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CHAIR.

Idee. Non sedute.


EDITORIALE di Davide Guglielmino www.davideguglielmino.com

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SOMMARIO

UN HAIR DESIGNER A PARIGI Salvo Filetti nella capitale francese per l’edizione 2010 di Mondial Coiffure Beauté.

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UNA RESTAURATRICE NELLA MOSCHEA Claudia Minuta, una donna occidentale in Yemen.

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SEDIE INCANTATE. E INCARTATE Cartura, la bottega che reinventa il concetto di sedia.

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MANGO CRESCE IN ITALIA. MA FA CRESCERE IN PARAGUAY La onlus che lavora per offrire ai bambini paraguayani cibo per il corpo e per la mente.

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IL SEGGIO SAGGIO Tutto il bello dell’errore.

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SEMINARE JOYÀ PER RACCOGLIERE SERENITÀ Lydia Giudici racconta come educare con le emozioni.

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NEI GIOIELLI DI ELENA RUSSO UN RESPIRO D’ETERNITÀ I frutti preziosi della creatività di una designer... brillante.

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POLTRONA CON VISTA. SULLE NUVOLE Tra check-in e riflessioni di un global manager catanese.

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IO, L’OBIETTIVO E TUTTO IL RESTO 20 anni al servizio della bellezza.

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MOTOCICLETTE: PLURALE FEMMINILE Storie di ragazze del secolo scorso innamorate delle due ruote.

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RIOT RADIO! Le novità e i dischi che hanno fatto la storia del rock.

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TRONI ESOTERICI Chi si siede...nei tarocchi - 2a Parte.

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Impariamo a leggere con i cellulari i QR code. Questi codici ci indirizzano a contenuti e approfondimenti aggiuntivi su internet. Basta scaricare l’apposito software (KAYWA Reader, i-nigma Reader, UpCode), inquadrare il QR code con la fotocamera del telefono e scattare. Funziona con tutti i cellulari dotati di connessione e fotocamera. Un mondo di contenuti extra vi aspetta!


UN HAIR DESIGNER A PARIGI. a cura di SILVA FEDRIGO foto GIOVANNI TAGINI disegni di SALVO FILETTI

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Sito Web: http://bit.ly/cONF5E

MOODBOARD CUORICROMIA REALIZZATI DA CDB//AGENCY 8


La preparazione di un grande show internazionale e il piacere di perdersi nel sottobosco della creatività parigina. Dove le idee e il nuovo crescono come funghi. Il viaggio, il progetto e il piacere della scoperta, nelle parole di Salvo Filetti, nella capitale francese per l’edizione 2010 di Mondial Coiffure Beauté. Per le persone che creano, ci sono luoghi che sono come “centri benessere” della propria arte. Città che rimettono in forma la fantasia, tonificano la creatività, vitaminizzano le idee. Parigi è una di queste inesauribili, mai stanche, fonti termali di eterna invenzione. Salvo Filetti, invitato a rappresentare l’Italia dal 6 all’8 novembre al Mondial Coiffure Beauté Expo, ci regala visioni, dettagli e impressioni su come si è preparato a questa esperienza stimolante, piena di gusto, sorpresa ed eleganza. Con uno sguardo particolarmente affettuoso ed entusiasta sull’atmosfera, gli incontri e le ispirazioni parigine. Una kermesse di portata globale, quella di Mondial Coiffure Beauté, appuntamento irrinunciabile per chiunque si occupi di hairstyle, l’evento francese è l’osservatorio più aggiornato ed innovativo su arte, business e grandi nomi del mondo capelli. L’hair guru di Compagnia della Bellezza ci descrive un percorso fatto di impegno, emozione, ma anche gioco, per arrivare al risultato delle creazioni finali. A partire dall’ambiente che si respira: “In queste occasioni così internazionali ci si confronta con tutto il mondo del settore. E spesso prevale uno stile, come dire, più inglese, abbastanza aggressivo. Noi invece volevamo comunicare un’idea assolutamente italiana di donna, chic, che però passasse anche dall’ironia. Siamo partiti da un’immagine di donna stupenda, che

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però non risultasse mai eccessiva o carnevalesca”. Un processo di creazione che si snoda attraverso numerose tappe. Che portano Salvo e i suoi collaboratori più stretti a Parigi per tre volte in meno in di un mese. Il secondo di questi viaggi è dedicato alla ricerca delle modelle, non semplice. “Volevamo dodici donne davvero alte, sontuose: un metro e ottanta, più il tacco! Perché il nostro progetto era creare uno show assolutamente impattante, in grado di proiettare la regalità delle donne che abita le epoche, gli stili. Questa statuarietà era funzionale anche a trasmettere il nostro concetto di eleganza italiana, attraverso tre secoli di storia ed immagine”. Perché in orgine c’è il concetto, il design: forme che prima Salvo fa vivere sulla carta, in bozzetti, via via sempre più precisi. E che poi cominciano a respirare nella realtà. E qui inizia un nuovo lavoro, fatto di manualità, meticolosità, attenzione, ricerca. Come quello richiesto per la costruzione degli elementi che verranno inseriti nei capelli: rose e fasce di rose, per

proporre una regina-bocciolo… A fianco di Angela Marcato, che cura la ricerca di abiti, accessori e ispirazioni necessari allo show, Salvo parte poi all’esplorazione dei luoghi in cui si crea, si mescola, si assembla, si cuce: nel labirinto parigino degli stilisti. Un viaggio nel viaggio, che li porta, tra gli altri, negli spazi di Plein Sud, un vero crogiolo di suggestioni, dove si fondono artigianalità, contemporaneità e design. “Qui abbiamo incontrato Fayçal Amor, la firma di Plein Sud: un vero avanguardista! Il suo regno è un mondo affascinante, di grande ispirazione: poter toccare tutti questi materiali, i bottoni, addentrarsi nel suo laboratorio personale, tra pellicce e accessori provenienti da tutto il mondo, in questa specie di magico disordine ordinato… per me è stato davvero un momento di esplorazione, di meraviglia. A Parigi è ancora possibile cercare la creatività fuori dai circuiti. E poterla vivere da vicino”.

Sito Web: www.salvofiletti.com

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UNA RESTAURATRICE NELLA MOSCHEA. a cura di RAIMONDO VENTURA foto CLAUDIA MINUTA

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Claudia Minuta, una donna occidentale in Yemen. Per ricostruire il mosaico dell’interculturalità. Come nasce la tua passione per il restauro e l’archeologia? Ho sviluppato l’amore per l’antico e per il bello sin dalla mia infanzia. Passata interamente a disegnare, inventando paesaggi irreali ma vividi, e a leggere di scenari reali ma lontanissimi. Crescendo e arricchendo i miei studi di tutte le passioni raccolte negli anni, sono arrivata alla fine dell’Accademia di Belle Arti di Brera con un dilemma: mantenere i miei sogni chiusi al buio o tentare di farli uscire, realizzandoli? Optando per questa seconda soluzione, ho rischiato e ricominciato un ulteriore percorso di studi. Così ho seguito un corso di Restauro archeologico in cui si lavorava direttamente sul campo, e in un secondo momento ho frequentato una scuola di restauro in dipinti murali e materiale lapideo. Lì mi sono appassionata ai muri, alla materia che li crea e li contiene, ma soprattutto ai dipinti che velano, come il belletto per una donna, la “pelle”del muro, diventando ai nostri occhi uno stupefacente miraggio artistico.

Gli affreschi sono per me ogni volta una sfida, un mistero, una storia tutta da scoprire, da interpretare, ma soprattutto da salvare. A quali esperienze e tappe professionali ti senti più legata? Un restauratore difficilmente resta a lungo nello stesso ambito lavorativo. Un po’ come uno zingaro a caccia di bellezze artistiche, ci si muove spesso come i Nomadi di Battiato. Sono numerose le esperienze a livello umano e formativo e le persone che ricordo con affetto e calore ma, indubbiamente, negli ultimi anni il mio cuore è stato rapito da una terra affasciante e tutt’oggi misteriosa: lo Yemen. La bellezza ruvida della natura e dell’arte espressa in quel Paese mi ha subito conquistata. Il vociare caotico del suq che si contrappone al silenzio della moschea ben rivela la condizione mentale ed emotiva che si vive in un Paese dove i contrasti umani e sociali sono ancora fortissimi.

