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Una Storia

di Fatti e Protagonisti per lo Sviluppo dell’Economia e della Cultura Frusinate


Presentazione di Bruno Di Cosimo, Francesco Scalia, Paolo Vigo Le Banche Popolari ovvero: “La mutualità che visse due volte” del Prof. Luigi Salamone Costituzione e Sviluppo della Banca Popolare del Frusinate del Prof. Fausto Piola Caselli Società ed Economia nelle Valli del Frusinate del Prof. Francesco Salerno La Banca Popolare del Frusinate. Una banca con nome e cognome di Pino Parente L'Origine della Banca. Storia, Fatti e Protagonisti di Luigi Conti Dinamiche di una Gestione Note Bibliografiche Appendice


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Una Storia

di Fatti e Protagonisti per lo Sviluppo dell’Economia e della Cultura Frusinate


Presidente Bruno Di Cosimo


Presentazione


Banca Popolare del Frusinate


Presentazione

I

l Consiglio di Amministrazione, dopo tredici anni di operosa attività della Banca Popolare del Frusinate, ha voluto onorare questo significativo ed importante traguardo con una ricerca documentata e scrupolosa, volta a ripercorrere le vicende ed i protagonisti che hanno fatto la storia del nostro istituto di credito popolare. È nato così il primo volume dedicato alla Banca, “Una Storia di Fatti e Protagonisti per lo Sviluppo dell’Economia e della Cultura Frusinate” che mi onoro di presentare all’attenzione e alla lettura dei Soci e dei Clienti, ma anche di tutte quelle persone vicine al nostro lavoro e in ogni caso interessate alla nostra storia. Sono, infatti, da sempre convinto che gli eventi di cui una Banca locale è protagonista, di una Banca che abbia le caratteristiche della nostra, sono profondamente intrise nelle radici culturali e sociali del territorio nel quale essa opera, rievocandone profondamente la forma e la sostanza. Gli illustri autori della prima parte dell’opera hanno analizzato, da un punto di vista prettamente economico e distintamente, i diversi momenti della crescita e dello sviluppo della Banca, mettendoli sempre in rapporto con il contesto nazionale; si va dalla trattazione del prof. Francesco Salerno, che offre una sintetica e pregevole panoramica storica della graduale trasformazione del tessuto socio-economico della provincia di Frosinone, all’intervento del Prof. Salamone, che studia in modo didascalico ed esaustivo, il complesso fenomeno delle Banche Popolari Italiane con diretti riferimenti alla BPF. La terza monografia del volume, ultima della prima parte, curata dal Prof. Piola Caselli, analizza sistematicamente le origini del mondo bancario italiano, esaminando in

modo dettagliato e con rigore scientifico le motivazioni della nascita della nostra Banca. La seconda parte del volume è dedicata interamente alla Banca Popolare del Frusinate, ai suoi protagonisti, e quindi alle tante personalità del mondo imprenditoriale e della vita associativa culturale, civile ed amministrativa della nostra provincia. Molta attenzione è posta ai princìpi ispiratori della banca, a tutti quegli elementi che fanno diretto riferimento al credito popolare e mutualistico. Con l’occhio attento alle innovazioni che nel campo bancario quotidianamente s’impongono, questa seconda parte del volume vuole anche ricordare che i criteri di gestione attuali sono rimasti e resteranno l’attenzione allo sviluppo economico locale, l’autonomia della Banca ed il consolidamento della sua attiva presenza nel territorio. Sono messi in evidenza, di volta in volta, gli aspetti legati alle politiche intraprese dalla Banca a sostegno delle iniziative culturali, turistiche e solidaristiche, direttamente e nei confronti di enti ed associazioni che operano nel territorio. Ed è proprio questo particolare atteggiamento che voglio qui richiamare all’attenzione, come elemento giustificatore del rafforzamento continuo del sano e stretto legame tra la Banca e la comunità in cui la Popolare è presente. Infine, rivolgendo un vivo ringraziamento a quanti hanno collaborato alla realizzazione del volume “Un futuro che viene da lontano”, esprimo l’auspicio che lo stesso susciti un vivace interesse nei suoi potenziali destinatari, ai quali colgo l’occasione per rivolgere un caloroso saluto ed un augurio di buona lettura. Bruno Di Cosimo Presidente del Consiglio di Amministrazione

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a Banca Popolare del Frusinate festeggia un traguardo importante: 13 anni (ma il primo nucleo risale alla metà degli anni '80) di attività, di impegno, di servizio a favore dei cittadini e delle imprese del territorio. Il sostegno all'economia locale, l'attenzione alle esigenze della comunità, le iniziative nel campo della promozione della cultura e dell'arte, hanno caratterizzato l'azione della Banca ed hanno svolto un ruolo importante per lo sviluppo della realtà provinciale. La Provincia di Frosinone ha visto affermarsi, sempre più, un sistema produttivo caratterizzato da dinamiche coerenti con le esigenze del territorio, nel quale non mancano punte di eccellenza, dall'industria tessile al manifatturiero, dalle aziende che operano nel chimico - farmaceutico, all'aeronautica, all'industria cartaria, e che ha consentito che la Ciociaria, negli ultimi anni, si attestasse tra le prime realtà provinciali in Italia per creazione di nuovi posti di lavoro. E' in questo contesto che si pone la mission della Banca Popolare del Frusinate, con il sostegno in particolare all'artigianato e alla Piccola e Media Impresa, che rappresentano quei pilastri della nostra economia, capaci di sviluppare un sistema economico diversificato ed equilibrato e di rendere stabile e creare nuova occupazione. La Banca Popolare del Frusinate, senza allontanarsi da quelli che erano gli originari ideali di banca cooperativa del primo nucleo fondativo di Boville, Veroli, Monte S. Giovanni Campano, è oggi un moderno istituto di credito, al passo con i tempi ed in grado di dare delle risposte valide alle comu-

nità della nostra Ciociaria; una realtà finanziaria capace di reagire alle sollecitazioni omologanti della globalizzazione testimoniando un particolare ed autentico radicamento territoriale e confermando la sua vocazione al sostegno dell'economia locale ed alla crescita del tessuto produttivo. La BPF è, in definitiva, una banca del territorio e per il territorio, che è locale non rispetto alle dimensioni, ma per la fondamentale caratteristica di aver saputo essere vicina ai cittadini, alle famiglie, alle loro aspirazioni, e di essere stata in grado di identificare la sua filosofia, i suoi obiettivi, la sua azione con le problematiche, le esigenze, i bisogni della comunità in cui opera. Francesco Scalia Presidente della Provincia di Frosinone

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Banca Popolare del Frusinate


Presentazione

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ar parte di un sistema territoriale coeso è, per una Università giovane come la nostra (fondata nel 1979), una opportunità di sviluppo che non può non essere colta con orgoglio e passione, ed è con questi sentimenti che noi docenti e ricercatori dell'Università di Cassino partecipiamo alle tante iniziative culturali ed ai progetti di sviluppo a noi proposti dal nostro naturale bacino, il Lazio Meridionale. Un territorio policentrico, ricchissimo di storia e di cultura, e che recentemente, anche grazie alla presenza fattiva della nostra Università, ha via via preso coscienza della Sua valentia culturale ed economica, sfatando con i fatti i tanti luoghi comuni che lo avevano relegato ad essere, negli anni della industrializzazione selvaggia, solo la parte più settentrionale del meridione d'Italia, più vicina solo geograficamente alla capitale ed alle aree industriali storicamente più produttive ed economicamente avvantaggiate dalla nazione. In questi ultimi anni invece, anche in conseguenza del forte ripensamento imposto dalle nuove logiche del mercato mondiale e della libera circolazione delle merci, tutti i sistemi territoriali e quindi anche la Ciociaria hanno dovuto, per competere, far leva sulle proprie specificità e capacità al fine di ripensare la loro collocazione produttiva ed economica e proiettarsi coesi verso nuovi modelli di sviluppo. Il sistema Lazio Meridionale ed in particolare la provincia di Frosinone hanno infatti anch'essi partecipato alle dinamiche su esposte esprimendo numerose progettualità sociali ed economiche che si inquadrano proprio nelle linee già tratteggiate, tanto da dar luogo ad un completo e complesso ripensamento della

politica e dell'economia locale, che ha portato in questi ultimi anni tra l'altro all'attivazione sul territorio di sistemi autonomi di credito a valenza territoriale di cui la pubblicazione di oggi è buon testimone. Plaudo all'iniziativa di voler illustrare le attività svolte dalla Banca Popolare del Frusinate con un volume dotto e che, grazie al coinvolgimento degli studiosi dell'Ateneo di Cassino, dà una lettura attuale e storica di una banca quale quella popolare che per sua origine è espressione di un territorio operoso e ricco della cui maestria culturale ed economica noi dell'Università di Cassino siamo onorati di essere partecipi ed anche se così si può dire mentori. In un afflato culturale ed umano che ormai unisce sempre più la Comunità Accademica e la Società Civile di cui l'una si sente espressione dell'altra. La collaborazione tra l'Università ed il territorio è ovviamente una delle chiavi vincenti dello sviluppo e se la mutualità territoriale che deve caratterizzare una banca popolare si trasformerà virtuosamente anche in un incentivo all'innovazione, soprattutto tecnologica allora il circolo virtuoso Università/Imprese/ Territorio si realizzerà dando linfa vitale alla competizione territoriale. Ed è con questo auspicio che faccio i miei personali auguri alla Banca Popolare del Frusinate ringraziando per la stima umana ed istituzionale che la sua dirigenza ha sempre mostrato per me e per tutta la comunità accademica di Cassino. Ad maiora Paolo Vigo Rettore dell’Università di Cassino

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Prof. Luigi Salamone


Le Banche Popolari ovvero: “La mutualità che visse due volte”


PRIMA PARTE

Banca Popolare del Frusinate


Le Banche Popolari ovvero: “La mutualità che visse due volte”

Le Banche Popolari ovvero: “La mutualità che visse due volte” 1. Un romanzo giallo. 2. La storia di una dialettica. Tra «forma» e «sostanza» di società cooperativa (evoluzione). 2.1. Le origini delle banche popolari. Nascita e consolidamento delle banche popolari in Italia (1864-1942). Una «sostanza» sui generis di società cooperativa in un universo giuridico privo di una precisa nozione di mutualità. 2.2. Segue: dal codice civile del 1942 alla Costituzione del 1948 al Testo Unico Bancario del 1993 ed oltre. La «forma» cooperativa delle banche popolari esterna all’universo della mutualità protetta. 3. Una disciplina sui generis e tanti problemi (diritto scritto).

3.1. Il Testo unico bancario del 1993, nella vigenza del vecchio diritto societario. 3.2. Segue: metodi d’analisi ed itinerari della ricostruzione. 3.3. Segue: «neutralità causale» del modello organizzativo della banca popolare. 3.4. La riforma del diritto societario del 2003 e l’autonomia del diritto delle banche popolari. 3.5. Notizie (ed un commento) dell’ultima ora. 4. Tipologia sociale (prassi statutarie). 4.1. Alla ricerca delle «identità statutarie» delle banche popolari: a) la causa sociale. 4.1.1. Segue conclusioni sul punto. 4.2. Segue: b) l’organizzazione cooperativa sui generis. 4.2.1. Segue conclusioni sul punto. 5. Conclusioni: dalla «banca popolare» alle «banche popolari». Modelli legali e statutari a confronto.

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PRIMA PARTE

1. Un romanzo giallo. Un’alternativa meno didascalica al sottotitolo prescelto avrebbe potuto all’incirca suonare come «una indagine, molti errori». Infatti l’esperienza delle banche popolari potrebbe essere ripercorsa a grandi tappe, come fosse il viluppo della trama di un romanzo giallo. C’è la sparizione di una persona. Ci sono i soliti sospetti. Più d’uno indaga, qualcuno con metodo, qualcun altro guidato più che altro dall’istinto. Non mancano, secondo la migliore tradizione, tentativi di depistaggio del lettore. Si viene a sapere, intanto, che la vittima conduceva da tanto tempo una doppia vita. Ma sarà proprio tesi credibile, quella secondo cui la banca popolare è, contemporaneamente, dottor Jekill e Mr. Hyde? Il fatto è che tentare una risposta articolata a questa domanda è come entrare in un campo minato. Da un lato, chi si misura con temi come la mutualità delle banche popolari è spesso tacciato dagli operatori di occuparsi di cose che non conosce; mentre, dall’altro, nell’accademia è sempre richiesto di ripresentare le credenziali dell’indipendenza del proprio pensiero. Per queste ragioni chi scrive ha scelto di confrontarsi non solo con il diritto positivo di fonte scritta, ma anche con il momento della sua applicazione, passata e presente.

2. La storia di una dialettica. Tra «forma» e «sostanza» di società cooperativa (evoluzione). La storia delle banche popolari appare scandita dalle tappe di un difficile incontro tra una funzione mutevole ed il codice organizzativo

della società cooperativa. Tanto da indurre, in tempi lontani, un indimenticato Maestro del diritto commerciale, Giuseppe Ferri, a sostenere – in una memorabile voce di enciclopedia – che le banche popolari abbiano la «forma», ma non la «sostanza», della società cooperativa.

2.1. Le origini delle banche popolari. Nascita e consolidamento delle banche popolari in Italia (1864-1942). Una «sostanza» sui generis di società cooperativa in un universo giuridico privo di una precisa nozione di mutualità. La storia comincia in un paese lontano e in un passato remoto. Il protagonista è la mutualità nel credito. Vanta natali forestieri; viene presto trapiantato in un paese povero, nel quale si ambienta però benissimo e consolida, progressivamente, una fisionomia sui generis, più che altro grazie alla grande misura di libertà lasciata alle sue iniziative. Notoriamente, il modello della banca popolare venne importato nel nostro ordinamento in un’epoca remota, nel neonato Regno d’Italia, caratterizzato da una economia rurale, per iniziativa di un imprenditore e filantropo, il cattolico Luigi Luzzatti, preoccupato di rinvenire nuove modalità di sostegno delle iniziative economiche agricole oppure commerciali di ridotte dimensioni. Il suo progetto politico, al quale non è estranea una visione liberale del mercato, risale al 1863, quando, ventiduenne, dava alle stampe la celebre monografia La diffusione del credito e le banche popolari. Correva l’anno 1864, quando veniva costituita la 16

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Le Banche Popolari ovvero: “La mutualità che visse due volte”

Banca Popolare di Lodi. Il credito popolare non era – come si accennava – uno schema inventato in Italia: le prime esperienze datano della metà del secolo XIX in Germania, dove andava affermandosi il modello della Volksbank, espressione la cui traduzione presto divenne d’uso corrente anche nella nostra lingua. Segno, questo, della compatibilità tra cooperazione nel credito e realtà della «rivoluzione industriale». Ma anche nell’economia italiana dell’epoca la cooperazione nel credito poteva fungere da cinghia di trasmissione per lo sviluppo: lo attesta il fatto che già negli anni Settanta del Secolo XIX in Italia era sorto un così esteso numero di operatori da far ritenere necessaria la costituzione di un’associazione di categoria, l’Associazione nazionale delle banche popolari (anno 1876), sempre per iniziativa di Luigi Luzzatti. La formula organizzativa comunemente prescelta era la società cooperativa, basata sul tipo della società anonima; prendendo ad esempio l’esperienza tedesca delle Volksbanken, enti ascritti all’ordine delle Genossenschaften (più precisamente, delle Gewerbliche Kreditgenossenschaften: così anzitutto la classica monografia di SchulzeDelitzsch; nella letteratura contemporanea v. Claussen; Schmidt; Schönle). Peraltro, in Italia verso la forma cooperativa il credito popolare si era orientato per decenni più che altro per via di prassi: sarà solo molti anni dopo, con il r.d.l. 21 ottobre 1923, n. 2413, che verrà legislativamente vietato l’uso della qualifica di «popolare» nella denominazione di qualsiasi società bancaria che non fosse costituita in forma di società cooperativa (Costi). La raccolta del risparmio e l’esercizio del credito avvenivano secondo un criterio di

specializzazione, ad un tempo geografico e sociologico: al radicamento territoriale faceva riscontro una distinzione della clientela, poiché, da un lato, le casse rurali ed artigiane, oggi dette «banche di credito cooperativo» (v. artt. 33-37 d. lgs. 1° settembre 1993, n. 385 - Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia; la derivazione delle seconde dalle prime è avvenuta tuttavia in assenza di esplicito raccordo dell’art. 150 testo unico cit.: Marasà) sostenevano con il credito iniziative economiche lato sensu agricole; dall’altro, le banche popolari, guardavano invece alla iniziativa commerciale ed industriale medio-piccola. Queste, in estrema sintesi, le premesse o, se si preferisce, la preistoria della mutualità nel credito. Ma – per aderenza al dato normativo storico – bisogna chiarire che in quel tempo le espressioni «mutualità» e «società cooperativa» rivestivano nell’ordinamento italiano un significato del tutto diverso da quello oggi comunemente attestato nell’uso. Anzitutto, il codice di commercio del 1865 non conteneva alcuna disciplina delle società cooperative, mentre dedicava solo poche disposizioni alle «associazioni mutue» (artt. 183-187). Lo scenario cambiava tuttavia radicalmente appena pochi anni dopo, con l’entrata in vigore nel 1882 di un nuovo codice di commercio, adottato – fra l’altro – anche per dare adeguata regolamentazione proprio alla diffusa mutualità nel settore creditizio (Bassi). Le società cooperative facevano, sì, ingresso nel nostro universo giuridico; a queste, però, non si imponeva, dopo la scelta statutaria del modello organizzativo della società cooperativa, alcunché sul piano del concreto perseguimento della «funzione mutualistica», nell’or17


PRIMA PARTE

dine di limitazioni a) alla prestazione dei servizi della società a terzi piuttosto che ai soci e/o b) alla disposizione del patrimonio sociale in vista di quello scopo (v. Bonfante; Costi).

(v. le non sempre chiare disposizioni degli artt. 222 e 225, c. comm. 1882; nella dottrina a noi contemporanea v. Spada, del quale il virgolettato; nella dottrina dell’epoca v. per tutti

tab. 4 Andamento delle unità locali e degli addetti nella provincia di Frosinone 1951-1991 1951 1961 1971 1981 1991 U.L.

Add.

U.L.

Industria5.172 18.242 4.097 Frosinone 316 1.607 385 Ter ziario 6.290 12.473 9.477 Frosinone 544 1.691 1.033 Commercio4.928 8.460 7.706 Frosinone 431 1.024 825 Tot ale 11.462 30.715 13.815 Frosinone 860 3.298 1.424

Add.

U.L.

21.212 4.352 2.475 478 18.964 11.448 3.288 1.238 13.568 9.101 2.151 931 40.848 16.031 5.816 1.728

Add. 34.773 6.620 23.154 4.056 16.136 2.531 58.429 10.759

U.L.

Add.

U.L. Add.

6.347 61.858 8.387 64.358 625 10.027 894 9.366 14.712 33.410 15.194 37.888 1.647 6.279 1.875 7.348 11.459 22.444 11.268 23.538 1.213 3.438 1.237 3.764 24.610 119.551 28.641 132.962 2.8832 22.790 3.740 24.327

Fonte: mia elaborazione da CCIAA Frosinone, tabb. a.1.24 e segg.

Non una, infatti, delle disposizioni degli artt. 219-226 c. comm. 1882 accennava alla «funzione mutualistica»; benché il pensiero comune la ritenesse lo scopo naturale della società cooperativa (Vivante). Per questa ragione la nozione di «mutualità» era percepita a quel tempo molto più lata ed indefinita che non oggi: le società cooperative erano caratterizzate soltanto per l’applicazione di regole sull’organizzazione [«l’istituto delle cooperative (…) non è dalla legge informato ai criteri rigorosi della mutualità»: Vivante]; ma anche sotto questo profilo il sistema era profondamente diverso. La società cooperativa non costituiva infatti autonomo tipo di società: la scelta del modello cooperativo determinava l’applicazione di un regime di mere «alterazioni» rispetto ai tipi di società menzionati dall’art. 76 c. comm. 1882; alterazioni corrispondenti essenzialmente alla variabilità del capitale sociale nominale ed al voto capitario

Vivante, del quale la celebre definizione delle società cooperative come «società a capitale variabile regolate in modo da favorire gli scambievoli servigi della società verso i soci e dei soci verso la società»). Reciprocamente, come si è detto, il regime legale lasciava pieno spazio all’autonomia statutaria quanto ai poteri dispositivi del patrimonio netto. Fra l’altro, sotto la vigenza dei codici di commercio del 1865 e del 1882, le società esercenti attività bancaria erano a tutti gli effetti società di diritto comune, soggette soltanto ad isolate disposizioni speciali, quali ad es. l’art. 177 c. comm. 1882 in tema di periodico deposito di situazioni patrimoniali presso le cancellerie dei tribunali. Ne risultava, così, che la cooperativa di credito, ed in particolare la banca popolare, si attestasse come società cooperativa di diritto comune, non obbligata in quanto tale a perseguire alcun preciso scopo mutualistico. Tuttavia, proprio questo periodo storico data 18

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l’inizio di una emersione per via di autonomia statutaria di quelli che molti anni dopo sarebbero divenuti regimi speciali di legge (Costi): clausole statutarie via via più frequenti introducevano a) limiti alla distribuzione degli utili di esercizio o del patrimonio di liquidazione, oppure b) obblighi di destinazione dei servizi della banca ai soci, a condizione che rivestissero certe qualità. È questo l’embrione della «mutualità» quale la intendiamo nel vigente ordinamento statale.

2.2. Segue: dal codice civile del 1942 alla Costituzione del 1948 al Testo Unico Bancario del 1993 ed oltre. La «forma» cooperativa delle banche popolari esterna all’universo della mutualità protetta. Si intuisce facilmente che, quando l’epoca delle «libertà» cedette il passo all’epoca dell’ «autorità», fosse troppo tardi per ricondurre la mutualità nel credito, il nostro protagonista oramai maturo, negli schemi predefiniti: la fisionomia sui generis era oramai – per ragioni storiche – tanto, fin troppo marcata. E, come sempre accade in questi casi, l’individuo fuori dagli schemi paga un prezzo per le sue singolarità. Con l’entrata in vigore della prima legge bancaria del 1926 e soprattutto della seconda, del 1936, le società bancarie cominciarono a dotarsi di un più consistente corpo di regole speciali; ma per le banche popolari il quadro delineato non mutava granché, perché, sul versante del diritto societario, la società (bancaria) cooperativa risultava ancora regolata dal codice di commercio, il quale non le impo-

neva testualmente alcuna «funzione mutualistica»; mentre, sul versante del diritto pubblico, la legge bancaria accomunava la banca popolare alle ordinarie aziende di credito (esercenti credito a breve termine), assoggettandola alla vigilanza bancaria, anche sotto il profilo contabile, ed al principio di specializzazione dell’attività [v. art. 5, comma 1, lett. b), legge bancaria del 1936] (Costi). L’inizio dell’epoca dell’ «autorità» cui si accennava – il momento di svolta radicale – coincise con la entrata in vigore del codice civile unificato, nel 1942, che sostituì, in uno con il codice civile del 1865, anche il codice di commercio del 1882. Non che sotto questo codice fossero mancate normative speciali che legassero le agevolazioni fiscali ad un più rigoroso perseguimento della mutualità; ma si trattava pur sempre di normative sporadiche e marginali e – soprattutto – non di rilevanza giusprivatistica. Sotto il codice civile unificato del 1942, invece, le società cooperative venivano ordinariamente obbligate a perseguire la funzione mutualistica, anche soltanto nella versione «spuria» (art. 2518, n. 9; art. 2536, c.c. – si citano per adesso le disposizioni del vecchio diritto societario, non più applicative dal 1° gennaio 2004 per effetto del d. lgs. 17 gennaio 2003, n. 6). Questa volta anche con rilevanza giusprivatistica. In altri termini, pur non vietandosi alla società cooperativa di cedere a terzi contro denaro i beni o i servizi prodotti e conseguentemente di distribuire utili ai soci, ciò non poteva non incontrare dei limiti, nel nuovo ordinamento. Questo implicava l’inizio di una lunga transizione dalla specificità de facto alla specificità de iure delle banche popolari nell’universo societario. 19


PRIMA PARTE

Il nuovo disegno del sistema della cooperazione si completava nel giro di qualche anno, in due tappe ravvicinate, sostanzialmente coeve ed ispirate ai medesimi principi, allorché a) dapprima era adottata una normativa di vigilanza pubblica sulle cooperative con il preciso scopo di fissare requisiti della mutualità al fine del riconoscimento di agevolazioni fiscali e di altra natura (d. lgs. 14 dicembre 1947, n. 1577 – più noto come «legge Basevi», tutt’oggi vigente, pur con modifiche ed integrazioni); b) quindi la Costituzione repubblicana entrata in vigore il 1° gennaio 1948 – delimitando la cornice dei principi in cui si poneva la legge Basevi – ritagliava un importante spazio di tutela della cooperazione: «la Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità» (art. 45, comma 1, Cost.). La Costituzione, com’è noto, metteva e mette legislatore ordinario ed interpreti di fronte alla necessità di una distinzione: non ogni forma di cooperazione pare meritevole di promozione, ma soltanto quella condotta a) con carattere di mutualità e b) senza fini speculativi. Dal punto di vista della struttura organizzativa, la Costituzione non circoscrive i suoi programmi di promozione ed incremento alle sole società cooperative, poiché sono inclusi anche enti organizzati in forma diversa, purché ispirati a scopo mutualistico. Restano fuori dall’area della protezione costituzionale allora enti organizzati in forma di società coo-

perativa privi di scopo mutualistico ovvero nei quali la causa mutualistica conviva con altre finalità. Va così osservato come il modello di cooperazione e di mutualità inizi a dissociarsi, tra codice civile, da un lato, Costituzione e legislazione speciale, dall’altro: il primo riassume principi giusprivatistici sull’organizzazione di enti collettivi e sui loro scopi in generale; il secondo, strettamente funzionale ad un programma di agevolazioni, si interessa invece a particolari atteggiamenti della causa mutualistica. Ma passerà ancora del tempo prima che maturi la consapevolezza della duplicazione funzionale dei modelli di cooperazione (tuttavia se ne avvedeva già, in tempi risalenti, Alessandro Graziani; v. ora Bonfante): vi sarà così chi, medio tempore, ipotizzerà lo scostamento dalla funzione mutualistica (tout court) della cooperativa collocatasi fuori della Costituzione (Messineo, pur se implicitamente). Né tale ordine giuridico bipartito della cooperazione è stato disatteso dalla recentissima riforma del diritto societario, introdotta con il d. lgs. 17 gennaio 2003, n. 6 (infra, § 3.4.). Questo discorso non può tuttavia affrontarsi ex professo in questa sede. Bisognerà qui ricordare invece le ricadute di questo mutato assetto istituzionale nella materia delle banche popolari, allorché il legislatore fu posto di fronte alla necessità di scelte drastiche. Ben presto si cominciava a distinguere tra «cooperazione costituzionalmente riconosciuta» e non; la classificazione fu subito fatale per le banche popolari, la cui prima legislazione organica prendeva corpo già nel 1948 – v. il d. lgs. 10 febbraio 1948, n. 105, oggi non più in 20

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vigore –: questi enti creditizi venivano a) autorizzati alla integrale distribuzione degli utili di esercizio e del patrimonio netto di liquidazione e b) esonerati dai controlli di cui agli artt. 2542 ss. c.c., marcando, secondo l’opinione dei più, il primo allontanamento dal sistema della cooperazione (Costi). La nuova normativa imprimeva una svolta al dibattito, perché fu da allora che la saggistica giuridica cominciò ad interrogarsi sulla funzione – mutualistica o meno – delle banche popolari. Nella frattura che si è ricordata fra modelli codicistici e modelli costituzionali della cooperazione vanno ricercate le radici della tendenza, prima giurisprudenziale – si ricordi per tutte l’importante sentenza della Cassazione 26 novembre 1985, n. 5887 –, quindi legislativa, a disapplicare la legge Basevi e le altre discipline di agevolazione fiscale delle cooperative. Si comprende pertanto in quale quadro istituzionale, alla fine degli anni Cinquanta, maturasse la convinzione di Giuseppe Ferri, per cui le banche popolari avessero «forma» ma non «sostanza» di società cooperativa. Questo orientamento diveniva diritto positivo in quattro tappe, molto tempo dopo, nei primi anni Novanta del Secolo XX, con l’entrata in vigore: a) della legge di riforma delle società cooperative, espressamente dichiarata non applicabile alle banche popolari (v. art. 21, comma 8, legge 31 gennaio 1992, n. 59); b) della legge 17 febbraio 1992, n. 207 [poi rifluita nel Testo Unico di cui si dice più sotto alla lett. d): v. art. 30, commi 5 e 6], che dettava una disciplina sui generis del gradimento, da cui fonte tra le più autorevoli desumeva che nelle banche popolari non tutti i soci, bensì

solo quelli legittimati all’esercizio dei diritti c.d. corporativi, debbano condividere il programma mutualistico (Costi); c) del d. lgs. 14 dicembre 1992, n. 481, che prevedeva una limitata ammissibilità della trasformazione e della fusione delle banche popolari in società per azioni, in espressa deroga del divieto di trasformazione delle società cooperative in società lucrative (art. 14 legge 17 febbraio 1971, n. 127) [pure tale norma è rifluita nel Testo Unico di cui si dice alla lettera appresso (v. art. 31)]. Si trattò tuttavia di un importante elemento di novità, da cui pure fu tratto argomento per la vistosa attenuazione, quando non per la scomparsa, della funzione mutualistica (Costi); d) finalmente, del vigente d. lgs. 1° settembre 1993, n. 385 - Testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia (d’ora in avanti «t.u.b.»), che, nel ribadire espressamente la inapplicabilità della legge Basevi alle banche popolari (v. art. 29, comma 4), abroga la legge bancaria del 1936, il d. lgs. n. 105/48, la legge n. 207/92, il d. lgs. n. 481/92 (v. art. 161 t.u.b.). Questo quadro normativo, in tempi recenti, ha fatto sorgere l’interrogativo se l’organizzazione cooperativa (variabilità del capitale e voto capitario) disunita dalla funzione lucrativa non sia lo stratagemma, peraltro autorizzato dalla legge, per eludere – almeno nelle grandi banche popolari quotate in borsa – molte delle regole su trasparenza e responsabilità nella gestione sociale (c.d. corporate governance) e per consolidare un management autoreferenziato. È così che in questi anni sono sorte talune associazioni di categoria con la dichiarata missione del «contrasto» assembleare dei gruppi di comando che esprimono 21


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gli amministratori di banche popolari, utilizzando ogni mezzo consentito dal principio «una testa, un voto». In una filosofia liberale del mercato, queste azioni non sono mai da biasimare a priori; benché di fatto non sembrino ancora riuscite ad approdare ad alcun apprezzabile risultato, né in sede politica, né in sede giudiziaria. D’altro canto, proprio in considerazione del rapporto giuridico di natura associativa sul quale esse intendono edificare una tutela sui generis del consumatore, rectius: del socio debole e minoritario, escluderei senza esitazione l’applicabilità a questi enti della legge 30 luglio 1998, n. 281, che nella parte debole presuppone la qualità di consumatore o di utente (la controparte di un rapporto di scambio, di natura non associativa) (v. in particolare art. 1 legge cit.).

3. Una disciplina sui generis e tanti problemi (diritto scritto). Che ne è, dunque, della mutualità delle banche popolari, scomparsa di circolazione? È stata uccisa? Chi l’ha uccisa? Qualcuno la dà per morta, qualcun altro afferma di averla vista ancora in vita di recente; entra in scena un investigatore, costretto a mettere insieme le tessere di un puzzle valutando l’attendibilità degli indizi raccolti. Fra gli anni ’90 e i primi del 2000 – e si passa ora a considerare il diritto vigente –, sembra definitivamente consumato il divorzio tra funzione mutualistica e organizzazione cooperativa della banca popolare: vi è chi legge una tale indicazione nella lettera dell’art. 29, comma 1, t.u.b., secondo cui «le banche

popolari sono costituite in forma di società cooperativa a responsabilità limitata» (corsivo mio), la legge stessa rimanendo quantomeno neutrale in punto di sostanza (Bassi). Ma l’argomento è, per altri, di quelli che provano troppo se, a livello sistematico, la «forma» cooperativa si attesta come lo strumento giuridico necessario e residuale al raggiungimento di un particolare interesse «sostanziale», qual è la causa mutualistica (Oppo). Certo è che lo scenario normativo, anche all’esito della recente riforma del diritto societario, si presenta quanto mai farraginoso. Ma non basta: anticipando parzialmente le conclusioni, ancor prima che sulla «mutualità» delle banche popolari, non si registrano concordi opinioni sulla stessa nozione generale di «mutualità cooperativa», posto che sin da epoca remota il diritto positivo presenta notevole frammentarietà tra codice civile, da un lato, e Costituzione e legislazione speciale, dall’altro. La semantica «di settore» non è meno confusa di quella «di sistema». Varie sono, dunque, le piste che si delineano per l’investigatore.

