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24 ANNI DI PRESENZA Le nostre iniziative Periodico di cultura, informazione e pensiero del Centro Studi Bruttium (Catanzaro) Registrato al Tribunale di Catanzaro n. 50 del 24/7/1996. Chiunque può contribuire alle spese. Manoscritti, foto ecc.. anche se non pubblicati non si restituiranno. Sono gratuite (salvo accordi diversamente pattuiti esclusivamente in forma scritta) tutte le collaborazioni e le prestazioni direttive e redazionali. Gli articoli possono essere ripresi citandone la fonte. La responsabilità delle affermazioni e delle opinioni contenute negli articoli è esclusivamente degli autori.

Anno XXIV Numero 5 - 2020 Direttore Responsabile Giuseppe Scianò Direttore editoriale Pasquale Natali Presidente Raoul Elia Progetto Grafico csbruttium.altervista.org Centrostudibruttium.org info@centrostudibruttium.org

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EDITORIALE

Pasquale Natali http://csbruttium.altervista.org/

E Come dico sempre... FORZA E CORRAGGIO CHE DOPO APRILE VIENE MAGGIO! Ancora chiusi in casa e continuamente minacciati dal virus del secolo, riusciamo con lo stesso entusiasmo a dare luce a questo quinto numero della La Ciminiera del 2020. Brevemente vi cito i contributi che abbiamo scelto per questo numero: Iniziamo con l’incontro dell’artista calabrese, questa volta è una imprenditrice e una valente costruttrice di sogni. Chi ama le cose belle troverà sicuramente degno di lode il lavoro di Giuliana Furrer. Analizzate con attenzione le sue opere e vedrete che sarete d’accordo con me. Una cosa: Avete mai pensato che un vaso potesse essere un vostro ritratto? Ebbene vi invito ad andare subito in quarta di copertina, per me fenomenale. Ora posso dire che non solo la pittura o la scultura o la letteratura possono dar vita a un nostro ritratto. Per rimanere in tema ritratti, godetevi la seconda parte delle ricostruzioni facciali di personaggi storici. Daniele Mancini chiude con altri sei personaggi in 3D. Suo è anche l’intervento sulle conseguenze dell’epidemie sui popoli analizzate grazie alla letteratura antica. Anche la letteratura contemporanea, sulla scia del coronavirus, sta riempiendo gli scafali delle libreria. Tra tutti Francesca Ferraro ci presenta il volume di Roberto Burioni, in cui viene evidenziato il ruolo sempre più significativo della scienza per la sopravvivenza dell’umanità. Interessante è anche la controversia che Gabriele Campagnano accende con la prof. Jodi Magness sull’interpretazione dei mosaici di Huqoq. Chi ha ragione? Leggete e valutate voi. Raoul Elia ci presenta un personaggio alquanto misterioso e inquietante, “il Cristo dell’Amiata”. Assassino o santo? di sicuro fu un “rappresentante della cultura delle classi subalterne che fatica ad omologarsi alla cultura imposta e in cui si intrecciano le istanze di uguaglianza e giustizia sociale e un’ansia di redenzione di tipo messianico-millenaristico”. Questo basta per stimolarne la lettura. Chi non ricorda la vera e unica fiat 500, non quella impostura che oggi chiamano con lo stesso nome? Ebbene questa opera d’arte non andava solo a benzina “normale” ma udite, udite, ne esisteva anche una versione elettrica. Leggere per credere. Chiudo invitandovi a leggere, di Angelo Di Lieto, le tristi storie di altre due donne e dell’amore e della morte che contraddistinsero la loro storia terrena. Della principessa Maria d’Avalos ho il piacere di darvi il link ad una edizione francese molto particolare. Termino con un abbraccio affettuoso e l’appuntamento al prossimo numero. Storia di Donna Maria d’Avalos e del duca di Andria Manoscritti e luminarie di Léon Lebégue Librairie des BIBLIOPHILES, Paris, 1902 la Ciminiera 3


Raoul Elia

La sapienza della Forma e del Colore nell’arte di Irò L’artista di questo mese opera in un campo decisamente deldifferente dai consueti canoni seguiti finora in questa rubrica. Irò, ovvero Giuliana Ferrer, infatti, lavora la ceramica. Di certo, non è la prima artista ad esprimere la propria creatività attraverso la lavorazione della ceramica. Fra i grandi artisti che hanno usato la ceramica come mezzo espressivo, infatti, si annoverano Pablo Picasso, Lucio Fontana, Giò Ponti, Arturo Martini. Ognuno di loro ha saputo costruire un proprio linguaggio attraverso la ceramica. A differenza della pittura, la ceramica ha in comune con la scultura la materialità del gesto, il lavorare la materia grezza con le mani, modellare la realtà dandole un tocco di personalità, una scintilla di vita. Michelangelo diceva di dover “liberare” l’idea dalla prigione della materia e, in un certo senso, questo è il lavoro che compie chiunque lavori manipolando la materia. La creazione nasce dalla materia grezza, che assume una forma, che poi deve essere rifinita, “sbozzata”, per usare il linguaggio del grande maestro rinascimentale, per definirne “l’anima”, con cui l’opera esce dal campo artigianale per entrare nella fascia dell’arte e della creatività. La ceramica ha avuto un momento di grande sviluppo a partire dalla seconda rivoluzione industriale, nell’area inglese, con William 4 la Ciminiera

Morris e l’area di Stafford; ma anche la produzione artigianale toscana si impone alla nostra memoria, con i suoi prodotti di gusto delicato e lievemente retrò, ancora oggi molto ricercati. E’ a queste tradizioni che si riallaccia la creatività di Giuliana Ferrer, nel confezionare le sue opere, mescolandole con la sua perizia artigianale e la grazia creativa dell’artista dalla sensibilità contemporanea. La tecnica decorativa della ceramica di Irò è, infatti, applicata agli oggetti che decorano le nostre case con grandi effetti coloristici, come nella lampada con vaso colorato con decorazioni a spirale, la maschera etnica bicolore, la lampada a forma di pigna. La tecnica e la creatività dell’artista, però, danno il meglio nelle splendide mattonelle di vario formato e con vari disegni di stampo floreale o in quelle monocrome con immagini di santi, in cui l’iconografia dei santi viene pienamente rispettata in un blu fortemente evocativo, come nelle targhe votive, secondo la tradizione inglese della Staffordshire Porcelain e, in particolare, la decorazione “Willow”, la più diffusa e famosa fra le cineserie. Date un’occhiata a questo progetto, che fonde l’amore per la tradizione artigianale e il gusto artistico della ricerca e della sperimentazione applicandoli agli oggetti che ogni giorno vediamo nella nostra casa.


Il Bruttium incontra gli Artisti

Calabresi Quarta puntata

Mi presento, sono:

Giuliana Furrer e creo gioielli per chi amma il bello

Copertina: Giuliana Furrer e Vari creazioni artistiche Catanzaro

Da bambina amavo giocare nel mio “laboratorio dei colori” dove creavo miscele di ogni tipo con cui dipingevo i miei capolavori fatti con il Das. Cresciuta in una casa dove mamma amava dipingere e fare piccoli lavoretti e papà creare originali presepi artigianali, da sempre ho amato utilizzare le mani per creare oggetti da regalare ai miei cari o per costruire i miei giochi, immaginando il mio futuro in una vera, piccola bottega magica. Messi da parte i sogni da bambina, ormai adulta e universitaria fuori sede nella bella Siena, trovai in questa città la mia sliding door. Camminare attraverso quelle antiche strade medievali, armoniosamente e allegramente macchiate ogni pochi metri dal blu cobalto, il giallo ocra e il verde rame che facevano capolino sugli usci delle tante botteghe di ceramiche artistiche, riaccese il sogno. Stavolta lo inseguii strenuamente, cambiando radicalmente il binario dei miei studi, contro lo stereotipo che negli anni ’90 ci voleva tutti laureati col pezzo di carta in mano. Mi dedicai con ogni mezzo alla mia formazione di ceramista prima in terra toscana, poi con una lunga gavetta nelle piccole e difficili realtà artigiane della mia amata Calabria. Sono trascorsi vent’anni da allora e quel sogno non si è mai più spento! E’ bensì cresciuto e si è trasformato in realtà, sotto il profumo di limoni e salsedine del mio Ionio, davanti ai colori del cielo turchese del sud e delle colline chiazzate di fiori di sulla, ulivi e fichi d’india. Quel sogno oggi ha una dimensione e un nome: Irò. Irò significa “colore” in giapponese. la Ciminiera 5


Se pur lontano dalle mie tradizioni, questo nome mi rappresenta completamente, contiene ogni significato che ha per me il mio lavoro: un piccolo tributo al Giappone, questa terra lontana di cui amo la cultura e dove ha origine l’arte della maiolica e perché il colore per me è tutto: arte e ottimismo. Nel mio laboratorio di ceramiche artistiche, ogni giorno il sogno prende forma: sia quello della bambina creativa diventata un’artigiana, sia quello dei clienti che, attraverso la passione e le competenze di chi vi lavora, possono vedere realizzato un prodotto come pensato nel proprio immaginario. Che sia esso un piccolo oggetto come la bomboniera, personalizzata e creata “su misura” in base al desiderio comunicativo del cliente; un omaggio speciale pensato per la persona cui è destinato; fino ai rivestimenti, l’illuminazione e i complementi d’arredo per interni ed esterni, per abitazioni o strutture ricettive. Se pure frequentemente mi viene attribuito l’epiteto di artista, io amo invece definirmi un’artigiana, intendendo mettere la mia arte e la mia professionalità al servizio del cliente. Mi piace soddisfare anche le esigenze più stravaganti e peculiari, siano esse di carattere pratico o puramente estetiche, e offrire un prodotto unico e irripetibile. Walt Disney amava dire che “fare l’impossibile è una specie

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di divertimento”... Tentarci sempre diverte anche me! Una sezione della produzione Irò risponde invece all’esigenza puramente espressiva di chi crea, cercando di coniugare e far convivere gusto contemporaneo e modernità con la tradizione di questa antica arte e del territorio. Non viene dimenticata la tradizione, che rivive, a volte reinterpretata, attraverso la produzione di vasellame e oggettistica tipici della cultura rurale calabrese. Nel mio laboratorio l’oggetto vive e restituisce emozione. Inoltre, in clima di ecosostenibilità, Irò porta avanti l’iniziativa “more clay less plastic”, promuovendo e incentivando l’utilizzo della ceramica in sostituzione alla plastica, anche attraverso il ritorno all’uso di stoviglierie e accessori per la casa in cotto smaltato. Convinta che l’esperienza e l’arte vadano condivise e diffuse, mi piace offrire inoltre la possibilità, a chi volesse, grandi e piccini, di fare un piccolo viaggio esperenziale all’interno della bottega, mettendosi alla prova con mani in pasta e pennelli! E’ possibile anche seguire corsi strutturati di modellatura per i più piccoli e di decorazione su maiolica per i più grandi, della durata di due mesi.


Daniele Mancini danielemancini-archeologia.it

DODICI PERSONAGGI STORICI IN 3D seconda parte

Il Signore di Sipàn (I-II secolo d.C.) Spesso annunciato come uno dei reperti archeologici più significativi del XX secolo, il Signore di Sipàn è stato il primo delle famose mummie della Civiltà Moche trovate, nel 1987, nel sito di Huaca Rajada, nel nord del Perù. La mummia, di quasi 2000 anni, era accompagnata da un ricchissimo corredo funerario, alimentando così l’importanza della scoperta. Alcuni ricercatori hanno deciso di ricostruire il volto di questo affascinante personaggio. Non è stata un’impresa facile perché il cranio del Signore di Sipàn è stato effettivamente danneggiato in 96 frammenti durante la sua scoperta e a causa della pressione dei sedimenti del suolo nel corso dei millenni. Di conseguenza, i ricercatori del team brasiliano di antropologia forense e odontoiatria forense hanno dovuto ricostruire scrupolosamente questi numerosi pezzi in modo virtuale. Il cranio riassemblato è stato quindi fotografato da varie angolazioni con la tecnica della fotogrammetria, per una mappatura digitale precisa dell’oggetto organico. https://youtu.be/CYboYQqmLQI la Ciminiera 7


San Nicola (270-344 d.C.)

Roberto I Bruce di Scozia (1274-1329 d.C.)

Non si può negare che per raffigurare Babbo Natale si sia adoperata la figura di San Nicola, un santo cristiano del IV secolo di origine greca, vescovo di Myra, in Asia Minore, oggi Demre, in Turchia

Un’interessante collaborazione tra gli storici dell’Università di Glasgow e di esperti craniofacciali dell’Università John Moores di Liverpool ha portato a quella che potrebbe essere la ricostruzione credibile dell’attuale volto di Roberto I Bruce di Scozia, il re del film Braveheart, per intederci.

Nicola, comunque, era protagonista di molte leggende riguardanti miracoli a favore di poveri e defraudati, per questo ne è ritenuto un santo benefattore e protettore, specialmente dei bambini. Per quanto riguarda la ricreazione del suo volto, aiutata dalla simulazione del software e dalla tecnologia interattiva 3D del Face Lab dell’Università di Liverpool John Moores, il modello 3D è stato il risultato di analisi dettagliate, sebbene sia ancora soggetto di varie interpretazioni. Secondo l’antropologa Caroline Wilkinson, il progetto si basava su “tutto il materiale scheletrico e storico” conosciuto. Nel 2004, alcuni ricercatori hanno realizzato una ricostruzione basata sullo studio del cranio di San Nicola attraverso una serie di fotografie a raggi X e misurazioni originariamente redatte nel 1950 e hanno dedotto che San Nicola era probabilmente un uomo dalla pelle olivastra; il naso rotto, invece, potrebbe essere stato l’effetto della persecuzione subita dai Cristiani sotto il dominio di Diocleziano, durante il primo periodo di vita di Nicola.

