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Lombardia nord-ovest n. 1 anno LXXXVIII Rivista semestrale della Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Varese Direttore responsabile Mauro Temperelli Redazione Antonio Franzi, Rosa Pandini, Elena Botter Traduzione Nexo Corporation S.r.l . Progetto grafico Fulvia Vallini Impaginazione Fulvia Vallinii Direzione redazione e amministrazione piazza Monte Grappa, 5 - 21100 - Varese tel. +39 0332 295321 - fax +39 0332 282158 e-mail: comunicazione@va.camcom.it L’accettazione degli articoli dipende dal giudizio insindacabile della direzione. Gli scritti firmati o siglati rispecchiando soltanto il pensiero dell’autore, non impegnano né la direzione nè l’editore. Non è consentita la riproduzione degli articoli senza autorizzazione. I manoscritti, le pubblicazioni e le richieste a titolo di cambio devono essere indirizzate alla redazione. I manoscritti, anche se non pubblicati non vengono restituiti.

Registrazione del tribunale di Varese N° 260 del 31 ottobre 1973 Stampa F.lli Crespi Industria Grafica srl 21012 Cassano Magnago (Va) Editore © Camera di Commercio Industria, Artigianato e Agricoltura di Varese

Ph. Flavio Zulle

Unione Stampa Periodica Italiana

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Editoriale di Renato Scapolan Quel ponte tra la cultura latina e quella bizantina di Michele Mancino I fratelli Castiglioni, ricercatori dell’uomo, alle radici della storia di Michele Mancino Pagine di storia scritte nella roccia di Linda Terziroli Quel misterioso Besanosauro Angelo Branduardi: la bellezza... quella forma di serena malinconia di Linda Terziroli Tra meditazione e gioia, baciati dal Bello di Mario Chiodetti Paolo Conte: la poesia è il suo vivere di Mario Chiodetti Nel cuore della civiltà lacustre di Michele Mancino Lella Costa: nella storia l’uomo gioca i suoi crediti con l’esistenza di Michele Mancino Le mille seduzioni di un lago che incanta di Mario Chiodetti Il Verbano, il mio parco giochi liquido di Linda Terziroli

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Ph. Paolo Valenitni


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Editoriale di Renato Scapolan*

Qui dove la storia ha lasciato tracce di vicende in cui la vocazione millenaria allo scambio e al commercio s’interseca con un patrimonio culturale sedimentato nel tempo e sorprendente per la sua ricchezza e varietà. Sostanza e contenuti da offrire all’attenzione di chi sa cogliere la “grande bellezza” di una terra incastonata tra l’azzurro dei corsi d’acqua e il verde delle vallate prealpine e dei parchi secolari, segno di un’eccellenza ambientale. Ecco Varese che si palesa quasi all’improvviso e vuole far sapere a tutti che questo “posto bellissimo” lo è per dono di natura, ma anche perché le sue donne e i suoi uomini nel tempo hanno operato, con sapienza e determinazione, per renderlo tale. Non è solo per una fortunata scelta causale, insomma, che proprio qui - in un territorio dove l’essere all’incrocio tra i grandi assi di collegamento continentale tra Nord-Sud ed Est-Ovest d’Europa è da sempre un fattore chiave di sviluppo sociale ed economico - siano ben quattro le aree che l’Unesco abbia voluto portare all’attenzione globale come “Patrimonio Mondiale dell’Umanità”. È una sorta di record che pochissimi territori al mondo possono vantare. Non basta, perché proprio dalle pagine che seguono vogliamo lanciare una proposta dalle radici ben solide: credete che anche il lago Maggiore, bacino di inestimabile bellezza e segno indelebile della capacità di dialogo che supera i limiti angusti del confine, abbia le caratteristiche per inserirsi in questa sorta di “albo d’oro” che è l’elenco dei siti Unesco? La nostra risposta è con chiarezza sì. E siamo convinti che sia positivo il riscontro di tutti coloro che apprezzano il fascino, straordinario e unico, del nostro Verbano. #DoYouLake? Certamente sì! Un lago Maggiore che dovrebbe venire dopo, ma solo ed esclusivamente sul piano cronologico, in un elenco che già da tempo comprende la magnificenza artisticoreligiosa del nostro Sacro Monte come pure l’eccezionale testimonianza della civiltà palafitticola dell’Isolino Virginia sul lago di Varese e la realtà di Castelseprio, dove la cultura longobarda fece di un luogo di confine (ecco di nuovo questo segno indelebile) un punto di contatto di incredibile importanza strategica e commerciale. E in più, risalendo le vallate dove campi e boschi si rispecchiano nei laghi creando magiche atmosfere, si raggiunge il monte San Giorgio, giacimento di fossili risalenti a 200 milioni di anni fa. Questa è la Varese “posto bellissimo” che Lombardia nord-ovest offre all’attenzione di tutti coloro che sanno apprezzare la “grande bellezza”!

*Presidente della Camera di Commercio di Varese / President of the Varese Chamber of Commerce

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Here, where history has left traces of events in which the millenary vocation for exchange and trade intersects with a cultural heritage sedimented over time and surprising for its richness and variety. Substance and content for those able to grasp the 'great beauty' of a land wedged between the blue of the waterways and the green of the pre-Alpine valleys and centuries-old parks, the sign of environmental excellence. This is Varese, which reveals itself almost unexpectedly and wants everyone to know that this 'beautiful place' is such thanks to nature, but also because its men and women have worked over time, with wisdom and determination, so make it so. It is, in short, not simply due to a lucky chance decision that there are—in a geographical zone where being at the crossroads of the major continental links between the northsouth and east-west of Europe has always been a key factor in its social and economic development—no fewer than four areas that UNESCO wanted to bring to global attention as World Heritage. This is a record that very few other places in the world can claim. It is not enough, because it is with the very pages that follow that we would like to launch a proposal with very solid roots: do you think that Lake Maggiore, a basin of inestimable beauty and an indelible sign of a capacity for dialogue that goes beyond the narrow limits of the boundary line, also has what it takes to be added to this 'golden register', the list of UNESCO World Heritage sites? Our answer is a clear 'yes'. And we are convinced that the involvement of all those who appreciate the extraordinary, singular fascination of our Verbano, which is to say Lake Maggiore, is a positive. #DoyouLake? Absolutely! A Lake Maggiore that would come later, but only and exclusively in chronological terms, on a list that has already long included the artistic and religious magnificence of our Sacro Monte di Varese as well as the exceptional testimony of pile dwelling civilisation on the Isolino Virginia on Lake Varese and also Castelseprio, where Lombard culture made a border area (here is that indelible mark again) into a meeting point of incredible strategic and trade importance. Not forgetting that, climbing back up the valleys where fields and forests are mirrored in the lakes creating magical atmospheres, you come to Monte San Giorgio, with its fossil deposit dating back 200 million years. This is the Varese, a 'beautiful place' that Lombardia NordOvest offers to all those able to appreciate 'great beauty'!

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Quel ponte tra la cultura latina e quella bizantina di Michele Mancino

Se vuoi la pace, prepara la guerra. Nel IV secolo dopo Cristo per i romani prepararsi alla guerra significava mettere uno sbarramento a nord, a ridosso delle Alpi, per fermare le invasioni dei popoli germanici. Quando le milizie dell’impero arrivarono nel Sibrium (Seprio), decisero che quella sporgenza silenziosa, immersa in un mare verde di latifoglie e affacciata sulla valle del fiume Olona, era il luogo che stavano cercando per completare la linea di difesa a nord di Milano, insieme a Como e Novara. Per arrivare al cuore dell’impero, dunque, bisognava passare da quel vallo naturale, punto di congiunzione tra il Nord Europa e la pianura Padana, che apriva la via verso Milano, allora già capitale imperiale. La staticità di una linea difensiva, contro il movimento dinamico dei barbari invasori. La storia di un impero millenario dai piedi di argilla, contro la liquidità nomade delle popolazioni nordiche. Il castrum era l’estrema e inutile reazione ad una chiamata a cui l’immenso Impero Romano, ormai agonizzante, non sapeva più come rispondere. Castelseprio doveva reggere la prima ondata. Resistere all'urto iniziale, il più violento, quello che trasforma semplici soldati, in attesa di rinforzi che non arriveranno mai, in eroi per l'eternità. Una vocazione alla difesa estrema che conserverà a fasi alterne per nove secoli, fino a quando nel 1287 Ottone Visconti, signore di Milano, deciderà di distruggerlo con l'ordine di non ricostruirlo mai più, per riconsegnarlo definitivamente al silenzio del bosco e al racconto degli storici. Al centro degli affari Ancora prima dell’arrivo dei Longobardi - popolo guidato da re dai nomi astrusi, quali Alboino, Agilulfo e Rotari - Castelseprio aveva sviluppato anche un vita civile nei villaggi sorti nei dintorni dell'avamposto. In tempi di pace, si facevano affari con

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i commercianti di bestiame diretti verso Milano e, in tempi di guerra, con i soldati accampati nella radura. E quando sorgeva qualche problema c'era sempre un magister militum bizantino pronto a dire la sua. Delle frequenti discese delle popolazioni barbare, che partivano dalle pianure germaniche dell’Elba, si conoscevano solo i saccheggi e l'impeto, la parte più evidente, quella più temuta. Mentre se ne ignorava il significato più profondo, legato a un’identità imperiale che in quel momento era in piena decadenza. E le pietre rimaste in questa cittadella, ormai fantasma, ci parlano proprio di quel passaggio epocale che, a partire dal V secolo in poi, sarà il tratto dominante del nuovo impero. Poderose mura e originali luoghi di culto I geometrici resti del sito archeologico, mozziconi di poderose mura e originali luoghi di culto, sono la straordinaria testimonianza dell'estremo tentativo del potere di allora di evitare l'arrivo del nuovo, un cambiamento che da lì a un secolo l'avrebbe travolto, incurante del suo glorioso passato. Su quella strategica altura, infatti, la storia ha fatto un cambio di passo per rompere con la tradizione - proprio come farebbe un maratoneta negli ultimi chilometri per staccare gli avversari innescando un processo che ha sradicato in una manciata di lustri un ordine vecchio di mille anni per trapiantarlo in un nuovo racconto. Qui è avvenuta la prima grande e coraggiosa rottamazione politica europea, perché il castrum castrum,, simbolo difensivo della civiltà romana, ha prima respinto e poi incluso la barbarie, espressione dell'ignoto. Calato il sipario sull’Impero Romano d’Occidente, le mura del Seprio ospitarono i Goti che a loro volta, come se non avessero imparato nulla da chi li aveva preceduti, ne rinforzarono


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le strutture difensive. Nel periodo longobardo Castelseprio mantenne la sua funzione prevalentemente militare. Alle sue porte però continuarono a bussare con insistenza gli abitanti dei villaggi vicini perché, nonostante il volto del potere fosse cambiato, vedevano nell’autorità del Seprio un simbolo, un punto di riferimento per la vita sociale, economica e religiosa. Un ciclo d’affreschi altomedioevali Castelseprio nel 2011, insieme alla cittadella fortificata di Torba, è stato riconosciuto dall'Unesco Patrimonio Mondiale dell'umanità, perché quelle rovine sono una delle impronte più importanti lasciate dai Longobardi, segno di un potere che ha attraversato l’Italia da nord a sud, da Cividale del Friuli fino al Gargano, in Puglia. Nella motivazione viene citata esplicitamente la chiesa di Santa Maria foris portas, edificata, appunto, fuori dal perimetro del castrum dove si sviluppò un borgo medievale. Architettura militare e costruzioni religiose, spada e crocifisso, erano le leve che il potere di allora aveva usato per gestire la transizione millenaria e quella chiesetta, posta ai margini dell’area è il luogo che più di altri ha custodito tra le sue mura le tracce di quella mutazione culturale. Santa Maria foris portas con il suo ciclo di affreschi di origine bizantina, tra i più importanti del medioevo, era dunque una cerniera tra vecchio e nuovo ordine. Un’originale enclave orientale in terra longobarda, fortemente voluta e non semplicemente tollerata, perché quelli che un tempo erano stati invasori, avevano capito che per sopravvivere occorreva mutare la propria cultura, a partire dalla religione. Adattarsi quindi non bastava, così come non era bastato creare linee difensive sempre più fortificate. Le storie raccontate negli affreschi da uno sconosciuto e superbo artista sono tratte dai vangeli apocrifi e riguardano l’infanzia

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Castelseprio I Longobardi in Italia. I luoghi del potere (568-774 d.C.) TIPOLOGIA /typology: parco archeologico, parco naturale, architettura religiosa, insediamento fortificato, esposizione archaeological park, nature park, religious architecture, fortified settlement, exposure

ARCO CRONOLOGICO/chronological period: età del bronzo, età romana, alto-medioevo, basso medioevo, rinascimento Bronze Age, Roman era, high - Middle Ages, Middle Ages, Renaissance

PATRIMONIO UNESCO/world heritage: 2011

Castelseprio - Gornate Olona (VA) www.unescovarese.com

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di Gesù, quasi a voler convincere i nuovi arrivati che dentro quel racconto, importato da terre lontane, ci fosse un pezzo del loro destino. Un tentativo di melting pot ante litteram litteram.. È come se con i suoi affreschi Santa Maria foris portas cercasse di parlare agli invasori germanici per condurli pacificamente verso la conversione al cattolicesimo, in un momento dove l’eresia ariana faceva proseliti ed alimentava feroci lotte intestine. La mano ignota che li ha dipinti ha scelto l’abside e il rovescio dell’arco trionfale ispirandosi al vangelo di san Giacomo scritto in Egitto, il più antico tra gli apocrifi. C’è una tale raffinatezza nella lettura dell’autore, così inusuale negli affreschi dell’alto medioevo, da rendere Santa Maria foris portas un esempio unico che non ha paragoni in Italia e forse nemmeno in tutto il Vecchio Continente. La luce che illumina la scena nell’Andata a Betlemme, la scelta dei colori, tra cui il blu, il movimento così naturale dell’asinello che pare avanzare sulla parete, la perfezione dei particolari

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sono degni di un grande maestro del quale però non si conosce nulla, se non che è nato almeno quattro secoli prima del sublime Giotto. Un tesoro svelato L’antica pieve fu risparmiata due volte: prima, da Ottone Visconti che, essendo uomo di Chiesa, non poteva permettere la distruzione di un avamposto della cristianità, seppur ispirato alla mistica orientale; dopo, dalla mano inconsapevole di un aiutante di bottega che nel XV secolo, su quel capolavoro artistico, ci piazzò uno spesso intonaco, permettendo così agli affreschi di arrivare in condizioni accettabili fino ai giorni nostri. E fu solo nel 1944, quando fu scoperto durante i lavori di restauro della chiesetta, che quel grande capolavoro, rimasto disperso per mille anni in un bosco di Lombardia, ricominciò a parlare ai barbari di tutto il mondo.

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A Bridge between Latin Culture and Byzantine

If you want peace, get ready for war. In the fourth century AD, for the Romans, preparing for war meant putting up a barrier close to the Alps to block movement from the north, specifically to stop the Germanic invasions. When the Empire’s militias arrived in Sibrium (Seprio), they decided that that silent overlook, immersed in a green sea of broad-leaf plants and looking out over the valley of the Olona River, was the place they had been looking for to complete their line of defence north of Milan, together with Como and Novara. To get to the heart of the Empire, therefore, it was necessary to pass from that natural valley, a junction between northern Europe and the Po Valley, which opened to road towards Milan, at the time already the capital of the Empire. A static line of defence against the dynamic movement of the barbarian invaders. The story of a millenary empire with feet of clay against the nomadic liquidity of the northern populations. The castrum was the extreme and useless reaction to a call that the vast Roman Empire, by then in its death throes, no longer knew how to answer. Castelseprio needed to bear the first wave. Resist the first , most violent blow, the one that transforms simple soldiers, waiting for reinforcements who will never arrive, into heroes for all of eternity. A vocation for extreme defence that it would maintain in alternating phases for nine centuries, until when, in 1287, Ottone Visconti, Lord of Milan, decided to destroy it along with an order to never rebuild it again, to deliver it definitively to the silence of the forest and the narrative of historians. At the centre of business Even before the arrival of the Lombards—a population led by kings with obscure names, like Alboin, Agilulf and Rothari—Castelseprio had developed a civil life in the villages built in the environs of the outpost. In times of peace, they traded with the livestock merchants

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headed towards Milan and, in times of war, with the soldiers camped in the clearing. And when a problem cropped up, there was always a Byzantine ‘magister militum’ ready to have his say. All that was known of the frequent arrivals of the barbarian populations, who came down from the Germanic plains of the Elbe, were the pillaging and the violence, the most obvious part, the one most feared. While the deeper meaning was ignored, the one tied to an imperial identity that was at the time in full decline. And the remaining stones of this citadel, by now a phantom, speak specifically of that epoch-changing passage that, starting in the fifth century, would be the dominant feature of the new empire. Mighty walls and unique places of worship The geometric remains preserved at the archaeological site, stumps of mighty walls and unique places of worship, are extraordinary testimony to the extreme attempt of the ruling power at the time to avoid the arrival of the new, a change that one century later would sweep it away, indifferent to its glorious past. On that strategic rise, in fact, history changed its pace, breaking with tradition—just like a marathon runner would do in the final kilometres to break free from his or her rivals—triggering a process that in just a few lustrums uprooted a thousand-year-old order to transplant it into a new tale. This was the site of the first great, daring European political scrapping, since the castrum, the symbol of defence in Roman civilisation, had first driven back and then contained barbarism, expression of the unknown. When the curtain was lowered on the Western Roman Empire, the walls of Seprio hosted the Goths, who in turn, as if having learnt nothing from those who had come before them, reinforced its defence structures. During the Lombard period, Castelseprio maintained its predominantly military function. The inhabitants of the nearby villages continued to persistently knock on its gates, however, even


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though the face of power had changed, seeing the authority of Seprio as a symbol, a reference point for social, economic and religious life. An early medieval fresco cycle In 2011, Castelseprio, together with the Torba Tower, was recognised as a UNESCO World Heritage Site, because those ruins are one of the most important imprints left by the Lombards, a sign of a power that crossed Italy from north to south, from Cividale del Friuli all the way to Gargano, in Puglia. The grounds for this recognition specifically cite the church of Santa Maria Foris Portas, built, as its name indicates, outside the perimeter of the castrum where a medieval village formed. Military architecture and religious buildings, the sword and the cross, were the levers that the ruling power at the time used to manage the millenary transition and that little church, built at the edge of the area, is the place that has best preserved between its walls the traces of that cultural transformation. Santa Maria Foris Portas, with its cycle of frescoes of Byzantine origin, among the most important from the Middle Ages, was therefore a hinge between the old order and the new. An original eastern enclave in Lombard territory, very much wanted and not simply tolerated, since those who had once been invaders understood that in order to survive it would be necessary to change their own culture, starting with religion. Adapting was therefore not enough, just as it had not been enough to simply create increasingly fortified lines of defence. The stories told in the frescoes by an unknown but superb artist were drawn from the Apocryphal Gospels and focus on the infancy of Christ, almost as if wanting to convince the new arrivals that within that story, imported from far-off lands, lay a piece of their

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destiny. An attempt at a melting pot ahead of its time. It is as if Santa Maria Foris Portas were trying to speak through its frescoes to the Germanic invaders in order to lead them peacefully towards conversion to Christianity, at a time when Aryan heresy was making converts and feeding fierce civil conflicts. The unknown artist worked on the apse and the underside of the triumphal arch, inspired by the Gospel of James, written in Egypt and the oldest of the Apocrypha. There is such refinement in the interpretation, unusual in early medieval frescoes, as to render Santa Maria Foris Portas a unique example with no parallels in Italy, perhaps not even anywhere on the Old Continent. The light illuminating the scene of the Journey to Bethlehem, the choice of colours, including blue, the stunningly natural movement of the ass who seems to advance across the wall and the perfection of the details are worthy of a great master, about whom, however, we know nothing, except that he was born at least four centuries before the sublime Giotto. A treasure revealed The old parish church has been saved twice: the first time by Ottone Visconti who, being a man of the church, could not permit the destruction of an outpost of Christianity, however inspired it was by Eastern mysticism; the second time by the unknowing hand of a workshop assistant who in the fifteenth century spread a thick layer of intonaco over that artistic masterpiece, thus allowing the frescoes to arrive all the way to the modern period in acceptable condition. And it was only in 1944, when it was discovered in the course of restoration work on the little church, that this great masterpiece, lost for one thousand years in a forest in Lombardy, began once again to speak to barbarians from all over the world.


