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Bollettino bimestrale - Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 no 46) art. 1, comma 2, DCB Roma

Anno LXII • Gennaio-Febbraio • n. 1/2018

delle Figlie di S.Maria della Provvidenza Opera Femminile Don Guanella

Cristo è risorto! Buona Pasqua


Sommario Periodico bimestrale delle Figlie di S. Maria della Provvidenza Opera Femminile Don Guanella

Anno LXII - N. 1 Gennaio-Febbraio 2018

San Luigi Guanella

1 Gesù la nostra eterna consolazione

CHIESA NOSTRA MADRE Papa Francesco

In copertina: Tandil (Argentina). Suore guanelliane in visita al Crocifisso del Calvario.

Papa Francesco Papa Francesco S. Faustina Kowalska Mons. Tonino Bello Padre Michele Triglione Papa Francesco

••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• CASA GENERALIZIA DELLA CONGREGAZIONE DELLE FIGLIE DI S. MARIA DELLA PROVVIDENZA Piazza S. Pancrazio, 9 - 00152 Roma Tel. 06.58.82.082 - Fax 06.58.16.392 - www.cgfsmp.org Direzione: Suor GIUSTINA VALICENTI Amministrazione: Suor CARLA FOLINI sr.carla@cgfsmp.org Redazione: Suor MARIA TERESA NOCELLA Tel. 06.915.021.52/5 - 06.58.99.043 - centrostampa@cgfsmp.org Con approvazione ecclesiastica «LA VOCE» viene inviata ai componenti la Famiglia guanelliana, agli amici e ai sostenitori delle Opere di Don Guanella. Eventuali altre richieste vanno inoltrate alla Redazione.

2 La Messa è il memoriale del Mistero pasquale di Cristo 4 Il paradiso, meta della nostra speranza 6 Preghiera a Cristo 8 «Dipingi un’immagine» 10 Sono venuto per conoscerti come sposo di Maria 12 Essere amore 14 Mater Ecclesiae: «“Ecco tuo figlio... Ecco tua madre”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (Gv 19,26-27)

FAMIGLIA GUANELLIANA San Luigi Guanella 16 La carità di persona A cura di don B. Capparoni sdc 18 Letture dall’Epistolario di don Guanella / 2 AA.VV. 22 Seguendo la beata Chiara Bosatta. Il pianto di Chiara

FINESTRE SUL MONDO Francesco Sapio Vincenzo Capocasale Sergio Todeschini Suor M.T. Nocella CAI / LAZIO Vittore Mariani

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Ogni contributo sarà gradito e servirà a sostenere e migliorare questa nostra rivista. Potrete inviarlo tramite il nostro ccp N. 54079009 intestando a: ISTITUTO FIGLIE S. MARIA DELLA DIVINA PROVVIDENZA Piazza S. Pancrazio, 9 - 00152 Roma

LETTI PER VOI

Direttore responsabile: MARIO CARRERA

VOCI DAL SILENZIO

Autorizzazioni: Tribunale di Como n. 82 del 26-3-1957 Tribunale di Roma n. 17573 del 24-2-1979

Ven.le SdD Uberto Mori Gilda Mori

Associato all’Unione Stampa Periodici Italiani

VIVERE LA FESTA

••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• AVVISO AI LETTORI Nel rispetto di quanto stabilito dalla legge n. 196/2003, concernente la “privacy” dei dati personali dei lettori, garantiamo la riservatezza di tali dati, che fanno parte dell’archivio elettronico di questo periodico, gestito dalla Congregazione delle Figlie di S. Maria della Provvidenza, ente proprietario. • I vostri dati, pertanto, non saranno oggetto di comunicazione o diffusione a terzi. • In qualsiasi momento si desiderasse apportare modifiche o cancellazione, si potrà farlo scrivendo alla Redazione della rivista.

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Claudia Milani

A cura della Redazione Adriano Folonaro sdc

39 Pesach. Liberazione e pane azzimo

44 Nel giardino del Cuore di Maria 46 Donna della primavera

50 A Lourdes l’attenzione di Dio per i poveri, i piccoli, gli ammalati, i peccatori 51 Che fortuna non essere Bernadette!

TESTIMONIANZE Pietro Pasquali sdc Piero Pellegrini sdc

61 Pellegrino alla ricerca di Dio 64 Don Guanella e l’Immacolata di Lourdes

VOCE FAMIGLIA Francesco Sapio Mons. A. De Donatis

66 Il risveglio (è andata così?) 69 La «Preghiera di educatori e genitori per i figli»

PROPOSTE GIOVANI Francesco Sapio

Consulenza grafica: Giovanni Maccari Fotocomposizione, selezioni e stampa: 3F PHOTOPRESS SNC di Fantasticini S. & F.lli - Viale di Valle Aurelia, 105 - 00167 Roma Finito di stampare nel mese di febbraio 2018

70 La pagina dei ragazzi. L’asinello e la macina 72 Per i più piccoli da colorare. Gesù Risorto in riva al mare di Tiberiade

VITA GUANELLIANA Verdello (Casa Don Luigi Guanella): 75 • Svizzera (Lugano - Santuario Sacro Cuore): 76 • Roma (Casa S. Rosa): 77 • Svizzera (Castel S. Pietro): 78 • India (Bangalore - St. Joseph Nivas): 79 • Svizzera (Tesserete - Casa San Giuseppe): 80 • Livraga (Casa Santa Teresa): 81 • USA (East Providence, Rhode Island - Sacred Heart Church): 82 • Fratta Polesine (Casa Sacra Famiglia): 84 • Progetti FSMP: 85 • I consigli della nonna: 86

ISTITUTO FIGLIE DI SANTA MARIA DELLA PROVVIDENZA

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Il vento ce lo disse... «Cosenza Cristiana» Don Bosco visita le chiese di Roma La preziosità dell’antico olivo Montagna e disabilità Riflessioni su «norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento»

NELLA CASA DEL PADRE Suor Maria Vittoria Marangi: 88 • Suor Letizia Farina: 90 • Suor Lina Tarisciotti: 91 • Suor Josephine Nichele: 92 • Suor Gemma (Alba Emma) Carlet: 93 • Suor Raffaella Feraco: 95


AI LETTORI

Gesù la nostra eterna consolazione

S

Tavola di Angelica Ballan.

iamo nella piena letizia del giorno di Pasqua. Oggi i nostri cuori esultano di spirituale letizia, oggi la nostra mente si dimentica delle cose terrene per elevarsi alle celesti. Il cielo ci parla di gioia, la terra nel suo linguaggio accenna a letizia; tutto ci invita a rallegrarci: «Cristo Gesù è risorto, come aveva detto». Accorrete tutti ad adorare Gesù e a dirgli: alleluia, alleluia! Fate allegrezza, o fratelli, che ormai il paradiso è nostro! Gesù Cristo ha vinto la morte, ha superato l’inferno. Gesù Cristo è risorto immortale dal sepolcro. Egli addita a tutti che il Paradiso è aperto. Suvvia, entriamo! Sì, sì: il gaudio sarà sempre nuovo e sempre crescente. Gli alleluia e le benedizioni e le lodi di pace, di ringraziamento e di amore risuoneranno perennemente. E Dio in eterno farà intendere la sua voce: «Ego ipse consolabor vos. Io, io sarò la vostra consolazione!». Il Signore conceda a noi e a tutti e per tutta la vita le gioie dell’alleluia pasquale. San Luigi Guanella La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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La Messa è il memoriale del Mistero pasquale di Cristo

CHIESA NOSTRA MADRE

P

Papa Francesco La Messa è memoriale

roseguendo con le Catechesi sulla Messa, possiamo domandarci: che cos’è essenzialmente la Messa? La Messa è il memoriale del Mistero pasquale di Cristo. Essa ci rende partecipi della sua vittoria sul peccato e la morte, e dà significato pieno alla nostra vita. Per questo, per comprendere il valore della Messa dobbiamo innanzitutto capire allora il significato biblico del «memoriale». Esso «non è soltanto il ricordo degli avvenimenti del passato, ma li rende in certo modo presenti e attuali. Proprio così Israele intende la sua liberazione dall’Egitto: ogni volta che viene celebrata la Pasqua, gli avvenimenti dell’Esodo sono resi presenti alla memoria dei credenti affinché conformino ad essi la propria vita» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1363).

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La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

Gesù Cristo, con la sua passione, morte, risurrezione e ascensione al cielo ha portato a compimento la Pasqua. E la Messa è il memoriale della sua Pasqua, del suo «esodo», che ha compiuto per noi, per farci uscire dalla schiavitù e introdurci nella terra promessa della vita eterna. Non è soltanto un ricordo, no, è

di più: è fare presente quello che è accaduto venti secoli fa. L’Eucaristia ci porta sempre al vertice dell’azione di salvezza di Dio: il Signore Gesù, facendosi pane spezzato per noi, riversa su di noi tutta la sua misericordia e il suo amore, come ha fatto sulla croce, così da rinnovare il nostro cuore, la nostra esistenza e il nostro modo di relazionarci con Lui e con i fratelli. Dice il Concilio Vaticano II: «Ogni volta che il sacrificio della croce, col quale Cristo, nostro agnello pasquale, è stato immolato, viene celebrato sull’altare, si effettua l’opera della nostra redenzione» (Cost. dogm. Lumen gentium, 3).

E la Messa è il memoriale della sua Pasqua, del suo «esodo», che ha compiuto per noi, per farci uscire dalla schiavitù e introdurci nella terra promessa della vita eterna. Non è soltanto un ricordo, no, è di più: è fare presente quello che è accaduto venti secoli fa.


L’Eucaristia è un raggio di sole Ogni celebrazione dell’Eucaristia è un raggio di quel sole senza tramonto che è Gesù risorto. Partecipare alla Messa, in particolare alla domenica, significa entrare nella vittoria del Risorto, essere illuminati dalla sua luce, riscaldati dal suo calore. Attraverso la celebrazione eucaristica lo Spirito Santo ci rende partecipi

Ogni celebrazione dell’Eucaristia è un raggio di quel sole senza tramonto che è Gesù risorto. Partecipare alla Messa, in particolare alla domenica, significa entrare nella vittoria del Risorto, essere illuminati dalla sua luce, riscaldati dal suo calore.

della vita divina che è capace di trasfigurare tutto il nostro essere mortale. E nel suo passaggio dalla morte alla vita, dal tempo all’eternità, il Signore Gesù trascina anche noi con Lui a fare Pasqua. Nella Messa si fa Pasqua. Noi, nella Messa, stiamo con Gesù, morto e risorto e Lui ci trascina avanti, alla vita eterna. Nella Messa ci uniamo a Lui. Anzi, Cristo vive in noi e noi viviamo in Lui. «Sono stato crocifisso con Cristo – dice san Paolo –, e non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Gal 2,19-20). Così pensava Paolo.

Il suo sangue, infatti, ci libera dalla morte e dalla paura della morte. Ci libera non solo dal dominio della morte fisica, ma dalla morte spirituale che è il male, il peccato, che ci prende ogni volta che cadiamo vittime del peccato nostro o altrui. E allora la nostra vita viene inquinata, perde bellezza, perde significato, sfiorisce.

La Messa è morire e risorgere con Gesù Cristo invece ci ridà la vita; Cristo è la pienezza della vita, e quando ha affrontato la morte l’ha annientata per sempre: «Risorgendo distrusse la morte e rinnovò la vita» (Preghiera eucaristica IV). La Pasqua di Cristo è la vittoria definitiva sulla morte, perché Lui ha trasformato la sua morte in supremo atto d’amore. Morì per amore! E nell’Eucaristia, Egli vuole comunicarci questo suo amore pasquale, vittorioso. Se lo riceviamo con fede, anche noi possiamo amare veramente Dio e il prossimo, possiamo amare come Lui ha amato noi, dando la vita. Se l’amore di Cristo è in me, posso donarmi pienamente all’altro, nella certezza interiore che se anche l’altro dovesse ferirmi io non morirei; altrimenti dovrei difendermi. I martiri hanno dato la vita proprio per questa certezza

della vittoria di Cristo sulla morte. Solo se sperimentiamo questo potere di Cristo, il potere del suo amore, siamo veramente liberi di donarci senza paura. Questo è la Messa: entrare in questa passione, morte, risurrezione, ascensione di Gesù; quando andiamo a Messa è come se andassimo al calvario, lo stesso. Ma pensate voi: se noi nel momento della Messa andiamo al calvario – pensiamo con immaginazione – e sappiamo che quell’uomo lì è Gesù, ma noi ci permetteremo di chiacchierare, di fare fotografie, di fare un po’ lo spettacolo? No! Perché è Gesù! Noi di sicuro staremmo nel silenzio, nel pianto e anche nella gioia di essere salvati. Quando noi entriamo in chiesa per celebrare la Messa pensiamo questo: entro nel calvario, dove Gesù dà la sua vita per me. E così sparisce lo spettacolo, spariscono le chiacchiere, i commenti e queste cose che ci allontanano da questa cosa tanto bella che è la Messa, il trionfo di Gesù. Penso che ora sia più chiaro come la Pasqua si renda presente e operante ogni volta che celebriamo la Messa, cioè il senso del memoriale. La partecipazione all’Eucaristia ci fa entrare nel mistero pasquale di Cristo, donandoci di passare con Lui dalla morte alla vita, cioè lì nel calvario. La Messa è rifare il calvario, non è uno spettacolo. Udienza generale, 22 novembre 2017

Penso che ora sia più chiaro come la Pasqua si renda presente e operante ogni volta che celebriamo la Messa, cioè il senso del memoriale. La partecipazione all’Eucaristia ci fa entrare nel mistero pasquale di Cristo, donandoci di passare con Lui dalla morte alla vita, cioè lì sul calvario. La Messa è rifare il calvario, non è uno spettacolo.

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CHIESA NOSTRA MADRE

Il paradiso meta della nostra speranza

P

Papa Francesco

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Gesù promette il paradiso a un ladrone

aradiso» è una delle ultime parole pronunciate da Gesù sulla croce, rivolto al buon ladrone. Fermiamoci un momento su quella scena. Sulla croce, Gesù non è solo. Accanto a Lui, a destra e a sinistra, ci sono due malfattori. Forse, passando davanti a quelle tre croci issate sul Golgota, qualcuno tirò un sospiro di sollievo, pensando che finalmente veniva fatta giustizia mettendo a morte gente così. Accanto a Gesù c’è anche un reo confesso: uno che riconosce di aver meritato quel terribile supplizio. Lo chiamiamo il «buon ladrone», il quale, opponendosi all’altro, dice: noi riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni (cfr. Lc 23,41). Sul Calvario, in quel venerdì tragico e santo, Gesù giunge all’estremo della sua incarnazione, della sua solidarietà con noi peccatori. Lì si realizza quanto il profeta Isaia aveva detto del Servo sofferente: «È stato annoverato tra gli empi» (53,12; cfr. Lc 22,37). È là, sul Calvario, che Gesù ha l’ultimo appuntamento con un peccatore, per spalancare anche a lui le porte del suo Regno. Questo è interessante: è l’unica volta che la parola «paradiso» compare nei vangeli. Gesù lo promette a un «povero diavolo» che sul legno della croce ha avuto il corag-

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«È là, sul Calvario, che Gesù ha l’ultimo appuntamento con un peccatore, per spalancare anche a lui le porte del suo Regno. Il ladrone sul legno della croce ha avuto il coraggio di rivolgergli la più umile delle richieste: «Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42). È stata sufficiente questa parola di umile pentimento, per toccare il cuore di Gesù» (Papa Francesco).

gio di rivolgergli la più umile delle richieste: «Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (Lc 23,42). Non aveva opere di bene da far valere, non aveva niente, ma si affida a Gesù, che riconosce come innocente, buono, così diverso da lui (v. 41). È stata sufficiente quella parola di umile pentimento, per toccare il cuore di Gesù. Il buon ladrone ci ricorda la nostra vera condizione davanti a Dio: che noi siamo suoi figli, che Lui prova compassione per noi, che Lui è disarmato ogni volta che gli manifestiamo la nostalgia del suo amore. Nelle camere di tanti ospedali o nelle celle delle prigioni questo miracolo si ripete innumerevoli volte: non c’è persona, per quanto abbia vissuto male, a cui resti solo la disperazione e sia proibita la grazia. Davanti a Dio ci presentiamo tutti a

mani vuote, un po’ come il pubblicano della parabola che si era fermato a pregare in fondo al tempio (cfr. Lc 18,13). E ogni volta che un uomo, facendo l’ultimo esame di coscienza della sua vita, scopre che gli ammanchi superano di parecchio le opere di bene, non deve scoraggiarsi, ma affidarsi alla misericordia di Dio. E questo ci dà speranza, questo ci apre il cuore!

Il paradiso è l’abbraccio con Dio Dio è Padre, e fino all’ultimo aspetta il nostro ritorno. E al figlio prodigo ritornato, che incomincia a confessare le sue colpe, il padre chiude la bocca con un abbraccio (cfr. Lc 15,20). Questo è Dio: così ci ama!


Il paradiso non è un luogo da favola, e nemmeno un giardino incantato. Il paradiso è l’abbraccio con Dio, Amore infinito, e ci entriamo grazie a Gesù, che è morto in croce per noi. Dove c’è Gesù, c’è la misericordia e la felicità; senza di Lui c’è il freddo e la tenebra. Nell’ora della morte, il cristiano ripete a Gesù: «Ricordati di me». E se anche non ci fosse più nessuno che si ricorda di noi, Gesù è lì, accanto a noi. Vuole portarci nel posto più bello che esiste. Ci vuole portare là con quel poco o tanto di bene che c’è stato nella nostra vita, perché nulla vada perduto di ciò che Lui aveva già redento. E nella casa del Padre porterà anche tutto ciò che in noi ha ancora bisogno di riscatto: le mancanze e gli sbagli di un’intera vita. È questa la meta della nostra esistenza: che tutto si compia, e venga trasformato in amore. Se crediamo questo, la morte smette di farci paura, e possiamo anche sperare di partire da questo mondo in maniera serena, con tanta fiducia. Chi ha conosciuto Gesù, non teme più nulla. E potremo ripetere anche noi le

parole del vecchio Simeone, anche lui benedetto dall’incontro con Cristo, dopo un’intera vita consumata nell’attesa: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza» (Lc 2,29-30). E in quell’istante, finalmente,

non avremo più bisogno di nulla, non vedremo più in maniera confusa. Non piangeremo più inutilmente, perché tutto è passato; anche le profezie, anche la conoscenza. Ma l’amore no, quello rimane. Perché «la carità non avrà mai fine» (cfr. 1 Cor 13,8). Udienza generale, 25 ottobre 2017

«Il paradiso non è un luogo da favola, e nemmeno un giardino incantato. Il paradiso è l’abbraccio con Dio, Amore infinito, e ci entriamo grazie a Gesù, che è morto in croce per noi. Nell’ora della morte, il cristiano ripete a Gesù: «Ricordati di me». Gesù è lì, accanto a noi. Vuole portarci nel posto più bello che esiste, il Paradiso» (Papa Francesco).

«PIO IX CHE VA SU SU! OH QUANTO È BELLO! TUTTO LUMINOSO!» È un aneddoto che si ricava dai Processi di beatificazione del beato Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti di Senigallia. In una nobile famiglia cattolica del Belgio... un bambino di circa sette anni era moribondo. La madre addoloratissima se ne stava presso il letto, aspettando l’ultimo respiro del figlio. Era il 7 febbraio 1878 alle 5 e tre quarti pomeridiane, al tocco dell’Ave Maria. A un tratto il bambino si anima, si solleva, fissa gli occhi al cielo e stende le braccia esclamando: Mamma, che vedo! – Che cosa vedi, figlio mio? – disse la madre. – Pio IX che va su su! Oh quanto è bello! Tutto luminoso! – La signora credendo che il bambino delirasse procurava di calmarlo, ma un istante dopo il bambino esclamava di

nuovo: Oh mamma, che bella cosa! La Madonna quanto è bella e sorridente! Ha una corona preziosa in mano. Ecco va incontro a Pio IX, gli pone la corona sul capo –. Dopo essere rimasto un istante a contemplare così giocondo spettacolo, il bambino volgendosi alla madre, che era rimasta sbalordita, le disse: Mamma, sono guarito. La Madonna e Pio IX mi hanno benedetto e guarito. Il bambino era guarito difatti e pieno di vigore. La pia signora che ignorava lo stato allarmante della salute del Pontefice, fuori di sé dallo stupore, mandò un domestico all’ufficio del telegrafo per chiedere se si avessero notizie da Roma. Purtroppo fu risposto: È giunto poc’anzi un dispaccio il quale dà l’infausta notizia che il Santo Padre è spirato alle 5 e tre quarti pomeridiane.

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CHIESA NOSTRA MADRE Mons. Oscar Cantoni, vescovo della diocesi di Como, bacia il miracoloso Crocifisso.

Preghiera a Cristo Papa Francesco I nostri nomi sono incisi nel tuo Cuore squarciato

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«O Croce di Cristo, insegnaci che l’alba del sole è più forte dell’oscurità della notte, e che l’amore eterno di Dio vince sempre».

Cristo lasciato solo e tradito perfino dai tuoi e venduto a basso prezzo. O Cristo giudicato dai peccatori, consegnato dai Capi. O Cristo straziato nelle carni, incoronato di spine e vestito di porpora. O Cristo schiaffeggiato e atrocemente inchiodato. O Cristo trafitto dalla lancia che ha squarciato il tuo cuore. O Cristo morto e seppellito, tu che sei il Dio della vita e dell’esistenza. O Cristo, nostro unico Salvatore, torniamo a te anche quest’anno con gli occhi abbassati di vergogna e con il cuore pieno di speranza:

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di vergogna per tutte le immagini di devastazioni, di distruzioni e di naufragio che sono diventate ordinarie nella nostra vita; vergogna per il sangue innocente che quotidianamente viene versato di donne, di bambini, di immigrati e di persone perseguitate per il colore della loro pelle, per la loro appartenenza etnica e sociale e per la loro fede in te; vergogna per le troppe volte che, come Giuda e Pietro, ti abbiamo venduto e tradito e lasciato solo a morire per i nostri peccati, scappando da codardi dalle nostre responsabilità; vergogna per il nostro silenzio dinanzi alle ingiustizie; per le nostre mani pigre nel dare e avide nello strappare e nel conquistare; per la nostra voce squillante nel difendere i nostri interessi e timida nel parlare di quelle dell’altrui; per i nostri piedi veloci sulla via del male e paralizzati su quella del bene;


vergogna per tutte le volte che noi vescovi, sacerdoti, consacrati e consacrate abbiamo scandalizzato e ferito il tuo corpo, la Chiesa; e abbiamo dimenticato il nostro primo amore, il nostro primo entusiasmo e la nostra totale disponibilità, lasciando arrugginire il nostro cuore e la nostra consacrazione. Tanta vergogna, Signore, ma il nostro cuore è nostalgico anche della speranza fiduciosa che tu non ci tratti secondo i nostri meriti ma unicamente secondo l’abbondanza della tua Misericordia; che i nostri tradimenti non fanno venir meno l’immensità del tuo amore; che il tuo cuore, materno e paterno, non ci dimentica per la durezza delle nostre viscere; La speranza sicura che i nostri nomi sono incisi nel tuo cuore e che siamo collocati nella pupilla dei tuoi occhi; la speranza che la tua Croce trasforma i nostri cuori induriti in cuore di carne capaci di sognare, di perdonare e di amare; trasforma questa notte tenebrosa della tua croce in alba folgorante della tua Risurrezione; la speranza che la tua fedeltà non si basa sulla nostra; la speranza che la schiera di uomini e donne fedeli alla tua Croce continua e continuerà a vivere fedele come il lievito che dà sapore e come la luce che apre nuovi orizzonti nel corpo della nostra umanità ferita; la speranza che la tua Chiesa cercherà di essere la voce che grida nel deserto dell’umanità per preparare la strada del tuo ritorno trionfale, quando verrai a giudicare i vivi e i morti; la speranza che il bene vincerà nonostante la sua apparente sconfitta! O Signore Gesù, Figlio di Dio, vittima innocente del nostro riscatto, dinanzi al tuo vessillo regale, al tuo mistero di morte e di gloria, dinanzi al tuo patibolo, ci inginocchiamo vergognosi e pieni di speranza e ti chiediamo di lavarci nel lavacro del sangue e dell’acqua che uscirono dal tuo Cuore squarciato; di perdonare i nostri peccati e le nostre colpe; ti chiediamo di ricordarti dei nostri fratelli stroncati dalla violenza, dall’indifferenza e dalla guerra; ti chiediamo di spezzare le catene che ci tengono prigionieri nel nostro egoismo, nella nostra cecità volontaria e nella vanità dei nostri calcoli mondani.

O Cristo, ti chiediamo di insegnarci a non vergognarci mai della tua Croce, a non strumentalizzarla ma di onorarla e di adorarla, perché con essa tu ci hai manifestato la mostruosità dei nostri peccati, la grandezza del tuo amore, l’ingiustizia dei nostri giudizi e la potenza della tua misericordia. Amen. Venerdì Santo 2017

LA CROCE CI RIVELA QUANTO SIAMO AMATI

Davanti ai nostri occhi vediamo innalzarsi una croce sulla quale è appeso il Figlio di Dio. Per salvarci Dio ha consegnato a questa morte dolorosa ciò che aveva di più caro e di più prezioso. La croce ci rivela quanto siamo amati da Dio Padre e ci offre la garanzia del fatto che i cammini più duri di correzione sono, in realtà, gesti di amore per prepararci alla gloria celeste. Contempla la croce del Calvario e getterai uno sguardo nel cuore paterno di Dio. La rivelazione del suo amore ti inonderà e i tuoi dubbi riguardo al suo amore scompariranno. Madre Basilea Schlink

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«Dipingi un’immagine» CHIESA NOSTRA MADRE

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Dal Diario di s. Faustina Kowalska

gni seconda Domenica di Pasqua, la Chiesa celebra la festa della Misericordia, istituita da san Giovanni Paolo II, in obbedienza al desiderio espresso da Gesù Misericordioso a santa Faustina Kowalska. Di solito ricordiamo nella nostra rivista questa festa che ormai si è diffusa in tutto il mondo credente. Questa volta vogliamo fare menzione di quanto scrive suor

Faustina sul suo Diario circa l’immagine di Gesù Misericordioso e anche chiarire il perché delle due immagini esistenti, dipinte da due autori diversi.

Le indicazioni di Gesù «La sera del 22 febbraio 1931, stando nella mia cella, vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire, mentre l’altra toccava sul petto la veste, leggermente scostata, lasciava uscire due grandi raggi, rosso l’uno e l’altro pallido. Muta tenevo gli occhi fissi sul Signore; l’anima mia era presa da timore, ma anche da gioia grande». Dopo un istante, Gesù mi disse: «Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù confido in Te! Desidero che questa immagine venga venerata prima nella vostra cappella poi nel mondo intero. Prometto che l’anima che venererà quest’immagine non perirà. Prometto pure già su questa terra, ma in particolare nell’ora della morte, la vittoria sui nemici. Io stesso la difenderò come Mia propria gloria». Quando ne parlai al confessore, ricevetti questa risposta. «Questo riguarda la tua anima». Quando lasciai il confessionale, udii di nuovo queste parole: «La Mia imL’immagine dipinta in presenza di santa Faustina. «Desidero che i sacerdoti annuncino la Mia grande Misericordia per le anime dei peccatori. Il peccatore non deve aver paura di avvicinarsi a Me». «Le fiamme della Misericordia Mi divorano; voglio riversarle sulle anime degli uomini» (22 febbraio 1931, Diario Santa Faustina Kowalska n. 49).

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magine c’è già nella tua anima. Io desidero che vi sia una festa della Misericordia. Voglio che l’immagine, che dipingerai con il pennello, venga solennemente benedetta nella prima domenica dopo Pasqua; questa domenica deve essere la festa della Misericordia» (Diario nn. 47-48-49).

L’esecuzione Don Michele Sopocko, confessore della Comunità, ordinò di dipingere il quadro di Gesù Misericordioso (all’inizio del 1934, a Vilnius, Lituania) a un artista, pittore Eugeniusz Kazimirowski, che abitava nella stessa casa. Da quel momento suor Faustina veniva nel laboratorio del pittore per dargli delle indicazioni e per aggiungere dei dettagli che riguardavano l’aspetto dell’immagine. «Una volta che andai dal pittore che stava dipingendo e m’accorsi che non era così bella come è Gesù, mi rattristai molto per questo, ma lo nascosi nel profondo del cuore. Quando uscimmo da casa del pittore, la Madre Superiora rimase in città a sbrigare varie faccende ed io tornai a casa da sola. Andai subito in cappella e mi sfogai piangendo a dirotto. Dissi al Signore: “Chi può dipingerTi bello come sei?”. All’improvviso udii queste parole: “Non nella bellezza dei colori né del pennello sta la grandezza di questa immagine, ma nella Mia grazia”» (Diario n. 313). «Una volta il confessore (don Sopocko) mi chiese come doveva essere collocata la scritta, dato che non c’era posto sull’immagine. Risposi che avrei pregato ed avrei dato una risposta la settimana seguente. Mentre mi allontanavo dal confessionale, passando accanto al SS.mo Sacramento, mi fu fatto capire interiormente come doveva essere quella scritta. Gesù mi ricordò quello che mi aveva detto la prima volta e cioè che queste tre parole dovevano essere messe in evidenza. Le parole sono queste: Gesù, confido in Te» (Diario n. 327).


Avendo ricevuto la risposta, don Sopocko collocò la scritta che costituisce un elemento importante di questa immagine, sulla cornice sotto il quadro. Successivamente, il 4 aprile 1937, su richiesta ben chiara del Signore Gesù, trasmessa da suor Faustina, appese l’immagine nella chiesa San Michele a Vilnius, di cui era rettore e desiderava che qui fosse venerata.

L’immagine dipinta dopo la morte di santa Faustina.

Un segreto dell’anima «Una volta che il confessore mi ordinò di chiedere a Gesù che cosa significano i due raggi che sono in quest’immagine, risposi: “Va bene, lo domanderò al Signore”. Mentre pregavo udii interiormente queste parole: “I due raggi rappresentano il Sangue e l’Acqua. Il raggio pallido rappresenta l’Acqua che giustifica le anime; il raggio rosso rappresenta il Sangue che è la vita delle anime... Entrambi i raggi uscirono dall’intimo della Mia Misericordia, quando sulla croce il Mio cuore, già in agonia, venne squarciato con la lancia. Tali raggi riparano le anime dallo sdegno del Padre Mio. Beato colui che vivrà alla loro ombra, poiché non lo colpirà la giusta mano di Dio. Desidero che la prima domenica dopo la Pasqua sia la Festa della Misericordia. Chiedi al Mio servo fedele che in quel giorno parli al mondo intero di questa Mia grande Misericordia: in quel giorno, chi si accosterà alla sorgente della vita questi conseguirà la remissione totale delle colpe e delle pene. L’umanità non troverà pace, finché non si rivolgerà con fiducia alla Mia Misericordia» (Diario nn. 299-300).

L’immagine di Gesù Misericordioso dipinta da Adolf Hyla a Cracovia Nel 1943, dieci anni dopo la realizzazione della prima imma-

gine di Gesù Misericordioso a Vilnius (Lituania) e cinque anni dopo la morte di suor Faustina a Cracovia (Polonia), l’artista pittore Adolf Hyla manifestò il desiderio di dipingere un quadro, offrendolo come ex-voto di ringraziamento a nome di tutta la sua famiglia salvata dalla guerra. Le suore acconsentirono e l’artista eseguì la sua opera seguendo la propria ispirazione. Il primo quadro non andava bene a causa delle misure ed eseguì un secon-

do dipinto; l’immagine fu benedetta nel 1944 e collocata nella cappella della Congregazione a Cracovia, dove è venerata fino ad oggi. L’immagine dipinta da Adolf Hyla senz’altro contribuì in grande misura alla diffusione del culto della Divina Misericordia, per le numerose grazie ricevute tramite questa immagine. In Italia è quella venerata nella chiesa romana di Santo Spirito in Sassia, a Poli e in moltissime altre chiese. n La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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CHIESA NOSTRA MADRE

Sono venuto per conoscerti come sposo di Maria

C

Mons. Tonino Bello

aro san Giuseppe, scusami se approfitto della tua ospitalità e mi fermo per una mezz’oretta nella tua bottega di falegname per scambiare quattro chiacchiere con te. Non voglio farti perdere tempo. Vedo che ne hai così poco, e la mole di lavoro ti sovrasta. Perciò, tu continua pure a piallare il tuo legno, mentre io, seduto su una panca, in mezzo ai trucioli che profumano di resine, ti affido le mie confidenze. (...) Mio caro san Giuseppe, io sono venuto qui, soprattutto per conoscerti meglio come sposo di Maria, come padre di Gesù, e come capo di una famiglia per la quale hai consacrato tutta la vita. E ti dico subito che la formula di condivisione espressa da te, come marito di una vergine, la trama di gratuità realizzata come padre del Cristo, e lo stile di servizio messo in atto come responsabile della tua casa, mi hanno da sempre così incuriosito, che ora non solo vorrei saperne qualcosa di più, ma mi piacerebbe capire in che misura questi paradigmi comportamentali siano trasferibili nella nostra società dell’usa e getta. Dimmi, Giuseppe, quand’è che hai conosciuto Maria? Forse un mattino di primavera, mentre tornava dalla fontana del villaggio con l’anfora sul capo e con la mano sul fianco, snello come lo stelo di un fiordaliso? O forse un giorno di sabato,

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mentre con le fanciulle di Nazareth conversava in disparte, sotto l’arco della sinagoga? O forse un meriggio d’estate, in un campo di grano, mentre abbassando gli occhi splendidi, per non rivelare il pudore della povertà, si adattava all’umiliante mestiere di spigolatrice? Quando ti ha ricambiato il sorriso e ti ha sfiorato il capo con la prima carezza, che forse era la sua prima benedizione e tu non lo sapevi? E la notte tu hai intriso il cuscino con lacrime di felicità.

San Giuseppe al lavoro. Tavola di S. Baraldi.

Ti scriveva lettere d’amore? Forse sì! E il sorriso con cui accompagni il cenno degli occhi verso l’armadio delle tinte e delle vernici mi fa capire che in uno di quei barattoli vuoti, che ormai non si aprono più, ne conservi ancora qualcuna! Poi una notte hai preso il coraggio a due mani e sei andato sotto la sua finestra, profumata di basilico e di menta e le hai


La Beata Vergine Maria, in un dipinto di suor Milena Padovan fsmp.

sua vita, di dirle addio e di dimenticarla per sempre. Fu allora che la stringesti per la prima volta al cuore e le dicesti tremando: «Per me, rinuncio volentieri ai miei piani. Voglio condividere i tuoi, Maria, purché mi faccia stare con te». Lei ti rispose di sì, e tu le sfiorasti il grembo con una carezza: era la tua prima benedizione sulla Chiesa nascente. Ma io penso che hai avuto più coraggio tu a condividere il progetto di Maria, di quanto ne abbia avuto lei a condividere il progetto del Signore. Lei ha puntato tutto sull’onnipotenza del Creatore. Tu hai scommesso tutto sulla fragilità di una creatura. Lei ha avuto più fede, ma tu hai avuto più speranza. La

carità ha fatto il resto in te e in lei. (...) Si è fatto tardi, Giuseppe. Nella piazza non c’è più nessuno. I grilli cantano sul cedro del tuo giardino. Nelle case, le famiglie recitano lo «Shemà Israel». E tra poco Nazareth si addormenterà sotto la luna. Di là, vicino al fuoco, la cena è pronta. Cena di povera gente. L’acqua della fonte, il pane di giornata, e il vino di Engaddi. E poi c’è Maria che ti aspetta. Ti prego: quando entri da lei, sfiorala con un bacio. Falle una carezza pure per me. E dille che anch’io le voglio bene. Da morire! Buona notte, Giuseppe! Da Lettera a san Giuseppe

cantato sommessamente le strofe del Cantico dei Cantici: «Alzati amica mia, mia bella e vieni, perché ecco, l’inverno è passato, è cessata la pioggia, se n’è andata; i fiori sono apparsi nei campi, il tempo del canto è tornato, e la voce della tortora ancora si fa sentire nella nostra campagna. Il fico ha messo fuori i primi frutti e le viti fiorite spandono fragranza. Alzati amica mia, mia bella e vieni! O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia, nei nascondigli dei dirupi, mostrami il tuo viso, fammi sentire la tua voce, perché la tua voce è soave e il tuo viso è leggiadro» (Ct 2,10-14). E la tua amica, la tua bella si è alzata davvero, è venuta sulla strada, facendoti trasalire, ti ha preso la mano nella sua e mentre il cuore ti scoppiava nel petto, ti ha confidato lì, sotto le stelle, un grande segreto. Solo tu, il sognatore, potevi capirla. Ti ha parlato di Jahvè. Di un angelo del Signore. Di un mistero nascosto nei secoli e ora nascosto nel suo grembo. Di un progetto più grande dell’universo e più alto del firmamento che vi sovrastava. Poi ti ha chiesto di uscire dalla La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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CHIESA NOSTRA MADRE

Essere amore

S

Padre Michele Triglione Sacerdote barnabita

iamo chiamati tutti piuttosto a credere che ad amare. Possibile? Il comandamento che Gesù ci ha dato è chiaro: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi» (Gv 15,12). San Paolo scrive ai Corinti: «Se avessi tutta la fede da trasportare i monti, ma non ho amore, non sono nulla» (1 Cor 13,2). San Giacomo arriva a dire: «Tu credi che c’è un solo Dio. Fai bene; anche i demoni credono» (Gc 2,19). Ci chiediamo: perché siamo soliti dividere le persone in credenti e non credenti? Dovremmo piuttosto distinguerle in «amanti» e «non amanti». Il fatto è che alla parola amante abbiamo attribuito un significato negativo: quella persona è sposata, ma frequenta un amante! Noi, quando ci domandiamo di una persona chi sia, generalmente la qualifichiamo per quello che fa, per il suo lavoro. Quel tale è un barbiere, quella signora è una sarta. In definitiva abbiamo detto quello che fa, non quello che è. Ci succede anche di qualificare una perso«Noi siamo amore, perché creati a immagine di Dio che è amore».

