godono di diritti elettorali attivi e passivi mentre in altre, come in Sudan o in Afghanistan, vige ancora la lapidazione delle adultere. Premesso questo, va considerato che il Corano, pur non contraddicendo la prassi sociale, migliorò sensibilmente lo status femminile rispetto ai canoni dell’Arabia preislamica, abolendo, ad esempio, l’infanticidio delle neonate e limitando la poligamia a quattro mogli. Il problema è che, dal VII secolo in poi, l’esegesi del testo sacro islamico si è ancorata spesso ad una interpretazione letterale che ha impedito un’adeguata evoluzione della

109


110

condizione delle donne. Ecco, credo che il problema della lettura del Corano, alla luce di un Islam moderato e riformista, costituisca ancora oggi un aspetto di grande importanza nella prospettiva di un auspicato e possibile cammino di civiltà. D’altro canto, le stesse scuole giuridiche hanno assunto nel tempo posizioni diverse nei confronti della condizione femminile, posizioni che si sono intrecciate più o meno strettamente con le tradizioni, i costumi e i modelli sociali esistenti. In questo percorso si sono successivamente inseriti i fondamentalismi, che spesso hanno strumentalizzato la questione delle donne a fini politici. È il caso dell’Iran dove la liberazione femminile, già in atto durante il regno dello Scià, fu drammaticamente bloccata e condotta alla regressione dall’avvento della Repubblica islamica. Per queste ragioni ritengo che l’emancipazione delle donne musulmane non sia un’utopia bensì un traguardo raggiungibile, specie se associato ad un parallelo e indispensabile percorso di democratizzazione che conduca ad una completa separazione fra legge religiosa e Stato di diritto. Sbai: Il discorso sulla condizione delle donne islamiche deve essere affrontato partendo dall’assunto che si tratta di una condizione varia, come vari e frastagliati sono i contesti socio-politici dei diversi paesi arabi in cui vivono. Io sono laica e non ho mai portato il velo, ne lo hanno fatto mia nonna o

mia madre. Si tratta dunque di usanze che si appellanno ad un certo estremismo islamico che non lascia alla donna alcun margine di autodeterminazione. Ecco allora sorgere la violenza, la segregazione, la negazione dei più elementari diritti, l’imposizione di un velo che non ha nulla a che vedere con le tradizioni religiose musulmane. Ecco che quel velo – burqa e nijab – diventa simbolo di una schiavitù, un muro dietro il quale la donna viene relegata con il pretesto che debba essere pudica e morigerata. Da liberale, devo biasimare tale condotta, che si verifica spesso e volentieri nelle comunità di musulmani fuori dal proprio paese di origine: rafforzare l’indissolubile legame con le


IL FORUM

proprie tradizioni non significa travisarle o usarle ideologicamente per prestare il fianco al sopruso, all’estremismo, alla violenza. Oggi più che mai è necessario combattere sino in fondo questa avanzata di estremismo che ottenebra le menti e umilia lo spirito della religione musulmana. Per tutti deve essere chiaro che esistono dei limiti etici che non possono essere travalicati da nessuna tradizione. Mi auguro, quindi, che quei paesi in cui prevale una visione oscurantista e radicale dell’Islam sappiano trovare le energie, i modi e i mezzi per portare avanti una battaglia di civiltà che metta in primo piano gli individui e i loro diritti.

Tamaro: Premetto che non ho una preparazione specifica su questi paesi né mai vi sono stata e dunque il mio giudizio può essere limitato, ma la prima studentessa che ho avuto nella mia Fondazione era iraniana e da lei ho imparato a conoscere un po’ questo paese dalla cultura così antica e complessa e dall’animo aristocratico. Certamente, credo che la situazione delle donne sia transitoria e che si debba intraprendere ogni tipo di iniziativa che possa aiutare le donne di questo paese a modificare la loro condizione. La storia degli uomini è sempre mutamento ed è responsabilità degli uomini che questo mutamento avvenga in meglio e non in peggio. La via maestra di questa modifica, in Iran come in ogni altro paese, deve passare naturalmente attraverso l’accesso all’istruzione di tutte le bambine. Pochi giorni fa è stata impiccata la giovane Delara Darabi e, se da una parte si festeggia la notizia della scarcerazione della giornalista irano-americana Roxana Saberi, non bisogna dimenticare che ancora molte donne, magari nell’ombra, rischiano la vita per mano delle autorità iraniane. Cosa non ha fatto e cosa, invece, dovrebbe fare la comunità internazionale per evitare che si compiano ancora atti simili nella sostanziale impunità?

Armeni: La comunità internazionale, in particolare gli Stati, sono poco sensibili ai diritti umani. I governi – e il nostro è fra questi – si fermano di fronte agli affari e agli scambi commerciali. È così per l’Iran, ma lo è

111


112

anche per la Cina o la Russia. Solo una grande mobilitazione della società civile può cambiare questa situazione, ma si tratta di battaglie molto lunghe. Basta pensare a quanto è stata lunga faticosa e purtroppo non ancora completata la battaglia contro la pena di morte. E accanto alla mobilitazione della società civile è importante, ovviamente, un impegno diplomatico. Roxana Saberi è stata liberata grazie all’impegno dell’amministrazione americana e Hillary Clinton in particolare che hanno aperto all’Iran, ma hanno posto fra le altre la condizione che Roxana fosse liberata. Gli ayatollah di fronte ad una amministrazione che mostrava una reale intenzione di dialogo non hanno potuto permettersi un gesto, come la condanna di Roxana, che li avrebbe isolati. Bignardi: La storia di Delara è terribile. Il modo in cui è stata gestita poi ci racconta di una crudeltà e di un accanimento che in Europa facciamo fatica anche solo a immaginare. Non solo l’hanno uccisa, ma nel modo più irrispettoso e violento sia per lei che per la sua famiglia. La comunità internazionale dovrebbe mobilitarsi come ha fatto, con successo, per Ingrid Betancourt, anche se questi casi non sono assolutamente paragonabili. Lo dico perché per anni e anni Ingrid è stata ricordata da comitati, leader politici e capi di Stato che non hanno mai dimenticato la questione dei prigionieri delle Farc. Io avevo intervistato sua figlia quando era

ancora sedicenne: speravo rilasciassero la madre ma in cuor mio temevo che non sarebbe mai uscita viva dalla giungla. Invece alla fine, sono riusciti a liberarla. Le comunità internazionali possono fare moltissimo, quando decidono di mobilitarsi, ma non bisogna mollare mai la pressione. Bonino: Dopo l’impiccagione della giovane Delara Darabi, c’è stato il rilascio di Roxana Saberi, che alcuni giornali hanno subito indicato come simbolo del disgelo tra Usa e Iran per sottolineare la natura “politica” della sentenza assolutoria. Se questa è l’analisi allora dal punto di vista dei diritti umani in realtà nulla cambia per il momento in Iran. Non intendo sottovalutare l’apertura del presidente Obama che, in occasione del nuovo anno iraniano, ha compiuto un‘apertura importante dicendo che l’Iran deve prendere il posto che gli compete nel concerto delle nazioni, sia pure a certe condizioni; come pure l’affermazione di Teheran che “non c’è ostilità con gli Usa” dimostra che anche lì qualcosa si muove. Ma dobbiamo rimanere prudenti e vigili per quanto riguarda i diritti umani e lo Stato di diritto. Saltamartini: Oltre all’attività diplomatica vera e propria, credo che si debba cercare di mantenere costantemente elevato il livello di attenzione nei confronti di ciò che accade in Iran. Si tratta di una forma di pressione che può rivelarsi molto efficace, come nel caso della giornalista Roxana Sa-


IL FORUM

beri, che è ritornata in libertà e la cui condanna è stata ridotta a due anni con la condizionale. Naturalmente l’episodio va inquadrato nell’ambito politico del rapporto fra l’Iran e gli Stati Uniti ma le numerose denunce della stampa e la mobilitazione delle associazioni umanitarie hanno contribuito positivamente a tenere accesi i riflettori. Purtroppo questo meccanismo non ha funzionato per la giovane pittrice Delara Darabi, anche per le modalità furtive con cui è stata anticipata la sua impiccagione. È chiaro che, di fronte a tali barbarie, non si può restare in silenzio. Al contrario, occorre agire con fermezza. In que-

sto senso, la comunità internazionale – Onu e Ue in primis – deve attivarsi per imporre a Teheran il rispetto degli obblighi assunti, soprattutto quelli relativi ai diritti umani. Infine, dobbiamo impegnarci a sostegno di quella parte della società civile – laica, attiva, riformista – che ancora vive e da cui può emergere il seme dell’Iran di domani, libero e democratico. Sbai: Indubbiamente la comunità internazionale deve impegnarsi di più. Lo scorso 6 maggio ho scritto con atto pubblico al ministro degli Affari Esteri Franco Frattini, per sottolineare la palese


114

violazione del diritto internazionale da parte del governo iraniano che, ratificando la Carta del fanciullo di New York, avrebbe avuto l’obbligo di non eseguire la condanna a morte di Delara, perché incriminata quando era minorenne. Ho inoltre chiesto di intraprendere le azioni più opportune anche in sede diplomatica (attraverso l’ambasciatore italiano a Teheran), nei confronti del governo iraniano e nelle sedi internazionali, per la grave, inammissibile e reiterata violazione di tali accordi, anche promuovendo la costituzione di una commissione internazionale, che intervenga presso il governo iraniano, affinché sia fermata questa orribile mattanza. Tamaro: Per fortuna, negli ultimi giorni ho visto che sulla stampa si è parlato molto di questo caso, che è naturalmente un caso politico. Bisogna continuare a parlarne e non permettere che queste cose godano della complicità del silenzio. Immagino che si possano fare pressioni anche a livello politico, ma non saprei cosa suggerire, non essendo un politico. Nonostante gli allarmanti fatti di cronaca, in Italia sono state rare le manifestazioni di protesta contro il regime degli ayatollah. Secondo lei perché le femministe e i pacifisti del nostro paese trovano così difficile mobilitarsi in difesa dei diritti delle donne iraniane?

Armeni: Questo è davvero in-


IL FORUM

quietante. Le femministe e i pacifisti non si mobilitano per le donne iraniane, ma neppure per le afghane per donne cioè la cui condizione è decisamente peggiore di quella delle iraniane che – non dimentichiamolo – hanno diritto alla salute, allo studio e al lavoro. Oggi all’università le donne sono circa oltre il 60 per cento degli studenti, e in Iran malgrado tutto mantiene una vivacità culturale sconosciuta in altri paesi islamici. I pacifisti, come tutti i movimenti e i partiti del nostro democratico occidente, ritengono la condizione della donna accessoria rispetto alla lotta per la democrazia e la pace. In fondo pensano che questi due obiettivi possano essere raggiunti anche se la condizione femminile rimane arretrata. I miglioramenti di questa seguiranno automaticamente in una situazione di pace e di democrazia. Ovviamente non è così. Se mai è vero l’opposto e cioè che la condizione femminile è indicativa dell’effettiva democrazia di un paese. Quanto alle femministe il loro è un errore politico. Un grande errore che non nasce oggi. Il movimento femminista in quanto tale da molto tempo è assente dal dibattito pubblico al quale partecipano singole donne che rimangono legate alla battaglia per la liberazione delle donne, ma che tuttavia non vanno oltre al proprio paese. Lo considero molto grave. La globalizzazione non è solo economica, è anche culturale, riguarda i costumi, le tradizioni, le abitudini. Le frontiere da questo

punto di vista non esistono più. Sul corpo femminile in modo diverso si fa politica in Afghanistan come in Europa. Di questo si dovrebbe prendere atto. Bignardi: I motivi sono diversi. Uno è la distanza culturale e geografica che rende difficile l’identificazione con le donne iraniane. L’altra è la nostra ignoranza: in fondo cosa sappiamo di loro, oltre a quello che ci raccontano artiste come Marjane Satrapi o la cronaca di feroci esecuzioni come quella di Delera? Inoltre c’è anche un senso di rispetto, in parte sincero in parte ambiguo, per costumi culturali diversi dai nostri che in parte sappiamo o crediamo di sapere che sono rispettati anche da molte donne iraniane. Ma la verità è che non ne sappiamo abbastanza, e probabilmente non ci interessa nemmeno saperne di più. Cosa che di certo non ci giustifica. Bonino: I pacifisti non si mobilitano semplicemente perché non c’è una bandiera americana o israeliana da bruciare. Le femministe perché, dopo le conquiste degli anni Sessanta e Settanta, si sono sedute sugli allori e il movimento si è disperso. Ci sono singole voci che si alzano, anche autorevoli, ma rimangono isolate e comunque insufficienti per creare una massa critica. Saltamartini: Effettivamente la situazione dei diritti in Iran è stata trascurata dalle organizzazioni del nostro paese. Tuttavia

115


116

noto che negli ultimi tempi qualcosa è cambiato. La contestazione di Ahmadinejad da parte degli studenti dell’università di Amir Kabir, ad esempio, ha impressionato molto l’opinione pubblica italiana, soprattutto i giovani. Così come hanno suscitato profonda indignazione le tragiche e ripetute esecuzioni, come quella di Delara Darabi. Personalmente, ho sostenuto e continuo a sostenere il Consiglio nazionale della Resistenza iraniana e il movimento delle Donne democratiche iraniane, con cui sono in continuo contatto. Nel corso di questi anni abbiamo realizzato diverse iniziative sia di natura politica che informativa. L’aspetto che più mi ha colpito è che il Cnri è gestito da un numero elevatissimo di donne, a partire da colei che regge le fila dell’intera organizzazione, Maryam Rajavi. Sbai: Credo che il problema risieda nell’assumere sempre e comunque un atteggimaento conciliatorio, anche in casi in cui non dovrebbe esistere alcun margine. La violazione dei diritti umani non è cosa che possa essere taciuta: oggi tendiamo a ritenere questi diritti acquisiti, quando invece essi sono minacciati dall’avanzata dell’estremismo. Mi ha sempre molto colpito il buonismo di una certa sinistra nel trattare gli argomenti correlati ai diritti delle donne e alle questioni del multiculturalismo. Non possiamo accettare che si parli di rispetto di tradizioni barbare in nome di un

nichilismo che tutto giustifica. È paradossale che oggi siano alcune donne che ieri, da femministe, bruciavano i reggiseni in piazza a difendere il burqa e il velo, che sono simbolo di sottomissione totale e di abuso. Tamaro: Il pacifismo e il femminismo sono due forme di ideologia e, come tutte le ideologie, sono legate alle condizioni storiche e sociali in cui si sono sviluppate. Il femminismo in particolare penso sia un movimento ormai in disarmo. Dalle ragioni più che giuste e necessarie dei suoi inizi ha virato sempre più verso una visione libertaria, privilegiando un discorso


IL FORUM

117

che, con il passare del tempo, si è rivelato un vicolo cieco. Mai come ora, anche la nostra società avrebbe bisogno di una riflessione sulla complessità della figura femminile, per difenderla sia della derive libertarie sia dalla banalizzazione esibizionista del suo ruolo. Io, ad esempio, in tutti questi anni con la Fondazione ho dato borse di studio a ragazze e a donne di molti paesi perché sono convinta che solo l’istruzione sia in grado di cambiare il volto di una società. Più donne istruite, in grado di fare mestieri alti, ci sono, più la società cambia rapidamente. In riferimento alla condizione delle

donne in Iran spesso si invoca il relativismo culturale, sostenendo che le leggi e i costumi di altre tradizioni debbano sempre essere rispettati. Secondo lei questo può valere anche in casi di palesi violazioni dei diritti umani?

Armeni: Rispetto non significa assenza di battaglia politica e culturale. All’opposto il rispetto esige questa battaglia. E di fronte ai diritti fondamentali della persona non c’è relativismo culturale che tenga. Devo dire però che non è a mio parere, il relativismo culturale il pericolo maggiore che oggi mi pare di intravedere in Italia, ma la mancanza di rispetto per le altrui culture e


118

tradizioni. Per capirci: mentre io ritengo che il padre di Hina la ragazza massacrata dai padre e dai parenti perché aveva adottato costumi occidentali, vada punito con il massimo di severità penso che l’uso del velo non debba costituire se non oggetto di dibattito. E ancora che sia irresponsabile da parte di molti politici attaccare le abitudini degli islamici che vivono fra di noi come la loro cucina, il loro modo di stare insieme, le loro tradizioni familiari e religiose. Non solo. Credo che creare le condizioni perché queste possano vivere sia un dovere del paese ospitante. Per questo non capisco l’opposizione alla costruzione delle Moschee, per questo ritengo demenziali recenti regolamenti di alcuni comuni contro il kebab. Bignardi: Assolutamente no. Bonino: Nel nome del relativismo culturale si sono chiusi gli occhi di fronte alle peggiori atrocità e per anni è stato un alibi perfetto per guardare altrove. Al relativismo culturale preferisco di gran lunga la cultura dei diritti umani. Com’è noto, noi radicali ci battiamo da anni a livello internazionale, con metodi e procedure nonviolenti, per l’indivisibilità e l’universalità dei diritti umani, contro ogni relativismo quindi, che vuole – in nome di culture, religioni o tradizioni differenti – che per i cinesi pena di morte e laogai vadano bene, per le somale le mutilazioni genitali, per le afghane l’imposizio-

ne delle mura domestiche, del burqa e dei matrimoni imposti, per i pakistani il delitto d’onore accompagnato dalla pratica di sfigurare le donne con l’acido, per gli iraniani i processi sommari appunto... Battaglie, le nostre, condotte non a difesa di una razza o di una etnia ma per dare dignità, diritti e libertà alle singole persone. Saltamartini: Assolutamente no poiché i diritti fondamentali dell’uomo, come quello alla libertà, alla vita e all’autodeterminazione, sono diritti naturali e in quanto tali avulsi da ogni diversa tradizione o imposizione. Questo, tuttavia, non significa condannare il mondo musulmano ma solo la sua degenerazione fondamentalista. Resto convinta, con il premio Nobel Shirin Ebadi, che possa non esservi contraddizione fra Islam e diritti umani. Sbai: Bisogna vedere la storia di queste donne afghane e iraniane negli anni Settanta: erano donne molto più evolute e non indossavano il velo. Dopo l’avanzata delgi estremisti islamici per le donne è iniziato un lungo e doloroso calvario. Questo non ha nulla a che vedere con la tradizione iraniana. Come ho appena detto, il rispetto delle tradizioni non deve essere usato ideologicamente. Che tradizioni sono quelle che, in nome della religione, sviliscono l’essere umano? Che impongono la segregazione e la violenza, che legittimano la proprietà dell’uomo sull’uomo? Fino a dove è lecito che


IL FORUM

IL PERSONAGGIO

MARJANE SATRAPI, ECCO COSA C’È SOTTO IL VELO

Un tratto nervoso, quasi uno schizzo. Niente colori disneyani o cura dei particolari come i supereroi americani. È lo stile fumettistico di Marjane Satrapi, disegnatrice iraniana, campionessa di pubblico e critica dopo l’exploit planetario di Persepolis, un graphic novel diventato successivamente un film d’animazione da Oscar. Discendente di uno Scià di fine Ottocento, Marjane Satrapi ha abbandonato l’Iran a 14 anni, nel 1983, quando i genitori scelsero per lei un futuro libero e lontano dall’asfissia khomeinista. E le attese non sono state tradite: prima a Vienna e poi a Parigi, la Satrapi ha cominciato a usare il suo talento di fumettista per parlare di sé, della sua gente, del suo paese. Persepolis è proprio questo: un ritratto autobiografico della voglia di libertà di una adolescente in fuga dal Medioevo iraniano, una donna dalla forte identità, che viene stretta tra l’oscurantismo teocratico e la parità sessuale, a volte ipocrita, dell’Occidente. A parte i meriti artistici del lavoro di Marjane Satrapi, il messaggio che arriva da Persepolis è piuttosto chiaro: ecco, sem-

bra voler dire la disegnatrice, di che pasta sono fatte le donne iraniane. Messaggio che diventa ancora più attuale in un periodo in cui si crede, sbagliando, che le donne di Teheran si siano definitivamente arrese ai dettami del regime teocratico. E il lavoro successivo, Taglia e cuci, è ancora una volta un inno alla femminilità persiana. Un gruppo di donne, diverse per età ed esperienze di vita, si trova a “spettegolare” alla fine di un pranzo, mentre i mariti compiono il tradizionale “rito” della pennichella pomeridiana. Tra gossip di bassa lega e rivendicazioni femministe, la Satrapi ci accompagna ancora una volta tra le pieghe della società iraniana, sottolineando con decisione che la forza e lo spirito libero delle sue connazionali non potranno mai essere soffocati da un velo. Non è un caso, dunque, che negli ultimi anni Marjane Satrapi, insieme al Nobel Shirin Ebadi, sia diventata il simbolo del riscatto non più procrastinabile delle donne iraniane. Gli Oscar, la gloria, le interviste, sono un corollario a qualcosa di più grande: il riappropriarsi di una identità rubata, quella di donna. (D.N.)

119


certe usanze si spingano, e dove invece devono fermarsi? Io credo che esista un limite etico che non può essere travalicato da nessuna tradizione, perché si tratta di limiti oltre i quali i diritti umani vengono palesemente e ripetutamente violati. Oggi tocca alle donne e agli intellettuali arabi, domani sarà il nostro turno, come è successo in Algeria.

