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Bollettino bimestrale - Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in Abbonamento Postale - D.L. 353/2003 (conv. in L. 27/02/2004 no 46) art. 1, comma 2, DCB Roma

Anno LXI • Gennaio-Febbraio • n. 1/2017

delle Figlie di S. Maria della Provvidenza • Opera Femminile Don Guanella

Buona Pasqua!


Sommario Periodico bimestrale delle Figlie di S. Maria della Provvidenza Opera Femminile Don Guanella

Anno LXI - N. 1 Gennaio-Febbraio 2017 San Luigi Guanella

CHIESA NOSTRA MADRE Don Antonio Donghi Papa Francesco Mario Piatti icms Mons. Saverio Xeres

In copertina: Foto Archivio FSMP.

••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• CASA GENERALIZIA DELLA CONGREGAZIONE DELLE FIGLIE DI S. MARIA DELLA PROVVIDENZA Piazza S. Pancrazio, 9 - 00152 Roma Tel. 06.58.82.082 - Fax 06.58.16.392 - www.cgfsmp.org Direzione: Suor GIUSTINA VALICENTI

1 Vi auguro le gioie dell’alleluia pasquale

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L’abbandono di Gesù nelle mani del Padre Guarda le stelle... è tempo di fidarsi di Dio Il messaggio di Fatima Sull’onda lunga di un antico inizio /1

FAMIGLIA GUANELLIANA Congregaz. Cause Santi Suor Maria Teresa Nocella Leo Brazzoli sdc Michela Carrozzino Franca Vendramin Silvia Fasana Don Pino Venerito sdc

Nel ricordo di Mons. Aurelio Bacciarini Sulla roccia di Gualdera Madre Marcellina Bosatta Un libro dedicato a Sua Santità Benedetto XVI e a Papa Francesco 25 Seguendo la beata Chiara Bosatta. Suor Chiara Bosatta. Pietra viva 26 Ho amici in Paradiso 13 16 20 24

Amministrazione: Suor LETIZIA CERUTTI sr.letizia@cgfsmp.org

FINESTRE SUL MONDO

Redazione: Suor MARIA TERESA NOCELLA Tel. 06.915.021.52/5 - 06.58.99.043 - centrostampa@cgfsmp.org

Prof. Carlo Cardia 28 Memoria del conflitto tra Stato e Chiesa Società Italiana Pediatria 34 Le dieci bufale sui vaccini smentite dai pediatri italiani

Con approvazione ecclesiastica «LA VOCE» viene inviata ai componenti la Famiglia guanelliana, agli amici e ai sostenitori delle Opere di Don Guanella. Eventuali altre richieste vanno inoltrate alla Redazione. Ogni contributo sarà gradito e servirà a sostenere e migliorare questa nostra rivista. Potrete inviarlo tramite il nostro ccp N. 54079009 intestando a: ISTITUTO FIGLIE S. MARIA DELLA DIVINA PROVVIDENZA Piazza S. Pancrazio, 9 - 00152 Roma Direttore responsabile: MARIO CARRERA Autorizzazioni: Tribunale di Como n. 82 del 26-3-1957 Tribunale di Roma n. 17573 del 24-2-1979

VOCI DAL SILENZIO Gilda Mori

39 Sarà Pasqua!

VIVERE LA FESTA a cura di suor M.T. Nocella

41 Con Maria nel Sabato Santo e nella Pasqua di Risurrezione

TESTIMONIANZE Benedetto XVI

49 Le donne a servizio del Vangelo

VOCE FAMIGLIA Associato all’Unione Stampa Periodici Italiani

••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••••• AVVISO AI LETTORI Nel rispetto di quanto stabilito dalla legge n. 196/2003, concernente la “privacy” dei dati personali dei lettori, garantiamo la riservatezza di tali dati, che fanno parte dell’archivio elettronico di questo periodico, gestito dalla Congregazione delle Figlie di S. Maria della Provvidenza, ente proprietario. • I vostri dati, pertanto, non saranno oggetto di comunicazione o diffusione a terzi. • In qualsiasi momento si desiderasse apportare modifiche o cancellazione, si potrà farlo scrivendo alla Redazione della rivista.

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P. Andrea Panont ocd P. Mario Merlin Gianni Moralli A cura della Redazione Intervista di E. Dal Pane

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Graziella e Arianna È la festa del papà Il «sì» davanti all’altare: un impegno di vita! La vita umana va rispettata e protetta Chiavi di lettura del nuovo catechismo

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La pagina dei ragazzi. I bambini e la confessione Professioni perpetue FSMP Ti interessa il Cammino di Santiago? Cuore di tenebre, cuore di luce Tre universitarie spagnole fanno volontariato a Cordignano nel mese di agosto 2016

PROPOSTE GIOVANI P. Andrea Panont Suor Teresa Gatti Paolo Risso Inés, Paula e Sandra

VITA GUANELLIANA

Consulenza grafica: Giovanni Maccari Fotocomposizione, selezioni e stampa: 3F PHOTOPRESS SNC di Fantasticini S. & F.lli - Viale di Valle Aurelia, 105 - 00167 Roma

Amazzonia (Sao Gabriel de Cachoeira): 71 • Ardenno (Casa S. Lorenzo): 73 • Verdello (Casa B. Luigi Guanella): 74 • Roma (Casa S. Maria della Provvidenza): 75-76 • Cosenza (Contrada Motta - Chiesa delle Cappuccinelle): 77 • Livraga (Casa S. Teresa): 79 • Svizzera (Tesserete Casa S. Giuseppe): 80 • Roma (Casa S. Pio X): 81 • Alberobello (Scuola dell’infanzia Don Guanella): 82 • Romania (Ias¸i - Casa Sfântul Josif): 82 • Lipomo (Villa Fulvia): 83 • Gesù e le ricette: 84 • I consigli della nonna: 85 • Progetti FSMP: 86-87

Finito di stampare nel mese di febbraio 2017

ISTITUTO FIGLIE DI SANTA MARIA DELLA PROVVIDENZA

http://www.cgfsmp.org info@cgfsmp.org https://issuu.com/cgfsmp https://www.youtube.com/user/CGFSMP Figlie di S. Maria della Provvidenza https://twitter.com/cgfsmp

NELLA CASA DEL PADRE Suor Teresa Leporale: 88 • Suor Teresangela (Teresina) Petrucci: 89 • Suor Antonietta Policicchio: 90 • Suor Maria Simeone: 92 • Suor Anna Ghisellini: 94 • Suor Irene Machado Gomes: 95 • Suor Edda Peduzzi: 96


Vi auguro le gioie dell’alleluia pasquale AI LETTORI

S

iamo nella piena letizia della Pasqua. I nostri cuori esultano di spirituale letizia, la nostra mente dimentica le cose terrene per elevarsi alle celesti. Il cielo ci parla di gioia, la terra nel suo linguaggio accenna a letizia; tutto ci invita a rallegrarci: «Cristo Gesù è risorto, come ha detto. Accorrete tutti ad adorare Gesù e a dirgli: alleluia, alleluia!».

E Dio in eterno farà intendere la sua voce: «Ego ipse consolabor vos. Io, io sarò la vostra consolazione!».

Fate allegrezza, o fratelli, che ormai il paradiso è nostro! Gesù Cristo ha vinto la morte, ha superato l’inferno. Gesù Cristo è risorto immortale dal sepolcro.

In questi giorni di pasquale letizia abbiamo tutti caro il saluto di pace che anche a noi, come agli apostoli, porge il Salvatore risorto. Il Signore conceda a noi e a tutti e per tutta la vita le gioie dell’alleluia pasquale.

Egli addìta a tutti che il Paradiso è aperto. Suvvia, entriamo! Sì, sì: il gaudio sarà sempre nuovo e sempre crescente. Gli alleluja e le benedizioni e le lodi di pace, di ringraziamento e di amore risuoneranno perennemente.

Io levo gli occhi e le mani al cielo e vi benedico e intendo benedire anche i vostri cari e pregare pace a tutto il mondo. San Luigi Guanella Dall’Opera Omnia, vol. I, III e IV, ed. Nuove Frontiere

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Auguri a tutti voi lettrici e lettori che sarete raggiunti dalla nostra rivista Buona Pasqua! Feliz fiesta de Pascua . etes Euch allen ein gesegn ! und frohes Osterfest Cristos a ínviat ay Maligajang pagkabuh ni Kristo

Chrystus zmartwychwstał

Ña nerenyhe vy’agui, Aleluya té. Le Christ est ressusci ! Sainte fête de Pâques Uma Páscoa feliz com Cristo Ressuscita do es mea. Surrexit Christus sp Alleluja! May the grace and jo y of the R Christ be with you al isen l


CHIESA NOSTRA MADRE

L’abbandono di Gesù nelle mani del Padre Il Padre non delude mai

I

l coraggio teologale di morire nell’oggi del Padre è principio di risurrezione. Chi vive nella certezza che Dio è fedele non sarà mai deluso. In questo atteggiamento Gesù ci insegna a leggere e a costruire la storia, in tutte le sue vicissitudini e oscurità come un continuo affidarsi al Padre per viverne la fedeltà. Il coraggio della fede, che ci fa progressivamente prendere coscienza che siamo nel Padre, è la vera speranza della nostra storia quotidiana. Il cristiano, lasciandosi attirare nel mistero del Maestro, gode di essere un chicco che muore per ri-

sorgere e per gustare la vera vita. La vera comunione vive il morire ma non rimane bloccata dalla morte, perché dove c’è comunione si canta sempre la vita, nonostante tutte le oscurità storiche. L’esemplarità del Maestro ci deve sempre accompagnare ed illuminare. Gesù nel costruire la propria esistenza si è sempre messo nelle mani del Padre. Nel suo «sì» incondizionato sapeva che avrebbe gustato il «sì» fedele del Padre. La contemplazione dell’esperienza della morte-risurrezione di Gesù ce lo conferma e ci stimola nel percorrere il cammino verso Gerusalemme e il Calvario. La tomba allora del sepolcro si trasformerà in manifestazione luminosa del trionfo della vita.

Don Antonio Donghi liturgista

L’evento pasquale è l’incontro fecondo di due «sì»: il sì di Gesù al Padre nell’intero arco della sua vita che si conclude sulla croce, e il sì del Padre che nella sua fedeltà fa risorgere il Figlio. L’esperienza di Gesù come servizio alla volontà del Padre si costruisce nella radicale accoglienza attiva del suo «oggi» umanamente incomprensibile. Questa esperienza si costruisce vivendo i due verbi: servire e seguire che sono una realtà sola come l’ascoltare e l’andare dietro. Chi accoglie, come Gesù, l’ora del Padre segue le orme del Maestro, ne vive tutto il Mistero e non si sentirà mai deluso nonostante le apparenze storiche. Di riflesso, la sua persona sarà

Chi accoglie, come Gesù, l’ora del Padre segue le orme del Maestro, ne vive tutto il Mistero e non si sentirà mai deluso nonostante le apparenze storiche. La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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Nelle paure quotidiane

Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». Detto questo, spirò (Lc 23, 46).

sempre dove è quella del Maestro e maturerà progressivamente in essa: crescerà nell’esperienza della risurrezione. È quello che proclamiamo dopo il racconto dell’istituzione dell’Eucaristia: «Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione nell’attesa della tua venuta». In questo atto di fede viviamo il morire come un risorgere e il risorgere come morire, nella personale ed ecclesiale condivisione della mentalità di Cristo. Per il cristiano il morire-risorgere rappresenta un binomio veramente inscindibile che gli permette di leggere l’intero tracciato dell’esistenza quotidiana come un progressivo sviluppo di quel mistero di risurrezione che avrà la sua pienezza nell’esaltazione della Gerusalemme celeste. (...) Il Padre non delude mai e la celebrazione della preghiera eucaristica rappresenta la costante fedeltà del Padre alla Chiesa in cammino. Gesù ce lo conferma nella sua orazione sacerdotale: «E ora, Padre, glorificami davanti a te con quella gloria che avevo presso di te prima che il mondo fosse» (Gv 17, 5).

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Gesù ha compiuto l’opera del Padre rivelandone l’amore all’umanità sull’albero della croce; e l’esperienza della risurrezione rappresenta il compimento della fedeltà divina, come egli stesso aveva affermato nel corso dell’ultima cena: «Sono uscito dal Padre e sono venuto nel mondo; ora lascio di nuovo il mondo e vado al Padre» (Gv 16, 28). L’intera esperienza di Gesù è destinata a diventare realmente la nostra storia. La condizione è che il nostro sguardo credente sia sempre fisso nello sguardo di Gesù. In questo atteggiamento sperimentiamo quella fedeltà diuturna del Padre che ci impedisce di essere dominati dalle paure della storia quotidiana. (...) La luce che illumina i passi (di Gesù) è sempre solo la comunione con il Padre, il compierne la volontà. Fuori dagli orizzonti del Padre, Gesù non ha altri punti di riferimento che determinino le sue scelte di vita. È quello che avviene quando lo Spirito Santo ci convoca per celebrare i divini Il Padre non delude mai e l’Eucaristia rappresenta la costante fedeltà del Padre alla Chiesa in cammino.

misteri. Alla scuola sacramentale del Risorto, che porta i segni della passione, veniamo invitati ad inserire la nostra esistenza quotidiana nella storia pasquale di Gesù e ad interpretarla nella luce del mistero pasquale. (...) La comunità cristiana nella settimanale convocazione eucaristica si lascia attirare nel dialogo di amore tra il Padre e il Figlio e viene guidata dallo Spirito Santo ad interpretare le vicende quotidiane alla luce della sapienza evangelica: il mistero pasquale della croce gloriosa. Il vero dramma della Chiesa è quello di dimenticare l’immediato punto di riferimento nel comprendere la propria storia (cfr. 1 Cor 1, 18 - 2, 15) e di lasciarsi guidare dai linguaggi immediati di semplice interpretazione umana. Quando nascono nel nostro spirito drammatiche interpretazioni esistenziali, lasciamoci attirare in modo totalizzante dal Crocifisso per vivere dell’ebbrezza spirituale della risurrezione e per camminare nella speranza che è certezza che per Dio nulla è impossibile. n


CHIESA NOSTRA MADRE

Guarda le stelle... è tempo di fidarsi di Dio Papa Francesco

Abramo, padre nella fede e nella speranza

minare nella luce. È bella la virtù della speranza; ci dà tanta forza per camminare nella vita. Ma è un cammino difficile. E viene il momento, anche per Abramo, della crisi di sconforto. Si è fidato, ha lasciato la sua casa, la sua terra, i suoi amici... Tutto. È partito, è arrivato nel paese che Dio gli aveva indicato, il tempo è passato. In quel tempo fare un viaggio così non era come oggi, con gli aerei – in poche ore si fa –; ci volevano mesi, anni! Il tempo è passato, ma il figlio non viene, il grembo di Sara rimane chiuso nella sua sterilità.

S

an Paolo, nella Lettera ai Romani, ci ricorda la grande figura di Abramo, per indicarci la via della fede e della speranza. Di lui l’apostolo scrive: «Egli credette, saldo nella speranza contro ogni speranza, e così divenne padre di molti popoli» (Rm 4, 18); «saldo nella speranza contro ogni speranza». Questo concetto è forte: anche quando non c’è speranza, io spero. È così il nostro padre Abramo. San Paolo si sta riferendo alla fede con cui Abramo credette alla parola di Dio che gli prometteva un figlio. Ma era davvero un fidarsi sperando «contro ogni speranza», tanto era inverosimile quello che il Signore gli stava annunciando, perché egli era anziano – aveva quasi cento anni – e sua moglie era sterile. Non ci è riuscita! Ma lo ha detto Dio, e lui credette. Non c’era speranza umana perché lui era anziano e la moglie sterile: e lui credette. Confidando in questa promessa, Abramo si mette in cammino, accetta di lasciare la sua terra e diventare straniero, sperando in questo «impossibile» figlio che Dio avrebbe dovuto donargli nonostante il grembo di Sara fosse

Dio fece uscire Abramo, lo condusse e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle»; e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». E Abramo un’altra volta credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia (Gen 15, 2-6).

ormai come morto. Abramo crede, la sua fede si apre a una speranza in apparenza irragionevole; essa è la capacità di andare al di là dei ragionamenti umani, della saggezza e della prudenza del mondo, al di là di ciò che è normalmente ritenuto buonsenso, per credere nell’impossibile. La speranza apre nuovi orizzonti, rende capaci di sognare ciò che non è neppure immaginabile. La speranza fa entrare nel buio di un futuro incerto per cam-

Lamentarsi con il Signore è preghiera E Abramo, non dico che perda la pazienza, ma si lamenta con il Signore. Anche questo impariamo dal nostro padre Abramo: lamentarsi con il Signore è un modo di pregare. Alle volte sento, quando confesso: «Mi sono lamentato con il Signore...», ed [io rispondo]: «Ma no! Lamentati, Lui è Padre!». E questo è un modo di pregare: lamentati con il Signore, questo è buono. Abramo si lamenta con il Signore dicendo: «“Signore Dio, [...] io me ne vado senza figli e l’erede della mia casa è Elièzer di Damasco” (Elièzer era quello che reggeva tutte le cose). Soggiunse Abramo: “Ecco, a me non hai dato discenLa Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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Il viaggio di Abramo, sulla parola di Dio. «La speranza apre nuovi orizzonti, rende capaci di sognare ciò che non è neppure immaginabile (Papa Francesco).

denza e un mio servo sarà mio erede”. Ed ecco, gli fu rivolta questa parola dal Signore: “Non sarà costui il tuo erede, ma uno nato da te sarà il tuo erede”. Poi lo fece uscire fuori, lo condusse e gli disse: “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle”; e soggiunse: “Tale sarà la tua discendenza”. E Abramo un’altra volta credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia» (Gen 15, 2-6). La scena si svolge di notte, fuori è buio, ma anche nel cuore di Abramo c’è il buio della delusione, dello scoraggiamento, della difficoltà nel continuare a sperare in qualcosa di impossibile. Ormai il patriarca è troppo avanti negli anni, sembra non ci sia più tempo per un figlio, e sarà un servo a subentrare ereditando tutto. Abramo si sta rivolgendo al Signore, ma Dio, anche se è lì presente e parla con lui, è come se ormai si fosse allontanato, come se non avesse tenuto fede alla sua parola. Abramo si sente solo, è vecchio e stanco, la morte incombe. Come continuare a fidarsi? Eppure, già questo suo lamentarsi è una forma di fede, è una preghiera. Nonostante tutto, Abramo continua a credere in Dio e a sperare che qualcosa ancora potrebbe accadere. Altrimenti, perché interpellare il Signore, lagnarsi con Lui, richiamarlo alle sue promesse? La fede non è solo silenzio che tutto accetta senza replicare, la speranza non è certezza che ti mette al sicuro dal dubbio e dalla perplessità. Ma tante volte, la speranza è buio;

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ma è lì la speranza... che ti porta avanti. Fede è anche lottare con Dio, mostrargli la nostra amarezza, senza «pie» finzioni. «Mi sono ar-

di avere speranza. E il Signore risponde insistendo con la sua inverosimile promessa: non sarà un servo l’erede, ma proprio un figlio, nato da Abramo, generato da lui. Niente è cambiato, da parte di Dio. Egli continua a ribadire quello che già aveva detto, e non offre appigli ad Abramo, per sentirsi rassicurato. La sua unica sicurezza è fidarsi della parola del Signore e continuare a sperare. E quel segno che Dio dona ad Abramo è una richiesta di continuare a credere e a sperare: «Guarda in cielo e conta le stelle [...] Tale sarà la tua discendenza» (Gen 15, 5). È ancora una promessa, è ancora qualcosa da aspettare per il futuro. Dio porta fuori Abramo e Isacco, di Marc Chagall. «Abramo, non uccidere il bambino, il figlio del tuo seno. Guarda le stelle, così numerosa sarà la tua discendenza».

rabbiato con Dio e gli ho detto questo, questo, questo...». Ma Lui è Padre, Lui ti ha capito: vai in pace! Bisogna avere questo coraggio! E questo è la speranza. E speranza è anche non avere paura di vedere la realtà per quello che è e accettarne le contraddizioni.

Aiutami a continuare a sperare Abramo dunque, nella fede, si rivolge a Dio perché lo aiuti a continuare a sperare. È curioso, non chiese un figlio. Chiese: «Aiutami a continuare a sperare», la preghiera

Abramo dalla tenda, in realtà lo conduce fuori dalle sue visioni ristrette, e gli mostra le stelle. Per credere, è necessario saper vedere con gli occhi della fede; sono solo stelle, che tutti possono vedere, ma per Abramo devono diventare il segno della fedeltà di Dio. È questa la fede, questo il cammino della speranza che ognuno di noi deve percorrere. Se anche a noi rimane come unica possibilità quella di guardare le stelle, allora è tempo di fidarci di Dio. Non c’è cosa più bella. La speranza non delude. Ud. gen., 28 dicembre 2016


CHIESA NOSTRA MADRE

Il messaggio di Fatima Fatima si prepara al centenario delle apparizioni Mario Piatti icms

Da Fatima si irradia, con una intensità singolare, tutta la pienezza del «Simbolo» cattolico: i grandi dogmi della Fede riacquistano la loro fragranza e credibilità.

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opo le apparizioni a La Salette (1846), a Lourdes (1858), a Castelpetgroso (1888), la Madonna è apparsa a Fatima, in Portogallo, nel 1917, la prima del XX secolo. Come nelle altre apparizioni, la Madonna si è rivolta a umili innocenti bambini, a tre pastorelli, per affidare i suoi messaggi all’umanità peccatrice. Ha chiesto loro la consacrazione al suo Cuore Immacolato, la recita del Rosario e la riparazione delle offese fatte al suo Figlio divino. Il

centenario delle Apparizioni della Vergine a Fatima ci aiuti a conoscere quel messaggio nella sua luminosa integralità, per servire l’uomo di oggi, schiavo del suo nulla, ma – come non mai – assetato di Verità e di Amore.

Un capitolo nuovo Quando la Vergine apparve, il 13 maggio del 1917, nessuno poteva prevedere che cosa sarebbe accaduto a quei bambini, a quel vil-

laggio, di gente semplice e umile, sperduto sulla vasta Serra d’Aire. Preceduta dalle «apparizioni dell’Angelo», risalenti all’anno precedente, la venuta di Maria Santissima segnò per sempre il cuore di Lucia, Francesco, Giacinta e il cuore stesso della Chiesa. Ancora una volta la Misericordia di Dio si manifestava nella storia: proprio là, dove sembravano prevalere la violenza (era in corso, fin dal 1914, la terribile Prima Guerra Mondiale) e l’odio contro la fede (in Portogallo, dal 1910, era in atto la rivoluzione repubblicana, di stampo massonico e anticlericale), alla vigilia della diffusione nel mondo di una ideologia materialista e atea, Dio rispondeva – ancora una volta – con l’Amore, di cui Sua Madre è per eccellenza testimone e instancabile apostola. Si apriva un capitolo nuovo di quella ininterrotta via di salvezza che è la Chiesa: non stanco ripetersi di gesti e di parole – ormai vuote e desuete – ma vita, santità, impegno per il Bene, carità operosa, slancio e fervore missionario. Da Fatima si irradia, con una intensità singolare, tutta la pienezza del «Simbolo» cattolico: i grandi dogmi della Fede riacquistano la loro fragranza e credibilità. Si parla di Cielo, di destino eterno dell’uomo; di Purgatorio e di Inferno. La Vergine ripropone le verità, imparate negli anni del catechismo, e poi spesso accantonate, perché la vita prevale, con i suoi ritmi, spesso disumaLa Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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ni, con le sue sfide, con i suoi drammi e le sue tragedie. Alle favole dell’infanzia succede, inevitabilmente, la realtà disincantata del mondo, che costringe a spegnere gli ideali e a tornare «con i piedi per terra». Maria Santissima si ostina invece a indicarci la Mai come in questa epoca l’infanzia è sottoposta a ogni vessazione e a ogni minaccia: le devastanti disposizioni «educative», che fin dalla Scuola Materna vorrebbero introdurre giochi e materiale a dir poco osceni e umilianti per la dignità di ogni creatura umana, sono solo l’ultimo capitolo di una strategia ampiamente distruttiva.

LA PROMESSA DI MARIA A FATIMA L’autorità delle rivelazioni private è essenzialmente diversa dall’unica rivelazione pubblica: questa esige la nostra fede; in essa infatti, per mezzo di parole umane e della mediazione della comunità vivente della Chiesa, Dio stesso parla a noi. La fede in Dio e nella sua Parola si distingue da ogni altra fede, fiducia, opinione umana... La rivelazione privata è un aiuto per questa fede, e si manifesta come credibile proprio perché mi rimanda all’unica rivelazione pubblica... Vorrei alla fine riprendere ancora un’altra parola chiave del «segreto» (di Fatima) divenuta giustamente famosa: «il Mio Cuore Immacolato trionferà». Che cosa significa? Il Cuore aperto a Dio, purificato dalla contemplazione di Dio è più forte dei fucili e delle armi di ogni specie. Il fiat di Maria, la parola del suo cuore, ha cambiato la storia del mondo, perché essa ha introdotto in questo mondo il Salvatore – perché grazie a questo «Sì» Dio poteva diventare uomo nel nostro spazio e tale ora rimane per sempre. Il maligno ha potere in questo mondo, lo vediamo e lo sperimentiamo continuamente; egli ha

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«Il mio Cuore Immacolato trionferà»

potere, perché la nostra libertà si lascia continuamente distogliere da Dio. Ma da quando Dio stesso ha un cuore umano ed ha così rivolto la libertà dell’uomo verso il bene, verso Dio, la libertà per il male non ha più l’ultima parola. Da allora vale la parola: «Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo» (Gv 16, 33). Il messaggio di Fatima ci invita ad affidarci a questa promessa. Joseph Card. Ratzinger Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede

Fatima, 13 maggio 2000


meta: l’unica vera, concreta, concretissima meta del nostro pellegrinare nella storia. Come diceva il sommo Tommaso, l’esistenza è un exitus, un uscire da Dio per ritornare a Lui. Il reditus è il nostro cammino, tracciato da Cristo, accompagnato dalla Grazia e dalla compagnia impagabile dei Santi.

Madre del Signore come modello della vera discepola, attenta alla Parola e sollecita del bene di tutti. A Fatima la Madonna, attraverso le parole di Lucia – soprat-

Maria come madre e sorella premurosa La Vergine Maria è dinanzi a noi, accanto a noi, come madre e sorella premurosa, desiderosa soltanto che Gesù si generi nel nostro cuore e che la nostra vita si conformi sempre più alla Sua. Ella ben conosce le insidie del tempo presente e intercede continuamente per noi le grazie necessarie a percorrere i sentieri della fede. A Fatima è venuta per i piccoli, per i bambini, primi privilegiati destinatari del suo messaggio. Mai come in questa epoca l’infanzia è sottoposta a ogni vessazione e a ogni minaccia: le devastanti disposizioni «educative», che fin dalla Scuola Materna vorrebbero introdurre giochi e materiale a dir poco osceni e umilianti per la dignità di ogni creatura umana, sono solo l’ultimo capitolo di una strategia ampiamente distruttiva. Alle derive culturali e ideologiche non si risponde moralisticamente, ma ci si oppone con la logica del rispetto di sé e dell’altro, dell’amore, del dialogo, di una retta e corretta maturazione affettiva. A Fatima Maria Santissima parla al cuore inquieto ma generosissimo dei giovani, sempre aperto alla ricerca di un senso autentico da dare all’esistenza e desiderosi di incontrare finalmente testimoni attendibili e fidati. Non a caso Giovanni Paolo II, volendo le GMG, ha sempre proposto la

«Dite il Rosario, ogni giorno», ha ripetuto a ogni apparizione Maria Santissima: in quella umile corona è nascosto il segreto della nostra salvezza. Ogni Ave Maria è una implorazione, un atto di affetto vero, una richiesta di sostegno e di amore.

tutto le sue «Memorie» – ha inteso parlare alle famiglie di oggi: piagate da tante contraddizioni, segnate dalla piaga della incomprensione, della separazione e dell’aborto, ma proprio per questo ancora più bisognose di punti fermi e di sicurezze, nella certezza di poter attingere, all’inesauribile sorgente della Grazia sacramentale, tutti gli aiuti che occorrono per corrispondere a una altissima vocazione.

«Dite il Rosario ogni giorno» Fatima ci ricorda che la preghiera non è la «cenerentola» delle nostre giornate: pur umilissima, è fatta per regnare, per essere «regina» delle nostre case. Per essere luce di speranza, fonte di vera comunione di cuori e di volontà. Se non regna, si spegne, sbiadisce e svanisce. «Dite il Rosario, ogni giorno», ha ripetuto a ogni apparizione Maria Santissima: in quella umile corona è nascosto il segreto della nostra salvezza. Ogni Ave Maria è una implorazione, un atto di affetto vero, una richiesta di sostegno e di amore. «Dite il Rosario»: cioè, non spegnete la speranza dal cuore, non riconsegnatevi alla inconsistenza delle cose e alla instabilità degli affetti e degli umori, agli «alti e bassi» che disegnano il nostro cammino. «Dite il Rosario»: cioè fidatevi di me, di mio Figlio, del Cielo, per camminare ancora meglio e più speditamente in terra. Come è bella la Chiesa quando è una vera «casa di preghiera»! Quando nel silenzio delle sue millenarie navate, come tra le nostre mura domestiche, i cuori si aprono a Dio e lo riconoscono Padre. Come è bella la Chiesa, quando l’Assemblea si raduna per celebrare i misteri di morte e di gloria del suo Signore e l’Eucaristia rinnova il volto della «comunità dei credenti». A Fatima il Cielo e la Terra si riconciliano nel Sangue dell’Agnello e nel Cuore Immacolato, trafitto per amore nostro. Dalla Cova da Iria, fino ai confini del mondo, si rinnova il miracolo perenne della Pentecoste e la Chiesa rivela – ancora una volta – la bellezza del suo Volto, la cui più bella icona è il Volto stesso di Maria. n La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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CHIESA NOSTRA MADRE

Sull’onda lunga di un antico inizio / 1 Mons. Saverio Xeres

Ripensiamo le origini della Chiesa di Como all’aprirsi di una nuova pagina della sua storia Veduta di Como.

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so pensare non sia tempo perso, né per il vescovo Oscar né per tutta la nostra Chiesa comense, soffermarsi ancora qualche tempo sulla riva, prima di prendere il largo verso una nuova navigazione. E guardarsi attorno, come il saggio barcaiolo, scrutando il cielo, fiutando il vento, saggiando le condizioni dell’acqua. Cogliere, oltre il visibile, quel sapore e spessore di antico di cui sono impregnati questi luoghi: una lunga storia di vita e di fede che ha lasciato tracce evidenti su questo lago, dentro le valli, fin sulle cime dei monti e tra le colline digradanti verso la pianura. È il momento di scaldare il cuore, di riprendere coraggio, di ritrovare la gioia di essere ciò che già siamo, per Grazia: una comunità di

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donne e uomini rigenerati da un’acqua di Vita nuova sgorgata dal Cuore stesso di Cristo. Uno sguardo, pacato e profondo, al passato non farà male: è un momentaneo volgersi all’indietro, per uno slancio nuovo verso il futuro.

Il primo vescovo, Felice Non sappiamo l’anno, ma fu d’autunno, come adesso, che Como ricevette il suo primo vescovo, Felice. «Da Dio qui condotto – scriveranno sulla sua tomba – per primo si preoccupò di annunciare la Parola di Dio». In questo caso, Dio si era servito di un altro vescovo, il grande Ambrogio di Milano. Dall’esperienza di governo civile esercitata per al-

cuni anni su una vasta area del Nord Italia, Ambrogio aveva maturato uno stile pragmatico e deciso: nel momento in cui intravide la possibilità di estendere la predicazione del Vangelo e l’edificazione della comunità cristiana oltre la sua città di residenza, costituì diverse nuove Chiese locali, ognuna dotandola di un proprio pastore. Così fece a Como, dove incaricò e consacrò Felice: un comasco, molto probabilmente, quale più facilmente avrebbe potuto inserirsi in una società locale ancora totalmente pagana, o quasi. Pochi, infatti, furono i collaboratori di cui poté giovarsi il nuovo vescovo. Ed ecco ancora Ambrogio, che da Milano seguiva i primi passi della nuova Chiesa sulle sponde del Lario, confortarlo e richiamarlo, in una lettera, a una sana visione di fede: «Grande è il campo di Cristo


e gli operai sono pochi. Dio, però, che è potente, manderà gli operai necessari per la sua messe». «Questa non è una novità», aggiungeva, accennando a problemi «vocazionali», appunto, ricorrenti. E, di nuovo suggerendogli uno sguardo di fede e di saggezza, invitava Felice a godere di quanto già fatto e a valorizzare le risorse umane già disponibili: «Molti nella città di Como attraverso la tua predicazione hanno accolto la parola di Dio. E dunque, colui che ti ha dato i discepoli, ti darà anche i collaboratori necessari». Tradotto: se hanno capito bene il Vangelo, questi nuovi cristiani di Como non potranno certo restare passivi!

I collaboratori più efficaci In verità, Felice aveva imparato da Ambrogio che i primi collaboratori di un vescovo non sono quelli di cui egli può circondarsi esteriormente, ma i molti che non si mettono in prima fila, perché già ci hanno preceduto, e che la testimonianza della fede l’hanno esercitata non a parole ma con la vita. Ed ecco Felice ripete-

re il gesto del suo maestro Ambrogio: cercare i santi nascosti, indicare come modello di vita i veri «testimoni», parola che in greco suonava «martiri». Il vescovo di Milano lo aveva fatto riesumando le spoglie dei santi Gervasio e Protasio; il nuovo vescovo di Como lo imitò ricuperando i resti dei primi martiri uccisi alle falde del Baradello, qualche decennio prima, all’inizio di quel secolo terzo dell’era cristiana. E come Ambrogio disporrà la sua sepoltura accanto alle spoglie di quei santi, così Felice, alla sua morte, riposerà insieme a Carpoforo e ai suoi compagni di martirio, idealmente ricongiungendo l’istituzione con la profezia, il ministero con la santità. Mancava uno, in verità, a completare quel gruppo dei primi testimoni di Cristo in riva al Lario: Fedele. Momentaneamente sfuggito alla cattura, aveva risalito il lago, fino alla sua sommità, per poi subìre a sua volta il martirio. Prolungandosi, allora, il Lario un poco oltre l’attuale limite settentrionale, la sommità del lago stava più o meno dove il nome di Samolaco (da Summolacunum) ancora allude.

Duomo di Como. Santi Felice e Carpoforo in un antico dipinto.

La città, e oltre Erano dunque gli stessi primi testimoni della fede a spingere lo sguardo di Felice oltre la città, fino alle due grandi valli alpine che, proprio alla sommità del Lario, si incontrano, entrambe lasciando che i rispettivi fiumi, l’Adda e la Mera, gonfi delle acque raccolte da tante valli minori, si riversino nel lago, discendendo verso Como. Un discepolo dell’ex governatore Ambrogio, qual era Felice, non poteva certo dimenticare che quella città di cui egli era divenuto vescovo era stata fondata dai Romani, alla metà del I secolo avanti Cristo, per raccordare e tutelare le vie di accesso ai passi alpini; e così fare da punto di riferimento, civile e militare, per tutto il territorio che saliva verso il crinale alpino, oltre che, ovviamente, per le zone immediatamente circostanti alla città. Era una vocazione chiaramente scritta, per questa Chiesa, nella sua concreta configurazione geografica e amministrativa. Per oltre sedici secoli, fino ad oggi, Como resterà l’unica sede episcopale, ovvero l’unico luogo dove concretamente il Vangelo – testimoniato dai priLa Cattedrale di Como, centro liturgico e spirituale della diocesi. Al suo interno è presente la cattedra, seggio riservato al vescovo. La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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mi martiri, e annunciato dal primo vescovo – venne custodito integro dai suoi successori, e tramandato fino a noi. Non torni, per carità, il vezzo – diffuso qualche anno fa – di dire: la diocesi di Como-Sondrio, o sciocchezze del genere... La nostra Chiesa locale continui a custodire, anche nella limpidezza del suo nome, quella che fu la sua origine: provvidenziale, oltre che storica. Il nostro unico vescovo, da Caravate a Livigno, da Mandello a Madesimo, è il vescovo di Como.

Como: consorelle Figlie di Santa Maria della Provvidenza con il vescovo di Como (ora emerito) mons. Diego Coletti. Da queste pagine vogliamo salutarlo con affetto e con gratitudine per quanto ha fatto per noi durante il suo mandato di vescovo della Diocesi comense.

Qui come altrove Quasi sicuramente Felice avrà potuto accompagnarlo a sepoltura, ma forse avrà avuto tra i suoi cristiani quel siriano (proprio così!) di nome Annulei la cui lapide, datata al 401 d.C., ancora giace nell’antica basilica di San Carpoforo, luogo delle nostre origini cristiane, all’ingresso meridionale della città vescovile. Una Chiesa, quella di Como, collocata in un caratteristico territorio di passaggio, altro segno di una vocazione iscritta fin dalle origini nei luoghi.