3.1. Il Testo unico bancario del 1993, nella vigenza del vecchio diritto societario. Al di là del ricordato art. 29, comma 1, t.u.b. e dell’anodino riferimento alla «forma» della società cooperativa a responsabilità limitata, significativa pare invece una norma che spicca per sensibile divergenza rispetto al vecchio diritto comune delle società cooperative (v. art. 2536 c.c. - testo ante riforma ex d. lgs. 22

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n. 6/2003): la banca popolare deve destinare una quota di utili netti annuali pari almeno al 10% a riserva legale; gli utili residui non assegnati a riserva legale, ad altre riserve, ad altre destinazioni previste dallo statuto o non distribuita ai soci, è destinata a beneficenza o assistenza (art. 32 t.u.b.). La maggioranza degli studiosi ne ha tratto ulteriore indice dell’attenuazione – quando non della sparizione – della funzione mutualistica. Si impongono alcuni rilievi, sin da ora. a) Per il nostro ordinamento non bisogna confondere tra destinazione filantropica (beneficenza ed assistenza) dell’utile residuo e mutualità: la filantropia costituisce invero una delle manifestazioni dello scopo c.d. ideale delle associazioni e delle fondazioni del Libro primo del codice civile. Si direbbe allora – ma la domanda è retorica – che le banche popolari all’occorrenza fuoriescano dall’area delle società? b) Se poi la norma dell’art. 32 t.u.b. viene raffrontata anche alla diversa regola concernente le limitazioni alla destinazione dell’utile di esercizio nelle banche di credito cooperativo (v. art. 37 t.u.b.), ci si avvede che il solco tra mutualità e banche popolari si allarga sempre di più. c) Cosa dire, peraltro, della struttura organizzativa, che ricalca invece il modello ben noto della società cooperativa: variabilità del capitale; principio del voto capitario («una testa, un voto»); numero minimo di soci; limiti della partecipazione sociale; disciplina articolata e sui generis del gradimento, raccordata al principio della «porta aperta» (infra, § 4.1.1.); quanto ad un ultimo carattere – la nomina esclusivamente assembleare degli organi sociali

(art. 29, comma 3, t.u.b.), usualmente posto in relazione all’art. 2535 c.c. (testo ante riforma ex d. lgs. n. 6/2003) – bisognerà aprire una riserva da sciogliersi più avanti, commentando il diritto riformato delle società cooperative (infra, § 3.4.). La breve rassegna dei caratteri scaturenti dal testo unico bancario sollecita una duplice indagine, attorno alla funzione ed all’organizzazione dell’ente collettivo. La diversa impostazione dell’analisi può condurre a risultati sistematici ed applicativi anche contrastanti.

3.2. Segue: metodi d’analisi ed itinerari della ricostruzione. Secondo una prima traiettoria d’indagine, lo scomparso dovrebbe essere tuttora in vita. Si tratta di quell’itinerario di ricerca che parte dalla premessa che la tipizzazione delle società cooperative segua la funzione e che la struttura organizzativa altro non sia che la forma necessaria (o quantomeno residuale) del perseguimento di un tale scopo sociale. Se si preferisce: ogni volta che si rinvenga il nomen iuris di «cooperativa» si deve presumere la funzione mutualistica dell’ente. Nella versione più equilibrata ed autorevole, questo approccio argomenta da una disposizione del codice civile – «l’indicazione cooperativa non può essere utilizzata da società che non hanno scopo mutualistico» [v. art. 2515, comma 2, c.c., rimasto immutato dopo la novella del d. lgs. n. 6/2003] –; quindi prende atto che anche nel codice civile si attesta la compatibilità tra utile di esercizio e funzione mutualistica (art. 2518, comma 1, n. 9; art. 2536, c.c. 23


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– testo ante riforma ex d. lgs. n. 6/2003; v. ora art. 2521, comma 3, n. 8; art. 2545 quater; art. 2545 quinquies c.c., testo novellato dal d. lgs. n. 6/2003), creandosi allora una situazione evocata con l’espressione la «mutualità spuria»; conseguentemente, il dato caratterizzante della mutualità cooperativa andrebbe semmai ravvisato a) sia in una particolare limitazione dei poteri di destinazione dell’utile b) sia in un’attività giuridica extra-societaria tra socio e società. Quali ricadute abbia questa impostazione generale dell’analisi è presto detto: di fronte alla evidente diversità delle discipline sulla destinazione dell’utile netto d’esercizio, la tendenza è a valorizzare dogmaticamente tutti quei dati normativi nei quali è utilizzato il nomen iuris della società cooperativa in relazione alla banca popolare, sia nel codice civile (v. art. 2517 c.c., ora divenuto art. 2520 c.c. nel testo novellato dal d. lgs. n. 6/2003), sia nel t.u.b. (v. art. 28 t.u.b.; v. art. 29, comma 1, t.u.b.; v. il riferimento allo «spirito della forma cooperativa» nell’art. 30, comma 5, t.u.b., nell’ambito della disciplina del gradimento) (Oppo). Ma, nonostante tanto rispetto verso il diritto scritto (comune al più accreditato séguito scientifico ricevuto da questa tesi: v. per tutti Buttaro), non si può non osservare che molti segnali ambigui – forse dissonanti – vengono proprio dalla lettera del testo unico bancario, soccorrendo il dubbio a) che la formula dello «spirito della forma cooperativa» rinvii ad un modello organizzativo – il principio della «porta aperta» – piuttosto che funzionale (Pennisi; sul punto va però aperta una riserva da sciogliersi infra, § 4.1.1.); b) che ad un’astratta compatibilità anche con la causa lucra-

tiva esclusiva si debba la sottrazione delle banche popolari alle disposizioni della c.d. legge Basevi (art. 29, comma 4, t.u.b.) e della legge di riforma delle cooperative (torna a vedere art. 21, comma 8, legge n. 59/92); c) che le previsioni di devoluzione filantropica dell’utile netto d’esercizio non abbiano niente a che vedere con la mutualità (v. art. 32, comma 2, t.u.b.); la quale è causa imprenditoriale e non può prescindere – nella cornice dell’art. 2082 c.c. – dalla economicità (copertura dei costi con i ricavi) del metodo (Bonfante). Quanto all’ammissibilità, seppur circoscritta, della trasformazione in, o della fusione da cui risulti una società per azioni (art. 31 t.u.b.), non parrebbe invece desumibile alcunché sul piano della causa del contratto sociale: sia perché di tale previsione è stato messo in evidenza il carattere eccezionale rispetto all’ordinario regime della cooperativa ante riforma 2003, in ragione delle limitazioni testualmente espresse dalla disposizione in esame (v., con la consueta obiettività, lo stesso Oppo; ed inoltre: Salerno; Schiuma), sia perché altra norma avente finalità analoga ammette che all’anzidetta fusione eterogenea possa partecipare a certe condizioni persino una banca di credito cooperativo, sulla cui funzione mutualistica si avanzano meno perplessità (art. 36 t.u.b.). Tutt’altra ratio – la settorialità dei controlli pubblici; i principi della «sana e prudente gestione» e della stabilità sistemica come valori fondanti la vigilanza bancaria (art. 5 t.u.b.) – sorregge invece la sottrazione, in via generale, sia delle banche popolari sia delle banche di credito cooperativo dagli ordinari controlli dell’autorità governativa sulle società cooperative di diritto comune (art. 24

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28, comma 2, t.u.b.). Peraltro, questa sottrazione va raffrontata con il recente riordino della disciplina di vigilanza sugli enti cooperativi, realizzato con il d. lgs. 2 agosto 2002, n. 220, che nell’art. 18 dichiara le banche di credito cooperativo – non le popolari, invece – soggette ai controlli dell’autorità governativa ai soli fini del rispetto delle disposizioni dell’art. 21, comma 3, legge n. 59/92, fatte salve le competenze della Banca d’Italia. Seguendo una seconda pista, che parte più o meno dalle premesse della prima, l’investigatore potrebbe giungere alla conclusione opposta, ma le ragioni d’insoddisfazione sarebbero destinate a permanere: lo scomparso viene dato per morto, ma nessuno sa indicare dove ritrovare il cadavere. Infatti, lo stesso metodo di analisi – esaltazione del momento funzionale e svalutazione del codice organizzativo – conduce alcuni fra i più autorevoli studiosi anche al risultato opposto: si è così ritenuto – in base alle regole da cui si desume il divorzio tra banca popolare e funzione mutualistica – che l’organizzazione della banca popolare sia definitivamente uscita dal modello della società cooperativa (M. Rescigno; Capriglione; con toni più prudenti, Schlesinger). Ma la reale posta in gioco di quest’operazione, culturale e politica ad un tempo, sembra piuttosto la (difficile, per non dire impossibile) trasposizione dei principi di governance dell’organizzazione azionaria a quella cooperativa. In fondo, queste prime due traiettorie d’indagine inseguono lo scomparso utilizzando un fallace identikit: ne viene così che non si è in grado di ritrovarlo.

3.3. Segue: «neutralità causale» del modello organizzativo della banca popolare. Seguendo una terza, più affidabile, pista, l’investigatore potrebbe essere tentato di annunciare incautamente il colpo di teatro, che però tarderà a venire, accrescendo il rischio di deludere il lettore. Si tratta di quell’itinerario di ricostruzione che affonda le radici nella folgorante intuizione di Giuseppe Ferri, per cui le banche popolari avrebbero la «forma» ma non la «sostanza» della società cooperativa, e trova ora approdo nella suggestiva formula della «neutralità causale»; formula cui non può tuttavia riconoscersi alcuna semantica estranea al nostro diritto positivo, e che alla luce di questo deve essere rimeditata, sulla base di più moderni strumenti di ricerca, maturati nei più recenti trent’anni. Si può discernere così tra identità funzionale ed identità organizzativa di un ente collettivo; per individuare un duplice livello di tipizzazione delle società (Spada). In estrema sintesi ed approssimazione: se l’identità funzionale della banca popolare è (a livello legale) neutra – perché della mutualità codicistica non si rinviene la fisionomia – e (a livello statutario) compatibile con le cause più varie, lucrative e non, difficilmente si potrà contestare che l’identità organizzativa sia diversa da quella della società cooperativa: lo denunziano anzitutto la variabilità del capitale ed il voto capitario. A chi scrive si impongono alcune osservazioni. a) Sul piano della struttura organizzativa, cioè dello schema utilizzato per configurare l’«ordinamento dei poteri della produzione dell’attività sociale» (Sciuto), non conducono 25


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fuori dal modello della cooperativa [retro, n. 3.1., lett. c)] talune particolarità disciplinari divergenti dal diritto comune, quali ad es.: a) in materia di gradimento (infra, § 4.1.1.); b) in materia di limitazione della entità della partecipazione sociale; c) in materia di trasformazione o fusione della banca popolare da cui risulti una società per azioni (art. 31 t.u.b.), posto che nel nuovo diritto societario la trasformazione eterogenea della società cooperativa (tranne che a mutualità prevalente) non costituisce più un tabù ordinamentale (si veda l’art. 2545 decies c.c. – testo riformulato dal d. lgs. n. 6/2003). b) Sul versante funzionale, non si deve sopravvalutare la portata della disapplicazione della legge Basevi (art. 29, comma 4, t.u.b.): nessuno può dubitare del carattere settoriale dei principi ispiratori del c.d. sistema speciale della cooperazione, correlati alla concessione di agevolazioni fiscali, previdenziali e quant’altro. La mutualità prescritta dal codice civile come scopo delle società cooperative è invece una fattispecie non definita e di sicuro più ampia. Poco utile applicativamente è la nozione offerta dalla Relazione ministeriale al codice civile (al n. 1025), secondo cui l’impresa mutualistica sarebbe diretta a «fornire beni, o servizi od occasioni di lavoro direttamente ai membri dell’organizzazione a condizioni più vantaggiose di quelle che otterrebbero sul mercato»: più descrittiva che altro, poiché l’esperienza ha mostrato che le modalità di trasferimento dall’impresa sociale ai soci di siffatte economie possano essere le più varie. È seguendo questa linea che autorevole corrente di pensiero ha rinvenuto ragione di sostenere che la cooperativa sia modalità facol-

tativa, anziché necessaria, del perseguimento della causa mutualistica (in tempi più remoti: Romano-Pavoni; Ferri; Verrucoli; successivamente, Spada; infine, per un riepilogo del dibattito, Bonfante): attualmente, mutato con la riforma del 2003 l’art. 2511 c.c., è caduto il principale aggancio testuale di questa tesi; ma il problema è tutt’altro che uscito dal nostro sistema. Si potrebbe così essere indotti a ricercare una più ampia nozione d’impresa mutualistica; ma in questa sede ci si deve limitare ad indagare soltanto lo scopo che sorregge l’impresa mutualistica condotta in forma di società cooperativa. Qui occorre assumere come punto di partenza – come in qualsiasi fenomeno societario – l’art. 2247 c.c. ed argomentare dalla esigenza (per aversi una fattispecie societaria) di uno «scopo di divisione degli utili» di gestione, a sua volta distinguibile nello scopo diretto dell’ente collettivo (c.d. scopo-mezzo) e nello scopo di chi partecipa all’ente collettivo (c.d. scopo-fine). Se – come detto – la parola «mutualità» è usualmente impiegata per contraddistinguere la realizzazione di una economia nella sfera dei titolari d’impresa, il senso della operazione è tutto nelle modalità del trasferimento di una tale economia dall’impresa sociale a coloro che vi partecipano. Sotto il primo profilo, dello scopo-mezzo, non da ieri ci si è avveduti che la mutualità non è affatto incompatibile con la ricerca di un lucro oggettivo, cioè con la produzione d’un utile netto di gestione, ciò che postula anche rapporti di scambio con terzi: «una cooperativa ridotta a lavorare coi soci avrebbe una vita meno aleatoria; potrebbe regolare le sue provviste sovra un consumo prevedibile almeno approssimativamente, 26

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avrebbe a sua garanzia le azioni dei soci, ma per lo scarso giro dei suoi capitali, si consumerebbe per lo più dentro di sé, con un lento e screditato esercizio, con poca fortuna pei soci e pei suoi creditori (…) Se la legge italiana infliggesse alle cooperative l’interdetto di operare coi terzi, le condannerebbe ad una vita rachitica» (Vivante). Da ultimo, gli scambi con terzi sono ammessi anche dalle disposizioni di carattere agevolativo sulla «prevalenza» della mutualità (v. artt. 2512; 2513; 2514 c.c.; testo novellato dal d. lgs. n. 6/2003), ma vengono da altro lato subordinati ad espressa previsione statutaria (art. 2521, comma 2, c.c. – testo novellato dal d. lgs. n. 6/2003). È semmai sotto il secondo profilo, dello scopo-fine, che il discorso si mostra più articolato. Le modalità del trasferimento dell’economia dall’impresa sociale ai soci possono essere le seguenti: a) l’autodestinazione in forma diretta delle economie, mediante acquisizione dai soci delle prestazioni della impresa sociale (la c.d. «gestione di servizio») a condizioni più vantaggiose di quelle di mercato – nel caso delle banche popolari si tratterà d’un accesso più vantaggioso ai servizi della banca e di questa tecnica ci si darà carico di svolgere riscontri negli statuti sociali (infra, § 4.1.) –; b) l’autodestinazione in forma indiretta, che si ha quando i soci accedono a condizioni di mercato ai beni o ai servizi prestati dalla società cooperativa, ottenendo il trasferimento delle economie mediante destinazioni di somme di denaro (c.d. ristorni; oggi fatti oggetto di disciplina dall’art. 2545 sexies c.c., introdotto dal d. lgs. n. 6/2003). Va tuttavia chiarito che queste modalità di trasferimento delle economie possono convivere – per

diritto scritto – con parziali destinazioni dell’utile netto ai soci, cioè con forme di remunerazione capitalistica dell’investimento, nel qual caso usualmente si parla di «mutualità spuria» (v. art. 2518, comma 1, n. 9; art. 2536 c.c., testo ante riforma 2003; v. ora art. 2521, comma 3, n. 8; art. 2545 quater, comma 2; art. 2545 quinquies c.c., testo novellato dal d. lgs. n. 6/2003). In tal caso, la funzione mutualistica è sempre riconoscibile quando la disciplina vieti la integrale – non dunque la parziale – distribuzione ai soci degli utili netti prodotti dalla cooperativa (Campobasso). Riassumendo: è questa la «mutualità» in senso tecnico – autodestinazione, in forma diretta o indiretta –; è «mutualità» in senso tecnico anche la versione «spuria», da intendersi allora come una «non illimitata lucratività», che si ha quando si divide tra i soci in forma di dividendo la parte residua di utile netto che non è obbligatorio destinare a fini mutualistici (Spada, approfondendo un illuminante spunto di Alessandro Graziani; v. ora art. 2545 quater, comma 3, c.c., introdotto dal d. lgs. n. 6/2003). In ultima analisi (riassuntivamente): la nozione tecnica di mutualità nel nostro diritto delle società cooperative si desume dalla disciplina di disposizione del patrimonio netto di bilancio. Nelle società cooperative, solo parte di questo può essere diviso tra i soci alla conclusione dell’esercizio e/o della iniziativa sociale in forma di utile, cioè secondo un criterio capitalistico di remunerazione dell’investimento. Nella materia delle banche popolari, dunque, il lavoro ricostruttivo deve muovere dalle regole legislative che presiedono alla devoluzione dell’utile netto di gestione e del patrimonio di liquidazione della società. 27


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Regole che non compromettono la compatibilità di un certo codice organizzativo tanto con la causa mutualistica quanto con la lucrativa: in estrema sintesi, si parla di «neutralità causale» della banca popolare, una volta ravvisata nel t.u.b. una normativa di eccezione ai principi residuali del codice civile sulle cooperative (v. Belli/Brozzetti; Calandra Buonaura; Marasà; Pennisi; Salerno; Schiuma). Qui bisogna però distinguere: da un lato, la mutualità in senso tecnico, che – anche soltanto nella versione «spuria» – è divenuta facoltativa e convive pur all’interno della organizzazione cooperativa con le finalità più disparate, nulla impedendo l’autodestinazione, totale o parziale, dei servizi bancari o la devoluzione dell’utile sociale a fini mutualistici. La facoltatività rinvia dunque all’autonomia statutaria (Presti); rinviando ogni approfondimento (infra, § 4. ss.), per il momento si deve osservare che se il regime causale va facendo della banca popolare un «abito» buono per una varietà indefinita di occasioni, si deve concludere, provvisoriamente, che le banche popolari stiano alle cooperative come le società per azioni di diritto speciale stanno alla società per azioni comune (Marasà): tutte si rapportano all’art. 2247 c.c., ma – quanto all’elemento funzionale – si moltiplicano i vincoli di destinazione dell’utile netto di bilancio; dall’altro, le previsioni di filantropia, cioè di «non economicità», che si fanno soltanto intravedere nell’art. 32, comma 2, t.u.b. e che invece sono più fortemente radicate negli statuti delle società (infra, § 4. ss.) non hanno evidentemente nulla a che vedere con la «mutualità» in senso tecnico. Si tratta piuttosto di cause non societarie che si innestano sull’organizzazione

cooperativa della società, con quest’ultima compatibili mercè il loro rilievo secondario rispetto alla causa principale (v. anzitutto art. 13 c.c.). Invero, alla «neutralità causale» non potrà non porsi un limite: la non prevalenza della causa filantropica su quella economica, cioè, ad un tempo, lucrativa e/o mutualistica globalmente considerate. In caso contrario la banca popolare si chiamerebbe fuori dal paradigma societario dell’art. 2247 c.c., mentre verrebbe attratta all’area concettuale degli enti collettivi del Libro primo del codice civile. Ed è a questo punto che dovrebbero sorgere seri dubbi sul valore quantomeno relativo della formula della «neutralità». Infatti, gli elementi funzionali passati in rassegna dovrebbero ritenersi sufficienti per giustificare l’impiego del codice organizzativo della cooperativa fuori dai rigori dell’art. 2511 c.c. (nuovo testo): la «neutralità causale» è modalità di argomentazione di quelle che possono sfuggire dal controllo; di quelle che potrebbero indurre alla costruzione dell’ «ircocervo». E allora – in fondo a tutto (ed il quesito è stato volutamente lasciato insoluto fino a questo punto) – quale significato può legittimamente rivendicare nel nostro sistema positivo la formula di cui si discute? L’unica semantica che questa possa legittimamente esibire non può prescindere da un principio ordinamentale – espresso nell’art. 2247 c.c. – secondo cui la fissazione di un paradigma funzionale resta pur sempre un elemento della fattispecie societaria: la formula della «neutralità causale» designa un particolare atteggiarsi della causa societatis; non indica invece alcuna abdicazione alla razionalità del nostro ordinamento, secondo cui ogni codice organizzativo corrisponde legislativa28

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mente una giustificazione funzionale (v. tutti gli studi di Spada riportati in nota bibliografica; da ultimo v. Sciuto/Spada). Nell’orizzonte normativo delle banche popolari la formula evoca 1) un universo di modelli funzionali tipici, non sempre coincidenti con quelli dell’art. 2511 c.c., ma comprensivi di iniziative speculative e non, ascrivibili all’area dell’art. 2247 c.c., nonché altruistiche, ascrivibili all’area concettuale del Libro primo del codice civile, purché non prevalenti rispetto alle prime (si torni a vedere l’art. 32, comma 2, t.u.b.); 2) una delimitazione delle «zone di interessi» disponibili all’autonomia statutaria, perché riconosciuti dall’ordinamento generale tutti come compatibili alla fattispecie societaria (sempre ex art. 2247 c.c.). In questa prospettiva, dire che la banca popolare è «causalmente neutra» equivale ad aver rinvenuto la ragione stessa di giustificazione del codice organizzativo delle società cooperative. Tuttavia – ed è questo il caveat conclusivo – «neutralità causale» non va intesa come compatibilità con qualsiasi causa od anche con nessuna causa: non sarebbe valida, ad es., una clausola statutaria che in una banca popolare vietasse qualsiasi distribuzione di dividendo azionario, qualsiasi destinazione di utilità di natura mutualistica, a vantaggio di esclusive devoluzioni filantropiche. La fattispecie della banca popolare è pur sempre quella di una società: nessuno può dubitare che questi enti vadano ascritti – come si diceva – nell’area dell’art. 2247 c.c.; ed in quest’area, sarà lo statuto sociale a contemperare una ipotesi sui generis di «mutualità spuria» e/o di lucratività miste a cause filantropiche (che mai possono divenire predominanti). Diviene così fondamentale

indagare su di un altro piano: su quello statutario. Ma dapprima occorrerà valutare quanto di questi dibattiti sopravvive ad una sotterranea ed insidiosa innovazione, giunta con la recente riforma del diritto societario, che in linea astratta si assume non dovrebbe aver toccato le banche popolari.

3.4. La riforma del diritto societario del 2003 e l’autonomia del diritto delle banche popolari. Con la riforma del diritto delle società di capitali e cooperative – introdotta per novellazione del codice civile attraverso il ricordato d. lgs. n. 6/2003 – viene, da un lato, operata una più rigorosa distinzione tra cooperative aventi diritto alle agevolazioni tributarie e non [v. art. 5, comma 1, lett e), legge 3 ottobre 2001, n. 366 - delega per la riforma del diritto societario; v. anche Relazione ministeriale al d. lgs. n. 6/2003, § 15]: è introdotta infatti la nozione di «(società cooperative a) mutualità prevalente» proprio a discriminare tra le prime e le altre (artt. 2512-2514 c.c., nuovo stile). Dall’altro, l’art. 223 terdecies, comma 2, disp. att. c.c. (nuovo testo) dispone espressamente che alle banche popolari continuino «ad applicarsi le norme vigenti alla data di entrata in vigore» della legge delega di riforma del diritto societario (legge n. 366/2001): non, si badi, al tempo della entrata in vigore del decreto legislativo delegato (n. 6/2003). La disposizione è ambigua e, per adesso, nessun chiarimento viene dalla circolare della Banca d’Italia (n. 245408 del 16 marzo 2004) concernente le modifiche statutarie conseguenti alla riforma 29


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societaria. Secondo una prima interpretazione, non dovrebbe trattarsi di altro, riguardo alle banche popolari, che dell’ultrattività delle vecchie disposizioni, incluso di quelle del codice civile, in materia di società cooperative e di quelle sulla società per azioni dalle prime richiamate (Buonocore). Certamente si tratta di una posizione che getta un cono d’ombra su molti problemi operativi. Quale diritto regola ad es. una impugnativa di deliberazione assembleare di banca popolare? E secondo quale rito – quello ordinario del codice di procedura civile o quello societario introdotto dal d. lgs. 17 gennaio 2003, n. 5 – si solleva la contestazione in sede giudiziaria? Non solo; seguendo questa linea, vi è chi ha rilevato che così opinando addirittura si finisce per disapplicare alle cooperative il nuovo diritto penale societario (perché entrato in vigore successivamente alla legge delega con d. lgs. 11 aprile 2002, n. 61) (Morera). Non meno importanti interrogativi suscita poi la interpretazione restrittiva, secondo la quale alle banche popolari dovrebbe applicarsi il nuovo diritto codicistico delle cooperative, mentre a sopravvivere sarebbe il solo materiale normativo speciale, dedicato alle banche popolari, consistente essenzialmente nelle disposizioni del t.u.b. (Marasà). Se così fosse, le popolari di sicuro ne guadagnerebbero perché si dissolverebbero anche molti dei problemi più avanti messi a fuoco (oltre che di seguito, v. anche infra, § 4.2.); ma il fatto è che la disposizione eccettuativa del legislatore delegato rinnova il contenuto dell’art. 5, comma 3, legge delega n. 366/2001, secondo cui «sono esclusi dall’ambito di applicazione delle disposizioni di cui al presente articolo [: le linee guida della

riforma del diritto comune delle cooperative – notazione mia] i consorzi agrari, nonché le banche popolari, le banche di credito cooperativo e gli istituti della cooperazione bancaria in genere, ai quali continuano ad applicarsi le norme vigenti salva l’emanazione di norme di mero coordinamento che non incidano su profili di carattere sostanziale della relativa disciplina» (la disposizione delegante risulta più nitida rispetto a quella delegata). Un’ultima corrente di pensiero pretende, infine, di mediare tra le precedenti, proponendo una interpretazione «correttiva» della normativa delegata sulla base della lettera della legge delega, considerando in particolare il ricordato art. 5, comma 3, là dove esclude le cooperative di credito «dall’ambito di applicazione delle disposizioni di cui al presente articolo» (corsivo mio) anziché dalla complessiva portata precettiva della riforma societaria. Se ne deduce così la disapplicazione del nuovo diritto delle cooperative e l’applicabilità, invece, a) dei principi suppletivi desumibili dal nuovo diritto delle società per azioni (non viene in considerazione, per ragioni connesse ai presupposti per l’esercizio dell’attività bancaria, il diritto della società a responsabilità limitata, che può essere ora richiamato in funzione suppletiva, così edificando la novità della «cooperativa s.r.l.» - v. art. 2519 c.c., nuovo stile); b) del nuovo diritto processuale societario (introdotto con il d. lgs. n. 5/2003); c) del nuovo diritto penale societario (introdotto, come detto, con d. lgs. n.61/2002) (Condemi). Lettura cui va dato atto di analiticità e sforzo di razionalizzazione; ma forse arbitraria, perché le difformità tra normativa delegata e delegante non dovrebbero indurre 30

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alla interpretazione correttiva della prima sugli indici testuali della seconda, quanto piuttosto all’accertamento di un vero e proprio eccesso di delega, valutabile solo in sede di giudizio di costituzionalità sotto il profilo della violazione dell’art. 76 Cost. E forse proprio questa dovrebbe essere la prospettiva meno insoddisfacente, secondo il sommesso parere di chi scrive: l’art. 223 terdecies, comma 2 disp. att. esibisce una norma viziata per eccesso di delega rispetto all’art. 5, comma 3, legge n. 366/2001 e dunque costituzionalmente illegittima in ragione dell’affermazione di regole in palese travalicamento dei limiti posti dalla normativa delegante. Potrebbe allora essere il sindacato di costituzionalità la sede nella quale opportunamente «rettificare» l’ambito della disapplicazione del nuovo regime societario, anche nel senso in cui si è espressa la dottrina della interpretazione «correttiva», la quale pure lascia insoluti non pochi problemi operativi. Ma fino a quel pronunciamento, unica interpretazione legittima non può essere che quella prospettata dal Buonocore, precisandosi che la disapplicazione della riforma societaria si estende anche ai profili penali e processuali; e su quella (pur provvisoria) certezza si fonderanno gli argomenti di qui in avanti. La riforma – nell’ambito di un disegno politico di respiro generale – rafforza il legame tra l’organizzazione cooperativa ed il programma mutualistico, infittendo i controlli, inasprendo le sanzioni (civilistiche) per il caso della inattuazione, nell’ordine adesso (anche) della persistenza della iniziativa sociale (cade così l’esigenza della tesi del Graziani, che ravvisava nel mancato perseguimento della funzione mutualistica una «grave irregolarità» gestoria che, ai

sensi dell’art. 11 legge Basevi e dell’art. 2544 c.c. vecchio stile giustificava lo scioglimento della società per atto dell’autorità di vigilanza). Tale novità potrebbe spiegare – ma il condizionale è d’obbligo e si vedrà tra breve perché – la scelta di disapplicazione del nuovo diritto alle banche popolari, a livello legislativo non strettamente legate alla mutualità. Sarà opportuno procedere con sistematicità. La riforma ha, notoriamente, sovvertito l’ordine tradizionale, secondo cui nel codice civile si collocano i principi generali di diritto privato, mentre al di fuori le regole «settoriali». Così, almeno tendenzialmente, sotto il vecchio diritto, con la parziale eccezione – forse – degli artt. 2542 ss. c.c. (già dichiarati inapplicabili alle banche popolari dal d. lgs. n. 105/48). Viceversa, oggi le nuove disposizioni del codice civile si occupano (anche) di delineare fattispecie a rilevanza extra-privatistica – v., ad es., la «mutualità prevalente» (v. art. 223 duodecies, commi 6 e 7, disp. att. c.c., testo riformulato dal d. lgs. n. 6/2003) –. È intuitivo così che l’espressione «mutualità» (tout court) debba attingere ancora molto alla nozione enucleata dalla giurisprudenza, sia teorica che pratica, ancor prima che alla nozione di «mutualità prevalente»; è indiscutibile che da una riforma (legge delega più decreto delegato), il cui disegno politico è nella restituzione alla mutualità di tutte le cooperative, a «mutualità prevalente» e non – v. art. 5 legge delega (n. 366/2001); art. 2511 c.c., testo riformulato dal d. lgs. n. 6/2003; Relazione ministeriale al d. lgs. n. 6/2003, § 15 (ove si afferma testualmente che lo scopo mutualistico caratterizza anche le società cooperative prive della «mutualità prevalente») –, 31


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fosse legittimo attendersi di più nei riguardi delle banche popolari. Ad ogni modo, l’esclusione di queste dalla riforma, avvenuto nel pieno rispetto della legge delega, ne fa ancora di più una entità ibrida, racchiusa in una realtà settoriale. Orientavano invero verso la disapplicazione del nuovo diritto le seguenti ragioni politiche: a) l’intento di non andare contro la tradizione, lasciando intatta la «neutralità causale», conformatasi prima per via di prassi poi per diritto scritto; b) una probabile volontà di procedere presto ad una riforma organica ad hoc, diretta a collocare una volta per tutte le banche popolari fuori dai modelli cooperativi. Il disegno politico, pur se opinabile, avrà pure una sua razionalità; ma sotto il profilo tecnico, le scelte del legislatore sono davvero prive di costrutto! Si osservi l’intima contraddittorietà di talune disposizioni (torna a considerare l’art. 223 terdecies disp. att. c.c. - nuovo testo), secondo cui le banche di credito cooperativo sono da un lato incluse nell’area delle agevolazioni fiscali riservate della «mutualità prevalente», beninteso alla condizione che rispettino le norme previste dalle leggi speciali (comma 1); ma sono dall’altro estromesse dall’area di applicazione delle nuove disposizioni del codice civile sull’organizzazione delle società cooperative – incluso pertanto il nuovo art. 2545 septiesdecies c.c.! –, al pari delle banche popolari (comma 2), rispetto alle quali il divario funzionale non potrebbe essere più netto. Chi non rinunzi a tentare la razionalizzazione dei testi giuridici dovrebbe prendere atto almeno di alcuni dati.

