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17/23 settembre 2010 • Numero 864 • Anno 17 “Le regole per bere non sono troppo diverse da quelle per scrivere”

Sommario iN copertiNA

12 Il naufragio

di Sarkozy The Economist

ErIC FrANCESChI (FEdEPhoTo)

Sorprese Parlando di internet ogni previsione è inutile. John Naughton, del Guardian, ha deinito la rete un “generatore globale di sorprese”. I giornali degli ultimi vent’anni sono pieni di profezie tecnologiche che non si sono mai avverate. Ma questo non impedisce che si continui a fare previsioni di ogni tipo. Con una particolare predilezione per il “inismo”, corrente di pensiero che non ha nulla a che vedere con il presidente della camera italiano e che consiste invece nel prevedere la ine imminente, per colpa della rete, di qualunque cosa: dai giornali alla capacità di concentrarsi, dai rapporti interpersonali ai supermercati, dalle lettere scritte a mano alla civiltà occidentale. Per questo sono importanti le ricerche che misurano i comportamenti reali delle persone: perché forniscono informazioni concrete e sono l’unico modo attendibile per individuare possibili tendenze. L’ultimo rapporto del Pew research center ha rivelato una serie di dati interessanti: oggi negli Stati Uniti le persone passano più tempo a informarsi rispetto a dieci anni fa; il 44 per cento degli americani s’informa anche con internet, ma solo il 9 per cento usa unicamente la rete per informarsi; il consumo di mezzi di comunicazione tradizionali è rimasto stabile. In pratica vuol dire che le nuove tecnologie si stanno integrando nelle abitudini informative delle persone, coabitando serenamente con radio, tv e giornali. Con buona pace di chi ne prevedeva la ine. Giovanni De Mauro settimana@internazionale.it

AfricA e medio orieNte

20 Conakry va alle

a Freetown Prospect portfolio

62 Il grande impero di ghiaccio Le foto di Alexander Gronsky

urne nonostante le tensioni Wal Fadjri Americhe

22 Fidel Castro,

26 Tra Cina e Taiwan amicizia con riserva Asia Sentinel visti dAgli Altri

società

L’ecologia disegnata Los Angeles Times

44 Il business degli esuli nordcoreani Harper’s sveziA

50 Il lato oscuro

100 Il cibo è di nuovo un’emergenza The Observer

cultura 76

viAggi

Le opinioni 21

Amira Hass

grAphic JoUrNAlism

32

Yoani Sánchez

34

Noam Chomsky

78

Gofredo Foi

da Lille Piero Macola

80

Giuliano Milani

84

Pier Andrea Canei

ArchitettUrA

86

Christian Caujolle

74 Uno spazio

a misura d’uomo The Observer

94

Tullio De Mauro

97

Anahad O’Connor

101 Tito Boeri

pop

le rubriche

90 La corrida

92 95

Cinema, libri, musica, tv, arte

New York Magazine

72 Cartoline

ciNA

di gioventù Le Monde Il diario della Terra ecoNomiA e lAvoro

68 Spiaggia libera

36 Il web non dimentica mai The New York Times Magazine

98

ritrAtti

30 Alla maia piace

l’energia pulita The Sunday Telegraph

96 Malattie

66 Annie Leonard

i delini e il socialismo The Atlantic AsiA e pAcifico

scieNzA e tecNologiA

sierrA leoNe

56 Partorire

nel labirinto del minotauro Bernardo Gutiérrez Costruirsi un lavoro Tony Judt Preziosi consigli per l’aperitivo Geof Nicholson

11

Editoriali

31

Italieni

104 Strisce 105 L’oroscopo 106 L’ultima

del sogno svedese The Observer

le principali fonti di questo numero Harper’s È un mensile statunitense di saggi, reportage, racconti brevi, dibattiti. L’articolo a pagina 44 è uscito nel numero di luglio 2010 con il titolo The system of defecting. Libération È un quotidiano francese di sinistra. L’articolo a pagina 16 è uscito il 14 settembre 2010 con il titolo Détournement de nation. Los Angeles Times Fondato nel 1881, è il principale quotidiano di Los Angeles, negli Stati Uniti. L’articolo a pagina 66 è stato pubblicato il 13 luglio 2010 con il titolo Teaching “stuf ” about ecology. The New York Times Magazine È il magazine della domenica del New York Times. Il primo numero risale al 1896. L’articolo a pagina 36 è stato pubblicato il 25 luglio 2010 con il titolo The end of forgetting. The Observer Fondato nel 1791, è il più antico domenicale del mondo. È pubblicato dal gruppo editoriale del quotidiano The Guardian. L’articolo a pagina 50 è stato pubblicato il 1 agosto 2010 con il titolo Göran Lindberg and Sweden’s dark side. Internazionale pubblica in esclusiva per l’Italia gli articoli dell’Economist.

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internazionale.it/sommario

La settimana

geoff NicholsoN, pAgiNA


Immagini Benzina sul fuoco Jammu e Kashmir, India 13 settembre 2010

Il rancore verso il governo di New Delhi, a cui si è aggiunto quello verso Terry Jones, il pastore statunitense che ha minacciato di bruciare il Corano, ha scatenato una nuova ondata di violenza tra i separatisti kashmiri. I manifestanti hanno incendiato quattro scuole cristiane. Le forze dell’ordine hanno ucciso ventidue persone. Il 15 settembre il premier Manmohan Singh ha convocato d’urgenza una riunione di tutti i partiti per trovare una soluzione. Come segnale distensivo il primo ministro del Jammu e Kashmir ha proposto di revocare i poteri speciali che garantiscono l’immunità alle forze dell’ordine. Foto di Gurinder Osan (Ap/Lapresse)


Immagini Addio a Chabrol Parigi, Francia Inverno 1959/1960

Claude Chabrol è morto il 12 settembre 2010 a Parigi, dov’era nato nel 1930. Regista, attore, sceneggiatore e produttore, è stato uno dei padri della nouvelle vague francese. Dalla fine degli anni cinquanta a oggi ha diretto più di sessanta ilm. Nella foto Chabrol è sul set di Le donne facili insieme alle attrici Bernadette Lafont, Stéphane Audran (con cui il regista è stato sposato dal 1964 al 1980) e Lucile Saint-Simon. Foto di Georges Pierre (Sygma/Corbis)


Immagini Onda su onda Teahupoo, Tahiti Agosto 2009

Il mare di Teahupoo è una delle mete preferite dei surfisti. In questa parte dell’oceano Pacifico si formano degli enormi muri d’acqua. Quando il mare è mosso, le onde diventano molto alte a causa del contatto con la barriera corallina, che si trova pochi centimetri sotto la supericie dell’acqua. A Teahupoo fa tappa il mondiale di surf. La gara di quest’anno, terminata il 3 settembre, è stata vinta dallo statunitense Andy Irons. Foto di Peter Joll (Exclusivepix)


Posta@internazionale.it Libertà occidentale ◆ Mi ha colpito l’articolo di Yoani Sánchez sulle “Finestre con le grate” (10 settembre). È quasi ridicolo stupirsi di una cosa che a Roma è normale. La signora Sánchez non sa che se aspira davvero alla libertà di noi occidentali deve abituarsi agli sconosciuti che ti fermano con un coltello per rubarti l’orologio, ai drogati che entrano dalle inestre per rubare 50 euro dal portafogli, ai disperati che s’intrufolano nei giardini afrontando cani addestrati alla violenza, agli allarmi che suonano di notte e spingono i vicini a scendere in strada armati. Tutte cose a cui ho assistito personalmente. Lettera irmata

Nessun silenzio ◆ Stamattina ho comprato l’ultimo numero e ho cercato subito gli articoli su Angelo Vassallo, ma non li ho trovati. Spero si tratti di una svista. Se voi foste i primi a scegliere il silenzio su questa faccenda, be’, sarebbe una grande delusione! Eleonora Martinelli

Matematica alla toilette ◆ Ho letto l’articolo “Il bagno più pulito” (3 settembre) in cui un lettore chiede all’economista se la gente preferisce il primo bagno, vicino alla porta, o l’ultimo. È solo una curiosità, ma mi chiedo se questo dilemma si possa risolvere in qualche modo con la teoria dei giochi di Nash e delle aspettative. Piera Bellelli

Punti in comune tra Italia e Irlanda

della reazione al crollo, tutto cambia: popolazione istruita e informata, assunzione di responsabilità, l’apertura a nuove idee, la scelta di non penalizzare la ricerca, una produzione industriale che si basa su tecnologie all’avanguardia e prodotti complessi, che richiede lavoratori qualiicati e ha potenzialità di ricerca e sviluppo futuri. Questo è l’opposto dell’Italia. Non dovremo aspettare molto tempo, credo, per stilare un bilancio delle conseguenze nei due paesi. Marco Schiattareggia

◆ Ho letto l’articolo sull’economia irlandese nel numero del 2 luglio (abbiate pazienza, leggo tutti i numeri da cima a fondo e resto indietro, vabbè, un buon articolo rimane tale anche nel tempo, anzi è quando non è più recente che rivela il suo vero valore). Quando descrive le cause della crisi, vale a dire il connubio “fra ricchi e potenti”, la speculazione immobiliare, la sfrenata deregulation, e dietro tutto questo governi di centrodestra di due partiti un po’ alleati e un po’ rivali, mi sono stupito delle somiglianze con la situazione italiana. Ma quando poi parla

Correzioni

re avvicinamento invece che un deinitivo allontanamento. Oggi non c’interessa sapere più niente della morte, tranne che è una cosa oscura, fredda e dolorosa. Ma è un atteggiamento sbagliato. Gloriicando la vita, ci siamo dimenticati dell’importanza di creare un rapporto con la morte. Naturalmente non esiste esoterismo, ilosoia, poesia o pacca sulla spalla che possa attenuare il dolore per la perdita di una persona che abbiamo amato. Non bisogna fare di tutto per dimenticare, ma cercare un amore diverso, che possa du-

rare anche oltre la morte. Se non credi nei miracoli, puoi chiamarli “bei ricordi”. Se invece ti piace la visione esoterica, chiamala “continuazione della vita comune”. Continua a vivere con tuo padre dentro di te, chiedigli consiglio, non escluderlo dai tuoi pensieri. La sua silenziosa presenza ti accompagnerà in tutto quello che vivrai. Ma dovrai crederci. Altrimenti sarà tutto più diicile e doloroso. ◆ it Milana Runjic risponde alle domande dei lettori all’indirizzo milana@internazionale.it

Tim Harford risponde alle domande dei lettori del Financial Times.

◆ Nell’articolo “La moda blingbling” (10 settembre) Get rich or die tryin’ non è una canzone di 50 Cent, ma il suo primo album.

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Vivere il lutto

Di fronte alla morte ogni parola di consolazione è banale. Ma credo che la frase “vivrai sempre nei nostri cuori” sia abbastanza vera. Alcune dottrine esoteriche dicono che, quando muoiono, i nostri cari vengono “murati” dentro di noi, e ci consolano nei momenti diicili, ci aiutano a essere migliori e incoraggiano il nostro talento. In un certo senso la morte sarebbe un ulterio-

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Il prezzo dell’erba

Compro marijuana in Nordamerica dalla metà degli anni ottanta. Il prezzo è rimasto sempre lo stesso: dieci dollari al grammo. In teoria, chi vende potrebbe aumentare il prezzo, essendo un commercio illegale, e chi vuole risparmiare potrebbe coltivarsi la sua piantina. Anche se l’erba non è buona come quella che si compra. Come mai costa ancora dieci dollari al grammo? – Sebastian Ps. Avevo scritto questa email già da tempo, ma ero così stordito che non riuscivo a cliccare su “invia”. Questa rigidità è insolita. Se il prezzo dell’erba seguisse l’inlazione, adesso la pagheresti 25 dollari al grammo. È l’illegalità del mercato a favorire il costo immutato. Comprare e vendere cannabis è pericoloso, ed è meglio per tutti evitare di tirare sul prezzo. Inoltre, il prezzo è isso perché a questa cifra c’è un equilibrio tra domanda e oferta. Anche se le mie ricerche, puramente accademiche, dicono che in Gran Bretagna il prezzo varia molto. A meno che questa rigidità statunitense non sia fortuita, visto che da tutte le alte parti i prezzi oscillano. In periodi di grande inlazione, tabacco e cafè sono usati come moneta stabile. Se inissero, hai trovato la nuova moneta del ventunesimo secolo.

Cara Milana

Cara Milana, mio padre è morto un anno fa e non riesco a superare questa perdita. Che devo fare?

Caro economista

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Editoriali “Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante se ne sognano nella vostra ilosoia” William Shakespeare, Amleto Direttore Giovanni De Mauro Vicedirettori Elena Boille, Chiara Nielsen, Alberto Notarbartolo, Jacopo Zanchini Comitato di direzione Giovanna Chioini (Asia e Paciico), Stefania Mascetti (Internazionale.it), Martina Recchiuti (Internazionale.it), Pierfrancesco Romano (copy editor) In redazione Liliana Cardile (Cina), Carlo Ciurlo (viaggi), Camilla Desideri (America Latina), Simon Dunaway (attualità), Mélissa Jollivet (photo editor), Alessandro Lubello (economia), Maysa Moroni, Andrea Pipino (Europa), Claudio Rossi Marcelli (Internazionale. it), Francesca Sibani (Italieni), Piero Zardo (cultura), Giulia Zoli (Stati Uniti) Impaginazione Pasquale Cavorsi, Valeria Quadri Segreteria Teresa Censini, Luisa Cifolilli Correzione di bozze Sara Esposito Traduzioni I traduttori sono indicati dalla sigla alla ine degli articoli. Marina Astrologo, Sara Bani, Cristina Biasini, Giuseppina Cavallo, Matteo Colombo, Diana Corsini, Stefania De Franco, Andrea De Ritis, Nazzareno Mataldi, Floriana Pagano, Fabrizio Saulini, Andrea Sparacino, Francesca Spinelli, Ivana Telebak, Bruna Tortorella, Stefano Valenti, Nicola Vincenzoni Disegni Anna Keen. I ritratti dei columnist sono di Scott Menchin Progetto graico Mark Porter Hanno collaborato Gian Paolo Accardo, Isabella Aguilar, Luca Bacchini, Francesco Boille, Annalisa Camilli, Alessia Cerantola, Gabriele Crescente, Catherine Cornet, Giovanna D’Ascenzi, Marzia De Giuli, Sergio Fant, Andrea Ferrario, Antonio Frate, Francesca Gnetti, Anita Joshi, Alessio Marchionna, Jamila Mascat, Odaira Namihei, Lore Popper, Fabio Pusterla, Michael Robinson, Marta Russo, Andreana Saint Amour, Diana Santini, Junko Terao, Laura Tonon, Pierre Vanrie, Guido Vitiello, Abdelkader Zemouri Editore Internazionale srl Consiglio di amministrazione Brunetto Tini (presidente), Giuseppe Cornetto Bourlot (vicepresidente), Emanuele Bevilacqua (amministratore delegato), Alessandro Spaventa (amministratore delegato), Antonio Abete, Giovanni De Mauro, Giovanni Lo Storto Sede legale via Prenestina 685, 00155 Roma Produzione e difusione Francisco Vilalta Amministrazione Tommasa Palumbo, Arianna Castelli Concessionaria esclusiva per la pubblicità Agenzia del marketing editoriale Tel. 06 809 1271, 06 80660287 info@ame-online.it Subconcessionaria Download Pubblicità S.r.l. Stampa Elcograf Industria Graica, via Nazionale 14, Beverate di Brivio (Lc) Distribuzione Press Di, Segrate (Mi) Copyright Tutto il materiale scritto dalla redazione è disponibile sotto la licenza Creative Common Attribuzione-Non commercialeCondividi allo stesso modo 3.0. Signiica che può essere riprodotto a patto di citare Internazionale, di non usarlo per ini commerciali e di condividerlo con la stessa licenza. Per questioni di diritti non possiamo applicare questa licenza agli articoli che compriamo dai giornali stranieri. Info: posta@internazionale.it

Registrazione tribunale di Roma n. 433 del 4 ottobre 1993 Direttore responsabile Giovanni De Mauro Chiuso in redazione alle 20 di mercoledì 15 settembre 2010 PER ABBONARSI E PER INFORMAZIONI SUL PROPRIO ABBONAMENTO

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L’Europa contro la Francia El País, Spagna La commissaria europea alla giustizia, ai diritti fondamentali e alla cittadinanza, Viviane Reding, ha annunciato in una dura conferenza stampa che chiederà l’apertura di una procedura d’infrazione contro la Francia per aver violato la legislazione comunitaria con l’espulsione dei rom dal suo territorio. In questo modo la Commissione europea fa marcia indietro rispetto all’arrendevolezza mostrata inizialmente da Barroso, ricordando al governo francese e a Nicolas Sarkozy che nell’Unione europea il populismo elettorale a spese delle minoranze ha dei limiti. L’esecutivo di Bruxelles ha salvato la sua dignità mentre il governo francese sta perdendo la propria. Perché alla discriminazione verso i rom vanno aggiunte le falsità dette nel tentativo di spiegare le istruzioni date alla polizia. Parigi si è difesa di fronte alla Commissione dicendo che la sua politica di espulsioni non era diretta in particolare contro i rom, ma contro chi era in situazione irregolare. In realtà l’ordine del ministero degli interni, che ha causato l’irritazione della commissaria Reding, indicava esplicitamente i rom e i

loro campi come obiettivo prioritario. Sarkozy non ha espulso i rom per motivi di sicurezza, ma per mandare un segnale di inlessibilità contro la delinquenza prendendosela con una comunità emarginata e su cui pesano pregiudizi ancestrali. Un capo di governo democratico non può elaborare strategie di immagine cercando di strumentalizzare a suo favore questa emarginazione e questi stereotipi. Dovrebbe usare la forza dello stato di diritto per sradicarli. Sarkozy e il suo governo erano inoltre convinti che la Romania e gli altri paesi dell’Unione sarebbero rimasti in silenzio come avevano fatto con l’Italia. La risposta di Reding non dovrebbe rimanere un atto isolato, ma segnare una svolta nella condanna dei provvedimenti populisti adottati dai governi di alcuni stati membri negli ultimi anni. Il progetto europeo attraversa un momento di diicoltà, che nasce dall’incertezza sul suo futuro. Se le istituzioni comuni decidessero anche di assistere con indiferenza alla distruzione dei suoi fondamenti democratici, l’Unione perderebbe l’ultima ragion d’essere. u bt

Il voto dei turchi Ihsan Dagi, Zaman, Turchia Ancora una volta si dimostra che il popolo turco, se interpellato, manifesta sempre il desiderio di un paese più democratico. Proprio per questo, per anni, l’élite nazionalista e kemalista legata ai militari ha cercato di prendere il potere in maniera autoritaria, accampando scuse per non concedere ai turchi l’opportunità di esprimersi. Ma ogni consultazione democratica dal 1950 ha mostrato la maturità democratica e la coscienza politica della popolazione. E il risultato del referendum sulla riforma della costituzione che riduce il potere dei militari mostra ancora una volta che nei mezzi di comunicazione, nella politica, nella scuola e nell’economia l’élite kemalista non sa leggere le nuove dinamiche della vita pubblica turca e le aspirazioni dei cittadini. Quello che è accaduto è semplice: il fronte nazionalista, favorevole al mantenimento dello status quo, è stato sconitto. Il referendum è stato un passo avanti verso una repubblica post kemalista, una repubblica non più governata da un’élite di alti burocrati e giudici ma dal popolo, come in ogni stato democratico. La Turchia sta passando da un governo sotto la tutela di una burocrazia

civile e militare a una democrazia liberale vera e propria. I turchi capiscono che la sovranità è un diritto del popolo e si ottiene solo attraverso il processo democratico. Il risultato del referendum avrà naturalmente conseguenze politiche. Innanzitutto ha dimostrato che esiste una forte base sociale favorevole al cambiamento e alle riforme, rappresentata senza dubbio dal partito islamico moderato Akp, che guida il governo. Da questo momento ci si aspetta che la leadership dell’Akp si dedichi con più coraggio alle riforme democratiche, cercando anche una soluzione per la questione curda e approvando una nuova costituzione. I nazionalisti laici, i kemalisti e tutte le burocrazie civili e militari dovrebbero inalmente riconoscere i limiti del loro potere, rendendosi conto che non possono ostacolare il processo di democratizzazione né mantenere i privilegi acquisiti ai tempi del vecchio regime autoritario. Se non lo faranno, rimarranno elementi marginali della politica turca, e lotteranno senza speranza per mantenere il loro status in una società aperta e democratica. u as Internazionale 864 | 17 settembre 2010

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Il naufragio di Sarkozy

ERIc FRANcESchI (FéDéPhOtO)

In copertina

The Economist, Gran Bretagna

Le accuse di xenofobia per il rimpatrio dei rom. L’incertezza sulle riforme. Gli scandali di corruzione nel governo. Il presidente ha tradito le aspettative dei francesi. L’analisi dell’Economist

I

l popolo francese”, dichiarò Valéry Giscard d’Estaing il giorno del suo giuramento da presidente, “ha chiesto il cambiamento”. Annunciando “una nuova epoca nella vita politica francese”, un leader giovane e dinamico inaugurò il suo mandato impegnandosi a modernizzare il governo e il paese. Nonostante un inizio promettente, la crisi economica internazionale e le divisioni politiche della destra pesarono sul suo mandato. Alla ine, nel 1981, Valéry Giscard d’Estaing perse le elezioni contro i socialisti dopo un solo mandato. Negli ultimi trent’anni Giscard D’Estaing è stato l’unico presidente francese a non essere rieletto. Oggi, per la prima volta, lo spettro di una presidenza di un solo mandato aleggia minaccioso sulla testa dell’attuale presidente, Nicolas Sarkozy. La sua popolarità è ai minimi storici. Il 55 per cento dei francesi vuole che, alle presidenziali del 2012, la sinistra torni al potere. Secondo un sondaggio, Sarkozy verrebbe sconitto in modo schiacciante al secondo turno da Dominique Strauss-Kahn, un socialista che dirige il Fondo monetario internazionale a Washington. Anche tra gli esponenti politici della destra serpeggia il malcontento. Dominique de Villepin, l’ex primo ministro, ha fondato un nuovo partito per intercettare i voti dei

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gollisti delusi. I deputati mugugnano perché temono di perdere i loro seggi. Alcuni ministri di Sarkozy hanno reagito con preoccupazione alla caccia ai rom lanciata dal presidente durante l’estate. Bernard Kouchner, ministro degli esteri proveniente dalla sinistra, ha preso in considerazione l’idea di dimettersi. Sulle copertine dei settimanali francesi si leggono titoli come: “Presidenziali 2012: ha già perso?”. Anche tra i sostenitori di Sarkozy prevale il disincanto. Secondo il politologo Pascal Perrineau, alle regionali di marzo 11,5 milioni di elettori che lo hanno votato nel 2007 hanno abbandonato il partito del premier, l’Unione per un movimento popolare (Ump).

Un outsider È un autunno caldo per Sarkozy. Il 7 settembre, tra 1,1 e 2,7 milioni di persone (a seconda delle fonti) sono scese in piazza per il più grande sciopero degli ultimi anni. Insegnanti, ferrovieri, postini, impiegati delle amministrazioni comunali, dipendenti delle aziende pubbliche e altri lavoratori statali hanno protestato contro il progetto di riforma che prevede l’aumento dell’età pensionabile da 60 a 62 anni e tagli ai posti di lavoro. Rispetto ad altri progetti europei, la riforma previdenziale francese sembra poca cosa. Da oggi al 2018 la Francia si ritroverà con un deicit di 42 milioni di euro sui fondi pensione pubblici, destinati a inan-

Nicolas Sarkozy a Tolone


ziare alcuni tra i pensionamenti più lunghi d’Europa. Grazie alla nuova legge si colmeranno meno dei due terzi del disavanzo. Al resto bisognerà provvedere con una riduzione della spesa pubblica. I lavoratori attivi continueranno a pagare ancora per chi va in pensione. Diversi beneit particolarmente generosi non verranno toccati, e i dipendenti pubblici percepiranno il 75 per cento del salario degli ultimi sei mesi di lavoro. Secondo una fonte vicina al governo, l’obiettivo è alzare l’età pensionabile a 65 anni. La riforma, tuttavia, ha un’importanza simbolica. Il piano di Sarkozy inverte una tradizione decennale di riduzione progressiva del tempo che le persone dedicano al lavoro: nel 1983 François Mitterrand abbassò l’età pensionabile da 65 a 60 anni. Ed è anche un banco di prova fondamentale per veriicare se il presidente sarà in grado di sidare l’impopolarità in nome dell’interesse nazionale, mettendo in salvo la sua credibilità di riformatore. Nonostante i sondaggi sfavorevoli, Sarkozy non è ancora spacciato. Forse sarà diicile per un politico così volubile ritrovare il calore e la simpatia necessari a riconquistare i francesi e a riportarli dalla sua parte. Ma, se terrà a bada i vecchi sostenitori che oggi lo accusano di aver perso la sua determinazione, il presidente potrà ancora riuscire a impressionarli favorevolmente. Cos’ha spezzato l’incantesimo tra i

francesi e Sarkozy? Un po’ di disafezione è normale: anche i due presidenti che lo hanno preceduto, Jacques Chirac e François Mitterrand, furono abbandonati dagli elettori a metà mandato, ma riuscirono a ottenere un secondo mandato. Sarkozy ha affrontato una recessione mondiale che ha stritolato la crescita e ha abbattuto il morale del paese. Jean-Paul Delevoye, il mediatore della repubblica (una igura istituzionale incaricata di migliorare i rapporti tra i cittadini e l’amministrazione pubblica), ha dichiarato che i francesi sono “psicologicamente provati”. Tra gli ultimi best seller ci sono libri come Mélancolie française, una rilessione storica sul declino francese, e Le quai d’Ouistreham, una storia di povertà in una cittadina del nord della Francia. Ma alla base di questo disincanto c’è qualcosa di più. Quando i commentatori si chiedono perché i francesi si sono disamorati di Sarkozy, la risposta è che in realtà non si sono mai innamorati. Non amano Sarkozy come persona. Nei sondaggi lo deiniscono un politico “determinato” e “coraggioso”, ma mai “rassicurante” o “vicino alla gente”. Sanno di aver eletto un leader atipico, un outsider. Sarkozy è diverso dai suoi predecessori: non è cresciuto in campagna, non ama il vino, non si è laureato in una delle grandi università francesi e ha un debole per il lusso. Il nonno materno era un ebreo di Salonicco. Una volta il padre, un immigrato ungherese, gli disse: “Con un nome

Da sapere u Nicolas Sarkozy nasce a Parigi nel 1955, da padre ungherese e madre di origine ebraica. u Nel 1983 viene eletto sindaco di Neuilly-sur-Seine, una ricca banlieue parigina. Nel 1993 è nominato ministro del bilancio nel governo di Édouard Balladur. Nel 2002 diventa ministro dell’interno sotto la presidenza di Jacques Chirac. u Nel 2004 viene eletto presidente dell’Unione per un movimento popolare (Ump). Nel 2005 è nominato ministro dell’interno e delle aree urbane nel governo di Dominique de Villepin. u Il 6 maggio 2007 sconigge la candidata socialista

Ségolène Royal e viene eletto presidente della repubblica con il 53 per cento dei voti. u Nelle elezioni regionali del marzo 2010 il suo partito subisce una pesante sconitta. u In occasione della nomina del nuovo prefetto dell’Isère, Éric Le Doiron, il 30 luglio 2010 a Grenoble Sarkozy pronuncia un discorso in cui annuncia misure più severe contro i rom e gli immigrati clandestini, tra cui lo smantellamento di decine di campi nomadi e il rimpatrio di 800 rom bulgari e romeni entro la ine di agosto. Sarkozy propone anche di ritirare la cittadinanza francese alle persone

di origine straniera “che attentano alla vita di agenti di polizia, gendarmi o altre autorità pubbliche”. u Il 14 settembre la vicepresidente della Commissione europea, Viviane Reding, annuncia l’apertura di una procedura d’infrazione contro la Francia in relazione alle espulsioni dei rom comunitari. Parigi è accusata di “applicazione discriminatoria della direttiva europea sulla libera circolazione”. A scatenare l’ira della commissione è una circolare “etnica” inviata il 5 agosto dal ministero dell’interno ai prefetti della repubblica, in cui i rom sono espressamente indicati come i primi bersagli delle espulsioni.

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In copertina come il tuo, in Francia non arriverai da nessuna parte”. Invece gli elettori francesi hanno saputo vedere oltre i suoi strani tic e le sue debolezze, apprezzando lo stile iperattivo e pratico e la sana capacità di dire le cose come stanno e portare a casa i risultati. Sarkozy ha detto chiaro e tondo ai francesi che non potevano permettersi per sempre un modello fondato su tasse alte, forti garanzie sociali, crescita bassa e scarsa occupazione. E ha promesso una “rottura” con l’autoindulgenza del passato. Molti francesi sapevano che qualcosa non stava funzionando e hanno pensato che fosse la persona più indicata per rimettere le cose a posto. Quindi la spiegazione più semplice è che gli elettori sono delusi perché Sarkozy non è riuscito a mantenere quello che aveva promesso: più posti di lavoro, più crescita economica e più proitti. E la giustiicazione più semplice è la recessione. Sarkozy ha gestito bene la crisi inanziaria, scongiurando il panico tra i consumatori, guidando i negoziati sulla crisi in Europa e predisponendo un piano di stimolo in tempi rapidi. Il dubbio è se abbia fatto abbastanza per garantire che i tassi di crescita e occupazione rimangano elevati anche dopo la ripresa economica. Il governo francese spende il 56 per cento del pil, più di qualsiasi altro paese dell’eurozona. Eppure la Francia ha un tasso di disoccupazione superiore alla media (10 per cento) e negli ultimi dieci anni il suo pil è cresciuto meno della media europea. I fattori che hanno salvato l’economia francese da una recessione più dura – spesa pubblica elevata, stato forte, bassa dipendenza dalle esportazioni – sembrano frenare di nuovo la crescita. Il ministro delle inanze Christine Lagarde ha abbassato le previsioni sulla crescita del pil dal 2,5 al 2 per cento. Sarkozy ha realizzato molte riforme utili. Ha reso più lessibile il mercato del lavoro, ha incentivato il lavoro straordinario, ha sfoltito la burocrazia a beneicio delle imprese e ha ridotto le tasse. Ha mantenuto gli aumenti del salario minimo ai livelli dell’inlazione e ha cercato di limitare il potere dei sindacati e il blocco della produzione durante gli scioperi. Ha stimolato la concorrenza nelle telecomunicazioni e nel commercio al dettaglio, ha incoraggiato la spesa nella ricerca e nello sviluppo e ha ridotto i costi del pubblico impiego. Lagarde sostiene di aver realizzato l’80 per cento delle riforme raccomandate dal rapporto della

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commissione Attali sull’aumento della competitività francese. Una delle iniziative più apprezzabili di Sarkozy è stata la riforma delle università francesi, gestite secondo un modello centralistico e piene di aule afollate e biblioteche chiuse il ine settimana. Il sistema sforna ancora troppi laureati in psicologia e sociologia, che alla ine si ritrovano in mano lauree non spendibili sul mercato del lavoro. A parte quelli che scel-

Gli elettori francesi hanno saputo vedere oltre i suoi strani tic e le sue debolezze gono giurisprudenza e medicina, i migliori maturandi studiano come dei matti per entrare nelle grandes écoles, le scuole d’eccellenza dell’élite. Oggi, però, 51 università su 82 hanno accettato di gestirsi in autonomia secondo il piano del governo, che permette agli atenei di assumere liberamente i propri docenti, di decidere i loro salari e di cercare inanziamenti privati. Le università autonome hanno raccolto quasi 60 milioni di euro e cominciano ad attirare i ricercatori francesi espatriati all’estero. Il ministro dell’istruzione superiore Valérie Pécresse ha dato uno scossone alla cultura egualitaria che domina tra i dipendenti pubblici delle università, costringendo gli atenei a concorre-

re per i fondi necessari a rinnovare i campus. Tra le sei università originariamente selezionate (Bordeaux, Grenoble, Lione, Montpellier, Strasburgo e Tolosa) non ce n’è neanche una di Parigi. La riforma non è perfetta: non c’è ancora una selezione per l’ingresso, quindi tutti gli studenti che hanno un baccalauréat (la maturità francese) possono iscriversi ai corsi che vogliono. Più dei due terzi dei laureandi abbandonano gli studi. Inoltre non è previsto il pagamento delle rette. Ma introducendo concetti come concorrenza, indipendenza e inanziamenti privati, Sarkozy ha avviato una piccola rivoluzione. Per il resto il quadro è meno incoraggiante. Molte riforme approvate nel primo anno di presidenza non hanno fatto i passi avanti promessi. Sarkozy ha abolito una serie di disposizioni in materia di pensioni, che permettevano ad alcuni ferrovieri di smettere di lavorare a 55 anni, ma gli ha accordato un trattamento più generoso. Secondo gli economisti del lavoro Pierre Cahuc e André Zylberberg, la riforma non ha portato nessun risparmio in termini inanziari. Sarkozy ha reso più lessibile il lavoro, ma non ha toccato la norma sulla settimana lavorativa di 35 ore. Il mercato del lavoro strutturato su due livelli penalizza chi sta fuori, in particolare i giovani, e crea incentivi perversi. I costi elevati e le forti garanzie spingono i datori di lavoro a non assumere a tempo indeterminato. Per i dipendenti che guadagnano più del salario

Le copertine dell’Economist su Nicolas Sarkozy. Aprile 2007: “La chance della Francia”. Settembre 2010: “L’incredibile presidente che si rimpicciolisce”.


JACqUeS GRAF (FéDéPHoto)

Francia. Sarkozy all’Eliseo minimo le imprese pagano il 45 per cento di tasse, contro il 13 per cento della Gran Bretagna. Le norme sugli esuberi prevedono generosi pacchetti esentasse, che a volte si uniscono a sussidi di disoccupazione che arrivano al 75 per cento dello stipendio. Secondo i manager, il sistema incoraggia i dipendenti assunti da più tempo a farsi licenziare.

Menù deludente Sarkozy ha fatto anche delle scelte sbagliate. Ha rinunciato ad alcune buone idee (come la liberalizzazione dei taxi e delle farmacie) dilapidando il suo capitale politico in progetti poco felici (come quello di abolire i magistrati inquirenti). Altre decisioni sono state sciocche. Un esempio è la riduzione dell’iva al 5,5 per cento nei ristoranti, che è costato un’aspra battaglia con la Commissione europea e ha scaricato un fardello di 2,4 miliardi di euro sulle spalle dei contribuenti. In cambio, i ristoratori sono stati invitati ad abbassare i prezzi di appena sette piatti dei loro menù, e solo la metà l’ha fatto davvero. I clienti che leggono i prezzi dei salatissimi plats du jour si sentono trufati.

Per andare avanti, Sarkozy ha dovuto fare delle concessioni. La Francia ha una lunga tradizione di proteste di piazza, che possono intimorire anche il politico più riformista. Nel 1995 Alain Juppé, primo ministro di Chirac, fu costretto a ritirare la riforma delle pensioni dopo settimane di scioperi. Anche Sarkozy ha adottato la linea dura contro gli eccessi del sistema inanziario. I francesi ritenevano giustamente che i loro posti di lavoro e i loro risparmi fossero messi a rischio al di là delle loro responsabilità, mentre i dirigenti di banca incassavano ricchi bonus nonostante il crollo dei proitti bancari. Ma Sarkozy, iperattivo come sempre, ha sposato la causa con troppa foga, al punto che è diicile stabilire se i suoi attacchi contro gli hedge fund e i paradisi iscali sono stati frutto di un calcolo politico o di un’autentica convinzione. L’uomo che aveva invitato la Francia a riconciliarsi con la globalizzazione dichiarava improvvisamente: “Il capitalismo liberista è finito”. L’uomo che aveva implorato i francesi di non opporsi alla creazione di ricchezza voleva impedire alle aziende automobilistiche nazionali di

costruire le macchine destinate al mercato francese nei paesi con manodopera a basso costo. I suoi stessi elettori sono rimasti completamente spiazzati. Sarkozy vuole modernizzare il modello sociale francese o vuole raforzarlo? Vuole rendere la Francia più competitiva o limitare la concorrenza? Vuole ridurre il peso di uno stato sovradimensionato o tornare a un interventismo di stampo colbertiano? Rispondere a queste domande è ancora più diicile oggi, dopo che il presidente ha approvato, in ritardo, un piano di austerity per contenere il disavanzo pubblico e portarlo dall’8 al 6 per cento in un anno. Improvvisamente il paladino dei lavoratori impugna l’accetta e taglia posti di lavoro nella scuola, negli ospedali e nella polizia. “La metà delle cose che ha fatto sono state intelligenti”, conclude l’economista Jacques Delpla, che ha lavorato con lui, “e l’altra metà è stata fatta male o non è stata fatta”. Secondo quello che dicono i suoi collaboratori, non ci saranno altri grandi progetti sul tavolo dopo la riforma delle pensioni, e questo indica un ridimensionamento. Internazionale 864 | 17 settembre 2010

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In copertina

PAScAL BASTIEN (FéDéPHoTo)

Strasburgo, Francia. Sarkozy e la moglie Carla Bruni

dinanza – non avrà un valore deterrente supplementare. Inoltre riguarderà pochissime persone: gli assassini di poliziotti che hanno acquisito la cittadinanza francese solo di recente conservando quella originale (altrimenti la condanna li renderebbe apolidi, cosa vietata dai trattati sottoscritti dalla Francia). E poi, c’è da chiedersi perché l’assassinio di un poliziotto sarebbe meno grave se fosse commesso da un francese “purosangue”. È una distinzione assurda. La vera motivazione è un’altra, e annuncia con un gesto spettacolare l’adesione dell’Unione per un movimento popolare (il partito di Sarkozy) a un’idea che inora era solo del Front national di JeanMarie Le Pen. Sì, dice l’Ump, anche per noi la Francia è nazione in senso etnico e non universalistico.

Segnali allarmanti

Il dirottamento di una nazione Laurent Jofrin, Libération, Francia La destra vuole sostituire la visione repubblicana con un’idea di nazione fondata sul diritto del sangue e sull’etnia. Il commento del direttore di Libération

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erte idee non si possono semplicemente discutere, criticare o confutare: bisogna combatterle. Se Libération ha scelto di appoggiare uno slogan “nazionale” come Touche pas à ma nation (giù le mani dalla mia nazione), è perché siamo di fronte a un’emergenza: è ora di fermare il dirottamento della nazione che la destra francese sta portando avanti dall’inizio dell’anno. Dal dibattito di gennaio sull’identità nazionale alla legge sulla perdita della cittadinanza, passando per le esternazioni degli ussari del sarkozismo, primo fra tutti il ministro dell’interno Brice Hortefeux, è in atto un ribaltamento politi-

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Internazionale 864 | 17 settembre 2010

co e culturale: la destra repubblicana aderisce sempre di più a un’idea di Francia non repubblicana. Tre fatti illustrano questa svolta: le maniere forti impiegate contro i rom, accompagnate dalla messa all’indice di un’intera categoria di persone, come conferma la vergognosa circolare del ministero dell’interno resa pubblica il 12 settembre; il moltiplicarsi dei provvedimenti di legge repressivi, che mascherano la crescente impotenza nell’applicare le leggi esistenti, come dimostra l’insuccesso della politica sulla sicurezza di questi otto anni; inine, l’estensione a nuove tipologie di reato della déchéance de nationalité, la perdita della cittadinanza francese, una sanzione che oggi è limitata ai casi di diserzione, tradimento e spionaggio. Quest’ultimo provvedimento merita un discorso particolare. È ovvio che le considerazioni “di sicurezza” non c’entrano: l’omicidio di un agente delle forze dell’ordine è già punito con il massimo della pena, e l’aggiunta di una minaccia puramente morale – la perdita della citta-

Finora, la perdita della cittadinanza francese si fondava su considerazioni di difesa nazionale ereditate dai periodi bellici. In poche parole, si trattava di degradare i traditori. È una misura punitiva superata. Estenderla ad altri reati equivale a cambiarne il senso, introducendo nel diritto l’idea che esistono due categorie di francesi: i francesi per diritto di sangue, che rimarranno tali qualunque cosa succeda; e i francesi sulla carta, dalle origini sospette e dal futuro incerto. In questo modo, tra i cittadini di una stessa nazione, si stabilisce di colpo una gerarchia fondata sulla nascita. Qualcuno dirà che gli interessati saranno pochissimi. Ma allora perché farlo? Perché correre il rischio di attentare a un principio fondamentale per un beneicio inesistente? La risposta è semplice: si vuole cambiare il concetto di nazione. Alla visione repubblicana della Francia che non fa distinzione tra le origini dei suoi cittadini – visione condivisa da tutte le sfumature dell’arco costituzionale repubblicano, dai comunisti ai gollisti – si sostituisce di soppiatto un’idea antica e pericolosa, fondata sul diritto del sangue e sull’origine etnica, quella appunto del Front national. La cosa più strana è che a proporre questa riforma sia proprio un presidente della repubblica di origini ungheresi, sposato con un’italiana. Nicolas Sarkozy contraddice la tradizione che ha consentito a suo padre di diventare francese. Probabil-


mente la sua decisione è dettata dall’opportunismo e non dalla convinzione. Sarkozy, che non ha proprio niente del razzista, vuole sottrarre elettori al Front national e agita i simboli che piacciono a quegli elettori. Ma il suo calcolo politico coincide con un cambiamento più profondo. Ci sono stati diversi segnali allarmanti, a partire dall’istituzione del ministero dell’identità nazionale. Alcuni sono stati deboli. Éric Zemmour, giornalista ino a poco tempo fa su posizioni golliste, che ripropone negli orari di massimo ascolto tesi lepeniste dopo averle rese appena più presentabili. Elisabeth Lévy, altra nemica del politically correct, che accoglie nella sua rivista un cronista che ammette volentieri di votare per il Front national. La denuncia del “conformismo di sinistra” che fa da paravento per introdurre ragionamenti lepenisti nella retorica governativa. Altri segnali sono stati più visibili. Il discorso di Sarkozy, pronunciato il 30 luglio a Grenoble, scritto in parte da Maxime Tandonnet, un consigliere della presidenza che sostiene la linea dura sull’immigrazione e nutre timori per l’identità francese. Il ministro dell’interno Brice Hortefeux che, per giustiicare la sua politica contro i rom, si serve di una citazione del teorico del nazionalismo integrale Charles Maurras (la France n’est pas un terrain vague, la Francia non è una terra di nessuno), autore ormai ammesso, anzi apprezzato, in certe cerchie della destra intellettuale. In breve: uicialmente la svolta a destra della destra è diretta contro il Front national, ma in efetti si traduce nell’avanzata delle idee lepeniste. Alla repubblica rigorosa ma accogliente si sostituisce una nazione diidente, con radici in una francesità mitologica che lo straniero rischierebbe di contaminare. Si sa dove portano questi ragionamenti. Ecco perché il nostro giornale si è schierato a ianco dell’associazione Sos Racisme e della rivista La Règle du jeu nel difendere una certa idea della Francia, che è – o che dovrebbe essere – quella di tutti i repubblicani. u ma

“Il prossimo anno miglioreremo o perfezioneremo le riforme esistenti, ma non faremo niente di nuovo”. Visto da vicino Sarkozy è una macchina in moto perpetuo. Quando si annoia va avanti e indietro per le stanze e batte i piedi. Attraversa il paese da una parte all’altra quattro volte alla settimana, andando negli ospedali, nelle fabbriche o nelle aziende agricole. Sarkozy è un uomo che va sempre di fretta. Ma dopo tre anni gli elettori cominciano ad avere le vertigini. Una volta il suo stile li lasciava a bocca aperta. Ora li lascia spesso sconcertati. I modi frenetici dell’uomo d’azione non sono solo una manifestazione esteriore, ma riguardano anche l’esercizio del potere e la natura dell’incarico di presidente della repubblica. Tradizionalmente il presidente si occupa solo di politica estera e di difesa. Invece Sarkozy mette bocca su tutto, dal numero dei taxi per le strade di Parigi agli isterismi dei giocatori della nazionale di calcio. L’attività dei ministri viene tenuta sotto controllo. L’allargamento dei poteri del presidente comporta dei rischi. Quando le cose vanno male, Sarkozy non può ricorrere al tradizionale espediente di scaricare la colpa sul primo ministro François Fillon. Un altro rischio è di alimentare una percezione esagerata dei propri poteri che, in caso di fallimento, genera delusione. Sarkozy aveva detto che avrebbe impedito alle acciaierie Arcelor-Mittal di chiudere parte di una fabbrica nell’est della Francia, ma l’azienda è andata avanti licenziando 575 operai. La sua incapacità di delegare ha creato un clima di terrore all’Eliseo: i collaboratori cercano di non contraddirlo per non farlo arrabbiare. Questo ha provocato alcuni gravi errori di valutazione. Nel 2009 il presidente ha sottovalutato le inevitabili accuse di nepotismo quando il iglio Jean Sarkozy, non ancora laureato, si è candidato alla presidenza dell’organismo che gestisce il quartiere degli affari della Défense a Parigi. Alain Joyandet, segretario di stato per la cooperazione, ha speso 116.500 euro dei contribuenti per noleggiare un jet privato e partecipare a un convegno ai Caraibi (si è poi dimesso). Christian Blanc, responsabile delle infrastrutture della Grande Parigi, ha aggiunto alla nota spese 12mila euro di sigari cubani (anche lui si è dimesso). Il ministro del lavoro Eric Woerth è ancora in carica nonostante il conlitto d’interessi scoppiato con il caso Bettencourt, un contenzioso dinastico con al centro Liliane

Bettencourt, erede miliardaria dell’impero L’Oréal. Le accuse sono di presunti inanziamenti illeciti all’Ump, il partito del presidente, e di evasione iscale. Woerth, ex ministro del bilancio, era impegnato nella lotta contro l’evasione iscale all’epoca in cui la moglie Florence amministrava il patrimonio di Bettencourt (ora si è dimessa). Il ministro era anche il tesoriere dell’Ump quando la famiglia Bettencourt igurava tra i inanziatori del partito. I coniugi Woerth negano le accuse. Ma i conti non tornano.

Uno scossone Sarkozy sembra disposto ad adottare misure estreme per migliorare la sua posizione. Quest’estate ha trasformato il problema, relativamente minore, dei rom in una questione nazionale: ha aumentato le espulsioni, ha chiuso i campi non autorizzati e ha giocato la carta della xenofobia. Ha modiicato la legge in modo da ritirare la nazionalità ai cittadini naturalizzati che mettono

L’incapacità di Sarkozy di delegare ha creato un clima di terrore all’Eliseo volontariamente in pericolo la vita degli agenti di polizia. Tutte e due le decisioni – che secondo i sondaggi sono state accolte favorevolmente dagli elettori – sono un modo per strizzare l’occhio all’estrema destra e distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dai risultati non esaltanti del governo sui temi della criminalità e del degrado delle periferie parigine. Il commentatore politico Nicolas Baverez riassume il problema di Sarkozy in termini di “trasgressione”. I francesi, sostiene Baverez, volevano un leader che desse uno scossone, ma il presidente si è spinto troppo oltre e in una direzione sbagliata, toccando alcuni elementi sacri della presidenza: la dignità della carica, il rispetto per il parlamento e per l’indipendenza della magistratura, e la separazione tra vita pubblica e privata. I legami tra l’Eliseo e alcuni esponenti di spicco dell’imprenditoria e dell’informazione, e perino con la magistratura, sono preoccupanti. In un paese dove la vita pubblica si ferma sulla soglia della camera da letto, molti francesi restano a bocca aperta quando i collaboratori del presidente rilasciano commenti sul suo matrimonio Internazionale 864 | 17 settembre 2010

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In copertina con Carla Bruni. La solennità della carica presidenziale è stata intaccata. Con il tempo alcuni cambiamenti introdotti da Sarkozy dovrebbero scuotere la Francia dal suo torpore. È probabile che alcune università cominceranno a ofrire agli studenti un’alternativa reale alle grandes écoles. Con tutti i suoi errori, Sarkozy ha fatto più di quanto Chirac abbia mai osato. Il carattere impulsivo dei francesi non facilita le cose. Secondo un sondaggio, il 93 per cento dei francesi pensa che i suoi connazionali si lamentino troppo. Ma la Francia non è la stessa dei tempi di Juppé. Molti elettori si rendono conto di non poter sidare all’ininito le leggi della demograia e dell’economia. Anche se la scorsa settimana il 70 per cento degli intervistati ha dichiarato di sostenere i manifestanti, il 53 per cento ha ammesso che l’aumento dell’età pensionabile è un provvedimento “accettabile”. Chi non gode delle garanzie legate al pubblico impiego non è disposto a sposare la causa di chi è tutelato. Sarkozy fa politica da più di trent’anni e conosce da vicino la storia recente. Nel 1976 il primo ministro del presidente Giscard D’Estaing diede le dimissioni e fondò un nuovo partito. Quell’uomo ambizioso era Chirac e il partito era quello che Sarkozy avrebbe ereditato. La mossa spaccò la destra compromettendo le possibilità di rielezione di Giscard D’Estaing. Sarkozy sa che, per evitare un destino simile, deve recuperare credibilità e mordente. Se terrà duro sulla riforma delle pensioni non si farà molti amici. Ma in caso contrario, perderà anche quelli che ha. u fsa

Da sapere u Il 13 settembre Le Monde ha accusato l’Eliseo di aver violato la legge sulla segretezza delle fonti giornalistiche. Secondo il quotidiano, il presidente Sarkozy si è rivolto ai servizi di controspionaggio per scoprire l’identità dell’informatore che aveva rivelato al giornale alcuni dettagli sul coinvolgimento del ministro del lavoro Eric Woerth nello scandalo Bettencourt, che da mesi fa tremare il governo francese. u Quando era sottosegretario alle inanze, Woerth avrebbe riservato un trattamento di favore all’erede del marchio L’Oréal, che così sarebbe riuscita a occultare al isco una parte del suo patrimonio. A scatenare l’irritazione di Sarkozy è stato un articolo pubblicato da Le Monde il 18 luglio, in cui erano citati i verbali dell’interrogatorio di Patrice de Maistre, l’uomo che gestisce il patrimonio di Bettencourt.

