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LA TERRA COI BUCHI. Giorno 10. A parte strade che ci torturano con ignoti tipi di asfalto e chilometri di sterrato, la Turchia è un’antologia dei desideri di ogni motociclista: paesaggi che cambiano repentinamente, montagne, steppe, campi infiniti di peperonicini e angurie, vallate, spettacolari strade costiere, e tante, tante curve. Ma la Capadocia è un discorso a sé. Una natura geologica unica al mondo: il tufo calcareo sputato dai vulcani 10 milioni di anni fa, eroso dal vento e dall’acqua, ha dato forma a incredibili trame di basalto, rugose scanalature che biangheggiano sui fianchi delle alture e i famosi “camini della fate”, le colonne rocciose in cui sono stati nei secoli scavati templi, chiese, monasteri cristiani, decine di città sotterranee e abitazioni comuni. Aggiungeteci l’ottimo e robusto vino locale e la cucina superba, in cui spicca la sac tava, carne e verdure cotte in un coccio chiuso che viene infranto nel momento di servirle.

restare. Lasciamo Aleppo, ingenuamente nel cuore furente del solleone siriano, sottovalutando i 300 km che ci separano da Damasco. Deviamo verso le cosiddette Città Morte, ricche comunità bizantine abbandonate oltre sei secoli fa. Al nostro arrivo, stremati dal caldo, capiamo cosa le ha uccise: i 48° d’agosto. In realtà, tra le rovine c’è molta vita: piccoli villaggi costruiti riciclando le pietre di archi e templi, frotte di bimbi dagli occhi verdi, donne con il velo che ci salutano dalla porta di casa, capre che pascolano tra vestigia di antichi palazzi. Troppo caldo, impossibile fermarsi. Avanti fino ad Hamah. La città delle Norie ci accoglie con la musica che queste antichissime, enormi ruote di legno emettono nella loro lenta, eterna rotazione: una specie di fragoroso canto, ipnotico muggito. Le Norie nascono per alimentare i canali per l’irrigazione dei campi con le acque dell’Oronte, ma oggi gli abitanti di Hamah sembrano apprezzarle soprattutto come “parchi acquatici”: sotto i loro spruzzi intere famiglie si rinfrescano dal caldo soffocante, comprese le donne, rigorosamente coperte dalla testa ai piedi dal nero chador. Dobbiamo riposarci dall’insolazione. Identifichiamo un giardino con invitanti panchine di pietra circolari intorno ad una quieta fontana; un uomo, forse il custode, si riposa, con due bimbi piccoli. Ci stendiamo vicino a loro, distrutti. Il nostro vicino siriano nota che non ho niente per appoggiare la testa e mi porta uno dei suoi cuscini. Quando è ora per lui di andarsene, ci fa capire che può lasciare la fontana accesa. Solo per noi. La gentilezza di questa gente è una delizia più grande di ogni monumento. Forse anche noi, un tempo, potevamo vantare una cultura della gratuità e dell’ospitalità tanto nobile?

ALEPPO, ALÉ. Giorno 12. Arrivare al confine con la Siria è più faticoso del previsto. Il sud della Turchia è massacrato da venti selvaggi che scuotono le moto, rendendo impossibile la marcia. Il lato turco della frontiera sembra la Svizzera in confronto a quello siriano, ma la contropartita della burocrazia nebulosa e snervante che ci tiene ostaggio per ore è il calore delle persone, persino dei doganieri. Pochi chilometri e siamo ad Aleppo, che ripaga ogni fatica. Un fiume di taxi gialli in moto perpetuo e gente intensamente affacendata ad ogni angolo di strada: passanti in caffetano immacolato, venditori di sapone all’olio d’alloro, donne col niqab (il vestito che lascia scoperti solo gli occhi) e i guanti neri, venditori di succo di tamarindo, sale da thé affollate dagli uomini fino a notte, fornai che ci regalano piccole pide, signore che la sera fanno shopping scegliendo tra lunghi chador neri, ai nostri occhi tutti uguali. E a poche centinaia di metri, il quartiere cristiano, ragazze truccate e vestite all’occidentale, locali, fast food e “struscio” manco fossimo a Riccione il sabato sera. Tutta questa questa diversità, convivenza e varietà, nella città che rivendica di essere la più antica del mondo.

BAGAGLIO CULTURALE. La nostra rotta ci porta fino a Damasco, da cui poi siamo costretti a fare dietrofront, mettendo in fila chilometri per tornare in Italia dal sud della Turchia. In ultima analisi. Probabilmente i turchi diranno “spaghetti”. Ma noi diciamo turchino, bagno, yogurt, chiosco, sorbetto, pascià, mammalucco: tutte parole di origine turca. Quanto al popolo siriano e all’arabo, di cui conserviamo anche alla fine del viaggio una poco orgogliosa e quasi totale ignoranza, la lezione va ben oltre le parole. Il loro patrimonio di cordialità e sorrisi è il vocabolario più prezioso che riportiamo a casa.

ACCALDATI SULLA VIA DI DAMASCO. Giorno 14. Il nostro albergatore quasi piange quando arriva il momento di partire e si crea un piccolo capannello di passanti e vicini che osservano increduli le nostre strane, pesanti moto. Anche io in effetti vorrei

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