120

Tamaro: Assolutamente no. Credo che questa sia una grande scusa perché la natura profonda dell’uomo è una e una sola, e le cose che rendono una vita degna di questo nome sono le stesse per tutti noi. Dove c’è violenza, dove c’è oppressione, dove c’è schiavitù bisogna cercare di intervenire in tutti i modi possibili perché le cose, col tempo, prendano un corso diverso. A giugno gli iraniani si recheranno alle urne per eleggere il presidente. Crede che ci sia un candidato che possa rappresentare una speranza per le donne in Iran?

Armeni: Credo che il problema non sia il candidato. Chiunque venga eletto in Iran risponde alla guida suprema cioè a Khamenei che è colui che detiene effettivamente tutti i poteri dello Stato islamico. È da Khamenei che dipende ad esempio la rielezione o meno di Ahmadinejad. Non penso quindi che la speranze delle donne iraniane possano venire da questo o da quel candidato ma dalla loro forza e dalle pressioni della comunità internazionale.

Le donne iraniane hanno dimostrato di avere capacità di resistenza e di organizzazione. Questa alla lunga potrebbe pesare. Soprattutto se sorretta da un appoggio internazionale. Bignardi: Non sono un’esperta di politica iraniana, ma mi sembra che Mir Hossein Mousavi sia il candidato con le maggiori chance di battere i conservatori. Sostiene anche il dialogo con gli StatiUniti di Obama. Ma anche la decisione di Karroubi, l’altro candidato moderato, di firmare l’appello contro le esecuzioni di minori, lo considero un gesto importante: certo, entrambi non rappresentano proprio il nuovo (il primo è stato premier, il secondo è stato presidente del Parlamento) di cui avrebbe bisogno la società iraniana. Bonino: I candidati sono per ora sei e alcuni non li conosco. Ma finché le candidature saranno scelte e approvate dalle autorità religiose, e nessun candidato avrà una vera chance senza avere il viatico della guida suprema Ali Khamenei, francamente mi viene difficile nutrire reali speranze di cambiamento. Come ha ancora ripetuto recentemente Shirin Ebadi “se qualcuno critica la situazione in Iran non sarà mai candidabile alle elezioni, di conseguenza nessuna elezione in Iran è libera”. Viste le circostanze si può sperare nel meno peggio e tra i due contendenti più accreditati, Ahmadinhejad e Mousavi, da quest’ultimo che si


IL FORUM

proclama riformista c’è forse da aspettarsi qualche apertura maggiore. Saltamartini: La politica iraniana si muove a piccoli passi purtroppo. E finché il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione avrà il potere di veto sulle candidature, sarà difficile poter contare su un candidato autenticamente riformista. In più, l’ayatollah Khamenei ha fornito il suo indiretto sostegno al presidente uscente, Mahmoud Ahmadinejad. La strada da percorrere è ancora lunghissima. Sbai: Considerando la situazione dellle donne iraniane, a noi basta che siano garantiti i diritti fondamentali in paesi che, ad oggi, non lo fanno. Sarebbe una grande vittoria vedere finalmente candidata una donna, ma si tratta di un evento ancora lontano. Per ora aspettiamo che chiunque vinca le elezioni garantisca il suo effettivo impegno per la tutela e la salvaguardia dei diritti degli uomini e, soprattutto, delle donne. Spero fortemente che non vinca Ahmadinejad con il 99,9% delle preferenze e che venga data la possibilità ai moderati di presentarsi alle elezioni per un voto realmente democratico. Oggi, ahimè, questa è un’utopia. Spero francamente di sbagliarmi, ma temo che Ahmadinejad vincerà di nuovo. Credo in ogni caso che queste elezioni siano una grande possibilità per tutti i cittadini iraniani, in particolare le donne e gli

studenti universitari, di mandare a casa i talebani. Tamaro: Credo che le speranze di molti siano riposte nell’ex premier Mousavi.

121

Le intervistate RITANNA ARMENI Giornalista, ha scritto per l’Unità, il Manifesto e Liberazione. È stata caporedattore di Noi donne. Collabora con il Riformista. DARIA BIGNARDI Giornalista, ha scritto per Panorama, ha una rubrica su Vanity Fair. Conduce L’era glaciale su Rai Due. EMMA BONINO Vicepresidente del Senato, è stata commissario europeo. BARBARA SALTAMARTINI Deputato, responsabile per le Pari opportunità del Pdl. SOUAD SBAI Giornalista e deputato del Pdl, è presidente dell’Associazione donne marocchine in Italia. SUSANNA TAMARO Scrittrice, ha pubblicato best seller come Va’ dove ti porta il cuore e Anima Mundi.


Arte e splendore di un paese da scoprire

I tesori sconosciuti dell’antica Persia Da Teheran a Qom, viaggio alle radici della civiltà iraniana. DI ROSSELLA FABIANI


L’ARTE Rossella Fabiani

L’Iran che domina oggi l’attualità politica internazionale è la Repubblica islamica fondata dall’Ayatollah Khomeini, giusto trent’anni fa, con i suoi progetti nucleari e i proclami dell’attuale presidente, Mahmoud Ahmadinejad, che vorrebbe «cancellare Israele dalle carte geografiche». Ma da almeno tremila anni le grandi distese iraniche sono state la terra dei “re dei re” e conservano in ben 250 mila siti archeologici le vestigia di un passato glorioso. Iran è il nome moderno del paese e deriva da Eranshahr, il termine usato dalla dinastia dei Sasanidi (che regnò dal III al VII secolo d.C.), per designare il loro impero. Si ricollega a quello di Aria, il dominio degli Aryan, ovvero dei signori, dei nobili, e indica i ceti dominanti delle popolazioni che parlavano lingue o dialetti indoeuropei diffusi in questa terra almeno a partire dalla metà del II millennio a.C. Ma c’è anche un altro nome per questo paese: Persia, da Pars, corrispondente all’odierno distretto del Fars, i cui abitanti vennero chiamati Persiani. La più antica menzione del nome si trova nell’Antico Testamento, ma la sua fortuna è dovuta ai Greci che la diffusero in Occidente (il nome Persia è stato sostituito ufficialmente con quello di Iran soltanto nel 1935). Dario I (522-486 a.C.), re degli Achemenidi, si autodefinisce, in un’iscrizione rinvenuta presso Persepoli, come “Persiano, figlio di Persiani, Ariano della tribù degli Ariani”. E Ardashir (Artaserse) I (224-241

d.C.), fondatore della dinastia dei Sasanidi, si proclama “re dei re dell’Iran e del non-Iran”. Attraverso i resti archeologi è possibile ricostruire la grande avventura di questo sterminato paese. Con 13 milioni di abitanti Teheran è un enorme agglomerato di edifici moderni, ma nella capitale ci sono importanti musei tra i quali spicca quello Archeologico Nazionale (ex Iran Bastan Museum, Museo dell’antico Iran), la cui visita può essere l’inizio di un viaggio attraverso le antichità iraniche. Le gallerie dedicate alla preistoria espongono materiali da Tepe Sarab, Tepe Sialk, Tepe Hissar e altri. Seguono le testimonianze dell’arte achemenide con i bassorilievi di Persepoli, le tavolette di fondazione rinvenute sull’Apadamana, gioielli, affreschi e bronzi da Susa, Pasargade e Persepoli. Imponente la statua di Dario I, alta più di tre metri e mezzo. Il museo contiene anche i più celebri capolavori dell’arte seleucide e di quella sasanide. Di fascino particolare è la cosiddetta sala del tesoro con bronzi, gioielli d’oro e i celebri vasi aurei di Marlik del IX sec. a.C., di Hasanlu VIII sec. a.C. e Ziwiyeh VII sec. a.C. A circa dieci chilometri a sud di Teheran si trova la cittadina di Ray, dove nacque Harun al Rashid, il famoso sultano delle Mille e una notte. Dell’antica città non rimane molto, ma nelle vicinanze sorgono importanti colline di interesse archeologico come quella di Cesmet, abitata dal I al II millennio a.C. Oltre a Ray, nei dintorni della capitale vi sono

123


IL LIBRO

Voci dal silenzio nella terra degli Ayatollah

124

«La mia fantasia ricorrente è che alla Carta dei Diritti dell’Uomo venga aggiunta la voce: diritto all’immaginazione. Ormai mi sono convinta che la vera democrazia non può esistere senza la libertà di immaginazione e il diritto di usufruire liberamente delle opere di fantasia. Per vivere una vita vera, completa, bisogna avere la possibilità di dar forma ed espressione ai propri mondi privati, ai propri sogni, pensieri e desideri». Con queste parole Azar Nafisi, professoressa di Letteratura inglese all’Università di Teheran, poi sospesa, inizia l’ultimo capitolo del suo libro. E con queste parole simboliche lei e la sua famiglia abbandonano per sempre l’Iran degli Ayatollah, per trasferirsi negli Stati Uniti, dove la Nafisi aveva già passato alcuni anni della gioventù. Sceglierà di ritornarci per poter ricominciare a immaginare e quindi vivere davvero. Leggere Lolita a Teheran è un libro a metà fra la biografia e la critica letteraria, fra la storia e la politica, un po’ romanzo e un po’ saggio, che attraverso quattro grandi opere della letteratura occidentale racconta la vita nella Repubblica Islamica dell’Iran dalla rivoluzione di Khomeini ai giorni pre Ahmadinejad. Passando attraverso gli scontri alle università, le leggi repressive soprattutto nei confronti delle donne e i divieti sempre crescenti, le retate, gli arresti arbitrari e le

esecuzioni pubbliche, la guerra contro l’Iraq e il grande bluff di Kathami, falsamente celebrato da qualcuno come il grande democratizzatore. Ma è soprattutto un libro sulla libertà intellettuale e sulla creatività, sull’amore per la letteratura e sui messaggi di cui essa è latrice, che nessuno può fermare, tantomeno un legislatore che si preoccupa di sancire «che un uomo che abbia fatto sesso con un pollo, non può poi mangiarlo» (né lui, né i suoi parenti più stretti. Però possono mangiarlo i vicini, a patto che abitino ad almeno due porte di distanza). È un libro che dimostra come sia impossibile imporre la sharia ai cervelli. E infatti insegnando Nabokov, Fitzgerald, James e Austen, la professoressa Nafisi continua a tenere desti i suoi studenti e le sue studentesse, mostrando loro un mondo diverso. Li obbliga a pensare, a discutere, a confrontarsi, anche a dissentire tenendo viva la loro curiosità intellettuale. Tanto è vero che nessuno dei suoi studenti, neanche quelli “islamici” che avevano processato Il grande Gatsby, abbandonerà mai i suoi corsi. Una volta espulsa dall’università perché rifiutava di portare il velo, la professoressa continuerà a tenere le sue lezioni segrete in casa per un ristretto gruppo di studentesse, mentre fuori da quella piccola oasi intellettuale ragazzi e ragazze venivano arrestati e mandati a morte perché erano «occidentalizzati e fumavano sigarette Winston». E in carcere i guardiani contraevano matrimonio provvisorio (una delle trovate più ipocrite e ridicole del regime) con le giovani vergini condannate a morte e le defloravano, per evitare che andassero in paradiso. Come detto, Azar Nafisi ha lasciato l’Iran, così come quasi tutte le sue studentesse. Ma la speranza è che qualcuno continui a leggere Lolita a Teheran e riconosca in «Humbert, che vuole imporre la sua volontà ad un altro essere umano, Lolita, l’essenza stessa del totalitarismo». E impari la lezione di Nabokov: Humbert distrugge l’oggetto del suo desiderio e lo perde per sempre. (B.M.)


L’ARTE Rossella Fabiani

numerosi resti archeologici, città colo a.C. (ma potrebbe essere e fortezze di periodi diversi. Tra molto più antico) e conservato al questi la più importante è Qaz- museo di Teheran. Gli scavi hanvin, la città fondata da Shapur I no portato alla luce due grandi in cui sopravvivono una madrasa fortezze sovrapposte, la più antica (scuola coranica) e una moschea verosimilmente distrutta dagli del venerdì del periodo selgiuchi- Urartei. Il regno di Urartu si è de (1000-1218). Lungo la costa sviluppato a partire dal IX secolo meridionale del mar Caspio, il ve- a.C. tra i confini nord-occidentali ro nord del paese, in direzione del dell’altopiano iranico e le montaTurkmenistan da sempre terra di gne dell’Armenia e viene nomifrontiera verso l’Asia centrale, si nato per la prima volta nel XIII trovano una serie di importanti secolo a.C. in una fonte assira: località archeologiche dell’età del un’incisione del re Salmanassar I bronzo: i Tepe (colline artificiali (1273-1244 a.C.). Il re urarteo formatesi per la sovrapposizione Sardur I (840-825 a.C. circa) fonda a Tushpa, sulla di strati archeoloriva orientale del gici): Shah Tepe, Il regno di Urartu si è lago Van, la sua Tureng Tepe, Yaresidenza. Gli rim Tepe e la famo- sviluppato a partire Urartei furono sa collina di Marlik dal IX secolo a.C. tra vittime di sanguidove venne ritrovanose campagne da to, agli inizi degli l’altopiano iranico e le anni Sessanta, un montagne dell’Armenia parte del re assiro Salmanassar III complesso di 53 tombe con altari sacrificali appar- (858-824 a.C.). Nel 724 a.C. tenute a re, guerrieri e dignitari, Urartu soccombe alle truppe assitalvolta sepolti con donne e caval- re di Sargon II che distrugge Muli. Dalla necropoli, usata dal 1200 sasir, santuario nazionale degli all’880 a.C., è stato estratto un Urartei. La loro terra, però, grazie grandissimo numero di oggetti alla loro posizione isolata sulle montagne, non venne mai conpreziosi in bronzo, argento e oro. Nell’estrema punta nord-occi- quistata dagli Assiri e così il redentale, nella regione dell’Azer- gno poté sopravvivere in relativa baigian, a circa 5 chilometri dal indipendenza fino ai primi decentro di Mohammad Yar, si tro- cenni del VI secolo, quando dova Hasanlu, un sito formato da vette cedere definitivamente dauna città bassa e da un’acropoli, vanti all’alleanza tra i Medi e gli situato all’altezza della costa occi- Sciti. Degli Urartei si sa che eradentale del lago Urmia. È da que- no grandi allevatori di cavalli e sto centro che proviene un famo- coltivatori della vite. La loro diviso vaso in oro decorato su due re- nità suprema, Khaldi, era il dio gistri con scene mitologiche di della guerra e del gregge. I temdifficile interpretazione, forse pli urartei erano edifici quadrati, realizzato verso la fine del IX se- simili a torri, un modello poi ri-

125


preso dagli architetti di epoca achemenide che ne hanno fatto un elemento tipico dell’architettura persiana. Nell’Iran nord-occidentale sono circa 80 i siti archeologici relativi alla civiltà urartea, tra i quali il castello fortificato di Bastam. Ai confini sud-orientali dell’Azerbaigian, a circa 30 chilometri a nord di Takab, in una località remota e molto difficile da raggiungere, si trova Takht-i Sulaiman (il Trono di Salomone), la grande fortezza databile al III secolo d.C., difesa da 38 torri e munita di un’entrata monumentale. Il circuito murario oggi visibile è dovuto a un restauro effettuato in

età mongola. A rendere unico questo sito è il fatto che la fortezza protegge un lago dalle limpide e profonde acque azzurre: il lago è circondato da un porticato di età sasanide che, a sua volta, include uno straordinario “tempio del fuoco”. Edifici a pianta cruciforme, alte mura e ampie volte, i “templi del fuoco” custodivano i fuochi sacri dei riti zoroastriani: fiamme sacre ed eterne da proteggere da ogni contaminazione. Durante il rituale zoroastriano, il sacerdote si rivolge al fuoco, ritenuto l’immagine stessa della parola, della conoscenza, della vita. Alla tripartizione della società iranica antica in sacerdoti,


L’ARTE Rossella Fabiani

guerrieri e contadini, facevano riscontro altrettanti fuochi, il Farnba (dei sacerdoti), il Gushnasp (dei guerrieri) e il Burzen Mihr (degli agricoltori). Ogni re aveva, inoltre, il suo fuoco personale. L’Avesta, il libro sacro della religione zoroastriana, elenca cinque tipi di fuochi naturali: un fuoco divino, un fuoco che permea la vita di uomini e animali, un fuoco che infonde la vita alle piante, un fuoco atmosferico e un fuoco usato per i lavori. Lo stesso Zarathustra si rivolge con devozione al fuoco divino di Ahura Mazda, manifestazione e strumento di giustizia e di rinnovamento universale.

Sotto i Sasanidi lo zoroastrismo venne dichiarato religione di Stato e vennero codificati i libri sacri dell’Avesta. Furono costruiti molti templi del fuoco di cui ancora oggi si riconoscono i resti sparsi nel paese (i più importanti complessi dedicati al fuoco si trovano proprio a Takht-i Suleiman e a Kunar Siab, come pure a Tappeh-e Mil III-IV sec. a.C.). Tipico elemento architettonico per il culto del fuoco sacro è lo chahar taq: un edificio quadrato con un ambiente centrale sormontato da una cupola e i quattro lati aperti da ampi archi. Tuttavia, nonostante l’istituzionalizzazione dello zoroastrismo, durante i secoli


128

del dominio sasanide erano tolle- Persia. Ad Hamadan è conservato rate anche altre comunità religio- il Sang-i Shir, il celebre Leone di se, tra cui Manichei e Mazdachei, pietra, forse un monumento fuEbrei e Cristiani, che potevano nebre che Alessandro Magno, dovivere e, spesso, anche fiorire in po avere conquistato il grande pace. Non molto lontano da impero persiano, dedicò a EfeTakht-i Sulaiman si trova il sito stione, il più amato dei suoi gedi Ziwiyeh, una delle più famose nerali morto proprio qui a Ectatra le numerosissime colline arti- bana, (IV-III sec. a.C.). In origine ficiali che costellano il territorio il Leone era posto su un’altura da curdo per essere stato il luogo di cui si domina la città, nel luogo ritrovamento di celebri manufatti in cui è stata scoperta una necroin oro. Oggi questo favoloso teso- poli di epoca partica. Importanti ro è in parte conservato al Museo per la ricostruzione storica sono di Teheran. Altri oggetti si trova- poi le iscrizioni achemenidi sul no nei musei di New York, Cin- monte Alvand, la cui vetta domina la città di Hacinnati e Filadelfia mada: quella di e in varie collezio- Una parte del tesoro Dario I e quella di ni di privati. Serse I, V sec. a.C. Composto da una di Ziwiyeh si trova, Da Kermanshah si grande quantità di oltre che a Teheran, arriva facilmente preziosissimi oganche nei musei alla rocca di Bisigetti, centinaia di ornamenti, vasi, di New York e Filadelfia tun, interessantissima per le diverse placche e pettorali in oro, intarsi d’avorio, fibule incisioni e sculture rupestri di vad’oro e d’argento, i reperti furono rie epoche antico-iraniche. La più datati tra il IX e il VII secolo a.C. importante di tutte, che tronegIl tesoro forse apparteneva a un gia da un’altezza di 66 metri al di ricco signore locale che lo aveva sopra di una sorgente, è il grande seppellito per difendere i preziosi rilievo con iscrizione trilingue (in in un periodo tumultuoso, segna- elamico, antico persiano e neobato dal conflitto tra Medi e Sciiti. bilonese) di Dario il Grande. Dalle sponde del Caspio e dalla Lungo più di 5 metri e alto circa città di Qazvin, in direzione sud- 3, il rilievo mostra Dario mentre ovest, si trova Hamadan, nome domina una serie di re sconfitti, moderno dell’antica Ecbatana, con il piede posato su Gaumata, capitale di Medi e di Achemeni- usupartore del trono reale. Neldi. Della sua gloria passata resta l’iscrizione Dario elenca le 23 terben poco: la tomba-santuario re in suo possesso e ricorda di molto venerata da pellegrini avere combattuto 19 battaglie ebrei perché, secondo la tradizio- prima di riuscire a battere il suo ne, contiene le spoglie di Esther, oppositore. Tutto il rilievo è somoglie di Serse, che organizzò il vrastato dall’immagine del disco primo grande esodo di ebrei in solare alato di Ahura Mazda. A


L’ARTE Rossella Fabiani

Bisitun, inoltre, sono stati scavati massima di 25 metri, ma che in i resti di una fortezza dei Medi, origine raggiungevano i 52 metri un insediamento fortificato parti- per 104 metri di lato). co e un ponte di età sasanide. Po- Un centinaio di chilometri a nord co lontano da Bisitun, si trova dell’odierna città di Ahwaz, sorgoTaq-i Bustan (la grotta di Bu- no le grandiose rovine di Susa, la stan), famosa per i rilievi rupestri città-Stato capitale della civiltà dei re sasanidi, come quello che elamica, le cui strutture monuritrae l’investitura del re Ardashir mentali risalgono alla metà del IV II da parte degli dei Ahura Maz- millennio a.C. La scoperta del prida e Mithra, IV sec. d.C., e famo- mo strato della città di Susa, risasa anche per la cosiddetta Grotta le al febbraio del 1958 ad opera di di Cosroe con i rilievi raffiguranti scavi condotti da una spedizione il re sasanide durante una battuta archeologica francese. Sul sito dodi caccia e altre iconografie. minano gli imponenti resti del paNella regione del Khuzistan, lazzo di Dario I, che si estendeva molti siti archeoloper una lunghezza gici si trovano lun- Le colline intorno di 250 metri, con go la strada che un’enorme Apadacollega Ahwahz ad a Susa sono costellate na (o sala delle Andimeshk e Dez- di siti preistorici udienze), abbellita ful. Haft Tepe (letda 74 colonne scateralmente i sette e protostorici risalenti nalate e coronate colli) è una delle a 10mila anni fa da gigantesche tenumerose colline ste bovine, alte olartificiali che, anche in questa re- tre 20 metri. I fregi su mattoni gione, costellano il territorio: vi smaltati policromi che decoravano sono stati scavati i resti di una il palazzo ritraevano scene di vita ziqqurrat (torre-santuario a gra- rituale e civile della città come il doni di tipo mesopotamico) e di fregio con gli arcieri achemenidi o un palazzo databili al 1500-1300 i due leoni androcefali affrontati a.C. Allo stesso periodo appartie- (V sec. a.C.) conservati oggi al ne il grandioso sito di Choga Louvre, insieme a tanti altri ogZanbil, l’antica Dur-Untash, a getti preziosi come un famoso leocirca 300 chilometri di distanza, ne in bronzo ritrovato a Susa del celebre per la sua enorme e mo- VI sec. a.C. e un importante framnumentale ziqqurrat, centro di mento di mattone dipinto che rappresentanza del potere regale mostra la testa di un dignitario elamita, costruita intorno al persiano proveniente dalla scalina1250 a.C. Il tempio è uno dei più ta dell’apadana del palazzo di Dagrandi e meglio conservati del- rio del V sec. a.C. Le pianure che l’intera Asia persiana con cinque circondano Susa sono costellate torri concentriche e sovrapposte anche da centinaia di siti preistoricostruite in mattoni crudi (che ci e protostorici che documentano raggiungono oggi un’altezza 10 mila anni di civiltà.