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L’opinione

Il presidente spione Eric Fottorino, Le Monde, Francia Le Monde accusa Sarkozy di aver usato i servizi segreti per scoprire le fonti del giornale. L’editoriale del direttore

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ll’inizio della settimana prossima Le Monde depositerà una denuncia contro ignoti per violazione della legge sul segreto sulle fonti giornalistiche. La vicenda riguarda uno dei reporter del giornale che indagano sull’afare Woerth-Bettencourt. Alla ine di luglio, nel disprezzo di ogni legalità, i servizi di controspionaggio francesi hanno usato mezzi illeciti per identiicare la fonte del nostro cronista. Dopo aver consultato delle registrazioni telefoniche, hanno preso di mira David Sénat, un consigliere del ministero di giustizia che è stato trasferito in Guiana e incaricato di lavorare al progetto della corte d’appello di Caienna. Nonostante la smentita dell’Eliseo, da lunedì 13 settembre, quando abbiamo annunciato la nostra azione giudiziaria, sono emersi parecchi elementi che sostengono la tesi di Le Monde. Primo: la conferma, da parte del direttore generale della polizia nazionale Frédéric Péchenard, che efettivamente era stata avviata un’indagine per individuare l’origine delle fughe di notizie sull’afare Bettencourt. Secondo il capo della polizia, quest’operazione si inserisce “nel quadro della sua missione di protezione delle istituzioni”. Questa missione, secondo lui, farebbe rientrare nel superiore interesse dello stato la difesa di un ministro in diicoltà. Secondo: la legge prevede che sia obbligatorio consultare una “personalità qualiicata” indicata dalla Commissione nazionale di controllo sulle intercettazioni di sicurezza per verii-

care la validità della procedura. Non è stato fatto, contrariamente a quanto aferma il capo della polizia, smentito dal direttore della Commissione, Rémi Recio. Inine, il procuratore generale di Parigi, Jean-Claude Marin, è stato informato dell’inchiesta del controspionaggio solo con un appunto datato 2 settembre ma arrivato sulla sua scrivania il 7. Le indagini, sostiene Péchenard, hanno portato all’identiicazione della fonte grazie a “brevi veriiche tecniche”. In altre parole, ci sono voluti 40 giorni perché l’autorità giudiziaria fosse informata. È evidente che la polizia contava sul fatto di poter ignorare ogni procedura. Il procuratore generale di Parigi ha chiesto chiarimenti in merito alle “brevi veriiche tecniche”. Sta ancora aspettando una risposta. Questi sono i fatti. Le Monde non contesta certo il diritto del governo di voler porre ine alle fughe di notizie. Quello che condanniamo sono i metodi. Noi difendiamo dei princìpi. Considerato che in questa storia non è la sicurezza dello stato a essere in pericolo, ma gli interessi di un potente partito politico, è inammissibile che i servizi di controspionaggio, protetti dalla segretezza che circonda le loro attività, invadano il campo della libertà di stampa. Le Monde non vuole ingaggiare un duello all’ultimo sangue con il capo dello stato. Lasciamo alla maggioranza i suoi regolamenti di conti e all’opposizione gli stereotipi sul “Sarkogate”, senza dimenticare che in passato il comportamento tenuto dalla sinistra in questo campo non è stato afatto esemplare. La legge del 4 gennaio 2010 raforza la protezione della segretezza delle fonti giornalistiche. Bisogna applicarla. u ma


Europa Gran Bretagna

UNIONE EUROPEA

Emissioni impossibili

KAZBEK VAKHAYEV (EPA/CORBIS)

Arriva il papa

Il sistema di scambio delle emissioni (Ets) è la punta di dia­ mante dell’impegno per la ridu­ zione dei gas serra dell’Unione europea, che lo considera il car­ dine di un futuro regime globale di scambi. Ma le recenti critiche al Clean development mecha­ nism, lo strumento dell’Onu che ofre la possibilità di emettere CO2 in cambio di investimenti in energie rinnovabili nei paesi in via di sviluppo, rischiano di far crollare la iducia dei mercati e di indebolire così il sistema eu­ ropeo. Per questo la commissa­ ria per il clima Connie Hedega­ ard ha chiesto l’esclusione dal sistema Ets dei progetti dell’Onu su cui pesano sospetti di frode. Con il mercato delle emissioni in diicoltà – nel 2009 ha perso il 58 per cento del valo­ re – la commissaria dovrà fare molta attenzione, scrive European Voice: “Un solo errore e il sistema Ets entrerà in crisi”.

The Spectator, Gran Bretagna

Il Caucaso nel caos L’attentato al mercato di Vladi­ kavkaz (nella foto), che il 9 set­ tembre ha causato 17 vittime, è solo l’ultimo di una serie di epi­ sodi sanguinosi che negli ultimi mesi hanno colpito il Caucaso. Dalle bombe in Daghestan ino all’attacco al villaggio del presi­ dente ceceno Ramzan Kadyrov, la regione è sempre più nella morsa della violenza. Secondo Gazeta.ru, il caos attuale di­ mostra l’infondatezza delle tesi del Cremlino, secondo cui la re­ gione sta passando da una fase di terrorismo latente a una di sviluppo. La realtà è ben diver­ sa: non solo il terrorismo è in crescita, ma anche la situazione economica è molto grave.

GERMANIA SERBIA

Un passo avanti sul Kosovo Il 10 settembre Belgrado ha vo­ tato a favore di una risoluzione dell’Onu sul Kosovo che di fatto mette ine alle richieste di riapri­ re i negoziati sullo status dell’ex provincia serba, indipendente dal 2008. Approvato all’unani­ mità dall’Assemblea generale, il documento invita i due paesi al dialogo e fa seguito alla senten­ za della corte internazionale dell’Aja che a luglio aveva rico­ nosciuto la legittimità dell’indi­ pendenza di Pristina. La deci­ sione di Belgrado, accolta con favore in Europa, è stata critica­ ta in Serbia, riferisce Danas.

Neonazisti all’asilo Il governo del Meclemburgo­ Pomerania Anteriore, un Land nell’est della Germania, ha sta­ bilito che chi vuole aprire un asi­ lo deve prima giurare fedeltà al­ la costituzione democratica del paese. Anche gli insegnanti so­

no tenuti a prestare giuramento, ha spiegato la ministra degli af­ fari sociali del Land, Manuela Schleswig. La decisione è stata presa dopo che negli ultimi mesi alcuni neonazisti hanno cercato di prendere in gestione asili o di essere assunti come educatori. Il caso più preoccupante, rac­ conta Der Spiegel, si è veriica­ to a Bartow, dove un uomo si è oferto di prendere in gestione un asilo che rischiava di chiude­ re per mancanza di fondi. Quando il sindaco ha veriicato le sue credenziali, ha scoperto che era membro del Partito na­ zionaldemocratico (Npd), che punta a restaurare il terzo reich. Molti altri casi di tentato indot­ trinamento dei bambini sono stati segnalati nell’ex Germania dell’Est, dove è più forte la pre­ senza neonazista.

REUTERS/CONTRASTO

RUSSIA

Il papa ha scelto un momento delicato per la sua prima visita in Gran Bretagna, dal 16 al 19 settembre: la chiesa è coinvolta in numerosi scandali di pedoilia in diversi paesi, e per di più Benedetto XVI non è molto popolare oltremanica. Il viaggio del papa rischia anche di essere segnato da una partecipazione di fedeli più bassa del solito, a causa dei rigorosi protocolli dell’organizzazione. Le severe misure di sicurezza e, soprattutto, il biglietto a pagamento per assistere a messe e cerimonie potrebbero scoraggiare i credenti meno assidui. The Spectator sottolinea che, considerato il clima di relativa debolezza della chiesa cattolica, oggi è particolarmente facile attaccare il papa. E fa poi notare che tra gli inglesi l’astio verso la chiesa di Roma è ancora molto difuso. Ma, secondo Peter Hitchens, il punto più rilevante sollevato dal viaggio di Benedetto XVI è un altro: “I igli della rivoluzione sessuale e del sessantotto sono in perenne polemica contro chiunque abbia il coraggio di sostenere che le loro posizioni sono egoiste e supericiali. Proprio quello che afermano il ponteice e la chiesa anglicana”. ◆

IN BREVE

Ucraina Il 14 settembre la pro­ cura di Kiev ha attribuito a un ex ministro dell’interno, Jurij Krav­ chenko, l’omicidio del giornali­ sta Georgij Gongadze (nella foto), ucciso nel 2000. Kravchen­ ko si è suicidato nel 2005. Francia Il 14 settembre il parla­ mento ha approvato in via dei­ nitiva la legge che vieta di indos­ sare il velo integrale nei luoghi pubblici. La misura entrerà in vigore nella primavera del 2011.

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Africa e Medio Oriente I candidati fanno afari

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due vincitori del primo turno delle elezioni in Guinea hanno posizioni molto diverse sulle questioni economiche: Alpha Condé, del Raggruppamento popolare della Guinea (Rpg), sostiene lo sviluppo agricolo con un forte intervento dello stato. Cellou Dalein Diallo, dell’Unione delle forze repubblicane della Guinea (Ufdg), è a favore di un regime più liberale e degli investimenti stranieri, in particolare nel settore minerario. Il voto degli imprenditori ai candidati, però, non dipende dai loro programmi. Nell’appoggio ai governi dell’ex presidente Lansana Conté (1984-2008) e del generale Moussa Dadis Camara (2008-2009) sono stati determinanti i legami politici ed etnici. A Conakry, Cellou Dalein ha il sostegno della maggioranza dei guineani di etnia peul, che controllano gran parte del commercio, come Sadakadji Diallo, il magnate delle importazioni, e Lamine Balde, il grossista di tabacco, soprannominato “il parigino”. Un commerciante libanese di Conakry spiega che questi imprenditori hanno acquisito una posizione privilegiata all’epoca di Conté con gli appalti dello stato e dell’esercito. “Conoscono Diallo, che è stato primo ministro dal 2004 al 2006, e lo considerano più accomodante del ‘professor’ Condé che, invece, ha la reputazione di uomo intransigente”. La campagna elettorale di Alpha Condé è stata inanziata da Kabine Sylla, un grande importatore di moto di etnia malinké. “Condé è l’unico a non avere mai accettato compromessi. È un uomo di sani princìpi”, aferma Sylla. Il candidato dell’Rpg può contare sull’appoggio di molti politici e imprenditori della diaspora. Anche i commercianti di diamanti, in maggioranza malinké, sostengono quasi tutti Alpha Condé. I libanesi, che hanno un ruolo importante nel settore commerciale e immobiliare, non esprimono preferenze. E perino Kerfala Person Camara, l’amministratore delegato della società di costruzioni Guicopres considerato il boss dell’economia guineana, non si è pronunciato, anche se molti pensano che sostenga la candidatura di Alpha Condé. u sv

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SEYLLOU (AFP/GEttY IMAGES)

Christophe LeBec, Jeune Afrique, Francia

Conakry. Un manifesto elettorale di Cellou Dalein Diallo

Conakry va alle urne nonostante le tensioni Mamadou Aliou Diallo, Wal Fadjri, Senegal

I

l presidente ad interim della Guinea, Sékouba Konaté, ha annullato il suo viaggio in Libano per incontrare i due candidati al ballottaggio delle elezioni presidenziali previste per il 19 settembre. Konaté è intervenuto per disinnescare la tensione dopo gli scontri violenti che si sono veriicati l’11 e il 12 settembre tra i militanti dell’Unione delle forze repubblicane della Guinea (Ufdg), dell’ex primo ministro Cellou Dalein Diallo, e i sostenitori del Raggruppamento popolare della Guinea (Rpg) di Alpha Condé. Le violenze sono scoppiate dopo che l’ex presidente della commissione elettorale, Ben Sekou Sylla, accusato di brogli dall’Rpg, è stato condannato a un anno di prigione per le frodi elettorali commesse durante il primo turno delle presidenziali di giugno (Sylla è morto di malattia il 14 settembre).

Rispettare i patti In due giorni a Conakry, dove gli scontri tra gli attivisti dei partiti rivali hanno causato un morto e una cinquantina di feriti, è tornata la calma, ma nella capitale e in alcune città dell’interno c’è ancora tensione. La polizia, dispiegata nei quartieri “caldi” delle periferie, a Mafanco e Bellevue, per ristabilire l’ordine, continua a pattugliare

Conakry. Il governo di transizione, intanto, ha proibito raduni e manifestazioni politiche. Gli ultimi giorni della campagna elettorale si sono svolti sui giornali e su radio e televisione di stato. Il 13 settembre, durante una riunione di emergenza, il governo ha deciso di non rinviare il secondo turno. Dopo gli scontri recenti, le due coalizioni in corsa al ballottaggio hanno dichiarato di impegnarsi a rispettare il patto di buona condotta che Diallo e Condé avevano siglato a Ouagadougou il 3 settembre. Sembra che abbiano adottato un atteggiamento responsabile per evitare che la Guinea sprofondi di nuovo nel caos e possa portare a termine le prime elezioni democratiche nella storia del paese. u sv


Arabia Saudita

SUDAN

Verso il referendum

Liberali e sauditi Al Majalla, Gran Bretagna

RUANDA

Il metano del lago Kivu Nel lago Kivu si sta sperimentando un progetto di estrazione del metano disciolto nell’acqua per produrre elettricità. La centrale pubblica Kibuye Power produce già 3,6 megawatt, più del 4 per cento della produzione nazionale di energia. Il successo del progetto e la domanda interna hanno spinto imprenditori locali e stranieri a investire milioni di dollari per costruire nuove centrali. Riducendo la concentrazione di gas nell’acqua si limita il rischio di una catastrofe per due milioni di persone che vivono vicino al “lago esplosivo”, scrive il Guardian. Le conseguenze sull’ambiente, però, non sono ancora chiare.

“Petrolio in cambio di protezione”: sono state, per anni, le parole chiave dell’intesa tra Stati Uniti e Arabia Saudita. Ma dopo gli attentati dell’11 settembre – quindici attentatori su 19 erano sauditi – la situazione è cambiata. “Il petrolio non basta a proteggere il paese e gli Stati Uniti sono diventati molto più esigenti”, aferma il settimanale Al Majalla. Il regno di re Abdallah, su pressioni degli Stati Uniti, ha avviato un percorso di rinnovament0, guidato da nuovi esponenti politici liberali. La parola liberale prima degli anni novanta non esisteva nel vocabolario politico saudita. I libaraliyyun sono nati per contrapporsi al movimento islamico Sahwa, che dagli anni sessanta ha conquistato molti consensi nella società saudita. Dopo l’11 settembre anche i liberali sono cresciuti, ma si sono divisi sulle strade politiche da intraprendere: i liberali più radicali, che sono una minoranza silenziosa, chiedono riforme politiche drastiche, mentre i più moderati si sono alleati con i mutahawwilun, gli ex islamisti che ora criticano il movimento Sahwa, e hanno guadagnato maggiore visibilità. ◆

Il segretario di stato statunitense Hillary Clinton ha deinito il referendum sull’indipendenza del Sud Sudan previsto per gennaio 2011 “una bomba a orologeria”. Washington sta seguendo da vicino la politica di Khartoum, scrive il Sudan Tribune. A Juba, capitale del Sud Sudan, l’inviato speciale statunitense Scott Gration ha ribadito che le forze politiche del nord e del sud devono rispettare l’accordo globale di pace di Navaisha del 2005. L’accordo tra il Movimento popolare di liberazione del Sudan e il governo di Khartoum aveva messo ine alla guerra civile durata 22 anni, stabilendo dei compromessi tra le due parti sulle questioni governative, sui temi della sicurezza e della divisione delle risorse. Molti di queste controversie, però, sono in fase di rideinizione. Inoltre la commissione per il referendum è in ritardo: la compilazione delle liste elettorali comincerà solo a ottobre.

Da Ramallah Amira Hass

SEYLLOU (AFP/GETTY IMAGES)

Un alfabeto senza C

IN BREVE

Costa d’Avorio Il 9 settembre il presidente Laurent Gbagbo (nella foto) ha approvato la lista elettorale deinitiva per le presidenziali del 31 ottobre. Il voto è stato rinviato più volte dal 2005. Egitto Il 14 settembre il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente palestinese Abu Mazen hanno ripreso i colloqui di pace a Sharm el Sheikh.

Dieci shekel (2 euro e 14 centesimi): è quanto mi ha chiesto il sarto per rammendare cinque buchi in tre camicie. Sapevo che era veloce e si faceva pagare poco, ma questa volta aveva esagerato. Gli ho dato cinquanta shekel e lui ha insistito per restituirmene trenta. La sua bottega si trova a El Bireh. La aprì suo padre negli anni cinquanta, quando la loro speranza di tornare al villaggio da cui erano stati espulsi cominciava ad aievolirsi. Ho conosciuto il sarto durante una riunione al municipio di El

Bireh. Stavo facendo un servizio sull’ordine di demolizione di uno stadio sponsorizzato dalla Fifa emesso dalle autorità israeliane. Il sarto era lì per una questione legata all’area in cui risiede (la C, dove è vietato costruire). Tre o quattro ediici, che hanno aggiunto delle stanze a strutture erette prima del 1967, hanno ricevuto ordini di demolizione parziale. Per fortuna il provvedimento non è stato applicato: evidentemente anche la crudeltà ha un limite. Resta il problema della

strada di fango che non può essere asfaltata. Il municipio, mi ha spiegato il sarto, non vuole inanziare un’opera edilizia non autorizzata. Io gli ho suggerito di segnalare il problema al ministero palestinese contro il muro di separazione e le colonie (chiamato da tutti il “ministero del recinto”). Il primo ministro Salam Fayyad ha detto che il suo alfabeto non prevede la lettera C. Il ministero del recinto dovrebbe quindi sostenere atti di disobbedienza civile. “Mettili alla prova”, gli ho detto. ◆ nm

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Fidel Castro, i delini e il socialismo

JOSE GOITIA (GAMMA/CONTRASTO)

Americhe

Jefrey Goldberg, The Atlantic, Stati Uniti L’ex comandante in capo ha ammesso che il modello cubano non funziona più neanche sull’isola. Ma poi ha smentito. L’intervista con Jefrey Goldberg

U

n paio di settimane fa, mentre ero in vacanza, ha squillato il cellulare: era Jorge Bolaños, il direttore della Cuban interest section a Washington. “Ho un messaggio di Fidel per lei”, mi ha detto. “L’ex líder máximo ha letto il suo articolo sull’Iran e Israele pubblicato dall’Atlantic (Internazionale 861) e la invita ad andare all’Avana per discutere di quello che ha scritto”. Ho subito chiamato Julia Sweig, un’amica del Council on foreign relations esperta di questioni cubane e latinoamericane, e le ho chiesto di partire insieme a me. Nonostante il divieto di visitare Cuba imposto ai cittadini statunitensi, io e Julia, in quanto giornalisti e ricercatori, abbiamo ottenuto una deroga dal dipartimento di stato. Il volo in partenza da Miami era pieno di cubanoamericani con televisori a schermo piatto e computer per le loro famiglie. All’aeroporto internazionale José Martí ci aspettavano gli uomini di Fidel. Siamo stati accompagnati in una “casa di protocollo” in un complesso governativo. L’unico altro ospite di questa vasta area recintata era il presidente della Guinea-Bissau. Sapevo che Castro teme che in Medio Oriente scoppi un conlitto tra l’Iran e gli Stati Uniti (e Israele, che Fidel deinisce il “gendarme” mediorientale degli Stati Uniti). Dall’inizio dell’estate, l’ex presidente cubano ha parlato soprattutto della catastroica minaccia di quella che considera una guerra inevitabile. Ero curioso di sapere perché lo ritiene un conlitto inevitabile. Ma ero ancora più curioso di vedere da vicino questo grande uomo. Dal 2006, quando si è ammalato, sono stati in pochi a in-

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contrarlo, e sul suo stato di salute sono state fatte molte speculazioni. Il mattino dopo il nostro arrivo all’Avana, io e Julia siamo stati portati in un centro congressi. In un uicio al piano superiore c’era Fidel Castro. Debole e invecchiato, l’ex comandante in capo si è alzato per salutarci. Indossava una camicia rossa, pantaloni di felpa e scarpe da ginnastica New Balance nere. La sala era piena di funzionari e familiari: la moglie Dalia e il iglio Antonio, un generale del ministero dell’interno, un traduttore, un medico e varie guardie del corpo. Due di questi energumeni tenevano Castro per le braccia.

Messaggio all’Iran Ci siamo stretti la mano e lui ha salutato Julia: si conoscono da più di vent’anni. La nostra chiacchierata, con varie interruzioni, è durata tre giorni. Il suo corpo è fragile, ma la sua mente è acuta, ha energia da vendere e un senso dell’umorismo in qualche modo autoironico. Ci ha mostrato una serie di fotograie scattate di recente. In una di queste era stato immortalato con un’espressione severa. “Era la mia faccia quando mi arrabbiavo con Khruscev”, ha detto. Il mio articolo pubblicato sull’Atlantic ha confermato la sua opinione che Israele e gli Stati Uniti si stanno muovendo verso un conlitto ingiustiicato con l’Iran. Castro è il progenitore dell’antiamericanismo globale e ha rivolto durissime critiche a Israele. Il suo messaggio al premier israeliano Benjamin Netanyahu è semplice: Israele sarà al sicuro solo se rinuncerà al suo arsenale atomico. E le altre potenze nucleari saranno al sicuro solo se rinunceranno ai loro ordigni. Nel breve termine il disarmo nucleare simultaneo non è un obiettivo realistico. Invece il messaggio di Fidel al presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad non è così astratto. Fidel ha ribadito varie volte la sua critica all’antisemitismo: ha criticato Ahmadinejad per aver negato l’Olocausto e ha spiegato che Teheran servirebbe di più la causa della

Cuba. Fidel Castro all’Università dell’Avana, il 3 settembre 2010 pace se riconoscesse la storia “unica” dell’antisemitismo e cercasse di capire perché gli israeliani temono per la loro esistenza. Castro ha raccontato i suoi primi contatti con l’antisemitismo. “Mi ricordo quand’ero bambino, molto tempo fa: avevo cinque o sei anni e vivevo in campagna”, ha detto. “E ricordo il venerdì santo. Qual era l’atmosfera che respirava allora un


Da sapere u Il 10 settembre, due giorni dopo la pubblicazione dell’intervista di Jefrey Goldberg sul sito dell’Atlantic, Fidel Castro ha smentito le dichiarazioni fatte al giornalista statunitense. In un discorso letto all’Università dell’Avana, Castro ha spiegato che le sue parole sul fallimento del modello cubano sono state fraintese: “Volevo dire il contrario. La mia idea è che il capitalista non funziona più negli Stati Uniti né nel mondo, perché conduce a crisi sempre più gravi e frequenti”. u Il 13 settembre il sindacato uiciale cubano ha annunciato che nel giro di sei mesi saranno licenziati almeno cinquecentomila lavoratori statali e che darà più spazio ai lavori nel settore privato.

bambino? ‘Sta’ buono, Dio è morto’. Dio moriva ogni anno tra il giovedì e il sabato della settimana santa, e questo faceva una profonda impressione su tutti quanti. Cosa succedeva? In giro si diceva: ‘Gli ebrei hanno ucciso Dio’: incolpavano gli ebrei di avere ucciso Dio! Si rende conto? Non sapevo cosa fosse un ebreo. Sapevo di un uccello che veniva chiamato ‘ebreo’ e quindi per me gli ebrei erano quegli uccelli con un grosso becco. Non so nemmeno perché fossero chiamati così. Questi sono i miei

ricordi: la popolazione era ignorante”. Il governo iraniano dovrebbe comprendere le conseguenze dell’antisemitismo teologico, ha detto Castro. “Questa storia va avanti almeno da duemila anni. Penso che nessuno sia stato difamato più degli ebrei. Sono stati difamati più dei musulmani, perché sono il capro espiatorio di qualunque cosa. Gli ebrei sono stati espulsi dal loro paese, perseguitati e maltrattati in tutto il mondo perché sono considerati quelli che hanno ucciso Dio. Credo che sia successo questo: una selezione inversa. Per duemila anni sono stati vittime di persecuzioni terribili e poi dei pogrom. Si poteva pensare che sarebbero scomparsi. Io credo che la loro cultura e la loro religione li abbia fatti restare uniti come nazione. Gli ebrei hanno condotto un’esistenza molto più dura della nostra. Non c’è nulla di paragonabile all’Olocausto”. Gli ho chiesto se avrebbe detto ad Ahmadinejad le stesse cose che stava dicendo a me. “Sto parlando in modo che lei possa difondere il messaggio”, ha risposto. Proseguendo la sua analisi del conlitto tra Israele e l’Iran, Castro ha spiegato di capire i timori degli iraniani riguardo a un’aggressione israelo-statunitense e ha aggiunto che le sanzioni degli Stati Uniti e le minacce di Israele non convinceranno Teheran a rinunciare all’armamento nucleare. “Gli iraniani non arretreranno di fronte alle intimidazioni”. A diferenza di Cuba, l’Iran è un “paese profondamente religioso” e i leader teocratici sono meno aperti al compromesso. Fidel mi ha fatto notare che perino la laica Cuba ha opposto resistenza alle varie richieste ricevute dagli

Stati Uniti negli ultimi cinquant’anni. Abbiamo parlato varie volte del timore di Castro che il contrasto tra l’occidente e l’Iran possa sfociare in un conlitto atomico. “La capacità iraniana di inliggere danni viene sottovalutata”, ha afermato Fidel. “Gli uomini credono di sapersi controllare, ma Barack Obama potrebbe reagire in maniera eccessiva e la graduale escalation potrebbe condurre a una guerra nucleare”. Gli ho chiesto se questa preoccupazione dipende dalla sua esperienza diretta durante la crisi dei missili nel 1962, quando l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti furono sul punto di dichiararsi guerra a causa della presenza a Cuba di alcune testate atomiche installate su invito di Fidel Castro. Ho accennato alla lettera che scrisse al culmine della crisi al premier sovietico Nikita Khruscev per raccomandare all’Urss di considerare la possibilità di un attacco nucleare contro gli Stati Uniti nel caso in cui avessero aggredito Cuba. “Sarebbe ora di eliminare questo pericolo una volta per tutte attraverso un atto di legittima difesa”, furono le sue parole. “A un certo punto a lei sembrò logico di raccomandare ai sovietici di bombardare gli Stati Uniti. Lo crede ancora oggi?”. “Dopo aver visto quello che ho visto, e sapendo quello che so ora, non avrei dovuto farlo”, ha risposto. Mi ha stupito sentirlo formulare dubbi del genere sul suo atteggiamento durante la crisi dei missili e sentirgli esprimere tanta simpatia per gli ebrei e per il diritto all’esistenza di Israele (che ha riconosciuto in maniera inequivocabile). Alla ine di questo primo incontro ho chiesto a Julia di spiegarmi il senso dell’invito di Castro e del suo messaggio al presidente iraniano. “Fidel sta facendo i primi passi per reinventarsi come anziano statista invece che come capo di stato, soprattutto sul piano internazionale, che per lui è sempre stato una priorità. La guerra, la pace e la sicurezza internazionale sono questioni fondamentali, così come la proliferazione nucleare e il cambiamento climatico. È solo un inizio, che sta afrontando con l’aiuto di ogni mezzo d’informazione per difondere le sue opinioni. Ha a disposizione molto più tempo di quanto si aspettasse. E sta rivisitando la sua storia”. Uno degli aspetti più strani del mio soggiorno all’Avana è stato la capacità di autoanalisi di Fidel Castro. Non ho conosciuto Internazionale 864 | 17 settembre 2010

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Americhe molti dittatori comunisti, ma mi è sembrato singolare che l’ex comandante in capo cubano abbia ammesso di aver fatto una mossa sbagliata in un momento fondamentale della crisi dei missili. Ma una cosa ancora più impressionante Fidel l’ha detta a pranzo durante il primo giorno del nostro incontro. Al tavolo c’erano Castro, la moglie Dalia, il iglio Antonio, Randy Alonso, un’importante igura degli organi di stampa statali, e Julia Sweig. All’inizio mi sono concentrato soprattutto su quello che mangiava Fidel, visto che una combinazione di problemi gastrointestinali l’ha quasi ucciso (per la cronaca, ha mangiato una piccola quantità di pesce e insalata e un bel po’ di pane intinto nell’olio d’oliva insieme a un bicchiere di vino rosso). Ma nel corso del pranzo, in cui abbiamo parlato del più e del meno, gli ho chiesto se credeva che il modello cubano meritasse ancora di essere esportato. “Il modello cubano non funziona più neanche per noi”, ha detto. Sono rimasto di stucco, e mi sono domandato se per caso ero inito in un programma comico per la tv. Ho chiesto a Julia di interpretare quella dichiarazione stupefacente. “Non ha rinnegato le idee della rivoluzione. Mi è sembrato un riconoscimento del fatto che nel ‘modello cubano’ lo stato esercita un ruolo troppo importante per la vita economica del paese”. Secondo Julia, tra gli efetti di questa posizione potrebbe esserci l’apertura di uno spiraglio per permettere al fratello Raúl di fare le riforme necessarie nonostante la resistenza dei comunisti più ortodossi del partito e dell’apparato burocratico. Raúl Castro ha già cominciato ad allentare la presa dello stato sull’economia: di recente ha annunciato che si potranno aprire piccole imprese e che gli investitori stranieri potranno acquistare immobili a Cuba.

L’acquario dell’Avana Verso la ine di questo pranzo lungo e rilassato Fidel ci ha dato prova del suo stato di semipensionamento. Il giorno dopo era un lunedì, quando di solito i leader massimi sono impegnati a gestire da soli l’economia, a rinchiudere i dissidenti in prigione e a dedicarsi ad altre attività del genere. Invece l’agenda di Fidel era vuota. Così ci ha chiesto: “Vi andrebbe di andare all’acquario a vedere lo spettacolo dei delini?”. “Lo spettacolo dei delini?”. “I delini sono animali intelligentissi-

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Fidel Castro ha a disposizione molto più tempo di quanto si aspettasse. Sta cercando di reinventarsi come anziano statista e rivisita la sua storia

mi”, ha detto Castro. Gli ho ricordato che la mattina dopo avevamo un appuntamento con Adela Dworin, presidente della comunità ebraica cubana. “Portate anche lei”, ha risposto Fidel. Qualcuno dei presenti ha accennato al fatto che il lunedì l’acquario è chiuso. “Domani sarà aperto”, ha assicurato. E così è stato. Il giorno dopo in tarda mattinata, dopo aver recuperato Adela alla sinagoga, abbiamo incontrato Fidel davanti alla scalinata della casa dei delini. Castro ha baciato Dworin, non a caso davanti alle telecamere (un altro messaggio ad Ahmadinejad) e siamo entrati insieme in una grande sala illuminata d’azzurro che si apre su un’immensa vasca di vetro piena di delini. Fidel ha spiegato che lo spettacolo dei delini dell’acquario dell’Avana è il migliore del mondo ed è “assolutamente unico”, perché è uno spettacolo subacqueo. Tre nuotatori si immergono in acqua, senza respiratore, e si esibiscono in complesse acrobazie insieme ai delini. Poi ha chiamato il direttore dell’acquario Guillermo García (naturalmente, mi hanno detto, tutti i dipendenti del centro si erano presentati al lavoro “volontariamente”), e lo ha invitato a sedersi con noi. “Goldberg”, mi ha detto l’ex presidente, “gli faccia delle domande sui delini”. “Che genere di domande?”, ho chiesto. “Lei è un giornalista: gli faccia delle buone domande”, ha risposto, prima d’in-

terrompersi. “Tanto di delini non sa molto”, ha detto indicando García. “In realtà lui è un isico nucleare”. “Davvero?”, ho chiesto al direttore. “Sì”, ha risposto García come per scusarsi. “E come mai dirige l’acquario?”, gli ho domandato. “Lo abbiamo messo qui per impedirgli di costruire bombe atomiche”, ha esclamato Fidel scoppiando a ridere. “A Cuba useremmo l’energia nucleare solo a scopi paciici”, ha precisato García con tono serio. “Non credevo di essere in Iran”, ho ribattuto. Fidel ha indicato il tappetino sistemato sotto la sedia girevole speciale che le sue guardie del corpo portano ovunque lui vada. “È persiano”, ha detto con un’altra risata. Poi ha insistito: “Goldberg, faccia le sue domande sui delini”. Così su due piedi, mi sono girato verso García e ho chiesto: “Quanto pesano i delini?”. “Tra i cento e i centocinquanta chili”. “Come fate ad addestrare i delini a fare tutto quello che fanno?”, ho chiesto. “Buona domanda”, ha commentato Fidel. García ha chiamato una veterinaria dell’acquario per farsi assistere nella risposta. Si chiama Celia, e qualche minuto dopo Antonio Castro mi ha rivelato il suo cognome: Guevara. “È la iglia del Che?”. “Sì”. “Ed è la veterinaria dei delini?”. “Mi prendo cura di tutti gli abitanti dell’acquario”, ha detto. Lo spettacolo stava per cominciare. Le luci si sono abbassate e i nuotatori sono entrati in acqua. Senza ricadere in descrizioni troppo dettagliate, dirò che ancora una volta, con mia grande sorpresa, ero d’accordo con Fidel: l’acquario dell’Avana ofre uno spettacolo di delini fantastico, il migliore che abbia mai visto. Essendo padre di tre bambini, di spettacoli di delini ne ho visti un bel po’. E ho anche un’altra cosa da dire: non ho mai visto nessuno divertirsi così tanto a uno spettacolo di delini come Fidel Castro quel giorno. u fp Jefrey Goldberg è un giornalista statunitense. Ha scritto Prisoners: a story of friendship and terror (Vintage 2008).


Perù. Il presidente Alan García

STATI UNITI

STATI UNITI

Senza soldi né casa

“Il 12 settembre centinaia di militanti dei Tea party hanno manifestato a Washington per protestare contro il governo federale e guadagnare consensi in vista delle elezioni di metà mandato. Esattamente un anno fa, una manifestazione simile segnava la nascita del movimento”, ricorda Politico. Il 14 settembre i rappresentanti dei Tea party hanno trionfato nelle primarie in Delaware, dove Christine O’Donnell, sostenuta da Sarah Palin, correrà per un seggio al senato, e nello stato di New York, dove Carl Paladino ha battuto l’uomo scelto dai repubblicani, Rick Lazio, nella corsa per la candidatura a governatore dello stato.

“Nel 2009 il tasso di povertà negli Stati Uniti è passato dal 13,2 al 15 per cento. Era dal 1959 che non si veriicava un aumento così forte”. L’agenzia di stampa Afp anticipa il rapporto dell’uicio del censimento statunitense precisando che la percentuale dei poveri in età lavorativa potrebbe raggiungere il livello più alto dal 1965, e la povertà infantile aumentare del 20 per cento. I più colpiti sono i neri e gli ispanici, che risentono maggiormente della crisi occupazionale. I dati del dipartimento della casa e dello sviluppo urbano confermano l’impoverimento: “Dal 2007 al 2009 il numero di famiglie che vivono in case provvisorie per senzatetto è passato da 131mila a 170mila”, scrive il New York Times.

STATI UNITI

Un’estate arcobaleno Dal 1993 il reclutamento dei gay e delle lesbiche nell’esercito statunitense è regolato dalla politica del don’t ask don’t tell (non chiedere non dire): gli omosessuali possono far parte dell’esercito solo se non divulgano il loro orientamento sessuale. Ma il 10 settembre una giudice federale della California ha stabilito che la norma è incostituzionale perché viola il diritto di libera espressione e il diritto al giusto processo. “La sentenza”, nota il Washington Post, “aumenterà la pressione sul congresso per cambiare la legge”. Il Los Angeles Times si rallegra della terza vittoria ottenuta dai gay quest’estate: a luglio un giudice di Boston ha dichiarato incostituzionale il Defense of marriage act, che non riconosce le unioni omosessuali a livello federale, e ad agosto un giudice di San Francisco si è pronunciato contro il divieto ai matrimoni gay in California.

MARTIN MEjIA (AP/LAPRESSE)

Le primarie dei Tea party

Alan García fa marcia indietro Il 13 settembre il presidente peruviano Alan García ha chiesto al parlamento di revocare un decreto, irmato a luglio, che avrebbe concesso un’amnistia ai militari e ai poliziotti responsabili di aver violato i diritti umani e accusati di crimini di lesa umanità. “In questo cambiamento di rotta del governo”, scrive La República, “la lettera inviata da Parigi dallo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa ha giocato un ruolo decisivo”. Vargas Llosa, conservatore, ha deinito il decreto “un attentato contro lo stato di diritto” e ha minacciato di rinunciare alla direzione del progetto del Museo della memoria.

Messico

Niente da festeggiare Proceso, Messico Il Messico celebra in questi giorni i duecento anni dall’inizio della guerra d’indipendenza. Ma la convinzione di tutti è che non ci sia nulla da festeggiare. “L’appuntamento arriva nel mezzo di una grave crisi dello stato”, scrive Proceso. “La povertà endemica, la violenza senza precedenti, la corruzione e la diseguaglianza ne sono la dimostrazione”. Le guerre intestine sotto la dittatura di Poririo Díaz, il regime autoritario instaurato dal Partito rivoluzionario istituzionale (Pri) nel novecento e la successiva alternanza tra il Pri e il Partito d’azione nazionale (Pan) hanno impedito che nascesse un vero spirito di cittadinanza. Questo spiega perché i governi hanno potuto gestire le risorse dello stato impunemente e a loro piacimento. L’ascesa del narcotraico ha fatto venire meno un altro dei presupposti essenziali di uno stato liberale: la capacità di garantire la sicurezza dei cittadini. La Jornada si occupa dell’arresto di Sergio Enrique Villarreal, del cartello Beltrán Leyva. “È il secondo boss a inire in manette in pochi giorni, dopo l’arresto di Édgar Valdéz”. ◆

IN BREVE

Colombia Il 10 settembre otto poliziotti sono stati uccisi dai ribelli delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) a San Miguel, nel dipartimento di Putumayo (sudovest). El Salvador Il 10 settembre la Mara 18 e la Mara Salvatrucha, due bande giovanili rivali, hanno messo ine a una rivolta durata tre giorni contro l’entrata in vigore di una legge che prevede dieci anni di prigione per i loro membri. Venezuela Quindici persone sono morte il 13 settembre in un incidente aereo vicino a Puerto Ordaz. I sopravvissuti sono 36.

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Asia e Paciico

PATRICK LIN (AFP/GETTY IMAGES)

Parlamentari taiwanesi dell’opposizione contrari agli accordi con Pechino

Tra Cina e Taiwan amicizia con riserva Asia Sentinel, Hong Kong Mentre promuove rapporti commerciali e culturali con Pechino, Taipei schiera i suoi cruise e prepara lo scudo missilistico per difendersi da possibili attacchi cinesi cittadini taiwanesi che la sera del 7 settembre facevano zapping avranno visto l’incontro tra il presidente dell’Associazione culturale nazionale di Taiwan e il ministro della cultura cinese. Mentre annunciavano che la cultura cinese è il denominatore comune dei rapporti tra la Cina e Taiwan, sembravano molto vicini: cugini, forse, o magari compagni di golf. Le immagini successive, però, non potevano essere più contrastanti. La tv ha spiegato che il governo di Taipei prevede di completare il tanto annunciato scudo di difesa missilistica l’anno prossimo e che, tra qualche mese, posizionerà i suoi missili cruise. Ovviamente il bersaglio è la Cina, lo stesso paese che sta sollecitando Taiwan a irmare un accordo culturale a beneicio di stelle e stelline del mondo musicale mandarino e dell’indu-

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stria cinematografica cinese. L’esercito taiwanese investirà almeno 9,4 miliardi di dollari per installare lo scudo contro i missili piazzati da Pechino dall’altra parte dello stretto. Per lo scudo Taiwan userà due batterie di missili Patriot 2 (Pac-2) potenziati a Pac-3 e quattro di Pac-3. A sostegno dei Pac-3 Taiwan allestirà un sistema d’allarme radar a lungo raggio che darà all’esercito tra i sette e i dieci minuti di tempo per monitorare i missili cinesi a media e breve gittata lanciati entro un raggio di tremila chilometri. Il radar, da installare nella base di Hsinchu Leshan, sulla costa nordoccidentale di Taiwan, sarà più sofisticato delle stazioni radar a lungo raggio che gli Stati Uniti hanno in Alaska. Sia i patriot sia il si-

stema radar sono di fabbricazione statunitense. Per poter attaccare le basi missilistiche cinesi, però, Taiwan pensa di ricorrere ad armamenti prodotti nel paese. I caccia a reazione Ching-kuo sono stati potenziati e saranno dotati di missili antiradiazioni e di bombe a grappolo capaci di distruggere gli aerodromi, i porti e le stazioni radar lungo la costa sudorientale cinese. Secondo alcuni funzionari governativi, l’arma più potente di cui dispone Taiwan è il missile cruise Hsiung feng 2E che, con una gittata di circa ottocento chilometri, potrebbe colpire metropoli come Shanghai e Hong Kong. Per molti è un mistero come gli sforzi del governo taiwanese per scoraggiare eventuali attacchi cinesi possano conciliarsi con il programma di iniziative amichevoli del presidente Ma Ying-jeou. “Il presidente Ma la pensa come Ronald Reagan”, dice George Tsai, un ricercatore dell’Istituto di relazioni internazionali dell’Università nazionale di Chengchi. “A proposito dei sovietici Reagan diceva: ‘Vogliamo negoziare, ma non in un clima di terrore’”. Se vuole apparire sicuro al tavolo dei negoziati con la Cina il governo non può far altro che innalzare il livello degli armamenti.

Armarsi conviene comunque Secondo Huang Juei-min, della Providence university di Taichung, il potenziamento bellico potrebbe tornare utile al Kuomintang di fronte all’opinione pubblica, . “Credo che la maggior parte dei taiwanesi, che sia a favore o contro l’indipendenza di Taiwan, sia favorevole al rifornimento di armi, perché c’è ancora una profonda diidenza verso Pechino”. Per l’analista militare Wang Jyh-perng, l’attuale situazione nel mar Giallo, dove Cina e Stati Uniti recentemente hanno fatto diverse esercitazioni navali, è una conseguenza delle crescenti tensioni nella penisola coreana. La Radio nazionale cinese ha parlato della possibilità di attaccare la superportaerei statunitense George Washington con i nuovissimi missili balistici se questa entrasse nel mar Giallo. È comprensibile che un’arma così potente nelle mani di Pechino abbia allarmato Taipei. Le politiche apparentemente conlittuali nei rapporti con la Cina sono plausibili per gli accademici locali. “Taiwan vuole mantenere lo status quo, vuole migliorare i rapporti con la Cina e ha bisogno di armi avanzate per sentirsi a suo agio”, conclude Tsai. u sdf


asia e Paciico Giappone

INDIa

JALIL REZAYEE (EPA/ANSA)

La seconda vittoria di Kan Lo spoglio delle schede

I taliban contro il voto Il 18 settembre si svolgeranno le seconde elezioni legislative nella storia del paese. Ai 249 seggi della wolesi jirga (la camera bassa del parlamento) si sono candidate 2.500 persone, tra cui 430 donne, in rappresentanza di 34 province. Il voto, considerato un banco di prova importante per il presidente Hamid Karzai, sarà monitorato da circa 500 osservatori internazionali. Il governo, però, non è in grado di garantire la sicurezza in molte zone del paese e i taliban hanno minacciato una serie di attacchi. La commissione elettorale indipendente ha annunciato che circa mille sezioni elettorali, il 4 per cento del totale, resteranno chiuse per evitare violenze. Secondo Human rights watch, i candidati, soprattutto le donne, rischiano di essere uccisi, rapiti o aggrediti. Tre candidati e decine di collaboratori sono stati uccisi nelle ultime settimane, e centinaia di candidati hanno dovuto rinunciare alla campagna elettorale. Nella provincia orientale di Nangarhar, scrive il sito afgano Pajhwok, i taliban hanno fatto una campagna casa per casa minacciando di tagliare le dita a chi andarà a votare. Oltre al problema della sicurezza, alcuni politici hanno denunciato il rischio di brogli e irregolarità. Negli ultimi giorni anche la commissione elettorale ha segnalato che in alcune province sono state stampate schede false per condizionare l’esito del voto.

TORU HANAI (REUTERS/CONTRASTO)

aFGHaNISTaN

I risultati delle elezioni interne al partito democratico del 14 settembre hanno confermato il premier Naoto Kan alla guida dei democratici e del governo giapponese. Con 721 punti contro 491, assegnati in base ai voti di diverse categorie di elettori, Kan ha sconitto l’ex segretario del partito Ichiro Ozawa. Una vittoria schiacciante del tutto inattesa, data l’inluenza di Ozawa nel partito. A fare la diferenza sono stati i semplici iscritti, che hanno votato quasi in blocco per Kan. Adesso ci si chiede in che modo il premier procederà al rimpasto di governo e se ofrirà o meno a Ozawa una carica importante. Il giorno dopo il voto, il governo è intervenuto, per la prima volta dopo sei anni, nel mercato monetario per abbassare il valore dello yen che aveva raggiunto livelli troppo elevati. u SrI LaNKa

Il regno di rajapaksa Lo Sri Lanka si avvia verso “l’autocrazia sancita costituzionalmente”. Così un professore dell’università di Colombo ha commentato, in un’intervista con Asia Times, il diciottesimo emendamento approvato dal parlamento srilanchese l’8 settembre. L’emendamento toglie il limite di due mandati alla carica di presidente, aprendo la strada alla presidenza a vita. Nel 2016, infatti, allo scadere del suo secondo mandato, Mahinda Rajapaksa potrà ricandidarsi. E, dato che l’emendamento dà al presidente la facoltà di scegliere

il capo della commissione elettorale, avrà ottime probabilità di essere rieletto. Il modello presidenziale dello Sri Lanka ha sempre concentrato poteri eccessivi nelle mani del capo dello stato. Per questo nel paese si discute da tempo dell’opportunità di modiicarlo e tutti i candidati alla presidenza negli anni hanno promesso di cambiarlo salvo poi non mantenere la parola una volta eletti. L’emendamento politicizza tutte le istituzioni democratiche e toglie gli unici strumenti di veriica e bilanciamento del potere del presidente. A raforzare il potere di Rajapaksa, conclude Asia Times, ha contribuito anche la debolezza dell’opposizione, incapace di contrastarlo.

Kashmir in rivolta Almeno ventidue manifestanti uccisi, decine di feriti, quattro scuole cristiane incendiate: è il bilancio degli scontri avvenuti in Kashmir fra il 13 e il 15 settembre tra la polizia e i separatisti. La causa scatenante, stavolta, è stata l’annunciato rogo del Corano da parte di un religioso statunitense. E nonostante il governo abbia imposto il coprifuoco, le violenze continuano. Intanto, scrive il Times of India, “gli ultimi dati sulla guerra in Kashmir mostrano una realtà preoccupante: nel 2010, per la prima volta in trent’anni, il numero dei civili uccisi dalle forze dell’ordine ha superato quello dei civili uccisi dai guerriglieri. Un dato su cui il premier dovrebbe rilettere, mentre prepara le prossime mosse per calmare la rivolta”.

IN breve

Australia Il 14 settembre la premier laburista Julia Gillard ha presentato il suo nuovo governo. L’ex premier Kevin Rudd sarà ministro degli esteri. Corea del Nord-Corea del Sud I due governi hanno annunciato il 13 settembre la ripresa dei negoziati sulla questione delle famiglie separate dopo la guerra del 1950-1953. Contemporaneamente la Croce rossa sudcoreana ha annunciato aiuti al nord per 6,7 milioni di euro. Pakistan Il 14 e il 15 settembre 26 islamisti sono morti negli attacchi di droni statunitensi nel Nord Waziristan.

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Visti dagli altri

STEFANO DAL POZZOLO (CONTRASTO)

Un parco eolico vicino ad Agrigento

In Italia l’energia del vento è venduta a un prezzo garantito tra i più alti del mondo. In Sicilia sono stati costruiti una trentina di impianti e altri sessanta sono in progetto. Spesso suscitano l’indignazione degli abitanti del posto. Dino Leggio, 33 anni, barista di Corleone, sostiene che le turbine eoliche convengono solo ai politici e alla maia. “Nessuno ha consultato i cittadini prima di costruire queste cose enormi”, spiega Leggio. “Prima di buttare milioni di euro negli impianti eolici, dovrebbero sistemare le strade, che sono in uno stato pietoso”.

