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ettembre è il mese in cui la canicola che regna sulla Romagna estiva inizia a ritirarsi. Parallelamente, favorite dalle prime foschie, le atmosfere toccanti e talvolta sinistre di

certi castelli e scenari naturali si reimpossessano integralmente dei propri siti, conferendo un retrogusto misterioso alla terra dei romagnoli. Popolo, non a caso, di superstiziosi, cospiratori e ribelli, sempre pronti, però, a raccogliersi di comune accordo intorno ad un tavolo, beninteso, se debitamente apparecchiato ed imbandito di abbondanti vivande e libagioni. Gente pervasa da uno spirito che li vuole custodi tenaci e talvolta inconsapevoli delle proprie tradizioni, stretta in un connubio con la propria terra che non manca di segnare chi ne viene a contatto. Dagli insigni pittori stranieri, attirati dall’arte e dalla storia di questo lembo d’Italia, a coloro che vi si trovano a passare quasi per caso, come accadde ad un certo Lawrence d’Arabia. La Redazione di

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September is the month in which the fierce summer heat of Romagna begins to recede. It’s also the month of the first autumn mists, which add atmosphere and even a touch of menace to castles and certain landscapes, enhancing the power of their presence and leaving an aftertaste of mystery in the region and its countryside. Maybe this explains why the people of Romagna are more superstitious than most; but if they’re also famed for their rebelliousness and their conspiratorial nature, they’re always willing to sit round a table together – on condition, of course, that it’s literally heaving with good food and wine. The spirit of the people of Romagna makes them tenacious, and sometimes unknowing, upholders of their own traditions, grounded in a special rapport with their home territories which visitors never fail to notice: whether they’re famous painters drawn by the art and the history of this part of Italy, or those who just found themselves passing through, like one Lawrence of Arabia. The editorial staff of ee

E di t or i a l e

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_acqua_terra_fuoco_a r i a _


Il “fuoco” di Portico la fon ta n a a rde n te di M on te Bu s ca

Sul monte Busca esiste una piccola località, pittorescamente chiamata Inferno, entro i cui confini si manifesta un singolare e suggestivo fenomeno geotermico: il più piccolo “vulcano” d’Europa.

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I Sensi di Romagna

foto d’archivio

Chi combatte il fuoco col fuoco di solito finisce in cenere. Jeanne Phillips

F ra n c o D e P i s i s


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ifficile dire se non sia stata proprio la sua presenza a suggerire una tale denominazione per la piccola frazione romagnola, di certo l’uno e l’altra si completano a vicenda nel creare un eccentrico contesto.

Per giungere al suo cospetto bisogna percorrere la strada provinciale n. 22 per Tredozio, e, a circa 7 chilometri da Portico di Romagna, in direzione Monte della Busca, raggiunto il km 7+700, mentre a lato si gode un vivace panorama sulla cittadina di Portico e sul massiccio del Monte Gemelli, si nota ad una settantina di metri la casa colonica Ca' Forte. Davanti all’edificio rurale disabitato si apre un vasto piazzale e sul muro antistante campeggia la roboante scritta a vernice: “il vulcano”. Dietro al fabbricato, circondato da un innocuo campo coltivato, troviamo dunque il lillipuziano cratere vulcanico. Nonostante sia comunemente definito tale, il cosiddetto “fuoco” di Portico, in realtà un vulcano vero e proprio non è. La fiamma che esce dal sottosuolo, baluginando stagione dopo stagione, è in realtà provocata da un’emanazione di idrocarburi gassosi che a contatto con l'ossigeno dell'aria rimane perennemente accesa, dando vita al fenomeno detto “fontana ardente", già citato nel XVI secolo, che compare in Decrittione di tutta l'Italia, il più apprezzato scritto del celebre storico, filosofo e teologo italiano Leandro Alberti: “Poscia da Portico un miglio discosto vedesi un luogo da gli habitatori del paese dimandato Inferno, ov'è la terra negra et ponderosa, nella quale vi è un buco largo da piedi 4 ov'esce una fiamma di fuoco, essendo accesa la terra con un solferino acceso et abbrucia ancora le legna verdi postevi et s'estingue con panni di lana gettativi sopra. Et quivi vicino ritrovasi assai medaglie d'oro, d’argento e di metallo". In un recente passato, durante l’ultimo conflitto, si tentò anche l’utilizzo del “fuoco” di Portico quale fonte energetica. Nel 1939 fu costruita una condotta per il gas che, partendo dal luogo naturale d’uscita, giungeva sino alla strada provinciale, ove venne anche eretto il piccolo edificio in stile littorio ancora visibile. In un periodo segnato dalla corsa all’autarchia si cercava di sfruttare ogni fonte di energia possibile, per quanto modesta. Non stupisce dunque apprendere che questo impianto venne inaugurato dallo stesso Mussolini. Passata la guerra, con le sue ossessioni, l'impianto è caduto in disuso. Il “fuoco” di Portico però, nonostante oggi scaturisca da una posizione traslata rispetto a quella originaria, continua a manifestare le sue suggestioni e seguita pure, in un certo senso, ad essere utilizzato. Non è insolito, infatti, che nella bella stagione i ragazzi di queste parti, dimostrando ancora una volta la natura pratica dei romagnoli, poco avvezza al timore reverenziale, lo usino come barbecue.

foto d’archivio

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THE “VOLCANO” OF PORTICO_ THE SPRING OF FLAME OF MONTE BUSCA On Monte Busca in Portico there is a hamlet with the picturesque name of Inferno. The reason for the name is an unusual and fascinating geothermal phenomenon: Europe’s smallest “volcano”. Although we can’t say for certain that it’s the presence of the “volcano” that gave this small Romagnol village its name, there’s no doubt that one and the other set each other off to perfection. Inferno can be reached via Tredozio on provincial highway 22. Some 7 kilometres from Portico di Romagna, heading in the direction of Monte della Busca, to one side there opens an expansive panorama of the small town of Portico and Monte Gemelli; some 70 metres further along is a farmhouse, Ca' Forte. In front of this now disused farmhouse is a broad courtyard fringed by a wall which bears a rather bombastic hand-painted indication reading the volcano. The “crater” itself lies behind the farmhouse, in the middle of a field. Strictly speaking it isn’t a volcano at all, although that’s how it’s commonly designated. The flame which glowers and glimmers here year after year is actually caused by a vent of hydrocarbon gases which remain in a permanent state of ignition due to their contact with the oxygen in the air, creating the phenomenon known as the “burning spring", first attested as early as the 16th century, as in the Decrittione di tutta l'Italia, the principal work of Italian historian, philosopher and theologian Leandro Alberti: “Then from Portico a mile distant one sees a place known to the inhabitants of the village as Inferno, where the earth is black and heavy, in which there is an opening 4 feet wide from which there exits a flame of fire, being the earth set alight with a burning match which burns the fresh firewood set there and can be put out with woollen cloths thrown over it. And here in the vicinity many medals of silver and other metals are found." More recently, during World War 2, attempts were made to use the “fire” of Portico as a source of energy. In 1939 a pipe was built to tap the gas at its point of exit and convey it to the provincial highway, where a small building from the Fascist period can still be seen. In the self-sufficiency drive of the Mussolini years, the idea was to exploit every possible source of energy, no matter how modest. No surprise, then, that the pipeline of Portico was inaugurated by Mussolini himself. After the war, the facility fell into disuse. But the “volcano” of Portico, though it now emerges at a spot slightly removed from the original vent, continues to burn and is still, in a certain sense, put to use: as a barbecue. A typical demonstration of the Romagnol character – pragmatic, with little sense of awe.

Ter r i t or i o

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To m m a s o A t t e n d e l l i

Montefiori Conca

Ludovico Ariosto

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forte z z a a gu a rdia de lla lu n a

Quindi mutando bestie e cavallari, Arimino passò la sera ancora; nÊ in Montefiore aspetta il matutino e quasi a par del sol giunge in Urbino.

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I Sensi di Romagna


Sospese tra il mare ed il Montefeltro,

robusto basamento, di un altro coraggioso passo verso la volta celeste.

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MONTEFIORE CONCA_ THE FORTRESS THAT GUARDS THE MOON

asta un solo colpo d’occhio al panorama per accorgersi della posi-

Suspended between the sea and the Montefeltro, the stark, imposing form of the fortress of Montefiore towers over the surrounding countryside, an extension of the mountaintop on which its robust foundations rest, as if reaching for the sky. It’s enough just to look around to appreciate the privileged position of the village of Montefiore, which spills gently down from the 480 metre summit of Monte Auro to the lush terraces which fringe the river Conca. And a walk through the old walled town, with its monuments, churches, 19th-century theatre and many vestiges of ancient trades (living proof of which are the many traditional crafts and businesses still operating here) serves only to confirm the sensation that one is in a town whose own destiny has since time immemorial been interwoven with that of humanity itself. Archaeological finds and the remains of Roman occupation also attest to a human presence in this place well before the medieval period which saw the town reach its peak of prosperity – it even gets a mention in a canto of Ludovico Ariosto’s Orlando Furioso. However, the earliest documentary reference to this town with its peculiarly “natural” and “metamorphotic" name dates from 1136, when Pope Innocent II refers to it as Castro Monte Flori. Its heyday came during the dominion of the Malatesta dynasty of Rimini, which began in 1302. The Malatesta chose Montefiore as the site for a magnificent fortress with the dual role of political emblem – as a sumptuous symbolic residence – and strategic stronghold acting as a bulwark against the nearby duchy of Urbino. The fortress was home and hospice to its Malatesta sovereigns for over a century, and was the inspiration for the sobriquet, Belfiore, of Galeotto Novello Malatesta, who was born here in 1377. The fortress remained impregnable until 1462, when it fell to Federico da Montefeltro in what was the first in a series of changes of control which ended up diminishing the importance of the fortress. Today, its impressive architecture remains intact, and it is an important venue for exhibitions of contemporary art. The arms of the Malatesta family can still be admired on its walls and in its halls, as can its interior decorations and its frescoes by Jacopo Avanzi, rare examples of secular painting from the 14th century. It’s from the terrace at the top of the fortress, however, that the most pleasant surprise awaits the visitor: a view that ranges over the nearby coastline and the pine forests of Ravenna, the promontory of Gabicce and the surrounding countryside stippled with olive trees and chestnut groves. Perhaps because of the beauty of the village and its environs, the local population has been on the increase in recent years, and its traditions (like the dramatic Good Friday procession) and feasts (those dedicated to chestnuts and olives) are still going strong, the most popular of which is the one dedicated to the moon: that final frontier which the fortress of Montefiore seems still to watch over.