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L’immagine realizzata deriva da un teschio umano conservato all’ Hunterian Museum di Londra e mostra un soggetto maschile al suo apice fisico, dalle caratteristiche robuste, completato da un collo muscoloso e un busto piuttosto tozzo. In sostanza, l’impressionante fisico di Roberto I Bruce è dovuto a una dieta ricca di proteine che lo avrebbe “aiutato” per i brutali combattimenti e le dure cavalcate medievali. La storia supporta tale prospettiva e annovera Roberto I Bruce tra i grandi condottieri della sua generazione, che guidò con successo la Scozia durante la prima guerra di indipendenza scozzese contro l’Inghilterra, culminando con nella fondamentale Battaglia di Bannockburn, nel 1314 d.C., e la successiva invasione del nord dell’Inghilterra. L’analisi del cranio ha mostrati la presenza di probabili segni di lebbra, che avrebbe sfigurato parti del viso, come la mascella superiore e il naso. Gli storici hanno a lungo ipotizzato che Roberto I Bruce abbia sofferto di un disturbo, forse proprio la lebbra, che avrebbe influenzato


significativamente la sua salute nelle ultime fasi della sua vita. Durante un incidente nel 1327 d.C., si dice che il re fosse così debole che riusciva a malapena a muovere la lingua e solo due anni dopo Roberto è morto all’età di 54 anni.

dimora funeraria di Riccardo III prima di essere distrutta nel 1538 d.C. I resti del re sono stati trovati quasi sotto una “R” approssimativamente dipinta sul bitume, che ha anche segnato un posto riservato all’interno del parcheggio dagli anni 2000.

Secondo gli antropologi forensi, usando il cast del cranio, è stato possibile stabilire con precisione la formazione muscolare sulle ossa del cranio per determinare la forma e la struttura del viso.

Sempre Caroline Wilkinson si è occupata della ricostruzione forense del viso di Riccardo III, essenzialmente basata sulle mappature 3D del cranio. La ricostruzione è stata modificata nel 2015, con occhi e capelli più chiari, a seguito di nuove prove basate sul DNA.

Ora, malattie e caratteristiche facciali precise potrebbero essere stabilite analizzando il DNA originale dell’individuo, ma il cranio dell’Hunterian è solo uno dei pochissimi calchi dell’attuale testa di Roberto, il cui originale è stato rinvenuto tra il 1818 e il 1819 in una tomba nell’Abbazia di Dunfermline. Riccardo III (1452-1485 d.C.)

L’ultimo re della Casa di York e anche l’ultimo della dinastia dei Plantageneti è Riccardo III, deceduto nella Battaglia di Bosworth Field, che di solito segna la fine del “Medioevo” in Inghilterra. Eppure, anche dopo la sua morte, il giovane monarca inglese ha continuato a confondere gli storici, con i suoi resti mortali che sono sfuggiti a studiosi e ricercatori per oltre cinque secoli. E’ stato fondamentale quando, nel 2012, l’Università di Leicester ha identificato lo scheletro all’interno di un parcheggio del consiglio comunale, il sito della Greyfriars Priory Church, ultima

Enrico IV di Francia (1553-1610 d.C.) Enrico IV di Francia è stato una figura politica fondamentale nella Francia della fine del XVI secolo. E’ stato il primo monarca francese della Casa di Borbone ed era anche noto per le sue inclinazioni protestanti (si considerava un ugonotto dei primi tempi…), che lo portò a uno scontro con l’esercito reale cattolico che si è tradotto in un conflitto militare a tutti gli effetti noto come Guerre di Religione, determinato da affiliazioni religiose e da motivazioni politiche.

Nonostante gli sconvolgimenti militari, religiosi e politici nella Francia del XVI secolo, Enrico IV di Francia è noto anche come “le bon roi Henri”. L’epiteto proviene, probabilmente, dalla sua genialità percepita e dal pensiero di benessere per i suoi sudditi, nonostante le differenze religiose. I ricercatori francesi, guidati dal famoso specialista di ricostruzioni facciali Philippe Froesch, hanno ricreato con successo il la Ciminiera 9


volto del monarca francese con tecniche visive all’avanguardia. https://youtu.be/DCyH5gEZYew Maximilien de Robespierre (1758-1794 d.C.) Nel 2013, il patologo forense Philippe Charlier e lo specialista in ricostruzione del viso Philippe Froesch hanno creato una ricostruzione facciale realistica in 3D di Maximilien de Robespierre, il famigerato uomo-simbolo della Rivoluzione francese.

Originariamente pubblicato sulla rivista medica Lancet, la ricostruzione è stata fatta con l’aiuto di varie fonti. Alcune appartengono ai ritratti e ai racconti contemporanei di Robespierre, che mostrano una visione “conforme” del rivoluzionario. Ma uno degli oggetti primari che ha più aiutato i ricercatori, riguarda la famosa maschera mortuaria di Robespierre, realizzata da Madame Tussaud. Probabilmente la Tussaud ha affermato che che la maschera funeraria sia stata realizzata direttamente con l’aiuto della testa decapitata di Robespierre, dopo che fu ghigliottinato il 28 luglio 1794.

Daniele Mancini

EPIDEMIE NELLA STORIA E NELLA LETTERATURA ANTICA La “Peste di Atene” del V preistorico più grande e meglio secolo a.C. non è l’unico evento conservato trovato fino ad epidemiologico narrato da fonti oggi in Cina. Uno studio letterarie spesso confortate da archeologico e antropologico quelle archeologiche. Circa indica che l’epidemia sarebbe 5.000 anni fa, un’epidemia stata rapidissima e non avrebbe ha completamente spazzato concesso il tempo necessario per via un villaggio preistorico in rendere sepolture adeguate agli Cina. I corpi dei morti sono abitanti colpiti dall’epidemia. stati riuniti in una casa che è Il sito non è stato nuovamente stato successivamente bruciata. abitato. Nessuna fascia d’età è stata Prima della scoperta di Hamin risparmiata, dagli infanti agli Mangha, un’altra sepoltura di anziani, resti dei corpi sono massa preistorica che risale stati trovati all’interno della all’incirca allo stesso periodo, casa. è stata trovata nel sito di Il sito archeologico Hamin Miaozigou, sempre nella Cina Mangha, nel nord-est della nord-orientale. Queste scoperte Arnold Böcklin La peste(1898) Cina, è il sito di insediamento suggeriscono che un’epidemia 10 la Ciminiera


avrebbe devastato l’intera regione. La prima attestazione di un’epidemia nella letteratura greca è quella contenuta nel primo libro dell’Iliade (I, 47 ss.); la malattia è dovuta all’ira di Apollo per il rifiuto di Agamennone di restituire la sua schiava Criseide al padre Crise, sacerdote del dio: dalla peste e dalle sue conseguenze parte l’ira di Achille, lo scontro con Agamennone, il ritiro dell’eroe greco dal combattimento e le tante morti che ne seguono. Anche l’Edipo re di Sofocle parte da una pestilenza (vv. 20-35 e 168-187): la tragedia si apre con i cittadini di Tebe che chiedono aiuto al re Edipo per fermare il male che li sta decimando. Il dramma sarebbe stato ispirato proprio dalla malattia che aveva colpito la città pochi anni prima, durante gli anni della peste ateniese. Anche in questo caso il morbo rappresenta una punizione divina per l’assassinio, rimasto impunito, del re Laio. Altri storici imitano Tucidide: Diodoro Siculo, nella sua Bibliotheca historica (XIV 70, 4-71), nel I secolo a.C. narra della Peste di Siracusa di fine IV secolo a.C.; Procopio di Cesarea, nella Guerra persiana (II, 22-23), nel VI secolo d.C., è testimone oculare dell’epidemia di peste che ha colpito Costantinopoli nel 542 d.C. A Roma, Virgilio dedica della pagine alla Peste nel Norico, la regione orientale delle

Alpi, nelle Georgiche (III, 470-566), redatte nel I secolo a.C. Qui le vittime sono gli animali, sia domestici che selvatici, di terra o di mare: nondimeno gli effetti sono comunque terribili, e tali da far regredire l’umanità a uno stadio primitivo; senza buoi non si riesce più ad arare i campi, la contaminazione anche degli animali sacri rende impossibile celebrare i consueti sacrifici religiosi, fenomeni eccezionali si susseguono, come i pesci espulsi sulla terra o i lupi che cessano di minacciare le pecore. Altri sono i casi di epidemie che gli storici riportano nelle loro cronache: la Peste Antonina, nota anche come Peste di Galeno, da colui che la descrisse, è stata una pandemia di vaiolo o morbillo riconducibile ai soldati di ritorno dalle campagne militari contro i Parti del II secolo d.C. La peste Antonina ha devastato l’esercito e potrebbe aver ucciso tra i 5 e i 30 milioni di individui nell’impero romano, tra cui il co-reggente di Marco Aurelio, Lucio Vero. L’epidemia ha contribuito alla fine della Pax Romana, quel periodo che corre dal 27 a.C. al 180 d.C., quando Roma è stata al culmine del suo potere. Dopo il 180 d.C., l’instabilità è dilagata in tutto l’impero romano, tra guerre civili, invasioni da parte dei primi gruppi “barbari” e con il Cristianesimo sempre più popolare.

Michiel Sweertsr La peste di Atene

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Gabriele Campagnano Presidente Centro Studi Zhistorica http://zweilawyer.com/

I Mosaici di Huqoq: Giuliano e gli Ebrei I Mosaici di Huqoq, un villaggio della Bassa Galilea, in Israele, sono stati scoperti diversi anni fa, ma gli studiosi impegnati a decifrarli sembrano perseverare in un errore che è, a mio avviso, macroscopico. Il più interessante è, senza dubbio, il mosaico ritrovato fra i resti di una sinagoga del V secolo. Ad effettuare gli scavi è stato il team della Professoressa Jodi Magness, della University of North Carolina, la quale, nel 2015, ha rilasciato le seguenti dichiarazioni: “[il mosaico] è composto da tre differenti strisce che contengono figure umane e animali, compresi degli elefanti. Quella più in altro, la più grande, mostra l’incontro fra due uomini, che forse rappresentano Alessandro Magno e un alto religioso Ebreo.” Per la prima volta, dunque, troviamo all’interno di una sinagoga una scena tratta dalla storia e non dal Vecchio Testamento. Pur apprezzando lo sforzo interpretativo della Prof. ssa Magness, non appena ho visto le foto del mosaico ho pensato che l’uomo raffigurato non fosse Alessandro Magno, ma un grande imperatore romano che, però, regnò solo per tre anni (360-363): Flavio Claudio Giuliano. Per le sue credenze pagane, egli fu soprannominato l’Apostata. Per quale motivo ritengo che il mosaico ritragga Giuliano e non Alessandro? Ve lo spiego subito. Giuliano mostrò sempre grande amicizia nei confronti del popolo ebraico, tanto che le fonti riferiscono unanimemente che egli aveva intenzione di ricostruire il Tempio.

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Il mosaico di Huqoq Al giorno d’oggi potremmo considerarlo Sottovalutata è invece una richiesta fatta un conservatore (con tutte le cautele necessarie dall’Imperatore agli ebrei, quella di “pregare all’applicazione di categorie moderne all’evo il Creatore (“demiurgo”)” per lui. antico), ma in realtà Giuliano apprezzava Nell’estate del 362, Giuliano (oltre a i popoli che rimanevano fedeli alle proprie essere un filosofo si dimostrò un eccellente tradizioni. Questo lo portò a lanciare ai generale e guerriero) era ad Antiochia, cristiani accuse del genere: pronto a lanciare una violenta campagna Perché voi Galilei avete dimenticato l’antico militare contro i Sasanidi. Si mosse alla credo degli Ebrei, assieme a tutti i suoi testa dell’esercito quasi un anno dopo, nella insegnamenti e le sue cerimonie? primavera del 363. Egli sosteneva la superiorità del È questo il periodo, durato meno di un paganesimo rispetto alle altre religioni, anno, cui si riferiscono i mosaici di Huqoq? ma ciò non gli impedì di dire, sempre ai Dalla testimonianza di un monaco di cristiani: Edessa del VI secolo, pubblicata nel 1880 a Considerata nel suo complesso, è preferibile LeidenconiltitoloJulianosderAbtruennige la religione di Israele al vostro credo appena e riportata da The Jewish Quarterly creato. Review, Vol.5, No.4 (Jul. 1893) a pagina Probabilmente Giuliano aveva un’ottima 620 , sappiamo che Giuliano, all’inizio conoscenza del Vecchio Testamento o, della sua spedizione contro i Sasanidi, fu raggiunto a Tarso da una processione di meglio, della sua traduzione in greco. ebrei provenienti da Tiberiade. Costoro gli Nella sua famosa lettera agli Ebrei, egli chiesero umilmente di poter ricostruire il definisce “fratello” il Patriarca Hillel II Tempio, e Giuliano diede loro il permesso (“Iulon”), Nasi del Sinedrio per quasi di iniziare a gettare le fondamenta (visto 65 anni (320-385). Nella stessa missiva, che avrebbe ricostruito il Tempio al ritorno Giuliano sancisce l’abolizione delle imposte dalla spedizione militare). È proprio questo, speciali chieste agli ebrei ed esprime la penso, l’episodio rappresentato nei mosaici volontà di “vederli prosperare ancora di più”. scoperti a Huqoq. L’antico insediamento la Ciminiera 13


ebraico era infatti a 10 km da Tiberiade e quest’ultima era stata completamente distrutta dai romani solo nove anni prima durante la Rivolta contro Gallo. “L’alto religioso Ebreo” menzionato dalla Prof.ssa Magness potrebbe essere il capo della delegazione inviata da Tiberiade all’Imperatore romano, ma, visto che la città non era stata ancora del tutto ricostruita,

Inoltre, la vicinanza cronologica fra la sinagoga in cui sono stati trovati i mosaici (V secolo) e la permanenza di Giuliano in quei territori (fine IV secolo) lascia presupporre una connessione molto più stretta con l’Imperatore che non con Alessandro Magno. È anche molto probabile che il mosaico sia stato posato qualche anno prima dell’abbandono della sinagoga

Giuliano-mosaico

è anche possibile che diversi religiosi si fossero spostati nei centri vicini com’era, appunto, Huqoq. Un altro particolare che mi fa propendere per questa interpretazione è che tutte rappresentazioni artistiche di Giuliano sono estremamente simili al ritratto contenuto nel mosaico di Huqoq. Al contrario, quelle di Alessandro non hanno né la barba, né la sottile fascia per i capelli, che invece sono sempre presenti in quelle di Giuliano. Per non parlare, ovviamente, della corazza muscolare che si intravede sotto il mantello. Comparazione fra la figura trovata ad Huqoq e alcune rappresentazioni di Giuliano l’Apostata. Anzi, durante la sua permanenza in Oriente, la satira degli abitanti di Antiochia su Giuliano riguardava spesso la sua barba, cosa che lo spinse a scrivere un libello satirico di risposta intitolato Mispogon (“il nemico della barba”). 14 la Ciminiera

in questione, portandoci quindi a una sovrapposizione cronologica perfetta con l’episodio narrato dal monaco di Edessa. I soldati sulla destra del mosaico sono palesemente soldati romani, con tanto di elmo Berkasovo e scudo tondo con motivo concentrico (vedi tavole relative agli scudi nella Notitia Dignitatum). Indossano, inoltre, la tunica manicata, tipica del tardo impero, e, in basso a sinistra, si può vedere anche un soldato (morto) in maglia ad anelli. Quanto gli elefanti, che, temo, siano stati il motivo che ha spinto la Prof.ssa Magness a dare una didascalia frettolosa dei mosaici, bisogna sottolineare che furono utilizzati spessissimo dai sasanidi, specie contro i Romani. E che gli stessi Romani li utilizzarono per la logistica. Sappiamo infatti che, nella decisiva Battaglia di Maranga, il 22 giugno 363, Giuliano sconfisse l’esercito sasanide, il cui centro era formato da elefanti da guerra.


