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Bollettino bimestrale - Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 no 46) art. 1, comma 2, DCB Roma

Anno LXI • Luglio-Ottobre • n. 4-5/2017

delle Figlie di S.Maria della Provvidenza Opera Femminile Don Guanella

All’interno

Don Guanella e l’Africa


Sommario Periodico bimestrale delle Figlie di S. Maria della Provvidenza Opera Femminile Don Guanella

Anno LXI - N. 4-5 Luglio-Ottobre 2017

La Redazione de La Voce

1 Presentazione del calendario 2018 allegato

CHIESA NOSTRA MADRE

In copertina: Berbenno (Sondrio), Casa S. Benigno.

Papa Francesco 2 Maria è la nostra salute Papa Francesco 4 Non amiamo a parole ma con i fatti Pont. Cons. Operatori Sanitari 7 Eutanasia Uff. Catech. Nazionale CEI 10 La Catechesi delle persone disabili Ada Negri 13 Atto d’amore. A Dio che sempre amai

FAMIGLIA GUANELLIANA

••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• CASA GENERALIZIA DELLA CONGREGAZIONE DELLE FIGLIE DI S. MARIA DELLA PROVVIDENZA Piazza S. Pancrazio, 9 - 00152 Roma Tel. 06.58.82.082 - Fax 06.58.16.392 - www.cgfsmp.org

A. Folonaro e S. Fasana Don Piero Pellegrini Elsa Soscia fsmp

14 Don Guanella e l’Africa 18 La famiglia Guanella 23 Seguendo la beata Chiara Bosatta. La beata Chiara Bosatta davanti al mistero della sofferenza

Direzione: Suor GIUSTINA VALICENTI Amministrazione: Suor CARLA FOLINI sr.carla@cgfsmp.org

FINESTRE SUL MONDO

Con approvazione ecclesiastica

A cura della Redazione Teresina Caffi Sav. di M. Francesco Sapio Pompeo Stillo A cura della Redazione

«LA VOCE» viene inviata ai componenti la Famiglia guanelliana, agli amici e ai sostenitori delle Opere di Don Guanella. Eventuali altre richieste vanno inoltrate alla Redazione.

VOCI DAL SILENZIO

Redazione: Suor MARIA TERESA NOCELLA Tel. 06.915.021.52/5 - 06.58.99.043 - centrostampa@cgfsmp.org

Ogni contributo sarà gradito e servirà a sostenere e migliorare questa nostra rivista.

Gilda Mori

Potrete inviarlo tramite il nostro ccp N. 54079009 intestando a: ISTITUTO FIGLIE S. MARIA DELLA DIVINA PROVVIDENZA Piazza S. Pancrazio, 9 - 00152 Roma

LETTI PER VOI

Direttore responsabile: MARIO CARRERA

VIVERE LA FESTA

Autorizzazioni: Tribunale di Como n. 82 del 26-3-1957 Tribunale di Roma n. 17573 del 24-2-1979

a cura di suor M.T. Nocella

Associato all’Unione Stampa Periodici Italiani

A cura della Redazione

25 27 31 34 39

Maria SS. Madre della Divina Provvidenza Le sorelle uccise a Kamenge Don Lidio Borgese La «figlia della madonna» si è fatta suora «Il mio nome è Charlotte. Ho la sindrome di Down»

41 Tota pulchra es

43 Todd Burpo. Il Paradiso per davvero

50 Gli Angeli nostri fratelli

TESTIMONIANZE Fr. François-Marie Léthel ocd 58 Carlotta, l’angelo del violino

••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• AVVISO AI LETTORI Nel rispetto di quanto stabilito dalla legge n. 196/2003, concernente la “privacy” dei dati personali dei lettori, garantiamo la riservatezza di tali dati, che fanno parte dell’archivio elettronico di questo periodico, gestito dalla Congregazione delle Figlie di S. Maria della Provvidenza, ente proprietario. • I vostri dati, pertanto, non saranno oggetto di comunicazione o diffusione a terzi. • In qualsiasi momento si desiderasse apportare modifiche o cancellazione, si potrà farlo scrivendo alla Redazione della rivista.

••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• Consulenza grafica: Giovanni Maccari Fotocomposizione, selezioni e stampa: 3F PHOTOPRESS SNC di Fantasticini S. & F.lli - Viale di Valle Aurelia, 105 - 00167 Roma

VOCE FAMIGLIA San Giovanni Paolo II Romano Guardini

61 La famiglia celebra l’Avvento del Signore 63 Gli angeli custodi dei bambini

PROPOSTE GIOVANI A cura della Redazione

Benedetto XVI Irma Fosso

65 Per i genitori e formatori. Attenzione al gioco internet «blue whale» (balena blu) 67 La pagina dei ragazzi. Papa Francesco e i ragazzi di milano 69 Per i più piccoli. La santità, un dono per tutti 70 Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia 73 «Il meglio dell’anima mia». M2G 2016-2017

VITA GUANELLIANA

Finito di stampare nel mese di settembre 2017

Loreto (Casa S. Maria della Provvidenza): 76 • Como Lora (Casa S. Maria della Provvidenza): 77 • Roma (Curia Generalizia FSMP): 78 • Roma (Curia Generalizia FSMP e Casa S. Pio X): 79 • Lipomo (Villa Fulvia): 80 • Roma (Casa S. Pio X): 81 • Roma (Casa S. Maria della Provvidenza): 83 • Trecenta (Casa Sant’Antonio): 85 • Progetti FSMP: 87 • Foto che raccontano...: 88 • I consigli della nonna: 90

ISTITUTO FIGLIE DI SANTA MARIA DELLA PROVVIDENZA

http://www.cgfsmp.org info@cgfsmp.org https://issuu.com/cgfsmp https://www.youtube.com/user/CGFSMP Figlie di S. Maria della Provvidenza https://twitter.com/cgfsmp

NELLA CASA DEL PADRE Suor Nicolina Cicoria: 92 • Suor Dina Della Ghelfa: 92 • Suor Livia Agnese Ottoboni: 93 • Suor Alfonsina Pieretto: 94 • Suor Graziella Viapiana: 95 • Suor Anna Mandarino: 96


AI LETTORI

Presentazione del calendario 2018 allegato

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uesto numero di luglio-ottobre 2017 de La Voce delle Figlie di S. Maria della Provvidenza viene accompagnato, come di consueto da alcuni anni, dal calendario, in questo caso del 2018, nel quale abbiamo voluto ricordare i 160 anni dell’apparizione della Beata Vergine Maria a Lourdes. Perché? forse vi chiederete. Nel 2008 non ricordammo l’evento mariano di Lourdes nel calendario e lo abbiamo fatto ora. Il nostro san Luigi Guanella amava molto l’Immacolata di Lourdes e ha scritto un libretto dedicato a lei «come suo grazie personale a tante premure della Madre celeste...»: Un saluto alla Immacolata di Lourdes, 1887. «Le vicende di Lourdes diventano per don Guanella il modello e il prototipo della sua vita di credente, come lo sono per ogni cristiano e per la Chiesa intera: con al centro la guida di Maria Immacolata, maestra di vita e guida a Cristo» (don Piero Pellegrini sdc). Sta di fatto che egli desiderava per ogni Casa guanelliana una grotta che ricordasse l’apparizione di Maria a Lourdes, anzi esprimeva il desiderio che si andasse spesso durante il giorno, spiritualmente, a Lourdes a venerare l’Immacolata. Per questo, ogni mese del calendario 2018, porta la fotografia della Grotta di Lourdes di una delle tante Case delle Figlie di S. Maria della Provvidenza sparse nel mondo. Non abbiamo certo

potuto metterle tutte, solo 12, e ci spiace per quelle Case che sono rimaste fuori. Le fotografie delle Grotte sono accompagnate, nella parte inferiore del calendario, da foto che riportano momenti di vita quotidiana delle Case guanelliane, santuari di carità, o di altre nostre attività apostoliche. L’Immacolata di Lourdes, che tanto predilige i malati con la sua acqua miracolosa, voglia benedire i sofferenti che abitano le Case guanelliane, e la sua benedizione e intercessione si estenda a tutte le famiglie dei lettori della nostra rivista: La Voce delle Figlie di S. Maria della Provvidenza. La Redazione de La Voce delle FSMP 1


Maria è la nostra salute

CHIESA NOSTRA MADRE

«Voglio che recitiate il Rosario tutti i giorni per ottenere la pace nel mondo e la fine della guerra»

E

È l’appello che la Madonna di Fatima ha rivolto ai tre veggenti. Suor Lucia ha poi scritto: «Questo invito non vuole riempire le anime di paura, ma è solo urgente richiamo, perché da quando la Vergine Santissima ha dato grande efficacia al Santo Rosario, non c’è problema né materiale né spirituale, nazionale o internazionale che non si possa risolvere col Santo Rosario e con i nostri sacrifici. Recitato con amore e devozione, consolerà Maria, tergendo tante lacrime dal suo Cuore Immacolato».

India. Nostra Signora della Salute di Vailankanni.

ra la sera del 4 maggio 2013 e Papa Francesco, dopo la recita del S. Rosario nella Basilica papale di S. Maria Maggiore, ha rivolto ai fedeli presenti queste parole: «Salus Populi Romani»... Perché questa sera siamo qui davanti a Maria? Abbiamo pregato sotto la sua guida materna perché ci conduca ad essere sempre più uniti al suo Figlio Gesù; le abbiamo portato le nostre gioie e le nostre sofferenze, le nostre speranze e le nostre difficoltà; l’abbiamo invocata con il bel titolo di «Salus Populi Romani», chiedendo per tutti noi, per Roma, per il mondo

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La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

Papa Francesco

che ci doni la salute. Sì, perché Maria ci dona la salute, è la nostra salute. Gesù Cristo, con la sua Passione, Morte e Risurrezione, ci porta la salvezza, ci dona la grazia e la gioia di essere figli di Dio, di chiamarlo in verità con il nome di Padre. Maria è madre, e una madre si preoccupa soprattutto della salute dei suoi figli, sa curarla sempre con grande e tenero amore. La Madonna custodisce la nostra salute. Che cosa vuol dire questo, che la Madonna custodisce la nostra salute? Penso soprattutto a tre aspetti: ci aiuta a crescere, ad affrontare la vita, ad essere liberi.

1. Una mamma aiuta i figli a crescere e vuole che crescano bene: per questo li educa a non cedere alla pigrizia – che deriva anche da un certo benessere –, a non adagiarsi in una vita comoda che si accontenta di avere solo delle cose. La mamma ha cura dei figli perché crescano sempre di più, crescano forti, capaci di prendersi responsabilità, di impegnarsi nella vita, di tendere a grandi ideali. Il Vangelo di san Luca dice che, nella famiglia di Nazareth, Gesù «cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui» (Lc 2,40). La Madonna fa proprio questo in noi, ci aiuta a crescere umanamente e nella fede, ad es-


sere forti e non cedere alla tentazione dell’essere uomini e cristiani in modo superficiale, ma a vivere con responsabilità, a tendere sempre più in alto. 2. Una mamma poi pensa alla salute dei figli, educandoli anche ad affrontare le difficoltà della vita. Non si educa, non si cura la salute evitando i problemi, come se la vita fosse un’autostrada senza ostacoli. La mamma aiuta i figli a guardare con realismo i problemi della vita e a non perdersi in essi, ma ad affrontarli con coraggio, a non essere deboli, e a saperli superare, in un sano equilibrio che una madre «sente» tra gli ambiti di sicurezza e le zone di rischio. E questo una mamma sa farlo! Non porta sempre il figlio sulla strada della sicurezza, perché in questa maniera il figlio non può crescere, ma anche non lo lascia soltanto sulla strada del rischio, perché è pericoloso. Una mamma sa bilanciare le cose. Una vita senza sfide non esiste, e un ragazzo o una ragazza che non sa affrontarle mettendosi in gioco, è un ragazzo e una ragazza senza spina dorsale! Ricordiamo la parabola del buon samaritano: Gesù non propone il comportamento del sacerdote e del levita, che evitano di soccorrere colui che era incappato nei briganti, ma il samaritano che vede la situazione di quell’uomo e la affronta in maniera concreta, anche con rischi. Maria ha vissuto molti momenti non facili nella sua vita, dalla nascita di Gesù, quando «per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,7), fino al Calvario (cfr. Gv 19,25). E come una buona madre ci è vicina, perché non perdiamo mai il coraggio di fronte alle avversità della vita, di fronte alla nostra debolezza, di fronte ai nostri peccati: ci dà forza, ci indicail cammino di suo Figlio. Gesù dalla croce dice a Maria, indicando Giovanni: «Donna, ecco tuo figlio!» e a Giovanni: «Ecco tua madre!» (cfr. Gv 19,26-27). In quel discepolo tutti noi siamo

rappresentati: il Signore ci affida nelle mani piene di amore e di tenerezza della Madre, perché sentiamo il suo sostegno nell’affrontare e vincere le difficoltà del nostro cammino umano e cristiano; a non avere paura delle difficoltà, ma ad affrontarle con l’aiuto della mamma. 3. Un ultimo aspetto: una buona mamma non solo accompagna i figli nella crescita, non evitando i problemi, le sfide della vita; una buona mamma aiuta anche a prendere le decisioni definitive con libertà. Questo non è facile, ma una mamma sa farlo. Ma che cosa significa libertà? Non è certo fare tutto ciò che si vuole, lasciarsi dominare dalle passioni, passare da un’esperienza all’altra senza discernimento, seguire le mode del tempo; libertà non significa, per così dire, buttare tutto ciò che non piace dalla finestra. No, quella non è libertà! La libertà ci è donata perché sappiamo fare scelte buone nella vita! Maria da

buona madre ci educa ad essere, come lei, capaci di fare scelte definitive; scelte definitive, in questo momento in cui regna, per così dire, la filosofia del provvisorio. È tanto difficile impegnarsi nella vita definitivamente. E lei ci aiuta a fare scelte definitive con quella libertà piena con cui ha risposto «sì» al piano di Dio sulla sua vita (cfr. Lc 1,38). Cari fratelli e sorelle, quanto è difficile, nel nostro tempo, prendere decisioni definitive! A tutti ci seduce il provvisorio. Siamo vittime di una tendenza che ci spinge alla provvisorietà... come se desiderassimo rimanere adolescenti. È un po’ il fascino del rimanere adolescenti, e questo per tutta la vita! Non abbiamo paura degli impegni definitivi, degli impegni che coinvolgono e interessano tutta la vita! In questo modo la vita sarà feconda! E questo è libertà: avere il coraggio di prendere queste decisioni con grandezza. Tutta l’esistenza di Maria è un inno alla vita, un inno di amore alla vita: ha generato Gesù nella carne ed ha accompagnato la nascita della Chiesa sul Calvario e nel Cenacolo. La Salus Populi Romani è la mamma che ci dona la salute nella crescita, ci dona la salute nell’affrontare e superare i problemi, ci dona la salute nel renderci liberi per le scelte definitive; la mamma che ci insegna ad essere fecondi, ad essere aperti alla vita e ad essere sempre fecondi di bene, fecondi di gioia, fecondi di speranza, a non perdere mai la speranza, a donare vita agli altri, vita fisica e spirituale. Questo ti chiediamo questa sera, o Maria, Salus Populi Romani, per il popolo di Roma, per tutti: donaci la salute che solo tu puoi donarci, per essere sempre segni e strumenti di vita. Amen. n «O Maria, donaci la salute che solo tu puoi donarci» (Papa Francesco). La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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CHIESA NOSTRA MADRE

Non amiamo a parole ma con i fatti Dal messaggio di Papa Francesco nella I Giornata mondiale dei poveri Domenica XXXIII del Tempo Ordinario - 19 novembre 2017

A

Papa Francesco mare i poveri come ha fatto san Francesco

«Questo povero grida e il Signore lo ascolta» (Sal 34,7). Da sempre la Chiesa ha compreso l’importanza di un tale grido. Possediamo una grande testimonianza fin dalle prime pagine degli Atti degli Apostoli, là dove Pietro chiede di scegliere sette uomini «pieni di Spirito e di sapienza» (6,3) perché assumessero il servizio dell’assistenza ai poveri. È certamente questo uno dei primi segni con i quali la comunità cristiana si presentò sulla scena del mondo: il servizio ai più poveri. Tutto ciò le era possibile perché aveva compreso che la vita dei discepoli di Gesù doveva esprimersi in una fraternità e solidarietà tali, da corrispondere all’insegnamento principale del Maestro che aveva proclamato i poveri beati ed eredi del Regno dei cieli (cfr. Mt 5,3). «Vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno» (At 2,45). Questa espressione mostra con evidenza la viva preoccupazione dei primi cristiani...

San Giuseppe consola i poveri. Tavola di S. Baraldi.

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La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

Ci sono stati momenti, tuttavia, in cui i cristiani non hanno ascoltato fino in fondo questo appello, lasciandosi contagiare dalla mentalità mondana. Ma lo Spirito Santo non ha mancato di richiamarli a tenere fisso lo sguardo sull’essenziale. Ha fatto sorgere, infatti, uomini e donne

che in diversi modi hanno offerto la loro vita a servizio dei poveri. Quante pagine di storia, in questi duemila anni, sono state scritte da cristiani che, in tutta semplicità e umiltà, e con la generosa fantasia della carità, hanno servito i loro fratelli più poveri! Fra tutti spicca l’esempio di Francesco d’Assisi, che è stato seguito da numerosi altri uomini e donne santi nel corso dei secoli. Egli non si accontentò di abbracciare e dare l’elemosina ai lebbrosi, ma decise di andare a Gubbio per stare insieme con loro. Lui stesso vide in questo incontro la svolta della sua conversione: «Quando ero nei peccati mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi, e il Signore stesso mi condusse tra loro e


Étienne Villemain, l’uomo che ha proposto al Papa la Giornata per i poveri. Dal 2005 ospita in casa sua persone senza fissa dimora. L’anno scorso ne ha portate migliaia in Vaticano, suggerendo a Francesco di istituire una Giornata per loro. Che debutterà il 19 novembre 2017. usai con essi misericordia. E allontanandomi da loro, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo» (Test 1-3: FF 110). Questa testimonianza manifesta la forza trasformatrice della carità e lo stile di vita dei cristiani... Sempre attuali risuonano le parole del santo vescovo Crisostomo: «Se volete onorare il corpo di Cristo, non disdegnatelo quando è nudo; non onorate il Cristo eucaristico con paramenti di seta, mentre fuori del tempio trascurate quest’altro Cristo che è afflitto dal freddo e dalla nudità» (Hom. in Matthaeum, 50, 3: PG 58)... Facciamo nostro, pertanto,

l’esempio di san Francesco, testimone della genuina povertà. Egli, proprio perché teneva fissi gli occhi su Cristo, seppe riconoscerlo e servirlo nei poveri. Se, pertanto, desideriamo offrire il nostro contributo efficace per il cambiamento della storia, generando vero sviluppo, è necessario che ascoltiamo il grido dei poveri e ci impegniamo a sollevarli dalla loro condizione di emarginazione. Nello stesso tempo, ai poveri che vivono nelle nostre città e nelle nostre comunità ricordo di non perdere il senso della povertà evangelica che portano impresso nella loro vita.

La Giornata Mondiale dei Poveri Al termine del Giubileo della Misericordia ho voluto offrire alla Chiesa la Giornata Mondiale dei Poveri, perché in tutto il mondo le comunità cristiane diventino

sempre più e meglio segno concreto della carità di Cristo per gli ultimi e i più bisognosi. Alle altre Giornate mondiali istituite dai miei Predecessori, che sono ormai una tradizione nella vita delle nostre comunità, desidero che si aggiunga questa, che apporta al loro insieme un elemento di completamento squisitamente evangelico, cioè la predilezione di Gesù per i poveri. Desidero che le comunità cristiane, nella settimana precedente la Giornata Mondiale dei Poveri, che quest’anno sarà il 19 novembre, XXXIII domenica del Tempo Ordinario, si impegnino a creare tanti momenti di incontro e di amicizia, di solidarietà e di aiuto concreto. Potranno poi invitare i poveri e i volontari a partecipare insieme all’Eucaristia di questa domenica, in modo tale che risulti ancora più autentica la celebrazione della Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’universo, la domenica successiva.

«Accogliamo i poveri come ospiti privilegiati alla nostra mensa» (Papa Francesco).

La regalità di Cristo, infatti, emerge in tutto il suo significato proprio sul Golgota, quando l’Innocente inchiodato sulla croce, povero, nudo e privo di tutto, incarna e rivela la pienezza dell’amore di Dio. Il suo abbandonarsi completamente al Padre, menLa Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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tre esprime la sua povertà totale, rende evidente la potenza di questo Amore, che lo risuscita a vita nuova nel giorno di Pasqua. In questa domenica, se nel nostro quartiere vivono dei poveri che cercano protezione e aiuto, avviciniamoci a loro: sarà un momento propizio per incontrare il Dio che cerchiamo. Secondo l’insegnamento delle Scritture (cfr. Gen 18,3-5; Eb 13,2), accogliamoli come ospiti privilegiati alla nostra mensa; potranno essere dei maestri che ci aiutano a

vivere la fede in maniera più coerente. Con la loro fiducia e disponibilità ad accettare aiuto, ci mostrano in modo sobrio, e spesso gioioso, quanto sia decisivo vivere dell’essenziale e abbandonarci alla provvidenza del Padre. A fondamento delle tante iniziative concrete che si potranno realizzare in questa Giornata ci sia sempre la preghiera. Non dimentichiamo che il Padre nostro è la preghiera dei poveri... In questa preghiera tutti riconosciamo l’esigenza di superare ogni forma

«Guardiamo all’esempio di san Francesco, che aveva fissi gli occhi su Cristo e seppe riconoscerlo nei poveri» (Papa Francesco).

di egoismo per accedere alla gioia dell’accoglienza reciproca. Questa nuova Giornata Mondiale, pertanto, diventi un richiamo forte alla nostra coscienza credente affinché siamo sempre più convinti che condividere con i poveri ci permette di comprendere il Vangelo nella sua verità più profonda. I poveri non sono un problema: sono una risorsa a cui attingere per accogliere e vivere l’essenza del Vangelo. Como. Mensa guanelliana per i senza fissa dimora.

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Dal Vaticano, 13 giugno 2017 Memoria di Sant’Antonio di Padova


Eutanasia CHIESA NOSTRA MADRE

Morire con dignità

Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari

S

ervire la vita significa per l’operatore sanitario rispettarla ed assisterla fino al compimento naturale. L’uomo non è padrone ed arbitro della vita, ma fedele custode; la vita infatti è un dono di Dio, e quindi è inviolabile e indisponibile. Anche l’operatore sanitario non può ritenersi arbitro né della vita né della morte. (144). Al malato nella fase terminale della sua malattia vanno somministrate tutte le cure, che gli consentano di alleviare la penosità del processo del morire. Queste corrispondono alle cosiddette cure palliative, che con una risposta assistenziale ai bisogni fisici, psicologici, spirituali tendono a rea-

lizzare una «presenza amorevole» intorno al morente e ai suoi familiari. Questa presenza attenta e premurosa infonde fiducia e speranza al morente e lo aiuta a vivere il momento della morte e può consentire ai suoi familiari ad accettare la morte del loro congiunto. È questo il contributo che operatori sanitari e pastorali devono offrire al morente e alla sua famiglia, perché al rifiuto subentri l’accettazione e sull’angoscia prevalga la speranza. (147) Per il cristiano la morte non è un’avventura senza speranza, è la porta dell’esistenza che si spalanca sull’eternità, è esperienza di partecipazione al mistero di morte e di risurrezione di Cristo. (148)

In fase terminale la dignità della persona si precisa come diritto a morire nella maggiore serenità possibile, e con la dignità umana e cristiana che gli è dovuta. Tutelare la dignità del morire significa rispettare il malato nella fase finale della vita, escludendo sia di anticipare la morte (eutanasia), sia di dilazionarla con il cosiddetto «accanimento terapeutico». (149) Il paziente può esprimere in anticipo la sua volontà circa i trattamenti ai quali desidererebbe o no essere sottoposto nel caso in cui, nel decorso della sua malattia o a causa di traumi improvvisi, non fosse più in grado di esprimere il proprio consenso o dissenso. «Le decisioni devono esser prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente». Il medico non è comunque un mero esecutore, conservando egli il diritto e il dovere di sottrarsi a volontà discordi dalla propria coscienza. (150)

Soppressione della vita L’inviolabilità della vita umana significa e implica, da ultimo, l’illiceità di ogni atto direttamente soppressivo. «L’inviolabilità del diritto alla vita dell’essere umano innocente dal concepimento alla morte è un segno e un’esigenza dell’inviolabilità stessa della persona, alla quale il Creatore ha fatto il dono della vita». (165) È per questo che «nessuno può attentare alla vita di un uomo innocente senza opporsi all’amore di Dio per lui, senza violare un diritto fondamentale, irrinunciabile e inalienabile». Questo diritto viene all’uomo immediatamente da Dio (non da altri: La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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ti di morte», agli operatori sanitari «spetta il compito di salvaguardare la vita, di vigilare affinché essa evolva e si sviluppi in tutto l’arco dell’esistenza, nel rispetto del disegno tracciato dal Creatore». Questo ministero vigile di salvaguardia della vita umana riprova l’omicidio come atto moralmente grave, in contraddizione con la missione medica, e contrasta la morte volontaria, il suicidio, come «inaccettabile», dissuadendo chiunque ne fosse tentato. Tra le modalità, omicidio o suicidio, di soppressione della vita ve ne sono due – l’aborto e l’eutanasia – verso cui questo ministero deve farsi oggi particolarmente vigile e in certo modo profetico, per il contesto culturale e legislativo assai spesso insensibile, se non proprio favorevole al loro diffondersi. (167)

Eutanasia

Papa Francesco visita e accarezza piccoli ammalati.

i genitori, la società, un’autorità umana). «Quindi non vi è nessun uomo, nessuna autorità umana, nessuna scienza, nessuna “indicazione” medica, eugenica, sociale, economica, morale, che possa esibire o dare un valido titolo giuridico per una diretta deliberata disposizione sopra una vita umana innocente, vale a dire una disposizione che miri alla sua distruzione, sia come a scopo, sia come a mezzo per un altro scopo, per sé forse in nessun modo illecito». In particolare, «niente a nessuno può autorizzare l’uccisione di un essere umano innocente, feto o embrione che sia, bambino o adulto, vecchio, ammalato, incurabile o agonizzante. Nessuno, inoltre, può richiedere questo gesto omicida per se stesso o per un altro affidato alla sua responsabilità, né può acconsentirvi esplicitamente o implicitamente. Nessu-

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na autorità può legittimamente imporlo né permetterlo. Si tratta, infatti, di una violazione della legge divina, di un’offesa alla dignità della persona umana, di un crimine contro la vita, di un attentato contro l’umanità». (166) «Ministri della vita e mai strumen-

La pietà suscitata dal dolore e dalla sofferenza verso malati nella fase terminale della malattia, bambini anormali, malati mentali, anziani, può costituire il contesto nel quale si può fare sempre più forte la tentazione dell’eutanasia, cioè di impadronirsi della morte, procurandola in anticipo e ponendo così fine «dolcemente» alla vita propria o altrui. «Per eutanasia in senso vero e proprio si deve intendere un’azione o un’omissione che di natura sua e nelle intenzioni procura la

L’accompagnamento verso la morte richiede compassione e professionalità da parte degli operatori sanitari.


Per il cristiano la morte non è un’avventura senza speranza, è la porta dell’esistenza che si spalanca sull’eternità. Abbiamo una mamma che ci attende in cielo. Coraggio! Non ci attende il nulla, ma la gioia e la vita infinita. (Maria Regina, di Benozzo Gozzoli)

morte, allo scopo di eliminare ogni dolore. “L’eutanasia si situa, dunque, al livello delle intenzioni e dei metodi usati”». In realtà, ciò che potrebbe sembrare logico e umano, visto in profondità si presenta assurdo e disumano. Siamo di fronte a uno dei sintomi più allarmanti della cultura della morte che, soprattutto nelle società più sviluppate, fa apparire troppo oneroso e insopportabile l’onere assistenziale che persone disabili e debilitate richiedono. Società quasi esclusivamente organizzate sulla base di criteri di efficienza produttiva, secondo i quali una vita irrimediabilmente inabile non ha più alcun valore. Ma ogni uomo, sinceramente aperto alla verità e al bene, con la luce della ragione e non senza il segreto influsso della grazia, può arrivare a riconoscere nella legge naturale scritta nel cuore (cfr. Rm 2, 14-15) il valore sacro della vita umana e il diritto di ogni essere umano a vedere sommamente rispettato questo suo bene primario. L’eutanasia, pertanto, è un atto omicida, che nessun fine può legittimare. (168) Il personale medico e gli altri operatori sanitari – fedeli al compito di «essere sempre al servizio della vita e assisterla sino alla fine» –

non possono prestarsi a nessuna pratica eutanasica neppure su richiesta dell’interessato, tanto meno dei suoi congiunti. Non esiste, infatti, un diritto a disporre arbitrariamente della propria vita, per cui nessun operatore sanitario può farsi tutore esecutivo di un diritto inesistente. (169) «Le suppliche dei malati molto gravi, che talvolta invocano la morte, non devono essere intese come espressione di una vera vo-

lontà di eutanasia; esse infatti sono quasi sempre richieste angosciate di aiuto e di affetto. Oltre le cure mediche, ciò di cui l’ammalato ha bisogno è l’amore, il calore umano e soprannaturale, col quale possono e debbono circondarlo tutti coloro che gli sono vicini, genitori e figli, medici e altri operatori sanitari». L’ammalato, che si sente circondato da presenza amorevole umana e cristiana, non cade nella depressione e nell’angoscia di chi, invece, si sente abbandonato al suo destino di sofferenza e di morte, e chiede di porvi fine. È per questo che l’eutanasia è una sconfitta di chi la teorizza, la decide e la pratica. (170) L’eutanasia è un crimine, al quale gli operatori sanitari, garanti sempre e solo della vita, non possono in alcun modo cooperare. Per la scienza medica essa segna «un momento di regresso e di abdicazione, oltreché un’offesa alla dignità del morente e alla sua persona». Il suo profilarsi, come ulteriore approdo di morte dopo l’aborto, deve essere colto come un drammatico appello alla fedeltà effettiva e senza riserve verso la vita. (171) Tratto da: Nuova Carta degli Operatori Sanitari, 1-2-2017

«Cristo ha dichiarato benedetti quelli che quando avevi sete o fame t’hanno dato quel poco che potevano, non quelli che t’hanno tolto quel poco che ti era restato. Rendere equivoco l’amore è il metodo di Satana nel nostro secolo» (don Alessio Geretti).

Charlie con i genitori.

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CHIESA NOSTRA MADRE

La Catechesi delle persone disabili

P

Ufficio Catechistico Nazionale CEI

apa Francesco ci spin ge ad avere uno sguardo inclusivo e non di scarto verso il mondo della disabilità e ci insegna ad accogliere i disabili e le loro famiglie nella vita delle parrocchie. Lo stesso ci insegnava il nostro don Guanella, il quale voleva già agli inizi del ’900 che educassimo alla fede le ragazze con disabilità intellettiva, perché «anche in loro pulsa un’anima redenta dal sangue di Gesù Cristo». Ci è caro e doveroso presentarvi il depliant dell’Ufficio Catechistico Nazionale CEI, D come Disabili, perché forse non tutti sappiamo che all’interno dell’Ufficio Catechistico esiste il Settore per la Catechesi delle persone disabili e che è uscito un Documento per l’iniziazione cristiana alle persone disabili.

Il settore per la catechesi dei disabili La Chiesa italiana ha sempre vissuto un’attenzione particolare verso la realtà delle persone con

disabilità e della loro accoglienza nella comunità ecclesiale. Ciò si è manifestato, tra l’altro, con la creazione, nel 1991, del Settore per la catechesi dei disabili presso l’Ufficio Catechistico Nazionale della CEI. In questi anni si è cercato di suscitare attenzione, interesse e sensibilizzazione verso tale realtà

attraverso un’attività formativa che si è espressa nei seminari, corsi e convegni dedicati ai responsabili diocesani e di settore, relativamente a vari temi sulla disabilità e la catechesi, l’itinerario di iniziazione cristiana sacramentale, la partecipazione liturgica, l’accoglienza, l’educazione, ecc...

Perché il Settore disabili all’interno dell’Ufficio catechetico? Esistono alcuni validi motivi per parlare di disabili in prospettiva catechistica: il primo, e fondamentale, è che nei Vangeli emerCristina Acquistapace, membro dell’Ordo Virginum della Diocesi di Como.

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I disabili e le comunità cristiane

ge con chiarezza che Gesù non si limitava solamente a guarire le persone con disabilità che ha incontrato, ma che la sua preoccupazione era quella che fosse loro comunicato il Vangelo del Regno. Se Gesù si è preoccupato di comunicare il Vangelo non solo a quelli che oggi definiremmo normodotati, ma anche a quelli che con il nostro linguaggio chiamiamo persone con disabilità, è evidente che è compito della Chiesa prendersi cura di costoro in prospettiva catechistica. Inoltre va ricordato che dei disabili la Chiesa ha parlato spesso in relazione al problema del loro accesso ai sacramenti e quindi in prospettiva catechistica. Nel secolo scorso ad occuparsi dei disabili nella Chiesa sono stati soprattutto i catechisti. Il primo a farlo è stato Henri Bissonier nel suo Pédagogie de résurrection ed una delle prime iniziative del settore è stata proprio la pubblicazione del suo volume La tua Parola è per tutti. È significativo che si parli di disabili nel «Documento base» (cfr. § 127) e nel primo testo di Giovanni Paolo II sulla catechesi, l’esortazione Catechesi Tradendae (cfr. § 41). Inoltre si accenna ai fanciulli disabili nella seconda nota sull’iniziazione cristiana (cfr. nn. 58-59).

Il documento «L’iniziazione cristiana alle persone disabili» Il documento L’iniziazione cristiana alle persone disabili pubblicato nel 2004 dall’Ufficio Catechistico Nazionale della CEI rappresenta un punto di maturità e dichiarata consapevolezza del ruolo delle persone con disabilità all’interno della Chiesa. Il documento non ha la pretesa di essere un sussidio teologico. Si è proposto di essere uno strumento semplice e alla portata di tutti coloro, catechisti, operatori pastorali, membri di associazione, uomini di buona volontà, che nel loro percorso cristiano si lasciano interrogare dalla presenza nella Chiesa delle persone con disabilità. Chiunque in una parrocchia vuol leggere qualcosa sulla presenza e sulla accoglienza alle persone con disabilità può trovare in questo documento degli spunti di riflessione: l’obiettivo è quello di offrire a tutti, anche a chi ancora non opera nel settore, un quadro di riferimento. Il documento indica l’accoglienza come primo impegno che la comunità cristiana deve assumersi nei confronti di ogni persona, perché ognuno possa considerarsi a pieno titolo membro della Chiesa.

Le persone con disabilità non si pongono solo come destinatari del messaggio evangelico, ma annunciano a loro volta il Vangelo. La loro testimonianza svela che la fragilità, condizione intrinseca di ogni uomo, non ne limita la dignità, né la capacità di vivere il dolore e la gioia o di avere una vita priva o ricca di senso. In questa prospettiva i disabili non sono solo oggetto di diritti ed attenzioni, ma soggetto attivo e responsabile, e la loro presenza all’interno della comunità ecclesiale può arricchire la sua vita. La persona disabile è essa stessa evangelizzatrice; la fede di tanti disabili è testimonianza e edificazione per la Chiesa per l’immediatezza e la profondità non comune. Dunque non esiste solo un servizio che la Chiesa porta avanti nei confronti delle persone con disabilità, ma una testimonianza dei disabili all’interno della Chiesa: l’annuncio del Vangelo, della gioia di essere stati chiamati Figli di Dio.