zione privilegiata del borgo, che digrada dolcemente dai 480 metri

del Monte Auro, fino ai floridi terrazzamenti sul fiume Conca. Una passeggiata entro le sue mura, tra antiche opere d'arte, chiese, il teatro ottocentesco ed i molteplici segni di remota vita quotidiana (come le testimonianze viventi di antichi mestieri artigiani) non potrà che confermare la sensazione di trovarsi in una terra che ha visto incrociarsi da tempo immemorabile il proprio destino a quello degli uomini. Reperti preistorici e resti di insediamenti romani ne segnalano infatti la presenza ben prima dell’epoca medioevale, momento di massimo splendore per il borgo, che viene anche citato da Ludovico Ariosto in un canto dell’Orlando Furioso. Il debutto ufficiale tra le pagine della storia del suo nome così particolarmente “naturalistico” e “metamorfotico" avviene però nel 1136, quando Papa Innocenzo II lo indica come Castro Monte Flori. È sotto i Malatesta di Rimini, dal 1302, che Montefiore conosce l’apogeo del suo sviluppo. La casata lo sceglie, infatti, per edificarvi, una magnifica fortezza, con il ruolo politico di ricca residenza di rappresentanza, e quello strategico-militare di baluardo sui confini del Ducato di Urbino. Per più di un secolo essa ha protetto ed ospitato i suoi sovrani, ispirando anche il nome di Galeotto Novello Malatesta, che quivi nacque nel 1377 e fu chiamato Belfiore. Solo nel 1462 i monumentali bastioni cedettero a Federico da Montefeltro, soccombendo alla prima di un ciclo di successive dominazioni che finirono per portare la Rocca alla decadenza. Oggi, oltre alla preservata magnificenza architettonica, che ha fatto dei suoi spazi un significativo punto di riferimento per l'arte contemporanea, è possibile ammirare sulle sue mura e nelle sue sale stemmi malatestiani, decorazioni, ed alcuni affreschi di Jacopo Avanzi, rari esempi di pittura laica del XIV secolo. Ma è giungendo al terrazzo sulla sommità della fortezza che i sensi ricevono la più piacevole scossa: qui la vista spazia dalla vicina linea costiera, fiancheggiata dalla

proprio per la bellezza di questi luoghi si sta assistendo negli ultimi tempi ad una ricrescita della popolazione che li abita e continua ad ani-

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pineta di Ravenna e sovrastata dal promontorio di Gabicce, sino alle campagne punteggiate di ulivi e circondate da boschi di castagno. Forse

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sopraelevare il monte, su cui posa il suo

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della Rocca di Montefiore, quasi a voler

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troneggiano le squadrate ed imponenti geometrie

mare le tradizioni (come la processione drammatica del Venerdì Santo), le sagre (come quella della castagna e dell’oliva) e le feste che li celebrano, la più sentita delle quali è dedicata alla luna: ultimo confine a cui la Rocca di Montefiore pare montare la guardia.

Ter r i t or i o

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La Romagna delle società segrete

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Hilda Gaeda

La Romagna è stata terra ricca, fertile e propizia, non solo per aver donato alle sue genti i più succulenti frutti dei suoi pingui e rigogliosi terreni,

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M as s on e ria , Ca rbon e ria e d a ltre logge “ s ommerse”

ma anche per essere stata attraversata dai fermenti a cui patrioti, idealisti e liberali particolarmente calorosi, con lo scopo di sovvertire le regole delle istituzioni, diedero vita riunendosi di nascosto in

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quelle che furono le cosiddette società segrete.

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I Sensi di Romagna


st’ultima si può affermare che storicamente all’inizio non fosse altro che il ritrovo dei gaudenti, di uomi-

ni avvezzi al bere e al mangiare bene, attratti dal sano discutere di alti pensieri; nobili e ricchi, insomma, che si sollazzavano con raffinati piaceri. Nel 1796 arrivarono in Romagna i francesi di Napoleone; non solo la Massoneria italiana dell’Ottocento veniva appoggiata dal governo napoleonico, ma era anche l’unica strada per fare carriera politica, amministrativa e militare. In Emilia Romagna tutti erano massoni e delle logge massoniche romagnole aperte sono ben documentate storie ed appellativi, istruzioni e riti. Durante il Regno d’Italia, le logge avevano nomi quali: Il Lamone a Faenza, la Pineta a Ravenna, Il Rubicone a Cesena, La Reale Augusta a Forlì, Il Genio a Lugo. La Massoneria romagnola si adoperò nel cosiddetto “risorgimento" soprattutto sul versante repubblicano. Ma caduto Napoleone le cose si misero al peggio. In Italia durante la Restaurazione i nobili si affrettarono a riappropriarsi dei loro beni, il Papa rientrò a Roma e la massoneria francese voltò le spalle a Napoleone. In Italia le logge tornarono semplicemente a nascondersi, in Emilia Romagna questo sarà un momento in cui l’attività delle società segrete diventerà frenetica, nasceranno sette come funghi, i borghesi romagnoli sceglieranno la via della cospirazione occulta per rovesciare il Governo Pontificio. Tra queste sette la più attiva fu la Carboneria. Massoneria e Carboneria convivevano nelle terre di Romagna, in un rapporto che ben descrisse lo storico Oreste Dito con le parole: “La Massoneria è fine, la Carboneria fu uno de’ modi per raggiungerlo”. Dalla Massoneria i carbonari apprendevano formule gesti e parole e si attenevano a complessi, quasi grotteschi, regolamenti. Dei nomi adoperati per le aggregazioni si conosce quello di Cesena che si chiamava La Rosa, o quello di Forlì: Amaranto. Nel mentre, a Bologna, si affermò la setta dei Guelfi; poco avvezzi ai complessi catechismi, nel 1816 i settari Guelfi furono “segnalati” anche in Romagna tra Faenza e Cesena. Altro furono poi le cosiddette sette reazionarie che nascevano per punire carbonari e massoni, ma di cui non si hanno notizie documentate. Di certo invece si sa che fu il Papa Leone XII, prima con la Bolla “Quo graviora" del 13 marzo 1823 a scomunicare la Massoneria, poi con la “Ecclesiam a Jesu Christo fundatam” a condannare la Carboneria e ad inviare in Romagna il Cardinale Agostino Rivarola che attuerà un’attività persecutoria contro i carbonari, condannando centinaia di perso-

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ne, spesso senza motivo. SECRET SOCIETIES IN ROMAGNA_ MASONS, THE CARBONARI AND OTHER “UNDERGROUND” LODGES Romagna has always been a fertile territory – and not just for the generous produce of its land. It’s also a place where intrigue has readily flourished, in the machinations of patriots, idealists and liberals who formed secret societies in their attempts to subvert the status quo. Two secret societies in particular have always been especially strong in Romagna: the Carbonari and the Masons. The latter started out as a club for bon vivants – rich, often titled men who enjoyed eating and drinking well and indulging in the rarefied pleasures of refined debate. When, in 1796, Napoleon and his troops arrived in Romagna, not only were the local Masonic lodges sponsored by the Napoleonic administration but they became an essential conduit to a successful career in politics, administration or the military. Everyone was a freemason in Emilia Romagna, and the names, history, rites and rituals of the lodges which existed in Romagna are well documented. Under the monarchy, these lodges had names such as Il Lamone in Faenza, La Pineta in Ravenna, Il Rubicone in Cesena, La Reale Augusta in Forlì, or Il Genio in Lugo. And during the Risorgimento, the Romagnol freemasons were principally supporters of the Republican cause. After Napoleon’s demise, however, things had taken a turn for the worse. During the Italian Restoration, the aristocracy promptly reappropriated their assets, the pope returned to Rome and the French freemasons turned their backs on the fallen emperor. In Italy, the Masonic lodges simply went underground, and in Emilia Romagna the activity of the secret societies became particularly frenetic, with cells springing up overnight like mushrooms as the Romagnol bourgeoisie opted for covert action in its attempts to overthrow the papal administration. One of the most active of these secret societies was the Carbonari. Freemasons and Carbonari coexisted and worked together in Romagna, in a relationship succinctly defined by historian Oreste Dito: “Freemasonry is an end, and the Carbonari was one means of attaining this end.” The Carbonari adopted many of the formulas, gestures and rites of the Masons and observed a complex, often grotesque, rule of conduct. Local Carbonari cells were known by various names, such as La Rosa in Cesena or Forlì’s Amaranto. Meanwhile in Bologna, another society, the Guelphs, was growing in influence. With little time for the niceties of conduct of the Carbonari, by 1816 the Guelphs were known to have established a presence in Romagna, between Faenza and Cesena. Then there were the reactionary secret societies, which emerged in opposition to the Masons and Carbonari but of which little in the way of documentary records survive. We do know, however, that pope Leo XII persecuted both Masons and Carbonari – the former were excommunicated by his Quo griaviora bull of 13 March 1823, while a later bull, Ecclesiam a Jesu Christo fundatam, condemned the latter. A papal envoy, cardinal Agostino Rivarola, was sent to Romagna with the mission of persecuting the Carbonari – hundreds were imprisoned, often for no reason.

St or i a

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Il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente. Montesquieu

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e più importanti sette del nostro territorio furono sicuramente la Carboneria e la Massoneria. Di que-


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Forse la più profonda scienza dell'amore è amare ciò che si disprezza.

