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“PER NOI UOMINI E PER LA NOSTRA SALVEZZA” Il carisma ecclesiale di don Didimo Mantiero Giancarlo Grandis

«La mistica è una missione particolare, un servizio particolare alla Chiesa che viene adempiuto correttamente solo nell'incessante distacco da sé nell’autodimenticarsi e nella servile disponibilità alla Parola di Dio» (A. VON SPEYR).

Il titolo di questa nostra riflessione “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo” ci conduce nel cuore del nostro credo cristiano, vale a dire della nostra professione di fede nella Pasqua di Cristo, nel mistero della sua incarnazione, passione, morte e risurrezione. Il tema della giustificazione dell’uomo, del modo con cui il Salvatore l’ha realizzata e la chiamata a parteciparvi da parte nostra è certamente un tema centrale del messaggio evangelico e della stessa riflessione teologica. L’impegno da parte di Dio di rendere giusto l’uomo peccatore tocca il punto centrale dell’avvenimento cristiano. Esso raggiunge il suo culmine nella morte di Gesù Cristo, il Giusto, per mezzo del quale Dio Padre ha redento il mondo. Cristo, il Redentore dell’uomo, dà alla nostra povera storia votata alla morte il significato nuovo di Storia Salvifica (Historia Salutis). Il carisma di don Didimo Mantiero, di cui si celebra quest’anno il centenario della nascita, s’incastra in questo nucleo incandescente della nostra fede, in questo centro luminoso del nostro credo, mostrandone un aspetto che era rimasto finora nascosto, e che egli ha saputo portare alla consapevolezza della propria coscienza leggendo meditativamente una famosa pagina del libro della Genesi in cui il giovane sacerdote, preso da una grande passione per le anime e soprattutto per i giovani, comprese in maniera del tutto nuova che il mondo, minacciato di distruzione per l’iniquità degli uomini, può mantenersi soltanto grazie alla presenza dei giusti, poiché per loro è stato creato. Anzi, che la stessa missione della Chiesa non può essere efficace se non si poggia sulla offerta dei giusti “silenziosi”, «nei quali splende l’umiltà di Cristo» (RATZINGER J, Prefazione, in GRYGIEL LUDMIŁA, La “Dieci” di don Didimo Mantiero. Come Abramo alla ricerca dei dieci giusti per la salvezza del mondo, san Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 1995, 7). Sorpreso lui stesso dalla sua intuizione e dalla particolare rivelazione che gli era apparsa meditando questa pagina, così ne fissa la memoria con il suo stile essenziale e letterariamente efficace:

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«Una pagina interessante. L’ha dettata lo Spirito Santo, perché qualcuno la raccogliesse. Non so nemmeno quanti secoli son passati da Abramo a noi. Ma la pagina era sempre stata lì e c’è ancora. Moltissimi l’hanno veduta; ora è stata raccolta» (idem, 118). Il frutto di questo raccolto è “La Dieci”, il fiore germogliato nel prato della Parola e che Dio ha messo nelle mani di don Didimo, affinché lo consegnasse alla Chiesa. Il nostro intento qui è di rivisitare e contemplare questo fiore per coglierne a distanza di anni la sua perenne bellezza, il suo profumo sacro, il segreto della sua vitalità. 1. Inizio e sorgente Don Didimo nasce il 22 giugno del 1912 e viene ordinato sacerdote nel maggio del 1937 a 25 anni d’età. Ma né l’inizio biologico della sua vita con la nascita, né l’inizio teologico della sua vocazione con l’ordinazione sacerdotale furono il vero inizio della sua personale esistenza di fronte a Dio. Per comprenderne il momento sorgivo, bisogna aspettare “una brutta notte di novembre” – come annota nel suo scritto Guardando la parete. «Di solito le cose belle nascono in giorni belli, pieni di luce e di sole». La Dieci, invece, gli balza davanti agli occhi «in una brutta notte di novembre» (idem, 117), nella penombra