Una celebrazione con disabili in ogni diocesi Tale gioia si manifesta con chiarezza nella celebrazione domenicale. C’è una forza vitale e comunicativa nelle liturgie a cui partecipano i disabili che diviene dono e testimonianza per tutta la comunità. Dei disabili è lo spazio del bello e della gioia. Dei disabili è lo spazio della liturgia. Per questo motivo nell’ultimo La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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Convegno nazionale su catechesi e disabilità è nata la proposta di celebrare in ogni Diocesi, nella cattedrale e con il Vescovo, una liturgia esemplare con la presenza di persone disabili. Si tratterebbe di un evento importante, ma non dell’istituzione di una «giornata», e che non intenderebbe sostituirsi alla partecipazione ordinaria delle persone con disabilità alle liturgie parrocchiali, ma che anzi ne vorrebbe indicare l’importanza e la ricchezza. n

TEPORE D’AUTUNNO Dolci la luminosità e il tepore / d’autunno. Viviamo la propaggine / dell’estate. Tutto ancora bellissimo. Al mattino presto / chiarore diffuso; nel tardo pomeriggio / i tramonti rosei preannunciano / il tempo bello dell’indomani.

Maria Libera De Biase 29 ottobre 2014

UN’ESPERIENZA NELLA PASTORALE LITURGICA PER DISABILI ella parrocchia di S. Maria di Loreto in Pesaro è stato inserito in un gruppo di catechismo per la prima comunione un bambino affetto dalla sindrome di Cornelia De Lange. Il parroco, insieme ai catechisti e con il supporto della responsabile diocesana del settore disabili, si è attivato per progettare un cammino inclusivo. Gli altri ragazzi sono stati preparati per accogliere il loro nuovo compagno, al gruppo è stato affiancato un catechista adulto che ha imparato a usare la comunicazione alternativa-aumentativa (C.A.A.) – sistema comunicativo simbolico con cui il bambino si esprime – per poter mediare le possibili difficoltà comunicative e comportamentali nella vita di gruppo. Tutto è andato avanti con serenità e regolarità fino a quando i genitori hanno informato il parroco di non riuscire più a partecipare alla celebrazione domenicale perché, nonostante i numerosi tentativi fatti, il bambino si annoiava e cominciava a manifestare comportamenti inadatti alla celebrazione, provocando imbarazzo e vergogna ai genitori,

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costretti a lasciare la chiesa a metà della celebrazione. Per loro sarebbe stato più semplice partecipare alla messa lasciando il bambino tranquillo a casa, con le sue attività. Queste sono le situazioni che accadono nella maggioranza delle nostre parrocchie e che noi tutti accettiamo come soluzioni rapide e non coinvolgenti, invece di porci alcune domande sulla vita di comunione delle nostre comunità e su come lavorare sul nostro pregiudizio comunitario. Come fratelli nella fede, possiamo accettare queste soluzioni? Possiamo pensare che una famiglia e un fratello nella fede non possano partecipare all’incontro con il Signore? Possiamo sentirci comunità vera attorno al Signore che viene a far festa, se manca qualcuno degli invitati al banchetto? Non ci sentiamo chiamati, in quanto comunità, a realizzare l’abito della festa per questi nostri fratelli e sorelle disabili? ... (Ecco che) il parroco ha riunito tutte le figure coinvolte (genitori, catechisti, educatori, alcuni membri della parrocchia) e insieme hanno concordato una modalità di azione che potesse rendere più partecipe il bambino alla messa domenicale. A partire dalla predilezione del piccolo per la musica, sono stati scelti

e tradotti in linguaggio simbolico con la C.A.A. canti che lui potesse cantare insieme agli amici; si è deciso inoltre che durante la messa il bambino potesse stare vicino a chi animava il canto e, nel tempo, per renderlo maggiormente partecipe, gli è stato fornito uno strumento musicale. Si è pensato poi di creare un libro in C.A.A. che spiegasse le varie parti della messa affinché il bambino potesse orientarsi durante la celebrazione ed è stata attivata un’azione di tutoraggio con l’aiuto degli altri compagni che a turno hanno accompagnato il loro amico disabile a compiere alcuni gesti inerenti alla liturgia (processione offertoriale, processione per la comunione ecc.). Tutte queste azioni, succedutesi in un tempo lungo, hanno reso possibile la partecipazione di questo bambino e della sua famiglia alla celebrazione domenicale e hanno fatto sì che la tutta la comunità gustasse la bellezza dell’includere qualsiasi persona, in quanto la liturgia è da vivere più che da capire perché coinvolge la mente, il cuore e il corpo. Suor Veronica Donatello


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Atto d’amore A Dio che sempre amai Ada Negri poetessa e scrittrice italiana (1870-1945)

on seppi dirti quant’io t’amo, Dio nel quale credo, Dio che sei la vita vivente, e quella già vissuta e quella ch’è da viver più oltre: oltre i confini dei mondi, e dove non esiste il tempo. Non seppi; – ma a Te nulla occulto resta di ciò che tace nel profondo. Ogni atto di vita, in me, fu amore. Ed io credetti fosse per l’uomo, o l’opera, o la patria terrena, o i nati dal mio saldo ceppo, o i fior, le piante, i frutti che dal sole hanno sostanza, nutrimento e luce; ma fu amore di Te, che in ogni cosa e creatura sei presente. Ed ora che ad uno ad uno caddero al mio fianco i compagni di strada, e più sommesse si fan le voci della terra, il tuo

volto rifulge di splendor più forte, e la tua voce è cantico di gloria. Or – Dio che sempre amai – t’amo sapendo d’amarti; e l’ineffabile certezza che tutto fu giustizia, anche il dolore, tutto fu bene, anche il mio male, tutto per me Tu fosti e sei, mi fa tremante d’una gioia più grande della morte. Resta con me, poi che la sera scende sulla mia casa con misericordia d’ombre e di stelle. Ch’io ti porga, al desco umile, il poco pane e l’acqua pura della mia povertà. Resta Tu solo accanto a me tua serva; e, nel silenzio degli esseri, il mio cuore oda Te solo. da Il dono, in Poesie, Mondadori, Milano 19663, 847s

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FAMIGLIA GUANELLIANA

• Storia Spiritualità Carisma

Don Guanella e l’Africa L’Africa nei pensieri e nel cuore del nostro Santo Adriano Folonaro e Silvia Fasana

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on Guanella per tutta la vita è stato animato da una speciale attenzione per i poveri e i bisognosi e da un instancabile spirito missionario. Dall’aspro e incombente giogo di montagne della sua nativa Valle Spluga che, come la siepe di leopardiana memoria «da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude», ha saputo dilatare l’orizzonte della sua mente e del suo cuore per abbracciare tutto il mondo. «Tutto il mondo è patria vostra» 1, diceva don Guanella ai suoi sacerdoti, alle sue suore e agli amici delle sue opere, affidando loro l’impegnativo compito di «mostrare con il fatto al mondo che Dio è colui che provvede con sollecita cura di padre ai figli suoi» 2 portando ai poveri «Pane e Signore» 3. Aggiungeva: «Avrete a trattare con persone di più lingue e nazioni. Voi stenterete a capire loro e loro dureranno fatica per intendere voi. Ma ben vi farete intendere col linguaggio della carità e con il calore dell’amore divino che vi strugge dentro» 4, perché «Finirla non si può, finché vi sono poveri a ricoverare, bisogni a provvedervi» 5. La prima presenza guanelliana nel continente africano risale al 1992, ma la mente e il cuore di don Guanella ci erano arrivati molto prima.

Un’opera in Egitto, un desiderio mai realizzato Nel 1904 tre vescovi dall’Egitto (il Patriarca d’Alessandria d’Egitto, il vescovo di Tebe e un altro prelato) vennero a far visita alla Co-

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Don Luigi Guanella.

Card. Guglielmo Massaia.

lonia agricola di Monte Mario a Roma e gli manifestarono il desiderio di avere un’opera simile nel loro Paese. «Ed egli sentì riaccendersi il desiderio di correre in aiuto di quei poveri Vescovi missionarii» 6. Sappiamo inoltre dalla biografia del Santo scritta da don Leonardo Mazzucchi che ai molteplici inviti di mons. Ghaly, Vicario generale di Alessandria d’Egitto e di un colonnello di Londra ad aprire un’Opera in Egitto, don Guanella concludeva: «Ahimè! La messe è copiosa, ma gli operai sono pochi. Ci tenga conto il Signore dei buoni desideri: e intanto preghiamo e speriamo che altri facciano dopo di noi quello che a noi non fu concesso» 7.

facendo ascritti alle varie Associazioni missionarie, collette nelle sue chiese, mandando elemosine personali. [...] per i Missionari faceva pregare di frequente e voleva che a mensa si leggessero i vari bollettini delle Missioni e che se ne parlasse di frequente anche ai fanciulli» 8. Aggiunge don Leonardo Mazzucchi: «Il Servo di Dio [...] accoglieva nelle Case sue fornendoli di ogni aiuto i Missionari, ne raccomandava i bisogni, ne leggeva con interesse le relazioni; così nelle sue prediche e conversazioni ripeteva spesso le vicende del Card. Massaia...» 9. Il cardinale Guglielmo Massaia (1809-1889), era un frate cappuccino missionario in Etiopia, che nel 1846 fu nominato vicario apostolico per la popolazione etiopica dei Galla da papa Gregorio XVI. «Quali prodigi di fatti non raccontasi del sullodato Massaia a proposito di conquiste per la fede? Basti leggere il suo classico libro – I miei trentacinque anni di Apostolato nell’Etiopia! Grande ed utilissimo pensiero si fu quello della Propaganda romana, d’aver inviato i Cappuccini sotto il prefetto padre da Carbonara ad evan-

Il sostegno ai missionari Se don Guanella non riuscì personalmente ad andare in Africa, ebbe sempre contatti con diversi missionari, favorendo le loro opere. «Posso dire – afferma don Martino Cugnasca – che amò sempre le Missioni delle quali tanto si occupò sia nel ministero parrocchiale come nelle nostre Case,


gelizzare le genti etiopiche» 10. Don Guanella conosceva bene don Biagio Verri (1819-1884), l’«apostolo delle morette», attivo in Egitto. «Ogni cuore di fede ammira quegli eroi che lasciata patria e parenti, si inoltrano entro terre lontanissime [...] in cerca di ani-

denza [...] Così l’anima grande del Verri, dal Cielo ne guardi pietosa, e ne continui la sua valida protezione». Don D’Antuono cominciò subito dal numero di agosto di La Providenza, il periodico delle Opere guanelliane con il primo di una

Mons. Daniele Comboni, apostolo della Nigrizia.

Mons. Aurelio Bacciarini.

me a salvare. Il venerando Sacerdote Biagio Verri, della Diocesi di Milano e quasi nostro concittadino nella provincia di Como, in accompagnare il ven. servo di Dio Nicolò Olivieri e poi succedergli nell’apostoliche fatiche della redenzione delle Morette africane, si fece specialmente amare e riverire dai Milanesi e da’ Comaschi insieme. Il Direttore della Piccola Casa ebbe la fortuna di trovarsi in qualche relazione epistolare col Padre Verri» 11. Suor Giuseppina, la compagna di missione di don Verri, nel maggio 1894 si era presentata a don Guanella, manifestandogli il desiderio che venisse scritta una vita del missionario. «Conchiudeva la pia Suora “Godo fiducia che la descrizione delle virtù e delle fatiche del Padre Verri, non poco conferirà alla causa benanco della sua beatificazione”» 12. Don Guanella si rivolse a don Luigi d’Antuono, amico della casa, «tanto buono nella mente e nel cuore, si sarebbe di leggeri accollata ancor la fatica di illustrare la vita di un confratello cotanto benemerito [...] ma con la condizione che la vita del Verri fosse inserita nelle colonne della Provi-

serie di articoli, dal titolo «II Redentore delle Morette ossia D. Biagio Verri Mis. Ap. Un po’ di storia» 13. Egli antepose al suo articolo una lunga prefazione: «Queste pagine, scritte più col cuore che colla penna, ritraggono e fanno rivivere fra noi quel D. Biagio Verri, che vita e sostanze sacrificò al riscatto delle infelici Morette, che là in Africa formano l’industria di crudeli e barbari mercatanti di carne umana. La sua nobile e cara figura, levata dinanzi allo sguardo di questo secolo, che mena vanto di raffinata e perfetta civiltà, scuoterà, ne son certo, i petti dei delicati suoi figli e li piegherà, se non altro, all’ammirazione del grande apostolo ed alla compassione di quelle povere creature, trattate peggio che bestie dai loro crudelissimi e tirannici padroni» 14. Don D’Antuono continuerà poi a scrivere la vita di Verri sul numero del dicembre 1994 con «Barni» 15, sul numero del gennaio 1895 «Continuazione del Verri» 16 e «Proemio» 17, sul numero del marzo 1895 con «Nascita di D. Biagio Verri e sua fanciullezza» 18, sul numero dell’aprile 1995 con «Primi albori di sua

santità» 19, poi per qualche motivo non conosciuto, si interruppe. Don Guanella aveva una grande stima per mons. Daniele Comboni (1831-1881), l’«apostolo della Nigrizia», canonizzato da Giovanni Paolo II il 5 ottobre 2003, e seguiva con interesse i suoi sacerdoti, i Missionari Comboniani Figli del Sacro Cuore di Gesù. Ne abbiamo traccia in una lettera da lui scritta al Padre Provinciale dei Gesuiti nel maggio 1905: «il M.R.P. Ansperti dimorando taluni anni tra i Figli del Sacro Cuore in Verona conformò allo spirito di sacrificio i valorosi missionari dell’Africa del Venerando Comboni» 20. Proprio uno dei Missionari Comboniani, il milanese padre Giuseppe Beduschi (1874-1924), missionario tra gli Scilluk del Sudan, che nel 1910 aveva dovuto rimpatriare dall’Africa per rimettersi in salute e ne aveva approfittato per raccogliere sussidi a favore delle sue missioni. A Como, con l’aiuto di don Aurelio Bacciarini, organizzò alcune conferenze pubbliche nel salone del Broletto, davanti a un folto pubblico. Don Guanella nel luglio 1910 scriverà una lettera al vescovo di Lugano, mons. Alfredo Peri Morosini, proprio per sollecitarlo ad un aiuto generoso per le missioni africane: «La E.V. che con me e col Ricovero di Roveredo dove sono centinaia di suoi diocesani poveri non è stata finora troppo generosa, lo sia almeno con i nostri più cari fratelli i figli di Cam nel centro dell’Africa, a perorare in favore dei quali vengono, e D. Aurelio Bacciarini, birichino a lei noto, e il M.R.D. Beduschi Missionario del Sacro Cuore di Verona. Date et dabitur vobis» 21. Prima di ripartire per l’Africa padre Beduschi volle assicurarsi da Como un aiuto continuativo, pertanto don Bacciarini interessò don Luigi Ramiro Lucca presso la Curia Vescovile e così, con il permesso del Vescovo, fu fondata a Como la «Pro Africa», presieduta dal Vicario Generale, mons. Giuseppe Carughi 22. La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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Don Guanella guardava con molta attenzione anche le missioni francescane in Libia, perché era amico personale di mons. Ludovico Antomelli (1863-1927), vescovo di Leptis Magna e primo Vicario apostolico della Libia. Scrive La Divina Provvidenza nel novembre 1913: «I figli di san Francesco hanno avuto la dolce e gloriosa missione di curare gli interessi religiosi e di reggere la Chiesa dell’Africa italiana, missione di alta civiltà e patriottismo. E nell’ottobre passato, pieni di santo entusiasmo, partivano da Milano quindici religiosi sotto la guida del novello Vicario Apostolico della Libia, mons. Lodovico Antomelli, per portare laggiù nel continente nero, ora schiuso alla luce della civiltà cristiana, l’opera promettente del loro zelo e della loro energia. Noi, umili figli della Provvidenza, non potevamo rimaner indifferenti dinanzi ad un’impresa di così lieti e gloriosi auspicii, molto più per i rapporti intimi di simpatia che ci stringono con la grande famiglia Francescana, più ancora per i vivi sensi di stima e d’amicizia personale del nostro superiore con il degnissimo e illustre mons. Antomelli e con alcuno de’ suoi compagni. [...] a modesta manifestazione esterna di questi nostri sentimenti, il nostro Superiore pensò di accompagnare da Milano a Roma con il fortunato drappello missionario un nostro confratello. E pregammo il buon viaggio e le benedizioni di Dio» 23. Lo stesso mons. Antomelli scriverà a don Guanella subito dopo il suo arrivo in Libia una lettera molto significativa per dare luce al loro rapporto di stima e amicizia: «Mio ottimo D. Luigi, ometto di chiamarla Canonico, perché mi è più caro salutarla confidenzialmente coll’usuale D. Luigi, come ho imparato a Dongo fino dal 1886. Adunque, mio amato e venerato D. Luigi, io non ho potuto mantenere la mezza promessa che le aveva fatto, di venire cioè a Como prima di lasciare l’Italia. Non mi è mancata la buona volontà, ma il tempo disponibile. Ho però procurato di rimediare all’invo-

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Kinshasa, agosto 2017. Madre Serena incontra alcune giovani in ricerca vocazionale.

lontaria omissione, visitando con tutti i miei quindici missionari compagni di viaggio la di Lei casa di Roma. Non Le dirò le accoglienze fatteci dai di Lei figli: non potevano essere né più cordiali, né più fraterne ... sento ... il bisogno di farle le mie vive felicitazioni per il bene che operano a Roma, come altrove, i di Lei figlioli. [...] Ella, mio buon. D. Luigi, mi aiuti colle sue preghiere, ed anche mi raccomandi a delle persone facoltose, poiché i bisogni sono immensi. Mi voglia sempre bene, e viva lunghi anni. La benedico cordialmente e con Lei tutte le sue case» 24. Il confratello citato nella cronaca, che aveva accompagnato il gruppo di missionari fino a Roma, era don Filippo Bonacina, a cui uno dei francescani, «l’amico» 25 padre Basilio Chiaroni di Dongo, scrivendogli da Tripoli 1’8 ottobre 1913, diceva: «Mi ricorderò sempre con affetto della tua compiacenza, e dei tuoi rev. mi Superiori» 26. E in un’altra lettera dell’aprile seguente, sempre a don Bonacina, padre Chiaroni, dai monti Garian, scrive: «Aggradisci i miei più affettuosi saluti e gli ossequi da porgere al rev.mo Superiore a nome anche di S.E. e di tutti i confratelli» 27. Don Guanella prende

spunto da questa lettera, che pubblica volentieri «oltrecché in segno della nostra amicizia per lo zelante missionario e per il suo Ordine, per richiamare la pubblica attenzione sull’opera eminentemente sociale e patriottica che tanta provvidamente compiono laggiù nelle nuove terre d’Italia i buoni religiosi [...] e per svegliare anche iniziative generose nel pubblico a vantaggio di quest’Opera sì bisognosa di aiuti materiali. In qualche città, come a Milano, l’apostolato missionario ha operato recentemente dei prodigi di carità [...]. Non si potrebbe dar vita a simili edificanti gare di carità e ad altre iniziative per appoggiare l’Opera francescana in Libia e darle modo ad es. di poter erigere una cappella in ciascun distaccamento della vastissima Missione? Tale il voto che don Luigi Guanella e le Case della Divina Provvidenza augurano benedetto da Dio, fecondate dalla generosità delle anime buone e gradito come omaggio di ammirazione e di stima dall’Ordine glorioso di s. Francesco» 28. Inoltre don Guanella nel 1915 raccomandò al pubblico da La Divina Provvidenza la Missione francescana di Libia condotta a Derna da padre Gabriele Redaelli, la cui richiesta di aiuto era stata rilanciata a don Guanella dal confratello padre Cristoforo Flocchini: «Per quella santa solidarietà che stringe tutte le opere di carità e di religione, oltre a vincoli


particolari nostri con l’Ordine Francescano, certi di offrire così ampio campo alla generosità pubblica senza nessun danno alle nostre iniziative diamo volontieri posto al seguente appello per un’opera alta di religione e di patriottismo. (La Direzione del giornaletto). – D. Luigi Guanella, tutti lo sanno, è divenuto ormai uno dei campioni principali della Carità Cristiana; si direbbe come Egli ha trovato il modo di aprire una nuova fonte inesauribile alla Divina Provvidenza in favore degl’infelici cui non fu larga la fortuna o la civile società. Non ha limiti l’effusione del suo cuore, e si estende con uguale interessamento a tutte le opere che hanno per iscopo il bene della umanità. L’Italia ha effettuato la conquista di Tripoli. D. Guanella subito si rende conto dei bisogni particolari della povera Missione Cattolica di Libia per poter espandere accanto al dominio materiale, e propone su questo suo medesimo periodico, suo abile coadiutore, una leggerissima privazione di tutti coloro che usano mandare i soldi in almeno dai più buoni, di una piccola privazione per un bisogno immediato, grave e santo, che dalla Libia sollecita i nostri soccorsi (P. Flocchini, ofm)» 29.

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L. GUANELLA, Vieni meco per le suore missionarie americane in uso nella Congregazione delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza in Como (1913), in Scritti per le Congregazioni, IV, Centro Studi Guanelliani Roma, Nuove Frontiere Editrice, Roma 1988, 788. L. GUANELLA, Regolamento dei Servi della Carità (1905), in Scritti per le Congregazioni, IV, Centro Studi Guanelliani Roma, Nuove Frontiere Editrice, Roma 1988, 1148. L. GUANELLA, Lettere circolari ai Servi della Carità, XXII, Como, 20 ottobre 1913, in Scritti per le Congregazioni, IV, Centro Studi Guanelliani Roma, Nuove Frontiere Editrice, Roma 1988, 1411. L. GUANELLA, Vieni meco per le suore missionarie americane in uso nella Congregazione delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza in Como, o. c., 790. L. GUANELLA, Notiziario, in La Providenza, settembre 1894, 183. Visite consolanti, in La Divina Provvidenza, novembre 1904, 156; cfr. L. Mazzucchi, La vita, lo spirito e le opere di don Luigi Guanella (1920), Riproduzione anastatica, Editrice Nuove Frontiere, Roma 1999, 344. L. MAZZUCCHI, La vita, lo spirito e le opere di don Luigi Guanella, o.c., 501. Positio super introductione causae Aloysii Guanella, Summ. n. VIII, 369, teste M. Cugnasca. Positio super introductione causae Aloysii Guanella, Summ. n. V, 257258, teste L. Mazzucchi.

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E. TORRIANI, Amba - Alagi, in La Divina Providenza, gennaio 1896, 6-7. L. GUANELLA, Notiziario, in la Providenza, agosto 1894, 175. L. GUANELLA, Notiziario, in La Providenza, agosto 1894, 176. L. D’ANTUONO, Il Redentore delle Morette ossia D. Biagio Verri Mis. Ap. Un po’ di storia, in La Providenza, agosto 1894, 177. L. D’ANTUONO, Amici Lettori, in La Providenza, agosto 1894, 176. L. D’ANTUONO, Barni, in La Providenza, dicembre 1894, 220-221. L. D’ANTUONO, Continuazione del Verri, in La Providenza, gennaio 1895, 228. L. D’ANTUONO, Proemio, in La Providenza, gennaio 1895, 228-229. L. D’ANTUONO, Nascita di D. Biagio Verri e sua fanciullezza, in La Providenza, marzo 1895, 245-246. L. D’ANTUONO, Primi albori di sua santità, in La Providenza, maggio 1895, 260-261. L. GUANELLA, Lettera al Padre Provinciale dei Gesuiti, Milano, 28 maggio 1905, E 2812. L. GUANELLA, Lettera a mons. Alfredo Peri Morosini, Como, 1 luglio 1910, E 2147. E. CATTORI, Il Vescovo Aurelio Bacciarini, Tipografia La buona stampa, Lugano 1945, 241. I figli di S. Francesco verso le nuove terre d’Italia, in La Divina Provvidenza, novembre 1913, 175. I figli di S. Francesco verso le nuove terre d’Italia, in La Divina Provvidenza, novembre 1913, 175. I figli di S. Francesco verso le nuove terre d’Italia, in La Divina Provvidenza, novembre 1913, 175. I figli di S. Francesco verso le nuove terre d’Italia, in La Divina Provvidenza, novembre 1913, 175. Un’escursione nel Garian, in La Divina Provvidenza, giugno 1914, 91-92. Un’escursione nel Garian, in La Divina Provvidenza, giugno 1914, 92. Per una chiesa in Libia, in La Divina Providenza, settembre 1915, 134-135.

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La Vicaria generale, suor Neuza Giordani, e la Consigliera suor Carla Folini, con le consorelle operanti a Kinshasa, in visita al cardinale arcivescovo Laurent Monsengwo Pasinya. La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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FAMIGLIA GUANELLIANA

• Storia Spiritualità Carisma

La famiglia Guanella Dove 175 anni fa nasceva il futuro san Luigi

Fraciscio (Sondrio). Casa Guanella.

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ttorno al 1830 a Fraciscio, in casa Lorenzo Guanella, le cose stavano andando per il verso buono: la giovane coppia di sposi (mamma Maria Bianchi aveva 24 anni, pà Lorenzo 30) era al terzo nato. Avevano dovuto lasciare la casa di nonno Tomaso troppo piccola e cercare alloggio altrove, provvisoriamente, in attesa di crearsi una casa propria. Circa due anni prima, il fratello minore di Lorenzo, Tomaso, era emigrato, appena ventenne, in Inghilterra prima, poi nel nord America. Lorenzo possedeva anzitutto una buona salute, un ritmo di lavoro metodico e instancabile, una capacità di sopportare fatica e sacrifici veramente eccezionale. Inoltre, «dotato da natura di uno straordinario acume seppe colla

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Don Piero Pellegrini sua industria ed economia migliorare d’assai la sua fortuna». Avvenne specialmente tra il 1825 e il 1835. L’abilità nel trattare pratiche e affari cominciava a diventare proverbiale; ma assieme si ammirava e si lodava la sua onestà e severità morale. Ripeteva come suo motto il consiglio paterno: «Bisogna aver coscienza». Pà Lorenzo cominciò a lavorare i terreni portatigli dalla moglie; ne acquistò altri dalla famiglia di lei; nel 1830 acquistò terreni in Angeloga, un alpeggio prezioso per la stagione estiva; e poco dopo vi si allargò con nuovo acquisto. Pensò di invitare il fratello dall’America del nord a partecipare

alle sue imprese; ma egli non accettò. Poi (1835) mise mano a costruire la nuova casa, tutta sua e dei figli che venivano, con una certa puntualità di uno ogni due anni, a riempire gli spazi. «In famiglia sono in sette, e se la passano anche discretamente», commenta il padre Tomaso scrivendo al figlio emigrato. Ma questi replica biasimando Lorenzo perché ha lasciato soli i genitori anziani e specialmente la mamma malaticcia, per mettersi in proprio. Dalla risposta di Lorenzo veniamo a conoscere i sentimenti e la religiosità di quest’uomo. «Io so che tu sei quasi sdegnato contro di me, perché non ti ho mai scritto; ma ero d’accordo col nostro padre che, quando ti scriveva e mandava i suoi saluti, non fosse solo per lui, ma anche per tutti noi di casa


e non pensavo di far altro; anche tu al mio posto avresti fatto nello stesso modo; inoltre a scriverti io, avrei temuto di fare un torto al padre. Tempo fa in una tua lettera ho ricevuto un tuo rimprovero perché mi separai da nostro padre e madre. Io questo non l’avrei fatto se il padre non me lo avesse consigliato; in un’altra lettera ti farò sapere in chiaro il mio stato. Ma pensiamo che se dovessimo morire adesso o anche scampare a lungo, non sia mai vero che un fratello debba esser sdegnato contro l’altro e l’altro con lui. Perciò in qualunque maniera ti posso aver offeso, di cuore, ripeto di cuore, ti domando perdono che il simile io farò con te, nel modo più ampio possibile per l’anima e per il corpo, assicurandovi che vi raccomando a Dio nelle mie deboli orazioni e con Dio vi ascio».

Alpe Motta, paese di mamma Maria.

tratti del suo carattere, focoso, assoluto nei comandi, asciutto di parole, spiccio nelle sue cose: co-

sì lo ricorda il figlio don Luigi; era severo con se stesso e verso gli altri in casa e fuori. «Si faceva più temere che amare e, talvolta, specialmente nei casi avversi, passava i limiti». Mamma Maria aveva lasciato la sua casa di Motta ed era andata sposa a Lorenzo a 17 anni, portandosi qualche terreno, ma specialmente tanta fede e carità. «Aveva un carattere affatto opposto; con tutti, ma specialmente coi suoi figli, era solamente cuore, dolcezza, affabilità, aveva sempre il sorriso sulle labbra, né sarebbe stata capace di fare il minimo torto a chicchessia». Sapeva essere anche severa, occorrendo, ma preferiva sempre essere comprensiva e più proclive alla misericordia che alla giustizia, al contrario del marito; ma, messi assieme, i due riportavano l’equilibrio sulla bilancia del rapporto quotidiano coi figli.

Davvero: «la giustizia e la pace si sono baciate!», si dovrebbe dire con il salmo. Era attento agli affari, ma anche alla ragione e alla coscienza: il tutto illuminato da viva fede. Questo gli faceva perdonare certi

Fraciscio. Monumento davanti a Casa Guanella, di A. Vismara. La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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Racconta un nipote: «Per il suo rigore, quando papà Lorenzo trovavasi in casa, pareva che questa si fosse cambiata nientemeno che in un cenobio, tale e tanto era il silenzio e la compostezza di tutti i figli, anche già grandi, anzi già padri: tutti attendevano alle loro faccende, senza perdere un minuto di tempo. Però, se si allontanava, il che avveniva di spesso sia pe’ suoi traffici, sia per l’amministrazione del Comune, se ne vendicavano anche ad usura, come fanno gli scolari, quando il maestro si assenta dalla scuola: cantavano, ridevano, saltavano, schiamazzavano, sicché pareva una casa di birichini: e la buona madre, trovando giusto e necessario questo sfogo, un po’ lasciava fare e rideva con essi. Avevano però l’avvertenza di mettere una guardia che osservasse quando ritornava il padre, perché se li avesse colti in fallo, l’avrebbero pagata cara, ben cara: quindi è che appena fossero avvisati che veniva, in un batter d’occhio succedeva la quiete e il silenzio, come in un convento di trappisti». Tra una vicenda e l’altra la famiglia cresceva: il primo nato nella casa nuova era stato Lorenzo, poi venne Rosa, quinta femmina con due maschi. Quando mamma cicogna venne a portare l’ottavo (1840), il padre si aspettava e desiderava un altro maschio; invece, aperto il fagottello, vi si trovò una femminuccia, Caterina, la sorella cara a don Luigi che fu il successivo fi-

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glio nato nel 1842. Ma Caterina non fu così gradita e la gran giustizia di pà Lorenzo ebbe la sua incrinatura. Caterina si sentì e fu di fatto non accettata dal padre: «A lei più frequenti erano diretti i rimbrotti del padre, a lei le sgarbatezze ed i castighi, per lei una specie, vorrei dire, di noncuranza e di abbandono. Quando il padre per qualche motivo, o a ragione o a torto, la sgridava, si vedeva che Caterina, tutta impaurita, si ritirava in un cantuccio della casa, s’accoccolava, abbassava la testa ed immobile se ne stava in quella posizione, mandando ogni tanto profondi sospiri». Il padre non riconosceva i suoi torti: «Caterina è troppo sensibile; non ho mai visto una bambina così». La mamma taceva, non sapendo

Interno Casa Guanella, con i ritratti dei genitori, pa’ Lorenzo e mamma Maria Bianchi.

come difender la figlia, senza dover contrastare troppo il marito; ma moltiplicava i suoi sorrisi e la sua bontà, così che la povera bambina finiva col riconoscere: il padre è forse troppo rigoroso, la madre forse troppo dolce; ed

ecco Dio disporre che l’uno col suo carattere rimedia ai difetti dell’altro. Caterina fu sempre una santarella, ma anche lei aveva il suo carattere un po’ piccante; il suo temperamento era sanguigno, vivo, sensibile all’eccesso, sentiva fortemente le offese, le contraddizioni, le umiliazioni, ed era subito ai risentimenti e all’ira. Imparò a controllarsi e, fattasi adulta, metteva il suo carattere a vantaggio della comunità familiare. Quando sembrava che le reazioni del padre fossero eccessive, ricorda don Guanella, «allora Caterina si faceva leone ed era buona di far la predica anche al padre e persuaderlo che finalmente bisognava prendere le cose come il Signore voleva». Venne il 1848 (Luigi aveva sei anni), anno difficile, come anche i successivi, per i raccolti scarsi e fu carestia; e la crisi economica continuò alcuni anni. Aumentavano gli impegni economici: la casa divenne anche una pensioncina per ospitare villeggianti estivi o viandanti di passaggio; probabilmente vi si aggiunse un piccolo negozio; c’era qualche entrata in più, ma anche il lavoro cresceva per tutti di casa. «Si viveva con molta parsimonia. Non era a dire che nella famiglia Guanella si lasciasse mancare il cibo necessario. Era frequente il motto: mangiate e lavorate. Ed anche in anni di carestia si ripeteva: noi non si deve patire la fame; ma chi vuol mangiare deve lavorare. E stando 12 intorno a un piccolo mappamondo di polenta con poca porzione di formaggio, lo si faceva scompari-


re in pochi momenti e poi via ai lavori». Ma anche in tempi difficili, Lorenzo non dimenticava i doveri dell’educazione morale e cristiana dei figli, con lezioncine adatte a lui e a loro. «Ero fanciullo dai sette agli otto anni (ricorda don Guanella); avevo custodito al pascolo il bestiame di altri pastori e ne ricevetti del denaro. Il padre mi rimproverò d’averlo preso perché non mi venisse a gola il denaro e confessai d’averlo già speso. Si trattava di due o tre paspòle (7-8 cent.); il padre mi costrinse alla sua presenza a chiedere scusa ai pastori e a restituire loro il denaro che egli mi mise in mano, avendolo io già speso». E la mamma, ribadendo l’insegnamento del distacco dal denaro e della donazione ai poveri, spesso consegnava ai figli l’elemosina: «To’, portala a quel poveretto!». Non era solo onestà e bontà naturale o imposta colla tradizione e dall’ambiente: c’era una religiosità profonda. «Pà Lorenzo era cattolico praticante a tutta prova. Se appena poteva, tutti i giorni sentiva la S. Messa che si celebrava nella chiesetta della frazione, nei giorni di festa poi non si accontentava di quella, ma coi figli e colla moglie discendeva,

come del resto in quei tempi facevano quasi tutti quegli abitanti, alla chiesa parrocchiale per udirne una seconda e per sentirne la spiegazione del Vangelo; non mancava mai ai Vesperi ed alla spiegazione del-

Panorama di Fraciscio in autunno. Foto di Aurelio Levi.

la Dottrina cristiana; spesso si accostava ai Santi Sacramenti: tutte le sere immancabilmente recitava colla famiglia il Santo Rosario, al quale aggiungeva una fila di Pater a diversi Santi, che era più lunga del Rosario stesso: era esatto osservatore dei precetti della Chiesa e generalmente coll’intiera famiglia passava tutta la Quaresima, comprese le Domeniche, senza mangiar carne, mai dalla sua bocca si udì uscire parola alcuna, non dirò scandalosa, ma neppure di piazza, che in qualunque modo potesse offendere le orecchie di qualsiasi persona».