a) Funzione mutualistica e persistenza della iniziativa sociale. Si potrebbe opinare che l’isolamento delle banche popolari dal nuovo diritto delle società cooperative segni un definitivo distacco delle prime dalla funzione mutualistica. Come si accennava, però, ciò non spiegherebbe l’isolamento anche delle «cugine» banche di credito cooperativo. Si è detto che viene rafforzato nel nuovo diritto il legame tra mutualità ed organizzazione cooperativa; lo dimostra tecnicamente – è giunto il momento di chiarirlo – il nuovo corredo delle conseguenze giuridiche della ricorrenza o della mancata attuazione del programma mutualistico. Sotto il nuovo diritto le società cooperative – tutte e non solo quelle a «mutualità prevalente» – sono soggette a scioglimento per atto dell’autorità di vigilanza, ove di fatto non perseguano lo scopo mutualistico (così per il nuovo art. 2545 septiesdecies c.c., testo riformulato dal d. lgs. n. 6/2003). È evidente che ad eguale sanzione di eliminazione della iniziativa sociale non vadano incontro le banche popolari, per disapplicazione della riforma. Ci si potrebbe chiedere allora se trovi applicazione il principio del vecchio art. 2544 c.c. (testo ante riforma ex d. lgs. n. 6/2003), esprimendosi dunque non la necessità ma solo la facoltatività della funzione mutualistica. Tale norma, come si è detto ripetutamente, finché vigeva il d. lgs. n. 105/48 era espressamente dichiarata non applicabile; mentre manca oggi una corrispondente disposizione di disapplicazione nel testo unico bancario, che si riferisce espressamente soltanto alla c.d. legge Basevi (art. 29, comma 4, t.u.b.). Ora, considerato che gli artt. 2542-2545 c.c. (testo ante riforma 2003) si raccordano al sistema della vigilanza sulla 32

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cooperazione che trova i principi fondamentali proprio nella c.d. legge Basevi (v. per tutti – da ultimo – Bonfante), pare fondato opinare a) che non solo permanga inapplicabile (anche) il vecchio art. 2544 c.c., ma – più in generale – b) che il rinvio al vecchio diritto societario compiuto dall’art. 223 terdecies disp. att. c.c. vada riferito esclusivamente alle regole sull’organizzazione. Gli agganci testuali della comune organizzazione cooperativa alla funzione mutualistica, ravvisabili nel vecchio diritto societario (v. art. 2511; art. 2515, comma 2; art. 2518, comma 2, n. 9; art. 2536 c.c. – tutti nel testo ante riforma ex d. lgs. n. 6/2003), risultano inapplicabili alle banche popolari oggi ancor più plausibilmente che in passato. Ma, nonostante questa più accentuata disconnessione causale dalle cooperative comuni, la sottrazione delle popolari alla riforma del diritto delle società cooperative non rappresenta alcuna necessità logica correlata al divario tra le prime e la funzione mutualistica, bensì soltanto il frutto di una decisione politica. Infatti, la disapplicazione alle banche di credito cooperativo della riforma societaria e segnatamente dell’art. 2545 septiesdecies c.c., che enuncia un principio di carattere generale, non trova razionale spiegazione nelle sole disposizioni eccettuative in tema di vigilanza cooperativa (v. artt. 18 d. lgs. 220/2002 e 21, comma 3, legge n. 59/92; già ricordati retro, § 3.2.): il che sottrae logicità e aggiunge politicità alle scelte legislative del 2003. b) Anche sul piano dell’organizzazione la laconicità dell’art. 223 terdecies disp. att. c.c. nasconde uno scenario abbastanza complesso:

b1) un primo interrogativo sorge a margine della nomina esclusivamente assembleare degli organi sociali (art. 29, comma 3, t.u.b.). è venuto tempo di sciogliere la riserva altrove aperta (retro, § 3.1.). ci si trova di fronte ad una formula usualmente posta in correlazione all’art. 2535 c.c. (testo ante riforma ex d. lgs. n. 6/2003), così desumendone a) che gli amministratori delle popolari possano essere soltanto scelti fra i soci e b) ulteriore argomento di parentela tra organizzazione delle popolari e delle cooperative. Queste conclusioni vengono oggi messe in crisi dalla riforma introdotta con il d. lgs. n. 6/2003, che nel nuovo art. 2542 c.c. impone ora che solo la maggioranza dei componenti dell’organo amministrativo sia costituita da soci, sia per dare spazio ai rappresentanti dei portatori degli strumenti finanziari di cui si dirà tra breve, sia – forse – per concedere spazi ai sistemi di amministrazione mutuati dal nuovo regime della società per azioni (v. art. 2544 c.c., nuovo stile). Ora, il nuovo diritto societario non si applica alle popolari; dunque esse rinviano al codice organizzativo delle vecchie cooperative; così le prime non potranno avvalersi dei nuovi sistemi d’amministrazione (c.d. alternativi) della società per azioni. Forse non tutto il male viene per nuocere, si direbbe, considerato lo scarso coordinamento tra l’art. 2543 c.c. (nuovo stile) e questi regimi (Costi). Ma non è chi non veda come, anche dal punto di vista dell’amministrazione, vada aprendosi il divario; b2) gli strumenti finanziari, che le cooperative possono oggi emettere, dovrebbero nello spirito della riforma moltiplicare i canali d’afflusso di capitali di debito verso la mutualità 33


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(v. art. 2526 c.c., testo riformulato dal d. lgs. n. 6/2003). Ma questi strumenti sono preclusi alle popolari. Secondo una interpretazione restrittiva, la ragione risiederebbe nel fatto che tutti i finanziamenti destinati alla società cooperativa dovrebbero esclusivamente correlarsi alla funzione mutualistica; la facoltatività di questa spiegherebbe allora la inaccessibilità di questi strumenti alle banche popolari. Ove invece si ritenga che qualche spazio vi sia per la convergenza dei medesimi finanziamenti verso iniziative speculative, considerato che neanche nel nuovo diritto è respinta l’idea della «mutualità spuria» (art. 2521, comma 3, n. 8; art. 2545 quater, comma 2; art. 2545 quinquies c.c., come riformulati dal d. lgs. n. 6/2003), l’impraticabilità di queste modalità di raccolta di capitali di debito denunzia uno scollamento tra codici organizzativi delle popolari e delle cooperative comuni spiegabile solo parzialmente in base a ragioni funzionali. Ma lo scollamento si è prodotto anche con le cooperative comuni vecchio stile, quando si consideri che, reciprocamente, le banche popolari possono finanziarsi emettendo, al pari di tutte le altre banche, «obbligazioni bancarie», «titoli di deposito» e «prestiti subordinati» ai sensi dell’art. 12 t.u.b. (Salanitro). Ma non basta, perché, da ultimo, alle società bancarie – a tutte ed a prescindere dal codice organizzativo prescelto, e dunque anche alle popolari – è stato consentito indebitarsi emettendo strumenti finanziari con causa «partecipativa» al rischio dell’impresa sociale ai sensi dell’art. 2411, ult. comma, c.c. (nel testo riformulato dal d. lgs. n. 6/2003): merita segnalazione infatti che il d. lgs. 6 febbraio 2004, n. 37 (coordinamento dei d. lgs. 17 gennaio

2003, nn. 5 e 6, recanti la riforma del diritto di societario, con il testo unico bancario, d. lgs. 1° settembre 1993, n. 385 e con il testo unico della intermediazione finanziaria, d. lgs. 24 febbraio 1998, n. 58), nel riformulare il testo dell’art. 12, comma 3, t.u.b., ha omesso di dichiarare inapplicabile il nuovo art. 2411 c.c. (Portale). Si può allora azzardare una prima, provvisoria, conclusione. Ancorché la riforma del diritto societario non abbia sovvertito, in apparenza, l’ordine delle banche popolari, questo non è tuttavia uscito indenne dalla rivoluzione prodottaglisi tutt’intorno, poiché accanto all’allargarsi del distacco funzionale, varie regole denunziano che già è in embrione l’edificazione di un codice organizzativo sui generis, più prossimo a quello delle vecchie società cooperative, che a quello delle nuove, mentre la struttura finanziaria è più vicina a quella delle società bancarie (azionarie e non) che non di diritto comune. Non viene perciò smentita la tesi della divaricazione fra «forma» e «sostanza» della cooperativa, ossia fra tipologia funzionale ed organizzativa; ma, così come vengono introdotti elementi di autonoma caratterizzazione dell’organizzazione, direi anche che, a mano a mano che il diritto scritto del 2003 rafforza il legame tra iniziativa sociale regolata in forma cooperativa e causa mutualistica, per le banche popolari si riespandono invece gli spazi già lasciati all’autonomia statutaria sotto la vigenza del codice di commercio del 1882. Non è questo, del resto, l’unico paradossale «eterno ritorno» della riforma societaria del 2003, poiché nel nuovo art. 2511 c.c., che definisce le società cooperative come «società a capitale variabile con 34

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scopo mutualistico», par di sentire riecheggiare le parole di Vivante («le società cooperative sono società a capitale variabile regolate in modo da favorire gli scambievoli servigi della società verso i soci e dei soci verso la società»).

3.5. Notizie (ed dell’ultima ora.

un

commento)

Come in ogni giallo che si rispetti, a questo punto c’è una «notizia dell’ultima ora»; un tentativo di depistaggio del lettore e dell’investigatore, che non poteva certo mancare. Nel dicembre del 2003 la Commissione europea ha formalmente richiesto all’Italia informazioni per sospetta violazione dell’art. 56 del Trattato CE sulla libertà di circolazione dei capitali con specifico riferimento al principio del voto capitario delle banche popolari quotate nei mercati regolamentati. Non è stata aperta al momento alcuna procedura di infrazione contro l’Italia; ma merita attenzione l’argomentazione di autorevoli giuristi espressione delle associazioni di tutela dei c.d. soci deboli delle banche popolari (v. retro, § 2.2.), attese stavolta ad una «prova di maturità». Particolare considerazione va riservata alla (affermata) equiparazione tra voto capitario delle popolari e golden shares, che caratterizza la disciplina speciale della privatizzazione di alcune società azionarie derivanti dalla trasformazione di enti pubblici. In entrambi i casi l’impatto è esaminato nella prospettiva delle sole società quotate in borsa (banche popolari o società per azioni) e viene identificato in una sostanziale discriminazione fra i componenti della compagine sociale atta a limitare la

libertà comunitaria di circolazione dei capitali (art. 56 Tr. CE; Cafari Panico). A questi argomenti è tuttavia dato obiettare una sostanziale diversità dei codici organizzativi sui quali vengono ad innestarsi: da un lato, la golden share è un potere speciale che effettivamente può squilibrare uguaglianza e parità di trattamento dei soci di una società per azioni (per un’analisi della più recente giurisprudenza comunitaria v. Ballarino/Bellodi). Dall’altro, il voto capitario è (invece) nel diritto comune delle società cooperative, si innesta nella organizzazione democratica funzionale alla causa mutualistica. Forse che se un domani dovessero quotarsi altre società cooperative, diverse dalle banche popolari, sarebbero tutte costrette – in forza dell’art. 56 Tr. CE – a mutare la propria organizzazione in azionaria e la propria causa in lucrativa? Più realisticamente, l’argomento comunitaristico, ancora una volta ripropone – strumentalmente ed in chiave di organizzazione e di governo della società – la mai conciliata antitesi tra «forma» e «sostanza» di società cooperativa.

4. Tipologia statutarie).

sociale

(prassi

È tempo di tornare alla nostra (faticosa) investigazione. Ogni volta che sembra di essere sulle tracce dello scomparso si torna più o meno al punto di partenza; il colpo di teatro incautamente annunciato, la svolta nella trama del giallo sono ancora una volta rinviati. Ma, intanto, è già qualcosa l’aver accertato – pur se in negativo – che non un indizio incoraggia a ritenere morto il protagonista 35


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e ad avvertire l’esigenza di spostare il piano dell’indagine. Infatti, si comprende sempre meno del destino del nostro: indizi contrastanti spingono a pensare ora alla sua morte, ora alla sua sopravvivenza. Da un lato è impossibile provare che sia tuttora in vita raccogliendo testimonianze che lo scambiano per un’altra persona (la mutualità delle società cooperative codicistiche; così ha fatto il detective che lo ha inseguito sulle tracce dell’art. 2515, comma 2, c.c.); dall’altro chi lo dà per morto non è stato in grado di ritrovarne il cadavere, probabilmente perché è andato a cercarlo in un territorio nel quale non ha mai abitato (così ha fatto chi ha visto nell’organizzazione delle banche popolari la struttura azionaria). Da altro lato ancora, quando si è detto – con grande plausibilità – che la ricerca del protagonista è tanto difficile perché al momento della sparizione era vestito di un abito buono per tutte o quasi le occasioni (c.d. «neutralità causale» dello schema organizzativo della cooperativa) non si sono forniti indizi sufficienti al nostro investigatore, che non pare così tuttora in grado di rispondere all’interrogativo se il protagonista sia vivo o morto. Affaticato, ma ancora non demotivato, l’investigatore si mette ricercarlo cambiando completamente versante. Precisamente, dirige le indagini verso gli statuti sociali: possibile – la domanda sorge spontanea – che di tutte le iniziative non speculative fino ad oggi svoltesi sotto l’etichetta «banca popolare» non si riesca a trovare riscontro nella vigente normativa statale, all’infuori di una epifania nell’art. 32, comma 2, t.u.b.?

4.1. Alla ricerca delle «identità statutarie» delle banche popolari: a) la causa sociale. L’identità funzionale delle banche popolari è, attualmente, nel collegamento stretto, per via statutaria, fra lucratività, qualche forma di mutualità a radicamento territoriale e filantropia. E ciò basterebbe – secondo ricordata voce autorevole – a giustificare l’utilizzazione dello schema organizzativo della cooperativa (retro, § 3.3.). Chi scrive premette di non voler utilizzare, in materia societaria, la parola «mutualità» in altro significato che in quello di disciplina dispositiva del patrimonio sociale funzionale all’autodestinazione in via diretta, cioè mediante «gestione di servizio», oppure in via indiretta, cioè mediante appropriazione in denaro, dei vantaggi consistenti nella migliore condizione di accesso al mercato (in questo caso del credito) o di risparmio di spesa (v. retro, § 3.3.). Il rigore lessicale è raccomandabile anche perché la «mutualità» delle banche popolari è sempre cresciuta fuori dal diritto scritto. A questo punto l’indagine, preso atto della divergenza tra «forma» e «sostanza» della cooperativa, deve esplorare a quali risultati nel mercato può condurre il fatto che la organizzazione cooperativa ci appaia come una chiave buona ad aprire tutte le porte. L’osservazione delle prassi sembra attestare che all’assenza della obbligatorietà della causa mutualistica nella legge corrisponda la diffusione a livello statutario di cause «non lucrative», talora addirittura «non economiche», più frequenti nelle società meno patrimonializzate, con esigua compagine di soci, con attività concentrate in una ristretta zona del terri36

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torio nazionale: dalla filantropia alla promozione dello sviluppo imprenditoriale del territorio; ai «principi tradizionali del credito popolare», tuttavia ignoti alla legge, sollevandosi allora il problema del valore giuridico di un richiamo dal senso apparentemente sociologico; alla mutualità – dulcis in fundo – in senso tecnico. Il senso di questa ricerca “sul campo” è nell’analisi degli interessi, nel concreto della realtà storica, al di là degli slogan. È stato esaminato un campione di n. 12 statuti su di un totale di n. 44 quante oggi sono le banche popolari (dal computo sono ovviamente escluse quelle trasformatesi in società per azioni e che abbiano tuttavia mantenuto nella denominazione sociale la locuzione «banca popolare»). Il campione è stato assortito tenuto conto delle fasce di classificazione delle banche iscritte presso l’Associazione Nazionale Banche popolari. La ricerca sulle clausole statutarie ha dato un esito profondamente diverso da una analoga condotta nel 1991 (Santosuosso), quando l’universo delle banche era anzitutto molto più affollato, al pari dell’assetto istituzionale, profondamente mutato medio tempore. L’aggregazione dei dati induce a dividere in due gruppi fondamentali le clausole statutarie significative. Da un lato, le clausole da cui si desumono le funzioni della banca popolare (il plurale come si vedrà è d’obbligo); dall’altro le clausole che ne identificano l’organizzazione cooperativa sui generis. Qui di seguito vengono presentati in forma sintetica i risultati della indagine, con un corredo di commenti. Nell’appendice a fine testo vengono invece riprodotte le clausole statutarie, ordinate in tabelle, in modo che si possano riscontrare le conclusioni raggiunte senza

troppo appesantire l’esposizione. Si inizia con l’esame delle clausole sulle funzioni. A) Ripartizione degli utili netti [vedi tabella 1]. La ricerca ha evidenziato dati che si lasciano classificare al modo che segue: a) clausole che non impongono alcun obbligo di devoluzione filantropica; b) clausole che impongono la devoluzione filantropica di una percentuale fissa di utili netti; c) clausole che impongono la devoluzione filantropica soltanto d’una percentuale massima di utili netti; d) clausole che impongono la devoluzione filantropica di una percentuale che viene stabilita di volta in volta dall’assemblea; e) clausole che non quantificano l’obbligo di devoluzione filantropica degli utili netti lasciando alla discrezionalità del c.d.a. l’an, mentre la fissazione del quantum rispetto all’utile netto complessivo è stabilita dall’assemblea, affermando tuttavia che la devoluzione debba avvenire in via residuale, cioè dedotte tutte le altre destinazioni dell’utile netto. Talora l’esigenza di fissazione del limite dall’assemblea è espressa in maniera puntuale; talora invece viene menzionata genericamente la necessità di fissazione di “criteri” o “decisioni” dall’assemblea. Riassumendo: solo le clausole di cui alla lett. e) attribuiscono alla devoluzione filantropica il carattere di residualità (apparentemente) imposto dall’art. 32, comma 2, t.u.b., peraltro non sempre in modo esplicito. Negli altri casi la fissazione di una percentuale – talora in forma di “tetto” – alla devoluzione filantropica non è presentata come residuale, ma come “pre-deduzione” dall’utile netto prima della distribuzione ai soci. Ci sarebbe da chiedersi se invece l’art. 32, comma 2, t.u.b. richieda una devoluzione a tutti gli effetti resi37


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duale. Si potrebbe tuttavia replicare che l’interpretazione recepita dagli statuti possa rivelarsi anche più garantista rispetto ad un criterio di mera residualità. Ma poi tale garanzia viene di fatto vanificata nel momento in cui è attribuita al c.d.a. una discrezionalità non solo di scelta delle iniziative filantropiche da sostenere, ma anche di fissazione della misura della devoluzione entro un limite massimo predeterminato nello statuto, senza indicare il minimo della contribuzione. Inoltre, non è mai prevista la devoluzione a scopi filantropici ad es. dei dividendi non riscossi dopo un quinquennio [ma sul punto bisogna rinviare più sotto, al sotto-gruppo di clausole C)]. B) Voci del netto e del passivo reale [vedi tabella 2]. Lo stile delle clausole che vengono riprodotte a campione è comune a tutti gli statuti esaminati. La ricerca ha evidenziato totale assenza di clausole istitutive sia di attribuzioni a titolo di «ristorni» (cfr. nuovo art. 2545 sexies c.c.) sia di stanziamenti a fini mutualistici, ai quali l’art. 2518, comma 1, n. 9 e l’art. 2536 c.c. (versione ante riforma 2003, considerato che il nuovo diritto non si applica alle banche popolari; ma nel nuovo diritto v. comunque art. 2521, comma 3, n. 8; art. 2545 quinquies c.c.) affidano tuttavia l’attuazione del programma mutualistico. Si tratta di disposizioni, come si è già rilevato, manifestamente difformi dall’art. 32 t.u.b. L’assenza di indicazioni negli statuti circa destinazioni a scopi mutualistici potrebbe orientare verso conclusioni alternative. a) Chi sostiene che le banche popolari debbano a tutt’oggi perseguire una causa mutualistica, benché magari «spuria», dovrebbe coerentemente risolversi perché le due ricordate disposizioni codicistiche trovino

comunque applicazione – a parte la previsione sulla riserva legale, fissata nella misura del dieci per cento degli utili netti annuali dall’art. 32, comma 1, t.u.b. –: corollario sarebbe allora che la totalità degli statuti qui esaminati sarebbe viziata, pur se non a pena di nullità, trovando in questi casi comunque applicazione la norma imperativa (sulle devoluzioni). b) Chi invece è persuaso della neutralità causale delle banche popolari ritiene che l’art. 32 t.u.b. pienamente prevalga sull’art. 2536 c.c. (vecchio testo); il che trova testuale conferma negli statuti, in questa prospettiva niente affatto viziati. c) La lettura, infine, di taluni bilanci di esercizio accentua la complessità della realtà che qui si va osservando. Spesso le piccole popolari (quelle per intenderci classificate nella 3° fascia dall’Associazione Nazionale di categoria) – almeno in certe fasi della loro operatività – non distribuiscono utili per molti esercizi. Potrebbe essere questo un argomento a conforto della mutualità; ma ad un’analisi più attenta non è detto che sia così. Infatti, se la non distribuzione indiscutibilmente sposta le attese di remunerazione dell’investimento del socio nell’area della «gestione di servizi» (bancari), non è detto che l’utile così accantonato sia necessariamente destinato ai fondi mutualistici (di cui si è appena detto). Può essere destinato in conto futuri aumenti di capitale; oppure può essere accantonato in fondi per rimborso delle quote dei soci recedenti [v. numerosi esempi ancora in tabella 1]. È quest’ultimo un validissimo espediente che permette di conciliare la «porta aperta» con le esigenze di stabilità del capitale nominale. Ciò a riprova – ove mai ve ne sia ancora bisogno – che nel nostro ordinamento 38

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societario una nozione ontologizzante di mutualità è completamente fuori luogo; che la nozione di mutualità deve piuttosto rapportarsi ai poteri dispositivi del patrimonio netto di bilancio. C) Diritti individuali del socio [vedi tabella 3]. Quest’ultimo gruppo di clausole dalle quali si è tentato di leggere in controluce la mutualità nelle banche popolari ha carattere residuale e pertanto eterogeneo. Dal campione di statuti esaminato si sono espunte due clausole attinenti diritti individuali del socio e ricorrenti pressoché in tutti gli statuti. a) «Il socio partecipa per intero al dividendo deliberato dall’assemblea qualunque sia l’epoca dell’acquisto della qualità di socio; i sottoscrittori di nuove azioni devono però corrispondere alla società gli interessi di conguaglio nella misura fissata dal c.d.a.». b) «I dividendi non riscossi entro un quinquennio dal giorno in cui divennero esigibili restano devoluti alla società». A dispetto delle apparenze, è la seconda clausola che congiura contro la mutualità, poiché le somme non riscosse rientrano nella più totale libertà dispositiva della società; mutualità viceversa avrebbe suggerito di devolvere a fini coerenti al programma queste somme. Non così la prima clausola, che – pur confessando la mutualità «spuria» - rinvia ai poteri assembleari di disposizione del patrimonio sociale. D) Enunciazioni di criteri generali nelle clausole sulla costituzione e sulla denominazione della società [vedi tabella 4] e/o sull’oggetto sociale [vedi tabella 5]. La ricerca ha rilevato in vari statuti enunciazioni di criteri generali dell’azione e del perseguimento dell’oggetto sociale. Si possono aggregare a questo modo le

formule in uso negli statuti esaminati: «finalità peculiari delle banche popolari» (talora la variante è insignificante: «di una banca popolare»); «principi/criteri tradizionali del credito popolare»; «principi di mutualità»; «principi della mutualità e della cooperazione»; «principi della mutualità e (principi) tradizionali del credito popolare»; «principi normativi della cooperazione e della mutualità e (…) criteri tradizionali del credito popolare». La varietà lessicale potrebbe così condensarsi: a) finalità peculiari delle banche popolari; principi/criteri tradizionali del credito popolare; b) principi della mutualità e della cooperazione. Si possono così osservare [punto a)] enunciazioni che attingono il significato da dati del tutto empirici: dall’esperienza, dalla tradizione culturale, quindi dalla storia e dalla sociologia del settore creditizio. Si tratta di ciò che autore accreditato ha detto «mutualità in senso sociologico» (Gambino), percorrendo itinerario già battuto qualche decennio prima, secondo cui la mutualità della impresa cooperativa si identifica nello scopo di una collettività caratterizzata per omogeneità sociologica e di interessi (Verrucoli), in contrapposizione ad una nozione più ristretta e tecnica [di cui v. retro, § 3.3., nonché infra, tra breve, punto b)]. Le formule dovrebbero pertanto indirizzare la gestione sociale – lasciando piena libertà d’azione – a conformarsi ai parametri noti del c.d. radicamento territoriale delle banche popolari, sia in senso geografico – riferimento oggi scomparso dagli statuti esaminati – sia in senso sociologico, con riguardo cioè a particolari categorie sociali di clientela [come si tornerà a vedere anche esaminando il prossimo gruppo di clausole, sub E)]. A queste direttive 39


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debbono essere raccordate formule, pur esse di contenuto generico, che in questa prospettiva non rivelano allora valore di clausole di stile, quali l’incentivazione al risparmio di piccoli capitali e il sostegno della iniziativa economica medio/piccola, che si collocano sui versanti della raccolta del risparmio e dell’esercizio del credito. Così, ad es., un primo gruppo di clausole che programmano di «attuare ogni opportuna iniziativa volta a diffondere ed incoraggiare il risparmio»; «incoraggiare il risparmio popolare in tutte le sue forme»; fare «opera di propaganda per il risparmio»; nonché un secondo gruppo di clausole, che programmano il «fine precipuo di favorire e sviluppare le attività agricole, industriali, commerciali, artigiane e di lavoro autonomo con particolare alle attività produttive minori ed alle imprese cooperative»; il «fine di favorire e sviluppare le attività agricole, industriali, commerciali, turistiche, artigiane e di servizi con particolare riguardo alle piccole e medie imprese». Si tratta di clausole di richiamo ad una tradizione e ad una specificità sociologica, senza alcun preciso radicamento territoriale della clientela, vale a dire senza l’attestazione statutaria della preferenza di clienti provenienti da zone geografiche determinate. Le preferenze vengono semmai collegate all’appartenenza a determinate categorie sociali (v. in particolare il secondo gruppo appena riportato): in questo caso il radicamento territoriale assume forma indiretta, poiché – de facto – è facilmente prevedibile la provenienza della clientela di una banca i cui sportelli siano ubicati in una certa parte del territorio nazionale; meno invece quando la presenza delle filiali sia diffusa su tutto il territorio nazionale. Si

potrebbe pertanto concludere che un dato d’esperienza – il c.d. radicamento territoriale delle banche popolari nella prestazione delle operazioni bancarie – all’inizio del nuovo millennio si sia profondamente trasformato, abbia perduto pressoché totalmente valenza geografica, pur avendo mantenuto valenza sociologica; segnando un momento di distacco dalla esperienza delle banche di credito cooperativo, già casse rurali ed artigiane (Schlesinger; Marasà). Altro è invece il radicamento territoriale della compagine sociale, assente nel diritto delle banche popolari, contrariamente invece che nelle banche di credito cooperativo (v. art. 34, comma 2, t.u.b.). Ma, soprattutto, ci si chiede fino a che punto gli obiettivi statutari a rilevanza sociologica acquisiscano un valore giuridico forte, nel senso della sanzionabilità dinanzi ad un giudice di comportamenti trasgressivi di organi sociali, segnatamente dell’amministrazione. L’interrogativo potrebbe trovare adeguata risposta ove fosse impostato al modo seguente: questi richiami a valori sociologici e della tradizione sono idonei ad influenzare, e se sì in quale misura, la produzione dell’attività sociale? Ove si concludesse negativamente, bisognerebbe prendere atto che si tratti di clausole di stile. Ma ove se ne provasse la idoneità – non rileva qui stabilire se in quanto previsioni delimitative dell’oggetto sociale oppure se in quanto specificative dell’interesse sociale –, sarebbe ipotizzabile un recupero della mutualità (quantomeno in senso sociologico) delle banche popolari in chiave statutaria. Un analogo problema interpretativo è stato affrontato nella letteratura giuridica, sia italiana (Sciuto; Stella Richter), sia tedesca 40

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(Schmidt; Mertens; Winkler), soltanto con riferimento alla realtà delle società per azioni, nei cui statuti si dà una casistica invero non abbondante, ma neppure scarsa, di indicazioni di obiettivi ideologici, politici, religiosi e di altra natura volti in qualche misura a circoscrivere le occasioni speculative che peraltro l’ente potrebbe legittimamente sfruttare ai sensi dell’art. 2247 c.c.: è il noto caso tedesco della casa editrice che programma statutariamente di rifiutare la pubblicazione di libri e periodici contrari ad un certo credo politico o religioso. Negli statuti delle banche popolari invece clausole a contenuto sociologico sono assai ricorrenti: sarebbe riduttivo spiegare questa prassi come mero prodotto dell’azione conformatrice delle associazioni di categoria, perché viceversa si tratta del risultato operativo e dinamico dell’ampiezza delle scelte funzionali che il nostro ordinamento autorizza per questa categoria di enti creditizi. Per tali obiettivi è ipotizzabile altresì una prospettiva di recupero di significato anche giuspubblicistico (v. infra, 4.1.1.). Si può inoltre osservare [punto b)] che è evidente l’utilizzo viceversa di locuzioni dal valore giuridico fortemente evocativo. Scontato che i «principi della cooperazione» non abbiano alcun senso autonomo in questo contesto, perché le banche popolari sono fuori come si è detto dalla sfera di applicazione dell’art. 45 Cost. e perché in materia societaria con la locuzione ricordata si evoca un codice organizzativo, al limite anche regole speciali a carattere «settoriale», piuttosto che una funzione, bisogna allora concentrarsi sulla portata concreta dei «principi della mutualità». Il programma mutualistico nominato in statuto

delinea – astrattamente – la realizzazione d’una economia, nella sfera di ciascun socio, a) in forma diretta – come «gestione di servizio», vale a dire come autodestinazione ai soci delle prestazioni della banca – oppure b) in forma indiretta – attraverso la tecnica dei ristorni e delle altre destinazioni a fini mutualistici dell’art. 2536 c.c. (vecchio testo). A titolo di mera curiosità, si osserva che in uno statuto il richiamo ai «principi della mutualità» è fatto precedere dalla congiunzione «anche»; ne risulta apertamente e testualmente dichiarato che la mutualità non è la sola causa ispiratrice dell’azione sociale e dunque un espresso riferimento ai principi della «mutualità spuria». Quanto alla coincidenza tra le persone dei soci e dei destinatari dei servizi prestati dalla impresa sociale, si dirà tra breve; sotto il secondo profilo (ristorni ed altre destinazioni), va ribadito che l’enunciazione di un programma mutualistico non può non impegnare in senso forte tutti gli organi sociali – ciascuno per quanto di competenza – ad una «non illimitata lucratività» nella disposizione del patrimonio sociale (retro, § 3.3.). E ciò, pur in assenza di espresse istituzioni statutarie di accantonamenti a scopi mutualistici: la distonia che passa fra enunciazione di un programma mutualistico e la configurazione dei poteri di disposizione del patrimonio sociale – distribuzione di utili inclusa – in chiave spiccatamente lucrativa non può non essere risolta nei termini d’un obbligo degli organi sociali di assumere le decisioni necessarie all’attuazione del programma manifestato. Non pare infatti legittimo (direi anche di più: sarebbe immorale) lasciare da un lato libera l’autonomia statutaria di indicare qualsivoglia programma 41