129


130

Il cuore dell’Iran è percorso dalla strada che costeggia a sud il Grande deserto di sale, unendo Teheran a Qom, Kashan, Yazd, Kerman e Zahedan. Qom è uno dei centri religiosi più imporanti dell’Iran, con una moschea di età selgiuchide (XII secolo) e tombetorri mongole. Oggi a Qom è consultabile una biblioteca importantissima per lo studio dello sciismo. A 100 chilometri di distanza si trova Kashan, città abitata anch’essa da Selgiuchidi e conquistata dai Mongoli: nelle sue vicinanze sorge il sito archeologico di Tepe Sialk, oggi una collina fortemente erosa ma che ha restituito testimonianze archeologiche che vanno dal V al I millennio a.C. Lungo la strada verso Kerman, c’è Yazd, l’antica Khatah, situata a 1200 metri di altezza. Sin dall’epoca sasanide la città era uno dei più prestigiosi centri zoroastriani. Sui profili dei monti che la circondano si vedono svettare molte Torri del silenzio (i cimiteri zoroastriani dove i corpi dei defunti sono lasciati agli avvoltoi). Anche la moschea del venerdì della città (XIV secolo) venne costruita sul luogo di un antico tempio del fuoco zoroastriano. A sud-est di Yazd si trova Isfahan con le sue magnifiche cupole turchesi, i suoi giardini e i suoi bazar. Più di ogni altra città iraniana, Isfahan evoca i miti dell’antica Persia. Di fondazione achemenide prima e partica poi, la città come si presenta oggi è frutto in gran parte di ricostruzioni avvenute in epoca safavide (tra la fine del XV e gli inizi del


L’ARTE Rossella Fabiani

XVIII secolo), quando Isfahan fu capitale imperiale. Uno dei suoi edifici più gloriosi è la Moschea dell’Imam, costruita per volere di Shaha Abbas I e ultimata nel 1638. Sulla città svettano minareti selgiuchidi decorati da delicati intarsi policromi, cupole di altre moschee, portali monumentali, come quello della moschea di Sheik Lotfollah, tombe, palazzi e giardini di incantevole bellezza. Ad Ateshgah, vicino Isfahan si trova un famoso tempio del fuoco sasanide del III sec.d.C. Ancora verso sud-est si arriva a Kerman, città costruita a ben 1800 metri di altezza, ai margini del Deserto della polvere. A Kerman sorge uno degli esempi più celebri di architettura selgiuchide dell’XI secolo: il mausoleo di Gonbab-i Jabaliyeh, a pianta ottagonale. A circa 150 chilometri a sud-est di Kerman, si trova Bam, centro famoso per i suoi agrumeti, i deliziosi datteri e per l’eccezionale città medievale, circondata da una cinta muraria in mattone crudo, tuttora ben conservata. Le mura, munite di una fitta serie di bastioni quadrangolari e di complesse porte, proteggono la città medievale, sopravvissuta tale e quale con le sue strette vie e i bazar, per un’estensione di circa sei chilometri di diametro. Al centro, in posizione rialzata, si erge la cittadella con le sue fortificazioni, il quartiere militare e quello degli artigiani. Bam venne fondata sotto i re sasanidi, ma continuamente ingrandita e restaurata sino ai tempi della dinastia savafide.

131


La provincia del Fars, regione nella parte sud-occidentale dell’altopiano iranico, fu la terra d’origine dei Persiani. Per raggiungere Shiraz, la capitale provinciale, da Teheran occorrono due giorni di macchina con tappa a Isfahan, altrimenti si prende l’areo. Città bellissima, con monumenti, mausolei e moschee di origine medievale ma, per lo più, restaurati e abbelliti in epoca safavide e successiva. A Shiraz si trova la straordinaria biblioteca di Masjid-e Gama del 1300. La città è anche una sosta che precede la visita a Persepoli, Pasargade e Naqsh-i Rustam. Le grandiose rovine dei palazzi reali di Persepoli, fatti costruire 132 tra il VI e il V sec. a.C. da Dario e da Serse, testimoniano ancora oggi il potere e il fasto dei regnanti Achemenidi. Costruita, per volere di Dario, su un enorme terrapieno largo circa 300 metri e lungo 455 che si ergeva sulla pianura a un’altezza di quasi 15 metri, alla città di Persepoli si accede attraverso le rovine della grande Porta delle nazioni (o Porta di tutti i popoli), voluta dal figlio di Dario, Serse I. Gigantesche immagini di tori Le rovine di Persepoli proteggevano l’accesso e, antestimoniano cora oggi, due il fasto dei regnanti colossali scultuAchemenidi re raffiguranti animali fantastici, con il corpo a forma di tori alati e le teste umane, proteggono l’uscita sul lato opposto. Una terza apertura a sud, conduceva verso il principale monumento di Persepoli, l’Apa-


L’ARTE Rossella Fabiani

dana, l’ampia sala delle udienze dei re Achemenidi alla quale si accedeva attraverso una monumentale scalinata decorata a rilievo. Attaccato all’Apadana si trova il palazzo di Dario costruito su un podio alto Il monumento più quasi tre metri grandioso è la Sala a cui si accede delle Cento Colonne, tramite una che ospitava il trono scalinata decorata da rilievi. Accanto al palazzo di Dario in direzione sud-est è stato ritrovato il palazzo di Serse, più grande di quello del padre. Una parte del palazzo, forse riservata agli alti dignitari, oggi è adibita a Museo. Il sito presenta, poi, un curioso monumento, denominato Tripy133 lon (Triplo portale) al cui centro si trova una sala quadrata (forse la sala in cui il re teneva consiglio con ministri e militari), sorretta da quattro colonne e munita, appunto, di tre portali. Ma il più grandioso di tutti i monumenti conservati a Persepoli è senza dubbio la Sala delle Cento Colonne: l’immensa sala che ospitava il trono di Serse I. A Pasargade, invece, Ciro stabilì nel 546 a.C. la prima residenza reale degli Achemenidi. Oggi è un grande sito scavato soltanto in parte, con i resti monumentali del palazzo imperiale sormontato da colonne. Gli archeologi hanno identificato la cittadella, alcuni edifici residenziali reali, tra i quali l’Apadana, altri interpretati come templi e altari, e un recinto sacro eretto su una terrazza monumentale. Tra i monumenti c’è anche la celebre edicola megaliti-


134

ca della tomba di Ciro I (640-600 a.C.) re del Parsumash, una struttura con tetto a spiovente eretta su una serie di scalini che ricordano le ziqqurrat mesopotamiche. Verso Persepoli si trova il sito di Ishtakr, antica capitale della provincia prima della conquista araba e sede di un importante tempio del fuoco. Sulla stessa direttrice si trova Naqsh-i Rustam, spettacolare necropoli reale degli Achemenidi e dei Sasanidi. Quattro grandi tombe cruciformi appaiono scavate nel fianco della montagna come grandi aquile con le ali spiegate: un’iscrizione identifica quella di Dario il Grande, mentre le altre sono attribuite a Dario II, ad Artaserse I e a Serse. Sulla facciata campeggiano le immagini dei sovrani in adorazione del fuoco di Ahura Mazda. Davanti alle tombe e ai sottostanti rilievi sasanidi, si erge un misterioso sepolcro: forse un tempio funerario achemenide destinato al culto reale. Sulle rocce sono stati ritrovati incisi il trionfo di Shapur I sull’imperatore romano Valeriano (III secolo d.C.), l’investitura di Ardashir I (224241 d.C.) e la battaglia a cavallo di re Hormoz II (302-309 d.C.). A 100 chilometri a ovest di Shiraz, si trova Bishapur, città imperiale sasanide costruita da Shapur nel 266 d.C., di cui una statua colossale è stata ritrovata nella grotta di Mudan. Anche qui sono stati ritrovati rilievi scavati sulla roccia: celebre è l’investitura di Bashram I (273-276 d.C.). Il grande centro urbano è scavato soltanto parzialmente: è stata ri-

portata alla luce una serie di edifici sontuosi comprendenti una struttura palaziale dotata di una sala delle udienze a pianta cruciforme, di altre sale con splendidi mosaici policromi e pitture murali, di una residenza privata dell’imperatore e di un tempio a pianta quadrata: un santurio del fuoco o, forse, dedicato alla dea Anahita. Questa divinità è l’unica dea femminile del pantheon antico-iranico. Nelle fonti viene descritta come una ragazza dall’aspetto bello e forte; nella sua figura confluiscono alcuni aspetti delle antiche divinità babilonesi, che venivano ancora venerate in Persia fino al regno di Serse I (486-465 a.C.). Dalla mesopotamica Ishtar, infatti, Anahita ha preso le caratteristiche di dea dell’amore e della guerra. Suoi santuari risalenti al periodo partico (II-III secolo d.C.) sono ancora conservati a Kangavar, dove rimane una scalinata monumentale, nel Kermanshahan, templi di età sasanide si trovano ancora appunto a Bishapur e a Istakhr. La dea è anche raffigurata su sculture rupestri, sempre risalenti al periodo sasanide, come per esempio, il rilievo che la ritrae durante l’investitura di Narsete, sulla facciata di una delle tombe rupestri degli Achemenidi a Naqsh-i Rustam del V sec. a.C. La regione tra Bishapur e il golfo Persico è costellata di siti sasanidi, ma anche di epoca preistorica e islamica. A sud di Shiraz c’è Firuzabad, nome dato nel X secolo alla città di Gur che, a sua volta, è la contrazione di Ardashir Hur-


L’ARTE Rossella Fabiani

rah, ovvero la gloria di Ardashir (Artaserse). Il sito conserva i resti di un palazzo fortificato costruito da Ardashir (III sec.d.C.) dove compaiono quelli che sono considerati i più antichi esempi di cupole nell’architettura persiana. Tra i resti del palazzo, infatti, si riconoscono i grandi ambienti a iwan – sale ricoperte con volte a botte aperte su un lato – tipici dell’architettura partica e sasanide. A sud sorgeva la cittadella: un insediamento a pianta circolare di due chilometri di diametro protetto da argine e fossato con quattro porte unite da due assi ortogonali che dividevano la città in quattro quadranti. Al centro sorgeva una torre a pianta quadrata, in origine alta 30 metri, sulla quale, sembra, ardeva il fuoco sacro. Nel Sistan-Balucistan, la provincia ai limiti sud-orientali dell’Iran, i primi centri abitati risalgono alla fine del IV millennio a.C. come rivelato dai livelli inferiori dello scavo del centro urbano di Shahr-i Shokhta, vera capitale proto-storica della regione. Sigillata sotto spessi strati di sale e grazie a una estrema aridità, Shahr-i Shokhta ha restituito eccezionali materiali organici come insetti, semi, oggetti in legno, cesti e tessuti. Sessanta chilometri più a nord, Dahan-i Gulaman era un importante centro achemenide dove sono stati portati alla luce edifici pubblici e privati tra i quali un grande tempio del fuoco. A sei chilometri dalla città di Damghan, lungo il margine settentrionale del Deserto di sale,

sorge il sito protostorico di Tepe Hissar dove sono state portate alle luce 1600 sepolture della fine del III millennio a.C., oltre a un raffinato palazzo sasanide datato al VI secolo d.C. A quattrocento chilometri a est c’è Nishapur, la Niv Shapur, (il buon voto di Shapur) di età sasanide situata nel cuore dell’altopiano. Da qui, in poco più di cento chilometri costellati da caravanserragli, mausolei e santuari di età medievale e safavide, si raggiunge Mashad, la città santa che ospita un numero elevatissimo di edifici religiosi e di moschee. A Mashad (la città dei martiri) morì il grande Harun-al Rashid e qui è sepolto Reza, l’ottavo imam sciita. Il mausoleo di Reza, che morì nell’817, è stato nei secoli ripetutamente danneggiato, ma anche ricostruito. La parte oggi visibile risale al XIV secolo.

L’Autore ROSSELLA FABIANI Giornalista, archeologa specializzata in orientalistica. Ha collaborato con il quotidiano La Stampa, collabora attualmente con l’agenzia Fides e con il quotidiano Liberal.

135


CINEMA Diego Nadal

Tra poesia, simbolismo e censura

Il mancato realismo del cinema iraniano Un cinema lento, poetico, simbolico ma anche stretto dalla morsa della censura degli ayatollah. Dai pionieri di inizio Novecento all’osannato Kiarostami, un viaggio attraverso le suggestioni cinematografiche dell’Iran. DI DIEGO NADAL

Tracciare un profilo del cinema iraniano non è compito facile. Ci sono cinematografie nazionali (americana e indiana su tutte, ma anche quelle europee) che vengono consacrate dal successo di pubblico, dagli incassi stratosferici, dall’influenza che operano sugli usi e costumi della società. Ce ne sono altre, invece, che devono il loro successo ai premi internazionali, ai festival, alla critica. E il cinema iraniano fa parte senza alcun dubbio di questa seconda schiera. Se la gloria sia meritata o meno non è dato saperlo. Se già i successi al botteghino non garantiscono di per sé la qualità (valga per tutti l’esempio dei cinepanettoni nostrani), allo stesso modo una critica lusinghiera non è garanzia di pellicole riuscite. La storia del


138

cinema iraniano, tuttavia, non è ai rapporti sempre più stretti tra legata soltanto agli ultimi trion- l’America e lo Scià. Il cinema fali decenni. Nella Persia degli d’autore si fa largo tra gli anni Scià, il cinema era semplicemente Sessanta e Settanta, con il primo un diletto privato, un ennesimo importante riconoscimento festimodo di sentirsi un po’ più occi- valiero conquistato dal film La dentali. L’ossessione di quel mon- vacca (premio Fipresci alla Mostra do per gli agi e i loisirs dell’Occi- del cinema di Venezia). Sono gli dente fin dall’inizio del Novecen- anni d’esordio di Kiarostami coto aveva spinto un gruppo di pio- me sceneggiatore e realizzatore nieri a interessarsi al cinema, pri- dei primi cortometraggi ma a fama con filmini quasi amatoriali re la parte del leone sono ancora che documentavano la vita di cor- le pellicole commerciali, che te, poi con i primi film degni di strizzano l’occhio al gusto medio questo nome all’inizio degli anni degli iraniani, con scarse concesTrenta. I primi registi iraniani sioni alla qualità e allo stile autorale. Tutto cambia, furono Akkas-Banel bene e nel mas h i , E b r a h i m Il cinema d’autore le, con la rivoluzioKhas, Pahlaviane islamica di hhaf-Bashi, Mehdi si fa largo all’inizio Rusi Khan. Tutti degli anni Settanta con Kohmeini, dopo un paio d’anni di nomi sconosciuti e crisi del settore e di che poco hanno i primi riconoscimenti un forte calo del inciso sulla storia internazionali numero di produdel cinema iraniano, se non per la loro funzione di zioni annuali. È trent’anni fa, inapripista, considerando che anco- fatti, che il cinema iraniano acra negli anni Quaranta l’80% dei quista un minimo di credibilità e film arrivava da Stati Uniti e di spessore. Non tanto per partiGran Bretagna. Negli anni Tren- colari meriti artistici, bensì per ta, nel frattempo, si realizzano le l’impostazione ideologica decisa prime pellicole in farsi, firmate dal regime degli ayatollah. Anche dal poeta e scrittore Sepanta. I la settima arte doveva piegarsi alprimi grandi successi sono di la classica demonizzazione orwelquel periodo, ma le location sono liana dell’avversario. Anche il ciindiane e di iraniano c’è solo il nema doveva far passare un unico denaro che li finanzia. Negli anni e potente messaggio: gli Stati Cinquanta e Sessanta, la produ- Uniti d’America (e l’Occidente in zione cinematografica iraniana si genere) sono l’incarnazione di Safa più consistente, con punte di tana. I registi che non volevano quarantacinque film girati in un piegarsi al diktat khomeinista poanno. Ma il numero aumenta a tevano fare semplicemente due scapito della qualità e il cinema cose: smettere di fare cinema o persiano si commercializza, fa il espatriare, cosa che fecero molti verso a Hollywood, anche grazie cineasti del periodo prerivoluzio-


CINEMA Diego Nadal

IL PERSONAGGIO

Abbas Kiarostami, il profeta della lentezza Cinema, in Iran, fa rima con Kiarostami. Il cineasta di Teheran ha ricoperto, e ricopre ancora, il ruolo di padre nobile della settima arte persiana. È indiscutibilmente merito suo, infatti, se i film iraniani hanno conquistato un posto di rilievo nel panorama cinematografico mondiale, grazie ai numerosi premi vinti in giro per il globo e soprattutto nei festival più prestigiosi com e q u e l l i d i C a n n e s o Ve n e z i a . Il cinema di Kiarostami è lento, quasi fotografico. Le immagini sono statiche, le riprese macchinose. Frutto, forse, della sua attività giovanile di pittore. Pellicole come Il sapore della ciliegia o Il vento ci porterà via sono ormai dei classici, consacrati più dalla critica che dal pubblico, soprattutto durante gli autoreferenziali estival europei. Abbas Kiarostami è arrivato al cinema, dicevamo, dopo un inizio di carriera da pittore. Solo la nomina a direttore del centro cinematografico Kanun nel 1969 lo lancerà nel mondo della celluloide, allora davvero poco sviluppato in Iran. Dal primo cortometraggio del 1970 (Il pane e il vicolo) dovranno passare quasi vent’anni perché la critica internazionale si accorga di lui. È del 1987, infatti, Dov’è la casa del mio amico?, trampolino di lancio verso i festival, i premi della critica, l’investitura a padre del cinema iraniano. E poi Close-up (1990, premiato a Montrèal e Istanbul), E la vita continua (1992, premio della critica al festival di San Paolo), Sotto gli ulivi (1994, in concorso a Cannes e presentato in molte altre rassegne in giro per il mondo), Il sapore della ciliegia (1997, Palma d’oro a Cannes), Il vento ci porterà via (1999, Gran premio speciale della Giuria a Venezia). Il Kiaro-

stami del 2000 è ormai un regista affermato, idolatrato da una certa critica europea e piuttosto conosciuto tra il pubblico (almeno tra quello dei cinema d’essai). Alcuni tra gli ultimi film sono in realtà episodi di pellicole corali, realizzate a più mani con altri “maestri” dell’osannato e a volte noioso cinema impegnato. Resta il fatto che, meritatamente o meno, Abbas Kiarostami sia da considerare l’esponente di punta del cinema iraniano, un cinema basato sulla metafora, su un simbolismo che forse nasce costretto dalle asfissianti maglie della censura del regime degli ayatollah. C’è chi ha paragonato le opere del cineasta di Teheran al neorealismo italiano, chi ha preferito chiamare in causa un certo cinema francese di qualche decennio fa. Tutti paragoni che sembrano forzati, per un regista che, se si usa un metro oggettivo (per quanto possa esserlo quello della critica cinematografica) non ha ancora regalato un capolavoro degno di questo nome, che possa rimanere scolpito nel Pantheon delle pellicole più belle della storia del cinema.