La polizia indaga

Alla maia piace l’energia pulita Nick Squires, The Sunday Telegraph, Gran Bretagna I inanziamenti pubblici per la costruzione di parchi eolici iniscono per arricchire la criminalità organizzata. Soprattutto in Sicilia

Ma non è solo la criminalità italiana a essersi accorta di questo potenziale. Secondo una ricerca di Kroll, una società di consulenza per la prevenzione del rischio e la sicurezza aziendale, in molti paesi europei i progetti per l’energia pulita iniscono per arricchire le organizzazioni criminali.

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Progetti corrotti

i stagliano nelle campagne riarse dal sole, svettando sui villaggi di collina, le palme, i vigneti e gli uliveti ben curati. Anche se portano con sé la promessa di un futuro verde e pulito, le turbine eoliche suscitano sospetti in Italia perché la maia si è iniltrata anche in questo settore. Attirata dai contributi per promuovere l’uso delle energie da fonti rinnovabili, l’“ecomaia” ha cominciato ad aggiudicarsi a forza di trufe milioni di euro di inanziamenti pubblici. Soprattutto in Sicilia, dove le pale punteggiano l’orizzonte di roccaforti maiose come Corleone. “Niente fa guadagnare di più di un impianto eolico”, spiega Edoardo Zanchini, il responsabile energia di Legambiente. “La maia s’interessa a tutto quello che crea ricchezza”.

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“Gli investimenti nelle energie rinnovabili sono considerati una buona cosa e si pensa che siano gestiti da persone intenzionate a salvare il mondo”, dice Jason Wright, dirigente della Kroll. La sua società esegue controlli preliminari sui progetti di energia alternativa per conto degli investitori e ha registrato un aumento del numero di impianti che appartengono ad aziende sospette. “Non direi che tutto il settore è corrotto”, sostiene Wright. “Ma una piccola percentuale di progetti lo è”. Molti cominciano a chiedere controlli più severi sull’uso dei fondi pubblici per lo sviluppo delle energie pulite, su cui l’Unione europea sta puntando molto. L’obiettivo di Bruxelles è fare in modo che entro il 2020 un quinto dell’energia consumata dai paesi dell’Unione provenga da fonti rinnovabili.

Anche se molti parchi eolici siciliani sono in mani legittime, alcuni hanno già richiamato l’attenzione delle forze dell’ordine. Nel 2009 gli investigatori hanno aperto un’indagine sulle collusioni tra clan, imprenditori e politici coinvolti nella costruzione di un parco eolico nella zona di Trapani. L’operazione Eolo ha portato all’arresto di otto persone, accusate di aver corrotto alcuni funzionari di Mazara del Vallo con la promessa di auto di lusso e tangenti. Il 10 novembre 2009 sono state arrestate quattro persone sospettate di associazione per delinquere finalizzata alla trufa aggravata. Tra gli arrestati c’era il presidente dell’Associazione nazionale energia del vento, Oreste Vigorito. Scandali simili sono emersi in Spagna, Romania, Bulgaria e Corsica. Secondo John Etherington, autore di The wind farm scam, il settore è vulnerabile perché mancano i regolamenti. L’Unione europea, che ha un’unità antifrode, non indaga sui parchi eolici perché sostiene che la responsabilità dei controlli è degli stati membri. Inoltre, in Italia ci sono state poche proteste contro questo tipo di impianti. Molti agricoltori hanno colto l’opportunità di afittare le loro terre per la costruzione di fattorie del vento in un momento in cui i prezzi dei prodotti agricoli sono molto bassi. “Perché alzarsi presto ogni mattina per lavorare la terra, quando puoi startene a casa a incassare diecimila euro di aitto all’anno?”, dice Nicola Angelo, un imprenditore siciliano. Ma secondo David Moss, appaltatore edile a Salemi, una cittadina circondata dalle turbine, non è l’unico motivo dell’assenza di proteste: “In Italia tutti stanno zitti perché hanno paura di pestare i piedi alla maia”. u nm


Italieni Volti nuovi

Cosenza

Estate caldissima Geneviève Makaping

turisti. negozi tutti uguali vendono souvenir kitsch, che stanno lì a prendere polvere altrettanto globalizzata. Il signor Renzo, quasi ottant’anni, “ultimo dei mohicani” tra i commercianti del quartiere, mi indica una saracinesca abbassata: “vedi, non si va più avanti. Anche i cinesi chiudono”. Il vecchio macellaio, quasi coetaneo di Renzo, annuisce desolato. Lo sa anche lui che non si chiude solo per colpa della crisi e dei cinesi. Il controllo del territorio commerciale lo colleghiamo abitualmente alla criminalità organizzata. Ma quando si parla della capitale, voci autorevoli si afrettano ad afermare che le maie non fanno affari sotto il cupolone. Sempre più spesso sono gli anziani del centro storico che infrangono il clima di omertà che copre gli afari. “e se chiude anche il cinese, tutto è troppo marcio e nun va bene”. Parola di Renzo. u

li ultimi mesi nella provincia di Cosenza sono stati caldissimi, e non solo per le temperature sahariane o gli incendi. A luglio è scattata l’operazione “Ippocrate”: la polizia stradale ha scoperto decine di falsi invalidi. Tra luglio e agosto si è svolta anche l’operazione “Santa Tecla” contro il clan della ’ndrangheta di Corigliano Calabro. Decine gli arrestati e un centinaio gli indagati, tra cui Pasqualina Straface, sindaco di Corigliano. L’inchiesta ha portato in carcere i suoi fratelli Mario e Franco. Ad agosto, a Cosenza un autista di autobus ha picchiato duramente un uomo di 78 anni e l’ha lasciato per strada davanti ai passeggeri indiferenti. A soccorrerlo è stato un automobilista di passaggio. È stata una vergogna per tutti noi calabresi, che facciamo della solidarietà un vanto. Sempre ad agosto una telefonata al 117, il numero della guardia di inanza, ha denunciato una discarica abusiva con 25 tonnellate di riiuti. A San Marco Argentano è inito in manette Giuseppe Di Cianni, 64 anni, accusato di duplice omicidio a Sydney, in Australia. A Cavallerizzo di Cerzeto i cittadini hanno protestato contro la “new town”, costruita dopo l’evacuazione del loro paese minacciato dalla frana del 7 marzo 2005. A Cosenza sono state sequestrate armi da guerra. Il provveditore dell’amministrazione penitenziaria della Calabria, Paolo Quattrone, si è suicidato sparandosi alla testa. Da pensionato voleva dedicarsi agli orfani e io volevo scrivere un libro-intervista su di lui. “Geneviève!”, mi diceva, “come in Africa, anche in Italia ci sono molti orfani abbandonati”. Inine la ’ndrangheta ha fatto esplodere una bomba sotto la casadel procuratore generale di Reggio Calabria, Salvatore Di Landro. Cari lettori di Internazionale, in Calabria, è stata un’estate calda. u

Sarah Zuhra Lukanic è una scrittrice nata in Croazia nel 1960. Vive a Roma dal 1987 (sarazuhra@gmail.com).

Geneviève Makaping è una giornalista e antropologa camerunese. Vive in Italia dal 1988 (makaping@gmail.com).

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DAvIDe LAnzILAo (ConTRASTo)

Ingrid Hugnet, 30 anni, è francese e vive in Italia dal 2004. È psicologa e ha uno studio a Roma e uno ad Amelia, dove abita. Il suo programma tv preferito è Annozero. Ama gli spaghetti alle vongole e la musica di De André. Adora l’autoironia degli italiani e detesta il loro fatalismo. Il momento più bello del suo soggiorno è stato quando si è trasferita in Umbria.

Roma

Anche i cinesi chiudono Sarah Zuhra Lukanic Il signor Renzo, quasi ottant’anni, mi indica una saracinesca abbassata: “vedi, non si va più avanti” neta e Almudena si fanno compagnia tutti i giorni sotto Castel Sant’Angelo mentre accudiscono Giulia, Matilde e Gabriele. Una è ucraina e l’altra peruviana. Il parco è in pessime condizioni e spesso portano i giocattoli da casa per far giocare i bambini. Le tate sono attente a tutto e hanno l’abitudine di controllare la provenienza dei giocattoli. “Made in China”, leggo. Mi raccontano che i genitori dei piccoli fanno inutilmente il giro dei grandi magazzini alla ricerca dell’articolo non cinese. Poco dopo arriva Gabriele con in mano un bastoncino di legno. “È il mio cavallo”, esclama. “Anche questo è cinese?”, chiedo ad Almudena. Scoppiamo a ridere. A due isolati da qui c’è il regno degli articoli per

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Le opinioni

A Cuba ci sentiamo presi in giro Yoani Sánchez

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i solito un intervistato non si lamenta forza lavoro del paese è passata in secondo piano. Nesperché un giornalista ha interpretato suno ha potuto rimanere impassibile di fronte a uno le sue dichiarazioni alla lettera. Spes- scivolone verbale così clamoroso. Da quando si è allontanato dalle sue responsabilità so succede il contrario: per negligenza o malafede si omette o si frainten- uiciali per ragioni di salute, Fidel Castro parla poco de quello che qualcuno dice chiara- del paese e dei suoi problemi. Spesso pubblica rilessiomente. Per questo, anche se Fidel Castro ci ha abituati ni su questioni ambientali e sul pericolo di una guerra a considerarlo diverso dai comuni mortali, ci siamo nucleare. Dopo la sua recente “risurrezione” ha cominsorpresi quando abbiamo letto la sua smentita. Castro ciato ad apparire in pubblico e a impugnare il microfono che per cinquant’anni è stato il suo ha spiegato che, confessando al giornalista Jefrey Goldberg che “il modello cu- Noi cubani abbiamo strumento di lavoro preferito. Nei quatbano non funziona più neanche per noi”, vissuto così l’ultima tro anni di lontananza dal potere non ha settimana, tra dedicato neanche una frase al modo in in realtà sosteneva il contrario. cui suo fratello Raúl governa il paese e Come se fossero ragionamenti che si scherzi e sarcasmo escludono a vicenda, quello che un tem- sulla salute mentale questa equivoca allusione al funzionamento del modello cubano è la prima che po fu un grande argomentatore ha confu- del líder máximo. fa dopo avere evitato l’argomento per tato l’interpretazione che il giornalista ha Anche i problemi dato alle sue parole. “La mia idea, come economici del paese molto tempo. Goldberg non ha scritto che Castro tutti sanno, è che il sistema capitalista sono passati in raccomandava il capitalismo statunitennon funziona più negli Stati Uniti né nel secondo piano se per Cuba. Si è limitato a trascrivere la mondo”, ha spiegato. “Come potrebbe frase controversa, che lo stesso ex presifunzionare un sistema del genere in un paese socialista come Cuba?”. Quelli che come me dente ammette di aver pronunciato “senza amarezza hanno letto l’intervista di Goldberg e poi hanno ascol- né preoccupazione”. Che senso hanno queste enigmatato gli equilibrismi verbali del líder máximo nell’aula tiche quattro parole? Perché avrebbe dovuto esserci magna dell’università sono rimasti molto confusi. Lo amarezza o preoccupazione nel cuore del líder máximo sconcerto suscitato a Cuba da queste dichiarazioni so- all’idea che il capitalismo non funzionava più? L’amamiglia a quello di un uomo che, dopo essere stato spo- rezza è quella che oggi sentono i familiari dei cubani sato per cinquant’anni, viene a sapere che sua moglie che sono morti cercando di esportare il modello ha detto a un’amica che il suo matrimonio non funzio- dell’isola in altri paesi, quelli che hanno rinunciato ai na. Quando l’uomo le chiede spiegazioni, la moglie ri- piaceri della gioventù sacriicando i migliori anni della sponde: “In realtà il matrimonio che non funziona è loro vita perché il modello funzionasse, e anche gli onequello della coppia che vive di fronte a noi… chi potreb- sti membri del partito, espulsi per aver fatto critiche be pensare che io voglia sposarmi con il marito della molto meno aggressive di queste. O chi ha perso il lavoro per un commento inopportuno, chi è inito dietro le mia vicina?”. Non so bene a chi aidare l’analisi di questa vicen- sbarre per essersi opposto al regime, insomma, chi ha da, se a un ilosofo perché smonti il soisma, a un lingui- avuto la lucidità di rendersi conto che le cose andavano sta perché organizzi meglio le parole o a uno psicotera- male, l’ha detto in buona fede e in cambio ha ottenuto peuta perché sveli l’atto mancato che si nasconde dietro solo una punizione smisurata. Tutti hanno diritto a sentirsi frustrati e soprattutto i chiarimenti del comandante. Per chi come me è nato e cresciuto nell’esperimento sociale che lui ha cercato presi in giro dagli irresponsabili che, dandosi arie da di creare a sua immagine e somiglianza, questa auto- saggi chiaroveggenti, hanno marciato indicando una critica ha avuto il gusto amaro di una befa. Dopo averla strada che non portava da nessuna parte, e che ora tesentita, ho scritto un messaggio su Twitter: Fidel Ca- mono che i sentieri alternativi li spingano in un vicolo stro passa all’opposizione. Un amico che ha letto il mio cieco o nel peggiore dei casi al punto di partenza – orrotweet mi ha chiamato subito per confessarmi che “se re! –, al passato capitalista. La preoccupazione è di tutti noi che viviamo sull’isoLui è diventato un dissidente, allora io sosterrò il governo”. Noi cubani abbiamo vissuto così l’ultima settima- la: ci rendiamo conto che siamo un paese senza un prona, tra scherzi di questo tipo, reazioni di sorpresa e sar- gramma, in cui eufemismi come “perfezionare” o “agcasmo sulla salute mentale del tenace oratore. Perino giornare” il sistema non riescono a spiegare dove stiala preoccupazione per i problemi economici e per l’im- mo andando, anche se conosciamo a memoria l’utopia minente licenziamento di quasi il 25 per cento della che non siamo mai riusciti a raggiungere. u sb

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YOANI SÁNCHEZ

è una blogger cubana. In Italia ha pubblicato Cuba libre. Vivere e scrivere all’Avana (Rizzoli 2009). Ha scritto questo articolo per Internazionale.


Le opinioni

Perché Pechino preoccupa gli Stati Uniti Noam Chomsky

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ra le presunte minacce alla superpoten- una vecchia teoria e “ribadendo princìpi che molti preza che domina il mondo sta emergendo sidenti avrebbero sicuramente condiviso”. Lo avrebbe con forza una nuova rivale: la Cina. E gli fatto anche Bill Clinton, secondo il quale gli Stati Uniti Stati Uniti la tengono sotto osservazio- avevano il diritto di usare la forza per garantirsi “libero ne. Il 13 agosto uno studio del Pentago- accesso a mercati chiave, forniture energetiche e risorno ha osservato che la crescente forza se strategiche”. William Cohen, segretario alla difesa militare della Cina “potrebbe impedire le operazioni di Clinton, sosteneva che gli Stati Uniti devono avere delle navi da guerra statunitensi nelle acque interna- un’immensa forza militare e “schierarla in posizione” in Europa e in Asia “per plasmare l’opizionali al largo delle coste cinesi”, ha nione che gli altri popoli devono avere di scritto Thom Shanker sul New York Ti- Nel 2009 il budget noi” e “impedire eventi che potrebbero mes. Washington teme che “la mancan- militare della Cina inluire sulla nostra vita e sulla nostra siza di trasparenza della Cina sulle inten- ha raggiunto i 150 curezza”. Questa formula della guerra zioni delle sue forze armate provochi in- miliardi di dollari, permanente è una nuova dottrina stratestabilità in una regione vitale del piane- circa un quinto di gica, che è stata poi ampliata da George ta”. È invece evidente che gli Stati Uniti quello che ha speso W. Bush e da Barack Obama. vogliono agire liberamente in tutta la il Pentagono per le Secondo lo studio del Pentagono, nel “regione vitale del pianeta” vicina alla guerre in Iraq e 2009 il budget militare della Cina ha ragCina (come altrove). E ostentano la loro Afghanistan nello giunto i 150 miliardi di dollari, avvicinancapacità di farlo: hanno un bilancio milidosi a “un quinto di quello che ha speso il tare che corrisponde più o meno a quello stesso anno Pentagono per le guerre in Iraq e Afghadi tutti gli altri paesi messi insieme, hanno centinaia di basi militari in tutto il mondo e una net- nistan” nello stesso anno e che è solo una minima parte ta supremazia tecnologica. Che la Cina non rispetti le del bilancio militare degli Stati Uniti. Se si parte norme della cortesia internazionale lo si è capito quan- dall’idea che Washington deve esercitare un “potere do, a luglio, si è opposta alla partecipazione della indiscusso” su buona parte del mondo, usando la sua portaerei a propulsione nucleare George Washington “supremazia economica e militare”, e “limitare l’eseralle esercitazioni militari congiunte tra Stati Uniti e Co- cizio della sovranità” di quegli stati che potrebbero inrea del Sud, vicino alla costa cinese. L’occidente, inve- terferire con i suoi progetti, la preoccupazione americe, sa benissimo che gli Stati Uniti organizzano queste cana è comprensibile. Questi sono i princìpi stabiliti dai massimi esperti operazioni per difendere la stabilità del pianeta e la loro statunitensi di politica estera durante la seconda guerstessa sicurezza. Quando si parla di problemi internazionali, il termi- ra mondiale, quando fu deciso come doveva essere orne “stabilità” ha un signiicato preciso: il dominio degli ganizzato il mondo dopo il conlitto. Gli Stati Uniti doStati Uniti. Quindi nessuno si è sorpreso quando l’ex vevano mantenere il predominio in una “Grande area”, direttore di Foreign Afairs, James Chace, ha spiegato che comprendeva come minimo tutto l’emisfero occiche nel 1973 per ottenere la “stabilità” in Cile era neces- dentale, l’estremo oriente e i territori dell’ex impero sario “destabilizzare” il paese, rovesciando il governo britannico, comprese le cruciali risorse energetiche del legittimo del presidente Salvador Allende e instauran- Medio Oriente. L’Europa poteva anche scegliere una do la dittatura del generale Augusto Pinochet, ovvia- strada indipendente, per esempio il progetto gollista di un continente che andava dall’Atlantico agli Urali. Ma mente nell’interesse della stabilità e della sicurezza. Come tutti sanno, la sicurezza degli Stati Uniti ri- uno degli scopi del patto atlantico era proprio evitare chiede un controllo assoluto. Questa premessa ha otte- questo rischio, e il problema rimane ancora oggi, visto nuto l’imprimatur uiciale dallo storico dell’università che la Nato è diventata una forza gestita dagli Stati Unidi Yale John Lewis Gaddis in Surprise, security and the ti per controllare le infrastrutture del sistema energetiAmerican experience, che studia le origini della dottrina co planetario da cui dipende l’occidente. Da quando sono diventati la prima potenza del piadella guerra preventiva di George W. Bush. Il principio su cui si basa questa dottrina è che l’espansione è “l’uni- neta, gli Stati Uniti hanno cercato di mantenere in piedi ca via per garantire la sicurezza”, concetto che Gaddis un sistema di controllo globale. Ma non è un progetto fa risalire a quasi due secoli fa. Quando Bush ha avver- facile da realizzare. Questo sistema comincia a mostratito i cittadini statunitensi che “in caso di necessità do- re le sue crepe, con una serie di importanti conseguenvevano essere pronti ad agire preventivamente per di- ze per il futuro. A minacciarlo è una rivale sempre più fendere la loro libertà e la loro vita”, stava riesumando inluente: la Cina. u bt

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NOAM CHOMSKY

insegna linguistica all’Mit di Boston. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Sulla nostra pelle. Mercato globale o movimento globale? (Il Saggiatore tascabili 2010).


PaPress•

RICERCATORI... GENTE COME NOI.

www.frascatiscienza.it

LA NOTTE EUROPEA DEI RICERCATORI 24 SETTEMBRE

La settimana della scienza dal 18 al 26 settembre a Frascati e molte altre interessanti iniziative si svolgeranno presso Grottaferrata, P R O G R A M M A

l’Erasmus Medical Center di Rotterdam, il CERN di Ginevra e l’EGO Virgo a Pisa Aperitivi Scientifici · Genetica · Frascati Città della Scienza Europa · Ricerca e società · Dalle onde sismiche alle onde sonore Energia e ambiente · Nucleare · LiquidaMente · Incontri con i ricercatori Dall’inizio dell’universo alla fine del mondo · Biodiversità · Teatro al cubo Cooperative learning · Raggi gamma e satelliti · E. Fermi Biologia sintetica · Nanotecnologie · Radiazioni? · La scienza in corto La Notte dei Ricercatori · Laboratori aperti · La scienza interattiva Collegamenti con i centri di ricerca nel mondo · Teatro e spettacoli della scienza · Focus Group · Little Genius 2010 · Big Bang Sabato 25 Play decide · Editoria scientifica · Alla scoperta degli effetti benefici del vino Osservazioni stellari Domenica 26 Frascati tra Scienza e Vino · MusicaMente

Sabato 18 Domenica 19 Lunedi 20 Martedi 21 Mercoledi 22 Giovedi 23 Venerdi 24

Ingresso libero info e prenotazioni www.frascatiscienza.it E-mail: notte@frascatiscienza.it Tel: 06.83390543/4 · Fax: 06.6220.9549 Sotto l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica, il progetto è promosso dalla Commissione Europea, Regione Lazio - Assessorato alla Cultura, Arte e Sport, Comune di Frascati e Filas, in collaborazione con il Comune di Grottaferrata, e la XI Comunità Montana. E' coordinato e realizzato da Frascati Scienza, e vede come direct partner l´Erasmus Medical Center di Rotterdam, il CERN di Ginevra, oltre ai numerosi partner scientifici: ASI, CNR, ENEA, ESA-ESRIN, INAF, INFN, INGV, Fondazione Telethon, EGO/VIRGO (Pisa), EFDA-JET (Culham - Oxford), ESO e le Facoltà di Scienze delle università di Roma: Tor Vergata, La Sapienza, Roma Tre. Si aggiungono ai partner scientifici principali, le associazioni: ATA, Eta-Carine, Ludis, GEco, Accatagliato. Patrocinano: il Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca, il Ministero degli Affari Esteri, la Provincia di Roma, il Comune di Monteporzio Catone, il Parco Regionale dei Castelli Romani. Supportano: Radio3Scienza, Repubblica SCUOLA, Elsevier, Scuderie Aldobrandini, Metropark-Gruppo Ferrovie dello Stato, Zapata, Linde. Technology Partner: FASTWEB, Groovy Gecko, TANDBERG. Media Partner: Radio Globo.


Società

Il web non di Q Jefrey Rosen, The New York Times Magazine, Stati Uniti. Foto di Matt Sartain

Tutto quello che pubblichiamo online lascia tracce che non si cancellano. Così rischiamo di restare prigionieri del nostro passato digitale. Come si fa ad azzerare tutto e ricominciare da capo? 36

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uattro anni fa Stacy Snyder pubblicò sulla sua pagina di MySpace una foto che la ritraeva a una festa con un cappello da pirata mentre beveva da un bicchiere di plastica. Il titolo era “Pirata ubriaca”. All’epoca Snyder aveva 25 anni e stava facendo tirocinio come insegnante alla Conestoga Valley high school di Lancaster, in Pennsylvania. Dopo aver visto quella foto, il suo supervisore le disse che era “poco


imentica mai professionale”, e il rettore della Millersville university school of education, la sua università, l’accusò di promuovere il consumo di alcol tra i suoi alunni minorenni. Alla ine, qualche giorno prima della laurea, l’ateneo le negò l’abilitazione all’insegnamento. Snyder fece ricorso, sostenendo che la Millersville university aveva violato il primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti, perché l’aveva penalizzata per un comportamento privato, per giunta del tutto legale. Nel 2008 un giudice federale ha

respinto il ricorso, spiegando che la foto non era legata a nessuna questione di pubblico interesse, nonostante Snyder fosse una dipendente pubblica, e quindi non era protetta dal primo emendamento. Quando gli storici del futuro studieranno la prima era digitale, Stacy Snyder potrebbe diventare un simbolo. Il suo caso rappresenta bene un problema che riguarda milioni di persone: come vivere in un mondo in cui internet registra tutto e non dimentica niente, in cui ogni fotograia pub-

blicata in rete, ogni post di Twitter o di un blog restano online per sempre. Un mondo in cui su siti web come Lol Facebook Moments, che raccoglie storie imbarazzanti degli utenti di Facebook, ci sono foto compromettenti e pettegolezzi online che possono ossessionare le persone per mesi o addirittura per anni. I casi come quelli di Snyder si moltiplicano: una ragazza inglese di sedici anni è stata licenziata dopo aver scritto su Facebook che in uicio si annoiava a morte. A uno psicanalista canadese di Internazionale 864 | 17 settembre 2010

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Società 66 anni è stato vietato l’ingresso negli Stati Uniti: una guardia di frontiera aveva scoperto su internet che trent’anni prima lo psicanalista aveva pubblicato un articolo su una rivista di ilosoia in cui descriveva i suoi esperimenti con l’lsd. Secondo un’inchiesta commissionata dalla Microsoft, il 75 per cento dei responsabili delle risorse umane negli Stati Uniti fa ricerche online quando esamina le domande di assunzione: consulta motori di ricerca, social network, siti per la condivisione di video e foto, pagine web personali, blog, Twitter. Il 70 per cento dei manager sostiene di aver respinto alcuni candidati a causa delle informazioni trovate in rete.

Pettegolezzo di professione Il progresso tecnologico ha sempre presentato nuove minacce per la privacy. Nel 1890 Samuel Warren e Louis Brandeis pubblicarono sulla Harvard Law Review uno degli articoli più famosi sull’argomento. I due giuristi sostenevano che, a causa dei tabloid e di nuove tecnologie come le macchine fotograiche Kodak, “il pettegolezzo non è più riservato ai maligni e agli oziosi, ma è diventato una professione”. Gli ingenui pettegolezzi sociali di ine ottocento, però, non erano niente rispetto alla mole di informazioni contenuta nelle foto, nei video e nei testi archiviati oggi sui social network e su internet in generale. Facebook ha circa 500 milioni di iscritti, il 22 per cento di tutti gli utenti della rete, che passano sul sito più di 500 miliardi di minuti al mese. Queste persone condividono più di 25 miliardi di contenuti (post, foto, storie) al mese e in media ne creano circa settanta a testa. La biblioteca del congresso degli Stati Uniti ha annunciato che comprerà l’intero archivio di tweet pubblici usciti a partire dal 2006 su Twitter, che ha più di cento milioni di iscritti. Oggi tutti possiamo aspettarci nel bene e nel male di ricevere la stessa attenzione che in passato era riservata alle persone famose. Una ragazza newyorchese di 26 anni ha raccontato al New York Times di aver paura di essere taggata nelle fotograie online, perché qualcuno potrebbe scoprire che quando esce indossa sempre le stesse cose: una maglietta dei Lynyrd Skynyrd o un vestitino nero. “Abbiamo problemi da star del cinema”, ha detto, “anche se siamo solo persone normali”. Sappiamo da anni che il web incoraggia il voyeurismo e l’esibizionismo, ma solo ora cominciamo a renderci conto quanto costa in termini di privacy un’epoca in cui quello che diciamo e quello che dicono di noi ini-

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sce in archivi digitali sempre a disposizione di tutti. Il fatto che internet non dimentica mai sta mettendo in pericolo, a livello quasi esistenziale, la capacità di controllare la nostra identità e la possibilità di reinventarci per ricominciare da capo, lasciandoci alle spalle il passato.

vece, “ci tiene sempre legati alle nostre azioni passate e, in pratica, ci impedisce di liberarcene. E senza l’oblio, il perdono diventa molto diicile”. Spesso si sente dire che viviamo in un’epoca lassista, che ofre troppe volte una seconda possibilità. In realtà questa secon-

Gli utenti di Facebook condividono più di 25 miliardi di contenuti al mese e in media ne creano circa settanta a testa Nel suo saggio Delete. Il diritto all’oblio nell’era digitale (Egea 2010), l’esperto di cultura cibernetica Viktor Mayer-Schönberger cita il caso di Stacy Snyder per dimostrare l’importanza dell’oblio sociale. “Cancellando i ricordi”, dice Mayer-Schönberger, “la nostra società accetta l’idea che le persone si evolvono nel tempo, che siamo capaci di imparare dalle esperienze passate e di modiicare il nostro comportamento”. Nelle società tradizionali, dove gli errori sono notati ma non necessariamente registrati e ricordati, i limiti della memoria umana garantiscono che i peccati di ognuno siano prima o poi dimenticati. Una società che conserva la memoria di tutto, in-

da possibilità non è più garantita alla maggior parte delle persone, perché con la memoria permanente di internet è impossibile sfuggire al passato digitale. Oggi la cosa peggiore che abbiamo fatto è spesso la prima che si viene a sapere sul nostro conto. Tutto questo ha prodotto una sorta di crisi d’identità collettiva. È sempre stato diicile pensare di potersi reinventare o decidere liberamente la propria identità – mostrare un io diverso in contesti diversi (uno a casa e uno in uicio, per esempio) – perché in passato l’identità di ognuno dipendeva dal posto occupato in una rigida gerarchia sociale. Quando la mobilità geografica e sociale era limitata, una persona non era


deinita dalla sua identità, ma dal suo villaggio, dalla sua classe sociale o dal suo lavoro. Le cose sono cambiate tra la ine del medioevo e l’inizio del rinascimento, grazie a un individualismo sempre più difuso che ha rideinito l’identità umana. Quando gli uomini hanno cominciato a considerarsi individui, lo status sociale non è dipeso più dalle loro origini, ma dai successi personali. Questa nuova concezione di un’identità fluida e modificabile ha trovato la sua espressione più pura e completa nell’ideale americano del self made man, l’uomo che si è fatto da sé, espressione usata per la prima volta dal politico Henry Clay nel 1832. Dalla ine del settecento all’inizio del novecento milioni di europei si sono trasferiti in America e, una volta lì, hanno continuato il loro viaggio verso ovest. Il fenomeno ha generato quella che lo storico Frederick Jackson Turner deinì “l’importanza della frontiera”: la possibilità di abbandonare la civiltà per andare verso l’ignoto rendeva gli americani diidenti nei confronti delle gerarchie e desiderosi di inventarsi e reinventarsi continuamente. Ma nel novecento l’ideale del self made man ha cominciato a vacillare. Dopo la conquista deinitiva della frontiera occidentale gli americani non potevano più lasciarsi il passato alle spalle e ricominciare da capo,

una fuga resa spesso con l’espressione “G.T.T.” (Gone to Texas). Ma l’inizio dell’era di internet prometteva di riportare in vita quello che lo psichiatra Robert Jay Lifton ha deinito “l’io proteiforme”. Se non si poteva fuggire in Texas, si poteva sempre cercare una nuova chat e crearsi una nuova identità online. Secondo alcuni esperti di tecnologia, il web sarebbe stato la nuova frontiera: la possibilità di moltiplicare le nostre identità con una serie ininita di pseudonimi e avatar avrebbe permesso di presentare aspetti diversi della propria personalità in contesti diversi. Ci sembrava di aver raggiunto quello che solo Proteo possedeva: il controllo assoluto sulla nostra mutevole identità. Ma la speranza di poter davvero controllare il modo in cui gli altri ci vedono in contesti diversi era un’illusione. Con la difusione dei social network è sempre più diicile avere queste personalità segmentate: ora che tante persone usano un’unica piattaforma per pubblicare fotograie e raccontare le loro attività pubbliche e private, l’idea che si possa avere un io per il lavoro, uno per la famiglia e uno per gli amici dei tempi della scuola è diventata irrealizzabile. Senza contare che internet conserva tutto quello che abbiamo detto o quello che qualcuno ha detto di noi, mandando in fu-

mo la possibilità di reinventarci nel mondo digitale. I leader politici, gli studiosi e i cittadini comuni stanno cercando un sistema per mantenere il controllo della propria identità in un mondo digitale che non dimentica mai. La soluzione migliore sarà tecnologica? Legislativa? Giudiziaria? Etica? Ci vorrà un cambiamento delle norme sociali e delle aspettative culturali? O un misto di tutto questo? Secondo Alex Türk, il commissario francese per la protezione dei dati, è necessario introdurre “il diritto costituzionale all’oblio”, per consentire ai cittadini di mantenere un maggior grado di anonimato online, e non solo. In Argentina gli scrittori Enrique Quagliano e Alejandro Tortolini hanno lanciato una campagna per “riportare l’oblio in rete”, analizzando una serie di soluzioni legali e tecnologiche per far sparire i dati. A febbraio l’Unione europea ha appoggiato la campagna “Pensa prima di postare!”, che invita i giovani a rilettere bene “sulle possibili conseguenze” prima di pubblicare una foto. Anche negli Stati Uniti un gruppo di informatici e giuristi sta studiando il modo per introdurre l’oblio digitale. Tutte queste iniziative hanno l’obiettivo di restituirci il controllo della nostra identità: la possibilità di reinventarci, di sfuggire al passato e di migliorare la nostra immagine agli occhi del mondo.

La saggezza della folla Qualche anno fa, all’inizio del web 2.0, cioè l’era dei contenuti generati dagli utenti, molti esperti di tecnologia davano per scontato che ogni comunità, grazie alla saggezza della folla, avrebbe garantito a tutti l’identità online che meritavano. Wikipedia, per esempio, conida nel fatto che la saggezza della folla può correggere quasi tutti gli errori, e che la voce sul sindaco di una piccola città riletterà la reputazione del primo cittadino. E nel caso che la folla si sbagli, Wikipedia prevede dei metodi per correggersi. Se la voce che vi riguarda enfatizza un unico errore personale o professionale, potete inviare una petizione a un gruppo selezionato di curatori, i quali decidono se a quel particolare evento del passato è stato attribuito “un peso eccessivo”. Chi pensa che la sua reputazione online sia stata ingiustamente infangata da uno o due episodi isolati, può rivolgersi anche a società di consulenza come ReputationDefender, che si impegna a ripulire l’immagine online. ReputationDefender è stata fondata da Michael Fertik, un giurista preoccuInternazionale 864 | 17 settembre 2010

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Società pato dall’idea che qualcuno possa portare per sempre il marchio degli errori commessi in passato. L’azienda di Fertik tiene sotto controllo la reputazione online dei suoi clienti: se un sito web pubblica un’informazione ritenuta ofensiva, ReputationDefender lo contatta e gli chiede di eliminarla. Il costo del servizio va da dieci dollari al mese a mille dollari all’anno, ma per i casi più dificili può arrivare anche a decine di migliaia di dollari. Aziende come questa ofrono una buona soluzione a breve termine, ma in futuro potrebbe non bastare, perché il web 2.0 sta cedendo rapidamente il passo al web 3.0, un mondo dove i contenuti generati dagli utenti si combinano con l’aggregazione e l’analisi dei dati. Nel web 3.0, prevede Fertik, le persone saranno giudicate in base alla loro aidabilità come genitori, amanti, impiegati, babysitter o assicuratori. Anticipando questa nuova sida, alcuni giuristi hanno cominciato a immaginare delle leggi che permettano alle persone di correggere o evitare un giudizio in grado di condizionare i loro rapporti personali e professionali. Jonathan Zittrain, docente di diritto informatico ad Harvard, propone la “bancarotta della reputazione”, un sistema per fare tabula rasa e ricominciare da capo. Per illustrare la sua idea, Zittrain mi ha mostrato la versione per iPhone di Data Check, un’applicazione dell’azienda Intelius che ofre il servizio sleaze detector (rivelatore di sfigati). Quando si pensa di frequentare qualcuno, si può controllare la sua fedina penale, dove abita e il suo proilo sui social network. Presto, dice Zittrain, servizi come Date Check potrebbero diventare ancora più soisticati e valutare la desiderabilità sociale di una persona sulla base di parametri precisi: per esempio, quante volte è stata cercata o evitata da altre persone. Zittrain prevede anche che con il passare del tempo un numero crescente di ricerche sulla reputazione sarà gestito da un piccolo gruppo di specialisti, come le agenzie che oggi veriicano la solvibilità di un’azienda o di una persona. Questi specialisti valuteranno le persone in base alla loro socievolezza, all’aidabilità e all’idoneità a un certo lavoro. Per sfuggire ai giudizi negativi generati da questi servizi, aggiunge Zittrain, ogni dieci anni tutti dovrebbero poter dichiarare una specie di “bancarotta della reputazione” e cancellare le informazioni sensibili. “Come nel caso del fallimento di un’impresa o come quando lo stato cancella la fedina penale di un minore per permettergli di ‘co-

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minciare una nuova vita’ da adulto”, scrive Zittrain nel suo saggio The future of the internet and how to stop it (Il futuro di internet e come fermarlo), “dovremmo cominciare a pensare al modo di dare una seconda o una terza possibilità alle persone anche nel mondo digitale”.

Date di scadenza Nel suo racconto Funes, o della memoria Jorge Luis Borges narra di un giovane che in seguito a una caduta da cavallo non è più capace di dimenticare. Funes ha una memoria eccezionale, ma si perde così tanto nei dettagli che non riesce a trasformare le informazioni in conoscenza. Viktor MayerSchönberger usa il racconto di Borges come emblema dei costi sociali e personali dovuti al fatto che il passato digitale ci impedisce di evolvere e imparare dai nostri errori. Dopo aver analizzato varie soluzioni legislative, Mayer-Schönberger sostiene che sarebbe meglio una soluzione tecnologica: imitare la capacità umana di dimenticare, issando una scadenza per i dati. MayerSchönberger immagina un mondo dove i dispositivi di memoria saranno programmati per cancellare foto, post e altre informazioni a una data di scadenza che gli stessi utenti imposteranno prima di salvare i dati.

Non è un’idea del tutto fantasiosa. Di recente Google ha deciso di rendere anonime le ricerche dopo nove mesi, mentre il nuovo motore di ricerca Cuil ha annunciato che non conserverà nessuna informazione personale sugli utenti, una politica che dal punto di vista della privacy lo distingue nettamente dal colosso californiano. Esistono già piccole applicazioni che permettono di far sparire i dati. Alcuni ricercatori dell’università di Washington, per esempio, stanno sviluppando un programma chiamato Vanish, grazie al quale le informazioni digitali “si autodistruggono” dopo un periodo di tempo prestabilito. Così non ci sarebbe bisogno di chiedere a Google, Facebook o Hotmail di distruggere i nostri dati archiviati sui loro server. Questa tecnologia non garantisce il controllo totale, perché non possiamo impedire a qualcuno di copiare le nostre foto o le nostre chiacchierate su Facebook. Ma in futuro, probabilmente, Vanish sarà perfezionato al punto che i dati non potranno più restare online per sempre. Tadayoshi Kohno, uno dei programmatori di Vanish, mi ha spiegato che Facebook potrebbe inserire già ora il meccanismo delle date di scadenza nella sua piattaforma, facendo sparire i contenuti dopo tre giorni o tre mesi, a meno che l’utente non


decida diversamente. Ma forse a Facebook converrebbe di più incoraggiare la creazione di applicazioni simili a Vanish senza imporlo automaticamente a tutti. Finora, però, Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook, si è mosso nella direzione opposta. A gennaio ha dichiarato al blog Te-

ti mettono in discussione l’opinione difusa che i giovani non abbiano nessun problema a condividere la loro vita privata con tutti e a lasciare che le informazioni su di loro restino online per sempre. Secondo una ricerca dell’università della California a Berkeley, la maggior parte delle persone tra i 18 e

In futuro le persone saranno giudicate in base alla loro aidabilità come genitori, amanti, impiegati, babysitter o assicuratori chCrunch che Facebook ha il dovere di rilettere le “norme sociali attuali”, che privilegiano l’esposizione rispetto alla privacy. “Ormai”, ha detto Zuckerberg, “le persone si sono abituate non solo a condividere le informazioni, ma anche a farlo più apertamente e con più persone”.

La nuova normalità Ma non tutti gli utenti di Facebook sono d’accordo. I più giovani, soprattutto quelli che sono già rimasti scottati dal sito e trovano frustrante la sua informativa sulla privacy (più lunga della costituzione degli Stati Uniti), sono sempre più attenti alle foto e ai contenuti che pubblicano. Due studi recen-

i 22 anni ritiene necessaria una legge che imponga ai siti web di cancellare tutte le informazioni sugli utenti (88 per cento) e che permetta agli utenti di conoscere le informazioni che i siti hanno su di loro (62 per cento). Da uno studio del Pew center, inoltre, è emerso che i giovani tra i 18 e i 29 anni sono più preoccupati del loro proilo online di quanto non lo siano le persone più anziane: cancellano attentamente tutti i post indesiderati, tolgono il loro nome dalle foto e, quando condividono informazioni personali, si censurano da soli, perché stanno cominciando a rendersi conto dei pericoli dell’eccessiva condivisione. Zuckerberg, tuttavia, ha ragione quando

dice che in futuro la nostra identità e la nostra reputazione online saranno inluenzate non solo dalle leggi e dalla tecnologia, ma anche dalle norme sociali. E queste norme stanno già cambiando per creare spazi pubblici senza foto, post di Twitter o blog. Milk and Honey, un club esclusivo del Lower east side di Manhattan, chiede ai suoi clienti di irmare un impegno a non scrivere su un blog quello che succede nel locale e a non pubblicare fotografie sui social network. Anche altri bar e locali notturni stanno adottando la stessa politica. Da qualche tempo mi capita di andare a cena da amici e sentire una persona che dice: “Per favore, non parlatene su Twitter”. Probabilmente quest’abitudine si difonderà presto. Ma cosa succede se qualcuno vìola queste norme e usa Twitter o tagga delle foto, mettendo in imbarazzo gli altri? Riusciamo a immaginare un mondo con nuove regole che permettano più facilmente alle persone di dimenticare e perdonare i peccati digitali? Alessandro Acquisti, un ricercatore della Carnegie Mellon university, studia l’economia comportamentale della privacy, cioè i calcoli mentali che facciamo più o meno consciamente mettendo sul piatto della bilancia vantaggi e svantaggi quando dobbiamo decidere se rivelare o tenere nascoste certe informazioni. Acquisti sta conducendo una serie di esperimenti sul “tempo di decadimento” e sull’importanza attribuita alle informazioni positive e negative, vuole capire cioè se le persone dimenticano le informazioni positive sugli altri più presto di quelle negative. Secondo i primi risultati della ricerca, le cose buone che abbiamo fatto dieci anni fa, per esempio l’aver ottenuto un premio, perdono subito importanza, mentre quelle cattive, come l’aver guidato in stato di ebbrezza, conservano lo stesso peso. Gli studi di psicologia comportamentale confermano che le persone prestano più attenzione alle informazioni negative, e Acquisti teme che “tra vent’anni, se qualcuno di noi avrà uno scheletro nell’armadio di Facebook, nessuno lo perdonerà solo perché è stato un errore di gioventù”. Partendo dal presupposto che gli altri possono impedirci di sfuggire al nostro passato, Acquisti sta anche analizzando le tecnologie e le strategie di “incoraggiamento alla privacy”, che potrebbero aiutare le persone a pensarci due volte prima di condividere fotograie o dati personali. Gmail, per esempio, ha ideato una funzione per veriicare quanto siamo lucidi prima di inviare un messaggio: Mail Goggles costringe a riInternazionale 864 | 17 settembre 2010

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Società solvere una serie di semplici quesiti matematici prima di inviare un messaggio di cui potremmo pentirci. La funzione si attiva automaticamente solo a tarda notte durante i ine settimana. Acquisti sta studiando anche altre strategie di “paternalismo morbido” per indurre le persone a rilettere prima di pubblicare le foto di una loro serata allegra a Cancún: “Potremmo facilmente immaginare un sistema che, quando si caricano delle foto, valuta automaticamente quanto possono essere imbarazzanti”.

Il perdono Oltre a esporci di meno sul web, sarebbe utile trovare il sistema per sopravvivere in un mondo che ci mette tanto tempo a perdonare. Ora che viviamo nel cosiddetto “villaggio globale” dovremmo ricordare come funzionava la privacy nei villaggi di tanto tempo fa. Per esempio in quelli descritti nel Talmud babilonese, dove qualsiasi pettegolezzo – orale o scritto, vero o falso, amichevole o meno – era considerato un peccato terribile, perché le piccole comunità hanno la memoria lunga e si pensava che ogni parola salisse in cielo su una nuvola. I villaggi dell’era talmudica, quindi, erano molto più umani e disposti a perdonare del nostro villaggio globale, dove buona parte dei contenuti online corrisponde alla deinizione di pettegolezzo del Talmud. I saggi talmudici pensavano che Dio leggesse i pensieri degli uomini e li registrasse nel libro della vita, ma erano anche convinti che Dio cancellasse le pagine di quelli che espiavano i loro peccati chiedendo perdono alle persone ofese. Secondo il Talmud, non bisogna ricordare agli altri le cattive azioni del passato, perché potrebbero averle espiate e aver imparato dai loro errori: “Se un uomo si è pentito, non dobbiamo dirgli: ‘Ricorda le tue azioni passate’”. Diversamente da Dio, invece, è raro che internet cancelli tutto, e i suoi amministratori a volte sono meno disposti a perdonare. In un’intervista alla tv pubblica statunitense Pbs, l’amministratore delegato di Google, Eric Schmidt, ha detto che “i giovani socializzano di più online” che in privato, “come dimostrano le fotograie che mettono su Facebook e che saranno ancora online quando tra molti anni si candideranno alla presidenza degli Stati Uniti”. Schmidt ha anche aggiunto che “inché sono io a decidere che voglio rischiare una iguraccia con una fotograia, va tutto bene. Il problema sorge quando lo fa qualcun altro. Se una persona decide di esporsi per avere un quarto d’ora di celebrità, sono fatti suoi e deve essere pronta a pagarne le conseguenze”.

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Secondo l’amministratore delegato di Google, “il controllo è fondamentale per trovare delle soluzioni al problema della privacy”. Schmidt allude a Google Latitude, un’applicazione che permette alle persone di far sapere in tempo reale dove si trovano. L’idea della privacy come forma di controllo è ripresa da molti studiosi, ma sarebbe eccessivo sostenere che, se persone come Stacy Snyder non usano la loro privacy in modo responsabile, dovranno pagarne le conseguenze per sempre. La privacy ci protegge da giudizi ingiusti basati su informazioni difuse contro la nostra volontà. Ma è

anche vero che possiamo essere giudicati ingiustamente sulla base di informazioni che abbiamo rivelato noi stessi alle persone sbagliate. Se non possiamo controllare quello che gli altri pensano o dicono di noi, possiamo però controllare la nostra reazione a fotograie, video, blog e tweet che secondo noi ci mettono in cattiva luce. Da uno studio condotto da Samuel Gosling, docente di psicologia dell’università del Texas a Austin, è emerso che gli utenti di Facebook e di altri social network esprimono la loro vera personalità quando sono online, anche se molti sono convinti che sul web si tenda a


Facebook che ci ritraggono mentre bevia­ mo non saranno più tanto scandalose: “Se vediamo che il nostro commercialista du­ rante il weekend si veste da clown, non pen­ siamo più che non sia bravo. Stiamo comin­ ciando ad accettare la sovrapposizione di identità”.

Vite parallele

presentare una versione idealizzata di sé. “Abbiamo scoperto”, dice Gosling, “che i giudizi su una persona basati solo sul suo proilo di Facebook corrispondono per lo più al giudizio che ci facciamo incrociando l’opinione che quella persona ha di sé e quella che ne hanno i suoi amici”. Analizzando i profili online di alcuni studenti universitari statunitensi e tede­ schi, Gosling ha scoperto che sono abba­ stanza attendibili, “perché i ragazzi non cercano di fare bella igura oppure ci prova­ no ma non ci riescono”. Le impressioni ba­ sate sui proili online erano più corrette per i soggetti estroversi e meno per quelli ne­

vrotici, che si aggrappano ostinatamente a un’immagine di sé idealizzata. Secondo Gosling, i risultati del suo stu­ dio indicano che è possibile arrivare al per­ dono digitale. Lo psicologo ammette che i social network ci costringono a fondere identità un tempo separate. Non possiamo più avere un io per la famiglia, uno per gli amici e uno per il lavoro. Lui stesso ha con­ fessato su Facebook: “Devo trovare il modo per conciliare il mio io che insegna all’uni­ versità con quello che a volte beve un bic­ chiere di troppo”. Ma Gosling sostiene che se dobbiamo fondere la nostra identità pub­ blica con quella privata, un giorno le foto su

Forse un giorno la società perdonerà chi ha pubblicato su Facebook una foto in cui è ubriaco. E qualcuno potrebbe considerare un bene la ine dell’identità segmentata e della possibilità di condurre vite parallele, perché l’essere esposti agli sguardi degli al­ tri scoraggerà i comportamenti scorretti e ipocriti. È più diicile avere un’amante per chi è abituato a segnalare in tempo reale i suoi spostamenti su Facebook e Twitter. Ma la privacy permette alle persone di coltivare i diversi aspetti della personalità in contesti diversi, e in questo momento la fusione for­ zata delle personalità che un tempo teneva­ mo separate sta facendo molte vittime. Sta­ cy Snyder non è riuscita a conciliare la sua identità di “aspirante professoressa” con quella di ragazza che “a volte beve un bic­ chiere di troppo”. È bastato che si sapesse che si era ubriacata con in testa un cappello da pirata a una festa lontano dall’università per stroncare la sua carriera. Ma questo non signiica che quella foto debba rovinarle la vita. Ora Snyder ha can­ cellato il suo proilo su MySpace e sta com­ prensibilmente cercando di difendere la sua privacy. Il suo avvocato mi ha detto che lavora nel campo delle risorse umane, ma ha aggiunto che preferiva non incontrarmi. Il suo successo come persona capace di cambiare, di imparare dai suoi errori e di diventare più saggia non ha niente a che ve­ dere con il ile digitale a cui non potrà mai sfuggire del tutto. In in dei conti il nostro carattere non può essere valutato da scono­ sciuti sulla base dei nostri proili su Face­ book, ma solo da chi ci conosce e ha il tem­ po di capire quali sono i nostri pregi e i nostri difetti. Davanti alla difficoltà di vivere in un mondo senza perdono, dovremo imparare nuove forme di empatia, nuovi modi di de­ inire noi stessi, senza preoccuparci conti­ nuamente di quello che gli altri pensano e dicono di noi. E dovremo trovare nuovi mo­ di di perdonare le tracce digitali che ci por­ teremo dietro per sempre. u bt L’AUTORE

Jefrey Rosen insegna legge alla George Washington university e collabora con il New York Times Magazine.