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I fratelli Castiglioni, ricercatori dell’uomo, alle radici della storia

Alfredo Alfredo e Angelo Castiglioni archeologi / archeologists

di Michele Mancino

I fratelli Castiglioni alla ricerca del trono perduto di Adulis. Se fosse un film, avrebbe questo titolo la nuova avventura dei due etnoarcheologi varesini in Eritrea, nella località portuale sulla costa del Mar Rosso a 50 chilometri da Massaua. In realtà questi straordinari "ricercatori dell'uomo" - così loro si definiscono potrebbero girare un sequel infinito, a partire dalla prima volta in Africa. Correva l'anno 1958, Alfredo e Angelo Castiglioni sono due giovani di appena ventuno anni che, animati da una grande curiosità, vogliono rompere gli argini della loro conoscenza per avvicinarsi e comprendere altre culture. Decidono così di mettersi in viaggio in sella a una vespa, attraversano Francia e Spagna, fino allo Stretto di Gibilterra e da lì traghettano le loro vite nel continente che li rapirà per sempre. ««Era Era un'Africa diversa - spiega Angelo -, fatta di piccoli villaggi, con una popolazione complessiva di duecento milioni di abitanti. Oggi ci sono le megalopoli e gli africani sono più di un miliardo. Noi siamo arrivati proprio quando il cambiamento era all'inizio, si usciva dal dominio coloniale per entrare in una nuova fase storica». storica». In ogni epoca c'è una cultura in pericolo, minacciata dal nuovo che avanza, proprio come è accaduto all'Impero Romano che doveva fronteggiare le invasioni delle popolazioni provenienti da nord. E in ogni epoca ci sono delle parole o delle immagini che aiutano chi è chiamato a testimoniare quel momento di passaggio. Per i fratelli Castiglioni, i discorsi di Leopold Sedar Senghor, poeta e politico senegalese, che con un appello accorato invitò gli uomini bianchi ad andare nei villaggi africani per documentare la vita degli anziani, depositari di una cultura millenaria non scritta. “Quando loro moriranno è come se a voi bruciassero tutte le vostre biblioteche” diceva il poeta. Per gli archeologi che lavorarono al sito di Castelseprio, invece, determinanti furono gli affreschi di mano bizantina della chiesa di Santa Maria foris portas. Quel team che indaga nel passato Nella ricerca archeologica per i fratelli Castiglioni la squadra è determinante, perché non ha senso portare alla luce dei reperti se poi non si è in grado di conservarli. Nel sito di Adulis infatti convergono più competenze: quelle del Centro ricerche sul deserto orientale, degli archeologi del museo di Asmara, del

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museo regionale di Massaua e dell'università Cattolica di Milano, dei restauratori del Politecnico di Milano, dell'Università "L'Orientale" di Napoli e dei ricercatori del Laboratorio di geotecnologie per l'archeologia del Cgt dell'università di Siena. Del team fanno parte anche l'economa Laura Masina, figura fondamentale nelle spedizioni, e Serena Massa. Massa. Quest'ultima docente dell'Università Cattolica di Milano ha mosso i primi passi da archeologa proprio nel sito di Castelseprio. ««L'archeologia L'archeologia è in stretto collegamento con altre scienze - spiega la studiosa e va intesa come uno sguardo proiettato verso il futuro, non votato al passato. È importante per la sopravvivenza stessa del pianeta, perché aiuta a recuperare culture e saperi che servono nel presente. Quando studiavo il castrum romano del Seprio, ricordo che l'asse del decumano e quello del cardo seguivano un orientamento preciso (utilizzato anche dal sito di Expo, ndr), e tutto aveva un significato simbolico legato a un orientamento cosmico». cosmico ». «L'archeologia L'archeologia - aggiunge Alfredo Castiglioni - non è staccata dalla vita e non è un esercizio per collezionisti. È una cosa molto concreta che serve a ricostruire l'identità dei paesi». paesi». Secondo Serena Massa, la tensione etica presente in tanti reperti, risalenti anche a 30mila anni fa, non è poi così diversa da quella presente in molte opere d'arte più vicine a noi. ««Tra Tra i ritrovamenti nella grotta tedesca di Hohle Fels c'è anche un flauto in osso spiega la docente universitaria - ed è la testimonianza di una prima forma d'arte. Così come il ritrovamento di una testa d'ascia, che gli inglesi hanno ribattezzato Excalibur, in una grotta sepolcrale nel sito spagnolo di Atapuerca, ha aperto un dibattito sul momento esatto in cui l'uomo ha fatto un primo gesto creativo, un atto rituale e simbolico o, più poeticamente, indica quando è sorta la prima alba dell'anima dell'anima». ». Cerniera tra mondi diversi Come l'antico porto di Adulis per la sua posizione è stato un punto di collegamento tra l'Oriente e il Mediterraneo, così la chiesa di Santa Maria foris portas a Castelseprio, con il suo splendido ciclo di affreschi datato intorno al IX secolo dopo Cristo, ha avuto la funzione di ponte culturale. Una funzione tipica di quei territori che fungono da cerniera tra mondi diversi, in questo caso tra Oriente e Occidente.


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The Castiglioni brothers, searching for humankind at the roots of history The Castiglioni brothers in search of the lost throne of Adulis. If it were a film, that would be the title of the new adventure in Eritrea of the two ethnoarchaeologists from Varese. In reality, these extraordinary ‘seekers of humankind’which is how they define themselves-could film an endless sequel, starting from their first trip to Africa. It was 1958, Alfredo and Angelo Castiglioni had just turned twenty years old and, filled with immense curiosity, wanted to break down the barriers of their knowledge to visit and understand other cultures. Deciding set out on a journey riding a Vespa, they crossed France and Spain, all the way to the Strait of Gibraltar and from there ferried their lives to the continent with which they would remain forever enraptured. ‘It was a different Africa’, explains Angelo, ‘made up of little villages with an

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overall population of 200,000,000 inhabitants. Today there are megalopolises and more than one billion Africans. We arrived right at the beginning of the change, the era of colonial rule was ending and a new phase of history was getting started’. In every age there is a culture in danger, threatened by the imminent new, just as happened to the Roman Empire when it needed to face up to invasion by populations coming from the north. And in every age there are words or images that help those called upon to bear witness to that period of transition. For the archaeologists who worked on the site at Castelseprio, the frescoes by a Byzantine artist in the church of Santa Maria Foris Portas were determinant. For the Castiglioni brothers, the speeches of Léopold Sédar Senghor, the Senegalese poet and politician who in a sorrowful appeal asked westerners to go to African villages to document the life of the elderly, who were the keepers of an unwritten millenary culture. ‘When they die it will be as if all of your libraries were burnt down’, the poet explained. The desert, a treasure trove of testimony It was, however, the Nubian desert that opened up the path to knowledge of the African continent for the two researchers. The same

desert that for the Arabs is ‘the nothingness’, is for the writers of antiquity a treasure trove of testimony to civilisation. ‘After receiving permission from the Sudanese authorities’, explains Alfredo, ‘we started digging. And when you are searching in the desert, you need to know how to observe and have a lot of perseverance, even if archaeology is often the fruit of intuition. Giovanni Belzoni, for example, discovered the entrance to the pyramid of Khafre by sitting at the top of a dune, since its was easier from there to notice accumulations of sand in a precise spot’. Modern technology is a true help to archaeologists, even if intuition, together with deep knowledge of the relevant context, play an important role. ‘In our most recent digs at Adulis in Eritrea’, Angelo adds, ‘critical to our work were the satellite photographs and the contribution from the geotechnology laboratory which made it possible for us to identify anomalies in the terrain that suggested the presence of a stratification. After nearly five years of excavation, during which we removed earth and detritus, you can see the results, which attracted television stations from half the world’. The team that investigates the past For the Castiglioni brothers, the team is


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determinant in archaeological research, since it would make no sense to bring things to light if one is then unable to preserve them. At the Adulis site, in fact, multiple skills converge: those of the Eastern Desert Research Centre, the archaeologists from the museum in Asmara, the regional museum of Massaua and Università Cattolica di Milano, the restorers from the Politecnico di Milano, the Università "L’Orientale" di Napoli and the researchers from the archaeology geotechnology laboratory of the CGT of the Università di Siena. The team also includes the supply officer Laura Masina, fundamental to the expeditions, and Serena Massa. The latter, a professor at the Università Cattolica di Milano, began her career as an archaeologist at the Castelseprio site. ‘Archaeology is closely linked to other sciences’, the scholar explains, ‘and should be understood as a gaze oriented towards the future, not turned towards the past. It is important for the very survival of the planet, because it helps to recover cultures and knowledge that are needed in the present. When I was studying the Roman castrum in Seprio, I remember that the axis of the decumanus and that of the cardo followed a precise orientation (editor’s note: also used at the EXPO site), and everything had a symbolic meaning connected to a cosmic orientation’.

‘Archaeology’, adds Alfredo Castiglioni, ‘is not detached from life and is not an activity for collectors. It is a very concrete activity used to reconstruct the identity of countries’. The fact that they are ethnologists and so know the customs of many African populations has helped the two brothers to interpret important discoveries like some graffiti discovered in Libya. ‘There is one’, explains Angelo Castiglioni, ‘of a man underneath an elephant, the animal is completely twisted, and the man is holding a sharp pole under its stomach. Archaeologists would not be able to explain this image without knowing the wily hunting techniques of the pygmies’. According to Serena Massa, the ethical tension in many finds, dating to even 30,000 years ago, is not so different than that found in many works of art made closer to our own time. ‘Among the finds in the German cave of Hohle Fels, there is even a bone flute’, the professor explains, ‘and it is evidence of an early art form. Just as the discovery of a hatchet head, which the English named Excalibur, in a burial cave at the Spanish site of Atapuerca, opened up the debate about when exactly humankind made its first creative gesture, a ritual or symbolic act or, more poetically, it indicates when the first dawn of the soul arose’.

A hinge between different worlds The church of Santa Maria Foris Portas in Castelseprio, with its splendid fresco cycle, dated to around the ninth century AD, also functioned as a cultural bridge, typical of territories serving as a hinge between different worlds, in this case between East and West. The ancient port of Adulis, on the coast of the Red Sea fifty kilometres from Massawa, was also, due to its position, a point of connection between the East and the Mediterranean. In fact, the Incense Route passed from there and it was a centre for the trade of materials and spices destined for the homes of patrician Roman families. Thanks to the port, both the city and the entire kingdom of Aksum flourished, the latter as fundamental for Africa as unknown to the West. As in every self-respecting archaeological mission, that of Adulis involves a mystery, in this case connected to a white marble throne with Greek inscriptions, which is said to have belonged to a member of the Ptolemaic dynasty, and has never been found. ‘Our dream’, concludes Alfredo, ‘is to demonstrate that Adulis is the land of Punt, which is mentioned in the Bible and is where the descendants of Ham, the son of Noah, settled. It would be an epochal discovery’.

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E venne l'acqua che spense il fuoco

P Flav Ph Ph. Flavi Flavio Zulle

Angelo Branduardi

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Pagine di storia scritte nella roccia

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di Linda Terziroli

Oggi a lezione con la preistoria. Ad apertura di libro, sfogliare le primissime pagine: “Triassico Medio”, tra 245 e 230 milioni di anni fa, all’incirca. Esiste un luogo che, meglio di un manuale di storia, ci permette di tornare indietro nel tempo. Non è fantascienza, nessuna macchina del tempo. Certo: occorre una semplice automobile per raggiungerlo. È il Monte San Giorgio, 1097 metri di altezza, tra i rami meridionali del Lago di Lugano, un monte, a cavallo tra Canton Ticino e Monte Pravello e Orsa in provincia di Varese, che nasconde, e rivela, straordinarie impronte di civiltà. Una montagna che custodisce un segreto, un autentico tesoro, secondo l’Unesco che, infatti, nel 2003 e nel 2010 (per la parte italiana) l’ha riconosciuto “Patrimonio mondiale dell’Umanità”, per “lo “lo straordinario esempio delle tappe principali della storia della terra, compreso lo sviluppo della vita”. vita”. Il Monte San Giorgio mostra almeno cinque livelli di stratificazione evolutiva, ognuno dei quali può contenere più di un’associazione fossile. Questo fatto ha permesso di studiare l’evoluzione, raccogliendo come Pollicino (ma con maggior fortuna), le preziosissime briciole di storia sul sentiero, all’incontrario, sull'arco di più milioni di anni, di determinati gruppi di organismi. I lunghi - eterni - millenni della Preistoria, così difficili da concepire e così ardui da interpretare, ci fanno fare i conti con il concetto stesso di storia - dal greco ἱστορία istorìa), ), conoscenza ottenuta con l’indagine, il resoconto e (istorìa narrazione dei risultati - e il significato di umanità. Un immenso mare, oggi valli prealpine Preistoria maestra di vita? Anche la preistoria nasce da una ricerca e, come spesso avviene per le grandi scoperte, da un caso o destino: un altro scopo di partenza. Inizialmente il Monte

Monte San Giorgio TIPOLOGIA /typology successione geologica con numerosi livelli fossiliferi a vertebrati marini concentrati nel Triassico Medio geological succession with numerous fossil levels in marine vertebrates concentrated in the Middle Triassic

ARCO CRONOLOGICO/chronological period: Permiano-Cretacico Permian - Cretaceous

PATRIMONIO UNESCO/world heritage: 2003 (Svizzera) e 2010 (Italia)

Clivio/Besano/Viggiù (VA) - Italy, Mendrisio/Brusino Arsizio (CH) - Swiss www.unescovarese.com

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San Giorgio aveva destato interesse soprattutto per l’estrazione di idrocarburi, bitume, al suo interno, ma lo sfruttamento dell’uomo dapprincipio familiare poi industriale, intorno alla metà del XIX secolo, portò al ritrovamento dei primi resti fossili e ai primi scavi paleontologi condotti dall’abate Antonio Stoppani nel 1863, presso Besano. Difficile immaginare che il nostro territorio, le nostre case, strade, i nostri paesi fossero un immenso mare, eppure nella notte dei tempi, nel Triassico Medio appunto, il Monte San Giorgio era ai margini di una vastissima distesa d’acqua, battezzata Tetide, che si estendeva tra Milano e Basilea, verso Est fino all’attuale Cina Meridionale. Questo mare immenso divideva il continente africano a sud

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da quello euroasiatico a nord e la nostra dolce montagna italo elvetica che sorride al Ceresio era, allora, una laguna, un bordo che comunicava con l’ambiente marino costiero, caratterizzato da isolotti e banchi di sabbia fine. In queste particolari condizioni di acque poco profonde, in un clima assai diverso dal nostro, considerato dagli studiosi “subtropicale”, si trovava una ricca e diversificata fauna marina, che viveva in condizioni ideali per una rapida evoluzione e, contemporaneamente per un successivo ottimale “eterno riposo”. Nei musei l’anima della montagna L’anima della montagna, la sua bellezza affascinante è raccolta


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nei musei locali paleontologi di Besano, Meride e in quello naturalistico di Clivio. Le acque di Tetide erano solcate, terribile pensiero, da un antenato del barrracuda, il Saurichthys, un grande predatore, mentre il rettile più famoso del monte San Giorgio è il temibile Ceresiosaurus, lungo all’incirca 2,5 metri. La conservazione di questi “mostri” come degli esemplari fossili, sul fondale della “laguna” rende il Monte San Giorgio uno dei più straordinari giacimenti di fossili al mondo, grazie a decine di migliaia di reperti, attribuiti a circa ottanta specie di pesci, ad una trentina di specie di rettili, invertebrati e piante, a volte rari, se non unici al mondo, che si scoprono a ben sei distinti livelli che permettono, come una scala a pioli, di

percorrere il cammino dentro la caverna platonica, alla ricerca, alla scoperta, della civiltà. Se oggi percorriamo i sentieri del Monte San Giorgio è quasi impossibile non essere rapiti dalla sacralità di questa montagna, di una bellezza paesaggistica indubbia, ma ammantata da un sussurro che rimanda al grande mistero della storia della terra e dell’uomo, attraverso pagine e pagine scritte nella roccia, nel calcare e nella terra, che calpestiamo per guardare oltre, senza accorgerci, senza vedere sotto i nostri piedi.

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Pages of History Written in the Rock Today, a prehistory lesson. Open the book, turn to the first pages: ‘Middle Triassic Epoch’, between 245 and 230 million years ago, more or less. There is a place that, better than a history book, lets us go back in time. It isn’t science fiction, there is no time machine. Although you do need a car to get there. This place is Monte San Giorgio, 1,097 metres high, between the southern branches of Lake Lugano, a mountain, straddling Canton Ticino and Monte Pravello and Orsa in the province of Varese, that conceals, and reveals, extraordinary imprints of civilisation. A mountain that guards a secret, a true treasure, according to UNESCO, which in 2003 and in 2010 (on the latter date, the Italian part) recognised it as a ‘World Heritage Site’, as ‘an extraordinary example of the principle stages of the history of the earth, including the development of life’. Monte San Giorgio has at least five levels of evolutionary stratifications, each of which can contain more than one fossil association. This circumstance has made it possible to study

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evolution, collecting like Hop-o’-My-Thumb (but with better luck) the precious crumbs of history along the path of particular groups of organisms, in reverse order and over an arc of millions of years. The long-eternal-millennia of prehistory, so difficult to conceive and so arduous to interpret, compel us to reckon with the very concept of history - from the Greek ἱστορία (istorìa), knowledge obtained through investigation, report and narration of the results - and the meaning of humanity. An immense sea, today Prealpine valleys Prehistory, teacher of life? Even prehistory emerges from research and, as is often the case with major discoveries, from an accident or by chance, while working towards an entirely different purpose. Initially, Monte San Giorgio was of interest above all for the extraction of hydrocarbons, bitumen, but, around the middle of the nineteenth century, this exploitation, at first on a family scale, then industrial, led to the discovery of the first fossil remains and the first paleontological excavations led by Abbott Antonio Stoppani in 1863, near Besano. Especially for those of us who live here, it is


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difficult to imagine that this territory, our houses and roads, our towns were once an immense sea, however far back in the mists of time, specifically, in the Middle Triassic Epoch. Monte San Giorgio was at the edge of an extremely vast body of water, the Tethys Sea, which extended between Milan and Basel, towards the east up to

the nature museum of Clivio. The waters of Tethys were ploughed, horrible thought, by an ancestor of the barracuda, the Saurichthys, a large predator, while the most famous reptile of Monte San Giorgio is the fearsome Ceresiosaurus, around two and a half metres long. The preservation of these ‘monsters’ as fossil exemplars, on the

what is today southern China. This immense sea divided the African continent to the south from the European-Asian one to the north, and our gentle Italian-Swiss mountain, which smiles at Ceresio (Lake Lugano), was a lagoon at the time, a border that communicated with the coast, characterised by little islands and banks of fine sand. These particular shallow water conditions, in a climate quite different from our own and considered by scholars ‘subtropical’, were home to a rich diversity of marine fauna, which lived in ideal conditions for rapid evolution and, at the same time, for an optimal subsequent ‘eternal sleep’.

floor of the ‘lagoon’, makes Monte San Giorgio one of the most extraordinary fossil deposits in the world, thanks to tens of thousands of finds, attributed to around eighty species of fish, around thirty species of reptiles, invertebrates and plants, sometimes rare if not unique in the world, which have been discovered at no fewer than six distinct levels that make it possible, like a ladder, to travel the path inside Plato’s cave, searching for, towards the discovery of, civilisation. Today, walking along the trails of Monte San Giorgio, it is almost impossible to not be entranced by the sacredness of this mountain, which is of undoubted natural beauty, however enveloped by a whisper that traces back to the great mystery of the history of the earth and of humankind, through pages and pages written in the rock, limestone and earth, which we walk upon to look beyond, without realising it, without seeing what is below our feet.