A ricordare che – per quanto locale essa possa e debba essere, in fedeltà alla logica cristiana dell’Incarnazione – ogni Chiesa è essenzialmente «cattolica», ossia «universale». Vocazione oggi da noi parzialmente adempiuta in una presenza oltreoceano: può bastare? Del resto, anche il Lario, mirabilmente incavato tra cime rocciose e declivi boscosi, è comunque un lago, non uno stagno. Un bacino di acqua che non è ferma ma corre: viene dai monti e poi, da qualche parte, fuoriesce verso la

MONS. OSCAR CANTONI, VESCOVO DI COMO Il 4 ottobre 2016 Papa Francesco ha nominato Sua eccellenza monsignor Oscar Cantoni nuovo vescovo di Como. A lui il nostro saluto filiale e l’augurio di una missione feconda di bene. Nato a Lenno il 1o settembre 1950, viene ordinato presbitero nella Cattedrale di Como il 28 giugno 1975. In diocesi ricopre vari incarichi dalla pastorale vocazionale all’insegnamento religioso e alla direzione spirituale dei Seminaristi. Nel 2003 diviene Vicario episcopale per il Clero. Contribuisce alla nascita e allo sviluppo nella Diocesi di Como dell’Ordo Virginum e, attualmente, nella CEI ne è referente. Ordinato vescovo il 5 marzo 2005, prende possesso della diocesi di Crema il 19 marzo seguente. Nella Conferenza Episcopale Italiana è attualmente membro della Commissione episcopale per il Clero e la Vita Consacrata. Nella Conferenza Episcopale Lombarda è delegato per il Centro Regionale Vocazioni e per i Seminari. Gran Priore di luogotenenza dell’Ordine Equestre del Santo Sepolcro per l’Italia Settentrionale (2010). È presidente della Commissione per le Vocazioni della CCEE (Consilium Conferentiarum Episcoporum Europae) EVS (European Vocations Service) (2012).

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pianura, si versa in un più grande fiume; infine giunge al mare, e in esso toccherà molte altre sponde. ò ò ò Il barcaiolo, deciso finalmente a scostare la barca dalla riva, alza lo sguardo e prende il largo. Ancora spira il vento, il cielo già sorride della sua prima luce. E l’orizzonte, lentamente, si distende. Già pubblicato su «Il Settimanale della Diocesi di Como», 15 ott. 2016


FAMIGLIA GUANELLIANA • Storia Spiritualità Carisma

Nel ricordo di Mons.

Aurelio Bacciarini a cento anni dalla sua elezione all’Episcopato Congregazione delle Cause dei Santi Decreto di venerabilità

I

l 21 gennaio 1917, giusto 100 anni fa, don Aurelio Bacciarini, primo successore di don Luigi Guanella, fu ordinato Vescovo e chiamato da papa Benedetto XV a prendersi cura della Diocesi di Lugano, come Amministratore Apostolico. Don Aurelio pianse, pregò il Signore che lo liberasse da così pesante impegno, ma poi si rassegnò: non gli restava che ubbidire e pregare. Ci è caro ricordarlo in questo centenario e innanzitutto lo vogliamo fare con quanto viene detto di lui dalla Congregazione delle Cause dei Santi nel Decreto di venerabilità, datato 15 marzo 2008 e a firma del card. Prefetto Sarajva Martins. Con questo Decreto, vengono riconosciute le sue virtù vissute in modo eroico. Voglia il Signore presto riconoscerlo come stella luminosa nel cielo dei Santi.

«Sono stato creato come testimone davanti agli uomini. Dipenderà anche da me se Cristo sarà accolto o rifiutato, dalla mia luce o dalle mie tenebre. La mia fede si fa giudice implacabile di me stesso». La vita di Mons. Aurelio Bacciarini, efficacemente sintetizzata in queste austere parole, fu dominata dall’anelito di testimoniare con la concretezza della fede e delle opere l’amore di Dio per le sue creature. La fede è stata il timone che ha regolato la navigazione della sua esistenza e lo ha accompagnato negli anni difficili dell’infanzia, nel fervore dell’adolescenza, nell’intensa riflessione del periodo formativo del seminario, nel fecondo servizio pastorale come parroco e come religioso guanelliano, nell’impegnativo ministero episcopale. In una sequenza di «silenziose preparazioni» alle varie tappe del suo cammino, il Bacciarini ha sempre consapevolmente vissuto alla luce della

parola di Gesù: «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15, 16). Il Servo di Dio era nato a Lavertezzo nel Canton Ticino (Svizzera) l’8 novembre 1873, settimo figlio di una famiglia molto modesta. Il giorno seguente ricevette il Battesimo e all’età di sette anni gli fu amministrata la Confermazione. Fin dalla fanciullezza manifestò una intelligenza vivace e un carattere amabile: su questa componente naturale si innesterà l’azione della grazia, favorita dalla costante partecipazione alla preghiera in famiglia e in parrocchia. In questo contesto sorse in lui la vocazione al sacerdozio che culminò nell’Ordinazione, avvenuta nel 1897 a Lugano. Il primo apostolato di don Bacciarini si svolse nella parrocchia di Arzo, e, successivamente, come educatore e insegnante nei seminari di Lugano e di Collegio, ambienti in cui don Aurelio lasciò una luminosa testimonianza di fede. «L’amore di Cristo ci spinge» (2 Cor 5, 14): l’espressione dell’Apostolo Paolo bruciava nell’animo del gioLa Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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La città di Lugano, della cui diocesi mons. Bacciarini fu vescovo (1917-1935).

vane sacerdote, stimolava le sue scelte ed orientava le sue azioni. Motivato dalla ricerca di una sempre maggior perfezione, nel 1906 chiese al Vescovo il permesso di aggregarsi all’incipiente Congregazione dei Servi della Carità del Beato (oggi Santo, ndr) Luigi Guanella, nella quale il 24 marzo 1908 emise la professione religiosa. Una formidabile esperienza era riservata a don Aurelio: essere il primo parroco della nascente comunità di S. Giuseppe al Trionfale, nella cintura periferica di Roma. Per tale compito, don Guanella offrì al Papa S. Pio X il sacerdote «migliore» della sua congregazione. Don Bacciarini iniziò il suo ministero parrocchiale ed in poco tempo trasformò una collettività umana informe e precaria in una seminagione di valori, regolarizzando matrimoni, amministrando i sacramenti dell’iniziazione cristiana, organizzando la parrocchia con intuizioni profetiche e di avanguardia. La sua carità verso il prossimo si fa eroica quando nel 1915, Buon Samaritano, in occasione del terLavertezzo, in Val Verzasca, paese natio del venerabile mons. Aurelio Bacciarini.

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remoto della Marsica, compì numerosi viaggi nel territorio di Avezzano, per dare assistenza in

Roma a bambini orfani, vecchi senza casa ed ammalati. Alla morte di don Guanella, Aurelio Bacciarini venne eletto Superiore generale della Congregazione. In questo nuovo ruolo si impegnò con fervore e diligenza a coltivare lo spirito del Fondatore e a redigere le Costituzioni. Era trascorso poco più di un anno, quando il Sommo Pontefice Benedetto XV gli comunicò l’elezione a Vescovo titolare di Daulia ed Amministratore Apostolico di Lugano. All’obiezione di don Bacciarini di non essere adeguato a quel ministero, il Papa come risposta gli donò la sua croce pettorale e il suo anello. All’ingresso in diocesi Mons. Bacciarini pronunziò parole che segnavano la direzione di marcia del suo ministero episcopale: «Io pongo la mia povera vita sulle vostre teste come sopra un altare ed intendo consumarla ed immolarla per il bene e la salvezza di tutti».


Fin dall’inizio volle collocare il Cuore di Cristo come sorgente di santità per il suo popolo e favorì la consacrazione delle famiglie al Sacro Cuore. Patrimonio del suo magistero episcopale sono le lettere pastorali, i congressi, i pellegrinaggi diocesani, le visite alle parrocchie, la cura per il seminario e per le vocazioni e soprattutto la testimonianza nel tempo della malattia: le sue condizioni di salute, infatti, andarono progressivamente deteriorandosi e molto frequenti divennero i ricoveri in ospedale. Ma ciò che le infermità gli impedivano di compiere era supplito dalla costante preghiera e dall’accorata partecipazione alle vicende del suo popolo. La sua sofferenza, abbracciata in un atto di consacrazione vitti-

Mons. Aurelio Bacciarini in una foto ufficiale. Non fu uomo di palazzo, visse accanto ai poveri, si prodigò perché ciascuno sentisse il vescovo come padre.

male, è stata la più autentica cattedra di santità. Come accade nel cammino di alcuni santi, anche al Bacciarini fu riservata l’agonia della «notte oscura» del dolore, del dubbio e della tentazione. Fu in quest’ultima prova che in lui trionfò la speranza cristiana.

A Sorengo presso Lugano, il Vescovo Aurelio spirò, consumato nella carne per la passione delle anime: era il tardo pomeriggio del 27 giugno 1935, mentre si celebravano i primi vespri della festa del Sacro Cuore, quel Cuore che egli aveva tanto amato e fatto amare. Il popolo immediatamente testimoniò la convinzione comune che fosse morto un santo. I funerali furono un’apoteosi, a tal punto che moltissimi fedeli non poterono entrare in cattedrale. In virtù di questa fama di santità, il 1o luglio 1946, presso la Curia della Diocesi di Lugano, si aprì il Processo Informativo che si chiuse il 25 marzo 1964, cui fecero seguito i Processi Rogatoriali. La loro validità è stata riconosciuta dalla Congregazione delle Cause dei Santi con Decreto del 9 luglio 1982. Preparata la Positio, si è discusso, secondo la consueta procedura, se il Servo di Dio abbia esercitato in grado eroico le virtù. Con esito positivo, si è tenuto il 30 marzo 2007 il Congresso Peculiare dei Consultori Teologi. I Padri Cardinali e Vescovi nella Sessione Ordinaria del 22 gennaio 2008, sentita la relazione del Ponente della Causa, l’Ecc.mo Mons. Andrea Maria Erba, Vescovo emerito di Velletri-Segni, hanno riconosciuto che il Servo di

Arzo (Svizzera). Prima sua parrocchia. Nel riquadro il giovane don Aurelio Bacciarini.

Dio Aurelio Bacciarini ha esercitato in grado eroico le virtù teologali, cardinali ed annesse. Presentata quindi un’attenta relazione di tutte queste fasi al Sommo Pontefice Benedetto XVI da parte del sottoscritto Cardinale Prefetto, il Beatissimo Padre, accogliendo e ratificando i voti della Congregazione delle Cause dei Santi, nel sottoscritto giorno solennemente dichiarò: Constano le virtù teologali della Fede, Speranza e Carità sia verso Dio sia verso il prossimo, nonché le cardinali della Prudenza, Giustizia, Temperanza e Fortezza e di quelle annesse, in grado eroico, del Servo di Dio Aurelio Bacciarini della Congregazione dei Servi della Carità, Amministratore Apostolico di Lugano, nel caso e per il fine di cui si tratta. Il Beatissimo Padre ha dato mandato di rendere pubblico questo Decreto e di trascriverlo negli Atti della Congregazione delle Cause dei Santi. Dato a Roma il giorno 15 del mese di marzo dell’Anno del Signore 2008. Josè card. Saraiva Martins Prefetto La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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FAMIGLIA GUANELLIANA • Storia Spiritualità Carisma

Sulla roccia di Gualdera

Suor Maria Teresa Nocella

Una roccia benedetta «Le nostre fondamenta sono sui monti santi. Sono qui tutte le nostre sorgenti».

S

ulla roccia di Gualdera il Signore ha svelato per mezzo di Maria il suo progetto d’amore a san Luigi Guanella. Tutte le comunità guanelliane convergono coralmente verso questo luogo santo, dove sono le nostre radici spirituali. Qui noi Figlie di S. Maria della Provvidenza possiamo sentirci nella nostra patria, ritrovarci come membri della stessa famiglia, abbracciarci come sorelle nella casa paterna. Non per i suoi meriti naturali o storici, ma per l’amore riversato da Dio in questo luogo, noi diciamo col salmista: «Di te si dicono cose stupende», roccia di Gualdera.

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Gruppo bronzeo di Umberto Malinverno, 1958.

Una roccia benedetta dalla presenza di Maria. Su questa roccia, nella vocazione del Fondatore, ritroviamo le nostre «sorgenti», un’acqua viva che si dirama in ogni comunità guanelliana e le rende polle vivaci di speranza e di carità evangelica.

Una roccia luogo di una Presenza È il giovedì santo del 1852. Il piccolo Luigi Guanella nella chiesa di San Rocco ha ricevuto la prima Comunione. Ora gli dicono di andare al pascolo di Gualdera con le sue pecorelle ed egli va, spinto anche da una forza interiore che lo invita ad una preghiera più profonda. Una preghiera ridente come i pascoli che si stanno rivestendo di fiori a primavera, una preghiera ricca come i boschi fitti

di conifere, una preghiera forse anche dura, come la roccia sulla quale intende andare a nascondersi per stare solo con il suo Dio. Dalla casa paterna Luigino scende verso il Rabbiosa. Lo attraversa, saltellando con moderazione sui grandi sassi che formano il letto del torrente tanto amato, s’inoltra nel sentiero ombreggiato dai larici, per giungere ai pascoli di Gualdera, dove sono le baite del nonno sul Motto del Vento, illuminato oggi dal sole. Il Motto del Vento, uno scoglio, egli dice «quasi muraglia di 20 metri lungo e 8 metri alto». I monti sono stati sempre privilegiati come luogo di rivelazione o di manifestazione di Dio. La configurazione della montagna, elevata verso il cielo e dove maggiormente si gode il silenzio e la bellezza della natura, ha ispirato uomini biblici, che l’hanno considerata come luogo ideale dell’incontro con Dio.


Fraciscio: il torrente Rabbiosa scorre ai suoi piedi. Qui sono le nostre sorgenti guanelliane.

Lo stesso don Guanella così un giorno si esprimerà nel suo celebre «Addio» alla valle Calanca: «... tu mi hai aperto... davanti allo sguardo i feraci pascoli dei tuoi estesi monti; m’hai fatto gustare la taciturnità silenziosa della tua stagione estiva e mi hai aperto la mente a scorgere e ad ammirare in te la maestà di Dio che manifesta in montibus la sublimità sua, la sua bontà, la sua provvidenza ammirabile». Ma non su un’alta montagna Dio ha scelto di dimorare nell’Antico Testamento, bensì sulla collina di Sion; così per don Guanella, non è stato scelto il maestoso Pizzo Stella, ma il Motto del Vento, la roccia di Gualdera. Su questa roccia, dove il vento fa sentire la sua voce, a

volte leggera, a volte tempestosa, al piccolo Luigi si rivela la presenza di Dio, attraverso la voce di una Donna. La roccia di Gualdera diventa il luogo di una Presenza. Una cavità di questa roccia offre rifugio e riposo al pastorello che si è nutrito per la prima volta dell’Eucaristia. In questo raccolto silenzio viene «vissuta da Luigino un’esperienza di grazia così vivace, da doverla considerare in nuce una comunicazione soprannaturale, momento mistico di elezione a particolare compito nella Chiesa. Commovente la “voce di Donna”, che lo chiama per nome, evocando la presenza della Madre e la vocaLa Madonna di Gualdera. Come una mamma, Maria chiamò tre volte Luigino, indicandogli la sua futura missione di sacerdote della carità.

Campodolcino, ponte romano sotto cui passa l’acqua del Rabbiosa. La fedeltà agli impulsi dello Spirito Santo ci ottiene fiumi di grazia.

zione dei profeti, la cui avventura quasi sempre comincia col sentirsi chiamare per nome. Per tre volte si ripete la voce misteriosa: come a Samuele, come a Pietro, quando il Signore gli domandò: “Mi ami tu?”. Segno di parola forte, distinta, volitiva, portatrice di un disegno» (don W. Bogoni, sdc). Ascoltiamo il racconto che egli fa di questa singolare esperienza nelle due versioni: l’una raccontata in terza persona nell’autobiografia «Le vie della Provvidenza»; l’altra – si era nel 1907 – svelata al nipote don Costantino. Si completano e s’illuminano a vicenda. «Venne anche il giorno della prima Comunione, sui nove anni di La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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età. Pareva al giovane Luigi che il giorno della prima Comunione l’avrebbe passato meglio nella solitudine di Gualdera (la stagione era primaverile). In questo alpeggio, presso la cascina paterna, si solleva un piccolo colle detto Motto, sostenuto a mezzodì da uno scoglio, quasi muraglia, di 20 metri lungo e 8 metri alto. A metà dello scoglio sono due piccoli prati a forma di divano. Ora in uno, ora nell’altro, Luigi si raccoglieva solo a pregare o a riposare. Quel giorno egli si adagiò nel primo divano, deciso a rimanervi a lungo in preghiera ed in lettura. Intanto nel suo cuore si svolgeva un paesaggio di soave dolcezza, quasi di paradiso, che lo persuadeva a forti Panorama di Gualdera. Era il Giovedì santo del 1852, la Madonna attendeva il piccolo Luigi sulla roccia di Gualdera, per svelargli la sua futura missione.

La Roccia di Gualdera al tramonto (foto Simone Levi).

propositi di bene. Durò per pochi minuti, ma gli lasciò, fino ai suoi settant’anni, un soave conforto ed un ricordo che vorrebbe pur perpetuare nella pietra, molto più che la sorella Caterina..., si sa che ivi, guidata da Dio, si raccoglieva pure molte volte in dolcezze spirituali di preghiere e pie letture». «Il giorno della mia prima Comunione, mentre badavo alle bestie, seduto sotto la balza [di Gualdera], mi posi a fare un po’ di ringraziamento. A Gualdera ero solo solo. A un certo punto, col libretto di preghiere tra le mani, mi lasciai vincere dal sonno. Improvvisamente sentii una voce chiara e limpida di donna che mi chiamava: “Luigi!”. Svegliato, mi domandai: Chi è che mi chiama?

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Sono qui solo solo. Pensai: Sarà un sogno! Mi rimisi a leggere il mio libretto; ma ancora mi appisolai. Di nuovo la voce mi chiamò: “Luigi, Luigi!”. Non sapevo rendermi conto, essendo solo lassù. La cosa si ripeté per una terza volta. Pensavo di essere vittima di un’allucinazione, ma la voce si fece sentire più forte e distinta: “Luigi, Luigi!”. Ed ecco che vidi una Signora che, movendo il braccio destro come a indicare una cosa, mi disse: “Quando sarai grande, farai tutto questo per i poveri”. E come in un cinematografo vidi tutto quello che avrei dovuto fare». Quando don Luigi racconta il «sogno» di Gualdera è ormai avanti negli anni. Si è davanti ad un

esempio stupendo di ripensamento profondo della propria storia. «Don Luigi ha sempre ritenuto che quel giorno la Madonna si fosse manifestata “in sogno”, per persuaderlo a forti propositi di bene, in vista del suo futuro» (don W. Bogoni). Qui, su questa roccia, da questo «sogno» hanno origine le intuizioni decisive della sua vocazione e missione. Qui si è acceso il fuoco del suo amore incondizionato a Cristo e ai suoi poveri. È certamente un’esperienza delle origini, maturata dentro di lui mentre sopportava gli scossoni della sua esistenza donata ai poveri e comprendeva che solo Dio era la sua roccia, che solo per lui pativa rifiuti e incomprensioni,


lotte e fatiche, ansie e difficoltà. Dio-roccia è il cardine sul quale dobbiamo fondare la nostra vita e sul quale dobbiamo continuare a costruirla giorno dopo giorno, nella certezza che Dio è roccia per la sua fedeltà e chiunque si affida a lui non vacillerà, né verrà meno alle sue promesse. Dio è la roccia sulla quale io posso appoggiare la costruzione della mia vita, è il rifugio in cui posso trovare protezione nelle difficoltà. La roccia è sempre presente ed è quasi memoria degli avvenimenti che su di essa sono avvenuti. Venire a pregare su questa roccia di Gualdera significa in qualche modo venire a fare memoria di quell’antica e sempre nuova chiamata

quieto e sereno, sotto il manto protettivo dell’amore di Dio, «quale aquila che veglia sulla sua nidiata» (Deut 32, 11).

Maria ci affida i poveri Maria su questa roccia di Gualdera ha chiamato don Guanella a percorrere «i sentieri fioriti della carità». «Luigi, Luigi!». Come non ripensare alla chiamata di Mosè? «Mosè, Mosè! ... Io sono il tuo Dio... Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido...» (cfr. Es 1-15). È Maria, la serva di Javhè, la madre dei poveri, che raggiunge il

crocifissi dalla vita di ogni tempo. Alziamoci e incamminiamoci verso i fratelli che ci attendono. Come Gesù si portava verso gli “scartati” della società: gli emarginati, i senza-volto e senza-casa, i pubblicani, i malati e li invitava quali primi alle Nozze, così noi, sui passi di don Guanella, metteremo al primo posto di casa «il più povero, la persona più abietta e abbandonata, perché dei pupilli e degli abbandonati custode è il Signore. E non temeremo disagio o povertà, perché l’invito anzi il comando di preferire i più abbandonati viene da Dio e non faremo torto alla Divina Provvidenza, sicure che noi che abbiamo lasciato patria e parenti e tutto CANTO: GUALDERA testo e musica di suor Rita Butler, fsmp Roccia di Gualdera, e sorgente d’acqua viva. Roccia benedetta, dalla presenza di Maria. Roccia di Gualdera, luogo di santità. Prega per noi, o Maria. Roccia di Gualdera, una voce di Donna «Luigi» ha chiamato, gli rivela la missione. Roccia di Gualdera, luogo di silenzio. Prega per noi, o Maria. Roccia di Gualdera, qui si è acceso il fuoco dell’amore a Cristo, della carità ai poveri. Roccia di Gualdera, luogo di carità. Prega per noi, o Maria.

del Fondatore; significa metterci ancora in ascolto della voce divina che continua a chiamarci; significa venire a recuperare le proprie forze stanche, a ritrovare le sorgenti della propria vocazione e missione, a rinnovarci nella fiducia e nella speranza, a ravvivare il nostro amore, a rifiorire nella fedeltà, a riprendere il nostro cammino in un percorso

pastorello di Fraciscio su questa altura, perché si faccia servo di una Presenza, testimone di un Amore presso le solitudini e i dolori dei fratelli. Qui, su questo stesso scoglio, noi dobbiamo ricordare che Cristo è la pietra angolare su cui fondiamo la nostra vita e che noi cristiani siamo chiamati ad essere servi dell’amore, per amore, verso i

Roccia di Gualdera, ci rinnovi nella speranza, apri il nostro cuore alla chiamata del Signore. Roccia di Gualdera, luogo di fedeltà. Prega per noi, o Maria.

per seguire Gesù Cristo, noi riceveremo cento volte più e avremo in dono massimo la vita eterna» (cfr. L. GUANELLA, Vieni Meco, XXXVI 73s). n La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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FAMIGLIA GUANELLIANA • Storia Spiritualità Carisma

Madre

Marcellina Bosatta Cofondatrice delle Figlie di S. Maria della Provvidenza Leo Brazzoli sdc

M

olti conoscono don Guanella, la sua Opera, guardano all’uno e all’altra con ammirazione, collaborano col proprio contributo. Pochi sanno invece di suor Marcellina Bosatta, collaboratrice di don Guanella e con lui cofondatrice della Congregazione delle Suore guanelliane: la grande luce attenua quella minore. Un’occasione per vederne l’intensità. A don Guanella la carità Dio gliel’aveva messa in cuore col battesimo – bambinello, con sorellina Caterina, impastava terriccio e acqua per fare la minestra ai poveri –, la Madonna gliel’aveva confermata in una soave visione, nel giorno della Prima comunione, 1’8 aprile 1852. La cosa era andata così: nel pomeriggio del grande giorno, lungo la val Gualdera, che si staccava dal nativo Fraciscio, era salito sul Motto della Croce e del Vento, una modesta altura rocciosa fra monte e strapiombo. Scesa di qualche passo la china, s’era seduto sulla fresca erba d’una piccola conca. Attento al bestiame che pascola-

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va, lo sguardo s’appuntava facilmente là, dove la valle andava a morire, affacciata al sottostante Santuario dell’Apparizione della Madonna a Gallivaggio. Cullato dal silenzio, s’era assopito. Svegliato una, due, tre volte da un richiamo insistente, aveva visto infine una meravigliosa, splendente Signora, che gli disse: «Quando sarai grande, dovrai fare tutto questo per i poveri. E come in un cinematografo, vidi tutto quello che avrei dovuto fare». Le parole sono sue. Ma aggiungeva: «tutto questo sarà stato un sogno». Sogno o realtà, gli s’impresse nella mente e nel cuore, come una missione da realizzare, e una grande luce ad illuminargli il cammino, una forza a sostenerlo nelle difficoltà, che furono molte nel numero e nella durata. La strada del bene è ardua: dovette presto convincersene, gli ostacoli s’aggiunsero ad ostacoli, le persecuzioni si moltiplicarono. Erano trascorsi quindici anni del suo sacerdozio, senz’essere riuscito a realizzare l’impegno. Tardava a suonare l’ora della Provvi-

denza. Quando finalmente scoccò, trovò ad attenderlo, sulla sua via, Marcellina Bosatta. Don Guanella l’incontrò per la prima volta, andando parroco a Pianello Lario. Ella aveva trentaquattro anni, essendo nata là, il 21 marzo 1847. Era a capo e direttrice d’una minuscola istituzione.

Il parroco don Carlo Coppini che comprese le sue qualità e le adoperò per un servizio alla Chiesa di Dio.


Pianello del Lario, paese natale di Marcellina Bosatta.

Anche Pianello è un piccolo paese, un condensato d’insediamenti sparsi sul declivio del monte, in un territorio di quasi mille chilometri quadrati, che s’affacciano nel lago. È attraversato dalla via Regina, che prende il nome della regina dei Longobardi Teodolinda, che con lavori radicali, diede assetto ad un’antica strada tracciata dai Romani. Centrale è la frazione Calozzo, dove la famiglia Bosatta aveva casa e attività. Papà Alessandro, stimato agrimensore, era segretario comunale, proprietario di terreni e gestore di una modesta industria serica. Undici figli allietarono la casa, Marcellina era la sesta. Di media statura, due limpidi occhi castani, luminosi, vivaci e penetranti, un bel volto dalle fattezze decise, ma armoniose, e composto in un sorriso che aveva sempre un che di mesto e di pensoso. Era fra le pochissime che sapevano leggere e scrivere: aveva frequentato la scuola delle Canossiane nella vicina Domaso. Era il tempo nel quale le ragazze erano presto impiegate nei lavori domestici, dei campi e dello stabilimento. Fin dall’adolescenza, aveva mostrato una superiorità sulle coetanee, che le veniva, oltre che dall’istruzione, da una marcata spiritualità e da una convinta pratica della vita cristiana. Aveva quindici anni, quando arrivò in paese un nuovo parroco, don Carlo Coppini. Un asceta, di buona cultura, ma soprattutto di grande zelo. Nell’esplicazione del suo ministero, dedicò particolare cura alla gioventù femminile, che meglio lo seguiva. Non importa se la sua attività non fu pacifica, se dovette incontrare ostilità, malcontento da parte di malinTra le conifere, la strada che sale a Gualdera. «La strada del bene è ardua... Su questa strada don Luigi trovò ad attenderlo Marcellina Bosatta». La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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sicurò: «Dopo di me, verrà uno che farà molto più di me». Don Luigi scendeva dal picco di Olmo, un gruppo di baite a 1.056 metri sul livello del mare, nella val San Giacomo, che conduce al passo Spluga. Da un pugno di montanari, tra i quali l’avevano confinato la persecuzione liberale, la disistima dei confratelli e l’insofferenza del suo stesso vescovo. Prese possesso della nuova parrocchia la vigilia di San Martino, il 10 novembre 1881, alle undici della notte, destando, con ripetuti colpi di pietre, l’addormentata e sorda domestica. L’accolse la fredda indifferenza, la fama d’esaltato, d’irrequieto. Anche l’Ospizio gli restava chiuOlmo (Sondrio). Don Luigi Guanella aveva 40 anni quando scese dal picco di Olmo.

tenzionati che ricorsero a tutti i mezzi per demolirlo, oltre quelli morali, anche quelli fisici. Marcellina lo seguì con entusiasmo, finì per essere il suo braccio destro. Con tutti i carismi dell’Autorità Ecclesiastica, che gliene fornisce un regolare decreto, diede vita ad una Pia Unione delle Figlie di Maria, sotto la protezione di Santa Angela Merici e di Sant’Orsola. Il 15 ottobre 1871 iscrisse le prime postulanti, che presto raggiunsero le settanta unità: Marcellina fu la direttrice. Era tanto ben organizzato il gruppo, agiva con tanto fervore, che non c’è da meravigliarsi se vi spuntarono desideri di vita consacrata. Don Coppini aveva un suo progetto che coltivava da anni e invitava all’attesa: intanto raccomandava il ritiro, la preghiera, il sacrificio, la particolare disponibilità alle necessità altrui. Affidò poi a due di esse, Marcellina Bosatta e Maddalena Minatta, due ragazze da custodire e seguire nella propria casa: gliele aveva consegnate l’amico don Eugenio Bonoli, che a Como conduceva un Pio Istituto per le zitelle povere. Poi, dalla casa privata, ad una casetta tutta per loro, a Camlago, un’altra delle frazioni di Pianello.

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Non importa se era povera e spoglia: intanto aveva un pezzetto di terra per far crescere la verdura, un fratello di Marcellina vi unì un incannatoio, così da non dover più uscire di casa per recarsi al lavoro. Presto don Coppini vi eresse ufficialmente un Istituto sotto la protezione del Sacro Cuore: le ragazze aumentarono di numero, c’era pure qualche vecchietta e, quello che più conta, si aggiunsero, nello spirito e nell’attività, due altre giovani, Dina, sorella di Marcellina ed Elisabetta, sorella di Maddalena. Dal lavoro delle proprie mani, incannatoio, tessitura, ricamo, veniva il nutrimento. Era ormai tempo di procedere, e con quattro persone si poteva iniziare. E il 28 giugno 1878, festa del Sacro Cuore, emisero i voti privati, temporanei, indossarono un abito religioso e si misero sotto la protezione di Santa Angela Merici. Don Coppini le seguì con l’attenzione e l’amore del padre, gli venne meno però il tempo di rassodarle. Passeranno solo due anni ed egli cadrà sulla breccia vittima della violenza: il 1o luglio 1881, lo percossero selvaggiamente con sacchetti di sabbia, gli rovinarono l’interno, i polmoni soprattutto. Morente, alle figlie tremanti, piangenti, as-

Andò a Pianello del Lario (Como), ivi chiamato dal Vescovo come amministratore della Parrocchia.

so: il vescovo aveva incaricato per la direzione il prevosto di Musso, don Rizzola. La piccola comunità s’accontentò d’invitarlo per una conferenza settimanale e la spiegazione del catechismo. Marcellina fu fra le più ostili, ingannata da cattivi consiglieri, anche se doveva ammettere che quel prete fosse uomo di virtù, un autentico apostolo di bene. D’altra parte lui si guardava bene


dall’intromettersi: attendeva. E venne... la prova del nove. Stava calando il sole; la superiora della giovane comunità aveva da prendere un’intesa col parroco; Marcellina si portò in canonica. Don Guanella stava cenando. Lauta cena! Ha davanti una ciotola d’insalata, vicino c’è l’oliera... Senz’infondere nulla, né aceto, né olio, né sale, egli, due foglie per volta, prese con le dita, le mangiò tutte. Nient’altro. Marcellina aveva sentito che, se a don Guanella offrivano qualcosa, tutto finiva in mano a qualche povero, preferibilmente infermo, ma fin lì non avrebbe mai pensato. S’accese nella mente una nuova luce. Il dubbio si fece realtà: questo è un santo, è l’uomo promesso da don Coppini. Ne parlò alle sorelle e non faticò a trasmettere la propria convinzione. Dall’ammirazione, il passo alla stima era d’obbligo, dalla stima, alla decisione. Tutte erano convinte di mettersi nelle sue mani.

Il seme sullo scoglio Marcellina, in piena armonia con le sorelle, affidò a don Guanella la direzione delle loro anime e quella pericolante dell’Opera, in tutto, fra suore, novizie, assistite, una ventina di persone. Lui accettò. Ebbe modo di conoscere la reale situazione, l’impegno di bene, ma insieme le deficienze, le lacune, le incertezze, le difficoltà. Aveva grande fiducia di poterla puntellare, trasformarla in un’altra grande e forte: il tenero germoglio diventò, con un volto nuovo, un albero rigoglioso. Glielo garantiva la grande fede. Lontano dall’introdursi violentemente, conscio delle grandi capacità di Marcellina, la valorizzò sempre di più, ne fece il braccio destro alle grandi iniziative: sarà sempre la direttrice, la confondatrice, la madre di quello stuolo di Figlie che non mancheranno d’arrivare. Pensò presto ad una sede più

ampia e più accogliente e trasferì la comunità nella casa coadiutorale che era vuota e, dopo tre anni, nella bella casa dei Bosatta. Lo sviluppo fu assicurato: vennero postulanti, s’allargò il noviziato, crebbero le suore e parallelamente le ospiti. La formazione delle prime, la cura delle altre ebbero l’attenzione principale. La piccola congregazione nasce, prende corpo, vigilata da un padre ardente e da una madre forte e generosa. Fu lei, Marcellina, a condurre il primo sciame, con la sorella Dina, ora suor Chiara, ad Ardenno, lei a seguire il deciso trapianto a Como, lei a guidare le nuove fondazioni che si moltiplicarono. Don Guanella l’ha preceduta all’eternità, il 24 ottobre 1915. L’Opera ha fatto tanta strada. Già camminano paralleli e strettamente uniti in collaborazione, i due

rami: il maschile e il femminile. Suor Marcellina sopravviverà di quasi vent’anni – morirà il 4 febbraio 1934 – guida sicura delle sue suore, lanciate fino nelle Americhe. E quando il peso degli anni, delle fatiche, degli strapazzi la porteranno, in posizione d’attesa, sul lato del Santuario del Sacro Cuore, dove già riposava la salma di don Guanella, continuerà, con l’insistente preghiera, a collaborare, con tutte le altre, al buon cammino della Congregazione, per il sollievo dei poveri. Ora, lo spirito eletto in cielo, i resti mortali dormono il grande sonno sul colle di Lora, la Casamadre della Congregazione. Lì vegliano le sue Figlie, sempre attente alle parole di sapienza e d’incitamento. Scorre il tempo, passano gli anni, non finisce mai la vigile presenza d’una Madre: solo è mutata la forma. n

Andiamo a Gesù con... MARCELLINA BOSATTA Centro Ambrosiano, marzo 2016 (pp. 40 - euro 4,00) Un agile libretto che, con un racconto semplice e splendide illustrazioni, realizzate da Rachele Renzulli, narra la vicenda di suor Marcellina Bosatta. La storia – a cura dell’équipe del Centro Guanelliano di Pastorale Giovanile di Como – è quella di una ragazza che fin da bambina ha vissuto il servizio ai più piccoli e fragili come vocazione. L’incontro con don Luigi Guanella le aprì la strada che avrebbe portato a fondare le basi dell’opera guanelliana. Un libro che prosegue la collana «Andiamo a Gesù con...», destinato ai più giovani e alla conoscenza dei principali collaboratori di san Luigi Guanella. Copie possono essere richieste al CENTRO GUANELLIANO DI PASTORALE GIOVANILE - COMO como.giovani@guanelliani.it • Tel. 031 296783

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FAMIGLIA GUANELLIANA • Storia Spiritualità Carisma

Un libro dedicato a Sua Santità Benedetto XVI e a Papa Francesco Sabato 10 dicembre suor Michela ha avuto la gioia di incontrare Papa Francesco e di regalargli il libro «Tempo di misericordia. La voce di San Luigi Guanella» dedicato a Sua Santità Benedetto XVI e a Papa Francesco. Suor Michela, nel momento dell’abbraccio con il Santo Padre, ha ricordato tutte le sue consorelle Figlie di Santa Maria della Provvidenza, i ragazzi dell’Oasi Federico e i giovani dell’Associazione Mani Guanelliane di Provvidenza. La Presentazione del testo è stata fatta da S. E. Mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita. Da essa un piccolo stralcio: «L’indizione del Giubileo “Misericordiosi come il Padre” di Papa Francesco ha suscitato nella Chiesa un rinverdire di iniziative di opere di misericordia corporali, ma anche di opere di misericordia spirituali come può essere considerata anche questa pubblicazione, “Tempo di misericordia. La voce di San Luigi Guanella”, che mira ad istruire nella conoscenza della misericordia, presentando il pensiero di un santo, e sollecita a fare opere di carità corporali. Suor Michela, infatti, “afferma che dire opere di misericordia corporale e spirituale e dire san

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Luigi Guanella è di fatto la stessa cosa: ‘La vita di don Guanella è un libro di misericordia. Fatti di misericordia le sue opere. Pedagogia di misericordia il suo

metodo educativo. Un’abbondanza di misericordia il suo cuore’ ”. Don Guanella che è stato ed è ancora un esempio di amore per il Signore e per i poveri, interpella la coscienza del cristiano di oggi ricordando l’obbligo di soccorrere i miseri: non basta commuoversi. È necessario che lo sdegno per le ingiustizie e la commozione per i colpiti si traducano in opere concrete. La misericordia che diviene opere concrete ha una forza straordinaria per risvegliare le coscienze da quel torpore che spesso le possiede e, soprattutto, da quella indifferenza che rende le nostre società aride, fredde ed anche cattive». n


Seguendo la beata Chiara Bosatta

Suor Chiara Bosatta

Franca Vendramin Silvia Fasana Editrice Velar 2016

Pietra viva «Affrontare la “sfida” di narrare in modo divulgativo la storia di suor Chiara Bosatta non è stata un’operazione semplice, perché la spiritualità di questa giovane donna e la sua sofferta esperienza mistica rischiano di essere difficilmente comprensibili con un approccio distratto di tante menti “moderne” e superficiali, se non sono guardate alla luce calda e rassicurante dell’amore misericordioso di Dio per ognuna delle sue creature. Perché l’amore è veramente il “filo rosso” che attraversa le pagine del libro, la luce che illumina la vicenda della “nostra” Beata. Ne esce una figura viva, moderna, forte e tenera, delicata e tenace insieme, protagonista della propria vita perché ha saputo donarla per amore in totale libertà». Da Il Settimanale della Diocesi di Como ò ò ò «Siamo liete di presentare la preziosa testimonianza di questa nostra giovane consorella, vissuta nell’Ottocento, ma ancora estremamente attuale. La sua breve vita non è stata facile: ha sperimentato una salute cagionevole, il dolore di restare orfana di padre in tenera età, la difficoltà di trovare la propria strada anche a causa della timidezza, la fatica del darsi tutta a tutti, la paura di non essere all’altezza dei compiti che le venivano affidati, oltre a notevoli sofferen-

ze fisiche e spirituali via via sempre più intense. Ma dove trovava la forza per affrontare tutto questo? Si raccoglieva in preghiera e si abbandonava all’amore misericordioso del Padre, diventando ella stessa segno e strumento di questo amore. Il suo cuore riposava in Dio, mentre la sua intelligenza, la sua volontà, le sue mani si adoperavano a lavorare instancabilmente per gli altri, soprattutto per i più poveri e bisognosi. La sapiente guida di don Luigi Guanella, suo confessore e direttore spirituale, la confermava sulla via aspra e affascinante della santità».