139


140

nario. Quelli che avevano deciso di rimanere a Teheran, a cominciare dallo stesso Abbas Kiarostami, dovevano in qualche modo “servire” il regime, imporre alla società iraniana e al mondo una visione della realtà distorta dall’asfittica censura teocratica. I critici cinematografici europei preferiscono dire che i registi iraniani rappresentano la difficile realtà locale attraverso “simboli e metafore”, quasi come fosse una precisa scelta stilistica e non una necessità dettata dall’assenza di libertà di espressione. Sono nati così i luoghi comuni di un cinema “intimista, delicato, sussurrato, lento, poetico”. In

parte sarà vero, ma ciò non fa del cinema iraniano un modello da seguire a prescindere. Innanzitutto perché è noioso, almeno secondo i canoni medi del gusto delle audiences in giro per il mondo. Prova ne sia, come dicevamo all’inizio, che i festival di tutta Europa hanno premiato diversi cineasti iraniani nel corso degli ultimi anni. Da Dov’è la casa del mio amico? (Pardo di bronzo a Locarno) e Il sapore della ciliegia (Palma d’oro a Cannes) di Kiarostami, a Il cerchio (Leone d’oro a Venezia) di Panahi passando per Il voto è segreto (premio per la miglior regia a Venezia) di Payami. Non stupisce, dunque, che il miglior film iraniano, in realtà ira-


CINEMA Diego Nadal

niano non sia. O almeno non è stato realizzato in Iran, per ovvii motivi. Si tratta del film d’animazione Persepolis, tratto dalla splendida graphic novel di Marjane Satrapi, anche regista della pellicola insieme a Vincent Paronnaud. Satrapi è nata a Teheran, e lì ha vissuto fino al 1983 quando, a 14 anni, i genitori decidono di farla espatriare, prima a Vienna e poi in Francia, per sottrarla all’asfissiante regime degli ayatollah. E Persepolis è proprio la sua storia, tra opposizione politica ed educazione sentimentale, il tutto condito da un ritmo serrato che di certo non può essere considerato tipico del cinema iraniano che conosciamo. Il caso strano, però, è che persino il Festival di Cannes si è accorto di Persepolis, assegnandogli addirittura il prestigioso Gran Premio della Giuria. Ma la profondità del messaggio di Marjane Satrapi, oltre a una splendida qualità di animazione, non poteva davvero essere ignorata. E in fondo anche Marjane Satrapi, strenua oppositrice dell’Iran teocratico, fa parte dell’intellighentsia gauchista europea. Cosa resta, dunque, del cinema iraniano? Molte parole, forse troppi elogi, sperticati applausi dai club cinematografari del Vecchio Continente, e poco altro. Perché il compito del cinema è anche (o forse soprattutto) quello di raccontare la realtà nuda e cruda, senza filtri censori né furbeschi stratagemmi stilistici e poetici. Qual è la condizione della donna in Iran? Come vengono

trattati gli omosessuali? C’è libertà di espressione? Vengono tollerate le religioni diverse dall’Islam sciita? Il cinema iraniano, invece di esaltare la lentezza, le genuinità della vita dei villaggi, dovrebbe rispondere a queste domande. E la cosa peggiore è che i critici parlano di neorealismo iraniano, dimenticando che il neorealismo vero, quello italiano, raccontava la realtà del nostro dopoguerra senza filtri né censure, tratteggiando un mondo di miserie, materiali e morali, struggente e reale, appunto. Ma l’Iran degli ayatollah, dei gay impiccati, delle donne umiliate e offese nella loro dignità, non potrebbe mai permetterlo. E i critici nostrani lo sanno benissimo.

L’Autore DIEGO NADAL

Giornalista, si occupa di cultura e spettacolo, con particolare attenzione al cinema e alla televisione. Ha collaborato con il quindicinale di geoeconomia Emporion.

141


gli strumenti di

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica, nella seduta 142

del 19 febbraio scorso, ha fatto il punto della situazione sul nucleare iraniano, con particolare riferimento alla questione dell’arricchimento dell’uranio e alle possibili implicazioni militari dello sviluppo nucleare di Teheran. L’Aiea, investita dalle Nazioni Unite del compito di verificare il preoccupante impegno nucleare voluto da Ahmadinejad, continua dunque il suo difficile compito di arginare la spregiudicatezza dell’Iran, i cui probabili progetti militari legati al nucleare stanno suscitando diffuse preoccupazioni. Charta minuta pubblica nelle pagine seguenti il rapporto 2009 dell’Aiea sui progetti nucleari iraniani.


STRUMENTI


RAPPORTO 2009 DELL’AIEA SUL NUCLEARE IRANIANO Implementation of the NPT Safeguards Agreement and relevant provisions of Security Council resolutions 1737 (2006), 1747 (2007), 1803 (2008) and 1835 (2008) in the Islamic Republic of Iran Report by the Director General 1. On 19 November 2008, the Director General reported to the Board of Governors on the implementation of the NPT Safeguards Agreement and relevant provisions of Security Council resolutions 1737 (2006), 1747 (2007), 1803 (2008) and 144 1835 (2008) in the Islamic Republic of Iran (Iran) (GOV/2008/59). This report covers relevant developments since that date.. A . C u r r e n t E n r i c h m e n t R e l a t e d A ctivities 2. Since the Director General’s previous report, Iran has continued to feed UF6 into the 3000-machine IR-1 unit (Unit A24), and six cascades of Unit A26, at the Fuel Enrichment Plant (FEP).1 Nine other cascades of Unit A26 have been installed and are under vacuum.2 Installation of the three remaining cascades of that Unit is continuing. Installation work at Units A25, A27 and A28, including the installation of pipes and cables, is also continuing. 3. The Agency has finalized its assessment of the results of the physical inventory verification (PIV) carried out at FEP on 24–26 November 2008, and has concluded that the physical inventory as declared by Iran was consistent with the results of the PIV, within the measurement uncertainties normally associated with enrichment plants of a similar throughput. The Agency has ver-

ified that, as of 17 November 2008, 9956 kg of UF6 had been fed into the cascades since February 2007, and a total of 839 kg of low enriched UF6 had been produced. The results also showed that the enrichment level of this low enriched UF6 product verified by the Agency was 3.49% U-235. Iran has estimated that, between 18 November 2008 and 31 January 2009, it produced an additional 171 kg of low enriched UF6. The nuclear material at FEP (including the feed, product and tails), as well as all installed cascades, remain under Agency containment and surveillance.3 4. On 29 September 2008, the Agency conducted a PIV at the Pilot Fuel Enrichment Plant (PFEP), the results of which confirm the physical inventory as declared by Iran, within the measurement uncertainties normally associated with such a facility. Between 29 October 2008 and 15 January 2009, Iran fed a total of approximately 50 kg of UF6 into the 20-machine IR-1 cascade, the 10-machine IR-2 cascade and the single IR-1, IR-2 and IR-3 centrifuges. The nuclear material at PFEP, as well as the cascade area, remains under Agency containment and surveillance.3 Iran has transferred a few kilograms of low enriched UF6 produced at PFEP to the Jabr Ibn Hayan Multipurpose Laboratories4 at the Tehran Nuclear Research Centre for research and development purposes. 5. To date, the results of the environmental samples taken at FEP and PFEP5 indicate that the plants have been operating as declared (i.e. less than 5.0% U-235 enrichment). Since March 2007, 21 unannounced inspections have been conducted at FEP.


STRUMENTI

6. On 12 January 2009, Iran provided updated Design Information Questionnaires (DIQs) for FEP and PFEP. Iran informed the Agency in the DIQ for FEP that it plans to include a room for functional testing of single centrifuge machines. There were no other changes in the capacity of the facilities or of their schedules for operation. B. Reprocessing Activities 7. The Agency has continued to monitor the use and construction of hot cells at the Tehran Research Reactor (TRR) and the Molybdenum, Iodine and Xenon Radioisotope Production (MIX) Facility. There have been no indications of ongoing reprocessing related activities at those facilities. While Iran has stated that there have been no reprocessing related R&D activities in Iran, the Agency can confirm this only with respect to these two facilities, as the measures of the Additional Protocol are not available. C. Heavy Water Reactor Related Projects 8. The Agency last visited the Iran Nuclear Research Reactor (IR-40) in August 2008 (GOV/2008/59, para. 9). On 21 January 2009, the Agency again requested access to carry out a DIV at the IR-40. In a letter dated 26 January 2009 referring to previous communications concerning the submission of design information, Iran informed the Agency that it would not permit the Agency to carry out the DIV. In a reply dated 29 January 2009, the Agency reiterated its request for access to carry out the DIV. In its response, dated 7 February 2009, Iran reiterated its view that since IR-40 was not in a situation to

receive nuclear material, no DIQ was required, and, hence, the request for access to perform DIV was not justified. Iran requested that, as long as the decision stipulated in Iran’s letter of 29 March 2007 was valid,6 no DIV for IR-40 be scheduled. 9. Iran’s refusal to grant the Agency access to IR-40 could adversely impact the Agency’s ability to carry out effective safeguards at that facility, and has made it difficult for the Agency to report further on the construction of the reactor, as requested by the Security Council. In addition to the roofing having already been completed for the other buildings on the site, construction of the reactor building’s domed containment structure has also been completed, as observed in images taken on 30 December 2008, rendering impossible the continued use of satellite imagery to monitor further construction inside the reactor building or any of the other buildings. 10. On 7 February 2009, the Agency conducted an inspection at the Fuel Manufacturing Plant, at which time it was noted that the process line for the production of natural uranium pellets for the heavy water reactor fuel had been completed and fuel rods were being produced. 11. Using satellite imagery, the Agency has continued to monitor the status of the Heavy Water Production Plant, which appears to be in operational condition. D. Other Implementation Issues D.1. Uranium Conversion 12. As of 9 February 2009, approximately 42 tonnes of uranium in the form of UF6 had been produced at the Uranium Con-

145


146

version Facility (UCF) since 8 March 2008, the date of the last PIV carried out by the Agency at UCF. This brings the total amount of uranium in the form of UF6 produced at UCF since March 2004 to 357 tonnes, some of which was transferred to FEP and PFEP, and all of which remains under Agency containment and surveillance. D.2. Design Information 13. As previously reported to the Board of Governors, the Agency has still not received preliminary design information, requested by the Agency in December 2007, on the nuclear power plant that is to be built in Darkhovin (GOV/2008/38, para. 11). D.3. Other Matters 14. A PIV was carried out at the Bushehr Nuclear Power Plant (BNPP) on 13–14 December 2008. The fuel assemblies imported from the Russian Federation for use at BNPP remain under Agency seal. Iran has informed the Agency that the loading of fuel into the reactor is scheduled to take place during the second quarter of 2009. E. Possible Military Dimensions 15. As detailed in the Director General’s previous reports to the Board (most recently in GOV/2008/59, para. 15), there remain a number of outstanding issues which give rise to concerns, and which need to be clarified, to exclude the existence of possible military dimensions to Iran’s nuclear programme. As indicated in those reports, for the Agency to be able to address these concerns and make progress

in its efforts to provide assurance about the absence of undeclared nuclear material and activities in Iran, it is essential that Iran, inter alia, provide the information and access requested by the Agency. 16. In a letter to Iran dated 2 February 2008, the Agency reiterated its request to meet with Iranian authorities, in Tehran, at the earliest possible opportunity, with a view to proceeding with the resolution of the issues that remain outstanding. 17. The Agency has still not received a positive reply from Iran in connection with the Agency’s requests and, therefore, has not had access to relevant information, documentation, locations or individuals. F. Summary 18. The Agency has been able to continue to verify the non-diversion of declared nuclear material in Iran. However, Iran has not implemented the modified text of its Subsidiary Arrangements General Part, Code 3.1, on the early provision of design information and has continued to refuse to permit the Agency to carry out design information verification at IR-40. 19. Contrary to the request of the Board of Governors and the Security Council, Iran has not implemented the Additional Protocol, which is a prerequisite for the Agency to provide credible assurance about the absence of undeclared nuclear material and activities. Nor has it agreed to the Agency’s request that Iran provide, as a transparency measure, access to additional locations related, inter alia, to the manufacturing of centrifuges, R&D on uranium enrichment, and uranium mining and milling, as also required by the Security


STRUMENTI

Council. 20. Regrettably, as a result of the continued lack of cooperation by Iran in connection with the remaining issues which give rise to concerns about possible military dimensions of Iran’s nuclear programme, the Agency has not made any substantive progress on these issues. As indicated in previous reports of the Director General, for the Agency to make such progress, Iran needs to provide substantive information, and access to relevant documentation, locations and individuals, in connection with all of the outstanding issues. With respect to the alleged studies in particular, an important first step is for Iran to clarify the extent to which information contained in the documentation which Iran was shown, and given the opportunity to study, is factually correct and where, in its view, such information may have been modified or relates to non-nuclear purposes. 21. Unless Iran implements the above transparency measures and the Additional Protocol, as required by the Security Council, the Agency will not be in a position to provide credible assurance about the absence of undeclared nuclear material and activities in Iran. The Director General continues to urge Iran to implement all measures required to build confidence in the exclusively peaceful nature of its nuclear programme at the earliest possible date. The Director General, at the same time, urges Member States which have provided such documentation to the Agency to agree to the Agency’s providing copies thereof to Iran. 22. Contrary to the decisions of the Security Council, Iran has not suspended its en-

richment related activities or its work on heavy water-related projects, including the construction of the heavy water moderated research reactor, IR-40, and the production of fuel for that reactor. 23. The Director General will continue to report as appropriate. 1 For more detail on the configuration of FEP, see GOV/2008/38, para. 2. 2 On 1 February 2009, 3936 centrifuges were being fed with UF6; 1476 centrifuges were installed and under vacuum, and an additional 125 centrifuges were installed but not under vacuum. 3 In line with normal safeguards practice, small amounts of nuclear material at the facility, e.g. some waste and samples, are not under containment and surveillance. 4 GOV/2003/40, paras 7 and 18; GOV/2004/83, paras 14 and 73–74. 5 Results are available for samples taken up to 22 November 2008 for FEP and up to 20 April 2008 for PFEP. These results have shown particles of low enriched uranium (with up to 4.2% U-235), natural uranium and depleted uranium (down to 0.4% U-235 enrichment). 6 GOV/2007/22, paras 12–14; GOV/2007/48, para. 19.

147


Minuta THATCHERISMO

Storia di una rivoluzione liberale Antonio Martino

All’Italia serve una Lady di ferro Benedetto Della Vedova POLITICHE CULTURALI

Sarkozy celebra la grandeur Giuseppe Mancini ENERGIA

Nucleare o rinnovabili? Le incognite dell’energia che verrà Emanuela Melchiorre


Antonio Martino

Storia di una

150


THATCHERISMO

rivoluzione liberale Sfidando a viso aperto luoghi comuni, interessi radicati e un partito riluttante ad accettare un cambiamento così deciso, Margaret Thatcher ha segnato la storia del conservatorismo, imprimendo una virata fortemente liberale e liberista e spodestando lo Stato dal ruolo di idolo intoccabile delle politiche economiche degli anni Settanta.

Per capire l’importanza di Margaret Thatcher per il suo paese bisogna prendere le mosse da una breve analisi della crisi economica dell’Inghilterra negli anni Settanta, il cosiddetto “male inglese”. Per dirla brutalmente, la Gran Bretagna degli anni Settanta era un caso disperato. Molti economisti concordano sul fatto che lo strapotere dei sindacati fosse responsabile dello stato pietoso dell’economia inglese, tra questi Samuel Brittan, il quale sosteneva: «Molte delle storture tipiche della politica economica britannica traggono origine dalla convinzione che l’inflazione si combattesse regolando determinati adeguamenti salariali. Il governo si è impegnato a

creare un clima in cui i sindacati avrebbero tollerato simili interventi. Ciò ha comportato il controllo dei prezzi, un’alta progressività della tassazione sul reddito e un’attenzione particolare alle opinioni dei leader sindacali su diversi aspetti della politica economica. Il periodo post1972, caratterizzato da un intervento statale particolarmente pressante, non cominciò con un cambio di governo, ma con la conversione del governo conservatore di Heath al controllo dei salari e dei prezzi». Brittan si riferisce alle politiche economiche disastrose uniformemente applicate dai governi conservatori e laburisti in Gran Bretagna nel corso degli anni Settanta. In modo par-

151


Antonio Martino

152

ticolare, il governo conservatore a redditi molto più bassi che altrove. cui Brittan fa riferimento aveva ini- Si tratta di tasse esclusivamente poliziato la sua attività con intenzioni tiche. Le entrate raccolte in cima solodevoli. Nel manifesto conservato- no in termini statistici insignificanti; re per le elezioni del 1970 si leg- e ciò che ne risulta sono di fatto enge: «Rifiutiamo l’intervento capillare trate più basse. […] Altrettanto imdel socialismo, che usurpa la funzio- portante è il fatto che risorse scarse ne della gestione imprenditoriale quali energia e talenti siano state per dettare all’industria i prezzi e i impiegate per convertire il reddito salari. […] Il nostro obiettivo è iden- in capitale accumulato o benefici tificare e rimuovere gli ostacoli che non soggetti a questi livelli di aliimpediscono l’effettiva competizio- quote fiscali». ne e che impongono restrizioni alL’avvento di Margaret Thatcher l’iniziativa economica». Queste ammirevoli intenzioni, prose- Questo era lo scenario che vide l’avvento di Margue Brittan, non sono però state seguite da garet Thatcher. La Thatcher è stata politiche egualmente Teorie economilodevoli. In realtà, il che errate, gruppi una protagonista «governo conservatore radicanel campo delle riforme d’interesse del 1970-’74 è stato il ti e un’avversione microeconomiche più corporativista del generalizzata per dopoguerra. La sua e politiche dell’offerta il libero mercato politica economica è erano sfociati nelstata un disastro che la sclerosi econoha fatto perdere al Partito conserva- mica, nell’inflazione, nella disoccutore due elezioni consecutive. Non pazione e nel declino generale. La sorprende che Heath abbia perso la Lady di Ferro voleva cambiare tutto guida del partito […]». questo, e ci è riuscita. Secondo Brittan, lo strapotere dei La sua prima battaglia è stata in sindacati è riuscito anche ad in- campo macroeconomico, dove si è fluenzare il sistema tributario, con verificato un passaggio dalla politiconseguenze devastanti: «Per gran ca fiscale volta al controllo della doparte del dopoguerra il vero proble- manda aggregata all’applicazione ma non sono state […] le normali di una politica monetaria rigorosaaliquote fiscali, ma la loro elevatissi- mente ispirata alla stabilità. In politima progressività, sia in cima che in ca fiscale, l’obiettivo era quello di rifondo alla scala del reddito. La tas- durre il disavanzo pubblico. In matesazione marginale sul reddito è non ria di tassazione, ci si riprometteva di solo più alta che negli altri paesi in- ristabilire gli incentivi al lavoro, al ridustrializzati, ma la sua curva diven- sparmio e all’investimento, attraverso ta estremamente ripida a partire da tagli a tutte le aliquote, in modo par-


THATCHERISMO

ticolare quelle più alte. La filosofia al- so per imporre l’agenda politica la base di questi provvedimenti era del loro leader a un elettorato che che ristabilire gli incentivi fosse più l’aveva respinta». importante della ricerca dell’equità. È inoltre riuscita a ridurre il ruolo diMa il campo in cui è stata davvero retto del governo nell’economia atuna campionessa è stato, come scri- traverso le privatizzazioni. Tutti ricove Patrick Minford, quello delle rifor- noscono che: «Il successo del thatme microeconomiche, o delle politi- cherismo nel convertire le imprese da che dell’offerta: «Dopo la campa- statali a private […] è stato un progna del 1979-’82, volta all’abbatti- gramma così radicale come concetmento dell’inflazione, [intraprese] to, e di esito così felice nella pratica, una riforma senza sosta per rivitaliz- che si è guadagnato la più alta forzare l’economia dell’offerta, con leg- ma di lusinga dalle altre nazioni: gi specifiche su regolamentazione l’imitazione», conclude Stelzer. Condei sindacati, privatizzazioni, dere- trariamente a ciò che sia a sinistra gulation, riforma finansia a destra si ziaria delle amministracontinua ad afferIl thatcherismo mare, tra i succeszioni locali, edilizia, risi della Thatcher forme radicali delle tasha ridotto il ruolo non possiamo anse e molto altro». diretto del governo noverare una riduLa Thatcher, inoltre, è in economia attraverso zione della spesa riuscita a domare i sinpubblica totale. dacati. Persino i suoi le privatizzazioni Nel 1999, l’Ecodetrattori riconoscono nomist scriveva: che questo è stato uno dei suoi più grandi successi, che «In realtà, 18 anni di governo tory condivide col presidente Reagan: hanno lasciato la fetta di economia «Reagan e la Thatcher – scrive a sotto diretto controllo dello Stato praquesto proposito Irving Stelzer – ticamente intatta: dal 44 per cento hanno fatto molto per ridurre il ruo- del prodotto interno lordo del 1979 lo del governo, e per espandere i al 43 per cento del 1996». confini delle forze del mercato in campo microeconomico. Entrambi La ricetta del successo sono riusciti in questo intento ridi- Come ci è riuscita? È indubbio che mensionando in primo luogo il po- il successo di Margaret Thatcher tere dei sindacati. […] Nel 1981 il sia in gran parte dovuto alla forza Presidente è riuscito a interrompere delle idee. Lei stessa ha riconosciuuno sciopero dei controllori di volo, to l’importante ruolo svolto dall’Insti[…] e con altrettanto successo, il tute of economic affairs nel fornire primo ministro è riuscito a interrom- le munizioni e l’ispirazione per il pere lo sciopero che i minatori tra il suo programma. Per il trentesimo 1984 e il 1985 avevano intrapre- anniversario dell’istituto, ha affer-

153


Antonio Martino

mato: «L’Istituto ha iniziato la propria attività in un periodo in cui, a dispetto della libertà di parola che caratterizza un paese libero, prevaleva quella che oserei chiamare la moda della censura dei comportamenti. Chiunque Alla fine degli anni osasse sfidare le Settanta era evidente credenze comuil fallimento delle politiche stataliste nemente accettate del dopoguerra riceveva in risposta scetticismo, critiche, veniva deriso e bollato come un ignorante reazionario. […] Vi siete riproposti di cambiare il sentire comune. […] Vorrei esprimere la nostra gratitudine a quegli accademici, alcuni dei quali hanno 154 subito l’isolamento, e a quei giornalisti che si sono uniti alla nostra impresa. Non penso che abbiano mai raggiunto il numero di 364. Sono stati una minoranza. Ma erano nel giusto e hanno salvato la Gran Bretagna». Senza queste idee, la rivoluzione thatcheriana sarebbe stata impossibile ma bisogna riconoscere che le idee, da sole, non sono una spiegazione sufficiente per la rivoluzione. Erano una causa necessaPer rispondere all’abuso di potere ria, ma non suffidei sindacati si doveva ciente del camridurne l’influenza biamento. Circostanze È vero che alla fine degli anni Settanta le prove del fallimento delle politiche stataliste perseguite sia dai governi laburisti sia da quelli conservatori erano schiaccianti. Sono

convinto che le circostanze abbiano avuto la loro importanza nel determinare il successo della Thatcher. Ad ogni modo, i segni del fallimento di queste politiche anti-mercato vi


THATCHERISMO

to non il Partito laburista, che nel 1979 era socialista come sempre. E, per quanto riguarda gli accademici, la stragrande maggioranza di essi era convinta che non ci fosse bisogno di nessun cambiamento nella pratica politica, La personalità e come dimostra il la fedeltà ai principi della documento firma- Thatcher hanno avuto to da quei 364 un ruolo determinante economisti contrari alle politiche del governo Thatcher. Le prove erano senza dubbio sotto gli occhi di tutti, il che ha favorito la causa della Thatcher, ma erano già presenti da prima seppure senza alcun impatto, e molte persone istruite si erano rifiutate di trarne 155 le giuste conclusioni. Interessi I sindacati avevano abusato del proprio potere, e questo aveva reso più forte che mai la necessità di ridurne l’influenza. E comunque, non si trattava certo di un fenomeno nuovo: il pericolo rappresentato dalla loro onnipotenza era stato più che evidente per anni, eppure nessuno aveva cercato di affrontarlo.

erano già nel 1970, anche se non così evidenti come nel 1979. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che non tutti hanno tratto le stesse conclusioni dalle stesse esperienze. Cer-

Leadership La Lady di ferro ha Credo che tutti sfidato luoghi comuni e interessi radicati questi fattori abin nome del liberalismo biano avuto il loro ruolo nel determinare il successo della Thatcher, ma che l’elemento cruciale sia stata la sua personalità, la sua leadership fedele ai principi e incapace di scendere a compromessi. Si può dire di lei ciò che Ted Kennedy aveva


Antonio Martino

LESSICO

Faccio politica perché esiste un

conflitto tra il bene e il male, e io credo che alla fine il bene trionferà.

