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Bollettino bimestrale - Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 no 46) art. 1, comma 2, DCB Roma

Anno LXI • Novembre-Dicembre • n. 6/2017

delle Figlie di S.Maria della Provvidenza Opera Femminile Don Guanella

Buon Natale


Sommario Periodico bimestrale delle Figlie di S. Maria della Provvidenza Opera Femminile Don Guanella

Anno LXI - N. 6 Novembre-Dicembre 2017

1 Nuovo anno

CHIESA NOSTRA MADRE Papa Francesco In copertina: Fotografie di suor Kim Adrian fsmp Elaborazione fotografica 3F Photopress

••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• CASA GENERALIZIA DELLA CONGREGAZIONE DELLE FIGLIE DI S. MARIA DELLA PROVVIDENZA Piazza S. Pancrazio, 9 - 00152 Roma Tel. 06.58.82.082 - Fax 06.58.16.392 - www.cgfsmp.org Direzione: Suor GIUSTINA VALICENTI Amministrazione: Suor CARLA FOLINI sr.carla@cgfsmp.org Redazione: Suor MARIA TERESA NOCELLA Tel. 06.915.021.52/5 - 06.58.99.043 - centrostampa@cgfsmp.org Con approvazione ecclesiastica «LA VOCE» viene inviata ai componenti la Famiglia guanelliana, agli amici e ai sostenitori delle Opere di Don Guanella. Eventuali altre richieste vanno inoltrate alla Redazione. Ogni contributo sarà gradito e servirà a sostenere e migliorare questa nostra rivista. Potrete inviarlo tramite il nostro ccp N. 54079009 intestando a: ISTITUTO FIGLIE S. MARIA DELLA DIVINA PROVVIDENZA Piazza S. Pancrazio, 9 - 00152 Roma

Card. Mauro Piacenza AA.VV. Mons. A. Interguglielmi

2 «Quando venne la pienezza del tempo» (Galati 4,4) 4 Fatima non è finita! 6 Nostra Signora Aparecida 8 La fede di san Giuseppe

FAMIGLIA GUANELLIANA 9 «Gloria in excelsis Deo...» A cura di don B. Capparoni sdc 11 Letture deall’Epistolario di don Guanella / 1

FINESTRE SUL MONDO Madina 16 La magia dell’amore vive in Calabria Card. Angelo Bagnasco 18 Europa: l’amato Continente Mons. Bruno Forte 20 Un «piano Marshall» per i Paesi dei migranti e i flussi migratori meglio disciplinati Giorgio Perlasca 22 Le Foibe e l’Esodo 24 Notizie dalla Chiesa e dal mondo 26 Libri pervenuti

LETTI PER VOI A cura della Redazione 28 Eugenio Zolli. Prima dell’alba

VOCI DAL SILENZIO Gilda Mori

32 Giovane Maria di Nazareth

Direttore responsabile: MARIO CARRERA

VIVERE LA FESTA

Autorizzazioni: Tribunale di Como n. 82 del 26-3-1957 Tribunale di Roma n. 17573 del 24-2-1979

a cura di suor M.T. Nocella 35 Aria del Natale in famiglia

TESTIMONIANZE Associato all’Unione Stampa Periodici Italiani

Paolo Risso

••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• AVVISO AI LETTORI Nel rispetto di quanto stabilito dalla legge n. 196/2003, concernente la “privacy” dei dati personali dei lettori, garantiamo la riservatezza di tali dati, che fanno parte dell’archivio elettronico di questo periodico, gestito dalla Congregazione delle Figlie di S. Maria della Provvidenza, ente proprietario. • I vostri dati, pertanto, non saranno oggetto di comunicazione o diffusione a terzi. • In qualsiasi momento si desiderasse apportare modifiche o cancellazione, si potrà farlo scrivendo alla Redazione della rivista.

50 Stanislawa di Łódz´

VOCE FAMIGLIA Mons. Luis Maria Martínez 54 «L’eterno riposo dona loro, o Signore...»

PROPOSTE GIOVANI Papa Francesco AA.VV.

58 Vivi ama sogna credi non disperare mai 60 Cammino di Santiago 2017

VITA GUANELLIANA Spagna (Arzua - Casa S. Maria de la Providencia): 64 • Roma (Curia Generalizia FSMP): 68 • Roma (Curia Generalizia FSMP): 70 • Cosenza (Casa Divina Provvidenza): 72 • Roma (Villa S. Rosa) e Como-Lora: 74 • Saronno (Istituto Sant’Agnese): 76 • Loreto (Casa Divina Provvidenza): 78 • Svizzera (Tesserete - Casa S. Giuseppe): 80 • Roma (Casa S. Giuseppe): 81 • Dipignano (Scuola dell’Infanzia S. Giuseppe): 82 • Roma (Casa S. Pio X): 83 • Lipomo (Villa Fulvia): 84 • Cordignano (Casa S. Pio X): 86 • Trecenta (Casa Sant’Antonio): 87 • Fasano (Casa Sacro Cuore): 88 • Progetti FSMP: 89 • I consigli della nonna: 90

••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• Consulenza grafica: Giovanni Maccari Fotocomposizione, selezioni e stampa: 3F PHOTOPRESS SNC di Fantasticini S. & F.lli - Viale di Valle Aurelia, 105 - 00167 Roma Finito di stampare nel mese di dicembre 2017

ISTITUTO FIGLIE DI SANTA MARIA DELLA PROVVIDENZA

http://www.cgfsmp.org info@cgfsmp.org https://issuu.com/cgfsmp https://www.youtube.com/user/CGFSMP Figlie di S. Maria della Provvidenza https://twitter.com/cgfsmp

NELLA CASA DEL PADRE Suor Lina Del Molino: 92 • Suor Anna Maria Finotti: 93 • Suor Maria Mantovan: 94 • Suor Bambina Vittori: 94 • Suor Giuseppina Roma: 96


AI LETTORI

Nuovo anno

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issi all’uomo che stava all’inizio dell’anno:

«Dammi una lampada affinché possa inoltrarmi sicuro nell’ignoto». Egli mi rispose: «Esci nella notte e metti la tua mano nella mano di Dio... ... ti sarà più utile della luce e più sicuro di una strada conosciuta». Minnie Louise Haskins

La Voce delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza augura un santo Natale ed un felice 2018 benedetto dal Signore


CHIESA NOSTRA MADRE

«Quando venne la pienezza del tempo» (Galati 4,4) Papa Francesco

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bbiamo ascoltato le parole dell’apostolo Paolo: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Gal 4,4).

DALLA LETTERA DI SAN PAOLO APOSTOLO AI GALATI (4,4) Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli ne è prova il fatto che Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre! Quindi non sei più schiavo, ma figlio; e se figlio, sei anche erede per volontà di Dio.

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Gesù nacque nella pienezza del tempo Che cosa significa che Gesù nacque nella «pienezza del tempo»? Se il nostro sguardo si rivolge al momento storico, possiamo restare subito delusi. Roma dominava su gran parte del mondo conosciuto con la sua potenza militare. L’imperatore Augusto era giunto al potere dopo cinque guerre civili. Anche Israele era stato conquistato dall’impero romano e il popolo eletto era privo della libertà. Per i contemporanei di Gesù, quindi, quello non era certamente il tempo migliore. Non è dunque alla sfera geopolitica che si deve guardare per definire il culmine del tempo. È necessaria, allora, un’altra interpretazione, che comprenda la pienezza a partire da Dio. Nel momento in cui Dio stabilisce che è giunto il momento di adempiere la promessa fatta, allora per l’umanità si realizza la pienezza del tempo. Pertanto, non è la storia che decide della nascita di Cristo; è, piuttosto, la sua ve-

nuta nel mondo che permette alla storia di giungere alla sua pienezza. È per questo che dalla nascita del Figlio di Dio inizia il computo di una nuova era, quella che vede il compimento della promessa antica. Come scrive l’autore della Lettera agli Ebrei: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche

«Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1,1).


Il fiume di miseria, alimentato dal peccato, sembra contraddire la pienezza del tempo realizzata da Cristo. Eppure questo fiume in piena non può nulla contro l’oceano di misericordia che inonda il nostro mondo.

il mondo. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente» (1,1-3). La pienezza del tempo, dunque, è la presenza di Dio in prima persona nella nostra storia. Ora possiamo vedere la sua gloria che risplende nella povertà di una stalla, ed essere incoraggiati e sostenuti dal suo Verbo fattosi «piccolo» in un bambino. Grazie a Lui, il nostro tempo può trovare la sua pienezza. Anche il nostro tempo personale troverà la sua pienezza nell’incontro con Gesù Cristo, Dio fatto uomo. Tuttavia, questo mistero sempre contrasta con la drammatica esperienza storica. Ogni giorno, mentre vorremmo essere sostenuti dai segni della presenza di Dio, dobbiamo riscontrare segni opposti, negativi, che lo fanno piuttosto sentire come assente. La pienezza del tempo sembra sgretolarsi di fronte alle molteplici forme di ingiustizia e di violenza che feriscono quotidianamente l’umanità. A volte ci domandiamo: come è possibile che perduri la sopraffazione dell’uomo sull’uomo?, che l’arroganza del più forte continui a umiliare il più debole, relegandolo nei margini più squallidi del nostro mondo? Fino a quando la malvagità umana seminerà sulla terra violenza e odio, provocando vittime innocenti? Come può essere il tempo della pienezza quello che pone sotto i nostri occhi moltitudini di uomini, donne e

bambini che fuggono dalla guerra, dalla fame, dalla persecuzione, disposti a rischiare la vita pur di vedere rispettati i loro diritti fondamentali? Un fiume di miseria, alimentato dal peccato, sembra contraddire la pienezza del tempo realizzata da Cristo. Eppure, questo fiume in piena non può nulla contro l’oceano di misericordia che inonda il nostro mondo. Siamo chiamati tutti ad immergerci in questo oceano, a lasciarci rigenerare, per vincere l’indifferenza che impedisce la solidarietà, e uscire dalla falsa neutralità che ostacola la condivisione. La grazia di Cristo, che porta a compimento l’attesa di salvezza, ci spinge a diventare suoi cooperatori nella costruzione di un mondo più giusto e fraterno, dove ogni persona e ogni creatura possa vivere in pace, nell’armonia della creazione originaria di Dio.

tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). Ella si presenta a noi come vaso sempre colmo della memoria di Gesù, Sede della Sapienza, da cui attingere per avere la coerente interpretazione del suo insegnamento. Oggi ci offre la possibilità di cogliere il senso degli avvenimenti che toccano noi personalmente, le nostre famiglie, i nostri Paesi e il mondo intero. Dove non può arrivare la ragione dei filosofi né la trattativa della politica, là può giungere la forza della fede che porta la grazia del Vangelo di Cristo, e che può aprire sempre nuove vie alla ragione e alle trattative. Beata sei tu, Maria, perché hai dato al mondo il Figlio di Dio; ma ancora più beata tu sei per avere creduto in Lui. Piena di fede hai concepito Gesù prima nel cuore e poi nel grembo, per diventare Madre di tutti i credenti (cfr. AGOSTINO, Sermo 215,4). Estendi, Madre, su di noi la tua benedizione in questo giorno a te consacrato; mostraci il volto del tuo Figlio Gesù, che dona al mondo intero misericordia e pace. Amen. Omelia, 1o gennaio 2016

La pienezza del tempo attraverso Maria All’inizio di un nuovo anno, la Chiesa ci fa contemplare la divina Maternità di Maria quale icona di pace. La promessa antica si compie nella sua persona. Ella ha creduto alle parole dell’Angelo, ha concepito il Figlio, è diventata Madre del Signore. Attraverso di lei, attraverso il suo «sì», è giunta la pienezza del tempo. Il Vangelo che abbiamo ascoltato dice che la Vergine «custodiva

Attraverso Maria, attraverso il suo «sì», è giunta la pienezza del tempo. Mostraci, Madre, il volto del tuo Figlio Gesù, che dona al mondo misericordia e pace.

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CHIESA NOSTRA MADRE

Fatima non è finita!

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Card. Mauro Piacenza

ssere profezia per il mondo

(...) La Beata Vergine è apparsa in questo luogo cento anni fa, non solo per esortare gli uomini alla conversione e alla preghiera, come accade in altre apparizioni, ma con un intento esplicitamente profetico, indicando agli uomini eventi del futuro, perché essi possano leggerli prudentemente, prepararsi, riconoscerli e convertirsi. È questa l’eccezionalità di Fatima! Maria, a Fatima, ha profetato e la Chiesa ha riconosciuto la verità delle apparizioni e, con esse, delle profezie. Possiamo ben dire che sarebbe in errore chi pensasse che la missione profetica di Fatima sia conclusa; Fatima non è finita! Fatima è ancora da compiersi, perché il Cuore Immacolato di Maria non ha ancora trionfato pienamente. «Non ti scoraggiare, io non ti lascerò mai. Il mio Cuore Immacolato sarà il tuo rifugio, il cammino che ti condurrà fino a Dio».

La salvezza certamente è offerta a tutti gli uomini e Dio vuole che tutti siano salvati; questa offerta passa attraverso l’indispensabile mediazione della Chiesa e della testimonianza dei cristiani... È questo, carissimi sorelle e fratelli, l’alto e affascinante compito, che il Signore ci affida e che la Beata Vergine Maria ci ricorda a Fatima: essere profezia per il mondo, mostrando ancora e sempre Cristo, il Suo Corpo ai fratelli, perché, conoscendo la Verità, giungano alla salvezza. Se Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della Verità, la scimmia di Dio, il demonio – che c’è, che è presenza personale e drammaticamente sempre operante – vuole esattamente il contrario! Vuole, cioè, che tutti gli uomini siano dannati eternamente e rimangano nelle tenebre della menzogna. Per tale ragione, la Beata Vergine Maria, per il nostro bene, ha mostrato chiaramente, qui a Fatima, la possibilità reale della perdizione definitiva, del rifiuto definitivo di Dio e della Sua salvezza. Ricordare questo non è fare terrorismo ma compiere un atto di misericordia, un atto d’amore. Potrebbe forse la Santa Vergine pronunciare anche una sola parola che non sia vibrante di amore?

Il Rosario: esorcismo sul mondo Se Cristo ha già sconfitto definitivamente il male e la morte, la Chiesa, unita a Lui, ne prosegue l’opera di annuncio e di salvezza.

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La preghiera ed in particolare la preghiera del Rosario..., litanicamente ed amorosamente ripetuto, è anch’essa un grande esorcismo sul mondo, un avvolgere in una rete d’amore gli uomini, i luoghi e la storia, lo spazio e il tempo, perché nulla si sottragga all’universale volontà salvifica di Dio e perché i cuori, plasmati dal benedetto Nome di Maria, si aprano all’incontro con il Salvatore. Anche in questo senso Fatima non è compiuta! Perché non è compiuta la missione della Chiesa, che vivrà fino alla fine dei secoli, in ogni circostanza storica e nonostante ogni avversità della cultura e del potere. Tutti i nemici della Chiesa, tutti coloro che l’hanno perseguitata e combattuta nei secoli, sono passati. La Chiesa di Gesù è ancora qui, come la Beata Vergine Maria! È ancora qui, giovane, forte, ricca della fede di tantissimi suoi figli, abbellita di tutte le loro preFatima: «Qui ritorniamo pellegrini con il Rosario in mano e il nome di Maria sulle labbra (Mons. Marto).


La preghiera ed in particolare la preghiera del Rosario, litanicamente e amorosamente ripetuta, è anche essa un grande esorcismo sul mondo, un avvolgere in una rete di amore gli uomini, per l’avvento di Cristo nei loro cuori (nella foto: religiose della parrocchia-basilica S. Pancrazio di Roma, riunite in preghiera – nella cappella della Curia FSMP – per l’ottobre missionario 2017).

ghiere ed opere di carità, impreziosita dalle tante sofferenze nascoste ed offerte, che davvero edificano il Regno di Dio, l’unico mondo nuovo a cui possiamo aspirare. Cento anni fa, quando tutto è cominciato, nessuno avrebbe mai potuto immaginare che tre semplici Pastorelli avrebbero determinato la storia di questo paese, dell’intera penisola iberica, dell’Europa, del mondo e della Chiesa.

Il trionfo del Cuore Immacolato di Maria è esattamente questo: l’accadere di Cristo nelle coscienze degli uomini e nella storia del mondo; l’accadere di Cristo e, con Lui, della Madre che Lo ha generato, offrendoLo per noi e per la nostra salvezza; l’accadere,

innanzitutto in noi, della salvezza che nasce dall’incontro redentivo con Cristo e, perciò, attraverso di noi, la presentazione al mondo del Signore. Cfr. Omelia presso il Santuario di Fatima, 12 settembre 2017

L’AFGHANISTAN CONSACRATO AL CUORE IMMACOLATO DI MARIA

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er la prima volta un paese musulmano, focolaio dell’Islam radicale, è stato consacrato al Cuore Immacolato di Maria, in occasione del centenario dell’ultima apparizione della Madonna a Fatima. La cerimonia si è tenuta presso la cappella della nostra ambasciata a Kabul, con la presenza del primo consigliere dell’Ambasciata d’Italia e del cappellano della base Nato. Presenti anche tutte le suore della Missione, fra le quali la nostra consorella suor Mariammal, e tanti fedeli. Inoltre, «molti, in ogni parte del mondo, erano uniti spiritualmente con noi», racconta padre Giovanni Scalese, ordinario della missione sui juris dell’Afghanistan, il sacerdote barnabita già missionario in India e nelle Filippine: «Quest’anno è il centenario di Fatima, oggi è l’anniversario dell’ultima apparizione: perché non consacrarci, come individui e come comunità cristiana, e consacrare questo Paese al Cuore Immacolato di Maria per ottenere la sospirata pace? Ci spinge la convinzione che le situazioni più difficili e intricate si possano ri-

solvere da un momento all’altro, senza il minimo sforzo umano. Chi dirige la storia è al di fuori della storia. (...) Viviamo un momento storico importante, la consacrazione al Cuore Immacolato di Maria ci aiuta a vivere il nostro tempo in maniera più consapevole e nella totale disponibilità alla volontà di Dio». La situazione dei cristiani in Afghanistan è molto angosciosa. Il paese non riconosce alcun cittadino afgano come appartenente al cristianesimo, legalmente non gli è consentito di convertirsi. I musulmani che cambiano fede commettono il crimine di apostasia. Ci sono alcuni casi di conversione, ma solo in segreto; e comunque i convertiti al cristianesimo rimangono giuridicamente musulmani. C’è solo una chiesa legalmente riconosciuta in Afghanistan, che si trova all’interno del quartiere diplomatico, e non è aperta ai cittadini locali. Preghiamo per i cristiani perseguitati o non liberi di professare la loro fede. Kabul. Madre Serena Ciserani accanto a p. Giovanni Scalese, davanti suor Mariammal e suor Carla Folini. La Voce • n. 6 - novembre-dicembre 2017

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CHIESA NOSTRA MADRE

Nostra Signora Aparecida Una storia cominciata con una pesca miracolosa nel 1717, davanti al porto di Itaguassú (Brasile)

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AA.VV.

Un po’ di storia

a storia di Nostra Signora della Concezione Aparecida inizia nel 1717. Il governatore della Capitania di San Paolo, don Pedro de Almeida, è in viaggio verso Minas Gerais e deve passare per la Valle del Paraíba. Per l’alimentazione del governatore e della sua comitiva viene chiesto ai pescatori del posto di trovare la maggior quantità possibile di pesci. I pescatori, tra cui c’erano Domingo Martins, Juan Alves e Felipe Pedroso, presero le loro canoe, andarono verso il fiume Paraíba e cominciarono a pescare. Lanciavano le reti più e più volte ma era tutto inutile. Non riuscivano a prendere niente. Navigarono per circa sei chilometri lungo il fiume, fino al porto di Itaguassú. Buttarono di nuovo le reti ma l’unica cosa che presero fu una figura in terracotta nera, ricoperta di fango e senza la testa. Quando ributtarono la rete in mare apparve la testa e scoprirono che era l’immagine di Nostra Signora della Concezione. Poi riuscirono a prendere una gran quantità di pesce. I pescatori tornarono a casa felici per la meravigliosa pesca e molto sorpresi per quanto era accaduto. Collocarono la statuetta su un altare improvvisato e la chiamarono «Madonna Aparecida», cioè apparsa. Incominciarono a pregare davanti alla statuetta e la devo-

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Brasile, Aparecida do Norte (St. Paulo), Santuario Nazionale di Nostra Signora della Concezione Aparecida.

zione si diffondeva. I miracoli non tardarono a venire, la gente affluiva sempre in maggior numero, tanto da far costruire la prima chiesa a «Nossa Senhora Aparecida», inaugurata il 26 giugno 1745. Due anni più tardi intorno ad essa nacque un villaggio, che poi divenne la città di Aparecida. Il numero di pellegrini continuò ad aumentare in modo straordinario e la devozione si estese in tutto il Brasile. Presto molte chiese e cappelle furono dedicate a Nostra Signora Aparecida e dappertutto era invocata come Madre e Patrona. Nel 1852 si fece una nuova costruzione e più tardi, nel 1888, un’altra. Nel 1904 l’immagine fu solennemente in-

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coronata da san Pio X e nel 1908 il tempio fu elevato alla categoria di Basilica minore. Il 16 giugno del 1930 Papa Pio XI dichiarò Nostra Signora della Concezione Aparecida Patrona del Brasile. Nel 1946 ebbe inizio la costruzione dell’attuale Basilica e il 4 giugno del 1980 è stata consacrata da Giovanni Paolo II.

Il messaggio di papa Francesco Riportiamo di seguito una parte del messaggio di papa Francesco in occasione del terzo centenario del ritrovamento della Madonna Nera Aparecida, «Regina e patrona del Brasile». In questo 2017 la sua memoria – che ogni anno il


La statuina di terracotta ritrovata nel Rio Paraiba, ora vestita sempre splendidamente e sempre più venerata e amata dal popolo brasiliano, di cui è la protettrice e patrona.

celebra il 12 ottobre – si riveste di una particolare solennità giubilare, in quanto si compiono 300 anni dalla sua «apparizione» nelle acque del fiume Paraiba do Sul. «Nel 2013, in occasione del mio primo viaggio apostolico internazionale, ho avuto la gioia e la grazia di recarmi al santuario di Aparecida e di pregare ai piedi della Madonna, affidandole il mio pontificato e ricordando il popolo brasiliano con l’accoglienza tanto calorosa che viene dal suo abbraccio e dal suo cuore generoso. In quell’occasione ho anche manifestato il mio desiderio di essere con voi in questo anno giubilare, ma la vita di un Papa non è semplice. Per questo, ho voluto nominare il Cardinale Giovanni Battista Re Delegato Pontificio per le celebrazioni del 12 ottobre. A lui ho affidato la missione di garantire così la presenza del Papa fra voi! Ad Aparecida – e ripeto qui le parole che ho pronunciato nel 2013 sull’altare del Santuario Nazionale – impariamo a conservare la speranza, a lasciarci sorprendere da Dio e a vivere nella gioia. La speranza, caro popolo brasiliano, è la virtù che deve permeare i

cuori di coloro che credono, soprattutto quando intorno a noi le situazioni di disperazione sembrano volerci scoraggiare. Non lasciatevi vincere dallo sconforto, non lasciatevi vincere dallo sconforto! Abbiate fiducia in Dio, abbiate fiducia nell’intercessione della Nostra Madre Aparecida. Nel santuario di Aparecida e in ogni cuore devoto di Maria possiamo toccare la speranza che si concretizza nell’esperienza della spiritualità, nella generosità, nella solidarietà, nella perseveranza, nella fraternità, nella gioia, valori questi che, a loro volta, affondano le loro radici più profonde nella fede cristiana. Nel 1717, nel momento stesso in cui emerse dalle acque per mano di quei pescatori, la Vergine Madre Aparecida li ispirò ad avere fiducia in Dio, che ci sorprende sempre. Pesci in abbondanza, grazia diffusa in modo concreto nella vita di coloro che erano timorosi davanti ai poteri costituiti. Dio li sorprese, perché Colui che ci ha creato nell’Amore infinito, ci sorprende sempre. Dio ci sorprende sempre! In questo Giubileo nel quale festeggiamo i 300 anni di quella sorpresa di Dio, siamo invitati a essere gioiosi e grati. “Rallegratevi nel Signore, sempre” (Fil 4,4). E questa gioia, che promana dai vostri cuori, possa traboccare e raggiungere ogni angolo del Brasile, soprattutto le periferie geografiche, sociali ed esistenziali,

che tanto bramano una goccia di speranza. Il semplice sorriso di Maria, che riusciamo a scorgere nella sua immagine, sia fonte del sorriso di ognuno di voi dinanzi alle difficoltà della vita. Il cristiano non può mai essere pessimista! (...) Con grande nostalgia del Brasile, vi offro la Benedizione Apostolica, chiedendo a Nostra Signora Aparecida che interceda per tutti noi. Così sia». n

Giovani novizie e postulanti guanelliane in Brasile: la Madonna Aparecida le protegga sotto il suo manto materno.

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CHIESA NOSTRA MADRE

La fede di san Giuseppe

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Mons. Antonio Interguglielmi

an Giuseppe, lo sposo della Vergine Maria, entra nel combattimento della Fede. Il suo dubbio non è tanto se Maria sia sincera, se veramente in lei è accaduto qualcosa di divino; troppo semplice questo dubbio. Il suo combattimento è un altro. Giuseppe deve fare i conti con una storia che egli non vorrebbe, che non si è cercato, che non aveva programmato. Giuseppe si preparava a sposare la ragazza che amava, voleva crearsi una famiglia come tutte le altre, con tanti figli, vivere una vita «normale»...; ma Dio gli mostra una strada diversa. Meravigliosa, certo, privilegiata, senz’altro, ma non scelta da lui. È questo il vero combattimento di san Giuseppe. Quante volte la storia ci mette davanti a fatti che non vorremmo, che non ci siamo scelti. Entrare in questi fatti però ci permette di scoprire una storia meravigliosa che Dio ci ha preparato. Questa è la fede. Per questo san Giuseppe è l’immagine dell’uomo di fede. Il cristiano è un uomo che ha imparato che soltanto Dio è veramente la vita, accettare la sua storia è la felicità e si svuota delle sue idee di felicità, purché Cristo viva in lui. Ma se viviamo la fede ad un livello infantile strumentalizziamo anche la religione per i nostri progetti: e quando non si realizzano, tutto crolla. Questa obbedienza di Giuseppe alla storia lo porta alla cosa più grande: l’amore agli altri, l’amore a Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze. San

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Tavola di Otello Scarpelli.

Giuseppe dà fiducia al disegno di Dio ed entra nella Storia di Salvezza che Egli gli aveva preparato: accetta questa storia, senza volerla capire a tutti i costi, dona la sua volontà e così scopre di poter Amare. Da questo donarsi nasce nella sua vita il frutto più prezioso: Cristo Gesù. n

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TWEET DI PAPA FRANCESCO Impegniamoci per un mondo senza armi nucleari, applicando il Trattato di non proliferazione per abolire questi strumenti di morte. Papa Francesco @Pontifex_it, 26 settembre 2017


FAMIGLIA GUANELLIANA • Storia Spiritualità Carisma

«Gloria in excelsis Deo...» Dagli scritti di san Luigi Guanella e della beata Chiara Bosatta

Il saluto degli Angeli

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ia gloria a Dio nell’Alto dei Cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà (Lc 2,14). Questo saluto, che gli Angeli portarono in terra ora sono ormai diciannove secoli, è continuamente ripetuto con sempre nuova letizia, e lo sarà per tutti i secoli futuri. Questo saluto, consegnato dallo Scrittore inspirato nel Santo Vangelo come parola divina, porta con sé una indefinibile letizia. Da quel momento che per primi l’udirono i pastori, rallegrò nei primi secoli i fedeli radunati nelle Catacombe, risuonò festoso nelle grandi Basiliche quando la nostra santa Religione trionfò sopra il più potente impero del mondo, e via via per tutti i secoli successivi è proclamato dalle più sontuose Cattedrali alle più umili Chiese sparse per i monti, a ridosso dei colli, fra le nebbie delle ampie pianure, fra le selve dei novelli convertiti dell’America e dell’Asia, fin dove le sue tende la Santa Chiesa spiega dall’uno all’altro mare. Questo saluto ci perviene ancora a noi tuttavia fresco, lieto, festoso, celestiale come la prima volta che risuonò nell’aria accompagnato dai concerti delle angeliche schiere: Sia gloria a Dio nell’alto dei Cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà. Quest’augurio, il più bello, il più sublime, di cui il simile non poteva neppure immaginarsi da mente umana, per accompagnare la Nascita del Redentore del mondo, lo rivolgiamo fidenti a quanti ci troviamo avvinti coi più stretti vincoli di riconoscenza e di gratitudine. San Luigi Guanella

Un saluto al nuovo anno Allo spuntare del nuovo anno ... noi entriamo in spirito nella Chiesa del Divin Cuore e là ci prostriamo dinnanzi a quella fiamma di divina Carità e porgiamo vivissime grazie al Sacro Cuore del divino Infante. Lo preghiamo con insistenza perché continui la sua protezione su di noi, effonda in copia benedizioni spirituali e temporali sopra le persone, le famiglie, sopra gli interessi di tutti i cooperatori e i benefattori della Piccola Casa e del nuovo tempio. Salutiamo tutti il nuovo anno in preghiere di fede. Salutiamolo in esercizio di virtù. Salutiamolo ad imitazione del Divin Cuore in esercizio di opere sante. San Luigi Guanella

«Sia gloria a Dio nell’Alto dei Cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà» (Lc 2,14). Questo saluto, che gli Angeli portarono in terra ora sono ormai diciannove secoli, è continuamente ripetuto con sempre nuova letizia, e lo sarà per tutti i secoli futuri (san Luigi Guanella).

Dal Bollettino «La Divina Provvidenza», Como, 1893; 1901 La Voce • n. 6 - novembre-dicembre 2017

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Un saluto a suor Marcellina e alle consorelle * Gravedona, Natale 1881 Mia reverenda superiora e consorelle amatissime, fra poco udremo l’eco dell’inno armonioso che gli angeli cantarono sulla capanna di Betlem. Oh, di qual gioia, di quale felicità non farà palpitare i cuori delle anime innamorate del celeste Bambino! Oh felice, o caro giorno! Sii tu apportatore a questo piccolo drappello di anime elette della pace che annunziarono gli angeli e di tutte quelle grazie celesti che sono necessarie per camminare coraggiosamente sulla via della croce che sola guida al cielo. Voglia questo amabile Pargoletto regalare a tutte un’occhiatina amorosa che basti ad infondere nel cuore di ciascuna forza, coraggio per abbracciare con gene-

rosità tutte le croci che a Dio piacerà porgere loro e rimanere sempre costanti alle prove che rimangono. Sparga anche una speciale benedizione sui bisogni temporali di questa umile casetta perché possa continuare nell’opera incominciata. Ecco i voti di colei che trovandosi lontana da loro con il corpo, è vicinissima però con il cuore, e da qui invia loro con vivo e sincero affetto. Rinnovo le mie più liete felicitazioni, pregando la loro carità a voler deporre alla capanna del celeste Neonato una fervente preghiera per quella che pur sanno quanto ne ha bisogno. Con la viva speranza e il desiderio ardente di riabbracciarle presto, mi segno nel tenero Cuore di Gesù bambino loro affezionatissima suor Chiara Bosatta

«O felice caro giorno del Natale! Sii tu apportatore a questo piccolo drappello di anime elette della pace che annunziarono gli angeli e di... grazie celesti» (beata Chiara Bosatta)

Un saluto alle orfanelle dell’ospizio di Pianello * Gravedona, Natale 1881 Mie carissime, m’immagino di quale gioia e allegria saranno ricolmi i vostri cuori nel veder arrivare la grande solennità natalizia! E felici voi se avrete preparato alla venuta del santo Bambino i vostri cuori belli, puri, adorni di sante virtù, e se avrete formato nella vostra anima una degna capanna ed una agiata culla per adagiarsi. Oh, con quale piacere, con quale pienezza di grazie verrà il celeste Bambino a visitarvi se troverà i vostri cuori così ben preparati. Certo che verrete ricolmate di tutte le benedizioni necessarie alla vostra età e secondo i vostri bisogni. Io vi ricordo sempre e soprattutto nelle mie preghiere, affinché possiate proprio crescere buone, virtuose, care a Dio ed ai vostri superiori che fanno tanto per il vostro bene; voi pure ricordate me, e in questi giorni sacri visitate spesso il santo presepio e pregate caldamente e con grande fiducia il caro Bambino, perché venga da Lui benedetta ed esaudita in tutto. Speravo di passarle con voi le sante feste, ma non mi è dato questo incontro. Cercate, dunque, di trascorrerle felici, piene di santa gioia e in perfetta armonia, e il caro Bambino benedica anche la vostra persona e vi dia una salute florida e robusta. Terminate felicemente l’anno per incominciare migliore il nuovo. Rinnovo le buone feste e implorate per me ogni benedizione celeste. Di cuore mi dico vostra affezionatissima suor Chiara * Da «Chiara Bosatta. Scritti e Documenti», a cura di E. Soscia e F. Bucci. Nuove Frontiere Editrice, Roma 2002.

