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SOLO

Camminare lungo il Naviglio, in Primavera, lentamente, con lo stesso ritmo tranquillo della corrente del fiume, senza pensare a niente, era uno dei suoi passatempi preferiti. In realtà non era del tutto vero che non pensasse a nulla. In quegli attimi di serenità la sua mente, così come capita durante il sonno, rielaborava tutto il suo vissuto delle ultime ore e degli ultimi giorni e lo archiviava scrupolosamente, perché fosse rintracciabile al momento del bisogno, oppure decideva di dimenticarlo per sempre, a seconda dei casi. L’unico inconveniente , l’unico rischio che si correva nel passeggiare in quei luoghi, era che qualche pescatore, vedendolo passare, gli rivolgesse la parola e rompesse l’incanto del silenzio e della solitudine. - Dottore … Si, lei ! Sa mica che ore sono, per caso ? - No, mi spiace. - Ma ce l’ha l’orologio ! Lo vedo da qui ! - E’ fermo questo orologio. Da parecchi anni. - E perché non lo fa aggiustare ? - Non mi serve sapere l’ora. Non devo mica pescare ! Qualche volta, lungo il fiume, incrociava uno come lui : un altro solitario.

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Uno che camminava, da solo, in silenzio, con lo sguardo assente eppure attento ad ogni cosa che gli capitava intorno. Si guardavano pudicamente, si sorridevano senza dire nulla e poi ognuno proseguiva nella propria direzione. Non si parlavano, e non perché non avessero nulla da dire, ma perché sapevano che non c’era nulla che l’altro aveva bisogno di sentirsi dire. I solitari hanno grande rispetto degli altri solitari. Un giorno, una Domenica mattina, sempre in riva al fiume, gli capitò di incontrare una donna in bicicletta che lo conosceva assai bene. La donna era sui cinquant’anni, ancora piacente, con occhi stupendi e un sorriso luminoso. -

Vincenzo ! Ma sei proprio tu ? Amore mio … – disse la donna scendendo dalla bicicletta e abbracciandolo.

Lui la lasciò fare, perché era un tipo molto educato, ma non ricambiò le effusioni. Lei rimase un po’ perplessa e un po’ delusa. Non si mostrò offesa solo perché comunque Vincenzo le stava sorridendo sinceramente e serenamente. - Ti ricordi di me, vero ? - Certo che mi ricordo di te. – Disse Vincenzo - Sei stata la mia ragazza per qualche tempo, cinque o sei mesi … eravamo al primo anno di Università. - Sono passati già trent’anni ! Ma ci pensi ? … Ci siamo divertiti insieme, non è vero ? Eravamo belli … e anche quei tempi erano belli … Poi tu te ne sei andato. Di colpo ! E non ho mai capito con chi te ne sei andato ! Sei sparito da un giorno all’altro, lasciandomi pag.2


quella strana lettera … Ce l’ho ancora, sai ? … Una sola frase : “Vado a stare da solo” … Lui rimase in silenzio per qualche secondo poi, con molta calma e con un leggero sorriso tra le labbra, si decise a rispondere. - Con chi me ne sono andato ? Ma io non sono andato con nessuno. O con nessuna. Era vera la lettera. Sono andato via solo con me ... solo con me. E da allora ho vissuto, sempre e solo, con me. - Anch’io sono sola, adesso … da qualche anno … Non è il massimo della vita, vero ? - Io non mi trovo male. Sto bene, anzi. E consiglio anche a te di vivere da sola. Non te ne pentirai, fidati. Comunque mi ha fatto piacere rivederti. Ora però è meglio che ci lasciamo. Ci rivedremo fra altri trent’anni … forse. Vincenzo proseguì il suo cammino, senza aspettare il saluto di lei e senza voltarsi indietro, lasciando lì, sola, quella sua ragazza di gioventù, lei che solo qualche istante prima già stava assaporando un possibile ritorno di fiamma. Vincenzo era quello che aveva detto di essere : era un solitario, uno che viveva solo con sé stesso. E questo non per incapacità a relazionarsi o per problemi mentali o fisici. Semplicemente, ad un certo punto della sua vita, quando ancora era relativamente giovane, aveva capito che il suo destino e la sua vocazione era di vivere da solo. E il destino è meglio assecondarlo, se si vuol vivere sereni . Vivere da soli è impegnativo : vuol dire non avere amici, non avere una donna, non frequentare colleghi e parenti al di fuori delle occasioni in cui è obbligatorio farlo (incontri di lavoro per i primi e funerali per i secondi).