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consentendole dall’altro di sottrarsi dal generale principio dell’autoresponsabilità: si tratta semplicemente di restituire concretezza alle etichette, poiché è difficile dubitare sulla idoneità di questo gruppo di clausole a condizionare – con efficacia «giustiziabile» – la produzione dell’attività sociale. Si precostituisce così un parametro di valutazione dell’attuazione dell’intero rapporto sociale, ed in prima battuta dell’operato degli amministratori. E) Autodestinazione ai soci dei servizi dell’impresa sociale. Verrà osservato ora un ulteriore profilo delle clausole relative all’oggetto sociale, talune specificamente dedicate alle operazioni bancarie, o meglio alla contrattazione d’impresa con i soci [vedi tabella 6]. Più precisamente ci si riferisce: a) alla ricorrente formula secondo cui i servizi prestati dalla banca sono diretti tanto a soci, quanto a non soci [sul punto torna a vedere anche tabella 5]. Si è già osservato come – sin dai tempi di Vivante – alla cooperativa non sia mai stato vietato di operare con terzi (v. retro, § 3.3.): così ancora oggi, nonostante la restrizione imposta dall’art. 2521, comma 2, c.c. (testo novellato dal d. lgs. n. 6/2003). Queste clausole evocano il trasferimento dell’economia nella sfera dei soci attraverso la tecnica dell’autodestinazione in forma diretta. Il fatto che gli statuti prevedano la prestazione delle attività anche ai non soci postula tuttavia: a1) una regolamentazione di favore delle condizioni di accesso ai servizi della banca a beneficio dei soci (c.d. autodestinazione diretta), su basi meramente contrattuali; oppure a2) la distribuzione dei ristorni, vale a dire il trasferimento delle economie dalla società ai soci in forma indiretta, mediante assegnazione di

somme di denaro (va ricordato che alle banche popolari non si applica l’art. 2545 sexies c.c., introdotto dal d. lgs. n. 6/2003). Ora, quanto ad a1), è noto che l’autodestinazione diretta postuli un momento di scambio a carattere contrattuale, anziché societario, dalla società al socio, come dimostrato autorevolmente già da più di quarant’anni (Oppo; ma vedi già il ricordato spunto del Vivante dello «scambio di servigi» tra società e soci), salvo casi dubbi e particolari, comunque estranei alla cooperazione bancaria (Spada), sicché nulla si oppone ad intravedere in queste previsioni statutarie un momento di mutualità. Quanto ad a2), si osserva tuttavia che negli statuti non si rinviene traccia di accantonamenti per questi specifici fini mutualistici (v. retro, § 4.1.). E questo segna viceversa un momento di allontanamento dalla mutualità; b) alla (meno frequente) istituzione d’una regola di preferenza dei soci a parità di condizioni o di garanzie offerte con i non soci nelle operazioni di concessione di credito (ciò dovrebbe costituire, nell’ottica di dottrina autorevole – Bonfante –, indizio di mutualità). Si tratta in questo caso di veri e propri criteri di gestione sociale nel compimento delle operazioni bancarie, vale a dire della contrattazione d’impresa. A questo proposito la vaghezza delle previsioni statutarie deve essere bilanciata attraverso una più puntuale disciplina nelle condizioni della contrattazione tra società e socio. Del profilo dell’autodestinazione ai soci già si è detto; si è già detto in particolare che il trasferimento delle economie dalla società al socio prende assetto – all’infuori di casi particolari comunque estranei alla materia bancaria – in un contratto. Proprio 42

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per via contrattuale debbono essere colmate le ambiguità che qui si segnalano: b1) da un lato, coerentemente con i programmi – divisati in altri statuti – di sostegno della impresa medio/piccola e delle imprese cooperative, si sceglie di limitare le operazioni attive (probabilmente il riferimento ai soli fidi è improprio e va interpretato estensivamente) a quelle di «modesto importo». Resta da vedere cosa ciò significhi nel concreto: allo scopo pare necessario tenere anzitutto considerazione delle indicazioni rivenienti dalla normativa di vigilanza bancaria; successivamente, l’attuazione del precetto statutario postula la fissazione di parametri precisi nelle condizioni contrattuali con la clientela della banca; b2) dall’altro, va considerata l’indicazione di «esclusione di ogni operazione di mera speculazione». Si tratta di un criterio di valore schiettamente politico, che non si può valutare alla stregua dell’art. 2247 c.c. e che intende sicuramente raccordarsi all’art. 45 Cost., la cui lettera esso riecheggia. Ma il significato risulta oggi indecifrabile, dovendo così pensarsi ad un relitto di un periodo storico in cui le operazioni di borsa erano viste come fumo negli occhi da tutte le culture che hanno dominato avvicendandosi la scena politica italiana. Si ricordino i provvedimenti di chiusura delle borse nel 1936 adottati dal regime fascista, ritenute contrastanti con l’organizzazione corporativa dello Stato e l’economia nazionale; si pensi poi alla continuità d’ispirazione con l’art. 47 Cost., nel quale le forze politiche costituenti scelsero di favorire esclusivamente «l’investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese» (corsivo mio). Basterà rileggere un memorabile saggio di Gerardo Santini,

risalente a più di venticinque anni fa benché tuttora attualissimo, nel quale si ripercorrevano le evoluzioni strutturali delle operazioni finanziarie, i mutamenti della communis opinio sulla funzione economico-sociale della speculazione borsistica. Non è privo di significato che oggi il legislatore conceda alle parti dei contratti derivati una tutela forte, nei termini di sicura azionabilità delle loro pretese e di esonero dall’art. 1933 c.c. [v. art. 23, comma 5, d. lgs. 24 febbraio 1998, n. 58 – testo unico della intermediazione finanziaria], quella stessa tutela osteggiata a lungo (e tuttora, in certi limitati casi) dalla giurisprudenza. Anche l’ambigua esclusione statutaria delle operazioni a carattere speculativo può assumere concretezza soltanto attraverso le condizioni di contratto relative ai rapporti tra società e soci.

4.1.1. Segue conclusioni sul punto. Riassumendo: a) nessuna clausola statutaria istitutiva di riserve a fini mutualistici; per converso frequenti clausole di autodestinazione diretta delle prestazioni della impresa sociale ed espliciti richiami ai principi della mutualità (cooperativa). Ed inoltre: b) richiami alla tradizione del credito popolare ed enunciazione di programmi di sostegno di categorie sociali, prevedendo sia l’opera di propaganda per il risparmio, sia la prestazione del credito a condizioni agevolate per determinate categorie sociali. Si intuisce facilmente come quanto si raccoglie sub a) costituisca materia di diretto interesse per il riconoscimento d’una mutualità 43


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statutaria a fronte della neutralità causale della banca popolare nel sistema legislativo. Si è anche visto che l’enunciazione d’un tale programma non può non avere un valore forte, nel senso dell’impegno di tutti gli organi sociali all’attuazione – anche nella fase dispositiva del patrimonio sociale – della funzione mutualistica. È forse sotto questo aspetto che può recuperarsi un raccordo tra mutualità e disciplina del gradimento: parte della dottrina, tanto quella persuasa dello scopo mutualistico in senso tecnico (Oppo), quanto quella convinta invece che le banche popolari si facciano carico di una mutualità sui generis (Costi), ritengono d’intravedere nel socio non gradito – che la disciplina ammette comunque ad esercitare i diritti patrimoniali – un soggetto portatore di interessi esclusivamente speculativi (: massimizzazione del valore della propria partecipazione e percezione del dividendo); un soggetto cioè che eccezionalmente non condivide il programma mutualistico come invece coloro che il gradimento hanno ricevuto e che sono pertanto legittimati ad esercitare anche i diritti di natura corporativa. Come già detto, aprendo una riserva che qui è venuto il momento di sciogliere (retro, § 3.2.), la formula di legge dello «spirito della forma cooperativa» allude al contemperamento tra «chiusura» tendenziale della banche popolari e principio della «porta aperta» della struttura organizzativa a carattere «democratico» (Schiuma), con conseguente esigenza di fissazione di criteri che circoscrivano la discrezionalità dell’organo amministrativo, visto del resto che neanche nelle cooperative di diritto comune la «porta aperta» significa diritto soggettivo ad

entrare nella compagine sociale (Pennisi) (contra v. tuttavia Bonfante): principio che si ricollega sì alla funzione mutualistica nelle ordinarie società cooperative; ma non nelle banche popolari, per le quali la normativa dell’ordinamento generale opera una scelta che si è detta – tra molte precisazioni – di «neutralità causale» (retro, § 3.3.; infra, § 5.). Ove tuttavia la banca popolare – per statuto anziché per legge – si sia data carico di perseguire una funzione mutualistica, i parametri del gradimento dovrebbero recuperare – ad avviso di chi scrive – una dimensione coerente con la causa sociale (ed a queste condizioni riguadagnano plausibilità le tesi ricordate di Oppo e Costi). Quanto alla mutualità «in senso sociologico» – siamo così passati a b) – si è posta in luce l’esigenza di un chiarimento, in ultima analisi, della espressione d’una prospettiva funzionale delle nozioni giuridiche (fattispecie). Il dato sociologico deve essere raccordato a quello normativo, secondo il quale il vocabolo «mutualità» evoca la «gestione di servizio» oppure una speciale disciplina dispositiva del netto di bilancio: è chiaro che unica direttrice di ricerca da percorrere sia, nel caso delle banche popolari, la prima. Se l’enunciazione di tali programmi – diversamente da quelli esposti sub a), sulla cui giuridicità possono nutrirsi meno dubbi – sia idonea a creare posizioni di interesse non coercibili o, al contrario, idonee a regolare la produzione dell’attività sociale, è dato sicuramente controvertibile e dipendente dal riconoscimento di una valenza giuridica ai valori della tradizione culturale e della sociologia. Certo è che, se ciò fosse dimostrato, questi assurgerebbero a parametro valutativo dell’attuazione del rapporto sociale 44

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complessivo; con maggiore certezza si potrebbe affermare, inoltre, che la «neutralità causale» del sistema legale disvelerebbe nel sistema statutario un insieme di funzioni – lucratività, mutualità, cause da Libro primo del codice civile – tali da giustificare, fuori dai limiti imposti dal diritto comune, l’adozione del codice organizzativo della società cooperativa. Direi anche di più: la «mutualità» si apprezzerebbe come una «non illimitata lucratività» dal punto di vista oggettivo, nel senso che tra le iniziative istituzionali la banca popolare sarebbe statutariamente obbligata ad includere anche iniziative a carattere non speculativo a beneficio dei soci. Pure sotto altro profilo, una conclusione in termini costruttivi sul valore giuridico della c.d. mutualità «in senso sociologico» pare possibile, alla luce del nuovo principio costituzionale della «sussidiarietà orizzontale» [v. art. 118, ult. comma, Cost. (come riformulato dalla legge cost. 18 ottobre 2001, n. 3); v. poi in ultima battuta sempre l’ art. 2 Cost.], perché potrebbero ravvisarsi i presupposti per coordinamento ed incentivazioni pubbliche (quali ad es. mirati sgravi fiscali) dell’azione delle banche popolari a fini di sostegno della crescita economica di determinate comunità sociali, ove ne fosse accertata la natura di «attività di interesse generale». Tanto dovrebbe bastare, da un lato, per tornare a giustificare l’adozione della organizzazione cooperativa pur in assenza di una precisa opzione mutualistica (a livello legislativo); dall’altro, per affermare che non vi sarebbe violazione del principio comunitario del divieto di aiuti di stato almeno quante volte le misure anzidette si mantengano entro i limiti descritti dall’art.

87, comma 3, lett. c), Tratt. CE [«possono considerarsi compatibili con il mercato comune (…) gli aiuti destinati ad agevolare lo sviluppo di talune attività o di talune regioni economiche, sempreché non alterino le condizioni degli scambi in misura contraria al comune interesse» (corsivo mio)]. A parte si è registrato come molteplici statuti prevedano in misura variabile destinazioni di patrimonio sociale a scopo filantropico: si è già avuto modo di mettere in luce come queste cause fuoriescano dalla cornice dell’art. 2247 c.c. e dunque dall’area delle società, spostandosi piuttosto in quella delle associazioni del Libro primo del codice civile. E ciò, senza ovviamente opinare che le cooperative, anche bancarie, siano (né in tutto né in parte) associazioni (era la tesi di Ascarelli, rimasta isolata). Mette conto qui segnalare come pure la filantropia delle banche popolari potrebbe e forse dovrebbe da ultimo valorizzarsi – anche fiscalmente – ed indirizzarsi in conformità del ricordato principio costituzionale della «sussidiarietà orizzontale». Non dovrebbe riscontrarsi violazione dei ricordati principi comunitari di divieto di aiuti di stato nella misura nella quale si consideri che tali agevolazioni non avrebbero ad oggetto attività economiche; ma, sotto altro profilo, è l’equilibrio di mercato stesso ad esigere una rappresentazione contabile veritiera, corretta e – soprattutto – distinta per i rami di attività profit e non profit della banca popolare e relativi spostamenti di flussi finanziari all’interno del patrimonio sociale. Infine, un rilievo (una illazione?) sul piano delle dimensioni della iniziativa sociale. Mentre tutti gli statuti di banche 45


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medio/piccole (fasce 2° e 3°) inclusi nel campione esaminato programmano di ispirare l’azione sociale alla mutualità, in senso giuridico (anche sotto la forma dell’autodestinazione delle operazioni bancarie) o in senso sociologico, non in tutti gli statuti di banche grandi (fascia 1°) inclusi nel campione viceversa si incontrano tali enunciazioni. Questo dato, che come tutti i rilevamenti statistici finisce involontariamente per fare torto a qualcuno, costituisce ad ogni modo indizio della diversificazione per via statutaria delle identità funzionali: se il modello legale ha una identità astrattamente composita, perché – come usa dire – è «casualmente neutro», la caratterizzazione funzionale avviene in sede statutaria, in conseguenza di talune variabili, fra le quali la patrimonializzazione, la dislocazione geografica degli sportelli (ciò che denunzia anche la concentrazione o meno della clientela in una determinata zona, la diretta conoscenza o meno di questa, il rapporto fiduciario, etc.), la estensione della compagine sociale. È anzi affermazione comune che proprio quest’ultimo aspetto – che raggiunge la massima dimensione in caso di quotazione delle azioni della società in borsa – tradisca l’esistenza di rilevanti componenti non interessate a condividere il programma mutualistico, in senso tecnico-giuridico (ivi incluso sotto il profilo dell’autodestinazione delle operazioni bancarie prestate dalla società) od anche soltanto sociologico (Pennisi). Si deve iniziare qui allora un discorso che sarà sviluppato più avanti (infra, § 5.): dalla «banca popolare» alle «banche popolari».

4.2. Segue: b) l’organizzazione cooperativa sui generis. Concessa l’ascrizione della banca popolare al tipo della società cooperativa, si è detto che la prima può avvicinarsi alla struttura organizzativa della società cooperativa ante riforma 2003 (retro, § 3.4.). Bisogna ora spostare l’attenzione dal modello (organizzativo) legale a quello statutario, esaminando in particolare le clausole che inducono ad una specifica caratterizzazione. In questa sede l’attenzione si concentra su quelle relative al procedimento deliberativo assembleare. Mentre sul piano della funzione negli statuti si registra diversità di modelli socio-economici conseguenti alla patrimonializzazione, al numero ed alla dislocazione geografica degli sportelli sul territorio, sul piano della organizzazione non si riscontrano viceversa dissomiglianze relazionabili alla dimensione. Non potendosi affrontare con pretese di completezza la tematica, si prenderanno in considerazione le sole clausole che vengono ad inserirsi negli spazi che oggi la legge lascia all’autonomia statutaria e che invece in passato necessitavano di un’autorizzazione dell’autorità di vigilanza. L’interesse di queste clausole è duplice, sia – come si è accennato – quanto alla caratterizzazione, sia quanto al governo della società, nel senso della partecipazione dei soci (cooperatori e non) alle deliberazioni dell’organo assembleare, della formazione delle maggioranze e dunque della non autoreferenzialità degli organi amministrativi e di controllo interno. Si considerano così le clausole attinenti a: a) convocazione/svolgimento delle assemblee [vedi tabella 7]: non uno degli sta46

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tuti esaminati contempla la istituzione delle assemblee separate; b) esercizio del diritto di voto [vedi tabella 8]: non uno degli statuti esaminati introduce la tecnica del voto per corrispondenza. Inoltre, la già severa disciplina del voto per delega dell’art. 2534 c.c. (testo ante riforma 2003) subisce ulteriori limitazioni statutarie nel campione esaminato. Ragioni di affinità tematica spingono a trattare congiuntamente i due punti. È noto che gli strumenti appena riferiti costituiscano regole speciali dirette al coinvolgimento del singolo socio nel procedimento deliberativo collegiale, strettamente funzionali, nell’arginare l’assenteismo dei soci, a) a restituire efficienza alla regola decisionale democratica (voto per teste) delle società cooperative, in modo da contrastare fenomeni di autoreferenzialità nel governo; b) a diffondere e rafforzare la condivisione del programma mutualistico (v., sul diritto riformato, Costi). È anche noto che l’adozione di queste tecniche speciali, rimessa nel diritto comune ante riforma 2003 all’autonomia statutaria, per le banche popolari fosse sottoposta alla ulteriore condizione dell’autorizzazione dell’autorità di vigilanza bancaria dal d. lgs. n. 105/48. L’abrogazione di quest’ultimo, da parte del t.u.b., induce a riflettere se il silenzio della legge si traduca in un divieto assoluto per le banche popolari di richiamare nel proprio statuto assemblee separate e voto per corrispondenza oppure se torni ad applicarsi anche a queste il regime comune, ovviamente ante riforma 2003. La seconda opinione pare senz’altro preferibile, considerato che l’autorizzazione ai sensi del d. lgs. n. 105/48 rappresentava una mera condizione aggiuntiva per l’efficacia della clausola statuta-

ria. Ma, pur in questa prospettiva, il problema è un altro. Il fatto è che la indefinita identità funzionale delle banche popolari finisce per accompagnarsi a deboli norme di democrazia cooperativa, le quali – almeno in certi casi – garantiscono inamovibilità ed irresponsabilità del management. Anche sotto questo aspetto si apre un divario tra la riforma societaria del 2003 e la disciplina delle banche popolari: il nuovo art. 2540 c.c. (testo novellato dal d. lgs. n. 6/2003) impone infatti le assemblee separate al superamento di certi limiti, quanto all’estensione della compagine sociale ed all’ambito geografico di svolgimento dell’attività sociale. Ed è deplorevole della imperatività del nuovo art. 2540 c.c. non abbiano a beneficiare le banche popolari. Un discorso a parte deve infine essere svolto in merito al voto per delega. La disciplina limitativa dell’art. 2534 c.c. (vecchio testo), resa appena di poco meno restrittiva dal nuovo art. 2539 c.c. (testo novellato dal d. lgs. n. 6/2003), si basa sulla idea che la partecipazione assembleare debba essere personale, diretta, secondo collegialità, non solo e non tanto perché personale e diretta debba essere la condivisione del programma mutualistico (se così fosse, ad identiche restrizioni andrebbe incontro anche il voto per corrispondenza), ma soprattutto perché attraverso la incetta di deleghe non sia vanificato il principio del voto capitario. Un principio organizzativo tipologicamente rilevante, in coerenza del quale pure il testo unico sulla intermediazione finanziaria del 1998 – una normativa adottata con il dichiarato proposito di rendere la gestione delle società quotate trasparente, responsabile ed intercambiabile – disapplica le regole sulle 47


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deleghe di voto nei riguardi delle società cooperative quotate (attualmente solo banche popolari) (art. 137, comma 4, t.u.f.). Ciò premesso, non si mancherà di osservare come le clausole statutarie più rigorose nel limitare, quando non addirittura nel vietare, il voto per delega, si rinvengano proprio negli statuti delle banche di fascia prima, cioè delle banche con maggiore patrimonializzazione, presenza degli sportelli diffusa su ambiti territoriali dislocati attraverso l’intero territorio nazionale, più larga compagine sociale, piuttosto eterogenea e non sempre interessata al programma mutualistico, quando espresso nello statuto sociale. È evidente che all’estendersi della compagine sociale tutti i disincentivi alla partecipazione assembleare personale e diretta del socio manifestano distonie con le ricordate esigenze di un governo trasparente, responsabile ed intercambiabile della società, nella misura nella quale essi vengono a costituire strumento di elusione del principio del voto capitario; anzi, dirò di più: nella misura nella quale si assiste all’eterogenesi del mezzo (voto capitario) rispetto al fine (condivisione del programma mutualistico). Il rischio in altri termini è che il codice organizzativo della cooperativa possa nella realtà statutaria delle banche popolari divenire solo formalmente democratico poiché, se in una organizzazione azionaria è sempre dato sperare che l’autoreferenzialità del management consolidata sull’assenteismo della maggioranza dei soci possa essere contrastata attraverso un passaggio di mano della partecipazione di controllo, anche attraverso una offerta pubblica d’acquisto ostile, in una organizzazione democratica non è lecito sperare neppure in questo.

4.2.1. Segue conclusioni sul punto. Le osservazioni appena esposte legittimano una conclusione. La cooperativa sui generis, pur reprensibilmente impermeabile ad «accorgimenti statutari» in tema di governo della società, garantisce tuttavia trasparenza, responsabilità ed intercambiabilità del management proprio attraverso la «partecipazione militante» dei soci nelle realtà medio/piccole. Non si dica che questo dato socio-economico è irrilevante, a meno di confessare che la prospettiva della «corporate governance» incroci quella del neo-istituzionalismo. Dubbi sorgono viceversa per le grandi realtà, per le quali - almeno per quelle giunte alla quotazione di borsa - il testo unico sulla intermediazione finanziaria del 1998 prevede una tutela delle minoranze adattata alle società cooperative, cioè ad organizzazioni sorrette dal voto capitario (art. 135 t.u.f.). Si tratta per la verità della quadratura del cerchio, posto che di «tutela delle minoranze» si parla tradizionalmente in connessione ai temperamenti, per via legale o statutaria, della organizzazione della società per azioni basata sul voto per quote di interessi, sulla proporzionalità (oggi «naturale») fra potere assembleare e rischio d’impresa. Ma è già abbastanza per accertare una divaricazione tra modelli di organizzazione e dinamiche del rapporto sociale. Sul punto il dibattito – che in tema di banche popolari trae oggi spunto da riferimenti normativi testuali (v. art. 135 t.u.f.) mentre deve prescindere dalle non poche innovazioni della riforma societaria introdotta con il d. lgs. n.6/2003 [che invece ha esteso l’applicabilità di strumenti quali il controllo ex art. 2409 c.c. (v. il nuovo art. 2545 quinquiesdecies c.c.)] – trova rinnovato 48

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impulso in una recente ed importante sentenza del Consiglio di Stato (10 aprile 2002, n. 1964), in cui si afferma che «nelle società cooperative sono configurabili minoranze, e che esiste un criterio [quello dell’art. 135 t.u.f.] che rende più facilmente applicabili alcune norme poste a loro tutela». Pur considerando che ci troviamo di fronte ad obiter dictum, poiché la materia del contendere era nel concreto l’applicazione dell’art. 148, comma 2, t.u.f. ad una banca popolare quotata e che il discorso è qui circoscritto alle banche popolari – uniche cooperative quotate, cui non è applicabile il nuovo diritto societario (v. art. 223 terdecies, comma 2, disp. att. c.c.) –, la pronuncia del Consiglio di Stato resta in prospettiva come un’indicazione di ricerca nel materiale normativo della società per azioni, benché ante riforma 2003 (salvo rettifiche provenienti da un ipotetico giudizio di costituzionalità: v. retro, § 3.4.), peraltro con la (ovvia) clausola «in quanto compatibile». Infatti, questa importante sentenza non legittima alcuna assimilazione della banca popolare al modello della public company, designando piuttosto questa espressione - nella realtà anglo-americana e, per assimilazione, anche nella nostra - una esperienza di accorgimenti (legali e/o statutari) diretti da un lato a restituire effettività, ma dall’altro anche a creare contrappesi alla proporzionalità tra potere assembleare e rischio d’impresa rendendo le partecipazioni (quantitativamente) simili, quali: a) limiti di varia natura al possesso azionario ed ai sindacati di voto; b) clausole di voto di lista per l’elezione degli amministratori; c) deroghe vistose al principio di collegialità, quali ad es. voto per delega, voto per corri-

spondenza, etc., volte ad arginare l’assenteismo assembleare dei soci. In una parola: il punto di partenza e di arrivo della esperienza della public company è pur sempre nella società per azioni, vale a dire un’organizzazione (che bene si definì «plutocratica» sotto la vigenza del diritto societario abrogato: Schiuma) nella quale la divisione capitalistica delle partecipazioni giustifica la regola della formazione delle maggioranze assembleari per quote di interessi (almeno in via residuale, nel nuovo diritto: v. ora Sciuto/Spada); non certo invece di un’organizzazione democratica basata su variabilità del capitale e maggioranze per teste. In altri termini, nel passaggio da un codice organizzativo ad altro pare indispensabile «ri-semantizzare» la «tutela delle minoranze».

5. Conclusioni: dalla «banca popolare» alle «banche popolari». Modelli legali e statutari a confronto. Se spostiamo l’attenzione dalla legge agli statuti delle società, non si può parlare più della «banca popolare», ma ci si deve riferire all’universo composito delle «banche popolari». La patrimonializzazione può incidere notevolmente determinando effetti a cascata che allontanano l’azione sociale dalla mutualità, pure se «spuria», quali ad es. a) la estensione e la eterogeneità della compagine sociale, particolarmente accentuata nei casi di quotazione in borsa della società; b) la estensione su tutto il territorio nazionale degli sportelli, che a sua volta rende necessario un personale destinato a spostarsi attraverso aree geografiche molto vaste, con conseguente perdita 49


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del rapporto diretto con la clientela e passaggio ad una contrattazione d’impresa sempre più spersonalizzata, più standardizzata e più rigida. Queste diversità si riflettono negli statuti, che ora chiudono a qualsiasi scopo sociale che non sia la lucratività; ora lasciano uno spiraglio aperto sulla tradizione del credito popolare ed individuano obiettivi di interesse sociologico; ora pongono dei criteri di scelta relativi alla contrattazione d’impresa, sia dal punto di vista soggettivo, sia dal punto di vista oggettivo; ora fanno espresso riferimento alla mutualità. Anche sotto il profilo delle operazioni bancarie lo sviluppo è andato avanti simmetricamente verso la rottura della unitarietà della categoria delle banche popolari: le radici di questi mutamenti vanno ricercate nella progressiva despecializzazione delle banche, corrispondente ad una tendenza in atto dagli anni ’70 in avanti e conseguente anche alla transizione dal modello di mercato dirigista e chiuso della legge bancaria del 1936 e della Costituzione repubblicana del 1948 al modello liberista, aperto e concorrenziale, dei Trattati comunitari (v., sotto il primo profilo, Belli/Brozzetti; sotto il secondo, Merusi). Pertanto, se a livello legale la banca popolare assume precisa identità solo sotto il profilo organizzativo – l’ente collettivo a struttura democratica ricalcato sulla società cooperativa ante riforma 2003, ma con talune specificità ad es. con riguardo alle tecniche di raccolta di provvista finanziaria –, l’autonomia statutaria è chiamata a dare una più solida identità causale all’ «ordinamento dei poteri». Quando si dice: un modello legale funzionalmente «neutro», vari modelli funzionali statutari (Pennisi), secondo me si deve intendere non

che lo schema organizzativo sia slegato da qualsiasi giustificazione funzionale, ma che il nostro ordinamento assume come legittima una giustificazione funzionale in astratto comprensiva di una composizione di interessi tipizzati ascrivibili sia all’area dell’art. 2247 c.c. sia all’area del Libro primo del codice civile; composizione che nel concreto è chiamata a realizzare l’autonomia statutaria. Insomma, si tratta di allargare sempre di più il concetto – già di per sé estremamente elastico – di mutualità come «non illimitata lucratività» (retro, § 3.3.). «Neutralità causale» non va intesa come compatibilità con qualsiasi causa od anche con nessuna causa: nessuno può dubitare che le banche popolari vadano ascritte – si è detto – nell’area dell’art. 2247 c.c.; ed in quest’area, sarà lo statuto sociale a contemperare una ipotesi sui generis di «mutualità spuria» e/o di lucratività miste a cause filantropiche (che mai possono divenire predominanti). L’esaltazione dell’autonomia statutaria è oggi massima per effetto anche delle poche (non perspicue, forse viziate) disposizioni introdotte dalla riforma societaria del 2003; ciò che sotto altro profilo induce una sorta di ritorno all’antico: la funzione mutualistica, ai tempi in cui vigeva il codice di commercio, era affidata completamente agli statuti delle società (Calandra Buonaura; Costi). E probabilmente a questi complessi modelli funzionali, a questi «contemperamenti statutari» intende alludere Renzo Costi, una dottrina giusbancarista imprescindibile, quando descrive la causa delle banche popolari come una «mutualità sui generis», in senso lato ed atecnico: a queste, e solo a queste condizioni d’uso della formula, chi scrive può dunque associarsi. La ricerca 50

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condotta sul campo ha del resto evidenziato una realtà statutaria orientata decisamente verso la mutualità (lato sensu) e la filantropia che non verso la stretta lucratività. Dalla configurazione causale al modello organizzativo della società cooperativa. Questo «abito» – si dice – non sempre riesce a soddisfare tutte le esigenze: la grande popolare quotata soffre infatti del principio del voto per teste come di un «abito stretto» perché la rende di fatto non scalabile e di conseguenza nei mercati finanziari le sue azioni rischiano di divenire merce poco appetibile. Ecco perché il t.u.b. ha offerto a questa esigenza la via d’uscita della trasformazione o della fusione da cui risulti una società per azioni; ma questa è una porta stretta, con sbarramenti tali da far parlare a ragione della trasformazione o della fusione nei termini di una eccezione alla regola generale (retro, § 3.2.). Secondo voci autorevoli si tratterebbe anche di via d’uscita necessitata, pur se soltanto economicamente, perché chi vuol mietere successi nei mercati finanziari deve presentarsi con un «abito» che assicuri contendibilità del controllo della società (Schlesinger). Ad autore tanto accreditato sia tuttavia consentito sollevare una obiezione. Pur in assenza delle divisate condizioni di apprezzamento, l’investimento azionario nelle banche popolari sembra spuntare quotazioni crescenti nel medio/lungo periodo sui mercati finanziari: mi piace qui citare i dati raccolti da una fonte imparziale, sicuramente mai indulgente verso il mondo delle banche popolari (v. Plus, supplemento de “Il Sole – 24 Ore”, nei numeri di sabato 31 agosto 2002, pagg. 4-5 e soprattutto di sabato 13 dicembre 2003, pagg. 4-5); dati che smentiscono gli

analisti finanziari, che assumono che se non c’è contendibilità non c’è gradimento dei mercati, per il motivo che non si acquistano partecipazioni in attesa del dividendo, ma di una vantaggiosa occasione di rivendita. Ebbene, questo assunto merita una qualche revisione. Pur nella consapevolezza che le azioni delle banche popolari siano da trattarsi alla stregua di un «prodotto di nicchia», bisogna distinguere tra investitori di breve e di medio/lungo periodo. Se non pare discutibile che i primi comprino per rivendere a migliori condizioni, per i secondi si delineano più diversificate prospettive, incluso l’investimento in beni destinati ad una costante valorizzazione nel medio/lungo periodo, quali ad es. i titoli a reddito fisso o gli immobili. Obiettivamente, l’investimento in azioni emesse da banche popolari risente poco o nulla delle repentine fluttuazioni delle quotazioni di mercato, mentre dischiude la prospettiva, oltreché del dividendo, soprattutto di un graduale incremento di valore, connesso alla patrimonializzazione dell’emittente; incremento che legittima un’assimilazione (sotto il profilo economico) alla categoria del «reddito fisso». Dunque – come si diceva – poco appetibili per l’investimento a breve, ma compatibilissime con un programma a medio/lungo termine. In tutto questo, senza dimenticare che il socio può trovare ulteriore attrattiva in prestazioni lato sensu mutualistiche, variamente qualificabili ed atteggiate, nella forma – spesso conveniente – di operazioni bancarie a condizioni agevolate per i soci; ma – ad onor del vero – ciò diviene rarissimo nelle popolari di prima fascia, le sole peraltro quotate in borsa. Senza dire delle prestazioni filantropiche a terzi, cui – almeno in 51


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certe cerchie sociali – viene riconosciuto grande prestigio e che peraltro oggi potrebbero rivendicare valorizzazione, coordinamento ed incentivazione fiscale nel nuovo quadro costituzionale della «sussidiarietà orizzontale» (retro, § 4.1.1.). Non sarebbe del tutto infondato opinare che forse proprio queste funzioni non speculative abbiano permesso alle banche popolari di «resistere» – fornendo alle associazioni di categoria seri argomenti di ordine politico – sui mercati finanziari, dai quali invece è scomparsa la società in accomandita per azioni, altra entità non contendibile, che evidentemente non poteva invocare gli stessi argomenti a propria difesa. Ad ogni buon conto, neppure mi pare seriamente contestabile che il codice organizzativo della cooperativa meglio si coordini con le esigenze della banca medio-piccola che non con quelle della grande (retro, §§ 4.2., 4.2.1.). Ed è proprio la prima - operando in una dimensione di concentrazione geografica degli stabilimenti, di c.d. radicamento territoriale (pur nell’accezione più evoluta: retro, § 4.1.), in una dimensione di ridotta ed uniforme compagine sociale - quella nella quale si possono per via statutaria rinvenire una serie di funzioni «non lucrative», comprese od estranee all’ordine concettuale dell’art. 2247 c.c. La convivenza di causa lucrativa ed altre cause «non lucrative» e/o «non economiche» (quando «non egoistiche») potrebbe dunque costituire ragion sufficiente dell’organizzazione cooperativa alle banche popolari, magari – de iure condendo – con qualche ritocco della vigente normativa sul piano della trasparenza e della responsabilità nella gestione sociale; sul piano della incentivazione dei soci alla parteci-

pazione alla organizzazione di stampo democratico; id est – come si dice oggi – sul piano del governo: il vero è che nel dibattito attuale alle banche popolari non si rimprovera più l’assenza della causa mutualistica nello statuto legale; non si censura più come negli anni ’50 il divario tra «forma» e «sostanza» della cooperativa, una volta escluse le popolari dalle agevolazioni fiscali e previdenziali; si disapprova piuttosto un (supposto) deficit di governance connesso alla «forma» cooperativa. Ed è reprensibile scelta, quella del legislatore del 2003, di tener fuori le popolari dalla riforma societaria, che sicuramente apporta progressi in materia di governo delle cooperative. Riprendiamo le fila del nostro romanzo giallo e cerchiamone, se possibile, una conclusione realistica. Il nostro investigatore, sconsolato, abbandona finalmente le indagini: ogni volta che crede di essere sulle tracce dello scomparso, qualcosa gli sfugge e non stringe nulla. Per ragioni che si intuiscono facilmente, consistenti in un fuorviante identikit inizialmente messogli a disposizione: posto che già nel nostro ordinamento societario comune la nozione di «mutualità» presenta un elevato grado di elasticità, la mutualità delle banche popolari costituisce un problema piuttosto che un istituto. Un problema della dottrina, della giurisprudenza e poi della politica legislativa. Un problema che non si risolve utilizzando un lessico ed uno strumentario di argomentazioni giuridiche ontologizzanti. Un problema che si misura soltanto con le regole e se si confessano apertamente gli interessi che di volta in volta entrano in gioco. Si è detto che la causa delle banche popolari è mutevole e – quando non 52

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inclina verso la più completa lucratività – risulta da un mix di cause societarie e non societarie: alla «neutralità causale» del modello legale fa riscontro una realtà assai varia sul piano statutario. Una ricerca della «mutualità» delle banche popolari, pensando esclusivamente ad una disciplina della disposizione del netto di bilancio, è una ricerca mal impostata; un’assurda pretesa di chiudere in un letto di Procuste un secolo e mezzo di storia del nostro ordinamento, fatta di autonomia statutaria, di libertà prima concesse e poi negate, di sostegno all’imprenditoria e al risparmio e – sia consentito – anche di qualche poco commendevole autoreferenzialità gestionale. Ma si non pensi di aver fatto un lavoro inutile: la ricerca è anche accertamento della falsità di piste prima ritenute virtuose. La sua indagine sarà servita soprattutto a capire che la neutralità causale fa delle banche popolari, a livello legale, un «abito» buono per (quasi) tutte le occasioni. I programmi statutari di funzioni lato sensu «non lucrative» non sono il volto rispettabile di un dottor Jekill, pronto a mutarsi in un terribile Mr. Hyde, cioè la lucratività innestata su di un’organizzazione solo apparentemente democratica ma sostanzialmente autoreferenziata. Al contrario, tutto fa del credito popolare un universo funzionale da indagare sia nella prospettiva (giusprivatistica) della cogenza dei programmi statutari che variamente orientano verso la «gestione di servizio», sia nella prospettiva (giuspubblicistica) delle «nuove frontiere» del federalismo costituzionale.

