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VINO COME MOTORE DI SVILUPPO ATTI DEL I째 BOROLI WINE FORUM 27 NOVEMBRE 2009 CANTINA LA BRUNELLA CASTIGLIONE FALLETTO (CN)

BOROLI WINE FORUM 2009


INDICE INTERVENTI DIBATTITO Introduzione Achille Boroli, Direct Manager Boroli Piemonte

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Silvano Boroli, Presidente Boroli Piemonte

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Oscar Giannino, Giornalista

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Cesare Pillon, Giornalista Costantino Charrère, Presidente Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti

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Bruno Ceretto, Vitivinicoltore Roberto Cota, Capogruppo Lega Nord alla Camera

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Andrea Squarcia, Segretario Nazionale della Commissione Generale Vini Giuseppe Vegas, Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze Daniele Buttignon, Segretario Nazionale Slow Food

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Federico Vacca, Presidente Coldiretti di Alba

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Katrin Walter, Giornalista Wein-Plus Italia

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Conclusioni di Giuseppe Vegas

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VINO COME MOTORE DI SVILUPPO Unire le forze per sfruttare al meglio il potenziale esistente dei territori di eccellenza del vino italiano, è stato l’intento della I° edizione del Boroli Wine Forum dedicato al tema: “Vino come motore di sviluppo”. Il Forum è nato da un’idea di Silvano Boroli e del figlio Achille per affrontare annualmente i temi legati al mondo del vino, attraverso un dibattito aperto tra istituzioni, produttori, associazioni e stampa internazionale. Una opportunità nuova quella del forum, al fine di costruire una vera e propria piattaforma d‘informazione e di pianificazione per tutti i pubblici di riferimento, per mettere in luce lo “stato dell’arte” proprio alla fine dell’anno e dopo la vendemmia, momento in cui possono essere tracciate le linee guida per lo sviluppo della nuova annata. L’intento che ha mosso i promotori dell’iniziativa è stata la necessità, risentita da tutto il mercato, di diffondere la cultura del buon bere, dei valori legati al vino ed ai suoi territori, patrimonio unico del nostro Paese e risorsa fondamentale per lo sviluppo della nostra economia. Obiettivo di questa I° edizione del Forum è stato quello di diffondere l’idea del vino come “motore di sviluppo” per individuare le direttrici future di crescita e le tendenze di consumo, alimentare la scoperta di territori, l’esplorazione di cantine, la ricerca di prodotti di eccellenza e promuovere - in un sistema comune di riferimento - l’autenticità e la qualità della produzione italiana.


Achille Boroli

Sono Achille Boroli e ho il piacere di darvi il benvenuto alla Cantina La Brunella per il I° Boroli Wine Forum. E’ un onore avervi tutti qui autorità ed ospiti. Il Forum nasce da un’idea per discutere ed affrontare tematiche del vino, per discutere con i produttori che ringrazio per essere qui nelle Langhe. L’idea appunto del Forum è quella di confrontarci con associazioni, istituzioni e con i giornalisti, per avere degli obiettivi comuni, per diffondere il made in Italy e per svilluppare il tema del vino come motore dello sviluppo economico e turistico. Starà a noi cercare di confrontarci per sviluppare e sfruttare al meglio le potenzialità del territorio piemontese e italiano e per sviluppare in generale le potenzialità del vino italiano. Questo confronto nasce dall’esigenza, per esempio, di risolvere certi problemi burocratici che i produttori risentono o anche perché quando i produttori sono all’estero non si sentono sostenuti. Questo impedisce al settore di far conoscere il vino italiano negli altri paesi. E’ fondamentale dunque che tutte le parti in causa siano capaci di dialogare e di fare sistema per poter conquistare il mondo. Ringrazio ancora e affido la parola al Dottor Giannino che sarà il timoniere di questa avventura.

Oscar Giannino

Io ringrazio molto ma darei per primo la parola a Silvano Boroli che ci deve fare un annuncio.

Silvano Boroli

Sono quasi un ospite e vorrei solo fare un annuncio di servizio. Il Vice Ministro Vegas sarà qui tra pochi minuti, così come Cota. Abbiamo ricevuto un fax dal Ministro Zaia che vi leggo: “Gentile Dott. Boroli, i lavori parlamentari per la finanziaria 2010 e l’incontro con i ministri europei per la crisi del comparto agroalimentare mi impediscono di partecipare al vostro incontro. Come sa ho apprezzato l’iniziativa di un forum sul tema del vino come motore di sviluppo dell’economia, il vino è parto dell’eccellenza dell’agroalimentare italiano e per questo deve essere promosso e tutelato. Quanto all’azione legislativa, stiamo sostenendo in materia agroalimentare, l’intervento del Presidente dei Deputati della Lega Nord alla Camera, Onorevole Roberto Cota che sono certo sarà preziosa per tutti voi. La prego di farmi conoscere i risultati del vostro lavoro con l’auspicio di poter visitare quanto prima le vostre terre piemontesi. La ringrazio per il suo invito ed estendo tramite la sua persona i miei cordiali saluti a tutti i partecipanti”. In rappresentanza del Ministro c’è il Dottor Andrea Squarcia che pregherei di venire qui, il Dottor Squarcia è il Segretario Generale del Comitato Nazionale Vini, quindi chi più di lui è il benvenuto. A questo punto passo la parola ad Oscar Giannino.

Oscar Giannino

Buongiorno a tutti, le persone che sono qui non hanno bisogno di presentazioni quindi partirei subito con una breve introduzione a questo Forum. Prima di tutto trovo che ci sia una la differenza tra questo forum e i tanti incontri che mi capita di moderare, infatti questo incontro è fatto tra addetti ai lavori, esperti e giornalisti specializzati, di solito questa cosa non capita mai. Quindi anche se gli ospiti sono conosciuti, ve li presento lo stesso. Cesare Pillon, giornalista esperto del settore che farà il primo intervento per avviare i nostri

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lavori, poi all’altra estremità Costantino Charrère Presidente della Confederaziona Italiana Vignaioli Indipendenti, al centro Bruno Ceretto che conoscete benissimo e che porta alta la bandiera della qualificazione elevata del vino da queste parti insieme a molti altri e insieme a chi ci ospita. Vorrei dire alcune parole da giornalista economista anche se nel nostro paese i giornalisti tendono a parlare di economia sapendone troppo poco. Mi viene da dire quindi che parlo più da economista che da giornalista, infatti ho anche una laurea in economia e ho fatto due master a Chicago ma sapete che dopo il fallimento di Lehman Brothers gli economisti battono i giornalisti per poca credibilità nella comunicazione pubblica. Non devo dire a voi cosa significa il vino nell’export italiano e come stanno andando le esportazioni in questo anno difficile e in questa crisi terribile che coinvolge il commercio mondiale. Sapete meglio di me che il vino è un comparto importante, sono oltre 13 miliardi di euro del prodotto interno italiano se ci aggiungiamo le tecnologie di cantina, di cui siamo leader avanzati nei paesi OCSE ci dobbiamo aggiungere 2,6 miliardi quindi siamo ad una cifra molto considerevole, andiamo oltre il punto percentuale di PIL ed è il comparto che da 7/8 anni incide sul totale dell’attivo dell’export italiano, il meccanismo che ci fa crescere come paese visto che la nostra crescita dipende dal traino del commercio mondiale e quindi è l’attivo garantito dal 30% del valore aggiunto del prodotto interno lordo. In questo 30% il vino è il comparto più importante con i suoi 3.5 di attivo. E’ evidente che le nostre esportazioni siano un traino per la crescita italiana. Sappiamo che la crisi che è scoppiata dopo il fallimento di Lehman Brothers ha influito molto sul commercio mondiale per questo noi siamo il paese insieme alla Germania a perdere di più. Abbiamo perso 6 punti e mezzo di PIL tra il 2008 ed il 2009, perché siamo i più dipendenti dal commercio estero come contributo alla crescita del nostro paese. Se non che, per quanto riguarda il vino, noi siamo reduci da un 2008 pessimo ed i risultati dei primi sei/otto mesi del 2009, fanno riflettere, quindi mi consentirete di ricordare quello che è accaduto. Rispetto al nostro grande concorrente la Francia, noi andiamo molto meglio rispetto ai francesi. Ma tutti i produttori della filiera si devono interrogare su un fenomeno che è avvenuto proprio in questi primi mesi del 2009, il fenomeno è quello di un aumento dei volumi nel 2009 ma di una decrescita dei valori e questo significa che il valore medio a cui si lavora, è un valore medio in significativa contrazione. Perché, a seconda dei diversi segmenti della filiera, è in contrazione a cifra semplice o a doppia cifra addirittura e questo significa che il settore, in questo anno e mezzo, è stato influenzato, per questo grande andamento mondiale, da un fenomeno che colpisce molto. Perché significa inevitabilmente, che rispetto ad una discesa del valore medio del prezzo alla vendita, corrisponde una compressione del margine lordo e per quanto riguarda le statistiche rilevate sui prezzi alla produzione esiste una compressione, il che significa che il settore risponde in maniera dinamica.Quindi la compressione del margine lordo soprattutto nel segmento elevato della doc e docg inevitabilmente chiama tutto il settore ad una riflessione profonda. Perché l’interrogativo è tra fare più margine vendendo di più a più basso prezzo o se invece concentrarsi sugli investimenti anche in un anno così difficile nella fascia della qualità e nella selezione molto attenta del meccanismo della distribuzione. Non è un interrogativo da poco. Sbagliare in un anno come questo, significa compromettere gli anni a venire, e quindi mettere a rischio i margini, per migliorare con investimenti finanziari adeguati, la qualità della propria azienda. Questo quadro generale potrebbe interessare poco, ma per l’importanza che ha il settore per lo sviluppo italiano e in paragone ai nostri paesi concorrenti, Francia e Spagna è importante dire che questi paesi hanno saputo dare garanzie al settore anche in questo anno di crisi. Certo c’è di che riflettere e qui vi segnalo solo due cifre. E’ ovvio ce lo dirà poi il Vice Ministro dell’Economia Giuseppe Vegas . Il nostro paese ha una caratteristica di fondo che è l’elevato debito pubblico che aveva e che ha, e credo che noi dovremo essere grati a chi sta svolgendo il ruolo di