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Come vivevi la tua condizione di professionista e di donna in un paese islamico? La vita in un Paese così lontano dai nostri stilemi culturali è difficile da immaginare. Un turista vede solo gli aspetti patinati e non immagina certo la complessità di una struttura sociale molto diversa dalla nostra, ma ben definita. Per capire questo bisogna viverci in un Paese così. L’idea che per tre o quattro mesi il ritmo della propria vita sarà scandito dai richiami del muazìn alle 5 salàt (le preghiere) o dal semplice equilibrio tra il lavoro in moschea e la casa, non è ambizione di molti. Restare accalcate nei minibus o al suq per fare la spesa, coperte dal collo in giù anche con il caldo torrido, a poche donne riesce facile. Molte persone hanno rinunciato proprio per il ristrettissimo tenore di vita che si tiene. Niente cinema, niente bar, tantomeno niente discoteca o aperitivi, al massimo un giro veloce nei mercati, uno shai (tè alla menta) e di nuovo in casa entro le nove di sera. Uno stile di vita asciutto, rigoroso e semplice che, se per molti può diventare una prigione, per altri è stata l’occasione per sfidare le proprie forze in un ritmo di vita legato all’essenziale. E soprattutto imparare a stare con se stessi. Io sono stata, devo dire, molto fortunata. Il mio ruolo in moschea non era solo di semplice restauratrice ma dovevo confrontarmi tutti i giorni con il compito di “fare scuola” a uomini che andavano dai 22 ai 50 anni, in un Paese in cui nessun uomo prende il minimo “ordine “ da una donna. La difficoltà più grande che ho incontrato è stata la lingua ma, dopo vari tentativi di un mix fra italiano, inglese e arabo, ho capito che il miglior linguaggio era quello dei sorrisi e dell’apertura mentale.

Lo Yemen: quando, come e perchè è partita quest’avventura? Credo che sia stata una questione di “destino” l’ingresso dello Yemen nella mia vita. Mi spiego: anni fa (ero poco più che una ragazzina) mi capitò fra le mani una rivista di viaggi in cui spiccava un reportage sullo Yemen. Le immagini delle case di Sana’a, la capitale, mi entrarono dentro, risuonandomi come un’eco conosciuta. Sensazioni simili a inspiegabili ricordi mi affiorarono e provai uno stranissimo sentimento di familiarietà. Le foto delle montagne, delle case-grotte e degli altipiani spalancarono le porte su un desiderio ben preciso: io un giorno sarei andata nello Yemen. Era epoca di rapimenti quella, ma rapimenti “buoni” come li interpretavo io. Lontani dai giorni e dalle oscure motivazioni di AlQaida, i contadini dei villaggi poveri rapivano i turisti, “ospitandoli” forzatamente in cambio di soldi per scuole, ospedali e acquedotti. Io sognavo di essere “ospitata forzatamente”. Dopo molti anni in cui lo Yemen scivolò in un angolo della mia mente troppo occupata a sviluppare la realtà piuttosto che a sognare, ecco arrivare l’Occasione inaspettata: un importante Istituto stava cercando restauratori per formare personale in un Paese in via di sviluppo, lo Yemen. Restaurare una moschea del XIII secolo! Inutile dire che io non attesi un solo minuto. Un’ondata di emozioni irruppe dentro me senza tregua. Incensi, gioielli, trame di tessuti preziosi, dimore appoggiate sulla sabbia, una lingua antica e nobile, tutto questo turbinava nella mia fantasia. Tutto questo fu ciò che trovai. E molto, molto di più.

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Lo Yemen mi ha insegnato a sollevare la mente oltre i veli del pregiudizio, a regalare se stessi con un semplice sorriso.

Superata la normale diffidenza nei miei confronti, i “ragazzi“ del team mi hanno dimostrato attenzione, rispetto e soprattutto capacità di comprendere anche il mio punto di vista così lontano e inimmaginabile per loro. Sapere di aver lasciato la mia impronta sul loro metodo di lavoro anche in un paese così lontano è stata una bella soddisfazione raccolta dopo mesi di sforzi. Nel nostro gruppo, fra tutti, si è creato un bellissimo scambio, fatto di reciproca accoglienza e desiderio di condividere, sia dal punto di vista lavorativo che umano e culturale. E questa per me, è stata la conquista più grande. Qual è la concezione dominante della donna che hai incontrato in questo paese? Questo è un argomento che richiederebbe giorni o forse settimane per essere sviscerato. Una vera e proria idea non posso dire di averla elaborata. Intanto lo Yemen è solo uno dei Paesi che formano il Medioriente, e tra l’altro è anche il più povero. All’interno della società poi vi è una nettissima divisione tra chi vive nelle città e chi resta ancora legato ai villaggi. La donna cittadina è velata, paradossalmente più di quella che vive in montagna o nelle zone desertiche (che indossa vestiti tradizionali molto colorati e lavora nei campi mantenendo spesso tutta la famiglia), studia e va all’università, anche se a fatica inizia a prendere parte nei ruoli lavorativi. Addirittura guida! Non dimenticherò mai il giorno che, passando in una via molto trafficata, io e le mie colleghe guardammo stupite questa giovane donna yemenita che a volto scoperto guidava una jeep. Ma anche se le donne in realtà creano un tessuto sociale tutto da scoprire e 16


nascosto dietro al niqab (il velo nero che lascia liberi solo gli occhi) o dietro alle qamarya (le finestre) è altresì vero che molto ancora deve essere fatto affinchè ci si possa del tutto liberare di un retaggio patriarcale. Che insegnamenti e sensazioni ti ha lasciato dentro questo viaggio? L’insegnamento più importante che lo Yemen mi ha regalato è stata la capacità di sorprendermi a considerare la dignità umana nei meandri più nascosti dell’esistenza. La capacità di sollevare la mente oltre i veli del pregiudizio e la possibilità di regalare se stessi con un semplice sorriso. Quali sono le tue iniziative future? La mia più grande speranza è ovviamente di tornare presto nella “mia“ moschea a Taiz, nel sud dello Yemen. Altri progetti però stanno prendendo forma nel mio cuore e nella mia mente: riuscire a creare insieme ad una preziosa collega un piccolo progetto di formazione in un Paese mediorientale. La cosa non è certo facile ma la speranza di conoscere e conquistare altre Terre e farmi travolgere da un’altra cultura è molto viva. Ma per fare ciò devo tornare presto a studiare Arabo. Per questo ora vi saluto e ... yalla! Ilallikay!

Sito Web: www.davideguglielmino.com/claudia-minuta 17


SEDIE INCANTATE. E INCARTATE.

Cartura è la bottega che da dodici anni sperimenta forme, crea manufatti, trasforma in realtà l’impossibile. Usando rigorosamente solo la carta. Tutto si può reinventare. Anche una sedia.

a cura di SILVA FEDRIGO foto CARTURA

Carta canta. Mai stato così vero. Madrigali, ritornelli blues, canzonacce, arie, sinfonie. Un concerto di carta. E’ Cartura. Loro stessi dicono di sé: “La Bottega Cartura è un luogo magico in cui poter rendere reali sogni e idee. Chiunque vi entri la prima volta dice di provare la sensazione di tornare bambino. Un salto in un luogo senza tempo”. Vero, garantisco. Parola mia, che l’ho provato. E poi non ho più smesso di desiderare di mettere anche io le mani “in pasta”, carta e colla, alla deriva di una forma immaginata. Teatro di figura, scenografie, maschere, sculture, allestimenti, oggetti d’arredo, lampade, riciclo… C’è qualcosa che i mastri Davide e Alfredo, nel loro stile unico, riconoscibile a colpo d’occhio, non plasmino con la carta e la carta pesta? Sembra di no. E infatti il loro universo di creazioni, capace di comporsi anche in ambienti completi, surreali, avvolgenti, si chiama MondoCarta. E in dodici anni di attività, sperimentazioni, arte, laboratori, esibizioni, potevano mancare le sedie? Risposta negativa. Ecco allora sedie antropomorfe, zoomorfe o persino amorfe, prendere corpo. Sedie scultura o sedie storia, in cui si fondono personaggi, mondi, visioni. Sedie che si credono un albero o una nuvola, sedie con le radici o con la barba, sedie malinconiche o pronte a partire (d’altronde hanno le gambe!). Sedie su cui sedersi o da contemplare. Il quotidiano nasconde meraviglie inaspettate. Come un regalo da scartare. O una sorpresa da incartare.

Sito Web: www.facebook.com/pages/Cartura/190751355418 www.cartura.blogspot.com

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Cartura lavora e vive dal 1998 a Catania. Dal 2009 anche a Bologna nello spazio Malazeni, in via Mascarella 84.

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MANGO. CRESCE IN ITALIA. MA FA CRESCERE IN PARAGUAY.