In the museums, the soul of the mountain The soul of the mountain, its fascinating beauty, is preserved in the local paleontological museums in Besano and Meride and in

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Quel misterioso Besanosauro

un’occasione per entrare in contatto con

Un immenso mare abitato da dinosauri, anzi

alla meravigliosa e affascinante storia che

ittiosauri, ovvero pesci-rettili dalle grandi

dall’epoca dei dinosauri conduce, attraverso

dimensioni. Il Monte San Giorgio, presso

lunghe ere, pagine di evoluzione, fino

l’anfratto del Sasso Caldo, non molti anni

all’epoca degli esseri umani che prelude alla

fa, nella primavera del 1993, ha regalato,

vita dell’uomo.

alla modernità, un mistero molto antico,

Accanto al celebre Besanosaurus, ancor

una sorprendente forma di vita che anche

prima di “lei”, è stato rinvenuto anche un

la nostra più fervida fantasia non avrebbe

curioso rettile estinto coevo: si tratta del

saputo creare e che continua a far sognare,

“Ticinosuchus ferox” che potrebbe, per i

non solo gli appassionati di Jurassic Park.

profani, essere considerato un antenato

È

“Besanosaurus

del coccodrillo e il cui nome ci ricorda

Leptorhunchus” - da Cristiano Dal Sasso

un’indole tutt’altro che mite. A differenza

e Giovanni Pinna, che lo attribuirono alla

del Besanosauro, il “Ticinosuco feroce”

famiglia

perché

aveva una testa voluminosa, denti affilati,

rinvenuto a Besano, in provincia di Varese, e

ricurvi e seghettati, zampe slanciate e una

perché questa enorme “lucertola” aveva un

lunga coda, sul dorso non certo un vello

caratteristico becco sottile. Si nutriva, infatti,

da accarezzare, ma una doppia fila di

con probabilità, di animali che vivevano sul

placche ossee e

fondale, quali vermi, molluschi e crostacei,

affilati e crudeli. La lunghezza di due

più facili da reperire perché prediligeva

metri e mezzo non deve trarre in inganno,

acque poco profonde, non dotata, come

secondo gli studiosi si tratta del più grande

ad esempio delfini, delle pinne per nuotare

predatore terrestre del suo ambiente: rapido

in acque profonde; il suo moto potrebbe

e aggressivo, grazie al collo allungato

essere paragonato a quello serpeggiante di

probabilmente era in grado di scuotere le

una murena.

sue prede, dilaniandole alla stregua dei

Si tratta di un esemplare femminile, vissuto,

suoi moderni discendenti, i coccodrilli. Il

nel Triassico Medio, circa 242 milioni di anni

suo ritrovamento, sempre nel sorprendente

fa e, per giunta, in dolce attesa: di quattro

bacino fossilifero del Monte San Giorgio,

“piccoli” besanosauri. Lunga quasi sei metri,

versante elvetico, risale al 1933, ma la sua

gli studiosi ipotizzano un peso di mezza

descrizione è stata di decenni successiva,

tonnellata all’incirca. Il ritrovamento, come

grazie a Bernard Krebs, e nel 1978 un nuovo

talvolta accade, un racconto nel racconto

esemplare, all’interno delle ricchissime terre

svela uno dei tanti misteri della creazione

di Besano, veri e propri giacimenti sotto

e dell’evoluzione. Il Besanosauro, così

questo aspetto, è stato ritrovato.

come era vissuto nel grande mare Tetide,

La ferocia del Ticinosuchus forse non

similmente è stato ritrovato completamente

manca di intimorire ancora oggi, tanto che

immerso nella roccia del Monte San Giorgio;

gli studiosi, che curiosamente, sembrano

perciò solo la pazienza antica e la moderna

meno

tecnologia dei raggi X, attraverso centinaia

preferendogli il misterioso Besanosaurus,

di scatti, hanno permesso di individuarne lo

la cui antica presenza nei luoghi che oggi

scheletro. E in un fossile il guizzo dell’esistenza

abitiamo non è una favolosa leggenda, ma

è immortalato proprio come una fotografia

un’affascinante realtà.

stato

battezzato

degli

Shastasauridi

-

e l’interpretazione di quest’immagine è

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epoche remotissime, in cui la terra non era come la vediamo oggi, esistevano specie ormai estinte e nessun piede umano aveva ancora lasciato la sua impronta. Mentre gli studiosi si interrogano sugli anelli mancanti, inanellando anche questo pesce rettile

attratti

artigli pericolosamente

da

questo

ferocissimo,


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That Mysterious Besanosaurus

now extinct lived and no human foot had yet left its print. While scholars ask questions about the missing links, adding this marine reptile to the amazing and fascinating history of the age of dinosaurs leads, through long epochs, pages of evolution, up to the age of human beings that presaged human life.

An immense sea inhabited by dinosaurs, or

Next to the celebrated Besanosaurus was

rather ichthyosaurs, large marine reptiles.

found, earlier, a curious extinct contemporary

Not so very long ago, relatively speaking,

reptile, the ‘Ticinosuchus ferox’, which might,

in spring 1993, Monte San Giorgio, near the

for the layman, be considered an ancestor

narrow gorge called Sasso Caldo, revealed

of the crocodile, and whose name points to

an ancient mystery to modern civilisation, a

an anything but mild disposition. Unlike the

surprising life form that even the most lively

Besanosaurus, the ‘Ticinosuchus ferox’ had

imagination would be able to invent and that

a large head, sharp, curved, serrated teeth,

continues to make us dream - and not only

slender legs and a long tail. On its back,

those of us passionate about Jurassic Park.

rather than fur for petting, a double row of

It was named ‘Besanosaurus Leptorhunchus

bony plates and, to finish, dangerously

- by Cristiano Dal Sasso and Giovanni

sharp, cruel claws. Do not be deceived by

Pinna, who attribute it to the Shastasauridae

its length of two and a half metres, scholars

family - because it was found in Besano, in

say that it was the largest land predator in its

the province of Varese, and because this

environment: fast and aggressive, thanks

enormous ‘lizard’ had a distinctive narrow

to its long neck it was probably capable of

snout. It probably nourished itself on animals

shaking its prey, tearing it to pieces like its

living on the sea floor, including worms,

modern descendants, the crocodiles. It was

molluscs and crustaceans, easier to find

discovered in the amazing fossil-filled basin

because it preferred shallow waters, lacking,

of Monte San Giorgio, on the Swiss side,

unlike dolphins, fins for swimming in deep

in 1933, but its description came decades

water. Its movement might have been similar

later, thanks to Bernard Krebs, and in 1978 a

to the serpentine slither of a moray eel.

new exemplar was found in the rich area of

The fossil is of a female, which lived during

Besano, which is full of true deposits in this

the Middle Triassic Epoch around 242

respect.

million years ago, and, what’s more, she

The ferocity of the Ticinosuchus might still

was pregnant with four ‘little’ Besanosaurs.

have the power to instil fear today, such that

Almost six metres long, scholars hypothesise

scholars, curiously, seem less drawn to this

that it weighed around half a ton. The find,

savage creature, preferring the mysterious

as sometimes happens, was a story within

Besanosaurus, whose ancient presence in

a story, revealing one of the many mysteries

the places where we live today is not the stuff

of creation and evolution. The Besonosaur,

of fabulous legend, but fascinating reality.

since it lived in the great Tethys Sea, was found completely immersed in the rock of Monte San Giorgio, such that only oldfashioned patience and modern X-ray technology, through hundreds of shots, made it possible to identify the skeleton. And in a fossil, the flicker of life is immortalised like just like a snapshot and the interpretation of this image is an opportunity to make contact with extremely remote times, when the earth was not as we see it today, species that are

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Angelo Branduardi: la bellezza ... quella forma di serena malinconia

Angelo Angelo Branduardi musicista cantautore / musician songwriter

di Linda Terziroli

Non molto lontano dal Monte San Giorgio, da diversi anni ha scelto di vivere, a Brezzo di Bedero, nell’Alta Valcuvia, nel bel mezzo di un bosco, Angelo Branduardi, il menestrello fiabesco dai folti riccioli in lieto disordine, che in verità vive “in centomila posti diversi”, perché il suo è un “lavoro randagio”, sospeso tra leggenda e musica, in uno spartito di concerti che si dipanano per tutta Europa. Ama citare John Wayne, nel film di John Ford: ““casa casa mia è là dove appendo il mio cappello, io che sono abituato ormai da sessant’anni a girare il mondo in lungo e in largo, la stessa sensazione l’ho provata in luoghi simili, in luoghi più brutti, e in luoghi anche molto più belli, sinceramente sinceramente”. ”. Sopra il lago, dove si riflettono i miei gusti Nato a Cuggiono, nella campagna ai margini di Milano, nel 1950, è cresciuto a Genova e, quasi per naturale conseguenza ama il mare, quella distesa d’acqua che, come Tetide, non smette di affascinare: ««ho ho un amore sconfinato per il mare, perché ci ho abitato per tutta l’infanzia e l’adolescenza, mi sono ritrovato in mezzo ai boschi e alle colline, vedendo comunque l’acqua, perché vedo il Lago Maggiore da qui, mi sono trovato in questo luogo che riflette molto i miei gusti. Mi piace il silenzio, la nebbia, ogni tanto ho bisogno di casino anch’io, anche se ne faccio abbastanza quando suono suono». ». Il Varesotto è ammantato di bellezza, il paesaggio prealpino, i laghi, le cime innevate e ineguali del Rosa, ma la bellezza, come per il Monte San Giorgio, è qualcosa di più poetico, sfuggente, qualcosa che ha a che fare con la Sehnsucht, il desiderio d’infinito dei grandi romantici, la nostalgia di qualcosa, quasi una musica, che è inafferrabile, eppure ne percepiamo la struggente eco. Bellezza come pura sorgente di creatività: ««per per me la bellezza assomiglia molto a una forma di serena malinconia, d’altronde i giapponesi traducono la parola “creatività” proprio con

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l’espressione “serena malinconia”. Molto spesso, vivendo nell’Alta Valcuvia in mezzo a un bosco, la mattina presto, vado di là in studio e suono dalle cinque alle nove del mattino. In una situazione indistinta, una dimensione unica, che è molto meglio di quella distinta, di nebbia. Non so se sono sveglio, se sogno, se sono nel dormiveglia. È ancora scuro, quindi il buio malinconicamente avvolge tutto. Succede che poi il cielo si apre, anche il sole sale, comincio a vedere gli alberi, il bosco. Tutto questo mi dà una calma malinconica, che è una grande molla nella creatività. Arriverei addirittura a dire, anche se è un po’ esagerato, che la musica più bella è la musica triste. Quindi per me la bellezza è questo: una forma di serena malinconia, che nella musica poi è molto più pronta che nelle altre forme d’arte, perché la musica è la forma d’arte più astratta che ci sia. Volendo, credendoci, è la forma d’arte più vicina a Dio, che è l’aspetto più astratto che esista esista». ». La musica, come del resto la letteratura, nutre la sua bellezza con lo spaesamento: ««quindi quindi ha una potenza, da un lato, se possiamo definirla musica del tamburo, di transfert, dall’altro, nella musica dell’anima, ha una potenza di estasi. Le due vie che conducono, quella del tamburo e quella dell’anima, evidentemente sono l’una l’opposto dell’altra, ma non è vero, perché perseguono - per due strade completamente diverse - lo stesso fine che è quello dell’estraniamento, quindi per me la bellezza è anche l’estraniamento, cioè non “qui ed ora”, ma in un altro momento, in un altro luogo. Estranea al luogo e al momento». momento ». Qui il mio piccolo Canada La bellezza, dunque, è un richiamo, un’evocazione più che un’essenza che possiamo catturare, un sussurro melodioso e misterioso che parla all’anima, più che agli occhi: ««in in questa zona, tra il Sacro Monte, l’Osservatorio, il Parco del Campo dei Fiori che io chiamo sempre “il mio piccolo Canada” da


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Come le onde del mare, come le onde del mare balla la gente quando suono il mio violino Angelo Branduardi

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molto ho la sensazione di quanto ho detto finora. La bellezza è dunque una suggestione che, in fondo, ha poco a che vedere con il luogo. Una visione che si ha al di là della porta chiusa, è un’uscita dal luogo, dalla persona, nel silenzio, dove l’erba è umida, con la massima discrezione, rigorosamente accostandosi ora ad un fiore ora ad un altro, per sentire i profumi diversi, oppure aspirando per intero tutti i profumi assieme che costituiscono, musicalmente, quello che si definisce “poliarmonia”: non una progressione armonica precisa, ma un insieme di progressioni armoniche armoniche». ». È ancora possibile educare alla bellezza e cercare di proteggerla, salvaguardare questo patrimonio dell’Umanità? «Considero Considero l’ultimo periodo della vita del nostro paese una discesa agli Inferi. Certo, la barbarie in cui siamo caduti deriva proprio dal fatto che non c’è educazione alla bellezza.

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Attraverso le note, si può arrivare ad insegnare ai bambini a suonare un albero, un altopiano, una catena di montagne. Quindi l’educazione alla musica consiste nel fatto di interpretare il contenuto musicale, determinare, nella propria libertà di interpretare che vale quanto la libertà di esprimere, il messaggio. Più il messaggio è difficile, più è difficile la sua interpretazione. Diciamo che la musica è una visione, è vedere. Io vedo, quando suono il violino: colori, immagini, perché sono stato abituato a suonare così fin da quando avevo cinque anni. Questa forma di visione, se insegnata ai bambini dal punto di vista musicale, porta a un’educazione profonda e alla capacità di reagire alle varie differenti musicalità nel modo che uno ritiene più opportuno». opportuno».


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Dalla preistoria la musica come bellezza Sin dalla preistoria, fin da quando l’uomo - o qualcosa che vagamente gli assomigliava - mosse i primi passi su questa terra, percepì il richiamo della bellezza e una delle sue forme più preziose: la musica: «Alla « Alla fiera dell’Est, in una delle sue due parti - quella della filastrocca - è ciò che i musicologi chiamano melodia ad intervallo unico (sono solo due note) ed è una delle forme più primitive di musica. All’alba dei tempi, quando nacque l’uomo, probabilmente nacque il ritmo, e poco dopo nacque la melodia e, molto probabilmente, nacque in questa forma. Ma la forma più semplice è questa, cosiddetta enumerativa. La Fiera dell’est è naïf; nella costruzione musicale odierna l’ingenuità non c’è più, ci sono degli artifizi, ci sono arrangiamenti, in cui la semplicità, che assomiglia al minimalismo, che assomiglia al vuoto, è quello

che si dovrebbe cercare. Però non è detto perché, come dico questo, mi viene in mente che anche la complessità ha una sua logica e può essere riportata. Anche la complessità musicale di Richard Strauss può essere, in effetti, riportata ad una semplicità semplicità». ». Un messaggio in un linguaggio astratto, complesso o semplice, che ha il dono di parlare alle persone che più sembrano semplici e che non lo sono: i bambini che sono, invero, i più adatti a recepire la musica ed essere educati alla bellezza. Continuiamo a camminare lungo i sentieri che portano in cima al San Giorgio, qui dove è possibile - dialogando con il pensiero e con l’occhio, guidati dalla musica - immaginare questo immenso mare, Tetide che solcava tutto, e la vita, marina, terrestre, ritrovata, estratta dal cuore pulsante della Terra.

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Angelo Branduardi: Beauty... A Form of Serene Melancholy Angelo Branduardi has lived for many years not far from Monte San Giorgio, in the middle of a forest in Brezzo di Bedero in Alta Valcuvia. Branduardi, the fabulous minstrel with his signature thick, slightly messy curls, in reality lives in ‘one hundred thousand different places’, because his is a ‘wanderer’s work’, suspended between legend and music, in a score of concerts that unfurl all over Europe. He likes to quote John Wayne, in the film by John Ford: ‘I live where I hang my hat, I’ve been travelling the world far and wide for sixty years by now, and I’ve felt the same way in places that are just the same, places that are worse and places that are much better, truly’. Above the lake, where my tastes are reflected Born in 1950 in Cuggiono, in the countryside outside Milan, he was raised in Genoa and,

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almost as a natural consequence, loves the sea, that vast expanse of water that, like Tethys Sea, never ceases to fascinate: ‘I have a boundless love for the sea, since I lived there for my whole childhood and adolescence, I was in the midst of the forests and hills, but I saw the water anyway, since I can see Lake Maggiore from here, I found myself in this place that strongly reflects my tastes. I like the silence, the fog, sometimes even I need a bit of ruckus, although I make enough of it when I play. The Varesotto is enveloped in beauty, the Prealpine landscape, the lakes, the snowcapped, peerless peaks of Monte Rosa, but the beauty, as is the case with Monte San Giorgio, is more poetic, fleeting, something to do with Sehnsucht, the desire for infinity felt by the great Romantics, a nostalgia for something, almost a kind of music, it is elusive, and yet we can perceive its poignant echo. Beauty as a pure source of creativity: ‘for me, beauty has a strong resemblance to a kind of serene melancholy, and in fact the Japanese translate the word ‘creativity’ with just that same phrase, ‘serene melancholy’. Very often, living in Alta Valcuvia, in the middle of a forest, I go to the studio early in the morning and play from five until nine o’clock in the morning. In

an unclear situation, a unique dimension, which is much better than the clear one, of fog. I don’t know if I am awake or dreaming or drowsing. It is still dark, so the darkness melancholically envelops everything. Then the sky opens up, the sun rises, I start to be able to see the trees, the woods. All of this fills me with a calm melancholy, which is a great motivator for creativity. I would go so far as to say, even if it is a bit of an exaggeration, that the most beautiful music is sad music. So for me, beauty is this: a kind of serene melancholy, which is much more present in music than in other art forms, since music is the most abstract art form that there is. If you wish, believing, it is the art form closest to God, which is the most abstract aspect that exists’. Music, as with literature for that matter, feeds its beauty with disorientation. ‘So it has a power, on the one hand, if we can call it the music of the drum, of transference, of the other, and on the other hand, in the music of the soul, it has a power of ecstasy. The two roads, that of the drum and that of the soul, would seem to be in opposition, but in reality, they are not, since they both pursue—along two completely different paths—the same aim, which is estrangement, and so for me beauty is also estrangement, not


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the ‘here and now’ but in a different time, in a different place. Extraneous to the place and time’. This is my little Canada Beauty is therefore a call, an evocation more than an essence that we can capture, a melodious and mysterious whisper that speaks to the soul, more than the eyes: ‘In this area, between the Sacro Monte, the Observatory, the Park of the Campo dei Fiori that I always call “my little Canada”, I have long felt what I just described. Beauty is therefore an evocative power that, at base, has little to do with the place. It is a vision that you get beyond the closed door, you leave the place, the person, in the silence, where the grass is wet, with the greatest discretion, rigorously drawing near first one flower, then another, to smell the different fragrances, or breathing in all at once all of the fragrances that together make up, musically, ‘polyharmony’: it is not a precise harmonic progression, but a group of harmonic progressions’. Is it still possible to teach people about beauty and try to protect it, safeguarding this world heritage? ‘I consider the latest period in the life of our country, Italy, a descent into Hell. Of course, the barbarisms we have fallen into

derive precisely from the fact that beauty is no longer taught. Through musical notes, you can teach children to play a tree, a plateau, a mountain chain. So music education is about interpreting musical content, determining, in one’s freedom to interpret which is worth as much as freedom of expression, the message. The more difficult the message is, the more difficult it is to interpret. Let’s say that music is a vision, it is seeing. I see when I play the violin: colours, images, because I was accustomed to playing that way from when I was five years old. This form of vision, if taught to children from the musical perspective, leads to a profound education and the capacity to react to different musicalities in the way they think best’. From prehistory, music as beauty From prehistoric times, from when humans— or something that vaguely resembled it—took their first steps on this earth, they perceived the call to beauty and one of its most precious forms, music: ‘My album Alla fiera dell’Est, in one of its two parts—the one with the nonsense rhyme—is what musicologists call single interval melody (there are just two notes) and it is one of the most primitive forms of music. At the dawn of time, when humankind emerged,

rhythm probably emerged as well, and shortly after, melody, and most probably, it emerged in this form. But the most simple form is this one, the so-called enumerative. Alla fiera dell’Est is naive; ingenuity is gone from today’s musical structure, there are artifices, arrangements, where simplicity, which resembles minimalism and the void, is what one should be seeking out. But it need not be so, since as I say this, it occurs to me that even complexity has its logic and can be brought back. Even the musical complexity of Richard Strauss can be, indeed, brought back to simplicity’. A message in an abstract language, complex or simple, which has the gift of speaking to people that seem simple but are not: children are, in truth, the best suited to understanding music and being taught about beauty. We keep walking along the trails that lead to the top of San Giorgio, where it is possible—in dialogue with one’s thoughts and the eye, guided by music—to imagine this immense sea, the Tethys, which cut across everything, and life, marine, land, discovered, extracted from the pulsing heart of the Earth.