Se i miei critici mi vedessero camminare sul Tamigi, direbbero che è perché non so nuotare. In politica, se vuoi che qualcosa sia detto, chiedi ad un uomo; se vuoi che qualcosa sia fatto, chiedi ad una donna. Non ci può essere libertà senza libertà economica.

156

Curare il malessere britannico con il socialismo è stato come cercare di curare la leucemia con le sanguisughe. Se la tua sola opportunità è quella di essere uguale,allora non si tratta di un’opportunità.

detto di Reagan: «Sarebbe sciocco negare che il suo successo fosse fondamentalmente basato sulla sua profonda conoscenza delle idee diffuse. Reagan poteva dimenticare i nomi, ma mai i suoi obiettivi. Era un grande comunicatore, non solo per la sua personalità o per il suo teleprompter, ma soprattutto perché aveva qualcosa da comunicare». Margaret Thatcher aveva osato fare ciò che in Gran Bretagna nessun altro aveva avuto il coraggio di fare per decenni: combattere le opinioni diffuse, i luoghi comuni, gli interessi radicati, e guidare un partito riluttante e un paese stordito in una direzione completamente nuova. Pos-

Mi diverto sempre moltissimo se un attacco è particolarmente feroce perché penso, beh, se ricorrono agli attacchi personali vuol dire che non hanno più nessun argomento politico a disposizione.

Guardate un giorno in cui siete estremamente soddisfatti.Non è un giorno in cui avete bighellonato senza fare niente;è un giorno in cui avevate da fare moltissime cose e le avete fatte. Non esiste la società: ci sono gli individui, uomini e donne, e ci sono le famiglie.

Ecco come vedo le cose: un uomo ha il diritto di lavorare come vuole, di spendere quello che guadagna, di avere delle proprietà con uno Stato che gli fa da servo e non da padrone. Questa è l’eredità britannica. Questa è l’essenza di un paese libero e da questa libertà dipendono tutte le altre.

so dare testimonianza della sua singolare personalità. Ho avuto occasione di incontrarla diverse volte, prima di entrare in politica. Una volta, nel 1991, fu durante una conferenza a Fiesole, vicino Firenze, organizzata dal National Review Institute. Durante la pausa, camminavamo sotto il portico dell’hotel, mentre la campagna Toscana splendeva nel sole del pomeriggio. La signora Thatcher mi disse: «Il suo è un bel paese con un governo marcio». Al che io risposi: «Mia cara signora, sarebbe assai peggio il contrario». Il suo modo diretto di porre le questioni, così insolito per un leader politico, le ha fatto guadagnare di-


THATCHERISMO

versi nemici tra gli altri leader, ma ha prodotto un affascinante contrasto con l’ipocrisia e la vacuità dei dettami politici comunemente accettati. A volte, probabilmente, ha esagerato. Ad esempio, durante la stessa conferenza di Fiesole, nel corso della sua relazione, pronunciò la seguente frase: «La civiltà è una prerogativa esclusiva dei popoli di lingua inglese». Nella stanza, ero l’unico che non fosse di nazionalità inglese o americana. Guardai John O’Sullivan, che mi sedeva accanto. Sorridendo, mi disse: «Sei stato relegato alla barbarie!». Margaret Thatcher sa anche essere amabile e gentile. Quando, nel 1994, vincemmo le elezioni, mi mandò le sue congratulazioni via fax. La richiamai per ringraziarla per la sua cortesia. Mi incoraggiò nel solito modo: «Dovrete fare per l’Italia ciò che io ho fatto per la Gran Bretagna». Cercai di spiegarle che, in confronto a lei, eravamo svantaggiati. Dissi: «Lei aveva una Costituzione scritta nei cuori e nelle menti della vostra gente. Noi no. Aveva un potere giudiziario indipendente. Noi no. Aveva una pubblica amministrazione pulita ed efficace. Noi no. Aveva una maggioranza costituita da un partito unico. Noi no. Aveva questi think tank come l’Iea, che le ha fornito le idee giuste. Noi no. Ma comunque, aggiunsi, abbiamo qualcosa che lei non aveva». «Che cosa?», chiese lei. «Il suo esempio!» le risposi. Sulla importanza delle idee e della leadership, Margaret Thatcher ha espresso la sua opinione durante le

celebrazioni per il trentesimo anniversario dell’Iea. Dopo aver ascoltato una serie di discorsi di eminenti accademici, tutti in lode dell’importanza delle idee, concluse così il suo intervento: «Come undicesimo speaker e come unica donna, spero ricorderete che sarà anche il gallo a cantare, ma è la gallina a deporre le uova». L’insegnamento che possiamo trarne è piuttosto semplice, e non molto incoraggiante: Margaret Thatcher deve il suo successo soprattutto alla rivoluzione intellettuale nelle teorie economiche. Non ha inventato nulla di nuovo: non c’era nulla di innovativo o di originale nella sua politica economica. In ogni caso, queste idee erano già presenti da molto tempo, ma non sono state tradotte in pratica politica finché lei non è arrivata sulla scena. Sono stati la sua leadership, il suo coraggio, la sua determinazione e la sua integrità intellettuale che hanno permesso a quelle idee di ispirare le politiche economiche effettive e il cambiamento in Gran Bretagna. Tutto questo mi porta a una spiacevole conclusione: l’ostacolo, nel panorama politico attuale, non è la comprensione della natura dei problemi sociali e delle soluzioni auspicabili, anche se c’è ancora molto da fare per far sì che la causa della libertà economica sia compresa appieno dalla gran parte dell’opinione pubblica e dei politici. Ciò che scarseggia davvero è la leadership. Un leader che persegua le proprie convinzioni senza scendere a compromessi, capace di co-

157


Antonio Martino

158

struire una coalizione, un consenso di maggioranza attorno alla propria piattaforma, è essenziale se vogliamo davvero costruire un mondo libero. Per nostra sfortuna, personaggi della caratura della Thatcher e di Reagan sono assai rari, e non possiamo aspettarne un altro. «Finché gli abitanti di un qualsiasi paese riporranno le loro speranze di salvezza politica in un determinato tipo di leadership, la delusione li attenderà dietro l’angolo». Dobbiamo continuare ad affinare le nostre ragioni, a renderle più convincenti, esplorando nuovi modi di accrescere le nostre libertà e, soprattutto, dobbiamo convertire ad esse i nostri politici. NOTE

Quanto segue è una versione condensata di una conferenza tenuta il 24 novembre 1999 alla Fondazione Heritage di Washington. Alla versione intera pubblicata dalla Heritage si rinvia per i riferimenti bibliografici. 1

L’autore

ANTONIO MARTINO Economista e politico. È stato membro del Partito liberale italiano, docente di Economia e preside dell'Università Luiss di Roma. Tra i fondatori di Forza Italia. Eletto alla Camera dei Deputati nel 1994, è stato ministro degli Esteri nel primo governo Berlusconi. Dall'11 giugno 2001 ha ricoperto la carica di ministro della Difesa (governi Berlusconi II e III).

In questa fase di crisi, sono in molti a chiedere più Stato. Ma quando sarà passata la recessione, ci accorgeremo che il mondo non è cambiato, che in Italia le tasse sono ancora troppo alte, il sindacato invadente, il welfare insostenibile. E ci ritroveremo a invocare ancora la rivoluzione liberale.


THATCHERISMO

Perché sono attuali le sue idee

All’Italia serve una Lady di ferro Trent’anni fa, in Gran Bretagna, l’aliquota marginale massima dell’imposta sui redditi personali era del 83%. Insediatosi, il governo conservatore di Margaret Thatcher la ridusse al 60%. Nel 1987, all’ottavo anno di permanenza della Lady di Ferro al numero 10 di Downing Street, l’aliquota arrivò infine al 40%, il livello che conserva attualmente. E così, se in quel 1979 l’1% dei contribuenti britannici più ricchi copriva con le proprie tasse l’11% del gettito dell’imposta sui redditi, oggi quella quota supera abbondantemente il 20%. Pagando meno per ogni sterlina guadagnata, i ricchi pagano di più. L’abbattimento delle aliquote marginali rappresentò un importante stimolo all’offerta di lavoro, alla produttività, all’imprenditorialità. In poche parole, si trattò di un segnale

che il Regno Unito inviò al mondo, candidandosi ad essere (di nuovo) un luogo dinamico e interessante per vivere, investire, rischiare e cercare opportunità. In poche parole, ciò che Londra e la Gran Bretagna appaiono oggi ai nostri occhi di europei continentali. Non era affatto scontato che ciò avvenisse: il Regno Unito degli anni Settanta soffriva di una grave forma di “anemia”. La produttività britannica era drammaticamente più bassa di quella degli altri grandi paesi dell’Europa Occidentale (la Germania e la Francia, anzitutto, ma anche l’Italia), l’inflazione era molto alta, così come il tasso di disoccupazione; il livello di sindacalizzazione dell’economia era ormai patologico, l’intervento statale particolarmente pressante e indirizzato verso settori in forte crisi, quando non decotti. La leadership conserva-

159


Benedetto Della Vedova

160

trice di Edward Heath (al governo il senso anzitutto simbolico e comunidal 1970 al 1974) – nello sforzo di cativo di quel gesto che ai più porispondere alla deriva sindacalista trebbe apparire “fanatico”: a ben dei laburisti – non aveva saputo far guardare, è questo quello che ha di meglio che scegliere una piattafor- spaventato gli avversari della Dama ma corporativa. Per caso o per forza, di ferro, la sua premeditata intenzionel 1975 Margaret Thatcher venne ne di superare il socialismo e lo stataeletta alla guida dei Tory, portando lismo stanandone le contraddizioni, con sé un robusto bagaglio di idee, la sua capacità di contrastare le opidi prospettive culturali frutto di una nioni diffuse e gli interessi radicati, la profonda elaborazione intellettuale, sua leadership forte e spigolosa al sulla cui base ha poi costruito l’azio- servizio di un ideale di governo legne di governo. gero e “anti-eroico”. Trent’anni dopo, «Non esiste la società: ci sono gli in- nel 2009, il cancelliere dello Scacdividui, uomini e chiere Alistair Darling donne, e ci sono le ha presentato una legRaramente un’altra famiglie» era uno ge di bilancio che preslogan “antipatico” esperienza di governo vede l’inasprimento come sanno essere sul reddiè stata così fedele alle dell’imposta solo le verità scoto per i contribuenti sue premesse culturali medio-ricchi, con un mode e lungimiranti, ma fu soprataumento dell’aliquota e intellettuali tutto una rottura dal 40 al 50%. Semetodologica condo le stime del esplicita. Chiamiamola rottura pop- Centre for Economics and Business periana o semplicemente liberale, è Research, se la misura verrà infine difficile trovare in giro per le demo- adottata, il gettito statale si ridurrà di crazie un’esperienza di governo che circa 800 milioni di sterline. In Svizabbia saputo essere così fedele alle zera in molti esulteranno: decine di sue premesse culturali ed intellettuali. migliaia di high-end taxpayer, i ricDurante l’unica visita della Thatcher coni britannici, ripareranno in qualal Conservative Research Depar- che cantone della Confederazione tment, nell’estate del 1975, un relato- per sfruttare la tassazione moderata. re aveva preparato un dotto docu- Il governo britannico di Gordon mento politico sulla middle way che Brown ha intrapreso una strategia avrebbe dovuto ispirare il futuro del tax and spend: non si è limitato agli Partito conservatore. Prima che costui interventi di emergenza per il salvafinisse il suo discorso, la Signora tirò taggio del sistema bancario minacfuori dalla sua borsetta un libro, The ciato dalla crisi globale, ma, presa constitution of Liberty di Friedrich von la rincorsa, ha teorizzato e realizzaHayek, lo sbattè sul tavolo dicendo to in grande stile un ritorno all’inter«This is what we believe». È evidente ventismo pubblico, scaricandone


THATCHERISMO

gli oneri sul deficit pubblico. È pre- li; l’elevata sindacalizzazione della sumibile e auspicabile che Brown dialettica politica, prima che del perda le prossime elezioni. Chi do- mercato del lavoro, è un infausto rivrebbe sostituirlo al potere, David cordo anche per la sinistra laburista. Cameron, è leader di un Partito Comunque si guardi a questa crisi, conservatore che pare aver attenua- difficilmente i sudditi di Sua Maestà to i toni liberali e anti-statalisti, tenta- (ma, in realtà, i cittadini di tutta Euto da un approccio social conserva- ropa) anteporranno un improbabile tive che profuma quasi di socialde- socialismo di ritorno alla visione pragmatica della vita, della libertà mocrazia. Il compassionate conservatorism di e della responsabilità individuale, Cameron segna di tutta evidenza il che pervade la società di oggi, i superamento dall’ortodossia thatche- nostri costumi, le nostre abitudini riana. Ma proprio a partire dall’evo- quotidiane. E il Regno Unito, che trent’anni fa speriluzione dei conservatomentava una fase ri e per meglio collocaIl compassionate di profondo declire il thatcherismo, bisono economico regna chiarire che le rivoconservatorism sterà negli anni a luzioni – siano esse di Cameron segna venire – trovando tecnologiche, sociali, la fine dell’ortodossia in una società economiche o culturali aperta e competi– non sono dei cicli, thatcheriana tiva perché ecoma dei “salti quantici”, nomicamente più radicali mutamenti di paradigma e di scenario che rendo- libera le energie per superare la crino impossibile il ritorno al passato. si del settore finanziario – un traino E gli anni che la figlia del droghiere per l’economia mondiale, in termini ha passato a Downing Street sono di ricchezza prodotta, di produttivila cosa che più si avvicina ad una ri- tà e di innovazione. A differenza di voluzione. L’aumento delle tasse che quanto avveniva in quel lontano il Governo Brown sta per mettere in 1979, non c’è alcuna nuova elabocampo è dannoso e insensato, ma razione teorica nella reazione diriginon è una “restaurazione” o la fine sta dei governi occidentali nella cridi un ciclo per una ragione semplice si attuale, soprattutto non c’è alcuna quanto banale: le aliquote non tor- strategica base anti-thatcheriana, neranno mai al livello del 1979, lo cioè keynesiana e socialista: pare Stato può anche salvare le banche, esserci soprattutto l’improvvisazione entrando nel loro capitale, ma non e la debolezza della politica nei tornerà ad essere il signore incontra- confronti dell’opinione pubblica. Instato del settore finanziario; le priva- somma, non ci sono le condizioni, tizzazioni nei trasporti e nelle utilities almeno finora, perché si possa pensono scelte nella sostanza irreversibi- sare ad una contro-rivoluzione.

161


Benedetto Della Vedova

162

Ma se è non è alle viste una controrivoluzione, che ne è della rivoluzione? Qualcuno ritiene che il thatcherismo sia un fenomeno inattuale, storicamente legato alla parabola del suo “nemico ideologico” socialista. La fine del socialismo (almeno del socialismo “proprietario”, quando non di quello “iper-regolatorio” che è sopravvissuto al primo come erede presentabile e politicamente corretto) segnerebbe quindi anche la fine del thatcherismo. Ma la politica non è un incontro di boxe finito il quale il vincitore e lo sconfitto scendono insieme dal ring e lasciano il posto a due nuovi boxeur. Le rivoluzioni, con i loro successi e i loro fallimenti, segnano la continuità storica e sociale delle istituzioni e della politica, perché anche i cambiamenti più radicali non nascono dal nulla e non finiscono nel nulla. Sia gli avversari storici del thatcherismo, sia i liberali che ne rifiutano l’eredità, non hanno per questo nuovi e migliori riferimenti politici. Non c’è un progetto altrettanto compiuto e altrettanto innovativo e di rottura con il passato: che lo si voglia o no, è ancora con le categorie thatcheriane che ci si deve confrontare. Quando si dice che il pendolo tra Stato e mercato si sta spostando dalla parte dello Stato si dice probabilmente una cosa vera, purché si accetti che il movimento “verso lo Stato” avviene comunque entro nuovi limiti definiti dalla rivoluzione liberista degli ultimi trent’anni. «Ci sono persone nel mio partito – disse in un’occasione la Thatcher –

Friedrich August von Hayek, forse il maggiore teorico liberale del XX secolo, nasce a Vienna l'8 maggio del 1899. Dopo il primo conflitto mondiale consegue la laurea in Giurisprudenza e Scienze politiche presso l’Università di Vienna. La sua formazione si sviluppa grazie alla frequentazione con studiosi di grande caratura intellettuale, quali Friedrich von Wieser e Eugen von Böhm-Bawerk. Nell’ottobre 1921, è proprio Wieser che mette in contatto il giovane laureato con Ludwig von Mises. Quello con Mises è un incontro decisivo, che non tarda ad assumere i tratti dell’amicizia. Non a caso, nelle sue pagine autobiografiche Hayek on Hayek; an Autobiographical Dialogue Hayek dichiara che Mises rappresenta la persona da cui, probabilmente, ha imparato di più. Nel 1927 lo porteranno a dirigere l’Institut für Konjunkturforschung,

che credono nella politica del consenso. Io li considero come Quisling (uno dei più famosi collaborazionisti nazisti in Norvegia, nda), traditori. E dico davvero». Al netto delle frasi ad effetto, questa è probabilmente la differenza più profonda tra l’esperienza thatcheriana e quanto vediamo accadere og-


THATCHERISMO

HAYEK, IL CAMPIONE DEL LIBERALISMO fondato dallo stesso Mises. Su invito di Lionel Robbins si reca in Inghilterra nel 1931, per tenere una serie di lezioni alla London School of Economics. L’anno seguente accetta di operare come ‘Toke Professor’ nel campo delle scienze economiche e statistiche. Nel corso del 1931, inoltre, pubblica il suo primo lavoro intitolato Price and Production. Questo è il periodo in cui Hayek inizia a partecipare pienamente al dibattito sulla pianificazione economica, sostenendo, in forte contrapposizione alle teorie economiche di Keynes, i principi dello Stato liberale e del libero mercato, Il volume The Road of Serfdom gli procura notorietà in quasi tutto il mondo e in maniera particolare negli Stati Uniti, dove le sue idee vengono accolte con entusiasmo e riconosciute nella loro reale validità. Nel 1947, con l’obiettivo di diffondere le idee del liberalismo, Hayek fonda la Mont Pelerin Society.Tre anni dopo si trasferisce negli Stati Uniti, a Chicago. Con l’incarico di professore di Scienza sociale e morale, ha l’opportunità di approfondire lo studio delle scienze sociali. In terra americana nascono opere importanti come The Counter-Revolution of Science e Constitution of Liberty. Nel 1962 diventa professore di Politica economica presso l’Università di Friburgo. Nel 1967 pubblica il volume Studies in Philosophy Politics and Economics. La costituzione dello Stato libe-

rale, la critica alle ingerenze economiche e giuridiche da parte dello statalismo, la “concorrenza” come procedimento di scoperta: questi sono solo alcuni dei numerosi contributi che Hayek propone e inserisce all’interno del dibattito scientifico-economico del XX secolo. Dal 1968 in poi, gli anni della maturità e della vecchiaia vengono spesi per una intensa attività intellettuale, da cui nasce, tra l’altro, l’opera Law, Legislation and Liberty in cui vengono ripresi e approfonditi temi già toccati in passato, come ad esempio le regole dell’ordine spontaneo, la giustizia sociale, la democrazia, il cosiddetto Welfare State. Il liberalismo, per Hayek, non è solo una concezione economica, ma una sorta di “visione-del-mondo” che include una lunga serie di idee e progetti strettamente correlati l’uno all’altro e, in quanto tali, appartenenti ad aree di ricerca che vanno dalla psicologia alla sociologia e alla teoria politica, dal diritto all’epistemologia e via dicendo. In questo senso si può considerare Hayek come un economista che, al contempo, è anche sociologo, giurisperito, politologo, uomo di profonda cultura. Quasi a sorpresa, nel 1974, gli viene conferito il Premio Nobel per l’Economia. Grazie a questo massimo riconoscimento scientifico le idee di Hayek tornano a circolare con rinnovato vigore. Muore a Friburgo, il 23 marzo 1992.