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na per quello che ha. La definiamo molto possidente, proprietaria di molti beni, ville, case o palazzi. In terzo luogo anche le conoscenze, gli studi o le Icona della peccatrice perdonata, perché «ha molto amato». lauree conseguite, le lingue che conosce, que- San Paolo, a proposito delle coste cose ci portano a qualificare noscenze, arriva ad affermare: una data persona umana come «Quand’anche conoscessi le lincolta, istruita e simili. gue degli uomini e degli angeli, Ma in nessun caso abbiamo ri- ma non ho amore, divento un sposta alla domanda: chi è quella bronzo risonante o uno squillandata persona, quell’individuo te cembalo» (1 Cor 13,1). umano. Non credo neppure che Il credente legge nel testo sacro la definizione di uomo come della bibbia che l’uomo è stato «animale razionale» venga facil- creato a immagine e somiglianza mente accettata. di Dio. In definitiva alla domanda chi Se concordiamo con è l’uomo quale risulta la risan Giovanni che sposta più convincente? «Dio è Amore» (1 Gv Ogni persona non è 4,8), la risposta più quello che fa, non è esatta alla domanda quello che ha, né chi è l’uomo non quello che sa. può essere che questa: l’uomo è amore, perché immagine di Dio che è Amore. Amore non è una parola da usarsi solo al bambino con l’espressione: «amore mio...»,


né tanto meno, come va oggi di moda, al proprio cane. Noi siamo amore perché creati a immagine di Dio che è Amore. Ciò significa che noi siamo noi stessi solo quando amiamo. Gesù ci ha dato un solo comandamento, definito nuovo anche per il fatto che ci rende nuove creature. Disse: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io ho amato voi» (Gv 15,12). Questa parola non l’ha detta solamente ai fidanzati o ai coniugi. L’ha detta a tutti. Quello che può differenziare alcuni stati di vita da altri sono le espressioni dell’amore che – come sappiamo – non coincidono necessariamente con l’amore. Il comandamento nuovo di Gesù, quindi, va vissuto perché quando una persona non ama o ha un risentimento oppure nutre odio contro qualcuno non colpisce l’altro, esce piuttosto da se stessa, reca danno a sé. Io sono me stesso – ha da ripetere sempre ognuno di noi – quando e nella misura nella quale resto «amante»; quando amo la persona che incontro, il creato, Dio. È proprio in questo stato che sto amando veramente me stesso. Papa Francesco, in questo passaggio epocale, si sta continuamente ispirando al Vangelo, il cui totale contenuto si racchiude nella parola: amore. Chi fa fatica a capirlo è solo perché è reduce da una formazione che non poneva al primo posto la Parola del Vangelo, ma altro come la morale, il codice di diritto canonico, le Regole o le Costituzioni del proprio Istituto e simili. Gesù ha trovato i peggiori nemici nei farisei che nutrivano un grande amore alle leggi e ha opposto ad essi la legge dell’amore. Questo è un capovolgimento, è una vera rivoluzione. Quale miglior augurio possiamo rivolgere ad una qualsiasi persona se non questo: sii te stesso? Gesù è arrivato a comandarci:

«Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore» (S. Giovanni della Croce).

«Amate i vostri nemici; fate del bene a coloro che vi odiano» (Lc 6,27). Come si fa ad amare un individuo che mi ha fatto del male o mi odia? È evidente che l’amore al nemico non richiede che noi siamo chiamati a trattarlo come un amico. È richiesto di non uscire da se stessi, restare amore pur mantenendo una lodevole distanza dal nemico o, se è il caso, anche di evitarlo. Gesù è venuto a portare sulla terra questo stato, questo atteggiamento benevolo chiamato a diventare costitutivo dell’essere umano portato a vivere di preferenze ed esclusioni. Dice infatti; «Se amate quelli che vi amano, che premio ne avete? Non fanno lo stesso anche i pubblicani?» (Mt 5,46). Ci offre invece precisi precetti: «Non giudicate» (Lc 6,37). Perdonare sempre, come dire: sii perdono: «Io non ti dico fino a sette

volte, ma fino a settanta volte sette» (Mt 18,22). Dio non ama, è Amore. Il sole non illumina, è incandescente perciò illumina e riscalda. Ciascuno di noi è invitato ad essere amore incandescente per illuminare e riscaldare ogni ambiente che frequenta, dileguando quanto trova di buio o di freddo. E della Fede che dire? Basta riflettere su questa Parola: «Chi mi ama sarà amato dal Padre mio; e io lo amerò e mi manifesterò a lui» (Gv 14,21). Se il Signore si manifesta a chi ama, questa sua manifestazione lo renderà più ricco e forte nella fede. Questa manifestazione, anzi, porterà al passaggio dal credere con la testa a Dio a «sentire» Dio. Amare il Signore significa amare il prossimo: «Chi non ama il proprio fratello che vede, come può amare Dio che non vede?» (1 Gv 4,20). Possiamo pensare anche a quell’altra Parola che suona così: «Tutto quello che non avete fatto a uno di questi miei fratelli, non l’avete fatto a me» (Mt 25,45). In definitiva se guardiamo indietro, riflettiamo su quanto riferisce Tertulliano. Diceva che i primi cristiani mettevano in pratica così bene il comandamento dell’amore che i pagani esclamavano: «Guardate come si amano» (Apolog. 39). Se portiamo lo sguardo in avanti, ricordiamoci che un giorno saremo giudicati sull’amore. n

«Chi mi ama sarà amato dal Padre mio» (Gv 14,21). La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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CHIESA NOSTRA MADRE

Mater Ecclesiae: «“Ecco tuo figlio... Ecco tua madre”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (Gv 19,26-27) Dal Messaggio per la XXVI Giornata Mondiale del Malato (11 febbraio 2018)

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Papa Francesco La Croce, un mistero di gloria

l servizio della Chiesa ai malati e a coloro che se ne prendono cura deve continuare con sempre rinnovato vigore, in fedeltà al mandato del Signore (cfr. Lc 9,2-6; Mt 10,1-8; Mc 6,7-13) e seguendo l’esempio molto eloquente del suo Fondatore e Maestro. Quest’anno il tema della Giornata del malato ci è dato dalle parole che Gesù, innalzato sulla croce, rivolge a sua madre Maria e a Giovanni: «“Ecco tuo figlio... Ecco tua madre”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé» (Gv 19,26-27). 1. Queste parole del Signore illuminano profondamente il mistero della Croce. Essa non rappresenta una tragedia senza speranza, ma il luogo in cui Gesù mostra la sua gloria, e lascia le sue estreme volontà d’amore, che diventano regole costitutive della comunità cristiana e della vita di ogni discepolo. Innanzitutto, le parole di Gesù danno origine alla vocazione materna di Maria nei confronti di tutta l’umanità. Lei sarà in particolare la madre dei discepoli del suo Figlio e si prenderà cura di loro e del loro cammino... Sulla croce Gesù si preoccupa della Chiesa e dell’umanità inte-

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ra, e Maria è chiamata a condividere questa stessa preoccupazione. Gli Atti degli Apostoli, descrivendo la grande effusione dello Spirito Santo a Pentecoste, ci mostrano che Maria ha iniziato a svolgere il suo compito nella prima comunità della Chiesa. Un compito che non ha mai fine. 2. Il discepolo Giovanni, l’amato, raffigura la Chiesa, popolo messianico. Egli deve riconoscere Maria come propria madre. E in questo riconoscimento è chiamato ad accoglierla, a contemplare in lei il modello del discepolato e anche la vocazione materna che Gesù le ha affidato, con le preoccupazioni e i progetti che ciò comporta: la Madre che ama e genera figli capaci di amare secondo il co-

mando di Gesù. Perciò la vocazione materna di Maria, la vocazione di cura per i suoi figli, passa a Giovanni e a tutta la Chiesa. La comunità tutta dei discepoli è coinvolta nella vocazione materna di Maria. 3. Giovanni, come discepolo che ha condiviso tutto con Gesù, sa che il Maestro vuole condurre tutti gli uomini all’incontro con il Padre. Egli può testimoniare che Gesù ha incontrato molte persone malate nello spirito, perché piene di orgoglio (cfr. Gv 8,3139) e malate nel corpo (cfr. Gv 5,6). A tutti Egli ha donato misericordia e perdono, e ai malati anche guarigione fisica, segno della vita abbondante del Regno, dove ogni lacrima viene asciugata.


Vocazione materna della Chiesa verso i malati Come Maria, i discepoli sono chiamati a prendersi cura gli uni degli altri... e sanno che... a tutti coloro che sono nel bisogno deve indirizzarsi la carità dei cristiani, semplicemente perché sono persone, figli di Dio. 4. Questa vocazione materna della Chiesa verso le persone bisognose e i malati si è concretizzata, nella sua storia bimillenaria, in una ricchissima serie di iniziative a favore dei malati. Tale storia di dedizione non va dimenticata. Essa continua ancora oggi, in tutto il mondo. Nei Paesi dove esistono sistemi di sanità pubblica sufficienti, il lavoro delle congregazioni cattoliche, delle diocesi e dei loro ospedali, oltre a fornire cure mediche di qualità, cerca di mettere la persona umana al centro del processo terapeutico e svolge ricerca scientifica nel rispetto della vita e dei valori morali cristiani. Nei Paesi dove i sistemi sanitari sono insufficienti o inesistenti, la Chiesa lavora per offrire alla gente quanto più è possibile per la cura della salute, per eliminare la mortalità infantile e debellare alcune malattie a larga diffusione. Ovunque essa cerca di curare, anche quando non è in grado di guarire. L’immagine della Chiesa come «ospedale da campo», accogliente per tutti quanti sono feriti dalla vita, è una realtà molto concreta, perché in alcune parti del mondo sono solo gli ospedali dei missionari e delle diocesi a fornire le cure necessarie alla popolazione. 5. La memoria della lunga storia di servizio agli ammalati è motivo di gioia per la comunità cristiana e in particolare per coloro che svolgono tale servizio nel presente. Ma bisogna guardare al passato soprattutto per lasciarsene arricchire. Da esso dobbiamo imparare: la generosità fino al sacrifi-

cio totale di molti fondatori di istituti a servizio degli infermi; la creatività, suggerita dalla carità, di molte iniziative intraprese nel corso dei secoli; l’impegno nella ricerca scientifica, per offrire ai malati cure innovative e affidabili. Questa eredità del passato aiuta a progettare bene il futuro. Ad esempio, a preservare gli ospedali cattolici dal rischio dell’aziendalismo, che in tutto il mondo cerca di far entrare la cura della salute nell’ambito del mercato, finendo per scartare i poveri. L’intelligenza organizzativa e la carità esigono piuttosto che la persona del malato venga rispettata nella sua dignità e mantenuta sempre al centro del processo di cura. Questi orientamenti devono essere propri anche dei cristiani che operano nelle strutture pubbliche e che con il loro servizio sono chiamati a dare buona testimonianza del Vangelo. 6. Gesù ha lasciato in dono alla Chiesa la sua potenza guaritrice: «Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: [...] imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (Mc 16,17-18). Negli Atti degli Apostoli leggiamo la descrizione delle guarigioni operate da Pietro (cfr. At 3,4-8) e da Paolo (cfr. At 14,8-11). Al dono di Gesù corrisponde il compito della Chiesa, la quale sa

che deve portare sui malati lo stesso sguardo ricco di tenerezza e compassione del suo Signore. La pastorale della salute resta e resterà sempre un compito necessario ed essenziale, da vivere con rinnovato slancio a partire dalle comunità parrocchiali fino ai più eccellenti centri di cura. Non possiamo qui dimenticare la tenerezza e la perseveranza con cui molte famiglie seguono i propri figli, genitori e parenti, malati cronici o gravemente disabili. Le cure che sono prestate in famiglia sono una testimonianza straordinaria di amore per la persona umana e vanno sostenute con adeguato riconoscimento e con politiche adeguate. Pertanto, medici e infermieri, sacerdoti, consacrati e volontari, familiari e tutti coloro che si impegnano nella cura dei malati, partecipano a questa missione ecclesiale. È una responsabilità condivisa che arricchisce il valore del servizio quotidiano di ciascuno. 7. A Maria, Madre della tenerezza, vogliamo affidare tutti i malati nel corpo e nello spirito, perché li sostenga nella speranza... Perciò la preghiera alla Madre del Signore ci veda tutti uniti in una insistente supplica, perché ogni membro della Chiesa viva con amore la vocazione al servizio della vita e della salute. n

Kaniakumari, India: nostre Consorelle con ragazzi disabili, sulle orme del Fondatore san Luigi Guanella. La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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FAMIGLIA GUANELLIANA • Storia Spiritualità Carisma

La carità di persona La parola di don Guanella

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l brano che pubblichiamo è tratto dal Bollettino «La Divina Provvidenza» del luglio 1896, nel quale don Guanella augura ai due novelli sacerdoti Servi della Carità, don Giuseppe Roncoroni e don Silvio Vannoni, ciò che gli stava più a cuore, e cioè che i suoi sacerdoti vivessero il loro sacerdozio come servizio diretto ai poveri.

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Dopo la Messa solenne a mezzogiorno s’andò a tavola. Gli invitati non erano molti. C’erano le famiglie dei novelli sacerdoti, i loro padrini, alcuni benefattori. Verso la fine del famigliare e simpatico banchetto, il nostro Direttore (don Guanella) diresse queste belle parole: «La vostra gioia è la mia, perché con i novelli Sacerdoti è cresciuta la nostra possibilità di far il bene. Figli della carità, avete l’obbligo di essere costantemente caritatevoli. Non parlo della carità di borsa: questa è dei ricchi: intendo dire della carità di persona, che si può praticare anche da voi, perché tutti possiamo fare qualche cosa per gli altri. La carità di persona consiste nel sapersi prestare volentieri

e con amore ai bisogni degli altri. È una carità assai accetta al Signore, dovendo noi per esercitarla fare violenza a noi stessi e sacrificare sempre un poco della nostra libertà, dei nostri gusti, dei nostri comodi, per amore del prossimo sofferente. Quanto bene potete fare! Quanti meriti acquistarvi con la carità di persona! Ci sono i disabili psichici che spesso si impuntano a volere quello che a loro nuoce: e voi li dovete, in quei momenti di eccesso, assistere con la maggiore sollecitudine possibile, dovete rispondere con carezze ai loro insulti, allontanarli con dolci modi dai pericoli, non abbandonarli finché non siano ritornati alla calma. Ci sono gli infermi che, in certe ore della giornata, vengono presi dalla malinconia e piangono e hanno bisogno di essere distratti, di non essere lasciati soli, di non accorgersi che si trovano in un ricovero, lontano dai parenti, dagli amici, dai figli! Ci sono i disabili fisici che hanno bisogno di trovare chi li comprenda. E qui parlo a voi cui Dio ha dato sanità di corpo e di mente. Anche voi avete la vostra croce, non lo nego; ma almeno per levarvi dal letto non avete bisogno di chi vi assista! Per fare le scale non avete bisogno di chi vi porti! Voi potete lavorare e, dopo il lavoro, nelle ore di riposo, potete correre, saltare... Ma a quanti questo non è più concesso! Essi sono sempre là, seduti, a seguirvi con gli occhi velati di lacrime nei vostri movimenti. Quanto cordoglio li opprime in certi momenti! E chi sa leggere nei loro occhi? Chi s’accorge dei battiti dei loro cuori? Voi avete l’obbli-


go di indirizzare loro di frequente la parola, di non lasciarli a lungo soli: sono con noi e con voi, e devono vivere anch’essi della vita nostra, gioire della vostra gioia e non sentire pesante la loro sventura. Questa carità di persona io ve la raccomando caldamente; e vi esorto ad esercitarla... dappertutto e sempre: nella chiesa, nel cortile, nella scuola, nello studio, nell’officina, nel dormitorio, dentro e fuori dell’Istituto, dappertutto e sempre: con le buone parole, i saggi consigli, i bei modi, la pazienza, il sacrificio, la piacevolezza. Allora noi formeremo una sola e vera famiglia, legata dai vincoli più santi, quali sono quelli della carità cristiana». n

Dal Tacuin de Fracisc 2018 A c(h)üra del Lelo. Tacuin nümar vint. «La Genzianella di Fraciscio».

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FAMIGLIA GUANELLIANA • Storia Spiritualità Carisma

Letture dall’Epistolario di don Guanella / 2 Le lettere alle Figlie di S. Maria della Provvidenza A cura di don Bruno Capparoni sdc «Confidate di poter santificare voi e le anime del prossimo che vi circonda» (E 1145)

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inora (nello scorso numero de «La Voce» n. 6/2017) ci siamo soffermati su brevi biglietti di don Guanella, vergati in fretta per veicolare indicazioni di vita quotidiana e rapidi consigli spirituali. I testi che seguono hanno invece estensione e soprattutto contenuto più ampio, perciò consentono di delineare una cornice storica più precisa. Il 13 dicembre 1905 scrive da Roma alle Figlie di santa Maria della Provvidenza per annunciare la morte di Antonio Annoni. Costui era un benefattore, amico e consigliere di don Guanella che aveva conosciuto a Musso; con la sua competenza di costruttore e con la sua generosità aveva sostenuto l’acquisto e la sistemazione di case importanti, come quella femminile e quella maschile a Milano, la Binda a Como-Lora, la Casa Sacra Famiglia di Fratta Polesine e la missione cattolica di Splügen. Negli Appunti sulla storia della Casa di Provvidenza, del 19101911, così lo ricorda il Fondatore: «La Provvidenza mandò certo Antonio Annoni, capomastro che dal lavoro e dalla fortuna si trovò innalzato ad un relativo cospicuo stato di vita. [...] Fu grande sventura che il buon papà Antonio Annoni morisse troppo presto e troppo improvvisamente, ma la memo-

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ria di lui vive nella Suor Rosa Bosatta – nipote mente e nel cuore di Madre Marcellina e della delle Figlie di santa beata Chiara – con papà e sorella. Maria della Provvidenza e dei Servi della Carità» (Opere edite e inedite, VI, p. 604). Nella lettera del 1905, di cui è conservata la sola minuta, senza attestazioni che sia poi stata spedita, don Guanella chiedeva alle suore preghiere di suffragio per l’indimenticabile benefattore, ma intendeva trasmettere anche motivi di riflessio- trasmesso alle comunità. Anche ne e di vigilanza per la provviso- di questa lettera manca la conferrietà della vita: «Buone martorelle, ma di spedizione ed è anche priva siate sempre buone martorelle per- di data: si può soltanto dedurre ché si vive e poi si muore tutti ed che è posteriore al 30 settembre una volta. Domani sono i funerali 1912, quando nel primo Capitolo anche dell’ottimo nostro capoma- generale suor Caterina Capelli fu stro e benefattore Antonio Annoni eletta economa generale. La letteche sapete fu preceduto dalla morte ra dava notizia di due incarichi del figlio Dante e della propria mo- importanti affidati a suor Rosa glie nel giro di un mese. Pregate Bosatta, nipote della madre genemolto e fate pregare. [...] Vi auguro rale: «Considerato che i lavori per buone feste e fate del bene assai la più perfetta organizzazione delle mentre siete vive» (E 1159). Opere delle Figlie di Santa Maria Una seconda circolare è di conte- della Provvidenza crescono ogni nuto molto diverso. Probabilmen- giorno. Considerato pure che i te fu l’esito di una riunione del membri del Consiglio Superiore Consiglio generale delle suore alla stante la ristrettezza del personale presenza di don Guanella, che si devono occupare più altre mansioimpegnò a stendere la minuta ni importanti, per questo si provviconservata, il cui testo avrebbe de perché la suor Rosa Bosatta dovuto poi essere sottoscritto dal- venga in aiuto alla suor Capelli Cala madre generale Marcellina Bo- terina economa generale e prenda satta o dalla segretaria generale di accordo con la stessa e con i suor Caterina Ghidoni per essere membri del Consiglio quei provve-


dimenti che saranno del caso e conformi la regola ed il regolamento nostro. Il Consiglio Superiore soscritto ha pure confermato nella suor Rosa Bosatta, il compito già conferitole di ispettrice degli asili in ogni parte, il tutto conforme l’indirizzo della casa e con la condizione che le proposte ed i provvedimenti di conseguenza, per ottenere obbligo di precetto, sieno prima muniti di beneplacito formato dello stesso Consiglio Superiore» (E 1163). Sono ben note la forte personalità e la valida preparazione di suor Rosa Bosatta (1873-1934), come pure le controversie sorte per causa sua intorno al secondo Capitolo generale, celebrato il 15 ottobre 1919, che si prolungarono fino al terzo, 15 ottobre 1925. Questa lettera è una premessa a tutte quelle vicende, studiate principalmente da M. Giuseppina Cerri. Il testo autografo di don Guanella documenta la stima e l’apprezzamento che nutriva per suor Rosa Bosatta, tanto da acconsentire che le fossero affidate due rilevanti responsabilità. Di conseguenza, la fiducia che poi ripose in lei la zia e superiora generale Marcellina Bosatta trovava solida motivazione nel giudizio del Fondatore, pur senza escludere qualche condizionamento e cedimento nepotistico. Consorelle radunate in Casa Madre a ComoLora per corsi estivi di aggiornamento.

Fu però lo stesso don Guanella a consentire che suor Rosa svolgesse un ruolo direttivo in congregazione, anche se in dipendenza del Consiglio generale; solo in seguito, dopo la scomparsa del Fondatore, le vicende presero una diversa direzione che portò non poche complicazioni. Particolarmente interessante è la bella lettera comunitaria del 28 dicembre 1910 inviata alla comunità di Capolago, nel Canton Ticino. È il frutto di una redazione particolarmente accurata e contiene una serie di significativi suggerimenti. Da oltre un decennio nel piccolo centro sulla sponda meridionale del Ceresio le Figlie di santa Maria della Provvidenza conducevano con buoni frutti l’Opera Luigi Rossi, dotata di asilo infantile, oratorio e ricovero per anziani; la lettera si rivolge perciò ad una comunità ben organizzata nella vita religiosa e nella missione. Vi emergono quattro richieste. Prima di tutto don Guanella voleva che venissero studiati e praticati «pochi regolamenti della portineria, della cucina, del guardaroba, della infermeria, perché vi servano di norma per assestare poco a poco l’ordine della casa». Non conosciamo quali fossero i regolamenti che secondo la volontà del Fondatore dovevano esser affissi nei vari ambienti comunitari; in precedenza egli ne aveva formulati

molti, anche in modo molto dettagliato, per i diversi settori delle opere. Ma è chiaro che il primo intento della lettera era di favorire l’organizzazione dei principali ambiti di attività della casa. La seconda prescrizione era la richiesta di inviare al Consiglio generale della congregazione sia il bilancio economico, sia il cosiddetto «resoconto morale», cioè la relazione sulla pratica della vita religiosa e della missione. Al terzo posto la lettera proponeva punti semplicissimi di spiritualità personale e comunitaria: «Come ricordo ed aiuto al cominciare bene l’anno 1911, vi raccomando le pratiche seguenti: 1. Devozione sempre più viva al Santissimo Sacramento. 2. Devozione sempre crescente a Maria santissima nostra Madre. 3. Studiate con sentimenti di fede e di umiltà di seguire i vostri superiori come veri rappresentanti di Dio. Con questo confidate di potere santificare voi e le anime del prossimo che vi circonda e così di compiere la divina Volontà nell’esercizio diligente dei vostri doveri». La vita interiore della suora guanelliana brillava di grande semplicità e nel medesimo tempo di una forte vibrazione contemplativa, i cui riferimenti essenziali erano l’Eucaristia e la pietà mariana, in una spiritualità solidamente formata all’obbedienza. Questa virtù, tipica della vita religiosa, per il Fondatore era

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molto più che una pur necessaria pratica organizzativa o giuridica: aveva una forte dimensione spirituale che avvicinava la suora alla divina Volontà, trasfigurando il proprio lavoro quotidiano, umile, paziente e spesso pesante nell’assistenza ai derelitti, in un percorso di ascesi e perfezione verso Dio. Infine la lettera proponeva alle suore di Capolago di prestare qualche attenzione concreta agli assistiti nel periodo natalizio, così adatto ad alimentare la devozione e legato alla piccola gioia di ricevere anche un semplicissimo dono: «Desidero che venendo l’Epifania porgiate ai vostri ricoverati i seguenti pegni della vostra carità:

Como-Lora. Al centro, in basso, la prof. Danila, poi divenuta anch’essa nostra consorella.

I. un segno sensibile nella presentazione di qualche regaluccio alla mensa o come meglio altro; II. una cura speciale perché ricevano con frutto i santi Sacramenti; III. qualche divertimento serale o diurno o l’albero del Natale come meglio» (E 1145). Durante quel periodo vi era particolare bisogno di fervore di fede, ma anche di fraterna vicinanza ai ricoverati che, spesso privati degli affetti familiari, dovevano pur vivere quel clima di calore e affetto tipico delle feste natalizie.

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«Buone martorelle, siate sempre buone, martorelle» (E 1159) Finora abbiamo seguito le lettere cumulative collegandole alle comunità di destinazione, cercando qualche riferimento storico illuminante, cogliendo nei pochi testi più estesi, e spesso nei veloci accenni, le situazioni concrete cui don Guanella si riferiva. Ma è opportuno anche sottolineare alcune caratteristiche diffuse in quasi tutte le lettere. Scrivendo alle suore, don Guanella generalmente comunica una velocissima successione di notizie, raccomandazioni, prescrizioni e anche rimproveri; in mezzo a questa fitta

ne» (E 1144); «Ben praticate il mese del Preziosissimo Sangue» (E 1146); «Fate special novena a suor Chiara» (E 1148); «Pregate le Serve di Dio [Caterina Guanella e Chiara Bosatta], diffondete letture e ottenete grazie molte» (E 1150); «Pregate san Giuseppe» (E 1151); «Pregate che tutti facciate bene la santa Pasqua. Pregate san Giuseppe per la chiesa di Roma» (E 1153). Indirizzava le suore alle devozioni semplici, alla invocazione dei santi più noti e vicini, a forme di orazione vocale che fossero alla portata della loro modesta levatura e formazione, abituate come erano a pregare insieme alle ricoverate con le tipiche formule della pietà popolare.

trama di quotidianità vissuta egli sapeva però spargere minuscole perle di spirito che facilmente potrebbero invece essere sorvolate. Eccone una rapida antologia: «Fate del bene assai» (E 1144); «La grazia della santa Pasqua vi corrobori» (E 1147); «Siate buone come sapete che io vi desidero» (E 1153); «Proseguite e non temete» (E 1156); «Continuate il vostro anno santamente» (E 1160); «Siate buone e pregate» (E 1162). Soprattutto ripeteva frequentemente il richiamo alla preghiera, poiché sapeva che su questo punto sarebbe stato esaudito dalle suore con gioia e fervore: «Fate divota novena a san Giuseppe secondo la mia intenzio-

Come in tutto l’epistolario guanelliano, anche in queste lettere non manca mai l’attenzione di un saluto per tutti, da trasmettere ad altre persone e ad altre case, segno di una cordialità naturale coltivata nel tempo, attenta ad alimentare i rapporti personali. Così don Guanella esprimeva un lato del suo carattere cordiale e aperto, mentre cercava anche di trasmettere un metodo per consolidare lo stile familiare della vita in comunità: «Le vostre consorelle vi salutano tutte» (E 1144); «Salutate e augurate nel Signore, a nome mio e dei vostri superiori, tutte le ricoverate e i ricoverati che vi dipendono» (E 1145); «Scrivete e salutate tutti»


«Siate buone come sapete che io vi desidero» (E 1153).

(E 1149); «Salutatemi quei signori [Lacquaniti]» (E 1150); «Salutate signor Lacquaniti [...] Le suore di qui e di Ferentino vi salutano. [...] La saluto pure io. Don Guglielmo Bianchi [amanuense]» (E 1151); «Salutate coniugi Vanazzi» (E 1152); «Salutatemi il signor Giulio e il signor prevosto» (E 1153); «Vostra sorella è qui e sta bene e vi saluta. Salutate il signor prevosto» (E 1154); «Tutte vi salutano le vostre consorelle» (E 1156); «Salutate e ringraziate il signor arciprete e non dategli soverchio disturbo» (E 1162). Infine è giusto spendere qualche parola anche sull’appellativo con cui si aprono tutte le lettere alle suore: «Buone Martorelle» (E 1147, 1148, 1149, 1150, 1154, 1157, 1159, 1160, 1161, 1162). Il vocabolo proviene dal dialetto lombardo e unisce un riferimento ai martiri, coloro che testimoniano la fede col sacrificio della vita, ad una coloritura scherzosa, nel significato di: semplice, ingenuo. Don Guanella era consapevole che il termine aveva anche un valore derisorio, come ricordava nel Regolamento delle Figlie di santa Maria della Provvidenza del 1911, riferendosi all’imprudenza di qualche suora che non preservava il bene della salute: «Bello è morire martire di carità e di sangue; non è conveniente né è lodevole per sé morire martore, benché facendolo

con retta intenzione il premio non sarà per mancare da parte del Signore» (Opere edite e inedite, IV, p. 651). Invece nel 1913, nell’opuscolo per le suore addette agli asili, usava il termine nel significato pieno e nobile della lingua italiana, sebbene in affettuosa forma vezzeggiativa: «Non siete padrone voi di andare ad un glorioso martirio, ma dovete aspettare di essere chiamate e chiamate con chiara, sensibile voce. Beate voi, martirelle, se sarete degne di essere invitate dal Signore al sacrificio del patire!» (ivi, pp. 823-824). Ma possiamo tranquillamente ritenere che don Guanella usasse l’appellativo con grande naturalezza e spontaneità, quasi senza accorgersene, così come con riconoscente affetto lo accoglievano le suore dalla bocca e dalla penna del Fondatore. Però Roma - Casa S. Maria. Suor Maria Gabor con ospiti e collaboratrici.

questo termine non passò inosservato all’esterno, lasciando qualche impressione negativa; infatti nel 1905 il professor Carlo Mariani su «La Divina Provvidenza» ne dava un’esauriente spiegazione mettendo in luce il valore «guanelliano» dell’appellativo: «Buone martorelle (così chiama don Luigi le sue suore, umili, ubbidienti ad ogni suo cenno, come suona appunto tale vocabolo nel gergo comasco)» (LDP 1905, p. 185). Anche don Leonardo Mazzucchi nei Fragmenta vitae et dictorum ricordava che il termine era utilizzato anche per i Servi della Carità e ne esplicitava il significato profondo: «[Don Guanella] Chiama spesso i suoi col nome di asinelli, loro e le suore col nome di martorelli e martorelle. Pure umiliandoli, voleva intendere che fossero asinelli di pazienza, piccoli o piccole martiri di amore e di dolore» (Opere edite e inedite, VI, p. 972). A noi sembra che don Guanella si rivolgesse così alle suore, e anche ai religiosi, per lo spontaneo bisogno di tenere vivo quello spirito di famiglia che costituiva una caratteristica consolidata del suo stile. I saluti, le raccomandazioni spirituali, le indicazioni pratiche, i rimproveri, tutto ciò di cui sono intessute e vibrano le sue lettere, erano veicolo del suo animo di padre, grato a tutta quella generosa prole spirituale che gli si era affidata, nel desiderio di consumarsi nell’amore e nel lavoro, donne e uomini di coraggio e fedeltà su cui poteva costruire e mantenere tante opere in favore dei poveri. n

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FAMIGLIA GUANELLIANA • Storia Spiritualità Carisma Seguendo la beata Chiara Bosatta

Il pianto di Chiara AA.VV.

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ffrontiamo questo tema che non ci è indifferente, guardando a due paragrafi de La storia di Chiara (Piero Pellegrini - Maria Luisa Oliva, ENF, 1991, pp. 208-310; 314-316), quando gli autori accennano alle lacrime di suor Chiara Bosatta. Citano il soprannome che le veniva dato: piangina. Eppure alcune testimonianze la ricordano «sorridente» e «canterina». Forse bisogna capire bene quelle lacrime, sgorgate certamente dalla sorgente del grande amore che suor Chiara nutriva per il Signore e per le cose del Cielo. Potranno sollevare un po’ il velo su questo misterioso pianto le riflessioni del beato don Giustino Russolillo sulle lacrime, cui facciamo spazio dopo le pagine de La storia di Chiara sull’argomento.

un bel volto come di madonnina di colorito bruno con tinture rosse alle guancie e con un velo di vermiglio trasparente che lo abbellisce. [...]. Sorrideva sempre, ma di nascosto piangeva assai di cuore: che pianto era il suo? Piangeva per timidità di natura, piangeva più nobilmente per sensibilità dì spirito: ella voleva grandi cose, e scorgeva di non potere... amava il Signore e dolevasi di quei nei che chiamava sue colpe e intanto sovente e di nascosto piangeva. Ma in fondo al cuore sentiva ripetersi: beati qui lugent, quoniam ipsi consolabuntur». (...) «Dina da piccola piangeva sì tanto che la chiamavamo la piangi-

hghghg v Da La storia di Chiara

«Sorride sempre, gli occhi inondati di lacrime» Osserva don Guanella: «Dina attendeva ai suoi doveri: è timida di carattere e nel medesimo tempo ardita nelle cose dell’anima, sorride sempre, ha gli occhi spesso rossi e inondati di lacrime. Giovinetta, di statura più piccola che grande, sottile sottile, ha il volto come trasparente;

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na, ma anche da grande di lacrime furtive ne spargeva». Ma altre affermazioni sembrano contrastanti; «aveva un gran bel carattere allegro», dicevano le compagne a suor Papis. Suor Lina Manzi riporta i ricordi del nonno su suor Chiara: «All’epoca in cui suor Chiara era all’ospizio di Camlago, la sera o alla festa le suore insegnavano a leggere ed a scrivere agli adulti, anche ai giovani o papà di famiglia. Incaricata di ciò era suor Chiara che aveva maniere molto gentili ed attraenti e ce la metteva tutta a insegnare. Dopo la lezione si intrattenevano a pregare e cantare e suor Chiara era molto allegra e molto canterina e creava un bel clima di gioia e di serenità per cui, nonostante la stanchezza per la giornata di lavoro, tutti partecipavano a quelle istruzioni con molta soddisfazione». Gervasia Crosta qualche volta la incontrava piuttosto malinconica sulla strada verso Dongo, ma per carattere era contenta e sorridente d’un sorriso quasi di paradiso. Vi possono essere un carattere e una personalità facili o difficili; ma è su questo fondamento che lavora la grazia; così la grazia ha portato la giovane suora alla santità. h  h  h

Suor Chiara in un dipinto della consorella suor Andrea Curran, fsmp USA.

Più volte si presentò al confessore chiedendo se il suo pianto fosse peccato e difetto peccami-


La compassione di suor Chiara verso i piccoli. Tavola di Alberto Bogani.

noso ed egli non sapeva che dirle di meglio, dopo aver scandagliato l’animo suo, che l’evangelica espressione: «Beati quelli che piangono». Beati quelli che piangono, ripete più volte don Guanella a Chiara, senza saper aggiungere altro. Don Guanella conosceva pure il valore del pianto e nei suoi scritti ne parla, dandogli più spesso il significato di compunzione per i peccati o di gioia e consolazione recati dall’incontro con Dio. Nel caso di Chiara egli ritiene che non ha mai commesso colpa grave ed è pure attenta a evitare le colpe veniali deliberate, perché dunque tante lacrime, che non sono certamente lacrime di consolazione e gioia? Ripetendo tuttavia la beatitudine evangelica vuole affermare che in quelle lacrime egli intuisce una motivazione religiosa. In Chiara, il pianto cessa di essere uno sfogo di oscuri bisogni psicologici o di avvenimenti e circostanze patetiche. Diviene segno di sofferenza interiore per motivi profondi e religiosi: pianto di compunzione e dolore, pianto di compassione verso le sofferenze di Cristo crocifisso. Chiara ha saputo agganciare la sua debolezza a motivazioni profonde, indossando la veste del peccato e accettando per sé la partecipazione alla passione di Cristo, così la sofferenza interiore trovava sfogo nel pianto. «Una volta – ricorda Marcellina – l’ho rinvenuta che, contratta quasi in volto, piangeva dicendo: io ho crocifisso il Signore». Lo conferma l’amica Giovanna Granzella: «Tra le sue pene interne, di mezzo ai suoi sospiri, si sentiva esclamare: oh quanto il Signore ha patito per me ed io non son buona di sopportare! Parimenti la si udiva dichiarare d’essere stata lei la causa pei suoi peccati della passione, che meritava che la terra le scappasse sotto i piedi. Anche ad Ardenno, di notte, l’ho sentita piangere e ripetere tra i sospiri simili dichiarazioni. A Pianello la vedevo anche piangere nel fare la Via Crucis, con le braccia incrociate ed il crocifisso nelle mani». D’altra parte c’era quel suo normale sorriso avvincente e incoraggiante, che dava grazia e bellezza al suo volto e rendeva desiderata la sua presenza.

hghghg Suor Chiara in preghiera dinanzi al Crocifisso. Tavola di Mario Bogani. «Certe realtà della vita si vedono solo con gli occhi lavati dalle lacrime» (Papa Francesco). La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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v Dagli scritti del beato don Giustino Russolillo

Le lacrime: gemito dello Spirito Santo! In chi ama, c’è lo Spirito Santo; c’è lo Spirito di Dio oramai in quest’anima che piange, che bacia. L’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato donato. La carità di Dio si effonde, nell’anima, per la presenza e l’azione dello Spirito Santo in noi. E questo Spirito geme ineffabilmente in fondo all’anima, ed ecco il pianto perenne, espressione esterna di questo gemito di questa Colomba interiore... E questo Spirito Santo continuamente abbraccia il Padre e il Figliuolo da cui procede, di cui è l’Amore; ed ecco il bacio... E allora ci rivolgiamo allo Spirito Santo, perché non si tratta solo di piangere con gli occhi, né solo di accostar le labbra ad una bella immagine di Gesù Crocifisso, ma si tratta di aver dentro questo Spirito Santo che farà di noi veramente un fiume di carità, che oggi si manifesta in questo profluvio di lacrime, domani in uno sfolgorio di luce nell’eternità beata... Non abbiamo spesso lo spettacolo di uno che piange per il Signore e non vuole essere consolato... (in Fatti santo!, p. 124, Ediz. Vocazioniste, 1982).