Tuttavia, l’Imperatore morì pochi giorni dopo per le ferite causate da un giavellotto (che alcune fonti dicono scagliato da un legionario cristiano). Ho inviato una mail alla Prof.ssa Magness il 5 Agosto 2015, spiegandole lemie perplessità. In questa scrivevo, tra l’altro: The mosaic you have found in that ancient sinagogue it’s of unbelivable value, but i think the bearded figure in roman dressing depicts the Emperor Julian the Apostate and not Alexander the Great. According to the report compiled by a monk from Odessa, in 363 Julian met a Jew delegation from Tiberias (as you know better than me, it’s very close to Huqoq) on his way to Sasanian Empire (that had war elephants to support his infantry). To this delegation, he promised to rebuild the Temple. Ovviamente, ho inviato alla Magness anche tutta la documentazione a supporto. La sua risposta è stata molto gentile, ma ha confermato di ritenere più plausibile la sua spiegazione. Il mosaico potrebbe essere quindi

antecedente alla morte di Giuliano, e quindi darci un’istantanea dell’incontro fra Giuliano e gli ebrei nell’imminenza della campagna contro i sasanidi, oppure essere successivo. In questo caso sarebbe una straordinaria testimonianza di quella pace fra romani ed ebrei che, sembrata impossibile per secoli, era stata sancita in modo inequivocabile dal potere imperiale per finire in frantumi poco dopo a causa della guerra con i sasanidi (rappresentati per mezzo della loro unità militare più rappresentativa, gli elefanti). Purtroppo, ancora un mese fa, il National Geographic ha riportato l’interpretazione “alessandrina”. A questo punto, dubito che vi sia la reale possibilità di far prevalere la verità storica sulle opinioni personali degli archeologi impegnati negli scavi. Resta da chiedersi, ed è uno scenario ucronico di eccezionale interesse, cosa sarebbe accaduto al popolo ebraico se Giuliano, tornato dalla guerra, avesse lavorato per farlo prosperare nella sua terra dopo avergli restituito il Tempio.

fb.cpm/iroceramiche

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Raoul Elia Presidente Centro Studi Bruttium

Il Cristo dell’Amiata, una storia di eresia e spiritualità contadina dell’ ‘800

Il Cristo dell’Amiata, David Lazzaretti, conosciuto anche come il “profeta contadino”, assassinato dai carabinieri nel 1978 durante una processione, è sicuramente una figura emblematica del periodo. Rappresentante della cultura delle classi subalterne che fatica ad omologarsi alla cultura imposta e in cui si intrecciano le istanze di uguaglianza e giustizia sociale e un’ansia di redenzione di tipo messianico-millenaristico. Il movimento da lui costituito – di cui ancora sopravvivono alcuni seguaci, sebbene in una complessa situazione, fra scismi e rivalse – costituisce (al momento, almeno) l’ultima eresia popolare italiana. Chi è Davide Lazzaretti Le origini del profeta dell’Amiata sono, in effetti, decisamente “popolari”: Lazzaretti, infatti, nasce il 1 novembre del 1834 ad Arcidosso, un paesino situato sul Monte Amiata, nella Maremma Toscana, da Giuseppe, “vetturale” o barrocciaio che dir si voglia, e Biagioli Fausta, di professione domestica. Nel 1848, il futuro profeta, cagionevole di salute, inizia a svolgere il mestiere di suo padre. Sposa poi nel 1856 tale Carolina Minucci da cui avrà cinque figli (solo due sopravvissuti al loro padre, Turpino e Bianca). Nel 1859 si arruola nell’Esercito piemontese e partecipa alla battaglia di Castelfidardo. Fin qui, nulla di particolarmente originale. Sembrava essere destinato ad una vita di stenti e miseria seguendo le orme paterne. Ma le cose sono lì lì per cambiare… 16 la Ciminiera


La predicazione di Davide Lazzaretti La vita di Davide Lazzaretti aveva già avuto una prima svolta a soli quattordici anni: il 25 aprile del 1848, durante un viaggio con il barroccio, il non ancora profeta contadino ha una visione e un misterioso frate gli predice che la sua vita sarebbe stata un mistero. Tuttavia, vuoi per l’età, vuoi per la situazione particolare in cui si trova, Lazzaretti non sembra dar retta alla predizione Ma è nel 1868 che, con una svolta improvvisa ed inaspettata, Lazzaretti abbandona tutto ed inizia la predicazione tra la popolazione locale. Il 25 aprile 1868, infatti, a distanza di vent’anni dalla prima, David ha un’altra visione: lo stesso frate della visione precedente, dopo avergli riconfermato il mistero della sua vita, lo invita a recarsi dal Papa ed a rivelargli quanto visto e sentito. Nel settembre dello stesso anno, spronato dalla visione, David si reca a Roma da Pio IX, dal quale si aspetta chissà quale accoglienza e investitura; deluso dalle sue parole di convenienza, si ritira tra i ruderi di un convento a Montorio Romano. Qui rimane per circa tre mesi, facendo vita da penitente, assistito da un frate tedesco dedito all’ascetismo. Dopo esser stato a Roma, infatti, il “Cristo dell’Amiata” decide di cercare il posto suggerito dall’eremita vagando per la Sabina fino alle rovine del convento di Sant’Angelo, abbandonato non da tanto tempo. Una notte, condotto da una misteriosa luce, tenuta da un’altrettanto misteriosa guida, trova una grotta profonda

5 metri: l’eremo del beato Amedeo. Il Lazzaretti trascorre nella caverna tre mesi in solitudine, eccetto le rare visite da parte di padre Ignazio da Heinseusen, chiamato frate Mikus, che vive nella cappella di Santa Barbara. Nell’antro al Lazzaretti appare il fantasma di un antico guerriero, tale Manfredo Pallavicino, che afferma di essere un suo lontano avo e lo informa di essere riuscito a scampare alla pena capitale decretata dal maresciallo Lautrec nel 1521 per poi terminare i suoi giorni proprio dentro la grotta dove giacevano anche le sue ossa, alle quali prega David di dare sepoltura. Durante la sua permanenza all’interno della grotta, Lazzaretti riceve anche una particolare sorta di stigmata, una croce centrale circondata da due lettere c affrontate. David lascia la grotta il 02 gennaio 1869 e da quel momento si sente investito del ruolo di nuovo Messia, da cui il nomignolo di “Cristo dell’Amiata”. Il 13 aprile 1869, in quello che da allora viene chiamato il “Campo di Cristo”, David parla in modo profetico a quanti, secondo alcune fonti circa 180 persone, si erano là radunati più per aiutarlo nel lavoro di bonifica del campo che per ascoltarlo. Nel Luglio 1869, sulla cima del Monte Labro, un rilievo montuoso alto 1190 metri sul versante sud-ovest del Monte Amiata, Lazzaretti inizia la costruzione della cosiddetta Turris Davidica con pietre a secco. Accanto ad essa, il profeta del popolo stabilisce di far erigere una Chiesa di 12 metri per 12 e, poco distante, anche l’Eremo, in seguito abitato dagli eremiti penitenzieri. Gli anni d’oro del Cristo dell’Amiata Nel 1870, il Lazzaretti fonda l’Istituto degli Eremiti Penitenzieri e Penitenti scegliendo 33 componenti fra gli amici più fidati. Raggiunge poi l’Isola di Montecristo la Ciminiera 17


e qui trascorre 40 giorni in preghiere e digiuno. In questa “location” suggestiva, anche per l’epoca, verosimilmente il Cristo dell’Amiata scrive la sua prima opera, “Il risveglio dei Popoli”, testo dal contenuto profetico ma anche fondamento della Società della Santa Lega o Fratellanza Cristiana che egli aveva fondato nello stesso anno, agli inizi del 1870. Le Regole della società sono pubblicate, come si è detto, nell’estate di quell’anno ne Il Risveglio dei Popoli, la prima opera a stampa di David Lazzaretti. La Fratellanza Cristiana ha per simbolo la carità: si propone il mutuo soccorso, l’ospitalità, la carità verso gli infermi, ma anche l’educazione ad un comportamento religioso, morale e civile di rispetto e amore nei confronti della Legge di Dio e delle leggi degli uomini. Nella pratica, la Santa Lega si configura come una sorta di società di mutuo soccorso ante litteram. La Società costituisce probabilmente l’esperienza più rilevante del movimento: aperta a contadini, artigiani e braccianti oltre che a possidenti di capitali, viene fondata con la messa in comune dei beni e prevede l’organizzazione sociale del lavoro e la ripartizione dei proventi. Si propone come scopo principale la pratica delle virtù morali e civili da conseguire mediante l’istruzione; per questo motivo la Società fonda due scuole, per i figli e le figlie dei soci. Le Regole prevedono anche una scuola serale per l’educazione degli adulti. Risale al 1871, inoltre, il progetto del terzo istituto, la Società delle famiglie cristiane, che riceve per simbolo la speranza ed inizia le sue attività nel gennaio 1872. Dopo il ritiro sull’isola, altri quaranta giorni li passa, sempre in ritiro spirituale, nella meno suggestiva Palombara Sabina vivendo in una misera grotta nella boscaglia. Qui la sua predicazione fa numerosi “proseliti” come avviene nel Nord Ciociaria dove la gente accorre in frotta a partecipare alle sue sedute di preghiera collettiva. Dura LexsedLex Nel 1871 iniziano i problemi con la legge per Lazzaretti, che viene infatti arrestato con l’accusa di truffa e rimesso in libertà 18 la Ciminiera

grazie all’aiuto dell’avvocato Giovanni Salvi. Dopo il rilascio, pubblica “Avvisi e Predizioni di un Incognito Profeta”, “Sogni e Visioni di Davide Lazzaretti” ed altre opere. Nel 1873 Davide si ritira alla Certosa di Trisulti. Si reca poi a Torino dove conosce don Giovanni Bosco, quindi si trasferisce nel suo ritiro presso la Certosa di Grenoble, in Francia, e qui scrive un’altra opera, “Le livredesFleursCelestes”, di chiaro contenuto apocalittico. Tornato una prima volta sul Monte Labro, Davide Lazzaretti viene di nuovo arrestato e stavolta condotto direttamente e senza passare per il via nel carcere di Rieti, dove viene sottoposto a perizie psichiatriche inconcludenti. Il profeta subisce in seguito un processo istruttorio a Rieti ed un processo d’appello a Perugia. Solo nel 1874 Lazzaretti ottiene la sentenza di piena assoluzione. E’ evidente che, di fronte al diffondersi della predicazione del profeta contadino, così carica di contenuti apocalittici e millennaristici, che tanta presa facevano sulle masse di poveri contadini alla fame, il Governo, non sapendo che pesci pigliare (non è il primo caso e, purtroppo, neppure l’ultimo), decide di agire utilizzando la “violenza di Stato”, ovvero il carcere e l’arresto ingiustificati. Ma questa “attenzione” da parte del potere non fa che aumentare il consenso del Lazzaretti nelle classi subalterne e radicalizzarne il messaggio evangelico. Il profeta dell’Amiata ritorna di nuovo sul Monte Labro e qui scioglie le due società,


risultate in sua assenza inaffidabili, e prende in affitto la tenuta di Baccinello. Nel frattempo, però, non bisogna pensare che Lazzaretti agisse da solo. Al contrario, il Cristo dell’Amiata insisteva in un’area molto vicina al cattolicesimo più avanzato e popolare; non acaso, infatti, i rapporti con don Luigi Bosco e il suo entourage continuano a lungo. E proprio a Torino, nella casa di Don Bosco, nel 1875, il Lazzaretti conosce il giudice francese Leon duVachat, grande sovvenzionatore della comunità del Monte Labro. Davide Lazzaretti inizia un pellegrinaggio in Francia dove scrive il suo libro più significativo, “La mia Lotta con Dio, ossia il Libro dei Sette Sigilli”, anch’esso di natura profetica ed apocalittica. Nel 1877 compie un viaggio in Inghilterra per incontrare vari esponenti di chiese protestanti.

L’inizio della fine I rapporti con la Chiesa, mai chiariti del tutto e spesso di opposizione, non dichiarata ma strisciante, si incrinano definitivamente. A distanza di pochi mesi dal suo viaggio nella “perfida Albione”, infatti, David Lazzaretti viene richiamato a Roma dal Santo Uffizio e costretto a scrivere ai suoi sacerdoti sul Monte Labro per convincerli a sciogliere la congregazione. Il gruppo di Eremiti, però, decide di rimanere sul Labro ed elegge anzi i suoi 12 apostoli. Lo Stato Pontificio, allora, preoccupato del diffondersi di questa visione “popolare e millennaristica”, anche se non apertamente contraria alla gerarchia ecclesiastica, decide di interrompere la predicazione del profeta dell’Amiata e proclama gli scritti di Lazzaretti eretici e sovversivi.