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FAMIGLIA GUANELLIANA • Storia Spiritualità Carisma

Letture dall’Epistolario di don Guanella / 1 Le lettere alle Figlie di S. Maria della Provvidenza A cura di don Bruno Capparoni sdc

Siate buone come sapete che io vi desidero» (Epistolario 1153)

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on Luigi Guanella ha scritto alcune lettere indirizzandole alle comunità delle sue religiose. Ne sono note diciannove, con posizione archivistica E 1145/1163. Sono disponibii nel sito www.archivioguanelliano.org, sezione Epistolario, con destinatario individuato dalla sigla FSMP e seguono l’ordine alfabetico dei luoghi dove si trovavano le comunità. Al-

cune sono senza data, altre sono minute senza destinatario né firma; talora si tratta di semplici biglietti. Dal loro esame si nota che il Fondatore, mentre trasmetteva indicazioni operative alla suora responsabile, intendeva coinvolgere anche la comunità e coglieva l’occasione per un contatto paterno con tutte le religiose impegnate in quell’opera.

«Proseguite e non temete» (E 1156) La lettura dell’epistolario di don Guanella ci ha offerto un approccio immediato alla sua persona nelle relazioni con i suoi religiosi, permettendoci anche di sco-

prire singole figure di suore e sacerdoti che lo hanno seguito generosamente e hanno corrisposto alla sua fiducia con intelligenza e operosità. Ora ci proponiamo di leggere alcune lettere indirizzate non a un destinatario individuale, ma a una intera comunità; di tali lettere ne sono conservate poche (eppure sembrerebbe legittimo supporre che egli ne abbia inviate molte, a quasi tutte le comunità) destinate soprattutto alle suore; invece ne restano pochissime ai Servi della Carità e per lo più inviate a gruppi di religiosi studenti. Passandole in rassegna, ci rivelano la personalità, le idee e le atTre lettere sono per le Figlie di santa Maria della Provvidenza presenti a Livraga, piccolo centro nel circondario di Lodi, in piena pianura padana e non lontano dal Po. Nel riquadro foto storica della casa di Livraga. Livraga. Scuola Materna

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tenzioni del Fondatore colte attraverso indicazioni concrete, semplicissime esortazioni spirituali, appellativi umoristici e affettuosi. Tre lettere sono per le Figlie di santa Maria della Provvidenza presenti a Livraga, piccolo centro nel circondario di Lodi, in piena pianura padana e non lontano dal Po. La presenza delle religiose risaliva al 1901, sostenuta dal parroco locale Sante Peviani; le prime suore si erano dedicate all’asilo infantile, poi l’opera si era ingrandita con un oratorio e un ricovero, intitolati a santa Teresa d’Avila. Ai primi tempi della fondazione riteniamo che si possa collocare la lettera senza data nella quale don Guanella annuncia il permesso pontificio di conservare il Santissimo Sacramento nella cappella e incoraggia alla crescita dell’opera: «Ho inviato or ora all’Eccellente Vescovo di Lodi il Privilegio ottenuto dal Santo Padre per il Santissimo Sacramento. Consolatevi e date zelo per ingrandire e l’oratorio e la casa» (E 1154). Una comunità guanelliana priva della presenza dell’Eucaristia era in condizione di grande povertà spirituale; per questo don Guanella si affrettava a dare notizia alle suore del permesso ottenuto, perché le suore potessero «consolarsi». La seconda lettera è del 19 mar-

zo 1906 e unisce il ricordo della festa di san Giuseppe con un richiamo velato a qualche difficoltà nell’assistenza dei poveri: «Odo che i vostri primi ricoverati vi offrono occasione di merito. Quanta è la fortuna vostra e della casa nascente! Non ne dubitate. Pregate san Giuseppe a darvene molti regali consimili e la casa prenderà sviluppo» (E 1152). Quali fossero i problemi per lo svolgimento della missione caritativa non ci è dato di sapere. Don Guanella concludeva lo scritto promettendo una sua prossima visita. La terza, abbastanza posteriore, è datata 20 marzo 1911. Si tratta di un breve biglietto per comunicare il dispiacere di non esser passato a Livraga trovandosi nella Casa San Giuseppe a Belgioioso (Pavia), ad appena una ventina di chilometri: «Spiacquemi che da Belgioioso pel brutto tempo non abbia potuto stamane visitarvi. A quella vece vi mando benedizioni del Santo Padre Pio X e di san Giuseppe» (E 1153). Impossibilitato a visitarle di persona, non aveva però tralasciato di rivolgere alle sue religiose parole di vicinanza e di conforto.

Foto storica della casa di Fratta Polesine.

Del 1911 sono due biglietti, inviati rispettivamente alle suore dell’Ospizio Pio X di Roma a San Pancrazio, e a quelle della Casa Sacra Famiglia di Fratta Polesine. Il primo, del 19 marzo, è una brevissima presentazione dei coniugi Carlo ed Elena Grassi, forse benefattori della casa di Belgioioso, probabilmente per ottenere loro ospitalità durante una permanenza a Roma (E 1155); il secondo biglietto, pure molto breve, è del 7 luglio 1911 e consente una più definita ambientazione. Inizia con un ringraziamento alla comunità di Fratta per gli auguri ricevuti e con una raccomandazione spirituale: «Il sacerdote Luigi Guanella espone il grato animo per auguri inviati, prega benedizioni su tutte le case, esorta a ben praticare il mese [luglio] del preziosissimo Sangue».

SUORE FIGLIE DI S. MARIA DELLA PROVVIDENZA Il 18 ottobre 1872 Carlo Coppini, parroco di Pianello del Lario (Como), inaugurò in paese un ospizio, detto del Sacro Cuore, per garantire l’assistenza delle orfanelle e degli anziani abbandonati. Il 28 ottobre 1878 il gruppo di volontarie che amministrava l’opera si costituì in comunità religiosa e adottò il titolo di «Orsoline»: esponente di maggior spicco della comunità fu Dina Bosatta (1858-

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1887), ritenuta fondatrice della Congregazione. Nel 1881 Luigi Guanella (1842-1915) succedette a Coppini come parroco di Pianello e assunse la direzione dell’ospizio: Guanella riorganizzò e diede nuovo impulso allo sviluppo della comunità delle Orsoline, che presero il nome di Figlie di Santa Maria della Divina Provvidenza e iniziarono a espandersi nei centri vicini.


Presenta poi alla superiora suor Angela Bottinelli (1860-1934), una richiesta di cui è possibile cogliere i riferimenti: «Avverto suor Angela che il mensile della buona Sichirollo è ridotto a lire 45 per istanza del Venerando Seminario» (E 1146). Il 18 maggio 1911 era infatti morto il sacerdote filosofo ed erudito Giacomo Sichirollo (1839-1911), insegnante nel Seminario di Rovigo, amico e benefattore di don Guanella. La sorella superstite, anziana e ammalata, era stata accolta nella casa di Fratta Polesine e con questo biglietto il Fondatore si faceva portatore di una richiesta del Seminario di Rovigo perché si riducesse la retta dell’ospite. Come si vede, si tratta di comunicazioni organizzative molto semplici, ma don Guanella le inviava alla comunità, quasi manifestando il desiderio di farsi presente a tutte le consorelle pur nella brevità delle sue parole. Altri due brevi biglietti furono inviati alle suore dell’asilo di Grandola. In questo piccolo paese nei pressi di Menaggio (Lago di Como) le guanelliane avevano aperto un asilo nel 1906 e svolgevano la pastorale giovanile nell’oratorio festivo femminile. Il primo è senza data ma potrebbe essere prossimo al 1910, dal momento che il Fondatore vi prometteva l’invio di una biografia di suor Chiara, riferendosi certamente a Fiore di cielo di Maddalena Albini Crosta, pubblicato a Como in quell’anno; il testo è rapido e generico: trasmette gli auguri di buona Pasqua, la benedizione del Papa e promette a breve una visita. Il secondo è pure brevissimo, però meglio circostanziato; reca la data del 27 novembre 1911 e dice: «E voi, martorelle di Grandola, come siete buone e quanto avete di zelo pei vostri fanciulletti e per le giovani dell’oratorio festivo?». Tutto lo scritto si risolve in una semplice domanda, che incoraggia la piccola comunità e fa sentire l’attenzione e lo sguardo paterno del Fondatore sulle sue figlie spirituali. A questo punto è lecito supporre

che purtroppo manchino all’appello molte altre lettere simili, poiché l’opera degli asili era alquanto sviluppata e – come abbiamo precedentemente visto – don Guanella era solito usare in modo sistematico questa prossimità epistolare con i suoi. Evidentemente solo la comunità di Grandola ha conservato i due brevi autografi diretti alle suore impegnate con i fanciulletti. C’è invece un gruppo di cinque lettere, tre del 1909 e due del 1911, rivolto alle suore di Roveredo. Si aggiungono alle quaranta indirizzate da don Guanella a suor Maddalena Giamberini, superiora del Ricovero Immacolata, e confermano lo stile proprio del Fondatore: rapportarsi con l’intera comunità religiosa per comunicare osservazioni, indicazioni e incoraggiamenti. Il primo brevissimo scritto egli lo inviava da Roma il 13 ottobre 1909 per trasmettere la benedizione di Pio X e saluti: «Fatevi coraggio che il Santo Padre vi benedice. Proseguite e non temete; tutte vi salutano le vostre consorelle. Il Santo Padre poi vi benedice» (E 1156). Non c’era niente di particolare da comunicare, se non il desiderio di rendersi presente con parole di vicinanza e di affetto.

Nel successivo mese di novembre mandava altri due biglietti; questa volta con indicazioni pratiche. Col primo, del giorno 13 (E 1160), chiedeva che si provvedesse al pagamento di un debito verso il Comune di Roveredo e che si mandasse un aiuto alle suore dell’asilo San Luigi di Arzo, fondato da Aurelio Bacciarini nel 1901, già in difficoltà e poi definitivamente chiuso dal parroco Riccardo Morganti nel 1911. Più sorprendente è invece il secondo biglietto, del precedente 6 novembre 1909, inviato alla suora incaricata dell’asilo infantile a Roveredo. Vi sono intrecciate con naturalezza massime spirituali e prescrizioni organizzative: «Mantenete raccoglimento spirituale e conversate con quegli innocenti [bambini] come cogli angeli. Spero che suor Maddalena [Giamberini] vi avrà data compagna qualche martorella. Quanto sarebbe bene dar la minestra al mezzodì: i parenti pagherebbero una lira e mezza al mese circa e voi sareste a posto; la minestra si

Il primo brevissimo scritto egli lo inviava da Roma il 13 ottobre 1909 per trasmettere la benedizione di Pio X e saluti: «Fatevi coraggio che il Santo Padre vi benedice. Proseguite e non temete; tutte vi salutano le vostre consorelle. Il Santo Padre poi vi benedice» (E 1156). Non c’era niente di particolare da comunicare, se non il desiderio di rendersi presente con parole di vicinanza e di affetto. La Voce • n. 6 - novembre-dicembre 2017

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tizia della morte di suor Orsola Trinca (1876-1911), avvenuta nella Casa madre di Lora il giorno precedente. In quella del 17 settembre don Guanella avanzava velati rimproveri per un comportamento non identificabile, ma certamente sconveniente, delle suore: «Quanto al battesimo ricevuto, ringraziate la Provvidenza perché, se voi steste al vostro posto, anche gli altri vi starebbero. Berneri può dirigere il giornale dal Collegio e non è punto necessario che vi sia tante volte pei piedi, e fatela finita se avete caro il vostro decoro. In Domino. Recitate tre Miserere e pace per tutto» (E 1158). Nel biglietto l’unico riferimento chiaro è al professor Carlo Berneri (18821923), stimatissimo peraltro da don Guanella, che fin nel 1902 insegnava materie letterarie nel Collegio Sant’Anna a Roveredo; questi collaborava anche alla redazione del settimanale cattolico locale Il San Bernardino, stampato dalla tipografia omonima che era gestita dalle suore guanelliane, sotto la responsabilità di suor Anna Pedeferri (1869-1945). Il severo richiamo di don Guanella sembrerebbe riferirsi a polemi-

Arzo (Svizzera).

potrebbe anche portar giù dal Ricovero o dal collegio – conferite con suor Maddalena – meglio portarla dal Ricovero» (E 1157). Il Fondatore richiama la suora maestra a rinnovare la sua attenzione spirituale, se mai fosse troppo assorbita dall’attività educativa, e un po’ ingenuamente le suggerisce di considerare i piccoli della scuola materna alla stregua di angeli, ma nello stesso tempo dimostra di avere ben presente il funzionamento pratico dell’asilo, tanto da indicare dove cuocere la minestra: la sua mente era rivolta al cielo e i piedi stavano ben piantati sulla terra. Dell’estate 1911 sono le altre due missive alla comunità in Val Mesolcina. L’11 agosto (E 1161) annunciava l’arrivo di un predicatore (forse un padre missionario di Rho?) per le suore e anche per le operaie, concludendo con la no-

LETTERA AUTOGRAFA N. 1153 DELL’EPISTOLARIO «... Spiacquemi che da Belgioioso pel brutto tempo non abbia potuto stamane visitarvi. A quella vece vi mando benedizioni del S. Padre Pio X e di S. Giuseppe. Siate buone bome sapete che io vi desidero. Salutate il S.r Giulio il S.r Prevosto. Pregate che tutti facciate bene la S. Pasqua. Pregate S. Giuseppe per la Chiesa di Roma. In Domino...».

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che o liti sorte nell’ambito della tipografia e termina perfino con l’imposizione di una penitenza. L’ultimo piccolo insieme di lettere è composto dalle tre inviate alla comunità calabrese di Laureana di Borrello. Si intrecciano cronologicamente con le dieci scritte alla responsabile suor Maria Habicher e si rivolgono anche alla sua collaboratrice suor Bernardina Turconi (1875-1929), altra eroica pioniera dell’opera guanelliana in Calabria. La prima è datata 3 gennaio 1913 e fu scritta a Boston, durante il viaggio negli Stati Uniti. La fondazione di Laureana era freschissima, del precedente 28 dicembre, e il pensiero del Fondatore, pur assorbito dalle novità americane e dagli ampi campi di azione intravisti, non tralasciava un cenno di affetto e vicinanza alle due suore che aveva mandato in Calabria, terra lontana e tanto diversa dalla ancor limitata geografia delle sue opere: «E voi martorelle, che fate? Siete quali il Santo Padre vi desidera? Vi è probabilità di costituire casa regolare? Se no, venite in America che il da fare è molto. Meglio, costituite questa casa e poi venite a formarne altra qui, dove sono tanti tanti italiani meridionali e sono buonini». Comunicava così alle suore l’entusiasmo provato nell’impatto con il Nuovo Mondo e gli ampi


orizzonti aperti per le opere di carità. Ora doveva vagliare le possibilità che gli Stati Uniti gli offrivano, ma poi avrebbe trovato il tempo anche per andare a Laureana a vedere l’opera calabrese: «Io conto attraversare tutti gli Stati Uniti e vedere un po’ dappertutto. In ritornare a febbraio forse passo da Messina e allora verrei a vedervi voi e signori Lacquaniti e la sorella di costoro e disporre se si può qualche cosa» (E 1149). A settanta anni passati, dopo oltre un mese di peregrinazioni americane e appena sbarcato dalla traversata transoceanica, avrebbe viaggiato anche in Italia meridionale con giovanile entusiasmo! L’altra lettera, del 22 ottobre 1913, dimostra già una migliore conoscenza della situazione, che gli consente di dare indicazioni più appropriate. Parte da una osservazione per le martorelle che riguarda l’organizzazione economica, la quale doveva essere generosa, ma anche oculata: «Mi conforta la frequenza dei fanciulli e delle allieve. Ma siamo intesi che i fanciulli di benestanti pagassero anche loro la liretta al mese». Principio dell’accoglienza nelle case guanelliane era infatti la massima: «Chi ha del proprio, non viva dell’altrui» (Regolamento dei Servi della Carità, 1910, Opere edite e inedite, IV, p.

1265), vale a dire: chi ha mezzi personali sufficienti non deve approfittare della beneficenza, che è per i più poveri. Una oculata amministrazione avrebbe dovuto condurre le suore anche ad esigere dai signori fondatori il rispetto dei patti economici: «Quanto ai banchi d’asilo arrangiatevi; veramente toccherebbero ai signori Lacquaniti che pensano al corredo, ma... Salutatemi quei signori». Don Guanella sollecitava spesso le sue religiose ad occuparsi di questioni molto pratiche: le voleva pronte a trattare tutti gli affari materiali connessi alla conduzione di un’opera e capaci di affrontare con autonomia e responsabilità le varie necessità che si presentassero: «E quanto alla costruzione del salone vedo volentieri, ma voglio disegno e preventivo da far vedere al signor [Aristide] Leonori pure; voi nel frattempo non impegnate parola. [...] Martorelle! che bisogno [avete] di mio permesso per aprire due finestre? [...] Se il muratore ha eseguito male, tirate un po’ il prezzo, ma... e il resto del pavimento si fa?» (E 1150). Dopo qualche mese, il 23 gennaio 1914, mandava una terza lettera dove le direttive pratiche si univano a consigli spirituali: «Siate buone e fate pure i vostri catechismi; non badate alle dicerie intorno. Vi manderò la befana

promessa. Curate il preventivo del nuovo locale, ma se ne farebbe niente se il preventivo fosse esagerato: questo per vostra norma. Salutate i signori Lacquaniti. Ho ricevuto vostri mandarini, che girai per la causa della nostra serva di Dio Caterina Guanella, della quale sono aperti i processi apostolici. Pregate molto secondo mie particolari intenzioni. Vocazioni religiose non ne coltivate veruna?» (E 1151). Il riferimento ai mandarini è probabilmente una metafora scherzosa, giocata su un ottimo prodotto tipico della zona, per indicare una offerta in denaro destinata alle spese processuali per la beatificazione della sorella, il cui iter era approdato a Roma il 18 agosto 1913. Significativa è la conclusione sulle vocazioni religiose, di cui anche una casa di recente apertura doveva preoccuparsi per il proprio futuro e per il bene di tutta l’opera. (continua)

L’ultimo piccolo insieme di lettere è composto dalle tre inviate alla comunità calabrese di Laureana di Borrello.

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FINESTRE SUL MONDO

La magia dell’amore vive in Calabria Madina

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el mese di giugno, nella Casa San Pio X di Roma delle suore guanelliane, c’è stata una festa per salutare suor Giustina che è andata in Calabria. Alla festa hanno partecipato anche tanti bambini e la piccola Elisa ha chiesto a suor Michela notizie di me. E allora ho deciso di continuare a raccontarvi la mia storia. Incomincio a dirvi che proprio nel mese di giugno ho lasciato l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù e, dopo aver salutato le suore della Casa San Pio X, sono partita per la Calabria. Sono partita tranquilla perché mi hanno detto che anche i medici dell’ospedale di Cetraro sono bravi come quelli del Bambino Gesù di Roma. A Scalea mi hanno accolto i giovani dell’Oasi Federico e alcuni volontari dell’Associazione Mani Guanelliane di Provvidenza, che hanno deciso di trascorrere una parte delle loro vacanze con me. Nella casa «I colori del sole» ho trovato una cameretta pronta per me e per la mia mamma. È iniziata così una bella vacanza con la compagnia di tanti bambini con i quali ho giocato nella piccola piscina che è nel giardino e anche nel parco giochi, che raggiungo direttamente dal cancello di casa. A qualche minuto di distanza c’è pure il mare. Provo anche la fatica di sedermi al tavolino con quaderno e penna e soprattutto voglio imparare a camminare. Forse non ce la farò mai a correre, ma mi accontento anche di due stampelle che io chiamo le mie «gambette colorate».

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Tutti i fine settimana gli altri bambini vanno a casa loro. Anche io ho trovato una casa che mi accoglie, quella di «nonna Elena», con la quale gioco e mangio il gelato. Alcuni volontari dell’Associazione Mani Guanelliane di Provvidenza sono venuti da lontano. Sono Marco, Sara, Maria Grazia, Francesca e per qualche giorno ci sono stati anche Marina e Matteo. Ho fatto molte cose con loro, ma soprattutto con Marco, che mi ha aiutato a usare le «gambette colorate». Quando è ripartito, gli ho chiesto: «Parlami di questa tua esperienza». E lui ha ripercorso i giorni passati con me così: «29 giugno, pronto alla partenza, stazione centrale di Milano, ho con me due valigie e un secchiello, ti chiederai perché... beh le valigie si sa, il secchiello è speciale, non mi servirà per costruire castelli sulla sabbia ma per raccogliere tutto ciò che arriverà... Questo secchiello è già pieno del mio vissuto e delle esperienze come sanitario, insomma è pieno di... Marco, un ragazzo di 28 anni che ha deciso di trascorrere sei settimane in Calabria, a Scalea, a Villa Federico. Tutto nasce in un giorno grigio di febbraio, quando suor Michela mi ha parlato di te, che sei arrivata da Gibuti e hai bisogno di riabilitare le tue gambe. All’inizio penso che Villa Federico si occupi solo di te, quando mi avvicino alla realtà, scopro che si tratta di un Centro per tutti i bambini e fa parte della realtà Oasi Federico. Il tempo vola e da lì a poco mi confronto con un’esperienza nuova che all’inizio mi spaventa un po’...: è la prima volta che mi

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Con Madre Serena.

All’ospedale di Cetraro.

Mi esercito con le mie «gambette colorate».


Ogni giorno un amico in più e perfino «nonna Elena». Che bello avere una casa!

Con i bambini di Villa Federico.

ritrovo a confrontarmi in modo diretto con i bambini con bisogni speciali e non. Fortunatamente i primissimi giorni sono stato introdotto e seguito da tutti gli operatori che hanno favorito il mio inserimento. Infatti già dopo pochi giorni ho iniziato a partecipare in modo attivo all’organizzazione delle attività e alla loro messa in pratica; contemporaneamente il 30 giugno è iniziato il percorso riabilitativo con te, che sei una bimba solare, sorridente, instancabile e con un’immensa voglia di vivere; presupposti essenziali per poter raggiungere obiettivi importanti. Dicono che l’attesa è più bella della festa, ma la “festa”, anche se è durata 6 settimane, è finita in un baleno; mi ritrovo a far le valigie, è l’ultima sera, una volta riempito, prendo il mio secchiello, mi ci specchio dentro e vedo... te, Madina, che camminavi col girello mentre ora balli con le stampelle, i pranzi con tutti i ragazzi e collaboratori, i momenti felici in piscina, i sorrisi con la pasta di sale, il parco giochi, la festa arcobaleno..., insomma in un attimo mi ritornano in mente tutti i momenti trascorsi. L’acqua del secchiello bolle, una goccia della mia esperienza cade a terra e penso e spero che rimarrà a Villa Federico, ma, come per magia, il secchiello diventa sempre più grande e racchiude un oceano di sentimenti, felicità, qualche arrabbiatura, soddisfazioni e “tutto” ciò che può dare un Centro per tutti. Potrei raccontarti tante altre emozioni, ma si sa che gli spazi editoriali sono sempre stretti, per cui non mi resta che ringraziare di cuore suor Michela (artefice della mia esperienza), la tua mamma Ahadi, tutti i collaboratori, i volontari, i bimbi e i genitori del parco giochi, ma soprattutto, un grande grazie a te cara Madina e a tutti i ragazzi di Oasi Federico. Vi porterò sempre nel cuore e arrivederci alla prossima!». È arrivato settembre e anch’io ho la valigia pronta per partire per Roma. L’ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Santa Marinella continuerà ad aiutarmi per far irrobustire i muscoli delle mie gambe. Mi piacerebbe tanto rimanere in Italia con voi perché a Gibuti non ho letto e non ho pane..., ma andare o rimanere non dipende da me. A mia volta ringrazio Marco per quanto mi ha scritto e tutti i lettori de «La Voce». n

Richiedi informazioni a: esserenelmondo@gmail.com Tel. +39 335 561 2778

Con alcuni amici di Casa Chiara.

oppure fai una donazione a: Mani Guanelliane di Provvidenza Iban: IT55 T033 5901 6001 0000 0133 822 Oasi Federico c/c postale no 21574892 Cittadella del Capo (Cosenza) La Voce • n. 6 - novembre-dicembre 2017

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FINESTRE SUL MONDO

Europa: l’amato Continente Card. Angelo Bagnasco *

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ll’origine dell’Europa non troviamo solo una dimensione genericamente spirituale, ma specificamente cristiana. Per questa ragione Novalis – già nel 1799 – scriveva che «Se l’Europa si staccasse totalmente da Cristo, allora essa cesserebbe di essere» (La Cristianità, ossia l’Europa). E il filosofo ebreo Karl Löwith affermava con lucidità: «Il mondo storico in cui si è potuto formare il “pregiudizio” che chiunque abbia un volto umano possieda come tale la “dignità” e il “destino” di essere uomo, non è originariamente il mondo (...) del Rinascimento, ma il mondo del cristianesimo, in cui l’uomo ha ritrovato attraverso l’Uomo-Dio, Cristo, la sua posizione di fronte a sé e al prossimo (...) Con l’affievolirsi del cristianesimo è diventata problematica anche l’umanità» (Von Hegel zu Nietzsche, 1941). L’immagine europea di persona è determinata nel modo più profondo dal cristianesimo: il Vangelo è stato l’alveo che ha dato sintesi a diversi contributi che la storia del continente ha conosciuto. Il Signore Gesù – rendendo l’uomo figlio di Dio – gli ha conferito una dignità unica, gli ha dato come criterio della libertà la verità, tanto che – tagliando la radice trasformante di Cristo – la dignità umana rischia di non avere fondamento.

«L’amato Continente» «L’umanesimo laico e profano alla fine è apparso nella sua terribile statura ed ha, in un certo senso, sfidato il Concilio. La religione del Dio che si è fatto uomo si è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio». Le parole che Paolo VI pronunciò nel Discorso di chiusura del Concilio Vaticano II (7.12.1965) suonano sempre attuali... A questo animo di evangelica simpatia hanno fatto eco i frequenti appelli di san Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI verso l’Europa, e – nei diversi suoi interventi – il Santo Padre Francesco rilanciava questo sguardo pastorale e profetico auspicando «uno slancio nuovo e coraggioso per questo amato Continente». L’amato Continente è l’Europa, e l’occasione era il conferimento del prestigioso Premio Carlo Magno (16.5.2016)...

* Cfr. «Europa: un corpo vivente, una comunità di vita e di destino». Prolusione del presidente del CCEE all’apertura dell’Assemblea Plenaria a Minsk, Bielorussia, 28 settembre 2017.

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Siamo anche fermamente convinti, con il Papa, che l’Europa «ha una forza, una cultura, una storia che non si può sprecare» (Papa Francesco, Conferenza Stampa nel volo dal Messico, 17.2.2016); che «alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa. Il suo compito coincide con la sua missione»). L’Europa, dunque, non deve sprecare se stessa, la storia bimillenaria che la lega al cristianesimo e che – nonostante le ombre degli uomini – ha prodotto frutti di civiltà e cultura, ma deve volersi più bene, deve credere nelle sue potenzialità, sapendo «che questa storia, in gran parte, è ancora da scrivere» (Papa Francesco, Discorso al Parlamento Europeo, 25.11.2014). Anche se un po’ affaticata, forse segretamente delusa, non deve arrendersi, deve ritrovare l’entusiasmo delle origini, non certo la «Europa, torna a Gesù, quel Gesù che tu hai detto non era nelle tue radici...!» (Card. Bagnasco).


percezione passata di essere il centro del mondo, ma di avere qualcosa di bello e di peculiare da offrire all’umanità. Che cosa possiamo fare noi, Pastori delle Chiese che sono in Europa? I Papi con parole diverse hanno indicato la strada: hanno parlato di «nuova evangelizzazione». Ora, Papa Francesco parla di «Chiesa in uscita». La passione, l’ardore e l’urgenza costituiscono l’humus da cui salgono i continui, accorati inviti alla Chiesa presente nel mondo. Se guardiamo il nostro Continente, forse possiamo dire che la missione evangelizzatrice oggi deve assumere la nota dominante della speranza. L’Europa non può essere depressa, incerta sulla sua anima, appesantita da memorie tragiche, tanto da voler cancellare il suo passato per una impossibile e triste rinascita, dove si pretende di ripensare e di riscrivere tutto, anche l’alfabeto umano. Il cristianesimo, come l’anima per il corpo, ha il compito di vivificare le radici europee, radici antiche ma sempre capaci di germogliare nell’oggi. Deve ridare speranza!

«Europa, torna a Gesù!» «Non è la fine. Credo che l’Europa ha tante risorse per andare avanti. (...) E la risorsa più grande è la persona di Gesù. Europa,

Bielorussia, Minsk, Cattedrale della Vergine Maria dove il card. Bagnasco, presidente della CCEE, ha tenuto la Prolusione il 28-9-2017.

torna a Gesù! Torna a quel Gesù che tu hai detto che non era nelle tue radici. E questo è il lavoro dei pastori: predicare Gesù» (Papa Francesco, Discorso alla Plenaria CCEE, 3.10.2014, cit.). Il secolarismo rende ancora possibile annunciare che Gesù è il Signore? Oppure ha oscurato e addormentato la coscienza dei singoli e dei popoli così che non sono più in grado di udire e di vedere? La sana laicità, affermata dal Magistero, si è forse trasformata in un laicismo ideologico? Siamo di fronte a qualcosa di fatale e irreversibile? Forse una certa cultura lo ritiene un fenomeno irreversibile, ma certamente il processo non è fatale nel senso di casuale e inarrestabile. Allora, come fare perché risuoni il nome di Gesù nel cuore dei contemporanei? E cosa fare perché sia chiaro che Dio è Qualcuno e che la fede non va confusa con i buoni sentimenti? Che ancora esistono

cose per cui vale la pena di soffrire? Sarà fecondo il confronto che avremo tra noi, a partire dalla parola di Gesù all’Apostolo Paolo: «Non avere paura, ma continua a parlare e a non tacere, perché io sono con te (...), perché io ho un popolo numeroso in questa città!» (Atti 18, 9-10). (Il discorso continua, molto interessante...). n

Martin Lutero (1483-1546), il padre della Riforma. «Mentre il passato non può essere cambiato, la memoria e il modo di fare memoria possono essere trasformati. Ci impegniamo a crescere ulteriormente nella comunione radicata nel battesimo, cercando di rimuovere i rimanenti ostacoli che ci impediscono di raggiungere la piena unità» [Dichiarazione congiunta di Papa Francesco e il vescovo Munib Younan, presidente della Federazione luterana mondiale (Flm), 31 ottobre 2016].

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FINESTRE SUL MONDO

Un «piano Marshall» per i Paesi dei migranti e i flussi migratori meglio disciplinati Mons. Bruno Forte

Per cortese concessione dell’autore, riprendiamo di seguito la riflessione settimanale di monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, pubblicata su «Il Sole 24 Ore» domenica 20 agosto 2017.