«Sta qui il segreto della vera santità che suor Chiara ha certamente contribuito a far scoprire a don Guanella: nell’integrazione tra contemplazione e azione, tra grazia e collaborazione umana, tra pregare e patire, che sono le caratteristiche proprie di chi vive in profondità il carisma guanelliano... Se volessimo ricavare da questa lettura uno stimolo per noi, potrebbe trattarsi della scoperta semplicissima e sorprendente indicata da suor Chiara: lasciarsi guidare da Dio e da chi ci possa accompagnare a scoprire veramente quello che Lui vuole da ciascuno di noi, che di solito è più grande di quello che noi stessi pensiamo e desideriamo».

Dalla Presentazione di suor Teresa Gatti

Dall’Introduzione di padre Alfonso Crippa La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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FAMIGLIA GUANELLIANA • Storia Spiritualità Carisma

Ho amici in Paradiso Don Pino Venerito sdc

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inalmente nelle sale cinematografiche! Superati gli ultimi ostacoli, il film viene proiettato nelle sale cinematografiche del circuito Uci Cinema, su tutto il territorio nazionale, a partire dal 2 febbraio. Successivamente, il film sarà proiettato nelle sale cinematografiche dei circuiti Acec (Sale della Comunità) e Fice (Federazione Italiana Cinema d’Essai). L’avvio del progetto risale all’estate 2014; l’idea nasce dall’esperienza personale del regista, Fabrizio Maria Cortese, che da alcuni mesi frequentava il nostro Centro, e il desiderio della comunità religiosa di solennizzare l’evento del 1o Centenario della morte di san Luigi Guanella, che si sarebbe celebrato nel mese di ottobre 2015. Il desiderio era di presentare la vita pulsante e le attività del nostro Centro; di far conoscere la

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nostra missione e il nostro stile operativo. La bravura di Fabrizio Maria Cortese è stata quella di aver «inventato» una storia, un racconto, per permettere di realizzare il nostro desiderio. Il film, infatti, si presenta come una commedia dolce-amara che, trattando l’argomento della disabilità mentale con leggerezza e senza troppi pietismi, mantiene una sua profonda originalità, dovuta anche al fatto che qui, a recitare i ruoli dei disabili, non sono attori professionisti, ma i ragazzi ospiti della Casa S. Giuseppe. «Ho visto trasformarsi il Don Guanella – dice il regista – in un set cinematografico; infatti, credevo di stare negli “studios” di Cinecittà e la cosa bella è stata vedere la troupe coinvolta emotivamente con i ragazzi diversamente abili, tanto è vero che dalla fine delle riprese ad oggi molti continuano a venire a trovarli. È

Red Carpet alla Festa del Cinema di Roma.

stata un’esperienza di inclusione sociale veramente bella, poiché per preparare il film, ho passato due anni con loro facendo laboratorio, riscontrando una capacità di ascolto notevole e una volontà di imparare tanto e sempre di più; una grande esperienza per gli attori professionisti e per attori disabili, che si sono sentiti anch’essi attori a tutti gli effetti, interpretando i personaggi del film magistralmente. Spero che ci possa essere una continuità; che il cinema possa essere presente con nuove idee e affrontare queste tematiche riguardanti il mondo variegato della disabilità mentale sempre con amore, ironia e leggerezza». Narrare, tramite una pellicola, problematiche sociali spesso conosciute solo per «sentito dire»


non è un lavoro semplice. A parte qualche spot pubblicitario ed informativo, atto alla raccolta di fondi per la ricerca, di fondi per lo studio ed il sostegno alle cure di patologie particolari, nessuno ha mai avuto il coraggio di mettersi in gioco e raccontare dietro ad una macchina da presa la vera natura di alcune realtà disagiate; che poi, a dirla tutta, disagiate possono essere forse agli occhi di noi considerate persone «normali», o «neurotipici» come le neuroscienze ci inquadrano oggi; ma chi ha il diritto tra noi di considerarle tali? Prodotto dalla Golden Hour Films, in associazione con l’Opera Don Guanella e la collaborazione dell’Ente dello Spettacolo, il film è stato presentato all’11a Festa del Cinema di Roma (13-23 ottobre 2016), nella sessione autonoma «Alice nella Città» come «Evento speciale». È stato insignito di diversi premi: premio «Domenico Meccoli» al regista Fabrizio Maria Cortese, come «Migliore Opera Prima» alla

XXXV Edizione del «Primo piano sull’autore» di Spoleto; premio dal «Cubo Festival» di Ronciglione come «Soggetto originale» al regista Fabrizio Maria Cortese, agli attori diversamente abili per il loro «talento», per avere dimostrato che il talento non conosce limiti e premio all’attore Consegna del DVD a Papa Francesco, durante Antonio Folletto per la l’udienza papale del dicembre scorso. Rivolgendosi sua «magistrale interal suo segretario personale, egli ha detto: pretazione». Il 28 no«Questo tienilo da parte perché lo dobbiamo vembre scorso è stato vedere! Mi raccomando!». proiettato nella sala «Cardinal Deskur» della Filmoteca Vaticana alla presen- Nell’udienza papale del 14 diza, tra gli altri, di mons. Dario Vi- cembre scorso, nell’aula Nervi, ganò, Prefetto della Segreteria i nostri ragazzi disabili che hanper la Comunicazione della Santa no recitato nel film hanno conSede, e di mons. N. Galantino, se- segnato una copia dvd a Papa gretario generale della CEI. Il 6 Francesco che, ricevendolo, si è dicembre successivo è stato pro- rivolto al suo segretario personaiettato al Calcata Film Festival le e ha detto: «Questo tienilo da «Evoluzione della settima arte», parte perché lo dobbiamo vedecogliendo molti applausi e susci- re! Mi raccomando!». tando molti interessi. Non perdetevi lo spettacolo! n

ALLA PRIMA DEL FILM nella Nuova Aula del Palazzo dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati Il 1o febbraio la Famiglia guanelliana e gli amici del Centro S. Giuseppe sono stati invitati alla prima del film «Ho amici in Paradiso» presso la Nuova Aula del Palazzo dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati. Erano presenti il regista Fabrizio Maria Cortese e molti interpreti del film, sia gli attori professionisti, sia i nostri ragazzi del Centro. Il film è risultato godevolissimo e gli applausi in sala sono stati copiosi e pieni di entusiasmo. Al termine della proiezione alcuni dei presenti hanno voluto esprimere la loro positiva opinione per questo inizio così coraggioso in un campo ancora inesplorato. Ringraziamo il regista, il produttore e tutto il cast e auguriamo per il futuro altre belle opere cinematografiche sul solco di questa prima esperienza. Ad maiora! La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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FINESTRE SUL MONDO

Memoria del conflitto tra Stato e Chiesa Prof. Carlo Cardia Ordinario di Diritto Ecclesiastico Università degli Studi «Roma Tre» *

M

i capita spesso, parlando con i giornalisti, di ricevere la seguente domanda: «Perché l’Italia è l’unico Paese con il Concordato?»; anche alcuni politici di rilievo sono convinti di questo. Ogni volta mi tocca spiegare che soltanto in Europa i Concordati sono una ventina, ed esistono altrettante intese in vari Paesi. Questa breve premessa per dire che esistono non pochi luoghi comuni sul tema della laicità dello Stato. A cominciare dal fatto che oggi ogni problematica nel rapporto tra società e religione viene ricondotta nell’ambito della laicità. Se un Vescovo tiene una conferenza in una scuola vìola la laici-

Laicismo e laicità dello Stato. La religione come «fatto privato» oppure come dimensione dell’esistenza umana, individuale e sociale?

* La lezione è stata tenuta nel 2013 ai giornalisti partecipanti ad un corso di formazione presso l’Università Santa Croce, Roma. Ringraziamo l’autore e ci scusiamo con lui per il ritardo della nostra pubblicazione. I sottotitoli sono a cura della Redazione, sebbene estrapolati dal testo.

Uno Stato confessionale è la Grecia, dove il dogma della Trinità è citato nella Costituzione.

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tà, l’Imam invece no: sarebbe il frutto della multiculturalità. Se si parla del simbolo religioso, noi saremmo quelli che esponendo il crocifisso opprimiamo quelli che non sono cristiani. Ricordo lo stupore dell’uditorio quando, facendo una conferenza al Senato, dissi che con questo criterio chi opprimeva di più era l’Inghilterra, perché ha una bandiera con due croci: quella di sant’Andrea e quella di san Giorgio, che nella grafica diventano quattro. E i militari britannici, anche se atei, ogni mattina devono fare il saluto alla bandiera. Se noi ci preoccupiamo del turbamento di uno studente italiano per il crocifisso in aula, un militare inglese che dovrebbe fare,

L’Italia non è l’unico Paese con il Concordato.


andare dallo psicanalista? Lo stesso militare dovrà poi fare gli onori pure alla Regina, che è il capo della Chiesa.

In Europa i Concordati sono una ventina.

Se un Vescovo vuol tenere una conferenza in una scuola, no, perché vìola la laicità; se la vuol tenere l’Imam, sì, perché è frutto cella multiculturalità. Una doppia verità!

I giornali hanno riportato la notizia di un’ipotesi di riforma, secondo la quale il Re d’Inghilterra potrebbe anche non essere anglicano, con l’immediata protesta dell’arcivescovo di Canterbury. Immaginiamo la stessa cosa in Italia, se cioè il Presidente della Repubblica dovesse essere per forza cattolico: sarebbe la fine del mondo, con polemiche a non finire. Un’altra cosa dalla quale non riusciamo a liberarci è il «pancattolicesimo»: quando si parla di laicità ci si riferisce unicamente alla Chiesa cattolica, delle altre confessioni non si parla mai.

Nuovo orizzonte di laicità sociale Parlerò di laicità istituzionale, cioè dei tradizionali rapporti tra Stato e Chiesa, con riguardo ai suoi temi peculiari (rapporti tra scuola e religione, matrimonio, istituzioni ecclesiastiche e relativo finanziamento). Sono i temi che tra la fine del Settecento e l’Ottocento hanno visto esplodere gli scontri tra lo Stato e la Chiesa, sfociati in una pluralità di soluzioni: ad esempio il separatismo rigido dell’Ottocento, che ruppe il legame organico tra Chiesa cattolica e istituzioni dell’assolutismo monarchico. In epoca risorgimen-

tale la Chiesa si oppose alla legge Siccardi, che unificò la giurisdizione, cancellando quindi quella ecclesiastica (se c’era una lite con un ecclesiastico si veniva giudicati dal foro ecclesiastico). Un traguardo di civiltà che la Chiesa tardò a comprendere. Il liberalismo, che proclamava il principio di libertà religiosa, a un certo punto decise di chiudere i conventi, scacciando decine di migliaia di religiosi. Questo rigore laicista molto forte è quello che ha fondato la modernità. Ci fu l’epoca dei Concordati «confessionisti», quelli sottoscritti dalla Chiesa cattolica con i regimi totalitari come quello fascista. Con essi la Chiesa recuperava ciò che aveva perso precedentemente, lo Stato otteneva vantaggi in termini di consenso e di sostegno. C’è stato anche il totalitarismo di sinistra, che ha fatto piazza pulita della presenza religiosa prima in Russia, poi in altri Paesi comunisti. La Rivoluzione bolscevica è stata un po’ come la Rivoluzione francese: autoctona, originale, violentissima, drastica nell’eliminare le istituzioni della Chiesa. In altri Paesi non è stato possibile eliminare il culto e l’attività della Chiesa. In Polonia, ad esempio, la Chiesa ha mantenuto intatte tutte le proprie strutture, durante il comunismo. Nelle scuole si continuò a insegnare religione. Tuttavia, benché parziale, l’ateizzazione della società ha lasciato i propri segni. Abbiamo poi avuto la fine di questi sistemi confessionali, compreso quello comunista contrassegnato dall’ateismo di Stato, a seguito La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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della liberalizzazione del rapporto tra Stato e Chiesa. Un processo quasi identico, ma di segno contrario, è avvenuto nei Paesi ex comunisti, con la rifondazione del regime democratico e la nuova legislazione ecclesiastica. Nello spazio di pochi mesi furono approvate le Costituzioni democratiche, in alcuni casi con leggi fondamentali sulla libertà religiosa e sulla base dei principi tratti dalle Carte internazionali sui diritti umani, in altri attraverso un Concordato con la Chiesa o tramite intese con altre confessioni religiose. Lo Stato laico sociale è un sistema fondato su principi nuovi rispetto a quelli ottocenteschi, secondo i quali lo Stato escludeva a priori il

Il Capo dello Stato italiano, Sergio Mattarella.

riferimento a valori religiosi. La questione religiosa è adesso considerata una questione sociale, che abbatte gli stereotipi del separatismo. Una cosa poco nota è che lo Stato ammette, in quasi tutta l’Europa, l’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche e riconosce sul piano civile gli effetti del matrimonio religioso. A noi sembra una cosa scontata, ma nell’Ottocento era proibito sposarsi in Chiesa se non si faceva prima il matrimonio civile (in Francia questa norma è rimasta). In tutti i Paesi europei – con l’eccezione forse dell’Albania – le Chiese sono finanziate dallo Stato, indipendentemente dalla presenza o meno di un Concordato. Nei Paesi protestanti c’è la retribuzione diretta del clero e le

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Papa Francesco ha detto chiaro che lo Stato laico è una cosa buona, ma il laicismo che chiude la porta alla trascendenza è una posizione antiquata.

Chiese sono finanziate dallo Stato. Scuola, matrimonio, finanziamento, riconoscimento dell’autonomia confessionale sono dunque gli elementi cardine dello Stato laico sociale, fondato sulla libertà religiosa totale che è la vera eredità positiva del separatismo. Si riconosce che la religione è parte integrante del vivere sociale. Con riguardo al nostro Paese, le scelte del Costituente non sono riconducibili al solo articolo 7, quanto alla maturazione di una laicità che è destinata a fare scuola, a prefigurare un modello di Stato laico sociale che diverrà prevalente nell’Europa che si unisce e conosce la fine dei totalitarismi. Si tratta di una laicità complessa dove converge il meglio della tradizione separatista (in materia di libertà religiosa), e dove il laicismo è superato dal riconoscimento pieno della presenza e del ruolo sociale della religione. Si abbatte il muro della incomunicabilità tra religione e società, si conferma e si estende il metodo della contrattazione e dell’incontro, tra Stato e Chiese; si supera l’ultimo tabù dell’Ottocento, per il quale nessun culto dovrebbe essere finanziato dallo Stato perché lo impedirebbero le differenti opinioni religiose dei cittadini. Sul finire del Novecento questo Stato laico sociale trionfa un po’ dovunque. Non si

contano più i Concordati tra Santa Sede e Stati in Europa, che sono oltre 20, come non si contano più intese, accordi, convenzioni tra Stato e confessioni religiose, protestanti, ebraica, islamica, e altro ancora. Ma è nel merito delle relazioni ecclesiastiche che il modello italiano fa scuola in Europa. Dall’Atlantico alla Russia, ovunque troviamo una laicità fondata su principi comuni: libertà religiosa, tutelata nel quadro dei diritti umani, riconoscimento delle Chiese come entità impegnate in molteplici attività, sostegno pubblico alle confessioni. Insomma, un mixer tra la tradizione nordamericana di amicizia verso la religione, e la tradizione europea di contrattazione e reciproca integrazione. Tanto solido è questo nuovo orizzonte di laicità sociale che ormai in Europa si discute di riforma dei rapporti tra Stato e Chiesa soltanto in Inghilterra e nei Paesi protestanti del nord, dove ancora esistono Chiese ufficiali sottomesse e apparentate alle dinastie regnanti. Una riforma in tal senso andrebbe fatta nelle regioni del Nord Europa, là dove – come si diceva – esiste la religione di Stato, per lo più legata a una dinastia (dallo scorso anno in Norvegia il Luteranesimo non è più religione di Stato, ndr).


Uno Stato confessionale è la Grecia, dove il dogma della Trinità è citato nella Costituzione.

Una «doppia verità» Dopo le riforme prodotte dall’introduzione della democrazia, in nessun Paese europeo è sorta una questione in merito ai rapporti tra Stato e Chiesa e alla laicità istituzionale. Ciò mi aveva fatto pensare – con una dose d’ingenuità che è sempre bene mantenere – che i rapporti tra Stato e Chiesa avessero raggiunto un equilibrio e un orizzonte duraturi. Il sistema democratico che dava vita allo Stato

ca, che a mio avviso costituisce il vero grande problema futuro, che esula dal classico rapporto StatoChiesa oggetto dei Concordati ma che rappresenta un terreno di discussione e di scontro difficilmente ricomponibile. Essendo io di scuola laica moderata, mi ha stupito vedere come persone che per 20 anni erano state di un rigore assoluto in materia di laicità verso la Chiesa cattolica, nei riguardi dell’Islam abbiano assunto un atteggiamento completamente diverso. E non parlo soltanto di persone singole, ma anche di istituzioni. Tempo fa il Consiglio d’Europa ha prodotto un documento nel quale si diceva che gli Stati non potevano fare una legge

Oggi è sorto il problema della multiculturalità, con la presenza di religioni che non appartengono alla nostra tradizione.

laico sociale avrebbe dovuto portare alla fine delle tensioni e dei conflitti tra Stato e Chiesa. È stato così solo in parte. Sono avvenuti fatti nuovi che hanno cambiato il modo di vedere la questione. È sorto il problema della multiculturalità, con la presenza di religioni che non appartengono alla nostra tradizione. C’è stato poi il problema dei simboli religiosi, cioè della dimensione pubblica della religione o, meglio, del tentativo di nascondere tale dimensione. Altro aspetto di un certo rilievo è l’esplosione della dimensione eti-

che vietasse il burqa. Mi viene da fare una domanda: ma se a chiedere di indossare il burqa fosse la Chiesa cattolica? Probabilmente ci sarebbe una rivoluzione di piazza contro i preti oscurantisti che vogliono nascondere il volto delle donne, la loro sessualità, ecc. Per il burqa islamico questo non accade. Perché? Ecco quindi la «doppia verità» che s’impone e, complice la nostra sottovalutazione o distrazione, si dilata sempre più. La giurisprudenza, in Italia e in altri Paesi, afferma che è legittimo per i rom portare un bambino a mendicare per strada in qualsiasi

condizione atmosferica: «appartiene alla loro profonda cultura», si sostiene. Ci sono state assoluzioni per genitori che hanno ucciso la figlia per la sua relazione con un ragazzo occidentale o semplicemente perché non seguiva i costumi dell’Islam tradizionale. Altre sentenze hanno giustificato menomazioni a giovani donne con la motivazione che nei loro Paesi africani sono considerate cose normali. Ci sono Paesi, come la Gran Bretagna e il Canada, che hanno accettato la rilevanza civile delle sentenze dei tribunali ecclesiastici sulla base del principio della volontarietà. Quindi si è tornati indietro rispetto alla nostra legge Siccardi prima citata. In Italia si festeggia in molte scuole il Ramadan, mentre la celebrazione del Natale viene messa in discussione «perché confessionale». Da qui l’aberrante logica per cui non si festeggia il Natale perché si è festeggiato il Ramadan! Secondo lo schema della «doppia verità», prodotto della multiculturalità, i diritti umani esistono solo per noi, non per gli altri. Alcuni autori lo hanno scritto: «I diritti umani non sono universali», e quindi non sarebbe giusto esportarli in tutti i Paesi del mondo. In merito alla questione dei simboli, va detto che la religione è stata via via concepita come un pericolo per chi religioso non è. Una volta si poneva il problema a livello finanziario, secondo il principio che «lo Stato non deve dare soldi alla Chiesa perché nessuno deve finanziare ciò a cui non crede». Allora io che odio il pugilato non pago le tasse perché sono contrario che lo Stato finanzi il pugilato. E così possono esserci mille cose che a ciascuno non piacciono e che hanno un sostegno statale, a cominciare dalle cose serie come le guerre. Il discorso, poi, si fa a volte più «intimista», per cui si sostiene che i simboli religiosi non dovrebbero apparire in pubblico perché potrebbero turbare o dispiacere chi non è credente. Questo non ha niente a che vedere con la democrazia, che anzi prevede l’esibizioLa Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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ne di se stessi, affermando le proprie opinioni pubblicamente e facendone propaganda. In Francia è stato vietato il velo islamico, e a seguire qualunque simbolo religioso particolarmente grande. Tra cui il Crocifisso, che non può essere esposto in pubblico, non può essere fotografato! La Chiesa cattolica, che ha riempito le città di simboli come cattedrali, statue, croci paradossalmente ha portato noi tutti – direi naturaliter – a rispettare con spontaneità altri simboli religiosi. Dopo la Rivoluzione, la Francia ha nazionalizzato tutti gli edifici di culto e adesso si trova in gravi problemi, perché curare la manutenzione delle chiese costa un sacco di soldi. Una nemesi storica, potremmo dire. Manca la tolleranza di senso comune che rispetta la libertà altrui e le diversità tra culture e religioni.

Problemi nuovi. Domande inedite Ci troviamo pertanto di fronte a problemi nuovi, che non hanno alcuna relazione con Concordati, intese, rapporti istituzionali tra Stato e Chiesa. La scienza e l’ideologia ci pongono domande inedite. Le metto insieme perché, solo per fare un esempio, il problema del suicidio assistito non lo pone la scienza, bensì l’ideologia. Per la scienza si poteva fare anche 50 anni fa, è l’ideologia che tende a togliere valore alla vita. Diversa è la situazione di quando il fine vita va incontro a problemi che sul piano scientifico non erano presenti prima. In una democrazia compiuta questi sarebbero i classici temi da discutere con passione. Invece è stato introdotto, del tutto fraudolentemente, il tema della laicità: siccome la Chiesa si pronuncia su questo tema, si alza il vessillo della laicità, dicendo che la Chiesa condizionerebbe in senso confessionale le leggi dello Stato. Ma allora anche gli atei non dovrebbero parlare, perché imporrebbero la

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La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

loro visione materialista. In realtà questi sono argomenti che interessano a tutti, fuori della loro concezione religiosa, e tutti ne devono parlare liberamente, e soprattutto deve essere consentito a tutti di entrare nel merito. Invece il merito della questione viene aggirato e ci si concentra ad alzare i muri dello scontro, dicendo «tu in nome della laicità non devi impedirmi di fare ciò che desidero». Si tratta di una falsità. Se vale questo principio di lasciar libero di fare ciò che si vuole, domani dobbiamo fare la legge che legalizza la poligamia. La laicità, dunque, torna di attualità e vive una crisi di Manca la tolleranza di senso comune che rispetta la libertà cui non siamo analtrui e le diversità tra culture e religioni. cora pienamente consapevoli, su terreni nuovi e inediti, come quelli etico lo Stato deve accettare tutte dell’etica e del multiculturalismo. le convinzioni e le scelte che si Si tratta di fenomeni molto diver- contendono il campo. si, perché nel primo caso siamo di Questa similitudine tra religione fronte ad un uso indebito, quasi ed etica è accattivante, ma nasconuna strumentalizzazione, del con- de un’insidia dialettica. In primo cetto di laicità, nel secondo assi- luogo perché la neutralità dello stiamo ad un pericoloso arretra- Stato riguarda le convinzioni relimento dei valori più intimi dello giose, la sfera più intima della spiStato laico. ritualità e della coscienza, non i Alcune elaborazioni teoriche dan- comportamenti delle persone, tanno per scontato che il pluralismo to meno quelli che coinvolgono gli etico non è che un altro aspetto altri. In questa materia la legge del pluralismo religioso, e «come non pretende mai di definire qual oggi ammettiamo e rispettiamo le è la verità, ma sceglie sulla base di varie confessioni religiose (...), co- valori che hanno una loro validità sì dobbiamo riconoscere le varie nel tempo, nella struttura sociale moralità che affiancano o sostitui- nella quale si incarnano, e che posscono la fede religiosa». D’altra sono dar vita a equilibri diversi tra parte, si aggiunge, come nella reli- etica e diritto. In secondo luogo, si gione non si dà verità oggettiva, trascura il fatto che una neutralità ma solo opinioni, così in campo dello Stato estesa a tutte le scelte


etiche porterebbe alla paralisi del legislatore e allo svuotamento della funzione della legge. L’ordinamento non s’interesserebbe più della procreazione, dei doveri verso i figli, non potrebbe più disciplinare il matrimonio, dovrebbe consentire tutto in materia di bioetica. Uno Stato eticamente neutrale dovrebbe disporre il «rompete le righe» e preoccuparsi solo di regolare il traffico delle attività sociali. C’è poi un corollario di questa impostazione cui si fa frequente ricorso. Si tratta di quel ritornello, secondo il quale in queste materie lo Stato deve permettere, non proibire. Infatti, se permette non obbliga nessuno, ma se proibisce impedisce a qualcuno di realizzarsi. Lo Stato che liberalizza l’eutanasia non obbliga nessuno a praticarla, ma consente a chi vuole di scegliere un’altra opzione. Se permette la fecondazione eterologa, non la impone, ma se la nega erode spazi all’autonomia individuale.

nità e animalità. Infatti, consentendo questa pratica non si impone a nessun ricercatore di creare la chimera, ma proibendola si violerebbe la libertà di quanti non hanno remore nel procedere su questa strada. Molti sostenitori del relativismo si dichiarano contrari alla clonazione, alla chimera e ad altre scelte estreme, ma spesso non sanno dire il perché. E non sanno dirlo perché dovrebbero riconoscere che clonazione e chimera possono essere escluse soltanto se si fa leva su valori antropologici primari, meritevoli di trovare spazio nel mondo del diritto. Si dovrebbe allora riconoscere che la laicità dello Stato non c’entra nulla quando la discussione riguarda questi va-

lori. E che nel gioco democratico della discussione, del convincimento, si determineranno gli equilibri essenziali, modificabili nel tempo, sui confini del diritto, sul rapporto tra autonomia e solidarietà. In questa discussione vi è spazio per tutti, per le convinzioni religiose e per quelle filosofiche, per l’apporto delle scienze e la mediazione della politica. Ma se il confronto viene bypassato ricorrendo alla laicità per sbarrare la strada a determinate scelte, vuol dire allora che c’è insicurezza in alcune posizioni relativistiche, le quali non riescono ad elaborare valori convincenti, e utilizzano impropriamente la laicità per dare alle proprie tesi una forza che probabilmente non hanno. n

Un uso improprio di laicità Io credo che ci troviamo di fronte a un uso improprio della laicità, e a un vero sillogismo. Se applicata coerentemente, questa logica porterebbe a risultati che ben pochi si sentirebbero di sostenere. Si legittimerebbe la pratica della clonazione umana, perché una legge che la liberalizzasse non costringerebbe nessuno a clonare cellule e individui, mentre un divieto impedirebbe ad alcuni di seguire i propri convincimenti. Dovrebbe essere permesso d’intervenire sul genoma per determinare alcune caratteristiche del nascituro, come il sesso, o il colore della pelle o degli occhi, perché in ogni caso non si obbligherebbe nessuno a queste operazioni, mentre vietandole si diminuirebbe l’autonomia individuale. Questa impostazione dovrebbe indurre l’Authority inglese a rispondere positivamente al recente quesito del Kings College, se sia lecito produrre ibridi di uma-

Una cosa poco nota è che lo Stato ammette, in quasi tutta l’Europa, l’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche e riconosce sul piano civile gli effetti del matrimonio religioso. La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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FINESTRE SUL MONDO

Le dieci bufale sui vaccini smentite dai pediatri italiani Diffuso il decalogo della SIP, Società Italiana di Pediatria, sulle bufale relative ai vaccini

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ell’occasione della Settimana mondiale delle vaccinazioni, svoltasi dal 24 al 30 aprile 2016 e promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un gruppo di esperti ha formulato un decalogo antibufale, per contrastare i più comuni falsi miti sui vaccini e arginare il calo delle coperture vaccinali attraverso la corretta informazione e la diffusione di messaggi chiari e precisi alle famiglie. Il decalogo è stato distribuito ai 10.000 pediatri affiliati alla SIP e negli ambulatori medici, di modo da metterlo a disposizione di ogni famiglia. Vale la pena di sottolineare che

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negli ultimi anni è cresciuto esponenzialmente il numero delle persone che «diffidano dei vaccini» e scelgono di non far vaccinare i propri figli. Parallelamente sono nati e cresciuti comitati e gruppi di attivisti contro le vaccinazioni, in alcuni casi spalleggiati anche da medici o «studiosi», che mettono in guardia i cittadini dai presunti rischi derivati da tale pratica. Un problema per l’intera comunità scientifica, ma soprattutto per la salute di ognuno di noi. Ecco perché conviene dare un’occhiata al decalogo dei pediatri, che rappresenta il miglior antidoto alla disinformazione che spesso circonda la questione vaccini.

Nell’occasione della Settimana mondiale delle vaccinazioni, svoltasi dal 24 al 30 aprile 2016 e promossa dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), un gruppo di esperti ha formulato un decalogo antibufale, per contrastare i più comuni falsi miti sui vaccini e arginare il calo delle coperture vaccinali attraverso la corretta informazione e la diffusione di messaggi chiari e precisi alle famiglie. Chi nega il ruolo predominante delle vaccinazioni nel controllo di molte malattie infettive afferma che queste siano scomparse o ridotte per le migliorate condizioni economiche e sanitarie. In realtà non è così. Un esempio per tutti: la poliomielite è sempre esistita ed epidemie si sono verificate, per esempio, in Europa anche negli anni ’50-’60 in un periodo di radicale miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie. È solo dopo l’introduzione su vasta scala del vaccino anti-polio negli anni ’60 che si è assistito alla scomparsa della patologia.


delle condizioni igienico-sanitarie. È solo dopo l’introduzione su vasta scala del vaccino anti-polio negli anni ’60 che si è assistito alla scomparsa della patologia.

3.

Proprio perché i vaccini non hanno un’efficacia del 100% bisogna avere e mantenere percentuali di coperture vaccinali sempre alte. In tale modo, con l’associazione degli eventuali richiami vaccinali previsti nel corso della vita, è possibile avere un numero sempre maggiore di soggetti immunizzati.

1.

I vaccini contengono ingredienti e additivi pericolosi: FALSO

I vaccini, come tutte le preparazioni, sono composti da molti elementi. Oltre all’antigene, cioè il principio attivo che solitamente è un microorganismo (virus o batterio) attenuato o inattivato, sono presenti un liquido di sospensione (spesso acqua distillata sterile o soluzione fisiologica sterile) e conservanti (generalmente sali di alluminio, i quali vengono utilizzati anche come adiuvanti). L’uso di conservanti a base di mercurio (timerosal) è stato completamente abbandonato nel 2002, sia per l’attenzione mediatica esplosa in quel periodo su basi poi rivelatesi infondate, sia per la scomparsa di vaccini in confezione multidose per i quali era utilizzato. Sono presenti anche stabilizzanti come albumina e gelatina, e infine antibiotici, utilizzati in dosi molto basse per prevenire la crescita

batterica: i più utilizzati sono la neomicina, la kanamicina e la streptomicina (altri antibiotici a maggior rischio di allergia non sono utilizzati). Tutte queste sostanze sono presenti in quantità minimali e nella stragrande maggioranza dei casi non costituiscono alcun problema per la salute. Saltuariamente si possono verificare reazioni allergiche locali, delle quali il professionista sanitario informerà prima della somministrazione.

2. Le malattie infettive

stavano già scomparendo prima dell’introduzione dei vaccini: FALSO

I vaccini non sono efficaci e non proteggono il 100% dei vaccinati: FALSO

Proprio perché i vaccini non hanno un’efficacia del 100% bisogna avere e mantenere percentuali di coperture vaccinali sempre alte. In tale modo, con l’associazione degli eventuali richiami vaccinali previsti nel corso della vita, è possibile avere un numero sempre maggiore di soggetti immunizzati, che impediranno agli specifici virus e batteri di trasmettere malattie infettive, anche alle persone che non hanno risposto in maniera efficace ai vaccini. Questa condizione viene definita con il nome di «immunità di gregge». Bisogna tenere presente che anche alcune malattie infettive, come ad esempio la pertosse, non conferiscono una protezione per tutta la vita, per cui è sempre preferibile proteggersi con la vaccinazione, in maniera tale da avere sempre elevati livelli di protezione e acquisire sempre più la consapevolezza dei reali benefici della vaccinazione.

Chi nega il ruolo predominante delle vaccinazioni nel controllo di molte malattie infettive afferma che queste siano scomparse o ridotte per le migliorate condizioni economiche e sanitarie. In realtà non è così. Un esempio per tutti: la poliomielite è sempre esistita ed epidemie si sono verificate, per esempio, in Europa anche negli anni ’50-’60 in un periodo di radicale miglioramento A tutt’oggi dai tantissimi studi scientifici effettuati non emerge alcun dato su possibile nesso di causalità tra vaccini ed autismo. La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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4.

I vaccini causano l’autismo: FALSO

A tutt’oggi dai tantissimi studi scientifici effettuati non emerge alcun dato su possibile nesso di causalità tra vaccini ed autismo. L’unico studio che riportava un legame causale fra vaccino contro morbillo-parotide-rosolia e autismo si è rivelato gravemente fallace, al punto che lo stesso autore dello studio, un medico britannico, nel maggio 2010 è stato radiato dall’Ordine professionale mentre il suo studio è stato ritrattato dalla prestigiosa rivista su cui era stato pubblicato. Anche se questa triste storia è stata utilizzata in maniera speculativa da parte degli antivaccinatori, recentemente c’è stata una netta presa di posizione finanche dalla Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) che, in uno specifico documento a domande-risposte sui disturbi autistici, ribadisce che «i dati epidemiologici disponibili non mostrano alcuna evidenza di un legame tra vaccino MPR e disordini dello spettro autistico», come pure «non esiste evidenza che qualunque altro vaccino pediatrico possa aumentare il rischio di questi disturbi» ed inoltre che revisioni commissionate dalla stessa OMS hanno concluso che «non esiste associazione tra l’impiego nei vaccini di conservanti come il timerosal e disturbi dello spettro autistico».

5.

Tutte le persone vaccinate contro l’influenza la prendono lo stesso: FALSO

L’influenza è una delle malattie infettive a maggior impatto sociale, poiché provoca ogni anno in Italia da 5 a 8 milioni di casi con circa 8.000 morti con alti costi economici per la Sanità pubblica. La vaccinazione anti-influenzale è in grado di ridurre complicanze, ospedalizzazioni e morti. Si può contrarre l’influenza anche se si è vaccinati? Sì, è possibile per tre motivi: a) ci vogliono circa due

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La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

Le malattie infettive non sono state completamente debellate, solo il vaiolo è scomparso e questo grazie al vaccino. Molte altre si sono fortemente ridotte in Occidente e potrebbero essere debellate solo con una vaccinazione di massa.

settimane affinché la protezione generata dalla vaccinazione sia ottimale, e durante questo lasso di tempo è possibile contagiarsi; b) i virus dell’influenza mutano spesso e i ceppi contenuti nel vaccino sono scelti in febbraio; può quindi capitare che vi sia una leggera differenza tra i ceppi vaccinali e i virus in circolazione; c) gli anziani rispondono meno bene alla vaccinazione nonostante, se la contraggono, i rischi di complicazioni siano nettamente ridotti. Dunque, qualche «fisiologico» caso di non efficacia del vaccino e qualche inevitabile episodio di «mismatch» (ossia la discrepanza tra la protezione offerta dal vaccino stagionale e gli antigeni circolanti) non tolgono all’attuale strategia della raccomandazione su larga scala un profilo di costo-efficacia che collocano la vaccinazione antinfluenzale tra una delle massime priorità nel campo della Sanità pubblica.