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contenere il più possibile il debito aggiuntivo, in un anno come questo. Perché il debito pubblico è una bestiaccia brutta quindi in un anno in cui gli altri aumentano il debito .. io credo che questo ruolo sia svolto con grande merito. Detto questo i nostri paesi concorrenti, che hanno un debito pubblico inferiore, hanno potuto e voluto dare garanzie anche a questo settore, ma anche al complesso dell’economia reale, sostegni, incentivi sia di carattere fiscale che diretti molto significativi. Questo è quello che avviene per l’agricoltura francese ed in generale per la manifattura francese o per quella tedesca. Le nostre condizioni sono diverse e questo ci deve spingere ulteriormente a essere molto concreti e responsabili nelle analisi che si fanno e nelle proposte di soluzioni. Lo scenario è questo e dobbiamo fare i conti anche con la politica agricola comunitaria, conseguente all’ingresso da est dell’Unione, di nuovi paesi negli ultimi anni, e questo significherà fare i conti con quello che avverrà negli anni a venire e quindi noi vedremo un ridimensionamento significativo di quello che ci viene dall’Europa. Su questo c’è l’ombra della liberalizzazione della produzione europea che noi avremo negli anni a venire come un grande scenario. E’ chiaro che per chi ha una grande tradizione di qualificazione e un sistema come il nostro, sia pur meno antico di quello francese ma significativamente in grado di tutelare la qualità agli occhi del consumatore e nell’interesse stesso del produttore, la liberalizzazione potrà essere qualcosa che ci colpirà da vicino e non è detto affatto che ci darà una mano. Queste quattro chiacchiere iniziali, sono servite per introdurre il Wine Forum che ha come obiettivo di chiamare tutte le componenti della filiera ad una riflessione. A questo punto iniziamo con Cesare Pillon e le sue riflessioni, dopo faremo il primo giro per interloquire in maniera più breve e significativa.

Cesare Pillon

Negli ultimi 30 anni il vino italiano ha compiuto un balzo di qualità che gli permette ora di competere ad armi (quasi) pari con quello francese, che sulla strada della qualità si era già mosso non 30, ma 300 anni fa. Come ha fatto a colmare il distacco? Con creatività, inventiva e fantasia ha trovato soluzioni nuove, ha spezzato schemi consolidati, ha conquistato consensi e fette di mercato creando un sistema di eccellenza che entrando a far parte del made in Italy ha indubbiamente goduto di un grosso vantaggio, ma a sua volta, diventando un settore trainante delle esportazioni, ne ha potenziato il mito. La rapidità con cui il vino italiano ha realizzato il proprio Rinascimento spiega almeno in parte le difficoltà che esso incontra oggi per consolidare un successo che sotto i colpi della crisi economica comincia a mostrare qualche crepa. Il sistema di eccellenza che gli ha permesso di affermarsi ha infatti un difetto di nascita: si è formato al di fuori, per non dire contro, il sistema ufficiale, tant’è che i vini italiani che hanno aperto la strada alle esportazioni non hanno un appellativo legalmente riconosciuto: sono i SuperTuscan, una denominazione scaturita per germinazione spontanea dal mercato anglosassone. Dopo 30 anni di crescita tumultuosa, insomma, il vino italiano continua a navigare a vista, senza un piano generale, una filosofia di fondo. In realtà, un piano e una filosofia ci sarebbero: la classificazione dei vini secondo l’origine geografica, con Doc, Docg e Igt, oggi Dop e Igp, è anzi la soluzione più efficace per sostenere l’originalità delle produzioni italiane. Per non cadere nell’omologazione, infatti, la qualità è indispensabile ma non sufficiente: rivendicando l’origine dei prodotti si dà valore al territorio, alla storia, alla tradizione, alla cultura. Bisogna vendere origine, in definitiva, ma per farlo bisognerebbe crederci davvero, mentre il guazzabuglio delle Doc italiane, che adesso rischia la pietrificazione, in mano all’euroburocrazia, dimostra invece che gli italiani ci hanno creduto finora solo a metà. Un esempio? Quale credibilità poteva avere una denominazione come quella dell’Asti, uno spumante che per 42 anni, fino alla recentissima revisione del disciplinare, si è potuto pro-

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durre in decine di comuni dell’Astigiano, dell’Alessandrino e del Cuneese ma non ad Asti, che dava nome alla Docg? Assurdo, certo, ma non pericoloso quanto le tante, troppe denominazioni d’origine nelle quali al nome del territorio è abbinato quello del vitigno, perché il nome del vitigno può essere utilizzato dovunque e da chiunque per contraffare il prodotto originario. Il congegno machiavellico che s’è dovuto inventare per trasformare il nome del vitigno Prosecco in una denominazione geografica, inglobando nella zona d’origine la località Prosecco, presso Trieste, è la testimonianza di quanto diventi difficile proteggere i vini che hanno il nome di vitigno, da chi intende copiarli per sfruttarne il successo. Non per questo, comunque, è giusto dedurre che il sistema vino italiano vada smantellato. Però bisogna riformarlo. E il primo problema che debbono porsi i suoi razionalizzatori è un problema di comunicazione. Prima di essere traghettate dalla gestione nazionale a quella di Bruxelles, le denominazioni d’origine erano 472: 316 Doc, 38 Docg e 118 Igt. Ho perso il conto di quante se ne sono aggiunte nel frattempo. Come si può pretendere che un norma-