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ono state chiare le parole pronunciate il 10 agosto scorso dal Cardinal Gualtiero Bassetti, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, riguardo alla questione drammatica di come regolamentare il flusso dei migranti verso l’Italia: insieme al «più netto rifiuto di ogni forma di schiavitù moderna», di fronte «alla piaga aberrante della tratta di esseri umani», l’Arcivescovo di Perugia ha ribadito «con altrettanto vigore la necessità di un’etica della responsabilità e del rispetto della legge. Proprio per difendere l’interesse del più debole, non possiamo correre il rischio – neanche per una pura idealità che si trasforma drammaticamente in ingenuità – di fornire il pretesto, anche se falso, di collaborare con i trafficanti di carne umana». Solo una lettura strumentale ha potuto vedere in queste affermazioni una presa di posizione politica a sostegno delle scelte fatte dal

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Governo con l’imporre un codice di comportamento a cui tutte le ONG impegnate nel soccorso in mare ai barconi dei migranti dovranno attenersi. La vera posta in gioco, stando alle parole del Card. Bassetti, è quella gravissima delle vite umane da salvare e della dignità e del futuro delle persone in gioco. Un’accoglienza indiscriminata ha come frutto la creazione di campi di raccolta profughi insostenibili, non solo per la complessità della loro organizzazione e gestione, ma soprattutto perché quanti vi vengono portati hanno ben altre aspirazioni che quella di restare in una condizione di limitata libertà di movimento, attesa anche la vergognosa indisponibilità di tanti Paesi europei a far fronte con l’Italia alla crisi immigratoria. Ciò che Bassetti ha affermato è non solo eticamente corretto, ma anche responsabile e saggio: se è vero che le condizioni degli aspiranti migranti, in attesa di partire in Libia e in altre parti del Nord Africa e del Medio Oriente, non possono certo considerarsi adeguate alle esigenze richieste dal rispetto della dignità umana, è non meno vero che lasciare le cose come stanno espone tanti al rischio di morire in mare (come è purtroppo già avvenuto e avviene!), di essere espulsi o di restare nel limbo della clandestinità, favorendo al contempo il lucro

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Sulla questione si gioca non solo il destino di innumerevoli vite umane, ma anche la consistenza dell’Europa unita, oltre che la stessa sopravvivenza delle società occidentali e delle loro economie. degli scafisti, che hanno dimostrato di non avere scrupoli e di essere disposti a tutto pur di ottenere i loro guadagni. Dedurre dalla presa di posizione del Card. Bassetti un giudizio negativo sulle Organizzazioni Non Governative che operano per il salvataggio di innumerevoli vite umane è parimenti sbagliato: il ruolo delle ONG è stato ed è prezioso e la loro voce va ascoltata. Secondo le dichiarazioni di Brice de le Vigne, direttore delle operazioni di Medici senza Frontiere, ciò che «Servono urgentemente delle vie sicure e legali per migranti e rifugiati, per ridurre inutili sofferenze e morti» (mons. Forte).


«La sfida dell’incontro va affrontata con una profonda consapevolezza, grande coraggio e immensa carità», mai disgiunte «dalla dimensione della responsabilità: verso chi soffre e fugge», come «verso chi accoglie e porge la mano».

comportamento stabilito dal Governo italiano e approvato dall’Unione Europea: proposte migliorative potranno e dovranno essere accolte, ma l’esigenza di una regolamentazione è imprescindibile, perché ne va della vita stessa e dei diritti degli immigrati. La seconda prospettiva esigerebbe invece una lungimiranza e un coraggio politico che oggi l’Europa non mostra di avere: gli egoismi nazionali stanno affacciandosi in tutta la loro virulenza, anche lì dove ci si sarebbe aspettati una visione di ben più ampio respiro. Serve a poco far cantare l’inno europeo prima di quello del proprio Paese in occasioni particolarmente solenni, se poi le politiche messe in atto ritornano a vecchie visioni nazionalistiche, appartenenti a un passato da superare. Sulla questione

ANCHE GESÙ, MARIA E GIUSEPPE...

Tavola di A. Brasioli.

va rifiutato è la messa in atto di «strategie letali di contenimento che intrappolano le persone in un Paese in guerra, senza nessuna considerazione dei loro bisogni di protezione e assistenza». Quello che le ONG chiedono va poi nella stessa direzione di quanto affermato dal Presidente della CEI: «Servono urgentemente delle vie sicure e legali per migranti e rifugiati, per ridurre inutili sofferenze e morti». A questo punto, mi sembra siano due le prospettive secondo cui sarebbe doveroso muoversi da parte del nostro Paese e ancor più dell’Unione Europea, forse mai così disunita come intorno a questa sfida: da una parte occorre disciplinare i flussi migratori, stabilendo regole certe e giuste cui attenersi da parte di tutti gli operatori umanitari; dall’altra, occorre intervenire con una sorta di «piano Marshall» per le migrazioni, volto a realizzare condizioni di vita e di lavoro accettabili nei luoghi d’origine dei migranti, sì da offrire alternative affidabili alla scelta drammatica di lasciare la propria terra in vista di un futuro migliore o di ricongiungimenti sempre più difficili ai loro cari già accolti in Paesi europei. Ritenere questa seconda prospettiva puramente utopica non solo non serve a risolvere il problema drammatico costituito dagli enormi flussi migratori, ma rischia di offrire un alibi a chi ha interesse a che nulla cambi. Alla prima esigenza, intanto, ha inteso corrispondere il codice di

dei migranti si gioca non solo il destino di innumerevoli vite umane, preziose agli occhi di Dio, ma anche la validità e la consistenza dell’Europa unita, oltre che la stessa sopravvivenza delle società occidentali e delle loro economie, bisognose di forza lavoro da accogliere, sostenere e formare. La lungimiranza di statisti quali De Gasperi, Adenauer e Schuman, espressi da nazioni pur molto ferite dalla seconda Guerra Mondiale, riuscì nell’impresa di far rinascere interi Paesi e il continente europeo dalle rovine di una guerra tanto folle, quanto inutile e crudele. Ci saranno oggi statisti dotati di una tale capacità di visione e di azione di fronte all’urgenza epocale delle migrazioni? Figure come quella del Presidente della Repubblica Italiana fanno sperare di sì. Non si può dire però che i populismi di moda favoriscano la realizzazione di un simile modo di agire, non solo utile, ma necessario per tutti di fronte a questa sfida, che – ha detto ancora il Card. Bassetti presentando a Perugia una mostra dedicata a «I Migranti. La sfida dell’incontro» – «va affrontata con una profonda consapevolezza, grande coraggio e immensa carità», mai disgiunte «dalla dimensione della responsabilità: verso chi soffre e fugge», come «verso chi accoglie e porge la mano». n

La Bibbia ci offre tanti esempi concreti di migrazione. Basti pensare ad Abramo. La chiamata di Dio lo spinge a lasciare il suo Paese per andare in un altro: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). E così è stato anche per il popolo di Israele, che dall’Egitto, dove era schiavo, andò marciando per quarant’anni nel deserto fino a quando giunse alla terra promessa da Dio. La stessa Santa Famiglia – Maria, Giuseppe e il piccolo Gesù – fu costretta ad emigrare per sfuggire alla minaccia di Erode: «Giuseppe si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode» (Mt 2,14-15). La storia dell’umanità è storia di migrazioni: ad ogni latitudine, non c’è popolo che non abbia conosciuto il fenomeno migratorio. Papa Francesco 26 ottobre 2016 La Voce • n. 6 - novembre-dicembre 2017

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FINESTRE SUL MONDO

Le Foibe e l’Esodo Per non dimenticare Giorno del ricordo: 10 febbraio Giorgio Perlasca Giusto tra le Nazioni

La penisola d’Istria

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arliamo dell’Istria, penisola tra i golfi di Trieste e del Quarnaro, della Dalmazia, la fascia costiera che dal golfo del Quarnaro scende sino all’Albania, e della Venezia Giulia (Trieste, Gorizia). La loro storia è italiana, prima romana poi dopo varie vicissitudini veneziana: l’Istria nel 177 a.C. entrò nell’orbita romana e nel 27 a.C. Augusto le concesse la cittadinanza romana (ricordiamo l’Arena di Pola). Anche la Dalmazia entrò nell’orbita romana, nel 117 a.C. e fu la terra di quattro imperatori, il più rilevante Diocleziano. Ambedue, dopo le complesse vicende delle invasioni barbariche, impero bizantino, Sacro Romano Impero, evidenziarono un rapporto sempre più stretto con Venezia finché dopo il 1400 le città costiere si unificarono sotto l’insegna del leone di S. Marco. E le città delle coste istriane e dalmate sotto l’ala del leone di San Marco si svilupparono sul piano commerciale e fiorirono sul piano artistico e culturale. Si parlava il dialetto veneto. Nel 1797 con il trattato di Campoformio Napoleone cedette la Serenissima all’Austria. Durante i 121 anni della dominazione austriaca le città della costa orientale erano popolate in prevalenza dall’etnia italiana, le campagne dagli slavi. Il governo asburgico, timoroso delle spinte irredentistiche e risorgimentali, favorì lo spostamento degli slavi, sudditi fedeli, verso la costa, chiudendo anche

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scuole italiane. (Ma nel complesso possiamo dire che il governo asburgico fu un buon governo per gli italiani, perché rispettava tutte le etnie, ndr). Il clero, in maggioranza di etnia slava, fomentava l’avversione verso l’Italia, ritenuta laica e miscredente, in quanto colpevole di aver strappato Roma al papato. E le tre etnie balcaniche – sloveni, croati e serbi – divise tra di loro erano accomunate dal disegno di impadronirsi delle terre italiane. Durante la prima guerra mondiale molti irredentisti furono alla testa della campagna per l’intervento dell’Italia nel conflitto contro l’Austria. Basta ricordare Cesare Battisti e Fabio Filzi, impiccati a Trento, Nazario Sauro a Pola e Guglielmo Oberdan a Trieste. Dopo la prima guerra mondiale, il trattato di Rapallo nel 1920 assegnò all’Italia l’Istria, Zara (unica enclave in Dalmazia), le isole di Cherso, Lussino, Lagosta e Pelagosa e dichiarò Fiume Città libera. Nel 1924 Fiume tornò definitivamente all’Italia con la parentesi dell’impresa di Fiume di Gabriele D’Annunzio. Nel periodo fascista gli scontri tra nazionalismo italiano e slavo si acuirono. Indubbiamente sin dall’inizio abbiamo varie leggi tese alla italianizzazione forzata: nel 1923 la legge Gentile stabilisce che nelle scuole non vi sia spazio per le lingue minoritarie, nel 1925 si proibisce l’uso delle

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La penisola d’Istria.

lingue diverse dall’italiano nell’amministrazione pubblica, nel 1927 vengono soppresse le organizzazioni culturali, ricreative e culturali slovene e croate. Con Regio decreto del 1927 venne imposta l’italianizzazione dei cognomi anche se non trovò mai piena applicazione. Provvedimenti illiberali certo ma inseriti in un contesto di un mondo che non rispettava le minoranze (dalla Francia alla Germania, alla Romania, Ungheria e alla stessa Jugoslavia), a parte la parentesi felice dell’impero austro-ungarico.

Il dramma delle Foibe E venne il dramma delle Foibe: cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo. È in quelle voragini dell’Istria che fra il 1943 e il 1947 sono gettati, vivi e morti, quasi diecimila italiani. La prima ondata di violenza esplode subito dopo la firma dell’armistizio dell’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani slavi si vendicano contro i fascisti e gli italiani non co-


Foibe: cavità carsiche di origine naturale con un ingresso a strapiombo.

munisti. Torturano, massacrano, affamano e poi gettano nelle foibe circa un migliaio di persone. Li considerano «nemici del popolo». La vicenda di Norma Cossetto è emblematica e diventerà un simbolo di quel periodo terribile. La seconda nel novembre del 1944 a Zara. Dopo l’8 di settembre del 1943 la città venne occupata dai tedeschi. Tito chiese agli anglo-americani di bombardarla per una presunta rilevanza militare del piccolo porto commerciale, che in effetti non aveva, e in un anno fu sottoposta a 54 bombardamenti con oltre 4.000 morti. Il 1o novembre 1944, quando già i tedeschi abbandonarono la città, i partigiani di Tito entrarono in una città distrutta ed inerme. Subito iniziarono le esecuzioni degli italiani, fucilati o affogati, perché lì foibe non ce ne sono... ma vi è il mare. Ma la violenza aumenta nella primavera del 1945, quando le truppe di Tito occupano Trieste, Fiume, Gorizia e l’Istria e si scatenano contro gli italiani. A cadere dentro le Foibe e ad andare

nei campi di concentramento ci sono fascisti, cattolici, liberaldemocratici, socialisti, uomini di chiesa, donne, anziani e bambini. È una carneficina che testimonia l’odio politico-ideologico e la pulizia etnica voluta da Tito per eliminare dalla futura Jugoslavia i non comunisti e gli italiani. Anche 39 sacerdoti vennero uccisi. E si leva la forte voce del Vescovo di Trieste e Capodistria, Monsignor Antonio Santin. La persecuzione prosegue fino alla primavera del 1947, fino a quando, cioè, viene fissato il confine fra l’Italia e la Jugoslavia. Ma il dramma degli istriani e dei dalmati non finisce. Il 10 febbraio del 1947 l’Italia ratifica il trattato di pace e la fascia costiera dell’Istria (Capodistria, Pirano, Umago e Cittanova) passa sotto amministrazione jugoslava (zona B); il resto dell’Istria, Fiume e Zara passano in maniera definitiva sotto sovranità jugoslava. La fascia costiera da Monfalcone a Muggia va sotto amministrazione alleata (zona A) mentre Gorizia e il resto della Venezia Giulia tornano sotto la sovranità italiana.

L’esodo Trecentocinquantamila persone si trasformano in esuli. Scappano dal terrore, non hanno nulla,

sono bocche da sfamare che non trovano in Italia una grande accoglienza. La sinistra italiana li ignora: non suscita solidarietà chi sta fuggendo dalla Jugoslavia, da un paese comunista alleato dell’URSS, in cui si è realizzato il sogno del socialismo reale. La stessa classe dirigente democristiana considera i profughi «cittadini di serie B» e non approfondisce la tragedia delle foibe.

Confini Il 5 ottobre 1954 con il «Memorandum d’intesa» la parte amministrata dagli Alleati (la cosiddetta zona A) viene restituita all’amministrazione dell’Italia. È l’atto che permetterà, il 26 ottobre dello stesso anno, il ritorno definitivo di Trieste alla madrepatria. Il 10 novembre 1975, con il trattato di Osimo, nelle Marche, l’allora Ministro degli Esteri Rumor firmò la cessione in via definitiva della zona B alla Jugoslavia. Per quasi cinquant’anni il silenzio della storiografia e della classe politica avvolge la vicenda degli italiani uccisi nelle foibe istriane. È una ferita ancora aperta perché ignorata per molto, troppo tempo. Solo dopo sessant’anni l’Italia, con la legge 30 marzo 2004 no 92, ha riconosciuto ufficialmente questa tragedia istituendo il 10 febbraio come «Giorno del Ricordo». n

Trecentocinquantamila persone si trasformano in esuli. Scappano dal terrore, non hanno nulla, sono bocche da sfamare che non trovano in Italia una grande accoglienza.

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FINESTRE SUL MONDO • Brevi

Notizie dalla Chiesa e dal mondo I bambini italiani amano la famiglia

I bambini italiani sognano di costruire una famiglia e di avere un buon lavoro, secondo quanto risulta dall’identikit tracciato dall’Eurispes-Telefono Azzurro nel 4o Rapporto Nazionale sulla condizione dell’infanzia e dell’adolescenza presentato a Roma, un bisogno reale e sentito forse a causa dell’assenza dei genitori, che stanno fuori casa molte ore per lavoro; per cui servono progetti di sostegno alla qualità della vita dei genitori. I ricercatori della Virginia Commonwealth University e quelli dell’Università di Tokyo, in uno studio del 2015, affermano che oggi, dopo oltre quattro decenni dalla legge sul divorzio, ci si è resi conto che il divorzio danneggia i bambini più gravemente di quanto non faccia la morte dei genitori. La ricerca ha cercato i collegamenti statistici tra la perdita dei genitori (sia la morte che il divor-

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zio) e i sette disturbi psichiatrici gravi che portano a pericolo di vita nell’adulto e cioè la depressione, il disturbo d’ansia, le fobie, gli attacchi di panico, la dipendenza da alcool, l’abuso di farmaci e la tossicodipendenza. La conclusione è stata che la separazione dei genitori è associata ad una vasta gamma di psicopatologia in età adulta, mentre la morte dei genitori è stata specificamente associata con la fobia e la dipendenza da alcool. Dunque il divorzio produce di gran lunga maggiori casi di psicopatologie della morte di un genitore.

*** Perché i bambini conservino uno sguardo limpido

Papa Francesco ha incontrato e ringraziato i partecipanti al Congresso «Child Dignità in the Digital World», che si è concluso a Roma il 6 ottobre scorso. «La dignità e i diritti dei fanciulli devono essere protetti dagli ordinamenti giuridici come beni estremamente preziosi per tutta la famiglia umana». Il Papa, dopo una analisi della situazione nel mondo digitale, passa ad indicare alcune linee guida. «Dobbiamo avere gli occhi aperti – dice il Papa – e non nasconderci una verità che è spiacevole e non vorremmo vedere. Del resto, non

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abbiamo forse capito abbastanza in questi anni che nascondere la realtà degli abusi sessuali è un errore gravissimo e fonte di tanti mali? Allora, guardiamo la realtà, come l’avete guardata voi in questi giorni»... Il Papa indica agli esperti tre errori da evitare e poi invita a «risvegliare la consapevolezza della gravità dei problemi, di fare leggi adeguate, di controllare gli sviluppi della tecnologia, di identificare le vittime e perseguire i colpevoli di crimini, di assistere i minori colpiti per riabilitarli, di aiutare gli educatori e le famiglie a svolgere il loro servizio, di essere creativi nell’educazione dei giovani a un adeguato uso di internet – che sia sano per loro stessi e per gli altri minori – ...». Quello che chiede il Papa è un esame di coscienza: «Che cosa facciamo noi perché questi bambini possano guardarci sorridendo e conservino uno sguardo limpido, ricco di fiducia e di speranza? Che cosa facciamo perché non venga rubata loro questa luce, perché questi occhi non vengano turbati e corrotti da ciò che incontreranno nella rete, che sarà parte integrante e importantissima del loro ambiente di vita? Lavoriamo dunque insieme per avere sempre il diritto, il coraggio e la gioia di guardare negli occhi i bambini del mondo».

*** Catechismo Chiesa Cattolica Edizione speciale Nella scadenza del XXV anniversario della Costituzione Apostolica Fidei depositum, con la quale si consegnava ai fedeli il Catechismo della Chiesa Cattolica, firmata simbolicamente da san Giovanni Paolo II l’11 ottobre


1992, nel trentesimo anniversario dell’inizio del Concilio Ecumenico Vaticano II, viene pubblicata una nuova edizione del CCC, in cui insieme al Catechismo della Chiesa Cattolica si presenta un Commento teologicopastorale, con l’obiettivo di rendere il Catechismo un sussidio indispensabile e un aiuto concreto per saper rispondere alle grandi sfide che il mondo di oggi pone dinanzi ai credenti. Coordinati da mons. Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, esperti di tutto il mondo, tenendo soprattutto conto dei cambiamenti avvenuti in questi anni e della pubblicazione di importanti documenti del Magistero dopo la promulgazione del Catechismo, rileggono i diversi articoli del Catechismo alla luce dei grandi temi della vita quotidiana...

*** Barriere architettoniche

In un messaggio a firma del cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, papa Francesco esprime il suo supporto alla campagna per l’abbattimento delle barriere architettoniche, in occasione della 15a edizione della giornata di sensibilizzazione Fiabaday del 1o ottobre 2017. Il Santo Padre sottolinea la necessità di «garantire pari opportunità di vita per tutti» e questo «indipendentemente dalla condizione fisica o sociale, promuovendo un cambiamento culturale incentrato sull’abbattimento di tutte le barriere esistenti... per una sempre più incisiva azione di promozione umana». n

LA VOCE DEI LETTORI

Ondata di freddo Grandi e piccini imbacuccati verso il posto di lavoro e la scuola. Chi a casa resta si intristisce. Per scaldare il cuore il raggio di sole anela.

Flussi d’aria dall’Artico sulla penisola nostra. Raffiche di vento, neve a bassa quota, scrosci di grandine, temperature in picchiata. Biancastro il cielo, livido il mare, spogli i viali alberati.

Maria Libera De Biase

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26 novembre 2013

L’infinito Non respingere l’infinito che fa gigante la speranza, cerca spazi di libertà nell’urna d’ombra che fa dolce l’estasi.

Come grondano gli abeti alla prima alba quando un raggio l’attraversa delicato per asciugarne il languore della notte.

Sarà il tempo d’una fedeltà donata alla natura, la magnifica ballata esplora le radici e fa bello il canto.

Come il corale d’un folto di fagiani non si dilegui la terra visitata insieme al traghettare di paesaggi inediti.

È breve rinverdire la vita che ti accoglie per rivivere la storia come nella tempesta, un mare placato come luogo del divino.

Il cuore celebra la vita per stare nella verità, strappa dalla tua arpa, la fragorosa corda e sentirai i flussi della sorgente. Suor Angela Anna Tozzi

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FINESTRE SUL MONDO • Libri pervenuti

Rocce che non si frantumano: Uomini politici costruttori di pace

Presentazione Uomini molto diversi tra loro, quelli che ci propone nel suo appassionato lavoro suor Angela Anna Tozzi, ognuno, a suo modo, originale quanto credibile testimone del proprio tempo, quel Ventesimo Secolo che Eric Hobsbawm definì il «Secolo breve», racchiuso com’è tra la Grande Guerra (1914) e il crollo dell’Unione Sovietica (1991). Con la prima guerra mondiale finisce per sempre l’Europa dell’Ottocento (e gli squilibri mondiali che ne derivavano), e i disastrosi fallimenti che si sono susseguiti, del totalitarismo nazionalsocialista, del comunismo e del materialismo capitalista, hanno tristemente caratterizzato il Novecento causando le immani tragedie che tante sofferenze hanno arrecato all’umanità. È in questo teatro così drammatico, squassato dalle ideologie fallimentari che lo hanno attraversato, che hanno svolto la loro opera tutti questi uomini italiani e ciò accresce il valore della loro azione civile e politica e dell’eredità che ci hanno lasciato, rappresentata non soltanto da quello che hanno compiuto (non sempre infatti sono riusciti a realiz-

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zare pienamente i propri ideali e progetti), ma sempre credendo, in buona fede, che fossero i migliori per il bene comune e la promozione umana. Soprattutto per coloro che hanno preso direttamente parte alla vita politica italiana, in questa sede non si intende esprimere un giudizio sulle loro scelte più propriamente «politiche»: certamente la coerenza e la buona fede di chi agisce non fanno automaticamente diventare «giusta» e condivisibile ogni scelta, ma a suor Angela Anna Tozzi non interessa svolgere una mera analisi politica bensì mostrare in tutta la sua bellezza «l’uomo costruttore di pace», l’uomo delle beatitudini (cfr. Mt 5,9). Ad alcuni di essi (Moro, Bachelet, Livatino, Puglisi) è stata presa la vita, segno evidente di quanto fosse luminosa la loro testimonianza e che di fronte all’evidente bontà dell’agire umano che, pur nelle difficoltà, tenta di conformarsi alla Parola di Dio, ai duri di cuore, oggi come allora, non resta che l’argomento della violenza sia nell’agone politico che nella società civile. Suor Angela Anna Tozzi ci invita a rileggere la storia italiana del secolo scorso attraversando la vicenda umana dei suoi protagonisti e ci ricorda con fermezza che il cristiano è protagonista della propria storia e si confronta ogni giorno con l’intervento di un Dio che agisce nella storia sempre per fini di bontà e giustizia; che «seguire Cristo non è una imitazione esteriore, perché tocca l’uomo nella sua profonda interiorità. Essere discepoli di Gesù significa essere resi conformi a Lui, che si è fatto servo fino al dono di sé sulla croce (cfr. Filippesi 2,5-8; Veritatis Splendor, 21). Giovanni Ziaco

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Avvocato in Roma

Introduzione «Pensiamo che ciascuno di noi, viventi, sia un giocattolo meraviglioso, fatto dalle mani di Dio. Non sappiamo però se sia stato fatto per un suo vago o per qualche serio intendimento». Platone Questo volume raccoglie undici agili profili di uomini del ventesimo secolo: otto impegnati in prima fila in politica, tre che hanno messo al centro della loro vita l’Amore per Dio e per gli uomini senza alcuna distinzione. I loro scritti sono una miniera inesauribile. Ogni attimo della loro vita in qualche modo raccontata con sincerità e autenticità sconcertante. Sono soprattutto profeti, non nel senso volgare del termine, di coloro che prevedono il futuro, ma in quello autentico, biblico di «testimone». Essi hanno vissuto appieno il loro tempo, pagando sempre di persona le scelte coraggiose, a tutti note: dedizione ai poveri, ai diseredati, ai lontani dalla causa della giustizia e della pace, animati da una fede incrollabile nel Cristo e nella Chiesa. Le strade delle loro città hanno conosciuto ben presto i loro passi, il loro cuore, i loro nomi. Ci congratuliamo con la nostra amica e collaboratrice prof. suor Angela Anna Tozzi per questa sua nuova fatica, intelligente e utile, perché presenta politici italiani di grande elevatura politica e cristiana. Figure oggi modello e proponibili ai nostri studenti, come da richiesta già avanzata da una scuola italiana. n


Venerabile Don Francesco Mottola Perla del Clero calabrese

Nel pomeriggio di sabato 16 settembre 2017, presso il Salone della Scuola Materna San Giuseppe di Dipignano, gentilmente messo a disposizione da suor Mariolina Presta e da suor Elvira, è stato presentato, alla presenza di un discreto ed attento pubblico, il libro di don Enzo Gabrieli, Parroco della Chiesa di San Nicola di Bari di Mendicino, giornalista e direttore dell’Ufficio per le Comunicazioni Sociali, sul «Venerabile don Francesco Mottola - Perla del Clero calabrese». Il prezioso volumetto, la cui presentazione è pregevolmente scritta da S.E. Mons. Luigi Renzo, Vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, è incentrato sulla figura carismatica di don Francesco Mottola, prete di Tropea, dichiarato Venerabile da Sua Santità Benedetto XVI il 17 dicembre 2007, che don Enzo con una felice intuizione definisce, per le sue indubbie qualità umane e cristiane, una vera «perla» del Clero calabrese. Cresciuto in un ambiente familiare profondamente cristiano, soprattutto dalla parte della

mamma che, purtroppo, lo lascerà molto presto – Francesco aveva appena 12 anni quando la mamma morì –, piano piano si fa largo nel suo cuore il seme della vocazione sacerdotale, tanto che a soli 10 anni entra nel Seminario vescovile di Tropea ed a soli 23 anni viene ordinato presbitero. Subito dopo vince il concorso e diventa parroco di Parghelia (Vibo Valentia), ma per motivi di salute vi deve rinunciare. È questo un altro aspetto interessante e significativo della vita di don Francesco, il suo stato di salute che, all’età di 40 anni circa, lo porta alla paralisi di una parte del corpo e senza la parola. Così resta per oltre 27 anni; egli accetta tutto questo con serenità, come segno tangibile della presenza del Signore; tanto che questo suo stato non gli impedisce di proficuamente continuare l’attività pastorale di impegno nell’Azione Cattolica e soprattutto di essere punto di riferimento per i più giovani e «gli ultimi». Per lunghissimi anni è penitenziere della Cattedrale di Tropea. Il sogno di dare un segno concreto e tangibile della presenza di Cristo nel mondo, si materializza con l’apertura della prima «Casa della Carità» avvenuta nel 1936, alla quale poi fanno seguito altre strutture di accoglienza e ricovero per le persone bisognose di ogni età, gli ultimi degli ultimi. Un altro impegno cristiano portato avanti con convinzione ed ostinazione da don Francesco, anche quando le sue condizioni di salute non sono buone, è la nascita della Famiglia Oblata, composta di preti e suore ma anche di laici semplici e consacrati sparsi nel mondo, centrata sull’idea dell’oblazione – offrirsi a Dio ed ai fratelli ed essere dispo-

sti a dare ad essi la vita –, così don Mottola. Verso la fine degli anni sessanta arriva finalmente il riconoscimento delle Oblate a Istituto Secolare; subito dopo nel 1969, il 29 giugno, all’età di 68 anni, don Francesco Mottola muore nella casa paterna di Tropea. Don Enzo Gabrieli, autore di questo pregevole lavoro su don Mottola, che fa seguito ad un altro interessante lavoro di P. Bonaventura Danza, Vita di Don Mottola, è stato nominato postulatore della causa di Canonizzazione dal Vescovo Mons. Luigi Renzo e dall’Istituto Oblato il 9 dicembre del 2011. All’incontro hanno dato il proprio contributo alcuni Parroci del territorio fra cui don Antonello Gatto, Parroco di Dipignano, don Eugenio De Luca, Vice Parroco della Chiesa Santa Teresa di Cosenza, don Mario Ciardullo, Parroco di Carolei, e poi ancora Rosanna Brecchi, Pierluigi Caputo, Vincenzo Divoto, Franco Laratta e Francesco Capocasale; i lavori sono stati abilmente coordinati da Fabio Mandato, Redattore del periodico Parola di Vita. Vincenzo Divoto Dipignano

Da sinistra, dietro i fiori, don Enzo Gabrieli, autore del libro, al centro Fabio Mandato, giornalista moderatore, a destra don Antonello Gatto, parroco di Dipignano.

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LETTI PER VOI

A cura della Redazione

Senza barriere

U

(...) n dopopranzo ero in casa solo soletto e scrivevo uno dei soliti articoli per la solita Lehrerstimme. Credevo di essere tanto lontano da me stesso. A un tratto misi la penna sul tavolo senza rendermi conto del perché di questa interruzione del lavoro e, come rapito, cominciai a invocare il nome di Gesù, né trovai pace finché non apparve come in un grande quadro, senza cornice, nell’angolo scuro della stanza. Lo contemplai a lungo, senza alcuna sovreccitazione. Anzi, in perfetta serenità di spirito. Né allora, né oggi, dopo oltre trenta anni, saprei dire che cosa si sia svolto nell’anima mia per produrre un simile fenomeno. Né allora né oggi mi pongo il problema. Di che si trattava? A me bastava allora quanto mi basta oggi: la vicinanza di Gesù. Reale o soggettiva? Non lo so, né mi sento in grado di analizzare nella vana speranza di saper dire qualche cosa di preciso. Probabilmente – e un tanto oso asserire per analogia con altre esperienze, sia pure sotto forma diversa, che risalgono agli anni 1937-1938 e altre che si riferiscono all’anno 1945 – si tratta di un punto di saturazione dovuto a un processo lungo e compiutosi inavvertitamente. Va notato: non mi si presentò affatto il desiderio di parlarne a

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ISRAEL ZOLLI nacque a Brodj (oggi Polonia), il 17 settembre 1881, il più giovane di numerosi fratelli. Dopo un breve soggiorno di studi a Leopoli si trasferì a Firenze e si iscrisse all’Istituto di Studi Superiori (Università pubblica) e al Collegio Rabbinico Italiano di Firenze seguendo un’antica tradizione familiare. Si laureò in filosofia e dimostrò interesse per la nascente disciplina della psicoanalisi. Nel 1911 fu nominato Vice-Rabbino a Trieste e successivamente Rabbino Capo. All’attività rabbinica

affiancò l’insegnamento universitario di Lingua e Letteratura Ebraica presso l’Università di Padova. Dal 1911 scrisse diversi articoli e monografie. Nel 1935 pubblicò Israele, nel 1938 Il Nazareno, due dei suoi libri più famosi. Nel 1939 fu nominato Rabbino Capo e Direttore del Collegio Rabbinico a Roma. A liberazione avvenuta, nel febbraio del 1945, chiese il battesimo, scegliendo di prendere il nome di Eugenio. Morì a Roma il 2 marzo 1956.


Il 17 gennaio celebriamo la Giornata del dialogo fra Ebrei e Cristiani.

chicchessia né mi si presentò il problema d’una conversione. Quanto era avvenuto riguardava me, me soltanto. Né l’amore intenso per Gesù, né il fatto vissuto avrebbero dovuto riguardare gli altri, né avere per conseguenza un cambiamento di confessione religiosa. Gesù era entrato nella mia vita interiore come un dolce ospite, invocato e bene accolto. L’amore per Gesù non doveva significare rinnegare l’ebraismo né abbracciare il cristianesimo. Né negazione, né affermazione a carattere ufficiale. La Comunità israelitica e la Chiesa rappresentavano per me vita religiosa, ciascuna per conto suo, organizzata, mentre io mi sentivo ebreo, perché naturaliter ebreo, amavo naturaliter Gesù Cristo. In questo mio amore per Gesù non dovevano entrare per nulla né l’ebraismo, né il cristianesimo. Io al cospetto di Gesù e Gesù in me. (...)

Il trionfo del sole nascente Nel 1945 proruppe luce nella mia anima. Fu la piena estate della mia vita spirituale: dopo il mio dolore una grande abbondanza di frutti scaturì dall’eternamente fiorente legno della croce di Cristo. Lui disse: Seguimi. Fu la chiamata di Dio. Io lo seguii, ricevendo il battesimo della Chiesa Cattolica il 13 febbraio 1945. Ebbi la grandissima gioia di essere seguito in questo gesto da mia moglie, che ricevette il sacramento con me. (...)