di una Chiesa in cui don Didimo, con sulle spalle il peso di una serie di incomprensioni per il suo metodo pastorale rivolto soprattutto verso i giovani, imparò dal patriarca Abramo come si tratta con Dio attraverso una obbedienza che potremmo definire critica e coraggiosa, che non disdegna di discutere con il Signore su questioni determinanti che riguardano l’uomo e il suo rapporto con Dio: la questione del male, della giustizia, della vita, della salvezza, argomenti tutti che costituiscono i capisaldi della missione della Chiesa. Don Didimo intravvede in questa pagina della Bibbia, che presenta il dialogo di Abramo con Dio sulla salvezza della città, il cardine e la sorgente della sua pastorale. L’azione pastorale non può raggiungere il suo scopo di annuncio e diffusione del Vangelo di Gesù se manca l’anima, vale dire la disponibilità di alcuni a imitare Cristo che prende su di sé la colpa, per pagare per gli altri, anche con la propria vita. Don Didimo rimane impressionato dalla parole finali del Signore in risposta alla domanda di Abramo: «Non la distruggerò per riguardo a quei dieci» (Gn 18, 32). Improvvisamente si è trovato introdotto nel segreto del piano salvifico di Dio: salvare l’uomo con l’uomo, salvare gli ingiusti con i giusti. Ed ecco la preghiera spontanea che uscì dalle sue labbra in quella notte di novembre che da «brutta» divenne improvvisamente «dolce e divina» perché «qualche cosa di nuovo, grande e bello» stava nascendo nel suo cuore: «O Signore, se io ti presenterò Dieci giovani ‘giusti’ per la loro santità, Tu non perdonerai ai miei figli meno buoni, Tu non benedirai tutti?» (MESONIAT C., MOCCETTI A., Il compito di Abramo. La Dieci: storia di un’esperienza ecclesiale, Jaca Book, 1989, 62). In quella notte comprese che non c’è salvezza senza santità. Bisogna partire da qui per una pastorale efficace che sia secondo il piano salvifico di Dio. In quella notte

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diventata luminosa don Didimo «sentì una voce, ma chiara e forte, che lo invitata a creare un corpo di volontari scelto tra i giovani per difendere i giovani dalla giusta ira del Signore e per trasformarli in tante immagini di Dio. Così, semplicemente così accanto a Gesù Eucaristia, è nata la Dieci» (idem, 62). Qui sta il vero inizio dell’esperienza religiosa e sacerdotale di don Didimo e la nascita del carisma ecclesiale della Dieci. A questo inizio don Didimo ritornerà continuamente come ad una sorgente viva, da cui la sua azione pastorale poteva continuamente alimentarsi e purificarsi: «Quanto ha pregato, quante volte si è poi nascosto in un angoletto della Chiesa per non essere veduto che dal Signore» (idem, 62). 2. “Nella notte in cui fu tradito” Don Didimo ha compreso il significato profetico della pagina biblica perché l’ha meditata alla luce dell’avvenimento cristiano, nel contesto del mistero eucaristico, accanto al tabernacolo del Signore, la dimora tra gli uomini del Verbo di Dio fatto carne, corpo per noi. Il passo della Genesi, infatti, dopo la promessa di Dio che avrebbe salvato la città «per riguardo a quei dieci», si conclude con un nulla di fatto: «Come ebbe finito di parlare con Abramo, il Signore se ne andò e Abramo ritornò alla sua abitazione» (Gn 18,33). Abramo non trova i dieci giusti, e non li avrebbe comunque potuti trovare. In realtà, tra gli uomini, non si possono trovare persone giuste a causa loro, che siano invulnerabili al potere del male. L’uomo nasce vulnerabile e nella sua vulnerabilità rimane. L’esperienza dimostra, infatti, che l’uomo non può salvarsi da solo. Dio, allora, distruggerà l’uomo perché nasce vulnerabile al male? No. La Storia della Salvezza ci assicura che la situazione di fragilità in cui l’uomo vive ha provocato la compassione di Dio e liberato nel mondo la sua misericordia come una efficace