gi nel mondo: da un lato, la forza delle idee al servizio di un progetto di riforma di medio-lungo periodo, da perseguire con tutta l’energia politica possibile; dall’altro, l’ossessione del consenso di breve periodo come leva per una politica dell’emergenza, della straordinarietà, dell’eccezione. In un certo senso,

sbattuto fuori dalla porta dell’economia, Keynes, da questo punto di vista, sembra tornato dalla finestra della politica. In un’epoca in cui tanti inneggiano al “ritorno della politica” come unica soluzione al superamento della crisi, pensando in realtà ad un “ritorno dello Stato”, l’esperienza that-

163


Benedetto Della Vedova

164

cheriana mostra come una politica forte non abbia affatto bisogno di uno Stato forte. Di più, che una politica forte non necessiti di uno Stato tentato dall’onnipotenza: se accettiamo e promuoviamo l’uso della regolazione per garantire (e, dove serve, per ripristinare) condizioni di trasparenza, apertura e concorrenzialità dei mercati e di responsabilità dell’attività d’impresa, non per questo possiamo accettare che gli Stati pensino di “governare” l’offerta e “tutelare” la domanda. Mutatis mutandis, l’Italia soffre oggi di una malattia molto simile al malanno inglese di tre decenni or sono. Prima della crisi, l’Italia si era abituata da un decennio abbondante ad un tasso di crescita quasi nullo, ad una produttività stagnante e ad una frattura profonda della società tra garantiti e outsider, ad una politica catturata da interessi corporativi anti-concorrenziali. Se le cause sono evidenti, le possibili soluzioni note e riconosciute ormai da anni. L’ostacolo non è la comprensione della natura dei problemi italiani né gli attrezzi con i quali affrontarli. Insomma, abbiamo probabilmente la risposta, ma non abbiamo la domanda. Vale a dire, non pare esserci nell’opinione pubblica italiana l’istanza di cambiamento e di rottura necessaria per compiere, anche da noi, un vero salto quantico. Si diceva negli anni Ottanta che, per avere una rivoluzione thatcherianreaganiana, all’Italia mancasse la Magna Carta, la Gloriosa Rivolu-

zione, una costituzione materiale scolpita nella mente dei cittadini e nei comportamenti degli attori istituzionali, una pubblica amministrazione efficiente, una giustizia rapida e certa, un sistema politico semplice. Per un quindicennio abbiamo tentato in Italia, con importanti ma non decisivi risultati, la via delle riforme istituzionali come leva per la modernizzazione del paese, per la stabilizzazione del sistema politico ed il rilancio dell’economia. Alcune riforme sono state realizzate, altre solo abbozzate. Non è cambiato molto, ma qualcosa è cambiato: a differenza di qualche tempo fa, il nostro paese non pare più avere un deficit di leadership politica. E, soprattutto, oggi c’è il Popolo della libertà e (mi piacerebbe dire che) c’è anche il Partito democratico. Ciò che non c’è, o non c’è stato, è il superamento da quella che Antonio Martino definiva ”democrazia acquisitiva”. Sono cambiati in profondità i paradigmi istituzionali, non sono ancora mutati nella sostanza i paradigmi politici. In una società liberale, i margini dell’azione pubblica sono rigorosamente delimitati – potremmo dire mediati – dalla tutela delle iniziative individuali e private e dal rispetto quasi sacrale del taxpayer, il contribuente con le cui risorse si finanzia l’attività pubblica. In una democrazia acquisitiva la prospettiva viene rovesciata: la spesa pubblica diviene lo strumento per l’acquisizione del consenso e la categoria politica del contribuente è quasi assente


THATCHERISMO

dalla dinamica politica, sostituita da quella del “beneficiario” delle prestazioni pubbliche. Decenni di democrazia acquisitiva non hanno prodotto solo l’abnorme debito pubblico che conosciamo. Hanno corrotto il circuito democratico, falsandolo e rendendolo inefficace. In nessuna grande democrazia occidentale, ad esempio, sarebbe stato possibile ciò che in Italia nelle ultime settimane è stato permesso alla Lega Nord: sprecare risorse pubbliche (fissando il referendum in una data diversa dalle elezioni europee) per un interesse manifestamente di parte. Manca Joe the Plumber, insomma, l’elettore che chiede conto alla classe politica sul costo degli interventi pubblici. E allora, che fare? Quando l’economia mondiale supererà la recessione, ci accorgeremo che il mondo non è poi così cambiato e che quindi sarà ancora necessario cambiare l’Italia. E dovremmo prendere atto che il nostro problema nazionale sono le tasse troppo alte, un sindacato invadente, un welfare cannibalizzato dalle pensioni, mercati poco concorrenziali e una pubblica amministrazione inefficiente. Sarà un ritorno al passato. Ci ritroveremo cioè ad invocare una rivoluzione i cui contenuti sono noti da oltre un decennio. Una rivoluzione liberale, l’ha di nuovo chiamata recentemente Silvio Berlusconi: qualcuno ha idee migliori e più promettenti? Ogni epoca ha una sua storia e ogni generazione aspira probabil-

mente a vivere la propria rivoluzione. A volte questo accade, a volte no: i salti quantici sono per definizione imprevedibili. Ma “le” Thatcher, le grandi rivoluzioni politiche e culturali, non sbarcano da Marte. Esse sono il frutto di approfondite elaborazioni teoriche, culturali e politiche, a volte scaturiscono da violente rotture interne, da un’accesa competizione tra impianti programmatici e valoriali distinti e quasi contrapposti che, in Europa, avvengono soprattutto all’interno dei (o intorno ai) grandi partiti-paese che ne guidano la scena pubblica. Sempre si sostengono su leadership forti. Al salto quantico del sistema politico ed economico italiano, auspicabile e necessario quanto lo era quello britannico del 1979, potrebbe mancare poco o molto tempo. Ma oggi che la lunga transizione della politica italiana ha permesso la costruzione di un grande partito moderato e liberale di dimensioni paragonabili (se non superiori) alle grandi forze del centrodestra europeo, abbiamo il “dove” tutto questo potrebbe e dovrebbe avvenire. A noi post-thatcheriani, adulti ma non pentiti, il compito di indicare il “cosa”.

L’autore

BENEDETTO DELLA VEDOVA Deputato dal 2006, membro della commissione Attività produttive della Camera, è presidente di Libertiamo. Europarlamentare radicale dal 1999 al 2004, ha collaborato con Il Sole 24 ore e Corriere Economia. Dal 2003 al 2006 ha condotto la rubrica economica Catallassi su Radio Radicale.

165


Giuseppe Mancini

Le politiche culturali dell’Eliseo

Sarkozy celebra la grandeur Prende corpo il progetto di un museo di storia della Francia per celebrare le glorie transalpine dall’antichità fino a Zidane. E intanto, a Marsiglia, un altro progetto culturale rilancia la vocazione mediterranea di Parigi.


POLITICHE CULTURALI

Il presidente Georges Pompidou rea- tosto che le commemorazioni, la stolizzò il Centro nazionale d’arte e ria e la cultura come strumenti di cocultura, che oggi porta il suo nome, noscenza piuttosto che il turismo culnel centro di Parigi. E tutti i suoi suc- turale. Una politica culturale più dicessori sono stati artefici di un gran- namica, orientata al futuro. de progetto museale, nella capitale A essere incaricato del rapporto, francese, che per ognuno rappresen- nel novembre 2007, è stato Hervé ta il testamento visibile e imperituro Lemoine, conservatore del patrimodella propria politica culturale. E co- nio (una sorta di equivalente francesì, a Valéry Giscard d’Estaing si de- se dei nostri sovrintendenti) e direttove l’idea del Museo d’Orsay, poi re della Città dell’architettura e del inaugurato da François Mitterand; patrimonio: una prestigiosa istituzioallo stesso Mitterand, il progetto del ne – rinnovata e inaugurata proprio Grande Louvre; a Jacques Chirac, da Sarkozy nel settembre 2007 al Pa l az zo di infine, il Museo d’antroChaillot, di fronpologia di Quai Branly. Il progetto del museo te alla Torre EifNicolas Sarkozy ha sedi storia della Francia fel – dedicata guito con entusiasmo ai tesori architetquesta tradizione quancaratterizzerà tonici della Frando, subito dopo la sua la politica culturale cia, dotata di elezione, ha deciso di del presidente Sarkozy spazi espositivi incaricare i ministri della per mostre sulDifesa e della Cultura di preparare un rapporto in vista del- l’architettura contemporanea interl’istituzione di un “Centro di ricerca nazionale e di una ricca biblioteca e con collezioni permanenti dedica- specializzata, attiva in un fittissimo to alla storia civile e militare della programma di corsi e conferenze e Francia”. Un museo di storia della in ambiziosi programmi di ricerca Francia, insomma, per quello che si sulla città del futuro e sul ruolo soannuncia come il progetto caratteriz- ciale dell’architettura. Un luogo di zante della politica culturale di Sar- elaborazione e riflessione, più che kozy. Il presidente francese, infatti, di distratta osservazione; un simboha individuato negli archivi e nei mu- lo dell’attenzione che il presidente sei, da potenziare e da rendere francese e il suo governo riservano sempre più accoglienti (anche per i – non solo nei discorsi ufficiali, ma giovani), le basi di una ritrovata con interventi incisivi e robusti (ancoesione nazionale. Una politica che finanziariamente) – al patrimoculturale, dunque, che si differenzia nio culturale inteso come elemento nettamente da quella di Chirac per- identitario e come punto di partenché privilegia, in termini di attenzio- za per l’elaborazione creativa – arne e di investimenti, la storia piutto- tistica, architettonica, urbanistica. sto che la memoria, le ricerche piut- Nel suo rapporto, pronto nel feb-

167


Giuseppe Mancini

168

braio 2008 e reso pubblico poi ad di «una visione generale sul proprio aprile, Lemoine ha proposto di passato. Non un discorso unico, ma adottare il nome di Maison de l’hi- un luogo dove sperimentare differenstoire de France; ha indicato come ti concezioni della storia francese, sede l’Hôtel National des Invalides, anche se sono contradditorie». Un edificio che oltre alla tomba di Na- museo di seimila metri quadrati, per poleone sotto la cupola dorata e a metà riservato alle collezioni permaun ospedale militare già ospita al- nenti e per l’altra metà aperto a cuni musei – tra cui uno di storia del grandi mostre anche internazionali Novecento, con una ricca dotazio- legate all’attualità della ricerca storine di documenti, foto, poster; si è ca (e internazionale dovrà essere, scagliato contro l’eccesso di com- secondo Lemoine, anche il comitato memorazioni e soprattutto contro le scientifico della Maison de l’histoileggi sulla memoria (sulla schiavitù, re); un progetto realizzabile in un quinquennio, dal sul genocidio degli costo molto approsArmeni, sull’OlocauGli studi storici devono simativo di 15-18 sto) recentemente milioni di euro (più, adottate in Francia, essere fondamento ov via m e n t e, u n sotto la presidenza dello spirito civico budget annuale per Chirac; ha auspicato per i giovani francesi la gestione e il funun rinnovamente degli studi storici come zionamento). e immigrati fondamento delle Il 13 gennaio, in spirito civico e ceun discorso a Nîmento della nazione, di cui dovran- mes in cui ha tratteggiato gli obietno beneficiare più di ogni altra ca- tivi della sua politica culturale, Sartegoria i giovani e gli immigrati che kozy ha annunciato che il progetto aspirano a diventare autenticamen- della Maison de l'histoire de la te francesi. Il compito primario del- France verrà presto realizzato, sela Casa della storia, secondo le in- guendo l'impostazione del rapporto dicazioni di Lemoine, sarà quello Lemoine. Sulla sede, però, ancora di stabilire – da parte di storici di non è stata presa una decisione; e ogni tendenza politica e scuola sto- infatti, il ministro della Cultura Chririografica – un nucleo condiviso di stine Albanel, il 16 febbraio, ha inconoscenze storiche sulla Francia, caricato lo storico Jean-Pierre Rioux per poi diffonderlo attraverso meto- (esperto di storia poltica e culturale di didattici innovativi e multimedia- francese del XIX e XX secolo) di preli: sia nella sede centrale, sia sfrut- parare un rapporto sui cinque siti tando la rete di musei storici locali che meglio si presterebbero ad acgià esistenti sul territorio (quelli cen- cogliere il museo: ovviamente l'Hôsiti sono circa 900). tel National des Invalides già indiPer Lemoine, la Francia ha bisogno cato da Lemoine; il castello di Fon-


POLITICHE CULTURALI

tainebleau, patrimonio dell'umanità due siti che già ospitano un museo dell'Unesco, che ospita un museo di storia della Francia, l' Hôtel de sulla sua storia; il castello fortificato Soubise e il castello di Versailles, la di Vincennes nei pressi di Parigi, cui esistenza è il motivo della prima uno dei più grandi d'Europa, in cui e più scontata critica verso il progetsi trova il servizio storico del ministe- to di Sarkozy: a cosa serve un muro della Difesa con biblioteca e ar- seo di storia della Francia quando chivi (è stato immediatamente costi- ce ne sono già due? Ma a questa tuito un comitato di sostegno per critica aveva già preventivamente riquesta opzione, presieduto dal sin- sposto Hervé Lemoine nel suo rapdaco); l'Hôtel de Soubise, a Parigi, porto, sottolineando che questi due che già ospita il Museo di storia de- musei appartengono a una visione gli Archivi nazionali; il castello di passata della Francia, parziale e di Versailles, sede del Museo di storia parte, e che l'approccio museografico che li ha ispirati della Francia istituito è ampiamente sunel 1837 dal re LuiIl progetto dell’ex perato e privo di atgi Filippo e dedicatrattive per il pubblito a “tutte le glorie ministro Aillagon co, soprattutto per i della Francia”. Il proamplierà la galleria giovani. La posiziofessor Rioux, come delle glorie francesi ne di Lemoine è previsto, ha consecorretta, persino gnato il 30 aprile il fino al XXI secolo banale; ma rispetto suo rapporto che a quando il rapporverrà reso pubblico, però, solo dopo che il presidente to è stato preparato, nel febbraio Sarkozy avrà preso la decisione de- 2008, c'è una novità: l'ambizioso finitiva. Dalle prime indiscrezioni, progetto di Jean-Jacques Aillagon, comunque, pare che tra i 15 siti vi- ex ministro della Cultura e presidensitati e studiati (Rioux era autorizzato te dell'ente pubblico che si occupa dalla lettera di missione ad aggiun- della tutela e della valorizzazione gerne altri) quelli che hanno ricevuto del castello e del parco di Versaili migliori apprezzamenti sono l'Hô- les, per una ristrutturazione radicale tel National des Invalides, il castello del suo museo. Un museo basato su di Vincennes, il castello di Fontaine- una ricchissima collezione di 6000 bleau, il Grand Palais (costruito in quadri e 1500 sculture, che rappreoccasione dell'esposizione univer- sentano i personaggi e gli accadisale del 1900 sugli Champs Elysé- menti salienti della storia di Francia, es e oggi sede di grandi mostre) e il dai Merovingi al trattato di Versailles del 1919. Grazie al recupero di Palais de Chaillot a Parigi. Rioux avrebbe pertanto sconsiglia- spazi precedentemente occupati da to, come sede della futura Maison uffici, il museo verrà ampliato, accode l'histoire de la France, proprio i glierà opere oggi tenute nei magaz-

169


Giuseppe Mancini

170

zini, subirà un ripensamento per of- ché nel rapporto Lemoine si parla frire una lettura critica delle opere e espressamente della pluralità delle percorsi non solo cronologici ma interpretazioni offerte, dell’uso di anche tematici. Ma Aillagon vuole strumenti divulgativi innovativi, della andare oltre e completare fino al dimensione anche internazionale XXI secolo la galleria delle glorie del museo. nazionali, con ritratti anche fotogra- Del resto, è di natura prettamente infici di politici, artisti, personaggi ternazionale l’altro grande progetto dello sport come Zinedine Zidane. museale in cui è attualmente impeNon un progetto rivale, ma proba- gnato il governo francese e al quabilmente una buona base di parten- le lo stesso Sarkozy ha riservato una za per la Maison de l'histoire de la menzione speciale nel discorso di France, nonostante l'esclusione ap- Nîmes e ingenti stanziamenti (8,5 parentemente consigliata dal pro- milioni di euro supplementari) nell’ambito del piano fessor Rioux. di rilancio dell’ecoLe altre critiche sono Il Mucem a Marsiglia nomia francese: il invece di natura menascerà con lo scopo Museo delle arti e todologica e professionale, o più diretdi esplorare i rapporti delle civiltà d’Europa e del Mediterratamente politica: anfra l’Europa e gli altri neo (noto anche coche se, nella maggior parte dei casi, i Stati del Mediterraneo me Mucem), che è in costruzione a due aspetti si conMarsiglia scelta cofondono. Lo storico Nicolas Offenstadt, ad esempio, me capitale europea della cultura contesta la natura nazionale del mu- nel 2013 e che verrà inaugurato seo, quando il quadro di riferimento con una grande mostra. Un museo politico e culturale della società etnografico che ospiterà le colleziofrancese di oggi è almeno europeo, ni del disciolto Museo nazionale se non mondiale; Gérard Noiriel, delle arti e delle tradizioni popolari dell’Ehess, non sopporta che s’inve- del Bois de Boulogne di Parigi, ma stano somme ingenti in un progetto che valicherà i limiti ristretti del vecpoliticamente orientato proprio men- chio museo della società tradizionatre la ricerca – quella indipendente le e avrà la vocazione di esplorare (cioè, quella politicamente orientata – con un approccio culturale e contro Sarkozy) – subisce pesanti scientifico orientato alla multidisciplitagli; mentre Jean-Noël Jeanneney, narietà – i rapporti tra l’Europa e gli ex presidente della Biblioteca na- altri stati del Mediterraneo. Un muzionale e uomo politico socialista, seo che, progettato da Ruddy Riciotse la prende con l’idea stessa che ti, sarà costituito da due poli anche la storia debba avere una funzione fisicamente uniti, il forte di Saint-Jeidentitaria. Critiche ingenerose: per- an e il molo J4 del porto della Joliet-


POLITICHE CULTURALI

171

te: uno dedicato alle mostre e ai dibattiti, l’altro alla conservazione, alla ricerca, alla pedagogia. Un luogo fatto di collezioni, quindi, ma anche di spazi dedicati all’incontro e al dialogo dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo, alle loro tradizioni artistiche contemporanee, a tutto ciò che unisce il Nord al Sud, l’Occidente all’Oriente – un Mediterraneo non unicamente europeo di cui la Francia vuole diventare il centro non solo politico (con l’Unio-

ne per il Mediterraneo) ma anche culturale. Non sono però solo i musei gli strumenti culturali che forgiano la coscienza nazionale e danno sostanza e profondità alla cittadinanza formale. Gli archivi hanno, se possibile, un ruolo ancora più importante, preliminare, di conservazione di tutti quei documenti – pubblici ma anche privati – che rendono possibile l’attività di ricerca degli storici. E anche agli archivi il presidente Sar-


Giuseppe Mancini

172

kozy sta riservando attenzioni e fon- stazioni di consultazione ai ricercadi cospicui, come quelli contenuti tori. E di come rendere di più facile nel piano di rilancio preparato dal accesso gli archivi storici – pubblici primo ministro François Fillon. Innan- e privati – si occupa la nuova legge zitutto, i più importanti archivi fran- sugli archivi. I punti salienti sono tre: cesi – quelli del ministero degli Este- innanzitutto, viene sancito il princiri e quelli nazionali di Parigi – pio della libera accessibilità dei doavranno presto delle nuovi sedi, ap- cumenti (ad eccezione dei casi, inpositamente costruite. Sedi decen- dividuati dalla legge, di segreto di trate, accoglienti, funzionali, pensa- Stato e di privacy); inoltre, l’intervalte per consentire ai ricercatori di la- lo di tempo dopo il quale i docuvorare nel migliore dei modi. Gli ar- menti diventano automaticamente chivi del Quai d’Orsay stanno già accessibili è stato ridotto a 25 anni; traslocando nella nuova sede di La infine, viene estesa la possibilità di Courneuve, nel nord deroghe per i docudella capitale: una menti ad accessibiliLa politica culturale cittadella della cultutà limitata. Sempre del presidente Sarkozy a vantaggio degli ra progettata da Henri Gaudin – con studiosi, della ricerdestina attenzione tanto di auditorium, ca, della conoscene fondi cospicui spazi per mostre e za. seminari, biblioteca Conoscenza che è anche agli archivi specializzata – che l’unico antidoto alla è in costruzione dal deriva memoriale e 2006 e che verrà inaugurata tra commemorativa che ha colpito la pochi mesi anche grazie ai nuovi Francia durante la presidenza Chistanziamenti; un vero e proprio “po- rac: da una parte, la cosiddetta polo diplomatico” che raccoglierà tut- litica del pentimento, duramente to il materiale oggi disperso in 10 contestata da Sarkozy, che ha pordiversi siti, alcuni dei quali di diffici- tato all’istituzione tra il 1999 e il le accesso. Sempre nella stessa zo- 2006 della giornata di commemona di Saint-Denis, a Pierrefitte-Sur- razione dell’abolizione della schiaSeine, sono in fase di realizzazione vitù (il 10 maggio, data di adozio– su progetto di Massimiliano Fuk- ne nel 2001 della legge Taubira, sas – i nuovi Archivi nazionali, che che riconosce la schiavitù – quella raccoglieranno tutti i documenti pro- del passato – come crimine contro dotti dallo Stato centrale a partire l’umanità), o della giornata della dal 1790, che raggrupperanno il memoria dedicata alle vittime dei materiale già dislocato in 5 diversi crimini razzisti e antisemiti dello Stasiti, che avranno a disposizione to francese (cioè, del governo di Vicentinaia di chilometri lineari di chy durante l’occupazione nazista); scaffalature, che offriranno 320 po- dall’altra, la proliferazione delle


POLITICHE CULTURALI

giornate in ricordo dei morti “per la Francia” in Indocina, degli harkis, dei combattenti in Algeria, Marocco e Tunisia (e anche i resistenti vorrebbero una giornata a loro dedicata). Una commissione di 18 membri, presieduta dallo storico André Kaspi (specialista della storia degli Stati Uniti), è stata incaricata nel dicembre 2007 di riflettere sulla possibile modernizzazione delle commemorazioni pubbliche: di studiare, cioè, delle contromisure all’inflazione memoriale. Nel rapporto, reso pubblico nel novembre 2008, vengono evidenziati i rischi che questa proliferazione inarrestabile delle commemorazioni comporta: la banalizzazione, la perdita del significato storico, l’eccessiva specificità di eventi che riguardano comunità ristrette. «Non è ammissibile – sostiene la commissione Kaspi – che la nazione ceda agli interessi comunitaristi e che si moltiplichino le giornate “del pentimento” per soddisfare un gruppo di vittime, perché si indebolirebbe la coscienza nazionale, si darebbe vita ad altre richieste e si diluirebbe l’importanza delle commemorazioni». La soluzione individuata è semplice: ridurre il numero delle commemorazioni, accorpandole in 3 giornate solenni – l’8 maggio, in cui commemorare tutti gli accadimenti legati alla seconda guerra mondiale, che celebra la vittoria sul nazismo e sulla barbarie (in chiave quindi anche continentale); il 14 luglio, che esalta i valori della Francia repubblicana; l’11 novembre, in cui si celebra la fine della

Grande guerra (l’armistizio), per commemorare tutti i morti del passato e del presente. E la commissione ha anche suggerito di utilizzare queste 3 ricorrenze solenni per accogliere, nei municipi, i nuovi cittadini francesi: sottolineando così che la nazione francese è un progetto aperto, inclusivo, basato sulla conoscenza del passato ma proiettato nel futuro.