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Cina

Il business degli esuli nordcoreani Suki Kim, Harper’s, Stati Uniti Foto di Chien-Chi Chang

Per scappare dal regime di Kim Jong-il bisogna passare attraverso la Cina. I fuggiaschi sono costretti ad aidarsi a degli intermediari e spesso non riescono ad arrivare a destinazione

K

im Seong-min aiuta da diversi anni gli esuli nordcoreani a raggiungere la Corea del Sud attraverso la Cina, e mi ha detto che mi spiegherà come fa. Per riuscire nel suo mestiere, però, serve discrezione, e così, quando in una sera fredda ci dirigiamo verso un condominio fatiscente nella città cinese di Yanji, al conine con la Corea del Nord, non può dirmi con esattezza né dove stiamo andando né chi incontreremo né a quale scopo. Kim bussa alla porta di un appartamento. La apre un uomo largo quanto un armadio, con le braccia grosse e coperte di tatuaggi, che ci fa entrare frettolosamente in un ufficio improvvisato, occupato per la maggior parte da sei postazioni divise da pannelli. Il resto della stanza è pieno di coreani: non fuggiaschi, a giudicare dal loro aspetto, ma persone del posto, di mezz’età e piuttosto benestanti. Tutti sembrano conoscere Kim. Un signore alto, piuttosto anziano, ci accoglie calorosamente, e Kim me lo presenta come il reverendo Lee, suo cognato. Lee e la sua parrocchia hanno aiutato Kim quando lui stesso è scappato parecchi anni prima. Gli altri presenti sono alcuni dei

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suoi parrocchiani più idati. Lee dice che ci sono problemi di soldi. Ha spedito duemila dollari in Corea del Nord per inanziare una fuga, e buona parte della cifra è inita nelle tasche di invisibili intermediari. Kim promette di indagare, ma intanto pensa a questioni più urgenti. Seduto in una delle postazioni c’è un ragazzino smilzo con un berretto da baseball calcato sulla testa a coprirgli il volto. “È lui il mediatore?”, chiede Kim. L’uomo tatuato annuisce. Il mediatore non dice nulla. Kim indica poi il cucinino buio alle spalle del ragazzo, in fondo all’uicio. “Sono arrivati qualche ora fa”, dice, “hanno appena attraversato il iume”. Seguendo con lo sguardo la direzione del suo dito,

Da sapere Numero di nordcoreani scappati in Corea del Sud

1.894 1.140

1.281

2.952 2.809 2.544 2.018

1.383

583 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 Fonte: ministero dell’uniicazione della Repubblica di Corea

rie sco infine a scorgere una donna dall’aspetto smunto, con i capelli raccolti in una crocchia, accovacciata in un angolo accanto a un uomo dal colorito più roseo e a un bambino con i denti neri. Il iume Tumen, trenta chilometri a sud di Yanji, segna il conine tra Cina e Corea del Nord. Poiché la zona demilitarizzata che divide in due la penisola coreana è pressoché invalicabile, quasi tutti i fuoriusciti nordcoreani come prima cosa attraversano il Tumen per entrare in Cina, e solo a quel punto si dirigono verso la Corea del Sud, dove li aspetta un sussidio d’insediamento di circa 20mila dollari e una casa in aitto agevolato per tutta la vita. Il viaggio per uscire dalla Cina è diicile. La polizia cinese rispedisce facilmente i clandestini al di là del iume, dove vanno incontro al carcere o all’esecuzione. Gli spostamenti aerei sono quasi impossibili per chiunque non disponga dei diecimila dollari necessari ad acquistare un passaporto falso. Dato che dalla Cina l’unica strada per raggiungere la Corea del Sud via terra attraversa la Corea del Nord, i fuggiaschi devono raggiungere la Mongolia o la Thailandia, ottenere lo status di rifugiati, e solo allora possono volare a Seoul. La via mongola è la più rapida, ma bisogna attraversare il deserto del Gobi. La via tailandese è più semplice, ma la Thailandia si trova a migliaia di chilometri da Yanji e non confina con la Cina. Nell’ultimo tratto del viaggio occorre attraversare a piedi la giungla del Laos e il iume Mekong, pattugliato da traicanti di droga armati ino ai denti. Il costo minimo di questi viaggi è di 800 dollari. Da quando la Corea fu divisa, nel 1945, circa 400mila nordcoreani sono entrati in Cina, ma solo 16mila hanno raggiunto la Corea del Sud. Quanto agli altri, molti rimangono a Yanji, che è diventata una sorta di museo della storia coreana. Nel 1952 il governo cinese l’ha designata come “pre-


MAGNUM/CoNTrASTo

Una rifugiata nordcoreana a Yanji, in Cina. Per cinque anni ha fatto la prostituta in un bar karaoke fettura autonoma coreana di Yanbian”, e attualmente ci abitano centinaia di migliaia di sinocoreani di seconda, terza e quarta generazione, fuggiti dalle guerre con il Giappone e gli Stati Uniti. Le sue strade illuminate al neon – piene di bar karaoke e locali di proprietari sudcoreani – mi hanno ricordato la Corea del Sud che ho conosciuto da bambina negli anni settanta. Sono frequentate da un ceto medio sinocoreano che considera i profughi del Nord di prima generazione come sottoproletari criminali in espansione. È facile dimenticare che Yanji è anche un modernissimo snodo di spie, cooperanti, giornalisti, missionari e traicanti del sesso, che con i profughi fanno un bel po’ di soldi. A questo vanno incontro i nuovi dissidenti accalcati nell’ufficio di Lee, ai quali ora Kim sta facendo un grande sorriso. Il reverendo Lee conosce la famiglia di Sun Ja dagli anni ottanta, quando durante le sue visite in Corea del Nord distribuiva bibbie clandestinamente. Nel corso degli anni ha aiutato a scappare la madre di Sun Ja, suo fratello e una delle sue due sorelle.

L’altra sorella era riuscita ad arrivare a Yanji, ma poi è stata catturata e rispedita in Corea del Nord, e di lei si sono perse le tracce. Sun Ja è l’ultima rimasta. Ha trentadue anni ma i capelli sono già grigi e la pelle è quasi verde a causa della malnutrizione. Il marito sembra altrettanto afamato, ma meno consumato. All’inizio ho pensato che lui fosse suo iglio, e il bambino suo nipote. Uno degli altri parrocchiani dice che probabilmente Sun Ja li ha nutriti con il cibo che è riuscita a trovare. Dopo una breve consultazione, Kim stabilisce che Sun Ja non può uscire di qui se prima non si dà una sistemata. Nel frattempo i nuovi arrivati rimarranno a casa di Lee, e Kim si occuperà di organizzare la loro fuga dalla Cina. Non vuole entrare nei dettagli, ma si afretta a rimarcare che a Sun Ja è andata meglio che alla maggior parte dei fuggiaschi – poteva contare sull’aiuto di Kim – e che presto io avrò una storia straordinaria da raccontare al mondo. “Sei fortunata”, mi dice sorridendo per l’ennesima volta. “Nemmeno io ho mai visto un arrivo fresco fresco”.

Kim ha quarantotto anni, è cordiale e di bell’aspetto, (quando l’avevo incontrato un anno prima negli Stati Uniti si muoveva con una tale disinvoltura da far dimenticare che praticamente non parla inglese). Ti guarda sempre dritto negli occhi. Come la maggior parte degli uomini nordcoreani, ha fatto dieci anni di servizio militare obbligatorio. In seguito ha frequentato il magistero, per poi rientrare nell’esercito, dove il cibo era garantito, e dove, per i successivi sei anni, ha scritto testi della propaganda militare. Nel 1996 ha attraversato il conine cinese, ma è stato catturato quasi subito e messo su un treno per Pyongyang. Sarebbe stato quasi certamente giustiziato, mi ha detto, ma ha convinto i sorveglianti a lasciargli usare il bagno del treno, e benché lui fosse ammanettato e il treno in movimento, è riuscito a lanciarsi dal inestrino. Ha attraversato di nuovo il iume Tumen, e tramite passaparola è arrivato alla parrocchia del reverendo Lee. Quella volta la fortuna non l’ha abbandonato. Si è innamorato della cognata di Lee e l’ha sposata, e nel giro di qualche anno un parente ricco gli ha Internazionale 864 | 17 settembre 2010

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Cina spedito dalla Corea del Sud denaro suiciente a comprare un passaporto falso. Kim ha preso un volo diretto da Pechino a Seoul, e da allora vive lì. Il perno dell’attività di Kim è la Free North Korea radio, da lui fondata nel 2004, che ogni giorno per cinque ore informa sugli ultimi insuccessi del governo nordcoreano. “Abbiamo una piccola attività editoriale, un archivio d’informazioni e una squadra di soccorso”, mi spiega Kim. Per quale motivo una radio ha bisogno di una squadra di soccorso? “Perché gli aspiranti esuli sentono parlare di noi e postano messaggi sul nostro sito internet (fnkradio. com)chiedendo aiuto, e non possiamo ignorare le loro richieste”. Kim gestisce anche un programma di ospitalità (nel quale i volontari, per la maggior parte statunitensi, trascorrono una o due notti a casa di un fuoriuscito), e presiede un’organizzazione chiamata “Università clandestina”, che si occupa di formare e inanziare i dissidenti intenzionati a tornare in Corea del Nord come missionari cristiani. Altre attività sono più politiche. Kim mi ha mostrato un minuscolo bottone di plastica nero contenente una telecamera: sono stati i suoi collaboratori a registrare una serie di raccapriccianti esecuzioni pubbliche avvenute in Corea del Nord nel 2005. Non ha menzionato il fatto che il video è stato venduto a una casa di produzione televisiva giapponese per una somma di denaro imprecisata.

Guardando le soap opera Uno dei colleghi di Kim mi ha detto di non idarmi mai di un fuoriuscito, nemmeno di quelli più fortunati. Kim è una persona affascinante, ma mi sono arrivate voci di irregolarità nella gestione economica e di finanziatori indispettiti. Ha inoltre l’inquietante tendenza a dirmi cose che voglio sentirmi dire. Com’è possibile, per esempio, che pur avendo aiutato un migliaio di persone a fuggire non abbia mai visto “un arrivo fresco fresco” ino alla sera in cui io sono arrivata a Yanji? Kim sembrava consapevole del valore della storia che aveva da raccontare e del raccontare storie in generale. Un altro contatto a Seoul mi ha detto che la Free North Korea radio, con le sue trasmissioni in onde corte, raramente raggiunge le orecchie degli aspiranti esuli. È un progetto inalizzato alla raccolta di fondi, un sistema di propaganda più eicace delle trasmissioni in sé. Per qualche giorno sono rimasta nel modesto appartamento di tre stanze del reverendo Lee con Sun Ja, a guardare repli-

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Divorava tutto quello che gli davano, tranne quello che lui chiamava “il cetriolo giallo”. Ci ho messo un po’ per capire che non sapeva come si mangia una banana

che di soap opera sudcoreane. Sun Ja era ossessionata dalle soap. Mi ha detto che un’amica, nel suo paese, aveva un lettore dvd, e spesso la gente si radunava segretamente in casa sua per guardare ilm sudcoreani comprati al mercato nero. “Alla tv nordcoreana non danno mai niente di bello”, mi ha detto. “Parlano solo del partito e di Kim Jong-il”. Il modo in cui Sun Ja si è riferita al leader nordcoreano mi ha sorpreso. Durante i miei tre viaggi a Pyongyang l’avevo sempre e soltanto sentito chiamare “grande generale” o “caro leader”. Sun si stava adattando in fretta. Chul Soo, il iglio di cinque anni di Sun Ja, ci stava mettendo un po’ di più. Divorava tutto quello che gli davano da mangiare, tranne quello che lui chiamava “il cetriolo giallo”. Ci ho messo un po’ per capire che non sapeva come si mangia una banana. Gliene ho sbucciata una, e lui è rimasto molto sorpreso. Nel 1995, poco prima dell’inizio di una carestia che ha ucciso circa tre milioni di nordcoreani, Kim Jong-il aveva ribadito l’antico ordine del padre di coltivare ogni singolo pezzo di terra del paese. L’impresa aveva avuto come risultato quello di disboscare perino le cime delle montagne, e quando è nato Chul Soo nel paese rimaneva solo un approvvigionamento di grano sempre più scarso, che la gente solitamente consumava come farinata. Per farsela durare Chul Soo la teneva in bocca a lungo prima di deglutirla: per questo i denti gli erano diventati neri. Sun Ja si distraeva dalla televisione solo quando dall’esterno provenivano rumori improvvisi. Girava voce che ci fossero spie nordcoreane a caccia di attivisti, e gli investigatori cinesi offrivano 800 dollari in cambio di qualsiasi informazione che po-

tesse portare alla cattura di un fuoriuscito. Io mi sono sforzata di tranquillizzarla, ma lei non sembrava convinta. Si è limitata a tornare con lo sguardo sullo schermo della tv. Durante gli intervalli pubblicitari, ho ricomposto i pezzi della storia di Sun Ja. È nata a Musan, mi ha detto, lungo il conine con la Cina. Quand’era ragazzina la polizia aveva arrestato suo padre con l’accusa di praticare il cristianesimo; il resto della famiglia era stato esiliato in una cittadina umida abitata da un centinaio di famiglie come la loro. Vivevano a un paio di chilometri dal conine, ma del mondo esterno non sapevano nulla. Lavoravano in una cooperativa agricola, coltivando il poco grano che cresceva. Nel 2003 Sun Ja era andata a trovare la nonna nel sud, a Koksan, e lì conobbe il suo futuro marito. Decisero di sposarsi subito. In un paese dove per spostarsi da una città all’altra è necessario un permesso uiciale, una relazione a distanza era praticamente impossibile. “Se qualcuno ti piace, vai a trovarlo qualche volta e poi issi la data delle nozze”. È stata Sun Ja a decidere di scappare. I preparativi per la fuga sono cominciati quando il reverendo Lee ha incaricato un mediatore di versare duemila dollari su un conto cinese; i soldi sono poi stati prelevati da un altro mediatore in Corea del Nord. Stando al racconto di Lee, uno dei mediatori, o forse entrambi, ha trattenuto una quota ben superiore a quella concordata. Ma con i soldi rimasti, Sun Ja è comunque riuscita a comprare biglietti ferroviari da casa sua a Chongjin per tutta la famiglia, a corrompere le guardie nei posti di controllo lungo il tragitto, a corrompere un agente di polizia affinché li accompagnasse in macchina da Chongjin alla città di conine di Hoeryong, superando altri tre posti di blocco. E poi a pagare una donna perché portasse a Hoeryong un cellulare cinese con cui chiamare il reverendo Lee, a pagare un altro uomo che le permettesse di fare quella telefonata da casa sua, inine, ad assumere una guida per la traversata conclusiva. Bae, il marito, aveva scelto di non indagare su quell’improvvisa disponibilità di soldi. Al terzo giorno di permanenza di Sun Ja a Yanji, ci arrischiamo ad andare a mangiare in un affollato ristorante di barbecue coreano. Ho la sensazione che il volto emaciato di Sun Ja attirerà un po’ troppo l’attenzione. Ma Kim, che dopo il nostro primo incontro nell’uicio è scomparso senza dare spiegazioni, insiste. Le sue intenzioni si


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Un missionario gira per le strade di Yanji in cerca di nordcoreani che hanno bisogno di aiuto fanno un po’ più chiare quando al ristorante ci accolgono altri due preti coreani, che gestiscono parrocchie in Corea del Sud e in Nuova Zelanda. I due preti sono venuti a Yanji su richiesta del reverendo Lee. Entrambi sono ansiosi di incontrare per la prima volta dei dissidenti. Per le parrocchie coreane aiutare profughi è un metodo difuso di farsi una reputazione e attirare nuovi fedeli, e le storie di persecuzione e riscatto fanno gola. Un po’ titubante, il prete della Nuova Zelanda chiede: “Laggiù si patisce la fame?”. Bae risponde che l’ultima volta che hanno mangiato carne è stato durante il panico per la mucca pazza, quando qualcuno ha donato alla Corea del Nord diverse tonnellate di carne invendibile ma perfettamente commestibile. Bae spiega poi che gli adulti non credono più nel mito del grande leader, ma i bambini sì. Il prete annuisce con aria comprensiva e spinge il suo piatto di carne verso Sun Ja. “Da quanto tempo volevate fuggire dalla Corea del Nord?”, chiede. Prendendo un boccone di carne, Sun Ja risponde: “Da sempre”. Kim scompare di

nuovo per qualche giorno, e mentre aspetto che torni comincio a frequentare la chiesa del reverendo Lee, un parallelepipedo di cemento a un piano in fondo alla via dove si trova l’uicio. Un giorno Lee mi presenta due uomini dall’aria emaciata, spiegandomi che sono anche loro dissidenti, e che la sua parrocchia gli paga vitto e alloggio. Gli chiedo quante persone accoglie abitualmente. “Meno di un tempo”, mi risponde. È rimasto scottato troppe volte; un esule è perino arrivato a chiedergli denaro puntandogli addosso un coltello. “Non fargli mai vedere dei soldi”, mi avverte. “Tornano sempre a chiedertene altri”. Quei due non sembrano particolarmente minacciosi. Hong Joon-yong è vecchio, gli mancano parecchi denti e ha la postura curva dello sconitto. È bloccato a Yanji da dodici anni, mi racconta, dove fa il muratore in attesa di trovare un modo per andarsene. Hong è appena stato raggiunto da un compagno di stanza di passaggio, Choi Yu-min, che è molto più giovane ma zoppica a causa del piede sinistro maciullato. Choi ha da poco attraversato il conine

cinese per la terza volta, anche se non è chiaro come sia inito ad alloggiare presso il reverendo Lee. Sembra capitato lì per caso. Un pomeriggio, tornando dai suoi misteriosi giri, Kim propone a me, Hong e Choi di pranzare con lui. Kim vuole farmi conoscere altri dettagli sulle disavventure di Hong e Choi, in modo da rendermi conto di quanto sia stata più fortunata, in confronto, Sun Ja. Il ristorante si trova a due passi dalla chiesa, ed è evidentemente un ritrovo abituale per la comunità dei fedeli. Lì, Hong e Choi sono al sicuro. “A casa non avevamo niente”, dice Choi ammonticchiando una gigantesca porzione di manzo fritto nella sua ciotola di riso. L’anziano Hong tocca a malapena il cibo, preferendo sorseggiare una birra con aria assorta. Kim gli chiede perché è a Yanji da tanto tempo e Hong risponde che andarsene è praticamente impossibile. Sua moglie e sua iglia ci hanno provato qualche anno prima con un gruppo di donne, ma le hanno prese e rispedite in Corea del Nord. Mi sembra strano. Non ho mai sentito parlare Internazionale 864 | 17 settembre 2010

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Cina di un gruppo di fuggiaschi di sole donne, e quando in seguito ho chiesto un po’ in giro, mi hanno detto che era una storia inverosimile. Hong, però, birra dopo birra si scalda sempre di più. È bloccato. Non ha possibilità, né qualcuno che l’aiuti. È un’ingiustizia troppo grande. Comincia a piangere. “Non sopporto il modo in cui ci trattano qui”, dice. “Perché ci danno la caccia come se fossimo animali?”. L’intervista non sta andando troppo bene. Il parrocchiano tatuato, che per buona parte del pasto è rimasto in silenzio, a quel punto interviene. “Ma che discorsi sono? Torna in Corea del Nord, se qui non sei contento!”. Kim, diplomaticamente, si rivolge a Choi chiedendogli di raccontarci come si è ferito il piede. Choi spiega che gli si sono congelate le dita mentre entrava in Cina dalla Corea del Nord attraverso il monte Baekdu. Ha resistito abbastanza da riuscire ad attraversare il deserto del Gobi, ma dopo la cattura e il ritorno in Corea del Nord il danno si è aggravato. Più di tutti, però, ce l’ha con il mediatore che ha avuto la bella idea di trasportarli attraverso il deserto senza curarsi dei problemi che potevano presentarsi. Kim mi guarda e lo interrompe dicendo di conoscere quel mediatore. Si chiama Yoo Sang-joon, e anche lui è stato arrestato. Si è fatto diversi mesi di prigione. Stava solo cercando di rendersi utile, e per quella faccenda ha soferto enormemente. Per un attimo, la notizia lascia Choi senza parole. Anch’io rimango sorpresa. Prima di arrivare a Yanji avevo parlato con vari attivisti e nessuno sembrava avere contatti con Kim. Uno di loro mi aveva dato proprio il numero di telefono di quel mediatore, insistendo perché lo contattassi: dovevo chiedere del “compagno Ha”. Sarebbe già stata una curiosa coincidenza se Kim oppure Choi avessero conosciuto Yoo, e adesso saltava fuori che lo conoscevano entrambi. Kim, sorridendo, dice a Choi e Hong che gli troverà un eccellente mediatore. Andrà tutto bene.

La verità del compagno Ha Chiamo quel numero e chiedo del compagno Ha. Il cupo e trasandato personaggio che incontro nel tardo pomeriggio somiglia a uno dei tanti disoccupati di mezz’età che ammazzano il tempo sulla riva del iume Buerhatong, un corso d’acqua infestato dagli scarichi fognari, che taglia in due Yanji e sfocia nel Tumen. Lui stesso è fuggito dalla Corea del Nord con il primogenito nel 1998, dopo che la moglie e il iglio

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“Scommetto che ti ha portato in una chiesa e te ne ha fatti incontrare un po’. E magari qualcuno di loro era a Yanji da troppo tempo”

minore sono morti di fame. Come Kim, anche Yoo è rimasto bloccato a Yanji per anni prima di riuscire a entrare in Corea del Sud. Yoo è diventato mediatore a sua volta nel 2003. Ha portato in Corea del Sud 68 profughi. Mi dice che non chiede mai soldi in cambio. Dopo la missione fallita con Choi e il relativo arresto, ha smesso di accompagnare gli esuli in prima persona, ma gestisce ancora l’attività da Seoul, pagando dei mediatori sul posto. Quando gli chiedo perché ha scelto di continuare, mi risponde: “Non saprei cosa altro fare nella vita”. Anche lui a volte chiede aiuto alle parrocchie, anche se preferisce farne a meno perché alcune usano i profughi per attirare inanziamenti dall’estero. Li mettono in mostra con i potenziali donatori; in certi casi le stesse persone vengono mostrate più di una volta. Ha sentito di bambini trattenuti per anni, senza mai essere mandati in Corea del Sud. Addirittura le parrocchie hanno convinto un sinocoreano a ingersi dissidente in modo da trovare un inanziatore per il viaggio a Yanji e da spartirsi poi i soldi. Poi Yoo mi chiede di Kim. Dal suo tono, ho l’impressione che i due non vadano d’accordo. Kim mi ha presentato qualche dissidente? Prima ancora che possa rispondere, Yoo aggiunge: “Scommetto che ti ha portato in una chiesa e te ne ha fatti incontrare un po’. E magari qualcuno di loro era a Yanji da troppo tempo. Dico bene?”. Annuisco, e Yoo prosegue. Mi fa vedere una fotograia di Choi che mostra il piede maciullato, dicendo di averla scattata quella mattina stessa: forse sarà proprio quell’infortunio a salvare Choi. Ci sono organizzazioni umanitarie internazionali

pronte a ofrirgli una via d’uscita uiciale dalla Cina, in qualità di rifugiato politico. “Due anni fa non sono stato capace di aiutarlo”, mi dice Yoo. “Dovevo rintracciarlo e tirarlo fuori da quell’inferno”. È strano che Kim e Yoo facciano a gara per aiutare un ultimo arrivato come Choi ad andarsene, mentre Hong è bloccato a Yanji da dodici anni. Yoo dice di non sapere nulla di Hong. È sempre più chiaro che la storia dell’anziano signore non sarebbe avvincente come quella di Choi per le varie organizzazioni che con i loro soldi rendono possibile il lavoro di Yoo. E, nel suo ramo, le storie sono tutto. Mentre gironzoliamo per Yanji, Yoo si sfoga. Pagare altri per guidare i fuggiaschi si sta rivelando costoso, e i soldi scarseggiano. Inoltre Kim ha praticamente il monopolio dei inanziamenti stranieri, per cui lui deve arrangiarsi. Verso la ine del mio soggiorno, Kim e io visitiamo la vicina città di Tumen, dove i turisti sudcoreani vanno a sbirciare il Nord al di là del iume. Attraversando la città passiamo davanti al centro di detenzione, un complesso di cemento circondato da ilo spinato dove i rifugiati sono trattenuti ino alla deportazione. Kim è stato incarcerato in una di quelle celle senza inestre per cinque settimane nel 1996. Dal ponte Tumen si vede il piccolo villaggio di Namyang, dove un ritratto di Kim Il-sung svetta sul tetto della stazione. Le uniche persone visibili sono due guardie in divisa color kaki. La scena, simile a una cartolina, è opaca come tutte quelle delle mie precedenti esperienze in Corea del Nord. Se Kim è malinconico, lo nasconde molto bene. In piedi davanti al iume, lo sguardo nella direzione del suo vecchio paese, rimane in silenzio per qualche minuto. Quel momento si interrompe bruscamente quando lui si gira verso di me con un’espressione allegra. “Immagina se ti consegnassi a loro”, dice con aria maliziosa. “Il trofeo più ambito, la giornalista americana! Fingerebbero di rapirti, ti riilerebbero le loro stronzate sulla Corea del Nord da ripetere al mondo, saresti rilasciata e avresti un contratto da un milione di dollari per scrivere un libro. La mia stazione radio potrebbe coprire il tutto in esclusiva e avere il record di ascolti”. Ride ancora guardando altrove. “Allora, che ne dici?”. u mc L’AUTRICE

Suki Kim è una scrittrice statunitense di origine sudcoreana. In Italia ha pubblicato il romanzo L’interprete (Terre di mezzo 2008).


Svezia

Il lato oscuro del sogno svedese Andrew Anthony, The Observer, Gran Bretagna. Foto di Lars Tunbjor

Il caso di un poliziotto condannato per stupro e sfruttamento della prostituzione ha sconvolto gli svedesi. E li ha spinti a interrogarsi sull’identità sociale di un paese dove spesso la realtà è diversa da come appare

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diretto in un albergo dove, insieme ad altri uomini, avrebbe dovuto incontrare una ragazza di quattordici anni. Nella sua auto è stata trovata una borsa contenente fruste di pelle, manette e una benda per gli occhi. A mettere in allarme la polizia sulle abitudini sessuali di Lindberg era stata, nel luglio 2009, la morte di un multimilionario di sessant’anni in un quartiere bene di Stoccolma. Secondo la polizia, l’uomo gestiva una rete di prostituzione. A quanto sembra, il giorno della morte stava aspettando l’arrivo di una diciottenne. Al suo posto, però, si è presentata una banda di ragazzi che l’ha picchiato selvaggiamente. L’uomo è caduto dal balcone, forse spinto da qualcuno. Sulla sua scrivania gli inquirenti hanno trovato il numero di telefono di Lindberg. Sembra la trama di uno dei libri di Stieg Larsson o di Mankell, con la signiicativa eccezione che in questo caso il poliziotto, invece di scoprire il crimine, lo commette. “I cattivi delle storie di Mankell sono troppo schematici”, dice Lars Linder, responsabile delle pagine

Da sapere Numero di reati sessuali negli ultimi dieci anni in Svezia, migliaia

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e mai è esistito un poliziotto in carne e ossa che nelle simpatie della Svezia di sinistra si è avvicinato a Kurt Wallander, la fortunata creatura letteraria di Henning Mankell, questo poliziotto è Göran Lindberg, capo delle forze dell’ordine di Uppsala, la città a nord di Stoccolma che ospita la più prestigiosa università del paese. Lindberg non ha l’umiltà e il riserbo di Wallander, ma come lui ha difeso gli emarginati e i poveri. Ha creato un centro di accoglienza per giovani maltrattati e ha lanciato una campagna di solidarietà a favore delle vittime di stupro. Ma soprattutto è sempre stato un nemico giurato del sessismo nelle forze dell’ordine e si è guadagnato la fama di paladino dei diritti delle donne. Le sue prese di posizione sono state così esplicite e frequenti da irritare gli altri poliziotti. “I suoi colleghi”, racconta P.J. Anders Linder, del quotidiano Svenska Dagbladet, “non sono certo così ossessionati dal problema dell’identità di genere. Lindberg sembrava deciso a farsi notare, a lasciare un segno”. E c’è riuscito. Fin dall’inizio della sua carriera, le autorità lo hanno considerato un modello, una sorta di portabandiera delle ragioni della parità sessuale nelle forze dell’ordine. Presto Lindberg è diventato il poliziotto progressista per eccellenza. Era così famoso per la sua correttezza politica e la sensibilità ai problemi delle donne da essere soprannominato Capitan Gonnella. Eppure, malgrado le battute dei colleghi, ha fatto carriera: è diventato prima direttore della scuola di polizia e poi capo della polizia di Uppsala. Ma a gennaio, dopo un’indagine durata sei mesi, Lindberg è stato arrestato. Secondo le accuse, al momento della cattura era

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culturali del quotidiano Dagens Nyheter. “Sono dei mascalzoni e di solito hanno contatti con gruppi fascisti o gente molto ricca. Quello che colpisce di Lindberg, invece, è il suo essere inlessibilmente corretto in pubblico e perverso in privato”. A ine luglio Lindberg è stato condannato a sei anni e mezzo di carcere per stupro, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione. Ha ammesso di aver pagato per fare sesso, una cosa illegale in Svezia, ma ha respinto le altre accuse. Dopo il suo arresto i giornali svedesi hanno riportato le dichiarazioni di una donna che ha detto di chiamarsi Linda e ha sostenuto di essere stata violentata da diversi uomini, tra cui Lindberg. “Mi chiamava ‘tesoro di papà’”, ha raccontato. “Qualcuno mi ha detto che era un pezzo grosso e che se l’avessi denunciato nessuno mi avrebbe creduta”. Riconosciuto colpevole di stupro aggravato, stupro, aggressione a sfondo sessuale, favoreggiamento, e di aver pagato per il sesso in 28 occasioni, Lindberg è stato però assolto dall’accusa di tentata violenza su una minorenne. La corte distrettuale di Södertörn lo ha condannato anche al pagamento di 300mila corone (oltre 31mila euro) per risarcire tre delle sue vittime. La scoperta della vita segreta di Lindberg ha fatto tremare la Svezia. Anche se negli ambienti intellettuali è piuttosto difusa una certa diidenza verso la polizia, l’idea che l’aliere dei diritti delle donne nelle forze dell’ordine sia un cliente abituale e uno sfruttatore di prostitute lascia stupefatti anche i più cinici. I colleghi di Lindberg, e soprattutto le sue sostenitrici, sono rimasti senza parole. Beatrice Ask, ministra della giustizia, ha dichiarato che il caso avrà “conseguenze disastrose e angoscianti”. “Non ho parole.


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Kiruna, Svezia Sono sconvolta. Un uomo che ha dedicato la sua carriera a lottare per i diritti delle donne. Quando ci penso mi sento male isicamente”, ha detto Cecilia Malmström, commissaria europea e membro del consiglio della polizia di Uppsala. Negli stessi giorni della condanna di Lindberg, Stoccolma appariva come l’immagine del benessere e della prosperità. Lungo i viali immacolati e nei numerosi giardini della città frotte di persone che sembravano l’incarnazione della salute approittavano della bella giornata per rilassarsi al sole. Circondata da insenature di un blu profondo, la capitale svedese sembrava scintillare di cristallina serenità. L’idea della Svezia che ci è più familiare è proprio questa: un quadretto di cui tutti gli svedesi sono felici e orgogliosi. È la visione utopica della folkhemmet, il concetto base della socialdemocrazia nordica, che gli svedesi coltivano ed esportano da quasi un secolo. Ma negli ultimi anni in tutto il mondo si è fatta largo un’immagine più cupa e inquietante del paese scandinavo. E oggi il sogno rischia di apparire come un’utopia fallita. Negli anni ottanta Stoccolma ha cominciato a ridurre gli interventi pubblici e a ridi-

mensionare le riforme sociali che avevano caratterizzato il paese nei cinquant’anni precedenti. Proprio quando questa trasformazione cominciava a produrre i suoi efetti, il 28 febbraio 1986 il primo ministro Olof Palme è stato ucciso per strada da un assassino che non ha ancora un nome. Da allora, soprattutto in campo culturale, tornano regolarmente a galla voci che parlano dell’esistenza di ripugnanti e torbide verità nascoste dietro all’apparente serenità svedese. Nei romanzi di scrittori come Mankell e Larsson e nei ilm di Lukas Moodysson la corruzione, i vizi e la disperazione sono ovunque.

La doppia vita del commissario Dichiaratamente di sinistra, Mankell, Moodysson e Larsson (che è morto nel 2004) raccontano la storia di un sogno tradito e di un mondo in cui le persone più vulnerabili sono abbandonate a se stesse da un sistema spietato. Nelle loro opere ricorre spesso l’immagine della prostituta violentata come metafora dello sfruttamento capitalistico. Lilja 4 ever, realizzato nel 2002 da Moodysson, raccontava la vicenda, basata su una storia vera, di una sedicenne di un’ex repubblica sovietica convinta da un uomo a

trasferirsi in Svezia. A Stoccolma la ragazza è tenuta segregata in casa, violentata e costretta a prostituirsi. E alla ine si suicida. Il personaggio ricorda le vittime indifese che popolano i romanzi di Mankell e Larsson: donne prigioniere di forze crudeli e occulte che fanno parte integrante della società svedese. Autori di romanzi gialli, e quindi abituati a prendersi qualche licenza creativa, Mankell e Larsson non hanno mai nascosto le motivazioni politiche che li hanno spinti a scrivere. Il commissario Wallander, nauseato dal mondo in cui vive e in perenne lotta contro i poteri forti, è nato come reazione alla xenofobia e al razzismo dominanti in Svezia alla ine degli anni ottanta, ha spiegato Mankell: “I temi afrontati nei libri sono sempre più importanti di quello che fa Wallander”. Uno di questi temi è proprio il sessismo. L’argomento ha dominato il dibattito politico e culturale in Svezia durante tutti gli anni novanta. Poi, nel 2000, è stata approvata una legge sulla prostituzione considerata una grande vittoria femminista. Secondo la nuova norma, vendere sesso è legale, mentre comprarlo è un crimine. In altri termini il reato è stato spostato dalla prostituta al cliente, vale a dire dalla donna all’uomo. Il Internazionale 864 | 17 settembre 2010

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Svezia provvedimento è stato presentato come un colpo mortale alla prostituzione di strada e al commercio del sesso, e molti paesi, tra cui la Gran Bretagna, hanno provato a copiare il modello svedese. In seguito all’approvazione della legge, la polizia ha dovuto rivedere molti dei suoi atteggiamenti, nei confronti delle prostitute e delle donne in generale, e ha ricalibrato la sua strategia. Il protagonista di questa trasformazione è stato Lindberg. Molti svedesi con cui ho parlato sono convinti che Lindberg incarni bene lo scollamento che esiste nel paese tra la retorica pubblica e i comportamenti individuali. “Alcuni degli uomini politici che si battono più attivamente per l’uguaglianza di genere sono anche incalliti clienti di prostitute”, mi conida un amico che conosce bene Stoccolma. Gunnar Petterson, uno scrittore e giornalista svedese che vive a Londra, ha un punto di vista diverso. “La Svezia ha due élite”, dice. “Quella politica ha posizioni internazionaliste e neutraliste, mentre l’altra, quella militar-industriale, è sostanzialmente nazionalista. Nel novecento, quando è stato creato il modello svedese, questi due gruppi si sono quasi sempre ignorati reciprocamente. Il problema di Lindberg è che aveva adottato la retorica dell’élite politica ma continuava ad appartenere a quella militar-industriale”. Se Lindberg ha una doppia personalità, o se il suo è puro opportunismo, spetta agli psichiatri stabilirlo. La cosa che invece è più interessante indagare è la falla che questa vicenda ha aperto nella logica del politically correct. Secondo i sostenitori del politicamente corretto, cambiando il linguaggio si cambia anche quello che il linguaggio descrive, perché la percezione modiica la realtà: le espressioni non sessiste, per esempio, contribuiscono a incoraggiare un modo di pensare non sessista. Ma se dietro certe parole d’ordine non ci fosse un vero consenso? Se il linguaggio fosse solo una maschera, uno strumento di conformismo che serve a occultare verità inquietanti? Questo darebbe un nuovo signiicato all’ossessiva preoccupazione svedese per la corruzione nascosta. Tuttavia, trovare le tracce di questa trasformazione nei romanzi di Mankell o di Larsson è un’impresa impossibile. La capacità di cogliere dettagli e sfumature non è mai stata il loro forte, come sanno bene i lettori svedesi che gli rimproverano una visione manichea del paese. “Sono sempre stata molto critico e difidente nei confronti di scrittori come Mankell e Larsson”, dice Lars Linder. “Le teorie

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E se il linguaggio fosse solo una maschera, uno strumento di conformismo che serve a occultare verità nascoste e inquietanti? del complotto non mi convincono. Anch’io sono di sinistra da sempre, ma non mi piace che dipingano la vecchia Svezia socialdemocratica come un paradiso, contrapposta all’inferno attuale, popolato da criminali in combutta con i potenti. È una visione semplicistica e nostalgica. È molto più interessante occuparsi di casi come quello di Lindberg”.

Sesso e dimissioni Mankell assicura che L’uomo inquieto, pubblicato nel 2009, sarà l’ultimo romanzo con Wallander come protagonista. Questa volta i nemici del commissario sono alcuni estremisti di destra. La Svezia è nota per il suo spirito liberale e progressista, per il suo sistema di welfare e il suo egualitarismo, e igura sempre nelle classiiche di Transparency International come una delle nazioni meno corrotte del mondo. Sembra difficile capire perché, guardandosi allo specchio, il paese tenda a vedere soprattutto violenza, complotti di destra e corruzione: tutti problemi che preoccupano molto gli svedesi. In particolare quello dello sfruttamento sessuale. A qual-

Da sapere u Il 19 settembre in Svezia si svolgeranno le elezioni politiche. Secondo i sondaggi, il candidato premier favorito è Fredrik Reinfeldt, del Partito moderato unito, che dal 2006 governa il paese alla testa della coalizione di centrodestra Alleanza per la Svezia. La sua principale sidante è la socialdemocratica Mona Sahlin, leader della Coalizione rosso-verde (De rödgröna), che comprende anche il Partito della sinistra e i Verdi. Entrambi i candidati si sono impegnati a non collaborare con i Democratici svedesi, un partito di estrema destra che quest’anno per la prima volta potrebbe portare dei deputati in parlamento. u Con l’eccezione di alcuni mesi nel 1936 e dei periodi compresi tra il 1976 e il 1982 e tra il 1991 e il 1994, negli ultimi ottant’anni la Svezia è sempre stata guidata dal Partito socialdemocratico (Sap).

che giorno dalla convocazione di Lindberg in tribunale, il ministro del lavoro, Sven Otto Littorin, ha dato le dimissioni. Aveva appena saputo che il tabloid Aftonbladet stava per pubblicare un articolo in cui lo accusava di essere stato, quattro anni prima, con una prostituta. La sua anonima accusatrice, che lo avrebbe riconosciuto alla tv, sostiene di essersi decisa a parlare dopo il caso Lindberg, spinta dal desiderio di costringere i potenti ad assumersi le loro responsabilità. L’ex ministro ha negato di aver avuto rapporti sessuali a pagamento e il giornale non ha presentato altre prove oltre alle dichiarazioni della donna. Secondo diversi osservatori, inoltre, la versione dei fatti fornita dal quotidiano sarebbe piena di incongruenze e imprecisioni. Eppure Littorin si è dimesso, accusando la stampa di essersi intromessa nella sua vita privata. Per la prima volta da decenni gli svedesi si sono trovati a fare i conti con uno scandalo di sesso e politica, un fenomeno che avevano sempre ritenuto una bizzarra caratteristica degli inglesi. In realtà molti ritengono che, più ancora del caso Lindberg, la vicenda di Littorin sia particolarmente emblematica delle trasformazioni sociali in corso in Svezia. Secondo Petra Östergren, il caso rivela un netto cambiamento nella morale pubblica svedese. Femminista ma molto critica verso le leggi svedesi in materia di prostituzione, con le sue prese di posizione Östergren si è inimicata molte ex compagne. “Cinquant’anni fa Littorin si sarebbe dimesso se si fosse scoperto che era gay. Oggi non solo abbiamo criminalizzato la compravendita del sesso, ma l’abbiamo talmente stigmatizzata che basta un semplice sospetto in materia per giustiicare le dimissioni di un uomo politico. Essere gay è diventato accettabile, mentre andare con una prostituta è considerato una patologia. Per soddisfare l’esigenza sociale di normalità c’è bisogno di trovare qualcosa che non sia normale. Oggi questa igura è rappresentata dall’uomo che paga per il sesso”. Ovviamente la maggior parte delle femministe non condivide quest’analisi. La prostituzione, sostengono, ha a che fare con la diseguaglianza e lo sfruttamento. Una lavoratrice del sesso è sempre in una posizione di debolezza, socialmente e inanziariamente, e non ha nessun potere nelle transazioni con i clienti. Non si può dire che agisca liberamente, soprattutto se è una vittima del traico di esseri umani ed è tenuta prigioniera. Östergren obietta che la grande maggioranza delle prostitute non rientra in


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“Le parole-chiave della società svedese sono uguaglianza, modernità e consenso”, afferma Kjell Nordström, economista di fama e guru del funky business. Lo incontro nel suo spazioso appartamento, che si è meritato un servizio sulla rivista di architettura e design Wallpaper*, nella lussureggiante isola di Djurgarden, al centro di Stoccolma. È un luogo magniico, anche se da qui il panorama non abbraccia certo il torbido sottobosco di cui parlano Mankell e Larsson. Anche Nordström è molto critico verso i provvedimenti adottati in materia di sesso a pagamento, per il semplice motivo – spiega – che non funzionano. Secondo le statistiche, la prostituzione è tornata quasi ai livelli precedenti all’introduzione della legge. Ma Nordström è soprattutto interessato a capire se e come gli svedesi potranno trovare un punto d’incontro su questo problema. “Da noi il conlitto è semplicemente improponibile”, aferma. “Abbiamo avuto duecento anni di pace. E la pace ci ha resi un po’ particolari”. Oggi, sostiene, è l’ineguaglianza della prostituzione, e quindi la sua arretratezza, a ofendere gli svedesi. Per raggiungere un’intesa “bisogna trattare il commercio del sesso in modo assolutamente neutrale rispetto al genere”, aferma Nordström. “Ci vuole un bordello con uomini e donne che lavorino ianco a ianco. Per guadagnare il consenso dei cittadini bisogna dimostrare di aver rivoluzionato il concetto che c’è dietro alla prostituzione. La nostra è una società in cui si può parlare liberamente di sesso ed è facile farlo. Ma questo non contempla il sesso basato sullo sfruttamento, nel quale si usa il proprio potere per comprare un’altra persona. Bisogna spiegare che dietro al commercio del sesso non c’è sempre lo sfruttamento”.

Sala

La ine dell’utopia?

Kiruna questa descrizione, e fa notare che la prostituzione scelta volontariamente e quella imposta con la violenza sono due cose completamente diverse. “Sappiamo distinguere tra matrimoni consensuali e matrimoni forzati”, dice. “Perché non riusciamo a fare la stessa distinzione con le prostitute?”. Poi si soferma sulle vere radici di alcune iniziative politiche e sociali adottate in Svezia. Quello che molti svedesi disapprovano nella prostituzione, spiega, è la sua carica trasgressiva, il suo carattere istintivo e antigienico. Inine cita il vasto programma di steri-

lizzazione portato avanti dai socialdemocratici fino agli anni settanta, a riprova dell’impulso progressista a ripulire e a eliminare con la forza gli aspetti indesiderabili della società. “Rientra tutto in un vecchio progetto che ci vorrebbe moderni e perfetti, cittadini di un mondo ideale dove non c’è spazio per i tossicodipendenti, le prostitute e i loro clienti. Dipende tutto dal nostro desiderio latente di essere una nazione superiore. A noi piace esportare questa immagine. Ci piace assumere posizioni etiche nobili e irreprensibili”.

A diferenza di molti suoi connazionali, soprattutto nell’élite intellettuale, Nordström non crede che il progetto sociale svedese sia in crisi. Per dimostrarlo, ripercorre rapidamente la storia del miracolo economico che ha permesso l’adozione delle riforme sociali del secolo scorso. All’inizio del novecento la Svezia era poverissima e un abitante su tre era alcolizzato: “Eravamo una specie di piccola Russia”. Negli anni venti, però, si afermò l’idea socialdemocratica secondo cui l’alleanza tra gli industriali, i sindacati e lo stato avrebbe portato al benessere universale. Fu allora che l’idea della folkhemmet, la comunità in cui la ricchezza industriale è ridistribuita per il bene pubblico, cominciò a farsi strada. Dopo la Internazionale 864 | 17 settembre 2010

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Svezia guerra, in cui rimase neutrale e non subì occupazioni né bombardamenti, la Svezia era uno dei pochi paesi d’Europa ad avere ancora un’industria manifatturiera perfettamente funzionante. Grazie alle esportazioni, il paese crebbe rapidamente, diventando negli anni settanta uno dei più ricchi del mondo. In quel periodo gli svedesi costruirono un sistema di welfare eicientissimo, con generosi inanziamenti per l’infanzia, la sanità e le pensioni. Nel 1973, quando l’imposizione iscale era particolarmente elevata, arrivò la crisi petrolifera. Per la prima volta in trent’anni la crescita si fermò. E negli anni ottanta il governo cominciò a intromettersi meno nelle questioni economiche. L’economia, allora, riprese a correre. Ma nell’immaginario collettivo degli svedesi, soprattutto quelli di sinistra, si era ormai radicato un certo disincanto verso la politica e le istituzioni. Fu in quegli anni che venne ucciso il premier Olof Palme. La sua morte è stata l’evento centrale della storia svedese del dopoguerra e ancora oggi è circondata da dubbi e ambiguità. In uno dei suoi romanzi, Piramide, Mankell analizza l’ansia generata dalla morte di Palme, la cui igura è presente anche nel suo ultimo libro, L’uomo inquieto. Quest’anno, inoltre, Mankell metterà in scena a Stoccolma un’opera teatrale intitolata Politik e dedicata proprio al premier ucciso.

