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Terzo itinerario



Il Casentino. Territorio, storia e viaggi


Il Casentino, centro di irradiazione della riforma di Camaldoli

ll’inizio del secondo Millennio il ravennate San Romualdo degli Onesti scelse una località del Casentino, a lui donata dal conte Maldolo di Arezzo, donde il nome di Ca’ Maldoli, per condurvi vita eremitica. Nacque, non prima del 1023, un eremo che divenne in seguito meta di pellegrinaggi in quanto “locus” sacrale legato alla figura del Santo fondatore, che costituirà anche il centro di irradiazione di una nuova congregazione riformatrice del monachesimo benedettino ispirata da San Romualdo e che da Camaldoli prenderà nome. Il notevole sviluppo della congregazione camaldolese, che seppe esprimere le istanze della nuova spiritualità monastica, unendo il regime cenobitico a quello eremitico, interessò in primo luogo il Casentino, che diverrà una sorta di Tebaide, costellandosi di fondazioni del nuovo ordine: dalla Badia di Prataglia, a quella di Poppiena; dall’eremo di San Pietro a Faioli, al monastero di Santa Maria al Trivio. Nel 1037 il vescovo di Arezzo, Immone, decise addirittura di cedere la pieve di Santa Maria a Partina con il suo vastissimo piviere (contava ben ventisette chiese suffraganee!) all’ordine camaldolese, che si trovò così a gestire un territorio che si estendeva per l’intero crinale appenninico di pertinenza della diocesi aretina, controllando di fatto la viabilità tra Arezzo e la Romagna. Ciò dette peraltro l’opportunità ai monaci di realizzare un sistema di organizzazione assistenziale nei riguardi dei viandanti e dei pellegrini lungo le vie che conducevano ai valichi dell’Appennino.

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Renato Stopani

Badia Prataglia




Insieme del complesso monastico di Camaldoli

La Foresteria dell’eremo, ampliata e resa atta a ospitare monaci, diverrà il nucleo più antico di un grande monastero che costituirà la principale fondazione della congregazione camaldolese, situata in una pittoresca gola tra due rilievi, il monte Cotozzino e il Poggio Muschioso. Più volte rifatto dopo incendi e saccheggi, il monastero si presenta oggi come un complesso di edifici di forma irregolare, riferibili a più epoche, distribuiti attorno alla chiesa e al cortile che le sta dinanzi. Notevoli soprattutto il cosiddetto “Chiostro di Maldolo”, con archeggiature nascenti da colonne dai depressi capitelli duecenteschi; l’ex-appartamento generalizio, con le sue finestre goticheggianti; un chiostrino quattrocentesco, cinto su due lati da un porticato su colonne. La chiesa, a una sola navata, si presenta nella forma conferitale da un rifacimento barocco del XVIII secolo, già in qualche modo precorritore del rococò. Nei locali monastici (Sala del Capitolo, Cenacolo, Farmacia, ecc.) si conservano poi pregevoli opera d’arte, tra cui pitture del Vasari, del Pomarancio, di Lorenzo Lippi, di Sante Pacini. Sul luogo ove San Romualdo iniziò la propria esperienza monastica, sorge l’Eremo di Camaldoli, cui si giunge per due strade attraverso una folta foresta per lo più formata da abeti secolari dagli altissimi fusti. L’Eremo, che fu la prima sede dell’ordine, sorge in un ambiente altamente suggestivo, cinto di mura e di abeti: sul piazzale che si apre al suo ingresso, fiancheggiata da basse costruzioni, prospetta la chiesa, de-