le consumatore, anche se appassionato, memorizzi tutti questi nomi? Se è già difficile per un bevitore occasionale italiano orientarsi in una tale sovrabbondanza di opzioni, è facile immaginare la confusione che essa genera all’estero. Qual è il difetto delle denominazioni italiane? Che si sono moltiplicate alla rinfusa senza essere state pianificate (come in Francia) con una struttura a piramide che le renderebbe comprensibili: denominazione d’un territorio molto vasto (per esempio, Bordeaux), all’interno del quale far emergere zone più piccole particolarmente privilegiate (Pauillac, Margaux, Graves), enucleando i loro vertici nei vigneti più vocati (Château Latour piuttosto che Château Haut-Brion). A un dibattito svoltosi al Vinitaly esattamente 20 anni fa, nel 1989, il giornalista Burton Anderson lanciò una proposta intelligente che adattava il sistema francese alla realtà italiana ma che nessuno si preoccupò di raccogliere. Il suo suggerimento era questo: riconoscere ogni regione come una Doc primaria, il cui nome sarebbe dovuto comparire sull’etichetta di ogni vino di qualità. “Più della metà di tutto il vino a Doc” fece notare Anderson allora, “è prodotto in tre sole regioni: il Veneto, la Toscana e il Piemonte. Gli stranieri spesso hanno qualche problema nell’indicarle su di una carta geografica, figuriamoci poi nel sapere quale produca l’Amarone, il Brunello o il Barolo. Ma se ciascun vino di qualità indicasse il nome della regione, i consumatori comincerebbero a orizzontarsi, proprio come hanno fatto da tanto tempo per Champagne, Borgogna e Bordeaux”. Imprimere una logica coerente alle denominazioni è però soltanto il primo passo: le denominazioni devono infatti essere difese con le unghie e con i denti. Il consumatore guarda al vino, come a tutti i prodotti agroalimentari, come la chiave per comprendere un territorio e pretende perciò trasparenza e certezza d’origine. Utilizzare il territorio nella comunicazione significa giocare una carta vincente

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nella promozione ma solo a patto che la provenienza sia realmente certificata. Con il suo regolamento 178 del 2002, la Comunità Europea ha inteso tutelare il consumatore imponendo l’indicazione in etichetta della provenienza del vino, con la possibilità di verificare a posteriori la filiera di produzione. Per trasmettere certezza bisognerebbe però arrivare a una reale certificazione dell’origine del vino, garantita da un marchio riconosciuto. In Italia questa esigenza è soddisfatta dalla normativa che disciplina le denominazioni d’origine, ideate per conferire un’immagine di continuità dal territorio al prodotto. Ma l’origine è davvero controllata e garantita come afferma la sigla Docg? I controlli sono soltanto cartacei e i giudizi di provenienza e varietà certificati da banali analisi chimiche e da una prova di degustazione delle apposite commissioni dei Consorzi di tutela, commissioni tutt’altro che infallibili, come dimostrano le recenti traversie giudiziarie del Brunello di Montalcino. L’attuale sistema di certificazione delle denominazioni d’origine da un lato stimola a produrre vini di qualità, ma dall’altro non riesce a difendere chi li produce davvero da quei vini che pur riportando in etichetta la denominazione d’origine non provengono in realtà da quel territorio. Per un Dessilani accusato d’aver prodotto a Fara Novarese un milione di bottiglie di Amarone della Valpolicella taroccato, quanti non vengono scoperti? Esistono già metodi analitici specifici per determinare l’origine territoriale dei vini, ma le loro tecniche, che pure sono inserite fra i Metodi Ufficiali di Analisi, sono difficilmente proponibili perchè i risultati, influenzati da troppe variabili legate alla latitudine e alle componenti meteoclimatiche, assumono un carattere probabilistico che le modifiche del clima rischiano di compromettere. Sono però già a uno stadio molto avanzato ricerche basate sul principio che le piante assorbono dal terreno le sostanze necessarie per il proprio metabolismo, tra le quali gli elementi minerali che passano dal terreno alla vite, poi al grappolo e infine al vino. Preziosi, sotto questo profilo, sembra siano i metalli pesanti, presenti nel suolo a livello di tracce, che si sono rivelati come eccellenti indicatori di provenienza, sempre costanti nel tempo ma con valori diversi in funzione della natura e composizione del terreno. Il territorio, insomma, imprime la sua matrice all’uva, e il metodo per monitorare con rigore scientifico questa specie di impronta digitale è già stato individuato. Si tratta adesso di metterlo a punto procedendo alla caratterizzazione dei suoli e a una taratura meticolosa e precisa degli strumenti di laboratorio. Sono convinto che questo lavoro vada seguito con estrema attenzione e i suoi risultati adottati con tempestività. Gli attuali controlli sono molto pesanti e costosi, sia per lo stato che per i produttori, e non favoriscono la vendita. Con questo metodo la certificazione della tracciabilità scientifica dell’origine geografica potrebbe diventare invece uno strumento prezioso per la valorizzazione dell’economia reale e del territorio. Sulla sua base si potrebbe infatti realizzare un nuovo sistema non di obbligatorietà ma di volontarietà, per garantire le produzioni italiane. E’ la legge del profitto che garantisce il controllo: un marchio di fiducia controlla a fondo il suo prodotto prima di immetterlo sul mercato perché se fosse costretto a ritirarlo subirebbe una caduta d’immagine pericolosa. Ma con questo metodo si andrebbe ben oltre, raggiungendo due risultati positivi: primo, si passerebbe dalla qualità varietale alla qualità territoriale, che garantisce l’unicità della matrice dei prodotti attraverso la certificazione dell’origine; secondo: sarebbe la prima volta al mondo che la tracciabilità può essere identificata e riconosciuta mediante un marchio di garanzia poggiato su rigorose basi scientifiche, e questo primato potrebbe essere sfruttato come uno straordinario strumento di comunicazione e di marketing territoriale. Credo molto nella tracciabilità scientifica perché per la prima volta servirebbe davvero a vendere. Lo può fare perché esprime prodotti con forte riconoscibilità, e l’esigenza più importante, per il futuro dei vini italiani, è proprio quella di essere riconoscibili. E credo molto a questo innovativo sistema di certificazione perché ciò che fa vendere sono marchio e qualità, e il marchio di certezza valorizzerebbe la qualità produttiva di quelle piccole e medie aziende che costituiscono il nerbo della produzione italiana e che rappresentano

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una vera fortuna per il paese perché sono le più interessate a garantire la tutela e la salvaguardia del territorio. L’attuale crisi ha insegnato che il vino deve avere un’elevata qualità a ogni scaglione di prezzo, altrimenti il consumatore preferisce rinunciarvi, visto che non si tratta di un alimento di prima necessità. E le sue aspettative sono in continua evoluzione, quindi il prodotto non può essere statico, deve evolversi per adeguarsi alle esigenze del mercato. E’ un panorama, questo, che delinea quindi compiti sempre più complessi per la ricerca, che deve trovare il modo di produrre maggior qualità a minor costo e allo stesso tempo innovare mantenendo però sempre al vino profumi e sapore riconoscibili e riconducibili al territorio d’origine. Come vedete, è sempre lì che si torna, al territorio d’origine. Perché il baricentro è quello. Poiché come interlocutori di questo forum sono oggi presenti due membri del governo, mi permetto di ricordare che per emergere, nella competizione globale, bisogna creare dei leader, che però non è detto debbano essere dei personaggi: può essere leader anche un prodotto, e può esserlo un territorio. Il successo di un territorio, anche se già blasonato, sta nella gestione del suo sistema. E attuare la prima certificazione scientifica su scala mondiale vuol dire creare un territorio leader.

Oscar Giannino

Devo dire che da liberale e da liberista, mi piace della riflessione di Pillon. Il fatto che la tracciabilità scientifica volontaria dal basso, come meccanismo per la promozione della qualità, non a caso c’è un epilogo che invoca la libertà, mi piace come sistema... naturalmente Cesare bisogna fare i conti con il sistema europeo, che dall’alto è più attento alle tecniche di trasformazione ed all’omologazione dei prodotti e su questo credo che Costantino Charrère ci darà il suo contributo.