La paura del complotto Palme era un personaggio singolare. Nato in una famiglia dell’alta borghesia, amava apparire modesto e frugale, ma conservava un’aristocratica consapevolezza dei suoi privilegi: una volta, mentre era in viaggio verso la sua casa di villeggiatura, perse l’ultimo traghetto e pretese che la barca tornasse in porto a prenderlo. Era un internazionalista che difendeva ieramente gli interessi della Svezia, e un neutralista che corteggiava l’Unione Sovietica ma rimaneva schierato con l’occidente. La sua posizione riuniva due tendenze del liberalismo spesso in contrasto: Palme era favorevole all’intervento statale in economia ma allo stesso tempo era anche un sostenitore del raforzamento delle libertà personali. Una sera, mentre tornava a casa con la moglie percorrendo Sveavägen, una delle strade principali di Stoccolma, Palme fu ucciso a colpi di pistola da un uomo che poi si dileguò nella notte. In mancanza di un sospetto, e a causa della pessima gestione delle indagini da parte della polizia, si fecero subito strada diverse teorie del complotto sul coinvolgimento nell’omicidio delle igure più disparate: da Saddam Hussein ai

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L’approccio pragmatico degli svedesi rischia di concentrarsi sulla soluzione dei problemi e di trascurarne le radici gangster curdi ino alla Cia. A complicare la questione c’era anche il fatto che la testimone principale – la vedova di Palme, Lisbet – si riiutò di collaborare ino in fondo con la giustizia, per ragioni mai rese note. La sua testimonianza, tuttavia, portò alla condanna di Christer Pettersson, un alcolista già inito in prigione per omicidio, ma liberato dopo solo sei mesi grazie alla clemenza delle leggi svedesi. Petterson fu condannato all’ergastolo, ma venne assolto in appello. La mancata cattura del colpevole ha trasformato la morte di Palme in un trauma nazionale. Ancora oggi le scorie della vicenda – soprattutto l’ostinata paranoia degli svedesi verso i complotti e le cospirazioni – continuano a inluenzare alcune questioni particolarmente sensibili del dibattito politico. Una di queste riguarda le incursioni di alcuni sottomarini nelle acque svedesi durante gli anni ottanta, un tema che è ancora oggetto di un’interminabile polemica. Quei mezzi, che allora non si sapeva se fossero sovietici o della Nato, rappresentavano il torbido che si muove sotto la superficie. Mankell non è il solo a ritenere che le incursioni, a cui accenna sia in L’uomo inquieto sia in Politik, siano state uno dei grandi scandali svedesi. Eppure fu proprio Palme, uno degli eroi della sinistra, a gestire quella delicata situazione. Oggi, infatti, numerose prove indicano che i protagonisti della maggior parte delle incursioni erano i sottomarini della Nato. E voci difuse negli ambienti diplomatici confermano che Palme era al corrente della loro presenza: aveva accettato di ospitare le manovre della Nato per garantirsi protezione dall’Unione Sovietica. All’occorrenza Palme sapeva essere molto lessibile, anche per quanto riguarda i rapporti tra la politica e gli scandali sessuali. Negli anni settanta si difuse la notizia che il suo ministro della giustizia, Lennart Geijer, era un cliente abituale di prostitute. L’informazione era esatta. Palme lo sapeva, ma difese il suo ministro negando i fatti. Il giornale che aveva riportato la storia fu co-

stretto a scusarsi. È signiicativo che uno dei cattivi di un romanzo di Mankell, La falsa pista, sia un ministro della giustizia degli anni settanta coinvolto in un giro di prostituzione e accusato di violenza sessuale. Esattamente gli stessi crimini imputati a Lindberg. Nel libro il personaggio, che somiglia molto a Geijer, è colpevole di aver cancellato l’idealismo dalla politica svedese. A questo punto sarà interessante vedere quale giudizio Mankell ha riservato al capo di Geijer, il premier Palme, nella sua nuova pièce teatrale. Secondo Kjell Nordström, dietro alla nostalgia per l’epoca di Palme c’è il desiderio di tornare a un maggiore controllo dello stato: “Molti svedesi rimpiangono il passato, quando il paese era più omogeneo e tutto era più semplice. Ma le cose sono cambiate. E abbiamo dovuto trovare strade diverse”. Nordström ha anche il sospetto che questo rimpianto per una mitica età dell’oro sia in parte l’espressione di una crisi d’identità del maschio svedese. “Gli uomini stanno perdendo il loro ruolo. Le donne hanno fatto enormi passi avanti negli ultimi quarant’anni. In diversi settori un tempo dominati dagli uomini oggi ci sono donne in posti di responsabilità e di potere”. Il capo di Lindberg, per esempio, era una donna, come la maggior parte delle sue colleghe. “Ma l’accademia di polizia non lo aveva preparato a vivere e lavorare in un ambiente del genere”, osserva Nordström versandomi un altro bicchiere di vino. A conti fatti è questo l’atteggiamento che oggi prevale sulla paranoia complottista e i dubbi dei progressisti: se c’è un problema, si risolve migliorando la formazione e l’istruzione. Per molti versi è una posizione encomiabile: dopotutto rivela una fede tutta progressista nella possibilità di migliorare l’essere umano. Ma quest’atteggiamento pragmatico rischia di concentrarsi sulla soluzione dei problemi e di trascurarne le radici. In questo senso gli svedesi ossessionati dalle cospirazioni potrebbero avere ragione. Il punto è che troppo spesso cercano i complotti nei posti sbagliati: negli anfratti del sistema, nello stato, nella polizia. Dovrebbero, invece, indagare dentro loro stessi. È diicile capire perché il capo della polizia di Uppsala avesse con sé un corredo di fruste e manette mentre andava a un appuntamento segreto con una ragazza minorenne. Qualunque sia la risposta, una cosa è certa: la formazione professionale non c’entra nulla. u gc


illustrazione: Chiara Carrer - progetto grafico: Raffaella Ottaviani


Partorire a Freetown

VII NetwOrk

Sierra Leone

Alex Renton, Prospect, Gran Bretagna Foto di Lynsey Addario

È il posto peggiore in cui mettere al mondo un bambino. L’assistenza sanitaria è costosa, le donne partoriscono in casa e la mortalità delle mamme è alta. Colpa anche degli aiuti internazionali

L

a baracca è maleodorante, e sembra impossibile che ci abitino undici persone. Ma ora ce ne sarà una in meno: Sia Brima, la primogenita di Mabinti, è crollata dopo tre giorni di “dolori alle ossa”, come li chiamava lei. Quando è arrivata l’ambulanza era già morta. Sia aveva 24 anni, stava per sposarsi ed era incinta di cinque mesi. Come sua madre, sofriva di anemia falciforme. Anche nei paesi industrializzati il 20 per cento dei bambini concepiti da donne afette da questa malattia nascono prematuri o sottopeso e il rischio di aborto spontaneo è alto. Ma nessuno sa esattamente di cosa è morta Sia, perché è stata sepolta subito, senza essere sottoposta a un’autopsia. Sul certiicato di morte c’era scritto “mal di ossa”.

Da sapere Tassi di mortalità materna in alcuni paesi africani (numero di partorienti morte ogni centomila nascite), 2005

Sierra Leone

2.100

Niger

1.800

Chad

1.500 1.400

Somalia Camerun

etiopia

810 720

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fONte: UNICef

Costa d’Avorio

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1.000 970

Mali

La morte di Sia, una delle tante morti che si contano nelle bidonville africane, si sarebbe potuta evitare come quella di molte altre donne incinte in Africa. In Sierra Leone una donna su otto muore di complicanze nel corso della gravidanza o del parto. Il primo giorno in cui ha avuto i dolori alle ossa Sia ha consultato un medico privato, che le ha venduto pillole di acido folico e le ha consigliato di rivolgersi all’ospedale materno Princess Christian. Ma Sia non poteva permetterselo. Una visita all’ospedale costa almeno cinquemila leoni (98 centesimi di euro) e le terapie molto di più. Queste cifre sono fuori dalla portata dei sierraleonesi, che nel 70 per cento dei casi vivono con meno di un dollaro al giorno. Sia viveva a dieci minuti da una clinica, ma non poteva permettersi di andare neanche lì. Il centro sanitario George Brook è stato costruito dall’Unicef ed è gestito dallo stato in collaborazione con alcune 0ng. Qui la prima visita costa 25mila leoni (cinque euro) e le donne che non pagano rischiano di essere trattenute inché un familiare non salda il debito. A Mabinti sarebbero servite due settimane per guadagnare quella somma. La Sierra Leone ha i tassi di mortalità infantile e materna peggiori del mondo. Dalla ine della guerra civile, nel 2002, il paese ha ricevuto degli aiuti internazionali per ridurre alcuni indici di povertà e raggiungere gli obiettivi di sviluppo del millennio individuati dalle Nazioni Unite. Ma di solito gli aiuti non vengono concessi senza

Nelle foto di queste pagine Mamma Sassey, una ragazza di 18 anni. Ha partorito il primo dei suoi due gemelli in casa, in un villaggio alla periferia di Freetown. Poi ha preso una canoa e un’ambulanza per raggiungere l’ospedale di Magburaka, dove ha partorito il secondo bambino. È morta di emorragia postparto. È stata sepolta nel villaggio di Mayogbah condizioni. Le teorie dello sviluppo, applicate da più di vent’anni dalla Banca mondiale e da organismi come l’Unicef e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), prevedono il versamento di contributi. Un esempio sono i ticket sanitari che hanno impedito a Sia di avere l’assistenza medica. Ho attraversato le stradine della baraccopoli che dalla casa di Mabinti portano alla clinica. Quattro donne incinte chiacchieravano al sole in attesa di essere visitate e in corsia solo uno degli otto letti era occupato. Nello studio di Albert Vandy, l’uiciale sanitario di zona, un foglio ingiallito appeso al muro riportava le statistiche mediche della


Da sapere Tiraspol

GUINEA

m en

Tu

Yanji

CINA

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Tu Porto-Novo Cotonou

Makeni

Freetown

Transnistria Mar Giallo

Pyongyang

Chisinau

COREA DEL SUD

Oceano Atlantico 40 km

SIERRA LEONE Bo

Kenema

LIBERIA

u Nel 1961 la Sierra Leone ha ottenuto l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Nel 1992 i ribelli del Fronte unito rivoluzionario hanno lanciato un’ofensiva contro il governo centrale. La guerra civile si è conclusa nel 2001 con l’intervento delle Nazioni Unite e la irma di un accordo di pace tra il governo e i ribelli. La missione dell’Onu ha lasciato il paese nel 2005. u Nel 2002 è stato istituito il Tribunale speciale per la Sierra Leone per indagare sui crimini della guerra civile. Durante il conlitto sono stati arruolati migliaia di bambini-soldato tra i 4 e i 16 anni, il 90 per cento delle bambine rapite dai ribelli è stato violentato. u La Sierra Leone ha circa 5 milioni di abitanti. È il primo paese al mondo per mortalità infantile sotto i 5 anni (283 ogni mille nati vivi) e per mortalità materna. La speranza di vita alla nascita è di 42 anni.

zona di Dwarzak Farm: secondo quei dati, su venti bambini nati nella valle tre muoiono prima dei cinque anni.Ho parlato con Vandy della morte di Sia. “Le cure non vengono negate a nessuno”, mi ha detto il funzionario. “La tarifa richiesta varia a seconda delle possibilità della paziente”. La riscossione dei contributi è fondamentale per coprire le spese della clinica anche se Vandy ha detto di non usarli, come succede in altri ospedali, per aumentare gli stipendi, che nel settore sono i più bassi di tutta l’Africa: Vandy guadagna 144mila leoni al mese e le infermiere 120mila.

Ricordi di guerra Nel cortile era parcheggiata una Land Cruiser, l’ambulanza della clinica. Sotto la patina di polvere arancione si potevano ancora distinguere gli stemmi del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione e del Progetto giapponese per la riduzione della mortalità materna. Nessuno può usare il veicolo, mi ha spiegato Vandy, senza prima versare cinque euro per il carburante. Qual è il tasso di mortalità materna della zona? “Non lo sappiamo”, mi ha risposto dispiaciuto. “So-

lo pochi casi vengono denunciati”. Gli ho chiesto perché lavorasse lì quando avrebbe potuto ricevere uno stipendio cinque volte maggiore collaborando con una ong. “Voglio servire il mio paese”, ha detto. Dieci anni fa avevo visitato la Sierra Leone per seguire la missione di una piccola task force di paracadutisti e truppe speciali inviata dalla Gran Bretagna. Il generale di brigata David Richards (oggi capo di stato maggiore) dirigeva l’operazione: il suo compito era quello di dare sostegno a una missione di pace dell’Onu che rischiava di perdere il controllo di Freetown negli scontri con i miliziani ribelli che avevano conquistato gran parte del paese. Quella spedizione non rispondeva a un grande interesse di natura strategica o economica e non era degna di nota neanche per l’opinione pubblica inglese. Era la cosiddetta “politica estera dalla dimensione etica” dei laburisti: Robin Cook, il ministro degli esteri dell’epoca, aveva promesso di “ricostruire la Sierra Leone” e un gruppo di funzionari pubblici britannici era stato distaccato nei ministeri del paese mentre un commissario di polizia a riposo di Manche-

ster era stato messo a capo delle forze di sicurezza. Così cominciò un vasto programma di aiuti, e ancora oggi la Sierra Leone riceve dalla Gran Bretagna una quantità di fondi pro capite superiore a quelli inviati in qualunque altro stato africano. Nel 2000, lo stesso anno dell’intervento britannico, l’Onu ha approvato gli obiettivi di sviluppo del millennio: quindici dovranno essere realizzati entro il 2015. Il quinto obiettivo è ridurre di tre quarti la mortalità materna entro il 2015. La Sierra Leone non riuscirà neanche ad avvicinarsi a questo risultato. Il tasso nazionale di duemila morti materne per 100mila bambini nati (dichiarato sia dall’Unicef sia dall’Oms) è probabilmente il più elevato del pianeta. La cifra registrata nell’Africa subsahariana nel 2005 era di 900 su centomila, mentre in Europa occidentale è di nove su centomila. Nell’Africa subsahariana ogni anno 250mila donne muoiono di parto, in un terzo dei casi per problemi banali come un’emorragia. In molti paesi la nascita di un iglio è la causa di decesso più difusa tra le donne giovani. Nella regione la mortalità materna si sta riducendo molto lentamente Internazionale 864 | 17 settembre 2010

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VII NeTwOrK (3)

Sierra Leone

e tra tutti gli obiettivi di sviluppo del millennio la riduzione delle morti non necessarie collegate alla gravidanza è il più diicile da raggiungere. La morte di parto muove facilmente le coscienze dei paesi ricchi. Da un lato all’altro del mondo, le mogli dei capi di governo hanno promosso una campagna per la salute delle madri e dei bambini, e forse proprio grazie a questa iniziativa gli aiuti umanitari hanno subìto un’impennata, passando secondo Oxfam da 1,7 a 2,8 miliardi di euro nel triennio compreso tra il 2003 e il 2006. La spesa sanitaria dei paesi in via di sviluppo si è triplicata negli anni duemila. Ma allora come mai i tassi di mortalità materna sono ancora così elevati? A questo interrogativo gli studiosi dello sviluppo forniscono due risposte. La prima, quella secondo cui “gli aiuti non funzionano”, si inserisce nella corrente molto in voga sostenuta l’anno scorso in La carità che uccide, il libro dell’economista zambiana Dambisa Moyo. A questa posizione hanno aderito economisti come Jagdish Bhagwati e politici come il ruandese Paul Kagame e l’ex segretario generale delle Nazioni Unite, Koi Annan. Moyo aferma che nei paesi dove mancano gli strumenti per gestire gli aiuti in modo adeguato, le iniezioni di denaro favoriscono il clientelismo e la dipendenza oltre che la corruzione e l’ineicienza dello stato. Forse ha ragione: negli ultimi tre anni la Sierra Leone ha ricevuto più di 250 milioni di dollari in inanziamenti alla sanità pubblica dall’Unicef, dal ministero

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britannico per lo sviluppo internazionale (Department for international development, Did) e dalla Banca mondiale e ora l’ex ministro della sanità sierraleonese è in attesa di un processo per corruzione. Ma esiste anche un’altra tesi sostenuta da organizzazioni come Oxfam, che ha pubblicato da poco un documento intitolato “Aid in the 21st century”. Secondo questa tesi, i fallimenti degli aiuti allo sviluppo so-

In tutto il paese ci sono cinque ginecologi e 95 ostetriche per tre milioni di donne no in parte dovuti alle condizioni e alle idee che i donatori impongono ai paesi beneiciari. Gli aiuti allo sviluppo possono rappresentare un problema, ma la mortalità materna dipende da vari altri fattori e molti sono legati a questioni culturali. Le donne sottoposte a inibulazione sono esposte a rischi maggiori durante il primo parto. In alcune società poligame la vita di una donna ha così poco valore che a volte la famiglia non è disposta a pagare per tutelare la sua salute. Inoltre, un travaglio ostruito può essere interpretato come un segno dell’infedeltà della donna. In Sierra Leone ci sono tutti questi elementi, oltre ai problemi di infrastrutture e di personale. Per prevenire le morti di parto, un paese ha bisogno di ostetriche, di chirurghi e di strutture in cui

efettuare gli interventi. La fuga di cervelli nei paesi industrializzati, che ha riguardato soprattutto infermieri e ostetriche, è un ostacolo allo sviluppo dei paesi poveri. In Sierra Leone si contano appena cinque ginecologi e 95 ostetriche per una popolazione di tre milioni di donne, e sei dei tredici distretti del paese non hanno un pronto soccorso ostetrico. Perciò meno dell’1 per cento delle donne ricorre al parto cesareo contro una percentuale compresa tra l’8 e il 9 per cento nelle società in cui i servizi sanitari sono accessibili a tutti. I tentativi di migliorare la salute delle madri (e la sopravvivenza dei neonati) hanno risentito delle scelte ideologiche dei paesi donatori. Tre sono i problemi principali: la dipendenza dai metodi di parto tradizionali, la riduzione dei inanziamenti per la pianiicazione familiare e l’imposizione di una tassa per il ricorso ai servizi medici, l’aspetto più criticato di tutti.

Pagare il ticket Per quanto riguarda il primo problema, in molti paesi africani sono state investite ingenti somme di denaro per insegnare alle donne anziane dei villaggi a fare le levatrici tradizionali. I risultati sono stati deludenti: le levatrici tradizionali erano poco propense a chiedere un consulto professionale nei casi in cui il parto andava storto. Secondo Ibrahim Thorlie, primario della maternità dell’ospedale Princess Christian, “se lo scopo è quello di ridurre la mortalità materna, alle levatrici tradizionali non deve essere


riservato alcun ruolo. Quando cercano di portare a termine un parto diicile, per noi sono solo un problema”. Non si possono ottenere tassi di sopravvivenza moderni senza strumenti moderni. La seconda questione è puramente ideologica. L’amministrazione Bush ha ritirato i fondi destinati alla pianiicazione familiare in Africa, assecondando le pressioni della destra cristiana che preferiva promuovere l’astinenza sessuale. L’impatto di questa decisione è diicile da valutare, ma nel 2009 l’Onu ha calcolato che ci sono 215 milioni di donne che non hanno accesso a metodi contraccettivi. In Sierra Leone si ritiene che siano usati da meno del 4 per cento della popolazione femminile. L’ideologia è anche alla base della questione più rilevante di tutte: i ticket sanitari. Nel 1987 l’Oms e l’Unicef hanno organizzato un vertice a Bamako, in Mali. Su sollecitazione della Banca mondiale, i ministri della sanità africani hanno concordato l’introduzione di tarife per i singoli servizi. Questa misura faceva parte dei piani di “aggiustamento strutturale” adottati dai paesi in via di sviluppo per ridurre la spesa statale. Il principio del ticket, noto come iniziativa di Bamako, è stato sostenuto dalle principali organizzazioni del settore sanitario internazionale e da paesi donatori come la Gran Bretagna. La Banca mondiale ha stimato che le entrate provenienti da questi contributi avrebbero coperto tra il 15 e il 20 per cento delle spese per la

sanità pubblica. Inoltre, il ticket avrebbe ridimensionato gli sprechi e ostacolato un uso “futile” dei farmaci. A metà anni novanta l’iniziativa di Bamako è stata un elemento centrale delle politiche di aiuto allo sviluppo dei servizi pubblici. Nelle riforme dei sistemi sanitari, quasi tutti i paesi più poveri hanno introdotto una tassa sui servizi. I prestiti erogati dalla Banca mondiale e dall’Fmi alla sanità pubblica sono stati concessi a condizione che venisse introdotto un ticket. Nel 2000 solo tre paesi africani non imponevano una tassa ai pazienti. Ma quando sono stati resi noti i risultati delle ricerche sugli efetti di questa politica, alcune delle organizzazioni più radicali nel campo degli aiuti internazionali, come Medici senza frontiere, Oxfam e Save the Children, hanno lanciato una campagna di protesta. L’Onu e le istituzioni inanziarie sono rimaste ferme sulla loro posizione anche se i dati dimostrano che i ticket sanitari allontano i più poveri dalle strutture ospedaliere. I ticket hanno anche costretto i poveri a vendere i loro beni o a contrarre prestiti a tassi d’interesse esorbitanti in caso di malattia. Secondo alcune fonti, nella Repubblica Democratica del Congo queste tasse hanno ridotto l’uso “futile” dei servizi sanitari al punto che ormai la popolazione va a farsi visitare in ospedale in media ogni 6,7 anni. In tutta l’Africa i ticket hanno coperto appena il 5 per cento delle spese sanitarie: molto meno di quanto avesse previsto la Banca

mondiale. Nel frattempo i dati sulla salute pubblica non sono migliorati. Eppure la Banca mondiale e altre istituzioni sono rimaste inlessibili. I promotori dell’iniziativa di Bamako erano ancora quasi tutti in carica e, per citare le parole di un analista, avevano “fondato la loro carriera sui ticket sanitari”. Hanno studiato una strategia difensiva fondata sull’idea che, se un sistema sanitario è gestito come si deve (vale a dire se gli aiuti inanziari vengono investiti negli stipendi degli operatori sanitari invece di sparire da qualche parte ai vertici della piramide), tutto funziona. L’Unicef, che sostiene tuttora la causa dei ticket sanitari, ha pubblicato nel 2005 una serie di statistiche da cui si poteva desumere che quando i servizi migliorano vengono usati di più. Ma dai dati forniti dalle varie agenzie dell’Onu risulta evidente che in quasi tutti i paesi il ricorso ai servizi si sta riducendo. Negli stati meno eicienti i ticket sono diventati l’unico mezzo per garantire il funzionamento dei centri sanitari di base, oltre a essere una componente fondamentale dei salari di chi ci lavora. In alcune cliniche di Freetown la metà del personale percepisce lo stipendio grazie ai ticket, e quando medici e infermieri sottopagati sono direttamente interessati a esigere un compenso per i servizi erogati le cose possono degenerare in fretta. In Sierra Leone non è diicile trovare una spiegazione ai tassi di mortalità materna: il fatto è che gli ospedali pubblici uccidono le madri aidando ai loro collaboratori il compito di esiInternazionale 864 | 17 settembre 2010

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Sierra Leone gere i ticket. “Hanno detto a mia moglie che il bambino doveva essere tirato fuori con un’operazione. Hanno chiesto un milione di leoni. Allora lei ha risposto che si sarebbe aidata al Signore, ha partorito a casa ed è stata benissimo”, mi ha raccontato il gestore del ristorante del mio albergo. Evidentemente, la cattiva gestione del meccanismo dei ticket riduce la iducia della popolazione nel sistema sanitario statale. La rivolta contro i ticket sanitari ha preso deinitivamente piede nel 2001. A pochi giorni dalle elezioni il presidente ugandese Yoweri Museveni ha annunciato che avrebbe garantito a tutti l’assistenza sanitaria gratuita. Rob Yates, che oggi è un alto consulente sanitario del Did, all’epoca era distaccato presso il ministero ugandese della sanità. “Avevo seri dubbi sull’eicacia di quella decisione”, racconta. Ma poco dopo Yates si è convinto: con l’istituzione del sistema sanitario gratuito il ricorso ai servizi ospedalieri di base è raddoppiato e la metà dell’assistenza fornita è stata richiesta dal 20 per cento più povero della popolazione. “I ticket avevano escluso proprio le persone a cui erano stati destinati gli aiuti”. Armati di una dose consistente di dati, Yates e altri hanno cominciato a difondere la notizia. In Kenya bastava chiedere 60 centesimi di euro per una zanzariera trattata con insetticida (uno degli strumenti a basso costo più eicaci per la prevenzione della malaria) per registrare una riduzione del 75 per cento della domanda. L’assunzione di vermifughi, rilevante per lo sviluppo dell’organismo infantile, subiva un crollo dell’80 per cento non appena si chiedeva un minimo contributo. Nell’ottobre del 2005 l’iniziativa di Bamako ha ricevuto un duro colpo dopo la pubblicazione di un articolo sul British Medical Journal. Basato sui dati raccolti in venti paesi africani, lo studio faceva una proiezione degli efetti di un’eventuale abolizione del ticket, concludendo che ogni anno sarebbe stato possibile salvare la vita a 233mila bambini di età inferiore ai cinque anni. Avendo osservato il successo dell’Uganda, nel 2006 il Senegal e il Burundi hanno promesso di fornire assistenza sanitaria gratuita alle partorienti nonostante la persistente opposizione delle organizzazioni internazionali. Anche i paesi donatori stavano cambiando idea: in una pubblicazione del 2006 la Gran Bretagna ha annunciato l’intenzione di sostenere gli stati che avessero deciso di abolire i ticket sanitari e l’Ue l’ ha seguita a ruota. A quel punto molti analisti si sono convinti che questa inversione di rotta avrebbe

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permesso ai paesi poveri dell’Africa di conseguire gli obiettivi di sviluppo del millennio. In Burundi quasi il 60 per cento dei parti avviene oggi in una struttura sanitaria, mentre cinque anni fa erano meno del 25 per cento e ormai hanno rinunciato al ticket lo Zambia, il Burundi, il Niger, la Liberia, il Kenya, il Senegal, il Lesotho, il Sudan e il Ghana. Ad aprile la Sierra Leone ha compiuto lo stesso passo e con il sostegno economico della Gran Bretagna ha abolito il ticket per i bambini di età inferiore ai cinque anni e per le donne incinte. Il primo anno questa misura costerà 91 milioni di dollari (una spesa a cui la Gran Bretagna contribuirà per il 10 per cento), determinando un aumento del 35 per cento della spesa sanitaria. Ma ridurre le tasse sui servizi medici non dev’essere per forza così costoso. In Uganda questa scelta ha aumentato le uscite della sanità pubblica di una cifra pro capite compresa tra uno e nove dollari, e lo Sri Lanka ofre assistenza sanitaria gratuita al costo di 23 dollari a persona. Secondo alcuni occorrerebbe maggiore prudenza. Dan Harris, ricercatore presso l’Overseas development institute di Londra, ha osservato la transizione in Uganda e sostiene che in seguito all’abolizione del ticket, avvenuta nel 2001, sono subito tornati a galla i vecchi problemi. “L’enorme impennata dell’uso dei servizi ha prodotto una carenza di farmaci, costringendo la popolazione a procurarseli presso fornitori privati. In deinitiva, il numero di persone costrette a versare somme esorbitanti per l’assistenza sanitaria non si è ridotto granché”. Chris James, il direttore dell’équipe di ricercatori che ha pubblicato l’articolo sul British Medical Journal, oggi collaboratore dell’Oms nel sudest asiatico, afferma: “Rinunciare troppo in fretta ai contributi dei pazienti è rischioso, e bisogna veriicare che esistano altre fonti di inanziamento, soprattutto per il personale sanitario”.

Infermiere a spasso Quando sono andato a Freetown, le pareti dei reparti del Princess Christian risplendevano di bianco. Questa clinica ostetrica costruita nel 1925 è l’unica del paese e, in una città in cui ogni anno mille donne muoiono di parto, mi aspettavo che fosse molto movimentata. Invece, a parte il parcheggio pieno di fuoristrada contrassegnati con i nomi di grandi ong e agenzie dell’Onu, era l’ospedale più calmo che abbia mai visto. Intorno allo sportello dell’accettazione sedevano tre infermiere senza far niente. Era-

no le quattro del pomeriggio e in questo ospedale di 150 letti c’erano solo sette partorienti. Ibrahim Thorlie, il primario, mi ha detto che un taglio cesareo costa 400mila leoni (78 euro) e un parto normale 160mila leoni: lo stipendio mensile di una caposala. Se serve una trasfusione, i parenti devono prima donare il sangue. Per questo l’ospedale era così poco afollato. “Ogni giorno facciamo tagli cesarei gratis”, ha aggiunto il primario mentre visitiamo le corsie. In realtà alcuni uiciali sanitari locali mi hanno detto che in molti casi le madri si sono viste riiutare le cure inché non hanno versato i soldi. Thorlie lo ha confermato: “Molte donne muoiono perché non vogliono rivolgersi all’ospedale”. Ma forse il peggio è che molte muoiono perché arrivano in ritardo, probabilmente scoraggiate dal ticket. Nonostante le sue infrastrutture straordinarie, la clinica ha avuto dei risultati pessimi: nel primo semestre del 2008 il 9 per cento dei circa novecento parti efettuati ha avuto un esito mortale. Cosa pensa il primario dell’idea di abolire i ticket? “Sono d’accordo. Ma i nostri stipendi devono aumentare”. La Banca mondiale, la più convinta sostentitrice dei servizi a pagamento, aferma ora che non si opporrà alla scelta dei singoli stati di rinunciare ai ticket sanitari. La raccolta di fondi per la sanità pubblica, però, resta una questione scottante: le grandi organizzazioni raccomandano ormai il ricorso a una forma di assicurazione medica, ma questa strategia può funzionare solo in paesi dotati di un buon sistema sanitario. Altrove circolano idee più radicali: in alcuni stati dell’India le donne incinte ricevono un sussidio da spendere in ogni tipo di assistenza medica, e il Messico ha adottato una politica simile. In alcune zone della Sierra Leone le autorità hanno cominciato a multare le donne che non partoriscono in ospedale, e Oxfam ha proposto di adottare il tasso di mortalità materna, invece del numero di operatori sanitari o la spesa pro capite, come indicatore fondamentale per valutare il funzionamento del settore sanitario dei vari paesi. Ma, soprattutto, Rob Yates invita a esaminare in futuro i dati che dimostrino l’eicacia di una regola prima d’imporla ai paesi poveri. “Alla ine degli anni ottanta non è stato fatto”, ha scritto Yates su Lancet. “Avremmo dovuto sapere che chiedere soldi alle persone povere nel momento in cui si ammalano non è una buona idea”. Sarebbe bastato chiederlo a Sia Brima. u fp


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Portfolio

Il grande impero di ghiaccio La desolazione delle vaste aree disabitate della Russia si specchia nella malinconia delle periferie urbane. Le foto di Alexander Gronsky

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grandi paesaggi desolati della Russia post-sovietica sono il tema principale delle fotograie di Alexander Gronsky. Nella serie Less than one il fotografo estone ha ritratto alcune aree del paese in cui la densità di popolazione è inferiore a un abitante per chilometro quadrato. In The edge ha documentato le periferie di Mosca durante l’inverno. In Endless night ha fotografato Murmansk, la città più grande all’interno del circolo polare artico. Ogni inverno i suoi 300mila abitanti vivono al buio per due mesi. Gronsky è considerato un fotografo di paesaggi, ma con una prospettiva diversa da quella tradizionale. Con i suoi scenari desolati riscopre la nozione di psicogeograia e analizza gli efetti dell’ambiente circostante sulle emozioni e sui comportamenti delle persone. u

PHOTOGRAPHER.RU

Alexander Gronsky è nato in Estonia nel 1980. Ha vinto il Foam Paul Huf award 2010, che è assegnato dal Foam Fotograiemuseum di Amsterdam a fotograi con meno di 35 anni. Le sue serie Less than one e The edge sono esposte al Foam ino al 10 ottobre.

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Portfolio

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A pagina 62-63, foto grande: notte polare a Murmansk (Endless night), Russia, 2007. A pagina 62, foto piccola: Komsomolsk (Less than one), Russia, 2007. Qui accanto: periferia di Mosca (The edge), Russia, 2009. In alto: Jacuzia (Less than one), Russia, 2008. Internazionale 864 | 17 settembre 2010

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Ritratti

Annie Leonard L’ecologia disegnata È un’ambientalista statunitense che ha scoperto un modo facile ed eicace per difondere il suo messaggio: i cartoni animati

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nnie Leonard parlava in quel gergo per iniziati che confonde i non addetti ai lavori. “Costi esternaliz­ zati”, “cambiamenti di paradigma”, “principio di precauzione”, “responsabilità estesa del produttore”. Finché non ha scoperto i car­ toni animati. Oggi l’attivista di Berkeley, 45 anni, è la testimonial di un nuovo messaggio am­ bientalista. Al posto di noiose relazioni in Powerpoint usa video spiritosi che afronta­ no questioni complesse in termini digeribi­ li. “Noi ambientalisti siamo spesso lamen­ tosi e secchioni”, spiega Leonard. “Bom­ bardiamo le persone. Ma chi vorrebbe ade­ rire a un movimento che vuole farti sentire in colpa? Dobbiamo renderlo interessante e divertente”. Negli ultimi due anni e mezzo più di do­ dici milioni di persone in tutto il mondo hanno visto su internet il video La storia delle cose, in cui Leonard illustra i danni del consumismo. Il video, tradotto in più di quindici lingue, è diventato anche un libro dallo stesso titolo, pubblicato su carta rici­ clata e stampato con inchiostro di soia. Leo­ nard ha lanciato anche La storia dell’acqua

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in bottiglia, un video su come il marketing ha trasformato una risorsa gratuita (l’acqua del rubinetto) in una fonte di proitto e in­ quinamento, e The story of cap and trade, su come il mercato delle quote di emissione di anidride carbonica minaccia la lotta al ri­ scaldamento globale. Il 21 luglio è uscito anche La storia dei cosmetici, sulla tossicità dei prodotti di cura personale. E sta per uscire The story of electronics, sull’obsole­ scenza programmata di computer e cellula­ ri e le sostanze inquinanti che contengono. I più importanti gruppi ambientalisti statunitensi apprezzano l’opera di Leonard. “Anche noi abbiamo cercato di fare lo stes­ so”, dice Carl Pope, presidente del Sierra Club. “Ma non siamo riusciti a comunicare altrettanto bene”. Con milioni di fan su internet e più di 86mila amici dello Story of stuf project su Facebook, Leonard è riuscita a conquistare un pubblico molto più ampio di quello eco­ logista. Senza usare termini complicati o fare ramanzine. “‘Estrazione’”, spiega Leo­ nard all’inizio di La storia delle cose, “è un’espressione carina per dire ‘sfruttamen­ to delle risorse’, che è un’espressione carina

Biograia ◆ 1964 Nasce a Seattle, negli Stati Uniti. ◆ 1999 Nasce sua iglia, Dewi. ◆ dicembre 2007 Pubblica su internet il video La storia delle cose, visto da dodici milioni di persone. ◆ 9 marzo 2010 Esce il libro The story of stuf (Simon & Schuster).

YES MAGAZINE

Margot Roosevelt, Los Angeles Times, Stati Uniti Foto di Lane Hartwell

per dire ‘distruzione del pianeta’”. Sullo sfondo scorre un cartone animato in cui le foreste vengono distrutte, le fabbriche in­ quinano, i cuscini sono irrorati con sostanze tossiche e degli omini stilizzati spingono i carrelli della spesa in grandi centri com­ merciali. In primo piano Leonard gesticola, fa battute, esclamazioni e sollecita gli spet­ tatori. L’iniziativa avrebbe dovuto esaurirsi con il primo video. Ma grazie ai inanziamenti di alcune fondazioni ambientaliste, è nato lo Story of stuf project, un’organizzazione non proit con un budget di 950mila dollari, formata da quattro persone che lavorano nella soitta di un vecchio ediicio nel cen­ tro di Berkeley. Nell’uicio gli oggetti sono ridotti al minimo: un divano sbiadito, qual­ che sedia e un po’ di manifesti. Dopo aver riunito i suoi collaboratori intorno al tavolo, Leonard, vestita in jeans e sandali, scorre in fretta l’ordine del giorno perché deve correre a casa per aiutare sua iglia a realizzare il progetto di scienze per la iera della scuola. Leonard è stata invitata alla trasmissione tv Good morning America (e ha accettato). È in corso una traduzione in lingua farsi di La storia delle cose. Analizza un progetto per l’insegnamento della Storia


Leonard riceve uno stipendio di 33mila dollari all’anno dalla sua organizzazione. Non guarda la tv e scambia i vestiti da bambini con i vicini, con cui condivide un’altalena, un camioncino, una macchina da palestra e una scala. Ha un’auto elettrica a due posti, una Zenn, che le è costata ottomila dollari ed è alimentata da alcuni pannelli solari che ha comprato con l’anticipo del libro. Un sistema di riciclaggio delle acque di scarico, che condivide con un vicino, le permette di irrigare il giardino.

Risultati concreti

delle cose nelle scuole, e l’operazione di lancio di un corso da promuovere nelle chiese intitolato Let there be... stuf?. Negli ultimi mesi il suo libro ha attirato l’attenzione dei mezzi d’informazione. Ma i suoi video sono stati anche criticati. Il blogger conservatore Lee Doren li ha deiniti “marxismo per bambini”. Il presentatore di Fox News Glenn Beck li ha ribattezzati un “racconto anticapitalista privo di elementi concreti”. Secondo l’economista di Harvard Robert Stavins, The story of cap and trade è “divertente ma fuorviante”. Leonard sostiene che il mercato delle quote di emissione di anidride carbonica contiene lacune ed eccezioni che lo rendono poco utile per l’ambiente, e inisce per arricchire solo imprenditori e imprese commerciali. Stavins, invece, fa notare che alcuni gruppi ambientalisti considerano la compravendita di emissioni “l’approccio migliore per afrontare i cambiamenti climatici”. Leonard è cresciuta a Seattle, ed è iglia di un ingegnere della Boeing e di un’infermiera che lavorava nelle scuole. Si è laureata in studi ambientali al Barnard College di New York. A quei tempi era rimasta colpita dalla grande quantità di riiuti nelle strade della città, ed era andata a visitare la disca-

rica Fresh Kills a Staten Island. “Se non siete mai stati in una discarica dovreste andarci”, consiglia. “È il diario segreto di una società. Un modo per vedere cosa succede dietro le quinte”. Dopo il college ha lavorato per otto anni a Greenpeace International, contrastando l’esportazione di riiuti tossici nei paesi in via di sviluppo. Ha vissuto in India e in Ban-

Leonard consiglia di visitare le discariche. “Sono il diario segreto di una società” gladesh e ha visitato fabbriche e depositi in tutta l’Asia e l’Africa. Ha spronato governi, organizzato proteste ed è sfuggita a un tentativo di rapimento. Ha lavorato poi con altri gruppi ambientalisti ed è stata sposata per un po’ di tempo con Maung Zarni, fondatore della Free Burma coalition, dal quale ha avuto una iglia, Dewi. Nel 2001 Annie e Dewi sono andate a vivere in un bungalow a Berkeley, in un quartiere dove abitavano alcuni amici che avevano deciso di abbattere gli steccati tra i rispettivi cortili.

Leonard ammette di sofrire di “una specie di nevrosi: quando prendo in mano una penna, un cellulare o uno spazzolino da denti non posso fare a meno di pensare all’intero ciclo di vita del materiale. La plastica nasce dal petrolio e penso ai giacimenti di petrolio in Nigeria. Penso ai ragazzi in Congo che lasciano la scuola per andare a estrarre il coltan, un metallo usato in elettronica. Penso alle montagne di riiuti tossici”. Nel 2005, durante un seminario sull’economia dei materiali, uno dei presenti le ha fatto notare: “Non capisco di cosa stai parlando”. Lei ha cercato di rispiegare il tutto con altre parole senza riuscire ad attirare l’attenzione degli ascoltatori. Alla ine ha preso un cartoncino bianco e ha cominciato a disegnare vignette. Un anno dopo, grazie alla collaborazione dei Free range studios di Berkeley, ha realizzato il video La storia delle cose. I risultati degli sforzi di Leonard sono concreti. Alla Pioneer middle school di Tustin, in California, alcuni studenti delle medie hanno guardato il ilmato e hanno fatto un elenco degli oggetti acquistati o ricevuti in regalo nei sei mesi precedenti. “Ho chiesto agli studenti se quegli oggetti li usavano ancora o li consideravano importanti”, dice l’insegnante Gina Dearborn. “In gran parte non lo erano più”. Leonard si spazientisce quando incontra persone che si vantano di risuolare le scarpe, mangiare biologico e usare lampadine a basso consumo energetico. Questi provvedimenti, dice, non bastano. Chiede al governo di fare di più e ai cittadini di impegnarsi per modiicare il funzionamento dell’economia. “Ho letto un articolo sulla scienza della felicità”, racconta Leonard. “È stato scoperto che, una volta soddisfatti i bisogni di base, possedere più cose non contribuisce a renderci felici. È la qualità dei rapporti a fare la differenza. Unirsi per raggiungere obiettivi comuni. Quindi torniamo a impegnarci. È più divertente”. u sv Internazionale 864 | 17 settembre 2010

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Viaggi

Spiaggia libera Chris Rovzar, New York Magazine, Stati Uniti Foto di Ian Allen A due ore e mezza da New York c’è la striscia di sabbia di Pines: negli anni settanta è stata il rifugio del mondo gay, ora vive un nuovo splendore

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ra le diciassette località turistiche allineate di Fire Island, lungo la distesa di sabbia dove si possono incontrare i cervi, Pines è quella di cui si favoleggia di più. La spiaggia è a un’ora di treno e traghetto da New York. Come hanno fatto in passato molti ragazzi, bisogna immaginarsi una cittadina di mare interamente gay e piena di contraddizioni: rainata e sudicia, da baccanale e schizzinosa, seminuda ed esclusiva. Come scrisse nel 1978 Andrew Holleran in Dancer from the dance, romanzo gay ispirato a Gatsby, “un luogo dove si può perdere il cuore, la mente, la reputazione o le lenti a contatto”. Adesso immaginate di avere 27 anni e di possedere bar, ristoranti e discoteche in un posto del genere. Seth Weissman è cresciuto a Westchester county. D’estate la sua famiglia trascorreva le vacanze da queste parti, a Ocean Beach, una zona suburbana più adatta ai bambini e molto lontana dal fascino edonistico di Pines. È venuto qui la prima volta cinque anni fa, fresco fresco di business school di Wharton e da poco assunto alla Goldman Sachs come specialista immobiliare. “È stato un po’ come quel ilm Willy Wonka e la fabbrica del cioccolato, degli anni settanta, in cui Gene Wilder canta la canzone Pure imagination e guida gli ospiti nel giro della fabbrica”, ricorda in tono emozionato. “Ecco che cos’ha rappresentato Pines per me: la vita come dovrebbe e potrebbe essere”. Ma soprattutto, Weissman ha tro-

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vato un’opportunità di fare afari: ristrutturare un luogo che è stato un ex ghetto e un rifugio per gay. I destinatari sono uomini che non hanno quasi mai dovuto nascondere la loro preferenza sessuale e che sanno poco o nulla della tragedia dell’aids, che ha segnato questo posto una generazione fa. Nata negli anni trenta come colonia nudista, tra gli anni settanta e gli ottanta, nel suo periodo di massimo e illecito splendore, Pines fu una sorta di centrifugato di moda, liberazione e cultura disco (oltre che una tappa per le star di Broadway e del vaudeville). La zona commerciale vicina al porto conserva l’impronta di Peggy Frears, una ragazza dello Ziegield e nota lesbica che qui, negli anni cinquanta, fece costruire un circolo nautico e un albergo. Nel 1966 il complesso fu venduto al modello John Whyte, che attirò l’ambiente della moda e delle celebrità stabilendo le regole sociali che ancora oggi danno a questo luogo l’atmosfera di un campeggio per adulti. Tutto ruotava attorno al suo bar-albergo-discoteca: dalle cinque del pomeriggio scattava l’ora del low tea, con cocktail e feste danzanti, e dopo le otto si passava al piano di sopra per l’high tea. Poi, dopo aver cenato a casa propria e bevuto un cocktail, a partire da mezzanotte si tornava a ballare nel locale. Nel 2004, poco prima di morire di cancro, Whyte vendette tutto a due habitué di Pines, Anthony Roncalli ed Eric Von Kuersteiner. Il posto però a quell’epoca aveva perso il suo smalto: invecchiati e arricchiti, i frequentatori abituali cominciavano a convertire in residenze private molte delle case collettive, in stile modernista, disposte lungo i marciapiedi di legno che attraversano le pinete. “Pines era diventata vecchia”, dice Von Kuersteiner. “La mia idea era quella di riportare qui i giovani, quelli della generazione successiva, in modo che vivessero le stesse cose che avevamo vissuto noi: spassarsela in una comune, andare in spiag-

Fire Island, Stati Uniti. Festa in piscina a Pines gia e tante altre cose”. Von Kuersteiner si è aidato a un consulente di marketing e ha investito circa 80mila dollari per dare al complesso di Pines un tocco “più alla moda, giovane e contemporaneo”. Von Kuersteiner dice di averci ricavato il triplo della cifra. I vecchi residenti hanno accolto con favore l’ondata di giovani, ma hanno fatto resistenza su altri cambiamenti. Pines è una comunità piccola e pettegola, e in giro si diceva che Von Kuersteiner e Roncalli


esercitassero il loro potere in modo troppo aggressivo. Le persone si lamentavano per la chiusura ingiustiicata del ioraio e del negozio di ferramenta e per lo stop alla ven­ dita delle bevande ghiacciate. Nel frattem­ po, durante l’estate del 2008, Seth Weiss­ man aveva conosciuto Andrew Kirtzman, 49 anni, scrittore ed ex giornalista televisi­ vo da anni residente a Pines, dove gestiva una pensione. I due avevano parlato del progetto di sviluppare insieme una proprie­ tà gay. Weissman conosceva il mercato immo­ biliare. Dalla Goldman Sachs era passato prima al fondo d’investimento Perry Capi­

tal e poi aveva fondato insieme al fratello una società immobiliare, la Weissman Equities. Si era accorto che Pines non stava sfruttando al massimo il suo potenziale tu­ ristico. Un esempio era l’Hotel Ciel, un tempo conosciuto come Botel e ristruttura­ to con poca cura dai precedenti proprietari. “Era l’unico albergo di Pines, aveva i bagni in comune e i mattoni a vista”, racconta. I prezzi superavano i trecento dollari a notte, ma nonostante questo l’albergo incassava poco. “La scorsa estate i visitatori sono sta­ ti il 12 per cento della capienza totale, quin­ di era praticamente irrilevante quanto co­ stassero le stanze: tanto rimanevano sem­

pre vuote”. Un altro locale sfruttato male era il ristorante Blue Whale, dove la cucina aveva una pessima reputazione e i tavoli restavano vuoti dopo il low tea. Un chiaro segno di ineicienza. Anche la disposizione delle sale non era stata studiata per gestire al meglio il lusso dei clienti tra un bar e l’al­ tro, perché si creava un imbuto di uomini assetati in abiti irmati Parke & Ron e cami­ cie hawaiane. Kirtzman conosceva Jon Wilner, l’agen­ te immobiliare di Pines che nel 2004 si era occupato della vendita (per cinque milioni di dollari) delle proprietà di Whyte. Con l’aiuto di un terzo socio, l’imprenditore Internazionale 864 | 17 settembre 2010

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Viaggi Matthew Blesso (37 anni, decisamente metrosexual, ma non gay), Weissman e Kirtzman a marzo hanno rilevato tutta la proprietà per 17 milioni di dollari (tra i inanziatori ci sono anche i nonni di Weissman, che avevano conosciuto Whyte). I tre si sono messi subito al lavoro. Per il Memorial day, il 31 maggio, avevano già speso più di due milioni di dollari in ristrutturazioni. Il Pavilion ha un nuovo sistema di illuminazione, un nuovo impianto audio, schermi per le proiezioni e una scalinata stile passerella

Durante gli incontri pubblici i residenti hanno detto di temere che Pines diventi troppo di moda e perda la sua atmosfera rilassata che rende più facile ammirare il pubblico del locale. Il club, il piano-piscina (dal quale sono state tolte le macchine per la palestra) e l’ex Bay bar, ribattezzato Canteen, adesso sono tutti collegati. E grazie a Kirtzman sono tornate le bevande ghiacciate. I prezzi dell’albergo sono stati abbassati del 30 per cento (partono da 278 dollari a notte) e saranno completamente aggiornati in autunno. Eric Lemonides, uno dei proprietari dei ristoranti Almond a Manhattan e a Bridgehampton, si occupa del servizio di ristorazione. Oggi il Blue Whale serve raffinati piatti di pesce, mentre Canteen ofre specialità da asporto dai nomi allusivi come

“the house boy” (il servitore: baguette con tacchino, brie e mele) e “the trick” (la marchetta: prosciutto, salame e parmigiano grattugiato). Weissman ha messo il veto su “the three twinks” (i tre inocchi: pollo, tonno e insalata di uova). Lemonides (gay anche lui) ha assunto un piccolo esercito di collaboratori, tutti bellissimi, alcuni dei quali sono bagnini diplomati con tanto di patente nautica.

Il nuovo tono culturale Durante gli incontri pubblici i residenti hanno detto di temere che Pines diventi troppo di moda e perda la sua atmosfera rilassata. Non è comunque un posto a buon mercato o bohémien, ed è frequentato soprattutto da giovani professionisti con un reddito alto. Pines è ancora conosciuta per l’alcol, la droga e la dissolutezza (la sua peculiarità è proprio questa), ma qualcuno della vecchia guardia si lamenta per il conformismo dei nuovi arrivati. Passata l’epoca romantica dell’isola nascosta del libro di Andrew Holleran Dancer from the dance, il nuovo tono culturale è stato stabilito dal video Party in the Fip (Fire Island Pines), inno dell’estate scorsa realizzato con un computer portatile e caricato su YouTube da David Fudge, 28 anni, esperto di marketing di Esquire. Nel video si vedono i graziosi amici dell’autore che gironzolano facendo inta di cantare Party in the Usa di Miley Cyrus. La stessa Cyrus ha postato un commento sulla pagina, scrivendo “sono ossessionata da questo video!”. “Non aveva un signiicato particolare”, spiega Fudge. “Stavamo semplicemente cercando di divertirci sulla spiaggia”. Per Weissman va benissimo, basta che poi passino da lui per il tè. u fas

Informazioni pratiche u Arrivare Il prezzo di un volo dall’Italia (British Airways, Klm, Lufthansa) per New York parte da 432 euro a/r. In alcuni periodi dell’anno alcune compagnie ofrono dei voli a prezzi più bassi. Per andare da New York a Fire Island ci vogliono due ore e mezza. Da Penn Station partono i treni diretti a Sayville. Scesi dal treno bisogna prendere un autobus per il porto e, inine, un traghetto per Fire Island. Istruzioni più dettagliate si possono trovare sul sito eHow: snipurl.com/11s52b.

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u Dormire Per una lista degli alberghi potete consultare il sito ireisland.com. L’Hotel Ciel (thepinesireisland.com/ hotelciel) è a pochi metri dalla spiaggia e chiede ai clienti di pernottare almeno due notti.