Alla sera dei giorni festivi voleva che in casa i figli si occupassero in devote letture o nel canto dell’Ufficio della Beata Vergine o di quello dei Defunti. Chi transitasse fuori della casa sentisse oggi quei canti penserebbe a una discoteca di monaci, di un convento... Ma anche allora si guardava a quella casa come a una specie di convento. Si conoscono abbastanza bene le vicende di casa Guanella di quegli anni, con ricordi e dettagli che mostrano la vita della famiglia Guanella: una sorgente limpida e sana che sgorga già ricca e va ancora arricchendosi man mano che procede, raccogliendo altre acque. Anche per Luigi, come già prima per il fratello Lorenzo, venne il momento di partire per il collegio Gallio di Como e per il seminario, aprendosi ad altri corsi ed affluenti, ad altri formatori. Non mancarono a Luigi, fino a quel 4 novembre 1854, le lezioni da mettere in mente, anche per tutta la vita: la mamma raccomandava che si guardasse dai compagni cattivi. Il padre doveva provvedere a tutto il necessario per il piccolo collegiale, naturalmente anche il vestito. Gli anni restavano difficili; anche se la grande crisi si era allentata, le spese sembrava non finissero mai. In quei giorni il figlio Tomaso presentò in casa al padre il conto della stoffa per il vestito: 13 lire. La lezione paterna fu breLa Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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ve, ma si incise fino ai 70 anni nella mente del ragazzo: «Anche questo; spese sopra spese!». Don Guanella non dimenticherà più quanto sia costata alla famiglia la sua formazione. Venuto il momento della partenza per Como, si inginocchiò davanti al padre e alla madre per esserne benedetto. «Il padre era come sacerdote e re, perché leggeva a così dire nel cuore di tutti e li voleva crescere alla virtù, alla obbedienza, al lavoro». Che cosa abbia detto in quel momento il padre, nessuno ce lo ha trasmesso. Ricordiamo però la formula quasi sacramentale che il nonno Tomaso aveva usato per benedire l’altro figlio emigrato: «Nel nome della SS. Trinità col segno della S. Croce vi benedico e similmente la tua madre». Nella sacca da viaggio pà Lorenzo e mamma Maria avevano messo il cuore loro e di tutta la famiglia, la casa, il paese e i prati e i boschi, anche le montagne severe, perché tutto ciò che Luigi vi aveva trovato, tutto continuasse l’opera di educazione e di formazione avviata in quegli anni: il carattere paterno volitivo, imperioso, impaziente, unito alla dolcezza e alla misericordia materna. Una storia di famiglia-comunità: ricordo e rimpianto in quegli anni innocenti, duri ma felici, ritorneranno spesso riaffiorando nel-

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la mente e nel cuore di don Guanella. Già dal primo giorno di collegio: «Che panico il coricarsi ed il primo levarsi nel collegio! Non si sentiva la voce benevola della mamma, non il conforto dei fratelli».

Il Pizzo Stella, che domina su Fraciscio. Era tanto caro a san Luigi Guanella.

Ma non fu solo un sentimento; in lui quella esperienza dell’infanzia si scolpì come modello quotidiano di vita: «La Provvidenza mi ha dato genitori virtuosi che mi hanno infuso spirito di lavoro e di sacrificio: da loro imparai a sempre lavorare». La stessa immagine di Dio si ri-

vestì in Luigi di questi contorni: un padre centro vitale e propulsore di ogni attività, esigente, ma dolce e misericordioso. L’eredità paterna di fede e di religiosità profonde e concrete, unita all’esperienza dei rapporti quotidiani di casa, andò crescendo e col tempo divenne principio e fondamento della sua vita spirituale e della sua opera di amore, impostata sulla stessa paternità di Dio. «Tu ricordi quando pastorello assistevi al gregge; allora il tuo pensiero correva rapido al padre e alla casa domestica. Tu ricordi quando stesti al banco del negozio e quando sedesti a quello dello studio lontan dal genitore diletto. Anche allora la mente si affrettava in traccia del padre, il cuore accumulava i suoi affetti e le lagrime irrompevano come due fonti dagli occhi. Per ristagnarle tu gridavi: il padre è in casa... presto rivedrò io stesso il genitor diletto. Intanto dato mano ad un foglio sopra scrivevi con affetto tenerissimo: padre, io vo’ venire a voi... non posso più stare senza vedervi. Le tenerezze che tu conservi per il tuo padre terreno ti devono condurre a moltiplicare in te l’amore verso il Padre celeste». n


FAMIGLIA GUANELLIANA

• Storia Spiritualità Carisma

Seguendo la beata Chiara Bosatta

La beata Chiara Bosatta davanti al mistero della sofferenza Elda Soscia fsmp La contemplazione, l’amore e il dolore

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esideriamo soffermarci a considerare l’atteggiamento della beata Chiara davanti alla sofferenza del Cristo e dell’uomo. Sappiamo, dall’Orazione propria della sua festa, che è questa la nota caratteristica della sua santità: l’aver saputo accogliere in un unico abbraccio di amore la sofferenza del Cristo e quella dei fratelli. Nella sua memoria liturgica, la Chiesa mette sulla nostra bocca la seguente preghiera: «Padre provvidente e misericordioso, che nella beata Chiara, vergine, ardente del tuo Spirito d’amore, hai unito alla contemplazione del Cristo crocifisso il servizio dei piccoli e dei poveri, concedi a noi, per sua intercessione, di amarti con pienezza di fede e di servirti con operosa carità nei fratelli più bisognosi». Dietro il suo esempio, anche noi speriamo di saper operare nella nostra vita, questa feconda sintesi tra fede e carità, dono della grazia che viene dall’alto.

Con cuore di sposa

Beata Chiara Bosatta, dipinto di Alberto Bogani, nel Santuario Madonna del Lavoro, a Nuova Olonio.

È stato già detto e scritto molto sulla beata Chiara. Pertanto mi limiterò solo a qualche rapido flash che riceviamo da un testo, che credo sostanzialmente inedito, elaborato da don Leonardo Mazzucchi, il primo Postulatore della causa di beatificazione. La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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La suor Chiara si faceva tutta a tutti. Tavola di Mario Bogani. Como. Santuario Sacro Cuore. Urna della beata Chiara Bosatta.

Egli per sollecitare, presso il tribunale di Como, l’incamminarsi del processo, ha presentato una rapida biografia della nostra beata. Tolgo qualche passo dai capitoletti «Dell’eroica carità verso Dio e dell’eroica carità verso il prossimo». A proposito dell’atteggiamento di suor Chiara verso la sofferenza del Cristo vi leggiamo, tra l’altro: «Quali tesori di amore la Serva di Dio racchiudesse nel cuore, per il suo adorato Gesù, fu gran ventura poter apprendere dalla sua stessa bocca, quando, gravemente inferma, giaceva sul suo letto di dolore. Molte volte, credendosi sola, si abbandonò a dolcissimi sfoghi con il suo Gesù, come se lo vedesse sedere a lei vicino e vi fu chi la intese dire: “Gesù mio, quanto siete buono e quanto vi amo! Ma voi mi avete amata sino a dare voi stesso, per amore mio. Non sarò io, dunque, felice di tutto patire per amor vostro? Chi può misurare l’abisso della mia miseria? Ma, se questa è grandissima, cento volte più grande è l’abisso del vostro amore!”. Affranta dal dolore singhiozzava sovente, poi, vinta dall’ardente brama, di nuovo esplodeva: “Venite, venite, o Gesù, nell’Ostia di

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amore, varcate la soglia di questa cameretta, entrate nel cuor mio e sarete tutto mio e per sempre io sarò tutta vostra!”. Indi, abbassando la voce e stendendo le mani in atto di promessa: “Sì, vostra a costo di qualunque tormento: si rinnovino pure al mio corpo ed alla mia anima le più aspre agonie! Io le accetto, le desidero, le voglio, perché voglio essere vostra per tutta la vita, per tutta l’eternità... Mondatemi voi, spezzate il mio cuore a colpi di scalpello, purché io diventi meno indegna di possedervi, o Dio del mio cuore! Voi siete lo sposo mio dolcissimo sempre, anche quando le vostre spine, i vostri chiodi trapassano le mie carni”. Poscia, volta al Crocifisso ricevuto all’atto della sua professione, quel Crocifisso che teneva sempre sul suo capezzale, parlava collo sguardo ed il suo viso tradiva l’alternarsi dentro l’anima sua del dolore e dell’amore». Come vediamo, davanti alla sofferenza del Cristo crocifisso, Chiara reagisce secondo la dinamica dell’amore sponsale che esige la personale, concreta partecipazione alla sofferenza dell’amato. «Chiara Bosatta vive permanentemente una “passione interiore” di amore e di dolore insieme, che in lei trasformerà il mistero della sofferenza in “ministero” d’amore con una sorta di vero martirio» (L. MIRRI, Cbiara d’Assisi e Cbiara Bosatta, p. 29).

Con cuore di madre A proposito del porsi di suor Chiara davanti alla sofferenza dei fratelli leggiamo ancora nel Mazzucchi:

«Né la più squallida povertà, né le amarezze di ogni genere, né le opposizioni dei cattivi, valsero ad affievolire il fuoco di carità che le ardeva nel petto, che anzi valsero ad accenderlo sempre più. Attenta e premurosa poneva ogni suo studio, e facilmente vi riusciva, a prevenire o estinguere ogni malinteso o malumore, a consolare ogni pena, a mettere balsamo su ogni piaga, a legare con vincoli di carità santa ogni cuore. Ognuna delle compagne trovava in essa la più amorosa delle sorelle, ognuna delle giovani ricoverate la più amorosa delle madri. La carità della Serva di Dio non aveva confini. Soave ed amabile, ad imitazione di san Francesco di Sales, incoraggiava i timidi, consolava gli afflitti, sorreggeva i vacillanti, animava di nuove forze i buoni. “Se dovessimo preferire qualcuno – soleva dire – sarebbero i poveri, gli afflitti, gli scarsi di mente, perché essi sono bisognosi delle nostre cure e sono i prediletti del Maestro divino, il quale ha detto: ‘Beati i poveri’ ”». Ci bastano questi rapidi cenni per riportarci a tutto quanto noi già conosciamo dell’intenso suo prodigarsi a favore della sofferenza umana nella quale vedeva riflessa la sofferenza del Cristo Crocifisso. n


FINESTRE SUL MONDO

Maria SS. Madre della Divina Provvidenza al Santuario di Pancole (Siena) A cura della Redazione

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l Santuario di Pancole si trova a 5 km. da S. Gimignano, sull’antica strada verso Certaldo, uno dei tratti più belli della Via Francigena. Nello stesso luogo dov’è ora la chiesa, sorgeva un’edicola sulla quale Pier Francesco Fiorentino aveva affrescato l’immagine della Vergine allattante il Bambino. Successivamente l’edicola venne trascurata e, franato il tettino, fu coperta da rovi ed edera fino a scomparire alla vista. Nella seconda metà del XVII secolo, tutta la Valdelsa conobbe un periodo di miseria e carestia dovuto alla siccità. Si racconta che nei primi giorni di aprile del Pancole (Siena). Santuario sorto in onore della sacra effigie della Madonna ritrovata sul luogo e poi venerata come Madonna della Provvidenza.

La Madonna della Divina Provvidenza del Santuario di Pancole.

1668 Bartolomea Ghini (nata a Pancole il 22 agosto 1642 e battezzata lo stesso giorno), una pastorella muta dalla nascita, fosse particolarmente triste per la propria povertà e portando il gregge al pascolo fu colta da disperazione, tanto che incominciò a piangere a dirotto. Le apparve una bella Signora che le chiese il motivo di tanta tristezza. Bartolomea, riacquistato prodigiosamente l’uso della parola, le rispose che aveva fame, che la famiglia era molto povera e che in casa non avevano più nulla da mangiare. La Signora la rassicurò dicendole di andare a casa poiché lì

avrebbe trovato la dispensa piena di pane, l’oliera piena d’olio e la cantina piena di vino. A quel punto Bartolomea si rese conto di aver parlato e scappò a casa chiamando a squarciagola i genitori, anch’essi stupefatti di sentire la figlia parlare e di trovare la dispensa piena. Intanto non era più muta né sorda, e il miracolo della farina, del vino e dell’olio farà venerare la bella Signora di Pancole «Madre della Divina Provvidenza». Tutti i paesani vollero andare nel pascolo dove Bartolomea diceva di aver visto la misteriosa Signora, ma trovarono soltanto un cumulo di rovi. La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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Presero falci e roncole ed estirparono le piante per scoprire che cosa nascondessero e trovarono l’edicola con l’immagine che Bartolomea diceva ritrarre la Signora che aveva incontrato. Nell’estirpazione dei rovi l’immagine fu graffiata da una roncola e il segno è tuttora visibile tra il naso e il labbro superiore. Presso questa immagine fu un accorrere imponente di pellegrini; si moltiplicarono le grazie ed i miracoli. Sorse presto la chiesa a cavallo della strada col materiale portato dai pellegrini (i lavori terminarono nel 1670). Le pareti del Santuario si coprirono di ex-voto. Nel 1923 la chiesa fu elevata alla dignità di Santuario Diocesano. Il 14 luglio 1944 i tedeschi in ritirata minarono la chiesa. Nella distruzione rimase miracolosamente intatta la sacra Immagine. Il 19 ottobre 1949 il Santuario più grande e più bello venne riconsacrato. Il 12 ottobre 1997 il Santuario, finora retto dal Clero secolare, venne affidato all’Istituto dei «Servi del Cuore Immacolato di Maria». La funzione dei santuari di sosta, come quello di Pancole, lungo gli itinerari francigeni, è quella di accompagnare il pellegrino in un percorso che lo porterà a incon-

Santuario di Pancole. Rappresentazione dell’apparizione della Madonna ai tre pastorelli di Fatima.

Pancole. Interno del Santuario.

trare se stesso e a vivere un’esperienza indimenticabile, sospesa nel tempo e nello spirito. Lo porterà ad incontrare la Regina del Cielo che, da Pancole, quale Madre della Divina Provvidenza, continua ad elargire le sue grazie e le sue benedizioni. n

Via Francigena a San Gimignano, decima tappa.

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FINESTRE SUL MONDO

Le sorelle uccise a Kamenge Il martirio delle missionarie Saveriane di Maria è avvenuto nei giorni 7 e 8 settembre 2014 Teresina Caffi Saveriana di Maria

Bernadetta, Olga e Lucia

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e nostre sorelle Bernardetta, Olga e Lucia sono state uccise nella loro casa a Kamenge, in Burundi. «Io gioisco pienamente nel Signore», dice il ritornello del salmo della liturgia della Natività di Maria. Sarebbe stato il compleanno di Lucia Pulici, il suo 75o, dopo che, il 2 luglio scorso, aveva festeggiato i 50 anni della sua professione religiosa e missionaria. Pensiamo che queste parole ci vengono dette oggi da lei, da Olga Raschietti, da Bernardetta Boggian, uccise tra il pomeriggio e la notte di domenica 7 settembre 2014, nella loro casa a Kamenge, dove da alcuni anni erano presenti, dando con gioia la loro presenza e le loro ultime forze alla popolazione di questa periferia di Bujumbura, in Burundi. Ci invitano

In primo piano, da sinistra: Lucia, Olga e Bernadetta, le tre missionarie uccise in Burundi tra il 7 e l’8 settembre 2014.

Un angolo del Burundi.

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Olga Raschietti.

Lucia Pulici.

a non lasciare che il dolore abbia l’ultima parola. Tre sorelle assassinate. Tutte e tre hanno amato la gente d’Africa, nella Repubblica Democratica del Congo, prima, e in Burundi poi. Tutte e tre, malgrado l’avanzare dell’età, la fragilità della salute, erano tornate con fede e passione in terra d’Africa, credendo che anche i «cinque pani e due pesci» delle loro ridotte forze poteva essere un dono per la popolazione e per il regno di Dio. La loro casa si trovava presso la chiesa parrocchiale di San Guido Conforti, e nelle vicinanze della casa dei Missionari Saveriani che reggono la parrocchia, situata a Kamenge, un popoloso quartiere periferico di Bujumbara. La comunità era composta, oltre che da loro, da Clémentine, saveriana congolese: insieme vivevano una presenza semplice, fraterna nel quartiere. Clémentine insegnava, e Lucia, Olga e Bernardetta si occupavano di alcuni servizi parrocchiali e di un contatto quotidiano con la gente. La loro casa era anche punto d’appoggio per le sorelle che anche dal Congo partivano o rientravano dalla loro patria. Era proprio per accogliere alcune

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sorelle arrivate nel primo pomeriggio di domenica all’aeroporto che Bernardetta, con Mercedes, la delegata, era andata all’aeroporto, lasciando a casa Olga e Lucia. Trovando al ritorno la casa chiusa, le sorelle le avevano cercate nei dintorni: nulla. Finché, entrate in casa dalla porta non chiusa a chiave, le hanno trovare riverse, colpite a morte con coltelli e pietre. Nessuno aveva sentito gridare, nessuno attorno s’era accorto di nulla. Sconcerto, dolore, domande, ricerca di capire cosa fosse successo. Un pomeriggio doloroso, mentre la notizia era comunicata in Italia. Le prime inchieste locali cominciavano, la polizia s’era aggiunta alle sentinelle per sorvegliare il cancello.

Un secondo agguato Nonostante la disponibilità del Ministero Affari Esteri italiano a riportare le salme in Italia, le sorelle stavano pensando al trasferimento delle salme in Congo, nella provincia frontaliera del Sud Kivu, alla periferia di Bukavu, nel cimitero dei missionari. La sera, le sorelle hanno preferito dormire nella stessa casa. Tutte si sono chiuse in camera, tranne Bernardetta. La notte, rumori, gri-

Bernadetta Boggian.

da, vengono chiamati i Saveriani. Si aprono le stanze: Bernardetta è sul letto, colpita a morte con arma da taglio.

Una scelta d’amore n Il 20 luglio 2013, a Kamenge, Olga, raccontando la sua missione, diceva: «Sono ormai sulla soglia degli ottant’anni. Nel mio ultimo rientro in Italia, le superiore erano incerte se lasciarmi ripartire. Un giorno, durante l’adorazione, pregai: «Gesù, che la tua volontà sia fatta; però tu sai che desidero ancora partire». Mi vennero limpidissime in mente queste parole: “Olga, credi di essere tu a salvare l’Africa? L’Africa è mia. Nonostante tutto, sono però contento che parti: va’ e dona la vita!”. Da allora, non ho più dubitato».


n Lucia Pulici, il 1o ottobre scorso, alla vigilia della sua partenza, raccontava: «Sto tornando in Burundi, alla mia età e con un fisico debole e, limitato, che non mi permette più di correre giorno e notte come prima. Interiormente però credo di poter dire che lo slancio e il desiderio di essere fedele all’amore di Gesù per me, concretizzandolo nella missione, è sempre vivo. La missione mi aiuta a dirgli nella debolezza: “Gesù, guarda, è il gesto d’amore per te...”. Unita a Lui, al suo donarsi, anche se mi sento debole fisicamente, sento che posso essere ancora a servizio di Lui per la salvezza del mondo». n A fine agosto 2013, Bernardetta, rientrando in Burundi, diceva: «L’annuncio di Gesù e dell’amore misericordioso del Padre diventa comprensibile se accompagnato dalla testimonianza di vita. Occorre nutrire in noi uno sguardo di simpatia, rispetto, apprezzamento dei valori delle culture, delle tradizioni dei popoli che incontriamo. Questo atteggiamento, oltre che dare serenità al missionario, aiuta a trovare più facilmente il linguaggio e i gesti opportuni per comuI funerali delle vittime in Burundi.

nicare il Vangelo... Nonostante la situazione complessa e conflittuale dei Paesi dei Grandi Laghi, mi sembra di percepire la presenza di un Regno d’amore che si va costruendo, che cresce come un granello di senape, di un Gesù presente donato per tutti. A questo punto del mio cammino continuo il mio servizio ai fratelli africani, cercando di vivere con amore, semplicità e gioia». v v v Questa bella testimonianza che può incutere paura e ripulsa per la vita missionaria, ci è caro completarla con quanto ha detto e insegnato papa Francesco, parlando della missione e della persecuzione, all’Angelus del 25 giugno 2017. Ci rincuorano perché nella persecuzione sentiamo la voce del Signore che dice: «Non abbiate paura!».

«Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo» (Matteo 10,28)

Francesco Nel Vangelo di Mt 10,26-33 il Signore Gesù, dopo aver chiamato e

inviato in missione i suoi discepoli, li istruisce e li prepara ad affrontare le prove e le persecuzioni che dovranno incontrare. Andare in missione non è fare turismo, e Gesù ammonisce i suoi: «Troverete persecuzioni». Così li esorta: ... «Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima» (vv. 26-28). Possono uccidere soltanto il corpo, non hanno il potere di uccidere l’anima: di questi non abbiate paura. L’invio in missione da parte di Gesù non garantisce ai discepoli il successo, così come non li mette al riparo da fallimenti e sofferenze. Essi devono mettere in conto sia la possibilità del rifiuto, sia quella della persecuzione. Questo spaventa un po’, ma è la verità. Il discepolo è chiamato a conformare la propria vita a Cristo, che è stato perseguitato dagli uomini, ha conosciuto il rifiuto, l’abbandono e la morte in croce. Non esiste la missione cristiana all’insegna della tranquillità! Le difficoltà e le tribolazioni fanno parte dell’opera di evangelizzazione, e noi siamo chiamati a trovare in esse l’occasione per verificare l’autenticità della nostra fede e del nostro rapporto con Gesù. Dobbiamo considerare queste difficoltà come la possibilità per essere ancora più missionari e per crescere in quella fiducia verso Dio, nostro Padre, che non abbandona i suoi figli nell’ora della tempesta. Nelle difficoltà della testimonianza cristiana nel mondo, non siamo mai dimenticati, ma sempre assistiti dalla sollecitudine premurosa del Padre. Per questo, nel Vangelo di oggi, per ben tre volte Gesù rassicura i discepoli dicendo: «Non abbiate paura!»... Non dimentichiamo questa parola: sempre, quando noi abbiamo qualche tribolazione, qualche persecuzione, qualche cosa che ci fa soffrire, ascoltiamo la voce di Gesù nel cuore: «Non abbiate paura! Non avere paura, vai avanti! Io sono con te!»... Gesù non ci lascia soli perché siamo preziosi per Lui. Per questo non ci lascia soli: ognuno di noi è prezioso per Gesù, e Lui ci accompagna. La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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Fratelli, la Chiesa ci addita la gloria ed i misteri dei vergini e dei martiri. Che specchio di bellezza! San Luigi Guanella San Luigi Guanella e san Guido Maria Conforti, canonizzati da Papa Benedetto XVI il 23 ottobre 2011. Tavola di Antonella Sardiello.

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Il Missionario che tutto sacrifica per il più sublime degli ideali, che tutto si dedica al bene dei fratelli, che cerca anime da conquistare alla verità, che aspira al martirio per suggellare degnamente l’opera sua, è un tipo incomparabile di morale bellezza. San Guido Maria Conforti


FINESTRE SUL MONDO

Don Lidio Borgese Un grande di cui è doveroso far memoria (1905-1967) Francesco Sapio

L

a memoria, intesa come ricordo da tramandare, costituisce atto dovuto che spesso non trova adeguato compimento. È il caso di don Lidio Borgese: – studioso; – dottore in filosofia; – prolifico autore di documentati saggi sui tesori archeologicimonumentali-pittorici della sua città (Gaeta), nonché di dotti libri dai quali traspare la sua profonda spiritualità 1; – Ispettore onorario alle Antichità di Gaeta; – Sacerdote dotato «... di una salda teologia e morale cattolica di stampo domenicano, ... uomo di profonda e colta vita interiore..., la cui spiritualità cristiana consisteva anche nel... capire la bellezza della vita umana... che è Cristo...» 2; – di lui l’arcivescovo mons. Dionigio Casaroli ebbe a scrivere, il 5 giugno del 1935, «...ringraziandoti per lo zelo sacerdotale che con passione vai spiegando...». Fu a lungo (1934-1947) Rettore del noto Santuario di Maria SS. della Civita (Itri), lavorò intensamente al suo restauro e, nel periodo più scuro dell’ultimo conflitto mondiale, preservò da razzie la preziosa effigie della Vergine, tenendo il quadro lungamente nascosto sotto il mantello. Il dipinto, in stile bizantino, si fa risalire al secolo XII ed è attribuito a san Luca per le tre lettere (LMP) che figurano in basso e che starebbero a significare «Lucas Me Pintus» 3.

Don Lidio Borgese, in una foto posta accanto ai suoi libri dai familiari.

Intenso fu anche l’impegno volto a portare all’attenzione del gran pubblico le opere d’arte della sua città, che fece riprodurre su cartoline, in quel tempo facilmente reperibili e scambiabili, recanti anche preziose didascalie che ne illustravano storia e dettagli. Abbiamo letto, con interesse e passione, tutto quanto ci è stato dato di trovare degli scritti di don Lidio: da «L’alta mistica di Maria Cristina di Savoia» a «Il manifesto di N.S. Gesù Cristo», da «Cajeta Latii Urbs» a «Misticismo teologico nelle pitture della

cappella del SS. Sacramento del tempio della SS. Annunziata», «Da Eugenio di Savoia» a «Il primato intellettuale degli italiani alla sua origine», da «Archita di Taranto» a «Preludes and synphonies of Jesus», e poi, ancora, «Madre Campania», «La trimillenaria storia di Gaeta», «La colonna dei dodici venti», «Gaeta ciclopica», «Restauri e bonifica eseguiti sul Santuario della Madonna della Civita» e, non da ultimo, «Riposa leggendo Euclide». Riteniamo, comunque, di non poter neanche osare di delinearne un profilo spirituale; lasciamo, pertanto, la parola a padre Pietro Magliozzi, missionario Camilliano in Cile, medico, conferenziere e autore di poderosi testi, che ebbe a scrivere alcune riflessioni quali semplice memoriale per sua madre, la signora Livia, nipote prediletta da don Lidio. Già l’incipit ne delinea la statura: acceda l’uomo a una vita superiore e Dio sarà esaltato (Sal 68,7); nelle successive pagine ne compendia la ... spiritualità cristiana di uomo di profonda e colta vita interiore... traendo spunto da alcuni suoi scritti nei quali ... la base e i riferimenti... sono la Bibbia in primo luogo, i santi classici della tradizione cattolica (san Tommaso, san Agostino, san Bernardo, santa Teresa di Gesù, san Giovanni della Croce) e, infine, una salda teologia... E più oltre: Il cammino inizierà con il tema del male per capire meglio che cos’è il bene; poi passeremo per le virtù: la purezza, la speranza (il modo di vivere il tempo), la carità e l’amore, per termiLa Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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nare con le virtù più alte, le soprannaturali, l’unione con la Trinità: l’articolo terminerà con il senso finale della vita per don Lidio. Appare evidente la profondità del percorso seguito e la specificità del tema trattato per cui non ci resta che seguirne la traccia.

Dio... Il male ha crocifisso Gesù... Essere spirituali è saper lottare contro il male e ricevere la pace di Dio... Più una persona ama più è capace di riconoscere il male... Chi possiede la scienza dell’amore e del dolore sente e condivide l’affanno che opprime il prossimo e soffre con lui (1941, pp. 20, 30, 140)...

Il tempo e la speranza Le cose passano o noi passiamo alle cose? Si chiede don Lidio. Se siamo nel tempo, passiamo noi; se viviamo fuori del tempo (nell’eternità) le cose passano; però se viviamo nella saggezza divina (più in là dell’eternità) facciamo un uso saggio delle cose... Il tempo non è guidato dal caso ma da un meravi-

l’uomo a servizio dell’uomo...». Il premio di questo tipo di carità è la sapienza e non a rovescio; si parte dalla pratica per arrivare a una buona teoria, una teoria coerente (1941, p. 207). La legge interna dell’amore deve guidare tutte le altre... L’amore è il letto del fiume in cui far scorrere la nostra vita; senza tale letto l’acqua si sparge e non arriva da nessuna parte, soprattutto non arriva al mare che è l’amore infinito di Dio...

La vita soprannaturale trinitaria I miracoli di Gesù servivano solo a confermare ciò che lui diceva sul mistero della Trinità (la compassione e misericordia di Dio) e la

Nel libro Gaeta ciclopica, 1963, don Lidio Borgese ci dà notizia degli antichi argini in opera poligonale del Fossato di Pontone.

Il male e il bene La prima saggezza di un uomo spirituale è saper identificare cos’è il male e non farsi ingannare da lui. Il male consiste in colui che usa intelligentemente oggetti o persone (tutte creature) per creare sensazioni, emozioni, a volte anche molto gradevoli... che però spingono verso le tenebre del male. Il male è anche tutto ciò ... che lega la volontà e non le permette di unirsi a Dio ma le schiavizza dietro le passioni. Il male infine, attua attraverso la memoria, in quelle persone che sempre pensano al passato (soprattutto alle ferite della vita). «Attenti quindi – ci avvisa don Lidio – ai pruriti di vanità, rinnegarli è la vera intelligenza» (1941, p. 23). Il male è esagerazione, intossicazione per ingordigia o curiosità di emozioni, di conoscenze, di sensazioni..., e riempirsi di orgoglio; tutto ciò scatena la concupiscenza e la... violenza... Comune a tutte queste manifestazioni del male è il riempirsi... È come un volersi riempire di mondo per svuotarsi di

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glioso disegno divino, ed entrare in questo disegno e fare tutto in funzione di esso è la vera saggezza. Chi guida il tempo e la speranza è il concetto del Regno di Dio...

Purezza, carità e amore La purezza... del cuore è libertà per l’anima; per questo il mondo di oggi è così nemico della castità e della purezza e la ridicolizza tanto... La carità vera è quella ardente, passionale, di fuoco... Citava santa Maria Cristina di Savoia: «Tutto

L’antica Via Appia, ancora percorribile tra alcune cittadine della Provincia di Latina: Fondi, Itri, Gaeta, Formia...

sua missione di salvezza universale (1958). La resurrezione è vita eterna, il segno lasciato da Gesù ai posteri... Il perdono del nemico è... un segno d’amore estremo. Tutto compiuto significa: ho insegnato la via dell’amore e della libertà infinite, la via della felicità e della salvezza, la via per arrivare alla somiglianza con Te, o Padre (1958, p. 80)...


Cos’è la vita La vita è mistero, è amore, è battaglia (1958) ... serve ... solo un cuore aperto su cui scrivere le leggi di Gesù e la nostra legge (1958, p. 80). Il discorso delle beatitudini è la vera rivoluzione teorica della vita per uscite da ogni schiavitù. Le parole sulla croce di Gesù sono la realizzazione pratica di quel discorso. Il mistero della vita, vissuto come Gesù ce l’ha insegnato, è una sinfonia... una sinfonia d’Amore. Quel vero amore che è la vera vita! Siamo giunti al termine di questo nostro excursus e padre Pietro non ce ne voglia se oltre a saccheggiare i suoi appunti abbiamo, involontariamente, omesso o distorto qualcosa del contenuto.

Tip. Casamari, FR, 1964), ma – come scritto all’inizio – la produzione è molto più vasta in quanto, da studioso, ha spaziato nella cultura e contribuito alla scoperta e diffusione della stessa attraverso numerosi saggi per i quali si è dovuto impegnare e improvvisare anche quale editore. Il suo amore per il sapere è stato immenso; ne trasudano i suoi scritti le cui letture ci danno la dimensione del suo scibile. Andava fiero della sua nomina a Ispettore «Onorario alle antichità, ai monumenti e alle Opera d’Arti di Gaeta», titolo conquistato sul campo e per il quale la sua Città dovrebbe tributargli più giusti riconoscimenti. Leggere «Cajeta Latiis Urbs», «Madre Campania», «Gaeta ciclopica», tanto per citarne alcuni, è non

Plutarco, Platone e Aristotele lo ha stimolato a «incontrare» il grande Archita di Taranto, tanto da non potersi esimersi dal dedicargli uno specifico studio e consacrarlo «... come il prototipo della insuperata civiltà mediterranea» (cfr. «Archita di Taranto può misurare l’arena del mare», Tip. Abbazia di Casamari, FR, 1964, p. 18). Don Lidio è stato un grande; questo nostro doveroso omaggio vuole essere soltanto uno stimolo per maggiori approfondimenti e più giusti riconoscimenti, ma in questa occasione ci preme sollecitare la ricollocazione della targa con il suo nome con la quale si era inteso intestare a lui il piazzale antistante il Santuario a ricordo e onore di chi tanto si spese per quei luoghi.

Note 1

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Cfr. da uno scritto di Padre Piero Dott. Magliozzi m.i. Cfr. da uno scritto di Padre Pietro Dott. Magliozzi m.i. Cfr. Michelangelo (Arezzo), Michela Agresti, Mimmo Fabrizio - «Historia» - Ed. Odisseo 1633.

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Il cisternone e, in basso a destra, la tomba di Cicerone a Formia. Don Lidio è stato grande studioso delle antichità di Gaeta e paesi limitrofi.

Ci preme, comunque, sottolineare che questa spiritualità di don Lidio è stato desunta dallo studio di appena tre dei suoi libri (Preludes and symphonies of Jesus, Comet press Books, New York 1958. L’alta mistica di Maria Cristina di Savoia, A. Miccoli, Ed. Napoli 1941. Misticismo teologico nelle pitture della cappella del SS. Sacramento del tempio della SS. Annunziata,

soltanto ritrovare le radici ma il modo più semplice e coinvolgente per impossessarsi di ciò che è stato; le appena 19 pagine di «La trimillenaria storia di Gaeta nella sua poderosa documentazione archeologica» sono sufficienti per comprendere e, soprattutto, condividere le poche parole con le quali lo stesso Autore introduce alla sua opera, laddove scrive «Gaeta: estasi, delizia e realtà»; la sola didascalia che accompagna ogni sua «cartolina» con singolo reperto archeologico costituisce uno scrigno; la dimestichezza con La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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FINESTRE SUL MONDO

La «figlia della madonna» si è fatta suora Pompeo Stillo

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Venezia, diceva una donna alla sua vicina di casa: – Margherita, a tu visto? La fja de la madona la se ga fata monega. – E chixeo che te lo ga dito? – Su szia. – Ma se no se savia gnente da muci ani?! – Cossa voto che te diga, le vie del Signor le se infinite! Quante volte abbiamo ammirato quella bellissima immagine della Madonna col bambino, un capolavoro d’arte del Ferruzzi! Dopo aver vinto alla Biennale di Venezia, con questo bellissimo dipinto, l’autore lo cedette, chissà, se per compenso o altro, a delle autorità religiose. E così che venne riprodotta, stampata su libri, giornali, in immagine grande, immaginette e in grandi quadri. Infinite le riproduzioni di questa bellissima effigie che, esposta nelle chiese o nelle case, è stata ed è invocata e venerata da tanti devoti di Maria. Questa è tua madre, diceva la zia alla nipote, quando l’ha incontrata per la prima volta e l’aveva invitata a casa sua. – Tu sei la figlia della madonna, diceva l’anziana donna, zia della suora americana. – Sì, rispondeva lei, siamo tutti figli della Madonna. Era proprio in quella casa, dopo tanti anni, che veniva rivelata una storia semplice, commovente e bella.

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Suor Angela Maria Bovo accanto al ritratto della mamma con il fratellino, da tutti conosciuta come Madonna della strada o La zingarella. L’autore è il pittore Roberto Ferruzzi.

Ecco la storia Tutto venne alla luce, quando una suora della California decise di conoscere le sue radici e quelli della sua famiglia. Suor Angela Maria Bovo, prima di entrare nel convento delle suore francescane di S. Giuseppe Corondlet, aveva speso molti dei suoi anni in un orfanotrofio di Oakland. Sapeva ben poco della sua infanzia e della sua famiglia. Quando aveva raggiunto quell’età da uscire dall’orfanotrofio, la superiora, conoscendo il carattere della ragazza, la chiamò per darle consiglio ed aiutarla. In caso volesse andare via, le avrebbero trovato qualche famiglia che l’avrebbe accolta nella loro casa come domestica o altro. Lei aveva già deciso, aveva la vocazione di farsi suora. E così entrò nel convento Francescano di S. Giuseppe Corondlet.