Frutto di un incontro, di un sogno e della voglia di dare una mano. E’ Mango, la onlus che lavora per offrire ai bambini paraguayani cibo per il corpo… e per la mente.

a cura di SILVA FEDRIGO foto STEFANIA QUERINI

Romana doc, tutta carattere e cuore, fotografa in erba, energetica in tutto ciò che intraprende, Stefania Querini è in Compagnia della Bellezza da 15 anni. Un’esperienza professionale che, nelle sue stesse parole, va di pari passo con una crescita personale: “Ciò che mi ha conquistato, nell’incontro con Salvo Filetti e Renato Gervasi, è stato il valore dato ai sogni. Questa idea mi è entrata sotto la pelle: ho imparato a sognare!”. Una fantasia caparbia che si è messa alla prova quando, per una casualità, ha avuto il primo contatto con la realtà paraguaiana, nel corso di un viaggio in cui accompagnava un’amica che aveva adottato una bimba paraguayana a distanza. “Quando sono arrivata ho trovato una realtà disperata: poche baracche, tra selva e lamiere, nessuna struttura sanitaria… Ma soprattutto bambini. Alcuni di loro non mangiavano da giorni. Mi sono detta subito: dobbiamo fare qualcosa. Ancora non sapevo assolutamente dove sarei andata a finire. E’ iniziato con un viaggio ed è diventata una cosa enorme”. Al suo ritorno Stefania, con altre amiche, si attiva per capire quale sia la modalità più efficace di agire: creare una onlus. Così nasce MANGO, un nome che è tutto un programma perché, nei luoghi in cui opera, significa un sacco di cose, tutte belle. “E’ la loro pianta; fa molta ombra e spesso ce n’è uno di fronte alle scuole”, spiega Stefania. “A volte mi veniva offerto questo frutto, l’unica cosa abbondante anche quando altri cibi scarseggiavano. Insomma, comunica una speranza”. Speranza di accendere una luce su un paese dimenticato dai riflettori internazionali, povero di risorse e senza sbocchi al mare; in Paraguay i contadini si sono progressivamente impoveriti dall’assenza di una riforma agraria, l’analfabetismo tocca il 78% della popolazione, la mortalità infantile è elevatissima, così come i casi di denutrizione grave. Mango ha deciso di intervenire per proseguire, ampliare e sostenere l’attività che da oltre 30 anni i missionari italiani Padre Attilio Cordioli e Padre Edmundo Rosa, con la missionaria paraguaiana Suor Fabiola Camacho con le consorelle svolgono nelle aree di Carapeguà,

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Asuncíon e Falcon, lontano dalle città, dove manca tutto. “In Italia ci siamo inventate davvero di tutto: eventi, spettacoli, mostre, anche coinvolgendo testimonial importanti… Poi sono arrivate le aziende, come Compagnia della Bellezza che ci sostiene. E, soprattutto con le aziende, non raccogliamo solo denaro: inviamo interi container di materiali utili alle comunità, che là con grande difficoltà vengono poi trasportati via fiume: dai giocattoli ai camion, dai frigoriferi ai trattori!”. Mango offre innanizitutto aiuto materiale: sostiene la costruzione di case per le famiglie più indigenti, di spazi per la socialità e soprattutto di poliambulatori. Una vera emergenza, quella sanitaria. “Nel corso di una visita in un’area particolarmente isolata, mi è capitato di incontrare un bambino che nel corso di un incidente era rimasto completamente sfigurato e senza denti. La mamma, anche lei vittima di un incidente in cui aveva perso un occhio, ci spiegava che il primo problema era stato l’impossibilità di trasportarlo all’ospedale di Asunciòn. In questi posti si muore ancora di dissenteria…”. Ma sono le scuole e l’istruzione una delle sfide che Mango ha più a cuore: con i 200 ¤ dell’adozione a distanza è possibile garantire a questi bambini la possibilità di andare a scuola e di avere accesso a materiali didattici primari come zaino, quaderni, penne, l’uniforme che è obbligatoria nelle scuole paraguaiane e abiti adeguati per l’inverno, che è breve ma si fa sentire. E con soli 100 ¤ in più si può aiutare la famiglia a sostenere le spese mediche. Non è un caso che le prime promotrici di questo impegno siano tutte donne. Una sensibilità che rieccheggia nelle parole di Stefania quando esclama: “Spero che i miei figli continuino la mia opera. Pensa che all’inzio erano quasi gelosi dell’attaccamento che si era creato con questi bambini così lontani… Poi anche loro sono cresciuti e hanno capito. Ora gli ripeto sempre: quando non ci sarò più, mi raccomando: non mi abbandonate il Paraguay!”. E ora che sappiamo, è un po’ come se lo dicesse anche a noi. Per conoscere i progetti di Mango onlus e le coordinate bancarie per le donazioni visitate il sito: www.associazionemango.org Per avere informazioni sul sostegno economico all’associazione, le adozioni a distanza e la deducibilità dalle tasse dell’aiuto offerto scrivete a: marisaciriello@alice.it oppure info@associazionemango.org” Sito Web: www.davideguglielmino.com/stefania-querini

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Il mango è il loro unico cibo abbondante: l’abbiamo scelto come nome perchÊ comunica una speranza.


IL SEGGIO SAGGIO: Renato Gervasi a cura di CHIARA F. DI PRIMA foto ANTONIO DI MARIA

Cadere. Imparare a rialzarsi. E a sorridere meglio. Trovando tutto il bello dell’errore. Una delle sue espressioni più famose dice: “la vita è un gioco dove vinci sempre anche quando perdi”. Ce la vuole spiegare? Gli errori servono per “dare forza” alla nostra esistenza: è proprio in essi che è racchiusa la magia della scoperta continua dell’esistere. Sono il risultato del gioco quotidiano con la vita, con l’ambiente che ci circonda. La scelta è alla base di tutto perché ci mette in relazione con l’universo tutto. La vita è un gioco dove vinci sempre anche quando perdi, perché anche se sbagli, sei sicuro di essere vivo. Ogni atto ti indica la strada più breve per giungere alla meta, a patto che tu sia orgoglioso dei tuoi stessi sbagli, perché sono proprio questi a indicarti la via per realizzare la magia in te racchiusa, il tuo personale progetto.

Tra le varie pubblicazioni di Renato Gervasi spicca “La bellezza dell’errore”. In questo libro scopriamo un valore e un significato nuovo attribuito all’errore. Demonizzato in ogni epoca, considerato qualcosa da evitare e da cui rifuggire, è stato sempre indice di incapacità e di inadeguatezza. Il più delle volte, difatti, tendiamo a colpevolizzarci, cadendo nello sconforto, abbiamo difficoltà a riconoscere i nostri sbagli, rimaniamo paralizzati di fronte alla paura di sbagliare; convinti che costituisca una colpa, ci diamo spesso del perdente o del fallito, per il semplice fatto di aver intrapreso una strada errata o poco proficua. Siamo incapaci di comprendere il significato dell’utilità del compiere errori. Quale significato attribuisce all’errore? Errare nel cammino della nostra vita è normale. Più sbagliamo più vuol dire che stiamo godendo dell’esistenza. L’esistere richiede sperimentazione, coraggio, forza delle idee e obiettivi. Gli errori li compiono i coraggiosi, gli esploratori, gli innovatori. Errare è meraviglioso. Noi facciamo parte del grande gioco della vita nel quale siamo chiamati a contribuire con le nostre azioni, pensieri, scelte che, giuste o sbagliate che siano, ci conducono sempre a delle scoperte, in quanto qualcosa di nuovo si manifesta a noi; le scelte giuste ci invitano a proseguire, quelle errate ci indicano percorsi alternativi a noi più utili. Quest’ultime sono comunque proficue, in quanto ci invitano al cambiamento, comunicandoci quanto siamo lontani dal raggiungimento della nostra meta, per poi ri-orientarci.

“Gli errori sono ineliminabili ma i suoi frutti sono sempre utilizzabili”. Cosa intende? Gli errori ti spingono ad affermare la tua individualità, il tuo temperamento, il tuo carattere e, di volta in volta, ti forniscono le informazioni fondamentali per il passo successivo. Essi ti mostrano il coraggio che hai avuto nel desiderare, ricercare, scoprire e compiere. Sono testimoni della tua libertà di crescere, conoscere, imparare: sono connaturati alla capacità creante dell’uomo. L’errore ti mostra quanto lontano sei da ciò che vuoi. Ti spinge dove mai avresti il coraggio di spingerti. Esso consente di conoscere, imparare ed espandere i propri confini. L’errore riconosciuto ci permette di crescere e ci fornisce informazioni per il suo superamento. Ad ogni errore vi è sempre una paura che muore e un nuovo mondo che si apre. L’errore è la guida nell’esplorazione della vita, è il risultato di una azione o dell’inazione che ti dona le informazioni in relazione alla meta prevista o presunta. Esso è sempre giusto, ti dice, con grande onestà, cosa manca per il raggiungimento della meta e genera sempre nuova conoscenza.

Chi sono coloro che compiono errori? I partecipanti del gioco sono quelli che hanno deciso di sfidare l’errore, che hanno scoperto nuove strade più produttive ed efficaci e hanno scartato ciò che li allontanava dalla loro realizzazione. L’essere umano erra finché cerca; senza il coraggio di sbagliare, la vita si trasforma in un gioco doloroso e faticoso, anziché una meravigliosa avventura di crescita personale.