6.

I vaccini sono inutili, le malattie infettive sono state debellate dai miglioramenti della qualità della vita: FALSO

Le malattie infettive non sono state completamente debellate, solo il vaiolo è scomparso e questo grazie al vaccino. Molte altre si sono fortemente ridotte in Occidente e potrebbero essere debellate solo con una vaccinazione di massa. La poliomielite ad esempio è scomparsa in Europa e in molti Paesi grazie alla vaccinazione, ma può tornare se calano le coperture vaccinali. Un’epidemia è stata descritta in Olanda negli anni ’90 in un gruppo di adepti della Chiesa Olandese Protestante Riformata che rifiutavano di vaccinare i propri figli, con 72 episodi di infezione, 2 morti e 59 paralizzati a vita. Recentemente (2015) un focolaio di paralisi flaccida acuta è stato registrato in Siria, con 36 casi in bambini di età inferiore ai 2 anni non vaccinati o solo parzialmente vaccinati a causa della guerra. Per cui è solo grazie alla vaccinazione di massa che molte malattie infettive sono sotto controllo e potranno essere debellate nel prossimo futuro.


7.

La maggior parte delle malattie prevedibili con le vaccinazioni è scomparsa o quasi. Perché dovrei vaccinare mio figlio inutilmente? FALSO

Perché non bisogna abbassare la guardia nei confronti del nemico! Il successo della scomparsa dal 1980 di una malattia infettiva come il vaiolo, che da sola causava circa 5 milioni di morti ogni anno, è dovuto soprattutto alla vaccinazione, ma per molte altre malattie infettive potenzialmente gravi, che possono essere prevenute con la vaccinazione, c’è ancora molto da fare in quanto in Europa e nel mondo si verificano ancora focolai infettivi. La vaccinazione resta comunque un importante strumento di prevenzione che con un unico gesto permette di offrire sia una protezione individuale e sia una protezione della collettività; non a caso la stessa OMS recentemente ha dichiarato che i vaccini prevengono più di 2,5 milioni di morti ogni anno e che i bambini, essendo maggiormente a rischio di contrarre malattie prevenibili con i vaccini, vanno protetti sin dai primi mesi della loro vita.

8.

Tanti vaccini somministrati in un’unica puntura sono dannosi: FALSO

Questo «falso mito» è stato sfatato sulla base delle conoscenze acquisite nell’ambito dell’immunologia. Il sistema immunitario del neonato è in grado di montare una eccellente risposta immunitaria poche ore dopo la nascita, come testimoniato dalla risposta protettiva nei confronti del vaccino contro l’epatite B somministrato nei nati da mamma con HBV dopo il parto. Il lattante è in grado di generare una completa risposta immunitaria sia umorale che cellulomediata in risposta a multiple somministrazioni vaccinali. La coniugazione dei vaccini con «pro-

teine carrier» induce una risposta immunitaria addirittura più potente di quella indotta dalla malattia naturale. Il nostro sistema immune è in grado di riconoscere e di rispondere ad un elevatissimo numero di antigeni. Partendo dai principi dell’immunologia è possibile stimare il numero di vaccini a cui un bambino potrebbe rispondere in una sola volta: ovvero ogni bambino avrebbe la capacità teorica di rispondere a circa 10.000 vaccini contemporaneamente. Quanto alla falsa credenza riguardo all’indebolimento o alla sovrastimolazione del sistema immunitario in concomitanza della somministrazione multipla di vaccini, numerosi studi hanno ormai dimostrato come la risposta umorale sia simile per le somministrazioni multiple e per le somministrazioni singole per la maggioranza dei vaccini attualmente in commercio.

I benefici della immunità acquisita con le vaccinazioni raccomandate, superano straordinariamente i gravi rischi della infezione naturale. In conclusione è molto più sicuro vaccinarsi piuttosto che subire la malattia naturale.

9.

Troppi vaccini possono sopraffare e indebolire il sistema immunitario, soprattutto nei bambini piccoli: FALSO

Fin dal momento della nascita, il nostro sistema immunitario incontra migliaia di virus e di batteri e produce anticorpi diretti contro gli antigeni che li compongono. Sappiamo che per mezzo degli anticorpi è in grado di ri-

conoscere contemporaneamente almeno cento miliardi di antigeni. Quanti antigeni contengono i vaccini che somministriamo ai piccoli bambini? Negli anni ’80 dello scorso secolo iniettavamo più di 3.000 antigeni per vaccinare contro 7 malattie (difterite, tetano, pertosse, polio, morbillo, parotite e rosolia). Grazie ai progressi delle biotecnologie, i vaccini sono molto più purificati: oggi iniettiamo 150 antigeni soltanto per vaccinare contro 14 malattie (alle precedenti si sono aggiunte emofilo, epatite B, varicella, pneumococco, meningococco B e C, rotavirus). Sono numeri che impegnano ben poco il sistema immunitario, altro che sopraffarlo o indebolirlo!

10. L’infezione naturale

è meglio del vaccino: FALSO

I vaccini non sono contrari alla natura, ma, al contrario, agiscono proprio utilizzando i meccanismi di difesa naturali, stimolando una risposta immunitaria naturale atta a produrre anticorpi contro i virus e i batteri. Prima che esistessero le vaccinazioni, talvolta i bambini morivano e si ammalavano con gravi complicanze, ed è per questo che la scienza ha studiato il miglior modo per evitare le malattie infettive. Perciò i vaccini sono una conquista che evita ogni anno 3 milioni di morti in tutto il mondo. Ad esempio, l’infezione naturale da morbillo provoca l’encefalite in uno su 1.000 bambini infettati e provoca la morte in 2 su 1.000 individui infettati. Al contrario, la vaccinazione MMR (morbillo, parotite e rosolia) può provocare come complicanza una grave reazione allergica solo in uno su 1.000.000 di soggetti vaccinati. Perciò i benefici della immunità acquisita con le vaccinazioni raccomandate, superano straordinariamente i gravi rischi della infezione naturale. In conclusione è molto più sicuro vaccinarsi piuttosto che subire la malattia naturale. n La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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FINESTRE SUL MONDO

Brevi LA PREGHIERA DI MADRI EBREE, MUSULMANE E CRISTIANE In Israele è avvenuto un piccolo grande miracolo quasi completamente ignorato dai Media: migliaia di donne ebree, musulmane e cristiane hanno camminato insieme in Israele per la pace. Nel nuovo video ufficiale del movimento Women Wage Peace, la cantante israeliana Yael Deckelbaum canta la canzone Prayer of the Mothers, «La preghiera delle Madri», insieme a donne e madri di tutte le religioni, mostrandoci che la «musica» sta cambiando e deve cambiare. Un miracolo tutto femminile che vale più di mille parole vuote ed inutili. Condividete più che potete! Shalom Salam Pace. n

Brevi PONTIFICIA COMMISSIONE TUTELA MINORI: LANCIATO IL NUOVO SITO WEB www-protectionofminors-va È online il nuovo sito web della Pontificia Commissione per la Protezione dei Minori, dedicato a fornire informazioni sul lavoro e

I VIAGGI DI OSCAR

Cooperatori Guanelliani

Da Parigi a Lisieux

Sulle tracce della spiritualità francese

dal 28 Aprile al 1o Maggio 2017 38

La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

la missione dell’organismo, istituito dal Papa per promuovere la tutela della dignità dei minori e degli adulti vulnerabili e combattere la piaga della pedofilia. Il portale www.protectionofminors.va – spiega una nota della Sala Stampa vaticana – si propone di fornire al pubblico aggiornamenti regolari del lavoro della Commissione nel «promuovere una cultura di salvaguardare i minori insieme alle Chiese locali», così come nello «sviluppare i programmi educativi che coinvolgono la commissione nel mondo». n

Quota Euro 550,00 a persona (con un minimo di 30 partecipanti) LA QUOTA COMPRENDE • Viaggio in pullman g.t. per tutto il Tour. • Secondo autista per tutto il Tour. • Trattamento di mezza pensione (bevande escluse) dalla cena del 28 Aprile alla piccola colazione del 1o Maggio e sistemazione in hotel 3 stelle in camera doppia con servizi privati. • Visita con guida parlante italiano di Parigi (ingresso esclusi). • Assicurazione medico-bagaglio Europ-Assistance. LA QUOTA NON COMPRENDE • I pranzi, le bevande, le mance, gli eventuali ingressi, gli extra in genere e tutto quanto non menzionato alla voce «la quota comprende». Le adesioni, con il versamento pari a Euro 150,00 a persona, dovranno pervenire entro e non oltre il 15 febbraio alla Sig.ra Romana Benzoni: Tel. 0377/87.245 - Cell. 328/17.63.039.


VOCI DAL SILENZIO

Gilda Mori

Sarà Pasqua!

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on so se a Pasqua, tra le rovine di Amatrice, ora simile ad un Golgota, e negli altri luoghi terremotati siano spuntati fiori. Fiori tra le macerie, per dire che la morte non è la vittoria sulla vita. Sì, vorrei fossero spuntati fiori. Per offrirli a coloro che sono rimasti. Petali forse non bagnati di rugiada, ma irrorati di lacrime. È la prima Pasqua! Senza gli affetti più cari: forse un bimbo da stringere al cuore, uno sposo da abbracciare, un capo canuto da accarezzare. È la solitudine della prima Santa Pasqua! Le campane trovate tra le macerie non suoneranno e dovrebbero far silenzio tutte le campane del mondo. Non per solidarietà, ma per amore. Sentire solo suonare, come nacchere, le assicelle che percuotevamo con le dita nella Settimana Santa, a mezzogiorno, quando eravamo bambini. Quando le rovine non erano procurate dai sussulti della terra, ma dalle bombe lanciate dall’alto dagli aeroplani. Anche noi allora bambini. Pensare e credere che il Sabato Santo, tu Madre Addolorata, passi in punta di piedi tra le macerie, vestita però in gramaglie. Con i capelli da nazarena raccolti sul capo, con la lucerna della speranza accesa fra le mani, come se cercassi, tra le case distrutte, una piccola grotta in cui fermarti. Una piccola grotta simile a quella ove nacque tuo figlio, il Salvatore del mondo. O una piccola grotta simile al sepolcro offerto da Giuseppe di

Arimatea, perché vi fosse sepolto il corpo del Figlio. Perché è solo Lei, Maria, che ha vissuto il dolore della Settimana Santa, che può dare conforto, che può donare speranza.

Perché è impossibile all’uomo donarla: egli stesso è ferito da mille distacchi. Abbiamo tutti ferite nelle mani e nel cuore, come se avessimo voluto anche noi scavare tra le macerie per trovare amici e parenti ancora vivi e salvarli. Tutti abbiamo lottato per mesi e anni, in altro modo, per contendere alla morte persone care.

Fiori tra le macerie del terremoto. La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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Ognuno, infatti, nel dolore del fratello, rivive il proprio dolore. E su quei fiori spuntati tra le macerie scende ancora una propria lacrima amara, mentre Maria passa. Passa nella notte, prima dell’alba. Dell’alba che non vorresti vedere, perché per te non è un giorno di festa, ma di dolore. Invece sarà Pasqua! Per dirci che il Signore è risuscitato e che ha vinto la morte. E sarà solo Lei, Maria, con la lucerna della fede in mano, con il suo manto aperto a raccoglierci fra le braccia, per donarci ancora speranza e coraggio. Perché, appunto, noi tutti ci chiediamo: «Dio, che si fa ora? Che si può fare ora che è Pasqua?». Là, in quei campi, in quei borghi ove le uova ancora fresche venivano colorate immergendole nell’acqua delle erbe amare, fatte

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La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

bollire, come nei tempi lontani. Là, ove la natura non ha avuto pietà né dei piccoli, né dei grandi che, nei loro cuori, come scrigni, conservavano intatte le antiche tradizioni. Là ove ora, anche una folata di vento che scuote i rami di una pianta può fare paura. Paura del terremoto, paura della vita, paura del futuro. E come viandanti stanchi fermarci e sederci su una scala di pietra slabbrata, guardando al domani. Col viso ancora giovane già solcato di rughe come le crepe sui muri. Con qualche capello bianco spuntato prima del tempo, come se la polvere dei calcinacci vi si fosse per sempre fermata. E cercare di sorridere per dare conforto a chi è accanto. E sentire sulle colline le pecore belare nelle stalle in parte scoperchiate.

Sentire belare gli agnelli, che quest’anno saranno risparmiati, non ancora accarezzati dai bimbi. E forse qualche loro mamma, con il seno incurvato come vela, attenderà una nuova vita, mentre guarda il cielo – all’alba – con speranza. All’alba di Pasqua! Dillo ancora, Maria, passa e ripassa donando con la tua presenza la certezza che Gesù è risorto. Tu che lo hai abbracciato e rivisto vincitore della morte. E se spunteranno fiori, anche se su di essi vi sarà una lacrima, l’Alleluia ci dirà che anche noi risorgeremo. Sì: «Io credo, risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore»! n Riti pasquali. Mammola, Domenica di Pasqua, «La Sbelata».


VIVERE LA FESTA a cura di suor Maria Teresa Nocella

Via Crucis. Tandil (Argentina).

Con Maria nel Sabato Santo e nella Pasqua di Risurrezione hghghg

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CELEBRAZIONE MARIANA PER IL SABATO SANTO TRATTA DA L’«ORA» DELLA MADRE hghghg

L’«Ora» della fede di Maria nell’attesa della Risurrezione del Figlio

Q

uesta celebrazione è stata adattata per la preghiera individuale o in famiglia o per piccoli gruppi di fedeli che non abbiano la possibilità di avere la celebrazione originale stampata. Quest’ultima è stata preparata da p. Ermanno M. Toniolo o.s.m., in continuità d’ispirazione con la tradizione latina e attingendo alla Liturgia bizantina che nel Sabato santo canta gli «encomi» o lamenti funebri della Vergine Madre, delle pie donne e dei discepoli al sepolcro di Cristo, nella trepida attesa della sua Risurrezione.

Ambiente e «segni» da preparare È opportuno porre in evidenza una immagine della Vergine che ricordi il mistero che si celebra. Accanto all’immagine si può porre una lampada o un cero espressivo, se in chiesa che non sia il «cero pasquale». La lampada verrà accesa durante la celebrazione. Dopo il canto dell’Inno, l’aula sarà illuminata a giorno. Preparare, se si usa, l’incenso. Nel caso della presenza del sacerdote, avrà la stola rossa. Michelangelo, La Pietà. Basilica di S. Pietro, Roma.

I. RITI INTRODUTTIVI ACCLAMAZIONE DI LODE

Guida: Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo: a lui la lode e la gloria nei secoli! Tutti: Amen! Nella sua misericordia ci ha rigenerati a una speranza viva con la risurrezione di Gesù Cristo dai morti. SALUTO E MONIZIONE

Guida: Il Sabato Santo è il cardine di tutti i sabati, perché è il sabato non tanto del dolore – è

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anche questo – ma della fede della Vergine, la fede indubitata. Mentre accanto a lei, dopo la morte di Gesù e la sua sepoltura, la fede era scomparsa o almeno sepolta, nel cuore della Madre – invece – si alzava sempre più alta, tanto che i nostri antichi autori latini potevano dire che «Cristo riposava in Maria». Nel grande sabato quando Gesù giaceva nel sepolcro, forte unicamente della fede e della speranza, sola fra tutti i discepoli, Maria, la Madre, attese vigile la Resurrezione del Signore. È importantissimo immergerci nel cuore della Madonna perché è lei che ha atteso; e mentre le altre donne potevano chiacchierare quando preparavano e pestavano i profumi per imbalsamare il corpo del Signore, lei si era raccolta in un silenzio profondo. Nel Sabato Santo tutti ci raccogliamo nel cuore della Madre: la Madre della nostra fede. La Madre della fede in Colui che da lei è


nato, per noi è morto, per noi sta per risorgere. Lei sola ne è certa. E lo attende indubitata. In questo momento tragico, in cui i cristiani vengono perseguitati e uccisi, in cui il mondo si allontana dal Signore, ecco che noi abbiamo bisogno di raccoglierci con Maria in una certezza di speranza. Perché nessuna speranza può essere data al mondo se non quella di Colui che è morto e risorto e quella della Chiesa, che nasce dal suo costato aperto, ma non senza il pianto e la preghiera della Madre (P. Ermanno M. Toniolo osm).

dre dell’umanità redenta e richiamasse a vita imperitura il Figlio sepolto, abbi pietà di noi!

Tutti: Kyrie, eleison! ORAZIONE

Guida: Preghiamo! (pausa di silenzio)

Lettore: Padre santo, che non hai risparmiato al tuo Figlio unigenito la passione e la morte per giungere alla Risurrezione, né hai lenito alla Madre sua che amavi l’abisso del dolore e il tormento della prova, abbi pietà di noi.

O Dio, sapienza e pietà infinita, che tanto ami gli uomini da volerli compartecipi con Cristo del tuo eterno disegno di salvezza: fa’ che riviviamo con Maria la forza vitale della fede, che ci ha fatti tuoi figli nel battesimo, e con lei attendiamo trepidanti l’alba della risurrezione. Per Cristo nostro Signore.

Tutti: Kyrie, eleison!

Tutti: Amen.

ATTO PENITENZIALE

Lettore: Cristo, deposto col corpo in un sepolcro e disceso con l’anima agli inferi, che hai lasciato la Madre tua in balìa della tentazione suprema, ma hai sentito la sua fede e il suo amore seguirti con forza oltre la tomba, per gridare in anticipo la tua Risurrezione, abbi pietà di noi! Tutti: Kyrie, eleison! Lettore: Spirito del Padre e del Figlio, Amore dell’eterno Amore, che hai consumato in un rogo divino di Fuoco la Vittima sull’altare della Croce e hai misteriosamente fecondato il lungo doloroso travaglio della Vergine, perché diventasse Ma-

INNO (La Guida accende la lampada davanti all’immagine della Vergine; si canta l’inno sul motivo di uno degli inni delle Lodi o dei Vespri). 1. Un oscuro silenzio sul mondo, notte grave incombeva sui cuori: s’era spenta la luce e la fede, ora il Verbo taceva sepolto. 2. E gli Apostoli erravano spersi, quale nave portata dai venti; e le donne piangenti il Trafitto apprestavano riti di morte. 3. «Rifarò in tre giorni il mio Tempio!»: la solenne promessa del Cristo ricordavano, attenti, i nemici, che disposero guardie al sepolcro. 4. Solo tu, Desolata, credevi: solo tu attendevi implorando che la Vita tornasse dai morti, nuovo Giorno, speranza d’eterno. 5. Dei credenti tu Madre, e di Pasqua luminoso cammino alla Chiesa: fa’ che noi rinnoviamo con gioia il tuo «sì», professando la fede. Jacopo da Montagnana, Compianto su Cristo morto, fine del XV secolo. Padova, Museo Diocesano (dalla Sacrestia dei Canonici).

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6. A te, Padre potente, sia gloria, a te, Figlio, che vinci la morte, a te, Spirito, fonte di vita: dai redenti a voi salga la lode. Amen.

II. LITURGIA DELLA PAROLA (Per la Liturgia della Parola si illumina a giorno il luogo dove si prega). PRIMA LETTURA

Guida: La tradizione giudaica vede in Abramo il padre del popolo di Israele; la tradizione cristiana vede Abramo come il padre di tutti i credenti. Maria ben più di Abramo è la Madre della nostra fede, perché credette a Dio che risuscita i morti e sperò contro ogni speranza. Lettore: Dalla Lettera ai Romani (4, 16-25). Si proclama la Parola. TROPARI Recita o canto dei tropari (canti bizantini). Essi vogliono interpretare il lamento che la Vergine con le pie donne effuse al sepolcro di Cristo, piangendo – come preannunziava Zaccaria (Zc 12, 10) – il Primogenito trafitto. Al contemplarti già morto, Signore, la Madre pura piangendo esclamava: «Non ti attardare, mia Vita, tra i morti!». Ti scese morto Giuseppe dal legno, ti pose, o Verbo, nel suo monumento: risorgi, o Dio, e vieni a salvarci! Nuovo è il sepolcro in cui t’hanno deposto per rinnovare la nostra natura, divinamente sorgendo da morte. Benché rinchiuso in angusto sepolcro tutto il creato, Gesù, ti proclama vero Sovrano qui in terra ed in cielo! «Quando di nuovo potrò in te gioire, eterna Luce, tu gioia del cuore?», geme implorando la Madre di Dio. Per tuo volere la tomba t’accoglie, vivente Verbo, e sorgendo da morte richiamerai dal sonno i mortali.

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Jacopo da Montagnana, Compianto su Cristo morto, fine del XV secolo. Padova, Chiesa di Santa Maria dei Servi.

Grano sepolto in un lembo di terra, farai fiorire abbondante la messe, risuscitando da morte i tuoi figli! Fiumi di lacrime effonde la Madre al monumento ove giaci sepolto; ti grida: «Sorgi, perché l’hai predetto!». Ritorna presto, Signore, tra i vivi, per dissipare l’affanno profondo di lei che, Vergine, t’ha generato! TROPARIO FINALE «Madre, non piangere sopra di me, pensando chiuso in un buio sepolcro l’eterno Figlio che desti alla luce: risorgerò con potenza e splendore e innalzerò fino a gloria immortale chi con amore e con fede ti canta!».


VANGELO Guida: Il Vangelo di Giovanni ricorda la Madre ai piedi della Croce, la deposizione e la sepoltura di Cristo: è il preludio della Pasqua. Il Signore uscirà da un sepolcro nuovo, come era nato dal grembo della Madre, serbandolo intatto.

cizia, dal rinnegamento il perdono, dall’odio l’amore. Donaci, Signore, di portare con amore la nostra croce, le nostre croci quotidiane, nella certezza che esse sono illuminate dal fulgore della tua Pasqua. Amen.

Pausa di silenzio Dal Vangelo secondo Giovanni (19, 25-42) Oppure: Matteo 27, 45-61 Si proclama il Vangelo indicato.

Pausa di silenzio LETTURA ECCLESIALE Dal discorso del Santo Padre Benedetto XVI al termine della Via Crucis - 2 aprile 2010 Da quando Gesù è sceso nel sepolcro la tomba e la morte non sono più luogo senza speranza dove la storia si chiude nel fallimento più totale, dove l’uomo tocca il limite estremo della sua impotenza. Il Venerdì Santo è il giorno della speranza più grande, quella maturata sulla croce, mentre Gesù muore, mentre esala l’ultimo respiro gridando a gran voce: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23, 46). Consegnando la sua esistenza, donata nelle mani del Padre, egli sa che la sua morte diventa sorgente di vita. Come il seme nel terreno, deve rompersi perché la pianta possa nascere. Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo, se invece muore produce molto frutto. Gesù è il chicco di grano che cade nella terra, si spezza, si rompe, muore e per questo può portare frutto. Dal giorno in cui Cristo vi è stato innalzato la croce che appare come il segno dell’abbandono, della solitudine, del fallimento è diventata un nuovo inizio. Dalla profondità della morte s’innalza la promessa della vita eterna, sulla croce brilla già lo splendore vittorioso dell’alba del giorno di Pasqua. Nel silenzio di questa notte, nel silenzio che avvolge il Sabato Santo, toccati dall’amore sconfinato di Dio, viviamo nell’attesa dell’alba del terzo giorno, l’alba della vittoria dell’amore di Dio, l’alba della luce che permette agli occhi del cuore di vedere in modo nuovo la vita, le difficoltà, la sofferenza. I nostri insuccessi, le nostre delusioni, le nostre amarezze che sembrano segnare il crollo di tutto sono illuminate dalla speranza. L’atto di amore della croce viene confermato dal Padre e la luce sfolgorante della Risurrezione tutto avvolge e trasforma. Dal tradimento può nascere l’ami-

PREGHIERA CONCLUSIVA (di Romano il Melode, sec. IV)

Guida: Dopo aver contemplato e vissuto il dolore e la speranza della Madre di Dio, rivolgiamoci a Cristo, nostra vita, con le parole degli antichi Padri, e chiediamogli di trasfondere anche in noi quella fede eroica, che infuse col suo Spirito nella Madre sua. Tutti O Figlio della Vergine, o Dio della Vergine e Creatore del mondo! Tua è la Passione, tua la profondità della sapienza! Tu sai ciò che eri e ciò che ti sei fatto. Tu per salvare l’uomo ti degnasti venire e liberamente accettasti l’ignominiosa Passione. Tu le colpe nostre prendesti su di te, come Agnello: tu le colpe nostre hai distrutto con la tua morte, o Salvatore, e tutti salvasti. Sei tu, che come uomo patisci e come Dio resti impassibile; sei tu che muori e che salvi. Sei tu che hai dato alla Santa l’ardire di gridarti: «O mio Figlio e mio Dio!». ANTIFONA MARIANA Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio: non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, e liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta. CONGEDO

Guida: La fede della Vergine illumini la nostra vita; la sua materna protezione accompagni il nostro cammino incontro al Signore Risorto! Tutti: Amen! n

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«REGINA COELI» hghghg

Celebrazione pasquale del gaudio della Vergine Tratta da «In preghiera con Maria la Madre di Gesù», CEI, Comitato nazionale per l’Anno Mariano e adattata per la preghiera individuale o familiare. Se in chiesa, saluto e adorazione dell’Eucaristia - Canto pasquale - Preghiera silenziosa SEQUENZA Ecco la Sequenza-Dialogo tra Maria (= M.), le Figlie di Gerusalemme (= F.): una o più voci femminili, e il Coro (= Cr.). La Sequenza-Dialogo è composta da sette domande-risposte. Se si desidera abbreviare il Dialogo, si può omettere qualche domanda-risposta, eccetto la settima.

M. L’ho saputo stamane, nell’alba radiosa: una perla di rugiada su un filo d’erba era principio e segno del Battesimo dell’universo. Cr. Alleluia! Alleluia! Nulla è più come prima! 4. F. Come l’hai saputo, Vergine, sorella nostra? È forse venuto Pietro, che lo ha incontrato nei pressi del giardino? M. Nel tepore primaverile, già i campi odoravano di pane e di mosto le vigne: ogni stelo era profezia del Corpo trafitto e risorto, ogni fiore della vite segno del Sangue versato e glorioso. Cr. Alleluia! Alleluia! Nulla è più come prima!

1. F. Come l’hai saputo, Maria? Te l’hanno detto le donne che, al levar del sole, erano corse al sepolcro? M. Ho percepito il suo respiro: l’aria dolce e pura, di nuova freschezza, segno dell’Aura feconda che il cosmo già avvolge, presenza possente del Soffio di vita. Cr. Alleluia! Alleluia! Nulla è più come prima! 2. F. Come hai saputo, Vergine? Forse è venuta Maria di Magdala, le mani ancora profumate e il viso soffuso di luce? M. Congedandosi dalla notte, le stelle brillavano con insolito fulgore, e affrettavano il corso incalzate dalla luce dell’eterno Giorno. Cr. Alleluia! Alleluia! Nulla è più come prima! 3. F. Chi te l’ha detto, Madre? Forse Giovanni, il discepolo amato, accorso veloce al sepolcro?

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P. Marko Ivan Rupnik sj. Cristo Risorto.


5. F. Quali voci hai udito, Maria? Anche a te hanno parlalo gli angeli e ti hanno mostrato il sudario e le bende? M. Gli ulivi, testimoni del suo sudore di sangue, parlavano, miti, di speranza e di pace, e dal loro tronco annoso grondava il crisma nuovo, che ha reso sacra tutta la terra. Cr. Alleluia! Alleluia! Nulla è più come prima! 6. F. Chi ti ha dato la notizia, Madre? Anche da te sono venuti i discepoli di Emmaus che, calata la sera, lo hanno riconosciuto nello spezzare il pane? M. Quando il sepolcro intatto ha tremato un fremito ho sentilo nel mio grembo verginale. Egli di nuovo era nato! Cr. Alleluia! Alleluia! Nulla è più come prima! 7. F. Non lasciare, Maria, il nostro animo sospeso. Di’ a noi da chi lo hai saputo. Da un discepolo segreto, da un soldato pentito, da un angelo del cielo? M. Non da voci di uomini, sorelle, né da messaggi di angeli la buona novella ho appreso. Già la conoscevo. Custodivo nel cuore la sua parola: «II terzo giorno risusciterò». Cr. Alleluia! Alleluia! Nulla è più come prima! CANTO DELL’ALLELUIA PROCLAZIONE DEL VANGELO (Matteo 28, 1-10) LETTURA ECCLESIALE Benedetto XVI (Regina Coeli, 24 marzo 2008) Nella solenne Veglia pasquale è tornato a risuo-

Sono risorto e sono sempre con te (dalla liturgia). Opera di A. Ballan.

nare, dopo i giorni della Quaresima, il canto dell’Alleluia, parola ebraica universalmente nota, che significa «Lodate il Signore». Nei giorni del tempo pasquale questo invito alla lode rimbalza di bocca in bocca, di cuore in cuore. Riecheggia a partire da un avvenimento assolutamente nuovo: la morte e risurrezione di Cristo. L’alleluia è sbocciato nei cuori dei primi discepoli e discepole di Gesù in quel mattino di Pasqua, a Gerusalemme... Sembra quasi di sentire le loro voci: quella di Maria di Magdala, che per prima vide il Signore risorto nel giardino presso il Calvario; le voci delle donne, che lo incontrarono mentre correvano, impaurite e felici, a dare ai discepoli l’annuncio della tomba vuota; le voci dei due discepoli, che si erano incamminati verso Emmaus col volto triste e a sera tornarono a Gerusalemme pieni di gioia per aver ascoltato la sua parola e averlo riconosciuto «nello spezzare il pane»; le voci degli undici Apostoli, che in

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quella stessa sera lo videro apparire in mezzo a loro nel cenacolo, mostrare le ferite dei chiodi e della lancia e dire loro: «Pace a voi!». Questa esperienza ha inscritto una volta per sempre l’alleluia nel cuore della Chiesa! Da quella stessa esperienza deriva anche la preghiera che noi recitiamo il giorno di Pasqua e ogni giorno del tempo pasquale al posto dell’Angelus: l’antifona mariana Regina Coeli. Il testo è breve e ha la forma diretta di un annuncio: è come una nuova «annunciazione» a Maria, fatta questa volta non da un angelo, ma dai cristiani che invitano la Madre a rallegrarsi perché il suo Figlio, da lei portato nel grembo, è risorto come aveva promesso. In effetti, «rallegrati» era stata, a Nazaret, la prima parola rivolta alla Vergine dal messaggero celeste. E il senso era questo: Gioisci, Maria, perché il Figlio di Dio sta per farsi uomo in te. Ora, dopo il dramma della Passione, risuona un nuovo invito alla gioia: «Gaude et laetare, Virgo Maria, alleluia, quia surrexit Dominus vere, alleluia – Gioisci e rallegrati, Vergine Maria, alleluia, perché il Signore è risorto davvero, alleluia!». n

CANTO CORALE DEL «REGINA COELI» (si accendono tutte le luci della chiesa e si incensa l’immagine della Vergine Maria). Regina coeli, laetare, alleluia, quia quem meruisti portare, alleluia; resurrexit sicut dixit, alleluia; ora pro nobis Deum, alleluia. G. Rallegrati, Vergine Maria, alleluia! A. Il Signore è veramente risorto, alleluia! G. Preghiamo. O Dio, che nella gloriosa risurrezione del tuo Figlio hai ridonato la gioia al mondo intero, per intercessione di Maria Vergine, concedi a noi di godere la gioia senza fine della vita eterna. Per Cristo nostro Signore. T. Amen. Custodiamo nel cuore la gioia della Pasqua. Alleluia.

Sia festa in tutto l’universo: Cristo, letizia eterna, è risorto! San Giovanni Damasceno

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TESTIMONIANZE

Le donne a servizio del Vangelo Benedetto XVI

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ogliamo) dedicare la nostra attenzione alle molte figure femminili che hanno svolto un effettivo e prezioso ruolo nella diffusione del Vangelo. La loro testimonianza non può essere dimenticata, conformemente a quanto Gesù stesso ebbe a dire della donna che gli unse il capo poco prima della Passione: «In verità vi dico, dovunque sarà predicato questo vangelo nel mondo intero, sarà detto anche ciò che costei ha fatto, in memoria di lei» (Mt 26, 13; Mc 14, 9). Il Signore vuole che questi testimoni del Vangelo, queste figure che hanno dato un contributo affinché crescesse la fede in Lui, siano conosciute e la loro memoria sia

La donna, simbolo dell’accoglienza e dell’amore che in Cristo capovolge tutte le logiche umane. Mosaici di M.I. Rupnik.

viva nella Chiesa. Possiamo storicamente distinguere il ruolo delle donne nel Cristianesimo primitivo, durante la vita terrena di Gesù e durante le vicende della prima generazione cristiana.

Tra i discepoli anche le donne Gesù certamente, lo sappiamo, scelse tra i suoi discepoli dodici uomini come Padri del nuovo Israele, li scelse perché «stessero con lui e anche per mandarli a

predicare» (Mc 3, 14-l5). Questo fatto è evidente, ma, oltre ai Dodici, colonne della Chiesa, padri del nuovo Popolo di Dio, sono scelte nel numero dei discepoli anche molte donne. Solo molto brevemente posso accennare a quelle che si trovano sul cammino di Gesù stesso, cominciando con la profetessa Anna (cfr. Lc 2, 36-38) fino alla Samaritana (cfr. Gv 4, 139), alla donna siro-fenicia (cfr. Mc 7, 24-30), all’emorroissa (cfr. Mt 9, 20-22) e alla peccatrice perdonata (cfr. Lc 7, 36-50). Non mi riferisco neppure alle protagoniste di alcune efficaci parabole, ad esempio alla massaia che fa il pane (Mt 13, 33), alla donna che perde la dracma (Lc 15, 8-10), alla vedova che importuna il giudice (Lc La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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18, 1-8). Più significative per il nostro argomento sono quelle donne che hanno svolto un ruolo attivo nel quadro della missione di Gesù. In primo luogo, il pensiero va naturalmente alla Vergine Maria, che con la sua fede e la sua opera materna collaborò in modo unico alla nostra Redenzione, tanto che Elisabetta poté proclamarla «benedetta fra le donne» (Lc 1, 42), aggiungendo: «beata colei che ha creduto» (Lc 1, 45). Divenuta discepola del Figlio, Maria manifestò a Cana la totale fiducia in Lui (cfr. Gv 2, 5) e lo seguì fin sotto la Croce, dove ricevette da Lui una missione materna per tutti i suoi discepoli di ogni tempo, rappresentati da Giovanni (cfr. Gv 19, 25-27). Ci sono poi varie donne, che a diverso titolo gravitarono attorno alla figura di Gesù con funzioni di responsabilità. Ne sono esempio eloquente le donne che seguivano Gesù per assisterlo con le loro sostanze e di cui Luca ci tramanda alcuni nomi: Maria di Magdala, Giovanna, Susanna e «molte altre» (cfr. Lc 8, 2-3). Poi i Vangeli ci informano che le donne, a differenza dei Dodici, non abbandonarono Gesù nell’ora della Passione (cfr. Mt 27, 56.61; Mc 15, 40). Tra di esse spicca in particolare la Maddalena, che non solo presenziò alla

Di buon mattino le donne si recarono al sepolcro (Lc 24, 1). Opera di Angelica Ballan p.d.d.m.

Nella Chiesa primitiva anche le donne

Passione, ma fu anche la prima testimone e annunciatrice del Risorto (cfr. Gv 20, 1.11-18). Proprio a Maria di Magdala san Tommaso d’Aquino riserva la singolare qualifica di «apostola degli apostoli» (apostolorum apostola), dedicandole questo bel commento: «Come una donna aveva annunciato al primo uomo parole di morte, così una donna per prima annunziò agli apostoli parole di vita» (Super Ioannem, ed. Cai, § 2519).

Anche nell’ambito della Chiesa primitiva la presenza femminile è tutt’altro che secondaria. Non insistiamo sulle quattro figlie innominate del «diacono» Filippo, residenti a Cesarea Marittima e tutte dotate, come ci dice san Luca, del «dono della profezia», cioè della facoltà di intervenire pubblicamente sotto l’azione dello Spirito Santo (cfr. At 21, 9). La brevità della notizia non permette deduzioni più precise. Piuttosto dobbiamo a san Paolo una più ampia documentazione sulla dignità e sul ruolo ecclesiale della donna. Egli parte dal principio fondamentale, secondo cui per i battezzati non solo «non c’è più né giudeo né greco, né schiavo, né libero», ma anche «né maschio, né femmina». Il motivo è che «tutti siamo uno solo in Cristo Gesù» (Gal 3, 28), cioè tutti accomunati nella stessa dignità di fondo, benché ciascuno con funzioni specifiche (cfr. 1 Cor 12, 27-30). L’Apostolo ammette come cosa normale che nella comunità cristiana la donna possa «profetare» (1 Cor 11, 5), cioè pronunciarsi apertamente sotto l’influsso dello Spirito, purché ciò sia per l’edificazioDonne al Sepolcro il mattino della Risurrezione di Gesù, di Rubens.