Davide Lazzaretti, nel frattempo, ritorna sul Monte Labro e annuncia la processione verso i Santuari di Arcidosso e Castel del Piano, definita il “manifestarsi al Popolo Latino”. Il Delegato di Pubblica sicurezza di Arcidosso interviene tentando prima di dissuadere la processione del 18 agosto con la promessa di un permesso speciale che tarda ovviamente ad arrivare. Incalzato dai suoi seguaci (ai quali lui stesso ha profetizzato accadimenti miracolosi, mai avveratisi,fin dal giorno 14) Lazzaretti decide di far partire lo stesso la processione e inizia la discesa dal Labro alla testa del corteo dei suoi seguaci. Morte di un profeta Alle porte di Arcidosso, la situazione precipita: la folla che assiste alla processione, pare senza provocazione (ma qualcuno suggerisce una manovra da parte del clero locale, sia dietro all’azione di repressione che di ostracismo) inizia a lanciare sassi dai lati della strada, sassi che colpiscono sia il corteo che le forze dell’ordine, schierate fra la folla e la processione per evitare scontri. Il Delegato per la Sicurezza, probabilmente preso di sorpresa, intima a Lazzaretti e seguaci l’arresto della processione, ma essi decidono invece di proseguire. Il Delegato, dimostrando poco sangue freddo, ordina ai suoi uomini di aprire il fuoco. Nella confusione che segue gli spari, Davide Lazzaretti viene colpito alla fronte da un bersagliere, forse per errore. Il Cristo dell’Amiata muore la sera stessa in una abitazione in località Bagnore. Sulle cause e le responsabilità della morte dell’uomo non vengono avviate indagini, anzi… Dopo la morte Il cosiddetto “Cristo dell’Amiata” e i suoi non hanno pace, neanche dopo la morte del primo. La salma delsedicente profeta viene accolta soltanto nel cimitero di Santa Fiora e per intercessione del parroco del luogo, mentre gli edifici sul Labro sono immediatamente depredati e in seguito distrutti a cannonate. la Ciminiera 19


I lazzarettisti vengono subito arrestati e processati per attentato alla sicurezza interna dello Stato e resistenza a pubblico ufficiale con lesioni gravi, ma la Corte di Assise di Siena li assolve con formula piena. Il bersagliere Antonio Pellegrini, che aveva colpito a morte Lazzaretti, viene ritrovato cadavere nella città di Livorno, massacrato con sette coltellate. Anche di questa morte non si conoscono mandanti ed esecutori, né è mai stato portato qualcuno davanti alla giustizia. Simbolismi e teologia del Cristo dell’Amiata La setta è stata, come si diceva più sopra,prima osteggiata e poi a lungo perseguitata dalla Chiesa cattolica, per cui è probabile che i suoi adepti si siano nascosti e che, per riconoscersi, abbiano utilizzato i loro simboli, in particolare una Croce su un Monte per indicare il luogo di provenienza, la città Santa (Monte Amiata), detta la “Nuova Sion” o la “Nuova Gerusalemme”, oltre ad altri segni e simboli, come strumenti di riconoscimento. Non a caso di simboli del genere se ne trovano ancora diversi sulle facciate delle antiche case di campagna diffuse nell’area dell’Amiata e della Sabina. Sulle teorie del Lazzaretti, si potrebbe scrivere a lungo. Poco si sa sulla sua formazione iniziale, ed è un peccato, perché ricostruire i percorsi formativi potrebbero consentire di interpretare meglio soprattutto la parte millenaristica e profetica dei suoi scritti, altrimenti un po’ oscuri. Probabilmente David Lazzaretti colse

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nell’aria qualche eco del socialismo utopistico di Charles Fourier o meglio ancora di quello cristiano del Lamennais e del Leroux. Le idee del Lazzaretti tentavano una conciliazione tra la fede religiosa e qualche contenuto sociale dell’anarchismo. Sul Monte Labbro era sorta una comunità molto vicina a quegli ideali velatamente umanitari che si mescolavano alle istanze proto-socialiste. La comunità così nata aveva dettagliati statuti a base solidaristica ed era chiamata Nuova Sion. Nuova Sion avrebbe dovuto essere il primo nucleo di una messianica “repubblica di Dio” basata essenzialmente sui movimenti medievali millennaristici e (più o meno) sulle teorie di Gioacchino da Fiore ma anche sulle nascente consapevolezza delle classi subalterne della propria condizione, che porterà al diffondersi, sul finire dell’ ‘800, di forme di socialismo e ai grandi partiti politici di sinistra del Novecento.


recensione di Francesca Ferraro

Letture consigliate

“Virus, la grande sfida” non è è un instant book, maun utile strumento per capire come si diffondono le epidemie attraverso il riesame di eventi passati, raccontando la storia da altri punti di vista. Il prof. Burioni cita Tucidide, Giovanni di Efeso, Cassiodoro e cosìscopriamo che il declino di tante civiltà, ma anche la ripresa delle attività produttive, sono proprio legate alla diffusione delle epidemie, spesso determinate dall’utilizzo di rete stradale e rotte navali. Roberto Burioni - Virus, la In questo libro, Roberto grande sfida – Dal Coronavirus Burioni, con il prof. Pier alla Peste: come la scienza può Luigi Lopalco, esperto salvare l’umanità. epidemiologo,utilizza la sua esperienza scientifica, di medico e ricercatore, per far capire anche a un lettore comune, la natura e l’andamento dei virus e come avviene il passaggio (spillover) dagli animali all’uomo. Il libro è particolarmente interessante per chi vuole capire le relazioni tra i comportamenti umani e l’avvento di malattie sconosciute, il rapporto con l’evoluzione storica dei luoghi, il legame tra superstizione e realtà, l’ottusa obbedienza e la libertà assoluta del pensiero scientifico. È un libro che si legge piacevolmente, nonostante il tema sia particolare, e le riflessioni effettuate aprono nuovi scenari per la ricerca storica, raccontando da altri punti di vista la causa del declino di civiltà come quella di Atene e di Costantinopoli, invitando a leggere contemporaneamente più fattori quali quelli sociali, economici, politici, e, come oggi scopriamo in maniera molto evidente, epidemiologici. Il Prof. Roberto Burioni ha realizzato un’opera accessibile a tutti, non solo perché comprensibile e chiara, ma perché i meccanismi narrativi la rendono particolarmente piacevole e interessante. Ci spiega che “Per combattere un’epidemia sono indispensabili rapidità e strategia. Più si tarda, più si rischia la sconfitta”. I proventi della vendita del volume andranno alla ricerca sui coronavirus perché “Non possiamo sapere quando sconfiggeremo il coronavirus. Ma sappiamo che l’unica arma su cui contare è la scienza.” la Ciminiera 21


La Fiat 500 elettrica? mai saputo! di Lino Natali

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Per noi italiani la Fiat 500, nelle sue numerose versioni, ha segnato il piacere della gioventù e la guida spericolata. La ricordo ancora con nostalgia, io ne avevo una che chiamavano 500R e un altra 500L con tettuccio apribile (la mia prima macchina, pagata da me, a 26.000 lire al mese). Avviamento a levafilo, cambio marcia con doppia debraiata e vano motore aperto, oltre che per farne sentire il rugito, per raffredarlo. Tutti ricordi che fanno parte di una filosofia di vita ormai perduta e chiusa nel cuore. In questi giorni mi è capitato per le mani un numero di un fumetto del 1967, e precisamente un Albi dell’Intrepido della casa editrice Universo, nel sfogliarlo sono rimasto alquanto stupefatto da un articolo sulla mitica 500 avente come titolo “Le elettriche aumentano”. Vi propongo quelle pagine sicuro di far piacere a molti della mia generazione e vi chiedo: “In tempi in cui le auto elettriche sono un obiettivo della mobilità dei vari paesi chi era a conoscenza di questa notizia nel lontano 1967 ?” Io no!.


Coscienze Umiliate Il Sud in tragiche storie d’ Amore e di Morte terzo episodio

Angelo Di Lieto PRESENTAZIONE Le grandi figure storiche femminili non sempre hanno avuto fortuna nella vita, né sono vissute felici di stare in un corpo femminile. Spesso il prodotto donna è una negativa manipolazione della cultura di una società retta da uomini che relega la donna in alcuni ruoli e non consente un’autonomia ed un’individualità paritaria, come dovrebbe essere per tutti gli esseri della terra, probabilmente imputabile ad un falso e primitivo convincimento inerente il suo stato di essere fragile, debole e come tale bisognosa sempre di ricevere, dalla costante presenza maschile, protezione e sicurezza. Lo scontro antropologico tra sessi, nel consuntivo passato, è risultato per le donne perennemente perdente, perché esse hanno avuto reiteratamente grandissime difficoltà ad entrare “in diretta” nel manipolato ed adamantino meccanismo culturale maschile ed a porsi su un bilanciato e paritario piano di rispetto e di difesa dei propri diritti, della propria indipendenza e dignità. Le antiche tragiche storie rinvenute, costituiscono, nella realtà presente, la prova del radicale ma anche del lento cambiamento di una retrograda e distorta visione che si aveva nei secoli passati.

Lacrime ed Amore in Isabella Caracciolo, Duchessa di Mesuraca Nel 1528, dopo l’elezione a Re di Francia di Francesco I di Valois d’Angoulême (1515-1547), figlio di Carlo d’Orléans, venti di guerra sorgevano in Calabria. Il neo eletto aveva deciso di conquistare con le armi il Regno di Napoli ai danni di Carlo V, Re di Spagna. Sino al campo di Poggio Reale la campagna di occupazione era stata affidata a Lotrecco, coraggioso guerriero, mentre da Napoli in poi, l’incarico era stato assegnato al Duca di Capaccio, il quale, con un forte esercito, doveva occupare il resto delle Province Meridionali. Quando il Governatore della Calabria Don Pietro d’Alarcona di Mendoza, che stanziava in Calabria, fu informato dell’arrivo del Duca di Capaccio, si recò a Castrovillari, in provincia di Cosenza, al fine di avere nella difesa un valido aiuto nella persona del Duca Ferrante Spinelli, sino a quel momento strenuo difensore del potere della Casa d’Aragona. Il Duca Ferrante, com’era stato ben previsto dal Governatore Don Pietro, subito offrì il suo braccio ed il suo esercito e nello stesso tempo diede spontanea e sincera ospitalità al Governatore ed ai suoi soldati. In cambio Don Pietro gli diede il comando generale dell’intero esercito imperiale. Intanto il Duca di Capaccio avanzava distruggendo e bruciando tutti quei paesi che si opponevano al suo passaggio, nonché trucidando gli uomini che avevano tentato la difesa del loro sito. Nel timore che per qualche motivo la situazione volgesse al peggio, sia Don Pietro che Don Ferrante decisero di farsi ospitare dalla Città di Catanzaro, che effettivamente li accolse con grande festosità ed entusiasmo. Quando si apprese della caduta di Rossano e che il Governatore la Ciminiera 23


si trovava a Catanzaro, numerosi nobili signori, con i loro eserciti, fecero rotta verso Essa, per difendere questa valorosa e fortificata Rocca imperiale aragonese. Ad un tratto, però, successe un fatto strano. Sia il Viceré Don Pietro, che il suo Comandante Generale Don Ferrante restarono colpiti dalla visione di una giovane fanciulla, la quale, tra le lacrime e la commozione degli avvenimenti, ed anche innanzi alla pietosa curiosità ed all’intenzione del Governatore di esserle utile e di aiutarla, raccontò che si chiamava Isabella Caracciolo e che si era rifugiata nella piazza di Catanzaro perché “i terrazzani”, cioè i cittadini di “Mesuraca” (oggi Mesoraca, in provincia di Catanzaro), temendo l’aggressione del Duca di Capaccio e le stragi che effettuava verso chi si opponeva, avevano manifestato l’intenzione di accoglierlo festosamente con tutto il suo esercito. Innanzi a tale insensata decisione, il padre di Isabella, si era opposto strenuamente, ribadendo che bisognava sostenere la piena fedeltà alla Corona Aragonese e non di aprire le porte della Città al nemico. Proseguendo nel suo racconto, Isabella precisava che quel giorno la piazza di Mesuraca si presentava in pieno tumulto. Il Duca Caracciolo, sperando di poter calmare gli animi e di far ragionare la folla impazzita, si recò personalmente in piazza col figlio cercando di placare i più facinorosi e di convincerli alla 24 la Ciminiera

difesa. Non furono affatto ascoltati, anzi, ad un certo punto, quei sanguinari inferociti, pur di risolvere il problema a modo loro e subito, afferrarono il Duca ed il giovane figlio e li uccisero barbaramente, trascinando poi in piena euforia i loro cadaveri per tutte le strade del paese. Isabella Caracciolo si era salvata per miracolo grazie all’immediato intervento di un parente, il quale, attraverso una porta segreta l’aveva condotta attraverso i campi sino a Catanzaro. Innanzi al racconto ed al pianto della donna, tutti restarono commossi, nel mentre il Duca Ferrante, da nobiluomo, nel mentre invitava la giovane Isabella a trovare conforto nella Fede ed in Dio, dall’altra prometteva che allorché vi sarebbe stata la vittoria definitiva sui francesi e la successiva rioccupazione del territorio di Mesuraca, avrebbe provveduto immediatamente a punire i colpevoli di quell’ingiusta strage. Infine, chiedendo l’assenso del governatore, che acconsentì, aggiunse che l’unica soluzione per dare un po’ di pace all’animo della nobile donna era quella di affidarla alle Suore di S. Chiara di Catanzaro, che sicuramente nella preghiera e nella spiritualità dell’ambiente, le avrebbero dato conforto, amore e grande forza. Risolto umanamente questo caso, Don Ferrante ritornò con i suoi pensieri ai preparativi di guerra contro il nemico che avanzava, e così, per prima, pensò di dividere in