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Sito Web: www.renatogervasi.com www.facebook.com/renatogervasilifedesigner

Gli errori li compiono i coraggiosi, gli esploratori, gli innovatori: sbagliare è meraviglioso. Ad ogni errore vi è sempre una paura che muore e un nuovo mondo che si apre.


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SEMINARE JOYÀ PER RACCOGLIERE SERENITÀ. a cura di RAIMONDO VENTURA foto LYDIA GIUDICI

Lydia Giudici ci racconta un metodo educativo, innovativo e coinvolgente. Che concilia il senso di sé e il rispetto dell’altro. Cosa significa per te essere un’educatrice oggi? Avere delle doti umane per poter rendere la professione un’arte. È una passione che contagia chi ci sta vicino, dal figlio all’allievo, entusiasmandolo. Ma significa anche rappresentare un modello che sia di autorevolezza e non di autoritarismo. Offrendo degli strumenti per aiutare gli allievi ad essere protagonisti del proprio percorso di crescita, attingendo al buon senso che sempre più viene soffocato da tecnicismi estremi. Per far ciò è indispensabile essere se stessi, e, soprattutto, saper ascoltare empaticamente. Da dove nasce questa tua passione, poi divenuta la tua professione? Sono figlia unica e da piccola giocavo a fare la maestra, allineando le bambole sul letto. Mi sono iscritta, o meglio sono stata iscritta da mia madre, alle scuole magistrali. Allora il significato della parola ‘scelta’ era sconosciuto, e si doveva diventare ciò che poteva nutrire l’orgoglio dei genitori o ciò che loro non avevano potuto essere. Ho vissuto male i miei 14 anni di scolarizzazione perchè ero molto timida, non ero sostenuta da nessuna motivazione e la mia cartella rappresentava il fardello delle mie ansie da prestazione. Sedevo sempre nell’ultima fila, nascondendomi dietro ai compagni più alti di me. A scuola non ho mai avuto un modello di insegnante e ho sempre sofferto perciò. La passione quindi era certamente innata, ed è venuta fuori in maniera naturale, perchè così doveva essere. Su quali principi si basa il tuo impegno quotidiano? L’etica è per me fondamentale: mi spinge al dovere, a vedere ciò che io sono, mi ricorda ciò che devo trasmettere, cioè che sono un’educatrice che può tracciare dei destini e dev’essere da modello per i suoi scolari. Per far si che a scuola si vada per crescere insieme e raccogliere ricchezza, bellezza e joyà . Di cosa ha più bisogno, secondo te, un bambino nella fase della sua prima educazione? Un bambino si deve nutrire di un’educazione emotiva, in modo che possa stabilire un rapporto concreto con i propri stati d’animo, riconoscere le proprie emozioni,

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Quali sono stati gli incontri più importanti nel tuo percorso professionale ? Direi che sono stati importanti sia gli incontri con le persone sia quelli con gli eventi della mia vita. Mi riferisco in particolare a un fatto: la nascita di mia figlia, costretta da sempre su una sedia a rotelle e nata nei primi anni della mia carriera. Sono stati anni molto difficili e credo sia facile intuirne i motivi. Di giorno ero circondata da decine di gambe agili che saltellavano, si muovevano in armonia con dei corpicini sani, belli, invidiabili. Di sera ero immersa in una realtà completamente diversa e vivevo uno scostamento emotivo che spesso sfogavo piangendo in silenzio “Sicuramente sua figlia non potrà mai camminare nè giocare al pallone”, sentenziarono i medici, mentre io ero quotidianamente circondata da bimbi festosi che, al rientro dalla ricreazione, esultavano e desideravano condividere con me l’andamento della partita. In quei momenti paradossalmente godevo anche della ricchezza gratuita che il buon Dio aveva donato loro e che forse neanche sapevano di possedere. Quei dieci anni vissuti da educatrice e da mamma sono stati i più arricchenti e mi hanno permesso di affinare certe mie qualità umane che alcuni miei ex allievi mi ricordano ma che io ho rimosso. Così mi è capitato spesso di rivedere dopo anni miei vecchi allievi, stentando a riconoscerli: loro, però, non hanno dimenticato i miei metodi che, oltre ad essere didattici, sono spesso anche umani. Come quando ho incontrato un giovanotto di 30 anni che mi dice: “Io di te mi ricordo: avevo delle difficoltà, mi portavi a casa di tua mamma dopo la scuola, mi rispiegavi la lezione e poi mi davi anche il toast!”. Le qualità umane si capiscono da episodi così, piccole cose che incidono nella vita di un uomo anche se possono apparire insignificanti. Nel mio percorso professionale e di vita non posso dimenticare gli incontri con alcune persone che considero determinanti. Anzitutto Renato Gervasi, autore del libro “Mi sono rotto i bulbi”: una persona che, con infinità generosità, fiducia e disponibilità, mi ha donato, quattro anni fa, il logo del bulbo felice, dando una direzione nuova ai miei metodi educativi. E come non citare Daniele Cutroni e Moira Plebani, sorgenti inesauribili di creatività: con loro si procede su binari paralleli in uno scambio di crescita proficuo non solo per gli allievi ma anche per i genitori. Nell’ambiente scolastico, poi, sono molto legata al mio attuale direttore, Raffaele De Nando, con il quale ho iniziato il percorso del bulbo felice in un approccio innovativo di scuola costruttivista e creativa. Non posso sicuramente tralasciare la persona che mi ha permesso di entrare in contatto con il mondo Compagnia della Bellezza: il mio compagno di vita, nonché hair stylist, Mauro Andrioletti.

dominarle, sentirsi libero di poter esprimere ciò che ha dentro, aver fiducia nelle sue capacità, credere nei propri sogni. Ha bisogno di sentirsi accolto, ascoltato, di potersi ascoltare, impegnarsi, ma anche della possibilità di distrarsi, di poter sbagliare. Solo così può sentirsi parte di un progetto comune di crescita, di un ‘Noi tutti’ in cui le doti, i talenti del singolo diventano funzionali verso il suo sapere e verso le scelte che fa per crescere. Il bambino diventa così corresponsabile nella creazione di un ambiente di apprendimento nuovo che gli permette di poter riconoscere l’importanza del linguaggio emotivo, quello del cuore. Tutto questo viene favorito grazie al ‘Bulbo felice’, un totem educativo che permette al bambino di sviluppare strumenti critici ed emotivi che lo aiutano a crescere libero e consapevole sia a scuola sia a casa. La semina e la coltivazione del bulbo mettono la classe in una situazione emotiva molto stimolante, dato che il bambino vive quotidianamente situazioni di scoperta, sorpresa, seduzione, passione e convinzione. Abitando questa esperienza si scopre il rispetto dell’ individualità, l’accettazione della propria unicità, la pazienza nell’attesa del fiore. Fin dalla prima classe si possono sviluppare competenze relazionali che ritengo fondamentali nella costruzione di relazioni interpersonali chiare, libere e serene che portano a una resa più efficace in termini di apprendimento: un clima relazionale di Joyà e di serenità favorisce la costruzione di competenze cognitive ed emotive più forti.

Quali sono i momenti a cui sei più legata? Ci sono tantissimi momenti vissuti molto intensamente e associati a diverse emozioni. Non vivo, però, di ricordi: amo il qui e ora. Mi piace

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assaporare il nuovo cogliendone le meraviglie e le opportunità in una scuola creativa, scoppiettante e viva. I bambini e il futuro del mondo: in che modo pensi che il tuo insegnamento possa dare un contributo innovativo? Secondo me è un insegnamento in cui il ‘Noi tutti’ diventa un modello di esistenza di gruppo, una piccola società scolastica e familiare, un modellino di isola incantata in cui si trovano a interagire persone diverse (allievi, maestri, genitori): tutti cittadini e ambasciatori di Joyà che devono e dovranno far funzionare armoniosamente il paese, la città, il mondo. I genitori non sono più spettatori ma coprotagonisti in un progetto di senso condiviso. Nel ‘Noi tutti’ si coglie il qui e ora, si sperimenta la vita, si sbaglia arricchendosi dell’errore, si percepisce l’altro come una risorsa, trovando soluzioni comuni e prendendosi cura della propria crescita ma non solo. Si impara ad abitare ogni emozione, comprese quelle spiacevoli come la paura, la solitudine, la rabbia: lo scopo finale è quello di ritrovare la Joyà, riuniti in un Noi-tutti sempre più grande ed armonico. I piccoli di oggi sono gli adulti di domani: facciamo prevenzione conciliando il rispetto del proprio mondo emozionale con un vivo senso della socialità.

I piccoli di oggi sono gli adulti di domani: facciamo prevenzione conciliando il rispetto del proprio mondo emozionale con un vivo senso della socialità.