Col passar del tempo, lei considerava il convento la sua casa, con la parrocchia e la scuola dove insegnava. La sua famiglia era la sua comunità religiosa. Passarono degli anni, quando un giorno, dovendo fare ricerche sui genitori di una ragazza che era appena entrata a far parte della loro congregazione, le venne quel desiderio di conoscere le sue origini. Sapeva solo di avere un nome italiano, ma di altro nulla. E così, un giorno, decise di parlarne alla Superiora. Questa non le diede troppo coraggio, ma nemmeno volle fermarla. Lei, che aveva molta esperienza, non voleva incoraggiare qualcosa che più delle volte porta ad una grande delusione. Nello stesso tempo, sapendo che è giusto conoscere la verità, non poteva di certo negarle la possibilità di cercare. Suor Angela Maria Bova ormai

I genitori di suor Maria Angela Bovo: papà Antonio e Angiolina Cian. È lei che, undicenne, aveva prestato il suo volto per il dipinto del Ferruzzi.


A casa doveva accudire a dieci figli, e tutto ciò era quasi impossibile. Continuando in quel modo non si poteva arrivare molto lontano. La povera Angelina aveva bisogno di aiuto, ma lei, non conoscendo bene la lingua, faceva fatica a comunicare e cercare aiuto dove forse l’avrebbero aiutata. Ha tirato avanti per un po’, ma poi si prese un forte esaurimento nervoso e finì in ospedale. Era passato un anno della morte del marito, lei in ospedale, i figli non potevano stare soli, le più piccole, inclusa Maria, vennero divise, alcune se le presero le suore di un istituto e le altre andarono in un orfanotrofio. Fin quando la madre era in vita, i ragazzi, in un certo modo, mantennero i contatti tra di loro. Alcuni anni dopo, la madre morì e a poco a poco quei contatti fraterni andarono diradandosi. Intanto erano passati molti anni, chi mai pensava più a ciò che era stato. Ecco quando, trovandosi ad aiutare quella giovane novizia, a suor Angela Maria venne il desiderio di sapere della sua famiglia. Non le restava altro che mettersi bene in moto e trovare le sue radici. Proprio incantevole la Madonna di Roberto Ferruzzi, 1897.

era decisa, sperava tanto nell’aiuto della sua superiora. Bisognava innanzitutto seguire il filo del cognome, le origini dovevano essere italiane. All’inizio delle sue ricerche, scoprì che era nata a Oakland, California, ed era la settima di dieci figli. I suoi genitori erano Angelina ed Antonio Bovo, emigranti italiani provenienti da Venezia. Arrivarono ad Oakland nel lontano 1906 poco dopo che si erano sposati. Antonio Bovo, appena arrivato in America, guadagnava bene, installava pavimenti di marmo e mattonelle di ceramiche. Con la sua paga, poteva mantenere bene la sua famiglia. Mentre la moglie restava in casa, dove il lavoro

non le mancava di certo, ad accudire la famiglia che cresceva alla svelta e non le dava la possibilità di riposarsi facilmente. Nel gennaio del 1929 Antonio Bovo, all’età di 42 anni, si ammalò di una forte influenza che lo portò alla morte. La moglie Angelina restò vedova con dieci figli, il più piccolo aveva appena sei mesi. Intanto dovette cercarsi un lavoro, portare avanti una famiglia numerosa, da sola non era cosa facile. Dieci figli da accudire e dargli da mangiare tutti i giorni, come poteva farcela? La pressione su di lei aumentava giorno dopo giorno. Lavorava dalla mattina alla sera per poter guadagnare.

Roberto Ferruzzi (1853-1934). La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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Nel 1984, la superiora le diede il permesso di compiere un viaggio in Italia con un’altra religiosa, e andare a visitare Venezia, dove c’è una casa della loro congregazione. Suor Angela Maria, prima di intraprendere il viaggio, volle fare una buona ricerca presso il dipartimento di genealogia, che si trova nel tempio dei Mormoni, nell’area di Oakland. Una giovane ricercatrice italiana, di nome Marianna, le diede molto aiuto e tante di quelle informazioni di cui lei aveva bisogno. Una volta trovatasi a Venezia, avrebbe potuto ottenere tutto ciò che voleva sapere della sua famiglia. Così, dopo avere ottenuto la santa benedizione ed un augurio di un buon successo dalla Superiora, con molto entusiasmo e anche tanta preoccupazione, partì alla volta dell’Italia. All’aeroporto Marco Polo di Venezia presero un taxi che le portò al piazzale Roma, di là, con un vaporetto, raggiunsero la Casa Maria ss.ma del Bambino Gesù, dove trovarono alloggio e aiuto per le ricerche. La superiora la fece incontrare con Celeste, una suora americana che parlava perfettamente l’italiano. Il giorno successivo, suor Angela Maria e suor Celeste si recarono al palazzo della città, per incominciare le ricerche. Il palazzo era raggiungibile a piedi, perché si trovava a poca distanza dell’istituto. Negli uffici per le ricerche, un impiegato con molta gentilezza si mise a loro disposizione. E così, cercando da un ufficio all’altro, trovarono per primo il certificato di matrimonio dei suoi genitori, Angelina Cian e Antonio Bovo. Tramite quel bravo impiegato hanno potuto trovare i nomi dei parenti, fratelli e sorelle del padre e della madre, con gli atti di nascita e gli atti di morte di quelli che non c’erano più. Suor Maria ha scoperto che il cognome della madre prima di spo-

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sarsi era Angelina Cian, ed era la seconda di quindici figli, di cui due di esse erano ancora in vita e vivevano a Venezia: la zia Elisa di ottantotto anni e la zia Giulia di ottanta. Con l’aiuto della suora Americana, che parlava perfettamente l’italiano, suor Angela Maria ha potuto prendere contatto con la zia Giulia.

presero il vaporetto che li portava presso Murano. Arrivati alla casa della zia Giulia, tante persone erano là che aspettavano. Parenti, amici che la zia Giulia aveva avvisato. I vicini di casa, avendo saputo, aspettavano con ansia di vedere la «figlia della madonna». La zia si lanciò per prima ad abbracciare la nipote dicendo:

Oakland (California). Qui suor Angela Maria era stata in un orfanotrofio dopo la morte dei genitori, qui aveva studiato come insegnante e poi aveva deciso di divenire suora nel convento francescano di S. Giuseppe Carondelet.

Quella telefonata a zia Giulia Quella telefonata per la zia Giulia è stato come un miracolo. Mai poteva aspettarsi tale sorpresa, poter vedere la nipote, la figlia della sua sfortunata sorella, della quale avevano perduto le tracce. La zia Giulia invita la nipote a visitare la casa di famiglia, la stessa dove la mamma Angelina era nata e cresciuta, così, tramite un’altra suora dell’istituto, prepararono tutto per l’incontro. Erano le dieci del mattino di una bella giornata di giugno. La laguna di Venezia era piena di gondole e motoscafi che si spostavano da un punto all’altro. Suor Angela Maria, con suor Celeste e una persona anziana dell’istituto che le accompagnava,

– Angela, sono la tua zia, la sorella di tua madre. Quanto tempo è passato durante il quale non abbiamo potuto avere notizie, ormai avevamo perduto le speranze, anche di incontrare qualcuno che ti conoscesse. Suor Angela Maria, non abituata a tutto quel grande affetto, era un po’ confusa, non sapeva cosa fare. La zia, tenendola per mano, se la tira dentro. Lei saluta tutti i presenti, con una alzata di mano. La zia Giulia era felice, voleva stare vicino alla nipote, nel frattempo cercava di fare accomodare le persone che erano entrate. Poi prese a far domande, ma suor Angela non riusciva a capire, anche perché non sapeva di che cosa la zia stesse parlando. Zia Giulia la prese per mano e la fece entrare nella stanza accanto,


la portò vicino ad un comò e le mostrò una fotografia messa in una bella cornice ovale bene a vista. La prese e la porse alla nipote dicendo: – Guarda, vedi come è bella? – Sì, la conosco, dice suor Angela Maria, she is Our Lady of the Street - La Madonna della strada. – Questa è la tua mamma, dice la zia Giulia. – Sì, risponde la suora, è la mamma di tutti. – Questa è tua madre, ripete la zia Giulia. – Sì, sì, rivolgendosi all’altra suora, facendole capire di spiegare alla zia che aveva capito. Questa è la mamma di tutti noi, dice la suora. No! No! dice la zia Giulia, questa è proprio tua madre. Poi, rivol-

in un certo italiano, per far capire alla zia che aveva capito benissimo, questo quadro noi l’abbiamo nel nostro Istituto a Oakland. – No! insiste ancora la zia, vedendo la reazione della nipote, allora non mi sono spiegata, questa è proprio tua madre, disse l’anziana donna, un po’ innervosita. Suor Angela Maria restò un po’ titubante. La zia si sentì quasi offesa. È mai possibile che non mi volete capire? dice. – Perché ne dubitate? Dice alla suora che faceva da interprete. Diglielo, diglielo! Le devi dire che questa è la sua mamma! Così dicendo, si riprende la fotografia e stringendosela al petto si siede dicendo:

Già suora, raggiunse Venezia per conoscere i suoi familiari italiani. È a Venezia che scoprì il mistero di quella bella Madonnina che venerava nel suo convento: era la sua mamma terrena Angiolina.

gendosi alla suora che faceva da interprete, con un’espressione positiva, dice: – Diglielo, che questa è proprio la sua mamma. Sì, dice l’altra suora, sì che la conosciamo, questa è la Madonna del Ferruzzi, chi è che non la conosce, in America la chiamano «La Madonna della Strada». La Madonna che porta il bambino in braccio che dorme. – Lo so, dice suor Angela Maria

– Ascoltatemi, perché è bene che vi racconti. L’anziana donna, dopo essersi messa comoda e aver preso bene fiato, inizia la sua storia. Nel 1800, l’Italia era una penisola divisa in stati e statarelli, governati con una grande confusione da Duchi, Marchesi, Principi e Baroni. Si andavano combattendo qua e là tante piccole guerre dal nord al sud. I nostri nonni vivevano a Venezia, si erano appena sposati e

a causa di quelle guerre continue che si combattevano anche nella Repubblica di Venezia papà Cian, per evitare problemi alla sua famiglia, si trasferiva sulle colline vicino Padova. Quando poi l’Italia venne unificata, i poveri speravano in qualche miglioramento che invece si faceva desiderare. Intanto la famiglia cresceva e il bisogno aumentava. In quelle vicinanze viveva, allora, un giovane pittore venuto dalla Dalmazia. Questi andava sempre in cerca di soggetti da potere immortalare nei suoi quadri. Con il suo cavalletto, pennelli e colori, cercava nuovi paesaggi e vedute da dipingere. Era una bella mattina d’aprile, quando il giovane Ferruzzi aveva preparato il suo cavalletto sul viale che portava verso una cascina, dove abitava la famiglia Cian. In lontananza vide arrivare una bella ragazza con un bimbo in braccio, con un grande scialle blu cercava di coprirlo. Quando il giovane pittore la vide, fu colpito da quel quadro che gli si posava davanti. Il candore di quella scena e di quella dolce bellezza lo colpì e decise di dipingerla. Posò il suo sguardo su quel soggetto che pian piano si avvicinava. La guardava affascinato, ne ammirava la sua freschezza candida e la sua bellezza, avvolta in quel grande scialle blu che copriva anche il bambino; lui non poté fare a meno di dire: – Che viso da madonna! La fermò e le chiese se voleva che le facesse il ritratto. Angelina, incuriosita, accettò di posare per quel giovane pittore. La ragazza aveva appena undici anni. Così posò avvolta in quel grande scialle blu con il suo fratellino di pochi mesi in braccio. Roberto Ferruzzi diede un abbozzo al quadro che poi finì molto bene nel suo studio. Dato che la modella era una giovanissima ragazza, lui diede il titolo alla pittura: «La Madonnina». Passarono gli anni, niente più si La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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seppe di quel quadro. Quel giovane pittore non si è più rivisto. Intanto Angelina, all’età di diciannove anni, sposava Antonio Bovo, un giovane che aveva conosciuto in un paese vicino. Antonio Bovo, per evitare di fare il militare, avendo saputo che in America c’era richiesta di mano d’opera, con la sua giovane sposa emigra negli Stati Uniti. Arrivati a New York, venne a sapere che nell’ovest c’era molta richiesta di muratori, i due sposini se ne andarono a Oakland, in California. Per molti anni Angelina mantenne i contatti con la famiglia in Italia. Nel 1912 mandò una fotografia con il marito e i primi tre figli maschi, con la scritta: – Famiglia Bovo. Intanto la famiglia Cian, durante la prima guerra mondiale, lasciava la collina di Padova per trasferirsi di nuovo a Venezia. Da allora, poi, si sono persi i contatti con tutti. – Ecco che la sorpresa è stata grande, nel sentire e vedere proprio qui, davanti a noi, la figlia della nostra cara sorella Angelina. Quale gioia, quale sorpresa dopo tanti anni di speranza! Suor Angela Maria, dopo aver sentito la storia che la zia le ha raccontato, e vedendo l’altra suora che mentre traduceva si asciugava le lacrime, piangendo abbracciò la zia, mentre l’anziana donna l’accarezzava affettuosamente con tanto amore. La «figlia della madonna» si era fatta suora. La madonna del Ferruzzi, il bellissimo quadro assai famoso in tutto il mondo, aveva una particolare storia che non si sapeva e che ora è venuta alla luce. Qualcuno ne aveva parlato, ma con poca esattezza. E pensare: come nasce a volte un’opera d’arte? Dal volere di un artista o dall’improvvisa visione di qualcosa che fa nascere l’ispirazione.

Roma - Casa S. Pio X. Si prega durante il mese di maggio davanti alla incantevole effigie del Ferruzzi.

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Quale gioia per suor Angela Maria trovarsi a pregare davanti al quadro della Madonna della Strada (così è stato ribattezzato il dipinto), pregare davanti a quella bella madonna, che poi è il ritratto della sua propria mamma. Quel capolavoro d’arte, che ha immortalato una giovanissima donna con un bimbo in braccio, che era il suo fratellino. Il quadro diveniva una famosa opera d’arte, ma lei, la giovane fanciulla di appena undici anni, ebbe una vita dura e travagliata. Il volto giovanissimo di Angelina, nel quadro benedetto della Madonna della Strada, viene ammirato e riconosciuto nel volto di Maria, la madre di Gesù e madre nostra. Suor Angela Maria, da allora, ha

cercato e ha trovato altri parenti e cugini con grande gioia di tutti. Ha pure incontrato il nipote del famoso pittore che aveva immortalato la madre. Suor Angela Maria, nel ritornare in America, nell’istituto della sua congregazione ad Oakland, nella cappella della chiesa andò a baciare più volte quel quadro benedetto che aveva sempre ammirato e dove si era soffermata spesse volte a pregare. Ecco perché a Venezia dicevano: – La «figlia della madonna» si è fatta suora. Quale gioia e quale scoperta. Un quadro bellissimo, una figura perfetta, un ritratto di una giovane innocente, piena di grazia, prescelta da un pittore, ma come prescelta da Dio. n


FINESTRE SUL MONDO

«Il mio nome è Charlotte. Ho la sindrome di Down» A cura della Redazione

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Charlotte Helene Fien è una ragazza svizzera di 21 anni ed è affetta da sindrome di Down e autismo. Dopo aver visto il documentario chiamato «Un mondo senza sindrome di Down», ha capito che esiste un test che rivela nei primi mesi di gravidanza la possibile presenza della sindrome, così da facilitare gli aborti *. La cosa, però, non le è piaciuta, è come se si volessero «sterminare» tutti coloro affetti dalla sindrome, dimenticando che possono condurre una vita assolutamente normale. È proprio per difendere i diritti delle persone come lei che Charlotte è stata chiamata a tenere un

* Il test cui si riferisce Charlotte si chiama test del «Dna libero» e diagnostica la Sindrome di Down nel primo trimestre di gravidanza.

Charlotte Fien, svizzera, da bambina. Oggi ha 21 anni.

discorso per le Nazioni Unite a Ginevra, in occasione della dodicesima giornata mondiale della Sindrome di Down 2017, allo scopo di far capire a tutti che le

persone con difficoltà vogliono e devono essere trattate allo stesso modo di quelle normali, perché sono esattamente come tutti gli altri. Il tema di quest’anno è stato «My voice, my community», ossia «La mia voce, la mia comunità», con l’obiettivo di favorire la parità dei diritti delle persone con la Sindrome di Down. Charlotte è una vera e propria forza della natura: parla tre lingue, ha cominciato a camminare a 15 mesi, ha tolto i pannolini quando era ancora piccolissima, vive autonomamente, è felice, vuole mantenersi con il suo lavoro, l’unica cosa che la differenzia dagli altri è che ha un cromosoma extra. Insomma, Charlotte è la dimostrazione materiale del fatto che spesso vengono tramandati dei luoghi comuni sulle condizioni di vita delle persone Ginevra, Svizzera, Palazzo delle Nazioni Unite.

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affette dalla sindrome di Down: creare un test che favorisca gli aborti non è altro che una forma di discriminazione. La madre di Charlotte ha svelato – con soddisfazione e orgoglio – che, quando era bambina, i pediatri le avevano detto che non avrebbe mai parlato bene e sostenevano che avrebbe dovuto indossare i pannolini fino a 9 anni, ma la mamma della 21enne Down ha raccontato che non è stato affatto così, e i medici si sono sbagliati ancora una volta. Dettagli importanti ed utili al fine di dire che sono troppi i pregiudizi che orbitano intorno ai bambini affetti da Sindrome di Down.

Charlotte parla a Ginevra Il discorso di Charlotte a Ginevra è stato letto in due lingue, con annessa traduzione. Alcuni paragrafi della sua lettera sono stati davvero forti, e carichi di significato. La parola a Charlotte: «Buon pomeriggio, il mio nome è Charlotte Helene Fien. Ho 21 anni e ho la Sindrome di Down e l’Autismo. Negli anni ’30 e ’40 i Nazisti hanno deciso di liberarsi di tutte le persone disabili. Più di 200 mila persone disabili sono state uccise, inclusi molti bambini con la Sindrome di Down. Oggi sta avvenendo la stessa cosa. Un test che verifica la Sindrome di Down è usato per uccidere tutti i bambini con la Sindrome di Down. In Islanda, Danimarca e Cina non un solo bambino con la Sindrome di Down è nato per 7 anni, SETTE ANNI! L’obiettivo è sradicare la Sindrome di Down in futuro. Questo mi rende arrabbiata e molto triste. Io ho la Sindrome di Down. Non sto soffrendo. Non sono malata. Nessuno dei miei amici che ha la Sindrome di Down sta soffrendo. Abbiamo tutti vite felici. Andiamo al pub, partecipiamo a feste e cene a casa della mia amica Aime e abbiamo un fidanzato e abbiamo piani e obiettivi per il futuro. Abbiamo soltanto un cromosoma extra, ma siamo ancora esseri

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Charlotte Fien parla a Ginevra.

umani. Noi siamo esseri umani. Non siamo mostri, non abbiate paura di noi. Siamo persone con diverse abilità e forze. Non siate dispiaciuti per me, la mia vita va alla grande! Il mio obiettivo è di trovare un lavoro che amo. Amo il golf e vorrei insegnare ai bambini a giocarlo. Gioco a golf da quando avevo 6 anni. Voglio vivere indipendente un giorno e supportarmi con il mio lavoro. Ho già viaggiato da sola in diversi posti e anche all’estero. Non abbiate paura di me e non siate dispiaciuti per me. Io sono come voi. Io sono come voi, ma diversa. Io ho un cromosoma extra, non mi impedisce di godere della vita. Per favore non provate a ucciderci tutti. Non permettete questo test. Se lo permettete non siete meglio dei Nazisti che hanno ucciso 200 mila persone disabili. Ho il diritto di vivere e così altre persone come me». Verso la fine del suo toccante monologo tenuto alle Nazioni Unite, Charlotte ha aggiunto: «Non siamo mostri, non abbiate paura di noi». Un discorso potente e commovente, che ha ricevuto una standing ovation di 5 minuti e che ha accolto l’appoggio di tante famiglie e associazioni che si battono per le persone con la Sindrome di Down, affinché possano vivere la loro vita, e raggiungere i loro traguardi, che sono gli stessi di tanti ragazzi. n

BEATO PIO IX E IL SUO ANGELO Il Papa Pio IX raccontava molto volentieri un’esperienza della sua infanzia, che prova l’aiuto straordinario del suo Angelo. Da bambino, durante la S. Messa, faceva il chierichetto nella cappella paterna. Un giorno, mentre stava inginocchiato sull’ultimo gradino dell’altare, durante l’Offertorio, fu preso improvvisamente da timore e da paura. Era eccitatissimo e non ne capiva il motivo. Il cuore cominciò a battere forte forte. Istintivamente, cercando aiuto, volse gli occhi dalla parte opposta dell’altare. Lì c’era un bel giovane che gli faceva segno con la mano di andare verso di lui. Era così confuso, vedendo questa apparizione, che non osava spostarsi. Ma la figura luminosa gli fece energicamente ancora un cenno. Allora egli si spostò, ma l’apparizione sparì. Nello stesso istante, una statua pesante di un Santo cadde proprio lì dove stava prima il piccolo chierichetto. Da ragazzo, da Sacerdote, da Vescovo e poi da Papa, egli raccontava spesso questa sua esperienza indimenticabile, in cui constatò l’aiuto del suo Angelo custode.


VOCI DAL SILENZIO

Tota pulchra es Gilda Mori

L’

8 settembre celebriamo la nascita di Maria di Nazareth, l’8 dicembre la sua Immacolata Concezione. Entrambe le feste mettono l’accento sulla bellezza e nobiltà di Maria. Un canto dedicato a Maria nascente recita: È un fiore del nobile davidico stelo, pupilla degli Angeli, Regina del Cielo». Nella solennità dell’Immacolata Concezione siamo invitati a cantare il gregoriano Tota pulchra es, Maria - Tutta bella sei, o Maria! Ma, recita il quarto paragrafo del Concilio Vaticano II sull’apostolato dei Laici:

«Maria, regina degli Apostoli, viveva sulla terra una vita comune a tutti, piena di sollecitudini familiari e di lavoro...». Quel vivere «sulla terra una vita comune» ce la fa sentire come compagna nel cammino della nostra vita. Simile a tutte le donne, quando svolgono lavori umili e grandi nel ruolo di spose e di madri. Perché anche Maria tante volte sarà andata alla fonte e al lavatoio comune con le stesse donne di Nazaret. E dopo aver fatto i lavori in casa, si sarà intrattenuta con le vicine, in attesa che Giuseppe chiudesse la bottega di falegname, mentre Gesù con gli altri bambini giocava nella contrada. E più volte si sarà recata a raccogliere i trucioli nella bottega del suo sposo, per cuocere il cibo della giornata. Maria, Maria, nelle immagini ti vediamo incoronata di stelle, ma

Albero di Iesse, Duomo di Napoli.

nella vita tu hai anche avuto la fronte imperlata di sudore. Come le nostre madri che lavoravano, che cucinavano, rattoppavano i vestiti degli sposi e dei figli con pazienza e amore, dopo aver fat-

to la spesa, cercando di risparmiare più che potevano, come certamente anche tu facevi. La tua prima comparsa storica è descritta nella pagina di Luca ove dice che l’angelo Gabriele La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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viene mandato da Dio ad una fanciulla sconosciuta, a Nazaret. Ma anche il tuo paese era sconosciuto, non è stato citato nell’antico Testamento, né nel Talmud, né da Giuseppe Flavio. Un povero paese di mezza collina, che poteva contare 250-300 abitanti, in cui la gente viveva in grotte scavate nelle pietre calcaree e davanti poteva essere aggiunta una stanza in muratura, col pavimento in terra battuta su cui, per dormire, si stendevano stuoie. Maria, dei tuoi genitori non sappiamo nulla, solo nell’antico libro apocrifo del Protovangelo di Giacomo sappiamo i nomi: Gioacchino ed Anna. Perciò dalla tua infanzia ha inizio la tua vita sulla terra comune a tutti. Ti insegnarono, come ad ogni bambina, a cucinare, a macinare il grano con la macina a mano, ad impastare e cuocere il pane, a pulire la casa e forse anche il lavoro nell’orto vicino al villaggio. E gran parte della vita sarai an-

La fontana della Vergine, a Nazaret, come poteva essere tempo fa.

data anche tu, ogni giorno, con l’otre di coccio sulla testa. Infatti erano le donne che andavano ad attingere l’acqua all’unico pozzo del paese che, in tuo ricordo, è chiamato «Fontana della Vergine».

TOTA PULCHRA ES, MARIA Tota pulchra es, Maria. Et macula originalis non est in Te. Tu gloria Ierusalem. Tu laetitia Israel. Tu honorificentia populi nostri. Tu advocata peccatorum. O Maria, o Maria. Virgo prudentissima. Mater clementissima. Ora pro nobis. Intercede pro nobis ad Dominum Iesum Christum.

Tutta bella sei, Maria, e il peccato originale non è in te. Tu gloria di Gerusalemme, tu letizia d’Israele, tu onore del nostro popolo, tu avvocata dei peccatori. O Maria! O Maria! Vergine prudentissima, Madre clementissima, prega per noi, intercedi per noi presso il Signore Gesù Cristo. Canto gregoriano nella devozione mariana

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C’è qualcosa però che tu puoi insegnarci: a pregare! Per i tuoi familiari, come per tutti gli Ebrei, la giornata era scandita da continue preghiere, ogni gesto ogni attività era accompagnata da continue benedizioni. E quando ogni sabato la comunità si riuniva nella sinagoga per pregare e ascoltare la lettura del Libro Sacro e la spiegazione, tu stavi attenta ad ascoltare dal posto riservato alle donne. Insegnaci, o Maria, a saper lavorare amando, e ad amare lavorando. Perché tu, pur scelta dal Signore ad essere Regina del Cielo, hai prima calpestato coi piedi la nostra terra. Coi piedi nella polvere, col sudore sulla fronte, ma col tuo cuore volto al Signore. E quando stanchi, addolorati ci inginocchiamo davanti alle tue immagini, lascia che posiamo il capo sulle tue ginocchia. Abbiamo bisogno del tuo amore e di una tua carezza, perché tu sei «tutta bella e nessuna macchia è in te». Perciò noi confidiamo in te. Grazie, Maria! n


LETTI PER VOI

A cura della Redazione

Prologo

Angeli al fast food

Q

uando si pensa alla ricorrenza del Quattro Luglio, la festa dell’Indipendenza americana, vengono in mente le parate patriottiche, l’intenso aroma dei barbecue fumanti, il sapore dolce delle pannocchie di mais e i cieli illuminati da piogge di fuochi d’artificio. Il weekend del Quattro Luglio 2003, invece, è rimasto scolpito nella memoria della mia famiglia per un motivo ben diverso. Io e mia moglie Sonja avevamo in programma di andare con i bambini a trovare lo zio Steve, mio cognato, che vive a Sioux Falls, nel South Dakota. Innanzitutto avremmo conosciuto il nostro nuovo nipotino, Bennett, nato due mesi prima, e poi sarebbe stata l’occasione giusta per portare i nostri figli, Cassie e Colton, a vedere per la prima volta le cascate (Sioux Falls prende il nome proprio da lì). A dire il vero, pe-

TODD BURPO è un pastore protestante e vive in Nebraska con la moglie Sonja e i figli Cassie, Colton e Colby. Da questo libro è stato tratto il film omonimo diretto da Randall Wallace con Greg Kinnear. LYNN VINCENT è una giornalista, autrice e coautrice di libri bestseller, docente di Scrittura. Vive a San Diego, in California.

rò, lo scopo principale del viaggio era un altro. In marzo avevamo fatto una gita a Greeley, in Colorado, che si era trasformata nell’incubo peggiore che si possa immaginare, e da allora non ci eravamo più mossi dal paesino del Nebraska in cui viviamo, Imperial. Non userò tanti giri di parole: in occasione di quell’ultima gita nostro figlio era quasi morto. Vi sembreremo paranoici, ma con-

fesso che dopo un’esperienza del genere eravamo diventati un po’ apprensivi, quasi al punto da non voler partire. Ora, essendo un uomo di chiesa, io non sono superstizioso, eppure una parte di me – una parte imperscrutabile e ancora inquieta – mi diceva che se fossimo rimasti nei paraggi di casa saremmo stati al sicuro. Alla fine, tuttavia, la ragione – unita alla prospettiva di conoscere il piccolo Bennett, che a sentire La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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Colton con la famiglia Burpo al completo. Colton è il ragazzo a destra; oggi ha diciotto anni.

Steve era il neonato più carino del mondo – ebbe la meglio. Così preparammo armi e bagagli e stipammo il tutto dentro la nostra Ford Expedition blu, pronti a fare rotta verso nord. (...) A volte ridere è l’unico modo per superare un trauma, così decisi di stuzzicare un po’ mio figlio. «Ehi, Colton, se svoltiamo qui possiamo tornare all’ospedale. Che ne dici, ci facciamo un salto?». Sentii il nostro piccolino ridere nell’oscurità. «No, papà, non ci voglio andare! Portaci Cassie, ci va lei in ospedale!». Anche lei scoppiò a ridere. «No-ooo! Non voglio andarci neanch’io!». Sonja si girò a guardare Colton, nel seggiolino alle mie spalle. Immaginai i suoi capelli biondi e corti, gli occhi azzurri che brillavano nel buio. «Te lo ricordi l’ospedale?» gli domandò. «Certo, mamma, che me lo ricordo. È dove ho sentito cantare gli angeli». Dentro la macchina il tempo si

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fermò. Sonja e io ci scambiammo un’occhiata, insieme a un muto messaggio: Hai appena sentito anche tu quello che ho sentito io? Poi mia moglie si sporse verso di me e sussurrò: «Ti ha mai parlato di angeli prima d’ora?». Scossi la testa. «E a te?». Stessa risposta. (...) Questi pensieri si rincorrevano nella mia mente mentre cercavo le parole per rispondere alla sua dichiarazione sconcertante. Alla fine trovai il coraggio: «Hai detto che hai sentito cantare gli angeli mentre eri in ospedale?». Annuì con decisione. «E che cosa cantavano?». Lui spostò gli occhi in alto a destra, tutto intento a ricordare. «Allora... cantavano Jesus Loves Me e Joshua Fought the Battle of Jericho» disse. «Io gli ho chiesto di fare We Will Rock You, ma quella non la sapevano...». Mentre Cassie ridacchiava piano, constatai che Colton aveva risposto in modo pronto e sicuro, senza un’ombra di esitazione.

Un altro sguardo perplesso tra me e Sonja. Cosa succede? Ha sognato mentre era in ospedale? E un’altra domanda silenziosa: Adesso cosa diciamo? «Colton, che aspetto avevano gli angeli?» mi venne spontaneo chiedere. Lui sorrise, divertito dal ricordo. «Allora, uno sembrava il nonno Dennis, ma non era lui perché il nonno ha gli occhiali». Poi si fece serio. «Papà, Gesù ha detto agli angeli di cantare per me perché avevo tanta paura. Mi hanno fatto stare meglio». Gesù? Scrutai ancora Sonja e vidi che era rimasta a bocca aperta. Tornai. a rivolgermi a mio figlio: «Quindi c’era anche Gesù?». Lui annuì, come se stesse confermando di aver visto la cosa più banale del mondo, tipo una coccinella in cortile. «Sì, c’era Gesù». «E dov’era di preciso?». Mi guardò dritto negli occhi. «Mi teneva in braccio». (...)

Gesù ha gli occhi bellissimi, dice Colton, e sono chiari, verdi.

Tornati a borde del Suv, mentre lei distribuiva panini al rost beef e crocchette di patate, azzardai un’altra domanda: «Colton, dov’eri quando hai visto Gesù?». Mi guardò come per dire: Ma non ne abbiamo appena parlato? «All’ospedale. Sai, quando il dottor O’Holleran mi stava aggiustando...».


Immagine del film di R. Wallace. Colton col padre Todd.

«Be’, il dottor O’Holleran ti ha aggiustato un paio di volte, ricordi?». Colton era stato sottoposto a un’appendicectomia d’urgenza e a un lavaggio della cavità addominale; poi più avanti l’avevamo portato nello studio del dottore per rimuovere parte del tessuto cicatriziale. «Sicuro che eri in ospedale?». Annuì. «Sì. Quando ero con Gesù tu stavi pregando e la mamma era al telefono». Cosa? Non c’erano dubbi: stava parlando proprio dell’ospedale. Ma come faceva a sapere dove ci trovavamo noi in quel momento? (...)

Colton Burpo, recupero crediti Una mattina, forse dopo avermi sentito discutere con Sonja della funzione (un funerale), Colton entrò in salotto e iniziò a tirarmi un lembo della camicia. «Papà, cos’è un funerale?». (...) «Be’, piccolo, un funerale si celebra quando qualcuno muore. Un signore è morto e la sua famiglia oggi verrà in chiesa per salutarlo». Il suo atteggiamento cambiò all’istante. Si fece serio in volto e mi fissò con determinazione. «Quel signore aveva Gesù nel cuore?».

Mio figlio mi stava domandando se il defunto in questione fosse un cristiano che aveva accettato Gesù Cristo come suo Salvatore.

L’intensità di quella richiesta mi colse impreparato. «Non ne sono sicuro, Colton» risposi. «Non lo conoscevo molto bene». Sul suo viso si dipinse una smorfia di tremenda apprensione. «Doveva avere Gesù nel cuore! Doveva per forza conoscere Gesù, sennò non può andare in Paradiso!». (...) Mi girai verso Colton e Cassie, e fu allora che mio figlio indicò la cassa di quercia. «Cos’è quella, papà?». Cercai di restare sul semplice. «È una bara. C’è dentro il signore che è morto». All’improvviso rividi sul suo faccino un’espressione di profondo turbamento. Si batté i pugni sulle cosce, poi puntò di nuovo il dito verso il feretro. «Quel signore

IL PARADISO PER DAVVERO di Todd Burpo La mattina del 5 marzo 2003 il piccolo Colton Burpo, che non ha ancora compiuto quattro anni, entra in sala operatoria per essere sottoposto con urgenza a un intervento delicatissimo. Ha l’appendice perforata e gli errori commessi dai medici prima di arrivare alla diagnosi coretta non lasciano molte speranze. Todd, il padre, si ritira a pregare in una stanzetta dell’ospedale, mentre la mamma, Sonja, cerca conforto al telefono nelle parole dei parenti e degli amici più stretti. La tensione è altissima, per tre lunghissimi minuti i medici «perdono» Colton. Ma come per miracolo l’esito dell’operazione è positivo e il bambino guarisce perfettamente. Passeranno anni prima che i genitori attoniti si trovino ad ascoltare i racconti, del tutto spontanei e tranquilli, di ciò che Colton ha visto in quei tre minuti e dell’incredibile viaggio che ha compiuto, fino al Paradiso e ritorno. Lì stava in braccio a Gesù, che lo ha accolto sul suo cavallo color arcobaleno e «ha detto agli angeli di cantare, perché avevo tanta paura», ha incontrato Dio, che è «grandissimissimo e ci vuole un saaaacco di bene», ha visto la luce «sparata» dallo Spirito Santo sugli uomini, ha conosciuto la sorellina mai nata, di cui nessuno gli aveva parlato prima, ha osservato «dall’alto» il medico che lo «aggiustava» e i suoi genitori in pena per lui. In questo libro è suo padre, Todd, a raccontarci la storia di una famiglia normale toccata da un’esperienza straordinaria. Ma la voce che ci resta davvero nel cuore è quella di Colton, che con le sue parole semplici e piene di vita ricorda momenti indimenticabili che hanno già emozionato milioni di lettori. Il Paradiso per davvero, pubblicato negli Stati Uniti da un piccolo editore, si è diffuso grazie al passaparola e da mesi occupa il primo posto delle classifiche dei libri più venduti.

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aveva Gesù nel cuore?». Adesso stava quasi gridando. Sonja sgranò gli occhi e istantaneamente il nostro sguardo scattò verso l’ingresso del santuario: eravamo terrorizzati che le persone all’interno sentissero. «Doveva avere Gesù nel cuore! Per forza!» continuò Colton. «Non può andare in Paradiso se non aveva Gesù nel cuore!». (...)