173

L’Autore

GIUSEPPE MANCINI Esperto di relazioni internazionali, giornalista e storico, dottorando di ricerca dell'Istituto italiano di Scienze umane con uno studio sulla politica estera di Francia e Italia negli anni Cinquanta e Sessanta.


Emanuela Melchiorre

Nucleare o rinnovabili? Le incognite dell’energia che verrà ista l’insostenibilità a lungo termine della dipendenza dal petrolio, si fa sempre più largo l’ipotesi di un rilancio del nucleare, tra le proteste di chi preferirebbe puntare su un’energia apparentemente ecocompatibile.

V

174

Questi ultimi tre anni della prima decade del secolo saranno ricordati come quelli che hanno visto lo scoppio della crisi finanziaria ed economica più grave nella storia, ancor più della Grande Depressione degli anni Trenta, per la vastità degli effetti negativi, diretti e indiretti, che la speculazione selvaggia ha prodotto in tutti i paesi, siano essi industrializzati o emergenti, e in tutti i settori produttivi. Infatti, nell’agosto del 2007 vi è stato lo scoppio della bolla speculativa detta erroneamente dei subprime, ma che in realtà ha avuto radici nella speculazione del mercato immobiliare e, a onor del vero, ancora più remote nel tempo e risalenti alla bolla speculativa clintoniana della new economy negli anni Novanta.

Nell’autunno del 2008 vi è stato poi lo scoppio delle bolle speculative del petrolio e dei generi alimentari con il progressivo avvitamento finanziario, fino al fallimento e il salvataggio di alcuni grandi istituti d’affari, assicurazioni comprese, con ripercussioni a livello mondiale in tutti i sistemi finanziari e creditizi. Naturale quindi che la crisi abbia colpito l’economia reale, partendo dal settore automobilistico e dall’industria edilizia, con i loro indotti, per proseguire ad altri rami dell’attività economica. Non è dato sapere quanto la recessione ancora durerà o se si trasformerà in depressione con milioni e milioni di disoccupati. I più ottimisti sostengono che solo durante l’ultimo trimestre del 2009 si comince-


ENERGIA

175


Emanuela Melchiorre

176

ranno a vedere i primi segnali di ri- vien per nuocere”, la crisi odierna presa. È vero che, a differenza di ha indotto i governi ad approntare quanto avvenne nella crisi del con una certa enfasi politiche di di1929-34, questa volta i governi dei versificazione della produzione di paesi del G7 hanno reagito pronta- energia. Si è preso atto che la dimente alla crisi, con interventi diretti pendenza dal petrolio è divenuta a sostegno del settore creditizio, ormai una situazione difficilmente con la nazionalizzazione a più ri- sostenibile, perché soggetta a represe e a più livelli delle banche na- pentine e frequenti crisi, dovute non zionali, eccezion fatta per l’Italia, già alla mancanza di disponibilità e, in seconda battuta, a sostegno della materia prima, che al contradel settore automobilistico in forte rio si trova in quantità abbondante crisi in tutto il mondo. Tali interventi sul nostro pianeta, quanto piuttosto però sono stati compiuti in modo di- all’atteggiamento speculativo al sorganico, nonostante i ripetuti ap- quale il mercato del greggio è sogpelli al coordinamento internaziona- getto periodicamente. È fuori di dubbio che senza le delle politiche ecouna regolamentanomiche nazionali fatLa dipendenza zione dei mercati ti in occasione dei nudal petrolio è ormai finanziari che scomerosi incontri internaraggi o, ancor zionali, che in pochi insostenibile perché meglio, che impemesi si sono susseguiti soggetta a continue disca ogni forma a vari livelli. La disore repentine crisi di speculazione, ganicità degli internon sarà possibile venti rischia di creare spinte protezionistiche, di cui si scor- uscire dall’attuale fragile situazione gono segnali negli Stati Uniti con la che vede il formarsi di bolle speculoro clausola buy american, e in lative finanziarie a ripetizione che Francia con il sostegno pubblico al investono di volta in volta mercati e settore automobilistico alla condi- prodotti con ripercussioni a livello zione che le industrie non localizzi- globale. Vale infatti la pena di citare l’attuale rigonfiamento della bolno gli impianti in altri paesi. Se la crisi economica ha avuto e la speculativa sul mercato dell’oro e continua ad avere effetti negativi quella appena esplosa nel mercato molto vasti e oggi di difficile deter- delle opere d’arte. minazione, dal canto loro i governi In attesa che il Fondo monetario indei paesi avanzati hanno iniziato a ternazionale, le Banche centrali, improntare politiche economiche di quelle nazionali e il Financial stabilisostegno e di sviluppo che altrimen- ty forum, pongano in essere una seti sarebbero state disattese. In certo rie di regole e di controlli che impequal modo si può dire che, come discano la speculazione (come ad recita il noto detto, “non tutto il male esempio il divieto delle operazioni


ENERGIA

connessa indissolubilmente con lo sviluppo economico di un paese, si può affermare che ridurre in modo incondizionato la produzione di CO2 rischia di compromettere la crescita di un paese. In particolare, come si è scritto sulla rivista Finanza Italiana1, posto che l’Unione europea è un insieme disomogeneo di economie con diversi livelli di sviluppo e dinamicità, si è sostenuto che Il piano energetico europeo imporre un piano di rientro dalle A livello sovranazionale, l’Unione emissioni inquinanti che sia uguale europea, già nel 2000, sulla scia per ogni paese significa imporre della combinazione degli alti prez- sforzi diseguali. In virtù di tale valuzi dell’energia e delle preoccupa- tazione e con l’incalzare della crisi finanziaria, l’apzioni in merito al riscalprovazione del damento globale, aveIl presidente Obama 20-20-20, va elaborato il pacin campagna elettorale piano secondo la sua chetto clima/energia, aveva promesso formulazione orinoto come 20-20-20, in seguito alla constacinque milioni di posti ginaria è stata contrastata dal tazione che i parametri di lavoro ecologici governo Berluscodi Kyoto non sono stati ni, che riteneva soddisfatti. Lo slogan 20-20-20, come è noto, sta a indi- tale piano inadatto all’evolversi degli eventi finanziari ed economici, e care che con tale piano si intende: aumentare del 20% la produzione proprio grazie all’intervento italiano di energia con fonti rinnovabili; au- il piano europeo è stato riesaminato mentare del 20% l’efficienza ener- e i suoi parametri sono stati resi flesgetica rispetto alle proiezioni del sibili e soggetti a revisione nel tem2020; ridurre del 20% le emissioni po. di gas serra rispetto ai livelli del Il piano energetico del presidente 1990. Pertanto, il piano prevede incentivi Barack Obama per la conversione della produzio- Il presidente Usa Barack Hussein ne energetica a favore delle fonti Obama aveva promesso in camparinnovabili, considerata la via più gna elettorale la creazione di 5 mirapida per raggiungere l’obiettivo lioni di nuovi posti di lavoro nel budichiarato. siness verde, ossia negli incentivi alPartendo dalla considerazione, pe- la produzione di energia da fonti rò, che la produzione di energia è rinnovabili, e investimenti per 15 in Borsa allo scoperto), è importante fin da subito rimettere in moto i sistemi produttivi anche attraverso nuovi rapporti di collaborazione tra i vari paesi, come ad esempio ha fatto il governo Berlusconi, che ha firmato, nell’agosto scorso, l’accordo con la Libia per garantirsi quantitativi di greggio e di gas abbondanti e a prezzi costanti.

177


Emanuela Melchiorre

178

miliardi di dollari l’anno a partire Questo assunto però perde di qualdal 2009. L’obiettivo finale sarebbe siasi significato, come ha fatto nodovuto essere quello di azzerare le tare Franco Battaglia in un suo reimportazioni di petrolio dal Medio cente articolo comparso su Il GiorOriente e dal Venezuela entro il nale, se si considera il problema 2015. Come ha dimostrato nei due della produzione di energia da un mesi che sono intercorsi dal momen- punto di vista economico. Infatti, to del suo insediamento ad oggi, assicurare la produzione nazionale con i dazi all’import dell’acqua mi- di energia utilizzando fonti che prenerale (poi revocati), dell’acciaio e sentano costi più alti rispetto a di alcuni generi alimentari di interes- quelle tradizionali, aggraverebbe se europeo (ancora attivi), il nuovo non poco il costo di produzione di presidente americano ha dimostrato qualsiasi azienda che perderebbe, di prediligere di gran lunga l’autar- quindi, la sua competitività sul mercato. Ciò vale per chia al libero comsettore e mercio. Non stupiLa crescita economica qualsiasi per qualsiasi prosce, quindi, che andi un paese deriva d o t t o, p o i ch é che e soprattutto nel l’energia è un bene campo energetico, dalla disponibilità strumentale alla settore tra i più stradi energia produzione di tutti tegici se non il più gli altri beni. strategico di un a costi contenuti In definitiva, come qualsiasi sistema economico, egli abbia l’ambizione lo stesso Battaglia2 sottolinea, si di produrre entro i confini federali la può affermare che lo sviluppo di quantità di energia per l’intero fab- un paese, in termini di crescita ecobisogno nazionale. nomica, è subordinato alla dispoSecondo il piano menzionato, ne- nibilità di energia a costi contenuti. gli Stati Uniti l’occupazione dovreb- Se si confronta la struttura dei costi be aumentare in virtù del fatto che delle diverse fonti energetiche è le fonti rinnovabili richiedono un nu- lampante la scarsa convenienza mero maggiore di addetti rispetto del fotovoltaico e del solare termialle altre fonti tradizionali (per pro- co che rappresentano le fonti enerdurre energia da eolico o fotovol- getiche più onerose nell’ambito taico occorre, come dicono gli dello spettro di tutte le alternative esperti, un numero di addetti dieci possibili, in assenza di sussidi pubvolte superiore a quello che occorre blici (tabella 1). per la produzione da carbone o Pertanto, se questo tipo di energie nucleare). Incentivando, quindi, le non è economicamente autosuffi“fonti verdi”, secondo la visione del ciente senza significative sovvenziopresidente Hussein Obama si do- ni, la capacità di creazione di posti vrebbe stimolare l’occupazione. di lavoro non dovrebbe essere una


ENERGIA

caratteristica sufficiente per concentrare le risorse prelevate dai contribuenti.

Gli inconvenienti e il potere inquinante delle fonti rinnovabili Come è ampiamente illustrato da Michael C. Lynch, nel suo volume The Future of Energy. Should governments encourage the development of alternative energy source to help reduce dependence on fossil fuels?3 vi è un’ampia varietà di problemi che solitamente viene ignorata quando si considerano le fonti rinnovabili: occorre una immensa disponibilità di terreni per il fotovoltaico; l’impatto sulla produzione alimentare con il bioetanolo; l’intermittenza della fornitura con l’eolico e il fotovoltaico; e, infine, i loro effetti inquinanti. L’etanolo, ad esempio, secondo

quanto sostiene Lynch, ha una serie di conseguenze negative, fra le quali l’elevato fabbisogno energetico sia per i fertilizzanti, sia per la sua trasformazione e sia ancora per il suo trasporto. Inoltre, il biofuel, secondo l’autore, ha un impatto sui prezzi dei prodotti alimentari, anche se non lo si può considerare la causa dell’impennata dei prezzi dei generi alimentari del 2007 che ha creato serie difficoltà alle economie avanzate e ha rafforzato il problema della fame nei paesi poveri. Per di più, il carburante a etanolo, sempre secondo l’autore, porta con sé una varietà di sostanze inquinanti (elevati livelli di acetaldeide e formaldeide, maggiori rispetto alla benzina normale, ma anche maggiori composti organici volatili). Le celle fotovoltaiche, dal canto loro, conclude l’autore, possono contene-

179


Emanuela Melchiorre

180

re dei materiali pericolosi che possono essere rilasciati in caso di incidenti, mentre gli impianti per la concentrazione del solare di solito usano petrolio o sali fusi, e quasi tutti gli impianti richiedono sostanze come lubrificanti e fluidi idraulici. Inoltre, le fonti energetiche alternative, oltre che essere tutt’ora antieconomiche (Franco Battaglia, in un suo recente articolo comparso su Il Giornale, afferma, infatti, che un impianto eolico di 24 GW di potenza costa circa 24 miliardi di euro, mentre un impianto di tipo convenzionale tra i più costosi, quello nucleare, che sia capace di produrre 24 gigawatt di potenza, costa

circa 2 miliardi di euro, ossia appena un dodicesimo degli impianti eolici4), presentano anche notevoli limiti tecnici tali che di fatto ne condizionano la diffusione. Ad esempio, il fotovoltaico e l’eolico sono fonti che non garantiscono la stabilità nell’erogazione dell’energia, come più volte sostenuto da Franco Battaglia in numerosi articoli pubblicati sempre su Il Giornale, nel momento in cui viene meno il sole o il vento per un periodo di tempo prolungato. Richiedono, pertanto, che rimanga comunque in funzione il circuito della produzione di energia da fonti tradizionali con il risultato, quindi, di un aggravio considerevole dei


ENERGIA

costi di produzione. La predilezione per il petrolio, gas, nucleare e carbone rispetto alle altre fonti energetiche è invece da ascrivere alla disponibilità di tali fonti e alla completezza del loro mercato, in termini sia finanziari sia distributivi. Eppure, molti sostengono che le energie rinnovabili siano la risposta al problema degli alti costi dell’energia, che dureranno a lungo e saranno crescenti nel tempo. Pertanto, secondo questa tesi le energie rinnovabili diventeranno col tempo economicamente più convenienti. Il problema del prezzo crescente del petrolio, in virtù di considerazioni relative alla teoria sul “picco di produ-

zione”, è un tema ricorrente, confutato però dall’evidenza che la quantificazione totale di petrolio sul pianeta è di incerta determinazione e ancora ben lungi dall’essere esaurita, vista anche la scoperta continua di nuovi giacimenti economicamente sfruttabili. Il Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma del 1972 aveva atterrito l’opinione pubblica mondiale, sostenendo che il petrolio sarebbe durato solo per altri 30 anni. Eppure questo limite stabilito a tavolino dagli “esperti” catastrofisti, che secondo alcuni erano interessati a far aumentare il prezzo del greggio, è stato ampiamente superato e quest’anno sarà addirittura inaugurato lo sfruttamento del giacimento di Tupi, nella Baia di Santos, in Brasile, che si estende per 350 mila chilometri quadrati (più della superficie dell’Italia) di fronte alla costa brasiliana che va da Curitiba, a San Paolo a Rio de Janeiro. Il giacimento, scoperto recentemente, ha dimensioni paragonabili all’intera disponibilità russa. Come era accaduto nel 1973-’79, anche questa volta l’aumento del prezzo del greggio è stato determinato non già dalla disponibilità di petrolio e dalle quantità immesse sul mercato, ma dalla speculazione. Era nell’ordine naturale delle cose che la bolla speculativa scoppiasse e che si intervenisse in Borsa vietando, ad esempio, le vendite allo scoperto e disciplinando i futures, per ricondurre il prezzo del greggio a un livello coerente con il potere d’acquisto del dollaro, tenuto conto

181


Emanuela Melchiorre

182

del suo deterioramento, vale a dire purtroppo rimane un problema per un prezzo odierno tra i 40 e i 50 le future generazioni, come dimostrano le vicende del progetto ancodollari al barile5. Per superare la grave empasse mon- ra soltanto sperimentale denominadiale occorre, oltre che bloccare to Iter (International thermonuclear per tempo l’insorgere delle bolle experimental reactor), oggi in via di speculative, elaborare un quadro costruzione nel sud della Francia, in normativo certo e stabile a livello pieno accordo con gli altri partner nazionale e internazionale, come internazionali (Cina, Ue, Giappopiù volte chiesto dall’Associazione ne, Russia, Corea del Sud e Usa). italiana nucleare (Ain), che consen- La costruzione durerà almeno dieci ta ai vari governi di implementare le anni e produrrà energia a partire loro politiche energetiche, ricorren- dal 2035. La fusione nucleare, si do al giusto mix di fonti, che attri- dice con un certo ottimismo, pobuisca un ruolo imtrebbe diventare una realtà non priportante alla produLe sperimentazioni ma della seconda zione nucleare di sulla fusione nucleare metà di questo seenergia, caratterizcolo. Il progetto Iter zata da costi comhanno avuto un è l’ultimo passo di patibili con l’efficienimportante contributo una lunga serie di za economica e con s p e r i m e n t az i o n i emissione zero di dalla ricerca italiana scientifiche iniziata CO2. Ciò non toglie che si possa fare ricorso a un uso nei primi anni Novanta. razionale e quindi economico delle Le sperimentazioni sulla fusione nufonti rinnovabili, tra cui le biomasse cleare hanno avuto un importante e i termoconvertitori, ma anche po- contributo dalla ricerca italiana, spetenziando il sistema idroelettrico, cie grazie agli istituti Infn (Istituto nagià presente in larga parte anche zionale di fisica nucleare) e Enea sul territorio italiano e il sistema geo- con sedi a Frascati (Roma). Questo termico, presente in Toscana fin dal- testimonia il fatto che in Italia vi siala metà dell’Ottocento, con le cen- no ancora le eccellenze nell’ambito trali geotermiche di Pisa, Siena e della ricerca che resistono all’impulso di andare all’estero, presso istituti Grosseto. maggiormente finanziati e noti, per preservare un livello di conoscenza La fusione nucleare, la sfida e di ideazione entro i confini naziodel terzo millennio Indubbiamente, non dobbiamo ab- nali. Il problema della “fuga dei cerbandonare la ricerca per le nuove velli” non riguarda esclusivamente il fonti, tra cui l’energia da fusione, os- settore della sperimentazione nusia utilizzando lo stesso processo cleare, ma tutti gli ambiti della ricerpresente nelle stelle e nel Sole, che ca scientifica ad alti e altissimi livelli.