Sito Web: www.davideguglielmino.com/lydia-giudici

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NEI GIOIELLI DI ELENA RUSSO UN RESPIRO D’ETERNITÀ. a cura di RAIMONDO VENTURA foto ELENA RUSSO

Una tecnica antica. La creatività e la passione di una designer. Il risultato è prezioso e tutto da indossare.

Catanese classe 1972, Elena Russo è un architetto, con diverse pubblicazioni all’attivo che riguardano la teoria della forma, il rilievo digitale e la pittura contemporanea. Ha partecipato a collettive di giovani artisti e scrive per riviste nel settore moda e costume. Elena ha iniziato a produrre gioielli un po’ per hobby: oggi è diventato un lavoro serio a cui tiene moltissimo.

Come nasce la tua passione per i gioielli? I gioielli sono sempre stati una passione. Da ragazzina ammiravo certe creazioni di alta gioielleria, lussuosi, opulenti e molto costosi. Tutto iniziò un poco per hobby e molto perchè i gioielli che vedevo o possedevo non mi convincevano del tutto. Così iniziai a lavorare con le passamanerie: cucendole insieme davo forme a medaglioni o a catene di seta colorate. È una tecnica antichissima: molte divise militari ma anche abiti venivano e vengono tuttora decorati con questa tecnica. Con il tempo ho iniziato a montare tra le fettucce perle, cristalli e pietre semi preziose. Le forme e i colori sono mediterranei, barocchi. Oggi è un lavoro e un marchio, “Pescamelba”, al quale tengo moltissimo.

un’opera finita, nel creare un gioiello parto da una idea o da una ispirazione. Questa è una ‘base’ ma di certo nei miei gioielli ogni colore sviluppa ritmo, porta alla massima intensità la curva, la luce dei cristalli, la durezza delle pietre, conciliandoli con la morbidezza del tessuto che li incastona. Su quali valori estetici fondi il tuo stile? E’ chiara la ricerca “totemica” dell’immagine, un miscuglio di forme a volte barbariche, primitive, altre volte in perfetto equilibrio ma sempre dinamico e sensuale. Il mio stile è legato alle mie radici siciliane, frutto del succedersi nel tempo di culture diverse. Visioni estetiche approfondite grazie alla mia esperienza di architetto. Amo il barocco della mia terra, esplosione di colori, artigianalità dalla vitalità intrinseca dei segni: è così che i miei gioielli diventano unici.

Qual è il tuo concetto di gioiello? Come si sposa con il gusto contemporaneo? Concepisco il gioiello come un’opera d’arte, e, come tale, risulta fuori dal tempo. Il gioiello rinvia ad un universo estetico assoluto e svincolato da ogni contingenza modaiola. Il gioiello deve far sognare: deve essere lusso e opulenza. Mi piace accostare a una moda minimal o addirittura casual un gioiello vistoso.

A quali maggiori soddisfazioni sei legata? Il piacere è quello di vedere le donne indossare le mie creazioni. A differenza della mia parallela professione di architetto, dove devo considerare la mutevolezza e la contingenza di stili e gusti, il gioiello rinvia a una dimensione di eternità, fuori dal tempo. Ogni gioiello è concepito come un pezzo unico, come è unica la donna che lo indosserà. Per questo motivo l’incontro con il gusto altrui ti dà una soddisfazione che va al di là dei tempi e delle soggettività: è una conferma che respira d’eternità.

Come nasce il processo creativo e come si sviluppa? Contrariamente al lavoro di architetto, dove il progetto ha un’importanza fondamentale per la realizzazione di

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Su quali percorsi futuri camminerà la tua creatività? Intendo il processo creativo come un divenire. Per questo motivo mi piace dire che la creatività vive di ispirazioni presenti. Di sicuro continuerò a studiare, fare ricerca, cercare nuove tecniche e anche, perché no, a farmi investire da nuove influenze stilistiche dovute a studi o viaggi. Ogni giorno la mia attività vive di un nuovo entusiasmo, forte. Il mio sogno l’ho realizzato e ogni giorno m’impegno per continuare a fare ciò che mi piace davvero, ciò che mi mantiene viva dandomi preziose scariche di adrenalina. La conferma? Le persone che mi scrivono. Uno su tutti: “Sei in un mondo meraviglioso, e i tuoi gioielli lo confermano. Complimenti! Sono così particolari, (forma - materia - colore) che mi sembrano amuleti… Sono pieni di energia!”. Ditemi se non è poco!

Sito Web: www.davideguglielmino.com/elena-russo

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Il mio concetto di gioiello deve far sognare: dev’essere sinonimo di lusso e opulenza. E il connubio con il tessuto permette questa sfarzosità , intesa come segno distintivo.

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Tra check-in e riflessioni di un global manager catanese.

a cura di RAIMONDO VENTURA foto DANILO CICCARELLI

solo il punto di arrivo, ma anche il percorso. Coglierne l’essenza è soprattutto un’esperienza mentale più che fisica. Il mio percorso spesso è un viaggio aereo, in maniera piuttosto casuale, se vogliamo. Se fossi un rappresentante sarebbe un viaggio in macchina, se fossi un agricoltore sarebbe un trattore. L’aereo mi sembra oggi l’unico luogo dove si può stare in silenzio. L’unico momento in cui sei veramente solo, e puoi lavorare con te stesso. È la dimensione del rispetto, per sé e per gli altri: l’unico posto dove non squillino le suonerie dei nostri telefonini. Da lassù hai una visuale estremamente nuova, soprattutto su te stesso, dato che spesso sai già cosa fare quando arrivi, soprattutto in termini di business e trattative commerciali. In più il viaggio aereo ti offre uno spaccato visivo che rimanda all’onnipotenza. La visuale dall’alto ti fa capire che non c’è fine agli obiettivi che possiamo porci: tutto sembra molto più fattibile. Non vedi più distanze, processi e burocrazie varie ed eventuali, differenze culturali. È la dimensione del possibile. Vedere le cose dall’alto ti fa capire come tutto è relativamente piccolo. L’aereo ti ‘espande’, al punto da far diventare il viaggio un’esigenza profonda che fa parte di te. Se non lo facessi per lavoro, viaggerei per me come persona.

Intervista programmata per le ore 9.00. Ritardo appena dieci minuti a causa del traffico e lo trovo sul divano a “sfogliare” l’Ipad. Si alza in piedi e mi porge la mano. Il suo sguardo deciso mi fa capire che non ha apprezzato i dieci minuti d’attesa. Ma la sua aria distesa e serena mi dice che ha molto da raccontare. Leggo sul biglietto da visita che mi porge ‘Danilo Ciccarelli. RICA Business Development’, funzione che svolge in qualità di consulente aziendale. Ci sediamo e la domanda che avvia la nostra discussione arriva spontanea. Cosa significa essere un Business Development Manager oggi? Per ciò che mi riguarda occuparsi di sviluppo oggi significa mettere la propria esperienza aziendale a disposizione degli imprenditori che necessitano di un supporto strategico per internazionalizzarsi o diversificare il proprio business. È così che vivo la mia professionalità: come uno scambio di opportunità tra me e l’azienda che rappresento, la RICA, azienda leader nel settore cosmetico professionale. In questo modo vivo molto più orientato agli obiettivi: quelli dell’azienda sono anche i miei. La simbiosi strategica è forte: per questo sono più un partner di RICA che un collaboratore aziendale tradizionale. Probabilmente è un modo meno ‘comodo’ di vivere il mio impegno professionale, ma è sicuramente più challenging, più sfidante.