Badia Prataglia



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dicata a San Salvatore: una costruzione sei-settecentesca con la facciata serrata fra due torri campanarie, il cui interno, dall’originale pianta a croce egizia rovescia, è di un elegante e vivace barocco. Tutto intorno alla chiesa si sviluppa una serie di ambienti monastici (Capitolo, Biblioteca, Oratorio di San Romualdo, Cappella della Madonna del Rosario, Cappella di Sant’Antonio), non privi di episodi artistici di rilievo. L’Eremo vero e proprio, al di là di una cancellata di ferro, conserva l’impianto originario a casette isolate o “celle”, disposte su cinque file divise da vialetti rettilinei e paralleli. Ogni cella è in effetti una piccola abitazione a pianta rettangolare, dotata di un minuscolo portico sul quale si aprono la porta di ingresso, le finestre dei vari ambienti e la finestrella dalla quale vengono passate le vivande. L’interno comprende la camera, uno studiolo, un piccolo oratorio con altare, la legnaia e la stanza della fonte, ogni cella potendo disporre di acqua perenne. Sul davanti si apre un piccolo orto, ove l’eremita poteva coltivare fiori e ortaggi. Le singole celle hanno per lo più interesse storico, oltre a qualche opera d’arte; alcune di esse hanno derivato la denominazione dai personaggi illustri che le hanno temporaneamente abitate o che hanno contribuito alla loro edificazione: vedi la cosiddetta “Cella di Parma”, fatta costruire nel 1623 da Ranuccio, duca di Parma, la “Cella del Beato Leonardo”, una delle prime risalente all’epoca di San Romualdo, la “Cella del Beato Michele”, e così via. Al termine del vialetto che discrimina le casette si trova la cella, trasformata in Cappella nel Cinquecento, che all’inizio del XIII secolo ospitò il cardinale Ugolino dei conti di Segni, poi Papa Gregorio IX; attiguo è il pittoresco cimitero dei monaci. L’esempio di vita più austera e più contemplativa, modellata sulla testimonianza del Cristo, proposta da San Romualdo, oltre a dare grande importanza alla preghiera e alla penitenza, privilegerà la ricerca di una reale povertà e il lavoro manuale. In questo contesto è da collocare il rispetto per la natura e in particolare per la foresta, che fu sempre altissimo presso i camaldolesi: di qui l’opera dei monaci per la conservazione del patrimonio boschivo casentinese, che darà luogo alla tanto celebrata “Foresta di Camaldoli”, che circonda l’Eremo e il Monastero, magnifica per la ricchezza della vegetazione, rappresentata soprattutto da abeti, e poi da larici, aceri, castagni, faggi, tigli, ecc. Anche le espressioni architettoniche della congregazione camaldolese testimonieranno la volontà riformatrice del nuovo ordine, in contrasto con quella “spiritualità della ricchezza” tipica del monachesimo benedettino tradizionale, che con la prosperità dei monasteri intendeva magnificare la gloria di Dio, in sintonia con l’atteggiamento mentale dell’“homo religiosus” dell’alto medioevo, che non poteva conceTerzo itinerario

Monastero di Camaldoli la Chiesa di San Salvatore




pire una Chiesa che non accumulasse e ostentasse ricchezze (costruzioni grandiose, “tesori”, grandi patrimoni terrieri). Al contrario le fondazioni monastiche camaldolesi, almeno originariamente, si distingueranno per l’estrema sobrietà dei loro edifici, che dovevano anch’essi in qualche modo testimoniare lo spirito di austerità del nuovo ordine. Lo schema adottato dalle costruzioni fu quindi sempre quello della semplice aula rettangolare absidata, talvolta con transetto sporgente a formare una pianta a croce latina. Notevole sarà sempre la semplicità stilistica e strutturale delle costruzioni, lineari nelle loro forme e del tutto prive di decorazioni scultoree; solo verrà evidenziata la bellezza e preziosità dei rivestimenti murari a bozze di pietra accuratamente scalpellinate e disposte a regolari filaretti. Questi caratteri, scomparsi nelle chiese del Monastero e dell’Eremo di Camaldoli, entrambe abbiamo visto rinnovate in età barocca, li troviamo invece ancora presenti nelle abbazie casentinesi legate alla congregazione che hanno conservato il loro impianto medievale, come ad esempio la Badia di Prataglia e quella di Poppiena. Situata presso le sorgenti dell’Archiano, non lontana dall’Eremo di Camaldoli, la Badia di Prataglia fu in origine (1002) un monastero benedettino, che però ben presto entrò a far parte dell’ordine camaldolese. La chiesa, se si escludono alcuni rifacimenti in facciata, ha conservato i caratteri originari: è una modesta costruzione ad un’unica nave absidata con il coro rialzato, sotto il quale si sviluppa una suggestiva cripta a tre navatelle e due campate, per realizzare la quale venne utilizzato in parte materiale di spoglio da fabbriche romane. Così a colonne e capitelli marmorei di raffinata eleganza si alternano capitelli costituiti da semplici blocchi appena solcati e fregi scultorei (una figura di orante, due agnellini) dovuti alla mano di modeste maestranze locali. Posta poco fuori il paese di Pratovecchio, lungo la strada che conduce a Poppi, la chiesa di Santa Maria a Poppiena, anch’essa già monastero benedettino, aderì alla congregazione camaldolese nel 1099. È anch’essa a un’unica navata con abside terminale e possiede ancora so-

L’Eremo di Camaldoli



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stanzialmente integre le strutture romaniche della fine del XII secolo, improntate a quella semplicità d’impianto che costituì il carattere distintivo delle costruzioni camaldolesi. All’interno custodisce un affresco duecentesco raffigurante la Madonna col Bambino e Santi, oltre a una “Annunciazione e Santi”, bella tavola rinascimentale di Giovanni del Ponte.

Il Monastero di Poppiena

Il complesso monastico di Camaldoli

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Riforma di Camaldoli  

Il Casentino, centro di irradiazione della riforma dei Camaldoli