Non imbeccarlo, lascia che sia lui a parlare... mi rimproverai in silenzio. «Non mi ricordo come si chiamava» proseguì allegramente «ma era molto simpatico». Giovanni Battista... simpatico? Stavo meditando sulle implicazioni di quella frase – mio figlio aveva incontrato Giovanni Battista! – quando Colton individuò un cavallo di plastica in mezzo ai giocattoli e lo prese per mostrarmelo. «Papà,

«Sì, come del colore... Aveva del colore addosso». «Quale colore?». «Rosso. Gesù aveva delle macchie rosse, papà». Sentii un nodo in gola. Adesso mi era tutto chiaro. Con calma, a bassa voce, proseguii: «Dov’erano le macchie rosse?». Lui scattò in piedi, allungò verso di me la mano destra, con il palmo in alto, e ne indicò il centro con la sinistra; fece lo stesso con l’altra e poi si piegò fino a sfiorarsi i piedi. «Qui, papà». Trasalii. Doveva averle viste di persona. Per forza. (...) A dire il vero, non ero nemmeno sicuro che Colton avesse mai visto un crocefisso. I cattolici familiarizzano con questo simbolo fin da piccoli, mentre nella tradizione protestante ci si limita a insegnare, soprattutto ai più giovani, un concetto generale: «Gesù è morto in croce». (...)

La sala del trono di Dio

Altra immagine del film. Colton con la mamma e la sorella.

Vedere il Paradiso con i propri occhi Lo osservai dalla mia scrivania di fortuna: Spider-Man stava piombando addosso a un personaggio di Guerre stellari dall’aria raccapricciante. «Ehi, Colton, ti ricordi quando in macchina ci hai detto che ti sei seduto in braccio a Gesù?». Lui alzò lo sguardo. «Sì». «È successo qualcos’altro, quella volta?». Annuì, e gli si illuminarono gli occhi. «Lo sapevi che Gesù ha un cugino? Mi ha detto che l’ha battezzato». «Hai ragione. Nella Bibbia si dice che il cugino di Gesù si chiama Giovanni».

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lo sapevi che Gesù ha un cavallo?». (...) Tornato di sotto, trovai Colton sul pavimento, ancora impegnato a bombardare gli alieni. Mi sedetti accanto a lui. «Posso farti qualche altra domanda su Gesù?». Annuì, senza staccare gli occhi dall’assalto devastante contro un mucchietto di X-Men. «Che aspetto aveva?». Posò immediatamente i giocattoli e mi guardò. «Gesù ha delle macchie». (...) Poi, a un tratto, capii. «Colton, hai detto che Gesù aveva delle macchie. Spiegami, come quando ti sporchi con le tempere?».

«Ehi, Colton» dissi, inginocchiandomi accanto a lui, «quando sei stato in Paradiso, hai mai visto il trono di Dio?». Lui mi guardò perplesso. «Cos’è un trono, papà?». Presi il libro di racconti e indicai la figura di Salomone nella sala della reggia. «Un trono è la sedia di un re. Solo il re può usarla». «Ah, certo! L’ho visto un mucchio di volte!» esclamò Colton. Il cuore cominciò a battermi più in fretta. Stavo davvero per dare una sbirciatina nella sala del trono di Dio? «Be’, racconta: com’era?». «Era grande, papà... proprio grandissimissimo, perché Dio è il più grande di tutti. E lui ci vuole davvero molto bene, sai? Ci vuole un saaaacco di bene!». Sentendo quelle parole, fui colpito da un contrasto: Colton, così piccolo, che parlava di un re tanto grande, e poi, subito dopo, di amore.


corrente delle prove statistiche secondo cui gran parte dei credenti professa la fede soprattutto in giovane età, fu il trasporto con il quale nostro figlio ribadiva l’amore di Cristo per i bambini a infonderle nuova energia come catechista. (...)

Epilogo Un bel primo piano di Connor Corum, interprete del film: Il paradiso per davvero.

Gesù ama davvero i bambini (...) Colton parlava continuamente di quanto Gesù amasse i bambini. E dico sul serio: continuamente. Al mattino si svegliava e mi diceva: «Ehi, papà, Gesù mi ha detto di dirti che ama davvero i bambini». La sera, a cena: «Ricordati che Gesù ama davvero i bambini». Prima di andare a letto, mentre lo aiutavo a lavarsi i denti: «Ehi, papà, non dimenticarlo» farfugliava, con la bocca piena di schiuma. «Gesù ha detto che ama davvero tantissimo i bambini!». Sonja subiva lo stesso martellamento. (...) Dopo un po’, fui costretto a chiarire le cose. «D’accordo, abbiamo capito, tesoro. Adesso puoi smetterla. Ci penso io a giustificarti: quando arriverò in Paradiso dirò a Gesù che hai fatto il tuo dovere». Tuttavia, se anche finimmo per spazientirci davanti all’insistenza di Colton, il suo messaggio trasformò davvero il nostro modo di affrontare il ministero rivolgendoci ai più piccoli. La domenica mattina, Sonja era sempre stata indecisa se cantare con il coro o scendere nel seminterrato per insegnare catechismo ai bambini. E malgrado fosse al

Alla fine, comunque, è stato Colton a trovare un po’ per caso il titolo giusto (del libro). Durante le feste di Natale del 2009, siamo andati a Dallas, in Texas, per discutere del libro con la nostra editor. Eravamo seduti in uno Starbucks, lei ha guardato Colton dall’altra parte del tavolo e ha detto: «Che cosa vuoi che imparino le persone dalla tua storia?». Senza esitazioni, fissandola negli occhi, lui ha risposto: «Voglio che sappiano che il Paradiso c’è per davvero». n

Gradevole e utile da leggere questa deliziosa testimonianza del pastore Burpo e della sua famiglia, di confessione metodista, per i valori spirituali che esprime, per l’esempio di fede e di amore a Gesù, per l’attenzione alla Sacra Scrittura. Dato però il delicato argomento, ci sottomettiamo in tutto al Magistero della Chiesa cattolica e ci affidiamo alle parole di Gesù: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio» (Mt 5,8). Egli mantiene la sua promessa. Sin da questa vita terrena: chi ha il cuore puro vede con gli occhi della fede la presenza di Dio nella propria vita. La promessa di Gesù si avvererà in pienezza nel futuro: «Adesso noi vediamo in modo confuso, come in uno specchio, allora invece vedremo faccia a faccia» (1 Cor 13,12). «Ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3,2). La Redazione

Colton con il fratellino Colby.

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Congregazione delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza dove siamo in Europa

SPAGNA  1966 Arzua (La Coruùa) Madrid


SVIZZERA  1898

Castel San Pietro (C.T.) Maggia (C.T.) Roveredo (C.G.)

Selma - Val Calanca (C.G.) Tesserete (C.T.)

o d n o m l i «Tutto atria vostra» èp anella u G i g i u L n a S

ROMANIA  1994 Iaşi Sagna - Neamţ Şcheia

ITALIA  1881

Alberobello (BA) Ardenno (SO) Berbenno di Valtellina (SO) Bruzzano (MI) Como Como - Lora (CO) Cordignano (TV) Cosenza Dipignano (CS) Fratta Polesine (RO) Genova Giussago (PV) Laureana di Borrello (RC) Lipomo (CO) Livraga (LO) Loreto (AN) Menaggio (CO) Milano Orio Litta (LO) Padova Pianello del Lario (CO)

Recanati (MC) Roma San Giovanni in Fiore Olivaro (CS) San Vincenzo la Costa (CS) Saronno (VA) Trecenta (RO) Verdello (BG) Case date in gestione

Barzio (LC) Belgioioso (PV) Canonica di Cuveglio (VA) Case per vacanze

Ardea (RM) Chitignano (AR) Fraciscio (SO) Rocca di Papa (RM)


V I V E R E L A F E S TA a cura di suor Maria Teresa Nocella

Gli Angeli nostri fratelli

Coro di angeli, di Francesco Botticini.

Conversa con l’Angelo benedetto quasi con fratello spirituale e con compagno celeste. Come è soave conversare con gli spiriti del Paradiso! San Luigi Guanella

Il tuo angelo custode veglia sempre su di te, ti guida, ti protegge come un amico, un fratello. San Pio da Pietrelcina

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Introduzione

LODIAMO E AMIAMO I NOSTRI ANGELI

Dalla Parola di Dio

DALL’ANTICO TESTAMENTO* hghghg

hghghg

V

ivere la festa questa volta è dedicata agli Angeli. Infatti nel mese di settembre, il 29, si celebrano i tre Arcangeli di cui conosciamo i nomi dalla Sacra Scrittura e il 2 ottobre festeggiamo i nostri Angeli custodi. L’esistenza, la presenza e la realtà degli Angeli è espressa chiaramente nelle Sacre Scritture (Nuovo e Antico Testamento) e nella Tradizione millenaria della Chiesa. Lo ribadisce il Magistero e la tradizione teologica; a livello logico-razionale, sono uno degli anelli della Creazione insieme con il regno minerale, vegetale, animale, umano. L’esperienza dell’aiuto degli Angeli (come leggiamo negli Atti degli Apostoli) erano evidenti nei primi cristiani e nella storia della Chiesa quanto numerosi sono i santi che hanno fatto l’esperienza della presenza concreta e familiare di questi «fratelli» nella loro vita. Eppure oggi bisogna lamentare che la devozione agli spiriti celesti è un po’ messa ai margini o banalizzata. È doveroso risvegliare in noi lo sguardo sul mondo invisibile che ci circonda. Gli Angeli sono sempre pronti ad aiutarci per la nostra salvezza e la nostra santificazione. Scrive san Luigi Guanella: «Gode l’animo nel salutare l’angelo custode: “Angelo di Dio, tu ci difendi” e “l’anima fedele conversa con l’angelo benedetto come con un fratello spirituale e compagno celeste”». Facciamoci amici gli angeli, ci aiuteranno nel cammino verso il Paradiso e anche nelle difficoltà della vita terrestre. Ci accompagnino nello scorrere dei nostri giorni. n

Il sogno di Giacobbe (Genesi 28,12-13)

G

iacobbe fece un sogno: una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo; ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa. Ecco il Signore gli stava davanti e disse: «Io sono il Signore, il Dio di Abramo tuo padre e il Dio di Isacco. La terra sulla quale tu sei coricato la darò a te e alla tua discendenza».

Un angelo ti custodisce nel cammino (Esodo 23,20-23) Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato. Abbi rispetto della sua presenza, ascolta la sua voce e non ribellarti a lui; egli infatti non perdonerebbe la vostra trasgressione, perché il mio nome è in lui. Se tu ascolti la sua voce e fai quanto ti dirò, io sarò il nemico dei tuoi nemici e l’avversario dei tuoi avversari. Il mio angelo camminerà alla tua testa.

Tobia e l’arcangelo Raffaele (cfr. Libro di Tobia) Uscì Tobia in cerca di uno pratico della strada che lo accompagnasse nella Media. Uscì e si trovò davanti l’angelo Raffaele, non sospettando minimamente che fosse un angelo di Dio. (...) Allora Raffaele li chiamò tutti e due in disparte e disse loro: «Benedite Dio e proclamate davanti a tutti i viventi il bene che vi ha fatto, perché sia benedetto e celebrato il suo nome. Fate conoscere a tutti gli uomini le opere di Dio, come è giusto, e non trascurate di ringraziarlo. È

* Abbiamo segnalato solo alcuni testi.

I tre arcangeli – Michele, Gabriele e Raffaele – con Tobiolo, di Francesco Botticini (1446-1498).

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bene tener nascosto il segreto del re, ma è cosa gloriosa rivelare e manifestare le opere di Dio. Fate ciò che è bene e non vi colpirà alcun male. Buona cosa è la preghiera con il digiuno e l’elemosina con la giustizia. Meglio il poco con giustizia che la ricchezza con ingiustizia. Meglio è praticare l’elemosina che mettere da parte oro. L’elemosina salva dalla morte e purifica da ogni peccato. Coloro che fanno l’elemosina godranno lunga vita. ... Io sono Raffaele, uno dei sette angeli che sono sempre pronti ad entrare alla presenza della maestà del Signore». Allora furono riempiti di terrore tutti e due; si prostrarono con la faccia a terra ed ebbero una grande paura. Ma l’angelo disse loro: «Non temete; la pace sia con voi. Benedite Dio per tutti i secoli. Quando ero con voi, io non stavo con voi per mia iniziativa, ma per la volontà di Dio: lui dovete benedire sempre, a lui cantate inni. A voi sembrava di vedermi mangiare, ma io non mangiavo nulla: ciò che vedevate era solo apparenza. Ora benedite il Signore sulla terra e rendete grazie a Dio. Io ritorno a colui che mi ha mandato. Scrivete tutte queste cose che vi sono accadute». E salì in alto. Essi si rialzarono, ma non poterono più vederlo. Allora andavano benedicendo e celebrando Dio e lo ringraziavano per queste grandi opere, perché era loro apparso l’angelo di Dio. n

Dalla Parola di Dio

DAL NUOVO TESTAMENTO* hghghg

L’annuncio a Maria (cfr. Luca 1,26-38)

L’

angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te».

Il sogno di Giuseppe (cfr. Matteo 1,20-24) Mentre stava pensando a queste cose, ecco che gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati». Destatosi dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore.

L’Angelo con l’incensiere (Apocalisse 8,3-4) Venne un angelo e si fermò presso l’altare, avendo un turibolo d’oro. Gli furono dati molti profumi perché li offrisse insieme con le preghiere di tutti i santi bruciandoli sull’altare d’oro, posto davanti al trono. E dalla mano dell’angelo il fumo di aromi salì davanti a Dio, insieme con le preghiere dei santi.

La guerra di Michele contro satana (Apocalisse 12,7-9) Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli, ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo. Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli. n Il sogno di San Giuseppe. Tavola di S. Baraldi.

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* Abbiamo segnalato solo alcuni testi.


Dal Catechismo della Chiesa Cattolica

GLI ANGELI L’esistenza degli angeli - una verità di fede

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327 - La professione di fede del Concilio Lateranense IV afferma: Dio, «fin dal principio del tempo, creò dal nulla l’uno e l’altro ordine di creature, quello spirituale e quello materiale, cioè gli angeli e il mondo terrestre; e poi l’uomo, quasi partecipe dell’uno e dell’altro, composto di anima e di corpo». 328 - L’esistenza degli esseri spirituali, incorporei, che la Sacra Scrittura chiama abitualmente angeli, è una verità di fede. La testimonianza della Scrittura è tanto chiara quanto l’unanimità della Tradizione. Chi sono? 329 - (..) La parola «angelo» designa l’ufficio, non la natura. Se si chiede il nome di questa natura, si risponde che è spirito; se si chiede l’ufficio, si risponde che è angelo: è spirito per quello che è, mentre per quello che compie è angelo». In tutto il loro essere, gli angeli sono servitori e messaggeri di Dio. Per il fatto che «vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli» (Mt 18,10), essi sono «potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola» (Sal 103,20). 330 - In quanto creature puramente spirituali, essi hanno intelligenza e volontà: sono creature personali e immortali. Superano in perfezione tutte le creature visibili. Lo testimonia il fulgore della loro gloria. n

PREGHIERA ALL’ANGELO CUSTODE hghghg

Angelo di Dio, che sei il mio custode, illumina, custodisci, reggi, governa me, che ti fui affidato dalla Pietà celeste. Amen.

Maria Regina degli angeli.

PREGHIAMO IN FAMIGLIA hghghg

Segno della croce. Poi tutti insieme si prega: Mandi il Signore i suoi Angeli a custodirci nella nostra casa: veglino su di noi e sulla nostra famiglia, ci guidino nelle scelte della vita, ci sostengano nelle prove e nelle malattie. (Qualche minuto di preghiera silenziosa. Poi il capofamiglia, usando frasi della Parola di Dio, benedice la casa e tutti i presenti) Il Signore ti benedica e ti custodisca. Ti mostri il suo volto ed abbia misericordia di te. Volga a te il suo sguardo e ti dia pace. Ti benedica il Padre che ti ha creato, il Figlio che ti ha redento, lo Spirito Santo che vive e ama in te. Amen. Alleluia. (Segno della croce)

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Dal Catechismo della Chiesa Cattolica

CRISTO CON TUTTI I SUOI ANGELI hghghg

331 - Cristo è il centro del mondo angelico. Essi sono i suoi angeli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli [...]» (Mt 25,31). Sono suoi perché creati per mezzo di lui e in vista di lui... Sono suoi ancor più perché li ha fatti messaggeri del suo disegno di salvezza... (Eb 1,14).

Nell’Antico e nel Nuovo Testamento 332 - Essi, fin dalla creazione e lungo tutta la storia della salvezza, annunciano da lontano o da vicino questa salvezza e servono la realizzazione del disegno salvifico di Dio: chiudono il paradiso terrestre, proteggono Lot, salvano Agar e il suo

bambino, trattengono la mano di Abramo; la Legge viene comunicata mediante il ministero degli angeli, essi guidano il popolo di Dio, annunziano nascite e vocazioni, assistono i profeti, per citare soltanto alcuni esempi. Infine, è l’angelo Gabriele che annunzia la nascita del Precursore e quella dello stesso Gesù. 333 - Dall’incarnazione all’ascensione, la vita del Verbo incarnato è circondata dall’adorazione e dal servizio degli angeli. Quando Dio «introduce il Primogenito nel mondo, dice: lo adorino tutti gli angeli di Dio» (Eb 1,6). Il loro canto di lode alla nascita di Cristo non ha cessato di risuonare nella lode della Chiesa: «Gloria a Dio...» (Lc 2,14). Essi proteggono l’infanzia di Gesù, servono Gesù nel deserto, lo confortano durante l’agonia, quando egli avrebbe potuto da loro essere salvato dalla mano dei nemici come un tempo Israele. Sono ancora gli angeli che evangelizzano la Buona Novella dell’incarnazione e della risurrezione di Cristo. Al ritorno di Cristo, che essi annunziano, saranno là, al servizio del suo giudizio. n

GLI ANGELI NELLA VITA DELLA CHIESA hghghg

334 - Allo stesso modo tutta la vita della Chiesa beneficia dell’aiuto misterioso e potente degli angeli. 335 - Nella liturgia, la Chiesa si unisce agli angeli per adorare il Dio tre volte santo; invoca la loro assistenza... e celebra la memoria di alcuni angeli in particolare...

Agonia di Gesù.

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336 - Dal suo inizio fino all’ora della morte la vita umana è circondata dalla loro protezione e dalla loro intercessione. «Ogni fedele ha al proprio fianco un angelo come protettore e pastore, per condurlo alla vita». Fin da quaggiù, la vita cristiana partecipa, nella fede, alla beata comunità degli angeli e degli uomini, uniti in Dio. n


LA CADUTA DEGLI ANGELI

Dagli scritti dei Santi

(paragrafo 7)

hghghg 391 - Dietro la scelta disobbediente dei nostri progenitori c’è una voce seduttrice, che si oppone a Dio, la quale, per invidia, li fa cadere nella morte. La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo. La Chiesa insegna che all’inizio era un angelo buono, creato da Dio... «Il diavolo infatti e gli altri demoni sono stati creati da Dio naturalmente buoni, ma da se stessi si sono trasformati in malvagi». 392 - La Scrittura parla di un peccato di questi angeli. Tale «caduta» consiste nell’avere, questi spiriti creati, con libera scelta, radicalmente ed irrevocabilmente rifiutato Dio e il suo Regno. Troviamo un riflesso di questa ribellione nelle parole rivolte dal tentatore ai nostri progenitori: «Diventerete come Dio» (Gn 3,5). «Il diavolo è peccatore fin dal principio» (1 Gv 3,8), «padre della menzogna» (Gv 8,44). 393 - A far sì che il peccato degli angeli non possa essere perdonato è il carattere irrevocabile della loro scelta, e non un difetto dell’infinita misericordia divina. «Non c’è possibilità di pentimento per loro dopo la caduta, come non c’è possibilità di pentimento per gli uomini dopo la morte». n

Mosaico da un dipinto di G. Reni. Basilica di Loreto.

GLI ARCANGELI MICHELE, GABRIELE E RAFFAELE hghghg

M

ichele significa: Chi è come Dio? Gabriele: Fortezza di Dio, e Raffaele: Medicina di Dio. Quando deve compiersi qualcosa che richiede grande coraggio e forza, si dice che è mandato Michele, perché si possa comprendere, dall’azione e dal nome, che nessuno può agire L’arcangelo Gabriele nell’ll’Annuncome Dio. L’an- ciazione, di Andrea Della Robbia. tico avversario Santuario della Verna (Arezzo). che bramò, nella sua superbia, di essere simile a Dio, dicendo: Salirò in cielo (cfr. Is 14,13-14), sulle stelle di Dio innalzerò il trono, mi farò uguale all’Altissimo, alla fine del mondo sarà abbandonato a se stesso e condannato all’estremo supplizio. Orbene egli viene presentato in atto di combattere con l’arcangelo Michele, come è detto da Giovanni: «Scoppiò una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli combattevano contro il drago» (Ap 12,7). A Maria è mandato Gabriele, che è chiamato Fortezza di Dio; egli veniva ad annunziare colui che si degnò di apparire nell’umiltà per debellare le potenze maligne dell’aria. Doveva dunque essere annunziato da «Fortezza di Dio», colui che veniva quale Signore degli eserciti e forte guerriero. Raffaele, come abbiamo detto, significa Medicina di Dio. Egli infatti toccò gli occhi di Tobia, quasi in atto di medicarli, e dissipò le tenebre della sua cecità. Fu giusto dunque che venisse chiamato «Medicina di Dio» colui che venne inviato a operare guarigioni. San Gregorio Magno, papa Dall’Omelia 34

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Dagli scritti dei Santi

TI CUSTODISCANO IN TUTTI I TUOI PASSI hghghg

E

gli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi» (Sal 90,11). Queste parole quanta riverenza devono suscitare in te, quanta devozione recarti, quanta fiducia infonderti! Riverenza per la presenza, devozione per la benevolenza, fiducia per la custodia. Sono presenti, dunque, e sono presenti a te, non solo con te, ma anche per te. Sono presenti per proteggerti, sono presenti per giovarti. Anche se gli angeli sono semplici esecutori di co-

«

mandi divini, si deve essere grati anche a loro perché ubbidiscono a Dio per il nostro bene. Siamo dunque devoti, siamo grati a protettori così grandi, riamiamoli, onoriamoli quanto possiamo e quanto dobbiamo... Amiamo affettuosamente gli angeli di Dio, come quelli che saranno un giorno i nostri coeredi, mentre nel frattempo sono nostre guide e tutori, costituiti e preposti a noi dal Padre. Ora, infatti, siamo figli di Dio. Lo siamo, anche se questo attualmente non lo comprendiamo chiaramente, perché siamo ancora bambini sotto amministratori e tutori e, conseguentemente, non differiamo per nulla dai servi. Del resto, anche se siamo ancora bambini e ci resta un cammino tanto lungo e anche tanto pericoloso, che cosa dobbiamo temere sotto protettori così grandi? Non possono essere sconfitti né sedotti e tanto meno sedurre, essi che ci custodiscono in tutte le nostre vie. Sono fedeli, sono prudenti, sono potenti. Perché trepidare? Soltanto seguiamoli, stiamo loro vicini e restiamo nella protezione del Dio del cielo. San Bernardo, abate Dal Disc. sul Salmo 90

PREGHIERA PER LA LIBERAZIONE DAL MALE E DAL MALIGNO hghghg

Visita, o Padre la nostra casa e tieni lontane le insidie del demonio. Vengano i santi Angeli a custodirci nella pace e la tua benedizione rimanga sempre con noi. Per Cristo nostro Signore. Amen. (Dalla liturgia) San Michele arcangelo, difendici nel combattimento, vieni in nostro soccorso contro la malizia e le insidie del diavolo. Che Dio eserciti su di lui il suo potere, te ne preghiamo. E tu, principe della milizia celeste, per la potenza di Dio, respingi nell’inferno satana e gli altri spiriti maligni che vagano per il mondo per la rovina delle anime. Amen. (Leone XIII)

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IL TUO ANGELO CUSTODE hghghg

Preghiamo gli Angeli

l tuo angelo custode vegli sempre su di te, sia gli il tuo condottiero che ti guidi per l’aspro sentiero della vita; ti custodisca sempre nella grazia di Gesù, ti sostenga con le sue mani affinché tu non dia del piede in qualche sasso; ti protegga sotto le ali sue dalle insidie tutte del mondo, del demonio e della carne.

PREGHIERA ALL’ANGELO CUSTODE

I

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O

santo angelo custode, abbi cura dell’anima mia e del mio corpo. Illumina la mia mente perché conosca meglio il Signore e lo ami con tutto il cuore. Assistimi nelle mie preghiere perché non ceda alle distrazioni, ma vi ponga la più grande attenzione. Aiutami con i tuoi consigli, perché veda il bene e lo compia con generosità. Difendimi dalle insidie del nemico infernale e sostienimi nelle tentazioni, perché riesca sempre vincitore. Supplisci alla mia freddezza nel culto del Signore Non cessare di attendere alla mia custodia, finché non mi abbia portato in Paradiso, ove loderemo insieme il Buon Dio per tutta l’eternità. San Pio da Pietrelcina

Lisiera (Vicenza), edicola in onore di san Pio da Pietrelcina.

Come è consolante il pensiero che vicino a noi sta uno spirito, il quale dalla culla alla tomba non ci lascia mai un istante, nemmeno quando osiamo di peccare. E questo spirito celeste ci guida, ci protegge come un amico, un fratello. Ma è oltremodo consolante il sapere che quest’angelo prega incessantemente per noi, offre a Dio tutte le buone azioni e opere che compiamo, i nostri pensieri, i nostri desideri, se son puri. Abbilo sempre davanti agli occhi della mente, ricordati spesso della presenza di quest’angelo, ringrazialo, pregalo, tienigli sempre buona compagnia. Apriti e confida a lui i tuoi dolori; abbi continuo timore di offendere la purezza del suo sguardo. Sappilo e fissalo bene nella mente. Egli è così delicato, così sensibile. A lui rivolgiti nelle ore di suprema angoscia e esperimenterai i di lui benefici effetti (E III, 82-83). San Pio da Pietrelcina

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TESTIMONIANZE

Carlotta, l’angelo del violino

una grande peccatrice che in poche ore era diventata una grande santa. Ma basta pensare al buon ladrone del vangelo, il santo dell’ultima ora al quale Gesù stesso ha aperto la porta del Cielo: «Oggi sarai con me nel Paradiso» (Lc 23,43)!

Fr. François-Marie Léthel ocd

I

l 16 luglio 2013, festa della Madonna del Carmelo, Carlotta Nobile nasceva alla vita del Cielo. Era una giovane di 24 anni, come Teresa di Lisieux, che aveva scritto nell’ultima malattia: «Non muoio, ma entro nella Vita», affermando anche la sua grande certezza: «Passerò il mio Cielo a fare del bene sulla Terra!». A un secolo di distanza, la santa carmelitana e la giovane violinista ci offrono la stessa eroica testimonianza di fede, speranza e amore. Nelle più grandi sofferenze, sono testimoni splendide dell’Amore di Gesù rivelato e dato nella sua Passione e Risurrezione. È la sofferenza trasfigurata dall’Amore e illuminata dalla più profonda gioia, perché la morte della Croce è seguita dal trionfo della vita nella Risurrezione, ed è così che Gesù ci ha aperto la porta del Cielo. Dall’infanzia alla morte, Teresa aveva sempre camminato con Gesù, mentre Carlotta l’ha incontrato solo alla fine della sua vita, viven-

Carlotta Nobile, enfant prodige del violino, deceduta a 24 anni.

do poi nei quattro ultimi mesi uno stupendo percorso di santità. Tuttavia, la stessa Teresa era convinta che in pochissimo tempo, l’Amore Misericordioso di Gesù poteva santificare pienamente una persona. Ne aveva trovato l’esempio nella storia dei Padri del Deserto, nel racconto della conversione di

La vita eterna e la comunione dei santi sono delle grandi verità della nostra fede che affermiamo nel Credo. E sono queste verità che Carlotta ci invita a riscoprire attraverso la sua testimonianza. Una delle più belle immagini della comunione dei santi è questo girotondo dipinto dal beato Fra’ Angelico, dove i santi e gli angeli si danno la mano e ci danno la mano. Ci sono i santi riconosciuti dalla Chiesa mediante la canonizzazione o la beatificazione, ma ci sono anche, molto più numerosi, tutti i santi che celebriamo il 1o novembre, umili santi nascosti che hanno fatto la scelta radicale di seguire Gesù, di amarlo veramente abbracciando la sua Croce fino all’ultimo respiro della loro vita. Infatti, dove è Benevento. Chiostro di Santa Sofia. Carlotta dal 2010 fino alla morte è stata direttore artistico dell’Orchestra da camera dell’Accademia di Santa Sofia.

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la Croce di Gesù, lì è l’Amore di Gesù. Così Carlotta dà la mano ai santi del Cielo e dà la mano anche a noi – e specialmente ai giovani e ai malati – per aiutarci a camminare verso la santità. Siamo tutti chiamati a diventare santi: è uno degli

sicisti ammalati di cancro, Carlotta e il pianista americano Martin Berkofsky, suonavano insieme per i loro fratelli sofferenti. Era lui, Gesù, che camminava con loro, come aveva camminato con i due discepoli di Emmaus, accendendo nei loro cuori il fuoco del suo Amore e

rende possibile l’incontro decisivo di Carlotta con don Giuseppe Trappolini e la sua confessione il Venerdì Santo nella Chiesa di San Giacomo a Roma! In seguito, il 12 aprile, Carlotta ha voluto scrivere a Papa Francesco questa breve lettera che rivela tutta la profondità e la bellezza della sua nuova esperienza: «Caro Papa Francesco, Tu mi hai cambiato la vita. Io sono onorata e fortunata di poter portare la Croce con Gioia a 24 anni. So che il cancro mi ha guarita nelBasilica di San Giacomo in Augusta (Roma). In questa chiesa, il Venerdì Santo del 2013, Carlotta entrò verso le 12,00. Si confessò dal parroco don Giuseppe e da lì cominciò il suo cammino di amicizia profonda e gioiosa con Gesù.

insegnamenti più importanti del Concilio Vaticano II, che i Pontefici san Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e adesso Francesco hanno illustrato con moltissime beatificazioni e canonizzazioni, di uomini e di donne, in tutti gli stati e tutte le età della vita, con dei percorsi di santità sempre diversi. In questa bellissima biografia di Carlotta, l’impressionante percorso di santità che caratterizza gli ultimi mesi è in realtà il coronamento di tutta la sua vita, una vita bella, piena di luce e di amore, di arte e di cultura. La sua conversione non è una rottura, ma una scoperta, una illuminazione, un compimento nel suo incontro personale con Gesù. Il suo impegno nel periodo della malattia per aiutare e sostenere gli altri ammalati di cancro (con il blog anonimo e poi i concerti negli ospedali) era già la manifestazione di una carità eroica, apparentemente «laica», cioè non ancora cristiana in modo esplicito. Ma Gesù era già presente quando i due mu-

illuminando i loro occhi, in tal modo che lo hanno riconosciuto alla fine del loro cammino (cfr. Lc 24,13-35). Così Gesù si è rivelato finalmente a Carlotta in un modo tanto semplice e bello, attraverso l’omelia di Papa Francesco per la domenica delle Palme 24 marzo 2013 (era stato eletto il 13 marzo ed aveva iniziato il Pontificato il 19 nella solennità di san Giuseppe). In questa giornata specialmente dedicata alla gioventù, il nuovo Papa aveva invitato i giovani a portare la Croce di Gesù con gioia, e le sue parole avevano profondamente toccato il cuore di Carlotta, a tal punto che ha voluto confessarsi il Venerdì Santo successivo. Lì, si vede veramente tutta la delicatezza della Provvidenza nella successione rapida degli avvenimenti: le parole di Papa Francesco ai giovani la domenica delle Palme, le sue parole ai parroci di Roma, chiedendo di lasciare le loro Chiese aperte tutta la giornata durante la Settimana Santa, ciò che

Carlotta scrisse a papa Francesco: Prega per me, io pregherò per te.

l’anima, sciogliendo tutti i miei grovigli interiori e regalandomi la Fede, la Fiducia, l’Abbandono e una Serenità immensi proprio nel momento di maggior gravità della mia malattia. Io confido nel Signore, e, pur nel mio percorso difficile e tormentato, riconosco sempre il suo aiuto. Caro Papa Francesco, Tu mi hai cambiato la vita». Poi, la giovane esprimeva il suo desiderio d’incontrarlo e di pregare con lui il Padre Nostro concludendo con queste parole: Prega per La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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Accademia di Santa Sofia. Carlotta con gli orchestrali, di cui era direttrice.

me Santo Padre. Io prego per Te ogni giorno. Carlotta. Papa Francesco, commosso dalla lettera, aveva telefonato a don Giuseppe in vista di questo incontro con Carlotta, che poi non è stato possibile a causa del peggioramento della malattia. Ma questa comunione spirituale tra Carlotta e il Papa è molto significativa nei primi mesi del Pontificato che sono gli ultimi della sua vita. L’incontro della giovane con Gesù è sicuramente uno dei primi fiori del Pontificato di Francesco, come un bellissimo fiore della primavera! Leggendo questo libro, possiamo veramente entrare nell’anima di Carlotta, un’anima grande e tanto bella, attraverso le testimonianze delle persone più vicine: i suoi genitori Vittorio e Adelina, il fratello Matteo, il fidanzato Alessandro, i sacerdoti don Giuseppe e p. Giampiero, ed altri amici. Dobbiamo ringraziarli tutti di averci dato un tale tesoro! Infine, nel «girotondo dei santi», Carlotta dà la mano ad un’altra giovane malata di cancro, la beata Chiara Luce Badano, morta a 18 anni il 7 ottobre 1990, nella festa della Madonna del Rosario. Nella stessa luce di Maria accanto alla Croce di Gesù, tutte e due hanno vissuto e testimoniato l’immenso Amore che ha trasfigurato la loro Carlotta, santa Teresa di Lisieux e la beata Chiara Luce Badano hanno testimoniato nella sofferenza l’immenso amore di Gesù e la felicità che egli dona a chi si affida a Lui. Ora partecipano al «girotondo dei Santi», qui illustrato dal Beato Angelico.

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sofferenza, l’Amore di Cristo Sposo della Chiesa e delle nostre anime. Così Chiara Luce aveva chiesto di essere vestita da Sposa dopo la morte, e Carlotta veniva portata da suo padre a ricevere Gesù nella comunione, come la sposa viene portata all’altare nel giorno del suo matrimonio. Bisogna citare la sua bellissima testimonianza: «Ogni padre sogna di portare all’altare la propria figlia. Anche io l’ho potuto fare in modo del tutto speciale. Eravamo tutti insieme a Milano e partecipammo alla messa nella cappella dell’ospedale. Di solito Carlotta sulla sedia a rotelle veni-

va spinta per ricevere la comunione o da Alessandro o da Adelina. Quella volta non fu così. All’improvviso Carlotta mi guardò negli occhi. Io capii quello che voleva: era il momento che la portassi all’altare. Era bellissima con la sua vestaglia bianca. Il suo viso era da sposa. Le mancava soltanto il bouquet. Ci prendemmo tutto il tempo per giungere all’altare, con un incedere lento e solenne, sentendo dentro di noi la musica che ci accompagnava. Per questo non ho rimpianti e lei mi ha concesso anche questa immensa gioia di padre: l’ho consegnata al suo più grande amore, Gesù». Sì, Gesù è stato veramente «l’amore più grande» di Carlotta nelle sofferenze degli ultimi mesi. La vigilia della sua morte, suo fratello Matteo la sentirà ripetere: «Signore, ti ringrazio. Signore, ti ringrazio. Signore, ti ringrazio». Insieme a lei, anche noi ringraziamo Gesù per il Dono del suo Amore Infinito e impariamo a portare con gioia la Croce. Con la sua testimonianza sulla terra e adesso con la sua intercessione in Cielo, Carlotta ci aiuterà a camminare verso la santità. Roma, 11 giugno 2017 Solennità della Santissima Trinità


VOCE FAMIGLIA

LA FAMIGLIA celebra l’Avvento del Signore chiave di Davide, che apri le porte del Regno dei cieli: vieni, e libera chi giace nelle tenebre del male». È con questa invocazione che la liturgia ci fa pregare, invitandoci a volgere lo sguardo a Colui che nasce per redimere l’umanità. Siamo ormai alle porte del Natale e più intensa si fa l’implorazione del popolo in attesa: «Vieni, Signore Gesù», vieni a liberare «chi giace nelle tenebre del male»! Ci apprestiamo a commemorare l’evento che è nel cuore della storia della salvezza: l’incarnazione del Figlio di Dio, venuto ad abitare in mezzo a noi per redimere ogni umana creatura con la sua morte in Croce. Nel mistero del Natale è già presente il mistero pasquale; nella notte di Betlemme intravediamo già la veglia di Pasqua. La luce che illumina la grotta ci rimanda al fulgore di Cristo risorto che vince le tenebre del sepolcro.