Quali aspetti della sicilianità porti sempre in viaggio con te? Il DNA siciliano mi consente di trovarmi a mio agio in mille occasioni. Sono convinto che la dimensione della sicilianità ti viene in aiuto, specie in alcune parti del mondo. Penso alle negoziazioni con arabi, sudamericani, nordafricani: occasioni in cui prendi parte a pratiche sociali con una loro ritualità specifica e da osservare con rispettoso rigore. La sicilianità è quella capacità genetica di ‘abbracciare l’altro’ e la cultura che rappresenta, e probabilmente deriva dal ruolo storicamente ‘di passaggio’ dell’Isola, dove si sono succedute le dominazioni bizantine, arabe, normanne, aragonesi (per citarne solo alcune). Da ciò derivano la cultura dell’ascolto, il rispetto dell’altro, la sacralità di ogni momento d’incontro. In India, per esempio, mi capita di restare per alcuni giorni, quando le negoziazioni commerciali con i distributori durano al massimo un’oretta. Cosa faccio il tempo restante? Il mio interlocutore mi porta a casa sua, mi introduce nella sua quotidianità: così coltivo la relazione umana. Il business diventa un ‘di cui’. L’attenzione all’essere umano, l’ascolto, l’apertura all’interculturalità. Se fanno parte del tuo modo di essere, il grosso del lavoro è fatto. Ciò non accade in altre zone, come in NordAmerica, dove è tutto il contrario. Lì è premiata la sintesi, la velocità, lo ‘straight to the point’, la stretta di mano conclusiva. Quando sono negli States anche per due giorni, mi capita spesso, al contrario, di restare

Quali sono gli orizzonti con cui ti confronti quotidianamente? Ho sempre dato al mio percorso professionale un taglio di Business Development, in tutte le aziende con cui ho lavorato (food, farmaceutico, tv digitale, beauty). La funzione ‘internazionalizzazione’ è la mia attitudine quotidiana. In particolare, nel settore in cui lavoro oggi, la cosmesi, esiste un forte valore intrinseco del made in Italy, percepito e apprezzato a qualsiasi latitudine. Per chi lavora in aziende italiane orientate alla valorizzazione del ‘made in Italy’, l’internazionalizzazione è quasi un imperativo strategico: il concetto di mercato per un’azienda italiana nel dopoguerra era rappresentato dall’Italia; negli anni ‘80 è diventato l’Europa, oggi è inevitabilmente l’intero globo. E non solo per le aziende multinazionali, com’era prima: anche le piccole aziende devono ripensare il loro modello di business, avendo la globalizzazione come punto di partenza, non come approdo finale. Cosa che ad oggi è molto più semplice. La mia capacità specifica nel settore dello sviluppo estero si rispecchia oggi nel ruolo che ricopro alla RICA. Ti capita di viaggiare di frequente per lavoro. Quali sono i tuoi pensieri di viaggio? Mi piace pensare che nel mio lavoro non è importante

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POLTRONA CON VISTA. SULLE NUVOLE.

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solo in albergo. Per questi motivi amo vivere il viaggio nelle modalità che mi offrono le persone che trovo al mio arrivo: non amo le gite turistiche ma chiedo a chi mi ospita di portarmi con sè nelle sue faccende quotidiane. Anche per questo di rado torno a casa con la macchina fotografica piena di foto.

dirigenziali. Persone semplici e pulite che hanno chiaro il loro obiettivo: grazie alla meditazione vivono tutto in modo unico e invidiabile. ‘È accaduto’. Ed è stato un successo. Un’esperienza che mi ha davvero colpito, facendomi apprezzare una cultura sempre all’insegna della dignità. Da quando lavoro in RICA non vedo l’ora di tornare in India. Le stesse persone coinvolte in quell’evento sono poi venute in Italia e le ho invitate a cena da me. Mi hanno detto: “La prima volta che ti abbiamo visto abbiamo sentito delle vibrazioni talmente forti, che avevamo ‘visto’ il nostro accordo e questa cena già allora.” Poi ho pensato alle mie negoziazioni negli U.S.A. e ho capito la differenza culturale tra i due paesi.

A quali esperienze e ricordi di viaggio ti senti più legato? Mi viene da pensare immediatamente a un’esperienza di lavoro in India, al tempo in cui abbiamo lanciato i nostri prodotti nel paese. Abbiamo organizzato un evento con 300 invitati a New Delhi, per presentare l’azienda e proporre un momento di training. Arrivati in questo grande albergo, allestito ad hoc per l’occasione, scopriamo che alle 9.45, cioè un quarto d’ora prima dell’inizio dell’evento, ci sono solo 15 convenuti. In balia di un senso di sconforto crescente, con lo spettro di un insuccesso sempre più incombente, ne parlo preoccupato con il distributore indiano. Lui mi dice semplicemente ‘accadrà’ (‘it will happen’). Mi porta a prendere il tè, mentre io non capisco il suo atteggiamento di fronte a un possibile fallimento dell’evento. Ma lui appare sereno e sicuro del fatto che tutto andrà bene. Alle 10.05 i presenti erano 420. Gli indiani sono persone estremamente intelligenti, ma soprattutto dalla forte spiritualità. Ciò li porta a una perenne serenità, anche ad alti livelli

Quali insegnamenti a livello personale ti hanno lasciato dentro i tuoi viaggi? I miei viaggi di lavoro mi permettono di stratificare nella mia cultura personale dei valori e delle modalità che altrimenti non avrei potuto sviluppare. In tutti i posti in cui sono stato ho compreso che l’elemento umano nel business è il fattore di successo. Non siamo più negli anni in cui aveva successo l’azienda che faceva pubblicità e aveva il miglior rapporto qualità-prezzo. L’era in cui negli U.S.A., in Europa e in Giappone valeva il detto ‘business is business’. Con lo sviluppo dei paesi emergenti, l’asse dell’equilibrio economico globale si è spostato a Sud e a Est: diventa

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Il 33% della popolazione dell’India (oltre 1 miliardo di persone) è compreso tra i 0 e i 14 anni. I giovani indiani sono, tra l’altro, tra quelli che vantano il QI più alto al mondo.

sempre più necessario investire nella dimensione umana. Mentre penso all’efficacia dei miei prodotti, penso anche a cosa significano rispetto e ascolto dell’interlocutore. Per questo motivo le piccole aziende stanno erodendo grosse quote di mercato alle multinazionali. L’elemento ‘denaro’ non è più centrale. Le dinamiche sono altre: tutte umane e legate al servizio, reale elemento di differenziazione oggi. Come vivi la dimensione del ritorno a casa? Mi sento privilegiato perché viaggio, perché conosco e mi contamino di culture, ma anche perché poi torno e sono a casa mia. Ho lavorato molto all’estero e fuori dalla mia Catania. Oggi l’esperienza in RICA è il maggior privilegio per un profilo professionale come il mio. Se sto una settimana a Istanbul, poi proseguo per Taipei, il venerdì sera torno a casa. Sabato mattina faccio colazione con la mia famiglia a base di granita: poi vado a pescare. Non è forse un privilegio questo? Può sembrare che il viaggio allontani dalla famiglia, ma in realtà, se è vero che 30 volte l’anno sono fuori per lavoro, è anche vero che prima, durante e dopo ogni esperienza all’estero la mia soddisfazione professionale aumenta: ne guadagna tantissimo anche la mia serenità in famiglia. Di pari passo la mia soddisfazione si riflette nell’ambito dei miei affetti. In viaggio rivaluti molto le persone con cui condividi la tua vita: quando torno apprezzo molto di più il luogo in cui vivo e le persone care. Ritengo infatti che chi viaggia e ama viaggiare non è necessariamente uno che sta bene da solo, anzi. La nostalgia non manca mai. Come ha scritto Kundera, “il più grande avventuriero di tutti i tempi è anche il più grande nostalgico”. Ogni volta che parto dico sempre che sarà bello tornare a casa dalla moglie e dalle mie figlie. È più bello perché torno dai viaggi più ricco e sono più disposto a dare. Ma soprattutto perché quando vedo la mia famiglia da 12.000 metri d’altezza o da un’altra latitudine la contemplo in una visione d’insieme, da un‘angolazione diversa, più complessiva e meno legata al particolare. Al rientro a casa il viaggio continua, in maniera tutta sua, certo un po’ più rumoroso (ho due bambine piccole...). E ogni volta che torno a casa mia moglie mi chiede sempre: “Quand’è che lo facciamo noi un viaggio?” Secondo voi cosa dovrei rispondere?

La dimensione della sicilianità ti viene in aiuto, specie in alcune parti del mondo. Penso alle negoziazioni con arabi, sudamericani, nordafricani: occasioni in cui prendi parte a pratiche sociali con una loro ritualità specifica e da osservare con rispettoso rigore.

Sito Web: www.ricagroup.com www.davideguglielmino.com/danilo-ciccarelli

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IO, L’OBIETTIVO E TUTTO IL RESTO. a cura di CHIARA F. DI PRIMA foto DAVIDE GUGLIELMINO, ANTONIO DI MARIA

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Sicuramente le tre parole che mi vengono in mente quando penso al mio lavoro sono dedizione, passione e azzardo!