Anche Lawrence d’Arabia soggiornò a Faenza n e ll’u n ic o B r i t i s h R es t C amp i t al i an o de lla Gra n de Gu e rra LAWRENCE OF ARABIA IN FAENZA_ THE ONLY BRITISH REST CAMP IN ITALY IN THE GREAT WAR Unlikely as it may seem, the inhabitants of Faenza had until recently forgotten that in the space of little over two years – from 1917 to 1919 – their city played host to over half a million British troops (597,443 of them to be precise), who stayed here for just a few hours or several days. And they were equally oblivious to the fact that the illustrious Lawrence of Arabia took some well-earned rest in their city on his return from his daring adventures in the Middle East. It’s a story recently uncovered by two local researchers, Enzo Casadio and Massimo Valli. And it begins when the First World War was at its height. For the Allied High Command, the transport of troops to the front depended on the railway line that ran all the way from Cherbourg on the coast of Normandy through France and Italy to terminate in Taranto. A journey of forty hours, which required at least two “refuelling” stops along the way. In Italy, the only stop for the travelling troops was Faenza, as formalized by an agreement signed on 21 May 1917 by Lieutenant Colonel Kenneth R. Campbell and the mayor of Faenza, Enrico Camangi. As a result of this agreement, two miniature cities appeared as if by magic around an improvised parade ground on the outskirts of Faenza: one was for the officers, while the other, much larger, encampment was for NCOs and troops. Using materials no nobler than wood, the British forces turned their encampments into miniature reproductions of their home towns and villages. The roads were named after well-known London streets: on Regent Street were a canteen, games room, a large wooden shack which functioned as a mess and kitchen, the “Café Royal”, a church named St. Martin in the Fields, shops and a bar. There was even a theatre, the Vaudeville. Sports facilities weren’t lacking either, with tennis and basketball courts, football pitch and cricket oval. To keep morale high among the troops, sports contests and boxing matches were held on a regular basis. All things which the inhabitants of Faenza have learned only recently: and if tennis and basketball are so widely practised in Faenza, it’s due to the British troops who “imported” these sports into this small Romagnol city. Another encampment was built for “indigenous” troops and labourers, especially Indians and Africans. Hospitals opened. And not just hospitals: in June 1918 the Allied command requested and obtained from the city of Faenza a plot of land in the cemetery of the Osservanza, with room for at least 200 graves. Fortunately, the British had been somewhat pessimistic in their calculations. For in over two years of existence, only 54 troops died here. Their gravestones, grouped around a great white cross with a sword between its arms, can still be seen today. The end of the war brought an end to the casualties: the camps were struck and the troops departed. Nothing now remains of the makeshift towns built by the British. Except, of course, for those 54 white tombstones.

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I Sensi di Romagna

Thomas Edward Lawrence

G iu l i a n o B e t t o l i


Sembra impossibile, eppure i faentini non hanno mai saputo che nella loro città, in poco più di due anni – dal 1917 al 1919 –, per poche ore o per molti giorni, soggiornarono più di mezzo milione di militari non hanno mai saputo che nella loro città, di ritorno dall’Egitto soggiornò, per prendersi un po’ di

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inglesi, esattamente 597.443. E, sempre i faentini,

meritato riposo dopo le sue spericolate avventure in Medio Oriente, anche il celeberrimo Lawrence d’Arabia.

L’

hanno raccontato di recente due bravi ricercatori locali: Enzo Casadio e Massimo Valli. Torniamo con la mente a quegli anni.

essenziale, in funzione del trasporto delle proprie truppe, la linea ferroviaria che parte da Cherbourg, porto francese della Normandia, attraversa Francia ed

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È in atto la Prima Guerra Mondiale. Per il comando supremo alleato si rivela

Italia e raggiunge Taranto. Quaranta ore di viaggio. Occorrono almeno due campi di sosta lungo il percorso. E Faenza viene scelta come l’unico campo in Italia per i militari in transito. Il 21 maggio 1917 il Tenente Colonnello Kenneth R. Campbell firma un accordo con l’ingegner Enrico Camangi, sindaco di Faenza. incanto due nuove città in miniatura: una per gli ufficiali, un’altra, molto più grande, per i sottufficiali e la truppa. Gli inglesi, pur usando semplici barac-

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In due zone alla periferia di Faenza, attorno alla “Piazza d’Armi”, sorgono per

che di legno, riescono a riprodurre, in scala, dei veri e propri villaggi ispirati a quelli della loro terra lontana. Le strade portano i nomi di località inglesi. Lungo la Regent Street si susseguono lo spaccio militare, il circolo ricreativo, la grande baracca adibita a cucina e mensa, il Caffè Royale, la chiesa (chiamata St. Martin in the Fields), negozi e bar. Vi è addirittura il teatro, sì, il Vaudeville Theatre. Non mancano nemmeno i campi di gioco, specialmente di pa si organizzano con una certa frequenza tornei sportivi ed incontri di pugi-

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tennis, di basket, di cricket e di calcio. Per mantenere alto il morale della truplato. Anche questo i faentini lo hanno saputo solo adesso: se il tennis e il basket a Faenza si sono poi così diffusi, lo si deve proprio ai militari inglesi che “importarono” questi due sport nella cittadina romagnola. Sorge ancora un altro campo per i militari e i lavoratori indigeni, specialmente indiani e africani. Sorgono alcuni ospedali. Non solo. Nel giugno del 1918 il comando delle truppe inglesi chiede e ottiene dal Comune di Faenza un lotto di terra nel Cimitero dell’Osservanza che possa contenere almeno 200 tombe. Le previsioni del comando inglese si rivelano, per fortuna, alquanto pessimistiche. Difatti, negli oltre due anni di attività dei campi, i decessi sono solo 54. Le lapidi, radunate attorno alla grande croce bianca che reca una spada inserita entro i suoi bracci, sono sotto i nostri occhi ancora oggi. Non resta nulla del campo inglese. No, restano quelle 54 lapidi bianche.

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Poi la guerra finisce, grazie a Dio, le truppe partono, i campi si smantellano.

St or i a

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S t ef a n o B o rg h e s i

Piero Maroncelli e roe ris orgime n ta le roma gn olo d a ro manzo

La rosa bianca Il malato fu seduto sulla sponda del letto colle gambe giù: io lo tenea fra le braccia. Al di sopra del ginocchio, dove la coscia cominciava ad esser sana, fu stretto un legaccio, segno del giro che dovea fare il coltello (...) Maroncelli non mise un grido. Quando vide che gli portavano via la gamba tagliata, le diede un’occhiata di compassione, poi, voltosi al chirurgo operatore, gli disse – Ella m’ha liberato d’un nemico, e non ho modo di rimunerarnela – V’era in un bicchiere sopra la finestra una rosa. – Ti prego di portarmi quella rosa – mi disse. Gliela portai. Ed ei l’offerse al vecchio chirurgo, dicendogli: - Non ho altro a presentarle in testimonianza della mia gratitudine -. Quegli prese la rosa e pianse. Silvio Pellico (da “Le mie prigioni”)

The white rose The patient was made to sit on the edge of the bed with his legs hanging down: I held him in my arms. Just above his knee, where the thigh was still healthy, a string was secured, marking the circuit which the knife was to make […] Maroncelli did not let out a cry. When he saw his amputated leg being taken away, he gave it a fond glance then, turning to the surgeon, said: “You have liberated me from an enemy, and I have no way of paying you.” There was a rose in a glass on the window sill. “Could you bring me that rose,” he asked me. I took it to him. And he offered it to the old surgeon, saying: “I’ve nothing else to give you as a token of my gratitude. ” The surgeon took the rose and wept. Silvio Pellico (from Le mie prigioni)

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I Sensi di Romagna


“Povero giovane! Nel fiore dell’età, con un ingegno di splendide speranze […] precipitato in prigione per cose politiche, in un tempo da non poter certamente evitare i più severi fulmini della legge!” (Silvio Pellico).

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a Romagna ribelle all’assolutismo dello Stato Pontificio a cui apparteneva, conta Piero Maroncelli tra i suoi patrioti, che onorarono il risorgimento italiano. A Forlì, ove nacque il 21 settembre 1795, a Napoli e a Bologna Maroncelli perfezionò gli studi musica-

li e letterari, mentre segretamente agiva nelle file della Carboneria. Venne presto in sospetto di sovversione sia in Romagna sia a Milano ove fu a contatto con gli esponenti più illuminati della setta dei “Federati”, avversa alla dominazione austriaca. In Lombardia partecipò attivamente alla cospirazione insieme con l’amico Silvio Pellico, patriota e letterato. Entrambi arrestati nel 1820 furono condannati a morte. La pena venne poi commutata in venti anni di carcere duro, che Silvio e Piero scontarono nella rocca dello Spielberg a Brno in Moravia. Le sofferenze patite allo Spielberg furono raccontate dal Pellico in Le mie prigioni, un libro che si disse aver nuociuto all’Austria più di una battaglia perduta. In una delle pagine più commoventi viene descritta l’amputazione inevitabile di una gamba malata del Maroncelli, che venne eseguita senza anestesia dal barbiere del carcere e a cui il paziente si sottopose con stoica sopportazione del dolore. Il 1° agosto 1830 i due patrioti furono graziati dall’imperatore austriaco. Piero Maroncelli ritornò in Italia, poi trovò dimora più sicura a Parigi, ove godette le simpatie del re Luigi Filippo. Nel 1833, spinto da necessità economiche, emigrò a New York con la moglie Amalia Schneider, cantante lirica tedesca. Nel periodo statunitense visse non senza difficoltà, impartendo lezioni di musica e di lingua italiana, ma si fece benvolere per il suo generoso entusiasmo. Conobbe Edgar Allan Poe. Si adoperò per la diffusione delle idee del socialista utopista Fourier. Si spense a New York il 1° agosto 1846, provato dai postumi dell’amputazione e dal dolore morale infertogli da ingiustificate accuse di delazioni nel corso dell’arresto del 1820. Per interessamento della città natale, il 12 agosto 1886 le sue spoglie furono trasferite dal cimitero di Greenwood in New York al Pantheon del cimitero monumentale di Forlì, ove furono accolte con solenni cerimonie.