Il cataclisma più bello! Il pianto indica sempre una capacità sentimentale dell’anima che è stata forzata fino agli ultimi confini ed è stata in certo modo squarciata. Quando la causa di questo pianto è il sentimento della carità di nostro Signore a tale intensità da non potersi più contenere nell’anima..., allora avete il pianto proveniente dalla carità di nostro Signore, questa sorgente di acque soprannaturali che si apre nel cuore dell’uomo, che zampilla a vita eterna, che eccita il pianto di Gesù, che non

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può essere terso se non nel Paradiso: «E il Signore Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi». Con la Sua presenza, con i Suoi sguardi, con le Sue Mani il Signore Iddio personalmente asciugherà il loro pianto... All’apparire di Gesù nel giudizio universale tutti piangeranno, reprobi ed eletti, piangeranno davanti a questo bene infinito che è Dio; quando si apre, si disigilla davanti all’anima questo bene infinito di Dio, allora ecco l’inondazione, il cataclisma nel senso più bello... C’è chi piange per l’amore di Gesù? colui davanti al quale è cominciato ad aprirsi il cielo, e crede fino alla visione, e questa visione non può riceverla, non può sostenerla senza squarciarsi, pianto... E queste lacrime sono in realtà il più bello spettacolo agli occhi di Gesù, e la più soave armonia al Cuore di Gesù... È lo spettacolo più bello che si possa immaginare, non per le lacrime in se stesse, ma per questa forza d’amore, per questo impeto d’amore. L’amore va trovando di amare con impeto, con veemenza, e soltanto il Signore può essere amato così, perché solo il Signore raggiunto, posseduto, offre ancora altro da raggiungere e possedere... Il nostro pianto nel cielo sarà come il pianto degli angeli, uno sfavillio di luce che si sprigiona da questa veemenza d’amore, da

questo squarciarsi dei confini dello spirito... (in Fatti santo!, pp. 124-125, Ediz. Vocazioniste, 1982).

Le lacrime d’amore «Gesù ci rivela l’amore interno di Maria Maddalena. Egli dice: “Ha molto amato”. E con quali argomenti lo dimostra? Dalle sue lacrime, dai suoi baci, dai suoi aromi. E questo è l’amore? L’amore della Maddalena è così manifestato, con queste prove esterne; queste dicono quello che c’è dentro, e quello che c’è dentro vale... Osservate bene questa donna che sta ai piedi di Gesù, e non solo in questa occasione. Non parla: piange, bacia e profuma, così essa esprime, così effonde l’amore suo ai piedi di Gesù. E Nostro Signore ne ha viste tante di lacrime!... Egli mette in rilievo soltanto le lacrime della Maddalena: ci deve essere un qualche mistero in questo pianto dell’anima... Soltanto le lacrime d’amore possono essere state vedute, comprese da Gesù. Un amore così intenso, così straripante da squarciare, per così dire, le capacità attuali dell’anima... È la presenza del Divino Spirito nel cuore!... Andremo anche noi cercando sempre lo Spirito Santo, perché sia anche in noi lo Spirito del nostro amore». «Le lacrime che sgorgano davanti alla contemplazione della bellezza di Dio, per motivo di gratitudine che non si può contenere; o davanti alla visione della vita di Dio, per motivo di simpatia che non si può contenere, e dite lo stesso di qualunque altra divina perfezione, di qualunque altro lato della Divina Unione, della Divina Relazione a cui l’anima è chiamata e in cui è confermata, queste lacrime non si possono contenere e resteranno per tutta l’eternità» (Al convito del Fariseo, in Spiritus Domini, maggio 1940). n


FINESTRE SUL MONDO

Il vento ce lo disse... Francesco Sapio

F

inalmente il desiderato articolo sui venti! Un dono dell’autore, da lungi collaboratore della rivista, dott. Francesco Sapio. Egli parla con esperienza, perché da giovane ha solcato i mari e gli oceani; ma è anche professionalmente preparato per il suo dottorato in scienze economico-marittime. Gradisca il nostro grazie e un augurio di bene: «la strada ti venga sempre dinanzi, e il vento soffi alle tue spalle e la rugiada bagni l’erba su cui poggi i passi. E il soffio brilli sul tuo volto. E il cielo ti copra di benedizioni» (da un’antica benedizione galeica). A volte violenti, rabbiosi, disastrosi; spesso lievi, carezzevoli, ristoratori. Alcuni improvvisi, turbolenti, capricciosi, anarchici; altri puntuali, costanti, prevedibili, regolari.

Il Garigliano soffia sul golfo di Gaeta.

Tempestosamente gelidi o impetuosamente roventi. Sono i venti, che la mitologia greca aveva sottoposto al dio Eolo, figlio di Elleno e Orseide, e che i poeti hanno sempre cantato: – «La bufera infernal che mai

non resta...» (DANTE ALIGHIERI, canto V dell’Inferno, episodio di Paolo e Francesca); – «Scossa dal vento molle della selva de’ tigli frondosi...» (GABRIELE D’ANNUNZIO, nel preludio di Primo Vate);

Precisa il professor Sapio – per chi si sente inesperto in campo – che «una differenza “visibile” da una foto non esiste in quanto i venti sono caratterizzati dalla direzione e dalla temperatura. “... sotto il maestrale urla e biancheggia il mar...” (di carducciana memoria) si può applicare a ogni vento che spazza il mare, perché tutti sollevano le onde e pressoché ogni onda ha la sua cresta che “biancheggia”». Il Maestrale è un vento di un quadrante superiore (spira da nord/ovest) ed è caratterizzato da aria fresca, se non fredda: è dall’intensità notevole e costante. Il Libeccio proviene dall’Oceano Atlantico e, pur spirando da un quadrante inferiore (sud/ovest), è un vento fresco: ha raffiche rabbiose. Lo Scirocco spira dall’altro quadrante inferiore (sud/est) e non può essere che un vento caldo che arriva a noi carico di umidità. È caldo e appiccicaticcio. La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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– «Il vento nell’isola è un cavallo...» (PABLO NERUDA, nel suo Il vento nell’isola); – «Le fatiche del vento», di LUIGI PIRANDELLO; – «La mia canzone al vento», celebre motivo cantato da OSCAR CARBONI nel 1939; – «Io sono il vento», canzone per voce tenorile portata al successo da ARTURO TESTA nel 1959; – «Fischia il vento», noto canto partigiano che riprendeva la più nota «Katiuscia» dell’esercito sovietico; – «Blowing in the wind», grande successo cantato da BOB DYLAN; – «The long and winding roads», dei celeberrimi THE BEATLES; – «Vento nel vento», del rimpianto LUCIO BATTISTI; – «Candle in the wind», dell’indimenticabile ELTON JOHN. Sono gli stessi venti che hanno affrancato l’umanità dai remi e permesso di solcare gli oceani; che consentono alle nubi di evitare o causare la desertificazione, di sviluppare il lussureggiante rigoglio delle foreste pluviali, di alimentare i fiumi, irrigare i campi e dissetare ogni essere vivente. I venti sono generati dallo spostamento di grandi masse d’aria tra due punti che hanno pressioni diverse dovute a differenti altitudini, diversità di calore, disuguale umidità. I loro percorsi dipendono molto dall’orografia dei luoghi e va da sé che sul mare, in assenza di ostacoli, risultano più regolari e costanti. Per quanto possa meravigliare e per avere un’idea (un po’ semplicistica) di quanto siano influenzabili le direzioni dei venti, basti pensare che le grandi masse d’aria in movimento vengono deviate dalla rotazione terrestre, che neanche percepiamo, verso destra nell’emisfero settentrionale e verso sinistra in quello opposto (legge di Cariolis). A studiare i venti è stata la gente di mare per la necessità di imparare a domarne la furia e a utilizzarne la forza; le civiltà rivierasche del vecchio continente, dai

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greci alle nostre repubbliche marinare, hanno anche elaborato una rappresentazione grafica di quelli principali che spirano nel bacino del Mediterraneo e, più precisamente, sull’isola di Zante di foscoliana memoria. L’isola, cioè, è stata posta immaginariamente al centro della rappresentazione alla quale è stato dato il nome di Rosa dei Venti. Trattasi di un grafico polare o, più semplicemente, di una rappresentazione dell’orizzonte a 360° suddivisa in quattro quadranti di 90°, che coincidono con i quattro punti cardinali principali (NORD, EST, SUD, OVEST). A loro volta questi quadranti sono suddivisi nei loro punti intermedi (NORD-EST, SUD-EST, SUD-OVEST, NORD-OVEST) a formare angoli di 45°, ottenendo, così, le otto direzioni dalle quali spirano i venti principali. Pertanto, sempre avendo Zante come centro di riferimento e procedendo in senso orario, troviamo: – Tramontana, vento del NORD, proveniente da «ultramontes», cioè dalla catena montuosa dell’Albania; – Grecale, vento di NOR-EST, perché proveniente dalla Grecia;

Gelo e bora a Trieste.

– Levante, vento che spira da EST, cioè da dove si «leva» il sole; – Scirocco, vento proveniente da SUD-EST, dalla parte cioè dove si trova la Siria («Siryons»); – Mezzogiorno, vento del SUD che, come noto, è chiamato anche mezzogiorno; – Libeccio, vento di SUDOVEST proveniente dalla Libia; – Ponente, vento che soffia da OVEST, che è il nome in gergo marinaro dell’omonimo punto cardinale; – Maestrale, vento di NORDOVEST dove era posizionata Roma e, quindi, la «via maestra» dei traffici nel Mediterraneo. Naturalmente, nel corso dei secoli e influenzati dal «campanilismo», sono state date anche altre spiegazioni per giustificare questi nomi, ma quelle su riportate appaiono le più convincenti.


Ritornando al grafico polare (Rosa dei venti), va precisato che si è avvertita l’esigenza di indicare con maggior precisione la direzione dello spirare dei venti e, a tale scopo, si è proceduto a convenzionali ripartizioni sempre più piccole dell’orizzonte fino a individuare 128 «quartine» di soli 2° 45 45 . Riepilogando la suddivisione dell’arco di orizzonte di 360° si sono ottenuti: – quattro quadranti da 90°, che porta ad una suddivisione nei 4 punti (NORD, EST, SUD, OVEST);

Ai fini di una esposizione più completa del fenomeno di cui stiamo parlando, trascurando le brezze e la miriade di venti locali, un discorso a parte meritano due grandi categorie di venti che hanno caratteristiche di costanza e periodicità: gli Alisei e i Monsoni. Gli Alisei, essendo venti costanti, hanno uguale direzione (da NORD-EST a SUD-OVEST nell’emisfero boreale e da SUD-EST a NORD-OVEST in quello australe) e spirano nella fascia equatoriale compresa fra i paralleli 30° Nord e 30° Sud, cioè nel-

India. Le piogge dei monsoni allagano Calcutta.

la zona influenzata dagli eventi prodotti dalle masse d’aria della zona equatoriale che, come noto, è compresa tra il tropico del Cancro (23° 27 NORD) e del Capricorno (23° 27 SUD). I due Tropici sono costituiti dai paralleli terrestri alle latitudini su indicate di 23° e 27 alle quali il 21 giugno di ogni anno (giorno del solstizio d’estate) il sole di mezzogiorno raggiunge la massima altezza (Zenit) e lascia cadere i suoi raggi perpendicolarmente lungo tutto il tropico del Cancro; analogamente, il giorno del solstizio d’inverno (22 dicembre) il sole raggiunge lo zenit lungo tutti i punti del tropico del Capricorno. Per il lettore più curioso aggiungiamo che tutto ciò è dovuto al-

– ogni quadrante è stato poi diviso in due venti di 45° (NE, SE, SO, NO) arrivando così a 8 punti; – ogni vento si divide in due mezzi venti da 22°30 (NNE, ENE, ESE, SSE, SSO, OSO, ONO, NNO) arrivando così a 16 punti; – ogni mezzo vento è stato ancora diviso in due quarte (o rombi) da 11°15 , arrivando così a 32 punti; – ogni quarta è stata ancora divisa in due mezze quarte da 5°37 30 , arrivando così a 64 punti; – ogni mezza quarta è stata divisa ancora in due quartine da 2°48 45 , arrivando così a 128 punti.

l’inclinazione dell’asse terrestre, che è proprio di 23° e 27 , e che espone ai raggi a perpendicolo del sole i due tropici proprio nei giorni dei solstizi. Abbiamo detto che i venti si caratterizzano anche dalle zone che attraversano, pertanto si intuisce che gli Alisei che soffiano dal mare trasportano aria umida e pioggia; al contrario, quelli che spirano da terra, cioè da zone particolarmente aride o calde, sono contraddistinti dall’aria secca. Anche i Monsoni meritano attenzione perché, in una fascia di 5° di latitudine dall’equatore, influenzano fortemente tutta l’area dell’Oceano Indiano e la parte meridionale dell’Oceano Pacifico, nonché (pur se con portata e intensità inferiori) altre vaste zone dell’Australia, del Venezuela, del Golfo del Messico e del nord della Russia. Anche questi venti sono generati da spostamenti di enormi masse d’aria che d’estate si muovono dall’oceano (con superficie più fredda) verso la terra ferma che è più calda, spirando, quindi, da SUD-OVEST. D’inverno compiono il percorso inverso spirando da NORD-EST perché il suolo si raffredda più rapidamente del mare. Chiaramente, il Monsone estivo è carico di umidità e determina la stagione delle piogge mentre quello invernale caratterizza la stagione secca. Va comunque precisato che, con il passare degli anni, gli studiosi tendono sempre più a considerare i Monsoni come parte degli stessi Alisei; inoltre, come abbiamo detto, che la Rosa dei venti è nata nel Mediterraneo, ma ciò non significa che altrove non abbia alcun significato perché almeno i venti principali conservano i loro nomi. Un’altra caratteristica da evidenziare, almeno per quei venti che più si conoscono, è quella di alcuni venti locali ai quali vengono dati nomi a seconda delle zone in cui spirano o dei paesi che attraversano e spesso succede che uno stesso vento assuma varie denominazioni lungo il suo perLa Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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India, Stato dell’Assam. Inondazioni procurate da piogge monsoniche.

corso; è il caso dello Scirocco, che in Libia chiamano Ghibli, sulla Costa azzurra Marin, mentre nella ex Jugoslavia lo chiamano Jugo. In Italia i più noti sono: la Bora, che investe il golfo di Trieste con grande impeto ma che «...ha una scontrosa grazia...» (UMBERTO SABA); Pellè e Ora che fanno del lago di Garda un paradiso godibile per l’intera giornata dagli amanti della vela e del windsurf in quanto il primo soffia da nord dalle prime ore del giorno fino alle 12 circa, mentre il secondo soffia da sud appena dopo le 12 e fino a sera; il Garigliano che, spirando gagliardo dalla foce dell’omonimo fiume, prende «a traverso» il golfo di Gaeta e, per tre o cinque giorni, trasforma i vicoli del vecchio borgo in ugelli che recano disagi agli adulti ma dilettano i bambini perché si divertono a misurare le proprie forze contro quella del vento che s’infila nei budelli. Un solo accenno ad alcuni dei grandi venti che interessano grandi stati non europei: – il Buran, che è un vento di E-NE, flagella la Siberia e le immense steppe della Russia; – i Quaranta ruggenti, sono forti venti che imperversano intorno

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ai 50° sud, sull’Atlantico e sul Pacifico, e che impegnavano non poco i grandi velieri che doppiavano Capo Horn diretti ad ovest; – il Ghibli, di cui sopra, i cui effetti si fanno sentire anche sull’Italia per le grandi masse di sabbia che trasporta attraversando il Sahara. Scomparsi i grandi velieri, in quanto a fruibilità, a beneficiare della forza dei venti sono rimasti soltanto i velisti diportisti per i quali i venti hanno senso in quanto imprimono velocità alla barca; a tale scopo hanno imparato a sfruttarli in ogni condizione adattando gli scafi, le alberature e le vele, tanto che l’esatta direzione da cui spirano non è più un fattore determinante ai fini della navigazione; pertanto badano piuttosto a definire l’effetto sulle vele denominando il vento quale «dominante», «fresco», «teso», «di traverso», «di terra», «di mare», «di bolina», «buon braccio», «in fil di ruota», «al giardinetto», «di gran lasco», «a mezza nave», ecc. Abbiamo detto che i venti sono dati da spostamenti di masse d’aria che si muovono in senso più o meno orizzontale rispetto al suolo e al mare, ma le masse d’aria si spostano anche vertical-

mente generando le correnti ascensionali che consentono ai volatili di farsi ammirare nei loro sinuosi volteggi ad ali spiegate, all’aliante e al parapendio di deliziare chi li naviga. Da tutto il contesto fin qui descritto, appare evidente che è la natura a farla da padrona e che all’uomo non resti che il ruolo d’utente, in ciò supportato dal proprio ingegno. E non sarebbe male se badasse anche ad ascoltare ciò che il vento sussurra: «... ben lo sappiamo, un pover uom tu se’. Ben lo sappiamo, e il vento ce lo disse...» (di carducciana memoria); forse, chissà, eviterebbe di inventarsi quei venti tanto disastrosi che soltanto lui sa concepire, quale quello atomico provocato dalla bomba a fusione termonucleare sganciata su Nagasaki nel 1945 e, magari, approderebbe su sponde diverse e arriverebbe a conoscere quel «vento dell’amore» al quale dovremmo affidarci e nel quale confidare ciecamente: quello che sospinge a cercare «l’altro», nella letizia e nel bisogno, che soffia in ogni direzione perché ogni direzione è quella giusta e che non permetterà ad alcuna bonaccia di fiaccare le nostre vele.

Pentecoste, di Marko Rupnik.

Gli ebrei lo chiamavano Ruah e gli Apostoli, insieme a Maria, l’avvertirono «...all’improvviso..., come di vento che si abbatté gagliardo e riempì tutta la casa dove si trovavano...». n


FINESTRE SUL MONDO

«Cosenza Cristiana» IL CAPOLAVORO DIGITALE

Vincenzo Capocasale

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iamo lieti di accogliere nella nostra rivista l’articolo del dott. Vincenzo Capocasale, Consulente e curatore dei rapporti con il Clero per il progetto di «Cosenza Cristiana». Egli e la sua famiglia sono molto vicini alla nostra Casa di Cosenza nella sua missione, ora con l’adesione al progetto «Cosenza Cristiana» hanno contribuito a far risplendere le sue ricchezze artistiche.

Nella consapevolezza che l’Italia è tutta un grande capolavoro e che altrettanto grande è il suo storico cuore cristiano, il 6 novembre 2017 la «Fondazione Paolo di Tarso» – avvalendosi del contributo degli Amici del Movimento Cattolico «NOI - Rete

Casa Divina Provvidenza (al centro della foto, in alto), in questa panoramica del colle Pancrazio di Cosenza. Nel riquadro la facciata della nostra chiesa.

Umana» – ha presentato «Cosenza Cristiana», un grandioso progetto finalizzato alla riappropriazione responsabile del grande patrimonio culturale della Città Storica di Cosenza afferente la Bellezza del Sacro. L’evento, tenutosi nel «Salone degli Stemmi» del Palazzo Arcivescovile, alla presenza di Sua Eccellenza Reverendissima Mons. Francesco Nolè, Arcivescovo Metropolita della Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano, è stato introdotto dall’intervento del dott. Fabio Gallo, responsabile «Area Progetti e Rapporti Istituzionali» della Fondazione, che porta il nome dell’Apostolo delle Genti e annovera tra i Soci Fondatori la Basilica papale. Il dott. Gallo, ideatore del proget-

to, ha esordito affermando che «Cosenza Cristiana» «rappresenta un grandioso progetto di bonifica dall’oblio cui è sottoposta, purtroppo, la memoria collettiva; un progetto che, per il suo carico di Bellezza, testimonia la qualità di un’opera unica, permanente e innovativa di incivilimento e rigenerazione territoriale della Città di Cosenza». Grazie alla felice intuizione del dott. Fabio Gallo, «Cosenza Cristiana» – attraverso una finestra innovativa che si affaccia nel mondo della rete in virtù dell’imponente opera di digitalizzazione – peraltro mai operata in una Città Storica – offre la conoscenza del grande patrimonio culturale della Città di Cosenza, svolgendo altresì una azione di preLa Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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Pala dell’altare (Gaetano Bellizzi, 1841) della chiesa della nostra Casa di Cosenza.

venzione e di tutela per le centinaia di opere d’arte a rischio custodite nelle chiese maggiori della Città Storica di Cosenza, iniziando dalla Basilica Cattedrale di Santa Maria Assunta e proseguendo con il Monastero di San Francesco d’Assisi, la chiesa Convento di San Francesco di Paola, la chiesa Monastero delle Cap-

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puccinelle (oggi delle Suore Figlie di S. Maria della Provvidenza), la chiesa Convento di Santa Maria della Sanità, la chiesa di San Gaetano, la chiesa di San Giovanni Battista, la chiesa di Sant’Agostino, la chiesa di Santa Lucia, la chiesa Convento delle Vergini. E tanto perché l’avere rispetto

del grande patrimonio posseduto dall’Arcidiocesi di Cosenza contribuisce a ricercare le basi «di una nuova e fertile economia in grado di porre al centro di tutti gli interessi l’Essere Umano». Gli studiosi presenti hanno subito ben compreso che «Cosenza Cristiana» è un progetto mirante allo sviluppo del territorio perché è «in grado di mostrare la realtà, il potenziale e lo stato dell’arte, oltreché una innovativa opportunità di conoscenza». «Cosenza Cristiana» diventa pertanto un «progetto pilota» di incivilimento, di rigenerazione del territorio e di «riappropriazione responsabile del grande patrimonio culturale cristiano». Perché, come ha sottolineato il nostro Padre Arcivescovo, «è la Fede che rappresenta il collante che regge l’anima del mondo», che invece la politica sta disperdendo «perché incapace di porre l’Essere Umano al centro delle sue Azioni». «Cosenza Cristiana» rappresenta pure una sorta di «visione del Bello e del Buono», come è stato sottolineato nell’intervento della dott.ssa Teodolinda Capocasale, la quale ha affermato che «la Bellezza somiglia molto al Bene» e che «nella Bellezza appare contenuto il segreto della Bontà». Grazie a «Cosenza Cristiana», ha proseguito, «oggi, innanzi alla Bellezza, siamo tutti senza parola perché abbiamo percepito nel nostro cuore che produrre e rispettare la Bellezza significa suscitare sentimenti di Bontà... (essendo) la Bellezza la forma più alta di Cultura... (la quale è) autentica quando è Bellezza». Ha concluso ricordando che «... la Bellezza e la domanda di Bellezza che oggi desideriamo riconquistare, aiutati da questo capolavoro realizzato dalla Fondazione Paolo di Tarso, è per tutti noi la spinta più propulsiva per senso, gusto e sapore umano e cristiano alla riconquista di pace e della nostra dignità e della nostra personalità».


Altri oratori hanno associato a questo concetto altri ancora, quale, ad esempio, quello che «Cosenza Cristiana celebra, attraverso la Rete, l’assordante silenzio della Bellezza di Dio, proiettandovi la Storia, la Cultura e il Prestigio della nobile Città di Cosenza». Questa riscrittura della nostra Storia – è stato ancora sottolineato – «è dovuta prima di tutto a noi stessi... poi ai nostri figli... poi ai figli dei nostri figli... affinché la nostra Città non venga trasformata in una sorta di quartieri alienati e senza Cristo» e nasce da tanto la consapevolezza della necessità di doversi riappropriare responsabilmente delle nostre Radici Cristiane e dei grandi valori che da esse scaturiscono. Per attuare il grandioso progetto di «Cosenza Cristiana» sono stati impiegati 118 giorni di lavoro e 1.620 ore di produzione e postproduzione, realizzando ben 5.865 scatti fotografici per la

prevenzione e 850 opere fotografiche per la visualizzazione del Patrimonio Culturale in Rete; inoltre 150 visite virtuali visualizzabili in alta definizione con la tecnologia VR e 10 video da riprese aeree da drone. Nel progetto vengono inoltre mostrati i cammini dell’Arte Cristiana nella Città Storica geo referenziati; il tutto fruibile da PC, Tablet e Smartphone. L’opera, così ben realizzata grazie alla Fondazione Paolo di Tarso, ha interessato il Ministro Franceschini – titolare dei Beni Culturali che è appositamente venuto a Cosenza per conoscere da vicino l’opera di digitalizzazione e la Città che veniva presentata – facendogli decidere di inserire la Città Storica di Cosenza nel piano di finanziamenti promossi dal Governo con fondi europei, destinati ai Centri Storici. Dopo la visita del Ministro Franceschini, il 13 dicembre «Cosenza Cristiana» è stata presentata a Roma al Vicario di Sua Santi-

tà S.E.R. Mons. Angelo De Donatis, nella Basilica di San Marco Evangelista al Campidoglio. Qui del progetto «Cosenza Cristiana» si è parlato come del progetto che ha cambiato il modo di vedere Arte e Fede nel mondo connesso alla rete digitale e il successo è stato tale da avere dato l’inizio ai lavori di «Roma Cristiana». In questo modo – e grazie a «Cosenza Cristiana» nonché all’impegno generoso dei cattolici impegnati – è stato possibile realizzare un primo progetto olistico di sviluppo del territorio, dimostrando che, senza dover gravare sui fondi pubblici, si possono realizzare grandi cose, lavorando per la Fede Cristiana, per il Bene comune, producendo alta Formazione, nuove Economie e innovative Possibilità di Lavoro. Vedi: www.cosenzacristiana.it

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Interno della nostra chiesa: volta a cassettoni.

Particolare del Crocifisso venerato nella chiesa della nostra Casa di Cosenza. La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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Don Bosco visita le chiese di Roma Sergio Todeschini

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on don Bosco entriamo nelle chiese romane dedicate alla Madonna da lui e don Rua visitate nel febbraio del 1858. Oggi entriamo in Santa Maria sopra Minerva. Un cammino tra fede, arte e storia.

Santa Maria sopra Minerva Fu grande lo stupore di don Bosco quando per la prima volta si portò a Roma. La città del Papa gli apparve immensa e le sue chiese preziose testimonianze di fede, cultura e arte. Il santo educatore non mancò di soffermarsi con profonda devozione all’interno di quelle numerose dedicate alla Vergine Maria. Le Memorie Biografiche sul santo segnalano con minuziosità la visita fatte a queste col chierico Michele Rua a Roma nel febbraio 1858. Quando i due vi giunsero era il 21 febbraio 1858. Don Bosco trovò alloggio presso l’amico conte Rodolfo De Maistre, e il suo accompagnatore presso i Rosminiani. Il conte non possedeva una cappella personale nei locali dove abitava, ma in un’ala del palazzo trovava alloggio

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una piccola schiera di suore e un luogo per le celebrazioni, che più volte venne usato da don Bosco. Il 23 febbraio don Bosco visitò la chiesa di Santa Maria sopra Minerva: venne accolto nel convento dal cardinal Grande, di origine piemontese, il quale conversò col nostro usando il comune dialetto non mancando di chiedere informazioni sugli oratori. Don Bosco vi ritornò ancora il 9 marzo. il convento, che visitò don Bosco, comprendente due chiostri risalenti uno al 1400 e l’altro al 1500, è adesso sede di diverse istituzioni statali. La chiesa risalente al secolo VII si trova collocata al posto dove sorgeva il tempio dedicato a Minerva. Nel 1300 vi misero mano alla costruzione di una grande chiesa gotica e nel 1400, in pieno rinascimento, venne collocata la semplice facciata: un grande fastigio scavato da tre aperture circolari, che sovrastano i tre portali; quello centrale con timpano e i due laterali con lunette. La piazza che si apre dinanzi è arricchita dalla simpatica opera ideata dal Bernini, rappresentante un elefantino su piedistallo che sorregge un piccolo obelisco egiziano. L’inter-

no assai ampio è a tre navate suddivise da imponenti piloni con volte a crociera, secondo lo schema tradizionale del gotico. Lungo le navate laterali si aprono splendide e maestose cappelle baroccheggianti e due grandi organi dello stesso periodo si aprono sui transetti. Tra le cappelle vi è la famosissima Cappella Carafa, arricchita dagli affreschi di Filippo Lippi. Sotto l’altare maggiore è collocato il sarcofago contenente i resti di santa Caterina da Siena. La chiesa è un vero museo rivisitato stilisticamente e pittoricamente secondo i gusti dei secoli che si sono succeduti, ed è anche una necropoli. Qui riposano nelle loro tombe, alcune di impianto architettonico fantasioso e di alto spessore artistico, diversi uomini illustri e Papi. È facile immaginare don Bosco e Rua, accompagnati dal cardinal Grande, percorrere quelle navate e ammirare con stupore e curiosità quel museo aperto alla fede, alla memoria e all’arte. n Trittico fotografico di S. Maria sopra Minerva. Al centro, urna di santa Caterina da Siena.


FINESTRE SUL MONDO

La preziosità dell’antico olivo Suor Maria Teresa Nocella

Gli olivi del Getsemani

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re anni è durata la ricerca fatta dal prof. Antonio Cimato, dell’Istituto Ivalsa del Consiglio Nazionale delle ricerche di Firenze, sugli otto olivi del Getsemani. La ricerca ha dato questi risultati: gli otto olivi risalgono al XII secolo (quindi non all’epoca di Gesù), ma sono «fratelli», cioè hanno lo stesso DNA. «Queste piante godono di una salute eccellente, hanno un’età ragguardevole e un codice genetico che ci ha sorpreso... Esse hanno tutte lo stesso DNA e questo significa che non hanno un’origine selvatica ma sono state piantate da talee uguali, cioè provenienti tutte dalla stessa pianta. Si potrebbe ragionevolmente ipotizzare quindi che nel XII secolo siano stati piantati alberi per ringiovanire quelli già presenti all’epoca di Gesù, custoditi con attenzione e rispetto per secoli e secoli». In altre parole, a giudizio degli specialisti, potrebbero risalire ai tempi di Gesù Cristo almeno come polloni di ceppi preesistenti. Per qualcuno che si sentisse deluso c’è la risposta del custode di Terra Santa negli anni della ricerca, padre Pizzaballa, che è rassicurante: «Non sono gli olivi a rendere sacro il Getsemani: sono la grotta e la roccia su cui Gesù pregò prima della passione: Quindi non ci sono dubbi che questo sia un luogo santo: gli ulivi del XII secolo testimoniano due millenni di devozione e preghiera da parte dell’uomo». Un’altra bella notizia – sempre data dagli esperti – circa gli otto millenari ulivi del Getse-

Gerusalemme. Uno degli otto secolari ulivi del Getsemani.

mani è che essi hanno uno stato di salute eccellente, non ci sono tracce di virus o batteri nelle radici, né sulle fronde, né sui tronchi. Insomma, hanno mille anni e non li dimostrano. Auguri di lunga vita!

L’ulivo per gli ebrei e i cristiani La pianta dell’ulivo è diventata per gli Ebrei segno di pace, di riconciliazione, di nuova alleanza fra Dio e gli uomini dalla fine del diluvio. Noè, dopo un certo tempo, come raccontano i capitoli 7-9 del Libro della Genesi, fece uscire una colomba dall’arca per capire se le acque si fossero ritirate e questa tornò portando nel becco «una tenera foglia d’ulivo» (8,11). Per noi cristiani il podere del Getsemani è un giardino prezioso: non solo custodisce questi otto

ulivi di cui abbiamo parlato, ma accanto ad esso sorge una chiesa che conserva al suo interno, ai piedi dell’altare, una grande roccia, quella sulla quale Gesù si mise a pregare da solo, lasciando i suoi tre discepoli – Pietro, Giacomo e Giovanni – nell’orto del Getsemani, discosti da lui quanto un tiro di sasso (Vangelo di Luca 22,41). Egli soffriva al pensiero della passione che doveva affrontare per la nostra salvezza e pregava il Padre di allontanare quel calice, ma nello stesso tempo invocava che si facesse la volontà del Padre e non la sua in quel momento di debolezza estrema di fronte alla sofferenza e alla morte. Questa memoria la facciamo nel Venerdì Santo, ma usiamo anche l’ulivo nella Domenica delle Palme quando facciamo memoria dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme e nel Giovedì Santo, quando i Vescovi nelle loro Diocesi consacrano l’olio di oliva per gli Oli santi che serviranno nelle unzioni per i sacramenti del Battesimo, della Cresima, dell’Ordine sacro, dell’Unzione degli infermi.

Un canto per l’olivo e per l’olio Già nella mitologia greca l’olivo era considerato il dono più utile, mentre per gli antichi Romani l’olivo aveva un posto d’onore nella cucina, in ricette che si avvicinavano molto a quelle dell’attuale «dieta mediterranea». L’ulivo è la pianta più tipica dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, il Mare nostrum (Medio Oriente, Nord Africa, sud Europa), anche se oggi viene coltivato La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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in tutto il mondo. Le olive vengono utilizzate per l’alimentazione e per la produzione dell’olio, il legno è ottimo per realizzare mobili, utensili e oggetti ornamentali, è un buon combustibile ed ha un’ottima essenza. Una persona che pare abbia fatto l’elogio più bello dell’olivo è stato fra Ginepro da Pompeiano, un cappuccino, al secolo Antonio Conio, nato in provincia di Imperia nel 1903 e deceduto nel 1962. Ad onor del vero questo elogio l’ho trovato su di un numero della bellissima rivista liturgica – fondata dal beato Giacomo Alberione – La vita in Cristo e nella Chiesa, giugno-luglio 2016, nell’articolo Riti di religiosità popolare nella Liguria ponentina, a firma di Rosangela Bruzzone. È da gustare perché è un brano illuminato dall’amore per questa pianta dal frutto prezioso più dell’oro. (L’autrice – che ringraziamo – precisa che il testo cui ci riferiamo, è un volume ormai fuori catalogo, edito a Torino dalla SEI nel 1932). Leggiamo: «Io amo il pio, generoso e antico ulivo la cui mite malinconia è tutta pace e quiete, tutta chiarità di cielo e di anima. Amo i suoi rami protesi al cielo quasi braccia e aneliti evocanti, i suoi tronchi forati contorti pazienti i quali hanno qualcosa d’infinitamente profondo e d’intimamente religioso, come se conservassero la sacra eco della preghiera e del pianto di Gesù nell’orto. Qui dove il frantoio del Getsemani stillava l’olio dorato di Palestina, sotto il tor-

Domenica delle Palme.

chio del più straziante fra i dolori, gemette il Figlio di Dio, fino a trasudare le prime gocce sanguigne della Redenzione. Amo l’ombra serena e soave dell’oliveto che si stende tra fusto e fusto e avvolge gli angoli più casti e fragranti della campagna, con le umili casette di pietra fiorite di timo, con i solchi di ortaggi e il pergolato. C’è tutto attorno una laboriosità tranquilla, una pace operosa, una vita patriarcale di cui l’olivo è il domestico lare, il simbolo antico sempre risorgente. L’albero sacro infatti dà la tenue luce che rischiara le stanze e i vicoli dei nostri borghi montani dove non è ancora giunta l’elettricità; dà il condimento gustoso ai parchi cibi e l’alimento della fede alla lampada del sacerdozio; dà l’olio per i santi sacramenti, mediante i quali una goccia d’olio diventa una fiumana di grazia e di misericordia; imprime il supremo bacio di Dio, accompagna e veglia l’infermo sino alla morte del buon cristiano. Infine se la polpa spremuta dà l’olio per la lampada del Santissimo e per la nicchia della Madonna, il nocciolo non stritolato serve a formare i grani del Rosario. Ne

ho viste al mio paese parecchie di queste corone, compagne fedeli delle nostre nonne alle quali sono passate di generazione in generazione, come un testamento di pietà, come un incitamento alle opere di misericordia. Quante volte la bellissima delle preghiere fu mormorata, sgranando una siffatta corona, benedetta dal Pontefice * che ritornava trionfante dalla cattività napoleonica e al quale i nostri popolani andavano incontro come a Gesù, sventolando i rami d’ulivo! Quante volte tra un rosario e un altro balenò nella mente pura l’idea di un’opera buona: di quelle opere umili e santamente nascoste delle quali era intessuta tutta la vita dei nostri vecchi».

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La Pasqua comincia con i rami d’ulivo della Domenica delle Palme ed ha il suo culmine nella Domenica di Pasqua quando gli ulivi del giardino, già testimoni del sudore di sangue di Gesù, al tocco di un angelo, dal loro tronco annoso cominciarono a grondare il crisma nuovo della Risurrezione del Signore, che rende sacra tutta la terra. n Oli santi. * Pio VII, prigioniero dal 1809 al 1814, unico sovrano che – vecchio e solo – tenne testa al tiranno d’Europa, Napoleone.