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Tandil (Argentina), Calvario. Le consorelle del posto con Madre Serena Ciserani.

ne della comunità e fatto in modo dignitoso. Pertanto la successiva, ben nota, esortazione a che «le donne nelle assemblee tacciano» (1 Cor 14, 34) va piuttosto relativizzata. Il conseguente problema, molto discusso, della relazione tra la prima parola – le donne possono profetare nell’assemblea – e l’altra – non possono parlare –, della relazione tra queste due indicazioni, apparentemente contraddittorie, lo lasciamo agli esegeti. Non è da discutere qui. Mercoledì scorso abbiamo già incontrato la

figura di Prisca o Priscilla, sposa di Aquila, la quale in due casi viene sorprendentemente menzionata prima del marito (cfr. At 18, 18; Rm 16, 3): l’una e l’altro comunque sono esplicitamente qualificati da Paolo come suoi sun-ergoús «collaboratori» (Rm 16, 3). Alcuni altri rilievi non possono essere trascurati. Occorre prendere atto, ad esempio, che la breve Lettera a Filemone in realtà è indirizzata da Paolo anche a una donna di nome «Affia» (cfr. Fm 2). Traduzioni latine e siriache del testo greco aggiungono a questo nome «Affia» l’appellativo di «soror carissima» (ibid.) e si deve dire che nella comunità di Colossi ella doveva occupare un posto di rilievo; in ogni caso, è l’unica donna menzionata da Paolo tra i destinatari di una sua lettera. Altrove l’Apostolo menziona una certa «Febe», qualificata come diákonos della Chiesa di Cencre, la cittadina portuale a est di Corinto (cfr. Rm 16, 1-2). Benché il titolo in quel tempo non abbia ancora uno specifico valore ministeriale di tipo gerarchico, esso esprime un vero e proprio esercizio di responsabilità da parte di questa donna a favore di quella comunità cristiana. Paolo raccomanda di riceverla cordialmente e di assisterla «in qualunque cosa abbia bisogno», poi aggiunge: «essa infatti ha protetto molti, anche me stesso». Nel medesimo contesto epistolare l’Apostolo con tratti di delicatezza ricorda altri nomi di donne: una certa Maria, poi Trifena, Trifosa e Perside «carissima», oltre a Giulia, delle quali scrive apertamente che «hanno faticato per voi» o «hanno faticato nel Signore» (Rm 16, 6.12a.12b.15), sottolineando così il loro forte impegno ecclesiale. Nella Chiesa di Filippi poi dovevano distinguersi due donne di nome «Evodia e Sìntiche» (Fil 4, 2): il richiamo che Paolo fa alla concordia vicendevole lascia intendere che le due donne svolgevano una funzione importante all’interno di quella comunità. L’unzione di Betania. Mosaico di M.I. Rupnik.

La Chiesa ringrazia il genio femminile In buona sostanza, la storia del cristianesimo avrebbe avuto uno sviluppo ben diverso se non ci fosse stato il generoso apporto di molte donne. Per questo, come ebbe a scrivere il mio venerato e caro Predecessore Giovanni Paolo II nella Lettera apostolica Mulieris dignitatem, «la Chiesa rende grazie per tutte le donne e per ciascuna... La Chiesa ringrazia per tutte le manifestazioni del “genio” femminile apparse nel corso della storia, in mezzo a tutti i popoli e nazioni; ringrazia per tutti i carismi che lo Spirito Santo elargisce alle donne nella storia del Popolo di Dio, per tutte le vittorie che essa deve alla loro fede, speranza e carità: ringrazia per tutti i frutti del-

la santità femminile» (n. 31). Come si vede, l’elogio riguarda le donne nel corso della storia della Chiesa ed è espresso a nome dell’intera comunità ecclesiale. Anche noi ci uniamo a questo apprezzamento ringraziando il Signore, perché egli conduce la sua Chiesa, generazione dopo generazione, avvalendosi indistintamente di uomini e donne, che sanno mettere a frutto la loro fede e il loro battesimo per il bene dell’intero Corpo ecclesiale, a maggior gloria di Dio. Ud. gen. 14 febbraio 2007 La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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VOCE FAMIGLIA

GRAZIELLA E ARIANNA Così Dio con me, così io con Dio

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raziella, mia sorella, una mattina, per essere più libera di lavorare in cucina, mi chiede di sorvegliare la piccola Arianna che stava dormendo nella culla, appena si fosse svegliata. Accetto volentieri. Avvertito il pianto di Arianna, subito apro la porta della sua stanzetta, accendo la luce e vedo la piccola sporca dalla testa ai piedi, quasi un gomitolo di disperazione. Nulla di più normale; ma io, sebbene con qualche esitazione, mi avvicino e allungo le mie braccia per prenderla in braccio. La piccola si gira dall’altra parte, facendomi capire che non voleva essere raccolta se non dalla mamma. Torno in cucina e chiamo Graziella: «Arianna vuole solo te». «Vengo subito», mi dice lei con un sorriso. Intanto io ritorno accanto alla culla e attendo curioso di vedere come se la sarebbe cavata la mamma. Lei apre la porta: un sorriso diretto alla figlia che subito trasforma la sua disperazione in una festa di pie-

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P. Andrea Panont ocd dini e di manine che si agitano. La mamma allunga le braccia verso la culla, la piccola Arianna alza le sue manine con gridolini di gioia. Tutto senza alcuna esitazione né da una parte, né dall’altra. È l’abbraccio. Avrei voluto fermare, in una foto, questa scena. È la gioia della misericordia che sposa la miseria; è l’esultanza della miseria che si lascia sposare... «e fecero festa». Graziella se la stringe al petto e, canticchiando «tesoro mio», la porta nella stanza accanto. Dopo alcuni minuti le vedo tornare: la mamma gioiosa e fiera con in braccio la piccola che, lavata, profumata, vestita a nuovo, tutta tranquilla giocava con la collanina di mamma. Mi sono ritirato un attimo per scrivere su un pezzo di carta questo momento così prezioso tra mamma e figlia, ma non meno importante per me. La mamma

aveva preso in braccio la piccola così com’era; e così com’era la piccola Arianna si è lasciata raccogliere e abbracciare. Ecco perché Arianna voleva solo la mamma. Nessun rimprovero dalla mamma. Nessuna esitazione dalla bambina. Quest’abbraccio è la festa della misericordia di Dio. È Lui la mamma, la pulizia, il profumo, il vestito nuovo. Come Arianna, anch’io, anche tu siamo pregati di donare ogni volta a Dio la gioia di potersi prodigare: «C’è più gioia in cielo». Con gioiosa sorpresa ho visto cosa avviene in me ogni volta che, così come sono, mi lascio abbracciare da Dio; nella fierezza della mamma che accudisce la figlia con tale energia e sollecitudine ho intravisto la riconoscenza che Dio ci dimostra ogni volta che ci lasciamo «accudire» dalla sua onnipotente misericordia. Ecco perché a queste righe darei per titolo: «Così Dio con me, così io con Dio!». n


È LA FESTA DEL PAPÀ Amate la famiglia, difendete la famiglia

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i confido, cari papà, che sono felice di trovarmi fra voi. Con un po’ di coraggio cercherò di presentarvi alcune riflessioni. Pensate, miei cari, che Dio abbia creato l’uomo e il mondo per Lui? Perché, allora, tutto questo contrasto di odio, di leggi inique e, soprattutto, di povertà, di miseria, di sofferenza? Cosa c’è di bello in questo mondo? Quanta miseria c’è oggi! Armi per uccidere, droga per ubriacarsi e impazzire, miseria per stendere le mani e tormentare tutti. E allora, non potete non comprendere che Dio ha posto ogni bene nel mondo attraverso la famiglia. La famiglia è il fondamento dell’umanità, è la civiltà del mondo, è la carità tra i fratelli, perché è con la famiglia che continua la vita e continua nell’educazione, nell’istruzione sui principi fondamentali del Vangelo, che è un universale richiamo all’amore. Gesù nel Vangelo ci dice: «Non fare mai a nessuno ciò che non vorresti fosse fatto a te. Ama Iddio che ti ha creato, che ti ha dato un’intelligenza, che ti ha dato un cuore, che ti ha dato una famiglia, che ti ha dato una terra da lavorare, che ti dà il sole, l’acqua, ti ha dato tutto, e ama i tuoi fratelli». Viviamo insieme per volerci bene, viviamo insieme per collaborare, viviamo insieme per condividere le nostre gioie e anche le nostre sofferenze. Com’è bella la vita quando è conosciuta, quando è vissuta secondo i principi evangelici, quando la fa-

P. Mario Merlin

S. Giuseppe Lavoratore e Gesù Bambino. Calloni, Figlie di Gesù Buon Pastore, Guadalajara (Messico).

miglia risponde alla sua missione, quando nella famiglia c’è la mamma, questa creatura amabilissima, che dona se stessa per la vita degli altri! Cari papà che mi ascoltate, non scoraggiatevi, ma la famiglia siete voi, le vostre mogli e i vostri figli. Non c’è chi può aiutare i figli come il papà e la mamma che hanno dato loro la vita, che li seguono, che li comprendono. E chi più di una mamma e di un papà comprende il bambino nei suoi bisogni? Oggi, invece, si cercano gli esperti per aiutare i figli! Ditemi, cari papà, ma che cosa vogliamo dagli altri? Ricordo che

quando ero piccolino la mamma mi diceva: «Vuoi una cosa, falla tu; non la vuoi, comandala ad un altro». Cosa aspettiamo dagli altri? Facciamo noi e siamo di buon esempio nella nostra famiglia. Vedano le vostre opere buone, vedano sul vostro volto un sorriso paterno, vedano la gioia di vivere, di comunicare e di donare tante cose belle agli altri. Non posso non ripeterlo: «Quanto è bella la vita!». Papà, su, coraggio, amate la famiglia, difendete la famiglia, guidate i vostri figli, richiamateli, non con bestemmie, non con insulti! Sono il figlio di una famiglia di 14 fratelli e sorelle, mai ho sentito dal mio papà una parola fuori posto. Si dice: «Talis pater, talis filius!». I figli vi guardano, vivono di quello che voi vivete. Trasmettete loro l’educazione cristiana, l’educazione civile, il rispetto, la riconoscenza, il fondamento per vivere bene insieme. Che il Signore vi guardi, san Giuseppe vi ottenga dal Signore tante belle grazie. Come la Madonna è la madre delle grazie, san Giuseppe è il padre dei favori di Dio. Don Guanella, padre degli orfani e dei poveri, quanta devozione aveva per san Giuseppe e quante grazie gli versò nelle mani il nostro caro Santo! Siate anche voi devoti di san Giuseppe e invocatelo ogni giorno per la vostra famiglia, per i vostri figli, ricorrete a lui in ogni necessità. Mestre, festa del papà 1997

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VOCE FAMIGLIA Gianni Moralli * «Il sacramento del matrimonio è un grande atto di fede e di amore: testimonia il coraggio di credere alla bellezza dell’atto creatore di Dio e di vivere quell’amore che spinge ad andare sempre oltre, oltre se stessi e anche oltre la stessa famiglia. La vocazione cristiana ad amare senza riserve e senza misura è quanto, con la grazia di Cristo, sta alla base anche del libero consenso che costituisce il matrimonio» (Papa Francesco, 6.5.2015).

I

l suono festoso, gioioso, coinvolgente delle campane fa conoscere a tutta la Comunità che in quel momento due giovani vite davanti all’altare hanno pronunciato quel «sì» che, dopo aver partecipato ad un periodo di preparazione e formazione, li accompagnerà nel corso della loro vita, circondati dalla solidarietà di tutti. Ma oggi è ancora così? Nel corso dell’ultimo anno una grossa parrocchia ha aperto le sue maestose porte per questo «sacramento» una sola volta, mentre gli altri «sì» sono avvenuti in un altro contesto, cioè in municipio. E questo orientamento continua in quanto dall’inizio dell’anno in corso sono già una dozzina le coppie che intendono disertare la Chiesa, optando per la cerimonia civile. Qualche sera fa ad una manifestazione sportiva ha partecipato quel grande «comunicatore» che è don Antonio Mazzi

* L’articolo è datato 2013. Ce ne scusiamo con l’autore e con i lettori, ma è ancora tanto attuale e valido.

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IL «SÌ» DAVANTI ALL’ALTARE: UN IMPEGNO DI VITA! Il coraggio di andare controcorrente per sollecitare una raccolta di fondi per un suo progetto: dare un ambiente sano, sicuro, aperto, formativo ai giovani ed aiutarli gradualmente ad inserirsi poi nella scelta di vita più indicata per ognuno. Non è altro che riscoprire e riconsiderare gli «oratori», che già esistono dall’epoca di san Filippo Neri, con del personale qualificato per questa preparazione e che, per la carenza di sacerdoti, diventa occasione per i laici di collaborare «assieme» a questa missione pastorale e valorizzare i germi insiti in ogni giovane, per poi buttarsi nell’agone della vita con maggiore sicurezza.

Ed allora i nostri oratori ritornino a pullulare di giovani, di educatori, di laici impegnati in questo servizio... che è per la Chiesa, per la famiglia, per la società, ma nel contempo pretendere anche dalla «politica» quel serio aiuto di inserirsi nella professione e nel lavoro; sicuri quindi che a tempo opportuno le porte della Chiesa si spalancheranno di nuovo per pronunciare quel «sì», oggi così precario in quanto non garantisce la formazione del nuovo focolare. I parroci lascino aperti gli «oratori» e delegare nella conduzione ad esempio i membri del Consiglio Parrocchiale, dell’Azione Cattolica, di quelle associazioni esistenti in parrocchia, consapevoli che loro


non possono arrivare dappertutto da soli. Il consegnare le chiavi vuol dire che si forma una sola famiglia: la Chiesa di tutti. Invece da noi manca ancora quell’impegno, quella fiducia, quella volontà, quel servizio, cioè sporcarsi le mani... perché dalla finestra ci laviamo le mani come Pilato e non vogliamo portare la croce... che è fatica, sacrificio, peso, responsabilità. Nei giovani non è tanto il problema del «convivere» – che dimostra sempre debolezza e carenza formativa – quanto la mancanza della presa di coscienza di un «sì» che comporta sicurezza, collaborazione, forza, rispetto, apertura; cioè quella preparazione che viene offerta ancora in oratorio e tradotta successivamente in una famiglia cristiana. Ora poi l’insegnamento di Papa Francesco, rivolto ai giovani domenica 28 aprile 2013, è veramente coinvolgente: «Abbiate il coraggio di andare controcorrente. La novità di Dio non assomiglia alle novità mondane provvisorie; ma è definitiva e non solo nel futuro, quando saremo con Lui, ma anche oggi. Apriamo la porta allo Spirito, facciamoci guidare da Lui, che

la sua azione ci rende uomini e donne nuove. Che bello se ognuno di noi, alla sera, potesse dire: “ho compiuto un gesto d’amore. Che bello!”... Il nostro è un cammino che incontra tanti ostacoli, fuori e dentro di noi; ma fanno parte della strada per giungere alla gloria di Dio e le incontreremo sempre nella vita, ma non scoraggiarsi perché sono sorrette dallo Spirito... Rimanete saldi nel cammino della fede! Lui ci dà il coraggio di andare controcorrente. Sentite bene, giovani: andare controcorrente fa bene al cuore, ma ci vuole il coraggio e Lui ci dà questo coraggio... Abbiate fiducia nell’azione di Dio. Con Lui possiamo fare grandi cose. Scommettete sui grandi ideali. Noi non siamo scelti dal Signore per cosine piccole, andate sempre in là, verso cose grandi. Giocate la vita per grandi ideali!».

I nostri oratori ritornino a pullulare di giovani, di educatori, di laici e religiosi impegnati in questo servizio.

E noi aggiungiamo che la preparazione «oratoriale» è la premessa per pronunciare il «sì» davanti all’altare del Signore. Giovanni e Paola per la cerimonia civile in Municipio passano davanti alla Chiesa parrocchiale dove proprio in quel momento don Ettore sta celebrando la Messa. Un debole suono della campanella è per dire che quei giovani li ha davanti e li pone sotto la protezione della Madonna Addolorata. È il suo regalo per quelle loro nozze ed ha incaricato don Samuele, missionario in terra d’Africa, di chiamare con il loro nome quei piccoli fratellini appena nati, ma vicini più che mai, perché battezzati in quello stesso giorno. E don Ettore verso le ore 14 ritorna in chiesa e vi rimane per alcune ore, recitando il Breviario, il Rosario, la Coroncina del Sacro Cuore ed uscendo poi dà una particolare benedizione ai suoi giovani parrocchiani già lontani...; ma che lui non dimentica perché «dentro» sa che un giorno ritorneranno. n

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VOCE FAMIGLIA A cura della Redazione

LA VITA UMANA VA RISPETTATA E PROTETTA

P. Leclercq con una Missionaria della Carità.

Abbandonato in un cassonetto, oggi è seminarista grazie a santa Teresa di Calcutta mmanuel Leclercq, nato il 9 settembre 1982 in una bidonville di Bombay, ad Amravaki, e dieci giorni più tardi abbandonato dalla madre in una pattumiera davanti ad un orfanotrofio della Congregazione delle Missionarie della Carità, oggi è un seminarista francese, dottore in filosofia morale, autore di

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diversi libri tra cui Méditer avec Mère Teresa. Egli è profondamente legato a santa Teresa di Calcutta, perché lei fu a salvargli la vita. Infatti, proprio quel giorno Madre Teresa si recava in visita in quel luogo; la Santa notò questo bambino, lo raccolse e lo portò all’interno della struttura: «Devo tutto a Madre Teresa, devo a lei la mia nascita, devo a lei, interamente, tutta la mia vita», ha detto alla radio francese RTL.

«Se non fosse per lei, non sarei qui in Piazza San Pietro a ringraziare il Signore e a pregare nel giorno della sua canonizzazione». Emmanuel, adottato da una famiglia francese dove ha trovato quattro fratelli – un indiano, un haitiano e due francesi – ha anche lavorato con i Missionari della Carità, ha conosciuto un’anziana suora che era con Madre Teresa quando è stato raccolto e grazie a lei è venuto a conoscenza della sua storia.


«La vita è la vita, difendila» Santa Teresa di Calcutta diceva: «Se una madre può uccidere il suo stesso figlio nel suo grembo, distruggere la carne della sua carne, vita della sua vita e frutto del suo amore, perché ci sorprendiamo della violenza e del terrorismo che si sparge intorno a noi?». E aggiungeva severe parole profetiche: «L’aborto è il più grande nemico della pace, perché se una madre può uccidere il figlio, ciò significa che gli esseri umani hanno perso totalmente il rispetto per la vita e più facilmente possono uccidersi a vicenda». Nel Messaggio per la Giornata della vita 2017, il Consiglio Permanente della Cei, tra le al-

S. Gianna Beretta Molla con due suoi bambini. Ha dato la vita per difendere la vita della sua quarta bambina, Gianna Elisabetta.

tre cose, così si pronuncia: «Educare alla vita significa entrare in una rivoluzione civile che guarisce dalla cultura dello scarto, dalla logica della denatalità, dal crollo demografico, favorendo la difesa di ogni persona umana dallo sbocciare della vita fino al suo termine naturale. È ciò che ripete ancora oggi santa Teresa di Calcutta con il famoso discorso pronunciato in occasione del premio Nobel 1979: “Facciamo che ogni singolo bambino sia desiderato”; è ciò che continua a cantare con l’inno alla vita: “La vita è bellezza, ammirala. La vita è un’opportunità, coglila. La vita è beatitudine, assaporala. La vita è un sogno, fanne una realtà. ... La vita è la vita, difendila”». n

LA FACOLTÀ DI ASSOLVERE DAL PECCATO DELL’ABORTO Nella Lettera apostolica Misericordia et misera Papa Francesco concede ma ribadisce (n. 12): «... Perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocen-

te. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre».

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VOCE FAMIGLIA Intervista di Eugenio Dal Pane a padre Maurizio Botta e don Andrea Lonardo

CHIAVI DI LETTURA DEL NUOVO CATECHISMO Le domande grandi dei bambini

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e domande grandi dei bambini è il titolo del catechismo per la prima Comunione scritto a quattro mani da padre Maurizio Botta, prefetto dell’Oratorio di San Filippo Neri e viceparroco nella parrocchia di Santa Maria in Vallicella a Roma, e da don Andrea Lonardo, direttore dell’ufficio catechistico della Diocesi di Roma. Li abbiamo incontrati per capi-

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re innanzitutto da quale esperienza e da quali convinzioni nasce questo libro. Padre Maurizio: Facendo catechismo ai bambini da molti anni non cessa di sorprendermi la grandezza delle loro domande. Noi adulti siamo molto abili a saltarle, a farle tacere, anche perché spesso ci spiazzano. Noi adulti dobbiamo raccogliere la sfida posta dalle loro domande

che vanno al cuore delle grandi questioni della vita. Le domande del libro sono tutte vere, ricopiate una per una dai fogli su cui i bambini le avevano scritte. Abbiamo volutamente mantenuto anche le imprecisioni grammaticali. Ogni genitore e ogni persona con vera esperienza dei bambini riconoscerà che i bambini fanno realmente domande di questa grandezza. Don Andrea: Sono stato parroco 10 anni e l’estate proponevamo sempre ai bambini un campo con i catechisti. Ricordo una passeggiata in montagna nella quale il figlio di 4 anni di una catechista mi domandò: «Senti, don Andrea, ma se Dio è amore, perché ha mandato a morire suo Figlio e non è venuto lui?». Ecco la grandezza delle domande dei bambini. Ho imparato con loro che opporre contenuti – considerati una palla al piede – ed


esperienze è profondamente falso. Contenuti ed esperienze vanno, invece, esaltati insieme. La catechesi deve certamente uscire dall’ambito ristretto delle riunioni. Basti pensare che, se il cammino si limitasse alle sole riunioni di un’ora a settimana, in un anno i catechisti starebbero insieme ai bambini solamente per una trentina di ore, mentre a scuola in una sola settimana vivono insieme alle loro maestre per 40 ore. Ma poi le riunioni debbono essere belle e ricche di contenuti. Molti bambini e molti genitori perdono la fede perché non sentono la proposta della fede all’altezza delle loro riflessioni. Oggi la catechesi affronta raramente i problemi che un bambino affronta a scuola. Con questo nuovo catechismo abbiamo cercato di non dimenticare mai che la fede ha

La catechesi dei bambini è oggi il momento più popolare di primo annuncio agli adulti nella Chiesa in Italia. La comunione si fonda sulla parola di Gesù. Chi è Gesù? Questo è il cuore della fede.

qualcosa da dire alla vita di un bambino che studia: si parla per questo anche dell’uomo primitivo, della scelta che Dio fa del popolo di Israele, del perché Dio doni a noi Gesù. n Spesso il catechismo è inteso come «dottrina» oppure come attività da far fare ai bambini. Voi partite dalle loro domande... Padre Maurizio: Noi siamo adulti e abbiamo, nei confronti dei bambini, un compito di accoglienza e di trasmissione della fede. Il testo deve essere adeguato ai bambini e per farlo non abbiamo voluto mortificare le domande che ci hanno rivolto. Siamo partiti dal bambino vero, non da quello banalizzato, ridotto. Se parti da loro,

Nel catechismo per la prima Comunione partiamo dalle domande grandi dei bambini.

devi confrontarti con le loro domande, con gli interessi che hanno e con le cose che studiano a scuola. Quello che proponiamo nel libro è un itinerario provato e riprovato sul campo in tanti anni di catechismo. Don Andrea: Non dobbiamo dimenticare che le domande dei bambini spesso sono quelle che l’adulto tiene nascoste nel cuore. Come parroco e come direttore dell’Ufficio catechistico ho sperimentato che la catechesi dei bambini è oggi il momento più popolare di primo annunzio agli adulti della Chiesa in Italia. Mi piace dire che è adulto proprio chi ha un figlio, proprio chi ritiene le nuove generazioni più importanti della propria vita. Ebbene l’adulto, dinanzi alla catechesi del figlio, si domanda cosa desidera trasmettere loro. Scopre che non basta la scienza, che pure è necessaria e grande, ma desidera

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Il Sèder della Pasqua ebraica. Tutta la famiglia riunita, per celebrare la Pasqua. I bambini interrogano gli adulti: «Perché...?».

capire se vale la pena che suo figlio si sposi, se vale la pena che suo figlio diventi un giorno padre, se vale la pena che suo figlio sia cristiano o è meglio che diventi ateo o di un’altra religione. Nelle parti dedicate ai genitori proviamo con questo catechismo a dialogare con i genitori che, insieme ai loro figli che si preparano a celebrare i sacramenti, vivono un momento prezioso di riscoperta della fede. La mia esperienza di parroco è che il cammino dei figli è il momento che più aiuta gli adulti oggi a riavvicinarsi alla Chiesa, come loro stessi amano dire. n Papa Francesco insiste sulla necessità di tornare agli elementi essenziali della fede. Come si traduce questo richiamo nel catechismo ai bambini? Padre Maurizio: La novità di questo catechismo è che parte dalla curiosità dei bambini – emblematica la foto di copertina – e dal loro desiderio di capire. Non ci interessa parla-

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re di tante cose, ma offrire loro poche grandi cose, le coordinate essenziali che consentono loro di orientarsi e a cui agganciare tutto il resto. Per questo anche visivamente offriamo uno schema che via via si arricchisce e usiamo molto la ripetizione. Ai bambini piace ripetere e risentire le stesse cose, l’abbiamo scoperto osservando come essi amino riascoltare senza stancarsi le stesse canzoni o guardare gli stessi cartoni animati. Questo regala a loro la gioia entusiasmante di ritrovarsi in un ambiente conosciuto e rassicurante, senza sorprese. È la cultura contemporanea che sposta continuamente l’attenzione su tanti tratti secondari che attraggono per un momento ma non lasciano alcuna traccia, come bolle di sapone. Don Andrea: Spesso i catechisti non hanno chiaro ciò che nel cristianesimo è essenziale; la conseguenza è che la fede viene poi presentata come qualcosa di complicato o di confuso. Il nostro catechismo

vuole aiutare i catechisti a concentrarsi su ciò che è essenziale, su ciò che è più bello e grande della fede cristiana. I catechisti oggi, in un tempo in cui la fede deve essere proposta e non può essere presupposta, non debbono perdersi in questioni secondarie, bensì annunciare con passione perché vale la pena essere cristiani e che cosa c’è di nuovo nel cristianesimo. Non dobbiamo dimenticare poi che la difficoltà dei catechisti è la stessa della scuola e della società. Tutto si incentra a torto sui metodi – i supporti informatici, le competenze, le verifiche – ma nessuno si preoccupa più di riscoprire cosa c’è di appassionante in una questione. Non si può insegnare ad amare la poesia parlando dello strutturalismo, ma solo leggendo insieme la poesia più bella che esiste e che ci fa commuovere. n Questo è un catechismo per la prima Comunione. Cosa significa preparare un bambino alla prima Comunione? Padre Maurizio: La Comunione si fonda sulla parola di Gesù. Chi è Gesù, quindi? Questo è il cuore della fede. Ai bambini, come a noi, interessa sapere se la pretesa di Gesù è ragionevole e se risponde al nostro bisogno di vita. Se no perché ci dovrebbe interessare? Non si può parlare di prima Comunione se non si parte dal senso religioso dell’uomo che cerca Dio e di Dio che risponde a questo grido. Dio viene incontro all’uomo chiamando per prima cosa un uomo per nome, Abramo. Dio per farsi conoscere sceglie il piccolo popolo di Israele scaturito da Abramo. E poi l’inaudito. Dio entra nel mondo, diventando un uomo di


stro catechismo è fatto in maniera tale che i genitori, leggendo le parti loro rivolte, sentano il desiderio di leggere anche ciò che è scritto per i bambini e viceversa. Inoltre, in un’appendice, forniamo indicazioni su video e testi da consigliare ai genitori per iniziare un cammino con loro. Sono molti anni che con padre Maurizio lavoriamo per mettere a disposizione tali materiali per chi ne ha bisogno. n Qual è la funzione di immagini e illustrazioni?

«Molti bambini e molti genitori perdono la fede perché non sentono la proposta della fede all’altezza delle loro riflessioni e della loro vita interiore».

questo popolo. Dio arriva a donare se stesso fino al punto di farsi cibo.

Padre Maurizio: Abbiamo curato molto le illustrazioni e le immagini che formano un tutt’uno col testo così che il bambino anche visivamente possa rendersi conto che partecipa di una storia bella e grande, all’altezza delle domande che ha dentro. La nostra esperienza ci insegna che i bambini capiscono le cose più importanti, ma ci vuole un adulto che ne sia lui per primo entusiasta, che abbia il fuoco dentro, come ha detto all’Ange-

lus (14 agosto) il Papa. Parlando del Natale, ad esempio, perché usare immagini che «disneyzzano» la fede e non opere d’arte meravigliose che l’esperienza ci dimostra essere capaci di affascinare profondamente i bambini? Don Andrea: Andrea Pucci è il bravissimo disegnatore che ci ha aiutato. Ma prima di rivolgerci a lui, abbiamo cercato di domandarci quali erano le immagini necessarie. I nostri lettori troveranno, ad esempio, nel testo un’immagine che aiuta a comprendere perché l’uomo ha bisogno che Dio si riveli come un amico parla con un amico. Troveranno un’immagine che aiuti a comprendere qual è la differenza fra l’australopiteco e l’uomo primitivo. Abbiamo voluto poi che Andrea Pucci raffigurasse la Trinità, perché non poteva mancare una tale immagine in un catechismo di base. Gli abbiamo chiesto di realizzare immagini non descrittive, ma evocative, per far lavorare i bambini con la loro immaginazione. n

Don Andrea: Papa Francesco sta mostrando a tutti che proprio i sacramenti permettono alla Chiesa di essere popolare. La Chiesa non deve restringersi a piccoli gruppi di intellettuali. Nel Battesimo, nell’Eucarestia, nella Confessione, Gesù viene incontro a tutti. Per questo dicevo che la catechesi dell’Iniziazione cristiana è l’esperienza di primo annuncio più popolare che ci sia in Italia. Attraverso di essa molti genitori si accorgono che la fede è un bene. Per questo non ci si deve limitare a parlare ai bambini, ma bisogna affrontare con i genitori le grandi questioni della vita e dell’educazione nella quale spesso essi sono lasciati soli. Il no-

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PROPOSTE GIOVANI • La pagina dei ragazzi

XV MEETING M2G P. Andrea Panont

I BAMBINI E LA CONFESSIONE

«Chiamati in tutti i sensi!»

carmelitano scalzo

Q

uando il bambino arriva per confessarsi, lo guardo bene in faccia, interessato a lui, gli dico un «ciao» cordiale, che lui gustosamente ricambia. Poi, per entrare decisamente nella vera bellezza del sacramento della confessione, con vivo interesse gli domando, chiamandolo per nome: «Dario, sai quanto ti ama Gesù?». A questa domanda accadono cose meravigliose dentro il bambino, che per prima cosa si fa serio, poi riflessivo, poi sorridendo compiaciuto e guardandoti bene in faccia, quasi a chiederti di condividere la sua gioiosa scoperta, risponde: «Tanto, tanto...». Non contento di questa risposta, mostrandogli tutta la mia fede nell’amore di Dio, insisto: «Di più, di più...». Allora senti che il bambino penitente, vibrando di una gioia più grande, ti dice con le parole più impensate, che Gesù lo ama «in-

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finitamente, immensamente, all’infinito»; oppure, allargando del tutto le sue braccia, esclama gioioso: «Mi ama tanto così...». A questo punto lo ritengo sufficientemente pronto a confessarsi e gli domando: «Allora, a Gesù, che ti ama così tanto, di che cosa gli chiedi perdono?». Il bambino, Dario, subito alla luce dell’amore di Gesù, può vedere con serena obbiettività le sue mancanze, i suoi peccatucci che confessa con gioiosa riconoscenza per la certezza del perdono ottenuto. Mi sembra che dal suo modo di confessarsi scopra e sappia che è più contento Gesù a perdonarlo che lui stesso ad essere perdonato. Tempo fa, la mia felice sorpresa si è completata quando il bambino «penitente», andandosene, mi garantì gioiosamente che lo avrebbe detto anche alla mamma e al papà. Ciao da p. Andrea. n

Cari giovani, religiose e religiosi guanelliani, con grande gioia vi invitiamo ufficialmente al XV Meeting del Movimento Giovanile Guanelliano che si terrà a Messina dal 22 aprile al 25 aprile! «Dio è fedele nell’amarci più di quanto amiamo noi stessi, fa sempre il tifo per noi. Crede sempre che possiamo rialzarci e non si rassegna a vederci spenti e senza gioia... Ci farà bene ogni mattina dire nella preghiera: “Signore, ti ringrazio perché mi ami, sono sicuro che tu mi ami, fammi innamorare della mia vita...”» (Papa Francesco, alla GMG di Cracovia). Adesso è il momento di amare ed essere amati in TUTTI I SENSI! Sarà proprio questo il messaggio che approfondiremo nel XV meeting che avrà come titolo «Chiamati in tutti i sensi!». Avremo modo di conoscere le diverse «chiamate» attraverso la testimonianza di chi ha detto sì al Signore e al prossimo con gioia e costanza, attraverso vari laboratori e confronti. Vi aspettiamo tutti a Messina, dal pomeriggio di sabato 22 aprile, per stare insieme fino alla mattina del 25 aprile. L’esperienza è rivolta ai giovani che hanno già compiuto i 16 anni. La quota di partecipazione è di 60 euro. Sarebbe bello poter avere le vostre adesioni entro e non oltre il 5 marzo, per darci il tempo di accogliervi al meglio. Potete scaricare il modulo sul nostro sito www.guanellianiduepunto zero.org alla sezione dedicata al Meeting 2017. Le vostre adesioni potete inviarle all’indirizzo email meeting-messina@email.it. Vi aspettiamo numerosi.

Il gruppo M2G di Messina


PROFESSIONI PERPETUE FSMP Como, 7 gennaio 2017

Suor Teresa Gatti

utto è dono, ma oggi è stato un dono eccellente: sette giovani sorelle, dopo un percorso di preparazione, hanno pronunciato il loro SÌ «perpetuo» al Signore. È stata una cerimonia solenne, ma semplice e preparata con cura, una giornata di GRAZIA per chi l’ha vissuta in prima persona e per chi vi ha partecipato. I segni che hanno caratterizzato la Liturgia sono stati parecchi e tutti significativi:

T

tempo interrogano nel profondo. A questo si aggiunge l’atmosfera che è propria del SANTUARIO del SACRO CUORE, che per noi esprime un forte senso di appartenenza. Qui ci sono le radici e qui ci sono LORO, i nostri Santi. Grazie alle Sorelle che qui hanno scelto di confermare perennemente il loro SÌ. Con tutta la carica e la freschezza giovanile, esse hanno risposta alla chiamata con l’ECCOMI, espressione ripresa da Sua Ecc. Mons. Oscar Cantoni

nella e imitando la beata Chiara Bosatta. Il Vescovo ha continuato la sua riflessione invitandole a vivere la loro Consacrazione, esprimendo pienamente la propria femminilità come Madri, come Sorelle e come Vergini. Accompagniamo queste sorelle con la preghiera e auguriamo che possano vivere sempre con questi ideali, conservando il fervore e l’entusiasmo di oggi. Nella persona del Superiore provinciale don Marco Grega saluto

• Il cero acceso che li accompagnerà durante tutta la celebrazione. • L’essere chiamate ognuna con il proprio nome. • Esprimere solennemente la formula dei voti davanti al Vescovo e all’assemblea. • Il prostrarsi a terra e invocare la protezione dei Santi. • L’offerta del frumento per simboleggiare il chicco di frumento della frase evangelica. • L’abbraccio della Madre (è come abbracciare tutta la Congregazione). • La consegna dell’icona della Madonna della Provvidenza. Certo, per chi partecipa sono segni che fanno gustare un senso di «stupore», ma nello stesso

nell’omelia, nella quale le ha esortate a viverlo quotidianamente, tramite le opere di Misericordia accanto alle persone più bisognose, per incarnare il Carisma del nostro Fondatore san Luigi Gua-

e ringrazio ogni confratello che con la presenza ha reso più solenne la cerimonia. Un grazie particolare a don Nando e al suo coro, così ben preparato. n

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Ti interessa il Cammino di SANTIAGO? Una volta l’anno i padri e le suore guanelliane organizzano per tutti i Giovani d’Italia il tratto Sarria-Santiago per far conoscere la bellezza e il valore del Cammino di Santiago. È una specie di «assaggio guidato» del Cammino; chi lo ha fatto poi ci torna da solo ma con le chiavi giuste per viverlo come un’esperienza spirituale profonda. Rispetto ad altre modalità questa ha due caratteristiche: si fa meditando il Vangelo, secondo l’antica tradizione dei Pellegrini medievali; si alternano momenti di solitudine e momenti di gruppo con altri giovani... Arrivederci questa estate a Sarria-Santiago!