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PIERO MARONCELLI_ A ROMAGNOL HERO OF THE RISORGIMENTO “Poor young man! In the flower of his youth, with a mind that held great hope […] thrown into prison for political reasons, in an age when it was impossible to avoid the Law’s severest blows!” (Silvio Pellico). Under the dominion of the Papal States, Romagna rebelled against its absolutist rulers. And one local patriot, Piero Maroncelli, played a major role in the Italian Risorgimento. Maroncelli studied music and literature in Forlì (where he was born on 21 September 1795), Naples and Bologna, while secretly being involved with the Carbonari at the same time. He soon became suspected of subversive activities in both Romagna and Milan, where he had made contact with the more enlightened wing of the Federati, a secret society opposed to Austrian rule. In Lombardy, Maroncelli actively participated in the Carbonari conspiracy with his friend Silvio Pellico, the author and patriot. The two men were arrested in 1820 and sentenced to death. This sentence was then commuted to twenty years’ confinement, which Silvio and Piero served in Spielberg castle in Brno, Moravia. The hardships they endured at Spielberg were later recorded by Pellico in Le mie prigioni (“My Prisons”), a book said to have done Austria more harm than a lost battle. One of the most moving passages in the book relates the amputation of one of Maroncelli’s legs due to infection. The operation was performed without anaesthetic by the prison barber – a horrific ordeal to which Maroncelli stoically submitted. The two patriots were pardoned by the Austrian emperor on 1 August 1830. Piero Maroncelli returned to Italy before moving to a safer home in Paris, where he enjoyed the protection of the French king, Louis Philippe. In 1833, economic hardship forced him to emigrate to New York with his wife Amalia Schneider, a German opera singer. Life was not easy in the United States either. Maroncelli managed to eek out a livelihood for himself giving lessons in music and Italian, and was well liked for his generosity and enthusiasm. While in the US he met Edgar Allan Poe and became a proponent of the ideas of the Utopian socialist, Fourier. Maroncelli died in New York on 1 August 1846, his life cut short by the after-effects of his amputation and the moral suffering inflicted on him by unfounded accusations of delation during the arrest of 1820. At the intercession of his native city of Forlì, on 12 August 1886 his remains were transferred from Greenwood cemetery in New York to the Pantheon in the municipal cemetery of Forlì, where they were deposited in a special ceremony.

St or i a

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An g el a m a r i a G o l f a re l l i

Le credenze popolari in Romagna antidoto ru ra le con tro il de s tin o a vve rs o

FOLK BELIEFS IN RURAL ROMAGNA_ STRAIGHTENING OUT THE TWISTS OF FATE One of the most fascinating and alluring aspects of human existence is that it’s fraught with things we don’t understand: we feel impelled to investigate them, while we fear them at the same time. And one way of codifying the mysteries of existence is superstition, the long-enduring foundation of a folk culture that persists in attributing to supernatural agencies phenomena which can often be explained rationally. Romagna, like all the souths of this world in general, has always cultivated a certain respect for magic and superstition. It’s a sanguine and generous region with a history full of political and civil upheaval, and as the spiritual home of militant anticlericalism it has often preferred paganism and empirical knowledge to the “truth” of the supreme Mystery – faith. As ethnologist V. Tonelli notes, until just a few decades ago the countryfolk of Romagna continued to observe ancient traditions such as the placing of the Yule log on the hearth, where on Christmas eve “the Virgin Mary came to dry out the Baby Jesus’ swaddling cloths.” Then there was the belief that on Twelfth Night livestock in their barns were magically given the gift of speech and were even known to cuss out an owner who was overly stingy with his food rations. Or the custom of marking leeks with a “cross of broom” to propitiate good health for humans and livestock. Or the use guaza ad san Zvan (St John’s dew – see ee issue 1), held to be capable of curing any ailment on condition it’s collected on the night of 24 June, before daybreak. It may seem strange how many superstitions are shared by countries and cultures with no direct contact – and one especially striking illustration of this similarity is that it’s all too often women who are forced to obey the structures imposed by some of the grimmest superstitions. According to M. Placucci, women in traditional societies would often find their entire lives governed by rules founded on superstition. Maternity, childbirth and puberty were endured according to strict and unquestioned dogmas. A woman going into labour, for instance, “had to sit at the edge of the fireplace with a distaff, a gesture meant to indicate that although she was in pain she was not forgetting to work and carry out her domestic chores.” And then after childbirth she was forbidden to dress up, for fear that “her fingers would grow numb and she would be unable to swaddle the baby.” The examples are endless: for superstition, compounded by ignorance and lack of learning, has a habit of imposing its incontrovertible “truths” on everything it encounters. Fortunately – and it’s only fair that we should mention this – in some cases superstition had a more benevolent effect. To see a shooting star or to eat rocket in the hope of dreaming of one’s moroso (loved one) were therefore “healthy” superstitions, in the sense that even a delusion can brighten our lives – you’ve got to have a dream, after all.

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I Sensi di Romagna

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Il mistero è uno degli aspetti più seduttivi ed affascinanti della nostra esistenza: l’essere umano è spinto ad indagarlo, a temerlo e a cercare di codificarlo anche attraverso la superstizione, da sempre base di una cultura popolare che perpetua l’attribuzione a cause soprannaturali, di fenomeni spiegabili razionalmente.

L

a Romagna, e più in generale il sud del mondo, ha sempre convissuto con l’aspetto magico e fantastico di certi pregiudizi che si sono trasmessi come carattere antropologico, veicolati dalla superstizione. Terra sanguigna e generosa, percorsa da grandi passio-

ni politiche e civili, patria di mangiapreti per antonomasia, ha spesso demandato ai riti pagani la trasmissione di un sapere empirico che non riconosceva al Mistero assoluto (quello della fede), il ruolo di Verità. Come riporta anche lo studioso di costumi popolari V. Tonelli, erano molto diffusi, nelle nostre campagne, almeno fino a pochi decenni fa, comportamenti come quello di mettere nella stufa il ceppo di Natale, la notte della vigilia infatti “Passava la Madonna ad asciugare i panni del Bambino”. O la credenza che nella notte dell’Epifania le bestie della stalla tornassero magicamente a parlare e potessero addirittura maledire un padrone troppo avaro. O il rito del segnare i porri con una “croce di ginestra” per favorire la salute di uomini e animali. O l’uso della guaza ad san Zvan (la rugiada di San Giovanni - vedi ee N°1), capace di guarire ogni malanno e che bisognava “raccogliere” il 24 giugno, prima che facesse giorno e potesse asciugarsi al sole. Può sembrare strano quanto alcuni temi che riguardano la superstizione siano condivisi in molti paesi e culture lontane fra di loro, e colpisce che sia la donna ad essere, in moltissime occasioni la vittima designata della superstizione più bieca. Secondo M. Placucci, quasi tutta la vita della donna poteva essere scandita da regole legate alla superstizione. La maternità, il parto, la pubertà, sottostavano a dettami precisi ed indiscutibili. Ai primi dolori da parto, ad esempio, “doveva sedersi sull’orlo del focolare avente per appoggio una conocchia, intendendo con ciò d’indicare, che a fronte di essere addolorata, non si dimenticava di lavorare, e di fare le faccende domestiche”. E che dire del divieto alla puerpera di vestirsi a festa perché altrimenti “le si sarebbero intorpidite le dita e non avrebbe potuto più fasciare la creatura”. Resterebbero ancora tanti particolari da sviscerare su questo inesauribile tema, poiché la superstizione, mescolata all’ingenuità e alla poca cultura ha dettato con le sue indiscusse “verità” lo spartito apocrifo del destino. Per fortuna, ed è davvero il caso di dirlo, in alcuni casi era propizia e benevola. Vedere le stelle cadenti o mangiare la rucola con l’insalata, nella speranza di sognare il moroso (innamorato), ponevano l’attenzione sul fatto che anche un’illusione può migliorare la vita e fare accedere a quell’impossibile a cui non si aveva il coraggio di ambire.

La

superstizione

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è

una

favola

per

adulti

cresciuti

senza

favole

per

bambini.

Am.G

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Pa s s i on i

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Manlio Rastoni

Il piacere del convivio c ul t o de l cibo e de l ba n ch e tto n e lla te rra de i “ mag nad o r”

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Il termine “magnador” appartiene al gergo dialettale romagnolo e potrebbe essere approssimativamente tradotto in lingua italiana con l’aggettivo “mangione”; a differenza dell’accezione velatamente negativa che quest’ultimo vocabolo possiede, però, il titolo di “magnador” in Romagna viene considerato un superbo complimento.

Q

uesto esempio, già di per sé, introduce significativamente un universo socio-culturale come quello romagnolo, ancora fortemente legato agli antichi valori rustici da cui deriva, secondo i quali la forza di un individuo veniva valutata spesso in fun-

zione del suo appetito. E stando alle testimonianze dirette ed alle cronache storiche, si direbbe che i romagnoli vantino a questo proposito un presente di tutto rispetto ed un passato perlomeno eroico. L’immaginario e la memoria popolare sono, infatti, lardellati di leggendarie e caricaturali (benché realmente esistite) figure di colossali mangioni. Sagre, fiere e festini costituivano il palcoscenico ideale per simili dimostrazioni di forza. I campioni di abbuffate, oltre a compiere gesta individuali il cui eco attraversava le vallate, si impegnavano talvolta, come ricorda P. Sobrero, in colossali sfide alimentari a colpi di portate che enfatizzavano l’atmosfera festaiola creando una folla di sostenitori, costituita dai curiosi, ma soprattutto dagli scommettitori, che si schieravano per l’uno o l’altro “atleta” e seguivano con il fiato sospeso le successive fasi di queste gare di resistenza, che potevano protrarsi anche per diversi giorni. Spesso capitava pure che le suddette competizioni agonistiche fossero bassamente truccate. Non però nel senso che uno dei due contendenti cedesse in anticipo per calcolo, bensì perché le due parti si erano accordate prima della plateale sfida, artificiosamente estemporanea, al fine di soddisfare i reciproci atavici appetiti. Non bisogna però pensare che questa lauta disponibilità di cibarie rispecchiasse un clima di generale abbondanza. Gli eventi festivi erano rigidamente fissati in date precise, distribuite lungo il ciclo stagionale dell’anno. Due dei periodi in cui più clamorosamente si interrompeva il regime di ristrettezze che regnava quasi ovunque in Romagna erano quello del Carnevale e la festa di San Martino. Per il martedì grasso, che veniva chiamato lovo (e cioè ghiotto) la tradizione suggeriva addirittura che si dovesse mangiare per ben sette volte, il che, se confrontato con il tempo medio della durata di un pasto contadino, lasciava ben poco spazio nella giornata per qualsivoglia altra attività. Il giorno (e la notte) di San Martino diveniva invece l’occasione per lanciarsi, oltre che in luculliane scorpacciate, anche nei più sfrenati schiamazzi e bagordi, che implicavano naturalmente il più ingente consumo di vino, novello e non. Anche il momento della falciatura e degli altri lavori agricoli per i quali si richiedeva l’uso di braccianti erano occasione di lauti pasti che costituivano, tra l’altro, parte integrante del compenso previsto per la prestazione d’ope-