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Antonio Di Maria e la ricerca del bello. Anno dopo anno. Scatto dopo scatto. Classe 1970 Antonio Di Maria costituisce una delle colonne portanti, in quanto a competenza, professionalità ed entusiasmo all’interno di Compagnia della Bellezza. Da vent’anni fotografo di talento e grande creatività, immortala le modelle delle varie collezioni di CDB, dell’alta moda e del pret à porter italiano. Dopo una breve esperienza in un’importante agenzia pubblicitaria catanese, inizia la sua avventura al fianco di Renato Gervasi e Salvo Filetti. Sodalizio che lo porta col tempo ad acquisire sempre maggiore preparazione, abilità e visibilità anche in contesti nazionali e internazionali. Quando e perché nasce la tua passione per la fotografia? Sin da piccolo, per l’esattezza all’età di 12 anni. Sono stato sempre attratto dal “click” dello scatto fotografico e, spesso, mi capitava di rimanere incollato di fronte alla tv quando scorrevano immagini di set fotografici o cinematografici. Un bel giorno chiesi a mia madre se anche noi eravamo in possesso di una fotocamera. Il primo contatto… e fu subito amore. Questa avventura all’interno di Compagnia della Bellezza quali cambiamenti ha comportato in termini di crescita umana e professionale? L’insegnamento più importante potrei definirlo così: “qualità e sacralità delle azioni”. Esistono azioni “locomotiva” ed azioni “vagoni”. La maggior parte delle persone compie ogni giorno movimenti da vagoni; io, grazie a Renato Gervasi e Salvo Filetti, ho imparato a scegliere di compiere azioni “locomotiva”, così da trainare la mia vita verso i miei interessi. In vent’anni difatti sono riuscito ad imparare a suonare il pianoforte, la chitarra, a dipingere, a “fare i tarocchi”, a comporre musica e a scrivere racconti. Aver raggiunto alcuni dei miei obiettivi principali non solo in termini economici, ma anche di gestione del proprio tempo fa di me una persona felice ed appagata nella vita personale e nel lavoro. Quali sono le persone a cui sei più legato e con cui ti rapporta quotidianamente in maniera più profonda? Con me stesso, bisogna essere legati al proprio “sé”, altrimenti si rischia di perdere di vista il proprio personalissimo progetto. Quotidianamente la cosa più importante è ritrovarsi, amarsi, capirsi e solo successivamente è possibile relazionarsi e aprirsi agli altri: è solo allora che si possono creare autentici legami consapevoli.

Quali i tuoi scatti più famosi? Sicuramente quelli delle collezioni di moda o quelli pubblicitari. L’anno scorso a Natale mi era venuto in mente di organizzare una mostra fotografica. Un giorno, di sera, guardandomi attorno, mi sono accorto

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che, ovunque mi girassi, era possibile scorgere sui cartelloni, nelle vetrine, nei centri commerciali, nelle aziende, foto pubblicitarie scattate da me. Subito mi sono reso conto che la più grande mostra fotografica stava già lì e alla portata di tutti. Ricordi qualche episodio particolare durante alcuni scatti? Ricordo solo rigore e grande attenzione. Riuscire ad acquisire un linguaggio fotografico internazionale non è facile e le mie foto sono spesso pubblicate su riviste come “Vogue” “Glamour”, “Donna moderna”. Spesso capita di avere al fianco le firme dei più grandi della comunicazione mondiale: quindi è necessaria molta precisione e concentrazione nei set. Tre parole che definiscono il tuo lavoro. Sicuramente le tre parole che mi vengono in mente per ottenere buoni risultati sono dedizione, passione e azzardo! Qual è l’aspetto delle donne che devi fotografare che t’affascina maggiormente? Nessuno, difficilmente una donna mi affascina, il mio approccio è sempre estremamente professionale e mirato al progetto da realizzare. Quanto sei soddisfatto del percorso intrapreso e di ciò che sei riuscito sinora a realizzare? Abbastanza, credo comunque che la realizzazione professionale non deve essere vissuta come una ossessione perchè in realtà raggiungerla è un’illusione, non esiste: chi ricerca questa diavoleria di solito è pieno di ansie, paure e desideri insoddisfatti.

Sito Web: www.antoniodimaria.com

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MOTOCICLETTE. PLURALE FEMMINILE. a cura di SILVA FEDRIGO

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Indipendenti, affascinanti e libere dai cliché. Sono le ragazze che cinquanta, sessanta e settanta anni fa sfidavano le convenzioni per amore del vento nei capelli e delle due ruote. E se vostra nonna fosse stata una centaura? Quante volte nei vecchi film abbiamo ammirato splendide emancipate signore come Grace Kelly guidare eleganti decappottabili attraverso bucolici percorsi di campagna? Ad un certo punto Hollywood sdoganò la donna al volante: era impossibile ignorarlo, sempre più donne guidavano, per necessità, desiderio di libertà o ovvio esercizio di una pari opportunità. Ma le moto? Dove sono le moto? Perché non compaiono donne in moto nei film, in televisione, negli spot pubblicitari, nelle riviste? E se compaiono perché sono di solito pin-up accostate alla moto come “decorazione” e mai come vere bikers? Perché si dice spesso che per le donne è difficile guidare una moto? In fondo oggigiorno ci sono donne che svolgono compiti ben più complessi e faticosi, una volta tipicamente maschili... Viene un sospetto. La macchina è diventata un bene di massa, buona parte dei modelli non rappresenta più il motore come potenza, sport e libertà, ma è lo strumento utile e quotidiano che serve per la gita domenicale della famiglia o per portare a scuola i bambini. Una macchina così la guidano anche le mamme, alle donne è permessa. La moto invece continua a suo modo ad essere uno status symbol: più che un mezzo di trasporto, uno oggetto associato ad un piacere e a uno stile di vita. Libertà, esplorazione, indipendenza, assenza di vincoli, orari, ruoli... E forse questo territorio

ancora non è considerato “cosa da donne”. Eppure le motocicliste ci sono e c’erano. Basta andare a cercarle, frugare nella rete, negli archivi delle associazioni e nei libri e sbucano personaggi superbi. Come Dot Robinson, australiana, figlia di un progettista e designer di sidecar emigrato negli Stati Uniti per allargare il proprio business nei motori. Dot cresce tra le motociclette ed è una delle pioniere delle due ruote al femminile. Negli anni ‘30 e ‘40, partecipa col marito, anche lui motociclista, a molte competizioni in diverse categorie, e, nonostante le difficoltà e l’ostilità che trova nell’ambiente, ne vince alcune di rilievo. Con Linda Dugeau, biker incontrata in una gara, nel 1941 crea Motor Maids, la prima associazione americana che promuove il motociclismo tra le donne. Continuerà a viaggiare in moto, anche su distanze lunghe e lunghissime, fino all’età di 85 anni, collezionando una cosa come un milione e mezzo di miglia percorse. Bessie Stringfield non fu da meno. Nata in Jamaica ma cresciuta negli States, guida la sua prima moto, una Indiana Scout, a sedici anni. Poco più che adolescente, viaggia attraverso gli Stati Uniti guadagnandosi da vivere con spettacolari numeri da stunt nei parchi divertimenti. Spesso, a causa dei comportamenti razzisti che incontra nei suoi viaggi, è costretta a dormire sulla stessa motocicletta su cui si sposta.

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Nel corso della Seconda Guerra Mondiale lavora come corriere civile, trasportando in moto documenti per l’esercito da una base militare all’altra. E’ la prima donna afro-americana ad attraversare in solitaria gli Stati Uniti, e lavorando per l’esercito farà la traversata otto volte in quattro anni. Nel 2002 è entrata nella Motorcycle Hall of Fame: una specie di Nobel delle due ruote! Incrociando foto e informazioni frammentarie in rete si trova notizia di un’altra biker inarrestabile, piena di charme e carisma. La leggendaria Anka-Eve Goldmann, alta, bella, tedesca, famosa per le sue straordinarie prestazioni negli anni ‘50 e ‘60 su moto che nessuno all’epoca pensava una donna potesse guidare e controllare: le pesanti e potenti BMW R67/3 e R69. Non solo: la signorina Goldmann correva nei circuiti più impegnativi e difficili, come Nurburgring, lasciando tutti a bocca aperta, al contempo scrivendo reportage e pezzi di vario genere per le riviste di settore. In quanto donna, però, non viene ammessa a partecipare a competizioni superiori come i Gran Premi. Ma non si accontenta delle gare: è in sella tutto l’anno, con ogni condizione atmosferica, e proprio per questo inizia a disegnare e progettare abbigliamento tecnico in pelle, che oltre che bellissimo (tuttora un riferimento di stile ineguagliato) fosse davvero caldo, comodo e funzionale. Fu lei a inventare la famosa zip diagonale sui giubbetti da moto, particolarmente comoda per le biker donne. Freddo, pioggia e neve, nulla la ferma. Partecipa anche ogni anno al celebre Elephant Rally, una specie di esperienza estrema per qualunque biker che abbia il coraggio di correre sulla neve e il fango. E come loro ce ne sono davvero tante... Ogni tanto riemergono da soffitte e vecchie scatole altre foto ingiallite di signorine compostissime su moto luccicanti o di amazzoni temerarie come Anke-Eve, e qualcuno le mette su internet. Perciò il mio consiglio è: se non sapete ancora tutto, ma proprio tutto di vostra nonna, date una controllatina ai vecchi album e ai ricordi di gioventù. Chissà che non la troviate orgogliosamente in posa su un Guzzi o un Gilera, pronta a sgasare, via, verso strade di campagna, curve e vento.