A dire la verità, non potrei affermare che fui prontamente consapevole della prima manifestazione in me dell’amore per i Vangeli e per la persona di Cristo, non diedi il benvenuto a ciò con eccezionale tenerezza o emozione. No, lo ricevetti con il medesimo sentimento con cui si riceve un membro della propria famiglia o una persona amata in quanto in stretta confidenza. (...) L’evento che prese posto nelle profondità della mia anima fu per me come il giungere di un ospite amato. Niente contribuì a far sorgere un conflitto nella mia coscienza. Iniziai solamente a sentire la voce di Cristo che parlava più forte e più chiaramente nei Vangeli. Nella mia anima Dio non si rivelò attraverso la tempesta o il fuoco, ma in un lieve mormorio. (...) Negli anni che seguirono, quando il seme della vita cristiana che l’invisibile mano di Dio aveva gettato nella mia anima iniziò a crescere con più intenso vigore, non notai ancora nessun conflitto tra questo sviluppo e la mia posizione come membro della comunità religiosa ebraica. Nella letteratura biblica e in abbondantissimi scritti rabbinici c’è una tale ricchezza di idee che chiunque può trovare molto terreno in comune tra ebraismo e cristianesimo. Le vite e gli ideali dei santi cristiani per me erano reminiscenze della letteratura chassidica che io conobbi fin dalla mia infanzia e che amai ardentemente. (...) Io iniziai a percepire sempre più acutamente il desiderio di trova-

re qualcuno che parlasse con me del Dio dell’amore, il Dio che ama tutti senza distinzioni e desidera che i legami che uniscono gli uomini siano quelli dell’amore. Questa era utopia? (...) Era il Giorno dell’Espiazione nell’autunno del 1944, e stavo presiedendo alle liturgie religiose nel Tempio. (Gli ebrei tedeschi preferiscono chiamarlo il lungo giorno, ma non è lungo; è un giorno di enorme contenuto se si è in grado di comprenderlo. Ricordo che quando ero bambino ho visto mia madre e mio padre piangere durante i momenti più toccanti della liturgia del Giorno dell’Espiazione. Adesso le lacrime sono passate di moda; io stesso non posso piangere). Il giorno stava avviandosi alla sua conclusione, ed ero tutto solo nel mezzo di un gran numero di persone. Iniziai a sentire come se una nebbia stesse insinuandosi nella mia anima; divenne più densa, e persi interamente il contatto con gli uomini e le cose attorno a me. Una candela, pressoché consumata, bruciava sul suo candeliere vicino a me. Appena la cera si fu liquefatta, la piccola fiamma brillò in una più grande, balzando verso il cielo. Rimasi affasci-

Eugenio Pio Zolli (Israel Zoller, rabbino capo a Roma). «Qualsiasi evento apparentemente straordinario narrato in questo libro è di secondaria importanza nella storia della mia conversione. Questa conversione fu motivata dall’amore di Gesù Cristo, un amore che derivò dalle mie meditazioni sulle Scritture» (Eugenio Pio Zolli).

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«O il Servo di Jahvè è Colui che la Chiesa Cattolica ha riconosciuto e onorato fin da principio e riconosce tuttora come Figlio di Dio, o tutto è un caos e cadono tutte le Scritture». Eugenio Zolli nato dalla vista di ciò, guardavo con stupefacente meraviglia al semplice spettacolo. Dissi a me stesso: in questa fiamma c’è qualcosa del mio proprio essere. La lingua di fuoco si agitava e si contorceva, tormentata; e la mia anima vi partecipava, soffriva. La sera c’era l’ultima funzione liturgica, ed ero là con due assistenti, uno alla mia destra e l’altro alla mia sinistra. Ma mi sentii così di gran lunga allontanato dal rituale che lasciai recitare agli altri le preghiere e il canto. Non sentivo nessuna gioia o dolore; ero svuotato sia di pensieri che di sensazioni. Il mio cuore giaceva come morto nel mio petto. E subito dopo vidi con l’occhio della mente un prato stendersi in alto, con erba luminosa ma senza fiori. In questo prato vidi Gesù Cristo vestito con un mantello bianco, e oltre il Suo capo il cielo blu. Provai la più grande pace interiore. Se dovessi dare un’immagine dello stato della mia anima in quel momento direi: un limpido lago cristallino tra alte montagne. Dentro il mio cuore trovai le parole: Tu sei qui per l’ultima volta. Le presi in considerazione con la più grande serenità di spirito e senza alcuna particolare emozione. La replica del mio cuore fu: così sia, così sarà, così deve essere. Circa un’ora più tardi mia moglie, mia figlia ed io eravamo a casa per la cena susseguente al digiuno. Dopo cena mia moglie prese alcuni giornali e andò nella sua camera, e così fece anche mia figlia. Rimasi nel mio studio

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per scrivere delle lettere e leggere alcune riviste. Quando fui stanco andai in camera mia. La porta della stanza di mia figlia era chiusa. Improvvisamente mia moglie mi disse: «Oggi mentre eri dinanzi all’Arca della Torah, mi sembrò come se la bianca figura di Gesù imponesse le Sue

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mani sulla tua testa, come se ti stesse benedicendo». Fui sorpreso ma ancora molto tranquillo. Feci finta di non aver capito. Ripeté quanto mi aveva appena detto, parola per parola. In quel preciso momento udimmo il piccolo trombettiere – così eravamo soliti chiamare la nostra figlia più giovane, Miriam, quando ci chiamava da lontano –: «Papaaà!» – andai in camera sua –. «Che succede?» le chiesi. «State parlando di Gesù Cristo» replicò. «Sai, papà, stanotte stavo sognando di vedere un Gesù molto alto, bianco, ma non ricordo che cosa accadeva in seguito». Augurai a entrambe la buonanotte e, completamente imperturbato, cominciai a pensare all’inconsueta circostanza degli eventi. Quindi andai a dormire pienamente tranquillo.

Roma, sinagoga ebrea, dove ha officiato anche il Rabbino Zoller.


Papa Francesco alla Sinagoga di Roma nel 2016.

Fu alcuni giorni dopo questi fatti che rinunciai al mio incarico in seno alla comunità ebraica e andai da un prete del tutto sconosciuto con l’intenzione di ricevere l’insegnamento cristiano. Trascorse un intervallo di alcune settimane, fino al 13 febbraio, quando ricevetti il sacramento del battesimo e venni incorporato nella Chiesa Cattolica, il corpo mistico di Gesù Cristo.

hghghg ... L’umanità non sa vivere in Cristo Agostino Carloni

FRA GERUSALEMME E ROMA Papa Francesco Nel nostro cammino comune, grazie alla benevolenza dell’Altissimo, stiamo attraversando un fecondo momento di dialogo. Va in questo senso il documento «Fra Gerusalemme e Roma», che avete elaborato e che oggi ricevo dalle vostre mani. È un testo che tributa particolari riconoscimenti alla Dichiarazione Conciliare Nostra aetate, che nel suo quarto capitolo costituisce per noi la «magna charta» del dialogo col mondo ebraico: infatti la sua progressiva attuazione ha permesso ai nostri rapporti di diventare sempre più amichevoli e fraterni. Nostra aetate ha messo in luce che gli inizi della fede cristiana si trovano già, secondo il mistero divino della salvezza, nei patriarchi, in Mosè e nei profeti e che, essendo grande il patrimonio spirituale che abbiamo in comune, va promossa fra noi la mutua conoscenza e stima, soprattutto attraverso studi biblici e colloqui fraterni (cfr. n. 4)... La Dichiarazione «Fra Gerusalemme e Roma» non nasconde, comunque, le differenze teologiche delle nostre tradizioni di fede. Tuttavia esprime la ferma volontà di collaborare più strettamente oggi e in futuro... Possa l’Eterno benedire e illuminare la nostra collaborazione perché insieme possiamo accogliere e attuare sempre meglio i suoi progetti, «progetti di pace e non di sventura», per «un futuro pieno di speranza» (Ger 29,11). Cfr. Discorso ai Rabbini europei, 31 agosto 2017

Il riquadro vuole ricordare che il 17 gennaio è dedicato al dialogo fra cristiani ed ebrei.

Eugenio Zolli, già gran rabbino di Roma, paga successivamente (l’atto di fede a Cristo con il Battesimo, ndr) con l’ostracismo della sua comunità: resta solo con la sua famiglia che lo seguirà nella fede cattolica dopo poco. Vive con dignità le difficoltà economiche, divenute nel frattempo gravissime, affidandosi alla misericordia e alla volontà di quel Signore che pazientemente aveva guidato i suoi passi sino al battesimo nella Basilica di S. Maria degli Angeli. Negli anni successivi scrive molto soprattutto sul filo che lega indissolubilmente ebraismo e cristianesimo. Si ritira in un piccolo appartamento vicino a quello della figlia, dove muore il 2 marzo 1956, primo venerdì del mese. Poco prima di morire dice a chi pietosamente lo assiste: «Quando sento il fardello della mia esistenza, quando sono cosciente delle lacrime trattenute, delle bellezze non viste, piango sul Cristo crocifisso per me e in me [...]. Non possiamo che confidare nella misericordia di Dio, nella pietà di Cristo che muore perché l’umanità non sa vivere in Lui». n

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VOCI DAL SILENZIO

Giovane Maria di Nazareth Gilda Mori Nazareth, santuario costruito sulla casa dell’Annunciazione.

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iovane Maria, eri poco più che adolescente quando ti apparve l’angelo Gabriele per dirti: «Esulta, o Piena di grazia, il Signore è con te». Lo splendore che egli emanava ti avvolse e illuminò la tua casa. «AVE, MARIA!». E tu, essendo sola tra quelle mura domestiche, fosti colta da turbamento. Allora l’Angelo disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, tu concepirai nel tuo seno un figlio e lo chiamerai Gesù. Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo e il Signore gli darà il trono di Davide suo padre, e regnerà sulla casa di Giacobbe nei secoli e il suo regno non avrà fine» (Lc 1,30-34). E tu, Maria, chiedesti come fosse possibile perché non conoscevi uomo, e l’angelo ti rispose che lo Spirito Santo sarebbe sceso su di te, la potenza dell’Altissimo ti avrebbe adombrata e che il Santo che sarebbe nato da te sarebbe stato chiamato Figlio di Dio. A conferma che nulla è impossibile a Dio ti fu indicata Elisabetta. Allora dicesti: «Ecco l’ancella del Signore, mi avvenga secondo la tua parola». E l’angelo partì da te. Ti ritrovasti di nuovo sola fra quelle mura domestiche, in penombra. Erano le stesse che ti avevano visto crescere bambina, ove, sulle ginocchia dei tuoi genitori, avevi imparato ad amare l’Altissimo? Ed ora, nel momento in cui quel

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Dio ti chiamava, e ti voleva vergine pura e madre, tutta per Sé, loro ove erano? Nulla sappiamo dei tuoi genitori se non dai libri chiamati apocrifi – ma che la Chiesa mai ha riconosciuto come canonici – scritti

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nel tempo per emulare e completare i Vangeli. Luca invece ci indica la genealogia di Gesù e dice che sarà Giuseppe a dare il nome ed il titolo legale di «Figlio di Davide» al bimbo che dovrà nascere, per in-


dicare che Cristo è il Salvatore non solo degli Ebrei, ma di tutti gli uomini. Perciò Luca scrive (cfr. 3,28-38): «Gesù era, come si credeva, figlio di Giuseppe, e questi di Eli, di Mattat, di Levi...», fino a giungere a «di Enos, di Set, di Abramo, di Dio». Dei tuoi genitori, Maria, invece nulla è stato mai detto, eppure il sangue che scorrerà nelle vene e uscirà dal costato di tuo figlio, l’avevi ricevuto da loro. Anche i loro nomi non troviamo nei Vangeli. Ma il giorno in cui ti apparve l’Angelo, vivevano ancora? È una domanda che mi pongo. O al momento di quell’evento sublime tu eri già stata provata dalla vita, lasciandoti tremendamente sola? Infatti, in tutta fretta ti mettesti in viaggio per recarti verso la regione montuosa e raggiungere una città di Giuda, per essere stretta dalle braccia della

tua anziana parente Elisabetta. Perché il tuo cuore tremante e palpitante non ha cercato per un attimo, anche un attimo solo, quello di tua madre ove rifugiarti, pure obbedendo subito dopo all’Angelo? Avresti potuto, o forse desiderato, metterti un attimo solo in ginocchio ai piedi di Anna e nascondere il tuo volto luminoso forse come quello dell’Angelo e piangere sul suo grembo di madre? Piangere d’amore, di commozione, e così placare il tuo turbamento. Forse per chiedere anche a lei: Può essere vero? È vero l’annuncio dell’Angelo, ciò che provo, ciò che sento? Ed ora la mia promessa a Giuseppe? Anche questo rapporto di amore, di fedeltà e di promessa, così sublimato, veniva cambiato dal tuo «sì» al Signore.

Nazareth. Interno del santuario. Al centro, il luogo benedetto dell’Incarnazione del Figlio di Dio in Maria Vergine.

Penso che allora la mano di tua madre si sarebbe posata sul tuo capo e ti avrebbe benedetta. La figlia e la madre. Forse nella penombra della casa, invece, vedevi il mantello di tuo padre come l’aveva lasciato e lo scialle azzurro di tua madre, posato sullo sgabello ove si sedeva, nell’angolo serbato alla preghiera, mentre ti insegnava le Sacre Scritture. Quello scialle che quando eri bambina mettesti in testa, lasciando che lambisse la terra, mentre danzavi e cantavi. Anche tu, come ogni bimba, giocavi. E tua madre sorrideva. Con quel sorriso sei cresciuta, specchiandoti nei suoi occhi dol-

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no venuti meno gli affetti più cari e l’anima ne è rimasta lacerata? Lacerata e purificata. Ma tu eri già pura. Eri immacolata anche se concepita nel seno di tua madre e ne portavi la carne, la stessa che avresti donata poi al tuo bambino. Il colore dei suoi occhi erano uguali ai suoi o a quelli di tuo padre? L’essere stata così tremendamente sola in quel momento ti fa ancora più grande. Tu che sei stata tanto umile da confonderti e fonderti tra le fanciulle di Israele. Da fonderti per condividere ogni sorte, non solo quella che ti presentano come madre. Perché forse al calar della sera, quando un bimbo o una bimba adolescente volge lo sguardo verso il cielo per cercare un volto scomparso, tu possa tendere la tua mano ed accompagnarli quaggiù come sorella e come madre, perché anche tu, giovane Maria di Nazareth, prima di diventare nostra Madre, hai versato le tue lacrime. n

Icona di Gioacchino ed Anna.

ci, come in quelli di Gioacchino tuo padre. Ed ora, dopo quell’evento così grande, non poterti specchiare in essi, per raccontare loro le meraviglie che Dio in te aveva compiuto. E sentire la loro risposta rassicurante. Li avresti sentiti al tuo fianco se qualcuno, nel villaggio, avesse mormorato ed anche se Giuseppe ti avesse ripudiata. Invece a te, Maria, scrigno di ogni dolore, anche lo stato di giovane «sola» e senza genitori non ti è stato risparmiato. Hai provato anche il dolore dei bimbi e degli adolescenti cui so-

A MARIA, DONNA DEL SORRISO Sorridimi, Maria, ho bisogno del tuo sorriso per guardare in alto. Oltre l’affanno dei giorni tristi, dei sogni infranti, dei miei cari perduti. Non mi resta che il tuo sorriso per avere speranza, per riprendere il mio cammino ancora. Anelando di incontrarti, Donna del sorriso, perché come me in terra hai pianto.

Gilda La Vergine di Nazareth.

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VIVERE LA FESTA a cura di suor Maria Teresa Nocella

Aria del Natale in famiglia Da Betlemme è la luce che illumina il mondo, il pane che sostenta la vita degli uomini. San Luigi Guanella

La tua dolce presenza, Bambino Gesù, rafforzi l’amore nelle nostre famiglie.

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ARIA DEL NATALE hghghg Francesco Sapio «Udii tra il sonno le ciaramelle, ho udito un suono di ninne nanne, ci sono in cielo tutte le stelle...». E, di colpo, mi sono ritrovato bambino tra i bambini! Stavo cercando di «trasmettere» ai miei nipotini qualcosa di un mondo ormai scomparso: la bellezza di un vivere semplice di gente semplice che credeva nelle cose semplici, lo stupore al suono di una zampogna, la carezza dell’aria fresca racchiusa in un’immensa bolla stellata... Presi a ricordare ad alta voce... Le ciaramelle annunciavano il Natale a un mondo che l’aspettava! Anche noi piccoli eravamo stati preparati all’attesa, che ora veniva annunciata prossima al compimento da umili pastori scesi appositamente dai monti; si annunciavano dando fiato ai loro semplici strumenti: suonavano per strada, sostavano per un «Tu scendi dalle stelle...» dinanzi ad ognuna delle tante edicole votive di cui era ricca la città e mai mancava un capannello di persone attente e commosse. L’imminente grande festa era nell’aria: – la mamma indaffarata in cucina perché, almeno in questa circostanza, i bambini avessero i loro dolcetti (inebrianti profumi di anice, acqua di rose, essenza d’arancio...); – papà intento a preparare il presepe (lo scatolone con i fragili pastori in terracotta attentamente custoditi e tramandati da intere generazioni, frasche di corbezzoli per formare la scena, fasci di pungente sparagina da predisporre per impigliarvi candidi fiocchi di bambagia da figurare la neve, odore di muschio appena raccolto...); – la cara suor Maria Sira impegnata con i suoi scolaretti nella compilazione della letterina da «nascondere» sotto il piatto di papà... Riccardino, seconda elementare, ha interrotto il mio dire con: «Nonno, anche noi a scuola stiamo scrivendo la letterina». Molto bene, bravo; e ricordati che le promesse a Gesù Bambino vanno mantenute! «Io non so scrivere...» disse, contrariata, la piccola Valentina. Non importa, amore, potrai ugualmente promettere a Gesù Bambino di essere buona. «Ma tu Gesù Bambino lo conosci?». Gesù, risposi, è nel volto di ogni bambino; è la forza dell’innocenza, la potenza dell’amore, la grazia di un sorriso, la misura che ricolma il

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«Udii tra il sonno le ciaramelle...» (G. Pascoli).

mondo di bene. Ma è un bambino speciale, diverso da tutti. Un grande poeta, che si chiamava Alessandro, ha scritto di lui: «Ecco ci è nato un Pargolo, ci fu largito un Figlio: le avverse forze tremano al mover del Suo ciglio: all’uom la man Ei porge, che ravviva e sorge oltre l’antico onor...». Un po’ difficile vero? Però dopo che ve l’avrò spiegato lo capirete meglio; quel tale Alessandro intendeva dire che non soltanto i malvagi (perfino il demonio) tremano dinanzi a Lui ma, nientepopodimeno, ha la capacità di prenderci per mano e ricondurci a Dio! Cioè: Dio perdona noi poveri peccatori se soltanto ci lasciamo prendere per mano da questo Bambinello che rinascerà tra qualche giorno. È come se tornassimo nel Paradiso Terrestre, con Adamo ed Eva, prima che peccassero e che condannassero alla perdita della dignità la loro discendenza. Ricordate la storia del serpente, della mela e della cacciata dal Paradiso? Orbene, Gesù Bambino viene a dirci: datemi la mano e io vi ci ricondurrò. Cioè: amiamoci tutti, seguitemi, io conosco la via. «Nonno, ci racconti delle ciaramelle?». Erano pastori, generalmente due: uno suonava una specie di flauto, dal suono molto squillante, eseguendo la melodia, mentre l’altro suonava la zampogna, che faceva da accompagnamento e che era fatta da una pelle di capra nella quale veniva soffiata l’aria, che poi veniva sapientemente spinta fuori attraverso quattro o cinque canne dal suono fisso e grave. Pensate: poiché in tutte le famiglie veniva approntato il presepe, le ciaramelle venivano chiamate quasi in ogni casa per suonare (in cambio di una monetina), dinanzi alla capanna, dal 16 al 24 dicembre. Immaginate quanta allegria pervadeva le abitazioni! E sapeste quanto cresceva l’attesa... Poi, finalmente, arrivava il 24 dicembre: la vigilia! Diventavamo im-


pazienti nell’attesa della sera: il «cenone» e la messa di mezzanotte! Ma il «cenone» non è quello che conoscete voi: il nostro consisteva in verdura lessa insaporita da un osso di prosciutto e una manciata di fagioli, frittelle e frutta secca. Più che altro era l’aspettativa che si voleva creare... Pensate che, per aiutare i più piccoli a restare svegli fino alla mezzanotte, la mamma ci teneva occupati in cucina nella preparazione delle frittelle per buona parte del pomeriggio; si inventava le varianti più impensabili per «arricchire» il cenone e variare il sapore: con i broccoli, con i carciofi, con il baccalà, con le alici...; e ognuno di noi bambini: ne faccio una con pezzetti di fichi secchi, io la faccio con la crosta del formaggio, io con il prezzemolo... Importante era conservare l’entusiasmo e tirare fino a sera tardi. Poi, dopo cena, svelti nello sparecchiare la tavola: si gioca a tombola! E anche i più vecchi diventavano bambini... almeno per un po’! All’ora stabilita: il freddo della notte nel recarsi in chiesa per la messa di mezzanotte, la calca di coloro che non volevano assolutamente mancare, il latino maccheronico che inondava le navate e fuoriusciva sulla piazza deserta, l’incenso che spandeva il suo profumo in ogni dove e il suo fumo in ogni ugola, le palpebre di noi bambini che diventavano sempre più pesanti... E il ritorno a casa, stanchi ma determinati all’ul-

Giovani lettori degli USA, a Natale.

timo sforzo: sistemate il Bambinello nella mangiatoia, quale ferma affermazione della Sua accoglienza in casa nostra. «Così potevate andare in Paradiso!». Certo: se avessimo continuato ad amare! E, proprio per meglio manifestare questo proponimento, ognuno di noi depositava accanto al Bambinello un suo dono che aveva accuratamente e segretamente messo da parte nei giorni precedenti: un mandarino, qualche noce, una caramella... «Nonno, ma i Re Magi avevano portato oro, incenso e mirra!». È vero, i nostri piccoli doni erano un nulla al confronto, ma costituivano una piccola rinuncia laddove già si era costretti a rinunciare a troppe cose per l’assoluta impossibilità di averle... «E la letterina di Natale?». Beh, quella sarebbe stata messa sotto il piatto di papà al pranzo di mezzogiorno; avrebbe finto sorpresa (perché era un furbacchione e già sapeva che l’avrebbe trovata) ma non sarebbe riuscito a nascondere la commozione. Nonno, tutti vogliono bene a Gesù Bambino? Spero proprio di sì: è Lui la speranza del mondo, come dice Papa Francesco.

L’unica grande rivoluzione avvenuta nel nostro mondo occidentale è quella di Cristo, il quale dette all’uomo la consapevolezza del Bene e del Male, e quindi il senso del peccato e del rimorso. In confronto a questa tutte le altre rivoluzioni compresa quella francese e quella russa fanno ridere. Indro Montanelli «... trasmettere ai miei nipotini qualcosa di un mondo ormai scomparso...».

(1909-2001)

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Natale: annuncio di gioia per tutti

IL NATALE DI GESÙ, SORGENTE DELLA SPERANZA hghghg Papa Francesco

Un germoglio spunterà Abbiamo da poco iniziato un cammino di catechesi sul tema della speranza, quanto mai adatto al tempo di Avvento. A guidarci è stato finora il profeta Isaia. Oggi, a pochi giorni dal Natale, vorrei riflettere in modo più specifico sul momento in cui, per così dire, la speranza è entrata nel mondo, con l’incarnazione del Figlio di Dio. Lo stesso Isaia aveva preannunciato la nascita del Messia in alcuni passi: «Ecco la Vergine concepirà e darà alla luce un figlio, a lui sarà dato il nome di Emmanuele» (7,14); e anche «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici» (11,1). In questi brani traspare il senso del Natale: Dio adempie la promessa facendosi uomo; non abbandona il suo popolo, si avvicina fino a spogliarsi della sua divinità. In tal modo Dio dimostra la sua fedeltà e inaugura un Regno nuovo, che dona una nuova speranza all’umanità. E qual è questa speranza? La vita eterna.

mio cuore è un cassetto chiuso o è un cassetto aperto alla speranza che mi fa camminare non da solo, con Gesù?

Il presepe trasmette speranza Betlemme Nelle case dei cristiani, durante il tempo di Avvento, viene preparato il presepe, secondo la tradizione che risale a san Francesco d’Assisi. Nella sua semplicità, il presepe trasmette speranza; ognuno dei personaggi è immerso in questa atmosfera di speranza. Prima di tutto notiamo il luogo in cui nacque Gesù: Betlemme. Piccolo borgo della Giudea dove mille anni prima era nato Davide, il pastorello eletto da Dio come re d’Israele. Betlemme non è una capitale, e per questo è preferita dalla provvidenza divina, che ama agire attraverso i piccoli e gli umili. In quel luogo nasce il «figlio di Davide» tanto atteso, Gesù, nel quale la speranza di Dio e la speranza dell’uomo si incontrano.

Cammino con speranza? ... il Natale di Cristo, inaugurando la redenzione, ci parla di una speranza... speranza affidabile, visibile e comprensibile, perché fondata in Dio. Egli entra nel mondo e ci dona la forza di camminare con Lui: Dio cammina con noi in Gesù e camminare con Lui verso la pienezza della vita ci dà la forza di stare in maniera nuova nel presente, benché faticoso. Sperare allora per il cristiano significa la certezza di essere in cammino con Cristo verso il Padre che ci attende. La speranza mai è ferma, la speranza sempre è in cammino e ci fa camminare. Questa speranza, che il Bambino di Betlemme ci dona, offre una meta, un destino buono al presente, la salvezza all’umanità, la beatitudine a chi si affida a Dio misericordioso. San Paolo riassume tutto questo con l’espressione: «Nella speranza siamo stati salvati» (Rm 8,24). Cioè, camminando in questo mondo, con speranza, siamo salvi. E qui possiamo farci la domanda, ognuno di noi: io cammino con speranza o la mia vita interiore è ferma, chiusa? Il

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Papa Francesco accende la candela del presepe di Casa Santa Marta.

Maria, Madre della speranza Poi guardiamo Maria, Madre della speranza. Con il suo «sì» ha aperto a Dio la porta del nostro mondo: il suo cuore di ragazza era pieno di speranza, tutta animata dalla fede; e così Dio l’ha prescelta e lei ha creduto alla sua parola. Colei che per nove mesi è stata l’arca della nuova ed eterna Alleanza, nella grotta contempla il Bambino e vede in Lui l’amore di Dio, che viene a salvare il suo popolo e l’intera umanità. Accanto a Maria c’è Giuseppe, discendente di Iesse e di Davide; anche lui ha creduto alle parole dell’angelo, e guardando Gesù nella mangiatoia, medita che quel Bambino viene dallo Spirito Santo, e che Dio stesso gli ha ordinato di chiamarlo così, «Gesù». In quel nome c’è la speranza per ogni uomo,


perché mediante quel figlio di donna, Dio salverà l’umanità dalla morte e dal peccato. Per questo è importante guardare il presepe!

Nonno: Ecco un bel tratto di un poema della Chiesa d’Oriente. Preghiamo con fede.

I pastori E nel presepe ci sono anche i pastori, che rappresentano gli umili e i poveri che aspettavano il Messia, il «conforto di Israele» (Lc 2,25) e la «redenzione di Gerusalemme» (Lc 2,38). In quel Bambino vedono la realizzazione delle promesse e sperano che la salvezza di Dio giunga finalmente per ognuno di loro. Chi confida nelle proprie sicurezze, soprattutto materiali, non attende la salvezza da Dio. Mettiamoci questo in testa: le nostre sicurezze non ci salveranno; l’unica sicurezza che ci salva è quella della speranza in Dio. Ci salva perché è forte e ci fa camminare nella vita con gioia, con la voglia di fare il bene, con la voglia di diventare felici per l’eternità. I piccoli, i pastori, invece, confidano in Dio, sperano in Lui e gioiscono quando riconoscono in quel Bambino il segno indicato dagli angeli (cfr. Lc 2,12).

AVE, O MADRE DELL’ASTRO PERENNE

Gli angeli E proprio il coro degli angeli annuncia dall’alto il grande disegno che quel Bambino realizza: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama» (Lc 2,14). La speranza cristiana si esprime nella lode e nel ringraziamento a Dio, che ha inaugurato il suo Regno di amore, di giustizia e di pace.

Buon Natale! Ogni «sì» a Gesù che viene è un germoglio di speranza. Abbiamo fiducia in questo germoglio di speranza, in questo sì: «Sì, Gesù, tu puoi salvarmi, tu puoi salvarmi». Buon Natale di speranza a tutti! Ud. Gen., 21 dicembre 2016

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Nonno «I pastori sentirono i concenti degli Angeli al Cristo disceso tra noi. Correndo a vedere il Pastore, lo mirano come agnellino innocente nutrirsi alla Vergine in seno, cui innalzano il canto: Tutti Ave, o Madre dell’Agnello Pastore; Ave, recinto di gregge fedele. Nonno Osservando la stella che guidava all’Eterno ne seguirono i Magi il fulgore, fu loro sicura lucerna andando a cercare il Possente, il Signore. Al Dio irraggiungibile giunti, l’acclaman beati: Tutti Alleluia! Nonno Contemplarono i Magi sulle braccia materne l’Artefice sommo dell’uomo. Sapendo ch’Egli era il Signore pur sotto l’aspetto di servo, premurosi gli porsero i doni dicendo alla Madre beata:

I piccoli, i pastori, invece, confidano in Dio, sperano in Lui e gioiscono quando riconoscono in quel Bambino il segno indicato dagli angeli (cfr. Lc 2,12).

Tutti Ave, o Madre dell’Astro perenne; Ave, aurora di mistico giorno. Ave, Vergine Sposa!». Dall’Inno Akathistos

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Nonno: Perfino un ateo, il filosofo francese Jean Paul Sartre, parla di Gesù Bambino e di Maria con tanto affetto.

NATALE DI GESÙ: UN ATEO CONTEMPLA MARIA hghghg

«Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me. È Dio e mi assomiglia». Nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive. Se fossi un pittore! ... Ma ascoltate: non avete che da chiudere gli occhi per sentirmi e vi dirò come li vedo dentro di me. La Vergine è pallida e guarda il bambino. Ciò che bisognerebbe dipingere sul suo viso è uno stupore ansioso che non è apparso che una volta su un viso umano, poiché il Cristo è il suo bambino, la carne della sua carne, e il frutto del suo ventre. L’ha portato nove mesi e gli darà il seno e il suo latte diventerà il sangue di Dio. E in certi momenti la tentazione è così forte che dimentica che è Dio. Lo stringe tra le sue braccia e dice: «Piccolo mio!». In altri momenti, rimane interdetta e pensa: «Dio è là» e si sente presa da un orrore religioso per questo Dio muto, per questo bambino terrificante. Poiché tutte le madri sono così attratte a momenti davanti al frammento ribelle della loro carne che è il loro bambino e si sentono in esilio davanti a questa nuova vita che è nata attraverso la loro vita e che popolano di pensieri estranei. Ma nessun bambino è stato più crudelmente e più rapidamente strappato a sua madre poiché egli è Dio ed è oltre tutto ciò che lei può immaginare. Ed è una dura prova per una madre aver vergogna di sé e della sua condizione umana davanti a suo figlio. Ma penso che ci siano anche altri momenti, rapidi e difficili, in cui

«Nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive».

sente nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che è Dio. Lo guarda e pensa: «Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia». E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive. Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore, e cercherei di rendere l’espressione di tenera audacia e di timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino-Dio di cui sente sulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride. Questo è tutto su Gesù e sulla Vergine Maria. J.P. Sartre

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Nonno: Un sacerdote che ho conosciuto, P. Mario Merlin, così parlava di Gesù Bambino.

Nonno: Questo racconto ci viene dalla Svizzera, dal Canton Ticino. Lo leggiamo così come ce lo trasmette Carmen Bernasconi di Casa S. Giuseppe in Tesserete.

ECCO LA MISERICORDIA DI DIO hghghg

Tutti conosciamo dalla Rivelazione che, quando Adamo ed Eva caduti in peccato furono scoperti, Dio li cacciò dal Paradiso terrestre e mise degli Angeli a custodirne la porta, perché nessuno potesse entrarvi. L’eternità e la gioia di vivere con Dio erano terminate. L’uomo fu pellegrino sulla terra nel dolore, nella disperazione, perché il peccato non è gioia, è disperazione assoluta, è perdere il senso di se stesso e degradarsi fino al livello delle bestie. Inviando il suo Figlio sulla terra, Dio ritorna ad aprire la porta del Cielo, unisce la terra con il Cielo, viene con noi, perché noi ritorniamo ad essergli figli, a glorificarlo con la nostra vita di gioia, di amore e di santità. Gesù è venuto a pagare i nostri debiti, perché tutta l’umanità non sarebbe stata capace di togliere neppure un’ombra al nostro peccato. Solo Dio poteva perdonarlo, solo Lui è venuto a pagare il debito: ecco la Misericordia di Dio, ecco l’Amore di Dio!