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Per qualche tempo aveva avuto un cane e poi anche un canarino, ma quando il primo morì di vecchiaia e il secondo se ne volò via, decise che anche la compagnia degli animali era troppo inadatta a lui e vi rinunciò senza rimpianti. Ogni giorno quando usciva dalla banca, dove per fortuna gli avevano assegnato un incarico che gli evitava il contatto diretto con il pubblico, e dove anche le occasioni di interagire con i colleghi erano molto rare, iniziava il suo tempo libero. E, per una persona sola, il termine ‘libero’ acquista un significato speciale, perché, come questo tempo veniva impiegato, dipendeva solo da lui. Non aveva frotte di amici che gli imponevano noiose serate in compagnia, o mogli o figli che prenotavano il suo tempo per il doppio di quello di cui lui disponeva. Vincenzo aveva ovviamente un sacco di passioni che coltivava in modo quasi maniacale : collezionava oggetti che la gente perdeva per strada; registrava suoni e rumori e poi li catalogava; cucinava cibi etnici di ogni parte del mondo e scriveva lettere (lui le chiamava operette morali) sul significato della vita e sul senso dell’esistenza e queste lettere le inviava a sconosciuti, senza mai firmarle. Poi andava a prostitute, un paio di volte la settimana, ma non andava mai due volte con la stessa ragazza. Piuttosto tornava a casa rimandando l’incontro al giorno dopo. La sua orgogliosa solitudine rischiò di essere messa in pericolo da un suo collega d’ufficio. Questo suo collega, anche lui un quasi solitario, perché a 45 anni viveva ancora con la madre e non frequentava mai nessuno, un giorno venne a trovarsi in una brutta situazione. Gli era morta la madre da meno di un mese e il padrone di casa gli aveva dato lo sfratto. Quel giorno, Vincenzo

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se lo trovò davanti che lo implorava di ospitarlo a casa sua per qualche tempo, almeno fino a quando non avesse trovato un nuovo alloggio. Vincenzo, da quel brav’uomo che era, non gli disse di no e lo ospitò in casa sua. I due solitari si trovarono a vivere questa strana relazione coabitativa fatta comunque di lunghi e interminabili silenzi, perché entrambi non si parlavano mai, limitandosi al massimo a qualche cenno di saluto. L’ospite di Vincenzo aveva purtroppo un brutto vizio : tutte le sere se ne tornava a casa completamente ubriaco. Generalmente questo non era un problema perché il poveretto entrava in casa e si buttava immediatamente a letto per svegliarsi solo il mattino dopo. Una sera però il tizio rientrò che Vincenzo era ancora fuori casa. Sicuramente non gli riusciva di trovare una ragazza nuova e aveva dovuto girare in lungo e in largo per tutto il tempo. Era una sera di Novembre e per strada vi era una nebbia impressionante. Sembrava schiuma da barba, tanto era umida e densa. Per le strade non circolava anima viva. Quella volta il tizio aveva proprio esagerato e si era evidentemente preso una ubriacatura di quelle cattive, perché, appena varcata la porta, aveva iniziato a far danni per tutto l’appartamento. Vincenzo rientrò una mezz’ora dopo. Vide un corpo ubriaco riverso sulla vasca da bagno e vide in cucina e soggiorno tutte le cose per aria. Si avvicinò all’ubriaco, lo scosse, gli diede qualche sberla e cercò di svegliarlo, ma senza risultati. Pensò che era meglio chiamare la Croce Medica.

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Aveva già digitato le tre cifre del numero e stava ormai per parlare quando, con la coda dell’occhio, vide che la sua bella collezione di ‘oggetti che la gente perde per strada’ era praticamente a pezzi. Rimase in silenzio, immobile, per un paio di minuti, poi si dirette verso il retro della casa dove aveva l’orto. Aveva cambiato idea. Aveva pensato che era meglio non chiamare più la Croce. Aveva pensato che lo avrebbe ammazzato. Prese un secchio, andò in fondo all’orto, dove stava la Roggia Maestra. Vi immerse il secchio e, quando fu bello pieno, lo tirò fuori e lo portò in bagno. Immerse la testa di quel disgraziato nel secchio e la tenne dentro l’acqua, ben ferma, per un paio di minuti, fino a che vide che dalla bocca non gli uscivano più bolle d’aria. Il poveretto aveva scrollato il capo un paio di volte ma, nello stato in cui era, non era certo riuscito a divincolarsi. Vincenzo era un uomo robusto e non fece molta fatica a caricarsi il cadavere in spalla e a chiuderlo nel bagagliaio della sua giardinetta. Avviò il motore e si diresse con tranquillità verso il Naviglio. Incrociò un paio di metronotte in bicicletta, che nemmeno fecero caso a lui, e qualche cane randagio. Nessun altro per strada. Dopo un paio di minuti arrivò al ponte della ferrovia, poco distante dalla strada delle osterie. Sotto il ponte scorreva il Naviglio, il suo amato Naviglio. Si fermò, prese il cadavere e lo buttò giù.