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Prof. Fausto Piola Caselli


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1.Le origini del sistema bancario italiano. La parabola del credito nei secoli. Il nostro Paese vanta un’antichissima tradizione bancaria, che risale ai tempi della prima espansione romana in età repubblicana e che ha lasciato tracce in tutta l’area mediterranea, nord africana e medio orientale. Superato poi il periodo tormentato del declino imperiale e quello delle invasioni barbariche, in pieno medio evo, con l’affermarsi delle autonomie comunali e la ripresa dei rapporti mercantili tra Mediterraneo ed Europa centro settentrionale, il sistema creditizio italiano conobbe un impulso particolare, che portò il nostro Paese a primeggiare ovunque per capacità tecniche e ampiezza di traffici. Verso il Mille, l’attività bancaria era concentrata prevalentemente nelle città marinare, in particolare a Venezia, con operazioni di deposito, di custodia e giroconto. Ma già a partire dal secolo successivo i mercanti-banchieri toscani, genovesi e padani moltiplicavano le proprie attività, utilizzando le prime scritture in partita doppia e maneggiando con competenza centinaia di monete europee in oro e in argento. I primi strumenti della banca e del credito, come l’assegno e la cambiale, nacquero e vennero diffusi proprio dalle grandi case bancarie italiane. Nonostante i divieti canonici contro l’usura, il credito venne largamente negoziato nei confronti delle amministrazioni pubbliche e dei privati cittadini. In qualità di tesorieri di fiducia dei principi e dei signori italiani, i banchieri italiani tessevano rapporti internazionali a largo raggio, moltiplicando reti commerciali e filiali all’estero.

Il predominio dell’attività creditizia italiana rimase indiscusso fino all’inizio del 1500. Più tardi, con l’emergere dei grandi stati nazionali europei e con lo spostamento dei traffici mercantili dall’area mediterranea a quella oceanica, gli italiani furono costretti a cedere il passo alle nuove dinastie bancarie olandesi ed inglesi, che a loro volta seppero emanciparsi dalla tradizionale struttura a base famigliare, ottenendo dai governi il privilegio della responsabilità limitata. Gli affari si svilupparono allora, a partire dal 1600, grazie alle nuove joint stock companies, società dalla base azionaria diffusa, che consentivano una raccolta del capitale sociale più capillare. Il sistema del credito in Italia si ridusse sostanzialmente all’attività di routine di alcune grandi famiglie aristocratiche ed alle banche pubbliche, incaricate del controllo delle emissioni monetarie, della collocazione dei titoli del debito pubblico e della gestione dei cespiti fiscali per conto dei rispettivi governi. La Chiesa e l’usura. Anche le vicende del credito minuto, concesso per il consumo privato o per le esigenze periodiche dei campi e della piccola bottega artigiana, si svilupparono in Italia seguendo un percorso del tutto originale. Com’è noto, fin dai primi secoli la Chiesa di Roma si era pronunciata con fermezza contro l’usura, intendendo con questa qualsiasi forma di remunerazione dei prestiti. L’esortazione evangelica di S. Luca mutuum date, nihil inde sperantes, che invitava a concedere gratuitamente i prestiti per le necessità quotidiane, era presa in modo fin troppo letterale, ma anticipava una visione mutualistica che sarà sempre sostenuta con coerenza e che molti secoli dopo 57


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si troverà alla base della dottrina sociale della Chiesa. In realtà, in un modo povero di mezzi di sostentamento e di capitali, il divieto canonico dell’usura finiva per rappresentare un valido aiuto per le famiglie contadine, soprattutto attraverso i prestiti gratuiti “di saldatura” tra il momento della semina e quello del raccolto. Le autorità civili non potevano che proseguire nella stessa direzione: lo stesso Carlo Magno, con l’Admonitio generalis del 789, aveva ripreso senza esitazione la tradizionale proibizione religiosa dell’usura, esigendone il rispetto in tutta Europa. Poco per volta, tuttavia, i mercanti più scaltri riuscirono comunque ad aggirare i divieti canonici sull’usura, sostenuti sul piano dottrinario dalla nuova teologia aperta e realistica di San Tommaso. La notevolissima diffusione delle cambiali, che venivano negoziate nelle fiere internazionali in Francia e in Italia, era dovuta proprio alla possibilità di mascherare l’interesse di un debito, che veniva rimborsato alla scadenza in una moneta diversa da quella originaria, calcolata con un rapporto di cambio che non teneva conto di quello corrente di mercato. Tuttavia, l’erogazione del credito al consumo per i ceti più deboli continuava a rappresentare un’esigenza sociale, ancor prima che economica. I banchi ebraici, che non erano toccati dai divieti canonici contro l’usura, prestavano a breve termine con tassi di interesse elevatissimi. Su ispirazione francescana, nacquero così i primi monti di pietà, che in un primo momento vollero sposare la causa della carità ai poveri in modo del tutto radicale, concedendo piccoli prestiti su pegno senza alcuna remunerazione. Il primo monte nacque a Perugia nel 1462, seguito subito da altri sorti nell’Italia centro-

nord e poi altrove: in meno di mezzo secolo i monti di pietà dilagarono in Italia, in Spagna e in parte della Francia meridionale. Si trattava però di istituzioni esclusivamente cittadine, rivolte alle famiglie delle piccole e grandi città. Ben presto sorsero così nelle campagne i monti frumentari, che prestavano ai contadini le sementi in natura, a basso tasso di interesse. I prestiti venivano restituiti sempre in natura, al termine del raccolto e raramente la durata del contratto poteva superare l’annata agraria. I monti frumentari divennero presto una realtà vivacissima in tutto il panorama agricolo italiano, specializzandosi non solo nelle

Viterbo

Rieti

Roma

Frosinone Latina monte di pietà monte granatico monte granatico e di pietà

Fig. 1 – I Monti frumentari nel Lazio Fonte: Piola Caselli, Monti di Pietà, p. 229

operazioni di prestito al minuto ma anche nello stoccaggio e nella distribuzione delle granaglie. Nel Mezzogiorno, i monti frumentari si diffusero particolarmente tra il basso Lazio e la Puglia, con una concentrazione particolare nel Beneventano, dovuta all’opera di Pietro Francesco Orsini, vescovo di Benevento alla fine 58

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del Seicento e salito poi al soglio con il nome di Benedetto XIII. Come si può vedere dalla cartina, nel Lazio, i monti frumentari o granatici si localizzarono particolarmente nell’area di Rieti e di Frosinone. Nell’Archivio di Stato di Frosinone è tuttora conservata una ricca documentazione sui monti della provincia, attivi fino ai primi decenni successivi all’Unità. Il problema del risparmio nell’Italia preunitaria. Intorno alla metà del Settecento, insieme al primo sviluppo delle fabbriche, iniziò a diffondersi in Europa una concezione più dinamica del risparmio, inteso ormai come una ricchezza produttiva che avrebbe dovuto prendere il posto dell’usuale carità, affidata fin’ora alla buona volontà dei privati e delle parrocchie. L’esigenza degli investimenti produttivi si poneva in modo più evidente in Inghilterra, che nei primi decenni della rivoluzione industriale si trovava per la prima volta a fronteggiare l’imprevedibilità dei mercati. I conti delle prime imprese del cotone e del ferro oscillavano tra i rapidi profitti nelle fasi di espansione e le altrettanto rapide cadute nelle crisi di sovrapproduzione, con violenti picchi congiunturali negativi che provocavano disoccupazione e miseria. Cambiava la mentalità nei confronti del risparmio e diventava chiara la necessità del suo utilizzo nel sistema produttivo. Se il medico olandese Bernard Mandeville (1670-1733) nella Fable of the bees aveva giustificato il lusso e la ricerca del profitto, sostenendo che i vizi dei privati finivano comunque per accrescere la ricchezza del paese, lo scrittore inglese Daniel Defoe (1661-1731), poteva dichiarare con insi-

stenza nel Robinson Crusoe la necessità del risparmio per fronteggiare le avversità future, tanto da venire considerato in seguito come l’ispiratore dell’idea di cassa di risparmio. Per David Hume (1711-1776), solo la laboriosità dell’intera nazione poteva creare la ricchezza destinata a creare le condizioni per il miglioramento delle condizioni di vita di tutti. Adam Smith (1723-1790) sosteneva con la chiarezza del suo limpido linguaggio che il risparmio contribuiva alla ricchezza delle nazioni. David Ricardo (1772-1823) si pronunciava contro le imposte a favore dei poveri e riteneva che la soluzione del problema della miseria dovesse essere trovata nel lavoro e nelle workhouses promosse dai governi, contrapponendole alla carità improduttiva delle parrocchie. Cresceva anche la consapevolezza del valore morale del risparmio, purché saggiamente investito. Nelle nazioni industrializzate nascevano i primi sindacati, mentre nell’Europa centro meridionale le vecchie corporazioni cittadine cedevano il passo alle associazioni di mestiere ed al mutualismo. Risparmio e credito iniziavano a rivestire un ruolo fondamentale nella nuova società che emergeva con grande lentezza, tra le crisi economiche e l’ostilità della vecchia classe dirigente. L’Italia, un tempo terra di vivaci imprese bancarie, non aveva più una rete creditizia che non fosse quella delle banche al servizio dei governi. Eppure c’era chi teneva in vita il mito del credito, se non nelle intraprese d’affari, almeno nella libellistica d’occasione. Il sacerdote ed economista napoletano Francesco Fuoco pubblicava nel 1824, sotto il nome di Giuseppe De Weltz, con il titolo eloquente La magia del credito svelata, istituzione fondamentale di pubblica utilità. Era una concezione enfatica del credito, 59


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basata sul concetto di magia più che quello di investimento, ma che perlomeno si sforzava di tracciare un orizzonte nuovo: ...il credito che stabilisce una specie di comunità tra le nazioni più remote del globo; il credito che fa valere in favore del povero i tesori del ricco;...(il credito) è pressocché sconosciuto nel nostro paese...magica è la sua forza per chiunque la segua nei suoi movimenti. Esso è l’anima di tutto il mondo economico... In Italia l’approvvigionamento del credito per le aziende rappresenterà sempre un ostacolo, ed un pesante costo aggiuntivo, nell’espansione del processo produttivo, soprattutto nella fase della sua prima industrializzazione.

2. Dalle casse di risparmio alle banche popolari. Il mutualismo nel credito. Pochi anni dopo la Restaurazione, in Italia era sorta una cassa di risparmio veneta per iniziativa del governo austriaco e nel 1823 era stata fondata a Milano la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde, che si era presto dedicata al credito fondiario sotto forma di mutui ipotecari, devolvendo parte degli utili a scopi di beneficenza. Altre casse di risparmio, create per iniziativa dei locali monti di pietà e dei monti frumentari, sorsero poco per volta in tutta l’Italia preunitaria, con la sola eccezione del Regno delle Due Sicilie. Nel 1870 si contavano in Italia 249 Casse di Risparmio, che per lo più venivano considerate come pie istituzioni e non come reali istituti di credito al servizio delle attività produttive. Il nostro

Paese, preso dai problemi dell’unificazione, era ancora ben lontano dalla grande trasformazione economica che nel resto d’Europa era già nel pieno del suo sviluppo. Altrove, gli ideali di solidarietà e di mutualismo si realizzavano in concrete forme bancarie. In Prussia erano nate le banche popolari e le casse sociali di credito, ideate da F.W. Raiffeisen e da Hermann Schulze. In realtà, già da allora le casse sociali operavano nell’ambiente rurale della Renania prussiana, mentre le banche popolari erano attive piuttosto nel regno di Sassonia, caratterizzato dal dinamismo delle piccole città. Mondo agrario e mondo cittadino reclamavano già da allora una diversa specializzazione del credito. Luzzatti e le banche popolari. Seguendo una traccia simile, in Italia toccò al giovanissimo economista e uomo politico veneziano Luigi Luzzatti (1841-1927) di diffondere nel 1863 con La diffusione del credito e le banche popolari il principio del mutualismo e dell’autoaiuto, assegnando al credito un ruolo preminente sia nei processi produttivi che nei rapporti sociali e di solidarietà. Il credito doveva rivolgersi ad un tempo ai problemi della produzione ed a quelli del consumo, ponendo particolare attenzione al risparmio inteso come sforzo per garantirsi le risorse necessarie per i momenti più difficili della vita. La storia straordinaria delle banche popolari italiane può essere testimoniata dalla successione dei congressi nazionali, che si tennero a partire dall’incontro preparatorio di Torino del 1865, promosso dalla Banca operaia di Torino, alla presenza delle banche popolari già costituite in quell’anno (Lodi, 60

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Asola, Jesi) e di quelle che pur essendo costituite non esercitavano ancora il credito (Milano, Torino, Como, Varese e Cremona). A Torino era presente Luigi Luzzatti, che illustrò i progressi compiuti in Germania sostenendo, non senza provocare polemiche, che l’accesso ai prestititi doveva essere concesso solo a coloro che avessero dimostrato di saperselo meritare con preventivi atti di risparmio, mettendo in risalto la potenziale azione mutualistica delle popolari e sottolineando il ruolo previdenziale che esse avrebbero potuto assumere. Le banche popolari si moltiplicarono da allora in poi con ritmo sempre più intenso.

un istituto centrale di coordinamento, l’Associazione nazionale delle banche popolari, che tenne in quell’anno un primo congresso ufficiale. Luzzatti riferì allora che contro le 2.830 banche popolari che si contavano tra Austria e Germania, in Italia ne erano attive solo 118 e di queste solo 16 erano localizzate a sud di Roma. I congressi dell’Associazione si tennero con cadenza periodica e poco dopo nacquero le prime organizzazioni regionali tra le banche popolari: in Abruzzo e Romagna nel 1888 e nel Veneto l’anno successivo. Le cittadine meridionali videro finalmente la nascita di molte banche popolari, che presto sovrasta-

tab. 1 - Le banche in Italia tra 1860 e 1890 (con esclusione delle case bancarie) CR= Casse di risparmio; SOC=Società ordinarie di credito; BP= Banche popolari

Area

1860 CR

1873 SOC CR

Ex Regno di Sardegna 18 Lombardia, Veneto 7 Emilia, Marche e Umbria 50 Toscana 12 Lazio 4 Province meridionali

2

Tot ale

4

91

1

21 8 69 13 7 18

1880

SOC BP

CR SOC

56 16 9 19 11 13

15 19 37 12 18 96 10 13 2 11 6 32

136 124

88 183

39 18 10 21 5 20

1890 BP CR

SOC BP

16 20 54 1 30 115 10 13 3 13 27 44

12 35 27 158 10 108 7 35 3 10 61 283

113140

218120

629

Fonte: Sannucci, p. 193.

Nel 1871 venne fondata la banca popolare di Novara, destinata ad assumere presto una notevole importanza ed a superare per capacità di raccolta e dinamismo, all’inizio del nuovo secolo, la più nota ed antica banca popolare di Milano. Sviluppo e crescita delle popolari. Nel 1876, il successo e l’importanza assunta ormai dalle popolari portò alla costituzione di

rono per numero le casse di risparmio e gli altri istituti di credito ordinario: vedi tab. 1 Con poche eccezioni, le banche popolari, a differenza delle casse di risparmio ed ad altri istituti di credito ordinario, lavoravano nell’ambito del territorio del comune di appartenenza e non cercavano di espandersi in aree geografiche sempre più grandi. E nelle cittadine grandi e piccole anche le nostre banche 61


SECONDA PARTE

popolari iniziarono la raccolta dei depositi. Ma tra l’esperienza tedesca e quella italiana ci fu fin dall’inizio una notevole differenza. La base societaria delle popolari tedesche continuò per lungo tempo a mantenersi piuttosto omogenea, contando tra i soci soprattutto artigiani e piccoli commercianti. Le popolari italiane allargarono invece fin dall’inizio la base sociale, annoverando insieme ai piccoli azionisti anche proprietari di immobili, uomini d’affari ed i primi capitalisti della nascente industria italiana. Spesso le operazioni delle popolari non disdegnavano gli impieghi di medio e lungo termine. Inoltre, a differenza delle banche cooperative tedesche, dove i soci operavano con responsabilità illimitata e si dimostravano quindi poco favorevoli all’ampliamento delle attività, le nostre popolari nacquero fin dall’inizio in forma di società anonima a responsabilità limitata, su indicazione dello stesso Luzzatti. Nel 1882 il codice di commercio estese infine alle popolari le norme che contraddistinguevano le società cooperative: le azioni divennero così nominative ed ai soci venne riconosciuto un solo voto pro capite, qualunque fosse l’entità del capitale posseduto. Intanto, per favorire ulteriormente la raccolta del piccolo risparmio, nel 1875 vennero fondate le Casse di risparmio postali, con lo scopo di raccogliere i depositi delle famiglie più modeste e dei risparmiatori del Mezzogiorno, che non avevano una rete bancaria capillare di riferimento. Con il finanziamento della Cassa Depositi e Prestiti, le casse di risparmio postali giocheranno poi un ruolo decisivo nelle finanze comunali di fine secolo, assicurando agli enti locali i finanziamenti a

lungo termine ed a basso tasso di interesse che la rete del credito ordinario non avrebbe potuto (o non voleva?) in alcun modo erogare. Un’istituzione creditizia che mostra la sua solidità nel tempo. La storia successiva delle banche popolari dimostra la bontà della concezione di Luigi Luzzatti, che appariva in tutta la sua evidenza proprio nelle frequenti crisi congiunturali del sistema economico italiano. Nella generalizzata depressione del 1893-94, che coinvolse numerosi istituti di credito provocando alcuni fallimenti clamorosi, il MAIC (Ministero dell’agricoltura, industria e commercio) osservava che: ...mentre gli istituti di credito ordinario cadono ad uno ad uno e alcune cadute segnano grandi catastrofi economiche pel nostro Paese...le banche popolari resistono...traggono dalla crisi occasione di mostrare il loro valore economico e morale...Quelle che muoiono si può dire che “colgano il buon momento per sparire dalla scena”...ma qual differenza anche in queste sospensioni e perfino in queste cadute! I depositanti furono quasi sempre rimborsati per intero...e persino laddove le jatture sono più profonde, nelle Puglie a mo’ di esempio, quante liquidazioni lente ma onorate... Secondo il Luzzatti, le banche popolari uscirono dalla depressione di quegli anni ridotte di numero ma più robuste, con una base societaria più compatta e fortificata. Poi lo sviluppo delle popolari proseguì, con una singolare tendenza ad un recupero delle posizioni nel Mezzogiorno. Nel 1908 su 690 banche popolari regolarmente costituite in tutta Italia, 443 (64%) operavano ormai al centro nord e 247 (36%) al sud e nelle isole. Nel periodo fascista e 62

Banca Popolare del Frusinate


Costituzione e Sviluppo della Banca Popolare del Frusinate

nel corso della depressione decennale, legata alla politica deflattiva voluta da Mussolini a partire dal 1926 ed in seguito alla grande crisi mondiale, tra fallimenti e concentrazioni il numero degli istituti di credito in Italia si ridusse notevolmente, con una perdita più consistente per le casse di risparmio e per gli istituti di credito ordinario, che vennero più che dimezzati. La banche popolari, in controtendenza, ebbero allora perdite decisamente più contenute. La tradizione di solidità delle banche popolari continua ancor oggi ed il sistema italiano della banche popolari mantiene una ragguardevole posizione nel sistema del credito nazionale. Il numero delle banche popolari attive in Italia, negli ultimi trenta anni, è diminuito da 195 a 68, in parallelo con il processo di concentrazione bancaria che ha caratterizzato la vita recente di tutti gli istituti di credito: tuttavia le popolari offrono al pubblico al giorno d’oggi ben 6.000 sportelli, con oltre 60.000 dipendenti, pari al 17% di tutto il sistema del credito. In quasi la metà delle province presenti sul territorio nazionale, le popolari detengono una quota superiore al 25% della raccolta complessiva mentre la rischiosità degli impieghi si attesta intorno al 3,5%, quasi un punto e mezzo al di sotto della media nazionale.

minima e proprietà fondiaria notevolmente frammentata. Da tempo immemorabile la cultura tradizionale si basava sul ritmo biennale mais-frumento, senza giovarsi di particolari sistemi di irrigazione e la resa per ettaro non si discostava da quella di età medievale, intorno a 5-6 volte il seminato. I fondi erano gestiti in regime di mezzadrìa o di colonia migliorataria. Grazie ai poli di attrazione costituiti dai mercati romani e napoletani l’allevamento era invece più sviluppato, e si potevano contare numerose razze equine e bovine di pregio. La città di Frosinone era la sede di un modestissimo artigianato locale, ma il circondario – divenuto provincia nel 1927 – era dotato di qualche impianto di buona qualità. La lana si lavorava ad Alatri, a Monte S. Giovanni esisteva una cartiera ed una fabbrica di polveri da sparo, Ceprano era nota nella farmacopea per l’olio di ricino e nei dintorni di Guarcino esi-

Foto storica. Archivio Banca Popolare del Frusinate

3. L’economia del frusinate. Il punto di partenza: un mondo contadino. All’indomani dell’unità d’Italia, l’economia del frusinate si basava quasi esclusivamente sull’agricoltura, con poderi di dimensione 63


SECONDA PARTE

Foto storica. Archivio Banca Popolare del Frusinate

stevano laboratori artigianali che producevano buon vasellame, cappelli, mattoni, tele e liquori. Era invece decisamente più vivace la zona di Sora, lungo le direttrici del Liri e del Fibreno, dove erano impiantate cartiere ed opifici di varia grandezza specializzati nella lavorazione della lana.

tab. 2

all’8% per le sementi in grano e del 12% per quelle in granturco. Cinque anni dopo, nel 1859, grazie all’iniziativa di una “società di cittadini” che riuscì a raccogliere un modesto capitale, venne fondata la locale cassa di risparmio. La nuova banca lavorava a giorni alterni, in funzione del ritmo dei mercati, delle fiere e dei giorni di paga e inizialmente raccoglieva i depositi la domenica mentre provvedeva ai pagamenti il giovedì. La fondazione della cassa di risparmio si inseriva ancora nella concezione ideale che faceva del risparmio la fonte di tutte le virtù, come ricordava nel suo editto il Delegato apostolico, perché: ...soccorre da un lato l’industria, l’agricoltura ed il commercio, ponendo in circolazione a modico frutto i capitali della Cassa, combatte l’ozio e l’ignavia dall’altro, invitando i men ricchi all’attività ed al risparmio con assicurare loro sulle somme che depositano nella Cassa medesima un progressivo risparmio...

Dati demografici essenziali della provincia di Frosinone. 1951-1991 1951 1961 1971 1981 1991

Popolazione della provincia 468.594 438.254422.630 _ Var iazione % nel ventennio precedente_ -9 ,8 Abitanti nei Centri in40,9 % 45,3 53,9 “nei Nuclei urbani“ 14,9 15,4 12,5 “in Case sparsi“ 44,1 39,2 33,6 Fonte: mia elaborazione da CCIAA Frosinone,

Mancava invece una vera e propria rete creditizia. Solo nel 1854 a Frosinone venne istituito un monte frumentario, che ebbe un discreto sviluppo e che protrasse le operazioni fino al 1907. All’inizio il monte prestava dietro corresponsione di un interesse, elevatissimo ma non raro a quei tempi sopratutto in ambiente rurale, del 15%, ridotto nel 1882

460.395 _ 67,2 7,2 25,0

479.559 13 ,5 6 12,6 2

pp. 22 e 23.

Caso quasi unico in Italia, il monte di pietà venne invece istituito solo nel 1864, come ramo di attività della cassa e non viceversa. Il primo sviluppo economico. Il frusinate continuò per lunghi anni a costituire un’area depressa, caratterizzata da un’agricoltura povera e da un tessuto industriale allo 64

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stato embrionale, che produceva nei settori tradizionali dell’abitazione e dell’alimentazione con aziende di pochi addetti. Gli unici poli di un certo dinamismo restavano quelli tradizionali della carta intorno ad Isola Liri e l’insieme delle attività turistico-termali nella zona di Fiuggi. Anche nel secondo dopoguerra le attività economiche del frusinate stentavano a decollare e la struttura agricolo-artigianale non venne radicalmente modificata, perlomeno in un primo periodo, dall’istituzione della Cassa del Mezzogiorno e dai provvedimenti del 1957 per lo sviluppo delle aree depresse. Del resto, anche la demografia della regione si manteneva su livelli modesti. Nella prima parte del quarantennio 1951-1991 la popolazione della provincia si ridusse 10%, a causa delle ricorrenti correnti migratorie verso le zone del nord Italia, con punte che arrivavano al 50% per la popolazione montana al di sopra dei 1000 metri. Poi la crescita demografica riprese, mostrando una lieve tendenza alla concentrazione urbana, con casi di particolare evidenza per il capoluogo, per Sora, Alatri e Cassino: vedi tab. 2 La crescita economica divenne invece più evidente a partire dai primi anni Sessanta, sia per l’apertura dell’Autostrada del Sole, sia per una politica di intervento pubblico più efficace. Senza dubbio gli anni Sessanta rappresentarono un periodo di cerniera per lo sviluppo industriale del frusinate, che secondo una ricerca dell’associazione regionale delle Camere di commercio del Lazio vide raddoppiare gli stabilimenti manifatturieri con più di 10 addetti e raddoppiare nello stesso periodo la mano d’opera impiegata. Il potenziamento dell’Area di Sviluppo Industriale nella valle del

Sacco (1969) sanciva le nuove prospettive di crescita. In particolare, il movimento positivo manifestatosi nel decennio 1961-1971 mostrava che le industrie manifatturiere con più di 10 addetti iniziavano a crescere, sia in termini di unità locali che di addetti. Le iniziative di rilievo erano rappresentate, com’è noto, dall’insediamento della FIAT, il cui stabilimento iniziò ad essere progettato nel 1967 e dall’ampliamento dell’Area di Sviluppo Industriale a ben 36 comuni, nell’anno successivo, gestiti da un apposito consorzio.

tab. 3 Unità locali e addetti per alcuni comuni dell’Area di Sviluppo Industriale (1968-1978) 1968 1978 U. L. Addetti U.L. Addetti Anagni 20 1.37132 6.214 Cassino 30 1.68626 2.050 Frosinone 42 3. 120 66 6.761 Isola del Liri 18 1. 762 19 1,572 Sora 31 1. 740 25 2.022 Tot ale comuni A.S.I. 221 15.415288 34.480 Tot ale comuni non 28 A.S.I. 1.329 30 1.533 Fonte: Tavone, p. 42

Di fatto, nel periodo 1968-1978 si poté assistere ad un notevole incremento sia delle unità locali che del numero dei loro addetti, ben più evidente nei comuni inclusi nell’area di sviluppo industriale, rispetto a quelli che ne erano rimasti fuori: vedi tab. 3 Il fenomeno non riguardava tuttavia l’intero territorio provinciale in modo omogeneo, ma tendeva a privilegiare adesso l’asse territoriale che correva lungo la Roma-Napoli, rispetto all’antico polo trasversale del Liri. 65


SECONDA PARTE

Crescita delle aziende e dell’occupazione. Con riferimento all’intera provincia, una prospettiva temporale di più ampio respiro mette bene in evidenza l’incremento numerico delle aziende e degli addetti sia per tutta la provincia sia per i comuni a sviluppo economico più significativo, per i settori industriali dei servizi e del commercio che facevano riferimento alla CCIAA di Frosinone, nell’arco di un quarantennio fal 1951 al 1991: vedi tab. 4 La tabella, nella quale sono stati inseriti i soli dati del capoluogo per renderne più immediata la lettura, mostra con chiarezza l’andamento di quello che potremmo genericamente definire come lo sviluppo economico della provincia, nell’ultimo periodo di tempo significativo. Se ne possono trarre alcuno dati di fatto che vanno sottolineati:

b. il settore industriale mostra un aumento degli addetti per unità in misura decisamente superiore a quanto non accada per gli altri due comparti c. il ruolo della città di Frosinone nell’intera provincia aumenta considerevolmente. Se infatti la presenza delle aziende attive a Frosinone rispetto a quelle dell’intero territorio provinciale cresce dal 7,5% al 13%, il numero degli addetti complessivamente impiegati a Frosinone passa dal 10% al 20%, conquistando una quota di tutto rispetto sul totale della provincia. La considerazione più significativa, tuttavia, al di là dei dati che mostrano palesemente in deciso incremento in tutti i settori produttivi, riguardano proprio il rapporto tra l’andamento demografico e quello degli addetti alle aziende dell’intera provincia. Se si tiene conto della sostanziale stabilità della

tab. 4 Andamento delle unità locali e degli addetti nella provincia di Frosinone 1951-1991 1951 1961 1971 1981 1991 U.L.