LA LEGGENDA DEL CEPPO E LA MADONNA hghghg

Tanti anni fa, forse un secolo e più, in un villaggio alpestre del Ticino, in una casupola un po’ fuori paese, viveva una vedova con il suo bambino. Era una buona donna che si prestava per tutti i bisogni casalinghi delle altre donne e soprattutto per la cura dei malati, in cambio dell’aiuto che i mariti, i fratelli e i figli le davano nei lavori pesanti della campagna. Ma una notte di vigilia di Natale vennero a chiamarla mentre non intendeva uscire, perché quella volta il malato da curare l’aveva lei in casa! Il ragazzo era rientrato dalla novena rosso in faccia come un gambero, con certi brividi di poco buon augurio persistenti anche al caldo del letto, renitenti all’effetto calmante della tisana che gli aveva subito preparato. La sua coscienza di buona samaritana era messa a dura prova e chi aveva bisogno del suo aiuto era una sposina in procinto di figliare, levatrice e medico erano lontani e le strade erano impraticabili per la tanta neve caduta negli ultimi giorni. Abbandonare il figlio malato? Rifiutare l’aiuto richiesto? In entrambi i casi era un rischio. Ma quale il minore? Il messo insistette: – O sapete bene, le altre donne non sono pratiche come voi e poi la zia ha fiducia in voi. Il vostro ragazzo non è in pericolo... Non ha fatto che prendere un po’ di freddo sul campanile. Finirà per addormentarsi e domani sarà più vispo che mai, mentre la Lucia della zia, chissà... Se temete di lasciarlo solo tutta la notte troveremo ben qualcu-

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no che verrà a vegliarlo. Avete acceso un bel ceppo in cucina; alla peggio verrò io, mi metterò sul bancale, lascerò aperta la porta e lo sorveglierò –. Il figlio l’incoraggiò: – Va’, mamma, se viene lui non avrò paura. Lascia aperta la porta che veda il fuoco, intanto. Brucia proprio bene il nostro ceppo. La donna si arrese. Si avvolse in uno scialle. Partirono. Il ragazzo rimase lì con gli occhi aperti a contemplare le scintille che salivano nella cappa del camino. Dopo un po’, annoiandosi, incominciò ad aguzzare l’orecchio nella speranza di sentire i passi dell’uomo che tornava per tenergli compagnia. Ma invece del rumore degli zoccoli picchiati sulla soglia per liberarli dalla neve, sentì un picchio all’uscio di casa. Meravigliato perché sapeva che la porta era aperta e quelli del paese solevano entrare e annunciarsi con un: Si può? Così gridò: – Avanti! –. Sentì che qualcuno dal passo lieve entrava. Pensò: la mamma ha mandato una donna. Meglio perché ho sete. Ma, invece di una delle sue conoscenze, vide giungere in cucina una figura di donna con in braccio un bambino che non conosceva, che non era del paese. La donna gli si avvicinò e chiese: – Abbiamo tanto freddo io e il mio Bambino. Permetti che ci riscaldiamo al fuoco? –. Il ragazzo acconsentì subito: – La mamma è stata chiamata fuori e io devo restare a letto perché sono malato, ma c’è il ciocco di Natale acceso –. È un bel ciocco – disse la donna, prendendo posto sul bancale e sporgendo i piedini del bambino verso il calore della fiamma –. Il ciocco di Natale – mormorò la donna – siete fedeli alla tradizione, bravi –. Mentre diceva – bravi – il ciocco fu tutto uno sfavillio di scintille. Tutta la cucina splendette come se ci fosse il sole e fu una luce tale che il ragazzo chiuse gli occhi... Quando li riaprì tutto era buio come prima. Il ciocco bruciava calmo e la donna e il bambino non c’erano più. La loro scomparsa stupì il ragazzo ma, strano, non ne ebbe un senso di paura. Dopo un po’ fu contento di veder comparire Pedro, al quale chiese subito: – Avete incontrato una donna con in braccio un bambino? –. Pedro trovando la domanda strana, pensò: Ohimé! È in delirio, ma rispose: – Una donna e un bambino in viaggio a quest’ora con la neve che c’è? Sarebbe da matti –. Eppure – disse il ragazzo – poco fa erano qui a scaldarsi al fuoco –. L’avrai

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sognato – rispose l’uomo –. Il ragazzo non insistette, chiuse gli occhi e si addormentò. Dormì tranquillo fino al mattino. Al ritorno, la mamma fu contenta dell’opera buona che aveva fatto, del bel bambino che aveva aiutato a nascere e capì subito che anche per il figlio non doveva aver timore: era guarito. Anche a lei il ragazzo narrò la visita che aveva avuto. E la donna esclamò: – Te beato, cioè noi beati: è la Madonna che è venuta a scaldarsi al nostro ciocco, è la Madonna che ci ha voluto confermare nella tradizione: chissà forse era in cerca di quel villaggio donde era partito quel montanaro che le aveva portato a Betlemme quel bel ciocco che era servito a scaldare il Bambino. La notte di Natale è la notte delle meraviglie, ora, come allora, come sempre...

Nonno: La nostra amica Gemma. Sentiamo cosa ci dice.

S. NATALE

hghghg La tenerezza e l’umiltà del Bimbo ci sospingono a camminare insieme alla sua Vergine Madre con gioia e spontaneità sulle vie di Dio. Il loro aiuto accresce in noi un amore più grande ed una fraternità più autentica. Si progredisce nella Speranza e nella Fede e nasce in noi il coraggio di affrontare il quotidiano malessere e le umane difficoltà. Gesù Incarnato ci ama tanto, in modo particolare quando lo riceviamo nella Eucarestia! È molto gioioso corrispondere a questo amore! Gemma


Nonno: Molti poeti e scrittori hanno cantato quella Notte santa, alcuni famosi altri sconosciuti, ma è il cuore che canta pieno di fede e di amore.

NATALE

hghghg Il poeta osserva attentamente la pace del presepe, che si contrappone invece all’inquietudine degli esseri umani.

QUELLA NOTTE hghghg

Natale. Guardo il presepe scolpito, dove sono i pastori appena giunti alla povera stalla di Betlemme. Anche i Re Magi nelle lunghe vesti salutano il potente Re del mondo. Pace nella finzione e nel silenzio delle figure di legno: ecco i vecchi del villaggio e la stella che risplende, e l’asinello di colore azzurro. Pace nel cuore di Cristo in eterno; ma non v’è pace nel cuore dell’uomo. Anche con Cristo e sono venti secoli il fratello si scaglia sul fratello. Ma c’è chi ascolta il pianto del Bambino che morirà poi in croce fra due ladri? Salvatore Quasimodo

Il poeta apre l’animo commosso al mistero del Natale e canta, con la voce di un fanciullo dolcemente curioso, l’atmosfera magica di quella notte meravigliosa. «Mamma, chi è che nella notte canta questo canto divino?». «Caro, è una Mamma poveretta e santa che culla il suo bambino». «Mamma, mi è parso di sentire un suon come di ciaramella». «Sono i pastori, mio piccino buono, che vanno verso la stella». «Mamma, c’è un batter d’ali, un sussurrare di voci intorno intorno». «Sono gli Angeli discesi per annunciare il benedetto giorno!». «Mamma, il cielo si schiara e si scolora, come al levar del sole». «Splendono i cuori degli uomini: è l’aurora del giorno dell’amore». Diego Valeri

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Nonno: Oh, questa vi piacerà e la vorreste sicuramente imparare a memoria. È la poesia di Guido Gozzano scritta nel 1914 per i bambini, ai quali il poeta voleva spiegare i trepidanti momenti che precedono la nascita di Gesù.

LA NOTTE SANTA hghghg

– Consólati, Maria, del tuo pellegrinare! Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei. Presso quell’osteria potremo riposare, ché troppo stanco sono e troppo stanca sei. Il campanile scocca lentamente le sei. – Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio? Un po’ di posto per me e per Giuseppe? – Signori, ce ne duole: è notte di prodigio; son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe. Il campanile scocca lentamente le sette. – Oste del Moro, avete un rifugio per noi? Mia moglie più non regge ed io son così rotto! – Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi: Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto. Il campanile scocca lentamente le otto. – O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno avete per dormire? Non ci mandate altrove! – S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove. Il campanile scocca lentamente le nove. – Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella! Pensate in quale stato e quanta strada feci! – Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella. Son negromanti, magi persiani, egizi, greci... Il campanile scocca lentamente le dieci. – Oste di Cesarea... – Un vecchio falegname? Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente? L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

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Il campanile scocca le undici lentamente. La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due? – Che freddo! – Siamo a sosta – Ma quanta neve, quanta! Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue... Maria già trascolora, divinamente affranta... Il campanile scocca La Mezzanotte Santa. È nato! Alleluja! Alleluja! È nato il Sovrano Bambino. La notte, che già fu sì buia, risplende d’un astro divino. Orsù, cornamuse, più gaje suonate; squillate, campane! Venite, pastori e massaie, o genti vicine e lontane! Non sete, non molli tappeti, ma, come nei libri hanno detto da quattro mill’anni i Profeti, un poco di paglia ha per letto. Per quattro mill’anni s’attese quest’ora su tutte le ore. È nato! È nato il Signore! È nato nel nostro paese! Risplende d’un astro divino la notte che già fu sì buia. È nato il Sovrano Bambino. È nato! Alleluja! Alleluja! Guido Gozzano


Nonno: Questa è la poesia di un ragazzo coraggioso e solare, amico della rivista.

CARO BAMBIN GESÙ... hghghg

Caro Bambin Gesù, confido in te! Tu nato da Vergine immacolata tu amato da Giuseppe e lodato da tutti gli uomini tu adagiato in una greppia illuminata da un stella e riscaldato da un bue e un asinello venerato dal gaudio degli angeli tutti vegliato dall’amore dei pastori e dal gregge che sarà il tuo fedele e infedele sacrilegio per la salvezza dell’umanità. Piccolo Bambinello tu venuto al mondo nudo e senza veli hai vestito l’uomo del tuo amore della tua tenerezza e della tua verità per dare speranza e pace eterna a tutte le genti del tuo sublime regno!

Nonno: E non dimentichiamo il canto italiano natalizio per eccellenza. Lo ha composto un santo napoletano. Su, insieme cantiamo!

TU SCENDI DALLE STELLE hghghg

Tu scendi dalle stelle, o Re del cielo, e vieni in una grotta al freddo al gelo, e vieni in una grotta al freddo al gelo. O Bambino mio divino, io ti vedo qui tremar. O Dio beato, ah quanto ti costò l’avermi amato, ah quanto ti costò l’avermi amato. A te che sei del mondo il creatore mancano panni e fuoco, o mio Signore, mancano panni e fuoco, o mio Signore. Caro eletto Pargoletto quanto questa povertà più m’innamora, giacché ti fece amor povero ancora, giacché ti fece amor povero ancora. Sant’Alfonso Maria de’ Liguori

Angelo Cassese Ceglie Messapica (BR), 4.11.2016

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per i piĂš piccoli Nonno: coloriamo un disegno natalizio, per i piĂš piccoli, augurando a tutti Buon Natale!

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Nonno: Offriamo il nostro cuore a Gesù, venuto a cercare sulla terra il nostro amore.

O BAMBINELLO GESÙ hghghg

O Bambinello Gesù, questa è notte di amore e noi ti presentiamo i nostri cuori, ti protestiamo il nostro amore e ti rendiamo ferventi ringraziamenti per questo ammirabile Natale. Questa è notte di grazie, e noi pieni di fiducia nella tua infinita bontà che ti fece nascere Bambino, ti domandiamo grazie e misericordie. Dacci in primo luogo il tuo amore, il dolcissimo amore della Madre tua. Sant’Annibale Maria Di Francia

Buon Natale a tutto il mondo «Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini che Egli ama»

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Congregazione delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza dove siamo nell’America Centrale e del Nord

CanaDa 1982

Vancouver - British Colombia Vanspec

stati uniti  1913

MEssiCo 1985

amozoc - Puebla iztapalapa - D.F. Zapopan - Jalisco

Chicago (illinois) East Providence (Rhode island) Elverson (Pennsylvania) Fish Lake (indiana) Grass Lake (Michigan) Lake Zurich (illinois) Milbank (south Dakota) sleepy Eye (Minnesota) syracuse (new York) twin Lakes (Wisconsin)


o d n o m l i o t t u «T » a r t s o v a i r t a èp Luigi Guanella San


Stanislawa di Łódz´ TESTIMONIANZE

Una donna per la vita nell’inferno di morte di Auschwitz Paolo Risso

I

l 27 gennaio si celebra la Giornata della memoria per ricordare i 6 milioni di vittime della Shoah («catastrofe» in ebraico, a indicare lo sterminio degli ebrei ad opera dei nazisti). Lo vogliamo fare ricordando un’eroina di Auschwitz, l’ostetrica che ha fatto nascere migliaia di bambini in situazioni impossibili.

Ama la vita nascente

Łódz´, in Polonia, anno 1896. I Leszczynski sono una famiglia del quartiere più povero della cit-

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Łódz´, la città polacca che ha dato i natali a Stanislawa.

tà. Una famiglia, però, ricchissima di fede nel Cristo e di affezione sconfinata alla Madonna. Vi nasce una bambina: i genitori la chiamano Stanislawa. È un nome beneaugurante purezza ed eroismo: ricorda il santo patrono di Cracovia, Stanislao, vescovo e martire. Stanislawa cresce limpida e forte, libera e obbediente a Dio solo e a sua Madre. Nel 1908, con i genitori, emigra in Brasile, alla ricerca di

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lavoro e di pane. È serena, felice di vivere e di amare. Pochi anni dopo, ritornano in Polonia. Nel 1914, allo scoppio della grande guerra, Stanislawa ha 18 anni: sospende gli studi e lavora nel Comitato di Aiuto ai poveri. Al mattino presto, la Messa; alla sera, il Rosario a Maria. Saranno per tutta la vita i suoi momenti di incontro con Dio, ogni giorno. Nel 1922, raggiunto il diploma, svolto il tirocinio, comincia a lavorare come ostetrica. Ama e stima la sua professione: sa di essere collaboratrice di Dio nel far


un giovane uomo forte e buono: dalla loro unione nascono quattro figli. Ma i suoi bambini – che adora – non le bastano. La sua casa è sempre piena di gente, di diseredati, di persone che la cercano per risolvere i propri fastidi. Stanislawa ha tempo e amore per tutti. Chiamata spesso per il suo servizio, impegnata in tante opere di bene, i suoi bambini sentono tuttavia che la loro mamma è sempre tutta per loro. Impossibile dire come faccia. Miracoli dell’amore.

Ostetrica ad Auschwitz

Stanislawa Leszczynski, in una foto giovanile.

nascere la vita. Ama perdutamente i bambini. La conoscono tutte le madri in attesa e a Łódz´, dintorni, altri paesi, chiamano lei, Stanislawa, senza tregua. Le capita spesso di lavorare anche tre giorni consecutivi senza trovare tempo per dormire. Intanto entra nel Terz’Ordine Francescano e vive nel mondo, umile e semplice come san Francesco d’Assisi. Si incanta davanti alla bellezza della natura, ancor più davanti alla vita nascente. Dice: «L’atto della nascita è la più bella estasi della natura». Si sposa con Bronislaw,

Il 1o settembre 1939, Hitler fa invadere la Polonia. Durante l’occupazione dei tedeschi, la casa di Stanislawa e Bronislaw diventa il rifugio dei ricercati, prima di tutto degli ebrei. Bronislaw, tipografo, prepara, di nascosto, per loro, vitto, abiti, documenti per mettersi in salvo. Nessuno ferma quei due coniugi, mobilitati dalla carità e dalla preghiera, sostenuti dalla «Vergine sempre fedele». Ma nella notte tra il 19 e il 20 febbraio 1943, la Gestapo scopre quelle attività ed arresta Stanislawa e i suoi figli Sylwia, Stanislaw e Henryk. Il marito e il figlio maggiore, Bronislaw junior, fuggono, saltando dalla finestra. La madre e la figlia vengono deportate nel lager di Auschwitz. I due figli a Mauthausen. Il padre morirà durante l’insurrezione di Varsavia. Nel campo, Stanislawa

riceve il numero 41335. Privata di tutto, riesce però a nascondere il certificato di ostetrica. Ad Auschwitz, tra le prigioniere sono numerose le madri in attesa. I tedeschi avevano dato l’ordine di sopprimere ogni bambino che nasceva. C’erano due «ostetriche», Klara e Pfani, e, fino al maggio 1943, i bambini nati erano uccisi in modo atroce: affogati in un barilotto. Dopo ogni parto, si sentiva un forte gorgoglio ed uno sciacquio che a volte durava a lungo. Poco dopo, la madre vedeva il corpo di suo figlio gettato in pasto ai topi. A maggio 1943 si ammala Klara, l’infanticida. Stanislawa ferma il medico delle SS e gli mostra il certificato di ostetrica. L’uomo la guarda, stupito, poi la manda nella «sala parto»: all’interno di una baracca, al centro corre «una stufa» a forma di canale fatto di mattoni, circondata da trenta brande separate. Le donne partoriscono, tra un’indicibile miseria. Il capo del lager ordina a Stanislawa di uccidere tutti i bambini appena nati. Di ognuno occorre poter scrivere: «nato morto». Stanislawa gli rispose, tagliente come una lama: «No, mai! Non si devono uccidere i bambini!». Va nella, baracca e comincia il suo lavoro. Ha soltanto un paio di forbici e un barattolo di medicinali, qualche benda e un grande amore, un enorme coraggio insieme a una fiducia senza limiti nella Madonna. Per tremila volte, Stanislawa disubbidisce all’ordine di «Erode», quello di uccidere i bambini, e risparmia la camera a gas. Aiuta tutte le mamme a far nascere i loro bambini, anche le donne ebree ai cui figli era persino proibito tagliare il cordone ombelicale, perché dovevano essere buttati subito nel contenitore delle feci! Al primo bambino nato, Stanislawa dà il nome di Adam, il nome del primo uomo, come augurio di vita. Ella stessa li battez-

L’ingresso famoso del campo di Auschwitz. La Voce • n. 6 - novembre-dicembre 2017

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zio, perché sa che «l’ostetrica, il medico, i genitori devono sempre promuovere la vita». Per le madri in attesa, per i «suoi» bambini, lavora giorno e notte: nessun parto avviene senza di lei ed ella cerca in continuazione lenzuola, bende, fette di pane, medicinali. Sempre mite, umile, buona. Non parla mai male di nessuno, neppure dei nazisti. L’unica sua arma: l’amore! Ogni giorno Stanislawa, con la sua fede forte e gioiosa, organizza la preghiera per tutti: spesso è il Rosario e, attorno a lei, lo reci-

tano i detenuti e le detenute di Auschwitz. Così alla domenica si riuniscono ancora per meditare la Parola di Dio e per pregare, suscitando ire e vendette da parte delle SS: ella è sempre il centro, una personalità eccezionale, in mezzo a tanta crudeltà.

Ewa, l’inizio della vita Tra le donne in attesa, il 20 dicembre 1944, giunge nella «sala parto» del lager Jadwiga Machaj, prigioniera 87263. Presso la lun-

Stanislawa, la coraggiosa ostetrica che al capo del lager che le ordinava di uccidere tutti i bambini che sarebbero nati, gridò: «No, mai. Non si devono uccidere i bambini».

za, versando sul loro capo poche gocce d’acqua e dicendo le parole rituali: «Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo». Per il battesimo è prevista la pena di morte, ma ella non si arrende. Poi quei neonati vengono lasciati morire di fame lentamente o soppressi: dai nazisti, non da lei! Mamma Stanislawa – così la chiamano nel lager – non si scoraggia e continua nel suo serviMamme ebree con i figli fatti nascere da Stanislawa. Per tremila volte Stanislawa disobbedisce a Erode. Al primo bambino nato nelle sue mani mette il nome di Adam, quale augurio di vita. E battezza tutti i bambini.

ga stufa due donne stavano partorendo. Le si avvicina Stanislawa: «E allora, figlia mia?». La sua voce le porta tanta pace. Le accarezza il volto, le chiede quanti anni ha, le racconta della sua famiglia di cui in quel momento ignora la sorte. Qualche momento dopo, la aiuta a partorire: «Hai una bellissima bambina! Come vuoi chiamarla?». «Non lo so». «Allora – dice l’ostetrica a Jadwiga – chiamala Ewa,

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sarà l’inizio della vita». Poi versa sulla sua testolina l’acqua del battesimo: «Ewa, io ti battezzo...». Per la piccola riesce a trovare una coperta di piume. Ewa sopravvive e le viene dato il numero 89243. Da quel giorno, poco alla volta, il rigore del campo si allenta, perché la guerra volge alla fine e per i nazisti è il tracollo. Stanislawa, nel 1945, torna a casa, a Łódz´, e riprende la sua missione di servizio alla vita, umile, semplice, senza mai atteggiarsi ad eroina. Porta con sé un quaderno dal titolo: «Rapporto di un’ostetrica ad Auschwitz», un documento sconvolgente, tragico. «Fra quegli orribili ricordi – ha scritto – nella mia coscienza è vivo questo pensiero: tutti i bambini nacquero vivi. Soltanto trenta sono sopravvissuti. Alcune centinaia furono trasportati a Naklo per essere snazionalizzati, più di 1.500 furono annegati da Klara e Pfani, circa mille morirono di freddo e di fame... Offro il mio rapporto in nome di coloro che non poterono parlare al mondo dei torti subiti: in nome della madre e del bambino». Nel 1957 a Łódz´, durante i festeggiamenti per la premiazione di alcune ostetriche, fra le quali Stanislawa, il figlio suo, dottor

Ogni giorno Stanislawa organizza preghiere per tutti, spesso è il Rosario.

Bronislaw, lesse il «Rapporto», scritto dalla madre, nel silenzio commosso dei presenti. Molti superstiti, testimoni dell’opera della coraggiosa donna, confermarono quanto ella vi narrava. Un giorno del 1970 Ewa, la bambina nata nel lager, ormai di 26 anni, nel Teatro grande di Varsavia, consegnò a Stanislawa un mazzo di fiori a nome dei bambini sopravvissuti. Stanislawa abbracciò tutti con uno sguardo d’amore e di gioia, ripetendo: «Come

sono contenta che siate qui, come sono contenta! Non rimpiango niente!». Si spense l’11 marzo 1974 a 78 anni di età. Nella bara la vestirono con l’abito di terziaria francescana, come aveva voluto. Ai suoi funerali, tra migliaia di persone, di fiori, mons. Kulik disse che l’esistenza di Stanislawa era stata tutta un servizio alla vita e che, come Padre Kolbe aveva sacrificato la vita per un prigioniero, ella l’aveva sacrificata per ogni bambino fatto nascere. Alcuni anni dopo, le donne polacche, toccate dal suo esempio, fecero preparare un calice prezioso da offrire al Papa nella sua seconda visita in Polonia. Nel Santuario della Madonna di Czestochowa, Giovanni Paolo II, un giorno di giugno 1983, ha celebrato la Messa con il grande calice offertogli, ornato di quattro immagini scolpite in avorio che rappresentano le donne più splendide della Polonia invitta e sempre fedele: santa Edvige di Slesia, la beata Edvige regina, la beata Maria Ledochowska e, ultima in ordine di tempo, ma non di eroismo, Stanislawa Leszczynska. Il calice del Cristo, il calice della vita. n

Nel 1945, Stanislawa ritorna a Łódz´, portando con sé un quaderno dal titolo: «Rapporto di un’ostetrica ad Auschwitz». La Voce • n. 6 - novembre-dicembre 2017

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VOCE FAMIGLIA

«L’ETERNO RIPOSO dona loro, o Signore...» Mons. Luis Maria Martínez Primate del Messico dal 1937 al 1956 Natale si sente maggiormente la nostalgia dei nostri cari defunti. La Chiesa ci fa pregare: «L’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua. Riposino in pace». Ma che vuol dire tutto questo? Ecco a voi il felice commento di un vescovo messicano, mons. Luis Maria Martínez.

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Il riposo in Dio L’oceano verso il quale s’incammina l’attività della nostra vita è Dio; l’immenso abisso di luce

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e di amore in cui l’anima brama di perdersi. Riposare per il nostro spirito è unirsi a Dio, perdersi in Lui. «Il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te», ha detto sant’Agostino, la cui vita fu fino ai trent’anni una continua inquietudine. Riposare è possedere Dio nella pienezza, nella sicurezza, nella serenità che è possibile sulla terra; è gettarsi nell’oceano infinito, è perdersi totalmente in Lui. Dio però, essendo l’unità perfetta e la semplicità assoluta, possiede una incommensurabile ricchezza di perfezioni, «Dio è luce» (1 Gv 1,5), «Dio è amore»

(1 Gv 4,8), disse il discepolo amato che riposò sul petto di Gesù. Dio è purezza, fecondità e pace. Per questo il riposo in Dio, pur essendo unico, è prodigiosamente molteplice; ha sfumature infinite e forme svariatissime. Riposare in Dio è riposare nella luce, nell’amore, nella purezza, nella fecondità, nella pace. La Chiesa chiede per le anime che sono uscite da questo mondo il riposo nella luce e L’oceano verso il quale s’incammina la nostra vita è Dio...


Riposare in Dio non è oziosità, al contrario, non c’è attività paragonabile.

nella pace, «Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. Requiescant in pace». Noi, solitamente, copriamo la dolcezza di queste parole con la triste fascia nera della morte; ma sono parole di libertà e di letizia; sono formule di beatitudine. Per godere del divino riposo è necessario morire realmente o misticamente, perché la morte è sempre l’unica porta del vero riposo. San Giovanni della Croce descrive così il riposo divino: «Là giacqui, mi dimenticai, il volto sull’Amato reclinai, tutto finì e posai, lasciando ogni pensiero tra i gigli perdersi obliato» (Salita, st. 8). Riposare in Dio non è oziosità e inerzia; al contrario, non c’è attività paragonabile a quella dell’anima quando essa riposa in Gesù, così come sulla terra

non c’è attività come quella dei beati in cielo, come la vita di Dio, che è il riposo immutabile ed eterno ed è anche infinita attività. Il corpo riposa quando cessa la sua attività; l’anima riposa quando la sua attività si rende intensa, perché ha trovato la fine delle sue ansie e la sostanza della sua felicità. Riposare nella luce è immergersi nella Luce infinita, e riposare nella pace è perdersi nella Pace ineffabile; ma quando l’anima ha trovato quella Luce e quella Pace, occorre che la sua attività si renda immensa, che Dio accresca l’energia dell’anima affinché possa abbracciare i tesori divini. Se il riposo in Dio suppone la morte, questo riposo è vita vera, perché è la completa attività. San Paolo descrive il riposo di Dio quando dice: «Voi siete morti e la vostra vita è nascosta con Cristo in Dio» (Col 3,3). Riposa-

re in Dio è morire ed è vivere; morire a tutte le creature e vivere in Gesù, anzi, che sia Gesù la vita piena e unica dell’anima. Riposare in Dio è sentire che tutto il creato è scomparso, come sparirono agli occhi degli Apostoli Mosè ed Elia sul Tabor, e non vedere, come hanno fatto loro, se non Gesù solo. Quando l’anima ha raggiunto la vetta della trasfigurazione non vede più altro che Gesù, Gesù come unica luce del suo spirito, come unico amore del suo cuore, come unica pace della sua anima, come unica fecondità della sua vita, come unica ragione della sua esistenza, come unica felicità dei suoi aneliti, l’anima ha trovato in Gesù il suo dolcissimo riposo. È dunque il riposo in Gesù perfezione altissima, amore totale e felicità compiuta. Beati coloro che riposano in Gesù!

Riposo nella luce Nel linguaggio e nella dottrina dei santi Padri, la vita attiva è il lavoro, la lotta, il duro cammino che l’anima percorre penosamente, mentre la contemplazione, frutto della fede e dei doni dello Spirito Santo, prodigio di luce, luce purissima di coloro che amano, è l’ozio, il riposo, la pace. Riposare nella luce è di conseguenza immergere gli occhi illuminati del cuore nella luce infinita, nei tesori della luce eterna, negli abissi insondabili della Divinità. Quando si contempla Dio con luce divina, l’anima trova il suo riposo, infatti questa contemplazione è il termine del cammino, è il culmine dell’ascensione. Non è come la conoscenza delle creature, gradino di una scala o anello di una catena; è la dimora regale in cui finiscono tutte le scale; è l’anello

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Tutta la vita spirituale è un’ascensione verso la pace, è la peregrinazione lunga e penosa attraverso il deserto di questo mondo fino ad arrivare alla terra promessa della pace.

infinito ed eterno da cui dipendono i numerosi anelli delle creature. Dalle altezze di questa luce divina si contemplano anche le creature ma come si contemplano dalla cima di una montagna le sue misteriose pianure e le tranquille valli che la circondano; cioè, nella serenità, nell’armonia e nella pace. Riposare nella luce è contemplare Dio e dal suo Seno luminoso, con i suoi occhi chiarissimi e profondi, osservare tutto: creature, avvenimenti, tempo ed eternità.

gli angeli lo annunciarono come dolce promessa e quando Gesù, compiuta la sua missione, risorse glorioso dal sepolcro, dette agli Apostoli la pace come frutto del suo sacrificio. La pace non è qualcosa di negativo, mancanza di lotta e di inquietudine; è qualcosa di positivo, immagine del cielo, scintilla della serenità e della felicità di Dio. La pace è frutto dell’armonia, è

«la quiete dell’ordine», disse sant’Agostino, tanto preciso e profondo nelle sue espressioni. Quando tutto si accorda nell’anima, quando tutte le sue attività si armonizzano in divina unità, quando la sua vita è sinfonia ricchissima, che come unico tema sviluppa una eco della vita di Dio, l’anima gode di pace e in essa si realizzano due espressioni della Scrittura che sono profondamente parallele: «Essi (i giusti) vivono nella pace» (Sap 3,3b). E «il cuore del giusto è come un banchetto perfetto» (Sal 97,11). Tutta la vita spirituale è un’ascensione verso la pace, è la peregrinazione lunga e penosa attraverso il deserto di questo mondo fino ad arrivare alla terra promessa della pace. Felici le anime che riposano nella pace perché hanno trovato Gesù, il tesoro sublime, e lo posseggono in indicibile pienezza! n

Il riposo nella pace Un altro dei preziosi punti del riposo dell’anima in Gesù è la pace. A prima vista, la pace e il riposo sembrano la stessa cosa, ma senza pace non si può riposare, infatti il riposo è qualcosa della terra, mentre la pace è qualcosa del cielo. Per questo la Chiesa chiede per i suoi figli il riposo nella pace. Gesù ci ha portato dal cielo questo divino dono della pace;

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Studiamoci d’entrare nel riposo di Dio


Alice

Sofia

Fiori a Gaza

Gesù Bambino, ti affidiamo tutti i bambini del mondo, benedicili e proteggili; rendili felici e infiamma il loro cuore d’amore per te.

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PROPOSTE GIOVANI

VIVI AMA SOGNA CREDI NON DISPERARE MAI

L

Papa Francesco

a catechesi di oggi ha per tema: “educare alla speranza”. E per questo io la rivolgerò direttamente, con il “tu”, immaginando di parlare come educatore, come padre a un giovane, o a qualsiasi persona aperta ad imparare» (Ud. gen. 20-9-2017).

tende ogni uomo alla fine della sua esistenza; credi, Lui ti aspetta. Il mondo cammina grazie allo sguardo di tanti uomini che hanno aperto brecce, che hanno costruito ponti, che hanno sognato e creduto; anche quando intorno a sé sentivano parole di derisione.

mai caduto, alzati, lasciati aiutare per essere in piedi. Se sei seduto, mettiti in cammino! Se la noia ti paralizza, scacciala con le opere di bene! Se ti senti vuoto o demoralizzato, chiedi che lo Spirito Santo possa nuovamente riempire il tuo nulla.

Pensa, lì dove Dio ti ha seminato, spera! Sempre spera.

Non pensare mai che la lotta che conduci quaggiù sia del tutto inutile. Alla fine dell’esistenza non ci aspetta il naufragio: in noi palpita un seme di assoluto. Dio non delude: se ha posto una speranza nei nostri cuori, non la vuole stroncare con continue frustrazioni. Tutto nasce per fiorire in un’eterna primavera. Anche Dio ci ha fatto per fiorire. Ricordo quel dialogo, quando la quercia ha chiesto al mandorlo: «Parlami di Dio». E il mandorlo fiorì.

Opera la pace in mezzo agli uomini, e non ascoltare la voce di chi sparge odio e divisioni. Non ascoltare queste voci. Gli esseri umani, per quanto siano diversi gli uni dagli altri, sono stati creati per vivere insieme. Nei contrasti, pazienta: un giorno scoprirai che ognuno è depositario di un frammento di verità.