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Vieni, Signore Gesù! Vieni a liberare chi giace nelle tenebre del male! San Giovanni Paolo II La prima Domenica di Avvento cade il prossimo 3 dicembre. Ci facciamo premura per questo di offrire come meditazione per il periodo di Avvento una bella meditazione di san Giovanni Paolo II. Egli ci invita anche alla preparazione del presepe. Un modo per accogliere con gioia e amore il Signore Gesù nel suo Natale. A Natale il nostro pensiero torna naturalmente a Betlemme: «E tu, – dice il profeta Michea – Betlemme di Efrata così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele» (5,1). A queste parole

fanno eco quelle dell’evangelista Matteo. Ai Magi, che vogliono sapere dal re Erode «dov’è il re dei Giudei che è nato?» (Mt 2,2), i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo comunicano quello che aveva scritto l’antico profeta su Betlemme: «Da te uscirà un capo che pascerà il mio popolo, Israele» (Mt 2,6). La Chiesa d’Oriente prega così nell’ufficio dell’órthros nella solennità del Natale: «Betlemme, preparati; canta, città di Sion; esulta, deserto che hai attirato la gioia: la stella avanza per indicare il Cristo che a Betlemme sta per nascere; una grotta accoglie colui che assolutamente nulla può contenere, ed è apprestata una mangiatoia per ricevere l’eterna Vita» (stichirá idiómela, Anthologhion). Betlemme, in questi giorni, diventa il luogo a cui sono rivolti gli occhi di tutti i credenti. La rappresentazione del presepe, che la tradizione popolare ha diffuso in ogni angolo della terra, ci aiuta a meglio riflettere sul messaggio che da Betlemme continua ad irradiarsi per l’intera umanità. In una misera grotta contempliamo un Dio che per amore si fa bambino. Egli dona a chi lo accoglie la gioia, ai popoli la riconciliazione e la pace. Prepararci a riceverlo comporta prima di ogni altra cosa un atteggiamento di preghiera intensa e fiduciosa. Il «La luce che illumina la grotta ci rimanda al fulgore di Cristo risorto: è Lui che ci libera dalle tenebre del male» (Giovanni Paolo II).

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La rappresentazione del presepe ci aiuta a meglio riflettere sul messaggio che da Betlemme ci giunge: il Dio che si fa Bambino dona ai cuori e ai popoli gioia e pace.

LA CORONA DELL’AVVENTO L’Avvento è tempo di gioia, perché fa rivivere l’attesa dell’evento più lieto nella storia: la nascita del Figlio di Dio dalla Vergine Maria. Ma è anche tempo di penitenza e conversione per prepararsi alla venuta del Dio Bambino. È un tempo di preparazione spirituale al Natale, un tempo di attesa e di preghiera. Prepariamo in casa la Corona dell’Avvento e accendiamo ogni Domenica d’Avvento una candela. Insieme, tutti di famiglia, cantiamo un canto natalizio e recitiamo un Gloria al Signore e un’Ave Maria alla Mamma di Gesù. Intanto, in luogo adatto, prepariamo il Presepe. La prima candela si chiama «Candela del Profeta» ed è la candela del-

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la speranza. Ci rammenta che molti secoli prima della nascita del bambino Gesù, uomini saggi chiamati profeti predissero la sua venuta. Un profeta di nome Michea predisse perfino che Gesù sarebbe Nato a Betlemme! La seconda candela è chiamata «Candela di Betlemme», candela della chiamata universale alla salvezza, ci ricorda la piccola città in cui nacque il nostro Salvatore. «E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda: da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele». La terza candela è chiamata la «Candela dei Pastori», candela della gioia, poiché furono i pastori i primi ad adorare il bambino Gesù e a diffondere la buona novella. La quarta candela è la «Candela degli Angeli» per onorare gli angeli

fargli spazio nel nostro cuore esige un serio impegno a convertirsi al suo amore. È Lui che ci libera dalle tenebre del male, e ci chiede di offrire il nostro concreto contributo perché si realizzi il suo disegno di salvezza. Il profeta Isaia lo descrive con immagini suggestive: «Allora il deserto diventerà un giardino / e il giardino sarà considerato una selva. / Nel deserto prenderà dimora il diritto, / e la giustizia regnerà nel giardino. / Effetto della giustizia sarà la pace, / frutto del diritto una perenne sicurezza» (Is 32,15-17). Questo il dono che dobbiamo implorare con orante fiducia, questo il progetto che siamo chiamati a fare nostro con costante sollecitudine! Possa il Natale ravvivare in ciascuno la volontà di farsi attivo e coraggioso costruttore della civiltà dell’Amore. È solo grazie all’apporto di tutti che la profezia di Michea e l’annuncio risuonato nella notte di Betlemme produrranno i loro frutti e sarà possibile vivere in pienezza il Natale cristiano. Ud. gen, 20 dicembre 2000

e la meravigliosa novella che portarono agli uomini in quella notte mirabile.


VOCE FAMIGLIA

Gli angeli custodi dei bambini Romano Guardini, teologo

«L’anima del bambino, delicata e preziosa davanti a Dio, è custodita dagli angeli. che non vagano nella luce, come gli dei olimpici, ma si volgono a noi in amorevole sollecitudine.

può rappresentarli? Ecco perché vogliamo offrire ai nonni che ci leggono questa bellissima meditazione di un grande teologo italotedesco, Romano Guardini, sacerdote. Perché meglio possano svolgere la funzione di custodi dei loro nipotini/e. Con tanti auguri e ringraziamenti.

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l due ottobre ogni anno ricorre la festa degli Angeli custodi e, in Italia, è anche la festa dei nonni. Infatti nel 2005 la Commissione Affari Costituzionali della Camera ha approvato in sede legislativa una proposta di legge per la nuova festività. Insomma i nonni sono riconosciuti anche dallo Stato una grande risorsa dentro la famiglia. Bello, non è vero? Per i piccoli e per i grandi, per l’affetto con cui sanno circondare i nipoti e per la memoria storica che tengono viva con i loro racconti. Intelligentemente la festa è stata fissata nel giorno della memoria degli Angeli custodi, non per nulla! Chi più dei nonni

«Guardatevi dal disprezzare uno solo di questi piccoli, perché vi dico che i loro angeli nel cielo vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli». Quando tu ti appressi a un bambino con una intenzione distruttiva, sappi che non incontri solo una creatura indifesa, ma che dietro di essa v’è l’angelo e la custodisce. Ma all’interrogativo, in che cosa consista il potere di quest’angelo, la risposta suona: «Egli vede sempre la faccia del Padre». L’angelo è «nel cielo», nell’aperta presenza di Dio e la sua santità lo avvolge. Quello che dunque fai al bambino, giunge in quella sfera. Guai a te, quando ti avvicini troppo. L’angelo tace. Apparentemente non accade nulla. Non per

questo ti si incendia la casa; gli affari non ti vanno peggio; non capita un incidente alla tua automobile. Ma tutto è assunto e sollevato entro l’onniscienza divina che sa ripagare e un giorno ti renderai conto di quale tipo di avversario tu ti sia creato, quando hai suscitato contro di te l’angelo del bambino. Dove sta quest’angelo? Non lo poniamo solo nella sfera di vita del bambino; nella profondità del suo animo. È «nel cielo» e al tempo stesso nel mondo. Sta al margine, al confine del mondo, che corre dappertutto, e significa che il mondo è creato e dovunque, «dall’altro lato», v’è l’aldilà. L’anima del bambino, delicata e preziosa davanti a Dio, è custodita dall’angelo. Ciò non significa che egli lo preservi da disgrazie e dolore. Certo non ha nulla a che fare con quelle persone celesti di sorveglianza, nelle quali l’ha ridotto il sentimentalismo. Egli deve guidare il bambino attraverso la vita reale; sulla strada indicata dal decreto divino, che conduce sempre anche attraverso sofferenza e morte. Non è suo compito preservare da esse ma tutelare la sua salvezza eterna. A queste parole si ricollega la coscienza della Chiesa, secondo la quale non solo il bambino ha

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l’angelo custode, ma anche ogni uomo. Ciascuna persona anche adulta, apparentemente forte e prudente, è nell’intimo indifesa. E l’uomo presso l’uomo non è in buone mani, non presso l’altro, ma nemmeno presso se medesimo. E non è in buono stato l’esistenza. Si può veramente dubitare se in essa vi sia una «strada»; se abbia viabilità, o sia impervia o addirittura ingannevole; se l’errore, lo sviamento non appartenga allo stato dell’essere decaduto. Così la salvezza degli uomini è esposta al pericolo e rientra nel sapere primordiale che essi abbiano bisogno del custode e della guida. Non solo bambini e deboli; anche quanti si sentono forti, e forse essi più di tutti. Perciò la Chiesa dice: Tu non sei solo. Il tuo «io» è nelle mani di un essere che vede te e vede Dio, che contempla il volto di Dio, e te nella sua luce. Forse si può dire che l’angelo aiuta l’uomo a essere se stesso, a esistere. Perché, è proprio ovvio per l’uomo essere se stesso? Consistere in se stesso come essere finito, essere libero e portarne responsabilità, cose tutte racchiuse nelle parole: Io sono io? La profonda tragedia su cui, come pare, si è

riflettuto ancora troppo poco, consumatasi nell’ultimo mezzo secolo, non consiste forse nel fatto che l’uomo ha intrapreso a essere se stesso in autonomia, quindi delittuosamente, poiché egli non è autonomo, ma ha concluso la sua impresa in larga misura col rinunciare ad essere se stesso e col perdersi nel collettivo? Forse il compito più profondo dell’angelo custode sta nell’aiutare l’uomo a essere se stesso nel modo giusto, tra presunzione e abdicazione alla propria realtà, e appare una fatalità che l’epoca moderna l’abbia dimenticato... Per il cardinal Newman il suo angelo custode era più reale del tavolino su cui scriveva... Questo è ciò che sentiamo sull’angelo custode, e certo sarebbe bene qualche volta pensare a lui e raccomandarsi al suo amore potente. Bene anche talvolta rivolgersi agli angeli di coloro che ci sono cari. Una madre potrebbe certo avere dimestichezza con gli angeli dei suoi figli. Ciò sarebbe profondamente biblico. Nella Scrittura si parla anche dell’angelo di un paese; perciò si potrebbe senz’altro raccomandargli popolo e patria, a lui, il potente e santo, che Dio gli ha posto come protettore.

Per il Beato card. Newman il suo angelo custode era più reale del tavolo sui cui scriveva.

La creazione di Dio è grande; essa non consiste soltanto di ciò che è visibile. Incommensurabile è il mondo; pieno d’una vita, sulla quale, movendo da noi stessi, nulla sappiamo. Attraverso le parole di Gesù veniamo a conoscere d’essa tanto, quanto ci riguarda. Noi certo possiamo essere lieti di quella vita sconosciuta. E quando ci si dice che esseri possenti si preoccupano di noi, che essi non «vagano lassù nella luce» come gli dèi olimpici guardando dall’alto indifferenti su noi tribolati, ma si volgono a noi in amorevole sollecitudine, è una cosa consolante e bella. Noi vogliamo rimettere la dottrina sugli angeli ai sentimenti e agli esteti? Essa è donata al credente, ed egli deve valersene per la vita. da «L’Angelo Cinque meditazioni», di R. Guardini, Ed. Morcelliana

La festa dei nonni è stata fissata nel giorno della memoria degli Angeli custodi. Chi meglio di loro può rappresentarli?

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PROPOSTE GIOVANI

Per i genitori e formatori

ATTENZIONE AL GIOCO INTERNET «BLUE WHALE» (balena blu) A cura della Redazione

S

crive lo psicoterapeuta Alberto Pellai – nel sito di Famiglia Cristiana – che dobbiamo trovare un modo di stare al fianco dei nostri figli «anche nella loro vita on line, che non può diventare una “zona franca» dove tutto può succedere». Il fenomeno Blue Whale sta mettendo giustamente in ansia molti genitori e formatori, tanti adolescenti ne parlano tra loro e la stessa Polizia lo segue con attenzione. Il nome significa balena blu e si riferisce all’abitudine delle balene di lasciarsi morire sulla spiaggia. È un terribile gioco che spinge i ragazzini a farsi del male attraverso 50 sfide, fino ad arrivare al suicidio. Il distruttivo gioco, diffuso tramite le chat e social network come Instagram, WhatsApp, Facebook, è stato inventato da un giovane russo, ora in carcere, al fine di eliminare «la spazzatura biologica», cioè i giovani e i ragazzi deboli e fragili che, a suo parere, non hanno diritto a vivere. Purtroppo ci sono coloro che lo hanno seguito. Per cui i ragazzi sono guidati da un «curatore» che li spinge a delle sfide, come farsi dei tagli sulle braccia, svegliarsi alle 4,30 per vedere un film horror ed altre forme distruttive di autolesionismo, fino al dramma del suicidio. Attenzione: se si vedono tagli sospetti o altre ferite sul corpo dei ragazzi e delle ragazze, chiedere subito aiuto. Dialogare con loro, mostrare tutto l’amore che si nutre per loro, richiamare i valori della vita e del bene. Famiglia Cristiana riporta l’interessante iniziativa di un’insegnan-

Il genitore deve aiutare il figlio vittima di bullismo internet.

te di Moncalieri, Valentina Rossi, che ha ideato la pagina Facebook White Whale (balena bianca) con una controproposta positiva: 50 mosse verso la felicità. Preghiamo per i nostri giovani e adolescenti, perché siano difesi dal male e dal maligno e da coloro che fanno le sue veci. Per navigare sicuri, utilissimo è tener conto di quanto ci suggerisce il sito www.sicurinrete.it che di seguito pubblichiamo.

Sei regole base per navigare sicuri 1. Comunicare con i propri figli. È utile parlare ai propri figli dei rischi legati alle nuove tecnologie, senza dare per scontato che li conoscano già. Ma bisogna anche comunicare su tutto il resto. Un minore che sa gestirsi bene on line, spesso ha avuto un buon dialogo con i propri genitori sui temi

più importanti della crescita: l’educazione sessuale, come relazionarsi con gli altri, come saper riconoscere e gestire le proprie emozioni. Anche le regole su tempo e modo d’uso dovrebbero essere il risultato di un rapporto comunicativo tra genitori e figli. Stabilirle insieme è un modo per responsabilizzarli, oltre che confrontarsi sui tanti temi collegati. 2. Cercare di essere un buon esempio. Più il rapporto tra il genitore e le tecnologie sarà sano ed equilibrato, più la stessa cosa succederà ai propri figli. Perché quando parliamo di educare, niente è più potente dell’imitazione. I figli studiano e imitano i genitori senza che loro se ne rendano conto. Domandiamoci: navighiamo in modo sicuro? Rispettiamo sempre la privacy delle altre persone? Sappiamo prendere il meglio da internet o navighiamo solo per passare il tempo? La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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3. Informarsi su cosa fanno. Ogni genitore dovrebbe sempre essere al corrente di cosa fanno i propri figli, chi frequentano, cosa gli piace. Su internet, così come nella vita reale. Solo così si potrà valutare, ad esempio, se stanno investendo troppo nella tecnologia, e non hanno abbastanza amici o interessi. In ogni caso, i genitori dovrebbero comunque informarsi su che siti frequentano, come gestiscono i loro profili, se hanno conosciuto persone nuove, se sanno gestire la propria privacy. 4. Aiutarli a capire il valore della privacy. Nella nostra società, la privacy è sempre più importante e coinvolge tanti aspetti della nostra vita, dal rispetto degli altri al diritto a un’intimità personale. Per questo è un concetto chiave nella navigazione sicura, così come nell’educazione dei propri figli. È utile stabilire insieme cosa si può condividere on line e cosa no, spiegando il perché. Bisogna far conoscere che esiste anche una legge che regola la privacy e vari modi per difenderla da chi vuole violarla. 5. Tenersi aggiornati. Forse non si intende diventare «esperti» di computer, ma si tratta del mondo dei propri figli e quindi conviene informarsi almeno sulle nozioni tecniche di base. Se ancora non ne si sa nulla, bisogna cercare di capire il più possibile il mondo dei social

network: è molto probabile che i figli investano parte delle loro energie e dei loro affetti lì dentro. 6. Stimolare i loro interessi. Bisogna aiutare i propri figli a prendere il meglio da internet, segnalare siti per informarsi, studiare o soddisfare una loro curiosità. Ma anche, e soprattutto, stimolarli a trovare interessi fuori dalla Rete: musica, sport, volontariato, amici, arte. Perché internet dovrebbe essere lo strumento «integrativo» che aiuta a coltivare le proprie passioni nella vita reale. Fonte: www.sicurinrete.it

Attenzione quando vedete questo tipo di tagli sulle gambe o sulle braccia.

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«I BAMBINI E I MEZZI DI COMUNICAZIONE: UNA SFIDA PER L’EDUCAZIONE» Educare i bambini ad essere selettivi nell’uso dei media è responsabilità dei genitori, della Chiesa e della scuola. Il ruolo dei genitori è di primaria importanza. Essi hanno il diritto e il dovere di garantire un uso prudente dei media, formando la coscienza dei loro bambini affinché siano in grado di esprimere giudizi validi e obiettivi che li guideranno nello scegliere o rifiutare i programmi proposti (cfr. GIOVANNI PAOLO II, Esort. ap. Familiaris consortio, 76). Nel fare questo, i genitori dovrebbero essere incoraggiati e sostenuti dalla scuola e dalla parrocchia, nella certezza che questo difficile, sebbene gratificante, aspetto dell’essere genitori è sostenuto dall’intera comunità. L’educazione ai media dovrebbe essere positiva. Ponendo i bambini di fronte a quello che è esteticamente e moralmente eccellente, essi vengono aiutati a sviluppare la propria opinione, la prudenza e la capacità di discernimento... Benedetto XVI 20 maggio 2007


PROPOSTE GIOVANI

La pagina dei ragazzi

PAPA FRANCESCO e i ragazzi di Milano

D

urante la visita pastorale alla Diocesi di Milano, Papa Francesco si è incontrato con i ragazzi della Cresima e hanno colloquiato. Era il sabato 25 marzo 2017, solennità liturgica dell’annunciazione del Signore. Siamo proprio curiosi di conoscere di che cosa hanno parlato ed eccoci alle domande dei ragazzi e alle risposte del Papa. 4 Davide: Ciao, io sono Davide e vengo da Cornaredo. Volevo farti una domanda: Ma a te, quando avevi la nostra età, che cosa ti ha aiutato a far crescere nell’amicizia con Gesù?

4 Papa Francesco: Sono vecchi... I nonni sono di un’altra epoca: i nonni non sanno usare il computer, non hanno il telefonino... Domando un’altra volta: i nonni, possono aiutarti a crescere nell’amicizia con Gesù? 4 Ragazzi: Sì!

4 Ragazzi: No!

4 Papa Francesco: E questa è stata la mia esperienza: i nonni mi hanno parlato normalmente delle cose della vita. Un nonno era falegname e mi ha insegnato come con il lavoro Gesù ha imparato lo stesso mestiere, e così, quando io guardavo il nonno, pensavo a Gesù. L’altro nonno mi diceva di non andare mai a letto senza dire una parola a Gesù, dirgli «buonanotte». La nonna mi ha insegnato a pregare, e anche la mamma; l’altra nonna lo stesso... La cosa importante è questa: i nonni hanno la saggezza della vita. Cosa hanno i nonni?

4 Ragazzi: Sì!

4 Papa Francesco: Hanno la saggezza della vita. E loro con quella

4 Papa Francesco: Davide ha fatto una domanda molto semplice, alla quale per me è facile rispondere... Sono tre cose, ma con un filo che le unisce tutt’e tre. La prima cosa che mi ha aiutato sono stati i nonni. «Ma come, Padre, i nonni possono aiutare a far crescere l’amicizia con Gesù?». Cosa pensate voi? Possono o non possono? 4 Ragazzi: Sì!

4 Papa Francesco: Ma i nonni sono vecchi! 4 Papa Francesco: No? Non sono vecchi?

4 Ragazzi: La saggezza della vita.

Il Papa a Milano. Incontro allo stadio con i cresimandi.

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uno litiga, perché è normale litigare, ma poi chieda scusa, e finita è la storia. È chiaro?

4 Ragazzi: Sì!

4 Papa Francesco: A me ha aiutato tanto giocare con gli amici. E una terza cosa che mi ha aiutato a crescere nell’amicizia con Gesù è la parrocchia, l’oratorio, andare in parrocchia, andare all’oratorio e radunarmi con gli altri: questo è importante! A voi piace, andare in parrocchia? 4 Ragazzi: Sì!

«I nonni hanno la saggezza della vita. Essi possono aiutarvi ad incontrare Gesù» (Papa Francesco ai ragazzi).

saggezza ci insegnano come andare più vicini a Gesù. A me lo hanno fatto. Primo, i nonni. Un consiglio: parlate con i nonni. Parlate, fate tutte le domande che volete. Ascoltate i nonni. È importante, in questo tempo, parlare con i nonni. Avete capito? 4 Ragazzi: Sì!

4 Papa Francesco: E voi, quelli che avete i nonni vivi, farete uno sforzo per parlare, fare loro domande, ascoltarli? Farete lo sforzo? Farete questo lavoro? 4 Ragazzi: Sì...

4 Papa Francesco: Non siete molto convinti. Lo farete? 4 Ragazzi: Sì!

4 Papa Francesco: I nonni. Poi, mi ha aiutato tanto giocare con gli amici, perché giocare bene, giocare è sentire la gioia del gioco con gli amici, senza insultarci, e pensare che così giocava Gesù... Ma, vi domando, Gesù giocava? O no? 4 Ragazzi: Sì!

4 Papa Francesco: Ma era Dio! Dio no, non può giocare... Giocava Gesù?

«Amate la parrocchia e l’oratorio» (Papa Francesco).

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«Vi piace andare a Messa?». «Sì!». «Non sono sicuro» (Papa Francesco e ragazzi).

4 Ragazzi: Sì!

4 Papa Francesco: Siete convinti. Sì, Gesù giocava, e giocava con gli altri. E a noi fa bene giocare con gli amici, perché quando il gioco è pulito, si impara a rispettare gli altri, si impara a fare la squadra, in équipe, a lavorare tutti insieme. E questo ci unisce a Gesù. Giocare con gli amici. Ma – è una cosa che credo qualcuno di voi ha detto – litigare con gli amici, aiuta a conoscere Gesù? 4 Ragazzi: No!

4 Papa Francesco: Va bene. E se

4 Papa Francesco: A voi piace... – ma dite la verità – a voi piace andare a Messa? 4 Ragazzi: Sì!

4 Papa Francesco: [ride] Non sono sicuro... A voi piace andare all’oratorio? 4 Ragazzi: Sì!

4 Papa Francesco: Ah, questo sì, vi piace. E queste tre cose faranno – davvero, questo è un consiglio che vi do – queste tre cose vi faranno crescere nell’amicizia con Gesù: parlare con i nonni, giocare con gli amici e andare in parrocchia e in oratorio. Perché, con queste tre cose, tu pregherai di più. [applausi] E la preghiera è quel filo che unisce le tre cose. Grazie. [applausi] n


r pe

La santità, un dono per tutti

i l o ip cc iù p «Anch’io come Luigino, con l’aiuto di Gesù e di Maria» i Santo Tu Sei

(scritto da Fausto Top)

Santo tu sei... le stelle sul soffitto / Santo tu sei... le caramelle a un vecchietto Santo tu sei... di quelli di nessuno / Santo tu sei... amati uno ad uno... Santo, sei diventato Santo don Guanella: giocando sempre insieme a Caterina tua sorella la «minestra dei poveri» avete preparato per ogni uomo solo e ogni fratello abbandonato Ci hai sempre dimostrato che la vita è proprio bella che puoi sorridere al mondo anche da una carrozzella e a tutti i buoni figli una carezza hai regalato e con un tenero gesto ogni paura hai allontanato

Don Guane-ella - Santo santo santo santo Don Guane-ella - Santo tu sei, santo per noi

Voglio diventare sacerdote.

Caterina, vieni! Giochiamo a fare la minestra per i poveri!

San Luigi Guanella e i bambini di Fraciscio.

Tu sei sacerdote di Cristo, sacerdote in eterno. Disegni tratti dal fumetto «Controvento a braccetto con Dio» di A. Sardiello

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PROPOSTE GIOVANI

NUOVE TECNOLOGIE, NUOVE RELAZIONI Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia Benedetto XVI

Le nuove tecnologie (...) Le nuove tecnologie digitali stanno determinando cambiamenti fondamentali nei modelli di comunicazione e nei rapporti umani. Questi cambiamenti sono particolarmente evidenti tra i giovani che sono cresciuti in stretto contatto con queste nuove tecniche di comunicazione e si sentono quindi a loro agio in un mondo digitale che spesso sembra invece estraneo a noi adulti... L’accessibilità di cellulari e computer, unita alla portata globale e alla capillarità di internet, ha creato una molteplicità di vie attraverso le quali è possibile inviare, in modo istantaneo, parole ed immagini ai più lontani ed isolati angoli del mondo: è, questa, chiaramente una possibilità impensabile per le precedenti generazioni.

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«Desidero incoraggiare tutte le persone di buona volontà, attive nel mondo emergente della comunicazione digitale, perché si impegnino nel promuovere una cultura del rispetto, del dialogo, dell’amicizia». (Benedetto XVI).

I giovani, in particolare, hanno colto l’enorme potenziale dei nuovi media nel favorire la connessione, la comunicazione e la comprensione tra individui e co-

munità e li utilizzano per comunicare con i propri amici, per incontrarne di nuovi, per creare comunità e reti, per cercare informazioni e notizie, per condividere le proprie idee e opinioni. Molti benefici derivano da questa nuova cultura della comunicazione: le famiglie possono restare in contatto anche se divise da enormi distanze, gli studenti e i ricercatori hanno un accesso più facile e immediato ai documenti, alle fonti e alle scoperte scientifiche e possono, pertanto, lavorare in équipe da luoghi diversi; inoltre la natura interattiva dei nuovi media facilita forme più dinamiche di apprendimento e di comunicazione, che contribuiscono al progresso sociale.

Una cultura del rispetto e dell’amicizia Questo desiderio di comunicazione e amicizia è radicato nella nostra stessa natura di esseri umani e non può essere adeguatamente compreso solo come risposta alle innovazioni tecnologi-


«Molti benefici derivano da questa nuova cultura della comunicazione: le famiglie possono restare in contatto anche se divise da enormi distanze, gli studenti e i ricercatori hanno un accesso più facile e immediato ai documenti...». (Benedetto XVI)

che. Alla luce del messaggio biblico, esso va letto piuttosto come riflesso della nostra partecipazione al comunicativo ed unificante amore di Dio, che vuol fare dell’intera umanità un’unica famiglia. Quando sentiamo il bisogno di avvicinarci ad altre persone, quando vogliamo conoscerle meglio e farci conoscere, stiamo rispondendo alla chiamata di Dio – una chiamata che è impressa nella nostra natura di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio, il Dio della comunicazione e della comunione. Il desiderio di connessione e l’istinto di comunicazione, che sono così scontati nella cultura contemporanea, non sono in verità che manifestazioni moderne della fondamentale e costante propensione degli esseri umani ad andare oltre se stessi per entrare in rapporto con gli altri. In realtà, quando ci apriamo agli altri, noi portiamo a compimento i nostri bisogni più profondi e diventiamo più pienamente umani. Amare è, infatti, ciò per cui siamo stati progettati dal Creatore. Naturalmente, non parlo di passeggere, superficiali relazioni;

parlo del vero amore, che costituisce il centro dell’insegnamento morale di Gesù: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza» e «Amerai il tuo prossimo come te stesso» (cfr. Mc 12,30-31). In questa luce, riflettendo sul significato delle nuove tecnologie, è importante considerare non solo la loro indubbia capacità di favorire il contatto tra le persone, ma anche la qualità dei contenuti che esse sono chiamate a mettere in

circolazione. Desidero incoraggiare tutte le persone di buona volontà, attive nel mondo emergente della comunicazione digitale, perché si impegnino nel promuovere una cultura del rispetto, del dialogo, dell’amicizia. ... Le nuove tecnologie devono servire al bene dei singoli e della società, quanti ne usano devono evitare la condivisione di parole e immagini degradanti per l’essere umano, ed escludere quindi ciò che alimenta l’odio e l’intolleranza, svilisce la bellezza e l’intimità della sessualità umana, sfrutta i deboli e gli indifesi. Le nuove tecnologie hanno anche aperto la strada al dialogo tra persone di differenti paesi, culture e religioni. La nuova arena digitale, il cosiddetto cyberspace, permette di incontrarsi e di conoscere i valori e le tradizioni degli altri...

L’amicizia nelle reti sociali Il concetto di amicizia ha goduto di un rinnovato rilancio nel vocabolario delle reti sociali digitali emerse negli ultimi anni. Tale concetto è una delle più nobili conquiste della cultura umana. Nelle nostre amicizie e attraverso di esse cresciamo e ci sviluppiamo come esseri umani. Proprio

Le nuove tecnologie hanno anche aperto la strada al dialogo tra persone di differenti paesi, culture e religioni. La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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per questo la vera amicizia è stata da sempre ritenuta una delle ricchezze più grandi di cui l’essere umano possa disporre. Per questo motivo occorre essere attenti a non banalizzare il concetto e l’esperienza dell’amicizia. Sarebbe triste se il nostro desiderio di sostenere e sviluppare online le amicizie si realizzasse a spese della disponibilità per la famiglia, per i vicini e per coloro che si incontrano nella realtà di ogni giorno, sul posto di lavoro, a scuola, nel tempo libero. Quando, infatti, il desiderio di connessione virtuale diventa ossessivo, la conseguenza è che la persona si isola, interrompendo la reale interazione sociale. Ciò finisce per disturbare anche i modelli di riposo, di silenzio e di riflessione necessari per un sano sviluppo umano. L’amicizia è un grande bene umano, ma sarebbe svuotato del suo valore, se fosse considerato fine a se stesso. Gli amici devono sostenersi e incoraggiarsi l’un l’altro nello sviluppare i loro doni e talenti e nel metterli al servizio della comunità umana. In questo contesto, è gratificante vedere l’emergere di nuove reti digitali che cercano di promuovere la solidarietà umana, la pace e la giustizia, i diritti umani e il rispetto per la vita e il bene della creazione. Queste reti possono facilitare forme di cooperazione tra popoli di diversi contesti geografici e culturali, consentendo loro di approfondire la comune umanità e il senso di corresponsabilità per il bene di tutti...

Ai giovani cattolici Vorrei concludere questo messaggio rivolgendomi, in particolare, ai giovani cattolici, per esortarli a portare nel mondo digitale la testimonianza della loro fede. Carissimi, sentitevi impegnati ad introdurre nella cultura di questo nuovo ambiente comunicativo e informativo i valori su cui poggia la vostra vita! Nei primi tempi della Chiesa, gli Apostoli e i loro

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«Vorrei concludere questo messaggio rivolgendomi, in particolare, ai giovani cattolici, per esortarli a portare nel mondo digitale la testimonianza della loro fede» (Benedetto XVI).

discepoli hanno portato la Buona Novella di Gesù nel mondo greco romano: come allora l’evangelizzazione, per essere fruttuosa, richiese l’attenta comprensione della cultura e dei costumi di quei popoli pagani nell’intento di toccarne le menti e i cuori, così ora l’annuncio di Cristo nel mondo delle nuove tecnologie suppone una loro approfondita conoscenza per un conseguente adeguato utilizzo. A voi, giovani, che quasi spontaneamente vi trovate in sintonia con questi nuovi mezzi di comunicazione, spetta in particolare il compito della evangelizzazione di questo «continente digitale». Sappiate farvi carico con entusiasmo dell’annuncio del Vangelo ai vostri coetanei! Voi

conoscete le loro paure e le loro speranze, i loro entusiasmi e le loro delusioni: il dono più prezioso che ad essi potete fare è di condividere con loro la «buona novella» di un Dio che s’è fatto uomo, ha patito, è morto ed è risorto per salvare l’umanità. Il cuore umano anela ad un mondo in cui regni l’amore, dove i doni siano condivisi, dove si edifichi l’unità, dove la libertà trovi il proprio significato nella verità e dove l’identità di ciascuno sia realizzata in una comunione rispettosa. A queste attese la fede può dare risposta: siatene gli araldi! Dal Messaggio per la XLIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, 24 maggio 2009


PROPOSTE GIOVANI

«IL MEGLIO DELL’ANIMA MIA» M2G 2016-2017 Irma Fosso, Coordinatrice Équipe M2G

È

il tema sul quale i Giovani del Movimento Guanelliano (M2G) quest’anno hanno messo l’accento per la loro formazione umana. Diviso in 5 ambiti: cuore, mente, volontà, interiorità e servizio, ognuno dei quali è stato approfondito attraverso una triplice lente: se stessi, gli altri, Dio. Il titolo «#ilmegliodellanimamia», che riprende uno dei capitoli dell’operetta di don Guanella «Massime di spirito e metodo d’azione»,

esprime bene l’obiettivo formativo di quest’anno: conoscersi come uomini e donne, riconoscersi come credenti per donarsi come guanelliani. Il filo conduttore è stato l’Identikit del Giovane Guanelliano. «Noi giovani crediamo possibile...» sono parole che instillano speranza e al tempo stesso spronano all’azione. Come ha detto Papa Francesco durante la GMG a Cracovia: «Voi giovani siete chiamati a lasciare un’impronta, a rendere

Insomma il nostro essere «Chiamati... in tutti i sensi» non si conclude con il Meeting, ma continua nelle nostre realtà, nel nostro cuore.

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possibile ciò che sognate, ciò in cui credete. Per farlo, però, dovete partire da una certezza: Gesù è il Signore del rischio, è il Signore del sempre “oltre”. Gesù non è il Signore del confort, della sicurezza e della comodità. Per seguire Gesù, bisogna avere una dose di coraggio, bisogna decidersi a cambiare il divano con un paio di scarpe che ti aiutino

a camminare su strade mai sognate e nemmeno pensate, su strade che possano aprire nuovi orizzonti» (cfr. Papa Francesco durante la Veglia della GMG 2016). ... e gli orizzonti si sono veramente aperti... Ce ne parla la giovane Irma Fossa. Ponte del 25 aprile: famiglie e giovani si organizzano per andare a visitare parenti e amici lontani, per vivere in spensieratezza questi quattro giorni di pausa dalla frenesia quotidiana. Anche noi guanelliani ci siamo presi una pausa dalla vita quotidiana, abbiamo fatto le valigie e siamo partiti verso un luogo in cui incontrare parenti e amici lontani. Quasi ogni anno facciamo questo

Obiettivo del Meeting 2017: conoscersi come uomini e donne, riconoscersi come credenti per donarsi come guanelliani. Ridere, scherzare, impegnarsi, soprattutto rendere questa l’occasione per capire come realizzare «il meglio dell’anima mia».