Like the waves of the sea, people dance like the waves of the sea when I play my violin Angelo Branduardi

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Tra meditazione e gioia, baciati dal Bello di Mario Chiodetti

L’ultimo a essere folgorato sul viale delle Cappelle è stato Wim Wenders, a Varese per la sua mostra “America” accolta nelle magnifiche sale di Villa Panza. Il regista de “Il cielo sopra Berlino” e “Paris Texas” ha voluto visitare il Sacro Monte, dopo di che, da buon tedesco, ha riflettuto a lungo, trovando notevoli punti di contatto tra ciò che ha voluto rappresentare nelle sue fotografie e la naturale teatralità della nostra montagna sacra. Risultato, la donazione al Fai della sua opera “Ground Zero”, cinque enormi stampe accolte nella scuderia piccola della villa di Biumo e ormai in collezione permanente. Il grande cineasta è soltanto l’ultimo di una lunga serie di “supremi dilettanti” - e le sue opere fotografiche lo dimostrano - saliti fino al Santuario soltanto per essere baciati dal Bello, architettonico e naturalistico, perfetta unione di genialità umana e paesaggio, di spiritualità e paganesimo. Qualcosa che invita alla meditazione ma anche alla gioia, al passeggiare senza pensieri come al recitare il rosario, con le quinte di sfondo che mutano in continuazione. Passeggiare con leggerezza Un inno alla leggerezza, nel senso nobile del termine, a rilassarsi respirando l’aria profumata dai fiori del sambuco, oppure a imparare un poco l’arte del Morazzone, di Nuvolone, di Francesco Silva e Paolo Ghianda, di Dionigi Bussola e del metteur en scène Giuseppe Bernascone detto il Mancino, architetto e progettista del complesso. Tutto per diletto, forma di sollazzo ormai quasi sconosciuta. Quante meraviglie si nascondono infatti dietro la bella parola francese amateur amateur,, dilettante, amadore amadore,, per dirla con il Boccaccio. Per passione, per capriccio, o per svago, ci si diletta con le arti belle, ci si sollazza con il gentil sesso, si disserta del paesaggio, di questo o quel pittore.

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Il tutto con leggerezza e voluttà, senza impegno, per puro piacere. In un’epoca di super specialisti e vite programmate, il diletto è un lusso sfrontato, fa capolino e subito sfugge, come un’onda spumeggiante. Il peregrinare in cerca del Bello, ha regalato ai dilettanti molte carte da giocare: racconti di viaggio, diari piccanti, perfino delicate fotografie, che parlano di gioiosi pique-nique,, sguardi maliziosi e vele al vento. pique-nique E il viaggiatore per diletto - chi non ricorda Goethe in giro per l’Italia - diventa piano piano turista, subito sbeffeggiato da Ippolito Nievo: “Reduce “Reduce a bordo, parte/squartando una bistecca. /Venezia dalla Mecca/Ei non distingue affè!”. affè!”. L’immaginario del turista amateur comprendeva tutta una serie di optional: locande e taverne, teatri e camerette d’affitto, ma anche locandiere e ostesse, ballerine e divette. Ma... ma, ogni tanto, la spiritualità prendeva il sopravvento, e i piedi (o il cavallo), guidavano il curioso verso eremi e santuari, generalmente in luogo panoramico, ideale per acquarelli e puntesecche. Il viaggiatore romantico anelava al brivido dei tramonti sui picchi, alla sincera malinconia delle nebbie d’autunno, ai misteri silenziosi di antichi conventi. Tutto ciò lo trovava anche al Sacro Monte sopra Varese, luogo di romitaggio, di pensiero e preghiera, ma anche di profumi silvani, feste popolari, canti e vinello sincero. Il monte era un poco diverso da come siamo abituati a vederlo oggi: noccioli e viti ornavano i pendii, assieme a pochi castagni e faggi, e le cappelle spiccavano da lontano, a ricordare con vivezza il calvario del Cristo e la sua Resurrezione. Varese, la “Versailles di Lombardia”, come scrisse Leopardi alla sorella Paolina, nel 1825, era luogo eletto di villeggiatura per i nobili milanesi e i loro ospiti, scrittori, musici e poeti, gente dal bello spirito e la battuta pronta. Dopo gli ozii in villa, si partiva per il Sacro Monte, un po’ per


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venerare la Madonna, un po’ per bearsi della straordinaria quinta naturale del Rosa e dei laghi lombardi. Chi ci andava con le proprie auguste gambe, e chi invece necessitava di quattro (!) portantini per ascendere al santuario. Il ventre prominente di Domenico Balestrieri, poeta meneghino e gran gaudente, lo costringeva a salire lungo il viale adagiato su cuscini, tra il riso dei passanti. “Da “Da l’oltra part no aveven compassion/Che ai portoeur: Pover marter, ghe diseven,/Staan fresch con quell boccon de manzerlon”, manzerlon”, (D’altra parte non avevano compassione che per i portantini: “poveretti - dicevano riferendosi a loro stanno freschi con quel po’ po’ di manzo). Ma Balestrieri si conforta, e con le bellezze del monte, e con la sicurezza di avere un cervello leggero e pronto in quel suo corpaccione. Quel Stendhal innamorato Galeotto fu, invece, il viale delle Cappelle per Henry Beyle, un giovanotto di 28 anni, francese, innamorato dell’Italia e delle italiane, scrittore a quel tempo sconosciuto e poeta nell’animo. Stendhal capita a Milano nel 1811, folgorato da tremenda passione per la bella Angela Pietragrua, che ha acconsentito a diventare la sua amante il 21 settembre. Data da ricordare e da segnare, non sul palmo della mano ma, licenza poetica, sulle proprie bretelle. Forte di questa certezza, il giovane Beyle il 23 ottobre è a Milano, in cerca di lei. Non la trova in casa, e apprende che l’Angelina è in villeggiatura al Sacro Monte sopra Varese. Giusto due passi, una corsa in diligenza in mezzo alla campagna, con gli occhi che luccicano per la passione e per gli scorci di paesaggio che osserva dalle parti del lago di Varese. Ricordava Aldo Lozito, nel bel volume di Electa, dedicato al sacro Monte sopra Varese, come Stendhal portasse con sé “I canti di Ossian”, lettura ultra romantica e decisamente in tono con l’ansia brulicante che aveva in corpo.

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Sacro Monte di Varese I Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia TIPOLOGIA /typology: bene religioso, parco naturale, architettura religiosa, esposizione religious heritage, nature park, religious architecture, exhibition

ARCO CRONOLOGICO/chronological period: età tardoantica, età medievale e moderna, età contemporanea Late Antiquity, the Middle Ages and the modern, contemporary age

PATRIMONIO UNESCO/world heritage: 2003

Santuario di Santa Maria del Monte - Varese (VA) www.unescovarese.com

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Il giovane amante, e turista dilettante, parte da Varese alle sei del mattino, in groppa a un cavallo piuttosto lento: è troppo impegnato a non farlo scivolare sul selciato del viale delle Cappelle per osservare i tempietti, e alla fine scende e prosegue a piedi. Incontra, destino degli amanti, il marito di Angela che scende e gli fa un cenno gelido con il capo. Però il paesaggio lo avvince, e l’animo del poeta viene fuori, con slancio: ““L’aspet L’aspet du village formé autour de l’eglise de la Madonne est singulier. Le montagnes grandioses”, grandioses”, annota nelle Mémoires d’un touriste. touriste. Poi, potenza dei sentimenti, si allarga, dichiarando che “se “se mai volessi vivere per qualche mese nel seno della natura, mi stabilirei a Sant’Ambrogio, a un miglio da Varese”. Varese”. L’amata, finalmente raggiunta, gli offre, di bollente, soltanto una cioccolata, poi i due passeggiano verso le Pizzelle e, alla fine, Stendhal torna mesto nella sua locanda, il “casino del signor Bellati”. Angela gli impone di partire, teme che i pettegolezzi la compromettano agli occhi della società milanese, e Henry obbedisce, recandosi sul lago Maggiore. Ma il 26 ottobre torna nottetempo al Sacro Monte, in mezzo alla tormenta, in portantina, con le torce che illuminano il sentiero. Tutta fatica sprecata: Angela prima gli manda un biglietto con un appuntamento per mezzanotte, poi, in una seconda lettera, gli dice che non c’è più nulla da fare: “Non “Non è più speranza...”, speranza...”, scrive la bella. Le donne passano, ma i luoghi restano, e così Stendhal salirà ancora diverse volte al Sacro Monte, e nel 1817 unisce due diletti, il canto della celebre Grassini al Sociale di Varese, e la visione dei laghi dal balcone panoramico davanti al Santuario. “Ensemble Ensemble magnifique: au coucher du soleil, nous apercevions sept lacs. Croyez moi, mon ami, on peut courir la France et l’Allemagne sans avoir de ces sensations-là”. sensations-là”. Ecco le gioie della vita per un romantico: la visione fuggitiva del paesaggio, massima espressione del Bello, e la musica di Mozart, ascoltata la sera in chiesa, nell’ombra secolare del Santuario. E il giorno dopo: “Nous “Nous allons pecher du pesce persico (in italiano nel testo) sur le lac de Varese”. Varese”. Senza affanni, in pieno relax, così scorre l’esistenza di un vero amateur, anche se si chiama Stendhal. Le cappelle, bellissime, che incantano Dal Nottinghamshire alla Madonna del Monte il passo, poetico, è breve. A compierlo è Samuel Butler, scrittore e viaggiatore, e autore di un fondamentale “Alps and Sanctuaries of Piedmont and the Canton Ticino”, pubblicato nel 1881. Emulo di Leopardi in quanto a gusti ornitologici, entrambi amavano ascoltare il canto del passero solitario, Butler gira per sacri monti, conosce allegri curati di campagna, si lascia andare a

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solenni bevute e ha il tempo per dedicarsi allo studio del barocco, che lo conquista proprio al Sacro Monte. Da vero anglosassone, il buon Butler cosa annota nella prima parte del suo scritto varesino? Che le pianelle della Madonna, “bellamente disposte sotto il letto” nella Cappella dell’Annunciazione, il catino e la brocca e perfino le scarpe, rappresentavano “tutto quello che Messrs. Heal & Co. fornirebbero per arredare la camera da letto di una signora”. Oltre agli occhi, Mr. Butler mette in funzione anche gli orecchi e registra le espressioni di meraviglia e gli “Oh, bel!”, che i pellegrini varesini si lasciano scappare, nel rimirare le statue delle cappelle. “AA Varese le cappelle stesse, eccezion fatta per il loro contenuto, sono bellissime e si sgranano fresche come un seguito di variazioni di Haendel” Haendel” , scrive incantato. ““La La Disputa tra i Dottori è quella che ci fece maggiore impressione. Qui i vari atteggiamenti dei dottori sono mirabilmente resi. Ce n’è uno, credo che sia stato un ecclesiastico tollerante, abbonato allo “Spectator”, che sorride un poco, a braccia conserte, la testa inclinata da una parte”. parte”. Con una punta di civetteria tutta britannica punzecchia le usanze nostrane, ma c’è subito la lode: “Pare “Pare che gli italiani non possano guardare un posto elevato senza desiderare di metterci qualcosa in cima, e poche volte l’hanno fatto più felicemente che al Sacro Monte di Varese Varese”, ”, scrive Butler. La voce genuina, con sottile malinconia Ma ci piace terminare questo omaggio al Sacro Monte e ai suoi estimatori, con i versi di un grande e nobile dilettante, Speri Della Chiesa Jemoli, poeta bosino, musicista, fotografo e viveur. Girava con la sua macchina a lastre a imprigionare emozioni, e ci ha lasciato immagini di assoluta bellezza, che incorniciava con poesie venate di una malinconia sottile. Ne esce una Varese di genuino sentire, e un Sacro Monte che Speri esplorava nei suoi sogni di fanciullo: “Me Me regordi quand s’eri anmò bagai E che la vita l’era nò rivada Con tutt i sò ingiustizzi e coi sò guai A tirà l’innocenza giò de strada, Che trovavi nagott de pussee bell Del Santuari con i sò Cappell”. Cappell”.


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Between Meditation and Joy, Kissed by Beauty

The most recent to be dazzled on the Viale delle Cappelle was Wim Wenders, who was in Varese for his exhibition ‘America’, set up in the magnificent rooms of Villa Panza. The director of ‘Wings of Desire’ and ‘Paris, Texas’ wanted to visit the Sacro Monte di

unknown. How many wonders are in fact hiding behind that lovely French word amateur, dilettante, amadore, as Boccaccio would say. Out of passion, on a whim or as a diversion, one delights in the fine arts, one entertains oneself with the fair sex, one holds forth on a landscape, by this or that painter. All with lightness and delight, without effort, for sheer pleasure. In an age of superspecialists and planned-out lives, pleasure is an impudent luxury, it peeps out and then immediately scampers away, like a foamy wave. Wandering around in search of

afar, vividly conjuring up Christ’s sufferings and his Resurrection. Varese, the ‘Versailles of Lombardy’, as Leopardi wrote to his sister Paolina, in 1825, was the chosen holiday destination for noble Milanese and their guests, writers, musicians and poets, people with beautiful souls and a quick wit. After the idleness of life at the villa, one set off for the Sacro Monte, a little bit for venerating the Madonna, a little bit for revelling in the extraordinary natural backdrop of Monte Rosa and the Lombardy lakes. There were those who went using their own sturdy legs, and those who instead required four (!)

Varese, after which, as a good German, he reflected at length, finding significant points

Beauty has given dilettantes lots of cards to play: travel narratives, spicy diaries, even

sedan bearers to go up to the sanctuary. The prominent belly of Domenico Balestrieri,

of contact between what he had wanted to represent in his photographs and the natural theatricality of our holy mountain. The result was the donation to FAI of his work ‘Ground Zero’, five enormous prints displayed in the little stable of the Villa di Biumo and now in the permanent collection. The great director is only the most recent in a long series of ‘supreme dilettantes’ and his photographic works show it - who have climbed up to the sanctuary just to be

delicate photographs, which tell of joyful pique-nique, mischievous glances and windfilled sails. And the pleasure traveller - and who does not think of, here, Goethe, travelling around Italy - bit by bit becomes a tourist, immediately mocked by Ippolito Nievo: ‘Back on board, he departs/cutting up a steak. /Venice from Mecca/He makes no distinction in truth!” The world of possibilities for the amateur tourist included a whole series of options: taverns and bars, theatres and rented rooms,

a Milanese poet and great pleasure-seeker, forced him to go up the road resting on cushions, to the laughter of passers-by. ‘Da l’oltra part no aveven compassion/Che ai portoeur: Pover marter, ghe diseven,/Staan fresch con quell boccon de manzerlon’, (For that matter they only had compassion for the sedan bearers: ‘poor guys’, they would say in reference to them, ‘they’ve got another thing coming with that little bit of beef’). But Balestrieri comforted himself with the beauties of the mountain and the certainty of

kissed by beauty, of both the architectural and natural sorts, a perfect union between human brilliance and landscape, between spirituality and paganism. Something that invites meditation, but also joy, taking a walk free of cares, like reciting the rosary, against a continuously changing backdrop.

but also pretty innkeepers and hostesses, dancers and little divas. But ... but, every so often, spirituality got the upper hand, and one’s feet (or horse) led the curious to hermitages and sanctuaries, generally in panoramic spots, perfect for watercolours and dry points. The Romantic traveller yearned for the thrill of sunsets on mountaintops, the sincere melancholy of autumn fog, the silent mysteries of old monasteries. All of this could also be found on the Sacro Monte di Varese, a place of retreat, of thought and of prayer, but also of woodland perfumes, folk festivals, song and authentic, light wine. The mountain was little different from what we are used to seeing today: hazelnut groves and vineyards decorating its slopes, together with a few chestnuts and beeches, and the chapels standing out from

having a light, quick mind in that corpulent body.

Taking a walk, carefree A hymn to lightness, in the noble sense of the word, to relaxing while breathing in air perfumed by elderberry flowers, or while learning, a bit, the art of Morazzone, of Nuvolone, of Francesco Silva and Paolo Ghianda, of Dionigi Bussola and of that metteur en scène Giuseppe Bernascone, called, Il Mancino, the architect and designer of the complex. All for pleasure, a form of entertainment that is by now almost

Stendhal in love Galeotto was, instead the Viale delle Cappelle for Henry Beyle, a young man of twenty-eight, French, in love with Italy and Italian women, a writer at that time still unknown, with a poet’s soul. Stendhal arrived in Milan in 1811, thunderstruck by a tremendous passion for the beautiful Angela Pietragrua, who had agreed to become his lover on 21 September. A date to remember and mark down, not on the palm of one’s hand, but rather, with a bit of poetic license, on one’s suspender straps. Filled with this certainty, the young Beyle was in Milan on 23 October, searching for her. He did not find Angelina at home, discovering that she

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was instead on holiday at the Sacro Monte di Varese. Just a short distance, a determined race through the countryside, eyes bright with passion and the views he could see from parts of Lake Varese. Aldo Lozito recalled, in the lovely volume published by Electa, dedicated to the Sacro Monte di Varese, how Stendhal brought with him the ‘Songs of Ossian’, ultra Romantic reading and decidedly in tune with the teeming anxiety that filled his body. The young lover, and dilettante tourist, left Varese at six in the morning, on the back of a quite slow horse: he was too busy keeping him from slipping on the paving of the Viale delle Cappelle to observe the little temples, and in the end he got off the horse and continued on foot. He ran into, it is the lover’s fate, Angela’s husband, who was coming down and gave him a chilly nod. But the landscape captivated him and the poet’s soul emerged, in a surge: ‘L’aspet du village formé autour de l’eglise de la Madonne est singulier. Le montagnes grandioses’, he noted in his Mémoires d’un touriste. Then, caught up in the potency of his emotions, he expanded his thoughts, declaring that ‘If I ever have the desire to spend a new months in the bosom of nature, I will set myself up in Sant’Ambrogio, one mile from Varese’. His beloved, finally found, offered him, boiling, just a chocolate, then the two walked towards the Pizzelle and, at the end, Stendhal returned to his inn, which belonged to a certain Signor Bellati, in a melancholy state. Angela compelled him to leave, fearing that the gossip would compromise her in the eyes of Milanese society, and Henry obeyed, going to Lake Maggiore. But on 26 October, he returned in a state of torment to the Sacro Monte at night, riding in a sedan, with torches to light the path. All wasted effort: Angela first sent him a note asking him to meet her at midnight, but then, in a second letter, told him that there was nothing more to be done: ‘It is hopeless ...’, the beauty wrote.