«

Non arrenderti alla notte: ricorda che il primo nemico da sottomettere non è fuori di te: è dentro. Pertanto, non concedere spazio ai pensieri amari, oscuri. Questo mondo è il primo miracolo che Dio ha fatto, e Dio ha messo nelle nostre mani la grazia di nuovi prodigi. Fede e speranza procedono insieme. Credi all’esistenza delle verità più alte e più belle. Confida in Dio Creatore, nello Spirito Santo che muove tutto verso il bene, nell’abbraccio di Cristo che at-

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Ovunque tu sia, costruisci! Se sei a terra, alzati! Non rimanere

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Ama le persone. Amale ad una ad una. Rispetta il cammino di tutti, lineare o travagliato che sia, perché ognuno ha la sua storia da raccontare. Anche ognuno di noi ha la propria storia da racconta-


re. Ogni bambino che nasce è la promessa di una vita che ancora una volta si dimostra più forte della morte. Ogni amore che sorge è una potenza di trasformazione che anela alla felicità. Gesù ci ha consegnato una luce che brilla nelle tenebre: difendila, proteggila. Quell’unico lume è la ricchezza più grande affidata alla tua vita. E soprattutto, sogna! Non avere paura di sognare. Sogna! Sogna un mondo che ancora non si vede, ma che di certo arriverà. La speranza ci porta a credere all’esistenza di una creazione che si estende fino al suo compimento definitivo, quando Dio sarà tutto in tutti. Gli uomini capaci di immaginazione hanno regalato all’uomo scoperte scientifiche e tecnologiche. Hanno solcato gli oceani, hanno calcato terre che nessuno aveva calpestato mai. Gli uomini che hanno coltivato speranze sono anche quelli che hanno vinto la schiavitù, e portato migliori condizioni di vita su questa terra. Pensate a questi uomini. Sii responsabile di questo mondo e della vita di ogni uomo. Pensa che ogni ingiustizia contro un povero è una ferita aperta, e Sii responsabile di questo mondo e della vita di ogni uomo; ama le persone. Amale ad una ad una.

sminuisce la tua stessa dignità. La vita non cessa con la tua esistenza, e in questo mondo verranno altre generazioni che succederanno alla nostra, e tante altre ancora. E ogni giorno domanda a Dio il dono del coraggio. Ricordati che Gesù ha vinto per noi la paura. Lui ha vinto la paura! La nostra nemica più infida non può nulla contro la fede. E quando ti troverai impaurito davanti a qualche difficoltà della vita, ricordati che tu non vivi solo per te stesso. Nel Battesimo la tua vita è già stata immersa nel mistero della Trinità e tu appartieni a Gesù. E se un giorno ti prendesse lo spavento, o tu pensassi che il male è troppo grande per essere sfidato, pensa semplicemente che Gesù vive in te. Ed è Lui che, attraverso di te, con la sua mitezza vuole sottomettere tutti i nemici dell’uomo: il peccato, l’odio, il crimine, la violenza; tutti nostri nemici. Abbi sempre il coraggio della verità, però ricordati: non sei superiore a nessuno. Ricordati di questo: non sei superiore a nessuno. Se tu fossi rimasto anche l’ultimo a credere nella verità, non rifuggire per questo dalla compagnia degli uomini. Anche se tu vivessi nel silenzio di un eremo, porta nel cuore le sofferenze di ogni creatura. Sei cristiano; e nella preghiera tutto riconsegni a Dio.

A Wadowice, suo paese natale, la nostra infermiera professionale Anna Aneta accanto al suo santo concittadino, papa Giovanni Paolo II. «Vivi, ama, sogna, credi. E, con la grazia di Dio, non disperare mai» (Papa Francesco).

E coltiva ideali. Vivi per qualcosa che supera l’uomo. E se un giorno questi ideali ti dovessero chiedere un conto salato da pagare, non smettere mai di portarli nel tuo cuore. La fedeltà ottiene tutto. Se sbagli, rialzati: nulla è più umano che commettere errori. E quegli stessi errori non devono diventare per te una prigione. Non essere ingabbiato nei tuoi errori. Il Figlio di Dio è venuto non per i sani, ma per i malati: quindi è venuto anche per te. E se sbaglierai ancora in futuro, non temere, rialzati! Sai perché? Perché Dio è tuo amico. Se ti colpisce l’amarezza, credi fermamente in tutte le persone che ancora operano per il bene: nella loro umiltà c’è il seme di un mondo nuovo. Frequenta le persone che hanno custodito il cuore come quello di un bambino. Impara dalla meraviglia, coltiva lo stupore. Vivi, ama, sogna, credi. E, con la grazia Dio, non disperare mai. n

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PROPOSTE GIOVANI

CAMMINO DI SANTIAGO 2017 Testimonianza di alcune giovani che hanno compiuto il Cammino

S

iamo tornati dal Cammino di Santiago lunedì 7 agosto ed eccomi a raccontarvi in breve l’esperienza di quest’anno. Eravamo 46: 39 giovani da tutt’Italia (Val d’Aosta, Piemonte, Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Campania, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna), 2 sacerdoti, 4 suore e un «angelo» di nome Franco, che ci aiutava nei trasporti e nei vari bisogni che man mano si presentavano. Abbiamo meditato lungo il cammino la Passione di Cristo e la vita donata del Signore ha illuminato la nostra. Abbiamo pregato insieme le Lodi e abbiamo cercato di entrare in dialogo con il Padre buono che veglia sui nostri passi. Abbiamo cantato durante le Messe e fuori di esse; fra noi e con altri e insieme abbiamo sentito che la vita è bella quando si vive in fraternità. Abbiamo condiviso fatica, dolore, stanchezza e anche sogni, speranze, desideri. Abbiamo provato ad aprirci alla vita e al mistero dell’altro, del compagno di cammino che ci veniva regalato. E abbiamo trovato l’Apostolo Giacomo (el Señor Santiago viene chiamato nella sua città), l’amico del Maestro, colui che per primo ha versato il proprio sangue per dire al mondo che la

vita di Cristo era più preziosa della propria. La parola che più risuonava sul pullman l’ultimo giorno è stata: GRAZIE. Grazie al Signore, alla Provvidenza di Dio che ci ha assistito sempre e ad ogni giovane che si è fidato di noi e ha deciso di vivere quest’avventura unica. DEO GRATIAS! Suor Sara

hghghg L’esperienza del cammino l’avevo vissuta tramite gli occhi e i

Grazie ad ogni giovane che si è fidato di noi e ha deciso di vivere quest’avventura unica (suor Sara e suor Esther).

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racconti della mia cara mamma lo scorso anno, ma vivendola sulla mia pelle, è stato tutto diverso da come mi immaginavo. Mi ero immaginata una settimana più «malinconica», mi sarei aspettata di chiudermi nei miei pensieri e portarmeli dietro come pesanti fardelli per tutto il viaggio. Invece ho vissuto una delle esperienze più belle della mia vita, ricca di emozioni, sentimenti e valori. Partendo dalla possibilità di vedere 5 albe per 5 mattine di seguito (sfido chiunque ad averne l’occasione e la possibilità) e poi passando a voi. Inutili sono i complimenti, perché chissà quanti ne


avete ricevuti, lo sapete che siete persone speciali. In particolar modo tu, suor Sara. L’80% di noi sono abituati ad una Chiesa diversa da quella che abbiamo vissuto in quella settimana, una Chiesa più superficiale e con poca voglia di «vita», ma contemporaneamente con tanta paura della morte. Francesca

hghghg Durante il Cammino di Santiago sono entrata in una dimensione completamente diversa da quella cui sono abituata, la vita del pellegrino è estremamente essenziale, ci si preoccupa di ben poche cose. Si impara a conoscere il proprio corpo, bisogna ascoltarlo attraverso i suoi dolori, le sue richieste, bisogna prestargli attenzione perché senza di lui non si va da nessuna parte. Impari ad ascoltare la tua mente, quando si cammina da soli e tutt’intorno c’è il nulla che emerge da dentro: ricordi, emozioni, interrogativi, sogni.

Così si impara ad essere se stessi; ho dovuto comprendere le mie necessità, fare conto con le mie emozioni, confrontarmi con i miei limiti senza lamentarmi. Il cammino è davvero un incontro con se stessi, ti insegna che sei più forte di quello che credi, che rendere una cosa possibile o impossibile dipende da te. Non dimenticherò mai questa

esperienza... e nemmeno le mie ciocche! Linda

hghghg Questo cammino ha completamente rivoluzionato la mia vita. Sono partita alla ricerca di una parte di me stessa che avevo smarrito in non so quale angolo della mia vita Dal primo giorno è iniziato il mio viaggio e le domande che, anche grazie alla meditazione, continuavano ad aumentare. Direi che avevo un tornado nella mia testa che poi diventava un naufragio nel cuore... Non che quest’esperienza sia stata dolorosa, assolutamente! Dico solo che sono stati 7 semplici giorni, ma che mi hanno veramente stravolto la quotidianità. Sono contenta di come si è svolto il tutto e sono contenta delle persone che hanno condiviso con me questo percorso. E sono altrettanto contenta del coraggio che ho trovato al mio ritorno per iniziare una nuova tappa di cammino. Sarebbe stato sicuramente più facile non scavare dentro di me

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Il cammino

in quei giorni, non mettermi in discussione, tornare e far finta di nulla. Il punto è che voglio vivere la vita con tutte le sue emozioni e voglio viverla fino in fondo. Quindi posso confermarti che dal mio rientro ci sono già stati dei bei cambiamenti... e certo non del tutto facili, ma andavano fatti. Quindi grazie! Grazie per la possibilità di aver

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condiviso quest’esperienza con voi! Concludo dicendo semplicemente che tutti dovrebbero prendersi del tempo per staccarsi dalla vita di tutti i giorni e scavare dentro di sé. E avere delle guide che ti aiutano in questo... beh questa è stata sicuramente la ciliegina sulla torta.

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Chiara B.

Parto con la mente concentrata su di me, sulla mia esperienza personale e unica. Aspettative, speranze, timori, illusioni, tutto ruota intorno alla possibilità di un cambiamento nella percezione delle mie fragilità, alla ricerca di un percorso interiore basato sulla capacità, perduta da un po’, di stare sola con me stessa. Poi comincio a camminare, un piede dopo l’altro, movimenti ripetuti, sempre uguali, per ore. Arriva il dolore fisico, arriva la fatica. Ma proseguo, consapevole del fatto che fermarsi significa dover riprendere da capo, affrontare di nuovo tutti i miei limiti. Così smetto di sentire il male, lo supero con il pensiero, e mi scopro più forte di tutte le mie debolezze. La mente si apre, in sintonia con il corpo, per fare entrare tutto ciò che incontro in viaggio. E, meditando, lo spirito si affina, si alleggerisce. Allora comprendo che non sono sola a camminare, anche quando sono immersa nel silenzio. Scaccio un po’ dei pesi che mi porto dentro per fare spazio alle storie degli altri, sconosciuti che marciano al mio fianco. La loro energia diventa qualcosa di molto familiare, mentre ascolto, attenta, la natura che mi circonda.


SINODO DEI GIOVANI 2018 «Desidero annunciare che dal 19 al 24 marzo 2018 è convocata dalla Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi una Riunione pre-sinodale a cui sono invitati giovani provenienti dalle diverse parti del mondo». Lo ha annunciato papa Francesco mercoledì 4 ottobre 2017. All’evento parteciperanno «sia giovani cattolici, sia giovani di diverse confessioni cristiane e altre religioni, o non credenti», ha dichiarato il Pontefice che ha poi proseguito dicendo: «l’iniziativa si inserisce nel cammino di preparazione della prossima Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi che avrà per tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, nell’ottobre 2018». «Con tale cammino la Chiesa vuole mettersi in ascolto della voce, della sensibilità, della fede e anche dei dubbi e delle critiche dei giovani».

E, quasi senza accorgermene, divento la versione migliore di me, quella in grado di vivere in modo semplice, senza pretendere nulla dagli altri ma solo accogliendo ciò che si sentono di dare. Allo stesso tempo, mi abituo a porgere la mia parte più pura, liberandomi dalle aspettative e godendo semplicemente dell’essenziale, che si manifesta nel suono lieve e sacro dei boschi,

dei prati, delle pietre, del cielo, dell’acqua. Vorrei saper vivere sempre così, mettere da parte le mie grettezze, capire, anche nei momenti più oscuri, che sola non lo sono mai. Mi aggrappo forte a questa presa di coscienza, con la promessa di coltivarla nel cammino più imprevedibile della vita. Perché so anche quanto questo percorso sappia essere dolce e lim-

pido. Provo ad andare oltre me stessa, oltre l’inutile attaccamento verso tutte le cose, le sensazioni e le pulsioni che non mi servono davvero. E intravedo, procedendo con determinazione sotto la pioggia lieve del mattino, una felicità condivisa con chi ha continuato a camminare accanto a me. Roberta

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA SPAGNA • Arzua - Casa S. Maria de la Providencia

Suore guanelliane «in Cammino» Un’esperienza da condividere

Dal 31 luglio al 7 agosto, due Sorelle Juniores hanno condiviso con un gruppo di giovani l’esperienza pastorale del «Cammino di Santiago». Dalle loro risonanze cogliamo una breve riflessione. «A volte bisogna lasciare il luogo dove si è, perché lì la risposta non la troviamo. Dobbiamo fisicamente, spiritualmente, mentalmente, spostarci da dove siamo perché forse la risposta viene guardando le cose, la vita, il passato, il futuro da un altro punto di vista. Soprattutto la preghiera, la meditazione, la condivisione della parola di Dio con i giovani ci ha aiutato a integrare noi stesse in tutti i modi. Anche il sacrificio, la fede della gente ci ha fatto riflettere sulla nostra vocazione religiosa... e ritrovare quella “Risposta” che abita nel nostro cuore. Grazie!».

Guardavo negli occhi ogni volto

G

«

razie, mio Dio, AMORE ONNIPOTENTE!».

Nel periodo trascorso ad Arzua, sul Cammino di Santiago, dove scorrono ogni giorno migliaia di pellegrini, ho capito che l’amore di Dio non è solo eterno e infinito, ma ONNIPOTEN-

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TE. L’amore del nostro Signore è Onnipotente perché non solo compie miracoli nella vita di ciascun pellegrino, ma cura anche ogni piccolo dettaglio. Ogni giorno ho messo sulle credenziali tantissimi timbri, il «sello» e, insieme al timbro, guardavo negli occhi ogni volto: ed ecco scoprire con stupore nello sguardo, nel volto e nel

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cuore di ogni persona DIO. Dio, la sua opera e i suoi gesti di amore. Ed è per questo che ho capito e sperimentato che la persona umana vale per quello che è e non per quello che fa, come siamo abituati a pensare nei rapporti quotidiani. La persona vale per quello che è: creatura di Dio, amata da Dio, strumento di Dio, campo in cui Dio

opera le sue meraviglie. Questo si leggeva nel cuore di ogni pellegrino. Solo di pochi di loro giungevamo a conoscere quello che facevano nella vita (professore di filosofia, seminarista, sacerdote, ecc.). Anche senza sapere se la persona fa o non fa qualcosa, la persona vale... perché DIO è in lei. Ogni storia di vita era modellata da Dio, ogni incontro provvidenziale, ogni gesto affettuoso, ogni abbraccio reciproco e desiderato. E questo vangelo della vita si rispecchiava anche nella vita fraterna che abbiamo vissuto insieme alle sorelle. Ognuna ha messo in gioco quello che Dio ha messo dentro di lei... e allora tutto, relazioni, preghiera, affetto, lavoro, tutto era reciproco, unito al tocco del volerci bene. Potrei raccontare tante belle storie di vita, tanti incontri che mi hanno toccato, tanti volti che sono partiti da noi rinnovati, sereni, consapevoli del vero senso del cammino di Santiago. Ma non voglio essere lunga. Sono molto contenta che don Guanella e la nostra cara Maria, Madre della Provvidenza, sono entrati nella vita, nel cuore, nelle famiglie e nelle case di tanti, tantissimi pellegrini... di ciascun pellegrino che si è fermato ad incontrarci. Suor Victoria Pop

Non si è soli nel camminare È il secondo anno che faccio questa esperienza sul Cammino di Santiago


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA e devo dire che è una esperienza cui forse apparentemente non si dà tanta importanza, ma viverla è davvero una cosa toccante. Vedere tantissimi pellegrini che passano e diversi di loro si fermano anche solo per un buongiorno o per il timbro, magari per avvicinarsi e raccontare le loro sofferenze, i loro problemi, la gioia che li accompagna, la voglia di cambiare vita, di prendere degli impegni di conversione, di migliorare. Alcuni percorrono a piedi anche più di 1.000 chilometri e sentono la fatica del Cammino, ma sono felici di fare questa esperienza. Grandi doni che il Signore mi ha concesso nel fare per la seconda volta questa esperienza. Perché più si sta con la gente più si capisce che il mondo ha bisogno della nostra presenza di religiose. Di sentirsi accolti e ascoltati. È una grande soddisfazione che i pellegrini esprimono. Quando ti senti dire che noi siamo il vero volto della

«Mai avrei pensato di parlare con giapponesi e cinesi... è proprio vero, il linguaggio dell’amore lo capiscono tutti, gli sguardi sono più eloquenti delle parole. Abbiamo ascoltato storie di vita, condiviso esperienze di fede, asciugato lacrime di sconforto, affidato alla Vergine propositi di bene. Dio benedica la bella missione in questa terra di Galizia dove la guanellianità si esprime nel farsi compagne di viaggio per tutti i pellegrini e per offrire loro speranza nel cammino della vita verso la vera meta: il Cielo» (suor Limpia).

Chiesa... non viene sicuramente il pensiero di aver fatto già tanto ma la voglia di fare sempre di più. Ho incontrato persone che sono in ricerca della fede nella loro vita, di accettare la divina volontà. Voglio sottolineare con

questo che non tutti vanno per ottenere i miracoli, ma semplicemente per fare ordine nella loro vita. Un ragazzo francese di nome Antonio ha percorso 2.000 chilometri – poiché veniva da Ars (Francia) – solo perché voleva trovare la vera

Chiesa, il ruolo della Chiesa nella sua vita. Una coppia con un bambino di 12 anni hanno camminato 2.400 chilometri, perché lei è malata di tumore e chiedono la grazia della guarigione. Tanti esempi ancora, ma dovrei allungarmi troppo. La maggioranza dei pellegrini esprimono la certezza che Dio cammina con loro, che Dio li accompagna nel Cammino. Tutte queste cose mi fanno riflettere davvero e mi spingono a rivolgere lo sguardo sull’orizzonte della mia vocazione. La certezza che non sono sola nel camminare; che vale la pena camminare verso di Lui e soprattutto

«Ho capito che la persona vale per quello che è: un campo in cui Dio opera meraviglie» (suor Victoria). La Voce • n. 6 - novembre-dicembre 2017

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA con Lui. È un’esperienza che ti mette in condizione di rivedere la propria vita e di andare oltre le nostre fragilità, con la certezza che Dio ci ama per quello che siamo non per quello che facciamo. Quindi ci chiede di accogliere il prossimo per quello che è, senza parzialità. Consiglio a tutti di fare la meravigliosa esperienza del Cammino Santiago... Desidero dire due parole anche sulla comunità di Arzua: le nostre consorelle sono sempre accoglienti e ci fanno vivere il vero spirito di famiglia. Per me personalmente è un grandissimo dono. Si viveva con tanta semplicità e tanta gioia. Non posso non dire un GRAZIE SINCERO DI VERO CUORE a tutte. Grazie ai confratelli per lo spirito di famiglia che offrono. Per me è un dono questa esperienza perché non è facile vivere e soprattutto essere famiglia. Grazie a tutti che hanno contribuito per favorire questa stupenda esperienza davvero Guanelliana. Suor Maricica

«Le nostre consorelle di Arzua sono sempre accoglienti» (suor Maricica).

Il linguaggio dell’amore

Sete di Dio Io sono molto felice di aver fatta questa bella esperienza con i pellegrini di Santiago. Ho visto molte cose belle e buone durante la mia esperienza. Quando parlavo con i pellegrini ogni singola persona descriveva la propria esperienza personale di Dio e del sacro. Ho potuto vedere il loro amore e la sete di Dio che li animava. Tanti giovani e meno giovani han-

no compiuto il Cammino con gioia pur nelle difficoltà. Una signora di 75 anni è venuta dall’America, sola, per fare il Cammino. Sotto la pioggia, a piedi, con il suo zaino. Ho avuto compassione per lei e le ho chiesto perché fosse sola. La sua risposta è stata sorprendente: «Il Signore ha aperto una finestra nella mia vita, attraverso la quale ho visto la sua divina bellezza, la sua gentilezza e l’amore per tutte le cose. Egli ha messo, mi diceva, una cura speciale nella creazione e soprattutto nella creazione dell’umanità, così che io intendo fare questo Cammino per ringraziarlo e ricambiare al mio grande Signore il regalo che mi ha fatto della vita». È stato molto commovente per me ascoltarla e condividere la sua esperienza. Davvero questa esperienza del Cammino mi ha portata ad avvicinarmi maggiormente al Signore. Grazie mille. Suor Usha

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Per me è stata un’esperienza che mai dimenticherò, perché una cosa è leggere in un libro sul Cammino di Santiago e un’altra è farne esperienza. Camminare e accogliere i pellegrini. Quando sono arrivata alla comunità delle suore, vedere la semplicità con la quale vivono la vita quotidiana mi ha fatto sentire a casa. Subito il giorno seguente ho cominciato la missione. In che consisteva? Semplicemente nel sorridere, salutare e desiderare un buon Cammino ai pellegrini. Essi mi hanno insegnato tante cose: 1. Capacità di scegliere l’essenziale, per camminare solo con quello di cui si ha veramente bisogno. 2. Capacità di osservare le cose che trovo sul cammino. 3. Capacità di accogliere ed essere accolta da quelli che trovo sul cammino. 4. Capacità di sacrificio. Quando non ho più forza, continuare ancora. 5. Avere una meta, sapere dove vado e da dove vengo. 6. Preghiera di comunione con il Dio che cammina con me e che mai lascia solo/a nessuno. 7. Avere il tempo di parlare e avere tempo di fare silenzio. Fare il cammino presto la mattina e cominciare a camminare offrendo le intenzioni che portavo


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA «Ho visto nei pellegrini l’amore e la sete di Dio che li animava» (suor Usha).

alla tomba dell’ Apostolo; mentre pregavo il santo rosario, vedere la natura che si vestiva di splendore, ascoltare gli uccelli, il fiume che sembrava cantasse in modo melodioso, farsi uno solo con le creature. Arrivare alla tomba e pregare per tanta gente che mi hanno chiesto di ricordarmi di loro: così ho fatto. Ho imparato anche il linguaggio dell’amore che tutti capiscono. Mai avrei pensato di parlare con i giapponesi, i cinesi e gente di altri popoli del mondo. Eppure sono riuscita con il far parlare al corpo un sorriso, un abbraccio o un ascolto rispettoso. Nel cammino ritrovare me stessa, rinascere alla vita che mi aspetta e mi insegna a guardare miei passi e coloro che mi camminano accanto e condividere con loro gioia e tristezza, stanchezza e riposo.

Come Antonio, un ragazzo di Francia, che ha camminato 2.400 chilometri solo per trovare Dio e se stesso. Come Giorgio, che si è ferito lungo il cammino e si era scoraggiato, ma dopo averlo ascoltato e aver parlato con lui per circa un’ora tra lacrime e sorrisi, ha ricominciato il Cammino con freschezza, perché non si sentiva più solo e aveva riacquistato quella forza che gli serviva per giungere fino alla tomba dell’apostolo

Giacomo. Come Giovanna, una ragazza italiana che avendo perso tutto, casa, lavoro, ecc., ha fatto il Cammino per chiedere aiuto a Santiago e ripensare alla sua vita: aveva nel suo sguardo una pace che solo Dio può dare a chi cerca con cuore umile. E così potrei raccontare tante esperienze che mi hanno aiutata a crescere e a prendere coscienza che vado verso la meta che è la santità, l’incontro con Gesù nel suo regno.

San Giacomo non è morto, ma è vivo perché ha vissuto insieme con il Signore. Ed è per questo che migliaia di persone vanno al suo santuario, persone senza età: bimbi di un anno e persone fino agli ottanta e oltre, in bicicletta, a cavallo, al fine di cercare e stare con Gesù come Santiago. Ringrazio la Congregazione per aver potuto fare questa esperienza di vita e le suore di Arzua per l’accoglienza fraterna. Dio benedica la bella missione della Congregazione in questa parte del mondo. Essa è per me un modello di quella che è la missione guanelliana: soccorrere, dare una mano amica a chi è nel bisogno lungo il cammino della vita. Sull’esempio di Gesù. «Quien camina con Dios camina alegre» (san Luigi Guanella). Suor Limpia C. Sandoval

«San Giacomo non è morto, ma vivo... ed è per questo che migliaia di persone vanno al suo santuario» (suor Limpia). La Voce • n. 6 - novembre-dicembre 2017

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA ROMA • Curia Generalizia FSMP

Visita in Spagna e in Romania SPAGNA

ROMANIA

Nei giorni 18-21 settembre 2017 la consigliera generale suor Esther Leroux si è recata a visitare la comunità delle consorelle di Casa S. Teresa, a Madrid. Era accompagnata da suor Fausta Della Torre, la quale ha così avuto modo di rivedere la terra di Spagna in cui ha trascorso alcuni anni di missione. Come sempre l’accoglienza è stata calorosa e la disponibilità completa da parte di tutte; di questo ringraziamo le Sorelle di «Casa S. Teresa» e ricordiamole nel loro quotidiano servizio a fianco dei «beniamini della Provvidenza».

Suor Esther, in compagnia di Madre Serena Ciserani, si è poi recata dal 26 settembre al 3 ottobre anche in visita alle Case della Romania, per arricchire la sua conoscenza della geografia guanelliana.

Alla Valle dei Caduti.

Le ragazze del Centro ci presentano il loro omaggio...

... e il loro canto insieme con i loro istruttori.

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La Madre riceve una icona in segno di ringraziamento.

A Messa nella Cappella di Sf. Iosif.

Anche gli ospiti di Sf. Iosif vogliono dire grazie.


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA

USA • Chicago, ILL. St. Mary of Providence

È il 12 novembre 2017, ricorrenza della solennità liturgica della Madonna Madre della Divina Provvidenza. Suor Theresa Nagel rinnova i santi Voti nelle mani della superiora provinciale suor Rita Butler. Auguri di gioiosa fedeltà a suor Theresa e di fecondità apostolica alle consorelle della Provincia Maria Immacolata. A Sagna, le signore con disabilità mostrano i loro lavori.

A S¸cheia, i bambini della Scuola dell’Infanzia cantano per noi.

La comunità di S¸cheia con suor Esther. La Voce • n. 6 - novembre-dicembre 2017

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA ROMA • Curia Generalizia FSMP

Visita in India

Accoglienza a Cuddalore. St. Joseph Nivas. Una danza di accoglienza da parte delle ragazze del Centro.

Dal 16 settembre al 9 ottobre 2017 suor Neuza Giordani e suor Carla Folini sono state in visita alle Sorelle in India. Un’occasione per confermare nello spirito di famiglia quante operano nella Delegazione Maria SS. Assunta e svolgono un prezioso servizio verso i poveri di quella grande Nazione. Ecco il pulmino avuto in dono per i nostri bambini disabili.

Basilica S. Maria della Provvidenza.

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA Eluru, aspiranti e suore.

Chennai, la casa ristrutturata.

Kaniakumari

Kumbakonam

Rinnovazione dei Voti.

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA COSENZA • Casa Divina Provvidenza

Le tante emozioni di un pomeriggio speciale

unedì 4 settembre in Casa Divina Provvidenza di Cosenza si è vissuto un pomeriggio di emozioni intense che hanno toccato il cuore di tutti i numerosi presenti, gli amici e i fratelli della grande Famiglia guanelliana. C’eravamo tutti: noi Cooperatori, i Volontari, gli Amici, i Dipendenti della Casa, la CILP, ciascuno con la propria emozione e tutti pronti ad offrire il nostro saluto ed il nostro grazie alla cara suor Gabriela Carbajal insieme al benvenuto a suor Giustina Valicenti, che torna nel suo Sud. Noi Cooperatori del Gruppo di Cosenza ci stringiamo con sincera commozione a tutta la Fa-

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miglia guanelliana nel saluto di commiato alla cara e amabile suor Gabriela, superiora di questa Casa della Divina Provvidenza, che con noi tutti ha saputo rendersi preziosa. E nel contempo siamo lieti di aprirci al benvenuto per suor Giustina, nostra conterranea che torna e ci regala la novità del suo servizio qui nella Casa di Portapiana, sui passi del venerato Fondatore san Luigi Guanella. Accogliente e ricco di fattiva disponibilità il servizio di suor Gabriela nella Casa di Cosenza, come sottolinea nell’omelia della S. Messa di conceL’Icona della Madonna del Pilerio, dono CILP, accompagna suor Gabriela.

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Mons. Nolè con suor Gabriela, suor Giustina e i piccoli ospiti della Casa Famiglia.

lebrazione S. E. il Vescovo Mons. Francesco Nolè, che poi si è intrattenuto con familiarità con le due Superiore e con i

presenti, soprattutto con i bambini ospiti della Casa Famiglia. A conclusione del rito religioso, noi Cooperatori abbiamo sentito il bisogno di rivolgere a suor Gabriela parole dettate dal cuore. Carissima suor Gabriela, tanti sono i pensieri che affollano la nostra mente in questo momento e siamo commossi nel salutarvi e ripensare all’accoglienza del vostro sorriso discreto e amabile, di sincera e dolce vicinanza in ogni momento e occasione vissuti in sintonia d’intenti in questa Casa. Come non ricordare la vicinanza affettuosa regalataci nei nostri incontri mensili di formazione, la presenza operosa nei momenti di annuale incontro allargato a tutti i gruppi della Calabria, che nella Casa Divina Provvidenza hanno trovato porta e cuore aperti all’abbraccio dell’accoglienza! Grazie, suor Gabriela, per averci saputo far sentire fratelli nella chiamata al servizio agli ultimi, per la costanza della presenza al nostro fianco e per la simpatia umana del vostro calore messicano.


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA

Il simpatico brindisi augurale di suor Giustina e suor Gabriela.

Custodiremo nel cuore la vostra dolcezza di mamma premurosa verso i bimbi piccolissimi, ospiti speciali delle case famiglia, che avete saputo accogliere e accudire con vera disponibilità di cuore e sapienza di guida. Grazie per non averci mai fatto mancare il giusto supporto nei ritiri d’inizio Anno Sociale, insieme al nostro caro don Pompeo, e nei momenti forti dell’anno liturgico. La nostra esperienza di guanelliani, maturata in decenni di presenza nella Casa Divina Provvidenza, quest’anno si è arricchita di umanità nell’incontro con le mamme ospiti della Casa e tutti noi abbiamo ritenuto davvero apprezzabile e lungimirante la bellezza del ricreare il nucleo familiare per i bambini più piccoli, bisognosi dell’indispensabile sintonia con le proprie mamme. Ci siamo incontrati, suor

Gabriela, e abbiamo camminato insieme per un periodo non lungo nel tempo, ma ricco e fecondo per il traffico dei talenti ricevuti in dono da ciascuno per metterli al servizio del prossimo più debole. È questo che il Vangelo ci insegna e don Guanella ci chiama a fa-

re nel suo totale dono di carità e umiltà profonda, ricca di vera Fede e alimentata dall’abbandono totale alla Provvidenza che non può non esserci per ciascuno di noi figli di un unico Padre onnipotente, che sa abbracciare chiunque con misericordia. Grazie, suor Gabriela, per aver percorso con noi un tratto di strada ed auguri sinceri per il prosieguo di vita e di servizio che vi attende tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza, dovunque sarete chiamata a dire il vostro sì alla Congregazione ed al cuore del nostro san Luigi. Vi abbracciamo tutti e ciascuno del gruppo e nello stesso abbraccio accogliamo suor Giustina, figlia di Calabria come noi e oggi con noi. Siamo certi che nella Casa di Cosenza saprà spendere il suo servizio

di carità attiva e feconda, anche grazie alla grande esperienza maturata in anni d’impegno totale come Superiora generale di una Congregazione che ha solcato e solca le strade dei tanti continenti di questa terra, che è patria nostra, tutta. Perché patria nostra è ogni angolo del mondo dove il bisogno chiama per essere dono e guida a chi la vita la può solo guardare da un altro punto di vista, ricco solo di difficoltà e avaro di risorse di normalità. Arrivederci, suor Gabriela, e auguri di ogni bene e benedizione. Benvenuta, suor Giustina, e grazie sin da ora per la guida amicale e fraterna che saprà offrire a ciascuno di noi, nella consapevolezza che «È DIO CHE FA», sempre e ovunque. Angela Maria Bruni

Un gruppo di Cooperatori, con suor Carmelina, si stringe attorno a suor Gabriela. La Voce • n. 6 - novembre-dicembre 2017

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA ROMA • Villa S. Rosa e COMO-LORA

Comunicare oggi: dalla tradizione al mondo digitale Religiose guanelliane a convegno

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elle due sezioni di Roma e di Como si sono radunate le religiose guanelliane della Provincia San Luigi Guanella per un corso di formazione e aggiornamento, al fine di meditare sulla comunicazione oggi e cogliere l’importanza del mondo digitale. Le sessioni sono state aperte da suor Michela con una riflessione sul ruolo che ha avuto la comunicazione per il fondatore. Suor Michela ha sottolineato che nella vita di don Guanella si riscontrava una sollecitudine molto forte, che lo spingeva a usare tutti i mezzi di comunicazione a suo tempo vigenti per trasmettere il messaggio

di salvezza e di carità affidatogli dallo Spirito. Sottolineava ancora che tutta la comunicazione in don Guanella coincideva con la sua ansia di evangelizzazione. Messaggio che a quei tempi poteva essere affidato prevalentemente alla stampa. Don Guanella ha usato questo strumento in una forma molto larga ed alta, era per lui un canale privilegiato di comunicazione. Basti pensare ai suoi scritti pastorali e alla creazione del bollettino La Divina Provvidenza. Certamente egli non faceva altro che seguire l’esempio della Chiesa, che dava una primaria importanza alla stampa, sia per rispondere a si-

tuazioni contingenti sia per il desiderio di formare e coinvolgere il popolo di Dio. Don Guanella usò la stampa con scopi specifici, egli voleva narrare il suo impegno caritativo e assistenziale; un impegno che suor Michela racchiudeva in una frase che dice tutto: don Guanella vuole raccontare la fede e vuole raccontare le opere di carità che egli realizza. Lo ha fatto cercando di motivare i lettori e di rendere visibili le storie evangeliche che in una forma molto semplice si realizzavano all’interno delle sue case. Basti aprire il bollettino de La Divina Provvidenza e si trovano iniziative, eventi, A Como-Lora.