zone la Città, affidando i quartieri a tutti i fedeli e nobili difensori della Dinastia aragonese Nel frattempo il Duca di Capaccio, dopo aver visitato nei pressi di Simeri il suo esercito costituito da circa 4000 uomini, inviò un messaggero verso la Città fortificata di Catanzaro, assicurando che l’avrebbe ugualmente distrutta e saccheggiata anche in caso di immediata e pacifica resa. Don Pietro d’Alarcona di Mendoza, invece, rispose pregando l’araldo di riferire al Duca di Capaccio che se egli, come si vantava, era così valoroso nelle armi, questa era l’occasione buona per dimostrare il suo valore alla fedele Città di Catanzaro. Il 4 giugno 1528 Francesco di Loria, Signore di Tortorella, anch’egli con un grosso esercito alloggiato in un campo nei pressi del fiume Corace, inviò ai Dignitari della Città di Catanzaro un altro identico messaggero. La risposta non mutò, per cui, anch’egli decise per il giorno dopo di assalire la Città. Don Pietro, intanto, appena informato dell’imminente attacco, invece di attendere l’assalto, preferì affrontare in campo aperto il forte esercito. Durante la giornata la battaglia, con fasi alterne, fu sanguinosa ed accanita, ma alla fine la Città di Catanzaro ebbe la meglio, finché le truppe nemiche, verso sera, si diedero alla fuga. Al suono della tromba tutti furono invitati a rientrare e a portare dentro i morti, i feriti e gli stessi prigionieri. Grande fu la gioia della Città innanzi a questa sudata vittoria, nel mentre i fuochi accesi sugli spalti illuminavano la festosa allegria di quei combattenti. L’8 giugno il Duca di Capaccio, innanzi alla sconfitta dei giorni precedenti, decise di assalire nuovamente la Città. Ma il Governatore, forzato anche da alcuni ardimentosi che avevano incominciato a fare stragi dei loro aggressori con gli archibugi, ancora una volta attaccò in campo aperto il forte esercito nemico. Moltissime furono le perdite da entrambi le parti, però ad un certo punto, quando il Duca di Capaccio si accorse che era perfettamente inutile resistere, decise di ritirarsi momentaneamente e di riorganizzarsi. Anche i soldati del governatore rientrarono nelle mura della Città. Il Duca di Capaccio, prima di attaccare nuovamente, pensò di affamare la Città

distruggendo case coloniche, granai ed alberi da frutta, ma gli assediati, erano ben forniti di grano e di bestiame, nel mentre i cittadini erano ben decisi a difendere la Roccaforte ed il loro onore. Numerosi furono in quei giorni i tentativi di penetrare a qualsiasi costo in Città, ma nelle scaramucce i soldati francesi subirono sempre gravi perdite, per cui il loro morale cominciò a cadere. Intanto la moglie di Don Pietro d’Alarcona, per distrarre un po’ tutti da quel particolare stato di tensione, pensò di organizzare dei giochi, invitando non solo le donne catanzaresi, ma anche quelle che potevano venire da fuori città a vedere le giostre. Un giorno, il Duca Ferrante Spinelli, che bruciava d’amore per Isabella Caracciolo, già da quando l’aveva vista per la prima volta, si accorse che su di una finestra vi era la Viceregina, moglie di Don Pietro. Dopo averla salutata cavallerescamente, le confidò che amava Isabella e che intendeva sposarla. La Viceregina ringraziò il nobile duca della confidenza fattale ed aggiunse che effettivamente la giovane fanciulla di Mesuraca era bella, saggia e prudente. Il Duca, inoltre aggiunse che quando Isabella Caracciolo era entrata nel monastero, lui stesso le aveva dato assicurazione che si sarebbe personalmente adoperato con tutti i mezzi pur di vendicare il padre ed il fratello trucidati in quel tumultuoso giorno nella piazza di Mesuraca. In ultimo suggerì, dopo il permesso del Vescovo e di Don Pietro, che sarebbe stato opportuno farla uscire dal monastero per distrarla un po’ con le altre signore durante i giochi e soprattutto per poterle dichiarare il suo amore. La Viceregina colse a volo l’occasione e si recò dal marito e dal vescovo che nel frattempo stavano insieme e li pregò di promettere di rendere realizzabile quanto avrebbe loro chiesto. Don Pietro ed il Vescovo promisero immediatamente e così, non appena conobbero la confidenza, con grande gioia diedero subito l’assenso affinché Isabella Caracciolo uscisse dal Monastero per assistere ai giochi. Infatti concludere il matrimonio con una persona distinta, molto degna e fedele, la Ciminiera 25


era anche un obiettivo politico oltre che sentimentale, perchè significava che la Corona di Spagna avrebbe sempre potuto contare su Don Ferrante e sul territorio di Mesuraca. La Viceregina avrebbe pensato poi a completare la sua parte invogliando Isabella ad accettare quest’ottimo partito che le veniva offerto, ovviamente senza riferire dei retroscena che già si erano delineati. Infine, accorse subito dal Duca Don Ferrante a dargli la notizia che desiderava. Così alla vigilia dei giochi, la Viceregina, con la Madre ed altre nobili signore del territorio, si recarono al Monastero di S. Chiara per comunicare l’invito prima alla Madre Superiora e poi ad Isabella, che fu ben lieta di accettare e di allontanarsi dal Ritiro per assistere alle competizioni dei cavalieri. In tal modo, tutti festosamente se ne uscirono per ritornare a casa, consci, come concordato, che durante il tragitto Don Ferrante si sarebbe fatto trovare con altri cavalieri lungo la strada per offrirsi ed accompagnare al palazzo Isabella e quelle nobili signore. Ovviamente durante il cammino il Duca Ferrante ne approfittò per lanciare sguardi amorosi verso la bella cortigiana. Quella sera, in onore di Isabella, fu offerta una cena suntuosa, festosa ed allegra e tutti si intrattennero sino a notte tardi conversando soprattutto dell’orribile disgrazia che era capitata ad Isabella e del valore e del coraggio di Don Ferrante Spinelli, Duca di Castrovillari, nel mentre la Viceregina trovava in ogni circostanza le parole e gli argomenti per infiammare il cuore della giovane verso un così valoroso cavaliere. 26 la Ciminiera

Quando le Signore si resero conto che era ormai tardi e che i Signori uomini, al mattino avrebbero dovuto partecipare alla giostra in piena forma, si ritirarono tutte nelle loro stanze. Dopo poche ore la luce del giorno comparve col sole, mentre i cavalieri incominciarono a preparare con i finimenti e le armi i loro destrieri. Proprio quando i cittadini cominciavano già a pregustare l’aria di festa, arrivarono alcuni “terrazzani”, che fuggiti dalle schiere del Duca di Capaccio, avvisavano il Viceré Don Pietro che l’esercito nemico, formato da circa 11 mila uomini, stava per muovere contro la Città per assalirla e distruggerla rovinosamente. A questa notizia, scattò immediatamente l’allarme generale. Il Viceré invitò tutte le persone abili ad arruolarsi e a difendere le loro case e le loro famiglie. Nello stesso tempo le nobili signore, deluse che quella giornata di divertimento e di festa era ormai svanita, si diedero ad incoraggiare i loro cavalieri stimolandoli a combattere con ardimento, onore e forza, perché solo così avrebbero avuto la possibilità di uscirne vincitori e sconfiggere l’odiato Duca di Capaccio. Innanzi al nemico che avanzava, Don Pietro pensò di lasciare in Città un certo numero di soldati per la difesa, nel mentre il resto dell’esercito, che disponeva di numerosi cavalli ed armi, lo divise in cinque schiere e li piazzò nella pianura di Sala, (località nel lato sud di Catanzaro) per affrontare il nemico non in difesa, ma in campo aperto ed in un grande ed inaspettato scontro. Quando le donne videro che i due eserciti si


stavano per scontrare e che l’animo dei soldati s’infiammava sempre più per la battaglia, alimentato dal suono degli strumenti musicali che accompagnavano gli inni e le urla di guerra, s’inginocchiarono, mettendosi a pregare. Isabella guardava il suo uomo ed in cuor suo sapeva che sarebbe stato il più valoroso di tutti e che ne sarebbe uscito vittorioso. Però, quando pensava al peggio subito si rattristava, nel mentre lacrime di commozione le rigavano le morbide guance. La Viceregina, che in quegli attimi la stava osservando, le chiese il motivo di quelle lacrime e quando Isabella le riferì che temeva che quel momento di fortuna potesse nuovamente girare a suo sfavore, la Viceregina, sorridendo, la rincuorò precisando che Dio avrebbe dato a loro la vittoria ed a lei il suo duca. A quelle parole una grande gioia l’invase e poi con la Viceregina si mise a osservare con attenzione e trepidazione la battaglia. Quando le trombe diedero il segnale d’attacco, prima si mossero i cavalli e poi i fanti con le lunghe lance. Lo scontro fu violentissimo tra i due eserciti, vi furono cavalieri disarcionati, i quali, anche se storditi dall’impatto e dalla caduta da cavallo, tentarono subito un’immediata difesa. Vi erano cavalli che nell’impeto crollavano a terra, dopo aver subito un violento scontro cranico, oppure che si allontanavano smarriti dopo aver perso il loro padrone; scudi che si rompevano per lo scontro, lance che si spezzavano nell’urto, nel mentre a terra vi erano ovunque morti e feriti. La polvere, poi, che si alzava, non consentiva di vedere che ombre che lottavano fra loro. Il Duca Don Ferrante, come “un drago” furente, si muoveva per tutto il campo, colpendo con grande forza tutti i nemici che incontrava. Ugualmente Don Pietro, con pari abilità ed ardimento, faceva ruinare a terra morti cavalli ed uomini. Ugualmente gli altri cavalieri, come Piterà Giovanni, Antonio Benante, Paolo dello Stocco, GiovBattista Ricca e Roberto Susanna, corsi a difesa della corona aragonese, menavano fendenti con grande vigore e valore. Non di meno erano i cavalieri francesi. Intanto man mano nuove schiere, o francesi o aragonesi, secondo le alterne fasi della battaglia, scendevano in campo per rinforzare le file e sostituire i soldati feriti e morenti. Le

grida di incitamento, di dolore e di sofferenza, si elevavano in cielo, unitamente ai nitriti dei cavalli ed al suono dei tamburi. Le donne continuavano a pregare e speravano che l’ardimento dei loro uomini li facesse uscire vittoriosi ed incolumi. Anche Isabella seguiva attentamente il suo uomo, preoccupandosi ogni tanto quando lo vedeva in pericolo e rallegrandosi invece quando facendosi largo tra i nemici menava colpi mortali in tutte le direzioni. Per i numerosi morti ed i feriti che giacevano sul campo, unitamente ai diversi cavalli moribondi, ogni tanto i cavalieri, per l’impossibilità di muoversi liberamente tra i corpi, erano costretti a riversarsi verso spazi liberi per ricominciare a duellare. Solo coll’avvicinarsi della notte, i francesi incominciarono a capire che la battaglia era purtroppo persa, per cui cominciarono a ritirarsi, addolorati della sconfitta subìta da quei diavoli aragonesi usciti dall’inferno. Vinta la battaglia, anche i vincitori, in prossimità del palazzo del Viceré, cominciarono a rientrare, nel mentre le grida di allegria e di gioia delle donne che andavano loro incontro venivano soffocate dall’abbraccio dei cavalieri. La Viceregina era invece preoccupata per una ferita che il Viceré Don Pietro aveva avuto al fianco, anche se egli la confortò minimizzando il fendente ricevuto. Il Duca Don Ferrante era più gravemente ferito, ma innanzi alle preoccupazioni di Isabella, l’assicurò che la sua ferita più grave era nel cuore e che l’aveva ricevuta in tempo di pace. D’incontro Isabella replicò che se avesse potuto guarirlo, sarebbe stata ben felice di alleviargli il dolore, per intanto era essenziale curargli la ferita del corpo, per poi poter sanare anche quella dell’anima. A quelle parole alleviatrici il Duca le prese la mano e gliela baciò. Intanto il Conte di Capaccio preferì ritirarsi nelle Puglie, mentre Don Pietro ritenne opportuno rinunciare all’inseguimento, anche perché si era creato un eccessivo distacco tra i due contendenti ed anche perché l’esercito catanzarese non sarebbe stato più nelle condizioni di raggiungerlo e di aggredirlo. Dopo il successo militare, a Catanzaro si stavano preparando i festeggiamenti per la brillante vittoria ottenuta sui francesi, nel la Ciminiera 27


mentre il Duca Don Ferrante, per il grande amore che aveva nel petto, desiderava che il suo matrimonio con Isabella si svolgesse prima dei festeggiamenti e non dopo. E così si recò dalla Viceregina, che intanto s’intratteneva con alcune signore e con Isabella, perché il contratto di matrimonio venisse immediatamente messo in atto. Isabella fu radiosa di vederlo e gli riferì che sapeva della sua venuta in quel luogo e dei suoi propositi, per cui sarebbe stata felicissima “ di fare tutto quello che il suo cuore desiderava”. Don Ferrante la ringraziò della sua “benevolenza” nei suoi confronti e dell’amore rivoltogli per curargli con i chirurghi la ferita, sollecitandola a proseguire nell’attenzione perché la piaga non facesse marcire la carne. Nel frattempo la Viceregina, rivolgendosi al Duca Don Pietro suo marito ed ai nobili che in quel momento confabulavano e discutevano proprio dell’imminente matrimonio di Isabella con Ferrante Spinelli, rappresentò che sarebbe stato opportuno che la cerimonia nuziale avvenisse, come suggerito, prima dei festeggiamenti e non dopo. Don Pietro fu contento perché con quel matrimonio sarebbe sorto un gran bene per tutti. Le nobili signore corsero subito da Isabella ad annunziarle la lieta notizia, che già aveva appreso anticipatamente dalla Viceregina. Nella circostanza la Viceregina, rivolgendosi ad Isabella, aveva incominciato a riferirle che era giunto il momento di togliersi “le nere gramaglie” e di indossare invece abiti più allegri e festosi, ed inoltre, che tutti, conoscendo ormai il suo animo e la sua bontà, erano stati contenti di offrirla in isposa ad un nobile e valoroso cavaliere come il Duca Ferrante Spinelli. Isabella, un po’ imbarazzata e non volendo far trapelare che il suo cuore era trepidante di amore e di gioia, soggiunse che dato che le era stato “destinato” un marito da persone così nobili e degne, sarebbe stata scortesia rifiutare. E così tutti insieme si recarono da quei cavalieri che in precedenza discutevano del matrimonio del loro compagno d’armi e con essi stabilirono la data della celebrazione

delle nozze. Com’era prevedibile quel giorno Isabella si levò il lutto, nel mentre il Vescovo di Catanzaro, Antonio de Paula, consacrò il matrimonio benedicendo il Ferrante e la sua virtuosa sposa. Il popolo catanzarese accolse con felicità e gioia questo matrimonio, mentre la cena che si svolse in loro onore, fu allietata da danze, balli, fuochi e giochi. Isabella ballò persino con tanta grazia ed abilità da essere applaudita e lodata da tutti gli invitati che s’intrattennero sino al mattino. Nel frattempo le azioni di guerra si erano placate, le feste si protrassero per altri dieci giorni, nel mentre il Viceré e la Viceregina si fermarono a Catanzaro per lungo tempo, con l’intento di godere la Città nella sua salubrità e bellezza. Dopo i festeggiamenti, la sposa, con altri nobili signori e signore, come Roberto Susanna, Giovbattista Ricca, il Sanseverino, Giovanni Piterà ed altri, per protezione, li accompagnarono sino alla loro casa di Mesuraca. Quando coloro che avevano ucciso il padre ed il fratello di Isabella seppero dell’arrivo di Don Ferrante Spinello a Mesuraca, sapendo che lo sposo era un valoroso guerriero, di questi alcuni fuggirono, altri chiesero perdono, mentre quelli invece che avevano osteggiato i francesi, si recarono dagli sposi con corone di fiori, assicurando la loro piena e totale devozione ed obbedienza. Il Duca Don Ferrante, per come si era giurato, pian piano fece giustizia di tutti coloro che avevano ostacolato il padre ed il fratello di Isabella o che avevano partecipato all’eccidio ed al dileggio ed anche allo scempio dei loro corpi. Quando gli amici che avevano accompagnato gli sposi si accorsero che ormai tutto il paese era ritornato alla normalità, partirono per le loro case, le loro terre e la loro patria. Questa storia fu scritta dal sacerdote e canonico della Cattedrale di Catanzaro, Don Francesco Garcea di Leone, che aveva partecipato a tutte le vicende ed alle varie guerre, prima di divenire ministro di Dio, scrivendo di notte quello che viveva di giorno.

