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Le abbazie del Valdarno Un itinerario per le abbazie vallombrosane e camaldolesi

A

ll’inizio del XII secolo sorsero e si diffusero in tutta la Toscana, e in seguito anche in altre parti d’Italia, due congregazioni religiose sorte a riforma del monachesimo benedettino: gli ordini vallombrosano e camaldolese, che si distinsero entrambi per la ricerca di forme più austere di vita, volte a una osservanza letterale della regola di San Benedetto. Le due riforme si opposero al tipo di monachesimo imperante, espressione di una sorta di “spiritualità della ricchezza”, legata alla pietà religiosa delle grandi famiglie feudali, che costituivano e dotavano i monasteri, la prosperità dei quali si rifletteva nella magnificenza degli edifici e nella vastità dei possedimenti terrieri. Ciò era in perfetta sintonia con l’atteggiamento mentale dell’“homo religiosus” dell’altomedioevo, che non poteva concepire una Chiesa che non accumulasse e ostentasse ricchezze (costruzioni grandiose, “tesori”, grandi patrimoni terrieri), al fine di magnificare la gloria di Dio.

Il complesso dell’abbazia di Vallombrosa culla dell’ordine monastico fondato da San Giovanni Gualberto 138

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L’abbazia di Vallombrosa nell’Atlante Vallombrosano, inizi del XVIII secolo

I nuovi ordini opposero invece un esempio di vita più povera e più contemplativa, modellata sulla testimonianza del Cristo. Venne quindi data grande importanza alla preghiera e alla penitenza, ma soprattutto si privilegiarono il lavoro manuale e la ricerca di una “reale” povertà. San Romualdo, nel primo decennio dell’XI secolo, dette vita alle prime fondazioni cenobitiche, che ebbero il loro centro a Camaldoli, nel Casentino, la località da cui prenderà nome la nuova congregazione. A Vallombrosa, nella “Montagna fiorentina”, San Giovanni Gualberto fondò nel 1036 l’altro nuovo ordine, che subito s’impegnò attivamente nell’opera di riforma della Chiesa, lottando contro il clero corrotto e contro i vescovi simoniaci e concubinari. Le due nuove congregazioni si diffusero già nella seconda metà dell’XI, inizialmente interessando i territori diocesani di Arezzo, Fiesole e Firenze, a motivo della loro vicinanza ai centri di irradiazione delle nuove forme di spiritualità monastica. Ovvio quindi che il Valdarno superiore risentì del fenomeno e assistette al formarsi di tutta una serie di cenobi facenti capo, rispettivamente, a Camaldoli e a Vallombrosa. Quest’ultima, del resto, proprio nel Valdarno si trovava, essendo sorta in prossimità del crinale del Pratomagno. Aderirono al movimento di riforma promosso da San Giovanni Gualberto la Badia di San Salvatore a Soffena, presso Castelfranco di sopra, le abbazie di San Cassiano a Montescalari e di San Lorenzo a Coltibuono, sul versante valdarnese dei monti del Chianti, nonché la Badia di Sant’Ilario a Sant’Ellero. L’ordine camaldolese si attestò invece in val d’Ambra, dove si for-

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Ottavo itinerario

marono le due comunità cenobitiche di San Pietro a Badia a Ruoti e di Santa Maria a Badia Agnano. Nella maggior parte dei casi le chiese degli insediamenti monastici sopra ricordati ancora riflettono i caratteri architettonici espressi dalle due congregazioni, che si distinsero entrambe per la sobrietà dei loro edifici, dovendo anch’essi testimoniare lo spirito di austerità dei nuovi ordini. Lo schema adottato dalle costruzioni fu quello dell’aula rettangolare absidata e con transetto sporgente. La pianta a croce latina che ne derivava risultava densa di significati simbolici, rappresentando a un tempo l’emblema della croce e quello della Trinità. Solo in alcuni casi (come a Coltibuono, a Badia a Ruoti e nella stessa Vallombrosa) all’incrocio del transetto con il corpo logitudinale della chiesa si eleverà una cupola, esternamente rivestita da un tiburio. Comunque notevole fu sempre la semplicità stilistica e strutturale degli edifici, lineari nelle loro forme

Montescalari, la torre campanaria dell’antica abbazia, distrutta nella seconda guerra mondiale, in una fotografia d’epoca

La badia di Sant’Ilario a Sant’Ellero, nell’Atlante Vallombrosano del XVIII secolo

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La Badia di San Pietro a Ruoti, di regola camaldolese

e del tutto privi di decorazioni scultoree: solo verrà evidenziata la bellezza e la preziosità dei rivestimenti murari a bozze accuratamente scalpellinate e disposte a regolari filaretti. Così doveva presentarsi la chiesa abbaziale di Vallombrosa, il cui impianto romanico, ancora esistente, è solo nascosto alla vista dai rifacimenti settecenteschi. E così ancora si presentano invece l’abbazia di San Lorenzo a Coltibuono e le due Badie camaldolesi della Valdambra, tutte rigorosamente con

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La facciata della chiesa della Badia di San Pietro a Ruoti

pianta a croce latina. Più frammentarie sono invece le chiese dell’abbazia di Montescalari e di Sant’Ilario a Sant’Ellero, ma in entrambi i casi le strutture romaniche sono ancora ben riconoscibili e non si discostano da quelle degli altri edifici religiosi vallombrosani. Ed anche la Badia di Soffena, seppur ricostruita in età basso-medievale, si manterrà fedele a quei caratteri di sobrietà che caratterizzarono le realizzazioni architettoniche dei due ordini benedettini riformati.

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La badia di San Salvatore a Soffena

L’abbazia di San Lorenzo a Coltibuono, prossima al crinale fra Chianti e Valdarno nell’Atlante Vallombrosano del XVIII secolo

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Ottavo itinerario

L’abbazia di Santa Maria a Badia Agnano

Le absidi dell’abbazia di Santa Maria a Badia Agnano

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Viaggio in Valdarno