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PROPOSTE GIOVANI

CUORE DI TENEBRE, CUORE DI LUCE La «seconda nascita» di Giovanni Papini Paolo Risso

Una passione particolare per la scrittura, e già giovanissimo cominciò ad esprimere le tenebre che annegavano la sua anima. Poi la conversione, tutta d’un tratto, ma forte e definitiva. E subito il desiderio di scrivere ancora, ma per Lui, Cristo, fuori del quale non v’è Salvezza. Giovanni Papini nella sua giovinezza.

uo padre si era messo due volte la camicia rossa con Garibaldi. Riteneva il Battesimo cattolico un rito detestabile. Ma, quando il 9 gennaio 1881 a Firenze venne al mondo suo figlio, Giovanni Papini, la madre, la buona Erminia, lo fece battezzare di nascosto, nel «bel San Giovanni», dove nel 1265 era stato battezzato Dante.

S

Due incontri Appena Giovanni iniziò a frequentare la scuola, il padre volle che uscisse dall’aula allorché entrava il prete a insegnare religione. Una volta, il bambino andò a origliare alla porta: il prete spie-

gava il Quarto Comandamento di Dio: «Onora il padre e la madre». Tornato a casa, domandò a suo padre: «Perché non vuoi che io ascolti uno che mi insegna ad onorarti?». Crebbe affamato di libri e di riviste, con addosso una voglia di scrivere che lo divorava. Un giorno la mamma lo portò a passeggiare sul Lungarno. Passarono due uomini d’alta statura. Uno di loro, vedendo il piccolo dai riccioli dorati, si fermò a guardarlo. Portava lenti grosse e baffi enormi, aveva la faccia larga e carnosa. Lo guardò grave e triste. Allungò la destra, accarezzò il bambino. E si allontanò. Quell’uomo era Friedrich Nietzsche, colui che riteneva il Cristianesimo «l’infamia dell’umanità»

ed era considerato l’anti-cristo. Un’altra volta, autunno 1888, mentre Giovanni si era fermato presso una vetrina, sentì voci straniere: un signore, accompagnato da due ragazze, interrogavano un passante... Il piccolo Papini si avvicinò e una ragazza gli domandò di insegnare loro a recarsi a «Santa Maddalena de’ Pazzi», una chiesa di Firenze. «Vi accompagno io fin là», rispose. I tre gli tennero dietro. La ragazza era sui 14-15 anni, aveva il volto pieno, rotondo, illuminato da occhi dolci, ardenti, profondi che lo impressionarono talmente da fargli abbassare i suoi. Giunsero in pochi passi alla chiesa. La giovane in segno di ringraziamento gli rivolse un così bel sorriso che turbò il suo cuore di fanciullo timido. Era Teresa Martin, la ragazza che pochi mesi dopo sarebbe diventata nel Carmelo di Lisieux in Francia suor Teresa di Gesù Bambino. E così, Giovanni Papini, infante, era stato sfiorato dalla bestemmia e dalla santità eroica.

Un uomo finito Si affacciò al panorama della cultura come un ragazzaccio. A 9 anni componeva i primi versi. A 15 pubblicava i primi scritti. Gli studi li condusse a Firenze, in corsi rabberciati, conseguendo il diploma da maestro elementare. Ma sognava la gloria. A 20 anni, privo del padre, per vivere, era insegnante e bibliotecario. Attorno a lui, imperava il positivismo: La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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vale ciò che si vede, si sente e si tocca, il resto o non c’è o è inconoscibile, quindi insignificante. Papini però capiva che «il positivismo non basta all’uomo». Il 21 febbraio 1904, parlando a Siena, urlò: «Questi pretenziosi dogmatici, sotto il nome di positivismo, vorrebbero ridurre l’uomo al suo ventre!». Aveva già fondato con Prezzolini la rivista Leonardo, organo e bandiera di giovani insoddisfatti. Inquieto, tormentato, alla ricerca della luce, dietro le lenti dei suoi occhi miopi, con il suo cuore di tenebra. Vennero i suoi libri: brillanti, mordaci, infinitamente tristi. Giovane senza fede, gli bruciava il vuoto, la negazione dello spirito. Spasimava: «Io vorrei dunque cambiare... sono definitivamente annoiato, disgustato, ributtato, nauseato da capo a piedi di questo me stesso». Prese a scrivere su La Voce del 1908, ma non ne fu appagato. Seguirono altri libri, qualcuno denso di bestemmie. Trent’anni aveva Papini, ed era famoso e famigerato. Nel 1912, pubblicò Un uomo finito: fu il suo primo grande succes-

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La città di Firenze dove nacque Giovanni Papini.

so, si dichiarava un uomo finito, perché non era riuscito a essere un uomo infinito. Invocava: «Una sola, una piccola fede, un atomo di verità... un po’ di certezza... Non posso più farne a meno. Voglio una fede indistruttibile». Quindi il grande anelito della sua esistenza, da quando, bambino, l’avevano sfiorato Nietzsche e Teresina di Lisieux: «Essere Dio! Tutti gli uomini dèi! Ecco il sogno grande, impossibile, il fine superbo cercato!». Ma alla fine, la delusione totale. «Sono arrivato a riconoscere la mia impotenza, a buttare da parte i piani divini e i giuramenti eroici, per raccontare la disfatta dell’anima mia». Nel 1913, con Ardengo Soffici, fondava la rivista Lacerba: la disperazione dell’uomo che non voleva finire, giungeva al parossismo: «O ammazzarsi o combattere!». Ammazzarsi per lui che amava tanto la vita, era impossibile. Non restava che combattere. Nell’avvicinarsi della guerra,

fu decisamente interventista, per pura disperazione. L’Europa, dal 1914, affogava in un bagno di sangue.

Incontro a Cristo Negli anni della Guerra 19151918, Papini a Roma collaborava a Il tempo, ma rimpiangendo Firenze e la libertà della sua campagna, d’accordo con moglie e figlie, si trasferì a Bulicano. Di lì scriveva a don Cesare Angelini, maestro di Lettere e di vita, in quei giorni al fronte come cappellano militare: «Mi sono avvicinato a Gesù con nuovo spirito e credo di averlo sentito come pochi... Ho scoperto che Gesù è sempre solo, come solo è stato fin da principio e che pure non c’è salvezza al di fuori di lui». In alcuni articoli del 1919 affermava: «Ai valori moderni, ai valori omicidi, che hanno insanguinato fino le mani e ci hanno avvelenato il cuore, dobbiamo sostituire i valori eterni, i contrari precisi dei valori dominanti. Vi è una guida con cui potremmo tro-


Firenze, il bel San Giovanni dove la mamma, «la buona Erminia», lo fece battezzare di nascosto del papà.

vare anche oggi i principi di questa “seconda nascita”, a cui dovremo per forza tornare se non vogliamo morire nelle torture delle ultime disperazioni. È un piccolo volume, scritto 19 secoli fa. Tutti lo conoscono, molti lo leggono, pochi lo seguono. È il Vangelo di Gesù Cristo». Prezzolini lo metteva in guardia dal perdere la faccia convertendosi a Cristo e alla sua Chiesa. Domenico Giuliotti invece gli scriveva: «La tua penna, per 20 anni, ha scritto sotto dettatura del diavolo... Scrivi per rinnegare tutto ciò che hai scritto, per essere folle, tra i savi del mondo, della follia di Cristo. Mettiti controcorrente». Racconta Papini: «Durante la guerra... venni risospinto alla lettura del Vangelo che avevo letto più volte, ma con spirito ostile di diffidente. E meditando sul Vangelo, specialmente sul discorso della montagna, venni a pensare

che l’unica salvezza per gli uomini non poteva essere che un mutamento radicale dell’anima: il passaggio dalla ferinità alla santità, dall’odio per il nemico – e persino per l’amico – all’amore per il nemico.

Il Cristianesimo mi apparve dunque in un primo tempo come un rimedio ai mali dell’umanità, ma proseguendo nelle mie solitarie e ansiose meditazioni venni a persuadermi che il Cristo, maestro di morale così opposta alla istintività degli uomini, non poteva essere solo un uomo, ma Dio. E a questo punto, intervenne, io credo, l’opera segreta ma infallibile della grazia. E tanto era forte in me l’amore per Gesù, il divino Maestro dell’amore, che io decisi di far qualcosa perché il suo messaggio giungesse anche a quelli che non lo conoscono. E incominciai a scrivere, solo, in campagna, spinto dal sincero bisogno di giovare a qualche mio fratello, la Storia di Cristo. E finita che fu, mi si presentò davanti l’esigenza di appartenere alla Società perfetta, da Lui fondata: la Chiesa Cattolica». Il bestemmiatore ora si faceva ardente apostolo di Cristo.

Una vita per Lui Nel 1921 uscì dunque questa sua Storia di Cristo. Papini, deluso di tutti e di tutto – perché tutto de-

Firenze, la chiesa di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, dove Papini accompagnò la giovane Teresa di Lisieux col suo papà e la sorella Celina. La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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lude quaggiù – era stato folgorato dal Redentore e aveva sentito l’impellente necessità di annunciarlo ai fratelli. Il Libro, opera di un noto rompicollo, si presentò più inatteso che mai. Suscitò ironie e derisioni, da parte dei negatori, come Benedetto Croce, ed entusiasmi forti. Molti ammirarono il suo coraggio di essere

Papini capiva che il positivismo non basta all’uomo, l’uomo era fatto per l’Infinito.

andato, ancora una volta, controcorrente. Altri, come lui, si convertirono a Gesù, a causa di quel suo Libro. Molti poterono far propria la Preghiera a Cristo con cui Papini concludeva la sua Opera: «Abbiamo bisogno di Te, o Cristo, di Te solo e di nessun altro. Tu solamente che ci ami, puoi sentire per noi tutti che soffriamo la pietà che ciascuno di noi sente per se stesso. Tu solo puoi sentire quanto è grande, immisurabilmente grande il bisogno che c’è di Te in questo mondo, in questa ora del mondo. Nessun altro, nessuno dei tanti che vivono, nessuno di quelli che dormono nella mota della gloria, può dare a noi bisognosi, riversi nell’atroce penuria, nella miseria più tremenda di tutte, quella dell’anima, il Bene sommo che salva. Noi ti preghiamo, Gesù, che Tu ritorni ancora una volta, fra gli uomini che ti uccisero, fra gli uomini che continuano a ucciderti, per

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ridare a tutti noi assassini, nel buio, la luce della vita vera». Da quei giorni della sua conversione, alla sua morte, per 35 anni, Papini continuò a studiare, parlare e scrivere con un unico intento: irradiare Cristo ai fratelli. Trovava luce e coraggio dalla frequenza alla Messa e alla Comunione eucaristica, ciban-

Giovanni Papini nella sua tarda età e la sua Firma autografa.

dosi di Gesù Pane di Vita eterna. Il sublime Mistero dell’altare, così l’aveva presentato, ponendo queste parole sulle labbra di Gesù, nell’Ultima Cena: «Fate questo in memoria di me. La frazione del Pane alla tavola comune sarà il segno della nuova fratellanza in Me. Ogni volta che spezzerete il Pane, non solo Io, Gesù, sarò presente tra voi, ma per mezzo di questo Pane, vi unirete intimamente a Me. Il mio corpo che offrirò nella morte per tutti gli uomini, sazierà la fame di quelli che credono in Me. Non vi lascio dunque solo una memoria: Io sarò presente e si avvererà in questo modo la mia promessa di essere con voi, sino alla consumazione dei secoli». Negli ultimi anni perse l’uso delle gambe ed era diventato quasi cieco. Eppure era nella luce e nella gioia e lodava Dio per il dono più grande che aveva ricevuto: l’incontro con Gesù Cristo. Per essere più conforme a Lui si

era fatto Terziario francescano con il nome di fra Bonaventura, alla Verna, dove san Francesco d’Assisi, nel 1224, aveva ricevuto le stigmate, i segni della Passione di Gesù. Si spense dolcemente domenica 8 luglio 1956, poco dopo le otto, l’inizio dell’«Ora terza». Aveva scritto poc’anzi: «Quando ai miei

L’attrice Ilaria Occhini, nipote per parte di madre di Giovanni Papini, che le dedica, quando è ancora bambina, alcune pagine di letteratura di grande suggestione emotiva.

occhi di prossimo sepolto, il sole per l’ultima volta varcherà le mura occidentali, Dio sarà sempre con me, il Sole di tutti i soli». «Noi, gli ultimi – aveva concluso la sua Vita di Cristo – ti aspettiamo, o Gesù. Ti aspetteremo ogni giorno, a dispetto della nostra indegnità e di ogni impossibile. E tutto l’amore che potremo torchiare dai nostri cuori devastati sarà per Te, o Crocifisso, che fosti tormentato per amor nostro e ora ci tormenti con tutta la potenza del tuo implacabile amore». n

Il Cuore di Gesù accoglie amorosamente i peccatori pentiti. Sant’Annibale


PROPOSTE GIOVANI

TRE UNIVERSITARIE SPAGNOLE FANNO VOLONTARIATO A CORDIGNANO nel mese di agosto 2016 Inés, Paula e Sandra da Palencia (Spagna)

Inés, Paula e Sandra ci sorridono felici dopo la loro positiva esperienza italiana.

rascorrere un mese come volontarie in Italia è stato molto più di quanto ci aspettavamo. Più in tutti i sensi. Ci aspettavamo di vivere bene l’esperienza, ma l’abbiamo vissuta alla grande, senza neanche un giorno in cui non si ridesse a crepapelle; ci aspettavamo di ricevere una buona quantità di aneddoti, ma abbiamo dovuto addirittura scriverli nel nostro diario di viaggio per non dimenticarne tanti; ci aspettavamo di conoscere nuovi posti, ma siamo rimaste a bocca aperta allo scoprire parte di questo Paese; ci aspettavamo di divertirci con gli anziani, ma loro stessi sono riusciti ad offrirci così tante cose

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che non esiste un foglio sufficientemente grande per scriverle tutte; ci aspettavamo di conoscere gente, ma abbiamo incontrato persone semplicemente meravigliose. Nessuno può negare il nervosismo che provavamo i primi giorni, o meglio la felicità mista a un po’ di paura. Ci trovavamo di fronte a qualcosa di completamente nuovo e differente, che nessuna di noi tre aveva mai fatto. Nessuna aveva lavorato in una casa di riposo né con persone anziane. La soddisfazione e la gioia che avevamo alla fine hanno fatto comparire le lacrime al momento dell’addio, che non erano altro che il riflesso di tutto

ciò che quest’esperienza ci ha dato, ciò che loro ci hanno regalato, di quei regali che non si comprano con il denaro. La verità è che risulta molto difficile trovare le parole per descrivere questa sensazione. La lingua non sarebbe stata una difficoltà, dato che nessuna di noi tre è una ragazza di poche parole, che sappia o meno l’idioma. Già dal primo giorno abbiamo desiderato imparare parole e se non le sapevamo le inventavamo e ci mettevamo un po’ di accento, così che alla fine più o meno potevamo capire, anche se era dialetto... Ci è piaciuta tanto la lingua che da allora ogni due per tre ci mettiamo a parlare tra noi in italiano, o almeno ci proviamo. L’Italia è un Paese incantevole: ciascun posto che abbiamo visitato ci ha lasciato a bocca aperta. Inoltre è un Paese con una buona cucina, e lì parlavamo di come saremmo tornate rotolando in Spagna. È un Paese con una cultura e un’arte molto degne di essere apprezzate. È un Paese con musica, che abbiamo provato ad apprendere. Ma, soprattutto, è un Paese con gente stupenda: già dal primo giorno ci siamo sentite come a casa, come se ci conoscessimo da sempre. Persone aperte e allegre, umili e accoglienti, disposte ad aiutare e ad offrirci tutto ciò di cui avessimo La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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Suor Sara, spagnola, con le tre ragazze sue connazionali e Lucia e Nicolina, rumene, dell'esperienza Erasmus.

avuto bisogno, persone con cui abbiamo collezionato molti buoni momenti. Quasi ogni giorno ricordiamo qualcosa di là, quasi ogni giorno associamo cose di quel mese con il nostro quotidiano, quasi ogni giorno ci scriviamo l’una con l’altra dicendo: «Ti ricordi quando...»; quasi ogni giorno raccontiamo a qualcuno qualcosa riguardo all’Italia, quasi ogni giorno ci mettiamo a vedere le foto per ricordare, quando ci vediamo leggiamo il diario, e sì, quasi ogni giorno tutto ciò fa sì che sui nostri volti si disegnino dei sorrisi così immensi come la esperienza che grazie a voi, a ciascuno di voi, è stata apportata alle nostre vite. Quel mese si è trasformato in qualcosa di molto importante che non dimenticheremo mai e per cui saremo sempre grate. Grazie a tutti, voi siete chi ci ha donato tutto questo. Per queste tre ragazze, l’Italia siete voi. n

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per i più piccoli da imparare

Pasqua è Pace

Viene un suono da lontano, lieve lieve, piano piano. Entra dolce in ogni cuore come un dono del Signore. Tutti quanti son felici, tutti quanti sono amici. Con la Pasqua del Signore c’è la Pace in ogni cuore.

Inviata dalle ragazze di Casa S. Famiglia di Fratta Polesine


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA AMAZZONIA • Sao Gabriel de Cachoeira

È accaduto in Amazzonia La storia che vi narrerò l’ho sentita in un viaggio in Amazzonia, e la trasmetto tale come l’ho ricevuta, cambiando soltanto alcuni nomi e dettagli concreti... Bimba india dell’Amazzonia.

Le guanelliane missionarie in Amazzonia con la superiora provinciale suor Neuza.

Q

uesta volta non sono le consorelle a darci loro notizie, ma siamo noi a donare qualcosa. Sulla rivista cui è abbonata la Redazione, Araldi di Fatima, è venuta questa bella storia ambientata in Amazzonia. Sono storie per bambini... o per adulti pieni di fede? Ringrazio la Redazione degli Araldi di Fatima e trasmetto alle mie consorelle, a loro consolazione e grazia (suor Maria Teresa). Il mio nome è Guido. Sono un sacerdote e vivo in un paesino dell’Amazzo-

nia, al quale è possibile arrivare solo in barca, venendo da Santarém. Una sera, di quelle nelle quali l’umido calore della foresta sembra soffocarci, mi trovavo adagiato tra due alberi, davanti alla chiesa, tentando di riposare, quando, all’improvviso, sentii la manina di una bambina che mi toccava il braccio e mi disse: – Padre, mia nonna sta molto male... Il suo corpo sta perdendo le forze e desidero che riceva i Sacramenti per poter entrare tranquilla in Paradiso.

Mezzo frastornato mi alzai, andai fino al tabernacolo, raccolsi una particola consacrata in una teca e mi incamminai per la strada, o meglio, per il viottolo che la bambina mi indicava, in direzione di un altro villaggio, distante cinque chilometri da lì. Durante il lungo percorso, di tanto in tanto, la piccola rompeva il silenzio con qualche affermazione singolare, rivelando una maturità molto al di sopra degli otto anni che sembrava avere: – Se sapesse, padre, com’è Colui che lei porta

in questa teca sacra, si emozionerebbe dalla gioia... Trascorso del tempo, ella diede un lieve colpo alla mia mano, e con la sua tenera voce infantile aggiunse: – Sa, padre, che quando un bambino muore dopo la Prima Comunione va direttamente in Cielo? Io pensavo meravigliato: «Chi sarà stato il catechista che ha dato a questa bambina una così eccellente formazione?». Tuttavia non le dicevo nulla e ascoltavo con buona volontà le sue considerazioni, assentendo affermativamente col capo. Quando feci segno di affrettare il passo, la piccola reclamò: – Padre, padre, non corra tanto! Parliamo di Gesù. È sempre molto bello parlare di Lui! Sentendo queste parole, non potei trattenermi e chiesi: – Bambina mia, come fai a sapere tante cose in così tenera età? Lei mi disse: – Ah! Davanti a Dio non conta l’età, solo la semplicità e l’amore. Gesù si rivela ai poveri di spirito. E anche ai grandi, quando diventano come i bambini. In quel momento si fece

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA un silenzio più prolungato, e dentro di me tutto si fece confuso. Passati alcuni istanti lei chiese: – Padre, è contento di essere missionario? – Sì, sì... Sebbene mi stia costando molto sforzo – confessai, un po’ imbarazzato. Lei mi rispose: – Se una vocazione non è seriamente praticata, è una vocazione mancata... Qualcosa mi spinse a confidarle la mia difficoltà: – Quando sono partito dall’Italia per venire qua in missione, ero pieno di entusiasmo. Il mio parroco fece suonare le campane a festa, per ringraziare il dono che il Signore stava dando alla parrocchia, e io ero felice perché avevo la gioia di consegnarmi interamente. Ho fatto un lungo viaggio e sono arrivato qui, in Amazzonia. I primi contatti e il rapporto entusiastico tra i missionari mi incoraggiavano! Però, dopo... le difficoltà hanno cominciato a pesarmi molto! I grandi e i piccoli problemi, le condizioni precarie, il clima, l’alimentazione, le persone e anche la mia comunità mi sono diventati fastidiosi. Una sera, mi sono diretto persino in chiesa, non per pregare, ma solo per chiedere a Dio: che cosa sono venuto a fare qua? Perché mi trovo in un posto così difficile?... La piccola si limitò a dire: – Sì, padre, come gli ebrei brontolarono con Mosè: «Perché ci hai portato in questo deserto?»... Davanti a questo commento così saggio e puntuale, esclamai:

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Una suora guanelliana nell’Amazzonia brasiliana.

– Com’è possibile che tu abbia risposte così superiori alla tua età? Lei ribatté: – Perché Gesù mi ha istruito. E Lui mi ha chiesto di dirle che, nella sua vita, lei ha cercato soltanto di piacere a se stesso e di essere stimato dagli uomini. Rimasi come petrificato e, come un lampo, vidi passare davanti a me tutte le grazie che avevo ricevuto, corrisposte e non corrisposte, tutti gli incanti per la mia vocazione, i trasporti avuti per la vita religiosa... A questo punto, eravamo arrivati. La bambina corse in giardino e scomparve. Avendo bussato alla porta, mi aprì una signora giovane, che chiese: – Padre, cosa desidera in questa casa? – Signora, mi hanno fatto camminare per molti chilometri e per difficili sentieri per portare qui il Viatico. Non c’è in casa sua un’anziana che desidera riceverlo? – Ah, sì! Venga, padre, venga...

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Una povera anziana era a letto e, vedendomi, il suo volto s’illuminò: – Padre, quanto tempo l’ho aspettata! Le amministrai i Sacramenti e lei dormì profondamente. Mi misi a conversare un po’ con la signora giovane, che mi disse che era arrabbiata con Dio e, per questo, da molti mesi non andava in Chiesa. Per rasserenarla un po’, commentai: – Lei deve conversare con la bambina che mi ha accompagnato fin qui...

Cascate nella foresta pluviale amazzonica.

vado a chiamarla in giardino. Irritata, lei sbottò: – Non c’è nessuna bambina qui! Ce n’era una... Ma ha fatto la Prima Comunione e subito dopo Dio se l’è presa, lasciandomi triste e sola. Prese dalla credenza, allora, una foto e me la mostrò, dicendo che si trattava di sua figlia defunta. Vedendo quella figura, riconobbi la bambina che mi aveva ac-


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA compagnato per tutto il tragitto! Caddi in ginocchio davanti a quell’enorme mistero della grazia, ricordandomi di tutto quello che la piccola aveva detto, con moltissima emozione. Anche la madre si emozionò e chiese di confessarsi, promettendo, a partire da quel momento, di non mancare mai più alla Messa delle domeniche e dei giorni di precetto. Contento e meditativo tornai dalla mia comunità, a passi lenti. Trascorse alcune ore, tramite un messaggero seppi che l’anziana era morta. Ancora risuonava nelle mie orecchie quella voce infantile e piena di tenerezza: – Padre, desidero che mia nonna riceva i Sacramenti perché possa entrare tranquilla in Paradiso. ò ò ò Caro lettore, questa storia che ho appena narrato l’ho sentita in un viaggio in Amazzonia, e la trasmetto tale come l’ho ricevuta, cambiando soltanto alcuni nomi e dettagli concreti. Sarà veridica? Non lo posso garantire. Ma è, senza dubbio, molto edificante, poiché ci parla del Santissimo Sacramento, della felicità del Cielo e dell’incalcolabile valore di qualsiasi lavoro missionario a beneficio delle anime. Fra Marcos Paulo Algauer, EP da Araldi del Vangelo, novembre 2016, con il gentil permesso della Associazione Madonna di Fatima

ARDENNO • Casa S. Lorenzo

Din don dan al suna i cent agn

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a comunità è in festa per i cento anni della nostra Antonietta Caneva, 98 dei quali li ha trascorsi qui in questa Casa prestando, secondo le sue possibilità, servizio di cucina alla scuola materna del paese e questo negli anni 1956-1976. Dopo il grazie al Signore per questi lunghi anni di vita, nel pomeriggio c’è stato un piccolo rinfresco nel salone addobbato a festa per il grande evento e, perché non dimenticassimo il motivo della festa, insieme agli addobbi un bel numero 100 al centro del salone. Ma non solo, per l’occasione a far festa insieme con noi, con i suoi cari nipoti e pronipoti ed alcune volontarie della Casa, c’è stata la presenza di tutto il paese nelle persone del sindaco signora Laura Bonot e di un assessore che l’accompagnava. Essi hanno donato alla nostra Antonietta un magnifico mazzo di rose bianche. Non pare vero, ma quel giorno a diffe-

renza di altri, Antonietta era presente come non mai e ringraziava per il felice momento. Intanto, vederla serena è una cosa che ci ha stupiti, per lei sicuramente è stato un modo per esprimere la sua gratitudine. È poi seguito il taglio della grande torta (che anche lei «portava» i suoi 100) ed il brindisi con un coro di auguri da tutte le persone convenute. La festa si è conclusa con il nostro grazie ad Antonietta per quello che ha fatto qui da noi e in paese. Molte persone, ora adulte, ricordano con gioia la loro cuoca dell’asilo, dove ha speso tante sue energie. C’è da dire poi che, fino a pochi anni fa, si sentiva padrona di questa Casa e con ragione, se così vogliamo dire, infatti è la vera veterana della Casa S. Lorenzo. A lei esprimiamo ancora tanta serenità per gli anni che il Signore ancora vorrà concederle. Dalla Comunità 25 settembre 2016

LA DISABILITÀ È un mare di coscienza e incoscienza con onde e mareggiate che bagnano tutto e tutti! È una sensazione che aleggia sul ruscello sul fiume e sul lago della vita che ha con sé l’amore e la verità di chi giorno e notte accompagna lotta vive e si emoziona per dare dignità e coraggio a chi ha voglia di essere se stesso nell’intimo e nella società per credere nel volo e nella sublimazione della realtà che lo circonda da sempre perché il sole non è miraggio ma è l’eco il colore la forza e il calore per dire io ci sono al di là di qualsiasi barriera! Angelo Cassese 3.12.2016

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA VERDELLO • Casa B. Luigi Guanella

Un centro parrocchiale dedicato a don Giò

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iamo liete di comunicare che al nostro caro don Giò, don Giovanni Bertocchi, sarà dedicato l’oratorio che sta sorgendo nella parrocchia di Gavarno (Nembro - Bergamo), un edificio che sarà la sala polifunzionale dell’Unità Pastorale nembrese. Perché siamo liete? È un modo di ricordare don Giò, che nella parrocchia di Verdello ha collaborato in oratorio con le nostre consorelle. Era un prete educatore, ordinato dal vescovo Amadei nel 2000, che ha concluso la sua storia il 30 aprile 2004, a soli 28 anni, cadendo nella palestra dell’oratorio di Verdello, al termine dell’esperienza di vita comunitaria oratoriana intitolata: «Fratello alla grande».

Dice mons. Arturo Bellini, anch’egli tanti anni parroco a Verdello ed ora vicario interparrocchiale a Nembro e Gavarno: «Don Giò ha saputo interpretare l’oratorio come casa che accoglie, per affiancarsi al cammino di crescita delle giovani generazioni. Aveva uno spirito creativo: sapeva suonare, cantare e met-

tersi in gioco nelle varie situazioni. Era pronto a farsi compagno di strada di ciascuno: ascoltava, si faceva carico di lacrime e ferite, non si tirava indietro neanche quando qualcuno reagiva. Il suo maestro di riferimento era don Bosco: da lui aveva imparato – noi possiamo dire come don Guanella – che l’educazione è cosa del cuore, per questo affrontava la sua missione con pazienza e dolcezza. Il cardinale Capovilla lo ha descritto con questa espressione: «Don Giò, due occhi e un sorriso». Ci concederà il Signore di vederlo indicato dalla Chiesa come modello dei giovani sacerdoti impegnati negli oratori parrocchiali? Lo speriamo ardentemente. Le suore guanelliane

Sala polifunzionale dell’Unità Pastorale nembrese, dedicata a don Giò.

Gavarno (Nembro - Bergamo), panorama.

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cusate il ritardo: infatti la Mostra di Escher c’è stata a Roma, Chiostro del Bramante, dal 20 settembre 2014 al 22 febbraio 2015. Due anni fa sono andata alla Mostra di Escher con Paola Bassetto e Antonella Sardiello; con noi erano anche altre ragazze del S. Maria e tutte insieme abbiamo preso l’8. Quando siamo scese giù dall’8, abbiamo camminato un po’ e abbiamo ammirato tanti negozi, poi siamo andate a colazione al bar e dopo la colazione finalmente alla Mostra di Escher. Siamo entrate tutte nel museo per vedere questa mostra veramente molto bella, con tanti quadri a colori e uno in bianco e nero, quadri sia sulle persone sia sulla natura. C’erano dei quadri che raffiguravano i pesci, c’era una stanza con tanti specchi dove si rispecchiavano le persone con la loro immagine, che si vedeva in un altro modo, cioè di traverso, inoltre c’era una stanza dove c’erano tanti dischi. In una sala c’erano dei quadri in bianco e nero e di questi uno raffigurava Escher seduto su una sedia con in mano una palla e sulla scrivania c’erano dei libri. Mentre uscivamo dalla sala museo, abbiamo visitato una stanza dove c’erano delle orme dei piedi e ci siamo fatti anche delle foto. Poi siamo uscite da lì e siamo andate a mangiare al ristorante e poi siamo andate via. Abbiamo camminato un po’ per arrivare alla fermata dell’8 dove siamo salite. Arrivate alla fermata, siamo scese

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA ROMA • Casa S. Maria della Provvidenza

Così vi racconto la nostra visita alla Mostra di Escher

Milva (in piedi), l’autrice dell’articolo. È una giovane del nostro «Centro S. Maria», Roma.

e dopo aver camminato un po’ siamo arrivate all’Istituto S. Maria della Provvidenza, Opera Don Guanella, e appena arrivate siamo andate a teatro perché si festeggiava il compleanno di Egle, che è una nostra compagna down e dopo il compleanno siamo andate tutte quante ai nostri appartamenti (correntemente reparti!).

Alla Fiera di Roma Un anno fa, prima di Pasqua, siamo andate a vedere una mostra sulla casa alla Fiera di Roma. Eravamo un gruppo di ragazze accompagnate da Paola Bassetto e Antonella Sardiello, che guidava il pulmino che ci portava alla Fiera. Era

una bella giornata. Il viaggio è stato molto lungo, intanto abbiamo parlato e ascoltato la musica dalla radio del pulmino. Prima di andare alla Mostra, ci siamo fermate al Centro commerciale di Piazza Leonardo da Vinci; poi ci siamo fermate al MacDonald per mangiare qualcosa e poi di nuovo in pulmino per giungere alla Fiera di Roma. Qui abbiamo trovato tanti stand, uno diverso dall’altro: in uno stand vendevano pennelli, a fianco uno stand dove c’era uno specchio fatto a mano, un portagioie anch’esso fatto a mano; c’erano degli stand dove si vendevano i bottoni grandi, dove si vendevano collane fatte a mano con i bottoni grandi, uno con i bracciali sempre con i

bottoni grandi. C’erano stand dove c’erano i fili, dove c’erano pentole e padelle, stampi per fare i dolci e coperchi, di fronte a questi stand ce n’era uno dove si poteva assaggiare la cioccolata fatta a mano e messa nei barattoli e anche il miele. C’era uno stand dove si vendevano gomitoli di lana di tutti i colori e gomitoli di filo per fare l’uncinetto di tutti i colori; c’era uno stand dove si vendevano i cuscini colorati, altri stand dove c’erano collane e braccialetti fatti a mano. Io ne ho comprato uno di colore arancione con la chiusura a clip. C’erano poi degli stand dove facevano tanti lavoretti a mano con una carta speciale, ad esempio farfalle, rose, spille, orecchini, che si ammiravano in piccole vetrine oppure in piccole scatole; c’era uno stand con delle borse, in

un altro stand c’erano delle scarpe, in alcuni stand c’erano delle riviste d’uncinetto e in uno stand c’era una cesta con dei lavori fatti a mano, ad esempio tovaglie, strofinacci, presine. In uno stand c’erano fogli che si potevano colorare con dei colori a mano, in uno di questi fogli si vedeva un arcobaleno e Antonella ne ha comprato uno con la valigetta e i fogli. In un altro stand facevano vedere come si tagliavano il legno e il vetro con il seghetto alternativo e Antonella ne ha comprato uno. C’erano poi tanti altri stand con tante cose belle, ma noi dovevamo andare via. Però prima abbiamo preso un buon caffè. Il pulmino finalmente ci ha riportate a Casa, dove ci aspettava un buon pranzetto. Milva Garofali

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA ROMA • Casa S. Maria della Provvidenza

Prima promessa (13.11.2016) come Guanelliani Cooperatori

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rima promessa come Guanelliani Cooperatori per i gruppi locali di Casa Santa Maria e Casa S. Giuseppe. Rinnovo per il gruppo

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storico di via degli Embrici, per i gruppi della Parrocchia di S. Giuseppe al Trionfale e di Casa S. Giuseppe in via Aurelia Antica. Il novello gruppo di Casa

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S. Maria della Provvidenza è costituito da 14 Cooperatori con promessa e 7 aspiranti in formazione. La formazione mensile è tenuta da don Nino Minetti.

Per don Guanella, i Cooperatori partecipano alla natura stessa del carisma e della missione dell’istituto. n


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA COSENZA • Contrada Motta - Chiesa delle Cappuccinelle

«Omaggio a Maria donna de Paradiso» «N

on temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio! Ecco, concepirai e partorirai un figlio e lo chiamerai Gesù; sarà grande e chiamato Figlio di Dio» (dal Vangelo di Luca). È con queste parole che Maria giovinetta – promessa sposa a Giuseppe, l’uomo giusto che ha creduto o anche Giuseppe dal «bastone fiorito» – riceve l’annuncio dell’Angelo e cioè che, senza conoscere uomo, Ella avrebbe concepito il Figlio di Dio. Dei tre Vangeli sinottici quello che più diffusamente parla di Maria è il Vangelo di Luca ed è a questo che si è ispirato lo spettacolo «Omaggio a Maria, Donna de Paradiso», messo in scena nella cornice quattrocentesca della Chiesa delle Cappuccinelle di Cosenza domenica 23 ottobre. La chiesa, meglio nota come Santa Maria di Gerusalemme, è annessa al complesso delle «Case Famiglia della Divina Provvidenza», dove le suore guanelliane accolgono ragazze e ragazzi provenienti da situazioni di grave disagio sociale ed economico, giovani

donne in difficoltà e ragazze madri, anche di colore. Una umanità dolorosa alla quale il C.I.L.P. nella sua Sezione di Cosenza ha voluto offrire una concreta mano di aiuto. L’ha fatto allestendo lo spettacolo/oratorio «Donna de Paradiso», dedicato a Maria: Maria fanciulla, Maria giovinetta, Maria

San Giuseppe, interpretato da Federico Veltri, che è anche intervenuto come tenore.

Elena Capocasale, l’angelo annunziante.

sposa, Maria madre, Maria dolorosa, Maria la sempre Vergine. Grazie alla valentia scenica degli attori (Luigi Caputo, Assunta Cosentino, Cornelia e Stefania Golletti, Rosella Gagliardi, Debora Cava ed Elena Capocasale) e alle voci della soprano Silia Valente e dei tenori Federico Veltri e Andrea Tanzillo, lo spettacolo – scritto e diretto magnificamente da Luigi Delia – ha riscosso consensi di critica e lusinghiero successo di pubblico, per le emozioni profonde che ha saputo trasmettere agli spettatori. La figura di Maria, presentata nei vari momenti dello spettacolo come la Madre del Figlio di Dio, è stata disegnata secondo i canoni di un modello caro a tutti i Cristiani. Maria, Vergine annunciata, parte per raggiungere la parente Elisabetta – il cui nome significa in ebraico «Dio è perfezione» o anche «Dio è giuramento» – incinta di sei

Foto di gruppo, con alcuni interpreti. Al centro Maria, in abito bianco, e la soprano Silvia Valente, in abito azzurro. La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA mesi che, incontrandoLa, già La invoca «Madre del mio Signore» e Maria risponde alla cugina proclamando la preghiera del «Magnificat». Questo momento dello spettacolo – di forte impatto emotivo – è stato mirabilmente sottolineato dal canto degli artisti lirici le cui voci hanno invaso – dispiegandosi – l’ampio spazio della navata, raggiungendo le altezze e la luminosità degli affreschi che, sulle pareti, illustrano proprio la vita di Maria e di Gesù. Il racconto è proseguito svolgendosi lungo tutto l’arco della loro vita, impreziosito dalle note dolcissime del pianoforte, suonato dalle abili mani di Andrea Bauleo, che facevano da contrappunto alle voci degli attori. Fino a raggiungere il suo momento più intenso, quello del pianto disperato di una Madre che urla (a nome di tutte le

madri) sul corpo martoriato del Figlio (di tutti i figli) chiamandolo «Figlio bianco e vermiglio... figlio senza simiglio... figlio occhi jocundi... figlio ca nun rispundi...», con i versi tragicamente emozionanti di Jacopone da Todi. Lo spettacolo «Omaggio a Maria» ha voluto altresì sottolineare, ribadendoli, particolarmente alcuni dogmi. Anzitutto il concepimento di Gesù avvenuto senza padre umano e la nascita verginale, così come riportato nel Vangelo di Matteo, a evidenziare il titolo di «THEOTÒKOS» (Madre di Dio), dato a Maria nel 431 dal Concilio di Efeso, con il quale si voleva sottolineare l’unicità della Persona di Cristo nelle due nature, Umana e Divina. Infine, a fare risaltare la «verginità perpetua» di Maria, la quale, dopo la nascita di Gesù, non eb-

Narratrici e cantanti lirici. Alle loro spalle Maria addolorata.