medicina dell’anima. Perché la promessa di Dio ad Abramo potesse trovare attuazione bisogna aspettare un’altra notte, la notte in cui Dio Padre consegna suo Figlio, il Giusto, per la salvezza del mondo: «il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, e dopo aver reso grazie, lo ruppe e disse: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me”. Nello stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne berrete, in memoria di me. Poiché ogni volta che mangiate questo pane e bevete da questo calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga”» (1 Cor 11,23-26). Ora sappiamo che vive tra di noi l’Uomo Giusto che è invulnerabile al male, l’uomo-Dio. Egli è la ‘via’ che la misericordia di Dio percorre per raggiungere l’uomo con il suo amore redentivo e portarlo fuori dall’esperienza del male, liberarlo dall’abbraccio mortale del principe del male, e condurlo alla verità e alla vita, per accompagnarlo nel passaggio dalle tenebre alla luce, dalla morte alla risurrezione. Ora, sulla strada aperta da Gesù, l’uomo giusto, altri uomini, resi da lui giusti, non per merito ma “per grazia”, possono partecipare a questa grande avventura, inventata da un

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Dio che ha voluto diventare uno di noi, uomo come noi. Chi può far parte della Dieci? «Quanti, laici e sacerdoti, si impegnano a vivere nella grazia di Dio, testimoniando nel loro ambienti e nella loro vita lo Spirito del Vangelo, il servizio alla Verità, la pratica della Carità» (Statuto della “Dieci”, in GRYGIEL LUDMIŁA, La “Dieci” di don Didimo Mantiero. Come Abramo alla ricerca dei dieci giusti per la salvezza del mondo, 141). Il fine principale della Dieci sta in un patto tra persone che associano «le energie migliori per ottenere dalla divina misericordia la “salvezza” della città e della parrocchia» (idem). 3. “Ecco, io vengo per fare la tua volontà” La Storia della Salvezza ha inizio da una decisione presa insieme dal Padre, dal Figlio e dallo Spirito Santo e dalla disponibilità del Figlio ad essere inviato nel mondo per salvare il mondo: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”» (Eb 10,7). L’uomo che non può salvarsi da solo viene salvato dalla compassione di Dio. Gesù si costituisce mediatore tra Dio e gli uomini, sacerdote della storia che conduce a Dio, lontano dal quale l’uomo perde la sua originaria dignità di figlio, che caratterizza la modalità del nostro venire e di essere nel mondo. Tutti infatti nasciamo come figli, in quanto la vita umana è dono e frutto dell’amore. Partecipare al sacerdozio di Cristo significa essere disposti a pagarne il prezzo, così come egli aveva chiesto agli ignari Giacomo e Giovanni in cerca di gloria: «Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?» (Mc 10,38). I Dieci sono quelli che rispondono in maniera consapevole: «Lo possiamo». Il prezzo che Gesù ha pagato è alto, l’offerta del suo corpo e del suo sangue, così come è stato alto il prezzo che hanno pagato i primi Dieci che don Didimo aveva raccolto attorno a sé e ai quali aveva confidato la sua scoperta in quella notte di intensa preghiera e di meditazione dell’episodio di Abramo che discute con Dio. Lo annota don Didimo con un certo timore e tremore: «Stelvio e i suoi nove compagni hanno pagato il prezzo per la salvezza di tutti. Il prezzo del loro SANGUE. Sono morti, sull’esempio di Cristo, per la salvezza di tutti. La miniera d’oro ha dato il suo “metallo”». E commenta: «Sono questi tra i miracoli più belli di Dio» (in GRYGIEL LUDMIŁA, La “Dieci” di don Didimo Mantiero. Come Abramo alla ricerca dei dieci giusti per la salvezza del mondo, 119). L'offerta di sé fino all’effusione del sangue deve essere fatta nell’orizzonte della vocazione iscritta da Dio nella nostra natura relazionale: la beatitudine che ha il suo compimento nella comunione definitiva con Dio. La logica dell’offerta non è una logica dolorifica, un compiacimento macabro di soffrire e di morire, ma è una logica del dono di sé che genera la gioia del donare, ben superiore della logica del ricevere. Il sangue dei primi Dieci, quindi, deve essere lasciato dentro l’arcobaleno del mistero che sempre è implicato nelle cose che riguardano Dio. Il sapere cristiano lega la beatitudine al soffrire per la giustizia: “Se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! grande è la vostra ricompensa nei cieli”, dove appa-