ENERGIA

La sfida per il nostro paese e per struiscano e gestiscano le centrali e l’attuale governo non sarà soltanto gruppi di grandi consumatori che quella di reintrodurre il nucleare co- possano beneficiare di forniture me produzione energetica, dopo il concordate sulla base di un contratdisastroso referendum del 1987, ma to pluriennale a prezzi prefissati. anche e soprattutto quella di favorire Introdurre il nucleare in Italia signifil’insieme delle condizioni economi- ca agire fin da subito indirizzando che e relazionali essenziali per con- l’opinione pubblica, ossia, come si servare il patrimonio nazionale di usa dire, gestendo il consenso sia a conoscenze tecniche e scientifiche, livello nazionale, sia a livello locale, e quello di attirare dall’estero i ricer- mediante una corretta informazione catori italiani emigrati in tempi pre- sui rischi connessi alla produzione cedenti. Inoltre, la ricerca tecnica e energetica e allo stoccaggio delle scientifica non può prescindere dal- scorie radioattive. Inoltre, poiché gli investimenti in matela sua immediata ria di produzione applicazione induL’introduzione del nucleare hanno una striale. A tal fine nucleare in Italia passa ricaduta in termini l’Università e i centri di ricerca nazionali da un’azione mirata che economici e di rischi che travalica l’arco dovranno agire in sigestisca il consenso di una singola leginergia con le impreslatura, introdurre il se utilizzatrici. dell’opinione pubblica nucleare in Italia significa anche impegnarsi a livello Il nucleare italiano Il recente accordo sottoscritto dal intergenerazionale, come ha fatto governo Berlusconi con il presiden- notare il viceministro Adolfo Urso inte francese Sarkozy permetterà lo tervenuto al convegno “Presupposti scambio di know how tra il nostro per il programma elettronucleaere paese e la Francia per implementa- nazionale” del 19 marzo scorso, re 4 centrali nucleari di terza gene- considerando tale scelta come una razione sul territorio italiano. Attual- opzione ormai necessaria e irreversimente, occorrono almeno dieci an- bile. Ripensamenti comporterebbero ni per la costruzione di una centra- costi estremamente elevati in termini le nucleare di terza generazione. di efficienza economica e di credibiTramite l’accordo sottoscritto si vuo- lità a livello internazionale. Pertanto, le tentare di accorciare tale perio- la gestione del consenso non dovrà do e di ridurre, quindi, il ritardo ita- essere solamente riferita all’elettoraliano. Il governo, per costruire le to, ma anche rivolta a tutta la classe nuove centrali nucleari, ha elabora- politica, al fine di consolidare una to un modello di finanziamento ca- coscienza sociale stabile nel tempo. pace di attirare gli investitori grazie Utile a tal proposito sarà l’operato a un consorzio di imprese che co- delle associazioni ambientaliste che

183


Emanuela Melchiorre

184

si sono mostrate favorevoli al nucleare in Italia, allargando le fila del “nuovo ambientalismo”, che solo di recente ha cominciato a muovere i suoi primi passi. A proposito della tutela della sicurezza della popolazione e dell’ambiente e per facilitare anche il consenso nei confronti di una transizione dalla produzione energetica da idrocarburi a quella nucleare, sarà utile individuare e realizzare per tempo un sito di stoccaggio nazionale che convogli i residui di produzione dei quattro reattori programmati e, al tempo stesso, implementare l’Agenzia della sicurezza nucleare che si avvalga dell’autorevolezza di un avallo governativo6. In materia di sicurezza nucleare, interverrà anche la direttiva comunitaria, ancora in corso di ideazione (Sec 2008 2892 2893). È comunque illusorio credere che la produzione di energia nucleare in Italia possa essere realizzata in modo del tutto autarchico. È essenziale, invece, inserirsi a pieno titolo nella ricerca a livello europeo. Infine, realizzare centrali nucleari per sostituire le importazioni di prodotti energetici, la cui bolletta italiana, ossia il valore delle importazioni nazionali relative ai prodotti energetici, è come ben tutti sanno molto “salata”, è un processo vantaggioso in termini economici e che allarga il quadro delle relazioni internazionali, concernenti in particolare l’uranio (grafico 1 e 2 e Mappa 1). I paesi maggiormente produttori di uranio sono, in primo luogo, Cana-

da e Australia. L’uranio è presente anche in Russia e in alcuni paesi dell’Africa, in Asia centrale e in Estremo Oriente. Anche la Germania e la Francia possiedono riserve di uranio di una certa entità. Variando il mix di produzione energetica italiano, diminuendo la produzione di elettricità da petrolio a favore della produzione nucleare, si ridurrebbe la dipendenza da fonti energetiche controllate da cartelli e da monopoli consolidati nel tempo. NOTE

Finanza Italiana Anno XXVII 5° anno nuova serie, n. 1 e 2, gennaio febbraio 2009.

1

2 Franco Battaglia, L’illusione dell’energia dal sole, presentazione di Silvio Berlusconi, Edizioni 21mo Secolo, 2007 Milano.

Michael C. Lynch, The Future of Energy. Should governments encourage the development of alternative energy source to help reduce dependence on fossil fuels? in Peter M. Haas et al. (a cura di), Controversies in Globalization: Contending Approaches to International Relations, Washington DC, CQ Press, 2008. 3

Franco Battaglia, “Ruberie eoliche”, Il Giornale, 6 novembre 2006.

4

Finanza Italiana, Anno XXVI, 4° anno, nuova serie, numero 11-12, novembre dicembre 2008. 5

6 Proposta quest’ultima avanzata dall’Associazione italiana nucleare durante il convegno organizzato da 21mo Secolo dal titolo Presupposti per il programma elettronucleare nazionale che ha avuto luogo il 19 marzo 2009 a Palazzo Marini a Roma.

L’autore

EMANUELA MELCHIORRE Economista e giornalista pubblicista, ha collaborato con importanti istituti di ricerca nazionali, con il dipartimento di economia pubblica dell'Università La Sapienza di Roma e con l'Investment Centre della Fao. Scrive regolarmente di politica economica e di economia internazionale su giornali e su riviste specializzate


ENERGIA

185


Tecnologie italiane in tutto il mondo con un click: su ItalianTech.com, la business directory ANIE. Oltre 700 aziende e 2000 voci di prodotto made in Italy

L

e tecnologie italiane varcano i confini nazionali con www.italiantech.com, la business directory vetrina dell’eccellenza produttiva made in Italy, realizzata da Federazione ANIE.

Promuovere in Europa e nel mondo la tecnologia italiana; affermare all’estero la qualità italiana dei settori elettrotecnico ed elettronico; posizionare il sistema ANIE in un contesto internazionale e globalizzato; favorire il business e lo scambio commerciale tra le imprese italiane ed estere. Questi gli obiettivi che Federazione ANIE ha inteso perseguire con la realizzazione del portale. L’iniziativa si inquadra nel percorso - da tempo avviato - di progressiva internazionalizzazione delle opportunità e delle condizioni di mercato in cui operano le aziende rappresentate in ANIE, in modo particolare le PMI. Tradotto in due lingue (inglese, francese) ed entro l’anno in altre quattro (spagnolo, tedesco, russo e cinese), la directory contiene una descrizione esaustiva e sempre aggiornata dei prodotti e delle tecnologie offerte dalle imprese associate ad ANIE. Per ogni azienda è disponibile uno spazio web dedicato comprensivo di:

• • • • •

Profilo anagrafico; unità produttive sul territorio; informazioni economiche (fatturato; percentuale fatturato esportato; numero addetti); marchi; profilo merceologico completo di schede tecniche

Navigazione facile ed immediata: tre diverse chiavi di ricerca all’interno della banca dati delle oltre 700 aziende ANIE: • navigazione della merceologia per settore merceologico; • navigazione della merceologia per area di applicazione (Citta e infrastrutture, Casa e domotica, Impresa e beni strumentali, Trasporti, Energia, Alta tecnologia); • navigazione con ricerca a testo libero sulla ragione sociale dell’azienda. Federazione AN IE rappresenta - attraverso 11 Associazioni - le imprese elettrotecniche ed elettroniche che operano in Italia. Con un fatturato aggregato di 63 miliardi di euro (di cui 27 miliardi di esportazioni) è il settore più strategico e avanzato tra i comparti industriali italiani, Le aziende ANIE investono in R&S il 4,6% del fatturato, rappresentando circa la metà dell’intero investimento in R&S realizzato dal settore privato in Italia. www.anie.it


SOMMARIO

APPUNTAMENTI

NUOVA SERIE ANNO III - NUMERO 16 - MAGGIO/GIUGNO 2009

A CURA DI BRUNO TIOZZO www.farefuturofondazione.it

Iran, quo vadis

ROMA

Il parlamentarismo tra Italia e Germania Venerdì 19 giugno La fondazione Farefuturo e la Konrad Adenauer

L’Iran oltre l’emozione FEDERICO EICHBERG

I tesori sconosciuti dell’antica Persia - 122 ROSSELLA FABIANI

Stiftung organizzano il convegno di studi sul tema

WASHINGTON

PARIGI

Addressing Systemic Risk. Convegno dell’American Enterprise Institute sul piano anticrisi presentato dal segretario del Tesoro, Timothy Geithner. Interviene l’ex governatore della Federal reserve, Alan Greenspan. Mercoledì 3 giugno

La laïcité française à l'épreuve des faits. Seminario della Fondation pour l’innovation politique sulla laicità francese. Martedì 9 giugno

“Il futuro del Parlamentarismo in Italia e in Germania” presso la sede del Cnel a Roma, sala del

Una strana rivoluzione - 2 NICOLA PEDDE

Il mancato realismo del cinema iraniano - 137 DIEGO NADAL

STRUMENTI

Europa e Italia non lascino soli gli Stati Uniti - 26 INTERVISTA A STEFANIA CRAXI di BARBARA MENNITTI

Rapporto 2009 dell’Aiea sul nucleare iraniano - 144

MINUTA

Come Khomeini fece la rivoluzione - 55 RODOLFO BASTIANELLI Luci e ombre di un’economia - 66 CESARE BERTOS Le buone relazioni fanno bene agli affari - 76 INTERVISTA A IGNAZIO MONCADA di MARIA ELENA GIULIANI Le sfide di un sistema basato sul petrolio - 81 IVANO GIOIA Il volto feroce dell’Iran - 88 ALDO FORBICE La forza inarrestabile delle donne libererà l’Iran dai Mullah - 98 INTERVISTA A SHOLEH SHAHRZAD di DOMENICO NASO

La recomposition d'un mouvement communiste dans l'Ue. Seminario della Fondation pour l’innovation politique con lo storico Stéphane Courtois, autore del “Libro nero del comunismo”. Mercoledì 3 giugno

presidente del Bundestag.

ROMA

L’Occidente ha fatto la sua parte, ora tocca all’Iran - 30 INTERVISTA A GIANNI CASTELLANETA di PIETRO URSO

Quando lo Stato è nelle mani di Dio - 44 GIANFRANCO MACRÌ

PARIGI

franco Fini, presidente della Camera dei deputati e della Fondazione Farefuturo, e di Norbert Lammert,

Dal muro contro muro alla mano tesa - 14 ANDREA MARGELLETTI

Difendere Israele per difendere la libertà - 38 FIAMMA NIRENSTEIN

Parlamentino. Sono previste le relazioni di Gian-

Fare Italia nel mondo Mercoledì 1 luglio

BERLINO

Thatcherismo

Presentazione del secondo rapposto sul ruolo dell’Italia nelle nuove relazioni internazionali

Storia di una rivoluzione liberale - 150 ANTONIO MARTINO

nel settore dello sviluppo economico, della politica e della sicurezza.

All’Italia serve una Lady di ferro - 159 BENEDETTO DELLA VEDOVA

Politiche culturali Sarkozy celebra la grandeur - 166 GIUSEPPE MANCINI

FRASCATI

Energia

Summer school Immaginario e politica

Nucleare o rinnovabili? Le incognite dell’energia che verrà - 174 EMANUELA MELCHIORRE

11-13 Luglio A Villa Tuscolana, prestigiosa residenza ai castelli romani, si terrà la prima summer school organizzata dalla fondazione Farefuturo dedicata ai giovani under 35.

No al relativismo quando è in gioco la libertà delle donne - 106 RITANNA ARMENI, DARIA BIGNARDI, EMMA BONINO, BARBARA SALTAMARTINI, SOUAD SBAI, SUSANNA TAMARO

Die Welt in der Krise: welche Zukunft hat die Soziale Marktwirtschaft? La Konrad Adenauer Stiftung si interroga sul futuro dell’economia sociale di mercato con un intervento di Hildegard Müller, presidente dell’Autorità federale dell'energia e della gestione delle acque. Lunedì 8 giugno

Caporedattore responsabile Barbara Mennitti mennitti@chartaminuta.it

ASPEN The Financial Crisis: Failure of Capitalism or Failure of Government Policy? Seminario congiunto dell’Aspen Institute e l’American Enterprise Institute sulla crisi economica mondiale. Giovedì 18 giugno

BERLINO "Was nun Amerika?" 150 Tage Obama: Wahlversprechen - Die Realität und Perspektiven. Seminario di studio della Konrad Adenauer Stiftung dedicato ai primi 150 giorni di presidenza di Barack Obama. Giovedì 18 giugno

SCHLOSS WENDGRÄBEN Die Geschichte der Cdu. Corso di formazione della Konrad Adenauer Stiftung sulla storia della Cdu tedesca a 60 anni dalla sua fondazione. Sabato 20 – domenica 21 giugno

WASHINGTON Unintended Consequences and Intended Non-Consequences. Christopher De Muth, già presidente dell’American Enterprise Institute, interviene presso lo stesso sull’interventismo pubblico della nuova amministrazione Usa. Lunedì 8 giugno

Direttore Adolfo Urso urso@farefuturofondazione.it

Collaboratori di redazione: Roberto Alfatti Appetiti, Alessandro Cipolla, Rosalinda Cappello, Diletta Cherra, Michele De Feudis, Valeria Falcone, Silvia Grassi, Cecilia Moretti, Domenico Naso, Giuseppe Proia, Adriano Scianca, Pietro Urso. Direzione e redazione Via del Seminario, 113 - 00186 Roma Tel. 06/97996400 - Fax 06/97996430 E-mail: redazione@chartaminuta.it direttorecharta@gmail.com

Segreteria di redazione redazione@chartaminuta.it Progetto grafico Elise srl www.elisegroup.tv Editrice Charta s.r.l. Abbonamento annuale € 60, sostenitore da € 200

Versamento su c.c. bancario , Iban IT57R0101003201000027009725 intestato a Editrice Charta s.r.l. C.c. postale n. 73270258 Registrazione Tribunale di Roma N. 419/06

Amministratore unico Gianmaria Sparma

BERLINO Internationale Konferenz für Politische Kommunikation: Innovationen und Trends in den Usa und Europa. Conferenza internazionale della Konrad Adenauer Stiftung sulle tendenze nella comunicazione politica in Europa e negli Stati Uniti. Intervengono consulenti di Nicolas Sarkozy e di Barack Obama. Domenica 21 – lunedì 22 giugno

Segreteria amministrativa Silvia Rossi Tipografia Renografica s.r.l. - Bologna Ufficio abbonamenti Domenico Sacco

www.chartaminuta.it


SOMMARIO

APPUNTAMENTI

NUOVA SERIE ANNO III - NUMERO 16 - MAGGIO/GIUGNO 2009

A CURA DI BRUNO TIOZZO www.farefuturofondazione.it

Iran, quo vadis

ROMA

Il parlamentarismo tra Italia e Germania Venerdì 19 giugno La fondazione Farefuturo e la Konrad Adenauer

L’Iran oltre l’emozione FEDERICO EICHBERG

I tesori sconosciuti dell’antica Persia - 122 ROSSELLA FABIANI

Stiftung organizzano il convegno di studi sul tema

WASHINGTON

PARIGI

Addressing Systemic Risk. Convegno dell’American Enterprise Institute sul piano anticrisi presentato dal segretario del Tesoro, Timothy Geithner. Interviene l’ex governatore della Federal reserve, Alan Greenspan. Mercoledì 3 giugno

La laïcité française à l'épreuve des faits. Seminario della Fondation pour l’innovation politique sulla laicità francese. Martedì 9 giugno

“Il futuro del Parlamentarismo in Italia e in Germania” presso la sede del Cnel a Roma, sala del

Una strana rivoluzione - 2 NICOLA PEDDE

Il mancato realismo del cinema iraniano - 137 DIEGO NADAL

STRUMENTI

Europa e Italia non lascino soli gli Stati Uniti - 26 INTERVISTA A STEFANIA CRAXI di BARBARA MENNITTI

Rapporto 2009 dell’Aiea sul nucleare iraniano - 144

MINUTA

Come Khomeini fece la rivoluzione - 55 RODOLFO BASTIANELLI Luci e ombre di un’economia - 66 CESARE BERTOS Le buone relazioni fanno bene agli affari - 76 INTERVISTA A IGNAZIO MONCADA di MARIA ELENA GIULIANI Le sfide di un sistema basato sul petrolio - 81 IVANO GIOIA Il volto feroce dell’Iran - 88 ALDO FORBICE La forza inarrestabile delle donne libererà l’Iran dai Mullah - 98 INTERVISTA A SHOLEH SHAHRZAD di DOMENICO NASO

La recomposition d'un mouvement communiste dans l'Ue. Seminario della Fondation pour l’innovation politique con lo storico Stéphane Courtois, autore del “Libro nero del comunismo”. Mercoledì 3 giugno

presidente del Bundestag.

ROMA

L’Occidente ha fatto la sua parte, ora tocca all’Iran - 30 INTERVISTA A GIANNI CASTELLANETA di PIETRO URSO

Quando lo Stato è nelle mani di Dio - 44 GIANFRANCO MACRÌ

PARIGI

franco Fini, presidente della Camera dei deputati e della Fondazione Farefuturo, e di Norbert Lammert,

Dal muro contro muro alla mano tesa - 14 ANDREA MARGELLETTI

Difendere Israele per difendere la libertà - 38 FIAMMA NIRENSTEIN

Parlamentino. Sono previste le relazioni di Gian-

Fare Italia nel mondo Mercoledì 1 luglio

BERLINO

Thatcherismo

Presentazione del secondo rapposto sul ruolo dell’Italia nelle nuove relazioni internazionali

Storia di una rivoluzione liberale - 150 ANTONIO MARTINO

nel settore dello sviluppo economico, della politica e della sicurezza.

All’Italia serve una Lady di ferro - 159 BENEDETTO DELLA VEDOVA

Politiche culturali Sarkozy celebra la grandeur - 166 GIUSEPPE MANCINI

FRASCATI

Energia

Summer school Immaginario e politica

Nucleare o rinnovabili? Le incognite dell’energia che verrà - 174 EMANUELA MELCHIORRE

11-13 Luglio A Villa Tuscolana, prestigiosa residenza ai castelli romani, si terrà la prima summer school organizzata dalla fondazione Farefuturo dedicata ai giovani under 35.

No al relativismo quando è in gioco la libertà delle donne - 106 RITANNA ARMENI, DARIA BIGNARDI, EMMA BONINO, BARBARA SALTAMARTINI, SOUAD SBAI, SUSANNA TAMARO

Die Welt in der Krise: welche Zukunft hat die Soziale Marktwirtschaft? La Konrad Adenauer Stiftung si interroga sul futuro dell’economia sociale di mercato con un intervento di Hildegard Müller, presidente dell’Autorità federale dell'energia e della gestione delle acque. Lunedì 8 giugno

Caporedattore responsabile Barbara Mennitti mennitti@chartaminuta.it

ASPEN The Financial Crisis: Failure of Capitalism or Failure of Government Policy? Seminario congiunto dell’Aspen Institute e l’American Enterprise Institute sulla crisi economica mondiale. Giovedì 18 giugno

BERLINO "Was nun Amerika?" 150 Tage Obama: Wahlversprechen - Die Realität und Perspektiven. Seminario di studio della Konrad Adenauer Stiftung dedicato ai primi 150 giorni di presidenza di Barack Obama. Giovedì 18 giugno

SCHLOSS WENDGRÄBEN Die Geschichte der Cdu. Corso di formazione della Konrad Adenauer Stiftung sulla storia della Cdu tedesca a 60 anni dalla sua fondazione. Sabato 20 – domenica 21 giugno

WASHINGTON Unintended Consequences and Intended Non-Consequences. Christopher De Muth, già presidente dell’American Enterprise Institute, interviene presso lo stesso sull’interventismo pubblico della nuova amministrazione Usa. Lunedì 8 giugno

Direttore Adolfo Urso urso@farefuturofondazione.it

Collaboratori di redazione: Roberto Alfatti Appetiti, Alessandro Cipolla, Rosalinda Cappello, Diletta Cherra, Michele De Feudis, Valeria Falcone, Silvia Grassi, Cecilia Moretti, Domenico Naso, Giuseppe Proia, Adriano Scianca, Pietro Urso. Direzione e redazione Via del Seminario, 113 - 00186 Roma Tel. 06/97996400 - Fax 06/97996430 E-mail: redazione@chartaminuta.it direttorecharta@gmail.com

Segreteria di redazione redazione@chartaminuta.it Progetto grafico Elise srl www.elisegroup.tv Editrice Charta s.r.l. Abbonamento annuale € 60, sostenitore da € 200

Versamento su c.c. bancario , Iban IT57R0101003201000027009725 intestato a Editrice Charta s.r.l. C.c. postale n. 73270258 Registrazione Tribunale di Roma N. 419/06

Amministratore unico Gianmaria Sparma

BERLINO Internationale Konferenz für Politische Kommunikation: Innovationen und Trends in den Usa und Europa. Conferenza internazionale della Konrad Adenauer Stiftung sulle tendenze nella comunicazione politica in Europa e negli Stati Uniti. Intervengono consulenti di Nicolas Sarkozy e di Barack Obama. Domenica 21 – lunedì 22 giugno

Segreteria amministrativa Silvia Rossi Tipografia Renografica s.r.l. - Bologna Ufficio abbonamenti Domenico Sacco

www.chartaminuta.it

Iran, quo vadis  

Iran, quo vadis

Read more
Read more
Similar to
Popular now
Just for you