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L'appetito più che la salsa, rende saporita la pietanza. Antico proverbio italiano

Pa s s i on i

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THE PLEASURES OF BEING AND EATING TOGETHER_ THE CULT OF FOOD AND BANQUETING IN THE LAND OF THE “MAGNADOR” Magnador is a word from the Romagnol dialect which can approximately be translated as “glutton”. But while the latter term carries a negative connotation, in Romagna magnador is nothing short of a compliment. This example is a perfect introduction to the socio-cultural universe of Romagna, one which remains strongly connected to the old rustic values from which it developed – values according to which the strength of an individual was often estimated by his appetite. And if direct testimony and historical accounts are to be believed, we might say that the present-day inhabitants of Romagna do succeed in living up to the reputation of their forebears. The tradition and the popular memory of Romagna are full of legendary and historical figures of colossal appetite. Fairs, feasts and festivals were the ideal stages for them to demonstrate their prowess. These champions of gluttony were responsible for feats of eating and drinking the echoes of which resounded far beyond their own preserve. And as P. Sobrero notes they regularly engaged in colossal eating challenges involving course after course served up in a partylike atmosphere which attracted a throng made up partly of curious onlookers but mainly of gamblers who sided with one or another “athlete” and followed with interest and expectation every round of these contests of endurance, which could sometimes last for several days. These contests were often rigged, however, with the contestants agreeing beforehand that neither would pull out until each had satisfied his hunger. But it would be wrong to think that this prodigious availability of victuals reflected a situation of general abundance. Feasts followed a rigorously observed schedule around the changing seasons of the year. Two periods in which the general austerity which reigned almost everywhere in Romagna was most spectacularly interrupted were those of Carnival and the St Martin’s Summer. On Shrove Tuesday, tradition actually required that seven meals be consumed – which, if we consider the time taken to eat just one meal among the rural population, would have left very little time for any other activities. Day and night, the St Martin’s Summer was the pretext for lavish banqueting accompanied by uproarious merrymaking which naturally involved the consumption of enormous quantities of wine, old as well as new. Major agricultural campaigns such as mowing, which involved the employment of many labourers, were also the occasion for lavish banquets which in fact constituted part of the salary paid to the labourers. Even mourning was a pretext for eating in Romagna, although this particular custom has now fallen into disuse. The atmosphere at wakes was festive and light-hearted, with food, wine, mirth and much ostentation of vital energy which often bordered on the licentious: this apparently paradoxical way of seeing the dead off was in fact held to exorcise death and celebrate the victory of life. No matter how prodigious the amount of food laid out on the table, however, absolutely no waste was permitted – even the tiniest morsels of bread remaining on the table were put to use. In a society in which the scarcity of food affected even those who actually produced it and whose economic system was usually based on exchange – goods for goods, or goods for work – food had significant economic value, often operating as a kind of status symbol. Therefore in certain recurring annual events, the commemoration of which required the preparation of especially lavish banquets, accounts exist of how in Ravenna housewives would set aside leftovers for at least a month before throwing them out with great ostentation on the given day, so that the sight of so many e.g. eggshells would make passers-by marvel at the abundance of food in the house. As well as a form of wealth and a biological necessity, food – and its preparation and consumption – had a great number of secondary functions, fraught with symbolic connotations and cultural significance. Such associations encompassed, as P. Camporesi observes, engagement in “dialogue not only with the living (the family meal, the banquet, the feast), the dead (the funeral dinner, soups and dolci dei defunti), and the newborn (soups served to celebrate the birth of a baby and the dolci delle puerpere served to women who had just given birth) but also with hidden powers and their intermediaries, the unseen forces who governed over life and death (cakes eaten during ritual events, sweet offerings, propitiatory breads, sweets and breads dedicated to the patron saint, sacrificial offerings).” Not for nothing was the hearth where food was cooked the vibrant heart of every home, and at the moment when a newly-wed bride was on the point of entering the home of her husband, she was met on the threshold by her mother-in-law who offered her, like a ritual sceptre, a large ladle with which the position of head of household was symbolically transferred to the bride. The gastronomic event, therefore, celebrated in an excess of food, in drunkenness and collective euphoria, also performed a metaphorical function – it was a rite to ensure the return of abundance. These days, few of us have to worry about the success of the harvest, but the memory of those bygone days lingers on. The prodigious appetite of the inhabitants of Romagna cannot exactly be described as the conscious re-enactment of an ancient ritual, although it certainly remains a noisy and joyous celebration of life. foto d’archivio

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ra. Pure durante il lutto, in Romagna (nonostante quest’usanza oggi sia completamente decaduta), veniva allestito un vero e proprio festino, allegro e scanzonato, che prevedeva cibo, vino, ilarità ed ostentazione di energia vitale, sovente ai limiti della licenziosità: un comportamento apparentemente paradossale, teso invece ad esorcizzare la morte e a ribadire la vittoria della vita. Sempre però, durante ogni desinare, per straordinaria che fosse la quantità di cibo imbandito sulla tavola, nessuno spreco era permesso, persino alle briciole di pane che rimanevano sulla tovaglia veniva trovato un uso. In un mondo in cui la scarsità di risorse alimentari colpiva proprio chi le produceva ed il sistema economico si basava spesso sullo scambio di lavoro e merci, la funzione del cibo acquistava un elevato valore economico, fino a farlo divenire una sorta di status-symbol, al punto che in occasione di certe ricorrenze, per onorare le quali si richiedeva la preparazione di banchetti particolarmente generosi, si ha notizia del fatto che nel ravennate le donne di casa mettessero da parte i rifiuti alimentari per almeno un mese, e li gettassero in “bella mostra” davanti a casa quel dato giorno, in modo che chiunque, magari contando i gusci rotti delle uova, potesse immaginare quanta grazia di dio era stata servita sulla tavola di quella casa. Ma oltre a rappresentare una forma di ricchezza e la risposta alla pulsione fisica della fame, i cibi, la loro preparazione ed il loro consumo erano associati ad un gran numero di funzioni secondarie, di connotazioni simboliche e di significati culturali. Attribuzioni che permettevano, come scrive P. Camporesi, di allacciare “un dialogo non solo con i vivi (la tavola familiare, il convito, la festa), non solo con i morti (i pranzi funebri, le minestre e i dolci dei defunti), non solo con i nuovi venuti alla luce (le minestre per il festeggiamento delle nascite e i dolci delle puerpere) ma anche con le potenze nascoste e i loro intermediari, i padroni che governavano la vita e la morte (i dolci rituali, i dolci-offerta, i pani propiziatori, i pani e i dolci dedicati al patrono, i piatti sacrificali).”. Non a caso il focolare rappresentava il cuore pulsante della casa, e nel momento in cui la novella sposa si accingeva ad entrare nell’abitazione del marito, veniva ricevuta sulla soglia della porta dalla suocera che le porgeva, come fosse una sorta di scettro rituale, un grosso mestolo, con il quale le passava simbolicamente l’incarico di reggitrice della casa. L’evento gastronomico dunque, vissuto attraverso l’eccesso di cibo, la sbornia, e l’euforia collettiva, comprendeva la metaforica funzione di rito di rifondazione dell’abbondanza. Ai tempi nostri sono rimasti in pochi a doversi preoccupare dell’esito di un raccolto, ma non tutta la memoria di ciò che fu si è perduta, e la prodigiosa voluttà contemporanea dei romagnoli a tavola, se non può più dirsi consapevole rituale apotropaico, di certo rappresenta una chiassosa e piacevole celebrazione della vita. foto d’archivio

Il piacere dei banchetti non si deve misurare dalle squisitezze delle portate, ma dalla compagnia degli amici e dai loro discorsi. Marco Tullio Cicerone

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Pa s s i on i

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C a r l o Z a ul i

Campodelsole de s ign vota to a l vin o

Partiamo a cavallo del vino, per un cielo fiabesco e divino. Charles Baudelaire

CAMPODELSOLE_ DESIGN IN THE NAME OF WINE

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In the heart of what we might call the “cru” country of Albana, there now stands a modern cathedral dedicated to the wines of Romagna, where the time-honoured tradition of winemaking is preserved and enhanced by technology. The origins of this ambitious project go back only relatively recently, when in 2004 the Isoldi family, a small wine-producing company and the owners of a 10-hectare vineyard in the vicinity, bought a further 50 hectares of vines and built a new production plant there. Enlisting the help of eminent agronomist Remigio Bordini and oenologists Paolo Caciornia and Stefano Salvini, the family replanted the estate with native grape varieties including Albana, Pagadebit and Sangiovese, as well as international varieties such as Merlot and Cabernet Sauvignon, which are used for blending. All the vinestock is cultivated with the assistance of closely monitored cover cropping. Excess shoots are pruned and the vines are carefully thinned to a medium-low density which affords a maximum yield of 100 hundredweight of grapes per hectare. The new production plant is the estate’s pride and joy. More than a mere exercise in architectural style, it’s designed with the future, and the incorporation of the most advanced winemaking technology, in mind – as a “big laboratory whose every part supports and assists the process which culminates in wine”. One particularly innovative feature is its split-level structure whose three tiers allow gravityassisted wine production, meaning no mechanical power is applied to the grapes: racking occurs by the gravity-driven drainage of the must into the presses. Mechanical pumps are used to convey must and wine from one part of the facility to another. Right next to the fermentation zone is the barrique cellar, a sanctuary of peace where the wine is left to rest and age and whose sacral associations are enhanced by simple but evocative light design. A facility of the first category, in other words, with efficient staff who work with dedication to produce a well-balanced range of wines which has already won the consensus of the critics. Common denominator of all the wines produced by Campodelsole is, in the words of oenologist Salvini: “elegance, fruitiness, and drinkability”.