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re chiaro che il fine del soffrire non è la sofferenza stessa, ma la giustizia, vale a dire la santità. La partecipazione alla passione di Cristo fa parte della vocazione battesimale. «Noi invece sappiamo che il battesimo, come può liberare dai peccati e ottenere il dono dello Spirito Santo, così anche è figura ed espressione della Passione di Cristo» (S. CIRILLO DI GERUSALEMME, Dalle catechesi di Gerusalemme [Catech. 20, Mistagogica 2, 4-6; PG 33, 1079-1082]). La presenza nella comunità cristiana dei Dieci, disposti a configurarsi alla chiamata di Gesù fino a questo punto, compie e concretizza, in maniera del tutto originale, ciò che il Concilio Vaticano II dirà della concezione cristiana dell’uomo in passaggio assai denso, là dove afferma: «il Signore Gesù, quando prega il Padre perché “tutti siano una cosa sola, come io e tu siamo una cosa sola” (Gv 17,21), aprendoci prospettive inaccessibili alla ragione umana, ci ha suggerito una certa similitudine tra l’unione delle Persone divine e l’unione dei figli di Dio nella verità e nell’amore. Questa similitudine manifesta che l’uomo, il quale in terra è la sola creatura che Iddio abbia voluto per se stesso, non possa ritrovarsi pienamente se non attraverso un dono sincero di sé» (Gaudium et spes, 24). Nel dono sincero di sé l’uomo diviene se stesso. E lo diviene secondo il progetto di Dio, che ha creato l’uomo per amore e lo ha chiamato allo stesso tempo all’amore. Secondo la rivelazione cristiana, l’uomo diventa giusto “per grazia” e percorrendo la strada che ha percorso Gesù, il quale entrando nel mondo disse: «Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: “Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”». L’autore della lettera agli Ebrei commenta: «Dopo aver detto: Tu non hai voluto e non hai gradito né sacrifici né offerte, né olocausti né sacrifici per il peccato, cose che vengono offerte secondo la Legge, soggiunge: Ecco, io vengo a fare la tua volontà. Così egli abolisce il primo sacrificio per costituire quello nuovo. Mediante quella volontà siamo stati santificati per mezzo dell’offerta del corpo di Gesù Cristo, una volta per sempre». (Eb 10, 610). La Dieci, così, affonda le sue radici nel mistero stesso della redenzione, nel «mistero della funzione vicaria, che trova il suo più alto compimento nella vita e morte di Cristo: per amore di un solo giusto Dio sopporta la nostra ingiustizia. La giustizia di uno solo è più importante dell’ingiustizia di tutto il mondo. Essa salva il mondo. Ma ciò non significa che il fare degli uomini sarebbe divenuto indifferente: Dio va sempre alla ricerca dei dieci giusti, di uomini che si pongono dalla sua parte e costituiscono così un argine contro il flusso dell’ingiustizia» (RATZINGER, Prefazione, in GRYGIEL, La “Dieci” di don Didimo Mantiero. Come Abramo alla ricerca dei dieci giusti per la salvezza del mondo, 6). 4. Spiritualità e missione de “La Dieci” Ogni carisma genera ed è sostenuto da una specifica spiritualità. A ciascuno, afferma san Paolo, è «data la grazia secondo la misura del dono di Cristo» (Ef, 4,7). I carismi, così come i ministeri, sono doni dello Spirito che egli elargisce nel tempo per le necessità della Chiesa. Il loro scopo è «di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo

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perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo» (Ef, 4, 1213). Del carisma della Dieci, il dono elargito alla Chiesa per mezzo di don Didimo, si possono rinvenire almeno quattro note di spiritualità. 4.1 – Una spiritualità dell’offerta. La prima, evidentemente, è la spiritualità dell’offerta, della partecipazione alla Pasqua di Cristo, attraverso il dono di tutto se stessi, cioè attraverso l’impegno di un cammino di santità che tenda all���uomo perfetto, a raggiungere la misura della pienezza di Cristo, secondo l’invito fatto da Gesù nel discorso sulla montagna: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48). La perfezione richiesta al credente è la perfezione dell’amore sulla misura testimoniataci da Cristo: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici…» (Gv 15, 12). Solo rimanendo in questo orizzonte la spiritualità dell’offerta tramite il sacrificio non degenera in una mostruosità. «Voglio l’amore e non il sacrificio» (Os, 6,6), afferma il profeta Osea. Dio non si compiace del sacrificio, ma dell’amore che viene mostrato tramite il sacrificio (cfr Gv 10,17). Nel pensiero di san Paolo il termine agape prende il sopravvento su quello di giustizia, essendone il compimento. E l’amore che rende giusti non è conquista dell’uomo, ma dono di Dio, che egli elargisce all’uomo soprattutto tramite la preghiera. 4.2 – Una spiritualità della preghiera. Ecco una seconda nota caratteristica della Dieci, la preghiera. In una lettera di don Didimo ai suoi si legge: «Carissimi, la preghiera è la forza più grande a disposizione dell’uomo. Essa è esperienza concreta di dialogo con Dio, è reale forza generatrice di celesti favori» (SCUOLA DI CULTURA CATTOLICA, La Dieci. Messaggio nuovo e antico, Bassano 1986, 1). E in un altro passo: Abramo «camminando con Dio cominciò a dialogare con Lui. Cominciò a pregare, perché il dialogo con Dio, se non è preghiera, è solo una speculazione fatta senza di Lui» (idem, 8). «La scena di Abramo – afferma Ratzinger – divenne per don Didimo il centro della sua pastorale, poiché egli sapeva che il pastore d’anime ha il suo cardine nella preghiera» (RATZINGER J, Prefazione, in GRYGIEL LUDMIŁA, La “Dieci” di don Didimo Mantiero. Come Abramo alla ricerca dei dieci giusti per la salvezza del mondo, 7). E sempre don Didimo: «L’uomo che vive di fede, come Abramo visse in tutta la sua vita, vive pure nella preghiera e nel sacrificio. Ciascuno di noi ogni giorno è chiamato, attraverso tanti segni, a vivere nella fede e nel sacrificio. Preghiera e sacrificio mediante i quali si offre a Dio la vita stessa, in ogni suo aspetto, triste o lieto, fino anche, per alcuni al sacrificio supremo. È la preghiera che ci rivela la prospettiva di fede della nostra vita, ed è essa che ci dà la forza di sostenere il sacrificio, perché quando corrisponde alla volontà di Dio è il massimo bene per noi» (SCUOLA DI CULTURA CATTOLICA, La Dieci. Messaggio nuovo e antico, Bassano 1986, 7). Una caratteristica della preghiera propria della spiritualità della Dieci è quella di essere soprattutto una preghiera mariana, quella popolare del rosario. Da qui il compito di reinserire la preghiera