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FINESTRE SUL MONDO

Montagna e disabilità ZERO CONFINI SULLE MONTAGNE: IL PROGETTO SENTIERI LH-T NEL LAZIO CAI / LAZIO

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l Club Alpino Italiano (CAI) è la più antica e vasta Associazione di alpinisti ed appassionati di montagna in Italia.

Art. I.1 (1) - Costituzione e finalità Il Club Alpino Italiano, fondato in Torino nell’anno 1863 per iniziativa di Quintino Sella, libera associazione nazionale, ha per scopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale. Nella sua emanazione Regionale, il club Alpino Italiano - Regione Lazio, come tutte le associazioni che hanno la montagna nel cuore, non può prescindere dai suoi aspetti culturali e spirituali: «cultura in montagna» e «cultura di montagna» sono componenti fondamentali affinché ogni socio CAI, ogni amante della montagna sia più consapevole dei valori e dell’identità dell’essere montanari senza però dimenticare 1’impegno sociale: infatti non si può essere montanari senza essere cittadini, non si può essere felici egoisticamente da soli. Da questa premessa nasce il progetto in ambito regionale di sentieri accessibili per diversamente abili con ridotta capacità motoria, con l’aiuto di ausili speciali e di accompagnatori opportunamente formati in ambito CAI. I sentieri sono distribuiti in tutte le province del Lazio, in luoghi opportunamente valutati secondo i requisiti espressi nel capitolato di progetto e che abbiamo

ritenuto esprimere una particolare valenza storico-naturalistica. 1. L’attività è essenzialmente l’escursionismo di montagna finalizzato a obiettivi didattici programmati, inteso nella dimensione del «camminare-insieme» e nel rispetto dell’ambiente geografico (naturale e umano). 2. Il metodo d’intervento si basa sul coinvolgimento della persona con disabilità in attività divertenti, stabilendo con lei/lui un rapporto costruttivo secondo le regole del «compartecipare facendo». 3. L’uniformità operativa delle sezioni CAI nell’ambito dell’Alpinismo Giovanile è presupposto indispensabile perché si possa realizzare il Progetto.

Per «Progetto dei sentieri LHLHT» si intende inoltre la progettazione dei percorsi in ambiente naturale in modo da favorire la loro percorribilità rispettando le esigenze fisiche e psicologiche dei fruitori, quindi identificabilità dei percorsi e facilità di accesso sia di arrivo che di partenza con opportuni posti sosta.

La montagna Una tradizione millenaria lega la montagna oltre alla quotidianità anche ad alcuni momenti del tutto particolari della vita dell’uomo. Per cercare di scoprirne le ragioni filosofiche, religiose, ecoLa Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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nomiche, umane occorrerebbe ripercorrere il vastissimo materiale letterario, filosofico, antropologico che è possibile reperire sull’argomento. Sarebbe così possibile conoscere la montagna come veicolo di indagine antropologica indirizzata alla comprensione delle dinamiche sociali, culturali e religiose dell’uomo e dalla quale farsi trasportare attenti alle sue raccomandazioni, ai suoi incanti, anche ai suoi pericoli, e da guardar sempre come emblema dello spazio «elevato», «educativo» e «sacro». Tale spazio di relazione uomo-natura e uomouomo, ha tre direttive fondamentali: l’ascesa, la cordata e il ritorno. L’ascesa come amore del conoscere, laboratorio naturale ove l’uomo vive esaltanti esperienze e contempla le mirabili visioni della natura. La cordata come allegoria di una comunità di uomini che lottano e vivono per un unico obiettivo, come scuola di servizio e solidarietà. Il ritorno come rinascita e come presentazione alla comunità di uomini nuovi arricchiti dall’esperienza comune.

La disabilità La definizione più aggiornata e autorevole di disabilità, che qui desideriamo porre all’attenzione, è quella contenuta nella Convenzione Internazionale per i diritti delle persone, approvata dalle Nazioni Unite nel 2006, ratificata dal Parlamento italiano nel mar-

Joëlette: ausilio speciale da montagna per adulti, prodotto in Francia.

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zo 2009 e dall’Unione Europea nel novembre 2011: «La disabilità è il risultato dell’interazione tra persone con le menomazioni e le barriere comportamentali ed ambientali, che impediscono la loro piena ed effettiva partecipazione alla società, su base di uguaglianza con gli altri». È una definizione profondamen-

te innovativa sotto vari aspetti: stabilisce che la disabilità non è un dato personale, ma il risultato di una interazione; dice che essa dipende non solo da come uno è, ma da come gli altri si comportano nei suoi confronti; libera la persona dalla sua identificazione con la disabilità ascrivendo quest’ultima alla relazione con gli altri; pone come termine di paragone non più un’astratta «normalità», ma la piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza; afferma che quest’ultima può essere impedita, più che dalle condizioni personali, da barriere comportamentali oltre che ambientali. Questa definizione di disabilità ci porta al cuore del rapporto tra disabilità e cittadinanza: metterle in relazione e verificare a che punto è il lungo processo che dall’esclusione e dalla marginalità deve portare le persone con disabilità all’inclusione, alla compiuta realizzazione della pari dignità, all’effettiva uguaglianza dei diritti; in una parola, appunto, alla piena cittadinanza umana. Certo la fragilità è costitutiva della natura umana. Tutti portiamo il fardello di limiti e inadeguatezze; tutti però portiamo anche la responsabilità di liberare noi stessi e gli altri dagli ostacoli che «impediscono il pieno sviluppo della persona umana» (art. 3 della Costituzione) e «la piena ed effettiva partecipazione alla società su base di uguaglianza» (Convenzione ONU). È all’esercizio di questa responsabilità, alla sua qualità e alla sua ampiezza, che è legata la speranza di una società migliore per tutti. n


FINESTRE SUL MONDO

Vittore Mariani Presidente Movimento Laicale Guanelliano

Riflessioni su «norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento»

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i ringrazia l’autore dell’articolo, prof. Vittore Mariani, docente presso il Dipartimento di Pedagogia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, per il suo gradito intervento sulle DAT. Voglia il Signore illuminarci a scegliere sempre la vita, sulle orme del nostro santo Fondatore don Luigi Guanella.

È stata approvata in Senato il 14 dicembre 2017 la legge intitolata «Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento». Questa normativa apre questioni enormi inerenti: – anzitutto all’alimentazione e idratazione assistite e loro interruzione spacciandole per trattamento sanitario mentre invece sono necessità primarie della persona; – al rapporto medico-paziente, con il medico che rischia di essere ridotto ad esecutore, senza possibilità di obiezione di coscienza (neppure per le realtà sanitarie e sociosanitarie), perché, se fosse stata ammessa, sarebbe stato ammettere che la legge sdogana la possibilità di eutanasia omissiva negando il mandato di salvare la vita umana; – alle delicatissime situazioni che coinvolgono i minori e le persone con disabilità grave e i loro tutori con diritto di vita o di morte; – e dunque implicitamente al

Mai giudicare chi vive nelle situazioni di dolore e di grande precarietà, con una sofferenza fisica, oggi ben alleviata da ausili e da cure palliative, ma anche una sofferenza psichica provocata dalla condizione di estrema fragilità personale e dal contesto.

sempre meno chiaro confine tra accanimento terapeutico ed eutanasia. Tanti sono dunque i problemi aperti che dovranno essere approfonditi per capirne bene i risvolti etici, giuridici, sanitari, progettuali e operativi, ma l’aspetto su cui la legge interpella prioritariamente, a mio parere, è quello culturale. Ed è tutto racchiuso nel primo articolo del testo: l’affermazione perentoria del principio di autodeterminazione. La legge consegna alla persona il diritto di disporre della propria

vita. La vita è intesa come un’esperienza individuale. Si è persa la dimensione comunitaria dell’esistenza. Non si è capaci di riconoscere il valore dell’accompagnamento e del farsi accompagnare quando le circostanze impediscono di essere autosufficienti, di scorgere l’esperienza di una dipendenza buona, caratterizzata da affetto, protezione, serenità. Viene così a mancare il riconoscimento ed esplicitazione della dignità della persona sempre, della gioia della condivisione e del sentirsi accolti, di relazioni attente, empatiche, personalizLa Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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Siamo chiamati, cristiani in primis, a riscoprire e a educare al senso della vita in una esperienza di comunione, di condivisione, di servizio, di generosità.

zanti, promozionali e dunque valorizzanti, cioè educative, oltre ogni tentativo di emarginazione e di esclusione di malati, anziani non autosufficienti in progressiva decadenza psicofisica e disabili. La vita invece oggi è intesa come valore solo se «funzioniamo»: chi non funziona più, può anche morire. Anzi, si dice, meglio che muoia, poverino. E così ognuno di noi può finire col pensare: perché stare al mondo quando sarò invalido, sarò un peso per me stesso e per gli altri? E la persona, pensando a un futuro da invalida, visto come tragico, firma. L’enciclica «Evangelium Vitae» di papa Giovanni Paolo II era profetica rispetto a questi scenari, coniando il termine «cultura di morte»: «Essa è attivamente promossa da forti correnti culturali, economiche e politiche, portatrici di una concezione efficientistica della società. Guardando le cose da tale punto di vista, si può, in certo senso, parlare di una guerra dei potenti contro i deboli: la vita che richiederebbe più accoglienza, amore e cura è ritenuta inutile, o è considerata come un peso insopportabile e, quindi, rifiutata in molte maniere» (n. 12). E ancora: «In un tale contesto si fa sempre più forte la tentazione L’amare viene prima anche del curare. Dall’amore autentico, infatti, scaturiscono i modi più creativi per procurare il bene a coloro ai quali ci rivolgiamo.

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dell’eutanasia, cioè di impadronirsi della morte, procurandola in anticipo e ponendo così fine “dolcemente” alla vita propria o altrui. In realtà, ciò che potrebbe sembrare logico e umano, visto in profondità si presenta assurdo e disumano» (n. 64). Papa Francesco ha usato il termine «cultura dello scarto». E quale atteggiamento di fronte alla concreta sofferenza? Mai giudicare chi vive nelle situazioni di dolore e di grande precarietà, con una sofferenza fisica, oggi ben alleviata da ausili e da cure palliative, ma anche una sofferenza psichica provocata dalla condizione di estrema fragilità personale e dal contesto. Mai giudicare le persone, a cui sempre va il nostro rispetto e compassione. La riflessione deve partire più a monte, deve agire sul contesto culturale da cui norme come questa derivano. Norme che riguardano sì i malati termi-

nali, ma pure le persone che si trovano a vivere situazioni di gravissima disabilità. Queste persone sentono la fatica della loro situazione, ma certamente non li aiuta chi li fa sentire inutili zavorre e che collega la morte con la parola dignità. Come si recupera il senso della vita? Siamo chiamati, cristiani in primis, a riscoprire e a educare al senso della vita in una esperienza di comunione, di condivisione, di servizio, di generosità, di relazioni valorialmente e affettivamente significative, di gratitudine, di destino buono, di speranza. Inoltre, la nostra società paga in maniera importante uno sgangheramento dei servizi socioassistenziali e sanitari, con normative centrate burocraticamente su protocolli e procedure ma poco attente all’accompagnamento umanizzante. Abbiamo strutture chiamate ad erogare prestazioni, non comunità di accoglienza che accompagnano chi è disabile e malato instaurando belle e significative relazioni di aiuto. Inevitabilmente chi soffre finisce con il sentirsi un peso, non un valore. Chi si sente un peso, pensa dunque, da disperato, a togliere il disturbo. Su questo, sul dovere di restituire valore alla vita umana e alla sofferenza, siamo chiamati ad impegnarci, non solo con dichiarazioni di intenti, ma con stili di vita e inderogabile cambio d’impostazione delle politiche sanitarie e sociosanitarie e dei servizi alla persona, con anche relativi e adeguati investimenti economici. Il senso della vita si recupera a partire dalla proposta comunitaria, nello stile guanelliano del circondare di affetto: «Questo principio, secondo il Fondatore, tiene priorità di tempo e di importanza rispetto a tutti gli altri nel nostro stile educativo, a tal punto che l’amare viene prima anche del curare. Dall’amore autentico, infatti, scaturiscono i modi più creativi per procurare il bene a coloro a cui ci rivolgiamo» («Documento base per progetti educativi guanelliani», n. 23) n


LETTI PER VOI

Pesach Liberazione e pane azzimo Claudia Milani

Q

uesta volta non è un libro che abbiamo letto per voi, ma l’ottima rivista dei Padri Sacramentini «Il Cenacolo - Mensile di attualità e formazione eucaristica», ottobre 2017, n. 7. Gli articoli sono tutti meritevoli di attenzione, ma abbiamo fermato lo sguardo su questo che riguarda la Pasqua ebraica. Ringraziamo per l’autorizzazione della riproduzione sia l’équipe della rivista sia l’autrice – esperta e docente di ebraismo – e porgiamo fervidi auguri pasquali.

Alle origini della festa Tra tutte le feste ebraiche, quella in cui il cibo ha l’importanza principale è sicuramente Pesach, che potremmo tradurre con l’italiano Pasqua. Essa commemora la liberazione degli israeliti schiavi in Egitto e la conseguente istituzione di una nazione indipendente. Oltre al significato politico-religioso, però, questa festa ha anche un significato agricolo: essa cade infatti all’inizio della primavera e indica una rinascita della natura dopo il periodo invernale. Alle origini della festa va collocato il trasferimento di Giacobbe, dei suoi figli e delle loro famiglie in Egitto, per ricongiungersi a Giuseppe, figlio di Giacobbe, che era diventato viceré di tale nazione. Ciò avvenne circa 3.200 anni fa, in seguito gli ebrei in Egitto divennero assai numerosi, non dimenticarono il monoteismo di

Abramo e vennero perciò presto perseguitati dal Faraone, che li ridusse in schiavitù per usufruire gratuitamente della loro manodopera, nonché decise che tutti i

loro figli maschi venissero uccisi. Una donna ebrea della tribù di Levi si ribellò però alla legge e mise il proprio figlio in una cesta che affidò alla corrente del Nilo. La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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Il bimbo venne salvato dalla figlia del Faraone, che probabilmente si rese conto che si trattava di un bambino ebreo, ciò nonostante ne ebbe pietà, lo accolse e lo allevò come un figlio. Al bimbo venne imposto il nome di Mosè, che significa «salvato dalle acque». Mosè, una volta cresciuto, si recava spesso a far visita ai suoi fratelli schiavi e un giorno, vedendo un sorvegliante egiziano che maltrattava un vecchio schiavo ebreo, si gettò contro di lui e lo uccise. Dopo l’omicidio Mosè, piuttosto che invocare il perdono del Faraone, preferì recarsi a meditare nel deserto, per riflettere sul suo gesto e sulla situazione generale del suo popolo. Nel deserto, nei pressi di Midian, incontrò sette pastorelle e le difese dai soprusi di alcuni pastori. Le ragazze erano figlie di Jetro, sacerdote di Midian, che invitò Mosè a lavorare presso di lui e gli diede in sposa la figlia Zipporah. Mentre lavorava come pastore presso il suocero, Mosè udì la chiamata del Signore che gli apparve in un roveto che ardeva senza consumarsi e che gli comandò di tornare in Egitto per liberare gli ebrei dal giogo egiziano, promettendogli che avrebbe inviato al suo fianco il fratello Aharon affinché lo aiutasse. Mosè ubbidì al comando ricevuto e tornò in Egitto, ma il Faraone non accettò di lasciare libero il popolo d’Israele. Allora il Signore inviò dieci piaghe sull’Egitto, affinché il Faraone acconsentisse alla richiesta di Mosè. Tali piaghe furono: le acque del Nilo tramutate in sangue, un’invasione di rane, un’invasione di insetti, un’invasione di animali dannosi, una pestilenza degli animali, ul-

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Cappella «Redemptoris Mater» in Vaticano. Parete della Parusia: Mosè divide le onde (particolare), di Marko Rupnik. Il Seder pasquale è un dono di Dio che fa rivivere l’esodo dall’Egitto (Esodo 12).

cere su uomini e bestie, grandine, un’invasione di cavallette, una profonda oscurità che coprì l’Egitto per giorni e giorni. Da ultimo venne la piaga più terribile: l’angelo della morte si aggirò di notte per l’Egitto e uccise i primogeniti di ogni famiglia, compresa quella del Faraone. I primogeniti ebrei vennero risparmiati perché Dio aveva ordinato al suo popolo di uccidere un agnello e di segnare con il suo sangue gli stipiti delle porte, in modo che l’angelo potesse riconoscere le case degli ebrei e passare oltre. Questo episodio sta all’origine del nome ebraico della festa, Pesach, che deriva dal verbo ebraico pasoach, che significa «passare oltre». In aramaico, lingua che si diffuse tra gli ebrei intorno al

VI secolo avanti Cristo, Pesach si traduce con Pascha, da qui la traduzione italiana di Pasqua. Dopo la morte dei primogeniti, il Faraone acconsentì a lasciare liberi i figli d’Israele ed essi partirono dall’Egitto. Prima della partenza però consumarono il sacrificio pasquale (l’agnello, con il cui sangue avevano segnato gli stipiti delle porte, che arrostirono e mangiarono), insieme a del pane che, nella fretta della partenza, non ebbero il tempo di far lievitare e consumarono azzimo. Il Signore comandò agli israeliti di consumare il sacrificio pasquale la prima sera di Pesach per tutte le generazioni a venire, in ricordo della liberazione. Come vedremo, ancora oggi gli ebrei di tutto il mondo ubbidiscono a questo comandamento, anche se il modo di celebrare la Pasqua si è evoluto nel corso dei secoli, anche in relazione ad alcuni eventi storici. Dopo la partenza degli ebrei, il Faraone si pentì di quanto aveva concesso e si mise alla testa del suo esercito per inseguire il popolo d’Israele e ricondurlo in schiavitù. Ancora una volta, l’Eterno intervenne e fece aprire le acque del Mar Rosso, affinché gli israeliti lo attraversassero incolumi, per farle poi richiudere sull’esercito inseguitore. I fatti che abbiamo fin qui esposto sono narrati nel libro dell’Esodo, in particolare nel capitolo 12 vengono date le indicazioni per la celebrazione della festa. Fino al 70 d.C., quando ancora esisteva il Tempio di Gerusalemme, gli ebrei festeggiavano Pesach facendo dei pellegrinaggi a Gerusalemme e offrendo sacrifici animali, secondo quanto è detto in Deuteronomio 16,16:


«Tre volte all’anno ogni tuo figlio maschio si presenterà davanti al Signore tuo Dio, nel luogo che Egli avrà scelto: nella festa degli azzimi, nella festa delle settimane e nella festa delle capanne; nessuno si presenterà davanti al Signore a mani vuote». Dopo il sacrificio, la carne dell’agnello veniva arrostita e consumata, come nella notte precedente la partenza dall’Egitto. Ancora oggi tra i cibi rituali del Seder di Pesach c’è una zampa d’agnello ma, in segno di lutto per la distruzione del Tempio, essa non viene consumata, così come non si consuma carne arrostita. Secondo la tradizione, il mese di Nissan non è solo il mese della Pasqua, ma anche quello in cui ci sarà l’avvento dell’era messianica. Per ubbidire al comando del Signore, che ordinò ai figli d’Israele di commemorare la liberazione dall’Egitto per tutte le generazioni a venire, ancora oggi Pesach viene celebrata attraverso il racconto di quei fatti miracolosi e attraverso alcuni gesti simbolici. L’esperienza della liberazione non è infatti un puro esercizio intellettuale e la memoria va quindi aiutata con gesti concreti, poiché celebrare Pesach non significa semplicemente ricordare un tempo passato, bensì rivivere un’esperienza, secondo quanto insegna la tradizione: «In ogni generazione uno si deve considerare come se lui stesso uscisse dall’Egitto».

Poiché la Pesach è una festa importante, ha bisogno di una preparazione particolare. Per sette giorni non si possono consumare alimenti lievitati e a Pesach si mangia solo pane azzimo (matzah, che vediamo nella foto), come quando gli ebrei fuggirono dall’Egitto.

nerazione in generazione come rito perenne». Ma cosa è considerato cibo lievitato (chametz)? Qualsiasi seme o farina dei cinque cereali nominati nella Bibbia che sia entrato in contatto con acqua un tempo sufficiente a farlo lievitare (ottodieci minuti), a meno che non sia stato subito infornato e cotto. È facile dunque comprendere che, per essere certi che nessun chametz si trovi in casa nei giorni di festa, occorre provvedere a una accuratissima pulizia dell’abitazione, con la conseguente eliminazione di tutti i cibi vietati a Pesach. Per essere certi di evitare qualsiasi contaminazione con cibi lievitati, a Pesach si utilizzano stoviglie particolari, che durante l’anno vengono custodite

in un luogo in cui non abbiano modo di entrare in contatto con i cibi proibiti durante la Pasqua. Il motivo per cui a Pesach si mangia solo pane azzimo (matzah) è che quando gli israeliti uscirono dall’Egitto erano così di fretta che non fecero in tempo a far lievitare il pane. Il lievito però, essendo il risultato della fermentazione di un impasto di farina e non essendo quindi un alimento «puro», diventa anche simbolo del male e perciò eliminare tutti i cibi lievitati (in ebraico la parola chametz ha una grande affinità con hamas, violenza) diventa un modo simbolico per indicare l’eliminazione dell’odio, del rancore, della violenza, della corruzione, dell’arroganza. Oltre all’eliminazione dei cibi lievitati, Pesach richiede un altro gesto «preparatorio»: si tratta infatti di una festa gioiosa, ma la gioia e la libertà di Israele furono ottenute per mezzo di dure sofferenze inflitte agli egiziani, prima fra tutte la morte dei primogeniti. In segno di lutto per la loro morte, dunque, i primogeniti maschi digiunano il giorno precedente Pesach.

Il Seder di Pesach Dopo i preparativi per la festa, quando finalmente giunge la prima sera di Pesach, ci si riunisce

La preparazione della festa Trattandosi di una festa tanto importante e caratterizzata da norme così minuziose, Pesach ha bisogno di una preparazione particolare. Anzitutto per sette giorni non si possono consumare alimenti lievitati, perciò prima dell’inizio della festa occorre eliminare da casa ogni loro traccia, secondo quanto è scritto: «Per sette giorni voi mangerete azzimi. Già dal primo giorno farete sparire il lievito dalle vostre case. Osserverete questo giorno di ge-

Data la solennità della Pasqua ebraica, non stupisce come Gesù abbia istituito l’Eucaristia proprio durante un Seder di Pesach (foto del Cenacolo a Gerusalemme).

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Durante la cena, viene letto l’Haggadah, cioè il racconto dell’uscita dall’Egitto (vedi Deuteronomio 16,3), arricchito da commenti rabbinici tradizionali.

con amici e parenti per il Seder. Esso costituisce il più importante gesto che gli ebrei compiono in occasione della Pasqua: si tratta di una cena che prevede uno svolgimento particolare (la parola Seder significa infatti «ordine»), con la consumazione di cibi rituali e il racconto dei fatti che accompagnarono l’uscita dall’Egitto. Data la solennità di tale occasione, non stupisce che Gesù abbia istituito l’Eucaristia proprio durante un Seder di Pesach. Questo è quindi il motivo per cui la Pasqua cristiana, memoria della Risurrezione, cade sempre la prima domenica dopo la Pasqua ebraica, fatta eccezione per gli anni che nel calendario ebraico sono bisestili. I cibi che non possono mancare sulla tavola del Seder, disposti su appositi piatti di portata e consumati prima della cena vera e propria, sono le matzot (pani azzimi, a ricordo del pane che gli israeliti mangiarono prima di lasciare l’Egitto); il maror (erbe amare, in memoria dell’amarezza della schiavitù); acqua salata o aceto, in cui intingere le erbe amare (a rappresentare le lacrime degli schiavi); il charoset (impasto dolce di frutta secca, di colore bianco-marrone, rappresenta la malta usata dagli

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schiavi per costruire le piramidi); un uovo, simbolo della vita che si appresta a nascere e, con la sua forma che non ha inizio né fine, simbolo anche dell’eternità; da ultimo un osso d’agnello, in ricordo dell’agnello con il cui sangue gli ebrei tinsero gli stipiti delle porte per allontanare l’angelo della morte. Oggi, poiché non esiste più il Tempio in cui compiere sacrifici, l’agnello non viene consumato. Durante la cena pasquale si sta comodamente adagiati sulle sedie, appoggiati al gomito sinistro, per indicare la comodità con cui erano soliti banchettare nell’antichità gli uomini liberi. A tavola si apparecchia sempre un posto in più che viene lasciato libero nel caso il profeta Elia giungesse a far visita ai convitati: secondo la tradizione, infatti, il Messia sarà preceduto sulla terra dal profeta, che tornerà per annunciarlo, e alcuni rabbini ritengono che il Messia giungerà proprio nel mese di Nissan. Un’altra usanza tipica di Pesach è quella di condurre il Seder lasciando aperta o socchiusa la porta di casa, perché nell’Haggadah si legge: «Chi ha fame venga e mangi, chi ha bisogno venga e faccia Pasqua». La Haggadah (letteralmente: «racconto») è il

racconto dell’uscita dall’Egitto, arricchito da commenti rabbinici tradizionali. Il testo viene letto durante la cena, secondo quanto è scritto in Deuteronomio 16,3 («per tutto il tempo della tua vita tu ti ricorderai il giorno in cui sei uscito dal paese d’Egitto») e in Esodo 10,2 («perché tu possa raccontare e fissare nella memoria di tuo figlio e di tuo nipote come Io ho trattato gli Egiziani e i segni che ho compiuto in mezzo a loro e così saprete che Io sono il Signore»). L’evento della liberazione deve infatti essere narrato dai genitori ai propri figli, poiché nell’ebraismo la famiglia rappresenta il primo e insostituibile mezzo di educazione religiosa. Per questo motivo tutte le feste ebraiche vengono, almeno parzialmente, celebrate in casa e in ognuna di esse viene riservato un ruolo per i bambini, a scopo pedagogico e per sottolineare l’importanza della trasmissione della tradizione di generazione in generazione. La liberazione dall’Egitto non deve però essere narrata come un episodio lontano, che non riguarda la vita di chi lo racconta, bensì come se ogni singolo ebreo fosse stato presente al momento della liberazione, come insegna il Talmud: «Tu spiegherai la cosa al tuo figliolo dicendo: si fa così a motivo di quel che l’Eterno fece per me quando io uscii dall’Egitto». Come abbiamo detto, il Seder ha una struttura molto ben definita: durante la lettura della Haggadah, prima della cena, si pronuncia una benedizione su due coppe di vino e ogni convitato deve bere ogni volta tutto il contenuto del proprio bicchiere; si consuma della verdura (normalmente del sedano) intinta in acqua salata o aceto, le azzime, l’erba amara e il charoset. Il bambino più piccolo tra i presenti deve fare quattro domande rituali: «Cos’ha


di diverso questa sera da tutte le altre sere: che tutte le altre sere non intingiamo la verdura nemmeno una volta, mentre questa sera la intingiamo due volte? Che tutte le altre sere mangiamo indifferentemente chametz e matzah, mentre questa sera mangiamo solo matzah? Che tutte le altre sere mangiamo qualsiasi verdura, mentre questa sera mangiamo erba amara? Che tutte le altre sere mangiamo seduti regolarmente o adagiati, mentre questa sera siamo tutti adagiati?». La Torah parla di quattro tipi di figli, che rappresentano le grandi categorie dell’umanità: quello saggio, quello malvagio, quello semplice e quello incapace di fare domande. Il saggio chiede quali siano le testimonianze, gli statuti e le leggi date dal Signore, a lui si devono insegnare le norme relative a Pesach. Il malvagio chiede: «Cosa significa per voi questa cerimonia?». Per voi, non per lui. Egli esclude dunque se stesso dalla collettività e bisogna quindi rispondergli che se egli fosse stato in Egitto non sarebbe stato liberato. Il semplice dice: «Che cos’è questo?» e gli si risponde: «Con la forza del Suo braccio il Signore ci fece uscire dall’Egitto, dalla casa degli schiavi» (Es 13,14). Infine al figlio che

Celebrare il Seder nella cerchia familiare è l’esperienza dell’Egitto, quando gli Israeliti si radunarono nelle loro case per mangiare l’agnello. Il bambino più piccolo deve fare quattro domande rituali su quella notte così diversa dalle altre. La Pasqua viene celebrata in famiglia, perché l’evento della liberazione deve essere narrato dai genitori ai propri figli.

non sa fare domande, occorre siano gli adulti a suggerirne per stimolare la sua curiosità e la sua voglia di apprendere. Il racconto dei prodigi compiuti in Egitto continua: vengono ricordate le dieci piaghe facendo cadere, per ognuna di esse, una goccia di vino in un recipiente scheggiato, si cantano poi alcuni Salmi dell’Hallel. Dopo la cena vera e propria si mangia l’afiqomen (un pezzo di azzima tenuto in serbo fin dall’inizio della cena, dopo aver consumato il quale non si può mangiare più nulla fino all’alba suc-

cessiva), si pronuncia una benedizione, si bevono altre due coppe di vino e si recitano altri salmi di lode, concludendo con il Salmo del Grande Hallel (Salmo 136). Il Seder termina con l’augurio: «Leshanah habbah birushalaim», «L’anno prossimo a Gerusalemme!», cui fanno seguito molti canti tipici, che spesso vengono intonati fino a notte fonda. Da «Il Cenacolo» 7/2017

Panorama di Gerusalemme. Il Seder termina con l’augurio: «L’anno prossimo a Gerusalemme!».

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VOCI DAL SILENZIO

Nel giardino del Cuore di Maria Ven.le Servo di Dio Uberto Mori*

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ell’arco della vita terrena della Beata Vergine Maria, particolarmente nel periodo coincidente con la vita pubblica di Gesù, molti furono i momenti in cui la sua fede fu messa alla prova per la durezza degli eventi che si andavano svolgendo. Maria seppe, ogni volta, abbandonarsi fiduciosa alla volontà di Dio e attendere nella speranza. Ella credeva all’amore del suo Dio; sapeva che un Dio misericordioso e fedele alle sue promesse non abbandona nemmeno la più piccola fra le sue creature in balia del male; conosceva la potenza del Dio Salvatore. Perciò, pur chiedendosi nel cuore quale significato potevano avere gli eventi che si svolgevano, ne attendeva l’esito vittorioso anche quando chiunque altro si sarebbe lasciato travolgere dalla disperazione. Nell’ora della suprema tragedia, quando il Corpo era ormai stato calato dalla Croce e deposto nelle tenebre del Sepolcro, i ricordi del passato trascorrevano nella sua mente e da essi traeva forza per alimentare la speranza. Il Corpo martoriato del Figlio aveva cessato di scuotersi nell’agonia di una morte straziante, e lei aveva speso l’ultima lacrima insieme col riversarsi dal Costato dell’ultimo fiotto di sangue e di acqua: tutto era cessato

* Il ven.le Uberto Mori è stato sposo della signora Gilda, nostra ventennale collaboratrice e autrice dell’articolo che segue.

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e lei restava sola a meditare ancora una volta sui misteri che in lei o intorno a lei si erano compiuti. Non era più la fanciulla poco più che tredicenne, promessa sposa a un uomo della casa di Davide; da allora oltre trent’anni erano trascorsi a farne una donna. Le esperienze di allora, tuttavia, l’aiutavano

ancor oggi a credere anche a ciò che la mente umana non avrebbe osato nemmeno immaginare; le esperienze di allora erano lì con lei per sostenerla. Ricordava il Messaggero della parola di Dio annunciante la sua maternità: non le costò fatica credergli perché lei già aderiva con la sua giovane fede ai credenti del Vecchio Testamento che attendevano l’adempimento delle promesse divine. Ricordava la cugina Elisabetta allorché la proclamò beata per la sua fede; la Natività che per un prodigioso intervento divino non aveva diminuito la

Michelangelo, «Pietà Bandini», 1547-1555 circa, marmo, Museo dell’opera del Duomo, Firenze.


«La Pasqua, come il Natale, hanno trovato un posto nel mondo ove sbocciare in tutto il loro fulgore, come fiori di un giardino meraviglioso: il giardino del Cuore di Maria».

sua verginale integrità ma l’aveva consacrata; il momento della presentazione del Figlio al tempio, con l’offerta del dono dei poveri, quando Simeone preannunciò che egli sarebbe divenuto segno di contraddizione e che una spada avrebbe trafitta l’anima della madre... Come diventava vero tutto questo! Ma era vero anche il primo miracolo a Cana di Galilea; erano vere le centinaia, le migliaia di guarigioni, la resurrezione della figlia di Giairo, quella di Lazzaro... Lei aveva arrischiata tutta la sua esistenza sulla parola di Dio, dall’annuncio dell’Angelo sino a ora: mai era rimasta delusa. E ora? Quella Donna su cui pareva che i cieli si fossero definitivamente chiusi con il chiudersi della pietra tombale sul sepolcro del Figlio era lì, in attesa. La sua anima «stava» vicino alla tomba così come tutta la sua persona era rimasta in piedi, vicino alla Croce, nell’attesa del precipitare degli eventi. La sua anima «stava» vicino alla tomba, non ripiegata su se stessa, anche se dolorante, ma in piedi, in attesa che la fedeltà di Dio si manifestasse. La fede di Maria non ammetteva alternativa all’unica soluzione che trovava posto nel suo cuore: la risurrezione del Figlio. Come Cristo aveva trovato spazio per la sua vita terrena nel cuore di Maria e si era incarnato perché in quel cuore, dall’amore, prima che nel seno, era stato concepito, così per la fede, per la certa speranza di quel cuore, avrebbe ripreso la sua vita e in quel cuore, prima che nella sua carne umana, sarebbe risorto. La Pasqua, come il Natale, hanno trovato un posto nel mondo ove sbocciare in tutto il loro fulgore, come fiori di un giardino meraviglioso: il giardino del Cuore di Maria. n

L’ing. Uberto Mori, sposo e padre, terziario francescano, nasce a Modena il 28 gennaio 1926. Insegna all’Università di Bologna, si afferma come imprenditore nel campo impiantistico ceramico operando in Italia e all’estero. Spinto da profonda devozione mariana, al Santuario di N.S. della Salute di Puianello, collabora alla realizzazione di opere missionarie (Villaggio Ghirlandina - Centrafrica). Diffonde la devozione dell’Ora di Guardia, le Marce Penitenziali «Come a Fatima». Apre la stazione televisiva Antenna Uno per diffondere il messaggio cristiano. Amato per la sua umiltà e carità, vive integralmente la comunione con Gesù, donando aiuto e luce ai fratelli. Deceduto il 6 settembre del 1989, è proclamato Venerabile il 12 giugno 2014.

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VOCI DAL SILENZIO

Donna della primavera

Gilda Mori

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e brocche di biancospini in fiore fiancheggiano ora i fossati delle strade di campagna. Rimasti nel tempo a portarci i primi petali bianchi ed a testimoniare che il susseguirsi delle stagioni, ogni anno, ci porta le stesse festività, le stesse ricorrenze ed anche i ricordi passati. Paiono aiutarci a guardare il futuro con occhi risplendenti o ancora bagnati di lacrime. Maria, a noi piace pensare che tutto il creato fosse in fiore il giorno in cui l’arcangelo Gabrie-

le ti apparve per dire: «Ave, Maria piena di Grazia, il Signore è con te... Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà da te sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio...». Quando tu rispondesti: «Ecco l’ancella del Signore: avvenga per me secondo la tua parola», accogliesti Gesù nel cuore prima che nel tuo grembo. Per questo a noi piace chiamarti «Donna della primavera». Anche se i petali bianchi sboccia-

no tra ramoscelli spinosi, simili a quelli che entreranno nel tuo cuore quando spoglieranno tuo Figlio, un triste venerdì. Schernendolo dopo averlo spogliato e rivestito di una clamide scarlatta, gli metteranno sul capo una corona di spine. I biancospini in fiore ci ricordano la poesia del poeta Giovanni Pascoli, nato a San Mauro di Romagna, vissuto nella nostra Regione di Emilia Romagna (18551912): «Oh! Valentino», che fa parte dei «Canti di Castelvecchio».

OH, VALENTINO! Oh! Valentino vestito di nuovo, come le brocche dei biancospini! Solo, ai piedini provati dal rovo porti la pelle de’ tuoi piedini; porti le scarpe che mamma ti fece, che non mutasti mai da quel dì, che non costarono un picciolo: in vece costa il vestito che ti cucì. Costa; ché mamma già tutto ci spese quel tintinnante salvadanaio: ora esso è vuoto; e cantò più d’un mese per riempirlo, tutto il pollaio.

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Pensa, a gennaio, che il fuoco del ciocco non ti bastava, tremavi, ahimè!, e le galline cantavano, Un cocco! ecco ecco un cocco un cocco per te! Poi, le galline chiocciarono, e venne marzo, e tu, magro contadinello, restasti a mezzo, così con le penne, ma nudi i piedi, come un uccello: come l’uccello venuto dal mare, che tra il ciliegio salta, e non sa ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare, ci sia qualch’altra felicità.