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A Novembre c’è giusto mezzo metro d’acqua nei canali, ma un ubriaco che cade giù da un ponte è ovvio che ci resta secco. L’unico dubbio era se avrebbero deciso che era morto per la botta o che era morto per annegamento. Comunque l’autopsia avrebbe stabilito : primo , che era ubriaco marcio e - secondo, che i polmoni erano pieni d’acqua e che l’acqua era proprio quella del Naviglio. Vincenzo tornò a casa e se ne andò a letto, soddisfatto e sereno. Il giorno seguente per fortuna era Domenica e tutta la mattinata la dovette passare a sistemare la casa che sembrava una piazza d’armi. Sentì un’ambulanza passare dalle sue parti e si immaginò per un attimo il ritrovamento del cadavere, ma decise che quella cosa proprio non lo riguardava e nemmeno si sporse dalla finestra a guardare la scena. Andò al funerale qualche giorno dopo : c’era poca gente. Il caso, per lui e per tutti, fu seppellito insieme al cadavere e nessuno ci pensò più. Il Sabato successivo non c‘era nebbia, anzi era uscito un bel sole e, anche se l’aria era pungente, quella era proprio la giornata ideale per una passeggiata ristoratrice. La Primavera è si la stagione migliore per le camminate lungo il Naviglio, ma anche l’Autunno inoltrato riserva certi scorci che solo un animo poetico come il suo poteva cogliere a pieno. Quel giorno poi si era ripromesso di osservare il terreno con ancora più attenzione del solito, perché la sua collezione aveva subito un pesante colpo e doveva essere ripristinata al più presto.

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Tutto sommato fu fortunato : trovò un vecchio ventaglio, due mollette da bucato e, galleggiante sull’acqua, un delizioso sonaglino a forma di coniglio. Stava quasi per tornare indietro, quando sentì una voce che lo chiamava. - Vincenzo ! Era di nuovo quella sua vecchia fidanzata di un tempo. - Sapevo che con una giornata del genere ti avrei trovato qui. Ti ricordi ? Ci siamo già incrociati la Primavera scorsa. Stavolta però non sono passati trent’anni ! Neanche trenta mesi … Facciamo progressi ! E qui iniziò una conversazione a senso unico. La donna sembrava inarrestabile. Nel giro di mezz’ora era riuscita a raccontargli i suoi trent’anni di vita, pieni di gioie e di dolori, a spettegolare di tutti quelli che all’epoca erano i loro amici comuni e a pianificare il presente e il futuro dandosi obiettivi ambizioni e per lo più irrealizzabili già in partenza. Vincenzo ascoltava in religioso silenzio, in attesa di conoscere l’epilogo di quell’incontro. Perché sicuramente ci sarebbe stato un epilogo. E infatti, quando ormai la passeggiata volgeva al termine, la donna preparò l’assalto finale. - Vince, lo faccio io perché ho capito che tu sei troppo riservato o troppo timido per farlo. Ti invito questa sera a cena a casa mia. Ti ricordi che, a parte tutto il resto, ero una cuoca fantastica già allora ? Ebbene, adesso, non faccio per vantarmi, ma riesco a sedurre un uomo anche solo portandolo nella mia cucina. pag.8


- Anch’io cucino bene. Se non ti dispiace, vorrei invitarti io a cena. Sono un esperto di cucine etniche. - Che privilegio per me ! Se ho capito bene, a casa tua non c’è mai venuto nessuno. - Qualcuno è venuto. Due, tre persone, anzi quattro. L’ultimo, un mio collega, è stato da me non tanto tempo fa ... - Hai già in mente qualcosa di speciale ? ‘Cucina etnica’ hai detto ? … Africana ? … Messicana ? - Pensavo piuttosto alla cucina giapponese. I giapponesi amano un particolare pesce, molto difficile da trattare. Un pesce che, se non lo si pulisce con una particolare tecnica, si rischia che la sua carne si impregni di un liquido velenoso e questo veleno è mortale. - Una cena con delitto, dunque ? La cosa mi da i brividi, ma la trovo eccitante. E tu conosci bene questa tecnica ? - La conosco molto bene. Non ho mai fatto errori. - Splendido ! La donna abbracciò Vincenzo e poi lo guardò negli occhi, così come faceva un tempo. - Vincenzo, sento che questo sarà l’inizio di una bellissima amicizia. Lei gli diede il braccio e i due si allontanarono, mentre il sole diventava sempre più pallido e una leggera nebbiolina, che nasceva dai campi, stava iniziando ad avvolgere ogni cosa.

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