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feste, anniversari... Egli sapeva raccontare in modo vivace e coinvolgente. Nel 1989 è stato fatto uno studio sullo stile comunicativo di don Guanella. Colpisce il fatto che don Luigi abbia affidato alle suore la Scuola Tip. Casa Divina Provvidenza di Como «La Divina Provvidenza», quando in genere queste attività a quei tempi erano riservate agli uomini. Colpisce ancora la voglia di don Luigi d’incontrarsi con l’altro mentre scrive, e lui sa bene a chi si rivolge. Si intuisce questo dall’adattamento del linguaggio all’interlocutore. Parla usando il «tu» e non il «voi», che era tipico della sua epoca. Egli si aspetta dall’altro un riscontro. Questo stile di don Guanella lo ritroviamo nei suoi punti cardini anche nel mondo della comunicazione digitale. Lo scopo fondamentale della comunicazione è entrare nell’altro, toccarlo, tanto che la parola digitale viene da «dita», quindi vuole entrare nel mondo interiore dell’altro e suscitare in lui emozioni. Questa parte formativa sulla cultura elettronica è stata curata da padre Fabrizio Colombo, comboniano. È direttore della SIGNIS (ONG che


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA

INSEGNANTI A LEZIONE PUNTANDO SULLA «PEDAGOGIA DEL CUORE» Barza d’Ispra, settembre 2017

Giovani nativi digitali.

comprende membri provenienti da 140 paesi. Come «Associazione Cattolica Mondiale per la Comunicazione» riunisce i settori radio, televisione, cinema, video, educazione ai media, Internet, e le nuove tecnologie della comunicazione). Difficile riportare in questa sede la ricchezza dei contenuti da lui espressi, cosa che i «nativi digitali» avrebbero saputo fare benissimo. Padre Fabrizio ha introdotto il suo discorso presentando la differenza tra cultura alfabetica e cultura elettronica. Nella cultura alfabetica, basata sulla stampa di J. Gutemberg, c’è uniformità di idee, individualità, necessità della scuola. È l’epoca in cui il cristianesimo dalla trasmissione orale, pittorica, artistica in generale, passa alla Parola di Dio stampata. La cultura elettronica è invece fondata sulla modulazione delle immagini, sul suono, sulla musica, sui gesti e sul linguaggio del corpo, essenzialmente sul fare RETE, che è alla base del mondo di Internet. Perché Internet è la «rete delle reti». Padre Colombo ha intro-

dotte le convegniste in questo mondo nuovo e articolato dei media, spiegandone il funzionamento, le caratteristiche, i vantaggi e i pericoli di un uso distorto oppure non consapevole. È importante riconoscere tutto il bello dell’evoluzione tecnologica, ma è necessario il discernimento, per evitare dipendenze, manipolazioni e falsificazioni delle informazioni. Egli ha concluso dicendo che una buona comunicazione ha cinque caratteristiche: deve essere chiara, concisa, concreta, credibile e creativa. Da queste pagine lo vogliamo ringraziare perché il suo scopo primario è stato quello di suscitare in noi interesse e conoscenza per i nuovi media, al fine di saperli usare come strumenti di evangelizzazione, la quale oggi non può più prescindere dalle emozioni, dai simboli e dai nuovi linguaggi mediatici. Dalla teoria alla pratica: abbiamo realizzato, a chiusura dell’incontro, una serie di spot vocazionali e videoclip.

La scuola per gli insegnanti dell’Istituto Sant’Agnese (e per il dirigente scolastico Laura Viscardi) è iniziata... sabato, con una giornata di formazione a Barza d’Ispra, insieme a don Domenico Scibetta. Dalla materna alle medie, tutti si sono ritrovati per un momento di riflessione e confronto sul «Documento base per progetti educativi guanelliani». Riflessione guidata dal prof. Vittore Giuseppe Mariani dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che ha illustrato come quella guanelliana sia «una pedagogia del cuore che ha il primato sulla tecnica». Diversi i punti commentati, di quello che ha definito un manuale da tenere sul comodino, perché sempre attuale; partendo da un atteggiamento di affetto e benevolenza, non come qualcosa di istintivo, ma come scelta e progettualità, premesse per realizzare l’inclusione, cioè il superamento dell’integrazione. Quindi ha sottolineato l’importanza di uno stile di accoglienza, di far sentire a proprio agio, del piacere dell’incontro e di rendere attraente lo stare insieme. Non da meno la promozione integrale della persona, di cui l’aspetto cognitivo è solo una piccola parte, mentre spesso nel mondo della scuola si dà molta importanza alla valutazione. Infine ha ricordato come la scuola non possa essere solo «selettiva», con quelli «bravi», ma anzi occorra organizzarsi tenendo conto proprio delle differenze e lavorando in team, collaborando con la famiglia, per lo sviluppo armonico della persona.

Le suore guanelliane partecipanti La Voce • n. 6 - novembre-dicembre 2017

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA SARONNO • Istituto Sant’Agnese

Sicuri a scuola e in città con i volontari del Nucleo di Protezione civile ANC Nuovo progetto dedicato alla sicurezza scuola sicuri... fin dalla prima campanella. È stato un inizio d’anno con ospiti «a sorpresa» per gli alunni della primaria dell’Istituto Sant’Agnese che, lunedì 11 settembre, hanno incontrato alcuni volontari del 132o Nucleo di protezione civile dell’Associazione nazionale carabinieri (ANC). Non solo, hanno potuto anche vedere da vicino uno dei loro mezzi con tutte le dotazioni. Quest’anno, infatti, i ragazzini saranno i protagonisti del progetto «Sicuri a scuola e... in città», preparato durante

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l’estate dalla dirigenza della scuola insieme ai volontari coordinati dal tenente Giovanni Sala-

fia, presidente del Nucleo stesso. Progetto che si lega a quello dello scorso anno, «Diamoci una regolata», che aveva permesso di puntare i riflettori sull’importanza di seguire le regole in casa, con gli amici, nello sport... «Il progetto mira: alla diffusione del concetto di prevenzione, per il tramite di alcune nozioni fondamentali, in merito a vari rischi, naturali o creati dall’uomo, con riferimento anche, nella parte iniziale, alle situazioni di potenziale ri-

È interessante vedere da vicino uno dei loro mezzi di intervento.

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Saronno. Gli alunni della nostra scuola «S. Agnese» accolgono e ascoltano i membri del Nucleo di Protezione civile dell’Associazione nazionale carabinieri (ANC).

schio, riferite all’ambiente scolastico; a far conoscere il Nucleo di Protezione civile ANC, le sue competenze sul territorio e le varie tipologie di intervento; a far acquisire le abilità necessarie, per superare le situazioni di emergenza, infondendo nei ragazzi la consapevolezza delle situazioni potenzialmente pericolose; a far apprendere le modalità corrette per effettuare una chiamata di


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA Grazie per la vostra eccellente e preziosa missione in favore dei cittadini.

soccorso; a far acquisire le nozioni base di educazione stradale, utili a spostarsi in sicurezza sul territorio, rispettando le normative e l’ambiente; a far apprendere le norme basilari per una corretta ed educata convivenza sociale, con un accenno a problematiche legate anche all’appartenenza e alla frequenza di ambienti e spazi di aggregazione; a stimolare una maggiore consapevolezza dell’ambiente e dell’importanza della sua salvaguardia, infondendo il concetto che «la Protezione civile è ciascuno di noi», non soltanto le organizzazioni specializzate, preposte all’intervento in situazioni di emergenza e/o calamità», elenca Salafia. Nel concreto, il progetto «si articolerà in più incontri caratterizzati, di volta in volta, dalla presenza di personale appartenente a vari corpi e organizzazioni, che cureranno le fasi di istruzione e informazione: Vigili del fuoco, Croce rossa, Polizia locale, Carabinieri, volontari del Nucleo cinofili e del Nucleo di Protezione civile dell’Associazione nazionale Carabi-

nieri», spiega, aggiungendo che «si tratta, sicuramente, di un progetto impegnativo, che coinvolgerà diverse realtà normalmente impe-

Ciao!

gnate nelle attività di prevenzione e intervento: persone addestrate e in grado di trasmettere, ai partecipanti al progetto, le giuste informazio-

ni e istruzioni, in un’ottica di creare, nelle nuove generazioni, una cultura della Protezione civile, che non sia legata alla sola idea dell’intervento in emergenza, ma, soprattutto, la conoscenza dei comportamenti corretti per prevenire ed evitare situazioni critiche o pericolose e, all’occorrenza, sapere chi allertare e come muoversi in attesa dell’intervento dei soccorritori». Lo scopo dunque è di «aiutare le nuove generazioni, che rappresentano il nostro futuro, a crescere nel modo migliore». Al contempo la possibilità di incontrare delle persone che indossano una divisa «di qualsiasi colore e foggia» punta anche a «stimolare un senso di fiducia», perché vengono percepite come coloro «alle quali fare sicuramente riferimento, nei momenti di difficoltà, senza timori o pregiudizi; persone che, per scelta professionale o di volontariato, sono a disposizione della comunità». Quindi conclude: «È un progetto che il 132o Nucleo si onora di realizzare, grazie alla disponibilità manifestata dalla Dirigenza scolastica, che sarà molto utile a questi nostri piccoli concittadini e, di riflesso, alle rispettive famiglie e alla cittadinanza». Da «La Settimana», 18 settembre 2017

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA LORETO • Casa Divina Provvidenza

La chiesa della Madonna di Loreto a Como presso il Collegio Gallio

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fogliando Il Messaggio della Santa Casa di diversi anni fa, precisamente del settembre/ottobre 2005, abbiamo letto con emozione che la chiesa del Collegio Gallio di Como, dove ha studiato come seminarista il nostro caro santo Fondatore, don Luigi Guanella, è dedicata alla Madonna di Loreto e la sua statua domina l’aula liturgica dalla nicchia soprastante l’altare. Ma guarda un po’, ci siamo dette, solo ora ci accorgiamo che don Guanella da giovane seminarista pregava davanti ad una effigie della Madonna di Loreto, della

nostra Madonna, cui siamo tanto affezionate perché dimoriamo nella città da lei scelta per depositarvi le mura benedette della sua casetta di Nazaret? Ci è caro condividere con voi la storia del Collegio Gallio e della sua chiesetta.

Il Collegio Gallio Fu fondato dal cardinale Tolomeo Gallio, da cui ha preso il nome. Il cardinale nacque a Cernobbio il 25 luglio 1526 da distinta famiglia e, abbracciata la vita ecclesiastica, ricoprì le più alte cariche. Nel 1560 fu no-

minato vescovo, nel 1565 cardinale e nel 1572 segretario del papa Gregorio XIII. Morì a Roma nel 1607. In possesso di beni cospicui, li utilizzò per opere di beneficenza, come l’Opera Pia che porta il suo nome, ed impiegò notevoli somme di danaro a favore dell’Ospedale e della Casa detta delle Orsoline. L’istituzione più famosa da lui promossa fu però il Collegio Gallio, che fu approvato da Gregorio XIII con la bolla Immensa Dei Providentia del 15 ottobre 1583 e fu inaugurato dal vescovo Feliciano Niguarda il 18 giugno

L’altare della chiesa del Collegio Gallio di Como. Con il simulacro della Vergine Lauretana nella soprastante nicchia.

1589. Nella bolla sono messe in evidenza le intenzioni del fondatore: un collegio in cui si potessero istruire ed educare cinquanta ragazzi poveri (o più o meno, secondo le rendite nette) nella religione, nella pietà, nei buoni costumi, nelle scienze e nelle lettere... La bolla che definiva anche il numero degli alunni secondo le aree geografiche del comasco, stabiliva che l’insegnamento nel Collegio fosse impartito dai chierici regolari della congregazione dei somaschi, per la loro grande e riconosciuta attitudine – che oggi si direbbe «carisma» – nel campo educativo. I somaschi vi entrarono nel 1584 assumendone la gestione e vi permangono tuttora. Foto del 1917. La chiesa è stata consacrata il 10 dicembre 1755.

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA

La chiesa della Madonna di Loreto Alcuni decenni dopo fu annessa al Collegio una piccola chiesa, dedicata alla Madonna di Loreto, la cui prima pietra fu collocata il 3 giugno 1635, un’epoca in cui, nell’arco subalpino, sorsero diverse chiese intitolate alla Vergine Lauretana, alcune di rilevante interesse artistico, oltre che devozionale. Il modesto edificio fu costruito sul modello della Santa Casa di Loreto per sostituire la cadente basilica di Santa Maria, della quale oggi resta solo il ricordo storico. Una lapide ha consegnato alla memoria l’edificazione della chiesetta lauretana del 1635: Lazarus Carafinus Episcopus Comensis Mariae Lauretanae Primarium lapidem Posuit MDCXXXV. III. ID. IUN Cioè: «Lazzaro Carafini, vescovo di Como, pose la prima pietra della chiesa di Santa Maria di Loreto il 3 giugno 1635». Il modesto edificio sacro

ebbe vita breve, perché nel 1675 l’amministrazione del Collegio Gallio ne faceva progettare uno più ampio e decoroso, le cui fondamenta furono gettate agli inizi del secolo XVII e la cui costruzione fu attuata solo nel 17491755. La descrisse il canonico primicerio del duomo di Milano Antonio Verri in una sua dettagliata relazione del maggio 1757: «La nuova chiesa fu edificata a spese dei padri somaschi verso la Porta della città, sopra parte della vigna ed occupando il sito della chiesetta alzata nel 1635 ad imitazione della Santa Casa di Loreto, allora quando, per essere ruvinosa e piccola, l’antica chiesa di Rondineto venne demolita. Fu questa cominciata nel 1749 e terminata nel 1755 sopra i fondamenti che già da trent’anni si erano posti». Sul portale d’ingresso alla chiesa si scorge lo stemma della congregazione dei somaschi: Cristo che porta la croce con il motto: onus meum leve (il mio peso è leggero); e sopra l’iscrizione: Insigne Con-

Paliotto d’altare in cuoio dipinto, chiesa del Collegio Gallio di Como.

Vale a dire: «I Padri Somaschi nell’anno 1899 ornarono questa chiesa di Loreto di una facciata». Il magnifico tempio lauretano di Como conserva opere figurative di pregio. Merita particolare menzione un Paliotto d’altare in cuoio dipinto del secolo XVIII, nel quale, su un vasto campo decorato con fini ornamenti floreali, spicca al centro l’immagine della Madonna di Loreto con il Bam-

bino, vestita con la tradizionale dalmatica e coronata con un triregno, che fa riferimento alla corona donata alla Vergine Lauretana dai recanatesi nel 1498. L’effigie della Vergine, poggiante su globi di nubi, è contornata da due lampade che esibiscono due purpurei fiocchi penduli. L’elegante statua della Madonna con il Bambino in braccio è posta sopra l’altare maggiore, in una sontuosa nicchia di stile settecentesco, ed è vestita di un manto che solo vagamente richiama la rituale dalmatica lauretana. Degno di nota è anche il grandioso affresco raffigurante la Traslazione della Santa Casa, opera del rinomato pittore comasco Torildo Conconi che lo eseguì nella volta della chiesa nel 1956. Uno stuolo di angeli si dispiega nell’ampio campo pittorico e trasporta la Casa nazaretana che l’Eterno protegge dall’alto a braccia distese. Pur nella libertà inventiva, sembrerebbe che il pittore abbia avuto in mente il celebre affresco che Giambattista Tiepolo dipinse nella volta degli Scalzi a Venezia nel 1743-1744 e che è stato distrutto nel 1915 dagli austriaci in un’incursione aerea.

T. Conconi, Traslazione della Santa Casa (1956), chiesa del Collegio Gallio di Como.

Bibliografia: A. GIUSSANI, Storia, arte e antichità del Collegio Gallio in Como, Como, 1917, pp. 5-12. n

gregationis Somasca (Insegna della congregazione somasca). Il tempo però ha cancellato quasi del tutto motto e iscrizione. Il piccolo campanile era stato elevato fin dal 1704. Alla chiesa mancava ancora la facciata che non fu realizzata nel 17491755. Essa fu costruita solo nel 1899 su disegno dell’architetto Italo Zanolini, il quale si ispirò in parte allo stile barocco del bel portale settecentesco già esistente e delle coeve decorazioni interne della chiesa. Sulla nuova facciata fu posta la seguente iscrizione: Aed Hanc Lauret Sodales a Somascha a. D. MDCCCXCIX Fronte Ex. Cur.

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA SVIZZERA • Tesserete - Casa S. Giuseppe

La qualità del movimento e del gioco in Casa per anziani I consigli della fisioterapista

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n questo articolo vorrei raccontare nel dettaglio come si svolge la «ginnastica di gruppo» del martedì mattina. Intorno alle 9,30 gli ospiti arrivano in salone, dove trovano tutte le sedie disposte in semicerchio e si accomodano, aspettando che tutti siano presenti per poter iniziare questo viaggio all’insegna del movimento. Tutti sappiamo quanto è importante per l’anziano, e non solo, l’attività motoria, non tanto per muoversi ma finalizzata alla mobilizzazione di ogni singola articolazione e al rinforzo muscolare generale per migliorare la quotidianità. Per il raggiungimento dell’obiettivo è importante avere a disposizione una carrellata di esercizi che spaziano dalla colonna cervicale agli arti inferiori, intercalati da esercizi/gioco con attrezzi tipo palla Bobath, cerchi colorati e palline. Mi rendo conto a volte che dire «facciamo gin-

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nastica» non fa tutti contenti, ma è importante presentare bene le cose. Ad esempio, mimando azioni che ricordano attività da loro svolte in gioventù come suonare le campane, lavare i panni, guidare la macchina, mettere e togliere il cappello. Il gruppo è aperto a tutti quelli che vogliono partecipare, anche perché gli esercizi proposti sono tutti da seduti e di facile esecuzione. È importante dare un ordine nel proporre gli esercizi, anche per non dimenticarne qualcuno. Io inizio sempre dalla testa e dal collo per poi passare alle spalle, ai gomiti, ai polsi e alle mani. Dopo questa carrellata di esercizi, che dura all’incirca 20’, distribuisco dei cerchi di plastica colorati, uno per ogni ospite. Con questi in mano, continuiamo a fare esercizi con le braccia e sono resi più divertenti dall’attrezzo nelle loro mani, per poi finire tirando il cerchio, mirando un apposi-

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to cono da me posizionato in mezzo al semicerchio. Poi, di non minore importanza, gli esercizi per il tronco e gli addominali, sempre da seduti, che gli ospiti eseguono con successo. A questo punto della mattinata, siamo ormai intorno alle 10,30 ed è ora di fare una pausa biscotto o cioccolatino e di idratarsi come conviene a tutti gli «atleti», mentre gli ospiti si godono la meritata pausa io leggo loro il menù del giorno, che è sempre motivo di discussione tra di loro sul mi piace, che buono o avrei preferito... Dopo esserci rifocillati, propongo la seconda parte importante di questa mattinata di movimento, gli esercizi per le gambe che gli ospiti fanno molto volentieri, ricordando sempre che è bello muovere e rinforzare i muscoli delle gambe per riuPresepe allestito nella nostra cappella nel Natale 2015.

«Ginnastica di gruppo» per i nostri ospiti.

scire a camminare meglio. Così da seduti muoviamo le gambe, le portiamo da piegate al petto, le stendiamo, le divarichiamo e così via per altri 20’ circa. Concludiamo con un esercizio/gioco, che piace sempre a tutti, quello del calciare la palla ed usiamo una palla speciale, quella Bobath che è più grossa del normale e la riescono a calciare tutti; coloro che hanno grosse difficoltà con le gambe, possono spingerla con le braccia. n


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA ROMA • Casa S. Giuseppe

«Tutti Taxi per amore»

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a avuto luogo sabato 1o aprile 2017, ma non è stato uno scherzo, la seconda edizione dell’evento «Tutti Taxi per amore». Rispetto alla precedente edizione, quest’anno la significativa iniziativa si è svolta in contemporanea anche a Firenze e si conta di coinvolgere, in futuro, altre città. Qui a Roma, cento amici tassisti hanno messo a disposizione gratuitamente il proprio strumento di lavoro per portare a passeggio per le vie della città persone con disabilità intellettiva della parrocchia guanelliana di S. Giuseppe al Trionfale, ospiti delle case «S. Rosa» al Quarto Miglio e di Via della Nocetta, gestite dalle Figlie di S. Maria della Provvidenza, e, gruppo più nutrito, della «Casa S. Giuseppe - Opera Don Guanella» di via Aurelia Antica. Su ciascun taxi hanno preso posto, oltre alle persone con disabilità, anche familiari, volontari, amici e operatori delle Case: una intensa esperienza di in-

clusione sociale. Difatti, il tema dell’evento è stato: «Non è importante la meta... ma il viaggio», cioè stare insieme, far festa, sorridersi a vicenda, stringere nuove amicizie, familiarizzare con il mondo della disabilità. La passeggiata ha mosso i passi dalla Casa S. Giuseppe, sulla via Aurelia Antica; dopo una visita al Colosseo, la conclusione, con un momento di festa allietato dalla Banda della Polizia Locale, è avvenuta a Villa Sciarra. Ovviamente, i taxi hanno riportato indietro i «ragazzi disabili», ciascuno alla propria sede. La finalità dell’esperienza è stata quella di consentire alle persone con disabilità intellettiva di vivere la città, conoscerne le bellezze artistiche, che tutto il mondo ci invidia; ma, soprattutto, godere dell’amicizia di amici e volontari che si sono messi generosamente a disposizione e della gente che si è unita alla festa: senza le barriere del «dentro e fuori la struttura», senza la pau-

ra di avvicinarsi al mondo della disabilità, ancora, purtroppo, guardato con pregiudizi. L’iniziativa era inserita nella manifestazione internazionale «Good Deeds Day», nata per diffondere la pratica delle «buone azioni», per diffondere la solidarietà. Un doveroso ringraziamento al presidente, agli amici e volontari della onlus «Save the dreams Amici di don Guanella» e ai coordinatori dell’associazione «Tutti Taxi per amore» che, in sinergia, hanno ideato, pianificato e organizzato l’evento e a quanti si sono messi generosamente a servizio per garantire la buona riuscita dell’evento. Pino Venerito

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA DIPIGNANO • Scuola dell’Infanzia S. Giuseppe

Natale alla Scuola dell’Infanzia

È autunno. Suor Maria ci fa gustare l’uva buona del nostro giardino.

Vedete gli alberi spogli alle nostre spalle? Li abbiamo appena colorati perché fuori fa tanto freddo e sulle montagne già nevica.

Siamo vicini al Natale di Gesù. Lo accogliamo preparando il presepe e una calda culla nel nostro cuore. Buon Natale a tutti!

È festa per il mio compleanno e per quello di Gesù.

Si prepara il presepe vivente.

Suor Maria Cotna˘reanu a Santiago di Compostela.

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Zoom sul presepe.


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA ROMA • Casa S. Pio X

Recita natalizia delle nostre ospiti La visita a Elisabetta.

L’annuncio dell’angelo a Maria.

In attesa della nascita di Gesù.

L’arrivo dei Magi alla luce di una stella.

I pastori portano doni al nato Bambino.

Il presepe vivente.

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA LIPOMO • Villa Fulvia

Celebriamo l’Epifania

on il 6 gennaio, giorno in cui si festeggia l’Epifania, siamo giunti al termine dell’itinerario natalizio; è un momento importante nella vita cristiana, poiché il percorso dei Magi giunti presso la grotta per adorare il Messia, ha mostrato al

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L’assemblea.

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mondo il sicuro cammino verso la salvezza. Questo avvenimento è stato celebrato a Villa Fulvia con una Santa Messa officiata da don Remigio Oprandi sdc e con la partecipazione delle ospiti della Casa e di un nutrito gruppo di parenti e altre persone provenienti da luoghi diversi. Quest’anno la celebrazio-

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Il nostro bel presepe.

ne è stata più emozionante e coinvolgente per la presenza di un gruppo di consorelle juniores provenienti da India e Paraguay che, unitamente a suor Elena, suor Maria, suor Emanuela e suor Stefania, hanno rinnovato i Voti di povertà, castità e obbedienza.

Un momento particolare ed emozionante è stata la processione delle suore che, con in mano una candela accesa, simbolo della luce divina, si sono recate all’altare e unitamente alla voce della Superiora hanno rinnovato la promessa di mantenere vivi i sentimenti che hanno ispirato la loro vocazione e la loro missione in favore dei poveri e dei bisognosi. Anche don Remigio, durante l’omelia, ha ricordato il significato dei Voti e la loro importanza ed ha invitato le consorelle a mantenere viva la loro fede, ad accrescere gli impegni per testimoniare la loro vocazione, a infondere speranza e consolazione, a servire i fratelli, a farsi vicino ai bisognosi, a seminare pace e solidarietà. La Messa ha visto anche l’intervento dei Re Magi che, avvolti nei costumi del tempo, hanno portato i loro doni presso l’altare dove era stato allestito il Presepe. Ad essi il celebrante ha rivolto parole Si rinnovano i Voti sotto lo sguardo di Maria Immacolata.


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA

I Magi.

Il bacio del Bambinello.

di ammirazione per l’impegno e la disponibilità che hanno permesso la realizzazione dell’evento. Al termine della celebrazione, il bacio al Bambinello ha suscitato una generale commozione che traspariva soprattutto dal volto delle nonne. Infine, i Magi hanno visitato i vari piani della struttura per portare un po’ di serenità anche alle ospiti impossibilitate a partecipare al rito religioso. La sorpresa è stata accolta con gioia e alcune hanno posato al loro fianco per una foto, in ricordo dell’Epifania. Tutto ciò ha reso la giornata dei nostri cari diversa dal solito, poiché anche i piccoli eventi possono contribuire a rendere più viva e gioiosa la vita di chi non è più giovane, ma ha, comunque, bisogno di amore e di affetto. n I Magi in visita ai diversi reparti per allietare le signore ospiti.

FESTEGGIAMO IL SANTO NATALE

Festeggiamolo in casa il santo Natale, pregando in canti, adorando Gesù Bambino e confortando i poveri, delizia del Cuore divino. Ricoveriamoci dentro il Cuore santissimo di Gesù infante. Uniamo le nostre voci di lode agli inni angelici e poi rallegriamoci lietamente nel Signore. Nel Natale visitate i fanciulli poveri, gli orfani, gli anziani, gli ammalati e a tutti portate il saluto della pace, il balsamo del conforto e il regalo di un dono più lieto. San Luigi Guanella

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA CORDIGNANO • Casa S. Pio X

A scuola di comunità

l «Filò della memoria» di domenica 22 ottobre è stata un’esperienza intensa e di grande umanità. Questa rappresentazione teatrale è stata dedicata a don Guanella, l’ideatore della Casa di riposo San Pio X di Cordignano. Ciò che è emerso in modo prorompente e prezioso è stato il valore della

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comunità operante nella struttura. Una comunità coinvolta in ogni settore dalla parte visibile a quella invisibile. Si sono percepiti chiaramente che tutti gli operatori erano presenti sul palco con gli ospiti, più di un’equipe, di uno staff, di un gruppo, di una famiglia! È stato un coro, un’orchestra di intenti, di col-

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laborazione, di progettualità, di fraternità e di affettuosità. In una parola si sono sentiti, con tutta la vibrazione del cuore, la carità, la misericordia e l’amore. Se la fraternità è il mescolamento di fiducia e affetto, se la misericordia è lo sguardo e la parola buona e sincera di ascolto e comprensione... al di là dei se, ciò che è trapelato è stata la generosità verso l’altro, in sintesi la relazione gratuita come sentiero dell’anima. Questo laboratorio umano (la comunità) si è messo in gioco verso i nostri anziani con tutte le potenzialità per questa stagione della vita delicata, fragile, complessa e spirituale che è nostro specchio e che riguarda ognuno di noi. Ci ha preso il cuore, fino all’umida commozione, l’accompagnamento sul palco degli ospiti nelle carrozzine, nelle difficoltà di cammino, nella recita, nella recitazione delle poesie, nei racconti filò di un tempo, nelle scenette attraverso i piccoli ge-

sti che cambiano la realtà della vita: gli sguardi, le carezze, il sottile sostegno di un abbraccio, gli assensi e le conferme. C’era una forte guida in tutto lo spettacolo, forse lo spirito di don Guanella? Le foto dei volti dei nostri familiari, fatte scorrere nella parte finale dello spettacolo, erano da brivido, in quanto non erano ritratti solitari. Insieme ai nostri cari erano ripresi gli operatori con la loro presenza semplice di sguardo, di abbraccio, di bacio, di carezza, di luce... Questo è l’esempio che lo stare insieme, in compagnia, l’essere accompagnati con grazia in ogni quotidianità, per le nostre creature è il dono sacro, nascosto, umile di questa comunità. Semplicemente grazie ad ogni operatore, alle suore, ai volontari, a tutti coloro che, giorno dopo giorno, diventano registi con sacrificio e investimento in queste comunità. Semplicemente grazie anche al progettista di questo luogo: don Guanella. Noi familiari


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA TRECENTA • Casa Sant’Antonio

Un’annata all’insegna del buon cuore

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gni nuovo anno che sta per arrivare ci fa guardare a quello passato ed in Casa Sant’Antonio il 2017 è stata un’annata all’insegna del buon cuore, dell’unione e dello spirito caritatevole. Nell’arco di questi mesi diverse sono state le donazioni ricevute con l’unico obiettivo di darci la possibilità di crescere e migliorare nei servizi offerti ai nostri cari ospiti. L’anno si è iniziato con l’arrivo da parte dell’«Associazione di promozione sociale per Tre-

centa» di un macchinario per la pressoterapia, utile alla prevenzione, riabilitazione e cura di patologie circolatorie, problemi linfatici e accumulo di liquidi da stasi. Il mese successivo ha visto l’arrivo di un defibrillatore semiautomatico da parte di Emma Maragno, Teresa Bianchi e Gemma Formigaro. Emma, Teresa e Gemma negli ultimi anni, oltre ad essere presenze importanti ed affidabili cooperatori e volontari in Struttura, hanno coltivato con passione e grande abi-

lità la creazione di manufatti utili e decorativi, portando così la loro arte a disposizione dell’opera guanelliana. Da questo connubio è nato un mercatino, il cui ricavato ha visto nel 2017 l’arrivo in Struttura di questo apparecchio utile a garantire un tempestivo intervento salvavita. Ma le sorprese non sono finite e, appena passata questa calda estate, Gemma e Teresa hanno deciso di donare alla Casa un nuovo stendardo, simbolo trecentano portato a mano nella processione dell’11 febbraio in onore di Nostra Signora di Lourdes. Nel tempo, purtroppo, gli storici vessilli della Casa si sono lacerati, richiedendo perciò un grande lavoro di restauro, difficilmente affrontabile in tempi brevi e con un costo importante. Ma grazie alla generosità, passione e bravura delle nostre collaboratrici Teresa e Gemma, un nuovo bellissimo stendardo è stato presentato alla S. Messa celebrata nella memoria liturgica di san Luigi Guanella del 24 ottobre. Questa creazione arriva da una donazione di gran cuore e di grande impegno di queste signore, che hanno decorato il bellissimo manufatto e si sono prodiLe signore Gemma e Teresa presentano lo splendido stendardo da loro ricamato e offerto alla Casa Sant’Antonio. Grazie.