Costantino Charrère

Prima di tutto voglio ringraziare tutti voi. Oltre ad essere produttore, rappresento una organizzazione nazionale che è l’Associazione Vignaioli Indipendenti che si è costituita su un principio che è partito da una riunione fatta a Montpellier, nel cuore pulsante della Francia, anni fa ed è stata ispirata a Carlin Petrini che ci ha dato l’idea di andare nella direzione della tutela del territorio. Noi siamo partiti da lì. Due anni di lavoro per progettare la Federazione Italiana di cui vi parlo che adesso raggruppa 500 aziende, costituta lo scorso anno e che produce intorno ai 40 milioni di bottiglie. E’ una realtà concreta sul territorio e per questo ci siamo costituiti, questa è un’occasione per far capire chi siamo e cosa vogliamo, non esisteva in Italia una associazione di questo tipo, esisteva già una confederazione europea con 8 nazioni ma mancava l’Italia. Perché in Italia i problemi della filiera vitivinicola sono portati avanti dalle grandi aziende e grandi confederazioni agricole che non hanno mai ragionato per filiera ma per sistema, per cui la filiera vino è sempre stata considerata all’interno di un pacchetto unico che è stato portato all’attenzione dell’Europa. Noi abbiamo voluto creare una associazione di filiera in Italia con l’obiettivo di portare la politica, là dove è la vera realtà specifica e le esigenze del settore e ci siamo riusciti . Ci chiamiamo indipendenti non perchè siamo più bravi o più belli, l’indipendenza per noi è nella scelta. Noi siamo indipendenti perché facciamo la politica di filiera, che non dipende da altre politiche. Ci siamo costituiti nel 2008 con aziende che vanno dalla Lombardia alla Sicilia, siamo trasversali perché da noi si coltiva con agricoltura tradizionale, biologica, biodinamica. Ecco quindi che siamo una realtà che ha come primo obiettivo il sistema in Europa entrando nella Confederation Europèen dove l’Italia mancava, immediatamente abbiamo dato un contributo per l’elaborazione di politiche europee insieme a loro, siamo nel sistema perché abbiamo deciso di partire subito con idee chiare partendo dal territorio,

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perché le nostre aziende concludono tutte e tre le fasi della filiera: vigna, trasformazione e imbottigliamento. Questo significa mantenere la centralità del territorio. Obiettivo che ci siamo posti e che abbiamo raggiunto. Abbiamo fatto una considerazione, parliamo di Europa , pensando a quello che il Ministro Zaia porta avanti in questo momento, che favorisce lo sviluppo del territorio. Noi siamo andati a Roma e siamo stati immediatamente accreditati, quindi la nostra associazione ha le idee chiare ed ha anche un contributo dallo stato perché Zaia possiede questa sensibilità. D’altronde Zaia è il primo Ministro che ho visto presentarsi in pubblico e bere un bicchiere di vino e dire che il vino fa bene. E’ un Ministro che ho visto vendemmiare quindi il vigneto è per lui centro del sistema Sono a conoscenza che ha destinato un budget al comparto, da distribuire in sei anni e che sta elaborando un dossier che va verso la semplificazione della burocrazia quindi è un alleato forte.

Dicevo che abbiamo guardato all’Europa che lavora in modo becero, vi do alcuni informazioni. Vi pare logico che per inquinare meno dobbiamo allargare i filari dei vigneti così usiamo trattori più grandi? Questa è la cultura del nord Europa che dirige la Commissione Europea chiunque sa che la qualità si fa ragionando per quantità per ceppo ...quindi quello che dice la comunità è una bestialità! Il rosé altra questione, ci sono venuti a raccontare che il rosé, patrimonio del Midi della Francia si poteva fare tagliando il vino bianco con quello rosso, altra bestialità. La reazione italiana quale è stata? Federvini ha detto che questa pratica non ha impatto sulla salute, sulla qualità ma che piuttosto è un’arma in più per combattere la concorrenza. I nostri territori devono entrare in questo gioco? Altra questione: vino dealcolato. Noi lavoriamo in vigna per assicurare tutte le qualità che un vino deve avere perché la qualità parte dalla vigna. Nella Commissione Europea c’è un area che dice che l’alcool colpisce i giovani, sostiene che noi dobbiamo dare la possibilità a tutti di bere vini con meno alcool così ci ubriachiamo meno... ma ci rendiamo conto che questa è una bestialità e non reagiamo, inoltre la proposta che è in corso, permetterà di chiamare questa bevanda vino! Dobbiamo ribellarci ed invece la reazione italiana quale è stata? E’ il più grande produttore italiano che ha risposto dicendo: “tale proposta del vino dealcolato è in linea con le politiche dell’OIVE, quindi le politiche di competizione devono essere uguali per tutti”. Ma l’OIVE è regolata dalle lobby australiane e statunitensi e loro che cultura hanno del Mediterraneo, ma dove siamo noi nel sistema?

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Noi itaiani dobbiamo sottometterci alle politiche che ci arrivano dall’Australia? Reagiamo e torno a dire per fortuna che c’è il Ministro Zaia. Dobbiamo intavolare una piattaforma che coinvolga tutte le categorie interprofessionali, noi non diciamo che non ci devono essere le cooperative ma dobbiamo usare la ragione .. per reagire dobbiamo riuscire a fare sistema ma dobbiamo anche fare una autocritica sul nostro sistema. Il mondo del vino italiano ha fatto lo struzzo ed ha delegato ad altri i suoi problemi, è finita la pacchia mai nulla sarà più come prima e cominciamo a ragionare in termini di sistema, diamo un contributo in denaro ed in azione alla causa del vino italiano ed europeo. Permettetemi ancora un punto che evoco e che trovo gravissimo. Allertiamo i sistemi europei CEVI e AREV affinché si stia molto attenti su un punto: “che cosa ha portato la politica di delocalizzazione industriale in Italia?”, a creare fabbriche all’estero dove il costo del lavoro è più basso, creando disoccupazione e flussi incontrollati, perché questa politica non è stata regolata, questo pericolo potrebbe esserci anche per il nel nostro sistema. Avete mai sentito parlare di vino comunitario? Si parla di vino comunitario e libera circolazione dei mosti nella Comunità Europea. Anni fa aziende italiane sono andate in Bulgaria, hanno fatto vigneti che hanno iniziato il processo di delocalizzazione del vigneto, oggi si parla dunque di vino comunitario perché anche in Italia potrebbe arrivare il mosto lavorato all’estero e che nelle IGT ci sia questo mosto e che comunque sia chiamato vino italiano. Dobbiamo rifiutare questa pratica assolutamente. E poi contadini italiani e vignaioli usiamo Internet, è il mezzo che ci permette di controllare il territorio a casa nostra ma mettendoci in rete a livello internazionale e mondiale. Attraverso Internet possiamo vedere cosa succede in certe multinazionali del vino, e cosa fanno grandi broker che acquistano vino e lo mettono sul mercato, questo non è territorio ma è commercio. Queste multinazionali lavorano in 15 paesi compresa l’Italia. Infine è inutile che ci scanniamo in IIalia tra Doc e Docg perché sappiamo che la Dop le avrà annullate... certi vini vengono oggi venduti a 1,50 e 0,85 la bottiglia come Docg italiano ma il mosto è lavorato all’estero. Questo sarà la fine della vocazione dei territori ed i nostri giovani dove andranno a finire? Ci sarà la fame!

Oscar Giannino

Con Charrère non manca la passione, vedete dunque quanto poi sia necessario creare criteri selettivi da parte della politica, ma per capire certe cose come la questione delle Dop, basta guardare cosa è successo alla filiera dell’olio, per esempio con l’affluenza degli oli dei paesi nordafricani nella produzione italiana, quindi non deve avvenire nel vino quello che già avviene in altre filiere. Sappiamo quello che può avvenire quindi stiamo attenti. Passo la parola a Bruna Ceretto.