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Women come and go, but places remain, and so Stendhal would climb up the Sacro Monte many times more and, in 1817, he united two pleasures, the singing of the celebrated Grassini at the Sociale di Varese, and the vision of the lakes from the panoramic view spot in front of the sanctuary. ‘Ensemble magnifique: au coucher du soleil, nous apercevions sept lacs. Croyez moi, mon ami, on peut courir la France et l’Allemagne sans avoir de ces sensations-là’. These are the joys of life for a Romantic: a fleeting view of the landscape, the maximum expression of Beauty, and the music of Mozart, heard in the evening in a church, in the centuries-old shade of the sanctuary. And the next day: ‘Nous allons pecher du pesce persico (in Italian in the text) sur le lac de Varese”. Worry-free, fully relaxed, such is the life of a true amateur, even if he is called Stendhal.

by the Varese pilgrims, admiring the statues in the chapels. ‘In Varese, the chapels themselves, setting aside their content, are very beautiful, and stretch out fresh as a series of variations by Handel’, he wrote, enchanted. ‘Christ Among the Doctors is the one that leaves the strongest impression. The various poses of the doctors are admirably rendered. There is one, I think he was a tolerant ecclesiastic, a subscriber to the ‘Spectator’, who is smiling a little bit, with folded arms, his head tilted to one side’. With an all-British coquettish barb, he poked fun at Italian customs, but the praise came immediately after: ‘It would seem that Italians cannot look at a high-up place without wanting to stick something on the top, and few times have they done this so successfully as at the Sacro Monte di Varese’, he wrote.

Beautiful chapels, full of enchantment From Nottinghamshire to the Madonna del Monte the poetic leap is short. Samuel Butler, writer, traveller and author of ‘Alps and Sanctuaries of Piedmont and the Canton Ticino’, published in 1881, made that short leap. An emulator of Leopardi in terms of ornithological tastes - both loved listening to the song of the solitary sparrow - Butler visited the holy mountains, met cheerful country curates, let himself go with ritual drinks and had the time to dedicate himself to the study of the Baroque, which conquered him at Sacro Monte. As a true Anglo-Saxon, what did the good Butler make note of in the first part of his writings on Varese? That the Madonna’s slippers, ‘neatly placed under the bed’ in the Chapel of the Annunciation, the basin and jug and even the shoes were ‘everything that Messrs. Heal & Co. would supply for furnishing the bedroom of a lady’. Other than his eyes, Mr Butler put his ears to work, noting the expressions of wonder and the ‘Oh, bel!’ (how lovely!) exclaimed

An authentic voice, filled with subtle melancholy I would like to conclude this homage to the Sacro Monte di Varese and its admirers with the words of a great and noble dilettante, Speri Della Chiesa Jemoli, a Brianza native, musician, photographer and viveur. He travelled around with his camera aiming to capture emotions, and left us images of absolute beauty, which he framed with poems laced with subtle melancholy. What emerges is a Varese of true feeling, and a Sacro Monte that Speri explored in his boyhood dreams: ‘Me regordi quand s’eri anmò bagai E che la vita l’era nò rivada Con tutt i sò ingiustizzi e coi sò guai A tirà l’innocenza giò de strada, Che trovavi nagott de pussee bell Del Santuari con i sò Cappell’.


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Paolo Conte: la poesia è il suo vivere

Paolo Paolo Conte cantautore / songwriter

di Mario Chiodetti

Correva il luglio 1996, caldo e bizzoso, e per tutto il giorno la domanda ricorrente era: ““Canterà Canterà o non canterà? canterà?”. ”. E se venisse il temporale? Il concerto sarebbe annullato o si troverebbe la famosa “alternativa al chiuso”? La gente aspettava fino all’ultimo a salire al Mosè, il caos era totale, Paolo Conte era già a Santa Maria del Monte e stava decidendo il da farsi, assieme ai funzionari del comune. Il cielo minacciava, almeno a vedere i nuvoloni neri che arrivavano dal Campo dei Fiori e i molti lampi in lontananza. La spianata davanti al Montorfano incominciava a riempirsi di intrepidi con ombrello e k-way, c’era la stessa attesa febbrile e chiacchierina che capita di sostenere davanti alla Scala, quando si cerca un posto in piccionaia. Alla fine, Paolo Conte cantò. Tra tuoni, fulmini e scrosci di pioggia, il vento che portava la voce lontano, gli applausi spampanati come rose sotto la bufera. Erano i tempi di “Una faccia in prestito”, con brani come “Un fachiro al cinema”, “Fritz” e “L’incantatrice”, ma Conte incantò con i vecchi capolavori, usciva sul palco da dietro un improvvisato camerino-tendone e subito arrivavano gridi e battimani. L’avvocato di Asti vinceva gli elementi, sembrava giocarvi e perfino il brontolare del cielo faceva musica insieme a lui. Sono trascorsi quasi vent’anni da quella memorabile serata, l’autore di “Un gelato al limon” ritorna in qualche modo nella città giardino in veste di “memorialista”, molto tempo dopo l’incontro sotto il tendone di “Amor di libro”, dove raccontò il suo modo di affrontare la vita, le passioni e i ricordi, l’amore per le storie di Piero Chiara, paragonate alla semplice complessità di un Simenon, la stessa facilità nel descrivere un mondo in poche righe. E se ne sono già andati quattro anni dalla sua ultima venuta a Varese, concerto all’Apollonio e cerimonia di consegna del premio “Le parole della musica”, da parte degli Amici di Piero Chiara e del Club Tenco. A 78 anni, Conte ha gli occhi di un fanciullo curioso, non si muove senza Egle, la donna “dalla bellezza brasiliana” conosciuta nello studio di avvocato, si aggira annusando l’aria, nascondendo la congenita timidezza dietro un sorriso o una smorfia, cercando la voce nella soffitta dei ricordi. Paolo non scrive poesie ma poesia è il suo vivere, ciò che sa

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trasmettere con un accordo, un giro di frase, con quei suoni colorati che trafiggono come il sole d’agosto e non se ne vanno più. Trascinato sul palcoscenico a rappresentare con la sua voce «oscura e nascosta» un immaginario ricchissimo e senza tempo, rimane un uomo che si diverte di più quando sta solo, attento come pochi alla vita semplice di ogni giorno, un “borghese di provincia”, con la passione divorante per il disegno ancor prima della musica. Sacro Monte e memoria, piena di saggezza Gli abbiamo chiesto di ritornare a quella sera del ’96 e di dirci la sua sul Sacro Monte, pur conoscendo il suo agnosticismo e la proverbiale ritrosia a parlare e a scrivere interviste. Con Conte le risposte sono quasi sempre più brevi delle domande, e anche in questo caso Paolo non si smentisce, ma c’è parecchia saggezza e serenità in ciò che dice, e il suo essere poeta della vita lo porta a scoprire aspetti qualche volta preclusi agli uomini normali. Ha qualche ricordo di quel concerto? «Ricordo Ricordo la pioggia, la salita e un pubblico felice di trovarsi in quel luogo che sentiva sacro e di cui andava orgoglioso». orgoglioso». Quale il suo rapporto con la spiritualità? Il Sacro Monte conserva tuttora un fascino unico, è quasi un elogio del tempo lento, la salita lungo il viale delle Cappelle somiglia a un’analisi a tappe dentro sé stessi. «Non Non ho mai condiviso la spiritualità collettiva, mi pare si tratti di sentimento individuale, personale. Possono suscitare spiritualità un vecchio cortile, un angolo tra le colline, il raglio di un asino, un tratto di mare, il profumo del calicanthus in pieno inverno. Da custodire per sé, senza niente condividere. A giudicare dalle sue domande “in odore di santità”, capisco che le mie risposte risultino vagamente pagane pagane». ». Osservando con gli occhi di oggi, epoca in cui trionfano apparenza e superficialità, l’opera di padre Aguggiari, che nel Seicento promosse la costruzione del Sacro Monte di Varese,


Ph. Paolo Valentini

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si rimane colpiti dalla potenza della fede e dalla fiducia infinita nelle capacità dell’uomo. Una lezione dal passato e l’esempio di una religiosità costruttiva e quieta, di meditazione, al contrario di oggi in cui il fanatismo sfocia nella violenza. Cosa ne pensa? «Mi Mi pare centrata la sua definizione di “esempio di una religiosità costruttiva e quieta”. Io, da forestiero, ho rimarcato la dedizione alla salita, un cammino dal lago al cielo cielo». ». Conosce altri sacri monti, Orta o Varallo? È mai salito da turista a quello di Varese? «No, No, ed è davvero un peccato peccato». ». La nostra vita quotidiana si riassume in consumare e digitare, lo spazio per sé stessi, la poesia o il “coltivare il tempo” come si fa con un campo, è sempre minore o nemmeno più ricercato. Il Sacro Monte è un esempio di bellezza universale, forse dal sentimento del Bello occorre ripartire? «Anche Anche qui: cosa saranno mai la “bellezza universale” o “il sentimento del bello” stritolati nella morsa delle mode? Il consumismo non ha arbitri». arbitri». Oggi c’è sempre meno attenzione per la bellezza, per la concretezza. Da quando l’uomo si è allontanato dalla terra (ma questa è una mia personale convinzione, rimpiango la civiltà contadina) ha perso il senso della semplicità e della meraviglia, lo stupirsi di fronte alla potenza della natura e delle sue manifestazioni. Qual è il suo pensiero in proposito? «Vivo Vivo in campagna, sto meglio che in città. Non arrivo all’elogio della vita agreste, ci hanno già pensato Orazio e Celentano, ma non mi sfuggono il profumo del fieno e le luci dei temporali». temporali». I sacri monti sono un esempio di come anche nei piccoli centri si possano costruire monumenti destinati a durare nei secoli. In fondo la provincia è stata e rimane il sale dell’Italia: cosa ne pensa? «L’Italia L’Italia è quasi interamente provincia. Di aree metropolitane ce ne sono poche e anche in fatto di teste pensanti vale più o meno la stessa proporzione». proporzione».

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Paolo Conte: Poetry is his Way of Life It was July 1996, hot and capricious, and the question of the day was: ‘Will he or won’t he sing?’ And if the storm comes? Would the concert be cancelled or would the famous ‘indoor alternative’ be found? People waited until the last minute to climb up to the Moses, it was total chaos. Paolo Conte was already at Santa Maria del Monte and was trying to decide what to do together with the officials from town hall. The sky was threatening, at least so it seemed from the big black clouds coming in from Campo dei Fiori and the frequent lightning flashes in the distance. The flat area in front of the Montorfano started to fill up with intrepid souls with umbrellas and rain jackets, it was the same feverish wait and chatter one finds at La Scala when looking for a seat in the gods. In the end, Paolo Conte sang. Between thunder, lightning and pelting rain, the wind carrying his voice far, the overblown applause like roses in a tempest. Those were the times of ‘Una faccia in prestito’, with songs like ‘Un fachiro al cinema’, ‘Fritz’ and ‘L’incantatrice, but Conte enchanted the crowd with old masterpieces, he came out onto the stage from behind an improvised dressing room/tent, and the shouts and applause broke out instantly. The lawyer from Asti conquered the elements, seeming to play with them and even the grumbling of the sky made music alongside him. Nearly twenty years have passed since that memorable evening, the author of ‘Un gelato al limon’ is returning in some way to the garden city as a ‘writer of memoirs’, long after the encounter under the tent of ‘Amor di libro’, where he talked about his approach to life, his passions and memories, his love for the stories of Piero Chiara, compared to the simple complexity of a Simenon, the same talent for describing a world in just a few lines. And four years have already passed since his last visit to Varese, for a concert at the Apollonio and award ceremony for the ‘Le parole della musica’ prize, from the Amici di Piero Chiara and the Club Tenco. At 78 years old, Conte has the eyes of a boy filled with curiosity, he does not go anywhere without Egle, the ‘donna dalla bellezza brasiliana’ (the Brazilian beauty) whom he met in the law office, he wanders around, smelling the air, hiding his natural shyness behind a smile or a smirk, seeking out the voice in the attic of memories. Paolo does not write poetry, but poetry is his way of life, that which he is able to transmit with a chord, with a turn of phrase, with those colourful sounds that pierce like the August sun and never go away. Dragged onto the stage to represent, with his ‘obscure and hidden voice’ a rich and timeless imagination, he remains a man who enjoys himself more when he is alone, attentive like few others to the simple life of the everyday, a ‘provincial bourgeois’, with a devouring passion for drawing, even more than for music. Sacro Monte and memory, full of wisdom We asked him to go back to that evening in 1996 and share his thoughts about the Sacro Monte di Varese, however aware of his agnosticism and proverbial reluctance to talk and do interviews. With Conte, the answers are almost always shorter than the questions, and here as well, Paolo is true to form, but there is lots of wisdom and serenity in what he says, and

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his being a poet of life leads him to discover things that are sometimes inaccessible to ordinary people. Do you have any particular memories of that concert? ‘I remember the rain, the climb up and an audience happy to be in that holy-feeling place, of which it was proud’. What is your relationship with spirituality? The Sacro Monte still holds a unique fascination, it is almost a commendation of slow time, the long climb up along the Viale delle Cappelle is like a multi-stage, interior selfanalysis. ‘I have never shared in collective spirituality, to me it seems to be a matter of individual, personal feeling. Spirituality can be inspired by an old courtyard, a corner among the hills, the braying of a donkey, a stretch of sea, the fragrance of the calicanthus at the height of winter. It is to be kept to oneself, without anything to share. Judging from your questions ‘in the odour of sanctity’, I understand that my replies are vaguely pagan’. Looking with the eyes of today, an age in which appearances and superficiality triumph, at the work of Father Aguggiardi, who was behind the building of the Sacro Monte di Varese in the seventeenth century, one is struck by the power of faith and infinite trust in the abilities of humankind. A lesson from the past and an example of a constructive, quiet, meditative religiosity, in contrast to the present day, where fanaticism leads to violence. What are your thoughts about this? ‘I think that your definition, “an example of a constructive, quiet, religiosity”, is spot on. I, as an outsider, noticed the dedication to the climb upwards, a walk from the lake to the sky’. Are you familiar with other holy mountains, Orta or Varallo? Have you ever visited the one in Varese as a tourist? ‘No, and it is really a shame’. Our everyday lives are summed up in consumption and typing text, space for ourselves, poetry and ‘cultivating time’ as one did in the past, is steadily decreasing or not even sought out. The Sacro Monte is an example of universal beauty, perhaps one needs to restart from the sentiment of Beauty? ‘Here as well: what could ‘universal beauty’ or ‘the sentiment of beauty’ possibly be, crushed in the grip of changing fashions? Consumerism has no arbiters’. Today, there is increasingly less attention paid to beauty, to concreteness. Since humankind distanced itself from the earth (but this is my own belief, I look back with nostalgia on peasant civilisation), it has lost its sense of simplicity and wonder, of being amazed before the power of nature and its manifestations. What are your thoughts in this regard? ‘I live in the countryside, I am happier there than in the city. I don’t go so far as praise for the rural life, Horace and Celentano have already seen to that, but the fragrance of hay and the flashing lights of storms do not escape me’. The holy mountains are an example of how even small towns can build monuments that last for centuries. At base, the provinces have been and remain the salt of Italy: what do you think of this? ‘Italy is almost entirely province. There are very few metropolitan areas and when it comes to thinking beings, one also finds more or less the same ratio’.

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Nel cuore della civiltà lacustre di Michele Mancino

Visto dall'alto, sembra un grumo di terra, spremuto e vivo, lasciato cadere abbastanza lontano dalla terraferma da meritarsi la definizione di isola, anzi, “isolino”, a causa delle sue piccole dimensioni. Poco meno di un ettaro di terra dove la fitta vegetazione rivela un'anima generosa in grado di accogliere fin dalle origini qualsiasi spora e seme, come oggi accoglie maestose piante di rovere, leggiadri ontani e ombrosi salici. E anche quando la terra finisce, ci pensa l'acqua, meglio di un campo, ad accogliere la vita sulla sua superficie. In estate l'azzurro del lago, colonizzato dai fiori di loto, diventa un quadro impressionista, un ponte di bellezza che ricollega l'isolino alla costa, come un figlio perduto ritorna nelle braccia della madre. Una terra promessa, cinquemila anni fa Ai primi esseri umani che lo videro cinquemila anni fa, deve essere sembrata una terra promessa, circondata da una distesa d'acqua placida e pescosa, allietata dal canto di folaghe, tuffetti e svassi, facilmente navigabile anche con semplici tronchi scavati e collegata da un reticolo di vie alle altre comunità che avevano scelto la terra dei laghi come dimora. C'è stato un tempo in cui gli uomini erano facili prede di lupi e orsi e l'isolino, luogo semplice da controllare, era un rifugio sicuro. Un triangolo di terra umida reso confortevole dall'ingegno dell'uomo che qui ha costruito le prime palafitte, piccole villette sospese sull'acqua, con il pavimento ricoperto da un morbido letto di argilla poggiato su una fitta rete di pali di legno a loro volta conficcati sul fondo del lago, con vista panoramica sul Monte Rosa, immanente vetta imbiancata che abbraccia lo specchio d'acqua con gelido ma immutato affetto. E quando il cielo cupo non permette allo sguardo di avere un orizzonte così maestoso, gli uomini delle palafitte potevano volgere i loro occhi al rassicurante massiccio del Campo dei Fiori, vicino di casa discreto che con le verdissime rughe del suo profilo sembra volersi precipitare, come un assetato ingordo d'acqua, in questa vasca naturale scavata dai ghiacciai, da tempo in fuga verso nord. Il limite incerto della pianura qui non esiste, se non nei giorni di nebbia quando le rive del lago si confondono con il cielo, mischiando gli elementi in nuove forme capaci di far perdere l'orientamento anche agli aironi cenerini. In questo angolo di paradiso ha dunque pulsato il cuore di una delle più importanti

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Isolino Virginia Siti palafitticoli preistorici dell'arco alpino Biandronno (VA) TIPOLOGIA /typology: sito palafitticolo, parco archeologico, parco naturale, esposizione dwelling site, archaeological park, nature reserve, exhibition

ARCO CRONOLOGICO/chronological period: Neolitico, età del Rame, età del Bronzo Neolithic, Copper Age, Bronze Age

Bodio Lomnago e Cadrezzate (VA) TIPOLOGIA /typology: sito palafitticolo dwelling site

ARCO CRONOLOGICO/chronological period: Età del Bronzo Bronze Age

PATRIMONIO UNESCO/world heritage: 2011

Biandronno, Bodio L., Cadreazzate (VA) www.unescovarese.com

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civiltà lacustri del Vecchio Continente risalente al neolitico e proseguita ben oltre l'età del bronzo. Una storia che nemmeno l'Unesco ha potuto ignorare riconoscendo che la bellezza intravista da quegli uomini primitivi meritava di essere ricordata dall'umanità intera. L’annuncio del 1863 L'annuncio del ritrovamento del sito archeologico venne fatto dall'abate Antonio Stoppani il 31 maggio del 1863. L'Italia, appena unita, e gli italiani, popolo nascente, avevano così la possibilità di fare conoscenza con alcuni dei loro parenti più stretti. Quel giorno di maggio, ad ascoltare questo Indiana Jones in abito talare, c'erano i componenti dell'assemblea della Società italiana di scienze naturali di Milano che rimasero rapiti dal suo racconto ricco di minuziosi particolari sugli straordinari ritrovamenti fatti nelle acque che lambiscono la sponda di Biandronno. Il fondo del lago anziché corrompere aveva custodito gelosamente la memoria dei nostri antenati in attesa che qualcuno la svelasse al mondo. Il rinvenimento di utensili di ferro, ami e arpioni in osso, vasi in terracotta, resti di palafitte e imbarcazioni erano le tessere

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di un mosaico che raccontava la quotidianità di una civiltà ricca e, fino ad allora, sconosciuta. Quegli uomini avevano scelto l'isolino non solo per sfamarsi e proteggersi, ma anche per mettersi più facilmente in contatto e commerciare con le popolazioni che stavano nelle regioni del San Gottardo in Svizzera. Una vocazione all'internazionalizzazione, direbbero con enfasi gli economisti. Forse era solo una semplice aspirazione che nei millenni a seguire deve aver modellato i geni delle popolazioni di quest'area, oggi una delle più floride economie del nord Europa. Se gli uomini preistorici erano entrati nella storia grazie alla passione dell'abate Stoppani, l'isolino diventerà l'ombelico del mondo grazie a un uomo nobile d'animo e di casata: il marchese Andrea Ponti che lega il suo nome anche ad una delle più belle residenze storiche di Varese adagiata sul colle di Biumo. I vecchi pescatori e gli abitanti dei paesi che si affacciano sul lago lo hanno sempre chiamano affettuosamente "l'isulin". Non che prima non avesse un nome, ma come tutte le cose umane, anche i nomi cambiano. Invece, quell'ettaro scarso di torba, separato in casa fin dal neolitico, sempre "isulin" rimane. Tanto vale non battezzarlo con altri nomi. I cartografi del ducato di