Bibliografia - “Racconti Calabresi” per Achille Grimaldi : “Isabella Caracciolo” - “Episodio dell’Assedio di Catanzaro del 1528” - Stamperia del Fibreno - Napoli - Anno 1860. 28 la Ciminiera


Amore e bellezza nella tragica fine della Principessa MARIA D’AVALOS Maria d’Avalos, famosa per la sua bellezza e nobiltà, appartenente ad uno dei Casati più potenti della feudalità italiana, di stirpe reale d’origine spagnola, i cui membri avevano avuto tra l’altro grandi onori sui campi di battaglia, era figlia di Carlo d’Avalos, Principe di Montesarchio e di Sveva Gesualdo, sorella di Fabrizio II, Principe di Venosa. Il bisavolo di Maria, Innico o Iñigo d’Avalos (morto in Napoli il 1484) e Gran Camerlengo dal 1449, figlio di Rodrigo d’Avalos, Conte di Ribadeo, che aveva seguito Alfonso d’Aragona a Napoli, aveva sposato Antonella d’Aquino, discendente di S. Tommaso ed aveva avuto due figli: Ferdinando Francesco o Ferrante d’Avalos, che fu Marchese di Pescara e che nel 1509, a venti anni, sposò Vittoria Colonna, una delle più famose rimatrici del ‘500, ed Alfonso, Marchese di Vasto, che sposò Maria d’Aragona. Da questo matrimonio nacque il figlio Carlo d’Avalos, che nel 1541 fu battezzato a Milano proprio dall’imperatore Carlo V, che volle anche imporgli il suo nome. Dal matrimonio di Carlo d’Avalos con Sveva Gesualdo, quest’ultima in seconde nozze perché già vedova nel 1554 di Pietrantonio Carafa, Conte di Policastro, nacquero Alfonso Francesco, Ferdinando e Maria nel 1560. La madre Sveva Gesualdo, con un

matrimonio combinato nel parentato, nel marzo del 1575, sposò a quindici anni, la bella Maria d’Avalos con Federico Carafa, figlio di Ferrante Carafa, marchese di S. Lucido e di Donna Beatrice della Marra, definito dai nobili dell’epoca “un angelo terreno”. Dal Carafa ebbe due figli. Bellissima come una Venere lei, lui un potenziale Achille. Questi parlava in modo corretto lo spagnolo, il latino ed il greco, solo che sfortunatamente nell’ottobre del 1578, improvvisamente morì. Nel dicembre del 1580, con doppie nozze, Maria andrà in Sicilia per sposare il marchese Alfonso Gioieni, mentre il fratello Alfonso Francesco, si unirà in matrimonio con la sorella Margherita Gioieni. Ma la Sicilia non portò fortuna alla famiglia d’Avalos, perché Alfonso Francesco d’Avalos, nel 1584, resterà vedovo di Margherita Gioieni, mentre Maria, a distanza di due anni, rimarrà anche lei vedova di Alfonso Gioieni. Alcuni maliziosi cronisti riferirono che i due mariti erano morti a seguito di reiterati “congiungimenti” con la bella Maria. Alfonso Francesco d’Avalos, il fratello di Maria, morirà nel 1590 per avere accompagnato via mare a Palermo il Viceré e la Viceregina. Infatti, all’atto dello sbarco, la banchina, per carenza di legname, si piegò su se stessa, ed la Ciminiera 29


Alfonso, con le sue pesanti armi, annegò miseramente con una cinquantina di guerrieri. Rientrata a Napoli, a ventisei anni, e precisamente nel 1586, le fu combinato, con dispensa papalina di Sisto V, il matrimonio con Carlo Gesualdo, Signore di Venosa e cugino di sangue per ramo materno, nato il 1563. Di lui sapeva soltanto che amava la musica ed il canto. Appunto perché cugini di 1° grado, prima il Papa rifiutò di dare loro la dispensa, ma poi, a seguito di pressioni del patriziato napoletano, dovette assentire suo malgrado. Dopo la celebrazione del matrimonio avvenuto il 1586, i due andarono ad abitare in una casa reale di vico S. Domenico n° 9 di Napoli, vicino la Chiesa di S. Domenico, oggi più nota come Palazzo Sansevero, nel quale dimorò nel XVIII secolo il Principe di S. Severo, Raimondo de Sangre, filosofo, alchimista ed appassionato di magia e di ricerche esoteriche. Questo palazzo divenne famoso perché il Principe de Sangre aveva fatto collocare nella cripta, edificata nel 1753, il famoso Cristo velato, il cui mistero è legato ad un sudario di marmo trasparente, il quale con un artifizio ancora insoluto, fa “trasparire” sotto il bellissimo viso del Cristo morto. Di Carlo Gesualdo oggi si conosce l’immagine, perché su di una tela risulta raffigurato con un colorito giallastro, col viso allungato, bocca piccola, occhio spento ed aria assente e malinconica. La vita nelle corti seduce, perché uomini e donne s’incontrano e godono trastullarsi

Ritratto di Carlo Gesualdo 30 la Ciminiera

e svagarsi con buone maniere, educazione, gentilezza e civiltà. Lì si chiacchiera, si danza, si suona e la musica parla quasi sempre di amore. Anche durante i banchetti la musica accompagna il canto. La caccia, che è lo sport preferito, spesso nasconde trappole agli stessi cacciatori, perché, proprio durante le battute, si creano occasioni per far sorgere nuovi ed infelici amori. Carlo Gesualdo, Principe di Venosa, era nato dal matrimonio di Fabrizio II e da Geronima Borromeo, sorella di Carlo Borromeo, il futuro Santo, ed era inoltre nipote del Papa Pio IV. Il padre di Fabrizio II, Luigi IV, il 30 maggio 1561, pur avendo acquistato il feudo vent’anni prima per 24 mila ducati, su designazione papalina ed accettazione del Re di Spagna Filippo II, fu finalmente nominato Principe di Venosa, con diritto di trasmissione agli eredi, mentre un fratello di Fabrizio II, Alfonso, per aver ben gestito il matrimonio tra il germano e Geronima, il 26 febbraio 1561 fu nominato cardinale. I festeggiamenti per il matrimonio della bella Maria d’Avalos col cugino Don Carlo Gesualdo, Principe di Venosa, durarono, com’era costume dell’epoca, giorni e giorni. La città di Venosa, all’epoca dell’acquisto da parte di Luigi IV, che era già barone del feudo di Gesualdo, a seguito del catastrofico terremoto del 1456 e della terribile peste del 1501, si ridusse numericamente dai diciottomila abitanti a poco più di seimila. La famiglia Gesualdo, grazie sempre ai matrimoni ben studiati su base politica ed economica, ed alla contestuale ottima gestione delle cospicue rendite, contrariamente alla maggior parte dei feudatari che si erano ridotti sul lastrico per i divertimenti, per i lussi ed anche per gli aiuti che offrivano al Re nelle diverse guerre, aveva un notevole patrimonio produttivo. Parimenti Fabrizio fu un abile amministratore dei suoi feudi, (a Venosa fondò altresì un Monte di Pietà), ed essendo un appassionato di musica e di Arte, fu anche un mecenate verso tutti gli artisti. Questo cenacolo domestico, senza dubbio dovette influire notevolmente sulla sensibilità del giovane Carlo Gesualdo, secondogenito. Il primo, Luigi, morì all’età di 21 anni, in prossimità delle nozze. Così Carlo, il Principe Venosino, nato nel


Il castello di Gesualdo, residenza del principe

comprensorio di Napoli intorno al 1563 e educato con seri e particolari studi nelle arti musicali dai più insigni musici del viceregno partenopeo, grazie anche ai numerosi ed illustri frequentatori del cenacolo di casa Gesualdo, divenne soprattutto il “Principe dei Musici”. Portava sempre con sé due voluminosi libri, che contenevano tutte le sue composizioni e si esibiva ovunque per suscitare la meraviglia dei suoi ascoltatori e per diffondere la sua arte. Veniva ritenuto “un raro suonatore di molti strumenti e del liuto in special modo…”. Nel suo Cenacolo vi erano insigni musicisti del tempo, come l’organista e suonatore di liuto ed arpa Giandomenico Montella, il cembalista Scipione Stella, il suonatore di viola ad arco Antonio Grifone e poi Fabrizio Gazzella, Rocco Rodio, Scipione Dentice, Fabrizio Filomarino, questi ultimi tutti esperti di chitarra a sette corde e di cembalo. In quel tempo non era dignitoso per un nobile cimentarsi nelle vesti di musicista, quindi, quando doveva fare delle pubblicazioni di madrigali, il principe Carlo li faceva stampare o sotto falso nome o con altri artifizi editoriali. . Il Cenacolo era collocato nell’ammezzato dello stesso Palazzo, nell’area a sinistra del portale. Attraverso una scala a chiocciola si arrivava agli appartamenti superiori. Dopo qualche tempo l’unione fu rallegrata dalla nascita del primogenito Emanuele, però questa felicità durò circa quattro anni, e cioè sino a quando nella vita degli uomini non s’inseriscono spiritelli disturbatori o forze

occulte che subdolamente preparano trappole mortali a chi in quel momento è assolutamente ignaro di quanto nell’immediatezza può accadere. Infatti, in una festa di ballo, Maria d’Avalos, incantevole e ricca, s’incontrò con Fabrizio Carafa, duca d’Andria, di circa trentanni, bello come un Adone e con le sembianze di Marte, il quale, all’epoca, era considerato il cavaliere più bello della Città. Fabrizio, padre di quattro figli, era sposato con Maria Carafa, figlia di Don Luigi, Principe di Scigliano e di Donna Lucrezia del Tufo ed abitava nel Palazzo di largo San Marcellino, oggi sede dell’Istituto Tecnico Elena di savoia.. Maria Carafa era una donna devota, docile, che dalla turbolenza e dal libertinaggio del marito, che aveva sposato a tredici anni, aveva sempre subìto santamente maltrattamenti e tormenti. Così le occasioni di feste varie, di incontri salottieri, di serate danzanti, non mancarono ai due, la cui fiamma d’amore si alimentava ed ardeva sempre più nella loro anima e soprattutto nel loro corpo. Dagli sguardi alle frasi d’amore si passò già durante il primo incontro. Però nel tempo non bastarono più. Infatti, un giorno, nel mentre la splendida Maria passeggiava in Via Chiaia a Napoli, finse di accusare un forte dolore di pancia, perciò fu costretta ad entrare in una casa dove nascosto l’attendeva Fabrizio nel giardino. Questo fu l’inizio di altri incontri che le circostanze di volta in volta offrivano agli innamorati con diversi artifizi e differenti la Ciminiera 31


luoghi. Nonostante le precauzioni, i timori ed i piani che per ogni incontro erano ben architettati, la già difficile vita dei due amanti, un giorno fu interrotta da un evento imprevisto ed imprevedibile. Uno zio di Carlo, Don Giulio Gesualdo, coniugato con Laura Caracciolo, si era invaghito in tal modo della nipote che non sapeva più come poter piegare alle sue voglie la splendida Maria. Tentò con regali, lacrime, suppliche, ma niente da fare, finchè, tranquillizzatosi, si convinse che probabilmente si trovava veramente innanzi ad una novella Penelope, casta e fedele al suo sposo. Così quando Don Giulio seppe della relazione della nipote, fu felicissimo di vendicarsi, informando immediatamente il marito Carlo Gesualdo. Questa notizia distrasse notevolmente il povero Carlo dai suoi studi musicali, il quale, frenando nell’immediatezza le sue passioni ed il suo impeto, cominciò ad indagare e a spiare la vita privata della moglie. Il Duca d’Andria e Maria d’Avalos ebbero sentore del pericolo, però nonostante tutto, pur raddoppiando le attenzioni ed ogni precauzione, quando alcune volte alla razionalità prevaleva in modo irrefrenabile il desiderio, adoperando nella circostanza mille accorgimenti, facevano di tutto per incontrarsi e stare insieme. Alla razionalità dell’uomo che temeva non per la propria vita, ma per la sofferenza che Maria d’Avalos dovesse patire la stessa fine e che una sì straordinaria bellezza si dovesse disfare in una fredda tomba, si controbilanciava con la folle determinazione della donna di desiderare la morte insieme a lui e non di patire, invece, la sua lontananza. Non vi erano altre soluzioni. Bisognava incontrarsi accortamente per non rischiare di morire assieme. Però gli incontri si svolgevano anche nel palazzo della Principessa Maria d’Avalos. Ma un giorno il Principe madrigalista finse di organizzare una battuta di caccia nell’agro partenopeo, agli Astroni, ribadendo con insistenza che, dato che la caccia sarebbe stata particolarmente impegnativa ed estenuante, per quella sera non si sarebbe ritirato a casa. Così, prima di far finta di partire, fece in modo che le porte della sua casa si aprissero facilmente, 32 la Ciminiera