Bruno Ceretto

Grazie a Silvano per avermi chiamato e per avermi dato la possibilità di sentire l’intervento di Charrère e la sua passione. Questa passione è la stessa che io ho sempre avuto sul lavoro nella mia azienda sin da giovane ... prima con mio padre e poi da solo e con mio fratello . Mi sono dato da fare ho viaggiato in America… e non in Germania ma oggi lo fanno i miei figli....Io faccio parte di una categoria di persone che si diedero da fare “in proprio”, quando esisteva ancora il Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste e da queste parti spopolava la DC. Alcuni di voi avevano ancora i calzoncini corti e tutti eravamo più poveri. Questo non significa che io abbia ignorato gli organi che allora governavano il nostro settore. Pagare il conto di tasca mia e battere i marciapiedi di tutto il mondo per far conoscere i miei prodotti,

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mi ha permesso di capire velocemente le potenzialità che il vino aveva e quanto fosse importante investire nella creazione di aziende agricole, come la ceretto, senza indugi. Ora vedo con orgoglio come le nostre attività sono tra le protagoniste in moltissimi mercati stranieri nella produzione di vino di qualità. Negli anni ‘60, quando iniziai a viaggiare, il confronto era con poche aziende in Italia e qualcuna negli Stati Uniti. Giappone e Oriente non erano assolutamente preparati ai nostri prodotti e nemmeno mostravano interesse. Ovunque, però, c’erano aziende francesi, quelle “si”, avevano le idee chiare. Cosa credete abbia fatto? …nulla di tanto complicato. Assieme a mio fratello Marcello abbiamo preso l’automobile e siamo andati a vedere più volte cosa succedeva di là dal Monviso! Ci siamo subito resi conto che provenivamo da una terra miracolata e che i nostri prodotti non erano inferiori ai loro. Dovevamo agire, avevamo voglia di far conoscere le nostre zone. Qual’era il segreto dei francesi? Una gerarchia perfetta, una classificazione in denominazioni e aziende fatte in modo piramidale, dove tutti riconoscono la maggiore vocazione di un territorio rispetto ad un altro e dove il prezzo non è altro che la conseguenza di questa scala di valori. In Italia, non c’era nulla di tutto ciò, quindi ci siamo mossi in proprio… non potevamo aspettare. Anche ora che alla Ceretto la nostra produzione enologica copre le denominazioni di Langa in modo completo (Barolo, Barbaresco, Arneis, Moscato, Dolcetto…), abbiamo iniziato a guardarci attorno estendendo i nostri interessi nella valorizzazione di alcuni patrimoni gastronomici delle nostre zone: tra questi la nocciola piemontese, raro ed eccelso prodotto che ha stimolato e ispirato anche un grande industriale della nostra città, Michele Ferrero, o il Castelmagno, più che un formaggio, un territorio da salvare e da portare nel “gotha” delle eccellenze dei formaggi. Non sono riuscito ad essere più sintetico su quanto e come abbiamo fatto fin ora, ma tutto racchiude i due pensieri che vorrei condividere e suggerire a voi ed in particolare al Ministro Zaia. Occorre che la politica “nuova” agisca in modo snello e veloce per dar modo alle aziende di muoversi dinamicamente sul mercato. Occorre concertare gli interventi semplificando gli organi che sovrintendono e applicare con rigore i controlli delle origini e della qualità. Le gerarchie dovrebbero esser rispettate e i leader tutelati e sostenuti. Il Barolo, deve essere il nostro motore! Il Barolo deve essere sostenuto da tutti e da tutte le politiche di contorno. Non possiamo ignorare che negli ultimi 15 anni agli iniziali 1200 ettari della d.o.c.g. sono state aggiunte sempre più vigne, fino a raggiungere gli attuali 1800 ettari…! Sulle nostre tavole è dunque arrivato 1/3 della produzione in eccesso da zone meno vocate, imbottigliato e chiamato barolo come il vino prodotto da sempre nei vigneti storici, che a questo vino hanno dato lustro! Di certo, io non posso concretizzare queste osservazioni sul settore, dovreste farlo voi. ciò che chiedo, dunque è di non aver timore: “fatelo…!” Concludo con una considerazione su di un argomento che ci coinvolge in prima persona: il palloncino. L’intuizione di usare questo strumento per il controllo dell’abuso di alcol per chi è alla guida è geniale, purtroppo, però non si riesce ancora a discriminare l’alcol “per lo sballo”, come dicono i giovani, da quello più “nobile” originato dalle uve prodotte nelle grandi vigne come la Brunella, che oggi ci ospita, o la mia, poco distante, di Bricco Rocche...! Un vino da 50 e passa euro a bottiglia può esser apprezzato solo da chi ha cultura e un portafoglio pieno ma soprattutto da chi sa godere e investire nella qualità della vita. La gente ha troppa paura, non sa che può bere due normali bicchieri di vino, senza superare i limiti legali. Aiutateci ad educare al buono.

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Oscar Giannino

Prima di dare la parola ai politici presenti, vorrei anche dire che nei dati che abbiamo citato all’inizio, non c’è solo la Francia che va male ma anche l’Australia che mi conforta in un certo senso.. ma vuol anche dire che in una fase in cui il valore si abbassa, è anche vero che la risposta che viene dal mercato rivela una attenzione alla qualità e il dato australiano dimostra che chi ha fatto scelte, come quelle illustrate da Charrere, alla fine ha avuto i giusti risultati. Perchè se dobbiamo fare delle scelte di acquisto in una situazione di crisi, poi andiamo verso la qualità … sempre che si sappia tutelare. Ma adesso andiamo a sentire le risposte dei politici ed inizierò con Roberto Cota per entrare concretamente nella realtà territoriale e che cosa si potrebbe fare.

Roberto Cota

Ringrazio la famiglia Boroli che ha reso possibile questa giornata. Io penso che sia necessario ringraziare gli operatori del settore, grazie al loro lavoro e alle capacità di saper agire concretamente in un mondo che è diventato un mondo di imprenditori. Se il Piemonte oggi riesce ad avere nel comparto vinicolo ma in generale nel comparto agricolo, una prospettiva di sviluppo concreta, ce lo dicono i dati. L’enogastronomia porterà posti di lavoro, turismo, sviluppo della regione e lo dico leggendo i dati. In Piemonte abbiamo un vino di qualità, e ce lo dicono i dati delle Doc e Docg, è la prima regione per vini a denominazioni di origine e per la nostra economia la filiera vinicola rappresenta il 13% del Pil. Il Piemonte esporta molto più che importare ed è una regione che beve molto vino, perché legata alla abitudine, ai circuiti, agli eventi. Preso atto di questa realtà, dobbiamo investire per il futuro. Allora che cosa dobbiamo mettere in campo, un’azione a 3 livelli, perché l’Europa ha competenze quando si parla di agricoltura, una delle cose che ha fatto Zaia come Ministro è stata di non ha mandare i funzionari a parlare ma di andare lui direttamente, picchiando i pugni sul tavolo. Perché noi dall’Europa abbiamo spesso ricevuto pugni in faccia, adesso è cambiata la musica, come per esempio con le quote latte. Noi dobbiamo agire perché sappiamo che dal 2013 si ridiscuteranno tutte le politiche e se non agiamo subito, noi rischiamo di essere tagliati fuori. Poi bisogna agire a livello legislativo e politico, e questo lo sta facendo il Ministro Zaia, perché che tipo di filosofia sta mettendo in atto? Riportare l’agricoltura al centro ed il vino ne è un pilastro, è un comparto che deve essere considerato un pilastro della nostra industria e quindi investire nell’agricoltura vuol dire rimetterla al centro. In questi 28 mesi è stato fatto questo, non tutto si è risolto ma sono stati approvati provvedimenti in questa direzione, qui in Piemonte mi hanno colpito due cose: mi ha colpito l’idea di favorire l’affitto dei terreni agricoli ai giovani e poi anche acquistati dai giovani, ed è un segnale importante. E poi l’azione a tutela dei nostri prodotti a fronte della contraffazione ed a tutela della origine. Questo è figlio di un principio che noi dobbiamo accettare, noi della Lega lo abbiamo sempre portato avanti. Quando Bossi diceva che la globalizzazione senza regole non ci avrebbe portato dei vantaggi ma dei problemi, era vero. Noi oggi stiamo pagando la globalizzazione senza regole, dobbiamo mettere delle regole con il commercio verso l’estero. Noi italiani accettiamo e rispettiamo le regole ma lo devono fare anche gli altri paesi. e quindi dobbiamo creare queste regole .... non è una cosa da poco agire sul rispetto delle regole perché sulla parità e sulla tutela della qualità dei nostri prodotti, si gioca il futuro dei nostri prodotti nell’ambito agricolo. Questa è una riflessione che faccio perché questa globalizzazione senza regole, ci ha colpito dal punto di vista finanziario, pensiamo all’invasione delle merci cinesi perché l’Europa non ha posto misure anti dumping? Quindi questa globalizzazione è stata gestita in modo sbagliato, ed è in questa direzione che dobbiamo agire. Noi a livello di gruppo parlamentare abbiamo fatto insieme al Mini-

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stro questo lavoro e continueremo. Bisogna lavorare anche a livello di Regione Piemonte, bisogna fare un cambio di passo, bisogna fare iniziative concrete di promozione e di sostegno e anche di azione sinergica perché non ci possiamo chiudere in un palazzo, ma dialogare con Roma e con l’Europa. Sono disponibile a sentire tutte le istanze proposte dai territori e non mancherò di muovermi e di andare personalmente nei territori e nelle province. Grazie.