Un libro fotografico consigliatissimo per qualità e bellezza delle immagini: The American Motorcycle Girls 1900 - 1950 di Cristine Sommer Simmons. Un film (perché esiste un’eccezione): The Girl on a Motorcycle, 1968, con Marianne Faithfull e Alain Delon.

Sito Web:

www.womenandmotorcycling.com/history

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REBECCA

www.rollingstones.com

a cura di REBECCA LA MELA

Le novità e i dischi che hanno fatto la storia del rock. Quando andai in Inghilterra, la Tube e ogni negozio HVM di Londra (famosa catena di negozi di musica) erano pieni di locandine e in diffusione sentivo spesso soltanto una cosa: il leggendario “Exile On Main St.” dei Rolling Stones, in versione rimasterizzata in occasione dell’anniversario dell’album.

scrivere pezzi pieni di sex, drugs and rock ‘n’ roll. “Exile On Main St.” è il punto di svolta, è il massimo grado di maturità che gli Stones potessero raggiungere. E’ un album pieno delle chitarre massicce di Keith Richards e di Mick Taylor (Rocks Off e Rip This Joint), di trombe e sassofoni (Casino Boogie), di giri armonici tipicamente blues (Shake your hips e Ventilator Blues), di canzoni fatte semplicemente di chitarre acustiche e armonica (Sweet Virginia), e di grandi ballate come Loving Cup.

Con la carriera più longeva della storia del rock (il primo album omonimo venne pubblicato nel 1964), gli Stones si confermano ancora una volta come la più grande formazione rock ‘n’ blues di tutti i tempi. Exile On Main St. non è solo un pezzo fondamentale nella discografia stoniana, ma ha segnato a vita l’evoluzione del rock ‘n’ roll. Sappiamo bene che i Rolling Stones cominciarono la loro scalata al successo con un album di sole cover blues reinterpretate in chiave sporca: ciò li portò a non essere molto considerati dalla critica.

Ma il brano centrale che racchiude tutte queste caratteristiche è sicuramente Shine A Light, che timidamente entra soltanto con pianoforte e la voce inconfondibile di Mick Jagger, a cui si vanno aggiungendo tutti gli altri strumenti per poi sfociare in uno dei più belli assoli di chitarra della storia del rock. 18 brani che non vanno fermati neanche un momento, da ascoltare tutti d’un fiato, a occhi chiusi immaginando di essere ad un concerto dei Rolling Stones durante il tour europeo del 1974. In un solo aggettivo: orgasmico.

Ma con album come “Beggars Banquet” e “Sticky Fingers” dimostrano anche di avere la maturità di

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www.belleandsebastian.com

ENGLISH IS BETTER Belle & Sebastian

“Write About Love” (2010) Il 2010 non è ancora finito: ci si avvicina al Natale e si comincia a pensare (ahimè) a cosa regalare ai parenti. E’ stato l’anno di Lady Gaga e delle sue stramberie da imitatrice di Madonna, ma fortunatamente è anche l’anno del disco più bello di Belle & Sebastian, “Write About Love”. Elegante, raffinato, estremamente pop. Semplice nelle musiche e nelle voci, con suoni che rimandano direttamente agli anni 60 (vedi l’organetto Vox Continental in I Want The World To Stop), visualizzando immagini in bianco e nero di amori passati e fermando il tempo di un mondo che va fin troppo veloce. Energetico in brani come Come on sister e la title track Write About Love, dolce e sognante in Calculating Bimbo e The Ghost of Rockschool. Per gustare appieno questa chicca pop, ci sarebbe da andare a razziare negli armadi della mamma o della nonna e cominciare a ballare come si faceva a quei tempi, cercando di gustare e apprezzare le piccole cose che ogni tanto ci sfuggono. “Write About Love” è sicuramente uno degli album più belli ideati negli ultimi dieci anni, da ascoltare sorseggiando rigorosamente thé inglese e mangiando i biscotti al burro, ovviamente alle cinque del pomeriggio. www.myspace.com/judabox

THE ITALIAN JOB judA – “Malelieve” Era il 2007 quando conobbi personalmente i judA, tre ragazzacci milanesi un po’ trasandati coi capelli lunghi; mi regalarono il loro primo album Respiri e Sospiri, che consumai negli anni in attesa di un nuovo lavoro. Dopo tre anni tornano con prepotenza col loro secondo lavoro, “Malelieve”, ed entrano di diritto nella scena indie italiana come una delle formazioni più interessanti e talentuose. Marco Antoci D’Agostino (basso e voce), Sergio Fossati e Alberto Mangili (batteria) mischiano in 11 pezzi Nirvana, Motorpsycho, Mogwai e A Silver Mt. Zion, avvalendosi della collaborazione di Paolo Fusini degli Spread (Lame di sabbia), di Laura Spada (3C), di Stead (Trema), e di Xabier Iriondo (Invasa da Umori a Distanza). Il risultato è un album violento, sia nelle composizioni che nei testi introversi e maliconici. Un disco sentito nelle vene, emozionante, partorito da urla e paranoie, mai banale, a tratti rilassante. Non puoi evitare di sentire i brividi che salgono per la schiena durante l’epicità di un brano come Trema, di commuoverti sentendo le parole stonate cantate da Marco e di farti stravolgere le budella dalle distorsioni di Sergio e dalle pelli maltrattate da Alberto. Con “Malelieve”, i judA si confermano come una delle band più promettenti della musica italiana, sperando che possano trovare anche il loro spazio all’estero. “Io, io sono io, io e nessun altro a un passo da me e a urlare che io. Io sono io.” (da Trema)

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TRONI ESOTERICI: CHI SI SIEDE... NEI TAROCCHI. LORD WILLIAM - LADY MARYON

...prosegue

«Il Pontefice è colui che crea i legami. Rappresenta un uomo saggio, virtuoso, influente, una guida. La forza di questa carta è equilibratrice, porta serenità e riappacificazione. Il suo abito, blu e oro, rinvia ai colori della saggezza e dello spirito».

L’eco di quelle parole incontrava i miei turbamenti. Metteva a nudo la mia anima. Sollecitava la mia voglia di saperne di più. «Scegli un’altra carta. Prosegui il tuo percorso», disse Cloris. Ne avevo già adocchiata una. La mia mano la indicava, avida di sapere. La mia curiosità cresceva. «Questa», dissi.

Ultimamente la parola ‘legami’ non solo aveva perso forza, ma si era svuotata di significato. Iniziavo a pensare che era un vocabolo non necessario all’interno del dizionario della mia serenità. Sono necessari dei legami per essere felice? Ne avevo perso uno importante, ma il mio stato di narcosi esistenziale non ne avvertiva l’esigenza. Forse in fondo la risposta a questa domanda non era così rilevante. Di sicuro non mi interessava al momento.

«Il Papa». Cloris fissava me e Maryon con un sorriso che sapeva tanto di una consapevolezza sempre più matura e delineata. Io guardavo dentro me. Cercando di capire in che modo il mio percorso di vita potesse essere fotografato dalle carte dell’Imperatore, prima, e del Papa, adesso. Carte che mi parlavano di un presente già gravido di sicurezze a portata di scelta.

«Il Papa rappresenta il principio maschile che ha sublimato il potere terreno nella conoscenza cosmica e sottile dell’esistenza. Può significare in alcuni casi una partner non ancora pronta ad essere consorte».

«Il Papa siede in posizione sopraelevata, nell’atto di benedire, con la croce nella mano sinistra. Si fa carico della saggezza e dell’esperienza che agiscono nel qui e ora, la vita religiosa e spirituale diventa parte integrante del presente nel quotidiano.»

Non riuscivo a trattenere un sorriso. Cloris mi suggeriva tra le righe di armonizzare il mio animo alle possibilità che mi stavano intorno. Raggiungere un equilibrio e sintonizzarsi con il mondo era la soluzione.

Sicuramente vagavo da qualche tempo immerso nelle mie sensazioni, cercando un appiglio in un vuoto improvviso. L’addio a Giulia era la logica conseguenza di un rapporto che forse aveva già in sè una ‘data di scadenza’. Ma nel vagare dentro me dovevo ricominciare daccapo. Dovevo ripartire da me.

Non era la cosa più semplice per me in quel frangente. Ma di sicuro gli occhi neri di Cloris sembravano aver agguantato parte del mio vissuto e non sembravano intenzionati a darmi tregua.

Cloris proseguiva.

«Dovresti fare attenzione alla prossima carta che scegli. Rifletti bene e poi indicane una.»

«L’imperatore.» «Egli esercita il suo potere sciogliendo i tuoi dubbi e le tue indecisioni. Se in te l’intelligenza pura conduce alla saggezza, in lui la saggezza comanda l’intelligenza, al servizio dell’azione. Simboleggia la fondazione dell’ ordine umano e ogni cosa al suo fianco è progettata per durare. Il trono del tuo Imperatore è fulgido. Vibrante.

...continua

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N° 01 2010

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