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mariana dentro la grande preghiera della Chiesa, che è teologica (a Dio Padre), cristologica (per mezzo di Gesù Cristo), spirituale (nello Spirito Santo). Al recupero della preghiera mariana, don Didimo arriva attraverso l’intuizione, che ha generato la Dieci, quella di offrire se stessi “al posto di” per la salvezza della città. Afferma Ratzinger, da teologo, che nei tempi moderni l’idea di sostituzione, che coinvolge tutta la spiritualità de “La Dieci”, «appare dapprima nel culto del s. Cuore di Gesù, poi anche nella pietà mariana di Lourdes e di Fatima”, anche se, staccata dalle correnti del pensiero teologico, essa “fu condannata ad assumere il rango di piccola e talora strana devozione» (RATZINGER J., Rappresentanza, in Dizionario Teologico, Brescia 1962, vol. III, 51). La spiritualità della Dieci, quindi, non è destinata a rimanere nel rango devozionale, ma di inserirsi nella grande corrente del pensiero teologico della Chiesa. 4.3 – Una spiritualità della comunione e della missione. Nessuno può essere cristiano da solo. Nella Chiesa non siamo navigatori solitari, ma unificati da vincoli di comunione che hanno in Cristo il loro fondamento. A convalidare e nutrire la comunione tra i discepoli sta la preghiera stessa di Gesù al Padre: «Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una cosa sola come noi» (Gv 17,11). Questa caratteristica si innesta nel programma di vita di don Didimo stesso. Nel suo diario personale troviamo che l’illustre bassanese, «buttato nel grande vortice della vita» si propose di non essere mai «un “uno qualunque”, né adagiarmi in un quieto vivere che non rompe mai la regola, che non viene mai meno a quell’apparente rispetto che qualche volta rasenta il servilismo. Volevo fare di me un “UNO”. Avevo imparato dallo studio e dalla riflessione che non c’è che UNO, Dio, e che l’uomo tanto può diventare “UNO”, quanto più e meglio sa penetrare Dio. Guardai allora il vero “UNO”, divenuto Uomo» (MANTIERO D., Il volto più vero, Rizzoli, Milano 2002, 19). In queste sintetiche battute, che delineano un preciso programma di vita, troviamo in sintesi il fondamento antropologico, teologico e cristologico della spiritualità di don Didimo, che certamente egli ha saputo poi trasmettere ai suoi giovani. L’unità di vita personale e l’esperienza di comunione ecclesiale sono il presupposto della missione e della sua efficacia. Se si vuole essere a servizio della missione della Chiesa bisogna coltivare la comunione. Senza impegno per la comunione non si fa molta strada come cristiani. Cristo ha ammonito: «Ogni regno diviso in se stesso cade in rovina e nessuna città o famiglia divisa in se stessa potrà restare in piedi» (Mt 12,25). 4.4 – Una spiritualità della cultura e della gioia a servizio della fede. Un’ultima nota che possiamo rilevare della spiritualità della Dieci non la troviamo più in essa, ma nelle altre due iniziative promosse da don Didimo come espressioni rilevanti del suo progetto pastorale: il Comune dei Giovani e la Scuola di cultura cattolica. Ha colto certamente nel segno don Giussani nella prefazione alla pubblicazione dei Diari: «Sono grato a don Didimo per ciò che ha generato, una fraternità reale che attraverso la discrezione della Dieci è l’anima del Comune dei Giovani e della Scuola di cultura cattolica, opere che dicono a tutti la bellezza della vita cristiana» (MANTIERO D., Il volto più 7


vero, 6). Possiamo certamente affermare che la spiritualità insita nel carisma di don Didimo è una spiritualità della cultura e della gioia, esperienze, queste, che permettono all’uomo di crescere ed essere “più uomo”. Per questo essa affascina. Ancora Ratzinger annota che «al fascino e alla vitalità di queste associazioni potrà difficilmente sottrarsi chi le incontra. Qui non c’è nulla di stravagante, nulla di forzato, nessun accanimento ideologico; qui c’è la gioia cristiana e dalla gioia e dalla forza del Vangelo deriva l’impegno umano» (RATZINGER J, Prefazione, in GRYGIEL LUDMIŁA, La “Dieci” di don Didimo Mantiero. Come Abramo alla ricerca dei dieci giusti per la salvezza del mondo, 9). 