Add.

U.L.

Industria5.172 18.242 4.097 Frosinone 316 1.607 385 Ter ziario 6.290 12.473 9.477 Frosinone 544 1.691 1.033 Commercio4.928 8.460 7.706 Frosinone 431 1.024 825 Tot ale 11.462 30.715 13.815 Frosinone 860 3.298 1.424

Add.

U.L.

21.212 4.352 2.475 478 18.964 11.448 3.288 1.238 13.568 9.101 2.151 931 40.848 16.031 5.816 1.728

Add. 34.773 6.620 23.154 4.056 16.136 2.531 58.429 10.759

U.L.

Add.

U.L. Add.

6.347 61.858 8.387 64.358 625 10.027 894 9.366 14.712 33.410 15.194 37.888 1.647 6.279 1.875 7.348 11.459 22.444 11.268 23.538 1.213 3.438 1.237 3.764 24.610 119.551 28.641 132.962 2.8832 22.790 3.740 24.327

Fonte: mia elaborazione da CCIAA Frosinone, tabb. a.1.24 e segg.

a. il settore del terziario e quello del commercio decollano per primi, negli anni Settanta e Ottanta, per subire poi una battuta di arresto, mentre le aziende industriali, partite a loro volta con maggior ritardo, proseguono la loro espansione anche negli anni Novanta

popolazione nel periodo, il numero degli addetti cresce notevolmente, con un rialzo che è particolarmente accentuato nel decennio 1979-1980, per poi mantenere un andamento più stabile nell’ultimo periodo: vedi fig. 2 66

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E’ proprio il particolare rapporto tra l’andamento demografico e quello occupazionale relativo alle diverse unità produttive che fornisce il quadro di sintesi più significativo dell’evoluzione economica di Frosinone nel periodo

nazionali, nasce da un qualificato gruppo di imprenditori e di liberi professionisti del frusinate il progetto della nuova banca. Al di là degli aspetti strettamente economici, legati al potenziale profitto dell’iniziativa, l’iniziativa acco-

Fig. 2 - popolazione e addetti alle unità produttive nella provincia di Frosinone 1951 - 1991 Popolazione

1951

Addetti

1961

1971

1981

1991

Fonte: v. tab. 3.

più recente. Esso indica il momento di passaggio da un’economia prevalentemente agricola a condizione famigliare, dispersa nel territorio, ad uno sviluppo fondato su di una pluralità di settori produttivi a carattere aziendale.

4. La Banca Popolare del Frusinate, dalla nascita ad oggi. Costituzione della banca e scelta della sede, 1991-1992. Saldamente radicata in questo contesto economico e sociale, caratterizzato da una crescita dell’occupazione lenta ma continua, da un’elevata propensione al risparmio delle famiglie, da una rete bancaria che poggia prevalentemente sulle filiali locali dei grandi istituti

muna un gruppo di persone legate alla propria terra e che intendono guardare lontano: fare in modo che il risparmio proveniente dal territorio venga prevalentemente utilizzato nelle iniziative destinate allo sviluppo locale, senza essere più veicolato verso i grandi gruppi aziendali del centro nord del Paese, tradizionali destinatari del risparmio proveniente dalla Ciociaria. La scelta della società cooperativa garantisce la parità di voto tra tutti i soci, indipendentemente dal capitale personalmente posseduto ed è questo un preciso segnale che il gruppo promotore intende lanciare. E ancora, il progetto prevede che la nuova banca dovrà farsi promotore di iniziative culturali, scientifiche e assistenziali che possano dare uno smalto particolare al nuovo istituto di credito, rivol67


SECONDA PARTE

gendosi – ancora una volta – alle necessità di volta in volta manifestate del territorio. Il primo decennio di vita della banca dimostrerà che gli obiettivi originari saranno centrati con coerenza e continuità.

fluenza di soci di Boville, di Veroli e di Alatri, con un provenienza che in definitiva abbraccia i centri più importanti di tutta la provincia. Un altro elemento di notevole rilievo riguarda l’attività professionale dei promotori.

tab. 5 Soci della BPF per comune di residenza

tab. 6 Soci della BPF per ramo di attività

Frosinone

388

Roma

Imprenditore

223 Studente

92

Boville

132

Ripi

Commerciante

164 Casalinga

72

Veroli

99

Coreno Aus.

Alatri

91

Ferentino

61

60 57

Soc. r.l.

35

147

MonteS. Giov. 35

Professionista

Cassino

Impiegato

33

Isola Liri 26

Fiuggi

21

Pensionato

Anagni

22

Cervar o

20

Medico

Ceccano

22

Torrice

Ceprano

22

Altri

Sora

21

Soc. n.c.

20

Dopo un periodo iniziale necessario ad ottenere le dovute autorizzazioni della Banca d’Italia ed alla raccolta del capitale versato dai soci fondatori, alle 9 di mattina del 12 luglio 1991 l’assemblea costituente si riunisce nella sala convegni dell’hotel Henry, alla presenza del notaio Piacitelli. Nasce la nuova società cooperativa a responsabilità limitata cui aderiscono ben 1.347 soci, che sottoscrivono un importo di 15 milioni di lire per quota, pagabili in tre rate ciascuna. Il capitale così raccolto, pari a 20 miliardi di lire, garantisce l’immediata operatività della banca, ponendola al primo posto tra le banche popolari di recente costituzione quanto all’entità del capitale sociale. Com’è naturale, i soci provengono in larga misura dal capoluogo; è importante tuttavia anche l’in-

Soc. a.s.

65

135Insegnante

51

121 Artigiano

48

37 Soc. p.a.

20

33 33

Dirigente

<20202

Att. varie

Farmacista

18

Operaio

17

26 Rappres.te 24

Altri

16 <5

15

L’analisi della professione dei soci, contribuisce a mettere in evidenza il ruolo preponderante rivestito dagli imprenditori locali, dai commercianti, dalle aziende di varia natura e dai liberi professionisti. A testimoniare il carattere composito del capitale della nuova banca, sta tuttavia la presenza di numerosi impiegati, di studenti, di casalinghe e di insegnanti. Non mancano alcuni operai ed altri esponenti di diversi settori professionali. Per il primo triennio a dirigere il Consiglio di amministrazione, composto da 11 membri, è chiamato il presidente Bruno di Cosimo, coadiuvato dal vice presidente Gerardo Plocco. Gli altri membri sono nell’ordine Benito Stirpe, subito acclamato presidente onorario, Antonio Annunziata, Luigi Celani, Luigi Conti, Bruno 68

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Iannarilli, Nicolino Milani, Umberto Mizzoni, Baldassarre Santamaria e Carlo Uccioli. Maurizio Ferrante è nominato Presidente del Collegio sindacale. Il Consigliere Celani è chiamato ad assumere le funzioni di direttore generale, per la vasta esperienza maturata nel settore delle banche popolari. Dovrà così lasciare il posto in Consiglio, sostituito l’anno dopo da Giancarlo Salvatore. Come vice direttore viene scelto Romano Marchini, a seguito di una selezione affidata alla Cefor, la società di emanazione delle banche popolari che ha il compito di selezionare il personale. Viene poi bandito un concorso pubblico per la scelta del logotipo che dovrà caratterizzare la nuova banca e già in sede di assemblea costituente il gruppo dirigente manifesta l’intenzione di acquistare un immobile di prestigio, che dovrà essere all’altezza del ruolo che la banca intende assumere. Il 19 ottobre del 1991, in sede di Consiglio di amministrazione, viene nominato il comitato esecutivo e se ne fissano le deleghe. In attesa dell’acquisto della nuova sede sociale, si rende indispensabile prendere in affitto i primi locali e la scelta cade su di un ampio immobile in via Caduti di via Fani, dove verrà aperto il primo sportello e già il 6 marzo il Consiglio di amministrazione è convocato nei locali appena resi operativi. L’attività della banca inizia ufficialmente il 30 maggio del 1992: per l’occasione viene stampata una cartolina primo giorno, con un annullo speciale concesso dalle poste. Dal primo giugno, dunque, la banca è al lavoro. Il periodo di avvio, 1992-1996. I primi anni rappresentano il periodo in cui si pongono le fondamenta della banca, che deve formare le strutture operative di base, trovare il

proprio spazio nella raccolta locale del credito e riscuotere la fiducia della clientela, impostando una politica gestionale convincente. I risultati sono lusinghieri e ciò deve essere sottolineato con particolare evidenza, perché la situazione generale del Paese sta attraversando un periodo di profonda crisi, che giunge a punte particolarmente aspre negli anni 1992-94, come testimoniano alcuni indicatori fondamentali. Il PIL ha imboccato la strada di un lento ma inarrestabile decremento annuo, la disoccupazione supera le quote allarmanti del 13% senza mostrare segno di ripresa, la lira si svaluta ampiamente con le altre monete dello Sme e fluttua ormai - di fatto - liberamente. Il tasso ufficiale di sconto tocca, nel 1992, il livello elevatissimo del 15% e di conseguenza il tasso sulle anticipazioni bancarie arriva al 16.5%. Il governo è costretto ad una politica di tagli e di rigidità sul piano fiscale, imponendo addirittura un’imposta del 6% una tantum sui depositi bancari: quasi una patrimoniale di antica memoria. Le finanziarie che si succedono ad ogni dicembre sono sempre più rigorose, strette tra la ricerca di nuove risorse per l’erario ed i tagli alla spesa pubblica. Come nota acutamente il presidente Di Cosimo nella relazione di accompagno al bilancio al 31.12.1992, più che un problema congiunturale si tratta di prendere atto che siamo arrivati alla fine di un’epoca: ...l’epoca del salario come variabile indipendente, la libertà degli enti pubblici di accumulare disavanzi, la possibilità di avere finte imprese sovvenzionate dalla stato. Per le banche popolari italiane, arriva adesso una nuova disciplina, volta a stabilizzare gli assetti interni attraverso un equilibrio generale nell’influenza dei soci sulla gestione, impo69


SECONDA PARTE

nendo che nessun socio possa detenere più dello 0.50 del capitale sociale. Anche i vincoli reciproci tra gli stessi soci possono essere rinsaldati, e viene confermata la possibilità di introdurre la clausola del gradimento per l’ingresso di nuovi soci. La Banca Popolare del Frusinate sembra navigare tranquilla nella tempesta economica

razione in cui vengono tenuti i depositanti, che sembrano a loro volta ricambiare la fiducia. La curva della raccolta tende nel lungo periodo a distaccarsi lentamente da quella degli impieghi, testimoniando in concreto la grande prudenza seguita dalla banca nella concessione del credito: vedi fig. 3

Fig. 3 - Andamento della raccolta e degli impieghi

€ X 1.000

150.000 100.000 50.000 0

1992 1993 1994 1995 1996 1997 1998 1999 2000 2001 2002 Impieghi:crediti verso la clientelaRaccolta: diretta

italiana, come dimostra il buon andamento della raccolta e quello degli impieghi, dovuti in gran parte alla fiducia che la neonata banca riscuote tra i soci e le loro famiglie. Nei primi sette mesi di attività vengono raccolti più di 15 miliardi di lire di risparmi e vengono erogati più di 7 miliardi di crediti, ma nell’anno successivo la raccolta tocca i 34 miliardi e gli impieghi i 21 miliardi, triplicando il traguardo già ragguardevole raggiunto l’anno precedente. Ormai l’andamento della raccolta e degli impieghi ha imboccato un percorso di crescita continuo e con essi aumenta il ruolo dei depositi a vista. Rispetto al sistema creditizio italiano, la raccolta è remunerata dalla banca mediamente con due punti percentuali in più, a dimostrazione della grande conside-

Nel 1994 viene aperta la filiale di Alatri, che si aggiudica subito il servizio di tesoreria del comune di Guarcino. Poco dopo, nel 1996, apre i battenti la filiale di Ripi, con la quale si conferma non solo l’elevato incremento della clientela della banca ma anche la fiducia che la stessa Banca d’Italia, nel concedere l’autorizzazione ad aprire il nuovo sportello, nutre per la Banca Popolare del Frusinate. Nello stesso anno partono importanti servizi, come il collocamento dei fondi di investimento ARCA, l’emissione di prestiti obbligazionari e l’apertura dei rapporti con l’estero: la banca è ben decisa ad allargare la sfera delle proprie attività nella consapevolezza che la diversificazione dei servizi finisce per portare clientela agli sportelli. Che l’andamento generale delle opera70

Banca Popolare del Frusinate


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zioni mostri un incremento costante è dimostrato anche dalla crescita del numero dei dipendenti. Includendo nel numero il direttore ed il vice direttore, il personale sale a 12 unità nel 1992, all’indomani dell’inizio delle attività, per aumentare di due unità l’anno dopo, ed arrivare ad un organico di 20 dipendenti già nel 1994, cresciuto ancora a 24 unità nel 1996. In termini di retribuzioni ed oneri accessori, il costo medio dei dipendenti per la banca è pari al 75% della media riscontrata nel sistema creditizio italiano. Nel 1996 il direttore generale Marchini lascia l’incarico, sostituito dal suo vice Rinaldo Scaccia. Nel consiglio di amministrazione, escono Luigi Celani e Baldassarre Santamaria, sostituiti da Sergio Armida e Arnaldo Zeppieri. Gli utili iniziano a crescere e presto viene istituito un fondo, destinato alla restituzione della quota di quei soci che intendessero monetizzare i versamenti iniziali fatti a suo tempo. Il valore effettivo della quota sociale, inizialmente fissato in 15 milioni di valore nominale, supera ora i 20 milioni e tanto più si rende necessario provvedere anche alla sede sociale, che deve essere adeguata al ruolo che la banca si sta guadagnando. Mantenendo fede alle promesse fatte in sede di costituzione, il 23/12/1991 viene acquistato l’immobile di piazza de Matthaeis e subito iniziano con il Comune le procedure per ottenere la concessione edilizia. L’immobile, sede prevista della direzione generale e di una filiale, inizierà presto ad essere utilizzato per gli uffici della presidenza e della direzione generale, ma per la piena operatività dell’edificio e l’apertura degli sportelli per il pubblico a piano terra bisognerà attendere ancora qualche anno.

In pieno sviluppo, 1997-1999. Negli anni immediatamente precedenti gli accordi monetari che porteranno al trattato di Maastricht ed alla nascita dell’euro, l’economia italiana sembra uscire lentamente dalla recessione che aveva caratterizzato il periodo precedente, pur mantenendo un PIL nazionale intorno all’1,4% annuo, sempre ben al di sotto della media europea. Anche la provincia di Frosinone, soprattutto per il maggiore dinamismo impresso dalla nascita di nuove aziende, sembra avvertire i sintomi della ripresa. Si può iniziare a sperare che sia finalmente vinta in Italia la lotta all’inflazione e l’incremento dei prezzi inizia infatti ad attestarsi su valori vicini al 2%. Il TUS può finalmente scendere al 5.5%, per stabilizzarsi l’anno dopo al 3%, in armonia con i 10 paesi dell’unione monetaria. E’ necessario prepararsi con efficienza per i nuovi traguardi imposti da un sistema economico che anno

Grafica copertina Bilancio 1992

71


SECONDA PARTE

dopo anno si avvia ad una globalizzazione sempre più marcata. Il prime rate ABI è ormai al 6,375% e la diminuzione dei tassi sugli impieghi e sui depositi è inevitabile. Questo però rende più problematici gli impieghi finanziari e la raccolta del sistema creditizio in Italia avverte una decisa decelerazione, anche se nel loro complesso le banche popolari continuano a mantenere una buona dinamica complessiva, sia nella raccolta che negli impieghi.. Nel 1997, con l’assunzione di cinque nuovi elementi, il personale della nostra banca tocca complessivamente le 29 unità. Un’ispezione della Banca d’Italia alla Popolare del Frusinate, durata ben due mesi, si risolve favorevolmente con il pieno riscontro della regolarità delle operazioni dell’Istituto e quasi a conferma, nel 1998 giunge dalla Banca d’Italia l’autorizzazione ad aprire un

Nel 1998, nonostante la continua discesa dei tassi di interesse, la raccolta si è incrementata di ben il 22% ed il risultato finale dell’anno è del tutto lusinghiero, sforando i 5 miliardi di lire lordi. Il certificato azionario vale ora 21.700.000 lire. La banca, nel 1999, è in grado di erogare ben 2.259 fidi ad artigiani, professionisti, commercianti ed imprenditori, mantenendo fede all’impegno assunto all’atto della costituzione, con cui si vincolava a reinvestire i depositi all’interno del territorio e non presso le aziende del nord del paese. I conti correnti sono numerosi, con 4.243 rapporti e 2.304 sono i libretti di risparmio. Il R.O.E. (return on equity, che misura il rendimento del capitale netto più le riserve) sfiora adesso il 12,3% con un incremento di quasi otto punti rispetto all’anno precedente! Del resto, la fig. 3 dimostra che l’andamento degli utili, mantenutosi piutto-

€ X 1.000

Fig. 4 - Andamento degli utili e delle riserve 12.000 10.000 8.000 6.000 4.000 2.000 0 Utile: al netto delle imposte Riserve:dinaria or e straordinar

nuovo sportello a Frosinone, destinato alla sede sociale di piazza de Matthaeis. Del resto, tutto sta a testimoniare della solidità della banca e della fiducia che essa continua a riscuotere tra i risparmiatori.

sto stabile nei primi cinque anni di attività, tende ora a crescere in modo netto, consentendo di conseguenza ai fondi di riserva un incremento sempre maggiore. Una lieve flessione in corrispondenza dell’esercizio 1999 è 72

Banca Popolare del Frusinate


Costituzione e Sviluppo della Banca Popolare del Frusinate

dovuta alla prudente decisione di accendere un fondo di garanzia per crediti verso la clientela: vedi fig. 4 Si può ora acquistare una partecipazione del 5% di Invest banca spa, un istituto specializzato in materia di strumenti finanziari, di consulenza e di investimenti, quasi a sottolineare una volta di più la politica di diversificazione impressa a tutte le attività. La banca, fedele alla sua concezione originaria di elevato profilo morale, aderisce nel 1998 all’invito formulato dalla Banca d’Italia e dal Prefetto per l’istituzione – insieme alla banca popolare del Cassinate, alla banca della Ciociaria ed alle due casse di risparmio di Anagni e di Frosinone - del fondo antiusura della provincia di Frosinone. Il fondo è stato espressamente voluto per combattere un’antichissima piaga sociale, e le banche consorziate versano ciascuna la somma di 500.000.000 di lire, per favorire la denuncia degli strozzini che operano sul territorio. Inoltre, la Banca Popolare del Frusinate, unica banca del Lazio, aderisce per iniziativa della Confidi alla costituzione di uno speciale Fondo di prevenzione dell’usura che ha lo scopo di concedere finanziamenti a medio termine a piccole e medie imprese ad elevato rischio finanziario, che cioè non sono state ammesse al finanziamento dalle grandi banche. 2000-2002. Finalmente l’11 marzo del 2000 viene inaugurata la nuova filiale di palazzo Minotti a piazza de Matthaeis, alla presenza di tutte le autorità cittadine e del direttore della Banca

Grafica copertina Bilancio 1998

d’Italia dott. Stefania Bucchi, che mette in rilievo il servizio svolto dalla BPF al territorio. E’ significativa anche la menzione fatta dal Vescovo Mons. Boccaccio, che nel breve commento ai presenti, prima di benedire il nuovo edificio, sottolinea l’impegno della banca contro l’usura. Ormai la Banca Popolare del Frusinate è uscita dalla fase di avvio e diversifica significativamente le sue attività. Nel 2000 la raccolta relativa ai fondi ARCA è passata da 8 a 17 miliardi di lire, con importanti ricavi che provengono sia dalla collocazione dei fondi, sia dal servizio delle carte di credito e dalle polizze di assicurazione, il che dimostra come la gestione di tutti i servizi offerti dalla banca sia in attivo. I conti correnti crescono di numero e nel complesso hanno una giacenza media di 13 milioni di lire, a riprova non solo della fiducia che la banca riscuote tra la clientela, ma anche dell’elevata propensione al risparmio 73


SECONDA PARTE

delle famiglie ciociare.I dipendenti salgono a 35 unità nel 2000 ed il valore della quota inizialmente di 15.000.000 di lire tocca adesso i 25.000.000, con un incremento del 67%, che rimane particolarmente elevato anche se si tiene conto del leggero deprezzamento subito dalla lira nel periodo. L’anno dopo, infatti, la quota crescerà ancora toccando un incremento record del 123% rispetto al momento costitutivo. Nel Consiglio di amministrazione si verifica un modesto cambiamento, con Augusto Pigliacelli che sostituisce Nicola Milani. Che la banca stia andando a gonfie vele, comunque, è sotto gli occhi di tutti gli operatori economici del frusinate. Del resto, il giornale La Provincia del 24 dicembre 2000 intitolerà un significativo articolo “Una banca al servizio del territorio”

Anno 2000. Inaugurazione apertura filiale piazza De Matthaeis

mettendo in rilievo sia l’estensione degli sportelli (due attivi a Frosinone, uno a Ripi ed uno ad Alatri) e riprendendo da un’intervista concessa dal Direttore Generale Scaccia l’idea portante dell’intrapresa coraggiosa, ma sostenuta sempre da un’ottica di mutualismo

e di intervento nel sociale, particolarmente rivolte al mondo della scuola. Tra le altre iniziative, infatti, la banca ha avviato le iniziative rivolte ai prestiti di onore concessi agli studenti che si iscrivono ai Master in discipline bancarie, ma concede anche prestiti a tasso agevolato agli studenti di scuola media e di scuola media superiore per l’acquisto di computer. Sul fronte sportivo, un accordo con la Frosinone calcio consente ai clienti della banca di acquistare l’abbonamento annuale per le partite, con pagamento rateale. L’anno seguente, nel 2001, si manifestano in seno al Consiglio di Amministrazione alcune divergenze sugli obiettivi strategici della banca, che già si erano manifestate nel periodo precedente e che ora portano all’uscita di ben cinque consiglieri: dalla compagine escono Stirpe, Bottini, Armida, Uccioli e Zeppieri. Il presidente Di Cosimo ritiene opportuno convocare un’assemblea straordinaria nel novembre dell’anno per il reintegro del Consiglio e vengono eletti al loro posto Domenico Capogna, Massimo Chiappini, Adriano Pistilli, Domenico Polselli, Giorgio Toti e Gaetano Visocchi. Nella sua storia, sono ben quaranta i soci che si sono alternati per un motivo o per l’altro in seno al Consiglio di Amministrazione, con una rotazione che rappresenta un segno di democratica alternanza, pur nel solco della continuità della gestione complessiva. La loro professione: imprenditori e liberi professionisti. La banca affronta un periodo di generale depressione della fase congiunturale, manifestatasi negli USA, in Europa ed in Italia, dove in 74

Banca Popolare del Frusinate


Costituzione e Sviluppo della Banca Popolare del Frusinate

un anno l’incremento del PIL passa dall’1,8% allo 0,9%. Eppure la banca nel 1991 incrementa la raccolta del 13%, anche se gli impieghi mostrano una flessione del 10%. E’ il momento di migliorare il rapporto tra i soci e l’istituto e viene creata un’apposita commissione “Promozione e Sviluppo” per legare ai soci alla banca in un vincolo più efficace. Il personale dipendente passa a 40 unità. Nel 2002 viene festeggiato il decennale di attività della banca con un convegno presso l’Abbazia di Casamari (8 giugno 2002) dal titolo Il ruolo delle banche popolari nel’evoluzione del sistema bancario. E’ questo l’anno in cui il sistema creditizio italiano, nonostante l’ampio movimento di riorganizzazione e di concentrazione aziendale, nel suo complesso registra un sostanzioso calo dell’utile lordo e le banche popolari, diminuite di ben 66 unità, registrano un totale di attività inferiore a quelle del resto del sistema. Nonostante ciò, la raccolta della banca aumenta sensibilmente ed anche gli impieghi mostrano una decisa tendenza al rialzo. La quota sociale, dagli iniziali 15 milioni, tocca ormai i 37 milioni di lire e la solidità della banca viene consacrata dall’apertura di un’altra filiale a Veroli, in frazione Casamari. Si allarga l’area dei conti con prestiti agevolati per giovani ed anziani. Da un’indagine del “Giornale della banca e della finanza”, su 463 istituti di credito italiani valutati come “minori”, che contabilizzano un attivo inferiore ai 650 milioni di euro, la Banca Popolare del Frusinate viene classificata al primo posto tra le popolari in Italia per solidità e redditività, distanziando di non poco le altre banche popolari della Ciociaria, figurando addirittura all’11 posto

nella classifica complessiva. Il patrimonio, in dieci anni, è raddoppiato toccando i 40 miliardi di vecchie lire. La quota iniziale, che in euro era pari a 7.747,50, tocca ora i 19.595,00 euro. Alcuni consiglieri, sono chiamati alla Bocconi a tenere un ciclo di lezioni, quasi a confermare il prestigio dell’istituto. La solidità della banca e le ampie prospettive di ulteriore sviluppo fanno nascere – come accade di frequente nel mondo aziendale – un tentativo di scalata ai vertici aziendali, che tuttavia fallisce nel corso della successiva assemblea ordinaria dei soci, tenutasi il 30 marzo 2003 in occasione del rinnovo del Consiglio di Amministrazione. La “cordata” guidata da Arnaldo Zeppieri non riesce ad imporsi, mentre viene rinnovata la fiducia all’intero consiglio uscente, con uno scarto significativo di 100 voti tra maggioranza e minoranza. Il trauma tuttavia viene presto superato senza lasciare alcun segno nell’operatività dell’istituto e nella fiducia che esso continua a riscuotere nella clientela. La banca cerca ora di espandere le attività legate alla casa ed all’edilizia, unendo ai tassi agevo75


SECONDA PARTE

lati per i mutui sulla prima casa anche – in convenzioni con diversi comuni della provincia – i tassi agevolati per i prestiti a chi vorrà ristrutturare le abitazioni nei centri storici. Un…utilissimo 5%. Fin dalle prime norme che ne disciplinavano l’istituzione, nell’Ottocento, le banche popolari sono state obbligate a destinare a scopi di pubblica utilità un ventesimo degli utili netti ricavati ogni anno. Anche la Banca Popolare del Frusinate rispetta, come è ovvio, l’obbligo di legge ed accantona in vista delle future sovvenzioni la quota dovuta, che va ad accrescere

Concerto Abbazia di Casamari.

l’apposito fondo di riserva. Dai primi 21 milioni di vecchie lire accantonate fin dal primo anno, il 1991, si sale progressivamente a toccare i 50.000.000 nel 1995 ed i 139.000.000 tre anni dopo e per stabilizzarsi infine intorno ai 200.000.000 di lire accantonate annualmente annue. In totale, considerati dodici esercizi dal 2001 al 2002, la banca riesce ad accantonare per scopi di pubblica utilità un fondo di riserva vicino ai 600.000 euro.

Con questa somma, piuttosto cospicua, inizia una politica di assistenza e di sostegno alle iniziative culturali, sociali, sportive ed assistenziali nel territorio, che si affina anno dopo anno giungendo ad interventi di grande rilievo, che aggiungono prestigio alla banca. Questo capitolo della storia della Banca Popolare del Frusinate non va dimenticato, perché rappresenta il segnale di un mecenatismo intelligente, aperto e sensibile. Tanto per ricordare i maggiori interventi di tipo culturale, oltre alle sovvenzioni di importo minore destinate alle più svariate iniziative locali, citiamo come esemplare il restauro del quadro di San Bartolomeo nella chiesa di San Benedetto a Frosinone, realizzato nel 1998 e, l’anno dopo, il restauro del simulacro di Cristo morto a Sant’Agostino a Ripi e di Cristo Crocifisso nella parrocchia di SS. Salvatore a Veroli. Ancora nel 1999 la BPF finanzia incontri di studio e di divulgazione di matematica mentre sul piano dello sviluppo del turismo locale eroga vari contributi, tra cui 6.000.000 di lire per modernizzare gli impianti di risalita a Campocatino. A Novembre del medesimo anno iniziano gli importanti interventi di restauro de “L’albero della vita”, presso la chiesa di Santa Salome a Veroli, lavori affidati alla ditta Francesco Antonucci di FR. Il restauro viene portato a termine l’anno dopo. mettendo in luce un’importante opera di ignoto, che viene attentamente studiata. Si può pensare ad una scoperta innovativa nel quadro della pittura di autori minori locali, ed in particolare una sigla apparsa nel corso del restauro potrebbe farci ricondurre all’Autore, forse Girolamo Siciolante di Sermoneta, allievo di Pierin del Vaga. 76

Banca Popolare del Frusinate


Costituzione e Sviluppo della Banca Popolare del Frusinate

Il dipinto è del tardo Cinquecento o del primo Seicento. Sul restauro effettuato e sulle sue tecniche la banca promuove una giornata di studio il 18 marzo 2000, con successiva pubblicazione degli atti, ricchi di spunti artistici e storici. Segue poi, nel medesimo anno, un’affollata esposizione ad Alatri curata dalla società di scienze “Mathesis” con il contributo della banca. Sul piano assistenziale, la banca aderisce all’inziativa promossa dall’Associazione fra le Banche Popolari per raccogliere contributi per l’ospedale di Tirana. Sempre nel 2000 si inizia il recupero del noto affresco di palazzo Minotti a piazza De Matthaeis e, tra le altre iniziative, la banca eroga vari contributi, tra cui 5 milioni di lire per la XII edizione del raduno nazionale auto storiche (35 equipaggi) con giro delle città fortificate (Alatri, Anagni, Ferentino e Veroli). Vengono poi acquistati i camici bianchi per i volontari dell’Arvas (associazione regionale dei volontari assistenza sanitaria). La mostra “Oltre il compasso – la geometria delle forme” allestita presso il chiostro di San Francesco ad Alatri e sponsorizzata dalla banca, vede ben 6.000 visitatori. Nel 2003 La BPF sponsorizza una ricerca che dà vita ad un bel volume di Francesco Antonucci: I Santi Patroni di Frosinone. Percorso storico iconografico dedicato alla ricostruzione storica delle figure dei santi Ormisda e Silverio, pontefici del VI secolo, promuovendo nello stesso tempo una serie di concerti estivi all’abbazia di Casamari. Ma sempre nel 2003 si moltiplicano le iniziative sportive e culturali che vengono sostenute dalla banca, come dimostrano l’intesa con il CONI per l’educazione e la formazione sportiva degli studenti di Frosinone e di Veroli. Nasce il protocollo di intesa con l’Ateneo di

Cassino, con il quale si mettono in palio alcune borse di studio per tesi dalle discipline identificate via via ogni anno e ancora si finanziano contratti di insegnamento per discipline giuridiche, economiche ed aziendali presso le Facoltà di Economia e di Giurisprudenza, inserendosi in quel solco così frequente all’estero ma ancora poco conosciuto da noi, di enti esterni che finanziano – nella piena autonomia didattica – corsi di studio ritenuti di particolare rilievo per lo sviluppo economico locale. Con lo stesso spirito di collaborazione e promozione della cultura nel territorio nasce l’accordo con il conservatorio di musica “Licinio Refice di Frosinone.