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viaggio, ma ogni anno ha un sapore diverso, un colore diverso. Quest’anno aveva il colore del mare, il profumo degli arancini e dei cannoli, ma un sempre e rinnovato senso di famiglia, quella guanelliana, che quest’anno si è data appuntamento nella «città dello stretto», la splendida Messina. «Chiamati in tutti i sensi» era la traccia del nostro

incontro: chiamati ad usare tutti i nostri sensi, per vivere in pienezza la nostra vocazione guanelliana e personale, in tutti i luoghi e relazioni che siamo chiamati ad «abitare». La prima sera, subito dopo gli arrivi e i saluti, abbiamo assistito al concerto dei Migrantes, coro multietnico della Diocesi di Messina, con cui abbiamo condiviso non solo la cultura musicale, ma

anche esperienze e vissuti personali. Musica, balli e preghiera: questo il trinomio perfetto di questa serata di apertura: impossibile stare fermi e non tenere il tempo al ritmo di chitarre e jambé, affidati e suonati dai migranti. Ottimo inizio perché ha coniugato la for-

za coinvolgente della musica, con un messaggio importante: quello dell’accoglienza, non solo fisica, ma soprattutto del cuore, per aprire le porte a chi ha una storia diversa dalla nostra, ma la stessa voglia di vivere e di essere felici. Andare contro la cultura dello scarto, delle frasi fatte e dei discorsi «copia e incolla», per vivere veramente la realtà di queste persone, comprenderla e, quindi, accoglierla. L’indomani al Duomo di Messina


abbiamo partecipato e animato la messa, presieduta dall’arcivescovo mons. Giovanni Accolla, che, durante l’omelia, ci ha detto che siamo chiamati ad andare lì dove «ci sono le piaghe di Gesù» e che «la carità genera comunione», inquadrando, in pochi minuti di omelia, quelli che sono gli elementi fondamentali del carisma guanelliano. La serata ci ha

riservato un momento di musica... rock e spiritualità, in una parola: Reale, gruppo rock-cristiano, che ci ha caricati con la musica e l’entusiasmo. Un concerto speciale il cui momento culminante è stata l’«Adorazione sotto le stelle», con Cristo Eucarestia come invitato speciale di questa serata. Cristo Eucarestia momento centrale del concerto, così come è momento centrale della nostra vita... splendida metafora! Il secondo giorno è stato dedicato alle testimonianze itineranti, grazie alle quali abbiamo avuto modo di conoscere le diverse «chiamate» di coloro che operano lì dove ci sono vissuti di fragilità, per comprendere quanto sia forte e, soprattutto, contagiosa la gioia della chiamata. Negli occhi, negli sguardi e sorrisi di queste persone, abbiamo rintracciato una forza e una fede così tanto forti, da averci contagiati tutti. Lo stupore misto ad incredulità iniziale, per le testimonianze ascoltate, ha lasciato subito il posto alla voglia di vivere una chiamata così bella e totalizzante, che porta a donare tutto

se stesso per gli altri, per essere, come diceva san Francesco, utile strumento tra le mani di Dio. Dulcis in fundo: la veglia itinerante dall’Oratorio alla Parrocchia (situate in due posti fisicamente distinti, poco distanti tra loro), intervallata da gesti, riflessioni e canti. Modo perfetto per concludere questi giorni così speciali e al tempo stesso per darci nuovi spunti, per tornare a casa e con-

pire come realizzare #ilmegliodell’animamia. Il Meeting è stata una delle tappe del nostro cammino di Movimento... alcune saremo chiamati a raggiungerle da soli, nel silenzio del nostro cuore, altre invece, le condivideremo con gli altri. Insomma il nostro essere «Chiamati... in tutti i sensi» non si conclude con il Meeting, ma continua nelle nostre realtà, nel nostro cuore. n

tinuare a riflettere sulla chiamata di Dio. Un Meeting è questo: incontrare membri della propria famiglia sparsi per l’Italia, vivere con gioia questi momenti insieme, ridere, scherzare, raccontarsi, impegnarsi, confrontarsi ma soprattutto rendere questa l’occasione per trovare nuovi stimoli per ca-

In fondo è questo il Meeting: incontrare membri della propria famiglia sparsi per l’Italia, vivere con gioia questi momenti insieme...

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA LORETO • Casa S. Maria della Provvidenza

La famiglia Zannoni è in festa Due sorelle hanno celebrato a distanza di alcuni mesi i loro giubilei di professione uor Maria Zannoni a Loreto, circondata dall’affetto delle sue consorelle, degli operatori e delle ragazze, il 5 gennaio 2017 ha ripetuto con fede e con cuore colmo di gratitudine al Signore il suo sì dopo 60 anni di donazione tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza La nostra Casa di Loreto era in trepidante attesa, tutto era pronto, ma tar-

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Le tre sorelle Zannoni: suor Lucia, suor Maria e la sig.ra Lidia.

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Suor Maria mentre legge a formula di consacrazione.

tarina, che suona la chitarra, suor Roberta, ci ha fatto sentire tutti in Famiglia sotto lo sguardo amoroso della Nostra Madre della Provvidenza. Don Alessandro (francescano) ha sottolineato l’Amore gratuito di Gesù che chiama a stare con Lui con gioia nel dono per i più poveri.

Suor Maria con i giovani.

Festeggiamo con gioia i giubilei di consacrazione.

dava ad arrivare il celebrante padre Alessandro, che poi è arrivato con tanti adolescenti e giovani ed ha riempito la nostra Cappella, rallegrando la celebrazione con la loro presenza fresca e vivace. La Liturgia, preparata dalle educatrici insieme alle ragazze e ai giovani del Cenacolo di Madre Elvira e ad una suora Alcan-

Con don Alessandro hanno concelebrato i sacerdoti salesiani don Ugo, nostro Cappellano, e il superiore dei Salesiani. I giovani hanno avvertito un clima di gioia e hanno visto il sorriso e la felicità di suor Maria e si sono vivamente commossi pensando a una vita spesa con gioia per gli altri.


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA Tutto si è concluso con un prelibato banchetto in salone preparato con cura e tutti hanno degustato il cibo tra canti danze e sorrisi. Suor Maria alla fine della S. Messa ha ringraziato tutti i presenti dicendo che è stata una gioia per lei condividere il suo rendere grazie a Gesù con tante persone care e in particolare con i giovani. Il 26 aprile 2017 suor Maria ha ricevuto l’invito dalla sorella, suor Lucia Zannoni delle suore Agostiniane del Divino Amore (fondate dal Cardinal Marco Antonio Barbarigo insieme con Madre Caterina Comaschi nel 1705), di partecipare alla festa del suo 50o di consacrazione. Suor Lucia per tutti questi anni si è dedicata all’educazione dei piccoli della Scuola Materna, con tanta premura per la loro crescita umana e spirituale. Le tre sorelle Zannoni, suor Maria, suor Lucia e la signora Lidia, hanno avuto la gioia di vivere insieme questo momento toccante di famiglia. Suor Lucia era circondata dall’affetto delle sorelle, delle Consorelle, dei bambini della Scuola Materna con le relative famiglie. Anche questa volta non è mancata la gioia di rendere grazie al Signore e condividere con tante persone la bellezza della Chiamata e della rinnovata donazione, rivedendo con stupore e riconoscenza gli anni che distanziano dal primo Sì detto con la freschezza e l’entusiasmo giovanile e ora ripetuto con forza e rinnovato fervore. n

COMO LORA • Casa S. Maria della Provvidenza

Festa peril 120o anniversario dell’inaugurazione della Casa

Sotto la magnolia, come 120 anni fa!

n una calda giornata di sole, che il mese di giugno ci ha donato in abbondanza, a S. Maria della Provvidenza di Lora si è festeggiato il 120o anniversario dell’inaugurazione della Casa. Infatti il 20 giugno 1897, vigilia della festa di san Luigi Gonzaga, il Santo Fondatore aveva dato inizio con gioia all’attività delle sue Suore in questa casa, una ex filanda dive-

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nuta poi fabbrica di bottoni, la «Binda», come era allora chiamata. Il 1o gennaio della stesso anno, seduto al tavolo di pietra nel giardino presso la grande magnolia, vicino alla vasca di pesci rossi, presenti il proprietario, un banchiere e il notaio, don Guanella aveva firmato il contratto per l’acquisto dell’edificio. Come al solito, don Luigi firmò senza avere soldi a

disposizione, ma, come sempre, la Provvidenza giunse puntuale. La casa fu adattata all’accoglienza di 3 suore, 58 novizie e 180 ricoverate, che si trovavano nell’Istituto della Divina Provvidenza di Via Tommaso Grossi, dove, con il crescere degli assistiti, era divenuto impossibile assolvere alle funzioni necessarie a una collettività così articolata. Casa S. Maria

Como-Lora. Casa S. Maria della Provvidenza. Felici di far festa. La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA sorge in collina e gode di una panorama meraviglioso: dalle finestre lo sguardo abbraccia la città di Como, con la cupola del Duomo che svetta sulla città; dalle azzurre acque del lago si elevano, a destra, il Bisbino e Brunate e, a sinistra, Monteolimpino e il Baradello, mentre sullo sfondo la ghirlanda delle Prealpi lambisce il cielo, che al tramonto si accende di tutta una gamma di colori. Possiamo immaginare la gioia del Fondatore, di Madre Marcellina Bosatta, delle suore e delle ospiti che avranno ringraziato con esultanza il Signore per il dono di questa nuova sede, che sarebbe poi diventata la Casa Madre di tutte le altre Case della Congregazione. A distanza di 120 anni, si è voluto ricordare questo avvenimento e quindi rivolgere anche noi il nostro grazie sincero al Signore con la S. Messa del mattino, celebrata solennemente da don Antonio Ostinelli; poi, alle ore 10,30, tutte le suore e gli operatori si sono radunati sotto la magnolia e presso il tavolo di pietra, memorie viventi di quei giorni così importanti per noi. La Superiora generale, Madre Serena Ciserani, fortunatamente si trovava a S. Maria e siamo state felici di trovarci con lei a festeggiare insieme questo avvenimento, tanto gioioso per noi. Ci siamo incontrate, abbiamo conversato, ricordato quel giorno famoso e poi abbiamo cantato insieme, scherzato e... fatto le foto. Non è mancato alla fine un buon gelato offerto dalla superiora suor Maria Baltrigo. n

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ROMA • Curia Generalizia FSMP

A Kinshasa con gioia a vicaria generale suor Neuza Giordani e la consigliera generale suor Carla Folini sono andate a far visita alla comunità Casa Famiglia Provvidenza, per ragazze in difficoltà, dove operano da ormai un anno suor Noemia e suor Victoria. La loro presenza, dal 26 giugno al 7 luglio, ha sicuramente dato coraggio e rinnovato il fervore delle Sorelle, che stanno portando avanti una missione non certo facile. Qualcosa della loro esperienza africana ce lo raccontano nelle righe seguenti.

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Le ragazze stavano ad attenderci impazienti e ci hanno fatto una festosa accoglienza, secondo il loro tipico costume. Abbiamo trovato bene anche le consorelle, ben integrate e dinamiche nell’arrivare un po’ a tutto. Le loro fatiche e anche quelle nostre per il viaggio affrontato sono state am-

piamente premiate il giorno in cui abbiamo partecipato alla cerimonia di chiusura dell’anno scolastico con la consegna delle pagelle: è stata grande la commozione per la

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Kinshasa. La nostra Vicaria generale suor Neuza Giordani posa (è a sinistra di chi guarda) con suor Noemia Valgoi e con le ragazze, felici per la loro promozione.

promozione di tutte le ragazze e le giovani della nostra Casa-famiglia. Ora che le ragazze hanno terminato l’anno scolastico, suor Noemia e suor Vittoria sono maggiormente impegnate ad intrattenerle con altri interessi. A luglio si inizierà anche qui una specie di centro estivo con gli altri centri guanelliani e allora le ragazze saranno impegnate meglio e le suore potranno darsi il turno per un corso di esercizi spirituali. La giornata trascorsa a Plateau de Bateke è stata veramente speciale: insieme, le consorelle, i confratelli, i ragazzi diversamente abili, gli aspiranti e le «nostre» ragazze hanno sperimentato con gioia il vivere in famiglia e la ricchezza di essere Famiglia Guanelliana. Sia noi visitatrici, sia le Sorelle della comunità, siamo state ricevute dal Cardinale Arcivescovo di

Kinshasa, al quale abbiamo espresso il desiderio della Congregazione di continuare la presenza in terra africana; a tale richiesta il Cardinale ha raccomandato oculatezza, discernimento e preparazione missionaria delle suore che saranno inviate. Ringraziamo, con la preghiera, i Confratelli del Seminario sempre disponibili non solo all’accoglienza, ma ad ogni necessità insorta in questo primo nostro anno di missione in terra africana. n


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA

ROMA • Curia Generalizia FSMP e Casa San Pio X

Dedicata a suor Giustina Noi Operatori della Curia Generalizia FSMP e di Casa S. Pio X, con la comunità religiosa della stessa, ci siamo stretti intorno a suor Giustina Valicenti in occasione del suo trasferimento. Abbiamo potuto godere della sua guida intelligente, saggia e amichevole per 24 anni, sia da Superiora generale della Congregazione sia da Vicaria generale. Le siamo infinitamente grati e vogliamo dedicarle con affetto i versi che seguono, nella certezza che nella Casa che l’accoglierà come superiora farà ancora tanto bene, con la grazia del Signore.

Grazie, Signore. Grazie per averci fatto incontrare e camminare insieme. Grazie per il tempo passato, costellato di progetti realizzati e di realtà incompiute. Grazie per il tempo presente, colorato dalle luci e dalle ombre che ci abitano dentro e da quelle che ci accompagnano dal di fuori. Grazie per il tempo futuro, che ancora non ci appartiene, ma che schiuderà i suoi orizzonti man mano che percorriamo con pazienza i nostri giorni. Mantieni accesa in noi, Signore, la luce della speranza, approfondisci le radici della nostra fede, allenaci al sorriso quotidiano e aiutaci a testimoniare quella forza che tutto può cambiare: l’amore per te e per gli altri. Vicini o lontani, facci sempre sentire uniti in Te. Amen.

Tutti stretti intorno a suor Giustina per dirle il nostro grazie e un fervido augurio di bene. Roma, 25 luglio 2017

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA LIPOMO • Villa Fulvia

La visita del Vescovo Oscar Cantoni

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l giorno 18 giugno il Vescovo di Como mons. Oscar Cantoni, in occasione della visita alla parrocchia di Lipomo, ha fatto sosta, verso le ore 15, presso la comunità «Casa Beato Luigi Guanella» di Villa Fulvia, incontrando personalmente le ospiti insieme ai loro familiari presenti. Ad accogliere mons. Oscar sono stati alcune degenti della struttura, la superiora generale, Madre Serena Ciserani, la superiora provinciale, suor Teresa Gatti, e le religiose della comunità. L’ingresso in chiesa è stato annunciato con il canto «Chiesa di Dio». Dopo il saluto rivolto ai presenti, il Vescovo ha augurato di poter sperimentare la «pace» del Signore che dona a ciascuno di noi e che è «certezza d’amore». Il pensiero del Vescovo è poi andato a tutti coloro che, in questo luogo, si

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Mons. Oscar Cantoni visita la nostra Casa di Lipomo, Villa Fulvia, e saluta la comunità.

La superiora, suor Marietta Raschetti, rivolge il saluto e il ringraziamento a mons. Oscar, per la sua graditissima visita.

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prendono cura degli anziani: dallo staff dirigenziale agli operatori, dai volontari alle suore guanelliane che donano attenzione e amorevolezza, segno della bontà e della grandezza del Signore.

CANTA IL SOGNO DEL MONDO «Ama Saluta la gente Dona Perdona Ama ancora e saluta Ama Dai la mano Aiuta Comprendi Dimentica e ricorda Solo il bene. E del bene degli altri Godi e fai godere. Godi del nulla che hai Del poco che basta Giorno dopo giorno: E pure quel poco – Se necessario – Dividi. E vai, vai leggero dietro il vento E il sole E canta. Vai di paese in paese E saluta tutti Il nero, l’olivastro E perfino il bianco. Canta il sogno del mondo Che, tutti i paesi Si contendono Di averti generato». P. Turoldo Una bella foto di gruppo per il saluto conclusivo. A fianco a mons. Oscar, il parroco don Alfonso Rossi e la superiora provinciale suor Teresa Gatti.


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA Ha ribadito, poi, l’importanza della struttura come espressione della comunità parrocchiale, sottolineando come ciascuno è parte importante nel progetto di Dio; ha infine augurato a tutte le persone che si occupano di quelli in difficoltà con tenerezza e disponibilità ad essere sempre responsabili, affinché questa casa possa essere all’altezza dell’importante compito cui è chiamata a rispondere. C’è stato poi il saluto al Vescovo da parte della superiora, suor Marietta Raschetti, che lo ha ringraziato per la sua visita e gli ha augurato le grazie più belle, necessarie per un ministero fecondo, con le parole di padre David Maria Turoldo (vedi riquadro a sinistra). Una delle ospiti, a nome di tutti, ha poi offerto un piccolo pensiero a mons. Cantoni, mentre la voce di suor Stefania, accompagnata al piano dalla signora Daniela, elevava un canto al Signore per ringraziarlo di tutte le cose belle e di tutto l’amore che ha donato agli uomini. Dopo una breve preghiera collettiva, il vescovo ha benedetto i presenti, concludendo la sua visita con il canto «Santa Maria del Cammino». Infine Sua Eccellenza ha voluto salutare individualmente le ospiti e i parenti presenti in chiesa; per tutti ha avuto parole di conforto e di affetto. La visita è stata gradita soprattutto dalle nonne, che hanno vissuto un momento di particolare intensità e di grande emozione. n

ROMA • Casa S. Pio X

Alle care nonne della nostra Casa

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ogliamo dedicare alcuni stralci della udienza generale – di Papa Francesco, tenuta il 4 marzo 2015 – alle nostre care «nonne» di S. Pio X. È un mondo molto vario e simpatico: c’è la docente universitaria (omettiamo i vari ex), la truccatrice di Cinecittà, l’insegnante di russo, di arabo o di altre lingue, la lettrice accanita di buoni libri, la mamma orgogliosa dei suoi figli buoni e tutti laureati, la

Oggi festeggiamo la nostra Madre della divina Provvidenza.

nonna desiderosa di vedere spesso i suoi nipotini, la modella, l’elegante, l’africana che evidenzia i momenti importanti con le tipiche grida africane di gioia e di saluto, la nonna Bernadetta, che rallegra le nostre feste con le tipiche grida africane.

che porta bene i suoi anni e quella che invece offre al Signore i suoi numerosi acciacchi. Non è un mondo noioso il nostro e un po’ lo potete vedere dalle Nel mese di maggio ogni settimano abbiamo recitato il S. Rosario nei diversi reparti.

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA foto, che non dicono tutto il bello e il buono che c’è fra noi. Ascoltiamo alcuni passaggi dell’udienza di Papa Francesco da tutte amato. Grazie ai progressi della medicina la vita si è allungata: ma la società non si è «allargata» alla vita! Il numero degli anziani si è moltiplicato, ma le nostre società non si sono organizzate abbastanza per fare posto a loro, con giusto rispetto e concreta considerazione per la loro fragilità e la loro dignità. Finché siamo giovani, siamo indotti a ignorare la vecchiaia, come se fosse una malattia da tenere lontana; quando poi diventiamo anziani, specialmente se siamo poveri, se siamo malati, soli, sperimentiamo le lacune di una società programmata sull’efficienza, che conseguentemente ignora gli anziani. E gli anziani sono una ricchezza, non si possono ignorare. Benedetto XVI, visitando una casa per anziani, usò parole chiare e profetiche, diceva così: «La qualità di una società, vorrei dire di una civiltà, si giudica anche da come gli anziani sono trattati e dal posto loro riservato

pure una cultura del profitto insiste nel far apparire i vecchi come un peso, una «zavorra». Non solo non producono, pensa questa cultura, ma sono un onere: insomma, qual è il risultato di pensare così? Vanno scartati. È brutto vedere gli anziani scartati, è una cosa brutta, è peccato! Non si osa dirlo apertaLa carissima Angiolina, nonna affettuosa che prega molto per i suoi cari.

nel vivere comune» (12 novembre 2012). È vero, l’attenzione agli anziani fa la differenza di una civiltà. In una civiltà c’è attenzione all’anziano? C’è posto per l’anziano? Questa civiltà andrà avanti se saprà rispettare la saggezza, la sapienza degli anziani. In una civiltà in cui non c’è posto per gli anziani o sono scartati perché creano problemi, questa società porta con sé il virus della morte. In Occidente, gli studiosi presentano il secolo attuale come il secolo dell’invecchiamento: i figli diminuiscono, i vecchi aumentano. Questo sbilanciamento ci interpella, anzi, è una grande sfida per la società contemporanea. EpSuor Tilde è felice di celebrare i suoi 80 anni con i suoi cari.

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Una volta da bambino, la nonna ci raccontava una storia di un nonno anziano che nel mangiare si sporcava perché non poteva portare bene il cucchiaio con la minestra alla bocca. E il figlio, ossia il papà della famiglia, aveva deciso di spostarlo dalla tavola comune e ha fatto un tavolino in cucina,

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il Rosario celebrato nell’atrio della cappella della Curia.

mente, ma lo si fa! C’è qualcosa di vile in questa assuefazione alla cultura dello scarto. Ma noi siamo abituati a scartare gente. Vogliamo rimuovere la nostra accresciuta paura della debolezza e della vulnerabilità; ma così facendo aumentiamo negli anziani l’angoscia di essere mal sopportati e abbandonati.

dove non si vedeva, perché mangiasse da solo. E così non avrebbe fatto una brutta figura quando venivano gli amici a pranzo o a cena. Pochi giorni dopo, arrivò a casa e trovò il suo figlio più piccolo che giocava con il legno e il martello e i chiodi, faceva qualcosa lì, disse: «Ma cosa fai? – Faccio un tavolo, papà. – Un tavolo, perché? –


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA Per averlo quando tu diventi anziano, così tu puoi mangiare lì». I bambini hanno più coscienza di noi! Nella tradizione della Chiesa vi è un bagaglio di sapienza che ha sempre sostenuto una cultura di vicinanza agli anziani, una disposizione all’accompagnamento affettuoso e solidale in questa

E ci fermiamo qui per quanto riguarda il Papa, perché vogliamo confermare le sue espressioni di rispetto e di valorizzazione della persona anziana con il pensiero di san Luigi Guanella, che ha voluto questa ed altre Case per gli anziani, non con l’intenzione di emarginarli, ma per curarli fisicamente e spiritualmente quando

ROMA • Casa S. Maria della Provvidenza

Un cooperatore e allenatore speciale Intervista a Franco Inpinna da parte della nostra inviata «Non dimentichiamo mai che il vero potere è il servizio. Bisogna custodire la gente, aver cura di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore». Papa Francesco

Grande celebrazione oggi: 50 anni di sacerdozio del nostro cappellano domenicale, prof. padre Fidel Gonzalez,comboniano; si sono aggiunte le due nostre amiche missionarie saveriane, che hanno celebrato anche esse i giubilei di consacrazione religiosa.

parte finale della vita. Tale tradizione è radicata nella Sacra Scrittura, come attestano ad esempio queste espressioni del Libro del Siracide: «Non trascurare i discorsi dei vecchi, perché anch’essi hanno imparato dai loro padri; da loro imparerai il discernimento e come rispondere nel momento del bisogno» (Sir 8,9) (Papa Francesco).

soprattutto questo fosse impossibile o difficile alle famiglie. Egli scriveva: «Ai più anziani dobbiamo guardare con grande rispetto. Abbiamo un tesoro in essi, di cui troppo poco ci curiamo. Queste persone sono talvolta abbandonate e soffrono a causa della loro anzianità. Opera di misericordia tu compi quando nel tuo cuore vieni coricando le umane infermità al fine di provvedervi. Adoperatevi con tenera sollecitudine a servire i poveri e gli ammalati, cari a Dio come la pupilla dell’occhio». n

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l volontario è la persona che, in modo spontaneo, si rende disponibile al servizio gratuito e disinteressato alle persone o ad una comunità dedicando tempo, professionalità e passione.

Il volontario è estraneo alla mentalità comune di «accumulo», di personale interesse, egli educa e si autoeduca al dono di sé e del proprio tempo, in una dinamica che, a sentire quelli che offrono questo servizio, rende più felici e realizzati. La redazione ha voluto incontrare Franco Inpinna, volontario di Casa S. Maria della Provvidenza a Roma e Guanelliano Cooperatore da un anno. L’intervista è a cura di Antonella Sardiello. Franco Inpinna con il gruppo delle atlete della specialità di Bocce del Centro «S. Maria della Provvidenza».

Tutta la comunità religiosa è andata in pellegrinaggio al Santuario del Divino Amore. La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA 4 Come hai deciso di fare il volontario? In realtà è capitato tutto per caso. O forse no... Ho iniziato a frequentare Casa S. Maria perché mia moglie Franca lavorava nei reparti. Da lì ho iniziato a conoscere le persone che abitavano il Centro di Riabilitazione; sono state loro a scegliere me. Successivamente è nato un rapporto di affetto e di fiducia con le suore guanelliane, alle quali sono molto legato, e di amicizia con gli operatori socio-sanitari. Sono stato letteralmente «abbracciato» dallo stile di famiglia di don Guanella. 4 Hai dunque condiviso con tua moglie la filosofia guanelliana, un’esperienza umana e cristiana forte, di crescita e di donazione? Certo, come coppia è importante camminare insieme, trovare significati profondi allo stare insieme, dare slancio alla realtà coniugale non solo nel dono reciproco, ma nel dono al prossimo. Non va bene rimanere chiusi. Con Franca l’anno prossimo festeggeremo 50 anni di matrimonio e, aggiungo, 40 anni come volontario in questa struttura! 4 Davvero un bel traguardo, Franco! Ti senti di raccontare qualcosa di questi 40 anni? Impossibile... Ho in mente tanti volti, tante persone che non ci sono più, tanti episodi, momenti belli, pieni di vita! Le persone disabili sanno vivere in pienezza e insegnano molto. Quando amano, lo fanno total-

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e la nostra Associazione Sportiva S. Maria fu tra le prime realtà italiane ad aderire al programma. Siamo stati dei pionieri, abbiamo avuto anche il «battesimo» della fondatrice dello Special Olympics International, la signora Eunice Kennedy Shriver, sorella di JFK. Da allora abbiamo partecipato a tantissime gare regionali, nazionali di varie specialità: nuoto, atletica, bocce. In questi ultimi anni, mi sono dedicato completaFranco con la moglie Franca, simpaticamente chiamati «i Franchi», da 50 anni insieme.

mente, senza filtri, con semplicità. Con mia moglie abbiamo partecipato a tanti soggiorni estivi, a diversi viaggi e gite. Abbiamo vissuto esperienze di famiglia, di condivisione e direi anche di tenerezza, donarsi è un’esperienza di maternità e paternità. Come si può raccontare tutto questo? 4 So che fai parte dell’Associazione Guanelliani Cooperatori e che sei uno dei primi soci dell’Associazione Sportiva Santa Maria. È vero, più di trent’anni fa si pensò di fondare un’associazione sportiva, aderendo al programma Special Olympics, che consente a persone con disabilità intellettive di partecipare a competizioni sportive riconosciute dal Comitato Olimpico internazionale e da quello Paralimpico. All’epoca non c’era ancora la distinzione tra atleti con disabilità motorie e atleti con disabilità intellettive,

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Nella foto con Lucia Carli, sempre del nostro Centro, medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles. Franco mostra la targa ricordo avuta in dono dal Comitato Special Olympics.

mente, come tecnico, all’allenamento delle ragazze del gruppo di bocce, il nostro team ha ottenuto dei successi strepitosi: Campionesse Italiane per diversi anni nella loro categoria, Campionesse Europee di bocce a squadre nel 2013, a Lodi, e la fantastica medaglia di bronzo della nostra atleta Lucia Carli, alle Olimpiadi di Los Angeles nel 2015. 4 E il tuo lavoro di tecnico lo fai come servizio gratuito nei panni di Guanelliano Cooperatore?

Esatto. Tutti i mercoledì vengo a Casa S. Maria e, con un educatore professionale, si accompagnano le atlete al bocciodromo per gli allenamenti. Da quando, assieme a mia moglie, ho iniziato il percorso come Guanelliano Cooperatore, sento più forte nel mio cuore il desiderio di bene. Se cerchi di fare il bene, capita che riesci a fare il meglio e a dare il meglio di te, in tutti gli ambiti della vita. Almeno ci provo. Credo che la risposta ci viene data dalle «nostre ragazze», quando mi perdo, sono loro che mi danno l’orientamento e mi aiutano a capire se sto agendo bene. 4 So che per la tua dedizione e il tuo impegno, hai ricevuto un riconoscimento dallo Special Olympics e una proposta allettante. È accaduto nel 2004, durante l’edizione dei Giochi Nazionali Estivi di Roma. La nostra Associazione Sportiva S. Maria, che vantava tanti bei risultati, ebbe una menzione speciale dal Comitato e io venni segnalato tra gli allenatori, ricevendo come riconoscimento una targa-ricordo. Capitò che il Direttore Generale mi propose di entrare come referente nel Team Lazio. Si trattava di un’offerta davvero interessante, sicuramente un’esperienza alla quale era difficile rinunciare. Non ci pensai nemmeno un secondo, spontaneamente dissi che era impossibile: non avrei mai rinunciato alle mie atlete!


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA 4 Declinasti l’offerta? Sì, non volevo e non potevo lasciare le ragazze. Sarei stato chiamato a fare altro e ciò mi avrebbe impedito di vivere accanto alle atlete. Di questo non mi sono mai pentito, cerco sempre di ascoltare ciò che il cuore mi suggerisce e lascio fare alla Provvidenza. 4 Franco, vuoi lasciare un messaggio per i nostri lettori, in modo particolare ai giovani che desiderano fare un’esperienza di volontariato? Non sono molto bravo a lasciare messaggi, i ragazzi hanno tanta energia e più strumenti di me, non credo di poter insegnare nulla se non ricordare loro che sono una «forza preziosa», come ha detto il Papa, e che i verbi più belli che ci danno la felicità sono amare e aiutare. Il mio motto, che è quello del corpo dei Vigili del Fuoco, di cui ho fatto orgogliosamente parte, mi ha sempre dato una linea da seguire: Praecurro Accurro Succurro.

TRECENTA • Casa Sant’Antonio

I nostri atleti olimpici

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l giorno 31 maggio 2017, presso il salone polifunzionale di Castagnaro (Verona) si è svolta la prima edizione delle «Olimpiadi dell’Anziano». Questa iniziativa, che prevede lo sviluppo di giochi sportivi studiati appositamente per coinvolgere anziani con abilità tali da considerarsi «atleti olimpici», nasce nel 2016 da un progetto denominato «Fisioterapisti in Équipe», incontri tra fisioterapisti operanti in strutture residenziali per anziani, programmate con l’obiettivo di confrontarsi e organizzare attività a costo zero, integrate ed integranti nel territorio. I coordinatori di tale équipe, le fisioterapiste di Casa Sant’Antonio di Trecenta, dott.ssa Irene Rosa e dott.ssa Elena Ferraresi,

con i colleghi delle altre strutture aderenti, hanno così attivato per l’anno 2017 tale progetto. Casa Sant’Antonio di Trecenta si è resa disponibile per l’organizzazione gestionale dell’evento, grazie alla collaborazione con la cordialissima e disponibilissima Amministrazione Comuna-

La sfida di lancia e colpisci i barattoli.

le del Comune di Castagnaro e con l’aiuto di diversi professionisti, volontari e Guanelliani Cooperatori, che con precisione e professionalità hanno fatto di un normale mercoledì mattina una vera giornata di

v v v Grazie, Franco, il Signore continui a benedirti. Direzione e Redazione de LA VOCE FSMP

Nella prima edizione delle «Olimpiadi dell’Anziano», cui hanno partecipato anche gli ospiti della Casa guanelliana di Trecenta, abbiamo vinto: evviva noi di Casa Sant’Antonio! La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA sport, che ha coinvolto ben 7 case di riposo di tutto il territorio: Casa Sant’Antonio di Trecenta; Casa Sacra Famiglia di Fratta Polesine; Fondazione Baldo Ippolita di Ronco all’Adige; Fondazione San Salvatore di Ficarolo; Residenza Anni Azzurri S. Anna di Villadose; Casa E. Carrirolo di Castagnaro; Fondazione Marcello Zanetti di Oppeano. Le 7 squadre, contraddistinte da un colore e da una tifoseria allegra e affettuosa, erano composte da 6 anziani che si sono confrontati in quattro piattaforme di gioco. Tali postazioni sono state create con l’intento di ricordare all’anziano i giochi presenti nei loro ricordi giovanili e trasformarli, attraverso un regolamento ad hoc, in giochi olimpici in cui sfidarsi: lancia e sboccia (obiettivo la caduta di 10 birilli disposti a piramide a terra), lancia e colpisci (obiettivo la caduta di 10 barattoli disposti a piramide su un piano alto circa 80 cm), lancia e fai centro (obiettivo centrare con la palla un canestro a 1.40 m da terra) e lancia e infilza (obiettivo infilare un cerchio di diametro 60 cm in un paletto di altezza 80 cm). A seguito di un sincero saluto del Sindaco di Castagnaro A. Trivellato e del suo caloroso in bocca al lupo, alle ore 9 i giochi hanno avuto inizio, coordinati e diretti dalla vivace speaker, che incitava le fantastiche tifoserie a sostenere i propri familiari, pazienti o amici di avventura. Ogni postazione prevedeva la presenza di un arbitro ad assegnare i punteggi che hanno portato alla premiazione finale. Alle ore 11 la fine dei giochi e, dopo una

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La premiazione.

semplice merenda, tutti sono stati premiati con medaglia e diploma! Le squadre a podio hanno ricevuto una rilucente

coppa con cui esultare. Hanno vinto gli atleti della Casa di Riposo Sant’Antonio di Trecenta, secondi classificati gli atleti

della Casa di Riposo Baldo Ippolita di Ronco all’Adige e terzi classificati gli atleti della Casa di Riposo Sacra Famiglia di Fratta Polesine. Le rimanenti squadre si sono posizionate tutte quarte classificate a pari merito. La manifestazione organizzata dai Fisioterapisti in Équipe è stato un vero lavoro di squadra gradito da tutti gli atleti, si confida perciò che questa edizione sia stata una delle molte altre edizioni che seguiranno nei prossimi anni, con l’obiettivo di vivere una giornata di sport e di serenità. n

TRAMONTO ESTIVO Si cullano dolcemente le onde, rincorrendosi felici lasciano una scia sulla battigia. Il sole, sull’orizzonte, rosso ardente, si tuffa lentamente nel mare. Camminano silenziosi due innamorati, tenendosi per mano. La brezza marina che dà tanta frescura, scherza scompigliando i loro capelli. Che pace! Scompare nell’infinito il sole, irradiando raggi di fuoco. Appare silenziosa la luna piena tra i verdi pini. Si ritirano festosi i bambini, stanchi ed abbronzati, lasciando castelli incompiuti sulla sabbia. Che serenità! Si baciano teneramente i due innamorati e corrono felici sulla riva della spiaggia. Il sole è scomparso nell’immensità del mare. La luna ha superato le alte cime dei pini. La spiaggia illuminata appare in tutta sua lunghezza. Poche barche sono ferme sulla rena ancora calda, le onde, lambendo la riva, accarezzano dolcemente la sabbia. Il mare, in lontananza, abbraccia teneramente il sole. La luna sorride senza essere gelosa. Quanto amore! Ritornano i due innamorati, sognando un abbraccio tenero e caldo. Come quello del mare. In cielo le stelle ammiccano birichine. Appaiono le prime barche illuminate a kerosene. La luna con il suo splendore le riflette nel mare. I pescatori sperano in una pesca abbondante e cantano sottovoce vecchie cantilene in coro e si danno richiami pieni di speranza. Quante speranze nei cuori! Quanto amore Iddio ci dona nel creato! Gemma

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PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP

Semi di generosità per far rifiorire la vita

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA

Foto che raccontano...