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Nei weekend in cui c’è una festa nazionale bisogna pernottare almeno tre notti. u Video Party in the FIP, dedicato alla spiaggia di Pines: snipurl.com/12h30k u Leggere Edmund White, Ragazzo di città, Playground 2010, 18 euro. u La prossima settimana Viaggio sulle Dolomiti meridionali, nei luoghi della prima guerra mondiale. Ci siete stati e avete suggerimenti su posti dove mangiare o dormire, libri? Scrivete a viaggi@ internazionale.it.

A tavola

Alla scoperta degli Hamptons u Quest’estate, scrive Stephanie Rosenbloom sul New York Times, era impossibile attraversare le città degli Hamptons senza imbattersi a ogni angolo in un ristorante nuovo di zecca. A East Hampton hanno aperto Race Lane, The Grill on Pantigo e Seraina, e a Bridgehampton c’è Copa. 75 Main è il nuovo indirizzo da non perdere a Southampton, a Sag Harbor si può mangiare da Lt Burger, mentre a Montauk i nuovi locali sono tre: South Edison, When Pigs Fly e Cross Eyed Clam Bar and Grill. Ad Amagansett, invece, il posto più interessante è l’Exile Bar and Grill, un nuovo tapas bar in stile mediterraneo aperto ino a tardi: cocktail al bar all’ingresso del locale e piattini di ogni tipo seduti ai tavoli della sala, circondati da grandi vetrate. Per il cafè, a Montauk c’è inalmente un locale all’altezza, il Cofee Tauk, che serve espresso e gelati, mentre alla spiaggia di Kirk Park si può ordinare un cappuccino direttamente al chiosco ambulante della Hampton Cofee, un attrezzato camioncino Mercedes che si sposta per le strade della zona. Tornando a Montauk, a cena si può andare al Navy Beach, gestito dallo chef Paul LaBue. Cucina locale di pesce, anche se il piatto più ordinato è il Navy burger, con il cheddar della cooperativa Cabot del Vermont e marmellata di bacon e cipolle. Tra le bevande più richieste c’è la birra Inedit, 28 dollari a bottiglia. Confezionata in bottiglie da 75 centilitri, è stata ideata dallo spagnolo Ferran Adrià, proprietario del ristorante El Bulli, ed è prodotta dalla Estrella Damm. Simile a un incrocio tra una pils e una birra di grano, si sposa bene con i piatti dalle note amare o asprigne.


Graphic journalism Cartoline da Lille

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Piero Macola è un autore di fumetti nato a Venezia nel 1976. Vive in Francia. Internazionale 864 | 17 settembre 2010

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Cultura

PEzO VOn ELLRICHSHAUSEn ACHITECTS

Architettura

Uno spazio a misura d’uomo Rowan Moore, The Observer, Gran Bretagna L’edizione 2010 della Biennale di architettura di Venezia è soddisfacente. Merito della curatrice Kazuyo Sejima a Biennale di architettura di Venezia è una delle più importanti manifestazioni artistiche al mondo, un’esposizione globale di grande interesse e fascino. Ma è anche un evento ambizioso e a volte frivolo. I tre giorni di vernissage iniziali sono una enorme iera delle relazioni pubbliche per i clan di architetti che passano da un aperitivo con Bellini a una cena in terrazza. A dire il vero le feste d’inaugurazione sembrano quasi più importanti dei successivi tre mesi in cui gli anonimi visitatori paganti possono accedere alle esposizioni.

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Gli architetti, si pensa di solito, dovrebbero sapere come si realizza uno spazio confortevole. È il loro lavoro. Eppure il paradosso è proprio questo: la Biennale – Bellini a parte – è un’esperienza isicamente alienante. Di solito si è bombardati di immagini e testi, e le energie vitali si disperdono tra mille schermi luccicanti. Il lunghissimo percorso alle Corderie dell’Arsenale – dove un tempo si fabbricavano le corde per le navi e oggi è allestita gran parte dell’esposizione – diventa una marcia estenuante attraverso montagne di egocentrismo e di autocelebrazione. Il bello di questa edizione, la dodicesima, è che inalmente la Biennale è diventata piacevole. Alletta i sensi e risveglia la mente, riuscendo addirittura a coinvolgere chi la visita. L’allestimento alle Corderie è denso senza essere opprimente e mescola abilmente peso e leggerezza, luce e oscurità, caldo e freddo, immagine e oggetto.

All’inizio del percorso l’architetto spagnolo Antón García-Abril ha installato delle travi giganti in equilibrio precario. Più avanti un leggero ponte di metallo conduce su una nuvola artiiciale. Olafur Eliasson ha creato un ambiente con spruzzi di acqua vaporizzata e luci intermittenti, un’oasi di sollievo nella calura estiva. C’è anche una fragile installazione fatta di sottili ili d’acciaio, talmente delicata che un visitatore ci è inciampato e ora deve essere restaurata. In una stanza sono esposte foto di Isfahan, dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità, e in un’altra dei bellissimi disegni di ediici semplici. C’è poi una stanza dove sono proiettati spezzoni tratti dalle oltre duemila ore di interviste che il curatore Hans-Ulrich Obrist ha realizzato nel corso degli anni. Qui si può avere, una volta per tutte, l’immancabile abbufata di video.

Un bravo direttore Quest’anno – diversamente dal solito – la direzione della Biennale è aidata a un’architetta e, tra l’altro, a una brava: forse è per questo che l’esposizione è così piacevole. Kazuyo Sejima è anche la prima donna a dirigere la Biennale. Sejima è la cofondatrice dello studio Sanaa di Tokyo, che ha da poco progettato il Rolex learning center di Losanna. Compito del direttore è quello di decidere il tema delle esposizioni alle Corderie e al Padiglione internazionale. I singoli paesi selezionano poi i loro lavori attenen-


GIORGIO ZUCCHIATTI/LA BIENNALE DI VENEZIA

La Biennale di architettura è stata inaugurata il 29 agosto e si potrà visitare ino al 21 novembre dosi più o meno al tema. I paesi più grandi e tradizionalmente più inluenti presentano le loro opere nei padiglioni dei Giardini della Biennale. Gli altri stati – tra cui Irlanda e Singapore – possono scegliere altri luoghi sparsi per la città. La scelta del tema è diicile: deve essere allo stesso tempo vasto ma anche deinito. In genere i direttori iniscono per privilegiare temi vaghi che possono signiicare tutto, o – come nel caso di “Metamorfosi” nel 2004 – proprio niente. Nel 2000 il titolo era “Less aesthetics, more ethics” (Meno estetica, più etica), e la Biennale risultò esattamente l’opposto. Sejima ha scelto “People meet in architecture” (Le persone s’incontrano nell’architettura). Suona un po’ pesante, e sembra voler assecondare l’idea che molti architetti non sono in efetti ossessionati dagli ediici, mentre, in realtà, lo sono. Ma questa misurata vaghezza ha consentito a Sejima di esercitare un impeccabile giudizio nella selezione degli espositori, e anche di creare una Biennale dove l’architettura è protagonista, ma non è sola sulla scena. Ci sono anche l’arte, il cinema, e le persone. Nel Padiglione internazionale, curato personalmente da Sejima, si può visitare Fray Foam Home, l’installazione dello studio spagnolo Andrés Jaque Arquitectos, un

bufo ma afascinante ammasso di roba colorata, un’immagine lontana dall’idea tradizionale di casa. C’è una bella e chiara mostra dedicata al grande architetto brasiliano del dopoguerra Lina Bo Bardi, il cui tocco leggero sembra preigurare quello di Sejima. La Aru/ Architecture research unit di Londra ha presentato un lavoro impegnato e rainato: il progetto per una serie di città da costruire in un’area boniicata e sottratta al mare in Corea del Sud. C’è un enorme modello che riproduce una porzione di paesaggio giapponese con alcuni dei delicatissimi ediici dello studio Sanaa. L’insieme di questi lavori riesce a creare un’atmosfera, un sentire comune, un gusto. L’architettura è il ilo rosso, ma non pesa come un macigno.

Attenzione ai particolari Il padiglione britannico è curato da Vicky Richardson e dallo studio londinese muf e non si presenta semplicemente come un luogo da visitare, ma come un vero laboratorio temporaneo per gli abitanti della città, con un calendario itto di eventi, corsi di disegno e dibattiti, tenuti in uno spazio che riproduce in scala una sezione del nuovo stadio olimpico di Londra 2012. Muf descrive il suo lavoro come improntato alla pratica del “guardare da vicino” e sottintende una critica ai megaprogetti, come quello delle Olimpiadi di Londra, che fanno piazza pulita di qualsiasi cosa si trovi già sul territorio.

Non tutto è in linea con la direzione di Sejima. Come il progetto del quartiere culturale West Kowloon, un tentativo di colmare la mancanza di luoghi culturali a Hong Kong. I tre architetti in competizione presentano i loro progetti in video: il risultato è banale. Norman Foster promette strade “familiari ma diverse dal solito”, e poi mostra il tipico, anonimo ambiente da centro commerciale. Persino la proposta di Rem Koohlaas è piuttosto deludente. Audi invece ha presentato l’ambizioso progetto Urban futures: è stato chiesto a 15 architetti di immaginare come saranno le grandi città di domani, specialmente in relazione al trasporto. Per la gioia del committente, a quanto pare, le auto faranno parte anche del nostro futuro: dei guidatori si potrà invece fare a meno. Si vedrà. In ogni caso è proprio lo spirito di Sejima a rendere questa Biennale una delle migliori degli ultimi anni. L’architettura contemporanea è presa in una morsa. Nell’era del boom il genio architettonico si è cimentato con i megaprogetti del capitalismo rampante. Oggi, per reagire al culto della personalità, si tende a pensare che l’unica missione dell’architettura sia quella di aiutare le vittime dei terremoti o di risolvere il conlitto palestinese. Ma anche questa in fondo è una nuova moda e, a volte, una forma vuota. Sejima riesce a scavalcare l’opposizione, e mostra quello che gli architetti dovrebbero fare: realizzare spazi con le persone dentro. u nv Internazionale 864 | 17 settembre 2010

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Cultura

Cinema I ilm italiani visti da un corrispondente straniero. Questa settimana paul bompard, corrispondente di Times Higher Education e collaboratore del Times. 20 sigarette

Di Aureliano Amadei. Con Vinicio Marchioni, Giorgio Colangeli, Carolina Crescentini. Italia 2010, 90’ ●● ●● ●

La storia vera dell’unico civile italiano sopravvissuto alla strage di Nassiriya nel 2003, raccontata da lui stesso (prima nel libro Venti sigarette a Nassiriya, scritto insieme a Francesco Trento e poi in questo ilm). Aureliano Amadei era appena arrivato in Iraq per fare un ilm sui militari italiani con il regista Stefano Rolla. Nell’attentato morirono Rolla, 18 militari e nove iracheni, Amadei rimase gravemente ferito. Più che un ilm, 20 sigarette è il racconto, estremamente personale, di Amadei. La sua testimonianza dolorosamente diretta, e le sue considerazioni, spesso amare, su come la strage è stata digerita dal mondo militare e politico e dall’opinione pubblica italiani. Dal punto di vista strettamente cinematograico, 20 sigarette ha alti e bassi. Le atmosfere, i ritratti dei militari, i parenti, non sempre convincono, se si pensa di vedere un ilm tradizionale. Ma invece diventano molto convincenti se si lasciano da parte i normali schemi cinematograici, sapendo che Amadei racconta quello che ha vissuto. Il maggior pregio di 20 sigarette è di non dare risposte. È lo spettatore che deve rilettere.

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in uscita mangia prega ama

Di Ryan Murphy. Con Julia Roberts, Javier Bardem, James Franco. Stati Uniti 2010, 133’ ●●●●● La scrittrice newyorchese Elizabeth Gilbert (Julia Roberts) vive un momento di crisi. Scarica l’inutile marito (Billy Crudrup) e l’altrettanto inutile amante (James Franco) e decide di rifarsi una vita andando in cerca di nuove esperienze materiali e spirituali in Italia, in India e a Bali. Il ilm sbrodola per un’eternità. A tratti in modo intelligente, ma in altri momenti gira a vuoto. Poi, verso la ine, a Bali, Javier Bardem, mal rasato e con un bel paio di occhiaie, arriva con la sua jeep e manda fuori strada la bicicletta di Julia Roberts. Il ilm smette di sbandare e si trasforma in una più conven-

Fratelli in erba zionale commedia sentimentale. Julia Roberts, in un momento di transizione della sua carriera, cerca di sembrare smarrita, a disagio con se stessa. Ma alla ine il suo familiare sorriso salta fuori. David Denby, the new yorker FrateLLi in erba

Di Tim Blake Nelson. Con Edward Norton, Susan Sarandon, Keri Russel. Stati Uniti 2009, 105’ ●● ●●● Una specie di apoteosi della mescolanza di generi cinematogra-

ici: il miscuglio è pienamente funzionale alla rappresentazione dell’imprevedibilità della vita e dell’impossibilità di controllarne gli eventi. Il ilm intreccia una commedia di sbandati, una ricerca della verità ilosoica, un dramma di riconciliazione familiare e tanti altri generi e uno dei suoi principali obiettivi è quello di tenerli insieme armoniosamente. Ma il tentativo non riesce del tutto a Tim Blake Nelson. E anche se il tono narrativo altalenante è coordinato con il tema del ilm, in certi momenti è stridente e non risulta né divertente né suicientemente incisivo. La doppia interpretazione di Edward Norton, nei ruoli di due fratelli gemelli, è quasi perfetta e alcuni dialoghi tra i due personaggi sono da manuale. nick shager, slant magazine

massa critica Dieci ilm nelle sale italiane giudicati dai critici di tutto il mondo T G HE ra D n A Br I e LY LE tag T n EL Fr F EG an I G a ci A R a R A O PH G C LO an B ad E a AN D T M G HE A ra G IL n U Br A et R T a D G H E gn I A ra a N n IN Br D et E P L a E Fr IBÉ gna N D an R EN ci AT a T IO LO N St S at A iU N n GE L E i ti L E Fr M S T an O IM ci N a D E S E T St H E at N iU E n W T i t i YO St H E R at W K T iU A IM ni S H E ti I S N G T O N PO ST

italieni

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the american

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giustizia privata

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Legenda: ●●●●● Pessimo ●●●●● Mediocre ●●●●● Discreto ●●●●● Buono ●●●●● Ottimo

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Venezia 2010 Balada triste…

malista e rigorosamente controllato sul lento risveglio emotivo di una ragazza di ventitré anni funziona sicuramente come racconto di formazione, per quanto bizzarro e “d’autore”. Ma nel ilm trovano posto anche altre esplorazioni dei concetti freudiani, messi in scena dalla regista greca (che abita in Texas) in modo apparentemente più meccanico che naturale. Boyd Van Hoeij, Variety VENUS NOIRE

In concorso BALADA TRISTE DE TROMPETA

Di Álex de la Iglesia. Con Antonio de la Torre, Carolina Bang. Spagna/Francia 2010, 107’ ●● ●● ● La folle e meravigliosa ballata dell’autore di Il giorno della bestia e La comunidad tocca molti tasti e riesce a farli suonare in armonia, tanto che è diicile seguirne il ritmo senza che giri la testa. Di gran lunga uno dei ilm più originali del cinema spagnolo da molto tempo a questa parte, Balada triste de trompeta è anche il ilm più coraggioso (e suicida) di De la Iglesia. Un prezioso dittico sulla Spagna: il paese del pagliaccio triste e quello del pagliaccio allegro (e c’è ampio spazio per le interpretazioni metaforiche). La brutta notizia è che il ilm è talmente pieno di riferimenti alla storia spagnola che diicilmente all’estero potrà ottenere il successo che avrà in patria. In ogni caso questo ilm è come un mare di autenticità in cui conluisce l’intera opera del regista basco. Toni García, El País ESSENTIAL KILLING

Di Jerzy Skolimowski. Con Vincent Gallo. Polonia/Norvegia/ Ungheria/Irlanda 2010, 83’ ●● ●● ● Considerando tutta la carriera di Jerzy Skolimowski, Essential

killing è leggermente deludente. Senz’altro è un’opera destinata a dividere e a far discutere: il regista polacco ha realizzato un’opera spogliata di ogni forma di dialogo o di drammaturgia nel senso classico, per dirigersi verso l’astrazione di un cinema puro. Il tipo di ilm che può attirare Vincent Gallo, praticamente l’unico attore del ilm, una presenza isica e animalesca. Sappiamo solo che è musulmano, che è stato catturato in Afghanistan dall’esercito statunitense e spedito in una base segreta, in Europa. Durante un trasferimento riesce a fuggire nelle foreste gelate di un paese non speciicato. Il problema del ilm è che si sviluppa in modo ermetico ma prevedibile, non sfugge alle convenzioni che vorrebbe sovvertire né risponde alle domande che vorrebbe impedire. Alla ine risulta un ilm fuori tempo, perfetto dal punto di vista estetico ma dai contenuti poco convincenti. Jorge Mourinha, Publico ATTENBERG

Di Athina Rachel Tsangari. Con Ariane Labed, Evangelia Randou. Grecia 2010, 95’ ● ● ●● ● Le forze opposte ma intimamente connesse dei due fratellini freudiani, Eros e Thanatos, sono esplorate con una certa riluttanza dalla protagonista femminile. Questo studio mini-

Di Abdellatif Kechiche. Con Yahima Torres, Olivier Gourmet. Francia 2010, 166’ ●● ●●● La Venere ottentotta era un fenomeno da baraccone a Londra, un personaggio alla moda a Parigi e una meraviglia della isiologia mostrata con orgoglio dagli scienziati. E alla ine diventa

una prostituta gettata in pasto ai clienti con la curiosità della differenza etnica. I suoi “protettori” sono avidi caporali, i suoi clienti personaggi grotteschi. Ci si chiede se nell’Europa dell’ottocento, oltre alla Venere stessa, ci fosse qualche essere umano degno di questo nome. Forse solo il giovane artista che, con semplicità e compassione, la ritrae in un disegno che lei si porterà dietro anche nella discesa inale verso la degradazione e la morte. La storia è tutta vera. Ma al contrario di altri ilm visti alla Mostra di Venezia, non sempre sembra realistica. Forse, se il ilm fosse stato un’ora più breve, sarebbe stato più eicace. Invece così la sensazione è quella di aver assistito a un lungo sermone, nonostante l’interpretazione di Yahima Torres. Nigel Andrews, Financial Times

Scelti da Internazionale

THE DITCH di Wang Bing. Immutabili nel tempo, conservati dal deserto di Gobi, giacciono migliaia di cadaveri di dissidenti cinesi. Una donna, come giunta dal nulla, cerca il marito. Il primo ilm di iction del maestro cinese del documentario. ESSENTIAL KILLING

di Jerzy Skolimowski. Protagonista un incredibile Vincent Gallo, che più avanza

e più sprofonda nell’assurdo di un inferno bianco. Scena madre: una violenza sessuale che si trasforma in allattamento e che fa inorridire il taliban violentatore. JEAN GENTIL

di Cardenas e Guzman. Un uomo (s)perduto vaga, dalla città alla giungla, senza più mete e obiettivi. Lo zombie gentil, metafora di Haiti. Francesco Boille

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Cultura

Libri Dalla Gran Bretagna

I libri italiani letti da un corrispondente straniero. Questa settimana Jennifer Grego, del Financial Times.

Dall’invenzione all’industria

ANTONIO SCURATI

Gli anni che non stiamo vivendo Bompiani, 304 pagine, 19,50 euro ●● ●●● Perché non siamo più felici? Perché la vita è diventata così diicile per i trentenni-quarantenni di oggi? Questi adulti eternamente giovani sono senza ideali, pieni di bisogni (soddisfatti) e incapaci di fare piani per il futuro che vadano oltre il weekend. “Schiacciati tra il giovanilismo e la gerontocrazia”, disillusi e divorati dall’ansia. Scurati riconosce la fondatezza di alcune preoccupazioni ma non è questo il punto. Per l’autore, siamo diventati consumatori di violenza attraverso il web e la tv. Siamo diventati passivi, voyeuristi e incapaci di vera indignazione morale. Il libro non si concentra troppo sulla politica, ma Scurati analizza come i settori corrotti della stampa sostengano politici senza scrupoli attraverso un’aberrante adulazione. Potrebbe sembrare che Scurati sia un saccente moralista, ma non è così. Ci sono capitoli esilaranti su un orrendo centro benessere e sull’estasi dell’outlet. Le parti divertenti del libro si alternano a quelle serie: in altri capitoli sostiene che la legge sull’aborto non andrebbe toccata, che le ragazze madri dovrebbero ricevere l’otto per mille, e che il Vaticano farebbe meglio a concentrarsi sulla parte attiva della vita, invece che sul suo inizio e sulla sua ine. Tutto molto condivisibile.

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Una storia della stampa nel rinascimento può dare qualche indicazione sul futuro dell’editoria Prima che nascesse la sua celebre Bibbia, Johannes Gutenberg aveva già usato la macchina a caratteri mobili per stampare un piccolo libro di grammatica usato nelle scuole. Ne rimangono solo pochi frammenti, perché nessuno ha pensato che valesse la pena conservarne una copia. “Se Gutenberg avesse continuato a stampare libri così, non avrebbe avuto problemi”, spiega Andrew Pettegree, professore di storia moderna all’università di St. Andrews e autore di The book in the Renaissance. Mentre l’ambizioso progetto per stampare la Bib-

JACoB J. GAyer (NATIoNAL GeoGrAPhIC SoCIeTy/CorBIS)

Italieni

bia lo portò praticamente alla rovina. I libri stampati, in principio, erano considerati brutti in confronto a quelli realizzati dai copisti. I libri si ordinavano. Non si compravano quelli già pronti, che un tipografo aveva deciso di stampare.

Questo fa rilettere. Nell’era dell’iPad chi sarà disposto a comprare dei libri stampati? Il libro di Pettegree esplora un’era di grandi cambiamenti e fornisce spunti interessanti. Tom Scocca, The Boston Globe

Il libro Gofredo Foi

Lo specchio dell’orrore ALTAN

Terapia Salani, 151 pagine, 11,00 euro Sessant’anni fa un critico straniero chiese a Cesare Pavese chi fosse il miglior narratore italiano e lui rispose che era Vittorio De Sica. C’era da dubitarne. Mentre se oggi chiedessero ad alcuni di noi la stessa cosa non avremmo dubbi: Altan. Lo conferma questa raccolta di vignette, di un libro prezioso e mal rilegato, le cui pagine si staccano facilmente. È vero però che così ci si può portare appresso o appendere al muro

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quella che meglio ci ricorda la nostra umana, o forse animale, italica miseria. Sono disegni poco vari, personaggi ripetuti, degli assolo o delle coppie (spesso adulto-bambino) che dicono imperturbabili opinioni brucianti, scomode. Di queste si ride e poi, ripensandoci, si rabbrividisce, tanto precisa è l’analisi antropologica e politica che ci propongono: uno specchio del quotidiano orrore che ci travolge, delle viltà, menzogne, banalità, schifezze di noi tutti o quasi. Sono divise

per temi: famiglia, certezze, coppia, crisi, lavoro, inanza, razza, governo, tv, rete, eccetera. La più atroce è forse, non a caso, l’ultima: la bella signora opulenta che guarda in macchina ci dice che “si deve vivere intensamente, sennò ci si accorge di esistere”. Un’Italia senz’anima, senza memoria, senza progetto, dove la farsa scivola nella tragedia del conoscere, e del sofrire che ai pochi ne viene. Perché Altan, dice Benni, “sbaglia una vignetta su cento” (ma c’è da dubitarne). u


I consigli della redazione

DAVID NICHOLLS

MARCO BALZANO

MAURO VALERI

Un giorno (Neri Pozza)

Il iglio del iglio (Avagliano)

Che razza di tifo (Donzelli)

Il saggio

YIYUN LI

V.S. NAIPAUL

La maschera dell’Africa Adelphi, 290 pagine, 22,00 euro ●● ●● ● Nel 2001, quando l’Accademia svedese assegnò a Naipaul il premio Nobel per la letteratura, lo descrisse come l’erede di Joseph Conrad. La maschera dell’Africa è il suo libro di viaggio più recente, e molto probabilmente anche l’ultimo. È una ricerca dello spirito delle credenze africane, dei sistemi di fede che precedettero l’arrivo del cristianesimo e dell’islam, e la cosa è molto in sintonia con l’eredità di Joseph Conrad, a cui si fa cenno diverse volte nel libro. Già questo sa di stereotipato e noioso: dobbiamo sognare ancora il giorno in cui un autore forestiero possa avvicinarsi all’Africa senza evocare la mitologia del “cuore di tenebra”. Il viaggio di Naipaul attraverso il continente lo porta dall’Uganda, dove è vissuto per qualche tempo negli anni sessanta, alla Nigeria, poi in Gabon passando per Costa d’Avorio e Ghana, inine in Sudafrica. Strada facendo incontra numerose persone, parlando delle loro credenze: scrittori, professori universitari, re, regine e capi, imprenditori, amici di amici. Comincia tutto abbastanza bene. In Africa orientale esplora l’antico regno di Buganda, ammira le strade diritte. Nel coninante regno di Toro le strade (costruite dai britannici) curvano. Conserva il suo senso dell’umorismo in Nigeria, un posto dove molti invece l’hanno perso. Nel Ghana, tuttavia, Naipaul comincia ad avere vita dura. I poveri ghaneani subiscono le sue ire, forse perché lo scrittore scopre che nel sud del paese mangiano i gatti. Le cose

TITTI FABI (BLACKArCHIvES)

L’impronta di Conrad

V.S. Naipaul vanno ancora peggio in Costa d’Avorio. Naipaul non va per niente d’accordo con gli ivoriani – mangiatori di felini, cacciatori di elefanti, distruttori di foreste – anche se trova bella la basilica fatta costruire dal primo presidente del paese, Félix Houphouët-Boigny, una replica di San Pietro, solo più grande. In Gabon lo scrittore recupera un po’ del suo equilibrio ed è qui, nelle foreste, che trova qualcosa di simile alla vera spiritualità dell’Africa. Se gli abitanti del posto si rivolgono alla magia forse è perché queste credenze sono, in tutto il mondo, l’ultima risorsa dei poveri e dei diseredati privi di ogni diritto. È in Sudafrica, dove l’eredità dell’apartheid si rivela duratura e inevitabile e dove le promesse vuote del sangoma trovano persone disposte a credervi, che Naipaul si avvicina a questa comprensione. La maschera dell’Africa è un libro per chi non ha mai visitato l’Africa o la conosce supericialmente. Ma è anche un libro in cui gli stessi africani possono trovare qualcosa da imparare. Aminatta Forna, The Guardian

I girovaghi Einaudi, 401 pagine, 18,00 euro ●●●● ● Yiyun Li, cinese che vive negli Stati Uniti, ha ambientato il suo primo romanzo nel 1979, tre anni dopo la morte di Mao. Ha inventato la cittadina provinciale di Fiume Fangoso per mostrare gli efetti di quello sconvolgimento su una decina di personaggi. Con una vividezza a volte insopportabile, queste vite raccontano la storia di un’epoca. Ma l’evento che sconvolge Fiume Fangoso risale a prima della morte di Mao, ai giorni delle Guardie rosse. Shan, iglia dell’insegnante di scuola Gu, ne ha fatto parte con fanatismo. Poi, con uguale radicalità, ha denunciato le Guardie rosse e Mao. È condannata a dieci anni di prigione, ma quando ha quasi inito di scontare la pena i carcerieri scoprono dei suoi scritti che sidano ancora il regime. Processata di nuovo, è condannata alla fucilazione. I girovaghi si apre la mattina dell’esecuzione di Shan, che segue a una manifestazione di odio compulsivo contro la dissidente. Si difonde la voce di una rivolta in atto a Pechino, e anche a Fiume Fangoso l’oppositore Kai organizza un raduno contro l’esecuzione. I leader locali del partito sono nel panico. Ma presto la rivolta a Pechino è domata, e anche nella piccola città si scatena una sanguinosa repressione: a centinaia sono arrestati, picchiati, condannati a lunghe pene. Yiyun Li ofre un quadro brutale della realtà. Dopo l’esecuzione di Shan, il vecchio Gu cerca ansiosamente la ricevuta che prova che lui ha pagato il proiettile che ha ucciso la iglia. I reni della ragazza le sono strappati mentre è ancora viva, perché un anziano funzionario di Pechino ha bisogno di un trapianto. E tuttavia all’autrice non interessa descrivere le atrocità, ma il danno mentale e spirituale che esse

provocano prima di tutto in chi le perpetra. Richard Eder, The Boston Globe PETER FRÖBERG IDLING

Il sorriso di Pol Pot Iperborea, 335 pagine, 17,00 euro ●●●●● Come si può attraversare uno dei più grandi genocidi del novecento senza accorgersi di nulla? La domanda è alla base del libro del giornalista svedese Peter Fröberg Idling. Il sorriso di Pol Pot è un ibrido di generi diversi: reportage di viaggio, storia, memoria, libro di interviste, saggistica, con elementi di rilessione esistenziale, sogni e collage di citazioni. Fröberg Idling racconta la visita di due settimane che nel 1978 una delegazione svedese guidata dal leader radicale Jan Myrdal fece nella Cambogia di Pol Pot, regno del terrore. I comunisti svedesi però – accecati dall’apparato di propaganda locale ma soprattutto dalla loro stessa ideologia – non si accorsero di nulla. L’autore intervista il funzionario di partito cambogiano che all’epoca si occupò della visita e i viaggiatori svedesi che non seppero scorgere, dietro il into sorriso di Pol Pot, “forse il peggiore regime dei tempi moderni”, “combinazione di brutalità indicibile e sconvolgente incompetenza”. Il sorriso di Pol Pot è un atto d’accusa esistenziale e morale, ma l’obiettivo è quello di comprendere, senza moralismi e dogmatismi. I visitatori avrebbero dovuto vedere quel che si celava dietro la facciata? La risposta è sì. Ma, si chiede l’autore, ne sarei stato capace io nel 1978? Stian Bromark, Dagbladet FREDERICK FORSYTH

Il cobra Mondadori, 310 pagine, 19,50 euro ●● ●●● All’inizio del tredicesimo romanzo di Frederick Forsyth, il

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Cultura

Libri va, e uno dei suoi punti di forza è la ricerca approfondita. Nel Cobra apprendiamo moltissime cose sulla coltivazione, la produzione, il trasporto e la vendita di cocaina. Purtroppo l’autore non dedica la stessa cura ai personaggi, che sono facilmente etichettabili come buoni o cattivi. Patrick Anderson, The Washington Post miCheL Le bris

La bellezza del mondo Fazi, 800 pagine, 19,50 euro ●●●●● È una lunga storia quella che racconta Michel Le Bris in La bellezza del mondo. Quella di Martin e Osa Johnson, pionieri del cinema documentario e animalista, che furono, per l’America degli anni venti, gli “amanti dell’avventura”. Ma attraverso l’epopea di questi eroi leggendari il creatore del festival Etonnants voyageurs mette in scena anche la propria personale ricerca. Da dove viene questo gusto del viaggio, questa necessità di uscire da sé, di scappare dal fardello della realtà quoti-

diana? Da dove viene questo desiderio incontenibile di misurarsi con l’ignoto, il solo capace di rivelarci “lo straniero” che si nasconde dentro di noi, questa forza oscura nella quale Jack London vedeva il motore della creazione umana, questa aspirazione a incontrare la bellezza primordiale del mondo? Sono domande come queste a muovere un romanzo inesauribile, che si avventura sulle tracce di una coppia mitica di esploratori: dai mari del Sud, in cerca di cannibali e cacciatori di teste, alla febbrile New York dei ruggenti anni venti – quella del jazz e del proibizionismo – ino al Kenya, all’inseguimento della fauna selvaggia. L’ambizione è bella, il testo non manca di energia, trasportato dalla fascinazione dell’autore per i suoi eroi. Ma a volte, insensibile alla capacità di resistenza dei suoi lettori, si dispiega troppo in larghezza e in lunghezza. È un romanzo-orco, dal quale bisogna lasciarsi inghiottire. Michel Abescat, Télérama

Non iction Giuliano Milani

braccia e persone massimo Livi baCCi

In cammino Il Mulino, 120 pagine, 11,oo euro Che nell’ultimo secolo l’Italia si sia trasformata da paese di emigrazione a paese di immigrazione è un dato certo, ma sarebbe sbagliato leggere la storia dei movimenti migratori come un semplice alternarsi di cambiamenti di direzione. L’emigrazione di un secolo fa e quella di oggi sono invece molto diverse perché è cambiato il contesto economico e politico. Osservando le migrazioni

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da demografo – cercando cioè di capire nel corso della storia umana quante persone si sono spostate, sono rimaste nel paese di arrivo, si sono riprodotte – Massimo Livi Bacci spiega come tra otto e novecento, in tutto il mondo, l’ampliarsi del movimento di capitali, merci e persone portò a trasferimenti stabili di grandi gruppi umani, che complessivamente ridussero le diseguaglianze tra i paesi. Oggi il movimento delle persone è in proporzione molto minore di quello di soldi e prodotti. Lo

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frenano molti governi, in particolare europei, favorendo con le loro politiche migrazioni selettive e temporanee. Così facendo ampliano ulteriormente il divario rispetto ai paesi di emigrazione, con il risultato di spingere la gente a partire. La storia insegna che il bisogno strutturale di forza lavoro immigrata è una malattia da cui non si guarisce con semplici “protesi” provvisorie e temporanee, ma con autentici “trapianti” stabili, per i quali occorrerebbe organizzarsi. u

scuola

FLICKR

presidente degli Stati Uniti (non viene nominato, ma ci viene detto che ha un padre keniano, questo restringe il campo) è spinto dalla fatale overdose di un adolescente a dichiarare guerra totale all’industria colombiana della cocaina. Per dirigere questa guerra recluta Paul Devereaux, un ex funzionario della Cia, ormai in pensione, conosciuto come “il Cobra” per la sua spietatezza. Devereaux chiede e ottiene un budget di due miliardi di dollari, segretezza totale e controllo sulle forze militari speciali. Decide che il traico di cocaina non può essere sconitto sul terreno, né in Colombia né negli Stati Uniti o in Europa, ma deve esser combattuto attaccando navi e aerei dei cartelli dei narcotraicanti, che consegnano tonnellate di droga. Il presidente, in segreto, acconsente a classiicare il contrabbando di cocaina come “terrorismo”, e i traicanti sono trattati come membri di Al Qaeda: si spara per uccidere, senza far domande. Forsyth era un giornalista prima di dedicarsi alla narrati-

martha Nussbaum

Not for proit Princeton University Press Saggio che ha suscitato un ampio dibattito negli Stati Uniti. Nussbaum, docente di ilosoia all’università di Chicago, denuncia la fuga dalle materie umanistiche degli studenti universitari e l’impoverimento culturale che ne deriva. DiaNe ravitCh

Death and life of the great american school system Basic Books Ravitch, docente alla New York university, è preoccupata dalle recenti tendenze “commerciali” e aride della scuola superiore americana. aNDrew haCker e CLauDia Dreifus

Higher Education? Times Books Analisi spietata del sistema educativo statunitense, disegnato per perpetuare l’attuale divisione sociale invece che formare cittadini colti e preparati. Gli autori sono entrambi professori di scienze politiche. Louis meNaND

The marketplace of ideas Norton Perché i professori tendono a pensare tutti nello stesso modo? Perché le materie umanistiche sono in crisi? Perché gli studiosi hanno tanta diicoltà a oltrepassare i conini delle loro discipline? Menand, professore di letteratura ad Harvard e collaboratore del New Yorker, cerca di rispondere a queste e altre domande sui problemi delle università statunitensi. Maria Sepa


Cultura

Libri Ricevuti ULRICH BECK

Potere e contropotere nell’età globale Laterza, 472 pagine, 22,00 euro Se non ci sono più le frontiere, quale mondo si sta formando o si è già formato? Se cresce lo spazio di potere mondiale al di là delle vecchie categorie di nazionale e internazionale, forse il futuro dell’umanità si apre di colpo.

donne bellissime: un thriller inanziario spietato. CHIARA FRUGONI E LUCA CRISCENTI

Le storie di San Francesco Einaudi, 195 pagine + dvd, 26,00 euro Una guida agli afreschi della basilica superiore di Assisi accompagnata da un documentario di Luca Criscenti su Assisi e Giotto.

CLAUDIO GIUNTA

Fumetti

Sesso, morte e cinema FREDERIK PEETERS

Pachiderma Bao publishing, 96 pagine, 17,00 euro ●●●●● Lo svizzero Frederik Peeters lo conoscevamo già per gli ottimi Pillole blu, autobiograia della sua storia d’amore con una donna sieropositiva, e Lupus, fantasmagoria fantascientiica sulla solitudine esistenziale dagli accenti sociopolitici. Pachiderma, all’interno di una storia di spionaggio a colori ambientata nella Svizzera romanda nel 1951, rievoca il cinema hollywoodiano con le sue star all’interno di una cornice fortemente surrealista e psicoanalitica. Ovvio il riferimento a David Lynch, soprattutto a Mulholland Drive. Una donna assiste a un incidente stradale, sull’asfalto giace un elefante. Con questa assurda visione sono riuniti il registro realista con quello surrealista, che subito dopo coabiteranno un po’ sfalsati.

La scena dell’incidente in qualche modo è qui la “scena primitiva”, in senso psicanalitico. L’incidente ha qualcosa di pornograico, suscita il voyeurismo di chi ne scopre le successive conseguenze ed è un momento traumatico per chi lo vive. Infatti la protagonista prima assiste all’incidente, poi ne diviene vittima. L’onirismo del racconto, con apparizioni di bambini gemelli che sembrano extraterrestri o piccoli feti, è vischioso, fatto di protuberanze o improvvise aperture. Il tema di un sesso mal vissuto, del represso, del lesbismo e dell’incesto pervade il racconto come quello della morte. Con il suo tratto preciso, nervoso e sensuale, l’autore ci parla anche della rottura delle costrizioni femminili, di un romanticismo perduto (il dissolto Mondo di ieri di Stefan Zweig), del tramonto dell’epoca mitica del cinema. Francesco Boille

Il paese più stupido del mondo Il Mulino, 174 pagine, 14,00 euro Un saggio sul Giappone: non su un luogo ma sull’esperienza di un luogo. ROLAND SEFCICK E FABIENNE CATTAROSSI

L’ingresso a scuola materna ed elementare A.Vallardi, 77 pagine, 7,90 euro Le risposte di alcuni specialisti per sostenere in modo eicace la crescita dei igli nel percorso della formazione scolastica.

DAIDO MORIYAMA

Visioni del mondo Skira, 439 pagine, 48,00 euro In 250 immagini in bianco e nero, realizzate dagli anni sessanta a oggi, Moriyama racconta mondi appena nascosti dietro la realtà apparente. PAOLA VINCIGUERRA

Instant therapy Kowalski, 240 pagine, 13,00 euro Un manuale per chi è alle prese con ansia, panico e stress.

PAOLO BERDINI

SERGIO CHIAMPARINO

Breve storia dell’abuso edilizio in Italia Donzelli, 166 pagine, 16,50 euro Finora in Italia sono state tre le leggi di condono edilizio, e, per quanto possa sembrare strano, non è stato fornito all’opinione pubblica nessun bilancio economico.

La sida. Oltre il Pd per tornare a vincere. Anche al Nord Einaudi, 117 pagine, 13,00 euro Chiamparino rilegge le categorie storiche della sinistra in una società italiana strattonata dalla globalizzazione. Analizza in modo impietoso i difetti del Pd e lancia una proposta nuova per dare un programma d’attacco all’opposizione.

SANDRO MODEO

L’alieno Mourinho Isbn, 192 pagine, 13,50 euro Arrivato in Italia come un “alieno” José Mourinho è stato passivamente idolatrato o ferocemente detestato, quasi per nulla capito. Questo libro mette a fuoco la sua unicità. ANDREA CAMILLERI

L’intermittenza Mondadori, 171 pagine, 18,00 euro Migliaia di lavoratori a rischio, manager spregiudicati, due

MASSIMILIANO SMERIGLIO

Garbatella combat zone Voland, 176 pagine, 13,00 euro Valerio, trentenne precario, si aggira per la Garbatella, quartiere romano dove la sua storia personale s’intreccia con quella del paese, dalla lotta sociale degli anni settanta e ottanta ai giorni nostri.

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Cultura

Musica Dal vivo

Dagli stati uniti

Melt banana

l’autunno del jazz

you Me at six

San Vittore di Cesena (Fc), 18 settembre, vidiaclub.com Cassius

Bologna, 17 settembre, link.bo.it liMp bizkit

Milano, 18 settembre, palasharp.it Mito setteMbre MusiCa

Xenia Ensemble, Istanbul Sessions, Antoine Defoort, Yuval Avital, Argenis Brito, Milano, Torino, 18-23 settembre, mitosettembremusica.it

Dopo l’estate newyorchese, il meglio della stagione jazz verrà dalla California La capitale del jazz estivo è stata (come sempre) New York. Ma l’autunno sarà della California. Tra il 17 e il 19 settembre si terrà a Monterey uno degli appuntamenti jazz più prestigiosi del paese. La settimana dopo sarà il turno del San Francisco jazz festival, che proseguirà ino a novembre. Nel frattempo a ottobre, a Los Angeles, si terrà l’Angel city jazz fest. Il festival di Monterey, che ha compiuto cinquant’anni nel 2007, è sempre stato il punto di riferi-

PETER VARSHAVSKY

Milano, 18 settembre, leoncavallo.org; Jesi (An), 19 settembre, myspace.com/csatnt; Roma, 21 settembre, circoloartisti.it; Bologna, 22 settembre, locomotivclub.it

Nice Guy Trio mento dei musicisti e degli appassionati di jazz della West coast. La tradizione sarà confermata quest’anno, nonostante molti dei nomi di prestigio provengano da altre zone del paese. È il caso dei bostoniani Roy Haynes e Chick Corea, che suonano insieme nella Freedom Band; o

del pianista di Pittsburgh Ahmad Jamal. Alcuni degli artisti che si esibiranno a Monterey, come il sassofonista Chris Potter con il suo gruppo jazz-funk o la giovane cantante cosmopolita Gretchen Parlato, saranno anche a San Francisco. L’Angel city jazz fest promette un mix di innovazione e identità artistica regionale. Oltre ai losangelini di vecchia data, come la chitarrista Nels Cline, presenterà nuovi musicisti provenienti dai tanti progetti musicali universitari, come il pianista Myra Melford. Parola d’ordine: avanguardia. Nate Chinen, The New York Times

DepreCiation GuilD

+In Between Lies, La Calle Mojada, Milano, 19 settembre, lacasa139.com; Roma, 20 settembre, circoloartisti.it

playlist Pier Andrea Canei

Country & kingston

z-star

Milano, 20 settembre, lasalumeriadellamusica.com ozzy osbourne+korn

Milano, 22 settembre, palasharp.it jeffrey lewis anD the junkyarD

Faenza (Ra), 23 settembre, 0546 681327; Roma, 24 settembre, initroma.com

Melt Banana

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Isobel Campbell & Mark Lanegan Lately La più bella canzone ascoltata recentemente è un electrico blues, romanticamente ancorato ai tempi di Highway 61 revisited; è come un esercizio di stile Dylan da premiare con il massimo dei voti, quello della cantante scozzese con l’ex leader degli Screaming Trees. Coppia improbabile ma al terzo album di felice coabitazione negli spazi del country & western, in un panorama abitato da fantasmi e da pistoleri del rock come James Iha, rinnegato degli Smashing Pumpkins, o Willy Mason, songwriter di buona levatura.

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Tricky Uk Jamaican Kingston Logic: di ritorno, sempre di ritorno da qualche ghetto bianco e nero. Non del tutto dimenticati i suoi trascorsi Massive Attack, riabbracciata la Giamaica delle sue brame, delle sue avvolgenti volute di fumo, dei suoi ritmi, si è rollato un nuovo album (Mixed race), si è leggermente schiarito la gola, ha scovato una supervocalist kingstoniana come Terry Lynn e ha dato un’accelerata ai tempi. Tutto lì, veramente, che ci voleva? Alla ine del millennio era un artista quasi cruciale, adesso sembra degnarsi di tornare in pista. Dal 29 settembre.

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Tired Pony Dead american writers Lo si sarebbe creduto chissà cosa, questo sodalizio tra Gary Lightbody, cantante degli Snow Patrol, e il mandolinista di iducia di Michel Stipe, Peter Buck dei R.E.M., circondati da uno stuolo di solidi strumentisti. E invece: boh, è un’altra canzone ascoltabile di rock campagnolo. Forse è vero che non bisogna mettere la morte nel titolo. Forse non bisognerebbe neanche mettere la stanchezza nel nome di un gruppo, per quanto super. Comunque: un’altra cosa country da coda su interstate americana, interrompibile per notizie più stringenti sul traico.

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Scelti da Antonia Tessitore

Rock Les savy Fav

Root for ruin (Wichita) ●●●●● “Abbiamo ancora fame!”, urla Tim Harrington, il leader dei Les Savy Fav, in apertura di Root for ruin, a conferma che l’età non ha fatto appassire questi veterani della scena artpunk newyorchese. Anzi, ripartendo dalle basi di Let’s stay friends, l’album della svolta uscito nel 2007, questo quinto lavoro in studio dei Les Savy Fav mostra una band molto sicura dei propri mezzi, in grado di bilanciare perfettamente gli aspetti più diretti e quelli più pop della sua musica. L’album, infatti, vira tra brani più accessibili alla Pixies (Let’s get out of here) e pezzi dissonanti in stile no wave (Poltergeist). L’aria un po’ trasandata di Harrington non nasconde il soisticato lavoro fatto alla chitarra dai suoi compagni di band. Hugh Montgomery, The Observer The WaLkmen

Lisbon (Fat Possum) ●●●●● Da quasi dieci anni ormai i Walkmen producono sinfonie di delusione e rimpianto, ma il loro concetto di disperazione è lontanissimo dalla lancinante depressione dei National. Lo stile della band è saldamente radicato in un trasandato ilone newyorchese che risale almeno

mayo Thompson WiTh sven-Åke Johansson’s QuinTeT

Shotgun wedding (Yellowbird) ino a Bob Dylan e ai Velvet Underground, ma lo reinterpreta in una maniera assolutamente originale. Il frontman Hamilton Leithauser ha dichiarato che il suono di Lisbon si ispira al vecchio rockabilly della Sun Records: il riferimento non è sempre molto evidente, ma aiora qua e là negli ammiccamenti old school e nella semplicità che fa scorrere via anche il più lacerante dei lamenti. Tom Breihan, Pitchforkmedia The Jim Jones Revue

Burning your house down (Punk Rock Blues) ●●●●● Il rock and roll sembra aver dato nuova linfa vitale a un bel gruppo di musicisti della scena indie e alternativa dei primi anni novanta. L’ex Jesus and Mary Chain John Moore ha il suo Rock’n’roll Trio. E Tim Jones, un tempo cantante degli Hypnotics, guida l’ottima Jim Jones Revue, arrivata al suo secondo album, prodotto da Jim Sclavunos dei Grinderman. Il terreno musicale su cui si muove la band di Londra è già stato calcato dai Cramps e da Nick Cave, ma brani come Big Len o Premeditated sono più fedeli alle radici del rock and roll. I modelli più vicini sono Jerry Lee Lewis e gli Mc5 di Back in the Usa. La cosa che più colpisce della Jim Jones Revue è che dietro lo stile retrò si sente chiaramente lo spirito sovversivo della band. John Robinson, Uncut

World music

MySPACE

Cheikh Lô

Les Savy Fav

Jamm (World circuit) ●●●●● Nessuno sa interpretare le radici pop africane meglio di Cheikh Lô. Questo è solo il quarto album internazionale in circa quindici anni di carriera per l’artista senegalese di origi-

Joshua aBRams

paoLo BoTTi

Natural information (Eremite)

Angels & ghosts (Caligola)

JIMMy KATz

Jazz/impro

Vijay Iyer ni burkinabé, ma l’attesa dall’ultimo disco (Lamp fall, del 2005) è ben ripagata da un album pieno di ottime melodie e di ritmi entusiasmanti. E che, come anche i tre lavori precedenti di Cheikh, è caratterizzato da uno stile musicale assolutamente unico. Jamm è per l’artista africano l’album della maturità e della tranquillità. Combina uno spirito sentimentale e vagamente introspettivo con i ritmi secchi più tipici del repertorio dell’artista. La voce di Cheikh conserva la solita bellezza, forse accentuata dalla natura distaccata di buona parte del materiale. Jamm è quindi un album più compassato e rilessivo, ma non per questo meno bello. Il momento migliore è forse Dieuf dieul, con i suoi ritmi tipicamente mbalax raforzati dal sottofondo delle percussioni dello strumento sabar. Con Murphy, Froots

Jazz viJay iyeR

Solo (Act Music & Vision) ●●●●● Quando un pianista del calibro di Vijay Iyer aspetta così tanto prima di pubblicare un album da solista (l’artista ha quarant’anni e almeno dieci dischi alle spalle) di solito è perché è in attesa del momento giusto. In questo senso, l’album dell’anno scorso di Iyer, Historicity, può essere visto come un preludio per Solo. A diferenza del passato, Iyer si concentra

solo su se stesso. Comincia con una scelta insolita: una spoglia rivisitazione di Human nature di Michael Jackson. Non è l’unica cover presente nell’album. Epistrophy di Thelonious Monk è interpretata in modo così originale da sembrare un altro pezzo. Deinirla una cover è limitativo. È a tutti gli efetti un pezzo di Iyer, derivato da Monk. Stesso discorso per le canzoni di Duke Ellington. Solo è un album strepitoso. E giustiica pienamente la lunga attesa. Steve Greenlee, Boston Globe

Classica FRiedRiCh gauWeRky e maRk knoop

John Cage: Études boréales e altri pezzi per violoncello e piano Friedrich Gauwerky, violoncello; Mark Knoop, piano (Wergo) ●●●●● Gli Études boréales sono i grandi protagonisti di questo disco. Scritti nel 1978 come parte di una serie che distillava musica dalle costellazioni, sono presentati in due versioni: una è per violoncello e piano, come previsto da John Cage, l’altra è per pianoforte aperto, uno strumento che diventa una metapercussione risonante. Suoni terreni si estendono ino a diventare galattici. Ogni professore di violoncello vi spiegherebbe che gli zig zag da ballerino di Gauwerky sul suo strumento, centrando microscopiche diferenze quasi impercettibili, sono impossibili da suonare. Lo stesso vale per il pianoforte di Knoop: bisogna intuire come pizzicare una corda, dove colpire esattamente la struttura di legno, dove far cadere degli accordi isolati e fuori contesto per renderne l’efetto più eicace. I due ci riescono. Non è l’opera più importante di Cage, ma sono canzoni terrestri che orbitano nello spazio. Philip Clark, Gramophone

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Cultura

tv in rete on a tightrope

naufragés des andes

Sabato 18 settembre, ore 20.40 Arte La storia vera del tragico incidente aereo avvenuto nel 1972 sulle Ande, già narrata in Alive. I sopravvissuti. Ma in questo documentario sono i superstiti a raccontare per la prima volta alla cinepresa la loro incredibile e straziante avventura, durata 72 giorni a 4.000 metri di altezza. dobbiamo smettere di volare?