Oscar Giannino

Torniamo un secondo alle riflessioni tecniche di Pillon e Charrère sulla tracciabilità scientifica come metodo alternativo ed ai timori di Charrère sul passaggio alla DOP europea che temeva fortemente. Chiedo a Squarcia di rispondere in qualità di Segretario Nazionale della Commissione Generale Vini.

Andrea Squarcia

Vorrei portare i saluti del Ministro Zaia che non è potuto venire a questa importante iniziativa al quale riferirò delle considerazioni e delle preoccupazioni che ho ascoltato. Io vi rispondo da un punto di vista legislativo. Il nostro settore si interseca anche la nuova Ocm vino che ha incardinato le due sigle Dop e Igt che tanto preoccupa. Come sapete Zaia si è sempre mosso in funzione della tutela della qualità e delle nostre denominazioni geografiche, e del valore di produzioni che hanno fatto e fanno la storia del valore enologico italiano. In questo contesto si inserisce anche la nuova normativa nazionale detta 164 92, riforma che secondo le direttive del Ministro Zaia porta alla semplificazione amministrativa, rassicurando tutto il settore. Si è trovato un testo che conduce alla eliminazione degli albi e quindi tutto si incentrerà sugli schedario vitivinicoli. Il Ministro punta da sempre alla tutela delle nostre produzioni enologiche di qualità. La riforma tende a modificare i disciplinari di produzione, sono state fatte 320 richieste di modifica, il Piemonte gioca con 33 istanze in corso di esame, 4 già passate al Comitato Nazionale Vini. Vi garantisco anche che è stata fatta una semplificazione di accorpamento di alcune denominazioni. Il lavoro dell’amministrazione è improntato alla tutela delle produzioni e dei produttori, a cercare di stare vicino a loro, riconoscendo le loro difficoltà, sappiamo che basta poco per rovinare il lavoro di una vita fatta in vigna. L’amministrazione è vicina ai produttori perché anche questo è parte del progresso dell’uomo. Per il Ministro Zaia quindi tutto è incentrato sulla qualità e sulla tutela dei produttori.

Oscar Giannino

Al Vice Ministro Vegas tocca fare il punto della situazione. Dal 2000 ad oggi c’è stata una strepitosa prova degli italiani nel sapersi trasformare e adeguare, se nel 2000 esisteva 1 milione di ettari a vigna, oggi siamo a meno di 700.000 messi a vigna davvero. Nel 2000 le aziende che trasformavano vino erano 830.000 adesso sono 600.000, quindi si tratta di una trasformazione che il settore si è portato sulle spalle. C’è stata una grande riorganizzazione produttiva e della filiera dell’occupazione, e quindi diciamo anche che rispetto alla situazione attuale di crisi di altri paesi, l’Italia ed i suoi produttori hanno fatto grossi investimenti ed hanno lavorato con grande lungimiranza.

Giuseppe Vegas

Ringrazio i Boroli per questo Forum che sarebbe bello si trasformasse in un appuntamento periodico, perché una riflessione un po’ più industriale sul settore dell’agricoltura, sarebbe interessante. Siamo in crisi ma ogni tanto qualche notizia bella dobbiamo darla. Se guar-

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diamo i dati dell’ultimo anno, il settore del vino italiano, rispetto agli altri paesi, pur subendo qualche danno, è uscito indenne rafforzando le sue posizioni. Resta il secondo settore per esportazione dell’agroalimentare italiano, con 4 miliardi di euro. Il calo che c’è stato in questo settore, dell’ordine del 3%, è stato inferiore rispetto al altri settori dove il made in Italy è padrone, come nel mobilio per esempio. Ottimo segno quindi mantenere le posizioni in periodo di crisi, ma bisogna fare qualche distinguo. Per esempio il vino di qualità ha perso di più rispetto al vino di bassa qualità. Il che vuol dire che come diceva Oscar Giannino, si è andati verso un accorpamento delle imprese e quindi verso una loro razionalizzazione, è un settore che si presenta moderno rispetto ad altri mercati. Quindi è chiaro che dobbiamo difendere i nostri prodotti ma è anche chiaro che la mission principale è quella di conquistare i mercati esteri. Se c’è un rischio nel settore è che accada un po’ quello che sta accadendo nel turismo, perché noi che abbiamo la realtà paesaggistica più bella non riusciamo a fare un’azione

sinergica perché ognuno tira l’acqua al suo mulino. E la stessa cosa accade nel settore del vino perché manca quella sinergia che consentirebbe di esportare di più e più facilmente. Oggi però bisogna parlare di vino come un prodotto che senza la tecnologia non sarebbe lo stesso tipo di vino. Quindi oggi il vino è un prodotto di alta tecnologia italiana e deve essere difeso come tutti i prodotti di questo tipo, il vino deve essere tutelato in tal senso. Quindi d’accordo sulla tutela a livello nazionale però c’è l’Europa di mezzo, in Europa abbiamo lottato per una Ocm vino , per arrivare ad un risultato che non è totalmente negativo ma è pur sempre un compromesso. Qualche regolamento europeo non è a favore dei produttori italiani, ed è ovvio che noi non dobbiamo, pensare di fare del vino ad 1 euro a bottiglia, quindi potremo attivare tutte quelle leve di tutela sulla qualità, la tecnologia, la competenza e la passione che sono secondo me unici rispetto agli altri paesi. Sono questi gli elementi vincenti a livello europeo è difficile fare più di Zaia a livello europeo perché i meccanismi sono questi, non possiamo pensare di avere tutele da persone che hanno interessi diversi dai nostri. Quindi la tutela ce la dobbiamo fare da noi, sono i nostri produttori di qualità che devono fare la lezione. La storia del metanolo ce la ricordiamo tutti, dopo molte cose migliorarono. Cerchiamo di competere con le nostre capacità e riusciremo a migliorare quei risultati che in un anno di crisi hanno consentito di cementare la situazione esistente. Ma non possiamo solo lavorare per contenere le perdite, dobbiamo ottenere risultati migliori, quello che è successo in questo anno ci consente di guardare al futuro con positività, soprattutto contando sul fatto che la domanda mondiale in fase di ripresa si orienterà su produzioni di maggiore qualità. Come si è visto per esempio per altre delocalizzazioni che poi sono tornate indietro,

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possiamo anche essere preoccupati per certe vigne delocalizzate ma certi terreni è difficile trovarli in altre zone diverse dall’Italia. Io credo che evitando qualche spreco di promotion inutile e investendo invece in ricerca agronomica, il nostro vino potrà dare un forte apporto alla economia, come è accaduto in questo anno anche se era un anno di crisi. Quindi ringrazio gli intervenuti e ringrazio principalmente Silvano Boroli perché ci ha dato l’occasione per questo incontro, che spero possa continuare in futuro per vedere anno dopo anno cosa è cambiato.

Oscar Giannino

Io credo che l’esempio da non seguire è quello del turismo, che offre un grosso contributo al PIL, ma in questi anni sta scendendo per effetto degli errori citati da Vegas. Io proporrei di fare un secondo giro di interventi rapidissimo, io vi faccio una domanda. Parto da Cesare Pillon, facendogli una domanda: tu prima hai parlato dei francesi, dicendo i francesi, i francesi ma ci sarà pure una cosa che non dobbiamo copiare dai francesi?