Oh, Valentino! «Oh! Valentino vestito di nuovo, come le brocche dei biancospini! Solo, ai piedini provati dal rovo porti la pelle de’ tuoi piedini; porti le scarpe che mamma ti fece, che non mutasti mai da quel dì, che non costarono un picciolo: in vece costa il vestito che ti cucì». Anche negli anni a noi più vicini, già a fine marzo i bimbi dei campi andavano verso la chiesa col vestitino nuovo ma con i sandali in mano per non sciuparli. Ma per indossarli poi, prima di entrare in chiesa, per venire ad inginocchiarsi al tuo altare. Maria santissima, vorremmo poterti guardare sempre con gli occhi puri, come quelli di quei bambini che ascoltavano estasiati il sacerdote quando parlava loro della Settimana santa e della incoronazione di spine. Rabbrivi-

Foto del vero Valentino di cui parla Giovanni Pascoli nella sua famosa poesia. La foto è stata scattata dallo stesso Pascoli davanti alla sua casa di campagna, a Castelvecchio. Valentino, fattosi giovanotto, è emigrato in America, non divenne ricco ma sicuramente avrà potuto comprare quelle scarpe che la mamma con la vendita delle uova non riusciva a procurargli.

dendo, sapendo il male che procuravano i rovi ai loro piedini. Una Settimana santa iniziata con le palme in mano, poi trasformata in una Via Crucis per il Figlio di Dio, percosso ed umiliato. E noi, che non sappiamo più rabbrividire come quando eravamo bambini! Maria, «Donna della primavera» e «Donna del dolore», perdonaci! Perdonaci se sappiamo solo chiederti di starci accanto nei nostri dolori e non saper veramente condividere il tuo. Aiutaci a credere che noi risusciteremo assieme ai nostri cari e ad attendere con speranza certa quel giorno. E il giorno dell’Annunciazione fa’ che ci consacriamo a te, perché tu hai sempre detto «Sì» al tuo e nostro Signore. Mentre a tutti auguriamo buona Pasqua, porgendo un ramo rosa di pesco, perché non ha spine. Ancora auguri! n

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Congregazione delle Figlie di Santa Maria della Provvidenza dove siamo nell’America meridionale

BRASILE 1960 COLOMBIA 1965

Florencia - Caquetá Ocaña - Norte de Santander Santa Fé de Bogotá DC

Amontada CE Brasilia DF Canela RS Capāo da Canoa RS Cedro pE Itapipóca CE Missāo Velha CE planalto RS porto Alegre RS Rio de Janeiro RJ Santa Maria RS Santa Terezinha de Itaipú pR São Gabriel da Cachoeira AM Sāo paulo Sp

pARAGuAy 1969

Areguá Asunción Caacupé Caballero Dt.to paraguarí San Joaquin

CHILE 1973

Coyhaique - XI Region Llo Lleo Renca - Santiago

ARGENTINA 1982

Ayacucho - Buenos Aires Santa Fé Tandil Tapiales - Buenos Aires


o d n o m l i o t t «Tu » a r t s o v a i r t è pa a ll e n a u G i ig u L an S


V I V E R E L A F E S TA A cura della Redazione

A Lourdes l’attenzione di Dio per i poveri, i piccoli, gli ammalati, i peccatori 50

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LE APPARIZIONI MARIANE hghghg

CHE FORTUNA NON ESSERE BERNADETTE! diceva la gente

«Le apparizioni manifestano, anzitutto, l’assoluta “libertà” di Dio, che interviene nella storia imprevedibilmente, secondo il criterio della sua eterna sapienza». A Lourdes, in tempo di positivismo, la Madonna ricordò il carattere penitenziale della vita e la sua dipendenza da Dio. La cittadella dei Pirenei sarebbe diventata sempre più, nei decenni successivi, un cenacolo di preghiera e luogo di incontro fraterno, aperto in modo speciale ai nostri fratelli infermi e malati. Essi in quella grotta santa, illuminata dalla presenza dell’Immacolata Madre, hanno attinto e attingono tuttora conforto e sollievo, non soltanto nel fisico, ma ancor più nello spirito, ritrovando il senso della loro vita, segnata dalla prova e dalla croce.

Lourdes, la Grotta delle apparizioni.

Lourdes conferma l’attenzione del Cielo per i piccoli, per i poveri, per gli ammalati, per le persone disabili: il tesoro più prezioso delle nostre case e delle nostre comunità cristiane che, con le loro sofferenze unite al sacrificio di Cristo, intercedono per noi e continuano a sostenere il mondo e a ottenerci perdono e misericordia. Lourdes conferma anche l’attenzione di Dio e della Mamma celeste per i peccatori, per i quali chiede a Bernadette e a noi la preghiera per la loro conversione. Le apparizioni confermano, inoltre, il beneplacito di Dio verso la «devozione» popolare: quando essa è autentica, rigenera la fede, sostiene la speranza, favorisce il dono di una carità operosa. Le apparizioni sono un segno di Dio per la nostra generazione, un intervento divino nella storia umana, realizzato mediante il volto materno di Maria. n

Don Adriano Folonaro sdc

hghghg La povertà dei Soubirous Qui vogliamo semplicemente presentare Bernadette nella sua disarmante povertà culturale che la rende autentica, libera e pronta al messaggio della Signora, e nel contempo il suo ambiente, estremamente povero. Lourdes, al tempo delle apparizioni, era una cittadina poco conosciuta: contava poco più di quattromila abitanti. La popolazione era divisa in due classi sociali ben definite: poveri e ricchi. Questi, che parlavano francese, si ritrovavano al Café Français, discutendo tra loro di cultura e leggendo i giornali provenienti da Parigi; i poveri, che parlavano il bigourdan, un dialetto della regione di Bigorre, usato anche dalla Signora con Bernadette, stentavano la vita come sempre e s’incontravano in buie locande, e lavoravano nelle cave di pietra, di marmo e di ardesia. Le donne guadagnavano pochi spiccioli andando a fare legna o cercare ossa e ferraglie da vendere a qualche soldo alla straccivendola Letsina de Barou. Il Comune, cosciente di questa situazione, aveva cercato di fare qualcosa, assicurando, ad esempio, ai figli dei poveri, la scuola gratuita, frequentata da 122 bambini. La famiglia Soubirous, tra tutti i poveri di Lourdes, è quella forse in fondo alla fila. E la

La Grotta al tempo delle Apparizioni. Elaborazione al computer di Filipp Labideche, pubblicato da «Lourdes Magazine».

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Lourdes: il mulino, casa in cui nacque Bernadette.

scelta della Signora finisce proprio sui più poveri. Bernadette lo dirà: «Se la Vergine ha scelto me è perché ero la piu povera e ignorante. Se a Lourdes ce ne fosse stata un’altra più ignorante di me, la Vergine avrebbe scelto lei» 1. «Malgrado questa povertà», scrive Vittorio Messori, «tale fu l’orrore con cui sempre – e d’istinto – respinse ogni dono, rifiutò ogni denaro, rigettò ogni privilegio, raccomandando ai suoi di fare altrettanto, da indurre a

Casa paterna di Bernadette, interno.

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pensare che proprio questo fosse uno dei tre «segreti» affidatile dalla Vergine e che, inviolati, portò con sé nella tomba» 2. «Bernadette Soubirous è davvero una delle ultime a cui la sapienza umana avrebbe fatto quell’appello per portare un messaggio celeste. Tutto quel che dà peso nel mondo (fosse anche nel mondo ecclesiastico) le fa difetto. È povera in tutto: denaro, salute, istruzione. L’istruzione religiosa stessa lascia a desiderare: a quindici anni «ignora tutto il mistero della Trinità» e non ha fatto la prima comunione. La miseria la sottrae dal catechismo e l’immerge in una ignoranza che la fa ritenere stupida» 3. Marie-Bernarde, in dialetto la chiameranno Bernadette, nasce a Lourdes, al mulino di Boly, il 7 gennaio 1844, alle ore quattordici, primo anniversario di matrimonio dei suoi genitori, François Soubirous e Louise Castérot. È bruna, con due occhi di velluto. Dopo di lei seguiranno altri sei figli. L’indomani, alle sette del mattino, François, fiero e impacciato, presenta la creaturina al Municipio dove viene iscritta all’anagrafe dall’ufficiale di stato civile, Jean-Baptiste Claverie. Due giorni dopo è battezzata dall’abbè Forgues, nella chiesa parrocchiale di S. Pietro. La madrina è zia Bernarde, il padrino Jean Védère. Appartiene a una famiglia di mugnai, categoria che comunque godeva di una certa condizione sociale. Condizione che per i Soubirous, negli anni successivi, scemerà precipitosamente, fino alla miseria più nera: François, da maestro mugnaio diventerà bracciante, uno che affitta le sue braccia per tutti gli usi. Comunque, nel crogiuolo della miseria, i due resteranno sempre uniti: François e Louise per sempre, senza stancarsi, l’uno per l’altra e tutti e due per i loro figli. Un’altra cosa li unisce, la preghiera in comune. Ogni sera François e Louise recitano il rosario e insegnano le formule ai bambini. Questo clima semplice segnerà per sempre Bernadette. I Soubirous sono diventati poveri ma pieni di dignità, e Bernadette ha avuto, per tutta la vita, un concetto esigente della povertà: «Purché non si arricchiscano!», dirà a Nevers. «Sono ivi una famiglia poverissima, scrive don Guanella, ma tanto piu semplici e contenti in amarsi» 4. Bernadette, i primi dieci anni, li vive sereni, al Boly, il mulino della felicità. La ragazzina è docile, allegra, abile e giudiziosa, di salute fragile. Eccelle nei lavori di casa e di cucito, bada ai fratellini con ottimi risultati. Secondo l’unica testimonianza di sua madre, «Bernadette aveva sin dalla piu tenera eta – sei anni circa – una marcata tendenza alla pieta»: una pietà sobria e ordinaria, per nulla eccezionale 5. La crisi che colpì la Francia agricola negli anni


che debordavano e rendevano il luogo davvero infetto. Ci tenevano il letame». E parlando della miseria degli zii, scriveva: «Erano miserabili: due poveri letti, uno a destra entrando e l’altro sullo stesso lato più vicino al camino. Non avevano che un piccolo baule per metterci tutta la loro biancheria. Io non avevo fornito il mobilio. Mia moglie prestò loro qualche camicia; avevano dei parassiti. Mia moglie li ha avuti quando ha dormito con Bernadette. Spesso dava loro un po’ di pane di miglio. I piccoli tuttavia non chiedevano. Piuttosto sarebbero morti di fame» 6. Davanti a tale descrizione, si rimane allibiti! Per colmo di sfortuna, François, il 27 marzo 1857, viene arrestato perché accusato di aver rubato due sacchi di farina presso il panettiere Maisongrosse. Viene rilasciato otto giorni dopo perché riconosciuto innocente. Accusato solo perché era povero e sprovvisto di tutto. Nella mente della gente rimarrà sempre un uomo che è stato in prigione.

L’ultimo atto della piccola grande santa dei Pirenei

Lourdes: fonte dove Bernadette fu battezzata.

1855-1856, interessò anche Lourdes. Crisi aggravata per la famiglia Soubirous dall’installazione di nuovi mulini nella valle, l’uno accanto all’altro e che si facevano concorrenza lungo il corso del ruscello Lapaca, e, come è stato detto, per l’indolenza di François, «indolente, poco sveglio», e per Louise «non sperimentata». Il dramma scoppia quando Bernadette ha dodici anni. Il nuovo proprietario decide di sfruttare il mulino in proprio e i Soubirous si trovano in un sol colpo senza lavoro e senza casa; ripareranno poi, nel 1857, in una cella del Cachot, l’antica prigione, dismessa perché malsana, messa a disposizione dal cugino André Sajous. La cella è buia e umida, di 3,72 per 4,40 metri, e si apre su un cortile interno attraverso un’unica e minuscola finestra: la Segreta. I Soubirous vi abiteranno dal 1857 all’autunno del 1858. François, Louise e i loro quattro figli si ammassano in quei 16 mq: un’ambiente che serve da camera da letto, da cucina, da sala da pranzo, da luogo di preghiera. Ecco come il cugino André Sajous descriveva il Cachot, vent’anni dopo: «La camera era scura, per niente sana... Nella bassa corte c’erano le latrine

Ora Bernadette ha tredici anni e soffre di forti attacchi di asma. Nel settembre 1857, la nutrice Marie Aravant Langues, di Bartrès, quattro km da Lourdes, col pretesto di far cambiare aria a Bernadette e assicurarle una migliore nutrizione, domanda ai Soubirous di affidargliela come ba-

Bartres, l’ovile della nutrice di Bernadette, ora sistemato a cappella.

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lia, a cinque franchi al mese, per accudire i figli, il gregge, i lavori di casa e la custodia del piccolo Jean. A sua volta la nutrice s’impegnava a darle un’istruzione religiosa, che le impartiva, in lunghe sedute, tutte le sere, poiché Bernadette non sapeva leggere e provava difficoltà a ritenere le istruzioni che le erano date. «Aveva la testa dura – diceva la nutrice –. Avevo un bel ripetere le mie lezioni, era inutile e bisognava sempre ricominciare da capo. Alle volte l’impazienza mi vinceva e, tutta stizzita, gettavo via il libro e le dicevo: “Va’, non sarai altro che una stupida e una ignorante! Non potrai mai fare la comunione!”» 7. «Bartrès non era per Bernadette il paradiso verdeggiante di spensieratezze infantili. Là ella sopportò la severa e faticosa condizione di ragazza serva,

Urna di santa Bernadette. Il suo corpo si conserva incorrotto.

Una vecchia illustrazione di santa Bernadette nel monastero di Nerves. Qui indossa l’abito dell’Ordine delle religiose della città, che si distingueva per una spiccata devozione mariana.

doppiamente sottomessa come serva e come ragazza» 8. Ma non resistette. «Il padre, la mamma e la sorellina mi attendono a Lourdes... Sono adulta, e uopo è che io apprenda più vasti insegnamenti del Catechismo cristiano, perché sia poi ammessa alla Prima Comunione. Non so recitare che il Pater e l’Ave e il Credo. Io voglio apprendere più altre cose, perché maggiormente io ami il Signore» 9. Il giovedì 21 gennaio 1858, Bernadette lascia definitivamente Bartrès, «tutta sola», raggiungendo la famiglia a Lourdes. Qui si iscrive, come esterna, alla scuola delle Suore della Carità e dell’Istruzione Cristiana di Nevers, per apprendere a leggere e scrivere e seguire così le classi di catechismo. Sarà una scolara spesso assente perché dovrà occuparsi dei fratellini più piccoli e delle faccende di casa. È in questo contesto che Bernadette, la mattina dell’11 febbraio 1858, si recava sulla riva del fiume Gave, con la sorellina e l’amica Jeanne Abadie, per raccogliere legna. Ed è qui, che dopo aver avvertito «un rumore come se fosse un colpo di vento... alza gli occhi verso lo grotta. Vede una signora vestita di bianco, un velo anch’esso bianco, una cintura azzurra e una rosa gialla su ogni piede. Anche la corona del rosario era gialla» 10. È la prima delle diciotto apparizioni fino al luglio del 1858. Tra le due ultime apparizioni, Bernadette riesce finalmente a fare, il 3 giugno 1858, la sua prima e tanto desiderata comunione. E per sottrarsi, dopo gli accadimenti straordinari, alla gente che la vuole incontrare, il sindaco e il parroco Peyramalle le propongono di entrare come pensionante alla Scuola-Ospizio di Lourdes. Vi abiterà dal 15 luglio 1858 fino al 4 luglio 1866, ritornando ogni settimana dai genitori. Bernadette, ormai diventata adulta, vuole dare un orientamento alla sua vita. «Amo molto i po-

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veri, mi piace curare gli ammalati; io rimarrò tra le suore di Nevers» 11. La decisione è presa il giorno dell’inaugurazione della statua dell’Immacolata, il 4 aprile 1864. Dopo un’ultima visita alla Grotta e un pasto in famiglia, Bernadette la mattina del 4 luglio 1866, a ventidue anni, lascia definitivamente Lourdes alla volta di Nevers, dove vi giunge il sabato sera del 7 luglio, alle ore 22,30. «L’edificio è silenzioso: il riposo è cominciato alle otto di sera, e l’accoglienza è rapida e discreta» 12. In religione assume il nome di suor Marie-Bernarde. Spende lì gli ultimi anni della sua breve esistenza, come assistente nell’infermeria e poi come sacrestana. Muore a trentacinque anni, il 16 aprile 1879, «devastata da ogni malattia» 13. (Oggi) Bernadette è acclamata da milioni di persone come la piccola grande santa dei Pirenei. Piccola, non solo perché davvero bassa di statura – un metro e quarantadue centimetri –, ma perché semplice, pura, limpida. Grande, perché forte nella sua mitezza, decisa nel difendere, prima, la verità delle Apparizioni e poi, una volta diventata suora, nel sopportare una vita in convento non facile per la severità delle superiore nei suoi confronti. Non una mistica portata alle visioni; addirittura «io non so meditare» rispondeva in modo disarmante alla maestra spirituale che la invitava alla riflessione sul Vangelo. «Grazie, mio Dio, perché se ci fosse stata sulla terra una bambina più ignorante e più stupida, avreste scelto quella...» 14.

UN SEGNO DI LOURDES hghghg

L’acqua Un segno importante di Lourdes è l’acqua. Tutti la bevono alle numerose fontane. Tutti la portano con sé come il ricordo più prezioso. Molti fanno lunghe file per potersi immergere nelle piscine fredde. La fonte è stata fatta sgorgare da Maria. Maria ha detto a Bernadette di berla e di lavarsi. Noi pellegrini di seconda classe troviamo le fontane che danno acqua pura, le piscine semplici ma pulite. Bernadette non vedeva nulla di ciò che il dito di Maria le indicava. Ha scavato per terra con le sue mani, si è lavata il viso con l’acqua ancora fangosa e poi l’ha bevuta. Ha perfino mangiato ciuffi d’erba, mentre tutta la gente la diceva pazza. Ma lei ha obbedito a Maria. E i miracoli sono venuti dopo.

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R. LAURENTIN, Bernadetta vi parla, San Paolo, 2008, p. 291. R. LAURENTIN, Lourdes, cronaca di un mistero, Presentazione di V. Messori, Oscar Mondadori, 1998, p. XV. R. LAURENTIN, Lourdes, cronaca di un mistero, Oscar Mondadori, 1998, p. 248. L. GUANELLA, Un salmo alla Immacolata di Lourdes, in ogni giorno del Mese Mariano, Milano, Tip. Eusebiana Editrice, 1887, p. 18. R. LAURENTIN, Bernadetta vi parla, San Paolo, 2008, p. 16. R. LAURENTIN, Lourdes, cronaca di un mistero, Oscar Mondadori, 1998, p. l2. Cfr. R. LAURENTIN, Lourdes, cronaca di un mistero, Oscar Mondadori, 1998, p. 19, passim. R. LAURENTIN, Bernardetta vi parla, San Paolo, 2008, p. 11. L. GUANELLA, Un saluto alla Immacolata di Lourdes, in ogni giorno del Mese Mariano, Milano, Tip. Eusebiana Editrice, 1887, pp. 17-18. Cfr. R. LAURENTIN, Bernardetta vi parla, San Paolo, 2008, pp. 22-23. S. SOUBIROUS, Lettera del 10 settembre 1879, Védère, p. 71. R. LAURENTIN, Bernardetta vi parla, San Paolo, 2008, p. 286. R. LAURENTIN, Lourdes, cronaca di un mistero, presentazione di V. Messori, Oscar Mondadori, 1998, p. XXV. http://www.profeti.net/carismatici/bernadette/testamento.htm

La sorgente zampillante a Massabielle.

Come mai l’acqua? Cosa fa l’acqua? L’acqua lava, disseta, ristora, ma soprattutto fa crescere, è fonte di energia, di vitalità. Guarisce. L’acqua di Lourdes guarisce. «Chi ha sete venga a me e beva», ha detto Gesù. «Io sono l’acqua viva», ha ripetuto Gesù. L’acqua nuova per noi è quella del Battesimo, il sacramento dell’acqua che ci santifica, ci salva, ci purifica, ci rigenera. Nostra Signora di Lourdes ci faccia riscoprire il nostro appartenere a Dio in Cristo nell’esperienza del popolo dei «salvati», dei «redenti», dei «battezzati». n

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LOURDES E L’UNITALSI hghghg

Qui siamo nati L’Unitalsi è un’Associazione di fedeli, uomini e donne, sani e ammalati, senza distinzione di età, cultura, posizione economica, sociale e professionale, a carattere nazionale, con sede in Roma, con il carisma iniziale di accompagnare gli ammalati al Santuario di Lourdes. Successivamente anche ad altri santuari. Tra i santuari internazionali, quello di Lourdes gode di un particolare privilegio e per le apparizioni ivi avvenute nel 1858 e perché Lourdes è il luogo di nascita dell’Unitalsi: Lourdes è un ritornare alle origini, al paese natio. L’Associazione, infatti, è nata nel 1903 alla Grotta di Massabielle, meglio conosciuta come Grotta di Lourdes, situata alla periferia di questa piccola cittadina.

Il mistero di una conversione Ideatore dell’Unitalsi è un giovane ammalato romano di ventitré anni, Giovanni Battista Tomassi, nato il 29-11-1880, figlio dell’amministratore dei Principi Barberini, affetto da una forma artritica acuta e irreversibile e in carrozzella da quasi dieci anni; è molto sofferente nel corpo, ma soprattutto è molto tormentato nello spirito per la sua ribellione a Dio e alla Chiesa. Avendo saputo dell’organizzazione di un pellegrinaggio a Lourdes, il Tomassi chiede di parteciparvi con l’intenzione ben precisa, se non avesse ottenuto la guarigione, di compiere uno scandalo, un gesto di clamorosa sfida e bestemmia: suicidarsi ai piedi della Madonna.

Giovanni Battista Tomassi, ideatore dell’Unitalsi.

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La grotta di Massabielle nel 1903, l’anno in cui anche don Guanella partecipò al pellegrinaggio a Lourdes, guidato da mons. Radini-Tedeschi, il cui segretario era nientemeno che il futuro Papa e Santo Giovanni XXIII.

Siamo alla fine di agosto *; Giovanni Battista Tomassi è carico di rabbia per la malattia che lo tormenta, è nutrito di anticlericalismo e viene descritto da un altro partecipante, il prof. Carlo Costantini, che poi nel 1909 viene nominato Vice Presidente dell’Associazione, come un giovane dallo sguardo truce: «Il suo sguardo così fiero, direi sprezzante, gli alienava quella naturale e profonda simpatia che ogni anima cristiana sente verso l’infelice». Non è pensabile, per il suo tormento spirituale, che il Tomassi, recandosi a Lourdes, avesse in tasca una corona del rosario; è invece certo che ha con sé una pistola per attuare il suo gesto disperato. Accade però che, giunto alla Grotta dove l’Immacolata era apparsa a Santa Bernadette, viene colpito dalla presenza dei volontari che aiutano i malati ad entrare nella Grotta per pregare e percepisce appieno che la condivisione amorevole dei volontari dava conforto, speranza e serenità ai Sofferenti. Per tutti i giorni del pellegrinaggio è smarrito, sconvolto, taciturno e insieme pensieroso; non ottiene il miracolo, non attua il proposito di suicidarsi, ma alla stazione di Lourdes, al momento del rientro, chiede di parlare con il direttore spirituale del pellegrinaggio, il Vescovo mons. Radini-Tedeschi, al quale con totale serenità, consegnando la * Al pellegrinaggio vi partecipò anche il nostro don Guanella, accompagnato dalla scrittrice Maddalena Albini Crosta, che poi riportò su La Divina Provvidenza relazioni del pellegrinaggio. Il 27 settembre 2005, don Guanella è stato dichiarato compatrono dell’Unitalsi, insieme con san Pio X, «per la sua dedizione e l’amore verso i malati e i sofferenti».


pistola, dice: «Ha vinto la Madonna. Tenga, non mi serve più! La Vergine ha guarito il mio spirito». Ed aggiunge: «Se Lourdes ha fatto bene a me, farà bene a tanti altri ammalati». Manifesta così al Vescovo e al giovane sacerdote che lo accompagna, don Angelo Roncalli, poi Papa Giovanni XXIII, l’idea di fondare una specifica associazione. L’incontro con la Grotta di Lourdes provoca un profondo cambiamento in Tomassi che non ottiene la guarigione del corpo, ma certamente quella dell’anima ed è un uomo nuovo. L’Unitalsi quindi nasce nel 1903 e nel 1905 parte da Roma verso Lourdes il primo pellegrinaggio: un gruppo di pellegrini, volontari e nove ammalati, accompagnati dal Tomassi, sempre gravemente ammalato, e due assistenti. Da allora ad oggi e certamente anche nel futuro, l’Unitalsi è sempre più uno strumento in mano a Maria perché la disperazione si trasformi in speranza e le lacrime in sorriso. Cfr. www.unitalsi.it

«ERO MASSONE, ORA SONO CATTOLICO» hghghg

Storia della conversione di un Venerabile Maestro del Grande Oriente Nelle librerie italiane si trova un libro più affascinante di un romanzo dal titolo «Ero Massone. La mia conversione dalla massoneria alla fede» (Piemme). È la storia vera di Maurice Caillet, un medico ginecologo, non battezzato, materialista, abortista e anticattolico. Nasce a Bordeaux il 24 settembre 1933 in una famiglia bretone anticlericale. Laureatosi in medicina e specializzatosi in urologia e ginecologia, si associò alla lobby multinazionale abortista. Divorziato dalla prima moglie, a 36 anni entra a far parte del Grande Oriente di Francia. Diventa Venerabile Maestro della Loggia di Rennes e fa carriera nel lavoro e in politica e nella stessa massoneria, fino a divenire Venerabile Maestro. Ma è proprio all’apice della sua carriera politica e professionale che accade l’imprevisto. La moglie Claude si ammala gravemente e lo trascina con sé in un pellegrinaggio a Lourdes. Mentre lei è nelle piscine, Maurice è intirizzito e si ripara nella cripta posta sotto la grotta delle apparizioni. Vi stanno celebrando una Messa...

«Ero razionalista, massone e ateo – scrive nel libro –. Non ero neanche battezzato, ma mia moglie Claude era malata e decidemmo di andare a Lourdes. Mentre lei era nelle piscine, il freddo mi costrinse a rifugiarmi nella Cripta, dove assistetti con interesse alla prima Messa della mia vita. Quando il sacerdote, leggendo il Vangelo, disse: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto”, ebbi uno shock tremendo perché avevo sentito questa frase il giorno della mia iniziazione al grado di Apprendista ed ero solito ripeterla quando, già Venerabile, iniziavo i profani». «Nel silenzio successivo sentii chiaramente una voce che mi diceva: “Bene, chiedi la guarigione di Claude, ma cosa offri?”. Istantaneamente, e sicuro di essere stato interpellato da Dio stesso, pensai che avevo solo me stesso da offrire. Al termine della Messa, andai in sacrestia e chiesi immediatamente il Battesimo al sacerdote. Questi, stupefatto quando gli confessai la mia appartenenza massonica e le mie pratiche occultiste, mi disse di andare dall’Arcivescovo di Rennes. Quello fu l’inizio del mio itinerario spirituale». Da allora Maurice Caillet ha lasciato la Massoneria ed ha compiuto un itinerario di conversione e purificazione. L’entusiasmo per la fede trovata gli ha dato la forza di affrontare e superare le tante difficoltà e minacce che il mondo materialista e la Massoneria gli hanno posto di fronte. Per non aver più paura e per favorire le conversioni Caillet proponeva una preghiera che recitava ogni giorno: «Padre infinitamente buono, tu vedi nel segreto del cuore e delle logge. Tu sai che molti massoni, persi in una filosofia ingannevole, cercano vane verità. Liberali, Signore, dagli spiriti che li traggono in inganno. Che lo Spirito Santo, lo Spirito di verità, investa la loro intelligenza e il loro cuore e riveli loro la Verità iniziale e filiale, l’Alfa e l’Omega: Tuo Figlio, Gesù il Cristo, la sua Vita, il suo insegnamento: la Buona Novella del tuo Amore». n

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LOURDES L’AMORE INDELEBILE

O MARIA

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O Maria, Tu che sei apparsa a Bernardetta nella nicchia della roccia, nel grigiore e nel freddo dell’inverno. Tu hai portato il calore di una presenza, la serenità di un sorriso, la luce e la bellezza della grazia. Nelle crepe delle nostre vite spesso grigie, nelle crepe di questo mondo dove il Male è ancora potente, riporta la speranza, ridona la fiducia. Tu che hai detto a Bernardetta «Io sono l’Immacolata Concezione»: vieni in soccorso di noi poveri peccatori. Donaci il coraggio della conversione, l’umiltà della penitenza e la perseveranza della preghiera. Ti affidiamo tutti coloro che portiamo nel nostro cuore, in particolare i malati e i senza speranza, poiché Tu sei «la Madre della Consolazione».

Lourdes. La Basilica e il fiume Gave.

Il treno va, veloce senza fermarsi attraversando mari e monti. Tutti hanno qualcosa da dire attraversando quella piccola e santa grotta, dove uscendo una luce abbaglia il cuore. La pioggia non dà tregua, le vasche si riempiono di un brivido freddo e intenso, pregando la pelle si asciuga all’istante... quell’acqua santa non sfiora minimamente i vestiti della freddezza. L’amore che circonda questa baia della cristianità è qualcosa di straordinario: tutti aiutano tutti, così facendo scoppia 1’amore fra la sofferenza e la pienezza umana così come un soffio divino... Questo amore, questa amicizia, questo spirito di solidarietà scorre attraverso il fiume che divide in due questa santa baia ma non i cuori di chi alla vita chiede solo un po’ di tutto questo... Angelo Cassese

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Tu che hai guidato Bernardetta alla scoperta della fonte, guidaci verso Colui che è la fonte della vita eterna, Colui che ci ha donato lo Spirito Santo per mezzo del quale noi osiamo dire: Padre Nostro, che sei nei cieli...

Suore guanelliane a Lourdes.


L’AVE MARIA DI LOURDES hghghg

1 O Vergin Maria regina del ciel a Lourdes ritorna il popol fedel. 2 Va un dì Bernardette fuscelli a cercar con due bambinette che il gel fa tremar.

il gaudio splendente per sempre nel ciel. ... 19 Maria Immacolata in Te noi crediam e sotto il Tuo manto conforto cerchiam.

3 La grotta s’accende di luce del sol la bella Signora la bimba a sé vuol.

20 A Lourdes pellegrina la folla da allor ritorna incessante accesa d’amor.

4 Di bianco candore recinta d’un vel le cinge la vita un lembo del ciel.

21 Al nuovo richiamo dobbiamo obbedir: ci chiama il Signore ci vuol convertir.

... 8 A te io prometto fanciulla fedel

22 Dei nostri ammalati lenisci il dolor: che sian consolati dal dolce tuo cuor.

HANNO DETTO DI LOURDES hghghg

Mons. Laurence, vescovo di Tarbes, da cui dipendeva Lourdes, 18 gennaio 1862: «Riteniamo certo che l’Immacolata Maria, Madre di Dio, è realmente apparsa a Bernadette Soubirous (dopo tre anni e mezzo di inchieste e sulla base di una commissione speciale). Queste apparizioni rivestono tutti i caratteri della verità. Di conseguenza, i fedeli possono tranquillamente prestarvi fede. Sottomettiamo il nostro giudizio a quello del Sommo Pontefice, cui spetta il governo della Chiesa universale». Giovanni Paolo II si è recato due volte a Lourdes da papa. Una prima volta nel 1983: «Sono pieno di gioia per aver potuto finalmente aggiungere Lourdes alla serie di santuari mariani che mi è dato di visitare nel mondo. Qui si prega, si ama pregare, si ama essere riconciliati con Dio, si ama venerare l’Eucaristia, si fa un posto d’onore ai poveri e ai malati. È un luogo eccezionale di grazia». Nel 2004, anziano e al limite delle forze: «Inginocchiandomi qui, presso la grotta di Massabielle, sento con emozione di aver raggiunto la meta del mio pellegrinaggio...». «Mia buona Madre, abbi pietà di me; io mi dono completamente a te perché tu mi doni al Figlio tuo. Qui la Vergine invitò Bernadette a recitare il Rosario, sgranando lei stessa la corona. Questa grotta è diventata così la cattedra di una singolare scuola di preghiera in cui Maria insegna a tutti a contemplare con ardente amore il volto di Cristo».

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Benedetto XVI, 11 febbraio 2008, messaggio per la 16a Giornata Mondiale del Malato: «I 150 anni delle apparizioni di Lourdes ci invitano a rivolgere lo sguardo verso la Vergine Santa, la cui Immacolata Concezione costituisce il dono sublime e gratuito di Dio ad una donna perché potesse aderire pienamente ai disegni divini con fede ferma ed incrollabile, nonostante le prove e le sofferenze che avrebbe dovuto affrontare». Vittorio Messori, scrittore, 2008: «Da Lourdes tutti tornano guariti, guariti nel cuore. Ho visto gente che cercava l’accettazione della propria condizione di ammalati, la riscoperta della fede, il significato del dolore. E l’hanno trovato. Qui sembra assottigliarsi all’estremo la parete che divide il Cielo e la Terra; dove si fa sottile il confine tra realtà concreta e quotidiana, ed Enigma invisibile ed eterno; dove in qualche modo il soprannaturale sembra diventare naturale». Massimo Giletti, presentatore televisivo, 2008: «Sono stato 25 volte a Lourdes, dove torno a lavorare volentieri alle piscine, ad aiutare la gente, in particolare gli ammalati, a scendere nella vasca. Ogni volta mi colpisce il numero dei giovani che vanno ad aiutare gli ammalati. Giovani che pagano da 400 a 600 euro per andare a lavorare a Lourdes! Dove trovate un altro posto al mondo dove la gente paga per poter aiutare gli altri?». Alessandra Borghese, principessa, giornalista, 11 febbraio 2008: «Sono stata una ventina di volte a Lourdes. Faccio parte del gruppo che aiuta

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alle piscine. Credo che il miracolo più grande sia la guarigione del cuore, che qui si verifica. Difficilmente si può resistere alla grazia in questo luogo, anche per gli agnostici c’è un crollo. Questo è il grande miracolo di Lourdes. Le guarigioni corporali sono solo segnali che rimandano a quello che davvero conta: la guarigione del cuore.». Massimo Cacciari, filosofo non credente, 11 febbraio 2008: «È completamente errato l’atteggiamento di sufficienza di certi che si definiscono laici. Che vi siano centinaia di milioni di persone che da Lourdes iniziano una strada di fede e di bontà nuova, è un miracolo che non si può negare. Non riconoscere la presenza del segno, del prodigio, è agnosticismo stupido, sciocco, del tutto irrealistico. Che 70.000 persone, come quest’oggi si è registrato, vadano a Lourdes per rafforzare la propria fede e tornino con un carico, di bontà, questo è un vero miracolo e nessuno lo può negare». Anche Gianni Morandi è stato laggiù più volte. «La prima volta, nel 2004 per il raduno nazionale dell’Unitalsi, ho cantato all’interno della Basilica sotterranea Pio X. Poi sono tornato con la Nazionale Italiana cantanti e in seguito mi è capitato di tornarci in altre 2 o 3 occasioni». E aggiunge: «Lourdes è un luogo emozionante, suggestivo e coinvolgente, non solo per chi ha la fede. Ricordo bene la visita fatta alla Grotta della Madonna: c’è un’atmosfera che avvolge e fa riflettere sui milioni e milioni di persone che, da tutto il mondo, sono venuti in pellegrinaggio, portando con sé speranze e sogni, lasciando ricordi, rendendo omaggio, affidandosi alla spiritualità». n

(Ogni giorno) farò in spirito almeno tre visite alla Grotta di Lourdes. San Luigi Guanella


TESTIMONIANZE

Pellegrino alla ricerca di Dio Pietro Pasquali sdc

Gli scarponi di san Luigi, simbolo del suo pellegrinare verso Dio e verso i più poveri.

Se ci piace pellegrinare ai Santuari, siamo su una «buona strada guanelliana», perché anche a don Guanella piaceva pellegrinare e partecipare ai diversi avvenimenti ecclesiali anche fuori Italia. Un modo di dire il suo amore appassionato alla Chiesa di Cristo.

A

lla vigilia del giubileo del 2000 papa Giovanni Paolo II progettò un suo pellegrinaggio nei luoghi più significativi della storia della salvezza. Tra questi, un posto particolare sarebbe toccato alla Terra Santa. Voleva così inserirsi tra i tanti pellegrini che da duemila anni si erano recati nella Terra di Gesù, per ripercorrere con fede i luoghi in cui si svolse la vita del nostro Salvatore. Tra i pellegrini che precedettero Giovanni Paolo II ci fu anche don Guanella. Vi si recò, nel 1902, col primo pellegrinaggio nazionale italiano, presieduto dal Card. Carlo Andrea Ferrari, arcivescovo di Milano e guidata da Mons. Radini Tedeschi, poi vescovo di Bergamo.

Pompei. Santuario della Beata Vergine del Santo Rosario, dove don Guanella si è recato più volte come devoto pellegrino. La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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Pellegrino ovunque

A Lourdes don Guanella è stato pellegrino sul finire dell’agosto 1903.

Perché pellegrini? Fin dai tempi antichi il pellegrinaggio contrassegnò l’esperienza religiosa dei popoli, come per porre il loro cammino terreno sotto la protezione di Dio. Per restare nel nostro ambito, si pensi ai pellegrinaggi frequentati dagli Ebrei a Gerusalemme. Anche Gesù più volte vi partecipò. Già nei primi secoli dell’era cristiana sono nati i pellegrinaggi

dei fedeli in Terra Santa, a Roma sulla tomba degli Apostoli Pietro e Paolo, a Santiago di Compostela, dove è venerato San Giacomo, il primo apostolo morto martire. In tempi vicini a noi sono tanti i pellegrinaggi ai santuari mariani di Lourdes, di Fatima, di Czestochowa, di Guadalupe in Messico, dell’Aparecida in Brasile. Ivi i fedeli rinvigoriscono la loro fede e ottengono dal Signore grazie soprattutto spirituali.