Lunedì 20 settembre, ore 22.30 Current Il successo dei voli a basso costo ha due conseguenze: l’incremento esponenziale del turismo di massa e quello delle emissioni di CO2 nell’aria. I rischi per il nostro futuro sono elevati: entro il 2050 l’aviazione civile sarà responsabile dell’emissione del 60 per cento di gas serra. valentino

Martedì 21 settembre, ore 21.00 Sky Uno Riuscito documentario di Matt Tyrnauer su uno dei personaggi più rappresentativi, che ci piaccia o no, dell’Italia nel mondo.

dvd taking of ajmal naqshbandi Esce in dvd (negli Stati Uniti) uno dei titoli più apprezzati della scorsa edizione di Mondovisioni (Internazionale a Ferrara). Nei piani di Ian Olds, Fixer. Taking of Ajmal Naqshbandi doveva documentare la relazione fra il traduttore afgano Ajmal Naqshbandi e il reporter Christian Parenti. Ma nel marzo del 2007 Ajmal fu

catturato dai taliban insieme all’inviato di Repubblica, Daniele Mastrogiacomo: la tragica e poco chiara soluzione del rapimento, con la liberazione del giornalista e l’abbandono al suo destino del ixer, sposta il ilm verso un’analisi del rapporto di potere tra reporter occidentali e guide locali. ixerdoc.com

english.aljazeera.net /programmes/witness Con Letters to the president anche Petr Lom è stato tra i protagonisti di Mondovisioni 2009. Ora grazie al programma Witness di Al Jazeera è possibile vedere online il suo documentario precedente, realizzato nella provincia cinese del Xinjiang abitata dagli uiguri, la più numerosa etnia cinese di religione musulmana. La “corda tesa” del titolo non è solo quella su cui tradizionalmente si esibiscono gli acrobati locali, ma rappresenta anche il diicile equilibrio tra l’islam e le regole imposte dal governo centrale, che si oppone alla libertà di culto. Il ilm è del 2006, ma sono evidenti le tensioni che nel luglio 2009 hanno portato agli scontri interetnici e con le forze dell’ordine, che secondo le stime hanno causato quasi duecento morti.

a Casa da soli

Mercoledì 22 settembre, ore 23.30 RaiTre

fotograia Christian Caujolle

Il ilm di Ionut Carpatorea chiude il ciclo estivo di Doc3. Chi è abituato a considerare i cittadini romeni come mano d’opera a buon mercato, dimentica che molti hanno lasciato in Romania una famiglia e dei igli, costretti a crescere senza genitori.

la pubblicità che inquina

la dinastia del petrolio

Giovedì 23 settembre, ore 21.00 RaiStoria Integralismo e modernità, religione e petrolio. Sono alcune delle tante facce dell’Arabia Saudita, il paese che continua a essere il maggiore produttore di petrolio, con oltre dieci milioni di barili al giorno, mantenendo un ruolo chiave negli equilibri geopolitici mondiali.

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Per le elezioni presidenziali brasiliane del prossimo 3 ottobre si proila la vittoria annunciata di Dilma Roussef, l’ex guerrigliera trasformata qualche mese fa da Lula nella sua erede simbolica. La vera sida potrebbe essere un’altra. Per il Partito dei lavoratori – la cui politica estera è molto più a sinistra dell’orientamento liberale e populista adottato negli afari interni – si tratta di vincere a São Paulo: in questo modo, per la prima volta dal ritorno della democrazia in Bra-

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sile, il partito al governo avrebbe un peso schiacciante. La campagna elettorale è entrata nel momento decisivo ed è diventata anche piuttosto appassionante. Poi c’è la novità dell’importanza di internet, che potrebbe fare la diferenza, accanto ai mezzi d’informazione più tradizionali. E c’è un’altra particolarità di questa sida per São Paulo: l’uso delle immagini. La città paulista applica, da un paio d’anni, la legge Cidade limpa che vieta le aissioni

pubblicitarie in nome della lotta all’inquinamento visivo. Ma i politici sono riusciti a ottenere una deroga alla legge che loro stessi hanno votato: potranno farsi pubblicità. Con dei limiti. Così sono spuntati ovunque, lungo le grandi arterie cittadine, dei piccoli, ridicoli pannelli con i ritratti atroci dei candidati. Può darsi che questa pratica, in una città di venti milioni di persone che hanno imparato ad apprezzare la pulizia visiva, sia addirittura controproducente. u


Cultura

Arte

WILSON CENTrE FOr PHOTOGraPHY

SaN FraNCISCO MUSEUM OF MODErN arT

LA REALTÀ IN UN DETTAGLIO

Inner Views, Studio Museum, New York, ino al 24 ottobre, studiomuseum.org Per il fotografo sudafricano Zwelethu Mthethwa la dignità è nei dettagli: una pianta inta che illumina l’angolo di una baracca; i panni scrupolosamente appesi sul ilo spinato; una statuina di porcellana su una mensola distrutta. Mthethwa passeggia per le baraccopoli delle periferie delle città del Sudafrica fotografando operai a casa e al lavoro. Meravigliosi ritratti di minatori, tagliatori di canna da zucchero, braccianti che modellano mattoni, sospesi tra evidenza e arte. Financial Times

È la quattordicesima edizione di questa rassegna che vede sei borghi alleati con l’obiettivo di coniugare il piacere della natura alla scoperta di un’opera d’arte. Una decina di artisti francesi e stranieri è stata invitata a progettare delle opere in mezzo a boschi, canneti e frutteti selvaggi. Jean-Luc Verna ha piantato un’enorme bacchetta magica in mezzo a un ilare di abeti. Le Monde

COrCOraN GaLLErY OF arT, WaSHINGTON, D.C.

MEGLIO DI UN MUSEO

Le vent des forêts, Fresnes-auMont (Francia), ino al 30 settembre, leventdesforets.com

Londra

Una macchina con le ali

RETORICA ZEN

Yoko Ono, Haunch of Venison, Berlino, ino al 13 novembre, haunchofvenison.com L’artista giapponese presenta alcune installazioni inedite in una mostra in cui la guerra si sovrappone ai ricordi personali in un tentativo confuso quanto il titolo, Das gift, che in inglese signiica regalo e in tedesco veleno. “Voglio che il ricordo della violenza si converta in un ricordo positivo, nella speranza di un mondo migliore”, dichiara Yoko Ono. Una delle installazioni è una grande tela che il pubblico può distruggere con lame e punteruoli. La Vanguardia

Edweard Muybridge, Tate Britain, Londra, ino al 16 gennaio, tate.org.uk David Hockney una volta si lamentò dicendo che la fotograia è un’arte misera perché la sua prospettiva sul mondo si riduce a quello che la macchina fotograica vede al momento dell’esposizione. La mostra di Muybridge dimostra il contrario. Combinando la visione artistica all’analisi scientiica, Muybridge trasforma il movimento paralizzato dall’immagine fotograica in una moltitudine di attimi successivi che riescono a ri-

costruire lo svolgersi dell’azione. Muybridge fu uno dei più grandi teorici della fotograia. Oltrepassò l’immagine issa andando incontro all’invenzione del cinema, che anticipò inventando lo zoopraxiscopio, una macchina che poteva animare sequenze di immagini. Nonostante uno spirito razionale, apprezzava il lato esoterico e misterioso del nuovo strumento. La fotograia s’imprime con la luce, e in onore del dio Sole lui si è voluto ribattezzare Helios. Il marchio sul suo biglietto da visita era una macchina fotograica

con le ali che irradiava luce. Tra una conferenza e l’altra in giro per il mondo riuscì anche a uccidere l’amante della moglie. Fu il primo che rese il tempo visibile nello spazio. Con una batteria di macchine fotograiche azionate da circuiti elettrici catturava metamorfosi troppo veloci per l’occhio umano. C’è un ritratto scattato da un collega in cui Muybridge si rannicchia tra le radici di una sequoia. Sembra un potenziale omicida, come fu. Ma l’arte fu più forte della legge e Muybridge fu assolto. The Observer

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Pop La corrida nel labirinto del minotauro Bernardo Gutiérrez uando leggo le notizie sulla nuova legge l’indipendenza, la Catalogna e i Paesi Baschi, trovarono contro le corride del governo catalano il loro nemico da battere, il simbolo della dittatura. Pomi viene in mente mio nonno Paco. Sen- co importava che in alcune regioni come nel sud della za il suo ricordo non capirei perché la Catalogna i tori facessero parte di una tradizione molto Catalogna ha approvato una legge che radicata. Il proilo del toro del vino Osborne, probabilvieterà le corride (eventi in cui si uccido- mente l’icona spagnola più celebre, entrò a far parte del no i tori) a partire dal 2012. Men che mai panorama spagnolo. E lo slogan “Spain is potrei capire l’ostilità con cui alcuni par- All’estero mi fa diferent”, che alcuni attribuiscono a Matiti spagnoli hanno accolto questa legge. rabbia vedere che si nuel Fraga, ministro franchista e attuale Senza mio nonno e senza risalire ino alla identiica la Spagna presidente del Partito popolare, fece proguerra civile spagnola (1936-1939) non solo con i tori. Che fondamente presa. L’arretratezza e l’isopotrei spiegare a uno straniero questo siamo sempre stati lamento del paese erano diventati un enigma taurino. Per farlo invoco l’imma- così. In realtà le arti mito esotico. Un marchio pubblicitario a gine di mio nonno Paco, seduto nell’are- e il pensiero forma di toro che spuntava su tutte le na di Miralores de la Sierra, un paesino spagnolo nella storia strade. in provincia di Madrid, vestito con la sua Cosa avrebbe pensato mio nonno, che hanno ignorato e camicia migliore, mentre guarda una morì nel 1992, della nuova legge contro le criticato i tori delle corride della festa del paese. Avrò corride dei “fratelli catalani”? Come si avuto nove anni. Avevo l’abitudine di insarebbe spiegato che Mariano Rajoy, leatrufolarmi nell’arena senza pagare, attraverso un buco. der del Partito popolare, di destra, ha dichiarato che è in All’epoca le arene dei paesini erano portatili, di lamiera gioco la patria? Che cos’ha a che fare la politica con una rossa. Adesso sono di cemento, presuntuose. Allora era legge nata grazie a un’“iniziativa legislativa popolare” facile scavare un buco per terra, nasconderlo sotto un (raccolta di irme) per proteggere gli animali dai malcartone ed entrare quando nessuno guardava. La mia trattamenti? Credo che mio nonno – che era ben inforera una birichinata infantile. Dopo essermi intrufolato mato sul mondo grazie a una piccola radio portatile – andavo a sedermi con la camicia sporca. Mio nonno avrebbe sciolto ogni dubbio con pazienza e ironia: “In sorrideva. E io correvo via. Spagna”, la sua voce mi arriva non so bene da dove, “la Francisco González, mio nonno, aveva lottato con- politica è incomprensibile senza calcio o senza tori”. tro l’esercito di Franco durante la guerra civile. Era un Aveva ragione. Basta pensare ai mondiali sudafricani. “rosso”. Mi raccontava molte avventure sulla guerra, La Roja, come chiamano ultimamente la nazionale di sui repubblicani e sui “fratelli catalani”. Non l’ho mai calcio, ha ottenuto un miracolo: la bandiera spagnola sentito parlare di tori, anche se gli piacevano molto. Per non è più un patrimonio unico della destra. È l’orgoglio lui, come per quelli che erano cresciuti prima della dit- per la squadra di calcio. La bandiera, per la prima volta, tatura, i tori non erano la cosa più importante della Spa- non è una questione politica. Era su tutti i balconi. Pergna. Prima della guerra civile le due Spagne si diverti- ino in Catalogna hanno ammirato quella nazionale vano moderatamente con i tori. La piccola vacca, un ilm con un poker di assi catalani: Xavi, Puyol, Piqué, Fábredi Luis García Berlanga, riassume bene la situazione: gas.Ma il racconto fatato si è interrotto prima del gran alcuni soldati repubblicani decidono di iniltrarsi nel inale. Il tribunale costituzionale ha emesso la sua senterritorio di Franco per rubare un vitello e torearlo in tenza più attesa nel mezzo della passione e del nazionapiena guerra, ma il tentativo inisce in un’odissea, con i lismo per La Roja: lo statuto catalano (la nuova legge di soldati di entrambe le parti che toreano l’animale. autogoverno) non è costituzionale. In Spagna, secondo Durante la dittatura di Franco il regime innalzò le la sentenza, esiste un’unica nazione, quella spagnola. corride ino all’olimpo dell’essenza spagnola. I tori ini- In Catalogna è esplosa la rabbia. E un giorno prima delrono per rappresentare la “Spagna grande e unica” del la inale Spagna-Olanda, un’enorme manifestazione ha dittatore. Per la maggior parte delle persone di sinistra attraversato Barcellona con uno striscione: siamo una e degli intellettuali, i tori erano il simbolo dell’arretra- nazione, decidiamo noi. tezza e del ruralismo del paese. La dittatura aveva troMio nonno avrebbe continuato a risolvere il rompivato il suo simbolo. La Spagna era come un toro indo- capo. E avrebbe citato la violenta reazione dei politici mito, orgoglioso. E la Spagna periferica, che cercava catalani, uno dopo l’altro. José Montilla (del partito so-

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BERNARDO GUTIÉRREZ

è un giornalista e fotografo spagnolo. Questo articolo è uscito su Der Tagesspiegel con il titolo Krieg der Stiere.

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TeReSA SDRALeVICh

cialista catalano, presidente della Generalitat, partner del presidente spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero) ha parlato di “umiliazione”. Artur Mas, leader del partito conservatore e catalanista Convergencia i unió, ha detto che la Catalogna dovrebbe camminare separata dalla Spagna. Joan Laporta, ex presidente del Barça, ne ha approittato per presentare un nuovo partito, Solidaritat catalana per la independència, chiaramente indipendentista. Il Barça è più di un club. Rappresenta il nazionalismo catalano, puntualizzerebbe mio nonno. Le acque erano agitate. Allora è arrivata la bomba. La vera decisione politica. La legge che proibisce le corride. Catalonia bans bullighting: l’interpretazione che hanno dato negli Stati Uniti è che avevano vinto i diritti degli animali. Ma è questa la vera ragione? Assolutamente no. Javier Rada, un giornalista che sta scrivendo un libro sulla “guerra dei tori”, aferma che poche leggi in Spagna sono state tanto politicizzate: “La legge contro le corride non ha cancellato i correbous, eventi tradizionali del sud della Catalogna in cui gli animali sono trascinati con delle corde, lanciati in mare o maltrattati con palle di fuoco messe sulle corna”. Com’è possibile che sia proibita la modalità spagnola del toreo, le corri-

de, e sia protetta quella catalana, i correbous? È vero, la città di Barcellona si è dichiarata contro la tauromachia nel 2004. Ma nell’arena monumentale di Barcellona le corride sono proseguite. Alcune inverosimili come quella di José Tomás, che non ha toreato un toro solo (come d’abitudine) ma sei. La Vanguardia, quotidiano catalanista e conservatore, si è profuso in elogi di fronte all’impresa. Paco March, il 6 luglio 2009, ha scritto un articolo intitolato “La cappella sistina del toreo”: “Attraverso le sue mani, il suo cuore e la sua muleta, sono tornati a vivere i pennelli di Picasso, Casas o Barceló; la lirica di Alberti o Lorca; insomma, l’espressione più alta del vigore del millenario rito del toreo, una risposta emozionata all’intolleranza, perché nessuno potrà mai proibire la bellezza”. È arrivato il momento delle confessioni: da quando entravo di soppiatto da bambino non ho più messo piede in un’arena. O meglio: ho visto alcuni concerti nella famosa Plaza de las Ventas di Madrid. Gli Ac/Dc e B.B. King, per esempio. So poco o niente sui tori. Conosco la diferenza tra una corrida e un encierro, le corse dei tori come quella di Pamplona. Ma poco di più. Sono cresciuto ignorando la “festa nazionale”. Quando andavo a Barcellona a trovare i miei cugini non parlavamo Internazionale 864 | 17 settembre 2010

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Pop

Storie vere Johno Lee, soldato scelto dell’esercito britannico, ha perso una gamba in Afghanistan. È tornato a casa, a Coddington, in Inghilterra, e ha chiesto un pass per parcheggiare la macchina nei posti riservati agli invalidi. Gliel’hanno negato tre volte. La spiegazione dell’amministrazione locale per il riiuto è che Lee “è giovane e può migliorare”. “Si aspettano che mi ricresca la gamba?”, è il commento del reduce, che intanto ha accumulato circa 800 sterline di multe per sosta vietata. Dopo che la notizia è uscita sui giornali l’amministrazione ha reso noto che rivedrà la pratica.

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mai di tori. Facevo parte di quel 68,8 per cento di spagnoli che nel 2002, secondo un sondaggio della Gallup, non era interessato alle corride. I miei cugini di Barcellona appartenevano a quel 79 per cento di catalani a cui non piacevano. Io identiico i tori con il passato e l’arretratezza. E con la tortura degli animali. Quando vado all’estero mi fa rabbia vedere che si identiica la Spagna solo con i tori. Che siamo sempre stati così. In realtà le arti e il pensiero spagnolo nella storia hanno ignorato e criticato i tori. Ignacio Escolar, blogger, giornalista e uno dei simboli del movimento contrario alle corride in Spagna, lo sintetizza così in uno dei suoi ultimi post: “Mariano José de Larra, un brillante giornalista dell’ottocento, li disprezza, così come gli scrittori della generazione del ’98, tra cui il sivigliano Antonio Machado, che sogna una Siviglia ‘senza toreri’. Sono assenti dall’opera di Vicente Aleixandre, premio Nobel della letteratura”. Miguel de Unamuno, grande scrittore e pensatore del ’98, disse che i tori lo “disgustavano”. Goya li dipingeva, è vero, come dipingeva gli orrori della guerra e la Spagna dell’inquisizione. E io interpreto i tori di Picasso come esaltazione dell’animale o come critica. Festa nazionale? In realtà ino all’arrivo di Franco non è mai stato tutto rose e iori per la tradizione torera. Re Carlo terzo li proibì nel 1771. Carlo quarto nel 1805. Il dibattito sul loro divieto torna puntuale come un boomerang. Credo che mio nonno sarebbe mortiicato. Per i tori e per la Spagna. Per tutti questi fraintendimenti. Per la confusione mentale difusa. Credo che mio nonno, per cercare di spiegarmi una volta per tutte il labirinto della realtà, ricorrerebbe alla iction. E comincerebbe a leggere a voce alta La casa di Asterione di Jorge Luis Borges, in cui il minotauro (metà uomo, metà toro) vive in un labirinto in cui si protegge dal guerriero Teseo. “Ogni nove anni”, legge mio nonno con calma, “entrano nella casa nove uomini perché io li liberi da ogni male. Odo i loro passi e gli corro lietamente incontro. La cerimonia dura pochi minuti. Cadono l’uno dopo l’altro senza che io mi macchi le mani di sangue. Dove sono caduti restano e i cadaveri aiutano a distinguere un corridoio dagli altri”. “Il minotauro è la Spagna”, mi dice mio nonno. Potrebbe essere la Catalogna. Entrambe perse nel labirinto della storia. Senza trovare una via d’uscita per i suoi problemi semantici. Quante nazioni possono far parte di un paese? Cos’è esattamente una nazione? I visitatori sono i politici, mi confessa il nonno, che potrebbero innalzare il minotauro quando vogliono. O farla inita per sempre con lui. Mentre gli imprenditori spagnoli hanno esportato già corride di toro senza sangue a Las Vegas, in Spagna rimangono tenacemente attaccati alla tortura della presunta festa nazionale. La percentuale di appassionati di tori, secondo un sondaggio svolto durante le polemiche di questo periodo, è aumentata: ora è del 37 per cento. Continuerà ad aumentare sulle ali della politica da strapazzo spagnola e catalana? O si romperà prima la patria? Mio nonno continua a leggere. Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue. “Lo crederesti, Arianna?”, disse Teseo. “Il minotauro non s’è quasi difeso”. u sb

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Costruirsi un lavoro Tony Judt o sempre voluto fare lo storico. Avevo dodici anni quando ho cominciato a calcolare quanto tempo ci sarebbe voluto per accumulare i titoli necessari. Come si guadagnavano da vivere gli storici? L’unico che avevo mai visto era A.J.P. Taylor, e anche se immaginavo che fosse pagato per le sue eleganti lezioni televisive, non pensavo certo che la maggior parte degli storici si guadagnasse da vivere così. Come si faceva carriera nella storia? Anzi, come si faceva carriera in generale? È qualcosa che si pianiica da subito? O capita per caso? E se non capita? Da qualche parte c’era un futuro chi mi aspettava, ma intanto dovevo guadagnare dei soldi. Il mio primo lavoro fu nel reparto musica di W.H. Smith a Londra: avevo quattordici anni e potevo lavorare solo il sabato. La principale attrazione era la diciassettenne April: stava alla cassa e somigliava alla giurata di un programma televisivo di musica pop che aveva goduto di un breve momento di fama nazionale. Eravamo ancora nell’epoca pB (prima dei Beatles) e gli scafali erano pieni di imitazioni di Elvis Presley. Gli originali americani – Gene Vincent, Eddie Cochrane – erano una spanna sopra le loro pallide controparti inglesi (Clif Richard, già piuttosto ridicolo, e una decina d’altri). Il jazz era per pochi e il folk praticamente sconosciuto, almeno a Putney high street, dove lavoravo. Era il 1962, ma gli anni cinquanta andavano ancora forte. Quattro anni dopo, una volta ottenuto il mio posto a Cambridge, decisi di imbarcarmi per Israele a bordo di un mercantile, dove avrei lavorato per pagarmi il viaggio. La nave doveva passare per il canale di Kiel che taglia in due la penisola dello Holstein, qualche chilometro a nord di Amburgo. Le carrette del mare seguono date e orari irregolari, e quando arrivai nel porto di Kiel, l’Hechalutz (che arrivava da Danzica) non si vedeva, ma era “attesa”. Trovai un letto in un ostello locale, ma ogni due o tre ore andavo al porto e alle chiuse del canale a controllare. Kiel era desolante. I danni della guerra erano stati risanati, ma il risultato – come tanto spesso nella Germania ovest del dopoguerra – era uno scialbo spazio urbano privo di storia e di varietà. L’ostello era inospitale: cacciato per strada subito dopo la colazione, ero riammesso solo all’imbrunire. Un compagno di stanza mi rubò i soldi, e le mie visite notturne ai dock in attesa dell’alta marea e delle navi proseguirono alimentate da panini con salsiccia generosamente oferti dal gestore di un chiosco. Finalmente, nella foschia baltica apparve l’Hechalutz. Mentre me ne stavo lì con le spalle ingobbite contro il vento, per un lungo istante compiaciuto mi vidi come Jean Gabin in un ilm di Marcel Carné. Il porto delle nebbie, magari. Il comandante mi accolse con diidenza. Ero sulla

H


Nel mio furgone Morris verde, con il cognome del droghiere che campeggiava orgoglioso sulla iancata, riuscivo a fare ino a 25 consegne a viaggio. Oggi una visita al centro commerciale riempirebbe la mia piccola Morris con provviste per la settimana di una sola famiglia. Per due estati, alla ine degli anni sessanta, abbandonai i miei furgoni per le visite guidate, accompagnando studentesse arrivate dagli Stati Uniti in giro per l’Europa occidentale. La paga era modesta, i vantaggi notevoli. A quel tempo, le ragazze nordamericane di buona famiglia non viaggiavano oltreoceano da sole: i genitori preferivano premiarle per il diploma con una vacanza in Europa in compagnia di ragazze di gusti aini e di uno chaperon aidabile. L’agenzia per cui lavoravo si vantava di impiegare solo universitari di Oxford e Cambridge: misteriosamente, eravamo ritenuti i più adatti ad accompagnare una quarantina di studentesse per una vacanza di nove settimane. Loro erano studentesse universitarie o appena laureate, ma nessuna era mai stata fuori dagli Stati Uniti. L’Europa, anche le sue città più famose (Parigi, Londra, Roma), gli era del tutto sconosciuta. Una volta, al Waldstätterhof Seehotel sul lago di Lucerna, fui svegliato alle cinque di mattina da una ragazza del gruppo in preda al panico. “Vieni, presto! Qualcuno sta cercando di entrare nella stanza di Lizbeth!”. Due piani più sotto, il portiere di notte bussava rabbiosamente alla porta di una camera, balbettando confusamente il nome di un uomo. Lo spinsi da parte, mi annunciai e fui fatto entrare. Lizbeth era in piedi sul letto con ben poco addosso. “Quello ci ammazza!” Ci? Lei indicò l’armadio da cui emerse un ragazzo biondo in mutande: l’aiuto cuoco dell’albergo. “È me che vuole”, spiegò in tedesco il ragazzo imbarazzato. Comunicai la situazione alla ragazza americana, che restò assoluta-

TONY JUDT

è morto il 6 agosto 2010. Era uno storico britannico. Questo articolo fa parte di una serie di note autobiograiche scritte per la New York Review of Books nei mesi scorsi. Sono pubblicate in Italia da Internazionale.

STEFANO RICCI

sua polizza di carico, ma lui non sapeva che farsene di questo viaggiatore diciottenne. “Che sai fare?”, mi chiese. “Be’, parlo francese, tedesco e un po’ di ebraico”, risposi come se mi stessi proponendo a un’agenzia di traduzioni. “Anch’io. E con ciò?”, arrivò la risposta sprezzante. Mi accompagnarono alla mia cabina dicendomi di presentarmi in sala motori la mattina dopo. Lì, e per le successive quattro settimane, feci il turno dalle otto di mattina alle quattro del pomeriggio tra i pistoni assordanti. I motori diesel sulle imbarcazioni transoceaniche fanno gran parte del lavoro di manutenzione da soli: in servizio c’era solo un macchinista, che controllava leve e quadranti, oltre a me. Dai macchinari fuoriusciva uno spesso strato di grasso: il mio lavoro consisteva nel pulirlo. Per i primi giorni, mi alternai tra stroinare caldaie diesel e vomitare nel bel mezzo di una tempesta del mare del Nord. Alla ine mi ambientai. Non avevo scelta: non sarei mai stato promosso al lavoro sul ponte. Una volta il nostromo (un israeliano ombroso, con la corporatura di un carro armato nano) mi ordinò di trasportare alcuni barili al coperto, perché c’era una bufera in arrivo. Io non riuscii a spostarli di un centimetro, e fui prontamente rispedito al mio posto di lavoro sotterraneo. L’ultima sera del viaggio, il comandante mi mandò a chiamare e ammise in tono burbero di essere stupito: “Non pensavo proprio che avresti resistito”. Neanch’io, pensai tra me. La manodopera non qualiicata su una nave aveva le sue ricompense. Passavo il turno di notte sul ponte con l’uiciale di terza classe, di qualche anno più grande di me, ascoltando musica pop pirata trasmessa da Spagna, Portogallo e Marocco, mentre la nostra piccola imbarcazione beccheggiava tra le tempeste e le onde lunghe dell’Atlantico orientale. A Cipro fui introdotto alle “più belle signore di Famagosta”, e quella stessa sera (essendo il più giovane a bordo) mi rasai i bai e mi vestii come la “più bella signora dell’Hechalutz” per il divertimento dell’equipaggio sospettosamente entusiasta. Fu la mia personale educazione sentimentale. Tornato a casa, mentre lavoravo in un cantiere nel Sussex, rividi le mie opinioni sul lavoro manuale: non c’è niente di nobile nella manodopera non qualiicata. È un lavoro duro, sporco e molto poco gratiicante. La tendenza a evitare i controlli, a tirare via e a fare il minimo è razionale e irresistibile. Appena possibile lasciai il cantiere per una serie di lavori di autista: semiqualiicati, anche se pagati sempre male, almeno mi garantivano autonomia e privacy. Tra il 1966 e il 1970 ho lavorato come addetto alle consegne di tappeti, prodotti per la casa e tessuti. Se ripenso agli anni in cui consegnavo a domicilio generi alimentari nella zona sud di Londra, trovo sorprendente quanto fossero modeste le ordinazioni. Per una famiglia media bastavano un paio di piccole scatole alla settimana. Per tutto il resto, la casalinga faceva la spesa ogni giorno dal droghiere, dal lattaio, dal macellaio e dal venditore di pollame del quartiere. I supermercati erano quasi sconosciuti. Acquisti in grande quantità non avevano senso: la maggior parte delle case aveva frigoriferi minuscoli, alcune neanche quelli.

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Pop mente stupefatta. “Ci sono uomini”, le spiegai, “che sono attratti da altri uomini”. Magniicamente indife­ rente al suo aspetto così etereo, Lizbeth mi issò disgu­ stata: “No, a casa mia a Biloxi no di certo”. Era il luglio del 1968. A Monaco, più tardi quello stesso mese, chiesi all’autista tedesco del nostro pull­ man di portarci al Memoriale di Dachau. Lui si riiutò seccamente: lì non c’era niente da vedere, mi assicurò, e comunque era tutta propaganda americana. L’Olo­ causto e i campi non erano ancora un riferimento mo­ rale universale, e nel Mississippi non c’erano omoses­ suali. Era tanto tempo fa. Il mio ultimo lavoro fu al Blue Boar, un albergo del centro di Cambridge. Come responsabile della cola­ zione, lavoravo in cucina dalle cinque e mezzo inché non arrivava il personale addetto al pranzo. Non c’era­ no studentesse, ma per il resto era il lavoro non acca­ demico ideale. Come gli intellettuali cechi coninati nei locali delle caldaie negli anni della “normalizza­ zione” (ma nel mio caso per scelta), lo trovavo un lavo­ ro ideale per letture serie. Tra la preparazione di un toast, la bollitura di un cafè e la frittura di un uovo per i commessi viaggiatori e i genitori in visita, ho letto gran parte del materiale per la mia tesi di dottorato. Con un po’ di pratica, cucinare pasti rapidi non solo consente l’attività mentale, ma addirittura la favori­ sce. Al contrario, gli ingrati lavori para­accademici a cui di solito è costretto un laureato squattrinato – ripe­ tizioni, valutazione dei test d’esame, supplenze (li ho fatti tutti) – occupano la mente e non ofrono nessuna soddisfazione. Puoi fare ragionamenti complessi scar­ rozzando un carico di tappeti in periferia, ma valutare test d’esame un tanto a pagina e in lotta contro il tem­ po lascia poco spazio ad altro. Dal Blue Boar passai direttamente a un posto di ri­ cercatore al King’s College di Cambridge. Non c’era niente di inevitabile in questo: ero stato bocciato a tutti i concorsi ai quali avevo partecipato altrove, e avrei cer­

tamente accettato un impiego isso di tutt’altro tipo se il King non mi avesse salvato. La folgorazione di questo evento mi ha lasciato la consapevolezza profonda di quanto è precaria ogni carriera: poteva andare tutto in un altro modo. Dubito che avrei passato il resto della mia vita a pre­ parare colazioni al Blue Boar, a consegnare tappeti o a pulire motori diesel. Così com’è improbabile che mi sarei guadagnato da vivere accompagnando ragazze in giro per l’Europa, anche se era allettante. Ma forse avrei dovuto ripiegare su almeno un paio di questi mestieri per un periodo di tempo indeinito: una prospettiva che mi ha reso molto comprensivo verso chi, per ragioni le­ gate al caso o alla sfortuna, si ritrova dalla parte sbaglia­ ta della strada. Restiamo legati all’idea, tipica dell’era industriale, che il lavoro ci deinisce: ma oggi questo è concreta­ mente falso per la stragrande maggioranza delle perso­ ne. Se proprio dobbiamo invocare un cliché novecente­ sco, meglio ricorrere a Il diritto alla pigrizia: un pam­ phlet del 1883 involontariamente lungimirante scritto da Paul Lafargue, il genero di Karl Marx, secondo il quale la vita moderna avrebbe oferto opportunità sem­ pre maggiori per deinire se stessi attraverso il tempo libero e lo svago. Il lavoro puro e semplice avrebbe svol­ to un ruolo fortunatamente sempre meno decisivo. Io ho inito per fare quello che avevo sempre voluto fare, essendo pagato per farlo. Molti non sono così for­ tunati. La maggior parte dei lavori è noiosa, non ci arric­ chisce e non ci nutre. Eppure (come i nostri predecesso­ ri vittoriani) consideriamo ancora la disoccupazione una condizione vergognosa, qualcosa di simile a un di­ fetto di carattere. Ben pagati come sono, gli esperti fan­ no presto a prendersela con chi campa grazie allo stato sociale e a pontiicare sull’indecenza della dipendenza economica, l’illegittimità dei sussidi pubblici e le virtù del duro lavoro. Dovrebbero provarlo anche loro, qual­ che volta. u dic

Scuole Tullio De Mauro

Ribaltone delle università americane Da anni diverse agenzie ofrono classiiche graduate delle universi­ tà del mondo. I risultati pesano su­ gli orientamenti di stati e inanzia­ tori privati e di studenti e famiglie che possono permettersi di sce­ gliere. I criteri sono più o meno og­ gettivi: quantità di diplomati e di Nobel, impatto delle pubblica­ zioni dei docenti, stima degli spe­ cialisti di diversi ambiti disciplina­ ri. Washington Monthly sta cer­ cando da alcuni anni di innovare la metodologia. Per classiicare le università statunitensi utilizza le

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graduatorie uiciali pubblicate dal dipartimento federale dell’istru­ zione, ma soprattutto analizza le risposte date dagli studenti a com­ plessi questionari raccolti dal Community College Survey of Stu­ dent Engagement (Ccsse). Per il Monthly è centrale l’efet­ tivo modo di vita e formazione de­ gli studenti. Esempio estremo: quanti studenti fanno volontariato nei Peace corps o per Teaching for America? Sul massimo di cento punti 29 sono assegnati all’appren­ dimento attivo e collaborativo,

19 alla qualità scientiica (l’unica centrale per altri), 14 all’interazio­ ne studenti­facoltà, 12 all’impegno degli studenti, 12 ai supporti nello studio. I 15 punti restanti sono as­ segnati sulla base delle graduato­ rie del dipartimento federale. Viste così, grandi università blasonate e vezzeggiate scivolano in fondo, qualcuna, come Stan­ ford, resiste, ma emergono piccole o poco note università dove si lavo­ ra seriamente per preparare agli impegni della vita intellettuale e civile nel mondo presente. u


Preziosi consigli per l’aperitivo Geof Nicholson sistono solo due aperitivi: “un goccio di whisky” e un martini. Non è una mia opinione, ma la legge enunciata da Bernard DeVoto nel suo libro The hour, pubblicato per la prima volta nel 1948 e ristampato poco tempo fa. Conosco questo libro da anni e mi sono spesso chiesto se qualcuno l’avrebbe ristampato e se tutti l’avrebbero trovato divertente ed esasperante come me. L’ora del titolo è quella dell’aperitivo e il libro è sostanzialmente un inno agli alcolici approvati da DeVoto, che come abbiamo visto non sono molti. “I drink caldi sono solo per chi ha avuto un incidente di sci”, dichiara. Vietata anche l’oliva nel martini, che mi sembra assurdo. Quando si ofrono consigli il problema è questo: le persone pensano che tu dica cose sensate solo se i tuoi pregiudizi coincidono con i loro. I dissidenti tendono a dire: “Chi ti ha chiesto un parere?”. Christopher Hitchens dovrebbe essere troppo esperto per mettersi a stabilire regole sul bere. Invece eccolo qui, nel suo Hitch-22, che distribuisce perle di saggezza come “bevete quando siete di buon umore”, “non è vero che non si deve bere da soli”, “gli alcolici a buon mercato sono un falso risparmio” e via citando. Quest’ultima opinione lo mette in contrasto con Kingsley Amis. In Taccuino di un vecchio bevitore Amis ci dà la ricetta del Lucky Jim, che sostanzialmente è un vodka martini con succo di cetriolo. La cosa peggiora quando in una nota a piè di pagina aggiunge: “Usate una vodka britannica, la più economica che riuscite a trovare”. Leggendo tutto questo, mi chiedo perché diavolo gli scrittori abbiano tanta voglia di stabilire delle regole per come bevono gli altri. Chi ti dice come devi bere è irritante come chi ti dice di non bere per niente. A me sembra che gli scrittori siano molto più utili quando i loro consigli alcolici vengono dispensati casualmente nei romanzi: quando mostrano invece di dire. Lucky Jim contiene alcune delle scene di sbornia più grandiose di tutta la narrativa, dalle quali potete imparare, per esempio, che se siete ubriachi e fate un buco nelle lenzuola di chi vi ospita, non riuscirete a convincerlo che è stata “la carie del legno o una colonia di tarme”. Può essere riduttivo pensare alla letteratura come a un manuale di galateo per bevitori giovani e/o ingenui, ma la mia prima mattina con i postumi della sbronza avevo appena letto l’Otello per la prima volta e fui molto consolato dal verso “Oh, Dio! Che gli uomini si debban mettere in bocca un tal nemico che gli deruba del cervello!”. Mi diceva che non ero il primo idiota a sentirsi pieno di rimorsi la mattina dopo. Allo stesso modo, avendo letto Dorothy Parker molto prima di aver mai bevuto un martini, sapevo che dopo il terzo martini sarei inito sotto il tavolo e dopo il

ALE & ALE

E

quarto sotto il padrone di casa. Ovviamente si potrebbe sostenere che se la vita della Parker dimostra qualcosa è che gli scrittori farebbero meglio a non bere afatto, ma è un parere inutile. E in alcuni casi rimarrebbero senza niente da scrivere. Quell’inguaribile ubriacone di Jack Kerouac, invece, ci ha dato un consiglio eccellente: “Non ubriacatevi mai fuori di casa vostra”. Non era una regola per bere: era una regola per scrivere, aggiunta ai suoi “fondamentali della prosa spontanea”. A pensarci bene, le regole per bere non sono troppo diverse da quelle per scrivere. Molte sono così note da essere diventate ovvie: scrivi quello che conosci bene, scrivi ogni giorno, non usare una parola strana quando ne basta una semplice, inisci la giornata di scrittura quando potresti lavorare ancora. Con qualche aggiustamento, queste regole vanno altrettanto bene per l’alcol: bevi quello che conosci bene, bevi regolarmente invece di abbandonarti ai bagordi, evita gli alcolici inutilmente esotici e alzati da tavola quando stai ancora in piedi. In ogni caso, il problema più grosso quando si cerca di stabilire regole su questioni personali come bere o scrivere è che, per quanto possa essere valido il consiglio, la persona che lo riceve non riuscirà mai a idarsi di un altro. Certe cose bisogna capirle da soli, di solito a proprie spese. Si scrive e si beve come si crede giusto, a volte per scelta, più spesso per necessità, e se la mattina dopo ti svegli, ripensi a quello che hai fatto e ti senti scosso e mortiicato, be’, forse hai imparato qualcosa. Il massimo che possiamo augurarci è di arrivare, a qualunque costo, alle stesse conclusioni di chi è più vecchio e saggio. Un altro consiglio, questa volta di Richard Ford, recita: “Non bevete e scrivete contemporaneamente”, una regola che seguo scrupolosamente. Una versione più sfumata della stessa regola arriva da Keith Waterhouse, l’autore di Billy il bugiardo: sostiene che non bisogna bere mentre si scrive, ma è tutto a posto se si scrive mentre si beve. Una distinzione sottile. Ma una perla di saggezza si può trovare anche tra i pregiudizi e le frottole di DeVoto: “Cercate d’imparare qualcosa e poi fate il vostro lavoro senza tante storie”. Un grande consiglio sia per bere sia per scrivere, se volete il mio parere. Anche se so benissimo che non me l’avete chiesto. u gc

GEOFF NICHOLSON

è uno scrittore britannico nato nel 1953. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Le estremità dell’amore (Tropea 1998). Questo articolo è uscito sulla New York Times Book Review con il titolo Drink what you know.

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Scienza e tecnologia Malattie di gioventù Pascale Santi, Le Monde, Francia Gonorrea, clamidia, siilide: le infezioni sessualmente trasmissibili sono in aumento, soprattutto tra i giovani e le donne. La Francia lancia una campagna di prevenzione marzo, Marine (il nome è stato cambiato), 18 anni, decide di andare al Centro di controllo e di diagnosi delle infezioni sessualmente trasmissibili (Ciddist) dell’ospedale Saint-Louis a Parigi. è una ragazza di buona famiglia e ha un compagno. Il controllo, anonimo, rivela delle infezioni da gonococco e clamidia. Un mese dopo Marine torna con forti dolori al ventre che la obbligano a un ricovero d’urgenza in ospedale per salpingite (iniammazione delle tube) e le viene asportata una tuba. “Un anno fa avevamo meno di un centinaio di casi di infezioni gonococciche”, spiega François Lassau, professore all’università Paris-Diderot (Paris-VII), specialista in dermatologia e malattie veneree all’ospedale SaintLouis. “Oggi sono 200, con un aumento tra gli uomini e le donne eterosessuali”. In Francia queste infezioni sessualmente trasmissibili (Ist), responsabili della gonorrea, sono aumentate del 52 per cento tra il 2008 e il 2009, secondo i dati pubblicati il 19 agosto dall’Istituto di vigilanza sanitaria (InVs). Colpiscono tra i 15 e i 20mila uomini e almeno il 50 per cento di loro ha meno di trent’anni. E il problema riguarda sempre di più anche le donne. Le infezioni da Chlamydia trachomatis sono la prima causa di sterilità femminile e aumentano il rischio di gravidanze extrauterine. La clamidia colpisce il 3,6 per cento delle ragazze tra i 18 e i 25 anni. Questa cifra raggiunge il 10 per cento a Parigi e in alcune grandi città. Come spiegare questa recrudescenza? Prima di tutto “il preservativo non è più di moda”, spiega Jean-Marc Bohbot, infettivologo e direttore dell’istituto Alfred Fournier di Parigi. “è usato in modo

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AnGELO MOnnE

A

saltuario, per proteggersi durante i primi rapporti, poi si abbassa la guardia. In realtà ogni rapporto dovrebbe essere protetto, che sia vaginale, anale o orale. Un’altra particolarità delle infezioni provocate dalla clamidia e dal gonococco è che non provocano sintomi nella maggior parte delle ragazze (in più del 75 per cento dei casi).

Rapporti non protetti Anche la siilide, che si pensava scomparsa, è tornata di attualità. Colpisce soprattutto gli uomini etero e omosessuali. In Francia nel 2009 sono stati registrati circa 500 casi, ma le cifre sono probabilmente sottostimate. All’istituto Alfred Fournier, dall’inizio dell’anno ci sono stati più casi di siilide che di hiv. “La progressione del gonococco, della clamidia e della siilide nella popolazione generale eterosessuale ci preoccupa, perché rivela comportamenti meno prudenti”, sostiene Anne Gallay, epidemiologa all’InVs. “Le Ist, che si erano molto ridotte all’inizio dell’epidemia di aids nel 1981, sono aumentate a partire dalla metà degli anni novanta”. Circa il 50 per cento dei casi di infezione dovute al gonococco avverrebbe attraverso una contaminazione orogenitale, precisa il

dottor Lassau. “Si osserva una riduzione della prevenzione soprattutto nei gruppi a rischio”, precisa la dottoressa Gallay. “Le Ist avevano beneiciato dei messaggi di prevenzione per la lotta all’hiv, ma oggi la situazione è cambiata. Probabilmente la nuova generazione non è stata colpita dalla tragedia dell’aids quanto quella precedente”. Tra gli omosessuali i rapporti non protetti (il 34 per cento) sono aumentati del 70 per cento tra il 1997 e il 2005. “Lo screening deve diventare la nuova arma di prevenzione”, aferma Jean-Marie Le Guen, vicesindaco di Parigi. Il ministero della sanità lancerà una campagna tra ottobre e dicembre per invitare a fare degli esami di controllo e a parlarne con il medico. Ma non sarà facile, perché le Ist rimangono un argomento diicile da afrontare con alcuni medici. E spesso anche con il partner. Un’altra preoccupazione è legata alla resistenza del gonococco agli antibiotici. Ormai ne rimane solo uno eicace, il ceftriaxone. “nei prossimi mesi rischiamo di avere seri problemi terapeutici”, sostiene il dottor Bohbot. La maggior parte delle Ist può essere curata, ma dev’essere diagnosticata in tempo. Ecco perché bisogna fare più controlli. u adr


neUroScienze

Le parole del cervello

ricerca

esperimenti sugli animali Dopo dieci anni di discussioni, è stata approvata la nuova direttiva europea sulla sperimentazione animale. L’uso dei grandi primati, come scimpanzé, gorilla e bonobo, è stato vietato. Ma saranno permessi i test sugli altri primati, come i macachi e gli uistiti, perché ritenuti utili alla ricerca medica. Per contenere il numero di cavie, la direttiva permette di usare lo stesso animale più volte per esperimenti con un livello di dolore lieve o moderato, dopo aver consultato un veterinario. Sono inoltre previste ispezione regolari nei laboratori che usano gli animali per le sperimentazioni. Le nuove regole dovranno diventare operative entro il 2012. Scopo degli esperimenti sugli animali Europa, 2005 100 %

Biologia fondamentale

90 80 70

Ricerca e sviluppo in medicina

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COMMISSIONE EUROPEA

50

Produzione e controllo di qualità in medicina e odontoiatria Valutazioni tossicologiche e di sicurezza Produzione e controllo di qualità in veterinaria Diagnosi delle malattie

40 30 20 10 0

Altro

Istruzione e formazione

Un sistema uniicato RAúL MARTíN

Un’équipe dell’università dello Utah ha decodiicato i segnali neuronali delle parole. I ricercatori hanno impiantato 32 microelettrodi in alcune aree del cervello di un paziente epilettico. I segnali registrati mentre il paziente leggeva dieci parole sono stati trasmessi a un computer. Confrontando i segnali di due parole è stato possibile risalire al termine corrispondente nel 7690 per cento dei casi.

Sviluppo

The Lancet, Gran Bretagna Creare un programma che migliori la salute dei neonati e uno parallelo per la salute delle mamme ha poco senso. Si frammentano gli sforzi, è più diicile coordinare le iniziative e raggiungere gli obiettivi. È uno dei problemi che emergono dall’analisi degli Obiettivi del millennio, il patto internazionale siglato nel 2000 per diminuire il divario dei paesi in via di sviluppo. A cinque anni dalla scadenza, issata per il 2015, The Lancet fa il punto su cosa non ha funzionato. L’obiettivo di ridurre la povertà e la fame può essere raggiunto, e la lotta alla malaria, all’aids e alla tubercolosi ha fatto progressi signiicativi. Ma l’Africa subsahariana e una parte dell’Asia sono in forte ritardo. L’istruzione primaria per tutti e la riduzione della mortalità materna e infantile sembrano lontane, mentre il cammino verso la parità di genere, la sostenibilità ambientale e il potenziamento di una partnership globale procedono a rilento. Molte opportunità sono state perse per la scarsa sinergia tra i progetti e la mancanza di un unico ente responsabile. In campo sanitario, queste raccomandazioni si traducono in un nuovo obiettivo: creare un sistema sanitario di base sul quale innestare progetti speciici per ogni fase della vita. u

in breve

Paleontologia Il ritrovamento di un fossile di dinosauro in Spagna spinge a rivedere l’evoluzione delle penne. Il Concavenator corcovatus (nel disegno) era un animale lungo circa quattro metri, vissuto 130 milioni di anni fa. Sulle sue zampe sono state trovate strutture simili agli attacchi per le penne negli uccelli moderni. Poiché sono presenti dinosauri piumati anche in un altro ramo evolutivo, secondo Nature, si dovrebbe far risalire l’evoluzione delle penne all’antenato dei due tipi di dinosauri. Psicologia Chi gioca ai videogame d’azione, come gli sparatutto, ha migliori capacità di giudizio, scrive Current Biology. I giochi aumentano l’abilità di prendere decisioni veloci e accurate basandosi su indizi visivi e uditivi. Un’abilità che viene trasferita anche in altri contesti.