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Nel cuore di quello che potremmo definire il “cru” dell’Albana, sorge oggi una moderna “cattedrale” dedicata ai vini romagnoli, dove le antiche tradizioni dell’arte vitivinicola di questa terra vengono custodite ed implementate dalla tecnologia.

L’

incipit di questo ambizioso progetto risale a tempi relativamente recenti, quando nel 2004 la famiglia Isoldi, già proprietaria di circa 10 ettari di vitigni nella zona e di una piccola azienda vinicola, decise l’ac-

quisto di ulteriori 50 ettari vitati e l’edificazione di una nuova cantina. Avvalendosi della consulenza dell’eminente agronomo Remigio Bordini e degli enologi Paolo Caciornia e Stefano Salvini, è dunque iniziato un lavoro sui vitigni autoctoni quali: Albana, Pagadebit, Sangiovese, e su alcuni internazionali come il Merlot e il Cabernet Sauvignon (utilizzati per gli uvaggi). Tutti i ceppi sono attentamente lavorati con inerbimenti controllati, dirado dei germogli in soprannumero, sfogliature attente, e tenuti ad una densità medio-bassa che consente un ricavo massimo di 100 quintali di uva per ettaro. La nuova cantina, poi, fiore all’occhiello dell’azienda, non è stata pensata come mero esercizio di stile architettonico, bensì progettata considerando le future applicazioni del più avanzato knowhow enologico, per divenire “un grande laboratorio, in cui ogni parte accompagna e facilita il processo che culmina nel vino”. Particolarmente significativa si rivela la struttura a tre livelli, che permette la vinificazione a gravità: nessuna forza meccanica viene dunque applicata sulle polpe, la svinatura avviene per caduta nelle presse e lo spostamento del prodotto, mosto o vino, da una parte all'altra, si effettua attraverso pompe meccaniche. Affiancata alla zona di fermentazione si apre la barricaia, un santuario offerto al riposo del vino, la cui sacralità è sottolineata da un semplice ma evocativo gioco di light design. Una struttura di prim’ordine, dunque, ed uno staff efficiente, all’origine di una gamma di vini ben equilibrata, che ha già ricevuto consensi dalla critica, il cui denominatore comune, secondo le stesse parole dell’enolo-

PALPEDRIGO_ Sangiovese di Romagna Superiore D.O.C. 2004 - Uve/Grapes: 95% Sangiovese, 5% Merlot Di colore rubino tendente al granato, si rivela gradualmente al naso, sviluppando profumi fruttati di ribes, lamponi, ed un piacevole sentore di spezie. Al palato è complesso e delicato, equilibrato da tannini fini, ben assimilati; il vino è di facile beva, con chiusura delicata. Fermentazione in vasche d’acciaio termoregolate con macerazione di circa 10 giorni. Affinamento di 12 mesi in barriques francesi di secondo passaggio e 4 mesi in bottiglia. Temperatura di servizio: 16°C. Abbinamento consigliato: con carni arrosto, vitello e formaggi di media/vecchia stagionatura. Ruby shading to garnet in colour, with a subtle bouquet which gradually reveals notes of redcurrant, raspberry and a pleasant whiff of spice. On the palate it’s complex and delicate, well-balanced, with subtle, well-assimilated tannins; a readily drinkable wine with a delicate finish. Fermented in thermoregulated inox vats, with maceration for around 10 days. Aged for 12 months in experienced French barriques and bottle-aged for a further 4 months. Serving temperature: 16°C. Goes well with roast meat, veal and mature/extra-mature cheeses.

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VERTICE_ Sangiovese di Romagna Superiore Riserva D.O.C. 2003_ Uve/Grapes: 90% Sangiovese, 5% Syrah, 5% Cabernet Sauvignon Prodotto di punta della Cantina, nasce da una ristretta quantità da uve selezionate. Dal profondo colore rosso rubino fitto, consistente, presenta al naso sentori di spezie, cardamomo e frutta rossa. Al palato è vellutato e dimostra un carattere deciso, equilibrato con un lungo finale. La fermentazione avviene in vasche d’acciaio termoregolate con macerazione di circa 12 giorni. Segue l’affinamento per 20 mesi di in barriques francesi e per 6 mesi in bottiglia. Temperatura di servizio 18°C. Si abbina ottimamente alla cacciagione, particolarmente al cinghiale, ed ai formaggi stagionati. The premium Campodelsole wine, made in small quantities from selected grapes. Deep, dense ruby in colour. Consistent, with notes of spice, cardamom and red fruit on the nose. Velvety on the palate, with plenty character. Well-balanced with a long finish. Fermented in thermoregulated inox vats, with maceration for around 12 days. Aged for 20 months in French barriques and then bottle-aged for a further 6 months. Serve at 18°C. Goes well with game, especially boar, and with mature cheeses.

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go Salvini, si esprime nel trittico: “eleganza, frutto, bevibilità”.

SAN PASCASIO_ Pagadebit D.O.C. - Uve/Grapes: 100% Bombino Bianco Offre un bel colore giallo paglierino, all’olfatto regala sentori intensi e fini di tiglio, biancospino, rosmarino e di frutta verde con una nota vanigliata. Al palato è fresco e morbido, con un finale persistente che lascia un sentore di fragola. Attraversa una fermentazione in vasche d’acciaio termoregolate e viene affinato per 6 mesi in acciaio ed in parte in barriques. Temperatura di servizio: 10°C. Accompagna bene i primi di pesce. An attractive straw-yellow in colour, on the nose it has intense and sharpish notes of lime, hawthorn, rosemary and young fruit, with a hint of vanilla. Fresh and soft on the palate, with a persistent finish with a lingering note of strawberry. Fermented in thermoregulated inox vats and aged for 6 months in inox and barriques. Serving temperature: 10°C. Goes well with fish. E n oga s t r on omi a

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Alba Pirini

Saba arc ai c a l ec c or n ia con ta din a

Una goccia di miele concia un mar di fiele. Antico proverbio italiano

La saba, conosciuta anche con il termine di sapa, è uno sciroppo vinoso d’uva bianca (preferibilmente Trebbiano), o rossa dolce, di origine antichissima.

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V

eniva usata infatti fin dall’epoca romana, come risulta dai testi di autori quali Apicio, Columella, Plinio, Catone e Ovidio. La Sapa viene anche menzionata da Ludovico Ariosto nella Satira III, e già Vincenzo Tanara, agronomo e gastronomo bolognese del XVII

secolo, la ricorda in uno dei suoi scritti come gustosa ed economica alternativa al miele. Proprio come surrogato dello zucchero e del miele, data la facilità di reperimento della materia prima durante il periodo della vendemmia, la saba compare tra i sapori più tradizionali dell'alimentazione contadina in Romagna. L’arcinoto gastronomo Pellegrino Artusi (vedi ee N°1) ne La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, la indica come “sciroppo d'uva (che) può servire in cucina a diversi usi poiché ha un gusto speciale che si addice in alcuni piatti". Si ottiene facendo bollire lentamente il mosto d'uva che non ha ancora iniziato a fermentare per un periodo che può variare dalle 6 alle 20 ore, fino a che la quantità di liquido in ebollizione si riduce di due terzi circa. Durante la cottura si compie un processo d'imbrunimento noto come reazione di Maillard o caramellizzazione, cui si deve il caratteristico colore ed aroma che la connota. È necessario effettuare ripetutamente la schiumatura e la rimescolatura con un lungo mestolo di legno, e per mitigarne l'asprezza e l'acidità si immergono nella saba tozzi di pane raffermo, sostituendoli di volta in volta. A seconda del gusto si possono poi aggiungere bucce di limone tritate, corteccia di cannella e chiodi di garofano. Tradizionalmente si buttava nel paiolo una mezza dozzina di noci con il guscio che, rivoltandosi nel lento bollire, aiutavano il mosto a non attaccarsi al fondo. Alla fine si ottiene uno sciroppo di colore scuro, dal gusto gradevole e dall’aroma persistente, che possiede peraltro buone proprietà di regolatore intestinale. Una volta raffreddato si imbottiglia e si mette a maturare per almeno due mesi in dispensa, dove può conservarsi per oltre un anno. Da sempre in Romagna la saba si usa per arricchire ed addolcire i più svariati alimenti: frutta, verdura, pane, polenta, fagioli, ceci e castagne. Nel caso dei dolci: tortelli ripieni, crostate, migliaccio e sabadoni, usualmente veniva dapprima amalgamata all'impasto, indi cosparsa sulla superficie. I bambini erano poi soliti mescolarla alla neve appena caduta, ottenendo così dei sorbetti improvvisati. Dalla saba si ricava inoltre una ricca e saporita composta di frutta chiamata e’ savôr. In abbinamenti più moderni accompagna i formaggi stagionati e saporiti, si usa inoltre come salsa per i gelati di crema e di panna. Aggiunta all'acqua diventa una bevanda dissetante, o può essere utilizzata come ingrediente per long drink e cocktail. Oggi, nell’ambito della riscoperta dei sapori della tradizione, è stata richiesta l’Indicazione Geografica Protetta “Saba dell’Emilia Romagna”, e la cittadina di Riolo Terme dedica all’antico sciroppo una nota festa autunnale.