La Banca Popolare del Frusinate ha dimostrato in questo modo di assolvere pienamente le promesse avanzate al momento della fondazione, non solo operando fattivamente nel settore creditizio che le compete, ma promuovendo anche una nutrita serie di iniziative complementari. Per gli anni futuri, la banca potrà senza dubbio divenire un sicuro punto di riferimento per tutti coloro che hanno a cuore lo sviluppo della cultura e della vita sociale nel frusinate. 77

Anno 2003. Firma stipula convenzione con l’Università di Cassino


Prof. Francesco Salerno


SocietĂ ed Economia nelle Valli del Frusinate


TERZA PARTE

Banca Popolare del Frusinate


Società ed Economia nelle Valli del Frusinate

Società ed Economia nelle Valli del Frusinate Il contesto geo-economico nel quale, per vocazione direi ‘naturale’, esplica la propria attività la Banca Popolare del Frusinate è attraversato da una delle due grandi vie di comunicazione che, fin dall’antichità, hanno congiunto alla Campania, forse, l’Etruria, certamente, il Lazio. Accanto alla direttrice costiera che attraversa la valle Pontina, infatti, la via interna che segue le valli fluviali del Sacco (per i Romani, Trerus o Tolerus) e del Liri (Liris) costituisce un corridoio di penetrazione obbligato tra catene di monti quasi ininterrotte (quelle degli Ernici, delle Mainarde e de La Meta, a nord-est; dei Lepini, degli Aurunci e degli Ausoni, a sudovest). Passaggi trasversali, tra i sistemi montuosi, assicurano il collegamento tra l’interno e le fertili pianure della costa tirrenica e, fin dall’antichità, hanno rappresentato sia i percorsi della transumanza per le popolazioni pastorali alla ricerca di pascoli stagionali, sia le strade lungo le quali sono sorte stabili strutture insediative di comunità. La storia della regione è risalente. Le indagini hanno posto in luce presenze umane già a partire dal Paleolitico inferiore. Nell’età del ferro, fra i luoghi occupati, compaiono già Frosinone e Cassino. Come tutti i centri dell’epoca sono in realtà, più che ‘città’, rocche fortificate intorno alle quali gruppi etnici, di origine ernica (Alatri) o volsca (Frosinone, Cassino), si sono organizzati in comunità di villaggio.2 La penetrazione romana, a partire dal VI secolo a. C., lenta e irta di difficoltà ma ineso-

rabile e definitiva,3 dall’ultimo scorcio del IV secolo a.C., favorisce la nascita di un assetto viario più complesso (via Latina, via Labicana, via Appia) teso a rendere più agevoli i collegamenti con la madrepatria delle colonie fondate sul territorio, e, nel contempo, idoneo a garantire un maggior supporto alla politica di espansione verso il Meridione.4 La romanizzazione dell’area ed il suo essere partecipe del sistema politico-istituzionale romano, le trasformazioni economiche e sociali che la conquista romana comporta favoriscono il sorgere di aristocrazie locali sempre più legate economicamente e politicamente con le grandi famiglie dell’aristocrazia romana ed, a volte, in grado di esprimere uomini cui vengono affidate le sorti dello stesso Stato romano. Se a Caio Mario, a Varrone, a Cicerone (solo per citare alcuni fra i più celebri) sono state dedicate pagine e pagine, meno noti sono innumerevoli personaggi il cui ruolo, pure, fu significativo per lo sviluppo delle comunità locali. Sono magistrati, cittadini, amministratori, funzionari imperiali, oscuri ai più, ma della cui opera il ricordo è stato tradito, il più delle volte, da iscrizioni funerarie oppure, meno frequentemente, da epigrafi onorarie. L’esame del corpus epigrafico conservato nel CIL consente di gettare uno sguardo sulla vita di queste élites cittadine, particolarmente attive fra II e III secolo d.C. Una recente ricerca su «attori della vita giuridica nel patrimonio epigrafico di Casinum e del Cassinate», condotta dalle cattedre giusromanistiche dell’Università di Cassino, ha consentito, attraverso l’esame del cospicuo patrimonio epigrafico e delle significative fonti let81


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terarie, una prima ricostruzione dell’organizzazione amministrativa che la città ebbe fra i secoli V a.C. e III d.C.5 La nostra indagine si è, così, inserita nel solco tracciato da studi recenti che hanno permesso di tratteggiare un quadro di una classe dirigente locale, nel tempo sempre più attiva, legata spesso al potere centrale e vivace in misura molto maggiore rispetto a quanto potevamo ritenere sulla base di studi precedenti, forse meno sensibili ai temi di ‘storia locale’.6

Fanciulla di Sora, 1827. Archivio Banca Popolare del Frusinate

Per quanto riguarda Cassino, dall’indagine sono riemerse o hanno trovato più attento esame, le figure di C. Futius, «praefectus Casinatium», in epoca tardorepubblicana,7 L. Luccius Hiberus, vissuto nel II sec. d.C., di rango equestre, patronus di Casinum e della vicina Interamna Lirenas (l’odierna Pignataro Interamna), al quale i Cassinati dedicarono un’epigrafe «ob merita publica»8 (una seconda iscrizione è a lui dedicata da un collegio di artigiani, «fabri»).9 Ad essi si deve aggiungere

il ricordo di alcuni senatori romani originari da questa città: i Q. Futii, consoli sotto Claudio10 Obultronius Sabinus, governatore della Baetica nel 67/8, C. Ummidius Durmius Quadratus, governatore di Cipro e della Lusitania, console del 40 d. C., legato imperiale in Illirico e, successivamente, in Siria11 (una sua discendente è Ummidia Quadratilla, munifica nel restaurare a sue spese l’anfiteatro cittadino).12 Ancora più ricchi sono i dati che provengono dalle altre comunità laziali. 13 Per quanto riguarda il territorio che trova nell’Ateneo cassinate il suo punto di riferimento culturale, un riesame delle fonti epigrafiche provenienti dai centri sorti lungo il Sacco ed il Liri, o nelle loro vicinanze, consentirebbe una migliore conoscenza di un’area geografica che, seppur limitata nelle dimensioni, si presenta eterogenea e con un diverso sviluppo dei centri urbani. Non si esclude, pertanto, che l’indagine condotta su Cassino possa essere estesa anche ai centri nei quali la Banca Popolare del Frusinate è presente con le sue strutture. Già una prima rapida lettura di saggi e di epigrafi relativi a Frosinone, Alatri, Veroli, Casamari, Ferentino, consente di individuare, per alcune delle cinque comunità, l’esistenza, tra il I secolo a.C e III d.C., di figure di rilievo tra i gruppi cittadini egemoni.14 Sono, tra gli altri, i casi di A. Hirtius, il famoso console del 43 a. C., vincitore di Antonio a Modena, da Ferentinum, Q. Paquius Rufus, legato nel 42 a.C., forse originario di Verulae15, di P. Betilienus Bassus, monetale nel 4 a.C.,16 discendente da L. Betilienus Varus, ricordato con un’iscrizione 82

Banca Popolare del Frusinate


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dai concittadini grati per le opere pubbliche da lui fatte costruire17 ad Aletrium, di Clodius Proculinus, decurione «coloniae Frusinatium»,18 dei Laberii, forse originari di Ferentino, ricordati da più fonti epigrafiche.19 Rappresentano, le comunità sopra ricordate, centri significativi di un territorio che si segnala, fin dall’età romana, per attive pre-

Pur se le differenze di status fra le comunità locali e Roma comportavano, per gli abitanti delle prime, il mancato godimento delle prerogative proprie dei cittadini romani, la tutela del ius gentium rese possibile, sotto l’aspetto privatistico, vari rapporti commerciali, obbligatori, relativi a scambi patrimoniali e consentì che fossero surrogati e, quindi, utilizza-

Cassino, Abbazia di Monte Cassino. La Cripta della Basilica

senze di un’aristocrazia la cui economia è fondata sullo sfruttamento della terra, di artigiani interessati a varie attività tecniche, di gruppi dediti al commercio20 che, con frequenza, si fa interprete delle esigenze della propria comunità, come testimonia l’omaggio a C. Paccius Felix, «patronus coloniae Casinatium omnibus honoribus et honeribus perfunctus» al quale gli abitanti della città decisero di erigere una «statua marmorea» «ob omnibus laboribus quos circa patriam civesque suos exibuit».21

bili dai non romani, alcuni istituti tipici del ius civile che era il «ius proprium civium Romanorum».22 Più gravi, certo, erano le differenze che, fra i cives Romani e gli abitanti delle altre comunità, permanevano in campo pubblicistico (ad esempio, il ius migrandi limitato, l’esclusione dal godimento del diritto di provocare ad populum, un diritto di suffragio limitatissimo).23 Eppure questa situazione (immodificata, almeno, fino al 90 ed all’89 a.C., allorché due provvedimenti - una lex Iulia, 83


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fatta approvare dal console L. Giulio Cesare, lontano parente del futuro dittatore e, successivamente, una lex Plautia Papiria - concessero la cittadinanza romana ai Latini)24 non impedì una progressiva assimilazione delle classi dirigenti locali a quelle romane, una loro integrazione nell’economia, nell’esercito, nella stessa vita politica dell’Urbe.25 Il risultato, secondo alcuni studiosi, fu la nascita di un ceto di ricchi proprietari terrieri, impegnati nella commercializzazione dei loro prodotti e, come trafficanti o banchieri, impegnati nella vita economica del Mediterraneo e, in ultimo, nella vita politica della stessa Roma.26 A partire da Augusto le comunità locali furono le palestre per un’ordinata carriera di un cursus honorum percorso entro le cariche

Foto storica. Archivio Banca Popolare del Frusinate

municipali oppure all’ombra di una burocrazia centrale sempre più organizzata nei suoi meccanismi.27 Come il resto dell’Impero, anche l’area frusinate alimentò gli organi del governo centrale. I funzionari civili e militari finirono con il costituire il tramite fra la comunità locale ed il principe, prima, l’imperatore, poi. Una situazione che si mantenne, forse, anche quando l’assolutismo intraprese una lotta per l’annientamento delle aristocrazie dell’economia e della finanza.28 Un legame sinallagmatico si era instaurato, così, tra gli esponenti dei gruppi dirigenti locali ed il potere centrale: i primi mostravano il consenso che riscuotevano nella loro terra d’origine, il secondo appariva più vicino alla comunità locale.29 Nella crisi del tardoantico che comporta la destrutturazione delle realtà urbane, anche i centri della valle del Liri e, più in generale, del Frusinate appaiono in decadenza.30 Ad esempio, ad Interamna Lirenas i rinvenimenti ceramici diminuiscono nel III-IV secolo e cessano dopo il tardo V secolo.31 In quest’epoca Cassino subisce un riadattamento della cinta muraria, ristretta alla parte sud della città: ma nel 529, allorché arriva S. Benedetto, le fortificazioni dovevano essere in stato di abbandono.32 E’ in questo contesto che il discorso cristiano sull’uomo e sulla sua prassi di vita trova la sua massima espressione nella regola pronunciata e diffusa da S. Benedetto e nella realizzazione concreta di centri monastici.33 A Montecassino, a Casamari, le strutture autonome di produzione e di scambio realizzarono, nella prassi quotidiana, il pensiero 84

Banca Popolare del Frusinate


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innovativo dei cristiani nei confronti del lavoro. Il monachesimo benedettino, laborioso e produttivo, valorizzò in Europa le forze attive, le orientò verso l’operosità, il servizio ai bisognosi, l’autosufficienza, affermò la convivenza del lavoro con la preghiera.34 Nelle valli del Liri e del Sacco, la diffusione della Regula monasteriorum avrebbe contribuito, fortemente, a segnare, per i secoli successivi, pur nelle trasformazioni delle economie, degli assetti istituzionali e degli equilibri sociali,35 il dna, culturale e sociale, di quelle aree geografiche. In queste, pur se le condizioni di vita, a partire soprattutto dai primi dell’Ottocento, non resero possibile alle popolazioni locali di sviluppare agevolmente forme di riscatto sociale e di cultura e miseria e povertà spinsero, in alcuni casi, a produrre forme di violenza e di illegalità che espressero fenomeni di brigantaggio come più estremi momenti di protesta sociale, restò, pur sempre, viva una sensibilità sociale che favorì la genesi di una ‘politica sociale’ impegnata a sviluppare forme di assistenza e carità istituzionalizzate.36 Queste avrebbero contribuito alla formazione di ceti sociali nei quali era fortemente radicata l’idea di un modello di sviluppo economico fondato, oltre che sul lavoro agricolo, anche sul mercato e, successivamente, sull’industrializzazione, soprattutto a partire dai primi anni Sessanta del secolo scorso.37 E’ in queste aree ed in questa cultura, dunque, che dal 30 maggio del 1992, opera la Banca Popolare del Frusinate, impegnata, pur in presenza di un processo di deindustrializzazione (dovuto, in parte, anche al venir meno delle partecipazioni statali),38 ad individuare

forme di intervento idonee a contribuire allo sviluppo di nuove realtà produttive ed a sostenere l’economia di soggetti e di imprese che, per dimensioni occupazionali e settori d’attività, possono superare l’attuale congiuntura ed affrontare con successo il cammino nell’Europa unita. In quest’ottica, la feconda collaborazione che la Banca ha avviato, da tempo, con l’Ateneo cassinate rientra in una strategia di investimento e di promozione dei valori rivolta soprattutto ai giovani, nell’intento di offrire loro maggiori opportunità di una formazione che si vuole caratterizzare per il suo alto contenuto qualitativo e destinata ad incoraggiare la genesi di nuove professionalità idonee a consentire un concreto inserimento dei giovani nella realtà economica e sociale del Frusinate.

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Pino Parente


La Banca Popolare del Frusinate. Una banca con nome e cognome


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Banca Popolare del Frusinate


La Banca Popolare del Frusinate. Una banca con nome e cognome

Una banca con nome e cognome. La Banca Popolare del Frusinate ha un nome e un cognome. Il nome e il cognome dei soci che vent’anni fa l’hanno fondata. Il nome e il cognome dei soci che oggi la sostengono e la guidano. Il nome e il cognome di chi la presiede, di chi la dirige, di chi ci lavora. Il nome e il cognome di artigiani, professionisti, imprenditori che hanno creduto in questa nuova realtà che nasceva sotto i loro occhi, che cresceva insieme a loro. Nella metà degli anni ‘80, tra Boville, Veroli e Monte S. Giovanni Campano comincia a prendere corpo un’idea di banca cooperativa in grado di sottrarre le attività imprenditoriali e artigiane locali al monopolio creditizio delle banche nazionali presenti sul territorio. Una risposta spontanea, dal basso, alla politica creditizia attuata fino a quel momento su un territorio che aveva bisogno di crescere. La banca che avevano in mente i primi socisognatori si scontra inizialmente con la dura realtà degli adempimenti burocratici, delle autorizzazioni, degli studi di fattibilità, poi declina verso un’ipotesi di cassa rurale intercomunale, infine si arena nelle secche della diffidenza e dell’ostruzionismo. Ma non muore. Anzi, risorge dalle ceneri ancora calde della prima idea bruciata quando incontra una iniziativa analoga che sta muovendo i primi passi nella città capoluogo. E’ un incontro di entusiasmi, di volontà, di determinazione. La “fusione” tra il primo nucleo di Boville, Veroli e Monte S. Giovanni Campano con i promotori di Frosinone porta

alla aggregazione di 1379 soci fondatori che con una quota individuale di 15 milioni di lire costituiscono la Banca Popolare del Frusinate. E’ il 12 luglio 1991. E nemmeno un anno dopo, il 30 maggio 1992, la Banca Popolare del Frusinate inizia la sua attività a Frosinone in piazza Caduti di via Fani. Ecco tratteggiata con rapidi cenni la storia della Banca Popolare del Frusinate: una storia che va approfondita in alcuni passaggi cruciali che ne hanno segnato la fisionomia, il carattere, la missione. Torniamo all’inizio. Il contesto storico, sociale e produttivo della provincia di Frosinone negli anni ‘80 è caratterizzato da una grande frammentazione di iniziative, di progetti, di azioni. Una frammentazione che ha sempre contraddistinto questo territorio (basta ricordare le divisioni esistenti fin dalle origini tra le sue popolazioni: gli Ernici, i Volsci, i

Anno 1992. Articolo “Mille soci per una banca”

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QUARTA PARTE

Lepini, i Sanniti, gli Ausoni, gli Aurunci, tutti divisi, gli uni contro gli altri, che favorirono l’occupazione finale da parte dei Romani). Ma, senza andare così lontano e restando sul terreno del credito, basta ricordare i tanti progetti avviati in quegli anni: per esempio a Monte San Giovanni Campano da Luigi Conti, veterinario, che insieme ad altri ha l’idea di costituire una cassa rurale artigiana (così

Anno 1998. Frosinone, Chiesa di San Benedetto. Restauro del dipinto di San Bartolomeo

si chiamavano allora le banche di credito cooperativo) o l’altra iniziativa promossa da autorevoli imprenditori nella zona della valle del Liri (Ceprano, Sora, Rocca d’Arce, Boville). Entrambe non riescono ad andare in porto: è un periodo storico in cui nel territorio della provincia di Frosinone esistono solo alcune casse rurali (Anagni, Fiuggi, Paliano) che insieme alla banca della Ciociaria rappresentano il nucleo fondamentale più importante delle banche locali nel territorio.

La raccolta del risparmio è di gran lunga inferiore a quella che fanno registrare gli istituti di credito nazionali (Banco di Santo Spirito, Cassa di Risparmio di Roma, Commerciale) che raccolgono nel territorio della provincia risparmi per trasferirli altrove, ad alimentare iniziative imprenditoriali del centro nord. Contemporaneamente, in quegli stessi anni l’indagine annuale del Sole 24 Ore segnala la provincia di Frosinone come la prima in Italia per capacità di risparmio. Questo succede per diversi anni. E’ da questa constatazione di una duplice esigenza che nasce l’idea di una banca locale: una banca popolare, però, e non una banca di credito cooperativo (che aveva più vincoli giuridici e amministrativi, doveva muoversi secondo vincoli di contiguità territoriale e, soprattutto, si rivolgeva preferenzialmente al credito rurale e artigiano). Una banca popolare in grado di rappresentare tutto il territorio del Frusinate e non solo della Ciociaria (che abbraccia solo una parte della provincia di Frosinone, mentre le cose più importanti stanno al sud della provincia: a Cassino con l’abbazia di Montecassino, a Roccasecca, ad Aquino con San Tommaso, ad Arpino con Cicerone). Intorno a questo progetto si riunisce un comitato promotore formato da professionisti e imprenditori di Monte San Giovanni Campano, Boville e Veroli che per un paio d’anni si incontrano e discutono presso lo studio di Carlo Uccioli al Giglio di Veroli. A questo nucleo originario si aggiunge Luigi Celani che era stato direttore della cassa rurale di Ronciglione. E’ il 1986 e la banca che hanno in mente si chiama ancora banca popolare degli Ernici. 90

Banca Popolare del Frusinate


La Banca Popolare del Frusinate. Una banca con nome e cognome

Dopo un paio d’anni di lavoro e di riflessione, diventa chiaro che, per decollare, il progetto di una banca popolare deve avere una base più ampia e più solida. L’entusiasmo, la passione, la buona volontà da sole non bastano. Ecco allora l’incontro con imprenditori e professionisti di Frosinone che sotto la guida di Salvatore Trento stanno perseguendo un progetto simile. Trovare un accordo, mettersi tutti insieme intorno a un tavolo, unire l’esperienza e l’entusiasmo, la professionalità e la passione, la competenza e la buona volontà è un evento spontaneo e risolutivo. Nasce così un comitato promotore più allargato, di 18-20 persone, presieduto da Salvatore Trento, che con la loro azione, la loro posizione, il loro ruolo sociale, la stima di cui godono riescono a coinvolgere commercianti, professionisti e imprenditori, soggetti trainanti del territorio, senza limiti e steccati geografici. E coinvolgono anche le associazioni di categoria: l’Associazione Provinciale Agricoltori con Franco Baldassarre, direttore provinciale, le piccole e medie imprese con Gerardo Plocco, presidente della Federlazio, l’Associazione Industriali con Annunziata, presidente, la cassa edile con Benito Stirpe, l’Università di Cassino con Giorgio Spinelli, Preside della facoltà di Economia e Commercio, solo per citarne alcune. L’idea si dimostra subito vincente: poter contare su un gruppo consistente di soggetti trainanti, in grado di coinvolgere altri soggetti e di far condividere il progetto da una base sempre più ampia e qualificata, diventa un moltiplicatore di idee, di iniziative, di progetti. Un progetto che si svolge e si precisa nei suoi lineamenti fondamentali man mano che si attua e si concretizza. Si precisa attraverso

un ampio ed acceso dibattito sul ruolo e la funzione che la banca deve svolgere, fino all’affermazione decisa di un’idea di banca

popolare con forti risvolti mutualistici, un’iniziativa non solo economica e finanziaria, ma anche sociale, con un fortissimo radicamento sul territorio, in grado di favorire lo sviluppo economico del contesto in cui si realizza, dove vivono e lavorano i suoi associati. E si concretizza attraverso la nomina di Bruno Di Cosimo a presidente del Comitato Promotore. Il successo è immediato. In pochi mesi si raccolgono più di mille adesioni in tutto il territorio della provincia, che riescono a dotare la banca 91

Anno 1992. Lettera di convocazione del Consiglio di Amministrazione


QUARTA PARTE

Anno 2000. Veroli, Chiesa di Santa Salome. Restauro dell’ affresco “Albero della Vita”

di un capitale iniziale di 20 miliardi di lire. Nel gennaio del 1990 lo studio di fattibilità della nuova Banca Popolare del Frusinate affronta l’esame degli organi tecnici della Banca d’Italia. Il 12 luglio 1991, ottenuta l’autorizzazione, si arriva all’atto costitutivo. Il 30 maggio 1992 la Banca Popolare del Frusinate inizia l’attività, simbolicamente rappresentata dal dono alla città di Frosinone dell’opera del Maestro Gismondi, la “Ciociara”, nel giorno dell’inaugurazione della banca.

E’ un inizio travolgente: essere riusciti ad aggregare tante persone e tanti capitali consente importanti investimenti in risorse umane qualificate e in risorse tecnologiche d’avanguardia. E’ un esordio eclatante: la banca pratica una politica dei tassi aggressiva (allo 0,50-0,75% allora vigente si contrappone un tasso a 2 cifre), trasformando i risparmiatori da soggetti passivi in soggetti attivi. Negli anni successivi la Banca Popolare del Frusinate apre nuovi sportelli ad Alatri (1994) e a Ripi (1996), per andare incontro alle esigenze di tutto il territorio. Con l’inizio dell'attività prende corpo e si sviluppa l’attenzione della banca verso le istituzioni e le problematiche culturali presenti nel territorio, portando così a compimento la vocazione mutualistica propria della banca popolare. Nel 1998, la Banca Popolare del Frusinate è presenza attiva e riconoscibile in iniziative di recupero, salvataggio e rilancio del patrimonio culturale della provincia. Nel 1999 interviene nel restauro di due sculture in cartapesta policroma presso le chiese di Sant’Agostino e San Salvatore a Ripi e nel restauro del dipinto di San Bartolomeo presso la chiesa di San Benedetto a Frosinone. Nel 2000 partecipa al restauro dell’Albero della Vita, un affresco della fine del ‘500, nella chiesa di Santa Salome di Veroli. Nei suoi anni di attività la Banca Popolare del Frusinate assume una rilevanza e un ruolo di primo piano nello scenario economico e produttivo della provincia. Un ruolo rappresentato simbolicamente dalla scelta della nuova sede in piazza De Matthaeis, nella “city”, nel cuore dell’attività economica e finanziaria della città di Frosinone. 92

Banca Popolare del Frusinate


La Banca Popolare del Frusinate. Una banca con nome e cognome

Un ruolo ormai ampiamente riconosciuto: nella speciale classifica pubblicata nell’ottobre 2003 dal Giornale della banca e della finanza sulle banche più solide, equilibrate, redditizie, produttive la Banca Popolare del Frusinate risulta all’undicesimo posto tra le banche minori, distanziando notevolmente le altre aziende bancarie della zona. E’ il giusto riconoscimento di un progetto professionale che implica una passione civile.

Un sogno? Una sfida? tutte e due. Il successo della Banca Popolare del Frusinate è la realizzazione di un sogno alimentato dall’entusiasmo, dalla tenacia e dalla volontà dei primi soci-promotori che hanno fortemente creduto in un’idea innovativa. La presenza sempre più diffusa della Banca Popolare del Frusinate nella provincia è il risultato di una sfida vincente ai luoghi comuni, alle divisioni, alla frammentazione delle iniziative.

Anno 2000. Inaugurazione apertura filiale piazza De Matthaeis

La grandezza del nostro paese risiede nella ricchezza dei patrimoni e dei valori locali e municipali: mettere insieme più esperienze, più professionalità, più umanità per il progetto di una banca popolare al servizio di tutti è un’iniziativa non solo economica, ma anche sociale e culturale, fa crescere un concetto non solo di utilitarismo, di mercato, di capitalismo, ma un concetto più vicino alle radici storiche e culturali della provincia.

Una sfida culturale, prima che sociale ed economica. Oggi, dopo diversi anni di attività sul territorio e per il territorio, la Banca Popolare del Frusinate si presenta con una forte identità di banca popolare, una chiara riconoscibilità nell’intera provincia, una vera personalità economica e finanziaria. E’ una banca con nome e cognome E’ la Banca Popolare del Frusinate. 93


Luigi Conti


Lâ&#x20AC;&#x2122;Origine della Banca. Storia, Fatti e Protagonisti


QUINTA PARTE

Banca Popolare del Frusinate


L’Origine della Banca. Storia, Fatti e Protagonisti

Fatti e protagonisti La Banca Popolare del Frusinate nacque dall’esigenza di creare un punto di incontro tra i risparmiatori del territorio che condividevano la necessità di una più consapevole e responsabile gestione del proprio denaro e del suo potenziale valore di investimento. Il principio al quale la Banca si è ispirata fin dalla sua costituzione e si ispira tutt’oggi, è fondato sulla realizzazione di iniziative socio - economiche nel territorio, rispecchianti un modello di sviluppo umano e sociale sostenibile, ove la produzione della ricchezza e la sua distribuzione siano fondati sui valori della solidarietà, della responsabilità civile e del compimento del bene comune. La fedeltà a questo principio ha fatto sì che l’incontro tra due realtà unite dalle stesse intenzioni e da comuni obiettivi, generasse l’attuale configurazione della BPF. COSTITUZIONE COMITATO PROMOTORE

La storia della Banca inizia nel 1984, quando era già in via di definizione il progetto di costituzione della Cassa Rurale di Monte San Giovanni Campano, portato avanti da Luigi Conti, Antonio Reali e da un comitato all’uopo costituito. Di questo nuovo istituto di credito era già stata richiesta l’autorizzazione alla Banca d’Italia, avendo ottenuto nel mese di febbraio dello stesso anno, il parere favorevole dell’Amministrazione Comunale all’istituzione di una Cassa Rurale ed Artigiana, con il rinvio a successivi incontri per determinarne l’ubicazione dello sportello. L’iniziativa, nel suo complesso, godeva del favore di più di un centinaio di sostenitori.

Anno 1985. Richiesta di costituzione Cassa Rurale ed Artigiana nel comune di Monte San Giovanni Campano

Le intenzioni del Comitato furono successivamente intercettate da un cospicuo gruppo di persone a loro volta intenzionate a creare una banca, e confluirono in un unico comitato promotore a carattere intercomunale, costituito da rappresentanti di Veroli, Monte San Giovanni Campano e Boville Ernica. Il neocomitato per l’istituzione della Banca Popolare degli Ernici era così costituito: Rappresentanti di Boville Ernica Nicolino Milani, Umberto Mizzoni, Egidio Astolfi; Rappresentanti di Monte S. Giovanni Campano Luigi Conti, Fernando Sili, Domenico Buttarazzi; Rappresentanti di Veroli Franco Baldassarre, Bruno Iannarilli, Carlo Uccioli.

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QUINTA PARTE

In seguito, dopo una fitta rete di contatti e di scambi di idee, si prospettò la possibilità di fondere il comitato intercomunale con un comitato promotore costituitosi a Frosinone e capeggiato da Maurizio Ferrante, di cui presto si seppe l’esistenza. L’obiettivo diveniva sempre più grande e coalizzarsi significava poterlo portare a termine. Dalla fusione nacque il Comitato Promotore Banca Popolare del Frusinate, composto dai signori Salvatore Trento, in qualità di presidente, Antonio Annunziata, Franco Baldassarre, Luigi Celani, Luigi Conti, Umberto Coratti, Bruno Di Cosimo, Maurizio Ferrante, Bruno Iannarilli, Giovanni Battista Magni, Nicolino Milani, Umberto Mizzoni, Gerardo Plocco, Marcello Leonello Proietti, Spinelli, Benito Stirpe, Carlo Uccioli, Renzo Villa.

Anno 1990. Verbale n° 1 del Comitato Promotore

Quella che segue è una breve elencazione delle tappe fondamentali che hanno caratterizzato l’opera del Comitato Promotore in circa due anni di costante attività a favore della costituzione della Banca Popolare del Frusinate. Il lavoro svolto, oltre a voler rappresentare un implicito ringraziamento a tutti coloro che in quegli anni vollero dedicarsi con passione ed energia alla causa, investendo il proprio tempo e le proprie risorse, è anche esaustivo del difficile processo che lega la costituzione di una Banca alle persone che se ne fanno promotrici, ciascuna portatrice di sensazioni e conoscenze proprie, con le dinamiche dettate dal complesso iter burocratico e normativo.

ANNO 1990 18 Gennaio Viene presentata la domanda per la costituzione della Banca Popolare alla Banca d’Italia di Frosinone. Alla domanda sono allegate oltre 1000 sottoiscrizioni di coloro che diventeranno i futuri soci fondatori. 27 Gennaio Data della prima assemblea del Comitato Promotore BPF, presso la sede di via Aldo Moro, 1 a Frosinone. Dopo aver apprezzato la risposta data dagli imprenditori, dai professionisti e dai cittadini della provincia di Frosinone, che con la loro risoluta adesione hanno reso possibile il progetto di costituzione della nuova Banca, il Comitato elegge il proprio Segretario, nella persona di Maurizio Ferrante, il Tesoriere, Umberto Mizzoni e contestualmente nomina un comitato esecutivo con funzioni organizzative costituito 98

Banca Popolare del Frusinate


L’Origine della Banca. Storia, Fatti e Protagonisti

dai signori Franco Baldassarre, Luigi Conti, Nicolino Milani, Marcello Leonello Proietti, Renzo Villa e di diritto, il Presidente, il Segretario ed il Tesoriere. Nella stessa occasione, Antonio Annunziata manifesta la propria disponibilità e quella della sua azienda, a mettere a disposizione la sala convegni sita nello stabilimento di Ceccano, per qualsiasi futura necessità del Comitato Promotore.