5. I fondamentali della vita cristiana Afferma Gesù: chiunque viene a Me, ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: «è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene» (Lc 6,48). Analizzando da vicino la spiritualità della Dieci possiamo certamente affermare che essa è come questa casa di cui parla la parabola di Gesù che poggia su quattro fondamenti: il primato di Dio, la partecipazione alla missione della Chiesa, la vita sacramentale e la vita sociale, la prospettiva del Regno di Dio. 5.1 – Il primato di Dio. Il primo fondamento è l’affermazione del primato di Dio nella vita cristiana. In una società come quella attuale che vive ormai da tempo come se Dio non esistesse (etsi Deus non daretur), la Dieci fa propria la sfida che papa Benedetto ha lanciato alla cultura moderna, soprattutto quella dotta: vivere come se Dio esistesse (etsi Deus daretur). Affermare e testimoniare il primato di Dio nella vita degli uomini è compito fondamentale della missione della Chiesa, è compito di ogni battezzato che, tramite il sacramento, è stato incorporato in Cristo, è compito certamente del carisma della Dieci. «Ciò che conta – afferma don Didimo – è che i Dieci si sentano “strumenti”, liberi nelle mani di Dio per il bene delle anime, della santa Chiesa e di tutto il mondo» (SCUOLA DI CULTURA CATTOLICA, La Dieci. Messaggio nuovo e antico, Bassano 1986, 13). 5.2 – La partecipazione alla missione di Cristo. La Dieci si presenta come una specifica forma di partecipazione dei laici alla vita e alla missione della Chiesa. Don Didimo, attraverso l’istituzione della Dieci, ha fiutato e compreso in anticipo la riflessione sul laicato che il Concilio Vaticano II elaborerà nella Lumen gentium. La Chiesa qui è definita «sacramento o segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (n. 1). Ciò può esserlo solo con la partecipazione dei laici. Lo Spirito – si legge nella esortazione apostolica pot-sinodale Chistifideles laici – continua a ringiovanire la Chiesa «suscitando nuove energie di santità e di partecipazione di tanti fedeli laici» (n. 2). I modi di partecipazione sono molti. Nel decreto conciliare sull’Apostolato dei Laici c’è un accenno ad una particolare forma di apostolato che, mi sembra,

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abbia attinenza con la spiritualità della Dieci, là dove si ricorda che i credenti, «con la spontanea accettazione delle fatiche e delle pene della vita, con cui si conformano a Cristo sofferente (cf. 2 Cor. 4,10; Col. 1,24), essi possono raggiungere tutti gli uomini e contribuire alla salvezza di tutto il mondo» (Apostolicam actuositatem, n. 16). Troviamo qui la citazione di un testo biblico che può essere considerato il manifesto della spiritualità de “La Dieci”: «Sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi, e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa» (Col. 1,24). «Molte volte mi sono chiesto – scrive don Didimo – quale è la forma di preghiera più idonea. Mi sembra che la risposta sia una: la croce, anche se dura e non sempre compresa. La croce nella sequela di Cristo Signore: “chi non prende la sua croce e non mi segue non è degno di me” (Mt 10,38)» (SCUOLA DO CULTURA CATTOLICA, La Dieci. Messaggio nuovo e antico, 1). Qui missione e preghiera formano un tutt’uno. 5.3 – Vita sacramentale e vita sociale. Un altro elemento dell’esperienza cristiana vissuto nella Dieci è certamente la vita sacramentale, specialmente la partecipazione alla santa Messa. L’eucaristia è il perno attorno cui ruota la vita cristiana, il motore propulsore della missione della Chiesa, il culmine e la fonte della sua azione evangelizzatrice: come afferma il Concilio Vaticano II: «La rinnovazione dell’alleanza del Signore con gli uomini nell’eucaristia conduce e accende i fedeli nella pressante carità di Cristo. Dalla liturgia dunque, particolarmente dall’eucaristia, deriva in noi, come da sorgente, la grazia, e si ottiene con la massima efficacia, quella santificazione degli uomini e glorificazione di Dio in Cristo, verso la quale convergono, come a loro fine, tutte le altre attività della chiesa» (Sacrasantum Concilium, 10). Dalla vita sacramentale nascono anche tutte le altre attività di vita sociale di una parrocchia. La Dieci, quindi, è l’anima della pastorale pensata da don Didimo. Ma tale anima è volta a vitalizzare tutte una serie di attività, specialmente giovanili, che fanno parte di una educazione integrale dell’uomo. Da qui tutta la serie di iniziative che i vari ministri del Camune dei Giovani hanno saputo creare affinché la parrocchia sia un luogo di socializzazione e di formazione. 