Don Guanella si recò pellegrino in tanti altri santuari e partecipò a diversi avvenimenti ecclesiali anche lontani dall’Italia. Ecco alcune di queste mete: Roma: vi andò la prima volta nel 1888 con un pellegrinaggio ambrosiano e vi tornò ripetutamente, soprattutto per visitare le sue Case aperte nella Città eterna, sotto lo sguardo benevolo del papa Pio X, che tanto lo stimava e aiutava. In queste circostanze non mancò di recarsi a Pompei, ad Assisi, a Loreto. Ai piedi della Madonna di Pompei nel 1913 accompagnò il primo gruppo delle sue suore in partenza per gli Stati Uniti d’America. Lourdes: vi andò nel 1903. La giovinezza di don Guanella si svolse sotto il segno dell’Immacolata: nel 1854 con gioia apprese la definizione del dogma da parte di Pio IX; nel 1858 venne a conoscere le apparizioni della Vergine a Lourdes. Londra: vi andò nel 1908 con un pellegrinaggio presieduto anche questa volta dal Card. Ferrari, in occasione del Congresso eucaristico internazionale. Treviri: l’occasione per andare nella città natale di S. Ambrogio fu il Congresso Mariano Internazionale. 14 ore di treno, passando dal Gottardo, Basilea.

Terra Santa

Il gruppo italiano alla grande processione di Treviri nel 1912, cui ha partecipato il nostro don Guanella.

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Ma il pellegrinaggio più importante e più ricco di ricordi e di sentimenti profondi fu quello in Terra Santa. Vi si recò per l’ardente desiderio di rivivere il Vangelo nei luoghi stessi percorsi dal Signore e dai primi discepoli. Volle coinvolgere in questo cammino di fede i suoi sacerdoti, le sue suore, gli ospiti delle sue case, i collaboratori, i benefattori. Lo accompagnarono con la preghiera. Don Guanella li avrebbe poi tenuti al corrente del viaggio attraverso relazioni da pubblicare sul periodico «La Divina Provvidenza». Il pellegrinaggio iniziò a Roma il 16 settembre 1902 e si concluse a Pompei il 21 ottobre seguente. Il


mezzo più usato fu la nave, l’Indipendente, che da Napoli li portò ad Atene, Beirut e Giaffa. Col treno e altri mezzi i pellegrini poterono visitare Damasco, luogo della chiamata di S. Paolo. Percorsero a lungo la Palestina, dal Carmelo al monte delle Beatitudini e al Tabor, da Nazaret a Cafarnao e a Cana. Il 2 ottobre giunsero a Gerusalemme, ospiti dei francescani e poterono pregare e celebrare in tutti questi luoghi, i più santi della cristianità. Don Guanella e altri sacerdoti col Cardinale passarono la notte tra il 13 e il 14 ottobre nella Basilica del S. Sepolcro (e anche della Resurrezione). Notte indimenticabile e unica in tutta la loro vita. Non mancò la visita al Giordano, a Emmaus e naturalmente a Betlemme. Impossibile riportare tutti i ricordi e le emozioni dell’anima di don Guanella, che era anche un buon osservatore. Solo alcune. Ad Atene notò che i pope ortodossi «sono poveri e poco istruiti, portano grandi barbe e vistosi vestimenti; le loro chiese sono assai ben tenute...». «Damasco – sono sue parole – io credo sia la più curiosa e originale città del mondo. Dovunque un

Don Luigi Guanella con i bambini siriani a Damasco, durante il suo pellegrinaggio in Terra Santa (1902).

turbinio di carrozze, di carri, di cavalcature, di asini, di cammelli, di pedoni, in certe vie lunghe tre chilometri e fitte fitte di gente e di negozi. Se da noi ci fosse qualcosa di simile, sarebbe un pericolo incessante, e chissà quanti cadrebbero ammazzati. Qui nulla di tutto questo...». Quando nel 1970 i primi guanel-

liani, su invito dei francescani, iniziarono a Nazaret, accanto alla basilica dell’Annunciazione, un’opera a favore dei disabili, almeno in parte si realizzò il sogno di don Guanella. Il seme deposto nel suo cuore diede il suo frutto. Attraverso i suoi figli spirituali don Guanella è tornato in Terra Santa. n

Gerusalemme, Santo Sepolcro. Don Guanella confuso tra i pellegrini (indicato dal cerchietto rosso). La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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TESTIMONIANZE

Don Guanella e l’Immacolata di Lourdes Piero Pellegrini sdc

L’

11 febbraio di questo anno 2018 si compiono 160 anni dalla prima apparizione dell’Immacolata a Lourdes. Vogliamo ricordare il rapporto di filiale amore e devozione che legava san Luigi Guanella alla Madonna di Lourdes.

Don Guanella amò la Madonna e la invocò come madre carissima per tutta la vita, usando verso di lei i titoli più diversi e più cari che erano stati creati e usati lungo i secoli della devozione della Chiesa verso la Madre di Dio. Il titolo che ebbe più caro, l’immagine della Madonna che ebbe sempre scolpita profondamente nel cuore, che conservò fin da ragazzo, diremmo, nel suo portafoglio, da studente sul suo scrittoio, da prete sul suo altare, fu quello di Immacolata, Vergine Immacolata amata e contemplata specialmente nel santuario di Lourdes. «La grotta di Lourdes è divenuta ormai il soggiorno della luce e delle gioie spirituali. La città e i cantoni di Lourdes nuotano in un mare di luce, durante le illuminazioni serali. Queste riflettono i loro raggi nel Gave, che scorrendo nelle argentine onde, con il dolce suo mormorio annunzia alla terra le grazie della Vergine Immacolata. Un fuoco falò eleva in alto vivacissime fiamme, di prospetto alla Grotta, quasi segno dell’ardore che è in petto ai pellegrini accorsi. Tutta Europa, scardinata dalle fondamenta, precipita verso Lourdes» (da «Un saluto all’Immacolata di Lourdes»). La sua devozione la espresse all’esterno mettendo in primo pia-

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no ovunque l’immagine cara e simpatica della Vergine Immacolata, quale vide Bernardetta a Lourdes, nei cortili o nei viali delle sue case: «Il ritratto della mamma mia, egli diceva, io lo elevo nei viali dei miei giardini e lo circondo di fiori». Don Guanella scrisse, sul finire del 1886 e i primi mesi del 1887,

Un saluto alla Immacolata di Lourdes. È un mese di maggio, con trenta narrazioni o discorsi formati da una riflessione, un esempio, una preghiera e un ossequio o fioretto. Ma l’origine del libro è interessante e fa capire quanto fosse centrale nella vita di don Guanella la presenza della Madonna Immacolata e quanto influsso avesse nella sua teologia, nella fede e nelle sue attività. Il 1886 era stato un anno di grazia particolare per don Guanella ed egli stesso ne fa un cenno nel primo discorso, con cui si apre il suo mese di maggio. Egli era alla ricerca di una casa da aprire in Como, di una nuova sede, la sua prima sede e centro di carità per i più poveri. Sul finire di febbraio era stato a Como, cercando una casa da affittare o da acquistare; era un giorno freddo, dovette passare per sentieri di campagna calpestando neve e assorbendo freddo; tornò alla sera a Pianello coi brividi del freddo e forse della febbre; ma doveva tenere subito dopo, agli inizi di marzo, un corso di Quarant’ore ad Ardenno (il 7-8-9 di marzo, probabilmente); discese dal pulpito dopo l’ultima predica con un forte dolore di gola e un attacco di tonsillite; con fatica tornò a Pianello la sera stessa; di notte fu chiamato per un’ammalata, assai meno grave di lui, e si recò a Saliana per assisterla; il 10 cominciava la Quaresima e benedisse le ceneri e le impose ai suoi fedeli. L’11 si mise a letto, non resistendo più al male, alla febbre e temendo anche i rischi di complicazioni per la difterite che


Don Guanella espresse la sua devozione alla Madonna di Lourdes, mettendo in primo piano ovunque la sua cara immagine.

Nuova Olonio (Sondrio). Grotta di Lourdes in Casa Madonna del Lavoro.

infieriva in quel tempo nel paese. Fino al 22 non poté alzarsi neppure per celebrare messa. Nei primi giorni anzi ci fu un aggravamento; il 16 iniziava la novena della festa dell’Annunciazione; chiese preghiere particolari dei suoi fedeli, specialmente delle sue orfanelle e delle suore dell’Ospizio. Racconta testualmente: «Io ritornavo infranto da un ministero di predicazione e mi posi a letto e il medico pronunciò che il grave malore tonsillare che mi opprimeva non era senza miscuglio di difterite. Incominciava la novena della Vergine Annunziata. Io che intesi già nel decorso della vita di affidarmi a Maria, come figlio alla madre, in questo momento provai certa fiducia senza confine per cui la Vergine avrebbe guarito me, né permesso che si ammalasse nessuno di quelli che mi circondavano [...] Essendo nello stadio più grave del male, non potevo profferire sillaba, ma altri recitarono per me tre Ave, ed io assunsi in tre serate, poche gocce dell’acqua di Lourdes... Ora verso al termine di questo semplice triduo, io mi trovai sì bene, da poter poi in breve riprendere le occupazioni solite».

Tra gioie e preoccupazioni In aprile fu aperta la nuova casa di Como e a luglio si ammalarono

gravemente due orfanelle di nove e dieci anni. Suor Chiara Bosatta, la superiora, fece fare una novena alla Vergine Immacolata di Lourdes con preghiere e acqua di Lourdes e le bambine rapidamente si rimisero in buona salute. A suor Chiara che gli scriveva notizia della grazia, don Guanella replica di iniziare una nuova novena all’Immacolata secondo sue particolari intenzioni. (...) Suor Chiara a ottobre si ammala e torna a Pianello, dove la sorella maggiore, superiora di tutto il gruppo di suore, per curarla si ammala a sua volta ancor più gravemente: al 6 gennaio, a mezzanotte, don Guanella è chiamato per dare l’unzione degli infermi alle sue ammalate; ma «grazie alle molteplici invocazioni alla Immacolata di Lourdes suor Marcellina si rimette in buona convalescenza». «E qual non ascolta de’ suoi figli, benché immeritevoli, una Madre santa?», conclude don Guanella. Quando, nel luglio precedente, erano guarite le due bambine della casa di Como, suor Chiara aveva scritto a don Guanella: «Io ho una promessa da soddisfare colla Madonna di Lourdes. [...] Feci con le piccine una novena alla Madonna di Lourdes, promettendole che, se ci avesse accordato la grazia di guarirle, l’avrei fatta far pubblicare negli annali delle sue grazie. La grazia ce l’ha proprio accordata [... e] io non so come fare per soddisfare alla mia promessa. La prego, faccia Ella per me».

Grotta di Lourdes, a Natale, in Piazza S. Pancrazio di Roma.

Allora don Guanella decise di scrivere quel libretto dedicato alla Immacolata di Lourdes come soddisfazione del voto della suora e come suo grazie personale a tante premure della madre celeste per i suoi figli. Avendo tra mano la Storia di Nostra Signora di Lourdes di Enrico Lasserre, pensò di ridurla in poche pagine, suddivisa giorno per giorno, così da farne un mese di lettura o di predicazione. Non potendo andare in pellegrinaggio realmente, egli ci va e invita i lettori ad andare spiritualmente a Lourdes leggendone una storia breve, ravvivata da un pensiero di riflessione e da un invito alla preghiera. A Lourdes effettivamente don Guanella poté andare sul finire di agosto del 1903, accompagnato dalla cooperatrice Maddalena Albini Crosta, che allora dirigeva anche il mensile pubblicato da don Guanella «La Divina Provvidenza», sul quale apparvero poi due lunghi articoli di ricordi del pellegrinaggio, stesi su appunti e spunti di don Guanella riordinati dalla scrittrice, così che i ricordi persero un poco della personalità di altri suoi scritti. Si conservano tra i suoi manoscritti, le poche pagine di un quadernetto su cui annotò qualche ricordo di quel pellegrinaggio. Da «Don Guanella inedito», N.F., 1993 La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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VOCE FAMIGLIA

IL RISVEGLIO (è andata così?) Francesco Sapio

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i sentiva solo, ma non sapeva di esserlo. Avvertiva il bisogno di...: non lo sapeva...! Non sapeva di cosa avesse bisogno... e non riusciva a capire cosa stesse cercando...! Però, ne era certo: andava alla ricerca di... Ma qui si fermava, turbato: era come se nella mente si aprisse un immenso spazio, senza alcun punto di riferimento, nel quale vagava disorientato mentre sentiva l’inquietudine aumentare. Quando piombava in quello stato, l’ansia lo divorava e prendeva a girovagare senza meta, senza neanche accorgersi delle bellezze nelle quali era immerso, senza apprezzare la sua posizione di privilegio e di dominio: quel ben-di-dio a sua disposizione diventava un nulla!

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Oasi di Ninfa (Roma).

Di solito, però, non era così: era in pace con se stesso e con il mondo intero, colmo di stupore ed attenzione. Era contento d’esistere, si sentiva parte della natura, trascorreva intere giornate a bearsi del creato, mai pago di nuove sorprendenti scoperte, ricettivo di ogni mutare attorno a lui. Aveva imparato a percepire in anticipo l’approssimarsi della primavera e poi... lo stupore sempre nuovo dell’incanto allo spuntare delle gemme, allo sbocciare dei fiori, al crescere delle foglioline, all’apparire dei primi frutti, all’aprirsi dell’animo fra mille colori... I profumi lo sorprendevano ancora di più: cos’erano? Non li vedeva né li toccava: arrivavano improvvisi e... si lasciavano godere.

Come poteva accadere tutto ciò? Ne era affascinato ma, soprattutto, incuriosito. Dalla calura estiva si riparava all’ombra degli alberi e si ristorava nelle acque fresche di allegri ruscelli. Dove avevano origine? Quell’ acqua da dove veniva e dove era diretta? Perché continuava a scivolare via, con tanta dolcezza, con grazia, ma con immutabile determinazione come avesse coscienza di sé e si fosse prefissata una meta da raggiungere? Gli piaceva il triste autunno, quando tutto sembrava acquietarsi, come a voler assumere una pausa di riflessione dopo la lunga festa, quando più forte avvertiva il bisogno di ringraziare il Signore per tutto ciò che era stato, per ciò che era


avvenuto, per tutto quanto aveva ricevuto.

... e capì anche che quel miracolo si era verificato per tutti, lui incluso! Presagiva l’arrivo dell’inverno e sbalordiva per tanta violenza: non più ruscelli festanti ma acque tumultuose e travolgenti, contorte e guizzanti lame di fuoco che attraversavano il cielo per perdersi nel nulla, scoppi assordanti, lontani giganteschi brontolii che sembravano voler sottolineare la sua pochezza e la necessità di una consapevole umiltà. Il mondo animale, poi, lo attraeva in modo particolare. Sentiva di farne parte. Poteva dire di conoscere tutte le specie e di esserne amico.

Partecipava alle loro esistenze, tutte diverse ma ognuna affascinante nella sua unicità. Sembrava che sapessero tutto, molto più di quanto ne sapesse lui... Infatti si chiedeva: avranno un motivo per starsene in gruppi separati per specie; ci saranno delle «leggi» che inducono i più grandi ad occuparsi dei più piccoli? E tanti, tanti altri interrogativi... Aveva notato che i vari gruppi aumentavano in fretta di numero: esseri piuttosto piccoli che prima non c’erano e che continuamente andavano ad infoltire i branchi. All’inizio si era chiesto: ma da dove verranno? Poi un giorno, per caso, ebbe modo di assistere al miracolo della Vita! E capì. Come capì il perché delle atten-

zioni che due «adulti» del branco dedicavano al nuovo venuto: era parte di loro. E capì anche che quel miracolo si era verificato per tutti, lui incluso! Ma perché nessuno si era preso cura di lui? Perché non ricordava niente del tempo passato? Sì, perché anche lui sarà stato un cucciolo; anche lui avrà avuto bisogno di cure, anche lui sarà cresciuto pian piano... Ma non aveva ricordi! Era come se fosse stato sempre così com’era..., come se avesse aperto gli occhi al mondo da adulto. Queste riflessioni lo rendevano triste ed inquieto.

Paradiso terrestre con Adamo ed Eva in un dipinto di Wenzel Peter.

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... o meglio: sentiva di essere diventato anche lui un dono! Da qualche tempo aveva preso a soffermarsi sempre più spesso su questi argomenti: cercava almeno una delle tante risposte. E se esplorasse più lontano? E se si dedicasse alla ricerca del suo branco? Dovrà pur esserci, da qualche parte... Era forse questo che cercava? E l’inquietudine l’assaliva! Quella strana sensazione di vuoto lo sommergeva... E nuovamente si trovava a vagare in quel vuoto senza alcun riferimento e ad avvertire quasi un sentimento di invidia per i suoi amici. Ma non ne era cosciente, come non era consapevole di essere diverso dagli stessi, come non percepiva la sua solitudine, co-

Valentina e Flavio nel giorno delle nozze.

me non aveva la capacità di dire a se stesso di avere un qualche desiderio o qualche bisogno perché gli sembrava di avere già tutto a sua disposizione e quel tutto escludeva la possibilità di qualche altra cosa. Ma... Nel corso di una di queste tante tormentose riflessioni il sonno sopraggiunse e nemmeno se ne accorse. Quando si svegliò capì subito che l’immenso spazio vuoto in cui di tanto in tanto annegava il suo essere era stato colmato, che il suo anelito sconosciuto non lo avrebbe più reso inquieto, che aveva ricevuto un ulteriore dono: Eva. O meglio: sentiva di essere diventato anche lui un dono; ora anche lui aveva un TU a cui donarsi! Il Signore aveva compreso... Ed egli Gli rese grazie. n

PENSIERI DI PAPA FRANCESCO SULLA FAMIGLIA • La famiglia oggi è disprezzata, è maltrattata, e quello che ci è chiesto è di riconoscere quanto è bello, vero e buono formare una famiglia, essere famiglia oggi; quanto è indispensabile questo per la vita del mondo, per il futuro dell’umanità. • Non esiste una famiglia perfetta. Non abbiamo genitori perfetti, non siamo perfetti, non sposiamo una persona perfetta, non abbiamo figli perfetti...; non esiste un matrimonio sano o una famiglia sana senza l’esercizio del perdono. Il perdono è

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vitale per la nostra salute emotiva e per la nostra sopravvivenza spirituale... Senza perdono la famiglia diventa un’arena di conflitti e di punizioni. Senza il perdono, la famiglia si ammala. Colui che non perdona non ha pace nell’anima o comunione con Dio... La famiglia ha bisogno di essere un luogo di vita e non di morte; il territorio della cura e non della malattia; lo scenario del perdono e non della colpa. Il perdono porta gioia dove il dolore produce tristezza e dove il dolore ha causato la malattia.


La «Preghiera di educatori e genitori per i figli» Mons. Angelo De Donatis Vicario Diocesi di Roma O Padre, ci rivolgiamo a Te all’inizio di questo anno nel quale la nostra comunità desidera dedicarsi in maniera rinnovata a servizio della crescita dei ragazzi e dei giovani. Siamo consapevoli che il futuro passerà dal modo con cui saremo riusciti a rendere sensibili, forti, libere le coscienze di coloro che oggi sono giovani. Sappiamo che non possiamo lasciare a se stesse le nuove generazioni; né che possiamo lasciare genitori, educatori e insegnanti soli a portare la responsabilità di dare un senso e un orientamento alla loro vita. Vogliamo tutti insieme, come comunità, assumerci il compito di dare ai ragazzi e ai giovani ragioni di vita e di speranza; vogliamo con loro credere nel futuro. Vorremmo riuscire a fare loro toccare con mano, nelle nostre esistenze, che la vita vale la pena di essere vissuta e che, alla luce del Vangelo e sulla traccia del tuo Figlio Gesù, essa acquista una vastità di orizzonti, una pienezza e un’intensità che va al di là di ogni possibile desiderio. Siamo coscienti di aver contribuito a preparare per loro una società che ama più le cose che le persone, che esclude i deboli, che non si indigna per l’ingiustizia e non sa più piangere per il dolore dell’altro. Tu sai, Padre, che anche gli adulti sono spesso sopraffatti dalla stanchezza, spenti dalla disillusione, e che la vita appare loro talvolta più un peso che una benedizione. Sappiamo quante volte non abbiamo saputo orientare i desideri dei più giovani, non abbiamo saputo trovare le parole giuste per comunicare loro la bellezza della vita e della fede; quante volte non siamo riusciti a riconoscere e ad accogliere le loro spinte al bene o non abbiamo saputo rispettare e decifrare i loro silenzi. Come discepoli del tuo Figlio, non abbiamo saputo far vedere tutta la bellezza di una vita vissuta secondo il Vangelo. Padre, mentre ti chiediamo di avere misericordia per le

nostre povertà, invochiamo con ancora più forza il dono del tuo santo Spirito, senza il quale nulla ci è possibile. Sostenuti da te, sentiamo di poterti presentare il nostro rinnovato impegno. Desideriamo impegnarci in modo nuovo per l’educazione delle nuove generazioni. Ci impegniamo a sentire tutti i nostri ragazzi e giovani come figli nostri, e ad ascoltarli nel loro bisogno di vita, di amore, di pienezza, di gioia. Ci impegniamo a fare loro vedere con la nostra vita di ogni giorno quanto sia bella, buona e gioiosa un’esistenza che si svolge sotto il tuo sguardo di Padre e che attinge al Vangelo di Gesù. Ci impegniamo ad avere uno sguardo di predilezione per i ragazzi più fragili, quelli che sono stati troppo poco amati e che rischiano di non credere più in nulla. Ci impegniamo a far sì che le ragazze e le giovani siano rispettate per la loro dignità ed educate a custodire per tutti quella riserva di tenerezza di cui ha grande bisogno la società. Ci impegniamo a sostenere le famiglie, a diventare ogni giorno alleati dei genitori in quel compito educativo che sentiamo anche nostro. Ci impegniamo a non pretendere dai giovani che siano migliori di noi, ma insieme con loro vogliamo dar vita ad un mondo pienamente umano. Ci impegniamo a far loro posto nella nostra comunità e nella società, consapevoli che la giovinezza della Chiesa ha bisogno della loro presenza, del loro pensiero, del loro cuore, della loro novità. Ti presentiamo, Padre, la nostra preghiera per l’intercessione di Maria, Madre di Gesù e Madre di ogni donna e uomo. Lei, che conosce la bellezza e la fatica di accompagnare verso la vita il giovane Gesù, sostenga il nostro cammino. Amen.

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PROPOSTE GIOVANI • La pagina dei ragazzi

Un racconto per la Pasqua

L’ASINELLO E LA MACINA Francesco Sapio

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gni anno si ritrovavano: un ciuchino e una grossa macina. Ma erano incontri prefissati da altri; vi partecipavano senza poterli evitare o favorirli; comunque, in un certo qual modo, ne erano contenti. La grossa macina veniva «svegliata» da una lunga inattività durante la quale aveva accumulato polvere e ragnatele; subiva una vigorosa spazzolata, un’accurata lavata ed era bell’e pronta per l’imminente nuovo ciclo lavorativo. Il ciuchino arrivava già stanco al mulino. Era stato lungamente impiegato su aspri sentieri: su e giù per la montagna, in lunga fila con altri, con il basto carico di ciocchi

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tagliati in altura e poi accumulati in una grande legnaia a valle. Non avrebbe saputo dire se preferiva la ripida salita, che lo faceva tanto ansimare fino ad indurlo a rischiare una sicura bastonata per un istante di sosta, o la scoscesa strada del ritorno, lungo lo stesso sentiero che sembrava sgretolarsi sotto i suoi passi frenanti e appesantiti da un carico strabordante e spesso sbilanciato; la scarpata dava le vertigini, era meglio non guardarla e non pensare alla profondità della sottostante gola. E dire che aveva avuto momenti migliori... Ricordava sempre di quella volta in cui gli sembrava di sognare un sogno meraviglioso: tanta gente

che lo acclamava, festosamente, come fosse un purosangue da corsa; più si inoltrava verso il centro della città e più le grida gioiose aumentavano, mentre le due ali di folla andavano stringendosi sempre più ai lati di una strada ormai tappezzata dei loro stracci colorati. Non capiva, ma era tanto contento... Poi realizzò: la festa non era per lui, bensì per colui che era seduto sulla sua groppa. Ma fu contento lo stesso: si sentiva importante, partecipe del contesto e onorato del peso per niente gravoso. Però tutto finì in fretta, troppo in fretta e... ritornò al suo saliscendi per i sentieri montani. Ora lo avevano riportato al mulino; lo attendevano lunghi giorni a


girare in tondo spingendo un lungo trave collegato a una grossa pietra che, ruotando, frantumava chicchi di grano per ricavarne farina; ma lui non lo sapeva. Lavorava e basta. Oltretutto veniva bendato, e bastonato se rallentava il passo. Anche la macina non era messa meglio: avvertiva, giorno dopo giorno, il logorio per il continuo ruotare e condivideva l’angoscia di quei poveri chicchi che capitavano sotto il suo peso, più e più volte fino a finire in farina. Chi lo ha detto che ai chicchi di grano piace finire stritolati da una macina? Scommetto che se dipendesse da loro sarebbero felicissimi di germogliare e dare vita ad un’altra piantina. Non erano forse nati per tale scopo? E chi l’ha detto che una macina, ancorché dura come una pietra, non possa capire e partecipare alla sventura dei piccoli chicchi che lei, grande e grossa, è costretta a schiacciare? La consolava soltanto un pensiero che le era venuto in un momento in cui era più triste e partecipe del solito: forse il grano era stato creato appositamente per finire in farina e soddisfare le necessità dell’uomo... E, ancora, chi l’ha detto che un ciuchino, stanco e bendato, non possa intendersi con una macina sempre più consunta? Infatti, un giorno, presero a parlarsi... Incominciò il primo, sospirando del duro lavoro e rievocando la felicità di quel giorno in cui si sentì acclamato da un’intera folla; lo ricordava come il più bel giorno della sua esistenza. Prese a meglio descrivere le colorite ali festanti che, acclamando, agitavano rami festosi in un tripudio di accorate invocazioni; grida di gioia e lacrime di commozione; ostentazione di bambini e di sofferenti; corpi protesi a sfiorare un lembo; ultime speranze urlate da chi ne aveva speso troppe; i migliori stracci stesi sulla strada polverosa a manifestare la gioia per una venuta da troppo tempo attesa. Gli fece seguito la macina, ricordando di come fosse stata apposi-

Duccio di Buoninsegna. Ingresso di Cristo a Gerusalemme.

tamente intagliata per rotolare a chiusura di una tomba. Il proprietario era un uomo importante e l’aveva fatta predisporre per se stesso, ma volle ospitarvi le spoglie martoriate di un giovane che era stato crocifisso perché aveva osato parlare di povertà, amore e perdono; un giovane uscito gloriosamente dal sepolcro dopo che un’immane forza aveva ribaltato lei, grossa pietra inerte messa dinanzi all’ingresso da numerose e robuste braccia. Di quel giovane, ormai, si parlava poco: forse perché incapa-

ci di seguirlo; forse perché incapaci di amare, donare e perdonare; o, semplicemente, perché infastiditi. Eppure lei c’era! Poteva raccontare della forza immane e misteriosa che l’aveva rotolata! Poteva testimoniare del lampo di gloria che l’ha avvolto nel levarlo dal sepolcro! Poteva testimoniare con certezza che era risorto! E concluse: per ciò che ho visto, sono certa che anche l’esistenza di un umile asinello e di una grossa pietra rientrano nel Suo disegno. n

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per i più piccoli da colorare

Gesù Risorto in riva al mare di Tiberiade

Gesù Risorto si manifestò agli apostoli anche sul mare di Tiberiade. Gli apostoli avevano faticato tutta la notte sul mare, senza prendere, nulla. Gesù dalla riva ordina di gettare la rete dall’altra parte ed essi prendono 153 grossi pesci. Intanto Gesù aveva arrostito del pane sulla brace, sulla riva del mare; fa portare da loro dei pesci e poi li dà loro da mangiare. Che buona colazione per dei pescatori affaticati e stanchi! Gesù, anche per noi, quando ci sentiamo soli e stanchi, donaci qualcosa da mangiare: la tua Eucaristia per la nostra anima; pane e pesci arrostiti sulla brace in riva al mare per il nostro corpo stanco e il nostro cuore avvilito. Leggi il Vangelo di Giovanni, capitolo 21.

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA VERDELLO • Casa Don Luigi Guanella

Lacrime come perle preziose Due lacrime e un sogno on lo so neppure io, come dopo tanti anni, ho sentito l’emozione provata nell’accogliere le due lacrime – ultime – dono di papà. Erano le 16,30 del 14 ottobre 1986, quando dal Brasile arrivai all’aeroporto di Malpensa. C’era ad attendermi mio fratello Giambattista e subito egli mi disse, riferendosi al mio papà: «... sembra che attenda solo te per chiudere gli occhi». E fu così. Arrivata al capezzale, lo chiamai: «Papà, sono arrivata». Ebbe un sussulto e subito dopo lasciò cadere due lacrime, così cominciò la sua lenta agonia durata fino alle 23,30. Nella notte seguente, durante il sonno, sognai e lo vidi in una grande e oscura sala in mezzo a tanti angeli seduti senza comunicarsi tra loro. Mi impressionò quella cosa, ma mi feci coraggio e mi avvicinai dicendo: «Come stai, papà?». E lui senza guar-

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darmi mi rispose: «Più o meno». Io non soddisfatta continuai: «Papà, hai visto il Signore?». Rispose: «Oh, sì!», ma il suo sguardo era fisso in un angolo della sala e con fatica cercava di togliersi la giacca. Ancora una volta chiesi a papà di dirmi qualcosa e lui con voce chiara mi disse: «Di’ alla tua Madre che porti avanti con semplicità il Regno». Dopo questo dialogo e vedendo che lui voleva liberarsi di qualcosa, guardandolo con rispetto lo lasciai, perché mi sembrava che la mia insistenza ostacolasse la sua impresa. Camminando nel corridoio esterno della sala in cui si trovava, cominciai a udire suoni di festa, musiche e voci melodiose, mi avvicinai alle porte di vetro che erano spalancate e mi trovai davanti a uno spettacolo di luci e colori raggianti. Esseri angelici in armoniosa sintonia fra loro. C’era una perfetta comunicazione di gioia. Non si accorsero della mia presenza. Continuai ad os-

Suor Tarcisia Capitanio con i genitori.

Perché le lacrime

passaggio, recitando il Santo Rosario. Mentre i figli pregavano, videro due lacrime cadere come congedo, nella certezza che Dio era lì vicino. Mi commossi al sentire di un episodio di un bambino brasiliano quando Papa Francesco, dopo avere parlato a una immensa folla di giovani ha fatto una domanda: «Voi siete pronti a rispondere all’invito di Gesù, per seguirlo più da vicino?». Un ragazzino della favela alzò la mano e disse: «Io». Il Papa volle abbracciarlo, ma quello che mi impressio-

Le lacrime scendono anche per le gioie e conquiste, ma specialmente, per un dolore grande, che ostacola il grido e l’angoscia e trova quasi un sollievo lasciandole cadere. Penso alla Madonna. Il Vangelo ce la presenta come donna forte davanti al mistero di dolore ai piedi di Gesù sul Calvario. Giovanni, il discepolo amato, raccolse le lacrime di Maria, sono esse il conforto per l’umanità, che danno risposta e coraggio al mistero del dolore umano, consolano e recano speranza. Pochi mesi fa, mio fratello Giambattista, dopo 6 mesi di sofferenza vissuti nella lucidità e serenità, lasciava questa vita. Non posso dimenticare le parole che mi diceva quando lo visitavo. «Guarda, sorella, che il Signore ci è sempre vicino. Vivere o morire è tutto grazia; io faccio di tutto per essere utile qui, ma se il Signore mi chiama sono pronto e ho voglia di vederlo». Le ultime ore, quando era ancora lucido, espresse ai suoi 5 figli e alla moglie il desiderio di aiutarlo nel

nò furono le lacrime, certamente di gioia, che non caddero sulle guance, rimasero negli occhi brillando come perle preziose di rara bellezza. Anche noi pellegrini su questa terra siamo testimoni di tante tragedie che riempiono il cuore e gli occhi di lacrime. Siano esse un sospiro che arriva a Dio, che non abbandona mai nessuno dei suoi figli perché sgorgate dal suo amore eterno. Papa Francesco dice spesso: «Il Signore non sempre toglie il dolore, ma dà la forza per sopportarlo». Suor Tarcisia Capitanio

servare quello spettacolo di esseri angelici felici. Il mio pensiero era volato al mio papà che, spogliato di qualche sua ultima colpa, aveva raggiunto la beatitudine del Paradiso... e mi svegliai. Madre Elena mi telefonò per darmi le condoglianze e subito le raccontai del sogno e dell’augurio che il mio papà suggeriva a lei che aveva appena iniziato il suo nuovo compito di Superiora generale e entrambe finimmo commosse.

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA SVIZZERA • Lugano - Santuario Sacro Cuore

Un sogno che si realizza Una statua di don Guanella nel Santuario del Sacro Cuore a Lugano omenica 22 ottobre 2017 in molti ci siamo ritrovati a Lugano al Santuario del Sacro Cuore: confratelli e consorelle, ospiti delle nostre Case presenti sul territorio elvetico, amici e cooperatori. L’invito rivoltoci dal nostro confratello don Tino ad essere presenti alla celebrazione eucaristica delle ore 10 non poteva essere disatteso: il nostro Santo Fondatore avrebbe trovato «casa» accanto al suo primo successore Mons. Aurelio Bacciarini. Un sogno accarezzato sin da quando il Vescovo di Lugano, oggi emerito, Mons. Piergiacomo Grampa, il 4 maggio del 2012, al termine della celebrazione eucaristica di ringraziamento per l’avvenuta canonizzazione, ci aveva invitati a porre una statua di san Luigi in una delle nicchie del Santuario. E la risposta non si è fatta attendere! L’artista, il signor Nicolas Viry, che già conosce bene san Luigi per altre realizzazioni, contattato, accetta l’incarico e offre, oggi, ai nostri occhi un capolavoro che riempie gli animi di profonda gioia.

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«Provvidenza», di Nicola Viry.

Intensa è l’emozione di ciascuno di noi, entrando in Santuario, alla vista della statua del Fondatore che pare voglia abbracciare anche tutti noi insieme al piccolo down che sta alla sua destra. Tanti sono i sacerdoti e i confratelli che concelebrano l’Eucarestia con mons. Valerio Lazzeri, Vescovo di Lugano, il quale, nella sua omelia, per la famiglia guanelliana, ha parole di sincero ringraziamento per l’opera che svolge a favore dei fratelli più fragili.

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La benedizione della statua al termine della celebrazione eucaristica, animata dal coro della Parrocchia, e l’intervento di ringraziamento di don Marco Grega, Superiore provinciale dei nostri confratelli, rivolto al Vescovo e a quanti hanno reso possibile l’evento, ci ha uniti in un’unica preghiera di lode e di ringraziamento al Signore per quanto ci permette di compiere, in nome Suo e sulle strade della Carità, dove san Luigi ci precede e ancora oggi ci guida. Poteva essere solo una tranquilla domenica d’autunno in cui gustare il piacere di una passeggiata fuori confine, riscaldati da un timido e tiepido sole, invece è stata una giornata calda e ricca di fraternità, di intense emozioni, di rinnovato slancio, in cui abbiamo assaporato il gusto e l’orgoglio di essere guanelliani. A cura di suor Anna Fortino

Il messaggio della scultura Testo elaborato tenendo conto delle rivelazioni rilasciate dallo scultore Nicolas Viry a sua moglie Grazia Vaccariello, relativamente a pensieri, intenzioni e emozioni espresse nella sua opera. Ecco «Provvidenza», la prima statua di Nicolas Viry che rappresenta il Servo della Carità con un secondo personaggio:

un ragazzino mente abile.

diversa-

«Provvidenza» si inserisce nel percorso guanelliano che lo scultore Nicolas Viry compie dal 2011, anno della santificazione di don Luigi. Dopo la statua collocata a Buogonuovo di Piuro (Sondrio), dove il gigante della carità celebrò la sua prima messa, dopo il maestoso don Guanella dagli scarponi tipici dell’infaticabile uomo di montagna, realizzato per Fraciscio (2012), dove don Luigi nacque, dopo la raffigurazione del Santo che avanza instancabile e fiero, con le sue grandi mani pronte ad afferrare con la sicura disposizione del suo animo tutte le sofferenze, sullo sfondo delle montagne svizzere, a Maggia (2016), ecco «Provvidenza», la prima statua di Viry che rappresenta il Servo della Carità con un secondo personaggio: un ragazzino diversamente abile dal sorriso puro che volge a don Luigi il suo spirito d’innocente semplicità, un giovane fragile ed insicuro – allegoria dei tanti che oggi si trovano a dover fare i conti con un mondo sempre più ostile – che afferra dolcemente un dito del Santo, come fa il bambino con la sua mamma per accertarsi della sua presenza. Don Luigi è lì, con la sua espressione rassicurante, lo osserva con discreta commozione, mentre con la sua mano, chiaramente rivolta al mondo, è pronto a sostenere anche gli altri.


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA ROMA • Casa S. Rosa

Suor Limpia racconta on poteva esserci modo migliore per cominciare l’anno. Per me è stata una vera benedizione partecipare alla catechesi del Santo Padre e poter addirittura parlare con lui. Sapevamo che sarebbe entrato nell’aula Paolo VI dal fondo, quindi ci siamo messe più vicino possibile alle transenne per poterlo almeno vedere da vicino, senza pretendere tanto. Ma il Signore preparava per me un bel regalo: quando il Papa è entrato ha cominciato a salutare la gente e poi piano piano camminava verso di noi: come tutti anche io comincio a gridare: «Papa Francesco, Papa Francesco». Subito dopo aver baciato una bambina si gira proprio dalla nostra parte, io comincio a dire: «Papa Francesco prega per noi» e lui riesce ad individuarmi, mi guarda negli occhi, io continuo a dire «Papa Francesco

N La nuova statua di san Luigi Guanella, dell’artista Nicola Viry, collocata nel santuario del Sacro Cuore di Lugano.