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Milano nel Seicento lo indicavano come isola di san Biagio sul lago di Gavirate, e prima ancora isola di san Nazario. Il passaggio dai santi alle nobil donne segnerà per la civiltà dei palafitticoli l'ingresso nella modernità e anche il cambio di testimone della proprietà dell'isola. E così, l'isolino, diventa prima "Camilla", in onore di una giovane donna di casa Litta Visconti, e poi "Virginia", omaggio fatto da Andrea Ponti alla moglie. Il marchese, dotato di un certo spirito imprenditoriale, dopo aver finanziato gli scavi archeologici, creò il museo dell'isolino, dove furono raccolti tutti i reperti preistorici trovati nel lago, costruì un punto di accoglienza, uno chalet fatto arrivare smontato dagli Stati Uniti, e aprì un ristorante, per i turisti curiosi di conoscere la storia delle palafitte e soprattutto il gusto delle carni dell'anatra arrosto, piatto principe del menù, e il raffinato filetto di pesce persico. Sul vecchio pontile approdarono, molto tempo prima dei turisti della domenica, nomi illustri della scienza, attirati dai reperti e dal senso di ospitalità della famiglia Ponti. L'11 agosto del 1901, sfidando una canicola che faceva ribollire anche le acque del lago, sbarcò sull'isolino il Duca degli Abruzzi, in visita al senatore Ettore Ponti. Anche

la buona società varesina, salpando su grossi barconi dal lido della Schiranna, nella bella stagione prendeva la via dell'isolino per animare frizzanti serate di ballo e di gioco. Un angolo selvatico che affascina Passate le due guerre, gli italiani avevano voglia di dimenticare e anche in riva al lago di Varese in estate arrivavano frotte di turisti, per lo più milanesi che per poche lire affittavano una stanza a Biandronno. La scusa era l'aria buona, ma era l'isolino la vera attrazione, angolo esclusivo e ricco di una storia ancora da scoprire, dove potersi godere la natura, mangiando un bel piatto di croccanti alborelle fritte, un tempo abbondanti almeno quanto le zanzare. Ad attenderli sul pontile barcaioli in giacca e cravatta, pronti a remare per qualsiasi destinazione. Così il pescatore Ernesto Giorgetti in "Confesso che ho pescato": «L'isola L'isola aveva come una doppia vita. Con la bella stagione, specie la domenica, si popolava di famiglie e di comitive di giovani in gita sul lago. Venivano con ogni sorta di barche e con gondole ed era una consuetudine che durava da generazioni. Ma poi, appena sera, si faceva il silenzio assoluto, e diventava un angolo selvatico e sperduto che intimoriva. E poi un lungo abbandono di molti mesi seguiva alla breve estate estate». ».

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In the Heart of Lake Civilisation

Seen from above, it looks like a lump of earth, well exploited and alive, let fall far enough from the mainland to be called an island, albeit a very small one. Just under a single hectare of land, where the lush vegetation reveals a generous spirit that can accommodate any kind of spore or seed, as today it welcomes majestic oaks, graceful alders and shady willows. And there where the land ends, the water picks up the task of welcoming life on its surface, better than would a field. In the summer, the blue of the lake, taken over by lotus flowers, becomes an Impressionist painting, a bridge of beauty that reconnects the little island to the coast, like a lost son returning to his mother's arms. A promised land, 5,000 years ago To the first human beings who saw it 5,000 years ago, it must have seemed like a promised land, surrounded by a calm, fish-filled expanse of water, gladdened by the song of coots and grebs, easily navigable even with simple carved out tree trunks and connected by a network of paths to the other communities that had chosen the land of lakes as their home. There was a time when humankind was easy prey for wolves and bears and this little island, a place easy to control, was a safe haven. A triangle of wet land made comfortable by human ingenuity, with the construction of the first pile dwellings, little huts suspended above the water, their floors covered with a soft bed of clay resting on a thick network of wooden piles in turn driven into the lake bed, with a panoramic view of Monte Rosa, an immanent white peak embracing the expanse of water with chilly but undiminished affection. And when the darkened sky did not allow the gaze to enjoy such a majestic horizon, the people of the pile dwellings could turn their eyes to the reassuring massif of Campo dei Fiori, a discreet neighbour, the green lines of its profile seeming to want to plunge, like a craving glutton for water, into this natural basin carved out by glaciers, long on the run towards the north. The uncertain limit of the plain does not come into play here, if not on foggy days when the shores of the lake blend with the sky, mixing the elements into new forms that can disorient even the pale grey herons.

In this corner of paradise, therefore, beat the heart of one of the most important lake civilisations on the Old Continent dating to the Neolithic Period and continuing well beyond the Bronze Age. A history that not even UNESCO could ignore, seeing that the beauty enjoyed by those primitive men and women merited global recognition.

The announcement of 1863 Abbot Antonio Stoppani announced the discovery of the archaeological site on 31 May 1863. Italy, just recently united, and the Italians, a nascent population, thus had the opportunity to get acquainted with some of their closest relations. Listening on that day in May to this Indiana Jones in a cassock were the members of the Assembly of the Italian Society of Natural Sciences of Milan, who were enraptured by his account, which was rich in minute details of the extraordinary finds discovered in the waters that bathe the Biandronno shore. The lake bottom jealously preserved rather than ruined the memory of our ancestors, waiting for someone to come along and reveal it to the world. The discovery of iron tools, hooks and bone harpoons, terracotta vases, the remains of pile dwellings and boats were the tesserae of a mosaic that told about the everyday life of a rich and, up until then, unknown civilisation. Those people had chosen this little island not only for nourishing and protecting themselves, but also for making it easier to be in contact and trade with the populations settled in the regions of St Gothard, in Switzerland. A vocation for internationalisation, the economists would stress. Perhaps it was only a simple aspiration that over the millennia that followed must have shaped the genius of the populations of this area, today one of the most flourishing economies in northern Europe. If prehistoric humans entered history thanks to the passion of Abbot Stoppani, the little island would become the navel of the world thanks to a certain man of noble spirit and family: the Marchese Andrea Ponti, who also linked his name to one of the most beautiful historical residences in Varese, perched on the Biumo Hill.

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The old fishermen and inhabitants of the towns that look onto the lake have always affectionately called it 'l'isulin' (local dialect for 'the little island'). Not that it did not have a name before, but like all human things change so do names. Instead, this scant hectare of peat, independent since the Neolithic Period, has always remained 'isulin'. You might as well not give it other names at all. In the seventeenth century, the cartographers of the Duchy of Milan listed it as the island of San Biagio on the lake of Gavirate, and before then as the island of San Nazario. The transition from saints to noblewomen would signal the lake-dweller civilisation's entry into the modern world as well as the island's change in ownership. And so, the little island first became 'Camilla', in honour of a young woman from the Litta Visconti family, and then 'Virginia', in honour of Andrea Ponti's wife. The marchese was an entrepreneurial man and, after having financed the archaeological excavations, he created a museum on the little island to preserve all of the prehistoric finds discovered in the lake, set up a structure for welcoming visitors, a chalet that he had shipped unassembled from the United States, and opened a restaurant, for the tourists curious about the story of the lake dwellings and, most of all, wanting to sample the star dish on the menu, roast duck, as well as a refined fillet of perch. Arriving at the old pier, long before the Sunday tourists, were illustrious scientists, drawn by the finds and by the Ponti family's fine sense of hospitality. On 11 August 1901, defying a heat wave that was even bringing the

waters of the lake to a boil, the Duke of Abruzzi arrived on the little island to pay a visit to Senator Ettore Ponti. The upper crust of Varese, setting sail on large boats from the Schiranna shore, headed for the little island in the summer, to enliven sparkling evenings of dancing and entertainment. A fascinating patch of wilderness After the two wars, Italians were filled with the desire to forget and swarms of tourists arrived on the shores of Lake Varese in the summer, mostly Milanese, who could, for just a few lire, book a room in Biandronno. The excuse was the healthy air, but the tiny island was the real attraction, an exclusive little spot filled with history still to be discovered where you could enjoy nature and sample a nice plate of crispy fried bleaks, which were once at least as plentiful as the mosquitoes. Waiting for them on the pier were boatmen in jacket and tie, ready to row to any destination. And so the fisherman Ernesto Giorgetti wrote in 'Confesso che ho pescato': 'It was as if the island led a double life. In the summer, especially on Sundays, it was filled with families and groups of young people enjoying a trip to the lake. They arrived in every kind of boat and with gondolas and this was a habit that lasted for generations. But then, as soon as evening fell, there was absolute silence, and it became a wild, lost, frightening place. And then came the long period of abandonment after the short summer.

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Lella Costa: nella storia l’uomo gioca i suoi crediti con l’esistenza

Lella Costa Lella attrice / actress

di Michele Mancino

Chissà se anche i palafitticoli dell'isolino Virginia erano convinti, come lo era il filosofo Pangloss del "Candido" di Voltaire, di vivere nel migliore dei mondi possibili. Certo, la natura nonostante in alcune occasioni si dimostrasse matrigna, dava a quegli uomini tutte le ragioni per crederlo. Vivere sotto un cielo generoso di sole e di pioggia, dormire sospesi su un'acqua chiara e pescosa, poter ammirare montagne così perfette da sembrare disegnate, in una terra che un giorno si sarebbe chiamata Lombardia, era tutto un insieme di cose che poteva far sorgere il dubbio che quel piccolo lago di origine glaciale fosse il migliore dei mondi possibili. Forse anche a Voltaire. Gli uomini delle palafitte dovevano preoccuparsi solo di non morire e godere di quello spettacolo unico, dove la natura era palcoscenico e al tempo stesso attore nella rappresentazione immanente della vita. Ogni giorno un mondo nuovo da scoprire Qualcosa in quel rapporto si deve essere rotto se, passato qualche millennio, uno come Voltaire si era dimostrato così poco ottimista circa le sorti degli uomini e del mondo in cui viveva. E l'ottimismo, direbbe Lella Costa, non ti viene nemmeno se stai tutto il giorno su un paio di pattini a rotelle camuffata da donna della pulizie. Una faticaccia che le è toccata, interpretando con successo proprio il ruolo di Voltaire nella rivisitazione del "Candide" di Bernstein in programma al Maggio Musicale Fiorentino. ««Non Non pensi che Candido sia poi così ingenuo come farebbe intuire il suo nome - dice l'attrice almeno non quanto gli uomini delle palafitte del Lago di Varese e quelli primitivi in genere. Loro erano parte della natura e ogni giorno avevano a disposizione un mondo da tradurre e da capire, una scoperta quotidiana. Sarebbe dunque un errore

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pensare che dietro ad alcune loro rappresentazioni, pensiamo ai graffiti, alle pitture rupestri o alle decorazioni sui vasi, non ci sia una tensione etica come nell'arte o nel teatro. Penso invece che esistesse anche allora e fosse altrettanto forte, perché l'etica è riconducibile ai bisogni primari dell’uomo e ogni epoca ha l’etica che si merita». merita». Chi fa teatro deve sapersi spogliare dei pregiudizi con disinvoltura per calarsi nel ruolo e capire cosa c'è di buono e di cattivo nelle vite degli altri che è chiamato a interpretare, senza per questo sconfinare nel delirio di onnipotenza o nella schizofrenia. ««È È un po' come avveniva per i palafitticoli -continua Lella Costa -che ogni giorno avevano a disposizione un mondo nuovo da scoprire, non sapendo però quanto, per le loro vite, fosse positivo o negativo. Forse è questo uno dei motivi del loro costituirsi in gruppi, sulla base di affinità e obiettivi. Una strategia simile a quanto accade oggi nella società. Quindi non siamo poi così lontani da quegli uomini». uomini». Negli spettacoli di questa attrice-autrice, la storia gioca sempre un ruolo determinante perché è lì che l'uomo spende i propri crediti con l'esistenza. L'ottimismo di Pangloss ci porterebbe a pensare che comunque il tempo prima o poi risarcisca l'individuo dei conti lasciati in sospeso. Di contro, Darwin suggerisce che nel percorso dell'evoluzione a prevalere sarà chi si adatta meglio al contesto. Spesso è il più forte e poco importa se sbaglia, perché la natura non prevede alcuna compensazione etica. Lella Costa, dopo aver interpretato il ruolo di Voltaire, crede che esista una terza via: «È È vero, la natura innesca un principio meritocratico, in base al quale chi non ci mette testa e forza soccombe. Tutto ciò però non esclude che anche gli uomini primitivi, più forti e intelligenti degli altri, avessero un'attenzione per gli ultimi e i fragili. Per esempio, una delle questioni centrali ricorrenti nelle


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varie civiltà e culture è quella della maternità, evento di cui la donna è padrona assoluta. Mi piace immaginare che anche le palafitticole dell’isolino Virginia potessero essere viste dai loro uomini come espressione del divino e non come semplice espressione di un ruolo». ruolo».

non sono stati capaci di fare. Forse è per questo motivo che si continua a stare sul palco senza cambiare mai i finali delle storie. Ogni tanto però mi chiedo: "Questa volta Romeo mi sembra un po' più sveglio. Quindi capirà che Giulietta non è morta?”».

Identità e tempo L'identità di una comunità passa attraverso il racconto che ne viene fatto nel tempo. Può essere contemporaneo o postumo, costruito su evidenti testimonianze o sparuti reperti, su storie vissute in prima persona o tramandate. Ciò che conta è che sia in grado di generare un'emozione che si sedimenti nella memoria. Non è un percorso lineare e logico, quanto piuttosto circolare e ridondante che avvolge chi lo ascolta, facendolo sentire a sua volta parte attiva di quella storia. ««Raccontare Raccontare è una cosa che risale alla notte dei tempi - spiega Lella Costa -. Per il teatro contemporaneo, il racconto è stato un passaggio importante perché ha svolto una funzione vicaria rispetto a una verità che le istituzioni non volevano affrontare di fronte al popolo sovrano. C'è stato un momento in cui io con “Ilaria Alpi”, Marco Paolini con “Ustica” e Dario Fo con “Piazza Fontana” mettevamo insieme un pezzo importante della storia recente di questo Paese, mantenendo un’autonomia rispetto alla cronaca. È in questo spazio di libertà che si materializza l’arte». l’arte». Come il ritrovamento di un reperto archeologico può aprire la strada a un nuovo racconto, così il cambiamento dei dettagli in un testo teatrale può dirottare la storia verso altri finali possibili. Il palcoscenico spesso riesce a fare anche questo grande miracolo, soprattutto se a raccontare c’è un’attrice come lei che ha sperimentato più volte e con grande apprezzamento del pubblico l’effetto sliding doors. «Nel teatro c'è molta pedagogia e anche una forma di risarcimento per ciò che gli uomini e i governanti

Isolino Virginia: un rifugio sicuro Gli archeologi nell’ultimo secolo e mezzo hanno cercato di raccontare e testimoniare quanto era avvenuto cinquemila anni prima su quel piccolo pezzo di terra baciato dalla bellezza. Non sarebbe stato un compito semplice nemmeno per un ottimista a priori come Pangloss che, avendo di fronte il discepolo Candido, avrebbe argomentato ricorrendo al collaudato rapporto causa-effetto. Se era stato creato, anche l’isolino Virginia, un tempo Camilla, rispondeva a un fine preciso: rendere felici quegli uomini alla ricerca di un rifugio sicuro. Nell’era di internet, dei social network, della connettività ad ogni costo, il teatro continua a mantenere una sua specificità, per la gioia degli spettatori che in questo modo possono sempre contare su una qualità originale e un’alchimia impossibili da replicare attraverso le varie protesi tecnologiche di cui si circondano. Così come non sarebbe stato replicabile il rapporto quotidiano che gli uomini delle palafitte avevano con la natura. ««Nuovo Nuovo è certamente bello e la tecnologia ha dentro di sé un contenuto innovativo. Ma il fascino della narrazione non sta nella novità, bensì nel rito della condivisione e il racconto di una civiltà diventa memoria nel momento in cui è condiviso consapevolmente. Ecco perché da millenni le persone continuano ad andare a teatro, in questo modo riescono a vivere una forma di relazione unica tra esseri viventi che rende speciale quel momento grazie a una complicità che non potrà mai essere riprodotta allo stesso identico modo modo». ».

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Lella Costa: in history, humankind gambles its credits with existence Who knows if the lake-dwellers of the Isolino Virginia were also convinced, as was the philosopher Pangloss in Voltaire's 'Candide', that they lived in the best of all possible worlds. Of course, nature, although occasionally cruel, gave those people every reason to believe it. Living under a generous sky of sun and rain, sleeping suspended above clear, fishfilled waters, being able to admire mountains so perfect that they seem to have been painted by an artist, in a land that would one day be called Lombardy, were together a collection of reasons that could give one the impression that the little lake of glacial origin was indeed the best of all possible worlds. Perhaps even Voltaire. The only things that the lake-dwellers needed to concern themselves with were not dying and enjoying that unique view, where nature was both actor and stage in the immanent representation of life.

Ph. Maurizio Bonetti

Every day, a new world to discover Something in that relationship must have been broken if, a few millennia later, someone like Voltaire could be so lacking in optimism about the fate of humankind and the world around it. And optimistic, Lella Costa would say, is also not something you will feel if you spend the whole day dressed up like a cleaning woman on roller skates. A slog that she herself experienced, playing the role, with success, of Voltaire in Bernstein's reworking of 'Candide' for the Maggio Musicale Fiorentino. 'Don't think that Candide is so ingenuous as his name would suggest', the actress

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says, 'at least not as much as the lake-dwellers of Lake Varese and early humans in general. They were part of nature and every day they had before them a world to translate and understand, a daily discovery. It would therefore be mistaken to think that their representations, like their graffiti, rock painting or vase decoration, lacked the ethical tension that we find today in art and theatre. Instead, I think that that tension was there even then and that it was just as strong, since ethics is traceable to basic human needs and every age has the ethics it merits'. Those who do theatre need to know how to unselfconsciously strip themselves of their prejudices and understand what there is of the good and bad in the lives of the characters they are called upon to play, without however digressing into the delirium of omnipresence or schizophrenia. 'It is a little bit like what it was like for the lake-dwellers', Lella Costa continues, 'who had a new world to discover each and every day, not knowing, however, to what degree it would end up being a positive or negative for their lives. Maybe this is one of the reasons they lived in groups, based on affinities and goals. A similar strategy to that of society today. And so in the end we are not so far distant from those people'. In this author/actresses' performances, history always plays a determinant role since it is there that humankind gambles its credits with existence. The optimism of Pangloss would lead us to think that in any case time sooner or later compensates the individual for unsettled accounts. As opposed to Darwin, who suggests that over the course of evolution, those who best adapt to the context will be the ones who get to collect. Often these are the strongest and it is of little importance if they make mistakes, since nature does not provide for any ethical compensation. Lella Costa, after having played the role of Voltaire, believes that there is a third way: 'It is true, nature triggers a meritocratic principle, according to which if you do not use your head and strength, you lose. All of this does


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not however mean that even the primitive humans who were stronger and more intelligent than the others did not take care of those who were weaker and more fragile. For example, one of the central questions that you find over and over in various civilisations and cultures is that of maternity, of which women are the absolute masters. I like to think that even the female lake-dwellers of the Isolino Virginia were seen by the males as an expression of the divine and not simply as the expression of a role'. Identity and time The identity of a community passes through the narrative built up around it over time. It can be contemporary or posthumous, based on clear evidence or meagre finds, on stories lived first-hand or passed down. What matters is that it can generate an emotion that sticks in the memory. It is not a linear, logical path so much as a circular and redundant one that envelops listeners, making them feel, in turn, like an active part of the story. 'Telling stories goes back to the dawn of time', explains Lella Costa, 'For contemporary theatre, the story was an important passage since it played a vicarious function with respect to a truth that the institutions did not want to face before the sovereign populace. There was a moment when I, with 'Ilaria Alpi, Marco Paolini, with 'Ustica', and Dario Fo, with 'Piazza Fontana', were putting together an important piece of the recent history of Italy, maintaining independence from the press. It is in that free space that art materialises'. Like the discovery of an archaeological find can open the path to a new narrative, so can changing the details of a play redirect the course of history towards different possible endings. The stage often succeeds in pulling off this great miracle, especially when an actress like Lella Costa is involved, having experimented many times with the sliding doors effect

to great public success. 'In theatre, there is a lot of pedagogy and also a kind of compensation for what people and governments are unable to do. Maybe this is why we continue to go on stage without ever changing the endings of the stories. But every once in awhile I ask myself: 'This time, Romeo seems to be a bit more alert. So will he understand that Juliet is not dead?' Isolino Virginia: a safe haven In the last century and a half, archaeologists have tried to narrate and provide evidence for what happened 5,000 years ago on that little piece of land kissed by beauty. This would not be a simple task even for an a priori optimist like Pangloss, who, with his student Candide before him, would have argued having recourse to the tested cause-and-effect relationship. If it was created, then even the Isolino Virginia, formerly Camilla, met a specific aim: bringing happiness to those people who were in search of a safe haven. In the age of the Internet, social networks and connectivity at all costs, theatre continues to maintain a certain specificity of its own, for the joy of audiences, who can thus always count on experiencing an original quality and an alchemy impossible to replicate using the various technological prostheses that surround us. Just as the everyday relationship between the lake-dwellers and nature would not be replicable. 'The new is certainly wonderful and technology contains within it innovative content. But the fascination of narrative lies not in the new, but rather in the ritual of sharing, and the story of a civilisation becomes memory when it is deliberately shared. That is why people have kept going to the theatre for millennia; it is a way in which they can experience a unique relationship between living beings that makes the moment special through a complicity that will never be able to be reproduced in the exact same way'.

