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L'Europa è il luogo da cui veniamo, quello dove viviamo e quello verso il quale siamo diretti. Ma è giunto il tempo di invertire la rotta. L'Europa si è smarrita nel buco nero della crisi e delle risposte sbagliate che alla crisi sono state date: il rigore, la disciplina di bilancio e l'austerità hanno partorito tagli lineari alla spesa pubblica e alle politiche sociali, che invece avrebbero dovuto essere potenziati per dare respiro ai cittadini messi in ginocchio dalla crisi. Siamo davvero a un paradosso: in un momento di maggiore domanda sociale, il settore pubblico diminuisce la risposta. E tutto questo, ci dicono, per tenere i conti in ordine: ammesso che sia vero, non si vede il beneficio di tutelare i bilanci per costringere la gente alla fame. “Ce lo chiede l'Europa”: quante volte abbiamo sentito questa frase, a giustificazione delle misure di austerità che distruggono la vita delle persone? Ora, la cosa si deve invertire: siamo noi che chiediamo qualcosa all'Europa. E la strada è obbligata: vanno riviste le politiche sbagliate del passato verso decisioni coraggiose per il futuro e verso una vera dimensione sociale dell'Unione, nella quale il lavoro e l'impresa tornino ad essere considerati su un piano di parità e di comune contributo per lo sviluppo e il progresso. Come? Servono interventi precisi. Uno: meno tecnocrazia e più partecipazione dei cittadini, con un nuovo impulso al completamento dell'impalcatura istituzionale europea, rafforzando il ruolo del Parlamento europeo; serve un'Europa della gente, non delle banche e dei tecnici, altrimenti i populismi, che già stanno pericolosamente proliferando anche dall'estrema destra, rischiano di diventare inarrestabili. Due: è vitale far ripartire la crescita economica in modo armonioso in tutto il continente, e questa può solo venire - ora come ora - da un piano straordinario di investimenti; ci salviamo solo creando lavoro per i milioni di giovani europei oggi disoccupati. Tre: parallelamente, vanno armonizzate le politiche fiscali, dell'unione bancaria, degli standard europei sul lavoro e sui diritti sociali. Quattro: Lampedusa e il Mediterraneo sono Europa. E l'Europa deve parlare con una voce unita, solidale e moderna. Occorre dunque una politica europea in particolare per il Mediterraneo e l'immigrazione, al fine di evitare tragedie come quelle avvenute nel canale di Sicilia. Che qualcosa ci sia da cambiare in questo modello esistente di Europa ce lo racconta anche la drammatica crisi in Ucraina, dove si agitano minacciosi venti di guerra. Qui è necessario che l'Europa tutta apra bocca in modo compatto per far cessare le violenze. L'Europa non può assistere impotente: va messa subito fine al bagno di sangue che minaccia la stabilità di tutto il continente, e occorre ristabilire le condizioni per riportare il confronto sul piano della contesa democratica, in libertà e democrazia. Basta, insomma, con l'Europa che fa le pulci agli agricoltori su quanto debba essere il diametro di un pomodoro, e poi balbetta o tace sui grandi temi epocali come le povertà, le migrazioni, il sociale, le guerre. La cultura occidentale è nata qui, precisamente in Grecia, terra che dopo aver regalato all'umanità il sapere e la filosofia oggi rappresenta l'emblema delle vittime della crisi: stavolta l'Europa non può permettersi di non essere all'altezza della sua missione storica.


Europa cappellini  

Intervento sull'Europa

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