Cesare Pillon

Mi riesce difficile trovare un difetto, ma volevo fare un’obiezione inversa rispetto al fatto che abbiamo reagito meglio degli altri rispetto a questa crisi, noi abbiamo venduto più vino e meno qualità e quindi stiamo meglio dei francesi … ma i francesi hanno difeso il loro valore di immagine, noi abbiamo svenduto il nostro vino per sostenere la crisi.

Oscar Giannino

Allora cambio la domanda, servono i cru come in Francia anche in Italia?

Cesare Pillon

Certo, sono fondamentali, sono la sublimazione del territorio. Io non sono poi d’accordo invece su tutto questo circuito di tutele che mi spaventano. Sono invece a favore della tutela della cultura del consumatore. Per citare l’esempio del riso, se non siamo riusciti a esportare la cultura del riso è colpa nostra!

Oscar Giannino

Devo darti ragione, per esempio il riso Gallo, uno dei più grandi esportatori di riso, esporta prima la cultura del riso e poi riesce ad andare nei paesi. E quindi da ragione a quello che dici tu.

Cesare Pillon

Infatti noi siamo i migliori produttori di riso ma non siamo riusciti a farlo capire. Per esempio nell’ultima edizione del Dizionario Larousse c’era ancora scritto che il riso italiano è di scarsa qualità rispetto a quello della Camargue .... non hanno capito che è la mantecatura che fa del risotto un piatto straordinario, deriva da una fusione che fa diventare straordinario il riso.

Oscar Giannino

Quindi la domanda sui francesi è respinta, insomma non sbagliano e noi non possiamo che prenderne atto. Invece mi rivolgo a Ceretto, tu hai avuto una pluriennale storia alle

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spalle per l’esportazione in America quando altri marchi oggi famosi non c’erano, allora con quello che sta succedendo al dollaro e con quello che continuerà a succedere, la difficoltà di difendere il valore di un prodotto con un calo del dollaro sempre maggiore, cosa può significare?

Bruno Ceretto

Il calo delle vendite è assoluto, quindi ho provato a fare come aveva fatto il cavaliere del lavoro Franco Miroglio “proviano ad investire in uomini e mandiamo più gente a vendere”. Io l’anno scorso ho assunto una persona in più negli Stati Uniti anche se non abbiamo un grosso fatturato, noi vendiamo per 3 milioni di euro negli Stati Uniti ma è un mercato importante. Anche una persona in più serve a poco, dobbiamo accontentarci e sperare che il dollaro torni a 1 e 20. Mentre in Russia e in Giappone andiamo bene, in Germania invece no. Quindi ci arrangiamo per così dire.

Oscar Giannino

La mia domanda invece a Charrère, mi capita di girare spesso in molti ambienti dove c’è molta attenzione al biologico e al biodinamico, la mia domanda dunque è, in un’atmosfera come questa, quando la bottiglia arriva a costare proprio perché segue il biologico o il biodinamico, e quindi costa 30 o 40 euro o di più, come si fanno i conti con le difficoltà di cui stiamo parlando, e non è forse che parliamo anche di una questione ideologica?

Costantino Charrère

Prima di rispondere permettimi di dire che io ho messo in evidenza i mali di questa crisi, ma vorrei anche dare una terapia altrimenti il discorso è monco. Prima di tutto l’asse decisionale delle politiche europee deve ritornare verso il bacino del Mediterraneo, Italia, Francia, Spagna e vi parlo di filiera, perché sono la sede naturale della cultura enologica. Non dimentichiamo che l’Italia si chiamava Enotria e questo la dice lunga. Quindi bisogna agire su tre fronti: il primo è quello professionale, la nostra Confederazione agisce con gli enti europei, noi abbiamo la fortuna di avere Claudio Rosso che è Presidente del comitato interprofessionale, io gli darò una mano. Perché è necessario interfacciarsi, non possiamo più fare la guerra tra di noi. Facciamo rete e mettiamoci in causa. Da parte politica gli euro parlamentari adesso hanno potere decisionale, grazie al trattato di Lisbona il parlamento europeo ha potere decisionale. Ci si deve muovere in questa direzione, tutti i partiti insieme. Terzo punto, la comunicazione, perché il consumatore non è più l’oca da spennare, bisogna comunicare fortemente verso il consumatore per farlo diventare co-produttore. Pensiamo alla Francia, perché anche in questo noi siamo anni luce dalla Francia, che è unita tra grandi e piccoli produttori senza distinzione. Attenzione dobbiamo agire in queste tre direzioni ma alziamo la guardia, perché la liberalizzazione degli impianti è per il 2013 e la politica si deve muovere, perché la liberalizzazione degli impianti sarebbe la fine del nostro sistema vitivinicolo europeo. Non voglio entrare in un discorso etico, ma è finito il tempo delle vacche grasse. Noi dobbiamo andare verso le produzioni biologiche, verso un’agricoltura sempre più pulita, ma anche verso un prezzo equo. Ieri ho visto i prezzi del range dei grands crus, première cru etc. che andavano dai 5 euro ai 20 euro. Massimo 20 euro grand cru classé A. Allora qui dobbiamo tornare indietro, sarà dura per tutti ma se vogliamo che il consumo riprenda, dobbiamo abbassare la cresta, torniamo a lavorare per darci un futuro.

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Oscar Giannino

Mi trovo totalmente d’accordo ad una revisione della politica di prezzo come ad uno strumento importante della ripresa. Una ultima domanda per i politici. Nell’intervento di Ceretto è stata posta l’attenzione sull’etilometro, e non avete risposto chiedo a voi una risposta.

Roberto Cota

Io sono contrario a queste misure che vengono proposte perché invece di misure che avrebbero come risultato la sicurezza sulle strade, hanno come risultato quello di tirare una legnata alla produzione ed al consumo. Invece sono d’accordo sul fatto che bisogna educare al consumo. Le morti sulle strade non dipendono dal consumo di vino e neppure

dal fatto che le famiglie escono la sera a cena, vanno al ristorante, bevono e poi vanno sulla strada e si ammazzano o ammazzano le persone. Gli incidenti dipendono da altre cause, dalla discoteca, dal consumo di droghe mischiato ad alcool e allora diciamo le cose come stanno, le cause sono molteplici e sul banco non può essere messo il consumo di vino. Bisogna colpire su altri fronti. Se posso chiudere, io sono d’accordo su quello che ho sentito dire da voi e dato che è qui presente anche la Presidente della Provincia Gianna Gancia, che mi racconta cosa viene fatto in provincia di Cuneo, penso che la vostra grande opportunità sia fare sistema e vedo che lo state già facendo superando i particolarismi. Questo serve per essere presenti sul mercato più compatti.

Silvano Boroli

A proposito del controllo del tasso alcolico vorrei suggerire una soluzione. Ogni individuo è diverso dall’altro, ma se uno a proprie spese si reca in un ospedale ed esegue degli esami che determinano la propria capacità di sopportare il vino e quindi allegare alla patente un documento che provi per esempio che questa persona fino ad un certo livello è sobrio e quindi può guidare. Ma non è possibile studiare una cosa di questo genere?? In sostanza un certificato di sopportazione dell’alcool, anche se può sembrare una proposta assurda. E poi vorrei parlare di un argomento che è stato citato a proposito del turismo, per esempio una città come Alba, capitale del Piemonte enologico, vive dal punto di vista turistico, solo 3 mesi all’anno mentre Bonn vive 12 mesi. Questa è un’altra riflessione che va fatta.

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Io credo che il binomio enogastronomie e turismo sia un motivo di sviluppo per l’Italia. Prima Bruno Cretto mi parlava di una iniziativa che mi sembra straordinaria, qui ad Alba a proposito del tartufo ……

Bruno Ceretto

Quando sono stato nominato assessore, la prima cosa che ho fatto è stato lavorare sul tartufo e sono andato nel Perigord a scoprire cosa facevano, ho scoperto che i grandi acquisti venivano fatti anche in questa parte d’Italia. E allora mi sono detto perché non inventiamo un momento di due settimane che dedichiamo al tartufo nero con le materie prime nostre, per creare una massa di turisti non indifferenti. Se non facciamo questi percorsi è inutile ed il turismo ne soffre. Lo deve fare Alba ma anche tutto il Piemonte.