Il gesto di don Guanella si rivela nel suo duplice significato: quello di accoglienza, un gesto rivolto a tutti i bisognosi, pronto a riempire lo spazio vuoto, a «prenderne» un altro sotto il manto della sua carità; e quello di abbraccio, un gesto di amorevole carità, di umana «Provvidenza», vale a dire la possibilità che ogni uomo ha di fare del bene, di sceglierlo e promuoverlo, anche attraverso la semplice adozione di una fragilità o mediante la sola vicinanza a chi resta in disparte, ai derelitti della Terra. Non sono le cose materiali il veicolo della felicità: un’anima riempie di gioia il ragazzo, una presenza sicura ne illumina il bel sorriso. È l’anima di don Guanella che, con la sua vicinanza, con la sua misericordia, con la responsabilità della sua

protezione e con l’umiltà di chi abbassa il capo con gioia, dona a colui che si accosta al suo cuore uno stato di Grazia. Il suo capo è chino, infatti, in segno di umiltà, mentre quello del giovane è rivolto verso l’alto, verso un cielo sempre possibile da raggiungere. «Provvidenza», questa statua dorata, parla anche della storia di tutti i figli che si abbandonano, che non trovano la pace, che vivono su una Terra guasta, dove i grandi non sembrano più disposti a mettersi in loro ascolto; «Provvidenza» racconta anche di tutti loro, la cui salvezza può essere riposta seguendo i passi di san Luigi Guanella, sperimentando il suo exemplum di uomo che con coraggio si è fatto carico di chi ha avuto bisogno di lui. Nessuno, nella forza del suo spirito, potrà mai essere abbandonato.

prega per noi che faremo i voti Perpetui e siamo 12»; con espressione piacevolmente sorpresa mi risponde: «Che benedizione per la Chiesa!». Quando gli comunico che io li farò in Paraguay, egli mi risponde: «molto bene, auguri» e mi dà la mano, dicendo: «perché non mi hai portato la chipa?». La chipa è un cibo tipico del Paraguay che il Papa conosce e che gli piace molto. Mi ha salutato con un sorriso ed è andato avanti. Io ho cominciato a piangere per tanta felicità difficile da spiegare. C’era tanta gente intorno che gridava, ma io, quando ha cominciato a parlarmi, sentivo veramente che eravamo solo noi, come se tutto il resto fosse congelato, tanto intensa era la connessione fra noi. Grazie, Signore, per un momento così bello che ha lasciato un’aria fresca nel mio cuore. n

A cura di Grazia Vaccariello La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA SVIZZERA • Castel S. Pietro

Battesimo in Casa Don Guanella stato un perfetto esempio di intergenerazionalità quello che la nostra Casa di Castel San Pietro ha vissuto domenica 19 novembre. Il piccolo Manuel, figlio della nostra dipendente Claudia, ha infatti ricevuto il Sacramento del Battesimo nella nostra cappella e la festa che ha seguito la celebrazione ha coinvolto anche i nostri ospiti e i loro parenti. L’annuncio della cerimonia era infatti esposto nell’ascensore e l’invito a partecipare a questo momento di gioia era aperto a tutti. I preparativi sono iniziati già di buon mattino con l’allestimento del salone e le necessarie istruzioni alla cucina per bibite e torte. La cerimonia è iniziata alle 14,30. Claudia e il piccolo Manuel, accompagnati dal padrino e dalla madrina, sono stati accolti da don Sebastian, il parroco di Castel San Pietro, che ben volentieri ha accettato di tenere la celebrazione nella nostra cappella. Don Sebastian ha dapprima spiegato ai presenti – tra loro anche suor Manuela, suor Lucia, alcuni residenti e qualche collega di lavoro di mamma Claudia – il significato del Battesimo, la sua importanza e il perché di questo Sacramento. Don Sebastian ha infatti ricordato che «il santo

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Battesimo è il fondamento di tutta la vita cristiana, la porta che apre l’accesso agli altri sacramenti. Mediante il Battesimo siamo liberati dal peccato e rigenerati come figli di Dio, diventiamo membra di Cristo; siamo incorporati alla Chiesa e resi partecipi della sua missione. Il Battesimo può definirsi il sacramento della rigenerazione cristiana mediante l’Acqua e la Parola». Terminate le spiegazioni, si è poi passati alla cerimonia vera e propria, durante la quale Manuel ha fatto sentire la sua bella voce... Dopo le foto di rito, la festa si è spostata nel salone, dove nel frattempo il personale ha portato numerosi ospiti, pronti a festeggiare il piccolo e la loro operatrice. Quella che abbiamo vissuto è stata una «prima». Una giornata di festa indimenticabile che speriamo di poter ripetere quanto prima. n

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA INDIA • Bangalore - St. Joseph Nivas

La Provvidenza non manca mai iduciose nella parola del nostro Fondatore san Luigi Guanella che ci chiedeva di confidare nella divina Provvidenza, abbiamo cercato aiuto per l’acquisto di un pulmino, allo scopo di rendere possibile ai bambini disabili dei paesi limitrofi di venire alla nostra scuola St. Joseph Nivas. Infatti, per mancanza di mezzi di trasporto, tanti bambini non potevano frequentare la nostra scuola speciale, non permettendo così alle loro mamme, a volte vedove o abbandonate, di andare al lavoro e di curare meglio la loro famiglia. Ci siamo rivolte a diverse aziende, chiedendo aiuto in modo che ci fosse facilitato l’acquisto o il dono di un mezzo di trasporto. La provvidenza di Dio è intervenuta tramite la signora Rajini e suo marito signor Ramesh, i quali ci hanno presentate all’Azienda ARRIS at the Senate IBC, 33/1, Ulsoor Road, Yellappa Chetty Layout, Bengaluru, Karnataka 560042. Questi si sono mostrati sensibili nei confronti del progetto presentato; hanno visitato la nostra Scuola St. Jospeh Nivas e sono rimasti favorevolmente impressionati dagli alunni. Il 28 novembre 2017 ci hanno regalato un pulmino bellissimo che può

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portare circa 40 alunni. Nella foto vediamo il CEO (presidente) dell’ARRIS, signor Bruce Mc Clelland e il sindaco del paese sig. Kiran dare ufficialmente le chiavi a suor Jeyamalini, direttrice della Scuola Speciale St. Joseph Nivas. La Famiglia Guanelliana ringrazia la provvidenza di Dio. Ringraziamo di cuore i signori Ramesh – ai quali assicuriamo il nostro ricordo nella preghiera – e all’Azienda ARRIS vada il nostro grazie e la nostra preghiera per tutti i suoi membri. Dio vede e provvede. Con l’aiuto di Dio si può fare tutto, specialmente quando egli trova dei cuori sensibili alla sua voce che invita alla carità. n

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA SVIZZERA • Tesserete - Casa San Giuseppe

Noi del venerdì diamo un’ampia risposta al desiderio di Papa Francesco enerdì: una giornata molto attesa per gli ospiti della Casa San Giuseppe! Infatti il pomeriggio c’è la tombola, un momento di svago, di divertimento, di concentrazione, di ricordi... Condiviso con una decina di volontarie. Alle 13,30 arrivano già alcune volontarie e preparano la sala ed i premi; alcuni ospiti sono già lì a prendere posto e adagio adagio la sala si riempie. Siamo sempre in molti tra ospiti e volontarie! Questo pomeriggio è diviso in tre momenti: la tombola, la merenda ed il canto. Ci si diverte molto, ci si impegna a marcare i numeri estratti, si vince, si mangia ed infine «una bela cantada!».

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Un incontro dei nostri «Venerdì, di carità», sull’esempio di Papa Francesco.

La merenda è sempre una sorpresa, preparata con il cuore, a turni, dalle volontarie. Il momento finale (per alcuni il più bello) è quello del canto, dove viene alla mente il ricordo dei tempi passati con le canzoni dei «vecchi tempi». Per tutti noi (ospiti e volontarie) è un momento di vero divertimento ed

emozione: tutti cantano e si conclude il pomeriggio in allegria, congedandoci con l’appuntamento al venerdì successivo. In ricordo della mia cara mamma Mary, ho iniziato a venire tutti i venerdì e continuo tuttora. Per

lei il venerdì pomeriggio era il momento più atteso della settimana. A lei piaceva molto giocare alla tombola (anche se non vinceva quasi mai), la merenda tutti assieme ed infine il momento del canto. La sua canzone preferita era quella della «Madonna Nera», l’aveva sentita in chiesa, a messa, e le era piaciuta moltissimo. La Idina gliene aveva fatto delle copie e lei le portava sempre con sé nella sua borsetta, così le estraeva e faceva la richiesta di cantarla. Dopo poco tempo la canzone faceva parte del repertorio: piace a tutti! Quando la cantiamo vedo che tutti gli ospiti la cantano con entusiasmo e quasi con le lacrime agli occhi. Alla fine non può mancare quella dell’Arnoldo, «Le... scarpette» e tutti la cantano senza spartito: la sanno a memoria. Bellissimo... continuiamo così! Carmen

Questo «venerdì» è diviso in tre momenti: la tombola, la merenda, il canto.

Preghiera di Papa Francesco per il Sinodo Giovani 2018 Signore Gesù, la tua Chiesa in cammino verso il Sinodo volge lo sguardo a tutti i giovani del mondo. Ti preghiamo perché con coraggio prendano in mano la loro vita, mirino alle cose più belle e più profonde e conservino sempre un cuore libero.

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Accompagnati da guide sagge e generose, aiutali a rispondere alla chiamata che Tu rivolgi a ciascuno di loro, per realizzare il proprio progetto di vita e raggiungere la felicità. Tieni aperto il loro cuore ai grandi sogni e rendili attenti al bene dei fratelli.

Come il Discepolo amato (Giovanni), siano anch’essi sotto la Croce per accogliere tua Madre, ricevendola in dono da Te. Siano testimoni della tua Risurrezione e sappiano riconoscerti vivo accanto a loro annunciando con gioia che Tu sei il Signore. Amen.


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA LIVRAGA • Casa Santa Teresa

Eventi speciali 100 candeline per la signora Maria novembre 2017: festa grande presso la Casa Santa Teresa in cui è ospite la signora Maria Albertini, storica proprietaria della trattoria «La Barca» di Livraga. L’ospite ha serenamente spento 100 candeline e per l’occasione il personale della struttura le ha preparato una grande festa a sorpresa con torta,

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cioccolatini, regali, palloncini e tanta allegria. Sono trascorse molte primavere, ricche di gioie e sofferenze, ma anche di speranze, perché la vita è sempre il più grande dono che Dio ci ha fatto. Per questo motivo auguriamo alla signora Maria tanta serenità per tutto il tempo che il Signore vorrà concederle. Buon compleanno, Maria!

Tanti auguri, signora Maria!

La visita del Vescovo Il giorno 23 ottobre 2017, in occasione della Visita Pastorale e della festività di san Luigi Guanella, con la presenza dei bambini della Scuola dell’Infanzia e degli ospiti della casa, il Vescovo di Lodi, S.E. mons. Maurizio Malvestiti, ha concelebrato l’Eucaristia con il parroco don Piergiacomo Gazzola e con don Ferdinando Brizzolari, presso la cappella dell’istituto. Dopo il saluto rivolto ai presenti, il Vescovo ha espresso un pensiero sull’amore; incoraggiando alla certezza che al termine della vita, se avremo amato, saremo collocati nell’eterna primavera di Dio. Quindi, con lo sguardo rivolto ai bambini ed agli anziani, il Vescovo ha costruito un ponte tra generazioni, rendendo grazie a Dio per la sapienza ed i sacrifici donati dai nonni ai più piccoli. Il pensiero del Vescovo è poi andato a tutti coloro che, in questo luogo, si prendono cura degli anziani: agli

operatori, ai volontari, alle suore ed ai cooperatori che donano attenzione e amorevolezza, rubando un sorriso a chi si trova in difficoltà. Al termine della celebrazione gli ospiti hanno consegnato a mons. Malvestiti un segnalibro di stoffa da loro assemblato, allegato a un biglietto di augurio che sottolinea il loro impegno nel ricordarlo nella preghiera. La visita è stata da tutti gradita, si è vissuto un momento di particolare intensità e grande emozione. Sara, Valeria, Romana

La celebrazione e i saluti (in alto) del nostro Vescovo di Lodi, mons. Maurizio Malvestiti.

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA USA • East Providence, Rhode Island - Sacred Heart Church

La prima volta nello Stato del Rhode Island Suor Margaret Mary Schissler riceve il suo premio.

È

dal 1989 che i sacerdoti religiosi guanelliani guidano la parrocchia del Sacro Cuore nella città di East Providence, nello Stato del Rhode Island, uno dei 50 Stati che formano gli Stati Uniti d’America. Per vari anni le Suore di don Guanella, le Figlie di Santa Maria della Provvidenza, hanno affiancato i Servi della Carità nel diri-

capiti attorno non esiste, non fa parte del suo essere e del suo carisma. Da circa quattro anni la parrocchia del Sacro Cuore, la più sgangherata e senza soldi che si possa trovare in città, porta avanti il carisma di don Guanella con l’apporto misterioso ma visibile della Provvidenza di Dio verso i bisognosi. Le scuole cattoliche qui hanno un gran d’affare sto perché noi apriamo quando altre parrocchie più floride chiudono. La risposta viene dal Fondatore, diciamo noi. «Finché ci sono poveri tra voi, non ci si può fermare». Se il Fondatore ci credeva a quel tempo, perché non noi ora? Sono i poveri diventati di meno e più ricchi? Non ci crediamo proprio! I poveri saranno sempre con voi, ci diceva Nostro Signore. E noi lo pren-

Rhode Island - East Providence. Parrocchia S. Cuore tenuta dai Servi della Carità.

gere le scuole elementari e medie della parrocchia e recentemente stanno dirigendo con cura e dedizione tutta guanelliana il centro diurno per anziani. Si sa come i discepoli e le discepole di don Guanella non stanno mai con le mani in mano. Trovano sempre un qualcosa da fare e un qualcuno da aiutare. Un guanelliano fermo a guardare cosa

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per stare aperte. Anche se i soldi non sono mai abbastanza, noi tiriamo avanti lo stesso. Mentre altre scuole parrocchiali chiudono, noi rimaniamo aperti. Quando opere caritative chiudono i battenti, noi li apriamo. Qualche prete ci ha chieCon suor Margaret Mary c’è anche Madre Serena Ciserani, alla sua destra.

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diamo in parola, perché i bisogni ci sono e stanno proprio sotto i nostri occhi. Per cui la parrocchia porta avanti una scuola dell’infanzia, scuole elementari e medie, un programma dopo-scuola per i bambini i cui genitori lavorano fino a tardi. Per anni ci si chiedeva se non fosse stato possibile aprirci ad un altro settore del carisma guanelliano, gli anziani. Detto e fatto. Con tanta fiducia nella


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA Provvidenza divina abbiamo aperto il centro diurno per anziani. Lo abbiamo fatto per aiutare due categorie di poveri: gli anziani genitori in casa con parenti e i parenti con anziani genitori in casa. Gli anziani hanno bisogno di compagnia e la compagnia la trovano qui. I parenti hanno bisogno di respirare un po’ e riposarsi, e sia riposo che respiro lo trovano qui. Prendiamo due piccioni con una fava, come si dice. Nel centro, gli anziani trovano amici, giocano, parlano, fanno esercizi fisici, hanno un pasto caldo, fanno attività, si divertono e pregano. Tutto sotto lo sguardo e la direzione delle suore Fi-

del Governo, ha consegnato a suor Margaret Mary e ad altre 15 persone il «Justice Award», un riconoscimento pubblico per persone che hanno fatto qualcosa di speciale verso i cittadini dello Stato. C’erano poliziotti che avevano compiuto atti d’eroismo; c’erano guardie carcerarie premiate per il loro impegno nel gestire la vita delle prigioni; c’erano impiegati statali che avevano salvato situazioni pericolose e incresciose; c’era una suora che ha difeso persone anziane da soprusi ed inganni. Ed era suor Margaret Mary. Il centro anziani è motivato ad aiutare gli anziani a rimanere nella loro

glie di Santa Maria della Provvidenza. Con loro, infermiere e volontari. La «direttrice» è suor Margaret Mary Schissler, un’energica e sorridente suora che personifica a tutto tondo la religiosa guanelliana. Bene; lei è la prima suora in assoluto che ha ricevuto un premio speciale dallo Stato del Rhode Island. Il 18 ottobre 2017, il Ministro della Giustizia, Peter Kilmartin, a nome

Suor Margaret Mary e volontari con i cari signori anziani da lei seguiti con amore e professionalità.

stro ha lodato il nostro modo di fare e di trattare gli anziani. Il premio dato a suor Margaret Mary è un premio che va a don Guanella, perché è tramite il suo spirito e il suo carisma che le suore e i sacerdoti guanelliani fanno quello che fanno. Il Ministro, nel riconoscere il ministero di carità di suor Margaret Mary, ha detto: «Suor Margaret Mary è un carro armato vestito da suora. Prende le difese degli anziani e non ha paura di dire con forza e chiarezza la sua quando vede uno di loro non curato bene dai familiari. È una voce forte per coloro che non hanno più voce per difendersi, per coloro che hanno

paura di difendersi, per coloro che per amor di pace stanno zitti e soffrono. Per questo suor Margaret Mary è diventata una persona amica in cui confidare. Per questo la suora è diventata una protettrice degli anziani del Rhode Island. Lei è una di quelle eroiche persone che contribuiscono a migliorare sempre di più la qualità di vita degli anziani nello Stato». Congratulazioni, suor Margaret Mary, da tutta la Famiglia Guanelliana e dai beneficiari del suo amore guanelliano. Auguri! Che san Luigi Guanella la tenga sempre sotto la sua santa protezione! Don Silvio De Nard SdC

comunità, tra persone che conoscono e che amano. Anche se sono anziani nei loro novanta anni, non è che a loro piaccia finire in una casa di riposo. Finché sono indipendenti e vivono una vita dignitosa, perché allontanarli dal loro ambiente di vita? Il MiniLa Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA FRATTA POLESINE • Casa Sacra Famiglia

Andare avanti

Noi e il Nordic Walking

sser venuto ad abitare in Casa Sacra Famiglia mi ha permesso di poter fare alcune esperienze che altrimenti non avrei mai conosciuto. Una tra queste è l’attività di Nordic Walking che qui in struttura altre ospiti hanno già fatto anni fa. Cos’è il Nordic Walking? Il Nordic Walking è una attività sportiva. Più precisamente è una camminata che si fa utilizzando dei bastoni simili a quelli che si usano per sciare. Lo scopo è quello di muovere tutto il corpo e utilizzando i bastoni ad ogni passo si fa una certa forza con le braccia e anche i muscoli della parte superiore del corpo lavorano. Ad insegnarci questo sport c’è un maestro federale proprio della scuola di Nordic Walking che si chiama Francesco Verza. Lui ha davvero

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tanta pazienza con noi anche se a volte non siamo attenti. Oltre a spiegarci quello che dobbiamo fare lui parla di tutto con noi, ci chiede come stiamo e come abbiamo trascorso la settimana. Se siamo stanchi ci fa rallentare un po’, ci lascia prendere fiato e poi si riparte. Gli esercizi che si svolgono sono: appena si inizia c’è il saluto che si fa alzando e incrociando le punte dei bastoncini, si passa poi agli esercizi di riscaldamento, alla camminata in tutto il bordo campo, la camminata libera alternando il movimento delle braccia dall’alto verso il basso e come ultimo esercizio si cammina in coppia per imparare a stare al passo con tutti, in modo lento e poi più veloce. Si termina con il saluto di chiusura che è come il saluto iniziale, cioè si al-

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zano i bastoncini e le punte si toccano sopra le nostre teste. Oltre ad esserci il maestro Francesco, con noi c’è anche la nostra operatrice Michela che ci incoraggia e ci sprona a fare sempre meglio e a fare bene. Ridiamo tanto perché mentre si cammina Michela ha sempre qualche battuta divertente per il gruppo o per qualcuno che in quel giorno fa qualcosa di buffo. Poi durante la settimana Michela continua l’attività con altri gruppi e loro non camminano solo all’interno della struttura ma escono anche in paese. Questo sport è proprio adatto a me più di tante altre attività, perché soffro di vertigini e qualsiasi movimento brusco mi dà malessere. Camminare mi è sempre piaciuto tanto e farlo senza fretta mi rassicura molto. Mentre cammino io penso alla mia famiglia, a quello che devo fare e a tutti i miei ricordi. Se è bello fare Nordic Walking ora in inverno, penso proprio che sarà molto piacevole farlo con la bella stagione tra colori e profumi della natura e non vedo l’ora. A cura di Michele Bovo

È sera Guardo la luna e il cielo blu e scrivo così: Ho due braccia grandi per abbracciare il mondo. Devo andare avanti e non guardare il passato ma il futuro che è di fronte. Guardo sempre avanti: Dio è vicino a me, non respingerlo. Dio è a fianco a te, Dio conosce il tuo cuore, la vita che fai e i tuoi problemi. Devo andare sempre avanti, sono sola ma ce la farò, la vita è bella, è unica e sacra. Non ce la faccio senza di te, Signore. Aiutami a superare questi momenti bui. Guarda avanti, c’è un futuro molto esteso davanti a me. Non devo vivere nei ricordi, chi vive nei ricordi si chiude in sé. Non si accorge di un tramonto, non si accorge dell’alba e dello spuntar del sole. Non vede le meraviglie di un cielo trapunto di stelle. Vede solo buio avanti a sé. Camminare e guardare avanti, pensare al positivo con tanta speranza in Dio. Rosangela Triulzi


PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP

Semi di generosità per far rifiorire la vita

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA CASE GUANELLIANE

I consigli della nonna Rimedi popolari, ricette, salute, bellezza, curiosità, ecc.

La frutta miracolosa... mese per mese (Consigli tratti dagli annuari di barbanera) Gennaio: l’arancia antiossidante Protegge da influenza e da stress. Usata come frutto o per ottime spremute, l’arancia dolce si consuma con piacere anche in insalata, tagliata a fette trasversali, condita con olio extravergine di oliva, sale ed erba cipollina. È ricca di vitamina A, cosiddetta antiossidante perché impedirebbe la formazione di quelle molecole tossiche, i radicali liberi, che accelerano il naturale processo di invecchiamento. E contiene vitamina C, essenziale in caso di influenze, stress, gravidanza. Può trarne vantaggio anche chi abusa di sigarette e chi beve molti alcolici. È una buona fonte di sali minerali e zuccheri. Sviluppando 47 calorie per 100 g è perfetta nelle diete dimagranti. Tonifica e rigenera il viso. La polpa d’arancia applicata sul viso rende più luminosa e liscia la pelle agendo come un leggero peeling. Per il massimo beneficio, conviene applicarla sulla pelle pulita per due settima-

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ne di seguito, tutte le mattine, per una decina di minuti.

Castagnole di Carnevale

Febbraio: il limone disinfettante Antisettico e doposbronza. Mentre mandarini e clementine contengono vitamina C per un terzo rispetto all’arancia, il succo di limone vanta un rilevante contenuto di vitamine C e del gruppo P, e notevoli quantità di minerali. Il succo aggiunge vitamine ai cibi fritti, allungato con acqua fredda disseta, puro o diluito in gargarismi combatte mal di gola e stomatiti; la tisana preparata con due scorzette di limone biologico aiuta a digerire e in caso di raucedine porta sollievo. Bere prima di colazione mezzo bicchiere d’acqua con il succo di limone e due gocce di olio essenziale di finocchio attenua i sintomi del doposbronza (mal di testa, alito maleodorante...). Sbianca i denti e le mani. Uno spicchio di limone passato su denti e gengive ha un’azione rassodante sulle gengive e sbianca i denti. Schiarisce anche le macchie scure sulle mani.

La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2018

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Semplici da preparare, queste morbide e croccanti palline fritte sono perfette per celebrare la festa anche a tavola. Ingredienti per 6 persone 4 uova • 150 g di zucchero • scorza di un limone • 200 ml di latte • un pizzico di sale • 1 bicchierino di rhum • 500 g di farina bianca • 1 bustina di lievito per dolci • olio di semi di arachide q.b. • zucchero a velo.

sto. Nel frattempo mettete a scaldare l’olio in un tegame con i bordi alti. Non appena l’olio sarà ben caldo, prendete un po’ di impasto con un cucchiaio e immergete questa «pallina» nell’olio bollente. Ripetete per più «palline» stando attenti a non riempire il tegame: durante la frittura, infatti, dovrete poter rigirare le «palline» di tanto in tanto per farle dorare su tutta la superficie. Scolate infine sulla carta assorbente le frittelle ottenute e disponetele su un piatto da portata. Spolverizzatele con lo zucchero a velo e servitele calde.

Frittelle di san Giuseppe

Preparazione Sbattete con energia le uova in una terrina, incorporando lo zucchero poco alla volta. Continuate a montare fino a ottenere un composto chiaro e spumoso. Aggiungete la scorza di un limone, il latte, un pizzico di sale e il rhum. Mescolate gli ingredienti e da ultimo aggiungete la farina bianca e la bustina di lievito. Lasciate riposare per qualche minuto l’impa-

Il 19 marzo è la festa del papà e si ricorda la figura di san Giuseppe definito «uomo giusto», sposo di Maria e padre adottivo di Gesù. Un famoso proverbio dice infatti: «San Giuseppe non si fa senza frittelle».


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA Ingredienti per 4 persone

Ingredienti per 8 persone

500 ml di latte • 60 g di zucchero • 100 g di riso • scorza grattugiata di 1 limone e 1 arancia • 1 pizzico di sale • 2 uova • 70 g di farina • 2 cucchiai di rhum • 50 g di uva passa • olio per friggere • zucchero a velo.

40 g di lievito di birra • 150 g di burro • 500 g di farina • 2 uova • 100 g di zucchero • ½ bicchiere di latte • ½ bicchiere di grappa • un pizzico di sale • per decorare • mandorle • granella di zucchero.

Preparazione In una pentola di media grandezza fate scaldare il latte e poi fateci sciogliere lo zucchero. Aggiungete il riso, la scorza del limone e dell’arancia e un pizzico di sale. Cuocete il riso a fuoco lento e poi fatelo raffreddare. In una terrina lavorate i tuorli d’uovo con la farina e il rhum, quindi versate il tutto sul riso. Nello stesso tempo fate rinvenire l’uva passa, lasciandola in ammollo in un po’ d’acqua, e poi unite anch’essa al composto amalgamando il tutto. Da ultimo montate a neve gli albumi, aggiungeteli poco alla volta all’impasto e mescolate dolcemente ottenendo un composto soffice e non liquido. Ora, con un cucchiaio, prendete un po’ di impasto e buttatelo nell’olio bollente per friggere. Servite le frittelle tiepide ricoperte di zucchero a velo.

Colomba pasquale

La ricetta proviene da Bobbio e fornisce una versione assai semplificata del noto dolce.

SVIZZERA • Maggia

FACCIAMO IL SALE AROMATICO

Preparazione Sciogliete il lievito in una tazza con un po’ di acqua tiepida. Mentre ammorbidite il burro a bagnomaria, preparate il forno caldo a150°C. Disponete a fontana la farina su una spianatoia e incorporatevi le uova, il burro, lo zucchero, il latte e la grappa. Lavorate l’impasto aggiungendo anche il lievito e un pizzico di sale. Ottenuto un composto morbido e omogeneo, versatelo in uno stampo, a forma di colomba, imburrato e spolverizzato con un po’ di farina. Completate questo dolce artigianale distribuendo copiosamente granella di zucchero e mandorle sopra la superficie. Ora potete mettere la vostra colomba nel forno a temperatura moderata per un’ora. La colomba cuocerà lentamente per facilitare la sua lievitazione. A cottura terminata, lasciate raffreddare prima di servire. n

In primavera e in estate i nostri giardini si riempiono di erbe aromatiche: ecco come adoperarle per la preparazione del sale aromatizzato. Il sale aromatizzato è un condimento molto saporito che darà un tocco in più ai vostri piatti. Ne basterà solo un pizzico perché sprigioni il proprio aroma caratteristico. In commercio esistono molte varietà di sale aromatizzato, ma in realtà si tratta di un prodotto molto semplice da preparare in casa. Per aromatizzare il sale in modo naturale vi serviranno soprattutto erbe aromatiche, spezie o scorze di agrumi.

Ingredienti 500 g dì sale fino • 1/8 foglioline dì rosmarino • 1/8 foglioline dì origano • 1/8 foglioline dì maggiorana.

Preparazione Prima di tutto lavate e asciugate le erbe e lasciatele essiccare per il tempo che ci vuole. Potete legare i rametti con un elastico e appenderli al termosifone, in un punto caldo della casa, in un luogo ombreggiato e ventilato in estate. Una volta completata l’essiccazione, separate le foglie dai rametti e tritate tutto con un macina caffè, con un piccolo robot da cucina, con un coltello o a mano. A questo punto unite e mescolate le erbe col sale in una ciotola e poi conservate in vasetti di vetro. Ricordatevi di condividere l’esperienza con un amico e regalate il sale ai vostri amici!

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NELLA CASA DEL PADRE Un messaggio per noi ghgh

Suor MARIA VITTORIA MARANGI ghgh

È nata a Fasano (Brindisi) il 4 novembre 1929. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 5 gennaio 1952. Ha svolto la sua attività nelle Scuole dell’Infanzia di Ardenno, Masino, Montagna, Sirta e nelle Case di Milano, Fratta Polesine, Menaggio, Barzio, Pieve del Cairo e ancora Milano Casa Don Luigi Guanella. È deceduta il 25 ottobre 2017 nella Casa Don Luigi Guanella di Milano. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Albese (Como).

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Il 4 novembre 1929 nasceva a Pozzo Faceto, una piccola frazione di Fasano (Brindisi), Vittoria Marangi, la maggiore di quattro sorelle: Maria, Giovanna, Francesca. La sua famiglia era molto modesta, i genitori lavoravano nei campi e le ragazze, oltre al disbrigo delle faccende domestiche, andavano a giornate a lavorare nei campi durante la raccolta delle olive, durante la vendemmia, ecc. I genitori erano molto religiosi, si recavano a messa ogni domenica e ad ogni festività; ogni sera la famiglia, dopo le fatiche della giornata, si riuniva intorno al braciere e prima della cena recitava il Rosario. Le bambine, poi divenute ragazze e poi donne, si nutrivano di questo clima di profonda religiosità e fu proprio dalla famiglia, piccola chiesa domestica, che iniziò a nascere la sua vocazione. In seguito, frequentando il catechismo e gli incontri che si tenevano in chiesa o nell’oratorio, cominciò a respirare il clima «guanelliano». In famiglia non si faceva altro che ripetere la frase di don Luigi Guanella: «Pane e Signore» e ringraziarlo per i doni della natura e il cibo quotidiano che non mancava. Vittoria era ancora bambina quando incominciò ad essere estasiata ovvero ad essere contagiata da questo clima guanelliano della parrocchia. Dalla sua camera da letto si vedeva il campanile della chiesa e lei rimaneva a lungo ad osser-

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varlo, in silenzio, dimenticandosi di tutto, con lo sguardo sempre rivolto al cielo. Si recava spesso in chiesa, situata a pochi metri da casa, per trovare la risposta a «questa chiamata interiore» che diventava sempre più assillante. Rimaneva per molto tempo in ginocchio davanti al crocifisso e, inconsapevolmente, aspettava che Gesù le mandasse un segno. Il suo desiderio di conoscenza e approfondimento di tutto quello che riguardava la vocazione religiosa non le dava tregua. Quando tornava a casa, a volte saltava la cena e se ne stava in disparte a meditare e pregare. A differenza delle altre ragazze della sua età, non era interessata verso i coetanei maschi, ma sentiva che la sua vita era rivolta verso un «Bene superiore» e che si sarebbe offerta a Lui per tutta la vita. Era affascinata dal vestito monacale, infatti mi ha raccontato la sorella Maria che, quando vedeva una suora, la guardava con ammirazione e fra sé pensava che un domani anche lei avrebbe indossato quell’abito. Non ne parlava con nessuno, era un segreto tutto suo che stava maturando. Verso i dieci anni cominciò a confidarsi con la madre e poi con le sorelle, per loro fu una cosa molto bella, anche se all’inizio sembrava irrealizzabile date le modeste condizioni economiche. Vittoria, dopo essersi confidata con la mamma, si sentì più libera e sicura e cominciò a sperare che con l’aiuto amorevole della famiglia, prima o poi il suo sogno si sarebbe realizzato. Il vero problema rimaneva il «Tatà», ovvero

il padre, al quale la madre non aveva il coraggio di dirlo. Intanto l’istituto Sacro Cuore di Fasano, fondato nel 1937 e guidato da sacerdoti guanelliani, era diventato un emblema non solo per i Fasanesi, grati a don Sante Perna che l’aveva voluto, ma anche per gli abitanti di Pozzo. In seguito alla fondazione dell’Istituto e successivamente all’arrivo di don Mario Merlin nel 1943, a Pozzo Faceto cominciarono a nascere le prime vocazioni. All’epoca, per le ragazze non c’erano svaghi, distrazioni, la vita si svolgeva tra «chiesa e lavoro» nei campi o in casa; per questo molte venivano soggiogate dalla vita religiosa. Inoltre la figura di don Luigi Guanella, con la sua vita, la dedizione verso gli umili e i bisognosi si stava divulgando, coinvolgendo un po’ tutti. A Pozzo, in quasi tutte le famiglie si era più attenti ai bisogni degli altri come: visitare gli ammalati, aiutare qualche famiglia in difficoltà, prestare piccoli servigi in parrocchia, insomma qualcosa andava maturando. Anche in Vittoria, divenuta adolescente e poi una bella ragazza, andava maturando qualcosa di speciale: voleva consacrare la sua vita per sempre al Signore. Le insistenze verso la madre erano divenute sempre più assillanti affinché convincesse il «Tatà». Sulle prime il padre si dimostrò infuriato e non volle sapere ragioni, ma in seguito, vedendo che Vittoria era irremovibile, rifiutava il cibo, non gli rivolgeva più la parola, il sorriso le era scomparso, non fece che assecondarla. Le


disse: «Se è questo che desideri veramente, allora segui il tuo cuore e la vocazione alla vita monastica». Allo «scoccare» dei 18 anni, Vittoria partì per iniziare la sua nuova avventura come le «tortorelle», di cui parlava san Luigi Guanella quando le prime suore partirono per l’America. Da quel momento Vittoria, con la sua piccola valigia, abbandonava il suo paese natio, i suoi affetti più cari, i suoi amici, per correre verso un Amore e un Bene supremo e per servirlo tramite i più bisognosi per tutta la sua lunga vita. Vittoria ha concluso il suo cammino terrestre con le consorelle che l’hanno tanto amata e accudita nell’ultimo periodo della sua vita e riposerà per sempre con loro. Tutti noi le siamo grati per la vita che ha dedicata al suo «Sposo» con amore e dedizione. Carissima suor Vittoria, ora che sei in cielo proteggi tutti noi che continueremo a pregare per te e le altre consorelle che riposano insieme con te. La vita di questa piccola Figlia di Santa Maria della Divina Provvidenza dovrebbe essere di insegnamento per noi e specialmente per i giovani a credere e a seguire dei valori, che non sono la ricchezza, la bellezza esteriore, ma un «Bene Supremo». Grazia Gigante Cooperatrice Guanelliana

v v v Il 25 ottobre, alle ore 22,30, la nostra consorella suor Vittoria Marangi è tornata alla Casa del Padre, dopo aver celebrato la festa del nostro Santo Fondatore, sua «guida spirituale» e nel cui «tracciato» ha vissuto, spinta solo dal bisogno di amare il Si-

gnore e di incarnare, nella quotidianità dei giorni, l’amore verso tutti coloro che, nei vari servizi della Congregazione, ha incontrato e avuto accanto. Infatti, giunta in questa Casa nell’anno 2000, riservata e umile, ha svolto la sua missione con grande dedizione e amore, competenza, delicata attenzione e profonda sensibilità. La si incontrava sempre sorridente accanto alle sue anziane, che amava circondare di premuroso affetto umano e spirituale e con loro assorta nella recita del Santo Rosario quotidiano, fino al giorno in cui la malattia che, silenziosamente aveva minato la sua salute, la costrinse ad abbandonare il reparto, le sue anziane che ancora oggi la cercano e le sue collaboratrici che continuano a sentire la sua mancanza. Persona dolce, riservata, semplice e di grande interiorità «lungo il corso della sua esistenza terrena si è impegnata ogni giorno a dire il suo Sì al Signore che misteriosamente e amorevolmente le aveva rivolto l’invito: “Seguimi, voglio essere la tua fonte e la tua eredità”. E suor Vittoria, consapevole di questa scelta, ha fatto di tutto per conoscere, amare e servire il suo e nostro Dio e renderlo quasi visibile nell’ambito della Congregazione alla quale la Provvidenza l’aveva inviata e nei vari uffici da lei svolti con responsabilità, serietà ed attenzione... Ha speso i suoi talenti di natura e di grazia, offrendosi di gran cuore nel ministero della misericordia e del sostegno morale e materiale di molti fratelli e sorelle e questo sino all’ultimo ogni giorno, fedele agli atti comunitari di orazione, ha attinto forza e coraggio per compiere le buone opere, per essere vera Figlia di Santa Maria della Provvidenza e figlia

spirituale di don Guanella. L’Eucarestia da lei adorata e ricevuta fu il farmaco dell’immortalità e il motore per un apostolato e una testimonianza convincente nonché per una profezia edificante e durevole. E così, giorno dopo giorno suor Vittoria ha “costruito” la sua beatitudine. Cara suor Vittoria, prega per noi; grazie per ciò che sei stata; per ciò che hai operato e per ciò che ancora farai a beneficio nostro e di questa tua e nostra Casa». Così il nostro confratello don Giovanni Ceriotti, cappellano della Casa, si esprimeva nella sua omelia il giorno 27 durante la celebrazione funebre, mentre qualche lacrima rigava il volto di noi consorelle che abbiamo avuto la fortuna di vivere accanto a lei, di apprezzarne le doti umane e la grande interiorità. Nel cuore dei presenti, anziane ospiti, familiari, volontari cooperatori e operatori, spontaneo e immediato nasceva un sincero grazie al Signore per avercela data «compagna di viaggio». Ne è una sincera testimonianza la lettera con cui due operatrici hanno voluto ricordarla: Carissima suor Vittoria, è con infinita tristezza che scriviamo questa lettera, consapevoli che certe cose bisognerebbe dirle quando si è ancora in tempo. Volevamo farle sapere che siamo state felici di averla conosciuta e di aver potuto godere del suo affetto. Le abbiamo voluto bene per il suo modo di essere e per quello che abbiamo visto in questi anni. L’abbiamo vista, in forze, occuparsi con responsabilità e determinazione dei tanti compiti che le erano stati affidati, l’abbiamo vista non risparmiarsi e donarsi completamente alla Casa. Nonostante questo non ci ha mai negato le sue attenzioni. Per noi lei

ha sempre trovato il tempo per un sorriso, un consiglio, un incoraggiamento, per sedersi e condividere le nostre difficoltà. Ha sempre richiesto che tutti nel suo Reparto lavorassero al meglio, ma ha anche sempre avuto verso quelle che definiva le «sue» ragazze un atteggiamento positivo e di fiducia, trovando in ciascuna un aspetto da apprezzare. L’abbiamo vista passare attraverso i cambiamenti con grande accettazione e pazienza. Abbiamo visto il tempo passare e, man mano che venivano meno le forze, l’abbiamo vista con grande umiltà fare un passo indietro e cedere parte dei suoi compiti ad altri. Con grande tenerezza l’abbiamo vista, anziana tra le anziane, ancora prodigarsi con amore per il bene delle sue Ospiti. L’abbiamo vista sofferente, quando la malattia l’ha colpita, rapida e devastante, e abbiamo sofferto anche noi per lei, perché non volevamo vederla così. Poi ci ha lasciato... e ha lasciato un grande vuoto. Ma tutto quello che abbiamo vissuto con lei, quella sua grande umanità, quel suo esserci, quell’averci fatto sentire comunque parte di qualcosa, rimarrà sempre nei nostri cuori e saremo sempre grate a Dio per averci fatto incontrare, nel nostro cammino, una persona speciale come lei. Angela e Giuseppina v v v Cara suor Vittoria, ti ricordiamo con grande affetto fraterno; sei stata e rimani nel cuore di quanti ti hanno conosciuta un efficace «testimone di vita consacrata» e per noi tue consorelle un esempio luminoso. Grazie! Le Consorelle di Milano