La celebrazione del 25o di consacrazione religiosa di suor Lawrence Mariadoss.

La rinnovazione dei Voti di suor Hilda e suor Aparecida, nella solennità dell’Assunta, a Santa Terezinha de Itaipu - Brasile. 88

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA Nuova Olonio

Gualdera

Acquafraggia

Milano, Duomo

Pianello del Lario

Savogno Milano

Pianello del Lario, Casa S. Cuore

Casa Don Guanella

Loreto

Le ragazze del Centro Santa Maria della Provvidenza

Il cammino dei giovani guanelliani sui passi di san Luigi Guanella, dal 19 al 26 agosto. I Guanelliani Cooperatori dell’Argentina, Cile e Paraguay, unitamente ai Cooperatori dei Servi della Carità, dall’11 al 14 agosto scorso, in Paraguay hanno avuto un incontro formativo, concludendolo con un pellegrinaggio al Santuario di Caacupé.

N.S. di Caacupé (Paraguay) La Voce • n. 4-5 - luglio-ottobre 2017

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA CASE GUANELLIANE

I consigli della nonna Rimedi popolari, ricette, salute, bellezza, curiosità, ecc.

Macchie di cioccolato

Mal di testa

Avete macchiato la vostra tovaglia migliore con del cioccolato? Lavatela subito con dell’acqua calda molto salata e le macchie spariranno rapidamente.

Applicare impacchi di foglie di cavolo o fettine di patate crude sulle tempie. Pediluvio in acqua calda nella quale si aggiunge una manciata di sale grosso e un rametto di rosmarino.

Sugo Il sugo non si attaccherà al fondo del tegamino se al posto del coperchio metterete una fondina piena d’acqua. Semplice ed efficace.

Acqua di cottura dei fagioli Quando è vicina la cottura dei fagioli e l’acqua è bene insaporita, bagnate nell’acqua fette di pane integrale, poi conditele con olio, se vi piace, un po’ di cipollina fresca, e... buona colazione! Non buttate l’acqua che resta. Aggiungetela al sapone e all’acqua con cui lavate la biancheria. Farà sbiancare di più i tessuti.

Contro le rughe Il succo d’arancia è un tonico per il viso. La pelle diventerà liscia ed elastica e migliorerà il colorito. Prima di andare a letto, lavate il volto con acqua fredda, poi massaggiate con il succo d’arancia le zone più delicate, soprattutto quelle a rischio rughe.

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Cinque bevande antistress Latte, cioccolata calda, tè verde, tè nero e acqua fresca: sono cinque bevande con forti proprietà antistress. 1. Un bicchiere di latte: oltre al triptofano che si trasforma in serotonina (ormone del benessere), il latte contiene magnesio, potassio e calcio, tutti minerali in grado di tenere sotto controllo la pressione ed evitare bruschi innalzamenti, frequenti quando si è sotto stress. 2. Cioccolata calda: stimola il rilascio da parte del cervello dei cosiddetti «ormoni del piacere», primo fra tutti la dopamina: come bevanda calda, poi, aumenta la temperatura corporea favorendo una sensazione di comfort. 3. Tè verde: la forte concentrazione di teanina è

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associata alla produzione da parte del cervello di particolari onde che portano relax e riducono la tensione. 4. Tè nero: spesso conosciuto solo per il suo contenuto di caffeina, se bevuto regolarmente aiuta a ridurre lo stress mentale e fisico. 5. Un bicchiere d’acqua: l’acqua fresca associata all’aria aperta stimola la circolazione e aumenta la produzione di endorfine, regalando una sferzata di energia. Non bisogna dimenticare che l’acqua rappresenta circa il 60% della massa corporea di un adulto sano e svolge innumerevoli funzioni vitali. da Missione Salute, n. 3/2017

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Che bontà le castagne! Le castagne sono molto digeribili e sono consigliate in casi di anemia e inappetenza; grazie all’abbondane presenza di fibre e di minerali sono molto utili per la funzionalità dell’intestino. Non contengono glutine. Hanno alto contenuto di carboidrati, pochi grassi e molta acqua. Sono benefiche per chi deve riprendere le forze

dopo l’influenza e per bambini ed anziani; il potassio è utile per rinforzare i muscoli, il fosforo per la costituzione del tessuto nervoso, lo zolfo è antisettico e disinfettante, il sodio è utile alla digestione, il magnesio agisce sulla rigenerazione dei nervi. Grazie alla presenza di zuccheri, possono costituire un alimento alternativo per i bambini allergici al latte. Le castagne sono ricche di vitamine con proprietà antiossidanti; contengono vitamina B (per l’equilibrio nervoso) e vitamina C (per la formazione di collagene).

Gnocchetti di castagne alla valtellinese Gli gnocchetti di castagne, ricetta di origine valtellinese, sono dei piccoli gnocchetti di pasta fresca preparati con farina di castagne e farina 00. Vengono serviti con


VITA GUANELLIANA•VITA VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA GUANELLIANA no a che non saliranno in superficie (circa 4 min.), scolateli e fateli saltare un paio di minuti nel burro fuso.

Dolci di Fatima alla crema burro e formaggio (morbido e semigrasso). Per preparare gli gnocchetti di castagne iniziate ponendo in una ciotola capiente la farina di castagne (ben setacciata, perché tende a raggrumarsi) e la farina 00, anch’essa setacciata. Aggiungete due bei pizzichi di sale e l’acqua tiepida, poco alla volta, impastando con le mani. Trasferite quindi il composto, che deve risultare molto morbido, su di una spianatoia infarinata e impastate, fino ad ottenere un impasto morbido e uniforme. Copritelo quindi con della pellicola trasparente e fatelo riposare in frigorifero per almeno un’ora. Trascorso questo tempo, dividete l’impasto in tanti bastoncini che andrete a dividere in piccoli tocchetti con l’aiuto di un tarocco o un coltellino (lavorate sempre su un piano ben infarinato). Schiacciate ogni tocchetto con il pollice della mano, come per formare dei piccoli gnocchetti simili a orecchiette. Continuate così fino a terminare l’impasto. In una padella sciogliete il burro aggiungendo le foglie di salvia e fatelo soffriggere. Buttate gli gnocchetti pochi alla volta in un tegame con acqua bollente salata e fateli cuocere fi-

Le paste alla crema, tipiche del Portogallo, che possiamo trovare anche nelle pasticcerie di Fatima, città della Madonna, sono piccole tortine di sfoglia ripiene di una gustosa crema ottenuta con panna e uova. La ricetta è nata nell’antico monastero di Belém, nell’Ottocento.

Dopo dieci minuti di cottura a fiamma dolce, fate raffreddare la crema che risulterà piuttosto liquida. A questo punto, dalla pasta sfoglia ricavate dei cerchi che utilizzerete per rivestiere 12 contenitori per dolcetti in silicone, imburrati e infarinati. Versate la crema nel contenitore del pasticcino e fate cuocere in forno preriscaldato a 250° per 20 minuti, fino a quando la crema non si caramellerà. Lasciateli poi raffreddare, toglieteli dallo stampo e guarniteli con zucchero a velo e cannella in polvere.

Il castagnaccio Ingredienti per 6 persone

Ingredienti per 12 paste 150 g di zucchero • 500 ml di panna fresca • 1 cucchiaio di farina bianca • 250 ml di latte intero • 4 tuorli d’uovo • 1 albume • 3 rotoli di pasta sfoglia • zucchero a velo • cannella. Preparazione Fate sciogliere sul fuoco lo zucchero con la panna. In una ciotola a parte fate amalgamare la farina con il latte e poi unite alla panna. Incorporate anche i tuorli e l’albume sbattuti insieme.

400 g di farina di castagne • 2 cucchiai di pinoli • 75 g di uvetta sultanina • 100 g di scorzetta d’arancia condita • 1 pezzetto di rosmarino fresco • ½ bicchiere di olio d’oliva • sale. Per alcune regioni gli ingredienti possono cambiare. Preparazione Lavate l’uvetta, mettetela in una tazza con acqua tiepida, per ammorbidirla. Versate in una ciotola la farina di castagne, eliminate eventuali grumi. Ungete, con pochissimo olio, una tortiera adatta con il diametro di circa

26 cm e con i bordi molto alti. Tagliate a pezzettini la scorza d’arancia. Lavate il rametto di rosmarino, asciugatelo e staccate le foglioline. Unite alla farina, sempre mescolando con una piccola frusta per non fare grumi, mezzo litro circa di acqua tiepida, poi aggiungete metà circa dell’uvetta ben scolata, le scorzette d’arancia, un pizzico di sale, mezzo bicchiere scarso di olio d’oliva e la metà dei pinoli. Versate il composto preparato nella tortiera e stendetelo formando uno strato regolare e non molto alto. Disponete sulla superficie l’uvetta e i pinoli rimasti e le foglioline di rosmarino. Mettete la tortiera nel forno a 200° e lasciate cuocere per 40 minuti circa. Se vi accorgete che la superficie del castagnaccio si sta seccando troppo (deve infatti rimanere secca, ma non in modo eccessivo) abbassate leggermente la temperatura. A cottura ultimata, lasciate il castagnaccio nel forno spento per 2 minuti prima di servirlo. Si serve nello stesso recipiente di cottura ed è ottimo sia tiepido che freddo. n

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NELLA CASA DEL PADRE Un messaggio per noi ghgh Suor Nicolina, per tutta la sua vita, seguì fedelmente la via dell’amore di Dio verso i piccoli, con lo sguardo fisso su Cristo, suo Sposo!

Suor NICOLINA CICORIA ghgh

È nata a Bonefro (Campobasso) il 7 dicembre 1924. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 5 gennaio 1950. Ha svolto la sua attività nelle Case di Roma «S. Pio X» (1950), «S. Rosa» (1953), «S. Maria della Provvidenza» (1965), come assistente delle signore anziane e delle ragazze con disabilità. Poi per due anni è stata cuciniera presso la Casa dei confratelli «S. Giuseppe» (1967). È ritornata a Casa S. Maria della Provvidenza nel 1969, come assistente delle signore anziane. È deceduta in Casa S. Maria della Provvidenza l’8 giugno 2017. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Prima Porta, Roma.

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Con la celebrazione eucaristica vogliamo ricordare e pregare per la nostra consorella suor Nicolina che, al termine del suo cammino, ha raggiunto la «Gerusalemme nuova», luogo della piena felicità. In questi giorni, dopo un breve tempo di sofferenza, si è preparata con fede all’incontro con Dio. Suor Nicolina ha vissuto molti anni in questa casa – come possiamo vedere dai dati – nel servizio delle nostre ragazze con disabilità che con amore accudiva, rimanendo disponibile sempre e nei riguardi di tutte. Pur non avendo fatto grandi studi nelle scienze umane, si mostrava un’ottima educatrice: era paziente nell’ascoltarle e attenta nel soddisfare i loro desideri e i loro bisogni. Sapeva mettere a disposizione la sua creatività nelle varie feste dell’anno: preparava gli ambienti e la sala da pranzo delle ospiti con tanta cura e attenzione. Non possiamo dimenticare la sua attenzione al tempo natalizio e i bellissimi presepi che preparava per le sue care ragaz-

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ze. Spesso pregava insieme con loro; nella recita del Rosario sapeva trasmettere nei loro cuori semplici l’amore alla Vergine Maria. Grazie, suor Nicolina, per tutto il bene che hai saputo seminare nella tua vita come religiosa guanelliana accanto a chi soffre, grazie per la tua testimonianza di Figlia di Santa Maria della Provvidenza. Ora che sei in Dio, puoi vegliare su tutte noi dal paradiso. Prega per il bene della nostra Congregazione, perché il carisma continui ad essere vivo e a diffondersi in tutto il mondo. Ti ricordiamo con il nostro affetto e la preghiera al Signore dove ora vivi la gioia senza fine nella sua dimora eterna. Le tue consorelle di Casa S. Maria

AI NOSTRI CARI Un’angoscia per noi la vostra dipartita. Tanto dolore sempre. Orfani d’affetto ci sentiamo. Vivrete in noi finché noi vivremo. Maria Libera Di Biase settembre 2016

Suor DINA DELLA GHELFA ghgh

È nata a Berbenno (Sondrio) il 12 settembre 1918. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 5 gennaio 1940. Ha svolto la sua attività nelle Case di Ardenno (1940), Como «S. Marcellina» (1943), Cupra Marittima (1952) Roma «S. Maria della Provvidenza» (1957), Lipomo (1971), Roma «Curia generalizia» (1972), Pianello del Lario (1987), Menaggio (1988). A S. Chiara di Albese è andata nel 2001 per riposo, sempre pronta ad offrire il suo servizio, come ci testimonia la comunità nel «messaggio per noi». È deceduta ad Albese «Casa S. Chiara» il 13 giugno 2017. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Albese con Cassano (Como).


Un messaggio per noi ghgh Ai tuoi fedeli, o Signore, la Vita non è tolta, ma trasformata. E mentre si distrugge la dimora di questo esilio terreno, viene preparata un’abitazione eterna nel cielo. (Dal Messale Romano) Come si legge dai dati, suor Dina è stata sempre occupata nei servizi generali utili a tutta la comunità, che favoriscono l’accoglienza reciproca e la fraternità. Servizi molto utili e molto «guanelliani», ma anche evangelici, se pensiamo alla figura di Marta che serviva con tanto affetto amichevole Gesù. Nata in un paese della Valtellina, ella sentiva per don Guanella e la sua Opera un profondo rispetto e amore e a 20 anni ha scelto di mettersi al loro servizio, per contribuire con la sua preghiera e la sua attività allo sviluppo della tenda della carità guanelliana. Suor Dina era un tipino esile ma forte, di poche parole e di grande precisione nello svolgere il suo lavoro sia in cucina, sia nel tenere in ordine gli ambienti o del cappellano o della Curia generalizia o della portineria, o delle ammalate. Difficile quindi entrare nelle profondità del suo animo; una cosa è certa: dove attingeva la forza della fedeltà al suo impegno religioso e comunitario se non nella Eucaristia e nella preghiera, insomma nella comunione con il Signore che aveva scelto quale Sposo della sua vita? Pur essendo stata in diver-

se Case della Congregazione ed avendo vissuto una lunga vita, il suo può sembrare un piccolo mondo, dal punto di vista esteriore; ma pensiamo alle sue intenzioni di preghiera e di sacrificio che raggiungevano tutte le Case della Congregazione, estesa in quattro Continenti. Essendo stata per ben 15 anni in Curia generalizia, una folta generazione di guanelliane ben la ricordano e sanno che il suo cuore batteva al ritmo degli interessi umani e soprattutto spirituali delle Figlie di S. Maria della Provvidenza. Chi non ricorda la sua precisione nel suonare il campanellino del termine della ricreazione, per rammentarci che era l’ora di andare a salutare il Signore per la giornata trascorsa e per la buona notte? E i nostri sorrisi più o meno divertiti? Avanzata ormai in età, il suo ingresso in Casa Santa Chiara di Albese è avvenuto serenamente il 21 febbraio 2002 e lei esprimeva gioia e desiderio di poter essere sepolta nel Cimitero di Albese insieme alle altre Consorelle, ivi sepolte in attesa della risurrezione. Benché a riposo, anche in Casa Santa Chiara con semplicità e gratitudine svolgeva le consuete mansioni a lei ben note: l’ordine e la pulizia della sagrestia; la preparazione dei paramenti per le celebrazioni religiose, nonché l’importantissimo servizio nell’imboccare le suore ammalate ed inferme. Le Suore tutte di Casa Santa Chiara la ricordano con tenerezza ed affetto. Anche tutte noi che ti abbiamo conosciuta, ti salutiamo con affetto e ti preghiamo di ricordarci al Signore nella preghiera. Le tue consorelle

Suor LIVIA AGNESE OTTOBONI ghgh

È nata a Pincara (Rovigo) il 12 luglio 1922. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 21 giugno 1948. Ha svolto la sua attività nelle Case di Tesserete, Roveredo, Maggia, Trecenta, Fratta Polesine, Canonica di Cuveglio, Contarina, Como «S. Marcellina», Cordignano. Dal 2000 ad Albese Casa S. Chiara perché ammalata. È deceduta presso l’ospedale di Valduce di Como il 12 luglio 2017. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Albese (Como).

Un messaggio per noi ghgh Suor Livia Agnese Ottoboni nasce a Pincara il 12 luglio 1922 in una famiglia dove si respirano fede e preghiera. Come lei, in famiglia la vocazione religiosa vede il

proprio compimento nel fratello sacerdote salesiano e nella sorella, suor Adelina, anch’essa della nostra Congregazione. La Professione religiosa avviene il 21 giugno 1948 dopo fervente attesa (durante la guerra la sua operosa presenza aveva aiutato i familiari). La sua attività si è svolta prevalentemente nell’assistenza alle ospiti anziane: nelle Case della Svizzera per 25 anni. Nel 1973 il servizio la porta nella Casa di Fratta Polesine (Rovigo) poi a Canonica, Contarina ed infine a Cordignano, dove ha conosciuto e convissuto con suor Milena. Dal 25 settembre del 2000 è entrata a far parte della Casa Santa Chiara di Albese. Viene ricordata con stima ed affetto dalla nipote suor Agnese, dalla superiora provinciale suor Teresa Gatti, dalla superiora suor Milena Padovan e dalle operatrici che in passato hanno lavorato al suo fianco, come una donna riservata e mite, devota alla preghiera al Santo Rosario; esempio di amore e carità cristiana che riversava, in ginocchio, ai piedi dei sofferenti, in particolar modo nei confronti di chi ormai stava lasciando la vita terrena. I nipoti la ricordano con affetto e tenerezza, ripensando ai momenti vissuti insieme durante i pellegrinaggi a piedi. Uno dei momenti di grande commozione è anche nel ricordo della prima Messa celebrata dal fratello don Mario in Italia, dopo una lunga assenza dal paese di origine, per il servizio missionario nel Sud America. Negli ultimi anni la sua preghiera era arricchita da commenti rivolti a se stessa, soprattutto nel Padre Nostro: «... sia fatta la tua volontà... e non la mia». Le Consorelle suor Milena e suor Agnese

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Suor ALFONSINA PIERETTO ghgh

È nata a Donada (Rovigo) il 30 dicembre 1935. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 21 giugno 1956. Ha svolto la sua attività nelle Scuole d’Infanzia di Villanova del Ghebbo, Cavanella Po, Cordignano, Oca Ca’ Vendramin, Padova, S. Bellino e poi nelle Case di Verdello e Pianello del Lario. Dal 2004 era ad Albese Casa S. Chiara perché ammalata. È deceduta in Casa S. Chiara di Albese (Como) il 13 luglio 2017. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Albese (Como).

Un messaggio per noi ghgh Ricordo poco di mia sorella Alfonsina, perché eravamo bambine, di famiglia numerosa, e il tempo fa svanire i ricordi. Conoscemmo le suore guanelliane a Contarina,

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dove abitava una nostra zia. A 14 anni lasciai casa per entrare in Congregazione allo scopo di studiare; Alfonsina, più grande di me di tre anni, all’età di 18 anni entrò in postulandato. Ma le nostre strade non si incontrarono agli inizi, solo dopo, quando eravamo entrambe impegnate nelle scuole materne, ci incontravamo l’estate nei corsi di aggiornamento. In seguito, quando in Congregazione ci diedero la possibilità di andare in vacanza, ci incontravamo ogni anno. Ha sofferto molto quando io sono andata in missione in Cile e, benché in lacrime, è lei che diede la notizia alla mamma la quale, molto evangelicamente, le disse: «Preghiamo insieme per suor Lina». Suor Alfonsina mi è sempre stata vicina nel mio impegno missionario con la preghiera e anche con gli aiuti economici. Approfittava di ogni occasione per farmi pervenire pacchi per le necessità dei poveri del settore parrocchiale Santa Maria della Provvidenza, affidato a noi suore guanelliane a Llo Lleo. Per il suo 50o di consacrazione religiosa rinunciò ad ogni tipo di regalo per farli tramutare in denaro per la nostra missione. Ricordo in particolare un suo pacco-dono che conteneva una Madonnina di peltro. C’era una missiva con cui mi diceva di «guardare bene la Madonna». In spagnolo l’invito a guardare bene una cosa significa di aver buona cura di quell’oggetto e in comunità abbiamo pensato di metterla in vetrina. Poi mi è arrivata una sua telefonata per chiedermi se avevo guardato bene la Madonna. Risposi di sì e che l’avevamo messa in vetrina ben

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protetta. Lei si meravigliò e mi disse: Ma l’hai guardata davvero? Allora compresi di averla fraintesa, andai a prendere la statuina e mi accorsi che dentro era vuota e c’era un rotolo di dollari! È stata sempre generosa. Della nostra fanciullezza mi sono rimasti impressi nella mente due episodi: uno diciamo un po’ strano. Una mattina Alfonsina si svegliò tutta agitata per aver sognato un nostro fratello, che guidava un pullman di linea, il quale per miracolo non aveva investito due bambini. Mamma cercò di tranquillizzarla perché era solo un sogno, però dopo poco entrò mio fratello affranto per l’incidente scampato, ma che lo aveva molto spaventato. Egli aveva invocato il Signore, come aveva sognato Alfonsina, e i bambini si sono salvati. L’altro ricordo riguarda il tempo di guerra, quando era difficile trovare lo zucchero. Mamma preparava le tazze già con lo zucchero per poi versarvi il caffellatte. Alfonsina una mattina mi disse: versiamo lo zucchero nella zuccheriera e prendiamo il caffellatte senza lo zucchero, così che lo zucchero durerà di più per i fratellini più piccoli. E così abbiamo fatto per tanto tempo. Ora che è in Paradiso, la prego di starmi ancora tanto vicina. Suor Lina v v v

Ricordo zia suor Alfonsina Quando ero piccola ricordo che era una festa quando veniva a trovarci a Donada poiché ci portava tante caramelle, ve-

stitini e qualche giocattolo. Zia era molto riservata, ma era generosissima di sorrisi verso noi bambini. Eravamo in sette tra fratelli e sorelle, lei era dolcissima e ci diceva di ascoltare sempre i nostri genitori e di non fare i capricci. Con la mia mamma era come una sorella e con il mio papà passavano il tempo a parlare di tante cose. Ricordo che sono stata ospite da lei nella sua scuola materna quando ero molto piccola, forse avevo 7/8 anni e tutte le mattine mi faceva «lo sbattutino», ovvero il tuorlo d’uovo fresco sbattuto con lo zucchero – una delizia! – perché, diceva, così diventerai grande e bella come la tua mamma. Mi sentivo una principessa così coccolata con tante attenzioni. Ma i ricordi più significativi sono di quando avevo 17 anni e lei mi accolse alla scuola materna di San Bellino. A quel tempo ero un po’ ribelle con i miei genitori e non c’era lavoro dove abitavo. Avevo un carattere molto chiuso, ma lei con il suo immancabile sorriso e la sua instancabile voglia di rendere felici tutti mi ha aiutata a capire dove sbagliavo senza farmi sentire colpevole. Non mi sgridava mai, ma cercava di comprendermi come avrebbe fatto una mamma. Mi chiamava «la mia zingarella», poiché mi ero fatto una permanente così riccia che non riuscivo a pettinare e sembravo davvero una zingarella e questo nomignolo mi piaceva molto... Di nascosto la guardavo mentre aiutava le famiglie che erano in difficoltà, sia materiali che morali; riusciva a entrare nel cuore di tutte le per-


sone con la sua instancabile voglia di fare del bene. Non mi ha mai obbligato ad andare alle funzioni in chiesa e questo ha fatto scattare in me la voglia di andarci. Era la prima ad alzarsi dal letto al mattino e l’ultima ad andarvi alla sera. Mi ha insegnato che nella vita l’Amore viene prima di tutto e il resto viene da sé. Quando mangiavamo insieme non era quasi mai seduta, perché serviva le altre suore e me e lei si serviva per ultima. In poche parole, l’umiltà era il suo motto. Grazie, zia suor Alfonsina, sei stata l’esempio più bello di bontà e amore che io abbia ricevuto. Ora prega per noi che tanto ancora dobbiamo fare... tua nipote Maria Rosa Pieretto Ricordiamo alle vostre preghiere i familiari delle nostre Consorelle: ◆ ◆ ◆ ◆ ◆ ◆ ◆ ◆

Sig.ra Nilda, sorella di suor Lucia Di Nitto. Sig.ra Maria, cognata di suor Gelmima Serpe. Sig. Edoardo Dell’Era, cognato di suor Caterina Cappi. Sig.ra Faustina Tellez, mamma di suor Juana Portillo. Sig. Ramón Mendoza, papà di suor Marcela. Sig. Renzo, cognato di suor Rina Luraschi. Sig.ra Rita, cognata di suor Giuseppina Marchionni. Sig.ra Natalina Gambirasio, sorella di suor Lucia e suor Emilia Gambirasio.

Alle nostre Consorelle e a tutti i familiari dei cari defunti giunga la voce del nostro affetto e la solidarietà della nostra preghiera.

Un messaggio per noi ghgh

Suor GRAZIELLA VIAPIANA ghgh

È nata a Cosenza il 4 settembre 1932. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 5 gennaio 1953. Ha svolto la sua attività nelle Scuole dell’Infanzia di Olgiate Comasco (tirocinio), Contarina, Roma Valle Aurelia, Lucino, Chioggia, S. Paolo D’Argon, Bruzzano, Cordignano, Rende, ancora Lucino. Chiamata in Casa Madre a Como-Lora nel 1999, ha svolto il ruolo di segretaria della Provincia ed è entrata nel Consiglio Provinciale nel 2002. È deceduta in Casa S. Maria della Provvidenza di Como-Lora il 21 luglio 2017. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Albese con Cassano (Como).

«Cara suor Graziella, non pensavo di doverti salutare così presto, anche se ultimamente eri sempre più silenziosa, ma anche serena..., forse ti stavi preparando all’incontro con il Signore! Lo ringrazio per te, per il dono della tua vita spesa per Lui, per la Chiesa, per la Congregazione, i tuoi cari (tua sorella Anna in particolare) e per me... Mi hai accompagnata nella mia nuova missione con una presenza vera, sincera, disponibile, vivace e semplice, frutto certamente della tua lunga esperienza con i piccoli della scuola materna. Ricordo con tanta edificazione le tua fedeltà alla preghiera, alla vita comunitaria, al tuo lavoro..., la tua capacità di metterti in discussione per migliorare te stessa e il tuo servizio a Dio e ai fratelli. Hai sempre accolto tutti con gioiosa e fraterna disponibilità e ora, che sei nata alla vera vita, oso pensare che il Signore ti abbia sorpresa con un abbraccio grande e infinito come il suo amore per te. Sii felice! Speriamo che ci aspetterai e pregherai per noi in cammino verso l’eternità, dove formeremo tutti la grande famiglia di Dio insieme a don Guanella e a tutti i santi di casa nostra. Grazie di cuore, ti vogliamo bene. Arrivederci!». Suor Anna Studioso v v v Siamo fraternamente uniti per la celebrazione eucaristica e per dare l’ultimo saluto di commiato alla nostra carissima consorella suor Graziella. Dopo una

lunga malattia, ci ha lasciati per l’incontro definitivo con il suo Signore, che ha sempre servito per molti anni con totale dedizione e amore tra i bimbi e i più poveri del Vangelo. La fede ci assicura che suor Graziella è stata accolta tra le braccia di Gesù misericordioso in forza del suo Battesimo e della sua consacrazione religiosa, vissuta in pienezza e in totale abbandono alla sua divina volontà. Suor Graziella ha svolto la sua attività in diverse Case, per ultimo in Casa Madre in aiuto alle Superiore provinciali. Grazie, suor Graziella, per tutto il bene compiuto con generosità. Grazie della tua presenza in mezzo a noi, avvalorata dalla tua sofferenza, intimamente unita a quella di Gesù, tuo Sposo, nell’Orto del Getsemani. Ora che vivi nella beatitudine eterna, ricordati di tutte noi, tue consorelle, di tutti i tuoi cari e di tutti coloro che in questi ultimi e preziosi momenti ti sono stati vicini con la preghiera e con l’affetto fraterno. Ti preghiamo di intercedere presso Dio grazie speciali sull’intera Famiglia guanelliana, sparsa in tutto il mondo e chiedi per intercessione di san Luigi nostro Fondatore numerose e sante vocazioni sacerdotali e religiose per l’avvento del regno di Dio, Regno di pace, di giustizia e di amore. Addio, suor Graziella, ci vedremo in Paradiso. La comunità di Casa Madre v v v

Suor Graziella ha lavorato tanto con me per impostare l’organizzazione della Provincia, era la mia segretaria, delicata, attenta, generosa. Era ignara di computer e di altri lavori che compe-

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tevano ad una segretaria di Provincia ma, da umile religiosa, ascoltava gli insegnamenti che le si offrivano. In quel periodo di impegno per entrambe nel Consiglio della Provincia «Beati Luigi e Chiara», provava a fare tutto ciò che le si chiedeva e riusciva. Non mi ha fatto mai pesare nulla! La sua collaborazione è stata preziosa per me. Piaccia al Signore voglia donarle il santo Paradiso. Suor Rosa Presutto v v v Cara suor Graziella, che brutta sorpresa anche dolorosa che mi hai fatto con la tua dipartita! Hai avuto fretta di andare dietro a suor Anna Maria Bilotta, la nostra compaesana. Ti chiedo scusa se da tanto tempo non ti chiamavo al telefono come ero solito fare, non è stato per dimenticanza ma per motivi di salute che mi ha procurato tanti disturbi. Grazie per la tua gentilezza: sei stata sempre attenta a mandarmi i tuoi pensierini della nostra beata Chiara, sapendo che io sono tanto devota di lei. Tu pensavi a tutto con la tua modestia e bontà. Adesso che sei in cielo hai ritrovato tante persone a noi care, penso soprattutto alle consorelle che sono passate da Dipignano, in modo particolare a suor Teresa Lavelli che ci ha seguite con tanta gioia prima della nostra entrata in Congregazione. Suor Graziella, prega per il popolo di Dipignano e in modo particolare per i nostri giovani sacerdoti che sono sempre generosi e fedeli nel loro ministero. Grazie per la tua bontà e gentilezza. Con tanto affetto, la tua suor Flora Naccarato

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Suor ANNA MANDARINO ghgh

È nata a Rende (Cosenza) il 16 giugno 1924. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 5 gennaio 1949. Ha svolto la sua attività nelle Case di Zerbo, Cosenza, Roma «S. Maria della Provvidenza», S. Vincenzo La Costa, Ceglie Messapica e ancora Roma «S. Maria della Provvidenza». È deceduta il 16 agosto 2017 nella Casa di Roma «S. Maria della Provvidenza». In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Roma Prima Porta.

Un messaggio per noi ghgh Cara suor Anna, noi tue consorelle vogliamo non solo darti l’ultimo saluto, ma ringraziare il Signore per la tua testimonianza di vita. Sì, sentivi che si avvicinava il momento per l’incontro con il Si-

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gnore e consapevolmente ti preparavi. L’ordine, la precisione era una delle tue caratteristiche, hai preparato il vestito per la tua sepoltura, hai lasciato uno scritto ringraziando i Superiori e tutte le consorelle, chiedendo perdono a tutte noi della comunità. Hai svolto la tua missione apostolica in diverse case, con grande sacrificio e amore per il bene della Congregazione, che tanto amavi. La maggior parte degli anni della tua vita religiosa li hai trascorsi qui in questa casa di S. Maria, dove svolgevi il servizio di accoglienza in portineria e di centralinista. Sempre accogliente e sorridente, sapevi trovare al momento giusto una parola buona di incoraggiamento e di consolazione per tutte le persone che entravano in relazione con te. Come religiosa guanelliana hai saputo vivere i veri valori con le sue caratteristiche più belle: la semplicità, la dedizione generosa al servizio, l’accoglienza ai poveri che venivano a bussare alla porta, la fedeltà alla preghiera, alla Regola, l’amore alla Madonna, che hai espresso in particolare con la tua adesione all’Associazione del Rosario perpetuo, condividendo momenti di preghiera insieme con alcune ospiti. Hai lasciato a me questo impegno di continuare al tuo posto..., me lo dicevi spesso soprattutto in questo ultimo periodo, in cui sentivi venire meno le tue forze. Ti assicuro, suor Anna, che continuerò la tua missione recitando il Santo Rosario insieme alle nostre care ospiti. Grazie, suor Anna, a te va la nostra gratitudine,

il nostro affetto a nome di Casa S. Maria e dell’intera Congregazione per il bene che hai saputo seminare come religiosa guanelliana e per la tua testimonianza di vita vissuta di Figlia di S. Maria della Provvidenza. Ora siamo certi che sei nell’abbraccio di Dio Padre e che dal cielo continuerai a pregare per noi. Con la nostra preghiera ti affidiamo al Signore che ora contempli nella beatitudine eterna, insieme con il nostro Fondatore san Luigi Guanella e la Beata Chiara! Grazie. Suor Chiara e le suore della comunità S. Maria - Roma v v v Cara suor Anna, hai seguito le tante consorelle cosentine che quest’anno ci hanno lasciato. Suor Anna, ti ho conosciuta nell’ottobre del 1964, in occasione della beatificazione del nostro Fondatore. Tu eri nella nostra casa di San Vincenzo la Costa e io sono arrivata lì da Roveredo. La casa era piena di giovani donne bisognose d’aiuto e bambine e alla casa era annessa la scuola materna e l’attività di pastorale in parrocchia. Ti ricordo sempre attiva e premurosa. Ora che sei nel regno dei cieli prega per il tuo bel paese che ha dato molte vocazioni alla Congregazione e, soprattutto, prega per la casa S. Maria dove hai trascorso tanti anni della tua vita e da dove sei passata a miglior vita. Ora riposa nella pace del Signore. Suor Flora Naccarato


La Congregazione delle Figlie di S. Maria della Divina Provvidenza, Opera femminile Don Guanella, si può aiutare in tanti modi: con la preghiera con le offerte col far conoscere l’Istituzione a persone buone e benefiche le quali possano cooperare al bene che compie.

Come si può aiutare l’Opera Femminile Don Guanella L’Istituto è ENTE GIURIDICO (R.D. 29 Luglio 1937, n. 1663, registrato alla Corte dei Conti il 21-9-1937 al Registro n. 389, foglio 88);

può quindi ricevere: DONAZIONI E LASCITI TESTAMENTARI Per evitare possibili contestazioni si consiglia:

le DONAZIONI • Per di denaro o di beni mobili e immobili: rivolgersi direttamente alla Curia Generalizia della CONGREGAZIONE DELLE FIGLIE DI S. MARIA DELLA DIVINA PROVVIDENZA Piazza S. Pancrazio, 9 - 00152 ROMA Tel. 06.5882082 - Fax 06.5816392

i TESTAMENTI: • Per se trattasi di LEGATI si può usare la seguente formula:

«Lascio alla Congregazione delle Figlie di S. Maria della Divina Provvidenza - Opere Femminili Don Luigi Guanella a titolo di LEGATO, la somma di € ........................................ o l’immobile oppure gli immobili ............................................ siti in Via ......................................................................................................... ».

Se si vuole nominare la Congregazione • EREDE UNIVERSALE, scrivere: «Annullando ogni mia precedente disposizione, nomino mio erede universale la CONGREGAZIONE DELLE FIGLIE DI S. MARIA DELLA DIVINA PROVVIDENZA OPERE FEMMINILI DON LUIGI GUANELLA».

N.B. Si consiglia che il testamento venga depositato presso un notaio di loro fiducia.


SPLENDORE D’AUTUNNO La natura brilla di colori si riveste a festa per celebrare le nozze con l’ultimo valzer di fogliame. Gli uccelli partono per cieli elementi in cerca d’oasi di pace e deporre indisturbati i piccoli nati. Le foreste vibrano all’unisono in attesa di salutare riverenti corvi e merli prima del lungo sonno invernale. Suor Angela Anna Tozzi scic

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della Figlie di S. Maria della Provvidenza Opera femminile San Luigi Guanella

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