SAPA_ AN ANCIENT COUNTRY DELICACY Sapa is a syrup made from white (preferably Trebbiano) or sweet red grapes. Its origins are extremely remote. It has been made since Roman times, as attested by Classical texts and authors such as Apicius, Columella, Pliny, Cato the Elder and Ovid. Sapa is also mentioned by Ludovico Ariosto in his Satire III, while Vincenzo Tanara, the 17th-century Bolognese agronomist and gastronomist, describes sapa as a tasty and cheap alternative to honey. And in fact it’s as an ersatz sugar or honey that sapa features so strongly in the traditional country diet in Romagna, given the ready availability of the primary ingredient during the grape harvest. Supreme gastronomic authority Pellegrino Artusi (see ee issue 1) described sapa in his La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene as a "grape syrup (which) has various uses in cooking as it has a special flavour which goes well in certain dishes." Sapa is made by slowly boiling grape must that has not yet begun to ferment for a period that vary between 6 and 20 hours, until the liquid has reduced by two thirds. During the preparation of sapa the liquid grows darker, a result of a Maillard reaction similar to caramelization, which gives it its distinctive colour and aroma. Sapa has to be repeatedly stirred and skimmed using a long wooden ladle during preparation. Chunks of stale bread are added to the liquid to reduce its tartness and acidity, and replaced from time to time. It can then be seasoned with shredded lemon peel, cinnamon or cloves. Traditionally, half a dozen walnuts in their shells were added to the pot, the idea being that as the walnuts churned in the slowboiling liquid they helped prevent the must from sticking to the bottom. The end result is a dark syrup with a pleasant flavour and persistent aroma – and it’s an excellent intestinal regulator. Once it’s cool, the sapa is bottled and left to shelf-age for at least two months. It keeps at ambient temperature for over a year. Sapa has always been used in Romagna to enrich and sweeten a wide variety of foods such as fruit, vegetables, bread, polenta, beans, chick peas and chestnuts. In sweets, it’s used in fritters, tarts, migliaccio and sabadoni, usually kneaded into the dough and then sprinkled over the sweet once it’s baked. Children used to mix it with new-fallen snow to make a tasty improvised sorbet. Sapa is also the main ingredient in the rich and tasty fruit preserve known in Romagna as e’ savôr. More recently, sapa has been used as an accompaniment to strong, mature cheeses, and as a ripple for ice creams. Diluted in water it’s a thirst-quenching drink, and it can also be used as a mixer or in cocktails. With the recent trend towards the rediscovery of traditional foods, moves are now afoot to obtain geographic indication protection for Saba dell’Emilia Romagna, and the small town of Riolo Terme holds a major autumn festival in honour of the ancient syrup.

E n oga s t r on omi a

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BEYOND SURFACE AU DELA DE LA SURFACE


I ta l o e Va n n a G ra z i a ni

Atelier della tela stampata tra diz ion e , a rte e ma n u a litĂ n e lla botteg a d i Eg id io

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Nella terra di Romagna un’antica tecnica di stampa su stoffa con colori naturali ha creato una “scuola” e ha portato alla nascita di molte botteghe artigiane, che da secoli si tramandano il sapere oralmente e con la pratica del garzone di bottega.

I

n origine la tela stampata aveva come destinazione sicuramente case modeste come quelle dei contadini,

in quanto rappresentava il surrogato di tessuti più costosi, in lana o seta, con ricami e merletti. E proprio dall’imitazione degli abiti dei ricchi, dei tappeti e dei lussuosi broccati, è nata quest’arte povera, da alcuni definita anche “arte applicata”, che ha tratto ispirazione persino dai mosaici ravennati, dalle ceramiche dipinte e soprattutto dalla natura stessa.

Il procedimento di stampa seguiva passaggi rigorosi, consolidati attraverso le generazioni. Il punto di partenza era Ogni terra nutrisce l'arte.

costituito dagli stampi, prismi quadrangolari in legno di pero, incisi con caratteristici motivi decorativi, che venivano scelti a seconda della futura funzione della tela -

Antico proverbio italiano

tovaglia, tendaggio, copriletto, coperta per i buoi -. La pasta colorante veniva stesa su un tampone, mentre la stoffa, solitamente di canapa o lino, era posta su un bancone imbottito; dopo aver intinto lo stampo nel tampone, lo si applicava sulla tela, percuotendolo con un pesante mazzuolo. Alcuni colpi erano sufficienti per imprimere il disegno, e si continuava quindi la decorazione; il lavoro si concludeva con le fasi di essiccatura e foto d’archivio

di fissaggio. Dunque, caratteristica fondamentale di que-

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sta tecnica era che i tessuti venivano tinti, non dipinti. Il colore più utilizzato era il ruggine, ricavato dalla bollitura di aceto di vino, fior di farina e pezzi di ferro corrosi, seguendo “ricette” antiche: solo l’esperienza dell’artigiano, in questo caso un po’ cuoco e un po’ pittore, consentiva di ottenere la tonalità voluta. Negli ultimi decenni si sono aggiunte altre tinte, grazie ai recenti preparati chimici, ma il color ruggine conserva sicuramente un particolare fascino, un fascino accentuato dalle piccole imperfezioni che caratterizzano l’opera fatta a mano e sono garanzia della qualità e unicità del lavoro. Non si deve trascurare il fatto che nell’attuale periodo storico si sono susseguite innovazioni tecnologiche così numerose e significative da rendere concreta la possibi-

Arte

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PRINTED FABRICS_ TRADITION, CRAFT AND HANDMADE GOODS IN THE WORKSHOP OF EGIDIO MISEROCCHI In Romagna, a traditional technique for printing fabrics with natural colours has created something of a local movement which has led to the emergence of numerous craft shops keeping alive a technique whose secrets have been passed down from generation to generation. Printed fabrics such as these would originally have been used in the houses of poor country dwellers, as they were made to resemble more expensive fabrics such as wool or silk, embroidery or lace. For it was precisely in this imitation of the clothing of the rich, their tablecloths and luxurious brocades, that the humble art of printed fabric, a branch of the “applied arts”, came into being, taking its inspiration from sources as diverse as the mosaics of Ravenna, painted ceramics and, above all, nature herself. The fabric printing process follows a strict sequence refined over the generations. First step was to make the dies, which were square blocks of pearwood cut with typical decorative motifs selected in accordance with the intended function of the fabric – tablecloth, drape, coverlet, blanket for oxen etc. The pigment was spread over an inking pad, while the fabric, usually hemp or linen, was stretched on a padded rack; the print die was then coated in pigment from the inking pad and applied to the fabric by thumping it with a heavy mallet. Just a few blows were enough to transfer the design to the fabric, which was then dried and fixed. A fundamental characteristic of this technique, therefore, is that the fabrics were printed, not painted. The colour most frequently used was russet, which was obtained by boiling wine vinegar, fine flour and rusty scrap, following an ancient “recipe”: only after years of experience could the craftsman, part cook and part painter, obtain the desired tone. With the appearance of chemical pigments other colours have been used in recent decades, but russet remains the most attractive tone, its effect enhanced by the minor chromatic imperfections which characterize a handmade fabric and are the guarantee of the quality and uniqueness of each piece. All this may sound rather unlikely in an age in which technology is so diverse and innovative that the chances of survival of hand-printed fabrics like those made in Romagna would seem fairly slight. And yet it’s a thriving craft, thanks to the efforts of the craftsmen who have fought to preserve this intellectual heritage which belongs to the whole community, keeping it alive and offering a personal touch in an increasingly homogeneous world. Egidio Miserocchi, who has a workshop in Santo Stefano di Ravenna, is one of these craftsmen. He is the perfect illustration of how traditional craft expertise can combine with higher education (in Miserocchi’s case a degree in architecture) in a common cause driven by an enthusiasm which has become a vocation. Since opening his workshop, Miserocchi has oriented his research towards patterns which express the simple harmony of natural motifs and objects for everyday use. Some of the decorative motifs he uses are what we would call “classical”, belonging to the collective consciousness, timeless patterns and symbols which never grow old and are immune to fashion – and in fact influence it. Miserocchi’s fabrics feature floral patterns, vine tendrils, thistles and pomegranates, animals such as cockerels and typical borders with architectural or vegetal motifs. One further – or closer – source of inspiration for his designs is the countryside of Santo Stefano, and not only in the more apparent sense: for dotted around this countryside are the remains of the peoples and civilizations who have settled here over the millennia, the Romans in particular – finds and discoveries of artistic value are frequent. But artists can, and should, renew traditions and give them new vitality: and that’s why Miserocchi doesn’t just blindly repeat the designs of the past but seeks to revisit traditional forms, fabrics and colours in a modern spirit. And then the uses to which printed fabrics are put have changed too: from the traditional kitchen sets, aprons, and curtains their uses have extended to everything from bags to scarves, shirts, cushions, wall hangings and rugs. Egidio Miserocchi composes, enriches, invents, decorates – in a constant attempt to perfect his work and to buck the contemporary trend towards sameness of taste and product. A talented artist and craftsman, Egidio Miserocchi also has human qualities: modesty, approachability and kindness. His speech is spare, direct, unadorned: the mark, in other words, of a Master.

L'arte è ricerca continua, assimilazione delle esperienze passate, aggiunta di esperienze nuove, nelle forma, nel contenuto, nella materia, nella tecnica, nei mezzi. Bruno Munari foto d’archivio

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lità che tale arte andasse perduta. Eppure c’è ancora chi

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custodisce gelosamente questo “patrimonio di conoscenza”, che appartiene a tutta la comunità, perpetuandolo e nello stesso tempo aggiungendo il tocco personale dell’uomo moderno. Egidio Miserocchi, che ha la sua bottega a Santo Stefano di Ravenna, è uno di questi artisti-artigiani. La sua figura rappresenta il perfetto esempio di connubio tra la tradizione della “scuola” ed una solida formazione tecnica di alto livello - una laurea in architettura -, unite da una grande passione per questo lavoro, quasi una vocazione. Sin dall’inizio dell’attività di stampatore, ha orientato la sua ricerca verso quei “segni” in grado di trasferire sulla stoffa la semplice armonia degli elementi naturali e degli oggetti d’uso quotidiano. In effetti, certi motivi decorativi per così dire classici fanno parte dell’immaginario collettivo, sono figure e simboli senza tempo, che non invecchiano e attraversano le mode, talvolta persino influenzandole, a distanza di anni. Nelle opere di Egidio ritroviamo quindi i temi floreali e i tralci di vite, il cardo e il melograno, figure di animali come il galletto, e i tipici bordi ispirati a elementi architettonici o vegetali. Inoltre, un’ulteriore fonte d’ispirazione è proprio la campagna di Santo Stefano, non solo per gli aspetti che potrebbero apparire ovvi: essa, infatti, nasconde molti resti delle popolazioni che nei millenni hanno abitato questa terra, i Romani in particolare, e i ritrovamenti di reperti di interesse artistico da imitare sono frequenti.