Davvero? Anahad O’Connor

il tempo è amico dei batteri Più zucchero provoca più carie? Lo zucchero e le carie vanno a braccetto, ma mangiare zucchero di frequente è peggio che mangiarne molto tutto insieme. La carie dipende da batteri che ricoprono i denti e si nutrono di zuccheri semplici. Se si mangia qualcosa di dolce, in venti secondi i batteri lo trasformano in un acido che resiste circa mezz’ora e intacca lo smalto. Una bibita in lat-

tina è molto più dannosa per i denti se bevuta con calma nell’arco di due ore invece che in pochi minuti, spiega Carole Palmer, docente alla facoltà di odontoiatria della Tufts university, che ha pubblicato di recente su Nutrition Today uno studio sui miti che riguardano i denti. “L’acido si forma ogni volta che i batteri ricevono zuccheri”, aferma. Per questo motivo, molti dentisti sconsigliano un uso eccessivo dei bicchieri con il

tappo antigoccia per i bambini. E non sono solo i dolci a essere dannosi, ma tutti i cibi che contengono acidi, anche le bevande dietetiche. Uno studio ha perino rivelato che, per lo smalto dei denti, le caramelle aspre fanno più danni di quelle zuccherate, a causa dei loro livelli di acidità. Conclusioni Mangiare spesso piccole quantità di zucchero favorisce la carie, più di grandi quantità ogni tanto. The New York Times

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Il diario della Terra Ethical living Kazakistan

Messico

Oceano Atlantico Liberia

Perù 5,9 M

48,3°C Jedda, Arabia Saudita

Ghana

Isole Figi 6,2 M

Le ombre del locale

Giappone 5,0 M

Siria

Stati Uniti

Corea del Sud Giappone

Indonesia 5,6 M

Cile Cile 6,1 M

-77,8°C Vostok, Antartide

REUTERS/CONTRASTO

ge in Corea del Sud e Giappone.

Nikolayevka, Russia

Incendi Sei persone sono morte negli incendi che si sono sviluppati nel nordest del Kazakistan. Più di tremila ettari di vegetazione sono stati devastati. Le iamme si sono propagate anche in Russia. u I pompieri hanno circoscritto gli incendi che si sono sviluppati in Colorado, negli Stati Uniti. Le iamme hanno distrutto 169 ediici. Terremoti Un sisma di magnitudo 5,9 sulla scala Richter ha colpito il sud del Perù, senza causare vittime. Altre scosse sono state registrate in Cile, in Giappone, nelle isole Figi e in Indonesia. Cicloni La tempesta tropicale Karl ha raggiunto la costa est del Messico. Gli uragani Igor e Julia si sono formati al largo di Capo Verde e si stanno muovendo verso le coste americane. u La tempesta tropicale Malou ha portato forti piog-

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Alluvioni L’apertura di alcune dighe in Burkina Faso, decisa dal governo per fronteggiare le forti piogge degli ultimi giorni, ha causato la morte di 17 persone nel nord del Ghana. u Il bilancio delle alluvioni che hanno colpito il sudest del Messico è salito a 25 vittime. Siccità Quattro anni consecutivi di siccità hanno causato gravi danni alle coltivazioni e perdite di bestiame in Siria. Lo ha rivelato l’inviato speciale delle Nazioni Unite per il diritto all’alimentazione, Olivier De Schutter. Vulcani Il vulcano Planchon, nel centro del Cile, si è risvegliato. I vulcanologi hanno registrato alcune piccole esplosioni all’interno del cratere. Onde Quaranta abitazioni sono state distrutte dalle onde anomale durante una tempesta a Monrovia, in Liberia.

I ricercatori dello Us geological survey hanno seguito l’inedita migrazione di massa via satellite. Lo scioglimento dei ghiacci dovuto al riscaldamento globale sarebbe all’origine dello spostamento. Biodiversità La Convenzione del 1992 sulla biodiversità non ha raggiunto i suoi obiettivi per il 2010. Saranno stabiliti nuovi traguardi per il 2020. è aumentato il numero delle specie a rischio a causa del cambiamento climatico, dell’inquinamento e delle malattie, anche se in alcuni paesi sono stati fatti dei progressi. Fame Secondo le nuove stime della Fao, 925 milioni di persone nel mondo sofrono la fame. Anche se c’è stato un lieve miglioramento rispetto al 2009 (erano più di un miliardo), rimane “una cifra inaccettabile”, dice la Fao. Dove si sofre la fame Milioni di persone Africa subsahariana

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America Latina e Caraibi

53

Medio Oriente e Nordafrica

12,5

Trichechi Tra i dieci e i ventimila trichechi hanno lasciato la banchisa per migrare sulla terra asciutta in Alaska.

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Asia e Paciico

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Paesi industrializzati

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Fonte: Fao, 2010

La panna prodotta nelle fattorie della Cornovaglia, che distano al massimo tre chilometri dalle abitazioni dei consumatori, percorre più di cinquecento chilometri prima di ritornare nei supermercati locali: un vero spreco di carburante, che solleva molte domande. Il Guardian ha raccolto le opinioni dei lettori sull’argomento. I prodotti locali venduti in molti supermercati hanno percorso centinaia di chilometri per essere confezionati e distribuiti. Spesso i tir fanno la spola su e giù per il paese tra i centri di produzione e i punti vendita. Si può ancora parlare di prodotti locali? Questi viaggi si possono evitare? Sono economie di scala, e più ci si pensa meno sembra stupido, osserva un lettore. Infatti, il tema dei prodotti a chilometro zero è più complesso di quel che sembra. La riflessione è cominciata nel 2005, con un rapporto del ministero dell’agricoltura britannico, il Defra. Lo stesso Tim Lang, lo studioso che avrebbe coniato l’espressione food miles (le miglia percorse dal cibo), dice che il termine è semplicistico perché non tiene conto, per esempio, del diverso fabbisogno energetico delle serre nei paesi a clima freddo o caldo. Inoltre il trasporto dal luogo di produzione incide meno sui consumi totali (a patto che non si usi l’aereo) dell’energia spesa per tenere accesi i frigoriferi dei supermercati o del carburante consumato dai clienti finali. Non è una bocciatura dei prodotti locali, ma un appello a una valutazione più accurata.


Il pianeta visto dallo spazio

eARThoBSeRvAToRy/NASA

Il mare di Barents

u La varietà di colori del mare di Barents dipende dalla ioritura del itoplancton, formato da milioni di organismi che rilettono la luce del Sole e crescono sulla supericie dell’acqua. Le variazioni di colore sono causate da specie e concentrazioni diverse. Gli azzurri più chiari sono probabilmente dovuti ai coccolitofori, un tipo di itoplancton rivestito da un guscio gessoso che rilette la luce e tinge il mare di un turchese opalescente. Le sfumature verdi sono invece dovute alle diatomee, un altro tipo di itoplancton che in genere è molto difuso nel mare di Barents a partire dalla

primavera e che poi lascia spazio ai coccolitofori l’estate. Il mare di Barents è poco profondo. è stretto tra Russia del nord, Scandinavia, isole Svalbard, Terra di Francesco Giuseppe e Novaja Zemlja. In questo bacino le correnti che trasportano l’acqua calda e salata dell’Atlantico si scontrano con quelle fredde dell’Artico. D’inverno i venti forti mescolano le acque. In primavera, quando il ghiaccio marino si ritira e torna la luce, ioriscono le diatomee, che raggiungono il culmine a ine maggio. Il passaggio dalle diatomee ai coccolitofori avviene nei mesi

La ioritura del itoplacton nel mare di Barents. L’immagine è stata scattata il 31 agosto dallo spettroradiometro Modis, a bordo del satellite Aqua della Nasa.

u

estivi, quando il mare di Barents cambia: la luce illumina l’acqua per tutta l’estate, riscaldandone la supericie. Il mare si stratiica e l’acqua calda si posa su quella più fredda. Quando le diatomee hanno esaurito la maggior parte delle sostanze nutritive presenti in supericie smettono di crescere. I coccolitofori, invece, vivono nell’acqua calda priva di sostanze nutritive, ma con molta luce. Il mutare delle condizioni e il relativo cambiamento delle specie producono le magniiche ioriture colorate come quella fotografata dal satellite Aqua della Nasa.–Holli Riebeek

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Economia e lavoro

JEAN-MARC CAIMI (REDUx/CoNTRASTo)

Musina, Sudafrica

Il cibo è di nuovo un’emergenza Juliet Kollewe e Raj Patel, The Observer, Gran Bretagna I prezzi del grano e di altri alimenti stanno aumentando come nel 2008. La paura di un’altra crisi alimentare ha spinto la Fao a convocare un vertice per il 24 settembre

A

due anni dall’ultima crisi alimentare, i prezzi del cibo sono di nuovo un problema globale. Proprio come nel 2008, c’è un netto aumento dovuto alla crescente domanda e alla carenza di scorte, che a sua volta è stata causata dall’instabilità climatica e dall’insuicienza dei raccolti. La situazione è aggravata dalla speculazione inanziaria e dal cambiamento delle abitudini alimentari nei paesi asiatici in rapida crescita. Per questo la Fao ha indetto un vertice d’emergenza sul cibo per il 24 settembre. Di recente in Mozambico sono scoppiate delle rivolte dopo la decisione del governo di aumentare del 30 per cento il prezzo del pane. In precedenza erano cresciute le tarife dell’energia elettrica e dell’acqua. I disordini hanno provocato sette morti e centinaia di feriti. In media i mozambicani

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spendono tre quarti del loro reddito per gli alimenti. Secondo la Fao, la metà dei poveri del paese sofre già di malnutrizione acuta. I timori sono aumentati quando la Russia ha prorogato a tutto il 2011 il divieto di esportare grano, deciso ad agosto dopo il calo di produzione causato dalla siccità e dagli incendi. “Il divieto ha modiicato profondamente il mercato”, spiega Sudakshina Unnikrishnan, analista di Barclays Capital. “Prevediamo altri aumenti del prezzo di mais e grano, visto che i paesi importatori stanno cercando di accaparrarsi le scorte”.

Scarsità dell’oferta In Europa il prezzo del grano ha superato i 294 dollari la tonnellata, mentre quello del mais ha raggiunto il livello più alto dal giugno 2009. Lo zucchero è stabile, ma a febbraio ha toccato il picco più alto degli ultimi 29 anni. L’associazione europea degli industriali mugnai ha sottolineato il ruolo degli speculatori, ma la causa principale è la scarsità dell’oferta. Se il prezzo del cibo continua a salire, dice Abdolreza Abbassian, economista della Fao, sono probabili altre proteste nei paesi poveri: “Quella della Russia è stata l’ennesima decisione che aumenterà la pressio-

ne sui prezzi”. Secondo la Fao, nel 2010 saranno raccolti 646 milioni di tonnellate di grano, il 5 per cento in meno rispetto all’anno scorso, mentre la produzione mondiale di orzo, colpita duramente dalle condizioni climatiche nell’area dell’ex Unione Sovietica e nell’Unione europea, dovrebbe scendere del 22 per cento a 129 milioni di tonnellate, il picco più basso degli ultimi trent’anni. Tra le cause c’è anche il calo della produzione di esportatori come Argentina e Stati Uniti, che coincide con l’aumento della domanda della Cina, dove salgono anche i consumi di carne. L’indice Fao dei prezzi della carne di agosto è al livello massimo dal 1990 ed è cresciuto del 16 per cento rispetto al 2009. Il prezzo dell’agnello è il più alto degli ultimi 37 anni, quello del manzo degli ultimi due, e sono aumentati anche i prezzi del maiale e del pollame. Quest’anno il raccolto di grano della Gran Bretagna dovrebbe essere vicino alla media, mentre la Germania, che ha avuto un agosto piovoso, potrebbe dipendere dalle importazioni per la prima volta dal 2000: secondo l’associazione degli agricoltori tedeschi il raccolto di grano dopo la semina invernale calerà del 9 per cento, costringendo il paese a importarlo da Francia e Stati Uniti. Il maltempo ha inciso anche sulla qualità del frumento, che risente dell’eccessiva esposizione alla pioggia. E il grano scadente, di solito, è usato come mangime per il bestiame. “Ma se nell’emisfero meridionale, cioè in Argentina e in Australia, il raccolto previsto per Natale non sarà abbondante, il prezzo del grano potrebbe restare comunque stabile”, dice Guy Gagen, consulente del sindacato degli agricoltori britannici, visto che l’emisfero settentrionale – Stati Uniti, Canada, Russia ed Europa del nord – produce l’80 per cento del grano mondiale. Gli esperti, inoltre, fanno notare che oggi il mercato non ha riserve limitate come nel 2008, perché in questi due anni si è cercato di reintegrare le scorte. Per la maggior parte dei paesi poveri, però, la crisi del 2008 non è mai inita, perché la recessione mondiale gli ha impedito di uscirne. Così, se nel 2006 le persone malnutrite erano 854 milioni, l’anno scorso hanno superato il miliardo. u sdf Juliet Kollewe è una giornalista economica che collabora con il Guardian. Raj Patel ha scritto I padroni del cibo (Feltrinelli 2008).


Armi ai sauditi Il Pentagono è pronto a notiicare al congresso un contratto da 60 miliardi di dollari, il più ricco mai stipulato dagli Stati Uniti, per la vendita di aerei militari all’Arabia Saudita. I deputati hanno trenta giorni per pronunciarsi sulla proposta. L’accordo, scrive il Washington Post, rafforzerà la rete degli alleati arabi della Casa Bianca contro l’Iran. Il mercato delle armi è sempre più importante per gli Stati Uniti, che nel 2009 hanno venduto aerei da combattimento per 3,2 miliardi di dollari.

IN BREVE

Unione europea La commissione europea ha proposto delle regole che limitano l’uso delle vendite allo scoperto e dei derivati, strumenti considerati pericolosi per la stabilità dei mercati. Ora devono essere approvate dal parlamento europeo e dal consiglio dell’Unione europea.

Albania

Vacanze poco convenienti Mapo, Albania Non usa giri di parole il settimanale Mapo: le vacanze in Albania costano troppo. C’è da meravigliarsi? Certo, e per due motivi. Innanzitutto perché i prezzi sono più alti non solo rispetto ad altre mete turistiche balcaniche, come la costa del Montenegro o il lago di Ohrid, in Macedonia, ma anche rispetto ai paesi dell’Unione europea. Inoltre, i prezzi non rispecchiano la qualità dei servizi. A Hymara un gruppo di turisti albanesi ha pagato 58 euro a notte per una doppia in un hotel “a gestione familiare”, che in realtà era un’abitazione privata. Simili tarife superano perino gli standard della Grecia dove, nonostante la crisi, i prezzi sono rimasti stabili sui 40 euro a notte. Altri hotel respingono le famiglie con bambini, perché fanno troppo rumore. Nei ristoranti, inine, il conto può arrivare anche a cento euro per i clienti kosovari, ritenuti dei ricchi da spennare. E visto che in Albania è diicile ottenere un visto per emigrare, conclude Mapo, gli stessi albanesi temono di dover restare a lungo in un paese dove i prezzi aumentano e la qualità dei servizi peggiora. u

Il numero Tito Boeri

8.755 immatricolazioni Il 2 luglio un decreto ministeriale ha stabilito che saranno 8.755 in Italia le immatricolazioni al corso di laurea in medicina e chirurgia. Le due facoltà di medicina della Sapienza di Roma ospiteranno il maggior numero di studenti: 784. A Bari ne andranno 346 e a Bologna 330. Piccole sedi come Vercelli, foggia e Molise hanno 75 posti. In totale le sedi, statali e non, sono 40. Il decreto non indica i criteri per la ripartizione dei posti. Così le università esercitano forti pressioni per aumentare la loro quota, mentre i grandi

policlinici incoraggiano la nascita di piccole sedi per creare cattedre aggiuntive per i loro docenti. Il rapporto tra iscritti al primo anno e docenti è molto basso (meno di un iscritto per docente) e varia molto da una sede all’altra. A Messina il numero di docenti è il doppio dei nuovi iscritti, mentre a Salerno non c’è ancora un corpo docente stabile a fronte di 150 posti disponibili. Come osserva Tullio Jappelli su lavoce.info, per garantire uno studio di qualità bisogna rivedere radicalmente i criteri per la distribuzione de-

gli studenti. Il ministero potrebbe limitarsi a issare un numero programmato su base nazionale e indire un concorso unico per le ammissioni. Si tratta di garantire autonomia alle singole sedi, magari issando alcuni requisiti minimi per le strutture e gli insegnanti. Le sedi di maggiore prestigio, e che garantiscono una formazione migliore, avrebbero più richieste, mentre negli altri corsi di studio il numero di iscritti diminuirebbe rapidamente. In questo modo migliorerebbe la qualità media dei nostri medici. u

KAI PfAffENBACH (REUTERS/CONTRASTO)

STATI UNITI

FINANZA

Nuove regole per le banche Il 12 settembre il Comitato di Basilea, un organismo internazionale che riunisce i banchieri centrali e i responsabili della vigilanza inanziaria di 27 paesi, ha approvato una serie di nuove regole per gli istituti di credito. L’accordo, chiamato Basilea III, entrerà in vigore nel 2013 e sarà applicato per intero entro il 2019. L’obiettivo, spiega il Tages-Anzeiger, è spingere le banche a prendere meno rischi e afrontare i periodi di crisi con patrimoni più solidi, anche se molti osservatori hanno dei dubbi sui tempi lunghi previsti dall’accordo. Le regole più importanti riguardano la dotazione di capitale degli istituti. Nel 2015 il rapporto tra il cosiddetto Core Tier 1 (il capitale azionario e gli utili non distribuiti) e gli investimenti rischiosi passerà dal 2 al 4,5 per cento. Entro il 2019, inoltre, sarà necessario costituire un’ulteriore riserva pari al 2,5 per cento, detta “cuscinetto anticiclico”. Ora il Basilea III deve essere approvato dai paesi del G20, che si riuniranno a Seoul a novembre. L’applicazione di queste regole, continua il quotidiano svizzero, costringerà le banche a varare aumenti di capitale. I dieci principali istituti di credito tedeschi, per esempio, potrebbero aver bisogno di 105 miliardi di euro. In caso di violazione del Basilea III, le banche subiranno misure restrittive come i limiti ai bonus per i dipendenti e alla distribuzione degli utili.

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Strisce le cose non girano mai per il verso giusto. mi sembra di fare sempre le scelte sbagliate.

ogni volta che devo prendere una decisione, mi chiedo: “che farebbe al posto mio uno più intelligente di me?”. e poi seguo la risposta.

Thingpart Joey Alison Sayers, Stati Uniti

Mr. Wiggles Neil Swaab, Stati Uniti

fai come me.

OH CAVOLO, L’ALTRA SERA MI SONO VERAMENTE UBRIACATO ALLA FESTA. NON È CHE HO FATTO DELLE COSE IMBARAZZANTI, VERO?

BE', DIO… HAI CREATO UNA NUOVA TERRA.

Red Meat Max Cannon, Stati Uniti Macanudo Liniers, Argentina

be’, in quel caso mi ero chiesto: “cosa farebbe al posto mio uno più eccitato di me?”.

AH. NON È UN PROBLEMA, VERO?

AAAAAH!

UMM...

AAAAAH!

La settimana scorsa il mio padrone di casa è venuto a cambiare il pavimento della cucina e ne ha messo uno nuovo in vinile. È molto più carino di quel linoleum marrone cacarella che c’era prima.

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chi è il genio che stavi ascoltando stamattina quando ti si è incastrato il pene nello scarico della doccia?

forse vuole solo battere il cinque, però non ci scommetterei...

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Però di certo non è altrettanto resistente.

Non ha resistito al mio torneo indoor di minimoto della domenica mattina e al suo travolgente mix di sgommate, frenate e impennate.


Rob Brezsny

L’oroscopo Il motto latino dulcius ex asperis vuol dire “più dolce dopo le diicoltà”. Che non signiica “sollievo dopo le dificoltà” e nemmeno “il carattere si raforza con le diicoltà”. Fa pensare a una situazione in cui un’esperienza impegnativa non produce solo un risultato positivo, ma anche una squisita e rilassante armonia che non sarebbe stata possibile senza le dificoltà. È quello che prevedo succederà anche a te, Bilancia. ARIETE

Quando la pop star Miley Cyrus è stata ospite del talk show di David Letterman, il musicista Paul Shafer le ha chiesto se nei suoi spettacoli canta mai in playback. Miley ha risposto di no. Chiunque può veriicarlo guardando su YouTube il video di uno dei suoi concerti. A volte la sua voce è terribile, e questa è la prova che corre davvero il rischio di cantare dal vivo. Ti consiglio di imitare il suo esempio, Ariete. La prossima settimana devi metterti a nudo (almeno ino al punto consentito dalla legge). Cerca di essere te stesso, non ricorrere a trucchetti come il playback per fare bella igura. TORO

Il tuo mantra dev’essere: “Grandi quadrifogli ovunque”. Nei prossimi giorni, ti consiglio di ripeterlo spesso. Cantalo sottovoce mentre sei in macchina o in autobus. Sussurralo come una preghiera prima di ogni pasto. “Grandi quadrifogli ovunque”. Intonalo seguendo il ritmo dei tuoi passi. Bisbiglialo all’angioletto che ti guarda dal soitto mentre ti addormenti. Gridalo mentre balli all’aria aperta. “Grandi quadrifogli ovunque”. La sua magia funzionerà anche se non sai perché lo stai dicendo o cosa signiica.

ILLUSTRAZIONI DI FRANCESCA GHERMANDI

GEMELLI

È un ottimo momento per rinnovare il rapporto che hai con il tuo corpo. I ritmi cosmici sono allineati per aiutarti. Cosa devi fare? Prima di tutto devi chiarire le tue intenzioni. Per esempio, vorresti sentirti più a tuo agio? Vorresti sapere se il tuo è il corpo giusto per le necessità della tua anima? Vorresti impegnarti di più per dargli il cibo, il sonno e il movimento di cui ha bisogno per essere nella sua forma migliore? Se sei indeciso su co-

me procedere, chiedi al tuo corpo qualche suggerimento. CANCRO

Tra l’infanzia e l’adolescenza il presidente statunitense Abramo Lincoln visse per quattordici anni nello stato dell’Indiana. Il Lincoln boyhood national memorial commemora proprio quel periodo. Quando aveva sette anni la mia amica Janet visitò il museo con la sua classe. Mentre passeggiava intorno al monumento, trovò per terra un cerotto e immaginò che fosse appartenuto a Lincoln. Lo portò a casa e lo conservò come un talismano. Quando lo stroinava sulle ferite, Janet pensava che avesse la capacità magica di guarirle. Solo più tardi scoprì che i cerotti erano stati inventati 55 anni dopo la morte di Lincoln. Ma non aveva importanza, aveva svolto a meraviglia la sua funzione. Prevedo che troverai anche tu un placebo simile, Cancerino. LEONE

In Afghanistan si coltivano più papaveri che in qualsiasi altro paese del mondo. La maggior parte dei raccolti viene trasformata in oppio o eroina, ma potrebbe anche essere usata per fare panini ai semi di papavero. Per la precisione 357mila miliardi di panini. Secondo me, Leone, hai davanti a te la possibilità di fare una scelta paragonabile a questa. Potresti usare una risorsa neutra per una buona causa o per una causa non buona. Sarai tu a determinare l’impiego che ne sarà fatto. VERGINE

“Niente contribuisce di più alla quiete dell’animo del fatto di non avere alcuna opinione”. È un aforisma del isico e ilosofo tedesco del settecento Georg Lichtenberg. Te lo voglio ofrire.

Sei pronto a metterlo in pratica? Ti consiglio di fare questo esperimento: per sette giorni rinuncia a tutte le tue opinioni. Ma proprio tutte: quelle sui politici, sulle persone famose, sull’immigrazione, sulla musica rockabilly, sulle idanzate dei tuoi amici, su qualsiasi cosa. In questo periodo di grazia cerca di non esprimere giudizi e di essere aperto e tollerante. Lascia che tutto sia esattamente com’è. Alla ine dell’esperimento sarai più rilassato di quanto non ti capitava da parecchio tempo. SCORPIONE

Cerca di fare i regali più belli che puoi, Scorpione. Non tenere per te tutte le meravigliose benedizioni di cui disponi. È ora di rivelare la tua speciale generosità, di mostrare al mondo la tua complessa magia in tutta la sua gloria. Alcune persone saranno più brave a ricevere e a usare le tue preziose oferte, ed è giusto che tu sia più magnanimo con loro. Ma in ogni caso, distribuisci la tua ricchezza senza preoccuparti troppo dei dettagli. L’importante è lasciarla scorrere come un iume appena sgorgato dall’eternità. SAGITTARIO

“Non pensare che sarai necessariamente consapevole della tua illuminazione”, disse il maestro zen Dogen. Io aggiungerei: “Non pensare che sarai necessariamente consapevole di essere diventato un modello di ruolo e di esercitare una grande inluenza sugli altri”. Secondo me, nelle prossime settimane succederà una di queste due cose. Senza sofrire i tormenti dell’autocoscienza, potresti trovarti catapultato in uno stato superiore, più potente e più illuminato. Dubito che si tratterà di uno stress eccessivo. Anzi, succederà in modo naturale mentre continuerai a essere te stesso, esuberante e deciso a riorganizzare il mondo per farlo coincidere con la tua idea di paradiso. CAPRICORNO

Presto arriverà il momento di mettere ine alla Stagione delle esplorazioni. Hai già ispezionato terre esotiche e zone di coni-

ne in abbondanza. Scommetto che hai perlustrato le regioni proibite così a fondo che non hai bisogno di fare altri controlli. O mi sbaglio? Sto sottovalutando il tuo desiderio di spingerti oltre le frontiere? Forse i fugaci contatti con creature esotiche e avventure eccitanti ti hanno stuzzicato l’appetito. Sai cosa ti dico, Capricorno? Mi ido del tuo intuito. Sei pronto a fermarti o hai ancora voglia di rischiare? ACQUARIO

Nell’estate del 1986, quando vivevo a Los Angeles, ho fatto un sogno memorabile. Stavo ballando con Dio. Se ricordo bene, il Divino Wow era un turbine donna che emanava iamme azzurre fredde e cantava melodie estatiche. Ogni tanto intravedevo qualcosa che somigliava a un viso e a un corpo, ma per la maggior parte del tempo era un vortice luido e scintillante dal quale entravo e uscivo mentre luttuavamo facendo acrobazie. Il contatto tra noi era così vivido e viscerale che da quel giorno non ho detto mai più “credo in Dio”. La mia esperienza è stata reale come fare l’amore con un essere umano, perciò il fatto di crederci era irrilevante. Prevedo che presto avrai anche tu un incontro con una forza primordiale, Acquario, con qualsiasi cosa signiichi “Dio” nel tuo mondo. PESCI

Il teologo dell’ottavo secolo noto come Beda il venerabile paragonava la nostra esistenza a un passero che entra nella inestra di un castello durante il banchetto del re. Fuori c’è la tempesta di neve, dentro un grande camino acceso. Il passero, però, non si ferma in quel posto così accogliente, vola via da un’altra inestra senza toccare gli avanzi di cibo che gli invitati hanno lasciato. Secondo Beda, il comportamento del passero somiglia al modo in cui afrontiamo la vita. Sai che ti dico, Pesci? Non credo che questo varrà per te nei prossimi mesi. A giudicare dai presagi astrali, penso che quando entrerai nel salone della festa, non scapperai via come un passerotto irrequieto e confuso. Penso che ci resterai.

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internazionale.it/oroscopo

BILANCIA

COMPITI PER TUTTI

Cosa vorresti cambiare di te stesso se potessi? E perché non puoi?


BERTRAMS, HET PAROOL, PAESI BASSI

CHAPPATTE, THE INTERNATIONAL HERALD TRIBUNE, FRANCIA

L’ultima

Cile: “Quando ci sarà abbastanza spazio per farci scendere?”.

Criminalità: Sarkozy vuole togliere la cittadinanza francese agli immigrati. “Riconosci chi ti ha rubato i documenti?”. “Lui!”.

KAPLAN

DILEM, LIBERTÉ, ALGERIA

DELIGNE, FRANCIA

Ripensamenti.

“L’aria fresca di montagna comincia a deprimermi”

Le regole Vendemmia 1 L’abbigliamento non s’improvvisa: stivali di gomma, guanti da giardinaggio e cappello di paglia. 2 Vietato mangiare l’uva. 3 Prima di promettere una bottiglia di vino a tutti gli amici che ti aiuteranno, assicurati di avere almeno un paio di ettari di terra. 4 Per l’occasione organizza una festa con tanto di palloncini e tagliatelle fatte in casa. 5 Se piove blocca tutto, tranne la festa. regole@internazionale.it

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jean sebastien evrard (afp/getty images)

Tariq Ramadan

La rock star dell’islam I suoi interventi fanno sempre discutere. Ma Tariq Ramadan insiste: l’islam può diventare una religione europea

L

a rivista Time lo considera uno dei cento intellettuali più inluenti del mondo. Non tutti lo amano, ma sicuramente Tariq Ramadan è il più noto e discusso studioso musulmano d’occidente. È intervistato dai giornali di tutto il mondo, partecipa a dibattiti, è a

suo agio in tv. È una igura discussa, ma richiama le folle come una rock star. Ramadan, 48 anni, insegna studi islamici contemporanei alla facoltà di teologia di Oxford e tiene lezioni in tutta Europa sull’islam nei paesi non musulmani. La sua idea è che islam e modernità non siano incompatibili. Nei suoi libri (per esempio La riforma radicale, pubblicato da Rizzoli, o Islam e libertà, edito da Einaudi) cerca di deinire il ruolo di un islam moderato, basato sui princìpi religiosi, ma compatibile con la realtà contemporanea.

Non tutti, però, si idano di lui. Dal 2004 al 2010 gli Stati Uniti gli hanno vietato l’ingresso nel paese quando hanno scoperto che Ramadan aveva fatto una donazione a un’associazione musulmana, con sede in Svizzera, che avrebbe poi usato le risorse per inanziare Hamas. Il nonno, Hassan al Banna, è stato il fondatore dei Fratelli musulmani, un gruppo islamico fuori legge in Egitto dal 1954. u Tariq Ramadan sarà a Ferrara il 3 ottobre al Teatro comunale, con Ian Buruma e Olivier Roy.

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i


Stazione PRINCIPALI MUSEI E MONUMENTI

ferroviaria

Castello estense Largo Castello Cattedrale Piazza Cattedrale Museo della cattedrale Ex chiesa di San Romano, via San Romano Palazzo Schifanoia Via Scandiana, 23 Palazzo dei diamanti Corso Ercole I d’Este, 21 Casa Romei Via Savonarola, 30 Museo archeologico nazionale Via XX Settembre, 124 Palazzina Marisa d’Este Corso Porta mare, 2 Palazzo Massari Corso Porta mare, 9 Pinacoteca nazionale Corso Ercole I d’Este 21 Sinagoghe e museo ebraico Via Mazzini, 95 Teatro comunale Corso Martiri della libertà, 5 Tel. 0532 218 326 Monastero di S. Antonio in Polesine Corso Ercole I d’Este, 19

Un giro in città

Benvenuti in Paradiso

P

alazzo Paradiso, sede della Biblioteca ariostea, fu fatto costruire nel 1391 da Alberto V d’Este in occasione del suo matrimonio con Giovanna de Roberti e fu decorato, come Palazzo Schifanoia e Palazzo Beliore, con scene della vita di corte e motivi tratti dai romanzi cavallereschi. Il nome è in sintonia con quelli degli altri monumenti estensi della città. L’impianto originario del palazzo è formato da quattro corpi di fabbrica che si afacciano su una corte rettan-

Presso i musei comunali di Ferrara si può acquistare la Card musei, che è validità un anno e consente di visitare tutti i musei comunali di Ferrara e il museo della Cattedrale. Inoltre dà diritto all’ingresso a prezzo ridotto alle mostre allestite a Palazzo dei diamanti. Tarife: intera 17,00 euro, ridotta 10,00 euro. La card è valida per: Palazzo Schifanoia, Palazzina di Marisa d’Este, Museo lapidario, Museo della cattedrale, casa di Ludovico Ariosto, Museo Giovanni Boldini e Museo dell’ottocento, Museo d’arte moderna e contemporanea Filippo de Pisis, Museo del risorgimento e della resistenza, Museo di storia naturale, Padiglione d’arte contemporanea (aperto in occasione di mostre temporanee). Info Uicio informazioni turistiche, Castello estense, tel. 0532 209 370299 303. www.artecultura.fe.it

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rishao262 (flickr)

CARD MUSEI

Palazzo Paradiso

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golare. In origine sulla corte si afacciavano tre logge, ma oggi ne rimane solo una. Tra il 1437 e il 1438 il palazzo ospitò i partecipanti alla prima sessione del concilio ecumenico, che ebbe luogo a Ferrara. Qui soggiornarono l’imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo e il papa Eugenio IV. Il pittore ferrarese Antonio Alberti eseguì per l’occasione un grande afresco, oggi perduto, che aveva come tema il paradiso, in armonia con il nome del palazzo. All’epoca del duca Borso, il complesso fu innalzato di un piano e in seguito diventò sede delle facoltà universitarie. Nel seicento la struttura fu rivista da Giovan Battista Aleotti, che spostò la facciata su via delle Scienze e aggiunse la torretta con l’orologio e il grande portale in pietra bianca. Nel 1753 fu istituita la Biblioteca civica dedicata a Ludovico Ariosto e nel 1801 furono trasferite qui, dalla chiesa di San Benedetto, le spoglie del poeta, insieme al monumento funebre in suo onore. Info Palazzo Paradiso, via delle Scienze 17, 0532 418200.


Cinquant’anni di solitudine Jean Ziegler Le indipendenze africane sono state un fallimento? Sotto alcuni aspetti sì, scrive il sociologo Jean Ziegler. Che a Ferrara parlerà delle speranze e delle delusioni di un continente

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a notte era nera, senza luna. Il vento soiava a più di cento chilometri orari, sollevando onde di dieci metri che si abbattevano con un fragore spaventoso sulla fragile imbarcazione di legno. Era partita dieci giorni prima da una baia della costa mauritana con 101 rifugiati africani a bordo. Miracolosamente, la tempesta ha gettato la barca contro uno scoglio davanti alla spiaggia di El Medano, a Tenerife, nelle isole Canarie. Sul fondo della barca, in mezzo ai sopravvissuti sotto shock, gli agenti della guardia civile spagnola hanno trovato i cadaveri di una donna e di tre adolescenti, morti di fame e di sete.

In fuga Tra il 1979 e il 2009, il numero degli africani gravemente e costantemente sottoalimentati è aumentato da 81 a 204 milioni. La morte si aggira nel continente. La terra, in particolare nel Sahel, si inaridisce. Ogni mese migliaia di rifugiati della fame e della sete cercano di attraversare la frontiera meridionale dell’Europa: partono per un viaggio di duemila chilometri dalle coste del Senegal e della Mauritania, sulla riva sud dell’Atlantico, tentando di sbarcare sulle isole Canarie.

Oppure salpano dalle coste somale, attraverso il mar Rosso, per cercare di raggiungere Aden; dal Maghreb, puntano su Malta o Lampedusa. Un terzo di loro scompare in mare. Gli altri sono braccati dalla Frontex, l’organizzazione militare appositamente creata dall’Unione europea. Le indipendenze africane sono state un fallimento? Economicamente, politicamente, inanziariamente e militarmente, la risposta è sì, almeno per la maggior parte dei 53 stati del continente africano. Nella maggior parte dei paesi dell’Africa nera francofona il patto coloniale è praticamente intatto: la dipendenza nei confronti della Francia, del Fondo monetario internazionale e dell’Unione europea è quasi totale. Per questi stati la sovranità è una parola vuota. Il disarmo economico unilaterale realizzato dall’Organizzazione mondiale del commercio e dall’Unione europea è devastante. I nuovi accordi di partenariato economico attualmente in discussione obbligano i paesi africani a liquidare le loro ultime protezioni doganali e ad aprirsi al liberalismo e alle privatizzazioni, che avranno efetti terribili. Le risorse del suolo e del sottosuolo sono saccheggiate dalle multinazionali. La maggior parte della popolazione della Nigeria, che è uno dei principali produttori di petrolio del mondo

Ogni mese migliaia di rifugiati della fame e della sete cercano di attraversare la frontiera meridionale dell’Europa

e uno dei paesi più ricchi del pianeta, vegeta in una miseria abissale: dal 1966, nascoste da una maschera parlamentare, le dittature militari si succedono l’una all’altra. Nella Repubblica Democratica del Congo, tra il 1995 e il 2005 sono morte di fame due milioni di persone. Eppure, se venisse applicato il codice minerario, le società occidentali e cinesi pagherebbero il dovuto allo stato e l’Rdc diventerebbe in breve tempo un paese ricco.

Rivoluzionari in erba In cosa sperare? Nella nascita di una società civile africana sempre meglio organizzata, più coraggiosa, attiva e potente. Karl Marx scrisse che “il rivoluzionario dev’essere capace di sentire l’erba che cresce”. E in Africa l’erba cresce. Un’altra speranza è data dalla crescente inluenza del Sudafrica nell’Africa nera e dell’Algeria in quella magrebina. Negli organismi internazionali (Organizzazione mondiale del commercio, Fondo monetario internazionale, Consiglio dei diritti dell’uomo, assemblea generale delle Nazioni Unite) questi due paesi, che dispongono dei diplomatici decisamente più agguerriti e competenti del continente, si sforzano di imporre una politica africana comune. Possono difendere la sovranità degli stati e promuovere una riforma radicale dei rapporti economici ingiusti che attualmente legano l’occidente (ma anche Cina e India) e i popoli africani. u cb Jean Ziegler sarà a Ferrara il 2 ottobre al cinema Apollo con Paulina Chiziane e Boubacar Boris Diop.

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Un fumetto dei Perturbazione

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Incontri

Perturbati e contenti inglese d’America… E così via, ino a ine vermentino. È nata più o meno così la Playlist di Internazionale a Ferrara. Nelle precedenti edizioni era un happy hour tra amici allo Zuni. Quest’anno debutta dal vivo. Sarà il classico culo del principiante, ma per questo debutto live ha anche trovato i suoi interpreti ideali, che poi sono gli stessi partecipanti di quel brainstorming estivo: i Perturbazione, grandi artigiani di canzoni intelligenti e di college rock all’italiana venato di buone letture, attenzione alle cose del mondo, scossoni creativi

Pier Andrea Canei presenta i Perturbazione, artigiani di canzoni intelligenti e autori di scossoni creativi

ilario toniello (flickr)

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hi diavolo siamo? Da dove veniamo? Andiamo a Ferrara? Ed ecco cinque pezzi, non necessariamente facili, intorno al tema dell’identità e delle sue metamorfosi. Scelti apposta per il pubblico di Internazionale nel corso di un intenso brainstorming estivo a base di mozzarelle, caponata e vermentino di Gallura. Rifacciamo quel classicone, anzi no quell’altro; recuperiamo quel pezzo francese degli anni sessanta (o erano i settanta?); e questo brasiliano bellissimo dei primi anni duemila? E quell’altro italianissimo che andò malissimo a Sanremo ma ci è rimasto nel cuore? Vabbè, ma allora anche quello che stava nei titoli di coda dei Sopranos; ma è inglese di Londra e allora anche uno in

Pier Andrea Canei a Ferrara, 2009

d’ogni tipo; ascoltare, per credere, il loro ultimo doppio album, Del nostro tempo rubato. Ventiquattro canzoni di ottima annata, molte delle quali da ascoltare nella serata ferrarese insieme a una prima assoluta da vedere: la clip del nuovo singolo Buongiorno buonafortuna (http://intern.az/dy1y8i). I perturbati hanno un percorso complicato alle spalle; anni di fame e di almost famous, gavetta itinerante interminabile, gran lavorio in studio e megahit di nicchia; contratti che si volatilizzano e concerti-evento (Le città viste dal basso) che si estendono irregolarmente in giro per l’Italia. Un percorso che il sottoscritto ha chiesto alla band di illustrare, a mo’ di presentazione a chi ancora non li conoscesse. Manco a dirsi, hanno risposto, attraverso le matite del cantante Tommaso Cerasuolo, con la miniodissea stile graphic novel pubblicata qui a ianco. u Info Canei e i Perturbazione saranno il 1 ottobre alle 22 in piazza Castello.

Novità

Da leggere

Libri e non solo

u Abbiamo chiesto ai protagonisti del festival di consigliare alcuni libri ai lettori di Internazionale. I libri saranno disponibili presso la libreria del festival, nel chiostro di San Paolo. Ecco i libri consigliati da Amira Hass.

u Nei tre giorni del festival il chiostro di San Paolo ospiterà una libreria, aperta dalle 10 alle 21. Qui si potranno comprare i libri scritti o consigliati dagli ospiti presenti a Ferrara e quelli scelti dalla redazione di Internazionale. Nello stesso spazio saranno anche organizzati alcuni incontri con gli autori: il 1 ottobre Igiaba Scego presenterà L’allegro canto della pernice (La Nuova Frontiera) con l’autrice Paulina Chiziane, e Sylvie Coyaud parlerà delle Lezioni di ecostile (Bruno Mondadori) di Andrea Segrè. Il 2 ottobre Camilla Desideri incontrerà Yanick Lahens, autore di Il colore

dell’alba (Barbès), mentre il libro Uscirò da questo mondo e dal tuo amore (Isbn Edizioni) di Abdellah Taïa sarà introdotto da Walter Siti. Domenica 3, Maria Laura Rodotà presenterà Le regole. La vita quotidiana. Istruzioni per l’uso (Bur) insieme a Claudio Rossi Marcelli. Il chiostro ospiterà anche un bar, aperto dalle 9.30 alle 21.30. Sabato e domenica mattina, alle 10, sarà possibile seguire la rassegna stampa dei giornali di tutto il mondo preparata da Internazionale e da Presseurop. La sera, il chiostro ospiterà le proiezioni fotograiche curate da Christian Caujolle.

BENNY MORRIS

Due popoli una terra Rizzoli 2008, 12,00 euro RASHID KHALIDI

Identità palestinese Bollati Boringhieri 2003, 32,00 euro RUTHVEN MALISE

Il seme del terrore Einaudi 2003, 16,00 euro ELSA MORANTE

La storia Garzanti 2005, 14,00 euro

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Spreco zero

Barbara Ehrenreich

Domanda e risposta

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chris thomaidis (getty images)

cqua iltrata del rubinetto o minerale? Bottiglie di vetro o di plastica? Nei bufet per gli ospiti, i piatti e le posate di che materiale saranno? Per organizzare un incontro a spreco zero bisogna porsi molte domande. E il festival di Internazionale se le è poste scegliendo di seguire una check list preparata da Last minute market. Molte “buone pratiche” erano già state adottate negli anni scorsi: gli appuntamenti del festival si svolgono tutti nel centro della città e distano gli uni dagli altri pochi minuti a piedi o in bicicletta. Sono state eliminate le bottiglie di plastica e i prodotti usa e getta. Gli avanzi di cibo saranno recuperati e raccolti dalle associazioni di beneicenza. I volantini con il programma saranno distribuiti solo durante i giorni del festival e saranno stampati in carta ecologica. Evitare gli sprechi è stata la linea seguita anche per la tecnologia. I computer della sala stampa sono stati presi in aitto da un’associazione che ha recuperato materiali in disuso e li ha riassemblati, installando il sistema operativo open source Linux. E la possibilità di seguire il festival in streaming sul sito di Internazionale è un modo in più per accorciare le distanze. u

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andrew shurtleff (ap/lapresse)

Cento ospiti e 45mila presenze: ecco come si organizza un festival ecologicamente corretto e senza sprechi

Non c’è niente da ridere La cultura dell’ottimismo forzato ha scatenato l’ultima crisi inanziaria, spiega Barbara Ehrenreich

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el suo ultimo libro, Bright-Sided, racconta di quando ha dovuto curarsi per un cancro e tutti le dicevano che doveva essere ottimista, avere un pensiero positivo. È stato il mio primo incontro con il pensiero positivo: sono rimasta sbigottita. Lei scrive che esiste un legame tra il pensiero ottimista e la crisi immobiliare. Non dico che sia stata l’unica causa della crisi inanziaria. Non si possono escludere l’avidità, la natura eccessivamente rapida delle transazioni, la globalizzazione. Ma nel decennio scorso è nata una cultura che ha incoraggiato livelli di debito insostenibili. Spesso è stata data la colpa alle vittime. Ma in realtà le vittime sono state convinte dai predicatori che ascoltavano nelle megachurches e che gli dicevano: ‘Dio vuole che tu abbia una casa più grande’. Lo stesso succedeva nelle

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aziende e nel mondo della inanza: era diventato obbligatorio essere ottimisti. Secondo lei l’alternativa all’ottimismo non è la disperazione. Quale potrebbe essere? Che ne dice di un po’ di sano realismo? La recessione potrebbe essere un antidoto a tutto questo? Certo, qualcuno può dire che è bello pensare positivo. Ma io dico: ‘Faresti bene a smettere di continuare a lavorare su te stesso’. È diventato un peso per tutti. Bisogna smettere di concentrarsi solo sui propri sentimenti. Cominciamo a pensare alla realtà concreta. Una delle principali cause di tristezza è la povertà. Possiamo dire che bisogna cambiare atteggiamento e cercarne per forza il lato positivo. Oppure possiamo chiederci: qual è la sua causa? Che possiamo fare? Io sono di questa scuola.–Alternet Barbara Ehrenreich sarà a Ferrara il 2 ottobre per un incontro sulla destra americana insieme a Joe Bageant, Tom Frank e David Remnick.


Documentari e teatro

Gipi

Viaggio tra i sahrawi Violeta Ayala e Dan Fallshaw hanno superato molti ostacoli per girare Stolen, in sala a Ferrara

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ll’inizio realizzare questo ilm sembrava semplice. Avevamo ottenuto il permesso dal Fronte Polisario per visitare i campi dei profughi sahrawi e avevamo i visti per l’Algeria. Poi, il giorno in cui arrivammo ad Algeri, due bombe esplosero fuori dal nostro hotel. I primi due viaggi nei campi ilarono lisci, ma quando al terzo venne fuori la questione dello schiavismo, tutto cambiò. Nel momento in cui il Polisario si rese conto che stavamo il-

Stolen

mando del materiale che non gli sarebbe piaciuto, cercarono di fermarci. Ci trattennero, e degli uiciali della missione militare Onu vennero a negoziare la nostra liberazione. Nascondemmo i nastri delle riprese nel deserto, sperando che qualcuno potesse poi recuperarli e farli passare oltre conine. L’ambasciata australiana a Parigi dovette trattare la nostra uscita dall’Algeria, ma prima, cercando di recuperare le videocassette ci trovammo presi in un braccio di ferro tra il Polisario e il governo marocchino, seguiti da agenti dei servizi segreti. E in Marocco ci vennero rubate venti ore di riprese, sostitute con delle videocassette vuote. Per 18 mesi siamo stati da soli, con le nostre piccole videocamere e nessun sostegno, con il iato sul collo del Fronte Polisario da una parte e del governo marocchino dall’altra. u Info La rassegna Mondovisioni è a cura di Cineagenzia. I documentari saranno proiettati alla Sala Boldini internazionale.it/festival/documentari

Valerio Mastandrea è Accattone u Il 2 ottobre nella piazza del Castello estense Valerio Mastandrea interpreterà Accattone, accompagnato dalle musiche di Danilo Rea al pianoforte e Roberto Gatto alla batteria. L’attore romano porta in scena brani della sceneggiatura del ilm di Pier Paolo Pasolini, vestendo i panni di Accattone, bullo senza lavoro, ladro, ruiano, emarginato, eppure pieno di poesia. Mastandrea ha sempre ammesso una passione speciale per Pasolini, per lo strano romanesco del

poeta friulano, per la sua attenzione al mondo delle borgate e in particolare per la igura di Accattone, un uomo senza opportunità. Partecipano all’interpretazione i due jazzisti italiani. A Ferrara, come a New York nel 2007, il duo Rea-Gatto si esibirà nella rilettura jazz di grandi nomi della musica, dai Beatles a Sting, da Peter Gabriel a Modugno e Morricone. Accattone sarà a piazza Castello il 2 ottobre alle 22.30.

Gipi sarà a Ferrara il 2 ottobre a piazza Castello con lo spettacolo Essedice insieme a I sacchi di sabbia.

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Portfolio

federica poggi

giovanna d’ascenzi

giuseppe ungaro

igor mustac (flickr)

federica poggi

paorom (flickr)

Dall’alto a sinistra: davanti al maxi schermo in piazza Municipale (2008); Roberto Saviano al Teatro comunale (2009); Marjane Satrapi (2007); in ila davanti al Teatro comunale (2009); la chiusura del festival con la redazione di Internazionale (2008); Christian Caujolle al cinema Apollo (2009).

Promotori

In collaborazione con

Internazionale Comune di Ferrara Provincia di Ferrara Regione Emilia-Romagna Fondazione Teatro Comunale di Ferrara Arci Ferrara Ferrara sotto le stelle

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