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Il tenore Andrea Tanzillo con due narratrici.

be altri figli, rimanendo sempre vergine; prima, dopo e durante il parto, così come riconosciuto nel 2o Concilio di Costantinopoli nel 553. Così come nello spettacolo e al pari degli artisti, noi credenti è a Lei che ci rivolgiamo, chiamandola, di volta in volta, «Mea Domina», «Mia Signora», «Madonna». È ancora a Lei che ci affidiamo come «Madre della Misericordia», «Speranza dei Disperati», «Regina dei Miseri», «Mediatrice di tutte le Grazie», «Rifugio dei Peccatori». Ed è con i versi che il Sommo pone sulle labbra del «Doctor Marianus», san Bernardo di Chiaravalle, che voglio chiudere il mio scritto: «Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ’l suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura... In te misericordia, in te pietate, in te magnificenza, in te s’aduna quantunque in creatura è di bontade...». Maria è «modello da imitare», non solo per i popoli cattolici, ma per tutti i popoli d’Europa. Infatti il colore azzurro della bandiera d’Europa, sulla quale si adagiano le dodici stelle, è ispirato direttamente al culto mariano, per come ha ammesso lo stesso autore del bozzetto Arsène Heitz, il quale così spiegava: «J’ai eu subitement l’idée d’y mettre les douze étoiles de la Médaille Miraculeuse de la rue du Bac, sur le fond bleu, couleur de la Sainte Vierge. Et mon projet fut adopté a l’unanimité le 8 décembre 1955, fête de l’Immaculée Conception». Vincenzo Capocasale Responsabile CILP Cosenza


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA LIVRAGA • Casa S. Teresa

Con il Fondatore per festeggiare i nostri sacerdoti

L’

invito a noi rivolto dalla superiora suor Angela Azzalini di organizzare una pesca di beneficenza è stato ben accolto dal gruppo locale Cooperatori. L’occasione: la memoria del Fondatore festeggiata in Casa S. Teresa di Livraga domenica 23 ottobre 2016. È stata una iniziativa che ci ha entusiasmato in quanto significativa, infatti, nella ricorrenza della nascita al Cielo di un sacerdote Santo, due sacerdoti hanno concelebrato per la prima volta in Istituto. Sono il nuovo parroco don Piergiacomo ed il suo collaboratore don Nando, appena arrivati in parrocchia. Non abbiamo avuto mol-

to tempo a disposizione per l’organizzazione, ma il risultato è stato ottimo grazie all’aiuto di tutti e domenica 23 ottobre, dopo il pranzo, con ospiti e parenti, oltre alla pesca,

abbiamo giocato con le ospiti «al gioco del Luigino», preparato a regola d’arte dalle animatrici con l’aiuto delle ospiti. Tutto all’insegna della gioia e della condivisio-

ne. Il ricavato della pesca è poi stato consegnato alla superiora per i bisogni dell’Istituto. I Cooperatori Guanelliani di Livraga

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA SVIZZERA • Tesserete - Casa S.Giuseppe

La qualità del movimento e del gioco in Casa per anziani

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n questo articolo vorrei raccontare nel dettaglio come si svolge la «ginnastica di gruppo» del martedì mattina. Intorno alle 9.30 gli ospiti arrivano in salone, dove trovano tutte le sedie disposte in semicerchio e si accomodano, aspettando che tutti siano presenti per poter iniziare questo viaggio all'insegna del movimento. Tutti sappiamo quanto è importante per l’anziano, e non solo, l’attività motoria, non giusto per muoversi, ma finalizzata alla mobilizzazione di ogni singola articolazione e al rinforzo muscolare generale per migliorare la quotidianità. Per il raggiungimento dell’obiettivo è importante avere a disposizione una carrellata di esercizi, che spaziano dalla colonna cervicale agli arti inferiori, intercalati da esercizi/gioco con attrezzi tipo palla Bobath, cerchi colorati e palline. Mi rendo conto a volte che dire «facciamo ginnastica» non fa tutti con-

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tenti, ma è importante presentare bene le cose. Ad esempio, mimando azioni che ricordano attività da loro svolte in gioventù, come suonare le campane, lavare i panni, guidare la macchina, mettere e togliere il cappello... Il gruppo è aperto a tutti quelli che vogliono partecipare, anche perché gli esercizi proposti sono tutti da seduti e di facile esecuzione. È importante dare un ordine nel proporre gli esercizi, anche per non dimenticarne qualcuno. Io inizio sempre dalla testa e dal collo per poi passare alle spalle, ai gomiti, polsi e mano. Dopo questa carrellata di esercizi, che dura all'incirca 20 minuti, distribuisco dei cerchi di plastica colorati uno per ogni ospite. Con questi in mano continuiamo a fare esercizi con le braccia, che sono resi più divertenti dall’attrezzo nelle loro mani, per poi finire tirando il cerchio mirando un apposito cono, da me posizionato

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in mezzo al semicerchio. Poi, di non minore importanza, gli esercizi per il tronco e gli addominali sempre da seduti, che gli ospiti eseguono con successo. A questo punto della mattinata – siamo ormai intorno alle 10.30 – è ora di fare una pausa biscotto o cioccolatino e di idratarsi come conviene a tutti gli «atleti»; mentre gli ospiti si godono la meritata pausa, io leggo loro il menù del giorno, che è sempre motivo di discussione tra di loro sul mi piace, che buono o avrei preferito... Dopo esserci rifocillati, propongo la seconda parte importante di questa mattinata di movimento, gli esercizi per le gambe, che gli ospiti fanno molto volentieri, ricordando sempre che è bello muovere e rinforzare i muscoli delle gambe per riuscire a camminare meglio. Così da seduti muoviamo le gambe e le portiamo da piegate al petto, le stendiamo, le divarichiamo e così via per altri 20 minuti circa.

Concludiamo con un esercizio/gioco che piace sempre a tutti, quello del calciare la palla ed usiamo una palla speciale, quella Bobath, che è più grossa del normale e la riescono a calciare tutti, per quelli che hanno grosse difficoltà con le gambe possono spingerla con le braccia. Così siamo arrivati alla conclusione della mattinata dedicata al movimento, dove davanti a me vedo gli ospiti a volte un po’ stanchi, ma contenti di essersi mossi in modo costruttivo e finalizzato alle loro necessità nello svolgimento delle piccole attività di vita quotidiana. Questa attività non è importante solo per gli ospiti, ma anche per me che riesco a coltivare un rapporto particolare con loro, anche attraverso il movimento, dopo l’attività li vedo sorridenti, contenti e riconoscenti della mattinata trascorsa insieme. Stefania fisioterapista


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA ROMA • Casa S. Pio X

Casa S. Pio X e la Basilica-Parrocchia S. Pancrazio ricordano Anna Maria Salvatori (Nata il 14 aprile 1943 - Deceduta il 20 dicembre 2016)

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a Casa posta sul Colle Gianicolo e accanto all’antica basilica dedicata al giovane martire san Pancrazio è stata la famiglia di Anna Maria, essendovi giunta fin da piccina, aveva solo otto anni! Ora è volata al Cielo e di là ci sorride col suo sorriso dolce e birichino. La ricordiamo con affetto, lasciando la parola a una gentile signora della parrocchia che, con tante altre e con i frati carmelitani, le ha voluto molto bene.

Cara Anna Maria, te ne sei andata in silenzio, il 20 dicembre scorso, alla vigilia del nostro incontro per il pranzo di Natale all’Eden di piazza Ottavilla, che ti avevo promesso... Ero in Calabria e p. Ernest mi ha telefonato per darmi la triste notizia. Ti conoscevo da quando p. Karol mi aveva chiesto di dare una mano in segreteria, il sabato mattina, nella Parrocchia di S. Pancrazio. Anche quando è arrivato p. Ernest continuavi le tue visite. Prima era per il caffè, semisegreto perché le tue Suore di don Guanella te lo sconsigliavano, poi hai cominciato a venire, anche senza caffè, per due chiacchiere. Sapevo di te qualcosa, ma solo oggi, il giorno del tuo funerale, ho appreso che

vivevi nella Casa di don Guanella dal 1956... Tutta una vita, in cui hai avuto per mamme e sorelle le suore, per padri e fratelli i frati Carmelitani Scalzi. Da qualche tempo avevo pensato di farti esercitare con la scrittura, dato che avevi imparato solo a scrivere il tuo nome e cognome. Così, su due quaderni avevi ripreso a scrivere, recentemente «Buon Natale» per i biglietti spediti per Natale alle suore e alle amiche della Comunità di S. Egidio, le cui visite gradivi molto. Sono contenta di aver premiato i tuoi sforzi con un 10, il primo e l’ultimo della tua vita scolastica... So che lavoravi a maglia, sciarpe di lana di vari colori, per le suore e per le amiche. Avevamo parlato anche di una sciarpa per p. Ernest, ma ci eravamo bloccate per la scelta del colore.

Mi raccontavi della tua collaborazione in lavanderia, dove ti piaceva piegare bene tutta la biancheria. Aspettavi le vacanze a Loreto con ansia, anche perché lì incontravi la tua amata suor Elena (i cui fiori sono giunti nella cappella e sistemati accanto a te). Anche io ti raccontavo dei miei programmi, di mia sorella e del nipote Giorgio. Ti preoccupavi della salute di Enrico, che conoscevi da anni, volevi telefonargli ogni tanto con me. Anche lui è venuto oggi a darti il suo ultimo saluto. Era bella e commovente la cerimonia: la cappella piena di fiori, l’angelo dorato reggeva il leggio, certo a te familiare, come l’agnello mistico scolpito sull’altare, c’era tanta gente, la cappella piena, non solo tutte le suore, le infermiere, le operatrici, ma tanti giovani, soprat-

tutto della Comunità di S. Egidio, a te affezionati. C’era Angela, la segretaria del Parroco, che ha detto per te belle e commosse parole. La predica di p. Ernest è stata sincera, non una parola di circostanza, ha detto che nella tua semplicità, nell’interesse per gli altri, il prossimo, portavi il messaggio evangelico molto più degli altri. I giovani della Comunità cantavano a gran voce le belle parole del Salmo: «In Paradiso ti accolgano gli Angeli, al tuo arrivo ti accolgano i martiri e ti conducano nella santa Gerusalemme. Ti accolga il coro degli angeli e con Lazzaro, povero in terra, tu possa godere il riposo eterno in cielo». Mi sembrava di vederti, con il tuo passo e la tua figura rimasta fanciullesca, con il tuo animo mite e puro, già passeggiare nei prati fioriti dell’Eden, quelli dipinti dal Beato Angelico, quell’Eden più lontano della nostra meta di piazza Ottavilla, dove pensavo di passare con te qualche ora allegra e serena, alla vigilia di Natale. Grazie, cara Anna Maria, di quello che ci hai insegnato, anche senza saperlo, con la semplicità e bontà della tua vita. Non ti dimenticheremo! Elena Lattanzi 27 dicembre 2016

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA ALBEROBELLO • Scuola dell’infanzia Don Guanella

Pesca di Natale

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a scuola dell’infanzia Don Guanella quest’anno ha deciso di organizzare una raccolta fondi che saranno utilizzati per l’acquisto di materiale didattico (ad es. angolo cucina, angolo frutta, angolo lettura, angolo meccanico). Questo evento ha visto protagonisti genitori,

lontario, donando alcuni articoli che sono stati utilizzati come premi per la «pesca di Natale». Nella stessa aula dove i bimbi vendevano i biscotti, due cooperatori guanelliani, il signor Enrico e la signora Romana, hanno curato la vendita dei tagliandi per la «pesca di Natale».

bambini e insegnanti e ha rappresentato un momento importante di condivisione e gioia. La prima fase ha richiesto un certo impegno da parte di genitori e bimbi, che sono stati coinvolti nella preparazione di biscotti biologici fatti con ingredienti gentilmente offerti da un produttore locale (Itria Bontà). I biscotti sono stati poi confezionati per essere venduti nei giorni 5, 6, 7 e 8 dicembre. In queste date presso la scuola è stata allestita un’aula nella quale sono stati sistemati dei veri e propri banchi di vendita, dietro i quali i bimbi si sono improvvisati venditori. Il fatto che gli acquirenti fossero i loro stessi parenti ha contribuito a creare un’atmosfera di festa per tutti. Per l’evento sono stati coinvolti numerosi esercenti locali, che hanno dato un contributo vo-

L’evento ha riscosso un grande successo tra genitori e bimbi e, poiché la generosità dei commercianti nel donare gli articoli è stata tanta, si è pensato di organizzare anche una lotteria esterna con estrazione fissata per il 9 gennaio 2017. I biglietti saranno venduti da alcuni membri del comitato. È stato un vero e proprio momento di fraternità, tutti siamo stati coinvolti e ci siamo sentiti famiglia, quella famiglia che tanto piace al nostro caro don Guanella. Ringraziamo per questo evento le suore della scuola dell’infanzia, in modo particolare suor Tereza, che ha saputo stimolarci e coinvolgerci in questo progetto.

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Antonella a nome del comitato mamme e insegnanti

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ROMANIA • Ias¸i - Casa Sfȃntul Josif

Ricordo di Maria Bordas¸ (1972 - 2016) Sorella di suor Florentina e cara amica di tutte noi suore guanelliane

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bbiamo conosciuto Maria da tanti, tantissimi anni e adesso che il Signore l’ha chiamata a sé desideriamo sottolineare, in poche parole, i tratti che più l’hanno caratterizzata: la gioia di vivere nonostante la sofferenza (ha perso il marito e un bimbo), lo spirito di accoglienza e di servizio. Spesso nell’estate andava-

per mantenerci in allegria e al fresco, visto il caldo dell’estate), tutto per poter essere pronti e freschi per i bambini. Stava con gioia insieme con noi, ad ascoltare le avventure della giornata, a ridere insieme con noi. Parlava del cielo, del fatto che dobbiamo essere pronti perché non sappiamo mai l’ora in cui saremmo chiamati, perciò, una comu-

Suor Florentina e la sua famiglia con suor Victoria vicino alla signora Maria.

mo a casa di suor Florentina, dove eravamo ospiti durante il campo estivo, e ogni volta che capitava passare da Ciucani, Maria era tutta per noi: ci aspettava con tanta voglia di bene, pensava, si preoccupava, preparava, ci serviva a tavola, cucinava, lavava, attenta che non ci mancasse nulla, fino ai minimi particolari (caffè, dolcetto, e non mancava un buon bicchiere di birra

nione non solo di parole, ma anche di fede, di spirito, di tutto. Sentiremo la sua mancanza, ma lei sarà ed è sempre viva in mezzo a noi. Maria era pronta per il Paradiso, per questo il Signore l’ha chiamata così presto a sé. Prega per noi, Maria, che non sempre ci preoccupiamo di essere pronti. Suor Victoria Pop


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA LIPOMO • Villa Fulvia

Festa dell’Epifania a Villa Fulvia

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on il 6 gennaio, giorno in cui si festeggia l’Epifania, siamo giunti al termine dell’itinerario natalizio; è un momento importante nella vita cristiana, poiché il percorso dei Magi, giunti presso la grotta per adorare il Messia, ha mostrato al mondo il sicuro cammino verso la salvezza. Questo avvenimento è stato celebrato a Villa Fulvia con una Santa Messa officiata da don Remigio Oprandi sdc, con la partecipazione delle ospiti della Casa e di un nutrito gruppo di parenti e altre persone provenienti da luoghi diversi. Quest’anno la celebrazione è stata più emozionante e coinvolgente per la presenza di un gruppo di consorelle juniores, provenienti da India e Paraguay, che unitamente a suor Elena, suor Maria, suor Emanuela e suor Stefania, hanno rinnovato i voti di povertà, castità e obbedienza.

Un momento particolare ed emozionante è stata la processione delle suore che, con in mano una candela accesa, simbolo della luce divina, si sono recate all’altare e unitamente alla voce della Superiora hanno rinnovato la promessa di mantenere vivi i sentimenti che hanno ispirato la loro vocazione e la loro missione in favo-

re dei poveri e dei bisognosi. Anche don Remigio, durante l’omelia, ha ricordato il significato dei voti e la loro importanza ed ha invitato le consorelle a mantenere viva la loro fede, ad accrescere gli impegni per testimoniare la loro vocazione, a infondere speranza e consolazione, a servire i fratelli, a farsi vicino ai bisognosi, a seminare pace e solidarietà. La Messa ha visto anche l’intervento dei Re Magi che, avvolti nei costumi del tempo, hanno portato i loro doni presso l’altare dove era stato allestito il Presepe. Ad essi il celebrante ha rivolto parole di ammirazione per l’impegno e la disponibilità, che hanno permesso la realizzazione dell’evento. Al termine della celebra-

zione, il bacio al Bambinello ha suscitato una generale commozione che traspariva soprattutto dal volto delle nonne. Infine, i Magi hanno visitato i vari piani della struttura per portare un po’ di serenità anche alle ospiti impossibilitate a partecipare al rito religioso. La sorpresa è stata accolta con gioia e alcune hanno posato al loro fianco per una foto, in ricordo dell’Epifania. Tutto ciò ha reso la giornata dei nostri cari diversa dal solito, poiché anche i piccoli eventi possono contribuire a rendere più viva e gioiosa la vita di chi non è più giovane, ma ha, comunque, bisogno di amore e di affetto. Pasquale

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VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA CASE GUANELLIANE

Gesù e le ricette Perché le ricette? Qualche volta mi si chiede perché le ricette a La Voce delle FSMP. Si potrebbe rispondere semplicemente che tutti i lettori della nostra rivista mangiano e sicuramente le lettrici sono interessate alle ricette. Ma vorrei dire qualcosa di più profondo, guardando a Gesù. Anzi a Gesù a tavola.

Gesù a tavola Gesù, perfetto uomo, viveva in una famiglia e tutti i giorni, come ogni essere umano, si sedeva a tavola. Non solo, anzi dal Vangelo emerge che amava la tavola quale luogo di incontro con gli altri e, come già nell’Antico Testamento, parlava di banchetto per profetizzare la condizione di comunione con Dio e con sé nel Regno. I vangeli ci raccontano quindici pasti di Gesù. La sua vita pubblica comincia con il pranzo di nozze a Cana e termina nel cenacolo dove istituisce l’Eucaristia e ci dona tutto se stesso nel suo corpo e nel suo sangue, attraverso il pane e il vino. Appunto, cose che si possono mangiare. Scrive Enzo Bianchi che «Gesù desiderava mettersi a tavola e pranzare con le persone con cui entrava in relazione. A tavola conversava con facilità, stringeva amicizia, accet-

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tava le discussioni che qui potevano sorgere (cfr. Lc 22, 24). Stare a tavola per Gesù era portare la presenza di Dio nel mondo, avvicinare il regno di Dio ai peccatori. Il cibo condiviso con gioia e affetto è un momento di comunione... Venuto per invitare alla conversione i peccatori, innanzitutto li va a cercare dove essi sono, e poi stabilisce con loro una comunione umana attorno alla tavola». Anche il momento del pasto è un tempo di grazia per fare comunione con Dio e con le sorelle e i fratelli che egli mette sulla nostra via. Anzi un tempo e un luogo di evangelizzazione per annunciare – attraverso una saporita spaghettata, una pizza napoletana, un buon dolce – l’amore infinito e tenero del Padre per ciascun essere vivente, soprattutto per ciascuno dei suoi figli. Ed ora, tutti a tavola. Vediamo, che si mangia oggi? (suor Maria Teresa)

ROMANIA COZONAC, il dolce di tutte le feste Ingredienti Per l’impasto: 1 kg farina bianca 00 • 1 cucchiaino di sale • 4 uova • 200 g di zucchero • 250 g di latte tiepido • 1 bustina di lie-

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vito o 40 g di lievito fresco • 200 g di burro • 1 essenza di limone • 1 essenza di vaniglia o una fialetta di aroma al rum.

ROMA Casa S. Pio X

Per il ripieno: 2 bustine di zucchero vanigliato • 1 uovo • 200 g di noci tritate • 20 g di cacao in polvere • 100 g di latte.

Ingredienti per la scarola in padella

SCAROLA IN PADELLA

2 cespi di scarola (circa 600 g) • 1 cipollotto • 1 spicchio d’aglio • 3 filetti di acciughe sott’olio • 1 cucchiaio di pinoli • 1 cucchiaio di capperi • 50 g di olive di Gaeta dolci • sale e pepe.

Preparazione Sciogliete il lievito con due cucchiai di zucchero in 150 ml latte tiepido e lasciate gonfiare per circa 20 minuti. Setacciate la farina e unite il sale, aggiungete il lievito gonfiato, le uova, lo zucchero, il latte, il burro sciolto e le essenze. Mischiate tutto molto molto bene e lavorate l’impasto per circa un’ora (minimo 30 minuti). Lasciate poi lievitare in un posto caldo per 3 o 4 ore. Nel frattempo preparate la crema: in una ciotola mettete l’uovo, lo zucchero vanigliato, le noci tritate e il cacao e mischiate tutto molto bene. Quando l’impasto ha raddoppiato di volume dividetelo in due parti. Ogni parte stendetela con il mattarello e ottenete due sfoglie alte di circa 1/2 cm. Mettete, sopra le sfoglie, la crema di noci e cacao e arrotolate. Formate una treccia e mettetela in uno stampo da plumcake grande. Lasciate ancora lievitare per circa 2/3 ore. Infornate a 150 gradi per circa un’ora.

Preparazione Pulire la scarola, privandola delle foglie deteriorate, tagliarla a listerelle, lavarla, farla scottare in abbondante acqua salata in ebollizione per 2 minuti e scolarla. Snocciolare le olive e tritarle grossolanamente; tritare i capperi, sbucciare l’aglio e spezzettare i filetti d’acciuga. Mettere in una padella l’olio, il cipollotto (solo la parte bianca tritata), l’aglio leggermente schiacciato, e farli appassire a fuoco moderato, mescolando spesso. Unirvi le acciughe spezzettate e mescolarle, aggiungere la scarola scottata e rosolarla per qualche minuto. Unire infine i capperi, le olive, i pinoli tostati, un pizzico di sale e pepe e continuare la cottura per 2-3 minuti, mescolando di tanto in tanto.


VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA•VITA GUANELLIANA USA PEANUT BUTTER (senza glutine) Dalle nostre consorelle degli Stati Uniti Ingredienti

I consigli della nonna Rimedi popolari, ricette, salute, bellezza, curiosità, ecc.

1 tazza di crema di noccioline • 1 tazza di zucchero grezzo fine • 1 uovo.

Le erbe aromatiche in cucina

Preparazione

Il basilico

Frullare il tutto, formare delle palline, schiacciarle con la forchettà perché prendano la forma di un biscotto. Mettere su carta da forno in una teglia lunga e informare per circa 6-8 minuti a 170°. Si lasciano raffreddare e poi gustateli in famiglia e con gli amici.

Il basilico è una scelta quasi obbligata al momento di selezionare le erbe aromatiche da coltivare, le sue foglie fresche arricchiscono numerosi piatti durante tutta l’estate. È l’ingrediente principale del pesto genovese.

L’erba cipollina

STRACCETTI DI POLLO CON LIMONE E RUCOLA

Parente più delicata di aglio e cipolla, l’erba cipollina dona un gusto intenso eppure gradevolissimo a piatti a base di pesce e frutti di mare, ma anche uova, patate e formaggio.

Ingredienti

La maggiorana

ROMA Casa S. Pio X

Straccetti di petto di pollo • sale • pepe • burro • farina • succo di limone • rucola. Preparazione Preparate una marinata con succo di limone, sale e pepe. Metteteci gli straccetti di pollo e lasciate riposare il tutto per una mezz’ora circa. In padella mettete un filo d’olio e una noce di burro e fate rosolare gli straccetti dopo averli passati nella farina. Aggiungete il succo di limone e finite la cottura. Arricchite con della rucola fresca e servite. n

Simile all’origano ma con un aroma più dolce e speziato, la maggiorana si consuma in genere essiccata e si sposa perfettamente a gusti autunnali quali noci, formaggi cremosi, zuppe.

La menta in cucina Il gusto inconfondibile della menta è perfetto per arricchire insalate e fritture; per fare tisane.

Il prezzemolo Il prezzemolo è una delle erbe aromatiche più note e diffuse al mondo, aggiunto a pesce e frutti di mare, carne, patate, frittate, condimenti per pasta e torte salate.

Il rosmarino Immancabile negli arrosti di pollo e agnello e per aromatizzare le patate al forno. È caratteristico della cucina mediterranea.

La salvia Le foglie setose della salvia si consumano in genere essiccate, insieme a formaggi a pasta morbida, funghi, carne.

Deodorante al caffè per l’auto Se all’interno dell’abitacolo della vostra auto avvertite uno sgradevole odore, mettete nel posacenere alcuni chicchi di caffè (rinnovandoli di tanto in tanto) che emanano un piacevolissimo profumo.

L’origano

Fettine impanate molto golose

Il suo aroma dolce e speziato, ingrediente fondamentale della pizza classica, è usato su piatti di carne in quasi tutto il mondo. E sul pane e pomodoro!

Per rendere più saporite le fettine impanate (di vitello, di manzo, di pollo o di maiale) aggiungete al pane grattugiato un trito di aglio e prezzemolo e

un poco di formaggio grattugiato. Fra due fette di pane passato in forno saranno una vera delizia.

Biscotti sempre friabili Conservate i biscotti in un barattolo di vetro o di ceramica dopo aver messo sul fondo un pizzico di sale: rimarranno friabili a lungo.

Addio ai calli con la buccia d’arancia Si possono eliminare i calli anche utilizzando la buccia d’arancia. Basterà applicare una scorza d’arancia sulla zona da trattare, fissandola con un cerotto e lasciandola agire per tutta la notte. Si può ripetere più volte l’applicazione.

Il lavaggio a secco del gatto girovago Per lavare a secco il pelo di gatti che stanno spesso fuori casa preparate una miscela composta da una parte di borotalco e tre di bicarbonato. Distribuite il composto sul manto del vostro micio e spazzolatelo. n

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PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI

Semi di generosità per far rifiorire la vita

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FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP•PROGETTI FSMP

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NELLA CASA DEL PADRE Un messaggio per noi ghgh

Suor TERESA LEPORALE ghgh

Nata a Ceglie Messapica (Brindisi) il 16 aprile 1923. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 21 giugno 1950. Ha svolto la sua attività nelle Case di Como «S. Marcellina», Roma «S. Maria», Alberobello, ancora Roma «S. Maria» e poi Roma «S. Pio X». Dal 2010 era nel reparto delle suore ammalate sempre di Casa S. Pio X. È deceduta il 15 novembre 2016 a Roma «Casa S. Pio X». In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Ceglie Messapica (Brindisi).

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Suor Teresa Leporale è stata una delle prime suore guanelliane partite dalla terra di Ceglie Messapica, subito dopo la fondazione dell’istituto dei Servi della Carità nella cittadina pugliese. Aveva un fratello, maresciallo Pietro, e due sorelle che tutto il paese conosceva, in quanto gestivano un negozio di scarpe. Lei era molto legata affettivamente alla famiglia, ma dopo due anni di lavoro intenso per collaborare all’avvio del nuovo istituto guanelliano sorto in favore dei ragazzi poveri e orfani, obbediente al suo padre spirituale don Mario Merlin, a 24 anni lasciò alla chetichella il paese e la famiglia per raggiungere la Casa Madre di Roma delle suore guanelliane. Paola Elia, la prima benefattrice e operatrice laica dell’opera guanelliana dei confratelli sorta a Ceglie Messapica, così la descrive quando suor Teresa festeggiava oramai i 25 anni di professione religiosa ed è dalla signorina Paola che sappiamo tante notizie riguardanti la nostra consorella. «Suor Teresa, ti rivedo e ti risento al mio fianco, aitante e ansante, perché facevamo la strada che portava dal convento vecchio al paese sempre frettolosamente; ti ritrovo ancora

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con lo sguardo limpido, semplice nel tratto e nel parlare, materna e sorridente, premurosa e generosa... e continua così, per essere e rimanere una vera e integra Guanelliana!». La signorina Elia prosegue raccontando che il loro lavoro agli inizi di quel povero e desolato convento vecchio – senza porte, senza vetri, senza luce, senza acqua, senza niente – non erano compresi e chiama quella fondazione «l’Opera delle lacrime, degli incredibili sacrifici e della serietà e grande carità dei sacerdoti guanelliani», di cui loro erano instancabili collaboratrici, dall’occhio puro ed umile. Esse vennero conquistate dal loro spirito di carità operosa e dalla loro serietà e si affidarono alla direzione spirituale di don Mario Merlin. In un anno e mezzo diverse giovani di Ceglie e dei limitrofi Pozzo Guacito e Ostuni lasciarono la loro casa, il loro paese per divenire Figlie di S. Maria della Provvidenza. Suor Teresa, riconciliatasi subito con i suoi familiari che vennero a trovarla a Roma, proseguì nel suo cammino di donazione a Dio e ai poveri di don Guanella. Nell’Anno Santo 1950 fece la sua prima Professione religiosa ed ebbe la sua prima obbedienza che la chiamava a Como, Casa S. Marcellina, proprio accanto al Santuario del Sacro Cuore voluto da don Guanella e dove riposavano in una sem-

plice tomba i suoi resti mortali. Dopo tre anni fu inviata a Roma, Casa S. Maria della Provvidenza, e l’anno seguente ad Alberobello. Ma qui stette solo un anno, perché fu richiamata a S. Maria di Roma per l’assistenza alle nostre ragazze disabili. Con esse stabilì un ottimo rapporto, sapeva relazionarsi e comprenderle; era da loro stimata, rispettata, amata. Si trattava di giovani intelligenti, con handicap fisici, impegnate in lavori di ricamo, maglia, cucito e canto, arte in cui erano abilissime: erano infatti le animatrici delle celebrazioni liturgiche della meravigliosa chiesa di Casa S. Maria, in via della Nocetta; chiesa definita da Madre Serena Ciserani «la cattedrale delle chiese guanelliane di Roma». Poi venne a S. Pio X, sempre a Roma, dove pure si occupò di un reparto di disabili adulte che erano entrate da bambine in Casa S. Pio X. Queste «ragazze», così erano chiamate affettuosamente dalla comunità, erano cresciute in un clima familiare e soprattutto erano «collaboratrici» spirituali dei padri missionari comboniani, che avevano – e tuttora hanno – la cappellania della Casa. Ebbene, suor Teresa ha saputo inserirsi in questo ambiente e conservarlo nella serenità e nella collaborazione vicendevole.


Quando le sue forze fisiche sono venute meno, la sua presenza in comunità era costante, anche se amava un po’ ritirarsi da sola per gustarsi gli avvenimenti ecclesiali attraverso la televisione. Amava molto il Papa, tutti i Papi, anche se una predilezione particolare l’ha avuta per Giovanni Paolo II. Leggeva i giornali di Padre Pio cui il fratello e la cognata Lillina l’avevano abbonata. Ultimamente era stata molto rallegrata dalla ordinazione sacerdotale di don Giovanni Amico SdC, suo giovane compaesano. Tutti questi avvenimenti ecclesiali li seguiva non solo con l’affetto e l’interesse, ma anche con la preghiera. Era una persona di pace, non amava le chiacchiere né tanto meno le dispute; viveva nel silenzio del suo cuore con Gesù e Maria. Alla sua morte, è stato trovato un biglietto: Malattia corta, santa morte. Così sia, o Gesù e Vergine Maria. Amen. Ed è stata ascoltata. Ora dalla finestra del cielo, insieme con san Giovanni Paolo II, ci guarda e sorride e benedice. Suor Maria Teresa

«Quelli che ci hanno lasciato non sono assenti, sono invisibili, tengono i loro occhi pieni di gloria fissi nei nostri pieni di lacrime». Sant’Agostino

Un messaggio per noi ghgh

Suor TERESANGELA (TERESINA) PETRUCCI ghgh

Nata il 5 maggio 1924 a Castellino sul Biferno (Campobasso). Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 21 giugno 1949. Ha svolto la sua attività (anziane e inferme) nelle Case di Belgioioso, Milano, Barzio. Nel 2002 trasferita a S. Pio X di Roma per aiuto in sacrestia; nel 2009 nel reparto suore ammalate. È deceduta a Roma «S. Pio X» il 28 novembre 2016. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Prima Porta, nella tomba della Congregazione.

Carissima suor Teresina, sei venuta a mancare proprio nei giorni del Capitolo generale, quando era assente la superiora per questo evento tanto importante per la Congregazione. Ma la superiora suor Maria Antonietta è venuta a trovarti; ormai tu avevi perso l’attenzione alle cose della terra. Il nostro affetto ti ha seguita nei giorni della tua malattia prima e della tua agonia dopo e abbiamo pregato per te. Alla tua dipartita da questo mondo, per i tuoi funerali, sono venuti in tanti i tuoi amati parenti. Li avevi lasciati tanti tanti anni orsono. Era il primo gennaio 1947 quando lasciasti Castellino sul Biferno (Campobasso) per oltrepassare la soglia di S. Pio X, Roma. Lasciasti la tua famiglia, papà, mamma, tre sorelle e un fratello per entrare nella più grande famiglia guanelliana. Una tua sorella racconta che avevi 16 anni quando manifestasti di sentirti chiamata alla vita religiosa; poiché molte ragazze di Castellino avevano scelto l’Opera femminile di don Guanella, a 23 anni la scegliesti anche tu per realizzare la tua vocazione. La tua prima Professione fu il 21 giugno 1949. Subito dopo fosti mandata dall’obbedienza a Belgioioso (Pavia) per l’assistenza alle persone anziane e rimanesti lì per 6 anni; fosti poi inviata a Milano dove avevi in cura le ammalate dell’infermeria. Ricorda suor Elena Naccarato – che era una ragazza collaboratrice – che ci tenevi molto alla pulizia, all’ordine, al servizio fatto bene e che... ci tenevi alla preghiera. Sì, a quei tempi, nelle nostre Case si univa al servizio delle ammalate la preghiera di coroncine, di rosari e di gia-

culatorie. Ma questo non vuol dire che si trascurasse il dialogo o il rapporto con le inferme. Tutt’altro. Solo che non si perdeva tempo in chiacchiere inutili. È vero, erano altri tempi! Il motto guanelliano di pregare e patire era vissuto anche in questo modo. Don Guanella ci aveva raccomandato che anche le nostre ammalate si portassero a Gesù: infatti nelle grandi corsie veniva celebrata la Messa ogni domenica. Chi scrive ricorda quei tempi e non erano pesanti, anzi pieni di una certa salutare letizia. Suor Elena ci scherzava tanto con te su questi argomenti e tu rispondevi con un’arguzia tale che formava il nostro godimento. Anche quando eri ormai avanti negli anni – ma ancora a tavola con noi –, era per noi gustoso provocarti con qualche battuta, per avere le tue sagaci risposte che tanto ci divertivano. Eri proprio una buona compagnia, anche in chiesa, dove ti piaceva stare davanti a Gesù Eucaristia; a ricreazione, alla lettura spirituale: sempre interessata e presente, sempre rispettosa della superiora e dell’autorità. Per noi un po’ più giovani, forse educate un po’ diversamente, eri un esempio di intelligente umiltà. Andasti poi a Barzio, in Val Camonica nel 1978, sempre per la cura delle inferme; nel 2002 ritornasti a Roma S. Pio X per aiutare la suora sacrestana. Dal 2009 ti ritirasti tra le suore ammalate; ma era ed è un repartino accanto alla Curia generalizia e alla cappella della curia. Questa Casa ti accolse giovane innamorata dello Sposo divino, in questa Casa Egli ti è venuto incontro per introdurti nel gaudio eterno del Cielo. Prega tanto per noi tutti che ti vogliamo bene. La comunità di S. Pio X

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Un messaggio per noi ghgh

Suor ANTONIETTA POLICICCHIO ghgh

È nata a Lago (Cosenza) il 17 luglio 1936. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 5 gennaio1959. Ha svolto la sua attività nelle Scuole dell’Infanzia di Laureana di Borrello, Lipomo, Lucino, Lora, Cologna Ferrarese, Ca’ Vendramin, Scalon di Contarina. Nel 1988 è ritornata a Laureana. Dal 1996 è superiora a S. Pio X di Roma, poi a S. Giovanni in Fiore e ancora a Laureana di Borrello. Dall’ottobre del 2014 era a Cosenza per ragioni di salute. È deceduta presso l’ospedale di «S. Anna» di Catanzaro il 12 dicembre 2016. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Lago (Cosenza) nella tomba di famiglia.