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Ma si dice che i “maestri del tempo” possano e debbano rinnovare le tradizioni e donare loro nuova vitalità: in questo caso l’artista non si è limitato a riproporre pedissequamente modelli del passato, ma ha rivisitato in chiave moderna le forme, le stoffe, i colori. Persino gli usi delle sue tele stampate sono cambiati: accanto ai tipici completi da cucina, ai grembiuli, alle tende, si sono aggiunti gli oggetti più diversi, dalle borse alle sciarpe, dalle camicie ai cuscini, dagli arazzi ai tappeti. Nella sua bottega Egidio compone, arricchisce, inventa, decora, cercando sempre di migliorare il proprio lavoro e di sfuggire alla filosofia contemporanea dell’appiattimento dei gusti e dei prodotti. Non ultime, oltre alle indubbie capacità tecniche e artistiche, Egidio possiede doti umane di modestia, disponibilità e gentilezza, e si distingue per lo stile sobrio ed foto d’archivio

essenziale: in poche parole, un Maestro.

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Ta t i a n a To m a s et t a

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Klimt di fronte all’oro di Bisanzio l ’ in flu e n za d ei mos ai c i di R avenna s u lla s u a pittu ra

La pittura è una lunga fatica di imitazione di ciò che si ama.

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Renato Guttuso


Delle opere di Gustav Klimt (1862 – 1918) chiunque riesce a visualizzare da un lato l’accostamento d’ornamenti piani di piccole misure (quasi mosaici), e dall’altro la ricchezza ed opulenza resa attraverso l’uso decorativo dell’oro; non tutti però sanno che queste caratteristiche del suo stile legano a filo doppio uno dei più grandi artisti del Novecento alla città che fu capitale dell’Impero Romano d’Occidente, Ravenna.

K

limt nel 1903 aveva conquistato la fama e la ricchezza che solo i più grandi artisti europei potevano agognare. Proprio in quell’anno, impegnato in un viaggio in Italia, visita Ravenna recandosi ad ammirare l’arte sviluppata dai maestri ravennati

nell’accostare i minuti frammenti che compongono i mosaici bizantini. È l’8 maggio 1903 e Maximilian Lenz, suo compagno di viaggio, racconta: “Ravenna è raggiunta. L’ora del destino di Gustav è arrivata perché i mosaici sfavillanti d’oro delle chiese ravennati gli lasciano un’enorme e decisiva impressione.”. L’artista austriaco, corpulento, pigro, ipocondriaco, si spostava raramente da Vienna, ma il Klimt abile mosaicista restò così folgorato dalla luce dell’antica Bisanzio che brilla nell’oro dei mosaici di Ravenna, da ritornarci nel dicembre dello stesso anno, per contemplare quella componente aurea che risplende negli intrecci di tessere vitree, fiore all’occhiello dell’arte bizantina, celebrata per la luce generosa che restituisce al godimento dell’occhio umano. Da quel momento, l’incorruttibile materiale, eterno ed inalterabile, che già aveva fatto la sua comparsa nelle opere di Klimt, acquista una valenza espressiva maggiore, fornendo la trama coloristica principale dei suoi quadri. Sicuramente il prezioso metallo è stato un elemento costante nella vita del grande pittore, il cui padre, Ernst Klimt, era un orafo, ma a parte fantasiose concatenazioni, si ha certezza dell’influenza creativa che ebbe la luminosità del metallo prezioso dei mosaici di Ravenna sulla sua maturità, il cosiddetto “periodo d’oro” dell’artista. Due sono infatti le cartoline spedite alla madre dalla città sul mare, l’ultima, datata 2 dicembre 1903, reca: “A Ravenna vi sono molte opere modeste. I mosaici di incredibile splendore”. Nel periodo “aureo” Klimt si dedica al mondo della bellezza, e crea opere come Il Bacio (1908) e Le tre età della donna (1905). Quale fasci-

no immaginare il geniale pittore muoversi lungo il percorso di monumenti decorati che si snoda attraverso la città: la Chiesa di San Vitale, dove la grandiosità della composizione, in relazione agli elementi spazio e tempo, riesce a gettare una trascinante atmosfera sulle stanze, creando l’effetto lisergico che contraddistingue il luogo; i mosaici del Battistero Noeniano, splendidamente decorato nel 450; il Mausoleo di Galla Placidia dove brillano 570 stelle d’oro incastonate nel blu intenso della cupola, dando vita alla calda luce notturna che ispirò i versi di D’Annunzio e che avrebbe suggerito a Cole Porter la celebre melodia di Night & Day.

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KLIMT’S ENCOUNTER WITH BYZANCE GOLD_ THE INFLUENCE OF THE RAVENNA MOSAICS ON THE AUSTRIAN PAINTER’S ART The works of Gustav Klimt (1862-1918) are immediately recognizable for their expanses of flat, almost mosaic-like ornament and their decorative opulence in which gold features strongly. But not everyone is aware that both these stylistic characteristics so distinctive of one of the 20th century’s greatest artists have their roots in the city which was once capital of the Western Roman Empire – Ravenna. By 1903, Klimt had already won fame and wealth that only the greatest of European artists could dream of. This was the year he travelled to Italy, where he visited Ravenna to admire the city’s Byzantine mosaics. On 8 May 1903, Klimt’s travelling companion Maximilian Lenz wrote: “We have arrived in Ravenna. For Gustav, the fateful moment has come, for the shimmering gold mosaics of the churches of Ravenna have made an enormous and decisive impression on him.” Klimt was a corpulent, lazy, hypochondriac artist who rarely left Vienna, but so thunderstruck was he by the mosaics of Ravenna that he resolved to return there that same December to contemplate again the mosaics and the golden shimmer of their thousand of glass tesserae that so delighted the eye, the supreme achievement of Byzantine art. Klimt had already used gold in his paintings, but from his very first encounter with the mosaics this incorruptible material was to acquire ever-greater expressive force in his work, to the point where it often became the principal chromatic component. Gold was certainly something of a constant in the life of the great artist. His father, Ernst Klimt, was a goldsmith, but there is no firm evidence to suggest that the precious metal exerted any kind of active influence on the artist until his encounter, at the peak of his artistic powers, with the mosaics of Ravenna, his so-called “golden period”. Klimt sent two postcards to his mother from Ravenna. In the second of these, dated 2 December 1903, he wrote: “There are many lesser works of art Ravenna. But the mosaics are of incredible splendour.” Klimt’s principal subject matter during his “golden” period was (earthly) beauty, as attested by works such as The Kiss (1908) and The Three Ages of Woman (1905). Today it’s fascinating to imagine the great artist moving from monument to monument in his visit to Ravenna: the church of San Vitale, where the magnificence of the mosaics in their spatial and temporal setting seems to hold each successive room in a state of suspension, creating the hallucinatory effect which so distinguishes it; the mosaics of the Noeniano Baptistery, dating from 450 AD; and the Mausoleum of Galla Placidia with its 570 gold stars, celebrated in the poetry of D’Annunzio and believed to have inspired Cole Porter to write his famous song Night & Day.

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Territorio Il “fuoco” di Portico_ la fontana ardente di Monte Busca The “volcano” of Portico_ the spring of flame of Monte Busca Montefiori Conca_ fortezza a guardia della luna

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Montefiore Conca_ the fortress that guards the moon

Storia La Romagna delle società segrete_ Massoneria, Carboneria ed altre logge “sommerse” Secret societies in Romagna_ Masons, the Carbonari and other “underground” lodges Anche Lawrence d’Arabia soggiornò a Faenza_ nell’unico British Rest Camp italiano della Grande Guerra

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Passioni

Lawrence of Arabia in Faenza_ the only British Rest Camp in Italy in the Great War

Le credenze popolari in Romagna_ antidoto rurale contro il destino avverso

Piero Maroncelli_ eroe risorgimentale romagnolo da romanzo

Folk beliefs in rural Romagna_ straightening out the twists of fate

Piero Maroncelli_ A Romagnol hero of the Risorgimento

Il piacere del convivio_ culto del cibo e del banchetto nella terra dei “magnador” The pleasures of being and eating together_ the cult of food and banqueting in the land of the “magnador”

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Enogastronomia Campodelsole_ design votato al vino Campodelsole_ design in the name of wine Saba_ arcaica leccornia contadina Sapa_ an ancient country delicacy

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Arte Atelier della tela stampata_ tradizione, arte e manualità nella bottega di Egidio Printed fabrics_ tradition, craft and handmade goods in the workshop of Egidio Miserocchi Klimt di fronte all’oro di Bisanzio_ l’influenza dei mosaici di Ravenna sulla sua pittura Klimt’s encounter with Byzance gold_ the influence of the Ravenna mosaics on the Austrian painter’s art

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I Sensi di Romagna


I Sensi di Romagna Periodico edito da CERDOMUS Ceramiche S.p.A.

numero 17.

settembre 2007 Periodico edito da CERDOMUS Ceramiche S.p.A. 48014 Castelbolognese (RA) ITALY via Emilia Ponente, 1000 www.cerdomus.com Direttore responsabile Luca Biancini Progetto Carlo Zauli Luca Biancini Grafica e impaginazione Jan Guerrini/Cambiamenti per Divisione immagine Cerdomus Coordinamento editoriale Alessandro Antonelli Redazione Tommaso Attendelli Giuliano Bettoli Stefano Borghesi Franco De Pisis Hilda Gadea Angelamaria Golfarelli Italo Graziani Vanna Graziani Alba Pirini Manlio Rastoni Tatiana Tomasetta Carlo Zauli Foto Archivio Cerdomus Archivio fotografico Comune di Portico e San Benedetto_ Fotografo Massimo Assirelli Archivio fotografico Comune di Montefiori Conca Archivio Tatiana Tomasetta Archivio Giuliano Bettoli Archivio Stefano Borghesi Archivio Angelamaria Golfarelli Archivio Campodelsole Archivio Italo e Vanna Graziani Valentina Baruzzi Jan Guerrini si ringraziano _ Ufficio Turismo della Provincia di Forlì-Cesena _ Palazzo Milzetti - Museo Nazionale dell’età neoclassica in Romagna, Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico di Bologna _ Società di Area “Terre di Faenza” si ringrazia per la preziosa collaborazione Maddalena Becca/Divisione immagine Cerdomus Traduzioni Traduco, Lugo Stampa FAENZA Industrie Grafiche ©CERDOMUS Ceramiche SpA tutti i diritti riservati Autorizzazione del Tribunale di Ravenna nr. 1173 del 19.12.2001

Magazine EE nr 17  

I Sensi di Romagna Cerdomus Ceramiche

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