Costanza d’Avalos e Vittoria Colonna - Convento di Sant’Antonio ad Ischia

pur restando apparentemente chiuse e poi si nascose presso un parente poco lontano. Nella simbologia arcana la caccia è un simbolo di morte, per cui il fato, a questi segni, dà un significato infausto e ferale. Quel giorno era martedì 16 ottobre del 1590. Maria d’Avalos, quella sera, dopo aver cenato, era andata a letto verso le ventidue. La sua cameriera Silvia Albana, poco dopo fu chiamata dalla sua padrona, perché voleva vestirsi per recarsi alla finestra, così come aveva fatto altre volte, poiché aveva sentito fischiare il duca d’Andria. Nello stesso tempo le raccomandò di non andare a dormire e di sorvegliare attentamente che nessuno venisse nei pressi. La Signora, così si rivestì con un “sottanello” di panno, si mise una tovaglia in testa ed uscì sul balcone. Poco dopo dalla sua fidata serva si fece levare il sottanello e con la motivazione che quella che teneva era sudata, si fece contestualmente portare sul letto, una camicia che aveva un collarino ed i polsini di seta negra lavorati. Accese una candela su di un candelabro d’argento, che posizionò su di una seggiola, ed uscì. Dato che la sua padrona le aveva anche raccomandato di non spogliarsi perché avrebbe potuto chiamarla, ella si appoggiò sul letto con l’intento di leggersi un libro, solo che il sonno ingannatore o complice delle forze occulte, la colse, sino a quando non sentì un gran fracasso, che la svegliò di soprassalto. L’enorme frastuono che sentiva le sembrava che fosse effetto del suo sonno, ma quando si destò realmente, si trovò innanzi a tre uomini


armati, che, entrando dal vano comunicante con l’ala del Principe Carlo attraverso la scala a chiocciola, s’introdussero velocemente nella stanza della padrona. Uno di questi aveva in mano un’alabarda. Successe tutto così all’improvviso che nel trambusto si sentirono solo due schioppettate. Solo dopo entrò nella stanza anche Don Carlo Gesualdo, anch’egli armato con un’alabarda ed in compagnia di un suo fido factotum, certo Pietro Maliziale, di anni 40, detto Bardotti, al quale raccomandò di non far scappare la cameriera traditrice, perché dopo avrebbe ammazzato anche lei. Detto questo entrò come una furia nella camera della moglie. Mentre Pietro passava al Principe una torcia accesa, la cameriera Silvia Albana, cogliendo l’attimo di disattenzione, scappò nella stanza della nutrice del piccolo Emanuele, certa Laura Scala, e lì si nascose sotto il letto. Quando Don Carlo entrò rumoreggiando nella stanza del figlio con l’intento di cercare la cameriera, la nutrice ebbe la prontezza di spirito di dirgli: «Per l’amor di Dio, non svegliate il figliolo!». Di colpo i rumori cessarono, Don Carlo Gesualdo andò via, Silvia Albana uscì da sotto il letto rassicurata dal Bardotti che in aggiunta le diceva: «Tutte e due sono morti». La fidata cameriera non ebbe subito il coraggio di entrare nella camera della padrona, lo fece solo al mattino in compagnia di altre damigelle, tra cui Donna Maria Gesualdo, marchesa di Vico, zia di Carlo, per vestire l’uccisa sgozzata nel letto e farla deporre nella bara. Maria d’Avalos, ancora nel proprio letto, ebbe la gola recisa. Lì accanto vi era una camicia da uomo, mentre su di una sedia, in prossimità del letto, vi era un giubbone bianco con un paio di calzoni di seta verde. In prossimità della porta, v’era il corpo esanime del Duca d’Andria, il quale indossava una camicia da donna, quella stessa che la sua padrona aveva chiesto perché il giovane venuto da lontano era tutto sudato. Quando la mattina del mercoledì arrivarono al Palazzo i giudici inquisitori, il Bardotti, consegnò agli inquirenti una chiave, facendo intendere che era stata trovata negli abiti del Duca d’Andria, lasciando il sospetto che al Duca serviva certamente per entrare indisturbato nelle stanze dell’amante. La stanza della morte è da individuare nell’angolo

sinistro del Palazzo, al secondo piano. Fu abile altresì nell’escludersi da ogni responsabilità e compartecipazione, coprendo anche il suo padrone da ogni ipotesi di reato premeditato. Infatti raccontò che il Principe aveva cenato nelle sue stanze alle 21 e come ogni sera era stato messo a letto dopo poco dai suoi servitori Pietro de Vicario, Alessandro Abruzzese ed un musico, mentre lui per ultimo, dopo averlo ben coperto, aveva chiuso la porta per andarsene a dormire. Ad un tratto, verso mezzanotte, fu chiamato da Don Carlo perché voleva un bicchiere d’acqua, ma quando tornò nella stanza, vide il suo padrone che era già vestito e che nonostante fosse mezzanotte sosteneva che voleva a quell’ora andare a caccia. Però disse: «Vedrai che caccia faccio io!». Si armò poi di una daga, di un pugnale e di archibugio e si avviò verso le stanze della sua Signora seguito dal Bardotti. Sul percorso incontrarono il cameriere Pietro de Vicario, Ascanio Lama e lo staffiere Francesco de Filippi, i quali, al comando di Don Carlo che pronunciava epiteti contro i due amanti, dopo aver aperto la porta, li ammazzarono entrambi. Subito dopo uscirono con Don Carlo, il quale, già tutto insanguinato nelle mani e temendo che la moglie non fosse ancora morta, come invece era avvenuto, ritornò nella stanza e colpì ancora. Infine si sentì un gran rumore di cavalli e tutti quella notte scapparono lontano. Anche Laura Scala, la nutrice, pensò che la soluzione migliore era quella di fuggire, per cui così fece e non si fece più trovare. Intanto la mattina successiva alla strage, in una stanza, su un panno, furono adagiati i

la Ciminiera 33


due corpi. Due guanciali neri mettevano in evidenza anche nella morte, la loro differente bellezza. Maria d’Avalos presentava numerose ferite di punta al seno, al fianco, alle mani, al braccio ed un taglio alla gola, e chi la guardava era portato naturalmente a pensare che la sua bellezza e regalità era tale che rendeva scusabile l’amore che don Fabrizio aveva avuto per lei ed entro il quale era rimasto così fatalmente irretito. Nei confronti di Don Fabrizio, invece, gli assassini erano stati particolarmente spietati ed avevano inoltre infierito con rabbia e determinazione. Egli aveva avuto un colpo di archibugio al braccio sinistro, il cui proiettile si era fermato nel petto, più un colpo di grazia in testa, sopra l’occhio, a completamento dell’esecuzione, oltre a varie ferite di punta nel corpo, in testa ed in viso. Maria d’Avalos, su disposizione della Madre Sveva Gesualdo, fu sepolta nel lato destro della Chiesa di S. Domenico Maggiore, nella Cappella di Ferrante Carafa, marchese di S. Lucido, suo primo marito ed ai suoi figlioletti Ferdinando, che era morto giovanissimo, e Beatrice, che era andata in sposa, dodicenne, a Marco Antonio Carafa, e che morì subito dopo le nozze. Forse il pittore fiammingo Cornelius Smet immortalò, nella parte destra del dipinto, Maria d’Avalos nelle sembianze di una giovane donna. La tela, che sovrasta l’altare della Basilica di S. Domenico Maggiore, raffigura la Madonna del Rosario e personaggi della

Ritratto della bella Maria d’Avalos 34 la Ciminiera

famiglia Carafa. Fabrizio Carafa, invece, fu posto in una bara e consegnato al gesuita D. Carlo Mastrillo per la sepoltura, su disposizione della moglie Donna Maria Carafa, che all’epoca aveva 24 anni. Non reggendo alla vergogna ed al dolore, ella si ritirò il 21 novembre 1608 nel monastero domenicano della Sapienza in Via Costantinopoli a Napoli, dove prese il nome di Maria Maddalena. Morì santamente il 29 dicembre del 1615, a 49 anni, per cui ogni consorella volle custodire come preziosa reliquia un suo personale oggetto. Ma la storia si tinge di altre colorazioni che diventano forse leggenda, ma anche cronaca morbosa. Forse il seguito fu soltanto ipotizzato dal marito tradito e non messo in atto, oppure la scintilla della falsità e della calunnia partì dal Palazzo per divenire nel Regno un turpe episodio, raccolto immediatamente dai cronisti dell’epoca per renderlo più succulento. Si narrò, infatti, che il Principe di Venosa, dopo aver ucciso i due amanti, ordinò ai suoi servi di aprire il portone del palazzo e di buttare sulle scale i corpi ignudi dei due appena assassinati, perché la gente vedesse nello stesso tempo “l’offesa e la vendetta”. Quando la notizia si diffuse, una folla di curiosi sfilò innanzi alle scale, compiacendosi alcuni della fine che avevano fatto, mentre altri, invece, rattristandosi intimamente, si guardavano dall’ esternare umani sentimenti di pietà per tema di essere bastonati dai servi del padrone. I giovani, poi, con curiosità osservavano la principessa nella sua splendida nudità, mentre i ragazzini, maliziosamente, scoprivano i segni del frutto proibito, parlottando tra di loro. Quando arrivò la sera il Principe di Venosa ordinò ai suoi servi di illuminare il Palazzo con torce di resina e fuochi, così come veniva fatto nei giorni di festa, perché tutti continuassero a vedere, anche durante la notte, i corpi dei due amanti. Intorno alla mezzanotte una donna coprì i due cadaveri con un lenzuolo, ma subito il Principe ordinò che venisse immediatamente rimosso. Quando la sfilata dei curiosi cessò, i servi, pur lasciando i due corpi sul posto, si ritirarono. Un uomo, o un uomo vestito da monaco, che per tutto il giorno aveva osservato il corpo


della Principessa Maria, quando nella notte i servi abbandonarono l’androne, si avvicinò silenziosamente e ”violò” la Principessa. Quando l’ambasciatore di Spagna fu informato dell’inumano trattamento usato nei confronti della nobildonna spagnola, cercò di convincere il Principe, sostenendo che non si poteva offendere il Duca di Pescara, zio di Donna Maria e tutti i nobili discendenti del Casato dei d’Avalos. Ma il Principe fu irremovibile. Le indagini avviate quella mattina per ordine del Viceré, trattandosi di famiglie così in vista dell’Aristocrazia ed imparentati con papi, cardinali e potenziali santi, furono dallo stesso archiviate con la motivazione che l’assassino aveva lavato col sangue il suo onore e e quello del suo Casato, anche se si disse che quel proscioglimento era stato pagato con molto oro. A Napoli, in quel clima caldo e rovente di continue repressioni, quell’archiviazione scatenò il popolo con polemiche e tafferugli contro gli Spagnoli. Il poeta Torquato Tasso, che conobbe il Principe Carlo Gesualdo tra il febbraio ed il mese di marzo del 1592, in quanto quest’ultimo gli aveva musicato otto madrigali, un giorno scrisse tre sonetti che rievocavano il tragico evento. In uno diceva: “morte, amor, fortuna, il ciel v’uniro” e poi “Ora nulla più vi divide”. I parenti della d’Avalos, soprattutto il nipote Giulio Carafa, figlio di Giulia, sorella di Fabrizio Carafa, dal carattere particolarmente violento, avevano intenzione di vendicarsi nei confronti del Principe Carlo Gesualdo, non per l’assassinio perpetrato per motivi d’onore, ma perché questi aveva soltanto partecipato alla premeditata esecuzione della d’Avalos affidando materialmente il compimento del delitto ai suoi servi mercenari, o forse anche per lo scempio pubblico messo in atto. Così, per timore di rappresaglie, Don Fabrizio, dopo il duplice omicidio, si ritirò prima a Venosa e poi nell’isolato Castello di Gesualdo, nei pressi di Avellino, che, con il grappolo di case disseminate lungo i tornanti della collina, sembrava una pigna. Benché inespugnabile, Don Fabrizio lo fortificò ulteriormente con torri e con altre opere di difesa, provvedendo altresì all’abbattimento di un bosco per rendere più aperta e libera la

visuale circostante, e lì rimase alcuni anni, curando il feudo ed i suoi interessi economici. Un giorno, e precisamente il 21 febbraio 1594, lunedì, senza alcun fasto, alla presenza solo dei parenti della moglie, sposò a Ferrara Eleonora d’Este, nata il 23 novembre 1561, da Don Alfonso, Marchese di Montecchio e Donna Giulia della Rovere, figlia del Duca di Urbino. La sposa fu definita come graziosa, virtuosa ed appassionata di musica. Tra i doni nuziali Don Carlo ebbe un’armatura finemente lavorata ed arricchita artisticamente da incisioni che, con figure allegoriche, riproducevano in note anche frammenti delle sue composizioni musicali, che attraverso varie peripezie, oggi corona la collezione degli oggetti antichi del Castello di Konopiste, in Boemia. Don Carlo, allorché sostava a Ferrara, passava il suo tempo in compagnia di Alfonso II d’Este, Duca di Ferrara, cugino della moglie, che nel contempo gli procurava, con altri insigni musicisti ed editori una frenetica e ricca attività musicale. Nonostante tutta la Corte lo avesse sin dal primo momento accolto con grandi festeggiamenti che si protraevano con tornei, pranzi e balli sino al mattino, egli non era mai entrato, né come carattere, né nell’atmosfera di quei circoli chiusi, per cui, pur avendo avuto qualche tresca con cantanti ed ancelle, oltre a qualche incarico di particolare fiducia da parte del Duca, il Principe Carlo preferiva sempre di più ritirarsi nel suo Castello di Gesualdo. Ad imitazione della Corte Estense e sulle orme del padre Fabrizio II, tenterà, nella veste di Mecenate, di creare quel clima culturale e di la Ciminiera 35