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Le mille seduzioni sconosciute di un lago che incanta di Mario Chiodetti

L’incanto di acque che cambiano colore nelle ore diverse del giorno, il fascino di lontane villeggiature - ombrellini e grandi cappelli piumati, cocktail in terrazza e valzer in sottofondo - il vapore che spennacchia da lontano e i piccoli borghi disseminati lungo le rive, con le trattorie dove deliziarsi con i filetti di lavarello burro e salvia. Il Lago Maggiore, chiamato Verbano forse da Ver-benn Ver-benn,, che in linguaggio celtico significherebbe “grande recipiente”, oppure per la verbena, erba assai comune lungo le rive, contò sempre molti residenti illustri, da Massimo d’Azeglio al Manzoni soggiornante a Lesa, dal compositore Umberto Giordano con Villa Fedora a Baveno, ad Arturo Toscanini, che abitava il minuscolo Isolino di San Giovanni, dove riceveva pochi amici fidati, fino al patriarca Arnoldo Mondadori con la villa di Meina aperta all’intellettualità mondiale. Questo per ciò che riguarda la “sponda grassa” piemontese, ma anche la “magra” lombarda non scherza, con personaggi come Dario Fo, Piero Chiara e Vittorio Sereni, in grado di raccontare il lago e la sua gente in maniera impareggiabile. “Questo Questo lago si è meritevole del cognome di Maggiore per le molte sue degne qualità e prerogative, che non si trovano avere laghi niuno della nostra Italia”, Italia”, scrisse padre Morigia nel 1603, nella sua “Historia della nobiltà et degne qualità del Lago Maggiore”. “Il Il cielo è stato liberalissimo e favorevole a questo lago. Perciocché primieramente l’aria è temperata, sanissima e felicissima. Quivi l’acque sono sanissime e limpidissime a sembianza d’acque stillate, il verno è piacevole però secondo la stagion degli anni. L’estate quando più il sole abbrucia la terra e travaglia il giorno e la notte i mortali, in questi luoghi si trova l’aria mitigata da soavissimi ventarelli e coperti dall’ombre degli fronduti alberi che la rendono temperata e

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Lago Maggiore Un altro meraviglioso patrimonio del mondo da preservare, valorizzare e vivere. Another wonderful world heritage to be preserved, enhance and live.

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Ph. Flavio Zulle

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delicata che sembra una primavera primavera”. ”. Paolo Morigia prosegue poi lodando i “frutti “frutti delicatissimi. Appresso, oltre alle olive, naranzi, cedri, limoni limoni”” e asserendo che ““oltre oltre che questa felice riviera non ha invidia a niuna città d’Italia nel bere delicato, e vini tantissimi; perché in questi fertili colli ci sono piantate diverse sorti di vite, che producono vini di più forti, così bianchi come rossi, dove si gustano vini molto nobili, aromatici, e di rare qualità, confacevoli a tutte le stagioni dell’anno dell’anno”. ”. Pure l’“Illustrazione Italiana”, periodico di casa Treves, dedicò, come strenna per Natale e Capodanno 1903, un numero speciale al lago Maggiore con gli splendidi disegni di Aleardo Terzi, tra i maggiori illustratori della Belle époque. Le scaricatrici di legna o i pescatori con le reti tinte a mano, il mercato di Intra, la gita all’isola dei Pescatori e la nostra Laveno al tramonto, riportano a un mondo perduto e incantato, con il silenzio rotto dal vociare dei campanili e dai canti delle donne al bucato.

quindi dal 1314 al 1645 furono i frati milanesi del convento di Sant’Ambrogio ad Nemus a cambiare il volto dell’eremo, racchiudendo le tre cappelle in un unico edificio, la chiesa tuttora esistente. Nel 1660 arrivarono da Mantova i padri Carmelitani che vi rimasero fino al 1770, poi gli Austriaci affidarono le proprietà alle vicine parrocchie e, dagli anni Venti del ‘900, la chiesa rimase aperta al culto soltanto saltuariamente. L’altra gemma della sponda varesina del Verbano è Angera, dominata dalla possente Rocca Borromeo di impianto medievale e con un elegante lungolago bordato da ippocastani e ville d’epoca che ne fanno uno dei borghi più frequentati dai turisti. Di origine antichissima, Angera, conosciuta come Stazzona ai tempi dei Romani (una vasta necropoli è tornata alla luce nella parte orientale della cittadina) nel medioevo fu feudo dei Visconti e quindi, dal 1499, dei Borromeo, tuttora proprietari del castello, sede tra l’altro dell’interessante Museo della bambola. La Rocca, da cui si domina buona parte del lago, rifatta dagli arcivescovi di Milano nel XII secolo, venne ampliata dai Visconti che vi aggiunsero la “sala della Giustizia” con gli affreschi trecenteschi che celebrano la vittoria del vescovo Ottone Visconti su Napo Torriani. “AA prima vista chi la guarda da qualsiasi punto, crederebbe aversi innanzi una fantastica apparizione di leggendari tempi, od uno dei fatati castelli che cantò l’Ariosto, ciò sopratutto quando a un bel tramonto di sole ne riscintillan gli atri di sì vivida luce che fuse e conteste di topazi e d’oro ne sembran le altissime mura”, mura”, scriveva sul finire dell’Ottocento Luigi Boniforti nella sua “Guida al lago Maggiore e al Gottardo”. Ma la Rocca ancor oggi appare come una grande isola di pietra circondata dai vigneti che da decenni producono una delle più squisite grappe italiane. Il lago che fece dire a Gustave Flaubert: “È “È il luogo più voluttuoso che io abbia mai visto al mondo. La natura incanta con mille seduzioni sconosciute e ci si sente in uno stato di rara sensualità e raffinatezza raffinatezza”” sa offrire anche nella sponda lombarda incontri singolari. Oltrepassata Ispra, sede del centro ricerche dell’Ue e cittadina con tradizioni legate alla produzione di laterizi, si sale verso Laveno per la strada che costeggia il lago, punteggiata di piccole insenature e spiaggette come quella di Arolo, meta riconosciuta dei molti stranieri, soprattutto tedeschi e olandesi, che risiedono nella zona.

Viaggio nella bellezza del Verbano Ci piace iniziare questo viaggio nella bellezza del Verbano da una delle sue perle più luminose, Santa Caterina del Sasso Ballaro,, ed è un colpo d’occhio che ha pochi eguali quello che Ballaro scorre sull’eremo quando il battello si avvicina lentamente alla rupe dove si annidano la chiesa e il convento. Uno scenario tra i più suggestivi della sponda varesina, un luogo di silenzi e meditazione, balcone straordinario con “una divina immensità di viste che si gode dai suoi loggiati”, come lo descrisse Carlo Linati che il lago attraversava spesso in canotto da una riva all’altra. “A sinistra è la riva piemontese, da Lesa a Baveno, tutta ville e giardini, davanti è la pianura immensa del lago grigio come un mare, là in fondo le isole Borromee con le fantasiose montagne dell’Ossola a sfondo”. Narra la leggenda che nel XII secolo il ricco mercante Alberto Besozzi, dominato in gioventù da fiere passioni e smania per il denaro, navigando con una piccola barca sul lago proveniente dal mercato di Suna, venisse sorpreso da una forte tempesta e si salvasse per miracolo dopo aver a lungo pregato Dio e Santa Caterina. Gettato dalla furia delle acque su uno scoglio riuscì a raggiungere una grotta che diventò il suo rifugio, poiché, dopo aver donato ogni suo avere ai poveri, decise di stabilirsi per sempre al “Sasso Ballaro” L’eremita raccontò che una voce divina gli aveva ordinato di costruire una Cappella a Santa Caterina, uguale a quella edificata sul sepolcro del Sinai, e il giorno dopo erano comparsi sul Sasso i segni per tracciare la pianta del piccolo tempio. Costruita la Cappella arrivarono i primi pellegrini e nel Prima di raggiungere Laveno merita una sosta Cerro, dove in 1230 i Domenicani costruirono un convento e un oratorio, un’ala del cinquecentesco palazzo Perabò è ospitato il Museo

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della ceramica, ceramica, con una notevole raccolta di pezzi prodotti in gran parte dalle manifatture locali, spesso disegnati da maestri come Antonia Campi o Guido Andlovitz e realizzati da artigiani eccelsi come Marco Costantini. La Società Ceramica Italiana di Laveno, fondata nel 1856 da tre operai della Richard di Milano, per decenni alimentò l’economia locale con la produzione di oggetti di uso quotidiano in terraglia ma anche di ceramica fine e artistica, con pezzi oggi assai ricercati dai collezionisti. Rannicchiata in un profondo golfo allo sbocco della Valcuvia e del torrente Boesio e dominata a est dal Sasso del Ferro che sovrasta l’abitato, Laveno è l’unico porto naturale della sponda lombarda del Verbano e già dalla fine dell’Ottocento importante centro di traffici verso la parte alta del lago e la pianura, grazie anche ai treni delle Ferrovie Nord che la collegavano con Milano. La Labienum dei Romani, nota ai tempi degli austriaci, che vi detenevano una flottiglia di navi da guerra, come “la Spezia del lago Maggiore”, fu teatro di un memorabile assalto garibaldino il 30 maggio 1859 contro gli invasori che occupavano il forte di Cerro. Tagliata nella roccia del Sasso del Ferro, la strada provinciale sale verso Luino incontrando piccoli gioielli come il borgo di Caldè, Caldè, con le case dei pescatori attraversate da strette vie acciottolate e lo sperone roccioso che incombe al di sopra del porticciolo, con i resti di quella che un tempo fu la Rocca di Ottone Visconti, distrutta dagli svizzeri nel 1518. Poco più oltre c’è Porto Valtravaglia, Valtravaglia, celebre in passato per l’industria del vetro, oggi elegante stazione di villeggiatura estiva con il bel lungolago e il settecentesco centro storico. La sua bellezza ha stregato un “cantastorie” come Nanni Svampa, che da ormai quarant’anni vive nel centro storico del paese, dopo essere cresciuto in quel di Sangiano, dove aveva casa la famiglia di sua madre. Ma è Luino Luino,, che ai tempi del traforo ferroviario del Gottardo era descritta come la “futura Arona del lago”, a mantenere ancor oggi lo scettro di reginetta della sponda magra, con la vivacità del suo mercato del mercoledì, appuntamento che si ripete dal 1541 data della concessione imperiale di Carlo V, e il fascino sottile della terra di confine, di ““un un fioco tumulto di lontane/locomotive verso la frontiera”, frontiera”, come scrisse Vittorio Sereni. È Luino una terra di pittori, poeti e comici e di radicata tradizione industriale e mercantile, tra la metà e la fine dell’Ottocento nacquero aziende tessili e di trasporti nonché la Banca Popolare. Il nome di Luvino, poi Luino, deriverebbe da “Luvinum”, il lupino, o più probabilmente da “lüina”, che nel locale dialetto

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indica uno smottamento o una piccola frana. L’albergo Ancora, vicino all’imbarcadero, sede con i leggendari Metropole e caffè Clerici di interminabili partite a “scià e là” (come i luinesi chiamavano lo chemin de fer fer)) tra Piero Chiara e molti dei futuri personaggi dei suoi romanzi, la severa e imponente stazione ferroviaria internazionale del 1882 scalo della tratta per Bellinzona, i sobri palazzi signorili, alcuni con cortili interni porticati progettati da famosi architetti come Felice Soave, o il monumento a Garibaldi nell’omonima piazza, primo dedicato all’eroe nazionale nel 1867 mentre era ancora in vita, fanno di Luino la quintessenza del borgo lacustre, con le storie di varia umanità che arrivano giornalmente da ogni sponda come portate dal vento. E la signorile impronta di splendide dimore residenziali segna l’intero percorso che sale a Maccagno e poi su su fino a Zenna, valico con la Svizzera, per la strada scavata nella montagna, con le spiaggette ombreggiate dai tigli, come quella meravigliosa del Ronco delle Monache, con vista su Cannobio e i castelli di Cannero. Meta invernale di birdwatcher per le soste nel porticciolo di anatre e aironi, Maccagno, sbocco della val Veddasca e diviso in inferiore e superiore dal torrente Giona, è un borgo antichissimo, tra i primi abitati del Verbano e corte imperiale nel Medioevo con privilegio di battere moneta. La Maccagno di oggi si affaccia a lago con la piazza Roma, dominata dall’alto da una torre medievale, e la passeggiata che raggiunge la parte superiore del paese. Punteggiata dai cartelli “zimmer frei” che pubblicizzano la possibilità di affittare camere per l’estate ai moltissimi turisti tedeschi in transito sul lago, offre l’insolita possibilità di visitare un avveniristico edificio, quello del Museo civico Parisi-Valle Parisi-Valle,, gettato a ponte sul torrente Giona, e sede di una cospicua raccolta d’arte con opere tra l’altro di Picasso, De Chirico e Fiume. Oltre Maccagno, verso il confine, c’è spazio per la natura, prima con le molte possibilità d’escursione nella verdissima Veddasca,, quindi nel proseguire verso Pino Lago Maggiore, Veddasca arroccato su un promontorio custodito da una magnifica torre medievale del XIII secolo. È questa una bellezza appartata e selvaggia, fatta di fotogrammi d’isole d’acqua, circondate da terre di pescatori, d’emigranti e artigiani, uomini con l’ansia del fare dietro fumiganti ciminiere, artisti dalle impronte di sole e di vento, donne madri di bellezza composta, vecchi con stivali verdi e cerate, i gomiti nudi e il coltello per aprire uno scrigno con le squame. La lezione della gente di lago, viva ancora oggi, l’insegnamento che spinge a restare e a contemplare, fissato da un sortilegio e rinnovato al rinnovarsi del sentimento.

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The enchantment of water that changes colour at different times of day, the fascination of distant holiday resorts - little umbrellas and large feathered hats, cocktails on the terrace and a waltz in the background - the plumes of far-off steam and small villages dotting the shores, with trattorias where you can enjoy fillets of lake whitefish cooked in butter and sage. Lake Maggiore, also known as ‘Verbano’ in Italian, perhaps deriving from Ver-benn, which in Celtic means ‘large vessel’, or from verbena, which is a common plant found along the lake shore, has always been home to illustrious residents, including Massimo d’Azeglio, Manzoni, who resided in Lesa, the composer Umberto Giordano at Villa Fedora in Baveno, Arturo Toscanini, who lived on the tiny island of San Giovanni, where he welcomed only a few close friends, and Arnoldo Mondadori, at Villa Mondadori in Meina, open to the international world of ideas. And that is just the Lake Maggiore West Bank, the Piedmont side, which Italians call the ‘fat shore’. The ‘thin shore’, or East Bank, in Lombardy, boasts such luminaries as Dario Fo, Piero Chiara and Vittorio Sereni, telling the story of the lake and its people in a style beyond compare. ‘This lake merits the name Maggiore for its many worthy qualities and gifts, shared by no

The Thousand Unexplored Seductions of an Enchanting Lake

other lake in Italy’, wrote Father Morigia in 1603, in his ‘Historia della nobiltà et degne qualità del Lago Maggiore’ (History of the noble and worthy qualities of Lake Maggiore). ‘The Heavens have been generous and favourable to this lake. Chiefly the temperate air, which is healthy and happy. The waters are healthy and crystal clear, like distilled water, the winter is pleasant however according to the season of the years. During the summer, when the sun scorches the earth and troubles mortals day and night, the air in these areas is tempered by gentle little breezes and covered by the shade of leafy trees that make it so gentle and mild that it seems like spring’. Paolo Morigia then continues, praising the ‘exquisite fruits. Including, other than olives, oranges, citron and lemons’ and declaring that, ‘this happy shore is in no way inferior to any Italian city in exquisite drinks, and a great many wines; since in these fertile hills different kinds of grape have been planted, producing strong wines, white and red, with noble, aromatic flavours and rare quality, suitable at any time of year’. Also ‘llustrazione Italiana’, a periodical published by Treves, prepared a special issue for Christmas and New Year’s 1903, dedicated to Lake Maggiore, with splendid drawings by Aleardo Terzi, one of the greatest illustrators of the Belle Époque. The wood unloaders and the fishermen with their hand-dyed nets, the Intra market, the trip to the island of the Fishermen and our Laveno at sunset, tell of a lost, enchanted world, with a silence broken by the sound of bells and songs of women doing washing their laundry. Journey through the Beauty of Verbano We would like to begin this journey through the beauty of Verbano with one of its most luminous pearls, Santa Caterina del Sasso Ballaro Ballaro.. When your boat slowly approaches the crag where the church and monastery are nestled, the eye is treated to a view of the hermitage like no other. One of the most picturesque scenes of the Varese shore, a place of silence and meditation, an extraordinary terrace with ‘a divine immensity of views to be enjoyed from its porticoes’, as it was described by Carlo Linati, who often crossed the lake in his little boat, from one shore to the other. ‘To the left is the Piedmont shore, from Lesa to Baveno, all villas and gardens, with the immense plain of the lake before it, grey as a sea, the Borromean Islands at the end and the fanciful Ossola Mountains in the background’.