5.4 – Dalla terra al cielo. L’eucaristia è viatico per il cammino dei credenti che orienta i loro passi verso il Regno di Dio. Ogni carisma nella Chiesa nasce e si sviluppa nella prospettiva escatologica dell’avvento del Regno di Dio, che non è di questo mondo. Il carisma è dato per la città degli uomini, ma il suo obiettivo è costruire la città di Dio, coltivando nel cuore la speranza che non delude. Dalla terra al cielo: questa è la direzione tipica del cammino del discepolo di Cristo. È la direzione che Cristo stesso ha indicato all’uomo, dopo che egli aveva percorso quella inversa con l’incarnazione. Il destino dell’uomo, che per natura è di terra, per grazia è il cielo. Lo ricorda san Paolo nella prima lettera ai Corinzi: «Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal cielo. Come è l’uomo terreno, così sono quelli di terra; e come è l’uomo celeste, così anche i celesti. E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili

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all’uomo celeste» ( 1Cor 15, 47-49). Per ogni uomo, le ancore sono nel cielo. Don Didimo era certe, e lo insegnava ai giovani usciti dal dramma della seconda guerra mondiale, che bisogna cercare in alto quello che ci salva dal naufragio. Anche oggi! La prospettiva del Regno di Dio che Gesù è venuto ad annunciare al mondo come vicino (cfr Mc 1,15) è un ulteriore fondamento della vita cristiana che fa parte della spiritualità della Dieci come impegno di conversione e di adesione al Vangelo. *** Termino con un pensiero che prendo da uno dei primi Dieci, che sono coloro che hanno aperto la via a questo nuovo carisma nella Chiesa. Si tratta di Giovanni Torresan. Un giorno disse a don Didimo: «Dobbiamo lavorare tanto e insieme, tutti uniti per fare sempre più bella la nostra parrocchia […]. Lo si può perché c’è la ‘Dieci’. Abramo e Dio, non dimentichiamo il loro patto». È guardando avanti, al futuro della Dieci: «È troppo chiaro che la ‘Dieci’ porta benedizione. Un giorno anche altri capiranno quanto conti una ‘Dieci’. Così in molte parrocchie ci sarà una ‘Dieci’ ed allora con la Dieci fioriranno molte oasi di bene…» (SCUOLA DO CULTURA CATTOLICA, La Dieci. Messaggio nuovo e antico, 35). L’immagine dell’oasi ci richiama quanto la grande figura di san Giovanni Calabria, a cui don Didimo confidava le sue difficoltà e incomprensioni per avere luce. Riguardo alla Dieci, il santo veronese rassicurò don Didimo a proseguire sulla strada indicata dal Signore. Col tempo poi sarebbe venuto anche il riconoscimento dall’alto della istituzione ecclesiale: «Quello che manca a molti di noi, figliolo mio, – disse don Calabria a don Didimo – è la preghiera. Facciamo tante predice, tante fatiche, ma preghiamo meno. Gesù domanda in primo luogo la preghiera. È Dio che ti ha suggerito la Dieci. Coltivala perché Dio la vuole: farà tanto bene nel mondo. Il mondo è un deserto arido. La Dieci è come un canale di acqua viva; nessuno la vede, nessuno la nota. vivrà umile come l’acqua che scorre sotto terra. Ma dove emergerà fioriranno oasi di vita e di gioia» (MESONIAT, MOCCETTI, Il compito di Abramo. La Dieci: storia di un’esperienza ecclesiale, 64). Parola di un santo!

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Relazione di don Giancarlo Grandis per Convegno Nazionale "La Dieci"