arte, ospitando Artisti e promovendo concerti e rappresentazioni teatrali. Nel suo Castello fonderà anche una Stamperia musicale. Intanto la moglie Eleonora, ogni volta che rientrava nella dimora di Gesualdo dopo i diversi soggiorni a Ferrara, lo trovava sempre più ammalato e chiuso nella sua vita rinunciataria, anche se egli, con i Musicisti napoletani, i più famosi, mirasse probabilmente, attraverso i vari componimenti, a fondare più una tradizione musicale partenopea che restasse nel tempo, piuttosto che un movimento che fosse un vento di breve durata. Nel 1596 morì Don Giulio Gesualdo, lo zio delatore, che lo lasciò erede universale. Il 22 ottobre del 1600, ad appena tre anni, morirà l’unico figlio Alfonsino, nato dal matrimonio con Eleonora d’Este. Intanto Cesare d’Este, fratello di Eleonora, alla morte del cugino Alfonso II, avvenuta il 27 ottobre 1597, alle ore 22, si fece proclamare Duca di Ferrara, ma l’irremovibile Roma papalina, invece di legittimare la sua proclamazione, lo scomunicò. Anche il popolo, abilmente alimentato dagli oppositori, si ribellò all’idea di avere un Duca scomunicato, per cui, Cesare d’Este, contrastato dentro e fuori, dopo un umiliante accordo e la contestuale revoca dell’anatema pontificio, il 29 gennaio del 1598 si allontanò da Ferrara, accontentandosi a malincuore del piccolo Ducato di Modena. Durante questi eventi, il Principe di Venosa Carlo Gesualdo aveva tentato più volte di combinare un matrimonio del proprio figlio Emanuele, bello come la madre Maria d’Avalos, con la figlia di Cesare, ma questi nicchiando aveva sempre fatto cadere nel vuoto ogni specifica richiesta. Pertanto, il 22 ottobre 1607, Emanuele sposerà in Boemia la Contessa Donna Maria Polissena di Firstemberg e Pernestan. Emanuele, uomo colto, appassionato di poesia e di astrologia, ed anch’egli mecenate, abiterà con la moglie nella città di Venosa, dove fonderà l’Accademia dei Rinascenti, con l’intento di far rinascere lo spirito e la poetica dei grandi cinquecentisti che avevano fondato all’epoca l’Accademia dei Piacevoli. L’Accademia avrà vita breve, perché il 20 agosto del 1613, Emanuele morirà per una doppia caduta da cavallo durante una battuta 36 la Ciminiera

di caccia, lasciando la figlia Isabella di due anni e la moglie in stato di gravidanza. Dopo pochi mesi nascerà l ’8 novembre del 1613 Leonora Emanuela Carlina che finirà monaca a Santa Maria della Pazienza a Napoli, mentre Isabella, nata il 13 settembre 1611, sposerà Niccolò Ludovisio, Duca di Zagarolo e nipote del papa Gregorio XV. Morirà l’8 maggio del 1629, lasciando erede dei suoi beni la figlia Lavinia, i cui feudi, per mancanza di successivi eredi, furono devoluti alla Regia Corte. Donna Maria Polissena, invece, in seconde nozze, andrà in sposa al Principe di Caserta, Andrea Matteo Acquaviva e Cavaliere del Toson d’oro. Dopo diciotto giorni dalla morte del figlio Emanuele, e cioè il 3 settembre del 1613, le condizioni di salute di Don Carlo, per blocco intestinale, asma ed un’infezione ad una gamba, si aggravarono a tal punto ed in maniera così irreversibile, che l’ 8 settembre 1613 morì e fu sepolto in Napoli nella Chiesa del Gesù Nuovo. Si dice che per lenire il dolore che lo affliggeva, si faceva percuotere da robusti giovani due o tre volte al giorno. Queste percosse non alleviavano il dolore primario, come a prima vista si è portati a pensare, ma dovevano servire a far scappare il diavolo da quel corpo. All’epoca,

Don Fabrizio Carafa, duca di Andria


invero, vi era la credenza che chi era ammalato, era necessariamente posseduto dal diavolo, per cui si sarebbe trovato sempre in quello stato d’infermità, finché il diavolo non fosse stato scacciato. Col metodo della bastonatura, il diavolo doveva capire, che finché fosse rimasto in quel corpo e non si fosse deciso a trasferirsi altrove, quotidianamente e più volte al giorno, avrebbe dovuto subire percosse anche lui. Insomma il Maligno doveva rendersi conto che lì non poteva più vivere tranquillamente e che quindi necessariamente doveva allontanarsi o insediarsi in altre persone. In quel periodo, un ammalato, anche se grave, per guarire, non doveva ricorrere alle cure del medico, ma doveva obbligatoriamente chiamare prima un prete che doveva benedirlo, e poi, nel caso che non fosse guarito con le preghiere, poteva affidarlo ad un cerusico. Anche se il medico era sul posto, non poteva iniziare le sue prestazioni, se prima non avesse chiamato il prete, perciò, chi trasgrediva subiva delle pesantissime sanzioni. Ciò perchè si credeva che chi aveva un’infermità, era ammalato perché posseduto dal demonio. Perciò per guarire si doveva scacciare prima il demonio e che solo successivamente, dopo le pratiche religiose messe in atto da un prete, questi autorizzava il medico di intervenire con i suoi metodi, che poi non erano meno ortodossi della stessa pratica religiosa adottata per allontanare il maligno. La moglie Eleonora, che era andata a Venosa per assistere al parto della nuora Polissena, potè ritornare al Castello il giorno dopo il decesso di Don Carlo. Alla morte del marito, Eleonora si ritirò definitivamente a Modena il 12 gennaio 1615, finchè decise di entrare nel Monastero di S. Eufemia, dove morirà il 26 novembre 1637. Questa triste e lunga storia fu grandemente magnificata nella letteratura dell’epoca da poeti, rimatori e cantastorie, ma fu anche riportata su di una tela fatta dipingere dallo stesso Don Carlo Gesualdo, sicuramente a ricordo, nel tempo, del tragico episodio e ad espiazione delle colpe di tutti. A parte il Cristo Redentore ed un gruppo di Santi, dipinti quasi per intercedere per il perdono sulle miserie umane, vi è sulla destra Eleonora d’Este, mentre sulla sinistra vi è posizionato il malinconico ed assente Don

Carlo Gesualdo che è accompagnato dal cognato S. Carlo Borromeo. In basso, poi, al centro, tra anime che espiano i loro peccati terreni tra le fiamme dell’inferno, v’erano i due amanti Maria d’Avalos e Fabrizio Carafa, il Duca d’Andria. Però, stranamente, al centro vi è un bimbo ignudo con le ali, che è circondato da angeli. Questo bambino, come si disse, probabilmente doveva ricordare il figlio nato dalla relazione della moglie Maria d’Avalos con il Duca d’Andria e che lo stesso Don Carlo, nella notte del duplice assassinio, avendo visto nel suo viso le sembianze del legittimo padre Fabrizio Carafa, accecato dall’ira, sistemò il bambino in una culla appesa a dei chiodi con due cordoni di seta e che poi, con tecnica raffinata e sadica, la fece oscillare e dondolare tanto, sino a far mancare a quell’innocente creatura il respiro, facendolo così morire asfissiato. Carlo Gesualdo non ha voluto essere sepolto nella basilica di S. Domenico Maggiore, più vicino al Palazzo S. Severo, dove egli abitava, perché là era stata sepolta la moglie Maria d’Avalos, da lui fatta uccidere. Sulla sua tomba, nella Chiesa del Gesù Nuovo, è apposta una lapide molto semplice, posizionata sul pavimento del transetto sinistro dell’Altare Maggiore, sulla quale, in latino, si legge. “Carlo Gesualdo, Conte di Conza, Principe di Venosa, nato dalla sorella di San Carlo Borromeo, più illustre per la santa parentela che per la discendenza dai Re Normanni, sotto questo altare sepolcrale eretto per sé e per i suoi, protegge con le proprie ceneri quelle dei suoi parenti sino a quando insieme risorgeranno. La Compagnia di Gesù la Ciminiera 37


L’uccisione di Maria D’Avalos in un’illustrazione di Leon Lebegue (1902)

in seguito, a piena testimonianza della sua grande devozione verso di lei, lo ricorda…”. Secondo alcuni la lapide è stata redatta dai Gesuiti in modo particolarmente elogiativa, e ciò di solito avveniva, perché in questo modo essi speravano di avere sempre nelle loro chiese dei sontuosi mausolei a spese dei nobili defunti. Infatti, nella lapide viene ricordata non solo l’illustre discendenza dai Re Normanni, ma quanto viene altresì celebrato il legame di sangue con il Carlo Borromeo, cardinale a 24 anni, nonché segretario di Pio IV, suo zio. S. Carlo Borromeo era legato con i Gesuiti da particolare affetto e predilizione, perché erano stati essi stessi ad indirizzarlo verso la vita ascetica. E quando fu consacrato sacerdote, ebbe il privilegio di dire messa nella stanza dove era morto S. Ignazio di Loyola. Pertanto, allorché divenne Arcivescovo di Milano, omaggiò i Gesuiti del Palazzo di Brera che fu destinato a Collegio, ed in più affidò loro la direzione del Seminario della Diocesi. S. Carlo Borromeo (1538-1584), sarà canonizzato il 1 novembre del 1610, dopo 26 anni dalla morte. Ma nella Chiesa del Gesù Nuovo vi è un’altra strana, innocente coincidenza. Alla sinistra dell’altare maggiore, vi è una semplice lapide intestata a Padre Vincenzo Carafa, morto a Roma l’ 8 giugno 1649, all’età di 65 anni. Ma chi era questo Padre? Vincenzo era uno dei quattro figli di Maria Carafa, vedova di Fabrizio Carafa, Duca d’Andria, l’amante 38 la Ciminiera

della moglie di Carlo Gesualdo, Maria d’Avalos, Principessa di Venosa. Vincenzo era nato nel 1585 dal matrimonio di Maria Carafa e Fabrizio Carafa, ma nel 1604, sebbene ostacolato da tutti, probabilmente perché aveva risentito profondamente della tragedia familiare, entrò nel 1604 nella Compagnia di Gesù, dove divenne prima insegnante di filosofia al Collegio napoletano del Gesù Nuovo e poi anche rettore e maestro dei novizi alla Casa del Gesù Nuovo. Infine, fu prima Provinciale dei Gesuiti Napoletani e poi fu il VII Generale della Compagnia di Gesù. Morì a Roma l’8 giugno 1649, all’età di 65 anni. Don Carlo Gesualdo, invece, nella sua vita, con i suoi oculati proventi, fece costruire chiese, edifici di finalità sociale ed ospedali, come pure fondò monti di pietà, corporazioni e gratificò qualche povero bisognoso. Ma il suo unico e vero interesse furono i madrigali e la musica sacra. Nel 1603 pubblicò “Sacres Cantiones” a cinque, sei e sette voci, mentre nel 1611, per l’Ufficio della Settimana Santa, pubblicò “Responsoria” a sei voci. In una lettera dell’8 gennaio 1616, Padre Giovanni Giovene sollecitava il neo-generale Padre Muzio Vitelleschi, per la realizzazione di una Cappella nella Chiesa del Gesù Nuovo, per la quale il Principe Don Carlo Gesualdo, alla sua morte, aveva elargito nel suo testamento, aperto dal notaio il 9 settembre 1613, la somma di trentamila ducati per la sua edificazione e per il trasferimento delle sue ossa.


Ribera che andò irrimediabilmente perduta. La Cappella fu riconsacrata nel 1950. Del Principe di Venosa Carlo Gesualdo si conoscono sei libri di madrigali a cinque e sei voci, che furono pubblicati nel 1594. Mentre la Scuola romantica tedesca mise in ombra la musica di Carlo Gesualdo, Stravinski ha rilanciato le sue melodie. Oggi il Principe Carlo Gesualdo da Venosa è considerato uno dei più grandi musicisti del ‘600. Innanzi a tanti complicati avvenimenti e violenti passioni, come pure innanzi a tanta tristezza e delusione, viene spontaneo dire: ”…quanta miseria umana…! e quante vittime innocenti ha generato un folle amore…”.

Bibliografia

L’opera fu assegnata, per una serie di ritardi, solo nel 1637 a Cosimo Fanzago per le due stupende statue del Davide da posizionare sulla sinistra, e del Profeta Geremia sul lato destra, le quali furono scolpite tra il 1646 ed il 1654. Il pittore Ribera dipingerà le tele nel 1641, mentre gli affreschi verranno realizzati da Belisario Corenzio. La Cappella subirà dei danni a seguito del terremoto del 13 giugno 1688, per cui i marmi li restaurò nel 1693 Pietro Ghetti, le tele del Ribera le recuperò nel 1690 il pittore Luca Giordano, meglio conosciuto per la sua velocità di realizzazione e di produzione di opere d’arti come Luca “fa ‘ampresse” (= fai presto), mentre gli affreschi del Corenzio li restaurò nel 1698 Paolo de Matteis. Le spese di restauro furono sostenute dal Marchese di Santo Stefano Domenico Gesualdo, come si rileva da una lapide del 1705. Durante la IIª Guerra Mondiale, il bombardamento aereo del 4 agosto 1943, distrusse notevolmente la Cappella di S. Ignazio di Loyola e quella di Carlo Gesualdo. Dalle macerie tutto risorse, meno che la tela del

- B. Croce = “ Storia del Regno di Napoli “ - Laterza - Bari - 1967. - Romeo De Maio = “Donna e Rinascimento” - Mondadori - Milano - 1987. - Olwen Hufton = “Destini femminili “ - Mondadori - Milano - 1996. - A. Famiglietti = “Storia di Gesualdo “ - Accademia Partenopea Napoli - 1977. - A. Graf = “La singolare vita delle cortigiane di lusso del ‘500 “ - Pesaro - 1980. - Filippo Iappelli S.I. =”Carlo Gesualdo ed il Gesù Nuovo” - da “Societas”- Rivista dei Gesuiti dell’Italia Meridionale -Napoli Anno LII - maggio-agosto 2004 - n/ ri 3-4. - Maria Ludovica Lenzi = “Donne e Madonne, L’educazione femminile nel primo Rinascimento italiano” - Loescher Torino - 1982. - A. Vaccaro = “Carlo Gesualdo Principe di Venosa “ - Ediz. Osanna - Venosa - 1994. - F. Vatielli = “Il Principe di VenosaLeonora d’Este “ - Milano - 1941. la Ciminiera 39


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