Silvano Boroli

Tu hai fatto un cenno alla ristorazione ed anche questo è turismo. Fare sistema, quindi è fondamentale, tu hai un ristorante (con 2 stelle Michelin) ed anche io ho la Locanda del Pilone con 1 stella, noi dobbiamo puntare alla terza stella. Questo aiuta tutti, perché se ci fossero tanti ristoranti con 1, 2, 3 stelle tutti ne trarremo vantaggio. Questo vuol dire fare sistema.

Bruno Ceretto

Collaboriamo con Slow Food che oggi è presente e loro con i presidi ci possono aiutare molto.

Silvano Boroli

Se c’è qualcuno che vuole fare qualche domanda...

Daniele Buttignon

Porto il saluto di Carlo Petrini che è in Francia. Due riflessioni, la prima riguarda il vino e il territorio. E’ necessario tornare all’idea che la produzione del vino è legata alla terra. Purtroppo in questi anni il vino è diventato troppo marketing e poco legame con l’agricoltura. Se noi pensiamo che sia solo una questione di marketing, commettiamo un errore. Ridiamo dignità a questo lavoro ripartendo dalle piccole e medie aziende agricole tornando ad un concetto di economia locale. Dentro questo concetto ci stanno le scelte e le decisioni che vengono fatte a livello europeo, spesso sono invece figlie di una concezione che è lontana dalla dignità del lavoro agricolo. Il secondo tema che voglio ribadire è l’educazione dei consumatori che diventa un elemento centrale. Oggi noi abbiamo un sistema scolastico dove l’educazione alimentare a 360 gradi non è contemplata nei programmi, è semmai una attività aggiuntiva. Incominciamo a considerare che nei percorsi didattici debba entrare anche la conoscenza del territorio e degli alimenti. Investiamo in questo e quindi cambierà anche il problema del consumo di alcool. Inoltre volevo anche dire che noi di Slow Food abbiamo in questa zona una università di scienze gastronomiche a Pollenzo, ed i francesi non ce l’hanno. Quindi questa idea di dare importanza alle scienze gastronomiche, al rapporto tra uomo e cibo è un elemento importante anche di sviluppo turistico. I nostri studenti sono quasi tutti stranieri e loro in futuro potranno esportare il nostro savoir faire in campo enogastronomico.

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Federico Vacca

Questa assise mi ha fatto molto piacere perché si è visto ormai come alcuni concetti che la nostra associazione porta avanti da molti anni, siano entrati a far parte del vissuto collettivo non solo dei produttori ma anche dei consumatori. Ci siamo resi conto che una agricoltura non legata al territorio non offre nessun aiuto allo sviluppo del paese e quindi è fondamentale. Non mi dilungo su quello che è stato detto per difendere il made in Italy ed i nostri prodotti, non dobbiamo più sperperare i soldi pubblici per eventi promozionali che servono solo a promozionare chi fa promozione. Questo Bruno Ceretto lo ha detto e lo ribadisco. Vorrei fare una considerazione su alcuni produttori che vivono le questioni burocratiche del nostro paese. Il nostro paese ha un sistema gestionale che sta strangolando le imprese italiane, il tutto proviene da una regolamentazione europea che è la morte del nostro sistema perché è stata fatta da chi credeva che il sistema dell’agricoltura italiana potesse essere una agricoltura banale e delocalizzabile. Di agricoltura europea ne esiste solo una perché se ci paragoniamo al resto del mondo con i prezzi del resto del mondo, con le qualità del resto del mondo non possiamo essere di aiuto ne’ a noi ne’ al resto del mondo. L’Ocm adesso ce la teniamo ma adesso la dobbiamo trasferire nel nostro sistema attraverso quello che noi consideriamo la nostra Ocm. Noi dobbiamo però pensare a quello che il ministro Zaia ha definito “le incrostazioni” del sistema del mondo del vino che rendono difficile il cambiamento. Tutta una moltitudine di enti a cui dobbiamo riferirci, queste sono le incrostazioni che rendono difficile un sistema e allora una politica forte ha il dovere di rimuovere queste incrostazioni che bloccano il nostro sistema. La nostra organizzazione a livello nazionale ha portato un progetto di semplificazione concreto. C’è bisogno di un unico sistema informatico alla singola azienda produttrice, la libertà di scegliere con chi deve interagire nell’ambito della certificazione. Altra cosa ancora più preoccupante è quella dei cavilli sul commercio estero, sia comunitario che internazionale. Allora se siamo in un mercato globale teniamo come centralità i territori e cerchiamo di avere una possibilità di vendita concreta e reale.

Katrin Walter

Io sono Katrine Walter, certo è difficile parlare adesso dopo un intervento così forte. Io volevo riflettere sul tema del Forum che è Il vino come motore di sviluppo, ne dobbiamo parlare. Quando noi usciamo da questa cantina, noi siamo tutti consumatori, la mia domanda è riferita a quei vini venduti a 0,80 o 1,50 come Doc, come possono questi vini avere la fascetta Doc? Questo vino non avrebbe mai dovuto avere la denomimazione Doc, allora mi chiedo non è colpa della Cina che ha messo la fascetta Doc ma di chi ha controllato questo vino. Allora tanti problemi sono in casa e quindi dobbiamo avere la consapevolezza di quello che succede. Come il problema sollevato dal referente della Coldiretti a proposito della legge che vieta ad un privato di farsi spedire a casa 12 bottiglie di vino perché deve fare dogana ma se è sul posto le può portare a casa...

Oscar Giannino

Di questo problema sollevato dalla collega tedesca se ne è parlato molto, questa norma è scritta da chi tutela le reti distributive internazionali e se ne frega dei piccoli produttori. Chiedo al Vice Ministro Vegas di concludere ... ma vorrei sollevare anche un’altra questione, in Italia manca una sezione di credito agrario negli istituti bancari, esisteva un tempo ma oggi le grandi banche non lo gestiscono più ma allora in questo caso il pubblico non può fare in modo che torni incentivata una sensibilità del mondo bancario verso questa componente così fondamentale dell’economia italiana?

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Giuseppe Vegas

E chiaro che a causa della crisi abbiamo dovuto entrare nelle banche, ma si è cercato di “massaggiare” le banche per continuare a erogare credito anche se i dati non sono sempre confortanti. E’ chiaro che il settore agricolo interessa meno le grandi banche ma interessa le piccole, abbiamo messo in campo molti strumenti finanziari che forse non abbiamo comunicato abbastanza. Le mie conclusioni, più da esterno che da esperto del settore, è ovvio che il meccanismo della filiera vino è un meccanismo importante per il benessere del paese. Le esportazioni di questo settore sono un valore significativo, un valore che può migliorare se si mettono in atto tutti quegli accorgimenti che sono emersi in questo dibattito. E’ chiaro che le semplificazioni amministrative sono fondamentali, ma è anche chiaro che in un meccanismo europeo che guarda molto al consumatore indistinto e non al consumatore raffinato, se non ci si tutela tra produttori e nella nostra catena di eccellenza, io credo che la legislazione europea possa risolvere poco. Un’ultima battuta, prima si parlava di sinergia tra vino e ristorazione, ma a me ha sempre fatto un po’ impressione, il ricarico che fanno i ristoranti sul vino, ma non è possibile fare un accordo tra ristoratori e produttori e quindi fare un ricarico più moderato e portare il prezzo di un vino di qualità a un prezzo più abbordabile da una fascia maggiore di clientela?

Oscar Giannino

Ringraziando tutti dobbiamo fare una richiesta collettiva a Silvano ed Achille Boroli per far diventare questo forum una prima di una serie di appuntamenti fissi che voi dovrete avere in eredità. Che ci dici Silvano?

Silvano Boroli

Adesso andremo a degustare in cantina il mio vino, se vi piace saremo qui anche il prossimo anno.

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Boroli Wine Forum 2009  
Boroli Wine Forum 2009  

Atti del convegno

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