Trecenta (Rovigo). Casa Sant’Antonio sotto la neve.

gate alla completa riuscita in tempi brevissimi per dare un regalo al Santo. Qualche giorno dopo in Casa di Riposo è arrivata una nuova donazione; la signora Bianca Boldrin in Romani ha devoluto una parte di soldi ricavati dalla vendita di torte, durante «Le tre notti» di Trecenta il 25-26-27 agosto, per l’acquisto di un impianto acustico portatile di ultima generazione. Questo strumento, utilizzabile nei diversi contesti che caratterizzano la Struttura internamente ed esternamente, arriva per dare voce e suono alla consolidata attività di coro strumentale degli ospiti «Non ho l’età», che settimanalmente si esercita grazie alla Maestra Anna Maiolli e si esibisce poi in occasioni di feste o eventi che ricorrono all’interno della Casa. Suor Santina Secchiero, in qualità di superiora, ringrazia vivamente tutti i donatori, collaboratori e amici che in questo anno e negli anni passati hanno creduto nella nostra Struttura, una realtà consolidata da più di 100 anni in questo territorio. Grazie. La comunità

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA FASANO (Brindisi) • Casa Sacro Cuore

80 anni di presenza guanelliana n articolo inviatoci da una Guanelliana Cooperatrice. Riguarda, è vero, una fondazione dei Servi della Carità, ma questo primo seme guanelliano gettato dallo Spirito Santo in terra pugliese è stato fecondo per la nascita di altre Opere e soprattutto per la fioritura di molte vocazioni sacerdotali e religiose tra i Servi della Carità e le Figlie di S. Maria della Provvidenza. È doveroso e gioioso quindi il nostro ricordo e il nostro grazie per questa prima fondazione guanelliana in Puglia.

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Sono trascorsi 80 da quando don Sante Perna, sacerdote fasanese, parroco della chiesa di Sant’Antonio Abate, con tenacia e molto amore, istituì la Casa Orfani Sacro Cuore, adagiata ai piedi della collina, in Via Matarano 1, in una posizione incantevole tra il verde, gli alberi d’ulivo secolari e, di fronte, un panorama mozzafiato offerto dall’azzurro del mare. Con molto sacrificio e con l’aiuto della comunità fasanese, il «Sacro Cuore» fu eretto e il 7 giugno del 1934 furono accolti quattordici orfani. Il 25 maggio del 1937 il «Sacro Cuore» fu donato alla Congregazione religiosa dei Servi della Carità e così giunsero a Fasano i primi guanelliani. Dal 13 luglio 1937 ad oggi l’impegno assunto dai guanelliani è stato quello di continuare a perseguire i nobili scopi di don Sante

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La Casa «Sacro Cuore» di Fasano.

Perna ma, anche, di guardare oltre. Il 24 ottobre, a Fasano, alle ore 19, presso la chiesa S. Maria de la Salette, si è tenuta una celebrazione eucaristica per celebrare l’anniversario, ringraziare il Signore per gli 80 anni di presenza guanelliana e per ricordare don Sante. La celebrazione eucaristica è stata presieduta dal vescovo della diocesi di Conversano-Monopoli, mons. Giuseppe Favale, dal superiore generale dell’Opera Don Guanella, padre Alfonso Crippa, da parroci e religiosi. La chiesa era gremita per la presenza di tanti fedeli, autorità, cooperatori, educatori e i ragazzi del «Sacro Cuore», i veri protagonisti. Durante l’omelia, il Vescovo ha puntualizzato che, anche se nella società attuale prevale il consumismo, l’egocentrismo, l’attaccamento spasmodico ai beni futili e materiali, Dio è presente nella nostra vita. Ce lo confermano san Luigi Guanella e don San-

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te, per l’amore grande verso Dio e verso i fratelli bisognosi che ha animato la loro vita. I guanelliani oggi, con la loro presenza e la loro missione in favore di ragazzi in difficoltà, fanno rivivere giorno dopo giorno il carisma di san Luigi Guanella, che non si è mai fermato: «Fermarsi non si può finché ci sono poveri da soccorrere». Anche don Sante, nella sua semplicità, era inebriato di carità, sin da quando volle accogliere i ragazzi provenienti da situazioni difficili e farli sentire in famiglia. Questo è il grande dono che ci hanno tramandato questi due piccoli» grandi uomini»: dare una famiglia e tanto amore ai ragazzi soli e abbandonati. «La carità non fa rumore», questo lo hanno dimostrato i guanelliani presenti sul territorio, aiutando i ragazzi a crescere nell’amore e a guardare al loro futuro con fiducia e speranza, sicuri che Dio Padre Misericordioso non li abbandonerà. Alla conclusione della celebrazione eucaristica,

padre Alfonso Crippa ha ringraziato tutti, ma soprattutto ha elevato un grazie alla «Divina Provvidenza» per il grande dono concesso alla città di Fasano e ha incitato a riflettere sulla Carità, oggi che i tempi sono cambiati. «La carità, diceva san Luigi Guanella, è come un raggio di sole: anche se penetra nel fango è sempre bello». Tutti dovremmo immergerci in quel raggio e godere pienamente di quella luminosità. Il Signore, per intercessione di san Luigi Guanella e del benefattore don Sante Perna, aiuti ancora i guanelliani a diffondere il messaggio dell’amore con la loro presenza ed operosità nei confronti di quanti si trovano nella necessità. Auguri per questi «80» anni, da tutti e in particolare dai Guanelliani Cooperatori. Alla gioia della condivisione eucaristica è seguita quella dell’agape fraterna e del taglio della torta. Grazia Gigante Guanelliana Cooperatrice


PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP

Semi di generosità per far rifiorire la vita

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA CASE GUANELLIANE

I consigli della nonna Rimedi popolari, ricette, salute, bellezza, curiosità, ecc.

Pasti sani e veloci anche lontano da casa Sono oltre 12 milioni i miei «nipotini» italiani che devono trascorrere la loro pausa pranzo fuori casa. Cosa mangiare? Spesso, per fare in fretta, si è indotti a consumare panini, pizze o piadine, con il rischio di mangiare male e poco e poi, magari, abbuffarsi la sera. Invece ci si deve staccare dalla scrivania, lasciare il lavoro e, dopo mangiato, fare quattro passi per favorire la digestione. Preferire un monopiatto con un contenuto equilibrato di proteine, grassi e carboidrati: ad esempio riso (meglio se integrale e germogliato), pesce e verdure, oppure pasta e legumi. Il sandwich è una scelta comoda e pratica, ma evitare di farcirlo con sa-

lumi o salse troppo grasse e attenzione anche al pane: preferire quello fatto con farina integrale, meglio se con l’aggiunta del riso integrale germogliato e del lievito madre. Consumare un frutto a metà mattina e pomeriggio: sarebbe meglio consumare più frutta e verdura fresca.

Contro le malattie senili Alzheimer e Parkinson – tipiche malattie dell’età senile – fanno paura, ma tenerle lontane o rallentarne lo sviluppo non è impossibile. È estremamente importante mantenere attivo il cervello seguendo una dieta mediterranea che metta al bando i cibi grassi e facendo attività fisica regolarmente; stimolando l’attività cere-

LA FOTO CURIOSA DAL CILE

brale con giochi di enigmistica, scacchi, carte, lettura, studio...; favorendo i rapporti sociali senza isolarsi. Sono scelte comportamentali semplici e alla portata di tutti, che possono ridurre la probabilità di ammalarsi o ritardare l’evoluzione della malattia. v v v

Ingredienti per 6 persone 2 kg di capretto • 3 grosse cipolle • olio extravergine di oliva q.b. • alcune foglie di alloro • rosmarino • sale, pepe • 1 bicchiere di vino bianco • 1.500 g di patate

In un tegame capiente fate rosolare appena, in abbondante olio, la cipolla tagliata finemente. Mettete quindi il capretto, precedentemente tagliato a tocchetti, lavato La Voce • n. 6 - novembre-dicembre 2017

Pan brioche

Capretto natalizio

Preparazione

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e asciugato, gli odori e fatelo rosolare, coperchiate e portatelo quasi a cottura. In una padella rosolate le patate precedentemente sbucciate e tagliate a tocchetti. Unitele al capretto, versate il vino e ultimate la cottura aggiustando di sale e pepe.

Il pan brioche è un dolce lievitato e cotto al forno d’origine francese e amatissimo in tutta Europa. Può essere consumato al naturale o con farcitura di nutella, marmellata o crema, e con una spolverata di zucchero a velo o di granella.. Ingredienti per 4 persone 20 g di lievito di birra • 25 cl di acqua • 400 g di farina • 3 uova • 2 ½ cucchiai di zucchero • 125 g


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA

ROMA • Casa S. Pio X Due bellissime foto: un verde melograno dai bei vermigli... frutti, pronti per esser colti e consumati. Ed è quello che hanno fatto suor Fausta e suor Anna Maria (nella foto in riquadro) le quali, dopo aver colto le melograne, si sono accinte a sgranarle per ottenerne poi un‘ottima bevanda e servirla a tavola a noi consorelle. Un succo di un bel colore e sapore, ricco di valori nutrizionali e di virtù mediche, nonché gustosissimo al palato. Grazie, sorelle, di questo atto gentile, ci è caro ricordarvi che «lo avete fatto a Gesù».

di burro morbido • sale • granella di zucchero. Preparazione Sciogliete il lievito nell’acqua tiepida. In una ciotola versate e mescolate la farina, 2 uova, 2 cucchiai di zucchero, il burro ammorbidito e un pizzico di sale. Trasferite l’impasto, che risulterà appiccicoso, in una teglia foderata con carta da forno e modellatelo con le mani per dargli la forma di un rettangolo. Lasciatelo lievitare per due ore circa, coperto con un canovaccio. Trascorso il tempo necessario, accendete il forno a 170°C. Sbattete un uovo con ½ cucchiaio di zucchero e poi, con un pennello, distribuitelo sulla parte superiore del pan brioche aggiungendo anche della granella di zucchero. Mettete in forno per circa 30 minuti. Prima di mangiare, lasciate intiepidire. n La Voce • n. 6 - novembre-dicembre 2017

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NELLA CASA DEL PADRE Un messaggio per noi ghgh

Suor LINA DEL MOLINO ghgh

È nata a Postalesio (Sondrio) l’11 novembre 1929. Si è consacrata al Signore il 21 giugno 1951 tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza. Ha svolto la sua attività nelle Case di S. Maria di Como-Lora, S. Chiara di Albese, ancora S. Maria di Como-Lora, Milano, Genova, Livraga, ancora Milano Casa Don Luigi Guanella. È deceduta il 15 settembre 2017 in Casa Don Luigi Guanella di Milano. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Postalesio (Sondrio).

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La nostra cara suor Lina ha compiuto la missione datale dalla Provvidenza quando fu chiamata alla vita nel 1929. Ha terminato l’esodo terreno, approdando alla terra della promessa, alla terra di Canaan, ove scorrono latte e miele: è questa la terra che Dio, Unico e Sommo Bene, coltiva perché i semi, le anime, cioè le persone giuste e timorate di Dio, vengano trapiantati nelle zolle della vita, quella in pienezza: sono zolle della gloria, riflesso della Risurrezione di Cristo; le zolle della gioia da tutti ardentemente bramata. Suor Lina ebbe i natali a Postalesio in provincia di Sondrio. A diciannove anni è postulante nella Congregazione delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza; l’anno seguente è novizia, due anni più tardi, il 21 giugno 1951, emette la prima Professione religiosa e il 21 giugno 1956 i Voti in perpetuo. Dal 1951 al 1953 è educatrice nella casa Madre a S. Maria Lora in Como, poi si ammala e per sei anni vive questo suo stato di ammalata in offerta a Dio e in abbandono al suo volere. Dal 1959 al 1969 si occupa della portineria della Casa di Lora, in questi dieci anni è assistente delle ragazze. Dal 1981 al 1990 è segre-

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taria della Casa di Genova e successivamente, dal 1990 al 1997, svolge la stessa mansione nella Casa di Livraga. Dal 1997 a oggi, cioè per vent’anni, è stata attiva in questa casa di Milano. Suor Lina ha posto fine alla sosta del Getsemani. Ha terminato la flagellazione della malattia, ha raggiunto il Golgota con la sua croce e come nostro Signore, quando tutto fu compiuto, ha piegato il capo rendendo a Dio il suo spirito. Quel seme durante le tappe della sua storia umana cristiana e religiosa fecondo del bene compiuto nei contesti diversi dell’Opera, quel seme si è tramutato in fiore d’incomparabile bellezza e profumo. È inimmaginabile ciò che Dio prepara per i suoi eletti, per chi si è speso per Lui e per il Regno, umilmente, fedelmente, silenziosamente... La cara consorella fu memoria dell’unico amore (verginità); in nostro Signore trovò l’esclusiva ricchezza (povertà) e nella divina volontà il cibo di cui si nutrì (obbedienza). Come il profeta Elia fuggiasco, questa consacrata vide ogni giorno accanto a sé un orcio d’acqua e un pane cotto su pietre roventi: l’Eucaristia e la preghiera; grazie a questo cibo camminò sulle vie del Bene, fino al monte di Dio, oggi raggiunto: il monte della felicità. Il nostro Fondatore ci insegna: «Al Paradiso, al Paradiso! La tribolazione e il dolore non si faranno

sentire mai più. È un vivere da pellegrino quaggiù... Alla Patria, alla Patria! E tendere con tutte le forze al paradiso. Sperate nel Signore! In alto, in alto i cuori! Che sarà vedere Dio? La via del Paradiso è via di pieno giubilo spirituale». Affidiamoci alla preghiera di suor Lina che ci guarda e ci incoraggia, che ci sorride e ci saluta... in attesa d’incontrarci e di rivederci. Sul suo capo ora ella porta una corona: quella che Dio ha preparato e prepara per le sue spose amorose e fedeli. Poniamo la sua anima nelle mani della Madonna: suor Lina ha lasciato questo mondo nel giorno della memoria della santa Vergine Addolorata, lo scorso 15 settembre. Maria Santissima accolga questa sua figlia e la presenti al trono dell’Altissimo, perché sia aggregata ai Santi, alle tante consorelle e ai suoi cari. E diciamole: «Suor Lina, ricordati di noi, della tua comunità, dei tuoi familiari, delle ospiti e di chi opera in questa Casa. Grazie di tutto e arrivederci. Un giorno ci ritroveremo nella luce e nella gioia del Regno. Don Giovanni Ceriotti sdc Dall’Omelia al funerale di suor Lina Del Molino, 18 settembre 2017, chiesa S. Ambrogio ad Nemus, Milano

v v v


Cara suor Lina, noi tutte consorelle che abbiamo avuto il dono e il privilegio di conoscerti, possiamo testimoniare che anche in questi ultimi anni della tua vita, in cui la malattia ti costringeva prevalentemente a trascorrere le tue giornate tra tante sofferenze a letto, non hai mai perso la tua pace e la tua serenità, il tuo interesse e partecipazione a tutto quello che si svolgeva in casa, in comunità e in Congregazione. Dialogavi e ascoltavi sempre volentieri, felice delle nostre visite. Grazie della tua testimonianza di religiosa guanelliana autentica. Sentiamo la tua mancanza, ma siamo certe che dal cielo ci aiuti e ci proteggi. Grazie! La comunità di Milano v v v «Eccomi, Signore, sono pronta». Carissima zia, è stato il tuo modo di vivere da quando sei entrata in Casa Madre a LoraComo, fino ai tuoi ultimi giorni. Per noi eri la zia Lina speciale. Sei vissuta abbastanza per festeggiare i 50 anni di consacrazione, festeggiamenti semplici come eri tu. Ora sei col tuo Sposo e con tutti i nostri cari. Oggi il tuo paesello Postalesio ti dà l’ultimo saluto e ti dice ciao, suor Lina. Cara zia, proteggici da lassù come facevi quaggiù. Grazie per tutto il bene che ci hai voluto. Un ultimo bacio da tutti i tuoi nipoti e pronipoti, che amavi tanto. n

Suor ANNA MARIA FINOTTI ghgh

È nata ad Adria (Rovigo) l’1 aprile 1929. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 5 gennaio 1957. Ha svolto la sua attività nelle Scuole dell’Infanzia di Caslino al Piano, Pianello del Lario, Como-Lora, Villanova del Ghebbo, Bruzzano, Capiago, un breve periodo presso il Seminario di Como, poi Berra Ferrarese, Rottanova. Dal 2006 si trovava ad Albese «S. Chiara». È deceduta il 17 settembre 2017 in Casa S. Chiara di Albese (Como). In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Albese (Como).

Un messaggio per noi ghgh Suor Anna Finotti è entrata in Casa Santa Chiara di Albese (Como) il 4 settembre 2006, proveniente dalla Scuola Materna di Rottanova (Venezia). Come abbiamo visto dai dati sopra riportati, la sua missione guanelliana l’ha svolta prevalentemente nelle Scuole dell’Infanzia della Congregazione, dove si dedicava con amore ai bambini, anche organizzando per loro gioiose gite in pullman a fine anno scolastico. Era impegnata anche presso le parrocchie e gli oratori dove erano site le Scuole e qui esercitava la sua missione di catechista nella preparazione dei bambini ai sacramenti della Confessione, della Comunione e della Cresima. Nel tempo libero si dedicava con amore compassionevole agli ammalati e alle persone sole; organizzava con entusiasmo le feste di Natale, Pasqua, la festa delle mamme e dei papà, nonché i carri di carnevale. Si è dedicata anche alle scuole di cucito, di ricamo e altro per le giovani.

La ricordano con affetto suor Milena Padovan, con la quale in adolescenza ha condiviso l’esperienza in Azione Cattolica, e suor Santa Agostinelli, che di lei ricorda la semplicità, l’accoglienza e l’essere premurosa verso i bambini, che spesso la attorniavano in cerca di un suo sguardo materno, sempre ricompensato. Suora di preghiera, non ha perso la mitezza nemmeno durante la dura malattia che l’ha colpita, ma che anzi ha affrontato con serenità, accudita con amore dalle consorelle. Le consorelle di S. Chiara

«Quelli che ci hanno lasciato non sono assenti, sono invisibili, tengono i loro occhi pieni di gloria fissi nei nostri pieni di lacrime». Sant’Agostino

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Suor MARIA MANTOVAN ghgh

È nata a Contarina (Rovigo) il 19 maggio 1926. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 21 giugno 1948. Ha svolto la sua attività nelle Case di Berbenno, Saronno, Como-Lora, Canonica di Cuveglio, Contarina, Menaggio, Lipomo, Albese, Como-Lora. Dal 2008 era in cura presso Casa S. Chiara di Albese. È deceduta presso l’ospedale di Valduce di Como il 28 settembre 2017. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Albese (Como)

Un messaggio per noi ghgh «Mia forza e mio canto è il Signore, Egli mi ha salvato. È il mio Dio e Lo voglio lodare, è il Dio di mio padre e lo voglio esaltare!» Suor Maria Mantovan viene ricordata dalle Consorelle di Casa Santa Chiara come una persona dolce, ma concreta, concentrata ed impegnata nel proprio lavoro. Ha vissuto una vita da vera consacrata, devota alla preghiera e al servizio. La sua vocazione l’ha portata a chinarsi con dolcezza verso il prossimo, soddisfacendo bisogni e desideri. Religiosa sensibile col cuore colmo di Dio: esprimeva la sua gioia e la sua purezza con il canto. Anche negli ultimi tempi di infermità la sua voce allietava le Consorelle. Resta per noi un modello e il ricordo di una consorella amabile e cara al Signore. Le consorelle di S. Chiara

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Alla nostra cara zia suor Maria Chiunque dona se stesso a Gesù, sarà felice dopo la morte. La nostra zia ha donato tutta la sua vita a Gesù, cercandolo e amandolo nelle persone sofferenti; si è donata agli altri senza riserbo, con affetto e con generosità, non lasciando mancare a nessuno il suo aiuto e tendendo a tutti la sua mano. Ora è là dove ha desiderato essere, nella Casa del Padre, nel posto che Egli le ha preparato, ma resterà sempre nelle nostre preghiere e nel nostro cuore. Nipoti Clerici, Mantovan e Freguglia

Si sono offerte sante Messe per i defunti ricordati nella nostra rivista. Il Signore li accolga nella sua gloria.

Suor BAMBINA VITTORI ghgh

È nata a Olgiate Comasco (Como) il 10 luglio 1914. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 5 gennaio 1937. Ha svolto la sua attività nelle Case di Roma «S. Pio X» e «S. Rosa», Santuario Maria SS.ma della Civita di Itri (Latina), Barzio, Como-Lora, Livraga, Belgioioso. Dal 2009 in Casa S. Chiara di Albese. È deceduta l’11 ottobre 2017 ad Albese «S. Chiara» (Como). In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Albese (Como).


Un messaggio per noi ghgh Suor Maria Bambina dopo la Prima Professione del 5 gennaio 1937, fatta a Lora, è stata inviata dall’obbedienza subito a Roma, dove ha prestato il suo servizio nella cucina della Casa S. Pio X dal 1937 al 1956. Poi è stata trasferita a Casa Santa Rosa dove è rimasta sino al 1963; per tre anni fu quindi presso il Santuario della «Madonna della Civita». Trasferita a Barzio, in provincia di Lecco, nel 1966, continuò a lavorare come cuoca sino al 1980, quando seri problemi di salute la costrinsero a lasciare la cucina dopo oltre quarant’anni di servizio. Sino al 1985 rimase a S. Maria di Lora e poi per dieci anni a Livraga, impegnandosi per la prima volta nell’assistenza alle anziane. Dal 1995 è stata la responsabile della portineria nella Casa S. Giuseppe di Belgioioso dove, con tutta la ricchezza dei suoi 90 anni, ha continuato ad offrire il meglio di sé a Dio e ai fratelli. Qui, in Casa S. Giuseppe, poiché conservava bellissimi ricordi del suo tempo vissuto a Roma, anche in periodo bellico, l’abbiamo intervistata e lei ha raccontato le sue memorie romane, custodite nell’archivio della Casa generalizia FSMP. Tralasciamo di riportarle ora perché già pubblicate su La Voce anni or sono. Nel 2009, mancavano 5 anni al compimento di 100 anni di vita, è stata

trasferita a Villa S. Chiara di Albese, ma sempre lucida e serena, dedicandosi finalmente solo alla preghiera e all’amore fraterno. Alla sua morte, la segretaria generale suor Mariliana Amici così ne dava notizia: «Questa notte, ricca di anni, ma soprattutto di preghiere, opere buone e sacrifici, la consorella suor Bambina Vittori ha lasciato questo mondo per entrare nella patria del Cielo, dove la sua ricerca del volto di Dio è finalmente stata appagata. Mi piace pensare che non abbia neppure dovuto bussare per vedersi aprire le porte del Paradiso: il Padre l’aspettava a braccia aperte. È doveroso pregare per lei, ma stiamo certe che lei si ricorderà di noi». v v v Cara suor Bambina, ti penso in cielo, accanto al tuo amato san Giuseppe, immersa nel silenzio dell’adorazione, ma nello stesso tempo vigile e attenta a scorgere i bisogni dei tuoi cari, rimasti quaggiù, per provvedere nella misura che ti è possibile. Così ti ho conosciuta e per questo affido alle tue preghiere la Congregazione e il mio cammino. A Belgioioso eri la custode sicura della portineria; la prima ad alzarti nonostante l’età e gli acciacchi, per immergerti nella preghiera. La tua umanità e saggezza conquistavano tutti quelli che entravano. Eri lo «specchio», come voleva don Guanella, semplice e trasparente della nostra Casa.

Sapevi infondere un senso di pace e di sicurezza, anche quando la memoria ti faceva qualche scherzo e dovevamo correre per rimediare. Ti ricordi quanti bei momenti ci hai fatto passare raccontando gli anni del tuo servizio a Roma? C’era da ridere, ma anche da ammirare la carità e la fede con cui hai saputo affrontare tante situazioni di fatica e di sacrificio. Il tuo sorriso non aveva mai ombre di falsità e sapevi riconoscere ogni più piccolo dono, con tanta gratitudine. Quante volte ti ho sentito raccontare avvenimenti anche difficili e tristi, senza mai accusare, sorvolando sui torti che avevi subito, ma ringraziando apertamente chi ti aveva aiutato. Tutti abbiamo limiti e difetti, ma in te io ho conosciuto una grande donna, una vera religiosa e una guanelliana autentica. Aiutami a saperti imitare almeno un po’. Grazie, suor Bambina. Grazie, Signore, di avercela donata. Suor Maria Antonietta Ripamonti

vanderia e mi chiedeva di farle fare qualche lavoro; non era capace di stare ferma, doveva sempre sentirsi utile facendo qualcosa, altrimenti diceva che non si guadagnava la pagnotta. Aveva sempre tra le mani la corona e ogni giorno dicevamo il Rosario insieme. Finché ha potuto, camminando anche a fatica, con il suo girello arrivava fino alla statua di san Giuseppe per pregarlo; non si stancava mai. È stata un esempio per tutte noi: pur avendo più di cento anni, aveva una grande forza e una gran voglia di vivere. Ricordo che alcune volte arrivava in lavanderia con le scarpe slacciate e, mi sembra ancora di sentire la sua voce, mi diceva in dialetto lombardo: Lazum i scarp, per piasé. Mi mancherà e mi mancherà di non poterle più allacciare le scarpe. Ma ora di sicuro ci saranno i suoi angeli che lo faranno al mio posto e sono certa che sarà lì, seduta in Paradiso, a pregare per tutti noi. Elisabetta Meroni

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Il mio ricordo di suor Bambina Sabato 14 ottobre nella Casa S. Chiara di Albese si sono succeduti due funerali: il primo per suor Bambina Vittori di 103 anni e il secondo per suor Giuseppina Roma. Suor Bambina, una suora molto dolce, piena di fede: lei pregava, pregava sempre. Veniva in la-

Mentre La Voce era avanti nella lavorazione, sono decedute altre due consorelle: suor Vittoria Marangi e suor Letizia Farina. Di loro faremo memoria al prossimo numero della rivista.

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Suor GIUSEPPINA ROMA ghgh

È nata ad Ariano Polesine (Rovigo) il 10 luglio 1948. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 15 agosto 1974. Ha svolto la sua attività nelle Case di Como-Lora, Saronno, Roma S. Pio X, Ardenno, Musso, ancora Como-Lora. Dal 1987 in Casa S. Chiara per cure specialistiche. È deceduta il 12 ottobre 2017 presso l’ospedale S. Anna di Como. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero della Congregazione di Albese (Como).

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Un messaggio per noi ghgh Vorrei scrivere due righe per suor Giuseppina Roma, la cui vita è stata segnata dalla croce di una salute tanto fragile che, dopo non molti anni di vita religiosa, l’ha costretta a dimorare nella bellissima Villa S. Chiara con le tante altre sorelle ammalate, ivi residenti. Mi è difficile accettare quello che le è successo; la perdita della nostra suor Giuseppina, la nostra suora della portineria di Villa S. Chiara, è un dispiacere grandissimo, nella Casa lascia un grande vuoto. Non potrò mai dimenticare i momenti trascorsi con lei, talvolta difficili a causa del suo carattere, ma era dolcissima e bisognosa di affetto e credo, dal profondo del mio cuore, di non averglielo lasciato mancare. Quando facevo la pausa, arrivava a raccontarmi i suoi problemi, io le davo consigli e anche rimproveri se era il caso e lei ritornava a sedersi alla scrivania in attesa che squillasse il telefono. Arrivava poi di nuovo e mi chiedeva se ero inquieta con lei. alla mia risposta: assolutamente no, le offrivo un caffeciok, di cui era

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molto ghiotta. Si consumava così qualcosa insieme, poi, prima che io rientrassi in servizio, mi guardava e mi diceva: mi dai un bacio? Come potevo dirle di no? Era il nostro modo per dirci l’affetto amicale che ci legava. Ricordo che a volte mi chiedeva: se muoio, vieni al mio funerale? Io scherzando le rispondevo di non morire mentre io ero sul posto di lavoro; forse mi voleva vicino a lei per davvero? Al suo funerale, sabato pomeriggio, non potevo mancare. È stata una suora che ha dato tanto per la Casa S. Chiara: sapeva accogliere tutti con un sorriso e tanta generosità e anche con battute spiritose Suor Giuseppina, mi mancherai, mi mancherà tutto di te, ma il tuo Sposo ti ha voluta con Lui e noi non possiamo scegliere o decidere. Ora sei lassù, continua ad essere la portinaia del Paradiso e a rispondere al telefono delle nostre chiamate quando ci rivolgeremo a te per chiedere il tuo aiuto. Resterai sempre nei cuori di coloro che ti hanno conosciuta e hanno apprezzato il tuo portare la croce con fede, sicura della gioia eterna che Gesù ti avrebbe preparato. Elisabetta Meroni

Ricordiamo alle vostre preghiere i familiari delle nostre Consorelle: ◆

Sig.ra Aminta Negrini, sorella di suor Adriana Negrini (defunta) e zia di suor Silvana Negrini e di suor Maria Bricalli. Sig.ra Mina, sorella di suor Anna Basile. Sig.ra Eugenia Nuñez, mamma di suor Felicia Aguero. Sig.ra Giuseppina, mamma di suor Manuela Colombini. Sig.ra Vincenzina, sorella di suor Esterina Posteraro. Sig.ra Lilly Mary, zia di suor Arokia Samy Leema Antony Mary. Sig.ra Maria, sorella di suor Dorina Vitali. Sig.ra Concepcion, mamma di suor Silvia Ponce.

Alle nostre Consorelle e a tutti i familiari dei cari defunti giunga la voce del nostro affetto e la solidarietà della nostra preghiera.


La Congregazione delle Figlie di S. Maria della Divina Provvidenza, Opera femminile Don Guanella, si può aiutare in tanti modi: con la preghiera con le offerte col far conoscere l’Istituzione a persone buone e benefiche le quali possano cooperare al bene che compie.

Come si può aiutare l’Opera Femminile Don Guanella L’Istituto è ENTE GIURIDICO (R.D. 29 Luglio 1937, n. 1663, registrato alla Corte dei Conti il 21-9-1937 al Registro n. 389, foglio 88);

può quindi ricevere: DONAZIONI E LASCITI TESTAMENTARI Per evitare possibili contestazioni si consiglia:

le DONAZIONI • Per di denaro o di beni mobili e immobili: rivolgersi direttamente alla Curia Generalizia della CONGREGAZIONE DELLE FIGLIE DI S. MARIA DELLA DIVINA PROVVIDENZA Piazza S. Pancrazio, 9 - 00152 ROMA Tel. 06.5882082 - Fax 06.5816392

i TESTAMENTI: • Per se trattasi di LEGATI si può usare la seguente formula:

«Lascio alla Congregazione delle Figlie di S. Maria della Divina Provvidenza - Opere Femminili Don Luigi Guanella a titolo di LEGATO, la somma di € ........................................ o l’immobile oppure gli immobili ............................................ siti in Via ......................................................................................................... ».

Se si vuole nominare la Congregazione • EREDE UNIVERSALE, scrivere: «Annullando ogni mia precedente disposizione, nomino mio erede universale la CONGREGAZIONE DELLE FIGLIE DI S. MARIA DELLA DIVINA PROVVIDENZA OPERE FEMMINILI DON LUIGI GUANELLA».

N.B. Si consiglia che il testamento venga depositato presso un notaio di loro fiducia.


KINSHASA (R.D. Congo) • 24.10.2017 I nostri affettuosi auguri alle ragazze della Casa Famiglia Provvidenza che hanno ricevuto il Battesimo – la più piccina – e la Prima Comunione. Gesù le protegga e benedica. Il nostro grazie vada alle consorelle che si prendono cura di loro, ai confratelli SdC e a quanti collaborano con noi per il sostegno in questa opera di bene. Esprimiamo un ringraziamento particolare alle famiglie adottanti e alle nostre Case di Maggia e di Tesserete.

La Voce - n. 6 2017  
La Voce - n. 6 2017  

delle Figlie di S. Maria della Provvidenza - Opera Femminile San Luigi Guanella

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