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Un messaggio per noi ghgh

Suor LETIZIA FARINA ghgh

È nata a Montagna (Sondrio) il 18 novembre 1916. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 21 giugno 1938. Ha svolto la sua attività nelle Case di Roveredo, Tesserete, Maggia, Lugano Seminario, Casa di Gino, Como Lora, Albese S. Chiara, Capolago, ancora Roveredo. È entrata in Casa S. Chiara come ammalata nel 1991. È deceduta il 1o novembre 2017 nella Casa S. Chiara di Albese (Como). In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Albese (Como)

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Nel giorno in cui la Liturgia ci fa contemplare il Paradiso e la gloria dei Santi, la consorella suor Letizia Farina è stata chiamata a rallegrarsi della visione beata del Cielo e a godere quell’abbraccio eterno del Padre per il quale ha vissuto. Ricordiamola con affetto e preghiamo per lei il Dio della Vita. Suor Letizia Farina nasce a Montagna (Sondrio) il 16 novembre 1916, da papà Giorgio e mamma Rosa. Il fondatore don Luigi Guanella era deceduto un anno prima. «Esaudendo il desiderio del parroco di Montagna, il grande don Mosè Ambrosini, uno dei fondatori, con Enrico Vitali, del Piccolo Credito Valtellinese, don Guanella aveva impiantato a Montagna un asilo, aveva inviato le sue suore, cui il parroco aveva offerto la casa del coadiutore, non distante da quella arcipetrale. Teniamo presente che l’Opera degli asili così come la voleva don Guanella, non copriva la sola istruzione dell’età infantile, come è concepita attualmente, ma abbracciava anche le prime classi delle suole elementari e la scuola festiva per chi lavorava. Era un modo ideale per stabilire un contatto di fiducia e di amicizia con la popolazione locale; il raggio di azione degli asili, poi, non era ristretto, in quanto attorno si sviluppava l’attività del catechismo, dell’oratorio, delle scuole di lavoro, della visita agli ammalati. Don Ambrosini raccontava più volte alle nostre suore della commozione

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di don Guanella nelle sue visite a Montagna per lo spettacolo offerto dal torrente Davaglione nei pressi del cimitero; un salto di diversi metri che formava la cascata cosiddetta della Pisalocca. Lì lo vedeva assorto e quasi rapito, senza parole» (cfr. don FABIO PALLOTTA, in Don Guanella un santo valtellinese). Tutto questo ci dice dove e come è nata la vocazione guanelliana di suor Letizia, a contatto delle consorelle operanti a Montagna nell’asilo, nella scuola di lavoro, nell’oratorio e come da queste essa assorbiva l’amore al carisma e allo spirito del Fondatore; come da esse sentiva parlare di colui che consideravano «padre», accendendo nel cuore delle giovani che le ascoltavano la stessa fiamma di carità. La vocazione guanelliana la porta al primo ingresso in Congregazione il 21 novembre 1935, festa della Presentazione al Tempio della Vergine Maria e questa data segnerà la sua vita di un’ardente devozione alla Madonna, che pregava ogni giorno con il santo Rosario. Si consacra con i Voti al Signore il 21 giugno 1938. Suor Letizia nella sua vita religiosa guanelliana, pur nell’esercizio delle

opere di misericordia che il nostro carisma prevede, si è lasciata guidare dall’amore al silenzio e alla comunione con Dio, nell’imitazione della beata Chiara, che lei tanto amava. Suor Chiara diceva di sé: «Il mio cuore brama la solitudine, il nascondimento. Vivere sola con Dio, vivere solo di Dio e per Dio e appoggiarmi a Lui solo». Di lei, alla sua morte, le consorelle che le hanno vissuto accanto dichiarano: religiosa riservata, dedita alla preghiera e all’assistenza agli ammalati e anziani delle Case dove l’obbedienza la inviava, ha riversato il proprio bene nell’assistenza assidua a coloro che le «rappresentavano più al vivo il Signore»; i quali, nella sua silenziosa e delicata presenza e cura, hanno potuto trovare conforto, sostegno e speranza. n


Un messaggio per noi ghgh

Suor LINA TARISCIOTTI ghgh

È nata a Guadagnolo di Capranica Prenestina (Roma) l’11 novembre 1935. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 5 gennaio 1957. Ha svolto la sua attività nelle Case di Como «S. Cuore», Menaggio, Carpignago, Ardenno, Padova, Laureana di Borrello, Roma «Casa S. Giuseppe», Recanati, San Bellino, Trecenta. Nel novembre del 2013 è stata accolta in Casa S. Pio X di Roma perché ammalatasi. È deceduta il 2 dicembre 2017 in Casa S. Pio X di Roma. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Prima Porta, Roma.

«Nella novena all’Immacolata, questa notte 2 dicembre 2017, vigilia dell’Avvento e preludio del primo sabato del mese, la Vergine Madre di Dio ha introdotto la consorella suor Lina Tarisciotti nel Natale eterno del Cielo, dove non c’è pianto e ogni sofferenza è trasfigurata. La serenità con cui questa Sorella ha vissuto la lunga malattia ci testimonia in Chi aveva posto la sua speranza. Non trascuriamo il dovere del suffragio, ma crediamo nella sua intercessione». Questo l’annuncio della Curia generalizia per la scomparsa della cara consorella suor Lina Tarisciotti. Ora desideriamo chiederci quale sia il messaggio che ella ci lascia con la sua vita trascorsa in mezzo alla nostra Famiglia guanelliana. Suor Lina è nata a Guadagnolo, una frazione di Capranica Prenestina (Roma), a pochi km dal Santuario della Madonna delle Grazie della Mentorella, tanto cara a san Giovanni Paolo II, perché tenuta da secoli dai padri Resurrezionisti polacchi. Anche la prima Confessione, in preparazione alla Prima Comunione eucaristica, la piccola Lina la fece al Santuario, dove la famiglia andava spesso per feste, ricorrenze e visite alla Madonna. Quando suor Lina era ragazza, l’acqua si andava a prendere al Santuario, perché – specialmente d’estate – i quattro pozzi che fornivano l’acqua al paese di Guadagnolo si prosciugavano. E la strada non era certo asfaltata, ma era una semplice mulattiera che univa Guadagnolo (1.218 slm)

alla Mentorella (1.018 slm). La famiglia Tarisciotti era formata da tre femminucce tutte nate dal matrimonio di papà Italo e Maria Marabiti, nativi del posto, un maschietto è morto subito dopo la nascita. La vocazione di suor Lina è nata quando ancora era adolescente; poi, in seguito al fatto che la sorella, oggi suor Marisa, lavorava presso l’infermeria di Casa S. Pio X, Piazza S. Pancrazio, lei prese il posto di lavoro di Marisa, quando quest’ultima decise di entrare come Postulante in Congregazione. Anche lei, molto presto, ha seguito sua sorella Marisa a Como, con la quale ha vissuto insieme per un anno e mezzo circa come novizia a Lipomo, Villa Fulvia. Dopo la Professione religiosa, le loro strade si sono divise per l’ubbidienza che le chiamò in Case diverse. Dall’anno della sua Professione religiosa, suor Lina per tanti e tanti anni, fino agli anni in cui è stata in Casa S. Giuseppe dei Servi della Carità, a Roma, si è occupata della cucina; poi dal 2004 fino al 2013, anno in cui si è ammalata, si è occupata di servizi vari, molto vicina ai bambini della Scuola dell’Infanzia di San Bellino e agli ospiti di Casa S. Antonio a Trecenta. Le educatrici di questa Casa le hanno scritto un saluto molto affettuoso, che evidenzia bene le qualità di suor Lina e del suo modo di vivere la missione guanelliana. Ecco il testo:

ta circa tre anni con noi e ti ringraziamo dell’amore e della grande simpatia che hai portato in mezzo a tutti noi; per tutti noi sei stata una madre, una sorella, un’amica, sempre pronta ad ascoltarci. Siamo sicure, cara suor Lina, che ci porterai nel cuore, sapendo che ti ricorderemo per ogni sorriso ed ogni gesto che ci hai donato ed hai dato ad ogni ospite di questa Casa. Vogliamo dirti quanto è stato bello stare insieme, gioire nei momenti di festa, camminare a fianco a te, sempre pronta a spenderti per gli altri e per gli anziani. Siamo dispiaciuti della tua partenza, però ci consola la certezza che, quando avremo bisogno di te, ti cercheremo all’interno del nostro cuore, dove hai lasciato un segno tangibile di insegnamento religioso. Non ci resta che chiedere al Signore di proteggerti sempre e di darti la forza di continuare nella tua importante attività che ti è stata affidata. Tutta la comunità di Casa S. Antonio ti è vicina in questo cammino. Grazie, suor Lina, di vero cuore! Grazie ancora per tutto, ma soprattutto per il tuo esempio mirabile di accettazione, di preghiera, di silenzio. La prima cosa che ci viene in mente è il tesoro di insegnamenti che hai donato in questi anni a tutti noi, ai grandi momenti vissuti insieme: tanti, tantissimi ricordi affiorano alla nostra mente e al nostro cuore. Ora l’augurio di non mollare mai:

«Casa S. Antonio, 19 novembre 2013. Cara suor Lina, non è facile esprimere con parole i nostri sentimenti e le nostre sensazioni in questo momento. Oggi, con immenso dispiacere, ti salutiamo. Suor Lina, sei sta-

Dammi coraggio Signore, dammi la pazienza sufficiente per sopportare le lunghe attese per adattarmi agli imprevisti

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per tollerare chi m’infastidisce per accettare i miei limiti. Dammi coraggio necessario per dialogare con chi è insensibile per perseverare dinanzi ai disappunti per affrontare le avversità per credere in ciò che è possibile. Dammi la saggezza indispensabile per apprezzare le cose semplici per accogliere il mistero di ogni giorno per avere un cuore appassionato e confidare nella tua provvidenza. La nostra preghiera t’accompagni in questo nuovo cammino. Un forte abbraccio da Paola e Maria Rosa. v v v La comunità di Casa S. Pio X ringrazia il Signore per la presenza di suor Lina fra noi in questi quattro anni in cui una grave infermità pian piano l’ha portata prima a non potersi più valere delle sue capacità, infine al decesso. Perché siamo grate al Signore? Perché il carisma guanelliano è chiamato a credere, a rispettare e ad amare la vita sempre, anche quando essa si presenta nella sua sofferenza più profonda. È là che si cela il mistero del Cristo crocifisso. E questo mistero che si rinnova nella vita degli uomini, accanto a suor Lina, in questi anni, siamo state chiamate a crederlo e ad offrirlo al Padre per la salvezza del mondo. Suor Lina questa offerta l’ha fatta in primis lei stessa; non si è mai lamentata: tante volte ce lo hanno attestato le signore che l’hanno avuta in cura

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e che vogliamo ringraziare di cuore per le loro premure affettuose e intelligenti. Lo ha fatto con il suo grande amore a Gesù Eucaristia, che desiderava ardentemente e fino all’estremo, quando non poteva riceverlo più neanche attraverso le specie del vino. Diceva sant’Agostino: «I nostri occhi pieni di lacrime sono fissi nei suoi, in quelli di suor Lina, pieni di luce». Sì, perché la sofferenza non è l’ultima parola: per la risurrezione di Cristo essa si trasforma in una vita di gloria e di gioia eterna, in Paradiso. La comunità di Casa S. Pio X, Roma v v v Cara suor Lina, hai terminato la tua salita difficile e dolorosa, sei arrivata sul Monte santo dove tutto è più bello. Lassù hai trovato tutte le nostre consorelle e confratelli che sono passati per la Casa S. Giuseppe, dove ognuno di loro ha saputo dare «pane e paradiso». Cara suor Lina, era l’anno 2005 quando da Recanati abbiamo avuto l’obbedienza tu per il Veneto ed io per Roma, obbedienza sofferta sia per me come per te, ma nello spirito di obbedienza della nostra Congregazione, non si poteva che fare la volontà di Dio. Ora suor Lina, riposa in pace, prega per questo mondo tanto travagliato e per la nostra amata Congregazione. Grazie, suor Lina, per quanto hai fatto e sofferto nella tua vita terrena consacrata a Dio. Suor Flora Naccarato

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Un messaggio per noi ghgh

Suor JOSEPHINE NICHELE ghgh

È nata a Chicago (Ill., USA) il 21 febbraio 1924. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 14 agosto 1945. Ha svolto la sua attività nelle Case di Chicago «St. Mary of Providence», Mount St. Joseph (dal 1979 al 1995), di nuovo a Chicago «St. Mary» e poi a Sleepy Eye. Nel 2010 si è ammalata ed è stata trasferita a Lake Zurich «Queen of Peace». È deceduta in Casa Mount St. Joseph (Ill., USA) il 19 dicembre 2017. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero della Congregazione di Mount St. Joseph (Ill., USA).

Suor Josephine Antoinette Nichele è nata a Chicago il 21 febbraio 1924 da Alberto e Angela Bussato Nichele. Era la primogenita di sei figli della famiglia Nichele. È stata battezzata nella chiesa Holy Rosary il 23 marzo 1924. Suor Josephine era l’unica figlia femmina e i suoi cinque fratelli l’hanno protetta e amata tanto tutta la sua vita. Questo amore si è reso evidente dalle continue e affettuose visite dei fratelli, i quali erano sempre prodighi di doni nei suoi riguardi, niente sembrava troppo per la loro sorella. Erano una famiglia unita, tipica delle famiglie italiane, e non è stato facile quando, avendo ormai raggiunti i 18 anni, Josephine ha lasciato casa e familiari per entrare in convento. Prima di questa scelta, la famiglia Nichele si era trasferita al nord di Chicago presso la parrocchia di S. Giovanni Bosco, dove la giovane Josephine ha ricevuto la sua educazione cristiana. Presso la parrocchia ha incontrato le Figlie di S. Maria della Provvidenza, che insegnavano nella scuola parrocchiale. Josephine aveva la possibilità di incontrarle, di conoscerne lo spirito e il carisma. Presto il Signore ha fatto sentire al suo cuore la chiamata alla vita religiosa guanelliana e con generosità Josephine ha risposto il suo sì. Come dicevamo, a 18 anni, era il 12 giugno 1942, ha fatto il suo ingresso nella Casa di St. Mary di Chicago ed è stata ammessa alla professione dei Voti il 14 agosto del 1945 e ai Voti perpetui nell’agosto 1950. Poco dopo la sua prima


Un messaggio per noi ghgh

professione, ancora nel 1945, è stata trasferita all’ospedale in Milbank, Dakota del Sud. Poi nella scuola materna e asilo nido di S. Rosa, Chicago, dal 1949 fino al 1952. Nel 1952 è ritornata all’ufficio dell’ospedale di S. Bernardo, Milbank. Durante questo periodo è stata nominata superiora e ha aiutato nella costruzione del nuovo ospedale di S. Bernardo. La gente ha riconosciuto le sue qualità di amministratrice saggia e onesta. Dopo 22 anni trascorsi a Milbank, suor Josephine ha lavorato per molti anni a servizio delle nostre signore «speciali» come responsabile dei reparti. In questa missione ha servito nelle case di Elverson, PA, St. Mary, Chicago, e Mt. S. Giuseppe. Le ospiti, le loro famiglie e gli operatori godevano delle sue cure materne, tenere e amorevoli. Questo aspetto del suo modo di accostare il prossimo e di servirlo si è compreso soprattutto dal rilevante numero di operatori del passato, che venivano a trovarla durante il suo tempo di malattia trascorso nella casa di Queen Peace. Essi erano lieti di testimoniare come la suora aveva sempre messo il suo tempo a loro disposizione per ascoltare i loro problemi e le loro storie, prodiga di in-

coraggiamenti e di consigli. Trasferita a Sleepy Eye nel Minnesota, presso la nostra Casa Divine Providence Nursing Home, una casa di riposo, era impegnata nella pastorale. Come dappertutto, anche qui ha stabilito forti e durevoli amicizie con gli ospiti e gli operatori, che si sono avvantaggiati della sua presenza amorevole e attenta. Sentiamo di avere in te, cara suor Josephine, una santa guanelliana in più nel cielo e chiediamo la tua intercessione presso il Signore perché anche noi possiamo camminare sulle tue orme di santità e perché la tua intercessione ottenga numerose vocazioni alla nostra Congregazione e buoni e cristiani operatori per le nostre case, a fianco dei nostri ospiti ammalati e anziani. Sentiamo la tua mancanza, suor Josephine, ma ci rallegriamo con te che ti sei riunita con i tuoi genitori e fratelli, con le consorelle che ti hanno preceduta, specialmente con la tua e nostra carissima suor Imelda. Adesso, dopo la tua vita fruttuosa di tanto bene, vivi nella gloria e nella pace eterna del Signore. n

Suor GEMMA (ALBA EMMA) CARLET ghgh

È nata a Cordignano (Treviso) l’11 maggio 1926. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 21 giugno 1954. Ha svolto la sua attività nelle Scuole dell’infanzia di Contarina, Lipomo, Brusuglio, Lurate Caccivio, Berra Ferrarese e nella Casa di Milano «Don Luigi Guanella». È deceduta a Milano, Casa «Don Luigi Guanella» il 28 dicembre 2017. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Cordignano (Treviso).

Nella tarda mattinata del 28 dicembre la consorella suor Gemma Carlet è entrata nel tempo eterno di Dio accolta dai Santi Innocenti; lei che con grande pazienza ha speso la sua vita prima tra i bambini e poi nella cura della cappella, gode ora nel contemplare la semplicità, l’armonia e la bellezza che ha sempre cercato e saputo trasmettere. Maria, Madre della Provvidenza, le ottenga la beatitudine del Cielo e mentre affidiamo la sua anima alla misericordia del Padre, le chiediamo di intercedere per noi grazie e benedizioni. Suor Mariliana v v v «La figlia del Re è tutta splendore gemme e tessuto d’oro è il suo vestito» (Sl 44) «La via dolorosa, percorsa dalla cara suor Gemma dietro la croce del suo Signore e Sposo, è giunta al suo compimento. Ora questa nostra Consorella è nella luce intramontabile di Dio, dove ogni dolore si placa, dove tutti i nostri «perché» trovano una risposta persuasiva. Il Signore re della storia e re dei cuori l’aveva colmata di doni semplici e grandi chiamandola un giorno al suo seguito: prima il dono di una spiccata umanità, singolare, generosa. Suor Gemma non faticava a conoscere le persone, il suo era un intuito penetrante e sapeva comprendere i problemi e i drammi altrui. Una umanità impreziosita da una fede solida e limpida alimentata dal-

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l’Eucaristia, dalla Santa Messa, dalla preghiera personale attenta e devota e dalla quotidiana meditazione delle verità basilari. Poi, in questi mesi che furono l’ultimo tratto del suo cammino umano, cristiano, religioso, il dono della sofferenza purificatrice, accolta con pazienza, vissuta nell’adesione compiuta alla non facile volontà di Dio. Ora, per suor Gemma tutto si è fatto chiaro, adesso per lei tutto è diventato pace, tutto è motivo di gratitudine e di lode gioiosa. Noi, invece, siamo rimasti con la nostra afflizione e il nostro rimpianto: il rimpianto di aver perso una religiosa fedele, sicura, sollecita del vero bene della casa e delle persone. Suor Gemma non si è mai risparmiata. La sua intelligenza e intraprendenza era visibile per la cura assidua della Casa di Dio; cosa non racconterebbero queste mura, questa Chiesa e la cappella interna. Le ore ed ore trascorse in un’attività costante, precisa e minuziosa per rendere sempre più degno il Tempio di Dio, della sua viva e reale presenza: cosa non ha fatto suor Gemma per questa Chiesa; la preparazione dei fiori, degli altari, il lavare, lo stirare la biancheria sacra: i manutergi, i purificatoi, la pulizia meticolosa delle pissidi e dei calici, la cura dei ceri e dei paramenti, insomma tutto qui parla di lei e fu vera ed esemplare sacrestana. Così infatti scrive san Luigi Guanella nel Regolamento del 1911 a proposito della suora sagrestana: «L’ufficio di sagrestana è sublime, visto con gli occhi della fede, perché obbliga ad avere cura della casa stessa di Dio... La chiesa permette ad una suora di provata pietà di fungere da sagrestana. Lo stare

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quasi di continuo occupata in chiesa e della chiesa la deve impegnare ad essere guardia fedele del cuore del suo sposo divino, il quale la guarda e l’ascolta dal suo tabernacolo... La suora sagrestana saprà mantenere la retta intenzione in tutto e sempre e in pari tempo avrà l’amabilità riservata del tratto quale si conviene ad una sposa dell’Agnello senza macchia, molte anime ne saranno richiamate alla fede e alle pratiche cristiane e molti aiuti ne verranno all’Opera della Divina Provvidenza». Così ha fatto la nostra cara consorella. E poi l’apostolato spicciolo di suor Gemma. Nei 42 lunghi anni di permanenza qui, ella ha conosciuto moltissime persone e da esse stimata e apprezzata, sapeva ascoltare, consigliare, consolare. Nel suo grande cuore c’era posto per tutti. Suor Gemma proveniva da una numerosa famiglia della terra veneta, timorata di Dio, infatti, era nata a Cordignano l’11 maggio 1926, entrata in Congregazione a Como - Santa Marcellina il 20 dicembre 1951, ha fatto la prima professione a Como - Lora il 21 giugno 1954 e ha emesso la professione perpetua sempre a Como Lora il 21 giugno 1959. Quanto ben si addicono alla nostra cara suor Gemma le parole del libro della Sapienza: «Le anime dei giusti sono nelle mani di Dio; la loro speranza è piena d’immortalità»... Suor Gemma, piccola e umile qui in terra, è entrata «grande» nel Regno dei Cieli. Nell’ultima nostra ora, l’ora della verità, sarà un grande bene e vantaggio essere stati «piccoli» come fu lei. «Ti benedico, Padre, perché hai tenuto nascoste

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queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli» (Mt 11). La strada della santificazione di suor Gemma è stata quella delle religiose semplici. La strada dell’amore per Dio e per gli altri: è la strada da tutti imitabile. Scrive infatti don Guanella: «Vittime carissime a Dio sono quelle che si offrono pronte a qualsiasi servizio e che si esercitano con pazienza alla fatica, con assiduità al lavoro». «Quanti compagni in quella beata sede! Tripudieremo in trovarci uniti a quei fratelli (e sorelle) che hanno abitato con noi nella stessa casa. E che sarà vedere Dio? Stargli incontro, faccia a faccia? La vita del Paradiso è vita di pieno giubilo: il gaudio sarà sempre nuovo e sempre crescente». Cara suor Gemma, attendendo il giorno e il momento del nostro incontro con te nell’amplesso del Signore, vogliamo dirti «grazie», un grazie grande come questa Chiesa da te tanto amata; un grazie grande come questa casa per tanti anni da te abitata; sì, grazie, per l’immenso bene da te compiuto. Sei stata una vera figlia di don Guanella e della Madonna della Provvidenza. Di’ una parolina al nostro Santo Fondatore per noi, per questa comunità che fu la tua, digli di benedirci e alla santa Vergine chiedi il dono non solo di vocazioni, ma di vocazioni sante, fedeli al Vangelo e ai propri doveri. E salutaci suor Lina e suor Vittoria, giunte poco prima di te all’approdo eternamente beato. Don Giovanni Ceriotti sdc Dall’omelia al funerale di suor Gemma Carlet, 30 dicembre 2017, nella chiesa S. Ambrogio ad Nemus di Milano

La tua comunità ti dice grazie e prega per te Vogliamo dire il nostro grazie a suor Gemma per la sua vita di donazione, di laboriosità e di sacrificio, per la sua testimonianza di vita e di unione col Signore, per i tanti anni in cui ha reso bella questa chiesa; quanta cura, quanta delicatezza, quanto impegno! Ecco, vogliamo dirle il nostro grazie affidandola a Maria, Madre della Divina Provvidenza, in questo viaggio verso l’Eternità. Maria, Madre di Dio e madre nostra, affidiamo alle tue mani la nostra cara suor Gemma, che conclude la sua lunga giornata terrena, qui, presso la tua immagine da lei tanto amata, venerata e pregata durante il corso della sua vita consacrata tra le Figlie di Santa Maria della Provvidenza. Ora sii tu, Madre Santa, ad accompagnarla nella vita perennemente beata, presentandola al Signore perché le conceda nel Suo Regno il posto riservato ai piccoli ed umili di cuore a chi è vissuto secondo il Vangelo, incarnando la carità. Madre della Divina Provvidenza, san Luigi e beata Chiara, pregate per lei e per noi tutti ora e sempre. Amen. La comunità di Milano


Suor RAFFAELLA FERACO ghgh

È nata a Trenta (Cosenza) il 6 agosto 1928. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 5 gennaio 1949. Ha svolto la sua attività nelle Scuole dell’Infanzia di Roma Valle Aurelia, Laureana di Borrello, Lago. Dopo aver conseguito il diploma di insegnante di scuola materna a Saronno, ha lavorato nelle Scuole dell’Infanzia di Padova, Lago, Gesuiti, Belvedere Marittimo, Livraga, Trecenta, Olgiate Comasco. Nel gennaio 2002 è stata trasferita in Casa S . Chiara di Albese, nel settembre a Lipomo; nel 2005 a S. Maria di Como-Lora. È deceduta a Como-Lora, Casa Madre S. Maria della Provvidenza il 7 gennaio 2018. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Albese (Como).

Un messaggio per noi ghgh

Nella notte dal 5 al 6 gennaio 2018, suor Raffaella si è sentita tanto male da essere ricoverata in Ospedale. È successo inaspettatamente, perché negli ultimi tempi si era un po’ ripresa: scendeva a pranzo con noi, partecipava maggiormente, come poteva, alla vita della comunità. Avremmo voluto averla con noi proprio nella Liturgia solenne della manifestazione di Gesù, per rinnovare con lei i Santi Voti, ma al Signore è piaciuto diversamente. L’ha chiamata il giorno seguente, il 7 gennaio, per l’incontro definitivo con Lui, il suo Signore, che ha sempre servito con amore e dedizione totale e per festeggiare con Lui, sua sposa, le nozze eterne. Suor Raffaella è stata sempre un esempio luminoso di fedeltà a Cristo, alla Chiesa, alla Congregazione. Ha svolto per tanti anni la sua attività tra i bimbi della scuola materna. In loro vedeva la persona adorabile di Gesù. Le sue dolci parole «Lasciate che i bambini vengano a me» sono state per lei motivo di grande consolazione al fine di vivere la sua mis-

sione con pienezza di spirito e semplicità di cuore. Dopo la missione nella scuola materna, ha servito la Congregazione come Superiora in diverse Case fino ad età avanzata. Giunta poi in Casa Madre, sebbene fisicamente provata, ha svolto per diversi anni, con umiltà e spirito di sacrificio, il lavoro in portineria e al centralino. Era molto accogliente: al suo funerale, un nostro confratello ha voluto ricordare la sua gentilezza, la sua disponibilità, la sua premura nel voler offrire qualcosa, la sua affabilità nell’accoglierlo quando si presentava alla porta e, come con lui, così si comportava con chiunque. Accanto al servizio al centralino coltivava la sua passione per lavori manuali quali maglia e uncinetto, creazioni per addobbi utili alle diverse festività o ricorrenze. Si aiutava anche con il computer che, già ultrasettantenne, aveva imparato ad usare. La sua creatività e la sua voglia di fare non sono mai venute meno, fino a quando la salute glielo ha concesso. Grazie, suor Raffaella, della tua presenza in mezzo a noi, presenza vissuta nello spirito di preghiera e di sacrificio. Fino all’ultimo hai combattuto per essere presente in comunità con noi, tue sorelle,

che ti abbiamo sempre apprezzato e voluto bene. Ora ti affidiamo alla misericordia di Dio che perdona e salva e tu, dal Cielo, guardaci e prega per tutte noi, per tutti i tuoi cari e per tutti coloro che ti sono stati vicino in particolare nei momenti di sofferenza. Chiedi a Dio, per intercessione di Maria, nostra Madre di Provvidenza e di san Luigi Guanella, nostro Fondatore, l’arrivo di nuove vocazioni, affinché l’opera guanelliana, che è opera di Dio, si sviluppi là dove Lui vorrà. Addio, suor Raffaella, ci rivedremo in Paradiso a cantare insieme le lodi di Dio. Le tue consorelle di Casa S. Maria di Lora v v v Cara suor Raffaella, in breve tempo hai fatto il grande passo verso l’eternità. Lo strappo è sempre profondo, ma, a chi ha vissuto un tratto di strada insieme a te, sei presente e vivi in tutte le tue azioni. Possedevi una fede viva; per Cristo, tuo unico Sposo, eri pronta a dare la vita. Numerosi sono stati gli impegni: accanto ai bambini e come responsabile di comunità. Non ti

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sei mai risparmiata dando il massimo fino all’ultimo. Ha sempre risaltato nella tua persona la giustizia, la rettitudine, la generosità. Hai dato viva testimonianza nel seguire Cristo, casto, povero, obbediente. Questi valori che tu hai vissuto così profondamente siano invito e stimolo a un impegno per viverli nel vissuto d’ogni giorno. Grazie, suor Raffaella, per tutto quello che mi hai dato; tu sei sempre presente e questa fraternità avrà il suo congiungimento con te nell’Eternità.

Cara suor Raffaella, ci mancherai molto; per noi sei stata una «grande maestra» di vita. I tuoi insegnamenti e il tuo sorriso non li dimenticheremo mai! Durante i nostri incontri a Roma e al telefono ci chiedevi sempre di pregare per te e noi lo faremo perché rimarrai sempre nei nostri cuori. Le ex ragazze della chiesa «S. Maria della Provvidenza» di Valle Aurelia: Antonietta, Pierina, Maddalena, Roberta

Suor Maria Bergantin v v v Quanta energia aveva suor Raffaella! Piccolina di statura, con un cuore grande capace di amare e ascoltare tutti. Dolce e semplice, io l’ho conosciuta nel 1994, a settembre, quando mi ha assunto a Livraga, Casa Santa Teresa. Era la mia prima esperienza in una casa di riposo, il suo aiuto e il suo appoggio sono stati preziosi per il mio inserimento. Ora che ci ha lasciato, un pezzo del mio cuore e di tutti i miei colleghi che l’hanno conosciuta se ne va con lei. Ci consola in questi momenti di separazione ciò che ha detto sant’Agostino: «Non è né spento né lontano, ma vicino a noi; felice e trasformato, senza aver perduto la bontà e la delicatezza del suo cuore». Non la dimenticheremo! Stefano Denti Fisioterapista della Casa S. Teresa - Livraga

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Ricordiamo alle vostre preghiere i familiari delle nostre Consorelle: ◆

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Sig.ra Rosina, sorella di suor Lucia Pezzotta. Sig. Giuseppe, cugino di suor Maricica Tamas. Sig. Luigi, fratello di suor Armida Giarba. Sig.ra Lucia, sorella di suor Graziella Malosti. Il giovane fratello di suor Arockia Mary Madhalai Muthu. Il cognato di suor Arockia Mary Soosai. Sig. Filippo e sig.ra Lucy, papà e mamma di suor Cathy Almagno. Sig. Roberto, nipote di suor Emma Napoli. Sig.ra Gina, mamma di suor Anna Zani. Sig. Jerry, fratello di suor Ronda Brown. Sig.ra Maria, zia di suor Marisa Vinario.

Alle nostre Consorelle e a tutti i familiari dei cari defunti giunga la voce del nostro affetto e la solidarietà della nostra preghiera.

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GERO LOMBARDO Cara Sorella, stamane, passeggiando al fresco del nostro giardino fiorito, ho «fantasticato» questo sonetto. Oggi è moderno ed organizzato il desiderio di «camminare assieme» forse sgranando un rosario, forse meditando sulla natura che ci sta attorno e ci parla di Lui nel tentativo di farci infrangere quel sottile diaframma, dove il presente è meno di un attimo, il passato non disponibile, ed il futuro indefinibile, perché inafferrabile. Oltre quel diaframma c’è il sapore dell’Eterno che inebria mente e cuore e tramuta il tremolio d’una fiammella in ardente falò che ci fa bruciar tappe, dolori, progetti, amori fasulli, e ci teleaccompagna nel tunnel della vita, per traghettarci all’altra sponda, senza rive! Dove la morte è stata vinta, per noi, da Lui che ci aspetta nella Sua e nostra Beatitudine.

Gero Lombardo

L’eterno riposo in Dio al nostro amico, benefattore e collaboratore Gero Lombardo, deceduto in Germania il 12 gennaio 2018.


La Congregazione delle Figlie di S. Maria della Divina Provvidenza, Opera femminile Don Guanella, si può aiutare in tanti modi: con la preghiera con le offerte col far conoscere l’Istituzione a persone buone e benefiche le quali possano cooperare al bene che compie.

Come si può aiutare l’Opera Femminile Don Guanella L’Istituto è ENTE GIURIDICO (R.D. 29 Luglio 1937, n. 1663, registrato alla Corte dei Conti il 21-9-1937 al Registro n. 389, foglio 88);

può quindi ricevere: DONAZIONI E LASCITI TESTAMENTARI Per evitare possibili contestazioni si consiglia:

le DONAZIONI • Per di denaro o di beni mobili e immobili: rivolgersi direttamente alla Curia Generalizia della CONGREGAZIONE DELLE FIGLIE DI S. MARIA DELLA DIVINA PROVVIDENZA Piazza S. Pancrazio, 9 - 00152 ROMA Tel. 06.5882082 - Fax 06.5816392

i TESTAMENTI: • Per se trattasi di LEGATI si può usare la seguente formula:

«Lascio alla Congregazione delle Figlie di S. Maria della Divina Provvidenza - Opere Femminili Don Luigi Guanella a titolo di LEGATO, la somma di € ........................................ o l’immobile oppure gli immobili ............................................ siti in Via ......................................................................................................... ».

Se si vuole nominare la Congregazione • EREDE UNIVERSALE, scrivere: «Annullando ogni mia precedente disposizione, nomino mio erede universale la CONGREGAZIONE DELLE FIGLIE DI S. MARIA DELLA DIVINA PROVVIDENZA OPERE FEMMINILI DON LUIGI GUANELLA».

N.B. Si consiglia che il testamento venga depositato presso un notaio di loro fiducia.


La Voce - 1/2018  

delle Figlie di S. Maria della Provvidenza - Opera Femminile San Luigi Guanella

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