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Grazie, suor Antonietta. La parola più adatta per ricordare la nostra consorella suor Antonietta è «grazie». Sì, perché è stata una sorella per tutte noi: la sua semplicità era lodevole, il suo rendersi presente nella comunità, anche quando il suo corpo non rispondeva come lei voleva: il suo desiderio di esserci era ancora più forte. Si traspariva un grande senso di appartenenza alla congregazione, di amore sincero alle consorelle e di responsabilità per ciascuna. La sua preghiera ci accompagnava sempre, era molto sensibile alle vicende quotidiane della comunità e della congregazione e siamo convinte che ora intercederà per noi presso il Padre. Suor Antonietta ha lasciato un vuoto in comunità. Le consorelle della comunità di Cosenza v v v Partecipo anch’io al dolore della Congregazione per la morte di suor Antonietta. Una santa donna che ha saputo amare Dio e la Congregazione fino all’eroismo. L’ho conosciuta a Laureana di Borrello e mi ha sempre dato un’ottima impressione di donna retta, equilibrata e dedicata al lavoro di educazione. Ha seguito come madre i Cooperatori guanelliani e nei miei riguardi ha sempre avuto un atteggiamento di madre premurosa fino al punto che, ogni qualvolta andavo per il Ritiro o per gli incontri dei giovani e dei

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Cooperatori, mi trovavo accolto con affetto e premurosamente servito anche nelle cose che lei sapeva che mi piacevano. Ho saputo della sua sofferenza in questi ultimi tempi della sua vita. Dio l’accoglierà nel suo paradiso, riconoscendola nei segni della passione del Figlio impressi nelle sue membra. Riposa in pace, suor Antonietta, e ricordaci tutti al Signore. Condoglianze a voi, Superiore, e ai parenti di suor Antonietta. Don Umberto v v v

Il saluto dei suoi familiari Cara Antonietta, la tua morte ha provocato in tutti noi un profondo dolore, perché abbiamo perduto un importantissimo punto di riferimento nella nostra vita. Pur nella lontananza dei luoghi in cui hai svolto la tua missione di fede, sei stata legatissima a tutti noi ed hai partecipato a tutte le vicende che abbiamo vissuto: ci sei stata di conforto nelle circostanze tristi, ci hai sempre spronato ad impegnarci per raggiungere i nostri obiettivi, hai gioito negli avvenimenti lieti. A tutti noi è arrivata puntuale la lettera di auguri o la telefonata per il compleanno, l’onomastico e le varie festività. In un’agenda gelosamente conservata tra le tue cose care abbiamo trovato annotate tutte le ricorrenze che interessavano noi e i nostri familiari: volevi essere sicura di essere presente e di non incorrere in dimenticanze. Hai abbracciato la vita religiosa con piena con-

sapevolezza ed hai offerto agli altri disinteressatamente la tua opera, svolgendo i compiti che di volta in volta ti sono stati assegnati con competenza ed umiltà. Ti sei interessata alla vita della Comunità guanelliana, alla quale hai deciso di appartenere sin dall’inizio della tua giovinezza, profondendo le tue energie e le tue competenze per contribuire, ricoprendo ruoli di responsabilità, al perseguimento degli obiettivi della Congregazione. Hai lavorato intensamente fino a pochissimo tempo addietro, hai tralasciato tutto pur di svolgere bene le tue attività, hai trascurato perfino la tua salute, irrimediabilmente compromessa negli ultimi tempi. Hai lasciato un ricordo bellissimo in tutte le sedi dove hai operato per circa sessanta anni, ricevendo fino all’ultimo grandi testimonianze di affetto e di stima da parte di tanti che hai incontrato durante la tua vita, fulgido esempio di fede e di coerenza. Un sentito ringraziamento alla superiora, a suor Carmelina, alle consorelle, alle infermiere e ai sanitari della casa guanelliana di Cosenza, per le amorevoli cure e le costanti attenzioni che ti hanno riservato, tentando tutte le strade e non tralasciando nulla per conservarti in vita. Ti ricorderemo per ciò che ci hai dato, per la tua dolcezza, per il tuo affetto, per il tuo amore. Ci mancherai. I tuoi fratelli, le tue sorelle, i tuoi adorati nipotini v v v


Testimonianzapreghiera Signore Gesù, ti ringrazio per avermi fatto il grande dono e la grande grazia di condividere 15 anni di vita, giorno dopo giorno, con suor Antonietta. Abbiamo vissuto giorni e momenti di gioia e serenità e altri di fatica e difficoltà nella missione affidataci dalla Congregazione. Suor Antonietta per due terzi della mia vita religiosa è stata mia superiora: 5 anni a San Giovanni in Fiore e 10 anni a Laureana di Borrello. Cara Suor Antonietta, tu sei stata per me sorella e madre, preziosa consigliera in tutto: negli aspetti umani e spirituali, un vero modello di vita consacrata guanelliana, maestra e testimone. La tua bellezza interiore l’abbiamo potuta ben esperimentare noi tutte consorelle che siamo vissute con te; ... eri donna completa e integrata, vera religiosa. Come il Buon Pastore sapevi amare, servire, proteggere e difendere il gregge a te affidato: suore e laici, bambini, giovani, insegnanti, cooperatori, tutti... La tua intelligenza semplice, ma raffinata, il tuo equilibrio, la tua intuizione, il tuo saper capire e penetrare gli animi delle persone e le situazioni con prontezza era per chi ti accostava motivo di sicurezza e serenità. Non ti preoccupavi mai di te stessa, il tuo pensiero era sempre per gli altri. Hai amato e servito la Congregazione con tutta te stessa fino allo stremo delle tue forze. Hai dato davvero la vita per Laureana... Ti porto dentro di me e ti affido la Congregazione e

tutte le consorelle, continua ad amarci e a proteggerci dal cielo come hai fatto in terra. Grazie, Signore, per avercela donata...: un vero dono per tutti. Suor Chiara Minoia v v v

Il ricordo dei Guanelliani Cooperatori Oggi 12.12.2016, per noi cooperatori di Laureana di Borrello, è un giorno triste per la perdita fisica di suor Antonietta Policicchio che, pur non trovandosi più tra noi, abbiamo continuato a sentire vicina, perché parte di noi. Ella è stata qui per tanti anni ed era, ormai, parte integrante di questa comunità e di questo popolo, che ha sempre amato e che ha risentito molto del suo trasferimento. È stata una persona ricca di tutte le doti e qualità, squisitamente umane e spirituali, davvero non comuni, soprattutto per le modalità con le quali riusciva ad esprimerle: maternità, fraternità, accoglienza, coerenza, autenticità, spiritualità, attenzione a tutti e a ciascuno, soprattutto ai «più piccoli», donando sempre tutta se stessa, anche nei momenti più difficili e complicati senza mai risparmiarsi. Capace in ogni occasione di rivelarsi autenticamente donna di verità, senza timori e tentennamenti; vera testimone evangelica del suo essere consacrata guaneliana. Capace di vera carità, di amore disinteressato verso chiunque, senza alcuna preferenza o distinzione e sapendo correg-

gere con fermezza, ma anche con dolcezza. Chi l’avvicinava poteva trovare in lei una madre, una consigliera, una persona schietta, leale e retta; un punto di riferimento proprio per la sua semplicità e umiltà, il suo intuito, la sua discrezione, la sua riservatezza, la sua prudenza e saggezza, lo spiccato senso di responsabilità. Abbiamo anche sempre potuto osservare come suor Antonietta riusciva a rapportarsi con la propria comunità, l’accordo e l’armonia che, normalmente, regnava nella Casa e la capacità di valorizzare tutte e ciascuna in particolare, secondo le qualità personali. A noi Cooperatori era molto legata, offrendoci sempre ospitalità calda, accogliente e premurosa, e interessandosi anche dei nostri problemi personali, familiari e di gruppo, incoraggiandoci sempre e assicurando la sua preghiera. Per anni, ella, come delegata locale, si è occupata della nostra formazione spirituale, guanelliana e umana, lasciando negli ultimi dieci anni, questo compito a suor Chiara Minoia. Suor Antonietta, essendo persona atta a tessere relazioni autentiche, ci ha sempre aiutati, anche dandoci la possibilità di guide spirituali di svariati sacerdoti guanelliani che, puntualmente, dopo avere invitato, ospitava. Ha sempre promosso la vocazione del Cooperatore, aiutandone la crescita e ricordandoci di difenderne l’identità e l’autonomia. Ha favorito, con il suo incoraggiamento ed il suo entusiasmo contagioso, ogni nostra iniziativa da lei ritenuta buona ed utile.

Suor Antonietta è anche stata un’insegnante ed un’educatrice professionalmente preparata e molto amata sia dai bambini che dalle famiglie, stimolando i bimbi della scuola materna e facendoli sentire protagonisti nel loro apprendimento. Si impegnava, profondamente, nel creare fra tutti: suore, insegnanti, bambini, famiglie, Cooperatori e popolo di Dio, un vero spirito di famiglia, come auspicava il nostro Santo Fondatore. Per noi è stata davvero una persona importante..., una persona speciale che porteremo sempre nel cuore! Ciao, carissima suor Antonietta, vogliamo salutarti...! Tu, ora, dopo tante sofferenze, lungo il tuo pellegrinaggio terreno, hai fatto ritorno alla Casa del Padre, per essere accolta tra le braccia amorevoli del tuo amatissimo Sposo. Sei stata una persona parca di parole, ma ricca di gesti, che ci hanno fatto capire, attraverso te, quanto Dio ci ama. Continua a pregare per la tua amata Congregazione, per tutti noi e per questo popolo Laureanese. Non dimenticheremo mai i tuoi insegnamenti e i tuoi consigli, la tua capacità di perdonare e di creare ponti, sperando con la grazia di Dio di divenire anche noi uomini e donne migliori. Ciascuno di noi ti porterà nel proprio cuore e pregherà per te. Tu continua ad essere nostra amica e guida, intercedendo per noi presso il tuo e nostro Signore. Grazie infinite. I tuoi Cooperatori di sempre

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Un messaggio per noi ghgh

Suor MARIA SIMEONE ghgh

È nata a Itri (Latina) il 14 ottobre 1932. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 21 giugno 1960. Ha svolto la sua attività nelle Case di Como-Lora, Como «S. Marcellina», Albese «S. Chiara», Roma «S. Pio X», dove è rimasta anche dopo che si è ammalata e cioè dal 2006. È deceduta in Casa S. Pio X, Roma, il 14 dicembre 2016. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Prima Porta, Roma, nella cappella della Congregazione.

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Maria, originaria di Itri, era stata adottata dagli zii Silvio e Paolina, essendo gemella di Eleonora in una casa in cui già c’erano altri figli, mentre gli zii non avevano nessun figlio. Silvio e Paolina abitavano a Vindicio, a circa un cento metri dalla chiesetta Stella Maris, verso Formia. Noi sorelle Picano, come pure suor Anna Studioso, eravamo nella stessa zona di Vindicio e frequentavamo insieme le Suore Spagnole ospitate nella casa della «francesa», dove imparavamo a ricamare. Quando si inaugurò la chiesetta Stella Maris ci ritrovammo lì. In quel periodo don Mario Bartolomeo venne per iniziare il gruppo dell’A.C.: egli tra i primi consigli che ci diede furono quelli di fare la meditazione al mattino e di avere un direttore spirituale. Tutte ci domandammo a quale sacerdote potessimo rivolgerci. Maria, che era di Itri e quindi spesso frequentava il Santuario della Madonna della Civita e aveva conosciuto lassù padre Mario Merlin, guanelliano, prese la parola e ci disse che quello era il Padre che ci voleva per noi. La presidente che ci guidava e già lo conosceva perché il Padre aveva celebrato le nozze della sorella, ci fece capire che lo si poteva incontrare anche a Conca di Gaeta, oltre che sul Santuario. Incominciò quindi la nostra frequentazione di Conca e poi il vicendevole rapporto fra di noi non solo come amiche e socie di A.C., ma anche come Sorelle, in quanto entrammo a far parte dell’Associazione di ragazze consacrate Opus Mariae Reginae, da padre Mario fondata.

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Maria si sentiva chiamata alla vita religiosa guanelliana, ma la sua vocazione era ostacolata dagli zii e allora, compiuti i 21 anni, architettò la sua fuga per seguire la sua chiamata ed entrò così in Casa S. Pio X di Roma per il postulandato. I suoi cari accusarono il Padre di questa fuga, ma egli, pur essendo alle origini delle nostre vocazioni di speciale consacrazione al Signore, quella volta era veramente fuori causa. Maria aveva fatto il suo passo coraggioso, contando solo sulla grazia del Signore e dell’aiuto della Madonna. Per comprendere meglio quanto è avvenuto, si può leggere la seguente testimonianza da lei rilasciata all’Opus Mariae Reginae Bianca Aiola.

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Testimonianza autobiografica «Mi calai giù dal balcone» «Proprio perché gli zii non avevano avuto figli mi trovai a vivere con essi fin da quando avevo due anni. E quando, a sedici anni, conobbi la Bianca Aiola e il suo Padre Fondatore, sentii in me il primo e deciso impulso di totale donazione all’Amore. La situazione di figlia adottata per aiuto non mi aiutava affatto a manifestare i miei desideri. Tutto era chiuso in me e intanto cresceva e crebbe. Al Signore che sempre più divenne insistente non potetti alfine dire più: “Aspettiamo!”. La Bianca Aiola non era ancora l’“Opus Mariae Reginae”, e decisi allora di entrare nella Congregazione Guanelliana. I miei zii non ne volevano sapere. Dovevo essere il bastone della loro vecchiaia... Chi sarebbe stato

al loro fianco nel momento in cui avrebbero chiuso gli occhi alla terra?... Quanti giusti e commoventi motivi per dire; “Signore, hai sbagliato porta, scegli un’altra. Vedi quante cose? E non è carità anche questa?”. E attendevo ancora per cercare di convincerli a lasciarmi partire, per realizzare anche concretamente quel “sì” che già da tempo avevo detto al Signore. La sorveglianza si era fatta più serrata. Avevo ormai ventiquattro anni. “Dio mio, chi Ti può resistere?”. E una mattina... mi calai giù dal balcone... Corsi alla stazione con soli pochi spiccioli racimolati da un’amica... Agli zii avevo lasciato tutto, anche l’orologino da polso, anche la catenina d’oro... Non avevo nulla con me. Solo il leggero vestito estivo che certo non potevo lasciare... Gli zii non cedettero: articoli sul giornale, fastidi a chi, nella sua santità, mi aveva additato solo la volontà di Dio... Le tentarono tutte. Sono ormai 25 anni... Essi sono morti entrambi a distanza di tempo ed io, dopo essere stata a lungo a vegliare la loro ultima malattia, ho chiuso ad entrambi gli occhi alla terra come essi desideravano, per aiutarli ad aprirli alla luce della vera vita. Questo volevano essi da me e il timore di non poterli accontentare era stato anche per me un motivo di amarezza in tanti anni. Vincolata ad una regola e a centinaia di chilometri di distanza, come avrei potuto aiutarli nel bisogno? Ma Dio è Amore, sempre. Forse qualcuno può dare consiglio a Dio? Se i miei zii potessero parlare, oggi lo testimonierebbero con gioia e col solo rammarico di aver dubitato di Lui».

Suor Maria Simeone


v v v Carissime suore, leggendo le vostre testimonianze e le sue mi sono confermata che erano cose che già sapevo e vivevo ogni volta che avevo la gioia immensa di incontrare zia Maria, di averla vicina, di poterla abbracciare. L’ultima volta che le ho fatto visita, dieci giorni prima del suo trapasso, mi sono voltata e ho notato il suo volto «stanco», ma mai ad immaginare che fosse l’ultimo incontro! Ricordo uno dei tanti suggerimenti che mi ripeteva: «... sai, Tullia, se una persona ti pesta il piede, non pensare subito di ricambiarglielo o di arrabbiarti. No! Tullia! forse non l’ha fatto apposta, forse si è sbagliata. E quindi chiarisciti con la persona in questione, senza rammarico!». Permettetemi di dire che era trasparente, autentica, docilissima. Resterà nel mio cuore un posto speciale solo per lei! La nipote Tullia Valerio

v v v Ringraziamo suor Carmela e suor Teresina Picano e le Sorelle dell’Opus Mariae Reginae - Bianca Aiola, che hanno partecipato al nostro lutto e ci hanno fornito testimonianze tanto preziose su suor Maria Simeone. Esse ci hanno svelato un tratto della vita di suor Maria ignoto a molte di noi e ci hanno rivelate le origini della sua fede, del suo amor di Dio e della sua vocazione religiosa in una Congregazione consacrata al prossimo sofferente. In San Pio X è stata molti anni in infermeria a servizio delle ospiti inferme, altrettanti anni li ha trascorsi essa stessa come bisognosa di cure, ma sempre pronta

alla preghiera individuale e comunitaria e a piccoli ma utili servizi in favore delle consorelle. Ora dal Cielo continua ad unirti alla nostra missione e alla nostra preghiera, soprattutto per le vocazioni di speciale consacrazione cui hai sempre tenuto tanto. A Dio, suor Maria. La comunità di S. Pio X

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Il mio grazie Suor Maria, grazie per le confidenze riversate nel mio cuore: minute cose ma per te molto importanti. Grazie perché per quei piccoli e pochi gesti premurosi, con un pizzico di presa in giro, mi sentivo dire: «Un giorno lo farò io per te». Grazie per il tuo interesse a quello che io faccio: impossibile con te sottrarmi a raccontarti, in privato o in pubblico, al ritorno di ogni mio viaggio, la missione che svolgo quando sono fuori dalla comunità. Adesso, ti prego, sii più interessata di prima... Grazie quando, vedendomi pensierosa, mi sei venuta vicina per sussurrarmi: «Coraggio, nella vita ci vuole pazienza!». Grazie perché sempre sono partita dalla Comunità raggiunta da te, con il tuo carrellino, per dirmi: «Vai, fai tanto bene. Semina... “statti sicura” un giorno qualcuno raccoglierà. “Statti sicura” la Madonna ti accompagna e Dio benedice i tuoi passi e il bene che fai». Suor Maria, per favore, continuamelo a dire dal Cielo perché mi accorgo che sono queste semplici cose che per me contano e mi danno energia per fare quel poco di bene che posso.

Riposa in pace, nella dolcezza del Paradiso, in compagnia della Madonna. Con affetto, suor Michela

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I miei ricordi Carissima suor Maria, tu che hai assistito al transito di molte sorelle, accompagnandole con le tue premure materne e la tua preghiera, te ne sei andata proprio in punta di piedi, senza disturbare nessuno. Tu non avevi bisogno neppure di chi ti accompagnasse con la preghiera perché tu eri una preghiera vivente! Carissima, mi manchi molto! Ritornando in Italia a chi potrò ora aprire il cuore come potevo farlo con te? Sì, ho perso una confidente ed amica, ma ho guadagnato chi per me intercede presso il Padre! Grazie, cara suor Maria, per il tuo amore così sincero e fedele! Ho sempre ammirato in te la tua fede semplice ed adamantina, quella stessa fede che ti spinse quando, ancora tanto giovane, lasciasti di nascosto la famiglia, che tanto ti amava, per realizzare il tuo sogno di seguire Gesù per sempre, come guanelliana. E tu, da buona itrana e perciò meridionale, accettasti tutto il sacrificio di inserirti in una cultura ben differente dalla nostra e ti adeguasti, per amore, alla disciplina settentrionale. Le superiore percepirono la grandezza del tuo cuore e ti prepararono per la cura degli ammalati. Quanti anni trascorsi nel curare persone anziane e ammalate! I tuoi anni più belli li trascorresti ad Albese, prendendoti cura delle consorelle anziane

ed inferme. Svolgesti con amore grande la tua missione, lasciando una scia profumata di virtù intorno a te! Ancora in questi ultimi anni, quando da tempo tu stavi a Roma, le sorelle di Santa Chiara mi parlavano di te con venerazione e gratitudine. Quando l’obbedienza volle che tu tornassi ad Itri per assistere i tuoi zii che ti avevano adottata e poi persino la «mammina», la seconda moglie dello zio Silvio, ti immergesti in tutto quanto di bello e di buono l’ambiente di Itri potesse donarti. Ti inseristi pienamente tra le devote della Madonna della Civita, e fosti tra le più entusiaste discepole della nostra santa compaesana, la Serva di Dio Luigina Sinapi. Così pure entrasti in comunione con quanti andavano annualmente a Medjugorie e cominciasti così ad accompagnare da vicino le rivelazioni che la Madonna faceva in quel luogo. Quando rientrasti in comunità in Roma ti facesti propagatrice della spiritualità di Medjugorie, pur conservando la tua semplicità di fede ed obbedienza, senza esagerazioni e fanatismi. Carissima, ricordo la tua grande gioia quando ti accompagnai sul tumulo di Luigina Sinapi e quando tu chiedesti ai devoti di Luigina di mandarmi quel volto della Madonna che è davvero sconvolgente nella sua bellezza! Non finirei più di ricordare, tu lo sai bene! Mi fermo qui, perché avremo l’eternità beata per ritrovarci insieme con tutti coloro che abbiamo amato. A te affido oltre che la mia missione, i miei familiari. Tu sai bene tutto! La Madonna della Civita ci dia la grazia di ritrovarci insieme a cantare in eterno il suo Magnificat!

Tua suor Elda

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Un messaggio per noi ghgh

Suor ANNA GHISELLINI ghgh

Nata a Canaro (Rovigo) il 16 luglio 1924. Si è consacrata al Signore a 16 anni tra le Suore della Congregazione di «Gesù Appassionato». Estinta questa, è venuta tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza, consacrandosi il 15 agosto 1967. Ha svolto la sua attività nelle Scuole dell’Infanzia di Villanova del Ghebbo e di Contarina; qui a Contarina, in seguito, è stata al servizio delle ospiti ammalate. Poi è stata trasferita a Trecenta nel 1989 dove ha prestato il suo servizio nell’infermeria. È deceduta nella Casa Sant’Antonio di Trecenta (Rovigo) il 20 dicembre 2016. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Trecenta (Rovigo).

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Suor Anna Ghisellini nacque a Canaro (Rovigo) il 16 luglio 1924. Ancora giovane (circa 16 anni) entra in una piccola Congregazione religiosa di diritto diocesano, dove di lì a poco avrebbe indossato l’abito religioso. Questo piccolo gruppo di suore era dedito al sacrificio e al lavoro, che in quei tempi non mancava di certo, viste le precarietà in cui si trovava l’Italia in quel periodo del dopoguerra e, ancora di più, come la diocesi Clodiense risentisse della grande alluvione avvenuta nel novembre del 1951. Suor Anna in quegli anni era legata a questa Congregazione, dove svolgeva il suo apostolato nella piccola casa di accoglienza intitolata a Maria Stella del Mare (Maris Stella). Qui vi trovarono spazio per fare tanto bene alle piccole orfane della città di Chioggia le suore di «Gesù Appassionato», così veniva chiamata la Congregazione. Io ricordo che l’istituto si trovava vicino al duomo della città, mi sembra si chiamasse «Stella Maris», avevo 12 anni quando per la prima volta incontrai suor Anna. Ricordo che assieme a tante ragazze del mio paese eravamo andate al Congresso Eucaristico a Chioggia indetto nell’anno 1959-’60 da Sua Eccellenza monsignor Giovanni Battista Pasentini, Vescovo di quella diocesi (✠ 1952-1976). Le suore di questa Congregazione ci ospitarono

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nel grande cortile dell’istituto, dove ci offrirono il pasto del mezzogiorno. Tra esse ricordo suor Anna, una giovane suora piccolina, la quale ci raccontò subito che il suo compito non era di stare con le orfanelle, ma che era stata scelta per il servizio domestico e di guardarobiera nella sede vescovile. Non rividi più quella suora per tantissimi anni. Io intrapresi il mio cammino e negli anni ottanta entrai tra le Figlie di Santa Maria della Provvidenza; nel 1999 sono stata trasferita a Fratta Polesine e incontrandomi con le suore di Trecenta rividi suor Anna, entrata anch’essa tra le Figlie di don Luigi Guanella, quando la sua Congregazione si è estinta. Erano passati tanti anni, ma lei si ricordò subito di me. Negli ultimi anni ho avuto modo di vivere accanto a lei per quasi circa quattro anni, mi raccontava che «i tempi passati sono stati difficili, anni di tanti sacrifici, anni in cui si pativa la fame e dove la miseria regnava in tutte le case, tanto che la diocesi in quegli anni si spopolò, ed un elevato numero di cittadini furono costretti ad emigrare in Piemonte e in Lombardia, oppure addirittura nelle vecchie Americhe. Ci fu poi la grande alluvione che portò una serie di problemi che incisero non solo sulla vita sociale ma anche su quella ecclesiale». Il celebrante don Pietro, nell’omelia della celebrazione esequiale alla morte di suor Anna, ha ricordato i suoi quasi 50 anni di vita religiosa; ma questo mi ha rattristata per-

ché gli anni della vita religiosa di suor Anna sono stati circa settanta tra quelli passati nella Congregazione di Gesù Appassionato e quelli trascorsi tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza. Suor Anna è stata una persona silenziosa e solerte, traeva, dalla preghiera intensa e fervorosa, la forza di servire Dio nel prossimo. Lo ha fatto per tanti anni nella Casa di Trecenta, dove sapeva instaurare rapporti di amicizia e di collaborazione con il personale cui era affiancata per dare il meglio agli ospiti a lei affidati. Fedele agli atti comuni, discreta nelle relazioni, offrì la sua vita nella semplicità del quotidiano: suora di grande sacrificio e di lavoro. Negli ultimi anni continuò la sua offerta nella sofferenza. Aveva difficoltà di deambulare ma soprattutto visiva, non vedeva quasi più, ma nel suo cuore la luce della fede è diventata sempre più luminosa, fino al 20 dicembre, quando il Signore la volle con sé nella visione celeste. Forse suor Anna aveva prenotato un posto per Natale in Paradiso ed è partita silenziosamente nella calma di una giornata dal sapore natalizio e di passione per preparare il Presepe in cielo in occasione del S. Natale. Quest’anno, suor Anna carissima, troverai in cielo il Presepe più bello; ora godi la visione celeste quale premio promesso dal Signore alla sua buona e fedele serva. Suor Anna Godasso v v v


Grazie La comunità di Trecenta, cara suor Anna, ti ringrazia per tutto il bene che hai compiuto negli anni trascorsi in questa nostra casa, te ne sei andata in silenzio, come silenziosa era la tua figura, una figura premurosa ed attenta verso il prossimo che ogni giorno con tanto amore hai servito e incontrato. Tante sono state le persone che hai avvicinato, e tante parole di bene che hai speso durante il tuo apostolato qui in terra; ora che non sei più con noi fisicamente, ti chiediamo di sostenerci dal cielo e di mandarci sante vocazioni. Noi ti ricorderemo con la preghiera, con l’affetto e con l’amore che abbiamo nutrito per te. Grazie dalle tue consorelle e da tutti gli operatori della Casa. n

Un messaggio per noi ghgh

Suor IRENE MACHADO GOMES ghgh

È nata a Santa Maria (RS) - Brasile, il 2 luglio 1957. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 2 febbraio 1984. Ha svolto il suo lavoro nelle Case di Ancheta Rio e Paranà S. Terezinha, da junior; poi San Paolo, Centro di Riabilitazione. A Roma per l’Anno internazionale, dopo la professione perpetua si è fermata a Casa S. Maria della Provvidenza, per studio, nell’anno 1990. Ritornata in Brasile, dal 1991 al 1994 è stata al Centro Sacro Cuore a San Paolo; qui nel 1995 la troviamo superiora. Nel 2000 svolge il suo ruolo di educatrice a Rio dei Janeiro e a Casa Santa Maria, poi a Rio de Janeiro CENSA, S. Maria LAR, San Paolo Sacro Cuore, Nostra Signora della Provvidenza e Canela. È deceduta in Brasile il 23 dicembre 2016. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Santa Maria (città - RS), Brasile.

Carissima Madre e Consorelle, oggi è un Natale speciale, perché crediamo che abbiamo una consorella in più che sta celebrando il maggior «prodigio d’amore» alla presenza di Dio. Siamo grate al Signore per il dono della vita di suor Irene, per la sua vocazione, per il bene che lei ha realizzato fra noi. Il giorno 22, mentre ero in ospedale, ha telefonato suor Noemia, lei ha voluto parlare al telefono, è stato molto bello, era cosciente e unita a tutte noi; sicuramente intercede per tutte. Non posso trascurare di condividere con voi l’esperienza meravigliosa di essere Famiglia Guanelliana. Quando abbiamo saputo della morte di lei, ho chiesto e subito il confratello Moacir si è messo a disposizione e con la nostra macchina, insieme a suor Inacia e suor Antonia, siamo andate a Santa Maria; là già ci aspettavano le Sorelle della Comunità, suor Sonia e suor Adiles (da Planalto), con i Cooperatori Guanelliani, c’erano anche le suore di Lar Vovozinhas, padre Ivo e fratel Marin, che hanno portato la mamma di suor Irene e la famiglia. La signora Nadir, con tanta sofferenza e molta fede, ha 92 anni, il giorno seguente è venuta a chiedere di venire al cimitero. La sua forza è stata molto grande. Desidero ringraziare di cuore tutti coloro che ci hanno aiutato concretamente e tutti quelli che da lontano hanno manifestato la stessa vicinanza. Celebriamo con allegria, abbiamo Dio con noi e suor Irene è nella pace, vive il significato del suo nome, è nella pace con Dio e lei gioiva molto della festa! Un grande abbraccio. Suor Neuza

San Luigi Guanella ci invita a pregare per i defunti Voi dite: i morti sono i nostri fratelli. Vero, vero. Il Signore usi misericordia a voi, che avete pietà per le anime dei fratelli defunti. Tra noi viventi e tra i fratelli defunti non è che un sottile muro di separazione, la tela della nostra vita la quale, come il sipario di un palcoscenico, d’un tratto può essere levata e noi trovarci dinanzi al Giudice. Ora l’aver usata misericordia, oh come ci farà trovar misericordia in quel gran momento! (III, 992s). ò ò ò Conversate di continuo con i vostri defunti. Conversate con loro alla mensa, conversate nei traffici della vita, conversate soprattutto in certe ricorrenze di stagione. Vivi e defunti siete fratelli. Conversate ogni giorno con i defunti diletti nel santuario delle misericordie divine, la chiesa, vera casa di Gesù Salvatore. Sempre ricordatevi di suffragarli con una preghiera (III, 993). ò ò ò O Signore, dona pace e bene alle anime pie del purgatorio (III, 1127).

La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

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Un messaggio per noi ghgh

Suor EDDA PEDUZZI ghgh

È nata a Viganello di Verdabbio (Svizzera) il 20 novembre 1935. Si è consacrata al Signore tra le Figlie di S. Maria della Provvidenza il 21 giugno 1960. Ha svolto la sua attività nelle Case di Tesserete, Como-Lora, Como «Sacro Cuore», Capolago, Roveredo, Castel S. Pietro, Maggia. È deceduta il 27 dicembre 2016 nella Casa Don Luigi Guanella di Maggia, Svizzera C.T. In attesa della risurrezione, riposa nel cimitero di Maggia - Svizzera C.T.

Suor Edda ci ha lasciate per la casa del Padre serenamente e con discrezione, come è stata tutta la sua vita spesa nel servizio dei fratelli, prevalentemente nelle case della Svizzera. La ricordiamo sorridente e accogliente, sempre pronta alla battuta e disponibile a collaborare, anche se riservata e di poche parole: nel giorno del suo funerale abbiamo scoperto quanta bontà avesse seminato nel cuore delle persone. Cosciente della gravità della sua malattia, ha accettato il suo breve e insidioso percorso con fede, dignità e abbandono fiducioso nel Signore. Ci ha edificato la sua capacità di vivere la sofferenza fisica e morale senza lamenti, ma forte della grazia divina e dell’affetto premuroso della sua comunità, del personale, dei parenti e amici. Ora che ci guarda dal cielo, la sentiamo quale angelo che veglia su di noi e ci accompagna con la sua intercessione sulle vie della carità guanelliana. Sii felice, suor Edda, nella pace del Signore; noi ti ricordiamo con affetto.

Reverenda superiora e consorelle di suor Edda, non avendo avuto l’occasione di ringraziarvi dopo la sepoltura, non vorremmo mancare di ringraziarvi sentitamente per la cerimonia di profonda dignità e rispetto che avete riservato alla nostra cugina. Purtroppo le circostanze della vita non ci hanno permesso di restarle più vicini. Ricorderemo la sua semplicità, la sua dedizione e profondissima fede nella sua missione.

Le suore della comunità di Maggia

Fam. Peduzzi Dante - Cama

v v v Carissima superiora, siamo vicine a lei e alla Comunità per la morte di suor Edda. Abbiamo fatto il noviziato insieme e il suo ricordo, per me specialmente, si trasforma in preghiera perché il

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Signore le conceda il premio dei giusti. La sua bontà e generosità rimarranno sempre nel mio e nostro cuore. Unite nel ricordo, le assicuriamo preghiere. Con affetto,

La Voce • n. 1 - gennaio-febbraio 2017

suor Marisa e comunità di Madrid v v v Suor Edda l’avevo conosciuta ai tempi che mia nonna era alla Casa San Giuseppe. Una persona meravigliosa, simpatica, con un grande cuore per gli anziani. Vi siamo vicini in questo triste momento e porgiamo le più sentite condoglianze. Fam. Barba Donata v v v

Ricordiamo alle vostre preghiere i familiari delle nostre Consorelle: ◆

Sig.ra Jenita, mamma di suor Stefania Lungu. Sig.ra Maria, giovane sorella di suor Florentina Bordas¸. Sig. Reuben Earl, papà della superiora della Provincia Maria Immacolata suor Rita Butler. Sig.ra Armelinda, mamma di suor Alice De Mello Paz. Sig. Fulvio, fratello di suor Marisa Roda. Sig. Vanni, cognato di suor Loretta Segantin. Sig. Nando Croci, nipote di suor Pierina Quaini. Sig.ra Rosa Hermida e sig.ra Rosa, mamma e sorella di suor A. Sofia Avila Cruz. Sig. Renato, fratello di suor Elisa Spina. Sig. Giambattista, fratello di suor Tarcisia Capitanio. Sig.ra Maria de la Salud Mendoza R., mamma di suor Irma Becerra. Sig. Luigi, papà di suor Manuela Rubin. Sig. Jesu Rathinam, fratello di suor Scolasthica Elias.

Alle nostre Consorelle e a tutti i familiari dei cari defunti giunga la voce del nostro affetto e la solidarietà della nostra preghiera.


La Congregazione delle Figlie di S. Maria della Divina Provvidenza, Opera femminile Don Guanella, si può aiutare in tanti modi: con la preghiera con le offerte col far conoscere l’Istituzione a persone buone e benefiche le quali possano cooperare al bene che compie.

Come si può aiutare l’Opera Femminile Don Guanella L’Istituto è ENTE GIURIDICO (R.D. 29 Luglio 1937, n. 1663, registrato alla Corte dei Conti il 21-9-1937 al Registro n. 389, foglio 88);

può quindi ricevere: DONAZIONI E LASCITI TESTAMENTARI Per evitare possibili contestazioni si consiglia:

le DONAZIONI • Per di denaro o di beni mobili e immobili: rivolgersi direttamente alla Curia Generalizia della CONGREGAZIONE DELLE FIGLIE DI S. MARIA DELLA DIVINA PROVVIDENZA Piazza S. Pancrazio, 9 - 00152 ROMA Tel. 06.5882082 - Fax 06.5816392

i TESTAMENTI: • Per se trattasi di LEGATI si può usare la seguente formula:

«Lascio alla Congregazione delle Figlie di S. Maria della Divina Provvidenza - Opere Femminili Don Luigi Guanella a titolo di LEGATO, la somma di € ........................................ o l’immobile oppure gli immobili ............................................ siti in Via ......................................................................................................... ».

Se si vuole nominare la Congregazione • EREDE UNIVERSALE, scrivere: «Annullando ogni mia precedente disposizione, nomino mio erede universale la CONGREGAZIONE DELLE FIGLIE DI S. MARIA DELLA DIVINA PROVVIDENZA OPERE FEMMINILI DON LUIGI GUANELLA».

N.B. Si consiglia che il testamento venga depositato presso un notaio di loro fiducia.


Siamo nella piena letizia della Pasqua. Il cielo ci parla di gioia,

la terra accenna a letizia; tutto ci invita a rallegrarci:

«Cristo Gesù è risorto, come aveva detto». Il Signore conceda a noi e a tutti

le gioie dell’alleluia pasquale. Io levo gli occhi e le mani al cielo

e vi benedico e intendo benedire anche i vostri cari e pregare pace a tutto il mondo.

San Luigi Guanella

La Voce - 1/2017  

delle Figlie di S. Maria della Provvidenza, Opera Femminile Don Guanella

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