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According to legend, in the twelfth century the rich merchant Alberto Besozzi, ruled in his youth by fiery passions and a craving for money, was sailing a small boat on the lake coming back from the Suna Market when he was surprised by a powerful storm and was saved by a miracle, having prayed at length to God and St Catherine. Tossed by the fury of the waters onto a rock, he managed to reach a cave, which then became his refuge, since, after having given away all that he had to the poor, he decided to settle permanently on the ‘Sasso Ballaro’ rock. The hermit recounted that a divine voice had ordered him to build a chapel to St Catherine, just like the one over her tomb at Sinai, and the next day, marks for tracing out the plan for the small church had appeared on the rock. Once the chapel was built the first pilgrims arrived and in 1230 the Dominicans added a monastery and an oratory. Then, from 1314 to 1645 the Milanese friars from the monastery of Sant’Ambrogio changed the face of the hermitage, enclosing the three chapels within a single building, and it is this church that still exists today. In 1660, the Carmelite fathers arrived from Mantua and remained until 1770, then the Austrians gave the properties to the nearby parishes and, by the 1920s, the church was only open for worship on occasion. The other gem on the Varese shore of Verbano is Angera, dominated by the imposing medieval Rocca Borromeo Borromeo,, with an elegant lakeside promenade bordered by horse-chestnut trees and period villas that make it one of the most popular villages among tourists. Of ancient origin, Angera, known as Stazzona during the Roman period (a vast necropolis was discovered in the eastern part of the town), was a Visconti fief during the Middle Ages and then, in 1499, was purchased by the Borromeo family, which still owns the castle, now a fascinating doll museum, today. The Rocca (Italian for ‘fortress’), which looks out over a good part of the lake, was rebuilt by the archbishops of Milan in the twelfth century, and then expanded by the Visconti, who added a ‘Hall of Justice’, with fourteenth-century frescoes celebrating Bishop Ottone Visconti’s victory over Napo Torriani. ‘At first sight, looking at it from any point, one has the impression of gazing at a fantastical apparition from times of legend, or one of the enchanted castles sung of by Ariosto, and especially when during a beautiful sunset the halls sparkle in the sun with such a vivid light that its high walls seem to be made of topaz and gold’, wrote Luigi Boniforti in his ‘Guida al lago Maggiore e al Gottardo’ (guide to Lake Maggiore and Gottardo) at the end of the nineteenth century. But the Rocca still seems today like a large stone island surrounded by vineyards that have for decades produced one of the most exquisite Italian grappas. The lake that inspired Gustave Flaubert to write: ‘It is the most voluptuous place that I have ever seen in the world. Enchanted nature with one thousand unexplored seductions, here one feels enveloped in a state of rare sensuality and refinement’, also offers singular experiences on the Lombard shore. Going past Ispra, home of the EU research centre and a town with a brick manufacturing tradition, you go up towards Laveno along the road skirting the lake, dotted with little inlets and beaches, including Arolo, a popular destination among many of the non-Italians, especially Germans and the Dutch, who live in the area. Before arriving at Laveno, Cerro merits a stop for the Museo della ceramica (pottery museum), set up in a wing of the fifteenth-century Palazzo Perabo and housing a noteworthy collection of pieces made for the most part in local factories, often designed by masters along the lines of Antonia Campi and Guido Andlovitz and produced by sublime artisans like Marco Costantini. The Società Ceramica Italiana of Laveno, founded in 1856 by three workers from Richard in Milan, fed the local economy for decades through the production

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P Ma Ph. Mauri ur zio Bonetti

of everyday earthenware objects as well as fine, artistic pottery, including pieces highly sought after by collectors today. Nestled in a deep gulf at the mouth of the Valcuvia and the Boesio Torrent, and dominated to the east by the Sasso del Ferro overlooking the town, Laveno is the only natural port on the Lombard shore of the Verbano and was by the end of the nineteenth century already an important centre for traffic in the direction of the upper part of the lake and the plain, thanks to the Ferrovie Nord that connected it to Milan. The Labienum of the ancient Romans, known during the time of the Austrians, who kept a fleet of warships there, like the ‘La Spezia of Lake Maggiore’, was the stage of a major attack led by Garibaldi on 30 May 1859 against the invaders occupying the fort of Cerro. Cut into the rock of the Sasso del Ferro, the provincial road goes up towards Luino, encountering little jewels along the way like Borgo di Caldè Caldè,, with fishermen’s houses crossed by narrow cobblestone roads and a rocky spur looming over the little harbour, with the remains of what was once the fortress of Ottone Visconti, destroyed by the Swiss in 1518. A little further ahead is Porto Valtravaglia, Valtravaglia, celebrated in the past for its glass industry and today an elegant summer holiday resort,

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with a lovely lakeside promenade and an eighteenth-century historic centre. Its beauty has bewitched such notables as the ‘story teller’ Nanni Svampa, who has lived in the town’s historic centre for forty years, having been raised in that of Sangiano, where his mother’s family had their home. But it is Luino Luino,, which in the era of the Gottardo railway tunnel was described as the ‘future Arona of the lake’, that still today reigns as the queen of the ‘thin’ shore, with its lively Wednesday market, market, which has taken place since 1541, the year in which Charles V granted the imperial permit, and the subtle charm of a borderland, of the ‘faint roar of far-off trains headed to the frontier’, as Vittorio Sereni wrote. Luino is a place of painters, poets and comedians and of a deep-rooted industrial and mercantile tradition, where between the middle and end of the nineteenth century textile and transport companies were founded as well as Banca Popolare. The name Luvino, which later became Luino, might derive from ‘Luvinum’ (lupin) or, more probably, from ‘lüina’, which in local dialect means landslide. The Ancora Hotel, near the pier, which was the site, along with the legendary Metropole and Caffè Clerici, of endless games of ‘scià e là’ (the local name for chemin de fer) between Piero Chiara and many of the future characters in his


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novels, the severe and imposing international railway station of 1882, which was the station for the section going to Bellinzona, the austere lordly residences, some with internal porticoed courtyards designed by famous architects, Felice Soave among them, and the Garibaldi monument in the eponymous piazza, the first dedicated to the national hero and erected within his lifetime in 1867, make Luino the quintessential lake town, with the stories of varied humanity arriving there every day from every shore as if brought by the wind. The lordly imprint of splendid residential dwellings marks the entire route going up to Maccagno and then further still up to Zenna, at the Swiss border, along a road carved into the mountain, with little beaches shaded by lindens, like the stunning Ronco delle Monache, with a view of Cannobio and the Castelli di Cannero. A winter destination for birdwatchers, thanks to the ducks and herons who seek rest in its harbour, Maccagno is an outlet of the Val Veddasca and divided into an upper and lower part by the Giona Torrent; it is an ancient village, among the first Verbano settlements and the imperial court during the Middle Ages, with a privilege for minting coins. Modern Maccagno faces the lake with Piazza Roma, dominated by

a tall medieval tower, and the path that goes to the upper part of the town. Dotted with ‘zimmer frei’ signs announcing the availability of summer rooms for rent to the countless German tourist visiting the lake, it also offers the unusual opportunity to visit a futuristic building, the Museo Civico Parisi-Valle, Parisi-Valle, built as a bridge over the Giona Torrent, and home to an outstanding art collection, which includes works by Picasso, De Chirico and Fiume. Past Maccagno, towards the border, nature takes the stage, first with the numerous options for excursions in lush green Veddasca Veddasca,, then continuing towards Pino Lago Maggiore, perched on a promontory guarded by a magnificent medieval tower from the thirteenth century. It is a solitary, wild beauty, made up of stunning stills of islands of water, surrounded by the land of fishermen, emigrants and artisans, people eager to work behind fumigating smokestacks, artists impressed by the sun and wind, mothers of dignified beauty, old men with green boots and oilskins, bare elbows and a knife for opening boxes with a ‘scale’ closure. The lesson of the people of the lake, still alive and well today, the teaching that urges one to stay and contemplate, fixated by a charm and rejuvenated by the renewal of feeling.

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Tiziano  T Nava di vela, protagonista della Coppa America con Azzurra e Moro di Venezia / * Ve

Il Verbano, il mio parco giochi liquido di Linda Terziroli

* sailing champion, star of the America's Cup with Azzurra and Moro di Venezia

Campione mondiale di vela sin dagli anni Settanta, protagonista dell’Amerca’s Cup con Azzurra e col Moro di Venezia, Tiziano Nava sa bene cosa voglia dire navigare a gonfie vele, anche fuor di metafora. E conosce profondamente il Lago Maggiore, perché è nato sulla sponda lombarda, a Laveno, e l’attrazione per l’acqua è stata per lui un destino irresistibile. Un grande amore, a prima vista. Si può dire che l’acqua del lago scorra nelle sue vene, e si appassiona non appena descrive il bel Verbano che è stato la sua palestra di vita, il suo parco giochi liquido, come ama definirlo. ««Sono Sono nato, vissuto vicino al lago, prima verso i sette anni ho iniziato a pescare, poi ho cominciato ad andare in barca a vela a dieci anni e mi sono appassionato a questo ambiente perché è totalmente vasto e libero, perché stranamente, anche adesso, non è così frequentato da navigatori e turisti. Navigare è totalmente differente che vivere sulle rive e sulle sponde, è molto diverso dal lago vissuto da terra. Certamente per me è stato come un immenso parco liquido dove qualsiasi tipo di ragazzo o di bambino si diverte a giocare, il mio parco giochi erano il lago e la barca, in modo estremamente naturale e divertente». divertente». Quali sono i luoghi speciali del lago a cui è fortemente legato? «Sul lago ce ne sono veramente tanti, il Lago Maggiore offre scorci particolari perché sono posti dove è sempre bello andare anche se si conoscono da cinquant’anni. Il tramonto davanti a Santa Caterina del Sasso, per esempio, dove tutta la scogliera si colora di rosso, e le rocce, a fine giornata, restituiscono tutto il calore accumulato durante il giorno, un luogo che ha un fascino unico. Davanti a Santa Caterina c’è il golfo Borromeo, navigare in mezzo alle isole è affascinante perché c’è l’isola ricca che è l’isola Bella, c’è l’isola povera, quella d dei ei Pescatori, ci sono passaggi piacevoli e particolari come i Castelli di Cannero. Il passaggio delle isole davanti ai castelli, che fanno parte della storia del lago, con i mazzarditi, le storie dei pirati che sembrano favole. In realtà tutti questi posti, da Santa Caterina del Sasso alle isole Borromee, ai castelli di Cannero raccontano un po’ la storia del lago e sono autentici pezzi di storia. E poi le ville affacciate sul lago, navigare a bassa velocità lungo la sponda e ammirare queste ville con una particolare vegetazione legata all’ambiente del lago, le piante meravigliose che si trovano quasi unicamente sul Lago Maggiore, come sulla punta di Ceresolo i Taxodium, piante che nascono dal lago e vivono sempre immerse e sono piante che penso che sia difficile trovare in altri luoghi italiani, ed anche all’estero in luoghi meno particolari. Quando passo in barca anche solo lungo le punte, resto ammirato: a Laveno c’è la vecchia caserma austroungarica del 1860, dall’altra parte del golfo c’era il fortino di cui si vedono ancora i sassi bersagliati dalle palle di cannone cannone». ». Durante la navigazione non sono solo gli occhi ad essere ammaliati, ma suoni, sapori si inseguono talvolta proteggendo, cullando, o semplicemente alludendo a qualcosa di buono, come l’odore del pane appena sfornato: «sul « sul lago i suoni sono davvero tipici. Nelle giornate autunnali e invernali, soprattutto nel basso lago, quando tutto si riempie di nebbia, tante volte per navigare, senza avere strumentazione a bordo, i suoni sono il rumore del treno, della ferrovia che passa lungo il lago. Perciò quando si sente il rumore del treno un po’ più forte nella nebbia

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avvolgente, significa che ci si sta avvicinando molto alla costa e bisogna stare attenti ai fondali; quel rumore è un riferimento che ha aiutato tante volte a non fare incidenti. Soprattutto se si esce o la mattina presto, o verso sera, quando ci sono le montive. Quando cala il sole e finiscono le brezze, scendono queste brezze leggere dalle valli dei monti, e vanno lungo il lago. Da ogni valle può scendere una montiva, che si trascina dietro i sapori. Per esempio una montiva scende proprio da Verbania e Intra dove c’era - e forse c’è ancora - una fabbrica di cioccolato, si sente questo profumo di cioccolato portato dal vento con sé. Oppure la mattina, quando i fornai preparano il pane, escono questi profumi di pane appena sfornato dal golfo di Laveno. Di un’intensità tutta da vivere». vivere». Come descriverebbe il lago Maggiore con una manciata di parole? «IlIl lago per me è libertà, perché quando si è in mezzo al lago,

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sull’acqua, con la barca, si prova questo senso di libertà, di staccarsi completamente dai problemi che ci sono sulla riva. Il lago è natura, bellezza unica che si distingue da altre forme di bellezza, è la stessa sensazione che provo in montagna quando vedo il Monte Rosa. La bellezza del Lago Maggiore è unica e particolare, perché a differenza di altri laghi alpini, non ha sponde così incombenti come il lago di Como, montagne ossessive che sembrano chiudere molto. Il Lago Maggiore è molto più aperto, disteso, ma, a differenza del Garda, è tortuoso, ha un andamento molto meno lineare e rettilineo. È pieno di golfi, di curve, di punte… c’è la strozzatura del canalone a nord tra Cannero e Cannobio, dove si incanala il vento ed è un posto dove è estremamente bello navigare, perché questa strettoia, questo imbuto, accelera il vento per chi ama la vela». vela». Un lago di passaggio fra Lombardia e Piemonte che porta


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oltre frontiera, in Svizzera: «non «non dimentichiamo il fascino di attraversare il confine, andare ad Ascona, Locarno alle isole di Brissago, dove c’è un parco botanico estremamente interessante». interessante ». Come il lago ha contribuito alla sua crescita sportiva e professionale? «IlIl lago mi ha cambiato la vita, più che altro perché avendo la passione, mi sono innamorato del lago, ho appreso sin da giovane i primi rudimenti della vita sul lago, era l’unico obiettivo della mia giovinezza, passavo estati in cui mattina e pomeriggio con gli amici uscivamo in barca e facevamo le nostre avventure sul lago. Il lago per me è stato come per un campione di sci la montagna. Avendo il lago fuori casa, lo potevo vivere quotidianamente quotidianamente». ». Poi sono arrivate le prime importanti vittorie, Azzurra, i mondiali, l’America’s Cup e tante medagliate soddisfazioni al timone

nelle grandi regate: ««forse forse ho avuto la fortuna di trovarmi al posto giusto al momento giusto, di conoscere persone giuste, come l’architetto Claudio Maletto che disegnava barche, io timonavo le sue barche e insieme abbiamo vinto il Campionato del Mondo nel 1979, quando avevo solo ventun anni. Vincere un campionato del mondo ti mette in una posizione diversa, così ho iniziato ad essere velista professionista, e mi si è aperto un mondo di possibilità, come Azzurra nel 1983, e da lì nella nazionale e nel circuito internazionale di vela. Ho avuto così l’occasione di fare regate importanti in cui occorre continuare a nutrire la passione e mantenere la determinazione per continuare ad allenarsi, essere sempre presenti e aver la possibilità di fare regate in tutto il mondo. Ma si può dire che tutto è cominciato da una passione autentica, e dalla facilità di potersi allenare proprio fuori casa casa». ».

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Verbano, my liquid playground

A world sailing champion since the 1970s, star of the America’s Cup with Azzurra and Il Moro di Venezia, Tiziano Nava knows what it means to have the wind in his sails, including beyond the metaphor. And he has profound knowledge of Lake Maggiore, since he was born on the Lombardy shore, in Laveno, and he was drawn to the water by an irresistible destiny. It was big love, at first sight. One could say water runs in his veins, and he becomes filled with passion just describing the lake, which has been his training ground for life, his liquid playground, as he likes to call it. ‘I was born and raised near the lake, I started to fish when I was seven, then I started sailing when I was ten and I developed a keen interest in this setting because it is totally vast and free, since it is still, oddly enough, not overly used by sailors and tourists. Sailing is totally different from living on the banks or shores, it is very different from the lake seen from the land. Of course for me it was like a gigantic liquid playground where any kind of kid can have fun, my playground was the lake and the boat, in the most natural and fun way. What are the special places in the lake that you have particularly strong ties to? ‘There are really a lot of them, Lake Maggiore has really special views that are always a pleasure to go to even if you have known them for fifty years. Watching the sun set at Santa Caterina del Sasso, for example, where the whole cliff turns red, and the rocks, at the end of the day, give off all of the heat that accumulated during the day, it’s a place with unique charm. In front of Santa Caterina you have the Borromeo Gulf, sailing among the islands is fascinating because there is the rich island, Isola Bella, and the poor island, Isola dei Pescatori, and lovely, unusual landscapes like the Castelli di Cannero. The landscape of the islands in front of the castles,

which are part of the lake’s history, including the terrible Mazzarditi family, stories of pirates that seem like fairy tales. In reality, all of these places, from Santa Caterina del Sasso to the Borromeo Islands and the Castelli di Cannero tell a little bit of the story of the lake and are authentic pieces of history. And then the villas looking out onto the lake, sailing at a slow speed along the shore and admiring these villas, with their distinctive lake vegetation, amazing plants that are almost only found on Lake Maggiore, like the taxodium of the Ceresolo point, plants that come out of the lake and always live immersed in the water, plants that I think are difficult to find in other places in Italy, and even abroad in less unique places. When I go by on the boat, even just along the points, I am in awe: in Laveno there is an old Austrian-Hungarian barracks from 1860, on the other part of the gulf there’s a little fort where you can still see the rocks that were bombarded by cannon balls’. When sailing, it’s not just the eyes that are enchanted, but there are also sounds and scents, sometimes protecting, cradling or simply alluding to something good, like the smell of fresh baked bread: ‘The sounds on the lake are truly distinctive. On autumn and winter days, especially on the lower lake, when everything is covered in fog, sometimes in order to sail without any instruments on board, the sounds you hear are from the train passing along the lake. So when you hear the sound of the train get a little louder in the enveloping fog, it means that you are getting very close to the shore and you need to watch out for the shallows. That sounds is a reference that has helped avert accidents countless times. Especially if you are going out early in the morning, or towards evening, when the ‘montive’ come. When the sun goes down and the breezes fade away, these special light

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Ph Ro Ph. R berto Genuardi

winds come from the mountain valleys and go along the lake. A ‘montiva’ can come down from any of the valleys, bringing fragrances with it. For example, there is one ‘montiva’ that comes from Verbania and Intra, where there was—and maybe still is—a chocolate factory, and you smell this chocolate aroma brought along by the wind. Or in the morning, when the bakers are making bread, the aroma of fresh baked bread comes from the gulf of Laveno. The fragrance is so intense, it is really something to experience’.

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How would you describe Lake Maggiore in just a few words? ‘For me, the lake is freedom, since when you are in the middle of the lake, on the water, with your boat, you have this sense of freedom, of being completely detached from the problems on the shore. The lake is nature, a singular beauty distinct from other kinds of beauty, it is the same sensation I experience in the mountains when I see Monte Rosa. The beauty of Lake Maggiore is unique, since unlike other Alpine Lakes, it doesn’t have overhanging shores like Lake Como, obsessive mountains that seem to close everything in.

Lake Maggiore is much more open, spread out, but, unlike Garda, it is tortuous, it is much less linear and straightforward. It is full of gulfs, curves, points ... there is the narrowing of the canyon to the north between Cannero and Cannobio, where the wind gets channelled and it is an amazing place to sail because this bottleneck, or funnel, accelerates the wind for people who love sailing’. A place of passage between Lombardy and Piedmont that goes beyond the border, to Switzerland: ‘let’s not forget the allure of going


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past the border, going to Ascona, Locarno to the islands of Brissago, where there is an extremely interesting botanical park’. How has the lake contributed to your athletic and professional growth? ‘The lake has changed my life, mainly because having this passion, I fell in love with the lake, from a young age I learned the basics of life on the lake, it was the only goal of my youth, I spent whole summers morning and evening out in the boat with my friends, having adventures on the lake. For me the lake has been what a mountain is

for a ski champion. Having the lake right near home, it was part of my everyday life’. Then came your first victories, Azzurra, the World Championships, the America’s Cup and lots of medalled triumphs at the helm during great regattas: ‘Maybe I’ve been lucky to be in the right place at the right time, and know the right people, like the architect Claudio Maletto who designed boats; I steered his boats and together we won the 1979 World Championship, when I was just twenty years old. Winning a world championship puts you

in a different position, so I starting to become a professional sailor and a world of possibilities opened up for me, like Azzurra in 1983, and from there the national and the international sailing circuit. This gave me the chance to race in some important regattas where you need to keep feeding your passion and maintain your determination to keep training, always be present and have the opportunity to participate in regattas all over the world. But you could say that everything started from a real passion, and from the ease of being able to train literally just outside the house’.

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