ANNO 1991 11 Gennaio Seconda assemblea del Comitato Promotore presso la sala convegni del C.E.D. della Annunziata Spa di Ceccano. La Banca d’Italia rilascia l’autorizzazione alla costituzione della società cooperativa a responsabilità limitata denominata Banca Popolare del Frusinate. Il valore delle azioni che i soci sono a chiamati a sottoscrivere è di 15 milioni di lire ciascuno. Alla presenza dei notai Piacitelli e Perna, ai fini della stesura dell’atto costitutivo del nuovo istituto di credito ciociaro e per la definizione delle modalità di gestione del deposito dei versamenti necessari per la costituzione del capitale sociale, si opta per l’assemblea tramite procura. 17 Gennaio Terza assemblea del Comitato Promotore presso la sala convegni del C.E.D. della Annunziata Spa di Ceccano. Viene definitivamente approvato lo statuto della Banca. E’ fissata al 5 Aprile 1991 la scadenza del versamento iniziale della quota sociale in lire 5 milioni, entro il 5 luglio quella del secondo ver-

samento, sempre di 5 mln e al 4 ottobre l’ultimo versamento dei restanti 5 milioni di lire. 31 Gennaio Quarta assemblea del Comitato Promotore presso la sala convegni della FEDERLAZIO di Frosinone. Si delibera l’apertura del conto corrente per la raccolta del versamento delle quote sociali presso la filiale di Frosinone del Banco di Roma, Agenzia 6054, Via Aldo Moro, con la nomina di quattro membri delegati alla apertura del conto, i quali nominalmente ed in forma congiunta sono chiamati ad assumerne la responsabilità della gestione.I membri scelti nel Comitato Promotore sono: Antonio Annunziata, Umberto Mizzoni, Benito Stirpe, Salvatore Trento. Viene istituito un comitato scientifico, composto da Luigi Celani, Umberto Coratti, Nicolino Milani, Marcello Leonello Proietti e Renzo Villa, con lo scopo di esaminare lo studio di fattibilità presentato alla Banca d’Italia, in ordine alla sede ed al personale da destinare, nella fase iniziale, alla costituenda Banca. 15 Marzo Nona assemblea del Comitato Promotore presso la sede della Unione Provinciale Agricoltori di Frosinone. Il presidente Trento, dopo aver sottoscritto il verbale della precedente assemblea, presenta le sue dimissioni da Presidente del Comitato Promotore della Banca Popolare del Frusinate. In seduta stante i membri del Comitato decidono per il ritiro delle dimissioni e fissano la data della futura riunione, procrastinando l’ordine del giorno. 28 Marzo Decima assemblea del Comitato Promotore presso la sede della FEDERLAZIO di Frosinone. 99


QUINTA PARTE

Il presidente Trento espone la sua volontà di dimettersi da presidente del Comitato. I componenti del Comitato insistono con vigore per la revoca delle dimissioni del presidente e per la permanenza della sua carica, a testimonianza dell’ottimo lavoro fino ad allora svolto. Trento pone come condizione vincolante al ritiro delle sue dimissioni che il Comitato deliberi sul proprio nominativo quale Presidente del futuro Consiglio di Amministrazione della Banca e sul nominativo di Proietti quale Presidente del Collegio Sindacale. Il Comitato non accetta le condizioni poste determinando le dimissioni del presidente Trento. Viene chiamato a fare le funzioni di presidente pro tempore del Comitato, Nicolino Milani, elemento trainante degli imprenditori locali. Nella stessa seduta, si decide di inviare una lettera a tutti coloro che hanno sottoscritto l’impegno a versare la quota sociale, posticipando la data del primo versamento al 20 maggio 1991. 5 Aprile Undicesima assemblea del Comitato Promotore presso la sede della FEDERLAZIO di Frosinone. Il Comitato elegge, all’unanimità, il nuovo presidente nella persona di Bruno Di Cosimo. Il nome del nuovo presidente viene aggiunto ai quattro nominativi delegati alla firma sul conto aperto presso il Banco di Roma. Il neopresidente, ringraziando per la fiducia accordatagli, precisa che la sua, derivata dall’impellente necessità, sarà una presidenza a carattere operativo e tesa esclusivamente alla buona riuscita dell’iniziativa, con lo scopo unico di raggiungere nel minor tempo possi-

bile la costituzione della Banca. Essendo ancora da inviare la lettera ai futuri soci della Banca, Annunziata mette a disposizione la tipografia della propria azienda per il lavoro di stampa. 13 Aprile Dodicesima assemblea del Comitato Promotore presso la sala convegni del C.E.D. della Annunziata Spa di Ceccano. Il Comitato, dopo aver attentamente valutato le numerose assenze del promotore Trento, decide all’unanimità che il conto corrente bancario intestato al Comitato promotore della Banca del Frusinate, sia intestato esclusivamente, in modo nominale e congiunto, ai soci promotori, Antonio Annunziata, Bruno Di Cosimo, Umberto Mizzoni, Benito Stirpe. 19 Aprile Tredicesima assemblea del Comitato Promotore presso la sala convegni del C.E.D. della Annunziata Spa di Ceccano. Celani, precedentemente incaricato dal Comitato, espone il proprio studio di fattibilità sulla futura sede della Banca, determinandone le superfici occorrenti, l’organigramma e la struttura. Il Comitato, con l’obiettivo di trovare una struttura adeguata alla Banca, delibera, dopo averne verificato la disponibilità, di formalizzare una richiesta alla Annunziata Spa per il locale di Piazza Caduti di Via Fani a Frosinone. 20 Maggio Quindicesima assemblea del Comitato Promotore presso la sede della FEDERLAZIO di Frosinone. Il Comitato Promotore prende atto del superamento dell’obiettivo prefissato, 100

Banca Popolare del Frusinate


L’Origine della Banca. Storia, Fatti e Protagonisti

essendo il numero di coloro che hanno versato la prima quota, superiore alle 1.250 unità. 1 Giugno Sedicesima assemblea del Comitato Promotore presso la sede della FEDERLAZIO di Frosinone. Il Comitato delibera all’unanimità di comunicare al Banco di Roma i versamenti da respingere, essendo giunti fuori termine massimo. Viene concordato con il notaio Piacitelli, il rilascio della procura. 24 Giugno Ultima assemblea del Comitato Promotore presso la sede della FEDERLAZIO di Frosinone. Si prende atto del buon esito della raccolta delle procure. Il presidente del Comitato è delegato alla definizione della data per la stipula dell’atto costitutivo, data che non deve superare il 12 luglio. Il presidente propone di indicare nell’atto costituivo la sede della futura Banca, in Piazza Caduti di Via Fani, salvo poi modificare con assemblea ordinaria nel caso la scelta ricada su altro immobile. 12 Luglio - Assemblea costituente In ottemperanza agli accordi presi nel corso dell’ultima riunione del Comitato Promotore, alle ore 9.00 del 12 Luglio 1991 si riunisce la prima Assemblea costituente, presso la sala convegni dell’Henry Hotel, alla presenza del notaio Piacitelli. Nell’occasione viene nominato il primo Consiglio di Amministrazione: ne è Presidente Bruno Di Cosimo, affiancato nel ruolo di Vicepresidente da Gerardo Plocco. Gli altri membri sono: Benito Stirpe, Presidente Onorario, Antonio Annunziata, Luigi Celani, Luigi Conti, Bruno Iannarilli, Nicolino Milani, Umberto Mizzoni, Giancarlo Salvatore e Carlo Uccioli.

Anno 1991. Foglio presenze del Comitato Promotore

Nasce la nuova Società Cooperativa a Responsabilità Limitata “Banca Popolare del Frusinate”, alla quale aderiscono 1.347 soci. Si nota una stretta corrispondenza tra la maggiore provenienza dei soci da quei Comuni presso i quali hanno la residenza i membri del Comitato Promotore. Successivamente, presso quegli stessi Comuni, saranno istituite le prime filiali della Banca. 23 Novembre Luigi Celani si dimette da consigliere per assumere la Direzione Generale, nel rispetto di quanto comunicato in sede di presentazione il programma di costituzione alla Banca d’Italia. Romano Marchini assume la Vicedirezione. Viene istituita una Commissione speciale per la scelta del marchio Banca Popolare del Frusinate. 14 Dicembre Il Prof. Baldassarre Santamaria viene nominato membro del Consiglio di Amministrazione in sostituzione di Luigi Celani. 101


QUINTA PARTE

ANNO 1992 4 Gennaio Viene ratificato l’atto di acquisto dell’immobile Minotti, effettuato il 23/12/1991. 8 Febbraio Viene dato l’incarico all’artista Gismondi per la realizzazione della statua della “Ciociara”, offerta alla Città di Frosinone. 30 Aprile Convocazione della prima Assemblea Sociale. Nasce l’idea di un giornalino redatto dalla Banca per l’informazione dei Soci e dei Clienti. 30 Maggio Alle ore 9.15 viene inaugurata la Banca Popolare del Frusinate presso la sede di Piazza Caduti di via Fani. 1 Giugno Inizia ufficialmente l’attività della Banca Popolare del Frusinate presso la sede di Piazza Caduti di Via Fani. 9 Giugno La Banca Popolare del Frusinate aderisce all’ABI.

“La Ciociara” di Tommaso Gismondi.

STORIA DEL CONSIGLIO DI AMMINISTRAZIONE Nel corso di questi anni, il Consiglio di Amministrazione ha visto alternarsi diverse persone nei ruoli di Consigliere. Tutti coloro che hanno partecipato all’attività della Banca, profondendo il massimo impegno nel ruolo al quale erano stati destinati dai soci attraverso l’elezione, hanno contribuito in modo indispensabile allo sviluppo ed alla crescita della Banca. Il 09/10/1991 viene eletto il primo Consiglio di Amministrazione, composto da 11 membri, dura in carica per tre anni. Ne è Presidente Bruno Di Cosimo, affiancato nel ruolo di Vicepresidente da Gerardo Plocco. Gli altri membri sono: Benito Stirpe, Presidente Onorario, Antonio Annunziata, Luigi Celani, Luigi Conti, Bruno Iannarilli, Nicolino Milani, Umberto Mizzoni, Giancarlo Salvatore e Carlo Uccioli. Il 23/11/1991 Luigi Celani si dimette dalla carica di consigliere del CDA. Nel 21/12/1991 Baldassarre Santamaria sostituisce Luigi Celani. Il 17/02/1994 Bruno Iannarilli viene sostituito da Luigi Celani. Nel 1995 Umberto Mizzoni è sostituito da Pietro Fabrizi. Nel 1996 Luigi Celani è sostituito da Armida Sergio e Baldassarre Santamaria è sostituito da Arnaldo Zeppieri. Nell’Assemblea del 30/04/2000 Antonio Annunziata viene sostituito da Roberto Bottini. Il 15/03/2001 Nicola Milani si dimette e viene cooptato Augusto Pigliacelli, il quale non 102

Banca Popolare del Frusinate


L’Origine della Banca. Storia, Fatti e Protagonisti

è confermato dall’Assemblea del 06/05/2001, che elegge Manuela Mizzoni. Il 23/05/2001 si dimettono Benito Stirpe, Arnaldo Zeppieri, Roberto Bottini e Carlo Uccioli. Il 29/06/2001 il CdA coopta Roberto Turriziani e Domenico Capogna. Il 04/07/2001 si dimette Sergio Armida. Nel novembre 2001 l’Assemblea Straordinaria (convocata su richiesta dei soci) elegge i nuovi consiglieri nelle persone di: Domenico Capogna, Massimo Chiappini, Adriano Pistilli, Domenico Polselli, Gaetano Visocchi e Giorgio Toti. In data 02/04/2006 il CdA viene ampliato a 15 membri con l’ingresso di: Sergio Armida, Roberto Bottini, Ignazio Carbone e Leonardo Zeppieri. Il Consiglio di Amministrazione attualmente in carica è composto da: Bruno Di Cosimo (Presidente), Gerardo Plocco (Vice Presidente), Sergio Armida, Roberto Bottini, Domenico Capogna,Ignazio Carbone, Massimo Chiappini, Luigi Conti, Pietro Fabrizi, Adriano Pistilli, Domenico Polselli, Giancarlo Salvatore, Giorgio Toti, Gaetano Visocchi, Leonardo Zeppieri.

da Gaetano Di Monaco. Adriano Pistilli è nominato consigliere d’amministrazione e viene sostituito nel Collegio Sindacale da Stefano Donati.

Anno 2001. Assemblea Straordinaria

Il Collegio Sindacale attualmente in carica è composto da: Collegio Sindacale - effettivi Maurizio Ferrante (Presidente) Franco Baldassare Antonio Gargano

STORIA DEL COLLEGIO SINDACALE Maurizio Ferrante. Presidente del Collegio Sindacale

Il primo collegio sindacale è costituito da Maurizio Ferrante (Presidente), Franco Baldassarre e Maurizio Irti - supplenti Antonio Gargano e Angelo Pagliuca. Nel 1995 Maurizio Irti si dimette e viene sostituito da Antonio Gargano; Adriano Pistilli è nominato membro supplente. Nel 1996 si dimette Angelo Pagliuca e viene nominato Marcello Mastroianni. Nel 2001 Marcello Mastroianni si dimette e viene sostituito 103


QUINTA PARTE

Collegio Sindacale - supplenti Gaetano Di Monaco Stefano Donati STORIA DEL COLLEGIO DEI PROBIVIRI Il primo collegio è costituito da Aldo Simoni (Presidente), Fabrizio Pagliei, Tommaso Fusco, Pietro Fabrizi, Gaetano Visocchi, membri supplenti Arnaldo Zeppieri e Vitaliano Gerardi. Nel 1995 Vitaliani Gerardi si dimette e viene sostituito da Romeo Sardellitti come membro effettivo, nello stesso anno Pietro Fabrizi entra nel Consiglio di Amministrazione e viene sostituito da Arnaldo Zeppieri. Nel 1996 Arnaldo Zeppieri entra nel CdA ed entrano come membri Supplenti Domenico Polselli e Filippo Turturro. Gaetano Visocchi e Domenico Polselli, nell’Assemblea del Novembre 2001, vengono eletti nel Consiglio di Amministrazione. Al loro posto vengono nominati Antonio Iadicicco e Roberto Magliocchetti. Nel 2003 viene nominato l’attuale Collegio dei Probiviri e confermato con l’Assemblea del 02/04/2006.

DIREZIONE GENERALE Dal 1993 al 1993 Luigi Celani Dal 1993 al 1996 Romano Marchini, già Vicedirettore Dal 1996 Rinaldo Scaccia, già Vicedirettore DIPENDENTI Qualsiasi società basa la sua forza e la sua immagine sulla professionalità dei propri dipendenti. E’ alla costanza del loro lavoro che si devono gli ottimi risultati raggiunti nel corso di questi anni di attività. Ogni socio ed ogni cliente che esce dagli uffici e dalle filiali della Banca, porta con sé

Il Collegio dei Probiviri attualmente in carica è composto da: Aldo Simoni ( Presidente) Probiviri Effettivi Tommaso Fusco, Antonio Iadicicco, Roberto Magliocchetti, Perlini Vittorio. Probiviri Supplenti Marcello Grossi, CarloUccioli.

Anno 1996. Rinaldo Scaccia. Direttore Generale

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Banca Popolare del Frusinate


L’Origine della Banca. Storia, Fatti e Protagonisti

le impressioni lasciate dal rapporto umano e professionale intrattenuto con il dipendente dal quale è stato accolto e servito con la massima cortesia e disponibilità. L’efficienza nel proporre soluzioni immediate e sicure, l’attuale problem solving, fanno dei dipendenti della Banca un prototipo di professionalità e di competenza. Tutto ciò è la conseguenza di un luogo di lavoro sereno e cordiale, dove lavorare non equivale solo ad un semplice coesistere di volti senza nome. Anno 1992 Orrù Mario; Ferazzoli Maria; Mella Massimo; Petitti Roberto; Sciullo Giuseppe; Celani Guido; Crescenzi Giovanni; Manzi Marisa; Grandi Walter; Santurro Bernardino.

Anno 1993 Moro Marco; Grande Luciana. Anno 1994 Straccamore Alberto; Cimaroli Roberta; Santopadre Marco; Giorgi Enrico; Cafolla Massimo; Stefano Stirpe.

Anno 1996 Mastronicola Daniela; Franchi Alfredo; Astolfi Domenico; Conte Dora. Anno 1997 Folcarelli Tommaso; Carinci Barbara; D’Ascani Cristina; Reatini Rocco; Papetti Pietro; Zaffi Borgetti Guido. Anno 1998 Salulini Giampaolo; Archilletti Amedeo. Anno 1999 Detta Gabriele; Carlino Mauro; Paniccia Massimiliano; Polidori Gianluca; Francazi Daniela.

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Anno 2000 Boni Antonella. Anno 2001 D’Aquino Vittorio. Anno 2002 Marchignoli Paolo; Rosa A. Maria; Tufano Paolo. Anno 2003 Favoriti Clara. Anno 2004 Diana Monia; Scaccia Claudia; Anno 2005 Stellati Antonio; Anno 2006 Lunghi Mario; Sabellico Dino; Fratangeli Daniele; Patrizi Alessandro; Chiappini Antonio.


QUINTA PARTE

FILIALE

1992 Filiale di Frosinone. (foto a)

Il mondo bancario è caratterizzato da processi che un po’ si discostano dalle previsioni di qualche tempo fa. Sta crescendo l’importanza delle filiali, (definite come le artefici del successo di una banca) e stanno aumentando le fusioni, fatto questo che porta anche a un aumento della competizione. Date queste premesse, un aspetto vincente per il settore è oggi rappresentato dalla focalizzazione su produzione (o acquisizione) di servizi e sulla loro distribuzione (e quindi segmentazione dei clienti), che deve però contare anche su innovazione e integrazione dei canali distributivi. E’ proprio nella distribuzione che le filiali giocano un ruolo determinante, formando una rete di servizi e prodotti sempre riconducibili ad un’unica identità. Inoltre, in ogni filiale deve essere presente un sistema client-server, per permettere di realizzare servizi personalizzati offerti attraverso diversi canali integrati tra loro. Ringrazio sentitamente, per la collaborazione e la disponibilità dimostrata, tutti coloro che hanno contribuito al reperimento delle notizie storiche e del materiale documentale impiegato per la stesura di questa parte dell'opera.

1994 Apertura della filiale di Alatri. (foto b) 1996 Apertura della filiale di Ripi. (foto c) 1999 Apertura della filiale di De Matthaeis a Frosinone, sede legale che oltre ai tradizionali sportelli, ospita la sede della Presidenza, della Direzione Generale e di tutti gli Organi Statutari. (foto d) 2002 Apertura della filiale di Casamari. (foto e) 2003 Apertura della filiale del Tribunale della Città di Frosinone. (foto f ) 2005 Apertura della filiale di Ferentino. (foto g) 2007 Prevista nuova apertura filiale di Isola del Liri.

Luigi Conti

(Foto a) Anno 1992 Inaugurazione apertura filiale piazza Caduti di Via Fani

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Banca Popolare del Frusinate


Lâ&#x20AC;&#x2122;Origine della Banca. Storia, Fatti e Protagonisti

(Foto b) Anno 1994 Inaugurazione apertura filiale di Alatri

(Foto c) Anno 1996 Inaugurazione apertura filiale di Ripi

(Foto d) Anno 1999 Inaugurazione apertura filiale piazza De Matthaeis

(Foto e) Anno 2002 Inaugurazione apertura filiale di Casamari

(Foto f) Anno 2003 Inaugurazione apertura filiale del Tribunale di Frosinone

(Foto g) Anno 2005 Inaugurazione apertura filiale di Ferentino

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Dinamiche di una Gestione


SESTA PARTE

Banca Popolare del Frusinate Banca Popolare del Frusinate


Dinamiche di una Gestione

Dinamiche di una gestione La Banca Popolare del Frusinate, nel corso degli anni, ha perfezionato l’analisi delle proprie dinamiche gestionali attraverso un accurato sistema di valutazione della performance. Il forte radicamento nel territorio, è derivato dall’attivazione di strumenti per lo sviluppo dell’imprenditoria locale e per il progresso socioambientale del contesto in cui la banca opera. La BPF oggi affronta la sua attività con responsabilità, massimo impegno, grande serietà e trasparenza e con quell’integrità che implica correttezza ed onestà oltre gli obblighi previsti dalla legge.

Essere Soci Rapporto privilegiato quello che i soci intrattengono con la BPF. I primi benefici sono ovviamente finanziari, potendo disporre i soci di condizioni agevolate e godendo di una gestione del risparmio a tassi di interesse più alti. Inoltre, la notevole crescita del valore nominale della quota sociale versata a suo tempo, con un andamento crescente delle azioni ad ogni chiusura di esercizio, insieme all’allargamento promosso della base sociale, sono ulteriori motivi di soddisfazione affiancando alla figura di socio la consapevolezza di aver fatto un vero e proprio investimento. Nondimeno, l’atteggiamento del socio negli ultimi anni si è fatto legittimamente più attento, contraddistinguendo un rapporto con la Banca sostanzialmente più attivo. L’inclinazione da parte del socio a segnalare i propri motivi di insoddisfazione o i propri consigli, ha trovato risposta nell’istituzione di un

numero verde pronto ad accogliere tutti i reclami ed a valorizzare le indicazioni provenienti dai soci. La Banca attraverso la gestione combinata dei reclami, ha potuto effettuare politiche di orientamento ai soci rivolte al consolidamento della loyalty. Allo scopo di rafforzare il collegamento con i soci ha realizzato e realizza, con il supporto della rete distributiva aziendale, incontri periodici e ricorrenti aventi ad oggetto temi sensibili. Infine è garantita la tutela della riservatezza nel trattamento delle informazioni anche mediante l’affidabilità dei sistemi tecnologici adottati per la loro gestione.

Anno 2003. Crociera sul Nilo dei Soci della Banca Popolare del Frusinate

Il rapporto con la clientela Nel perseguire la politica di orientamento al cliente, ossia nel costante monitoraggio delle sue esigenze, la BPF effettua ricerche sistematiche di customer satisfaction suddividendo il target per aree territoriali e per segmenti. L’utilizzo del 111


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CRM – Customer Relationship Management, prevede un approccio di gestione non solo collettiva, ma personalizzata delle relazioni con la clientela, riuscendo ad elaborare una visione unitaria del fenomeno. Nel prossimo futuro, soprattutto nel rapporto con le aziende private e con le famiglie, è intenzione della Banca implementare con maggiore energia la figura del responsabile di portafoglio clienti attraverso un proficuo percorso di formazione. Sintomatico di tale comportamento è la natura assegnata alle filiali aperte nel corso degli anni, con obiettivi centrati sullo sviluppo dei prodotti e l’acquisizione di nuovi clienti, rivolti ai tassi di sviluppo della clientela, al suo mantenimento e soddisfazione.Il singolo cliente ha così potuto notare una capillare crescita di attenzione nei suoi confronti, unita all’incremento della remunerazione in denaro.

Copertina del periodico bimestrale de “Il Cent”

Comunicazione e tecnologia La comunicazione di prodotti finanziari innovativi e dei servizi offerti anche attraverso il supporto di soggetti esterni, è di per sé un servizio che la Banca Popolare del Frusinate offre ai suoi soci e clienti. Avendo capito che la comunicazione può essere non solo un elemento che costruisce posizionamento distintivo, ma anche un meccanismo che può generare ricadute virtuose in termini commerciali, con il passare del tempo la Banca ha costruito un’immagine distintiva in un contesto molto standardizzato e omologato; pianificando alcune campagne locali in appoggio alla struttura commerciale e utilizzando media molto duttili - che si conciliano con l’esigenza di non sovradimensionare la comunicazione rispetto al bacino effettivo sul quale vuole incidere - come i principali quotidiani areali, le affissioni anche nei grandi formati, allargando progressivamente il raggio d’intervento man mano che lo sviluppo della rete commerciale progrediva. Sono state quindi realizzate le campagne locali, più o meno ampie, su determinati prodotti (mutui e conti correnti) che offrono remunerazioni interessanti o tassi di interesse particolarmente competitivi. La Banca ha iniziato di conseguenza a canalizzare ed a creare contatti all’esterno, monitorando continuamente le performance dell’attività promozionale. Quest’ultimo aspetto è particolarmente importante perché è sempre difficile verificare quanto incide la comunicazione, dal punto di vista della ricaduta commerciale, essendo essa parte di un mix, comprensivo delle leve del prezzo, del prodotto, della rete distributiva. 112

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Attraverso il sito web, costantemente aggiornato, e la diffusione di volantini e brochures presso le filiali della Banca, tutti gli interessati possono entrare a conoscenza dell’attività svolta. Recentemente, con il supporto di due Società esterne, è stata ideata un’area per l’assistenza e la consulenza alla PMI in materia di operazioni di finanza straordinaria quali fusioni, acquisizioni, cessioni. Punta di diamante del sistema divulgativo delle notizie riguardanti la BPF è la rivista “Il Cent”, nata nel 1998 e distribuita a tutti i soci e clienti. Il Cent soddisfa pienamente le esigenze comunicative della Banca e la domanda informativa proveniente dalla clientela, permettendo agli utenti di essere continuamente aggiornati ed offrendo la possibilità agli interessati di intervenire direttamente. La rivista trimestrale, della cui redazione si occupa un apposito Comitato, è lo specchio dell’attività della Banca, riporta le notizie relative alle scelte direzionali ed organizzative, gli interventi realizzati nel sociale, la partecipazione alle iniziative culturali. Nel campo della tecnologia e dell’informatizzazione dei processi interni, la BPF ha intrapreso una decisa azione di rinnovamento e di adeguamento alle linee guida più recenti. Le carte elettroniche ed i terminali POS sono solo due facce della realtà che ad un livello più alto contiene il “Trading on line”, il “Remote Banking” ed il “Corporate Banking”. Una delle più recenti innovazioni introdotte nel settore è “MITO”, ossia la possibilità di collegarsi con la Banca attraverso una qualsiasi postazione dotata di connessione Internet ed effettuare tutte le operazioni finanziarie per le quali si ha accesso.

Home page del sito internet della Banca Popolare del Frusinate

Risorse umane: sviluppo e formazione Grande è l’attenzione alle risorse umane, per sviluppare le potenzialità di ogni dipendente, fonte preziosa di vantaggio competitivo. L’organico della Banca in questi anni di attività si è notevolmente ampliato raggiungendo un totale di oltre 40 persone. Nella fase di selezione del personale la Banca si avvale della consulenza di Società specializzate nel settore. Le nuove risorse ingaggiate, insieme a quelle già operative, partecipano all’intensa attività formativa programmata ogni anno. Nel settore finanziario, ma non solo, la formazione risulta essere fondamentale nel sostenere e favorire i cambiamenti organizzativi e le esigenze strategiche aziendali. L’accentuata complessità e l’accelerazione dei mercati, fanno sì che il cliente esiga sempre più una migliore qualità del servizio erogato, fatta di competenza e professionalità. E’ stata necessaria, quindi, e lo sarà ancora un’azione formativa spe113


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cializzata nella quale si abbinino interventi di formazione tecnica ad altri di natura comportamentale, con particolare attenzione al rafforzamento delle conoscenze normative. Del resto, la BPF può contare sulla dimostrata disponibilità del proprio personale ad assecondare, sviluppandole e consentendone l’attuazione, le scelte organizzative disposte dalla Direzione nell’interesse della Banca. Gestione Patrimoniale In questi ultimi anni di mercati finanziari estremamente incerti e dai ritorni altamente imprevedibili, è cresciuta la ricerca di nuovi strumenti in grado di riconoscere meglio le dinamiche di mercato. Tutti sappiamo che un aspetto naturale dei mercati è quello di essere soggetti a cicli. All’interno di questi cicli, è per l’investitore sempre più difficile riconoscere esattamente quando si è davanti ad un’inversione di tendenza e quando invece ad una semplice correzione di breve termine. Molto spesso i momenti migliori per entrare o uscire da un particolare mercato possono essere identificati solo retroattivamente. Il timing giusto è reso ancora più difficile dal fatto che i mercati raramente si muovono in maniera razionale. Pertanto ci sono sempre dei rischi dietro l’angolo che l’investitore non può prevedere, soprattutto se alla base della crescita di un patrimonio non vi è stata un’attenta valutazione dei desideri e delle esigenze dell’investitore. La gestione patrimoniale in titoli e/o fondi è quindi un’operazione che richiede attenzione e professionalità, un settore nel quale solo una grande esperienza dei mercati, un’ottima conoscenza dei prodotti ed una costante analisi settoriale garantiscono una gestione davvero profes-

sionale. Gli specialisti della gestione patrimoniale della BPF mettono a disposizione il loro “know how” acquisito in tanti anni di esperienza sui mercati e sono sempre aggiornati sulle peculiarità e le innovazioni degli stessi. Con ogni cliente si stabilisce la strategia d’investimento più consona alla sua tolleranza al rischio ed ai suoi obiettivi finanziari. L’investimento è costantemente monitorato; la scelta dei valori inseriti nel portafoglio è effettuata nel rispetto del mandato conferitoci, nell’ambito delle moderne strategie d’investimento. Inoltre, in ogni momento il cliente dispone d’informazioni aggiornate sullo stato dei suoi averi, la composizione del suo portafoglio, l’evoluzione e la performance degli investimenti.

Il sistema dei controlli Il sistema dei controlli interni rappresenta l’insieme delle regole, delle procedure e delle strutture organizzative che consente la corretta gestione di tutte le attività della Banca, nel rispetto delle leggi, delle disposizioni dettate dall’Organo di Vigilanza. Il suo continuo adeguamento alle diverse attività della Banca, è fondamentale per perseguire l’obiettivo di “sana e prudente gestione” che deve accompagnare le attività commerciali e la conseguente redditività. Lo sforzo di riqualificazione del comparto creditizio è iniziato con il conferimento in outsourcing alla società ME.TA. dell’attività di internal auditing. Successivamente l’istituzione di “Risk Controller” operante con la collaborazione dell’addetto dell’Ufficio Ispettorato e del Direttore Generale, garantisce l’integrazione dei controlli ispettivi tradizionali, verificando presso le filiali l’affidabilità dei processi nonché 114

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la coerenza tra assetti organizzativi ed adeguatezza delle risorse disponibili. È funzionante il sistema applicativo GIANOS (Generatore Indici Anomalie delle Operazioni Sospette), che nell’attività antiriciclaggio tende ad individuare le operazioni sospette da segnalare all’U.I.C. (Ufficio Italiano Cambi).

Sintesi delle attività di prossimità al territorio e di sviluppo dell’imprenditorialità locale svolte dalla BPF: • attività di project financing per lo sviluppo dell’imprenditorialità; • accordi con associazioni di categoria dell’artigianato per migliorare l’accesso degli associati al credito; • collaborazione con onlus e non profit operanti in campo sociale, assistenziale, religioso, culturale e sportivo; • rapporti di collaborazione con il settore dell’istruzione (borse di studio; realizzazione nelle università di aule multimediali, organizzazione di incontri con gli studenti); • interventi di ristrutturazione su immobili di interesse artistico. CULTURA Arte, Istruzione, Turismo, Sport La cultura di un territorio è un concetto dal significato molto vasto, una sorta di contenitore che va continuamente riempito e dal quale poter attingere in qualsiasi momento. Diversi sono i soggetti deputati a tale compito e diverse sono le forme di collaborazione e di interazione che di volta in volta vengono definite. L’interesse

comune è il miglioramento della qualità della vita di tutti gli individui alla base del quale vi è l’indiscutibile disposizione di un ruolo determinante attribuito alla crescita culturale. Parlare di cultura significa comprendere che le risorse umane costituiscono la risorsa principale della nostra società. Esse sono al centro della creazione e della trasmissione delle conoscenze e sono un elemento determinante delle potenzialità d’innovazione. Gli investimenti nell’istruzione e nella formazione sono un fattore chiave della competitività, della crescita e dell’occupazione e, di conseguenza, sono il requisito preliminare per conseguire predeterminati obiettivi economici, sociali e ambientali. Analogamente, è fondamentale rafforzare le sinergie e la complementarietà fra istruzione e altri settori d’intervento, quali l’occupazione, la ricerca e l’innovazione, la politica macroeconomica. A livello locale, le risorse degli enti pubblici destinate al settore culturale non sempre sono sufficienti a garantire la divulgazione e la promozione delle iniziative intraprese dagli artisti o dalle numerose organizzazioni culturali attive nel territorio. E’ in questo contesto che deve necessariamente intervenire il privato, sponsorizzando le idee migliori e più stimolanti, ovvero quelle meritevoli di analisi ed interesse, sollecitando l’attenzione dell’opinione pubblica. Si metteva prima in risalto la vastità del concetto di cultura; esso contempla la scuola, la formazione professionale, la ricerca, l’arte, la musica, le tradizioni popolari, lo sport. Tutte espressioni della capacità intrinseca dell’individuo e di una specifica collettività a partecipare fattivamente al progresso umano e civile e di farlo apportando il proprio contributo innovativo, le proprie esperienze, le proprie idee. 115


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Anno 2000. Consegna Borse di studio

Banca Popolare del Frusinate, sponsor ufficiale del Frosinone Calcio

La Banca Popolare del Frusinate è particolarmente attiva in tutto il campo delle attività filantropiche e culturali con un’elevata diffusione di interventi su tutto il territorio. Le modalità attraverso le quali la BPF svolge il rapporto tra banca e cultura si articolano su due filoni principali: mecenatismo e sponsorizzazione. Quanto al mecenatismo, si tratta di un’attività di liberalità a beneficio di soggetti terzi operanti nel settore culturale. Nel caso dell’arte, per esempio, spesso si tratta d’opere moderne e d’idee degne della massima considerazione. Certo, non tutte le banche possono vantare il possesso di prestigiose collezioni d’arte, ma affiancare determinate iniziative, organizzare mostre e convegni, investire sulle giovani promesse o rafforzare il valore di pre-

senze artistiche locali già conosciute ed affermate, significa mettere a disposizione dei cittadini i frutti dell’impegno nel campo della cultura. Un ulteriore grado di partecipazione attiva da parte della BPF si evidenzia nel finanziamento di interventi di restauro e consolidamento per la salvaguardia del vasto patrimonio artistico ciociaro. D’altro canto, un simile atteggiamento costituisce, indirettamente, anche un modo innovativo ed informale per avvicinare il grande pubblico alle banche, per renderne noti, l’attività e gli obiettivi, offrendo considerevoli ritorni in termini di notorietà e di immagine. Sponsorizzazioni di studi e ricerche, offerta agli studenti universitari di stage lavorativi, contributi all’ammodernamento delle strutture, istituzioni di borse di studio. Per quanto concerne la sponsorizzazione culturale, si tratta di un’attività in crescita per la BPF. Negli ultimi tempi, progressiva importanza ha assunto l’attività di sponsorizzazione di mostre e di organizzazione di spettacoli dal vivo (come concerti, opere liriche e teatrali). Strettamente connessa a quest’ultima, è l’attività editoriale, con la produzione di volumi che rappresentano la sintesi di rilevanti attività di ricerca nel campo del restauro, dell’architettura, della musica e dell’archeologia. Presente in diverse manifestazioni sportive, la BPF è particolarmente legata al mondo dello sport in quanto ne condivide i principi di competizione, divertimento, entusiasmo e di solidarietà. Molto è stato fatto anche per la Formazione Professionale, attraverso la col116

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laborazione con le Università e con l’istituzione di Master e Corsi di Specializzazione nelle discipline economiche. L’organizzazione e la promozione di questi corsi è la giusta risposta all’obbligo di frequenza ad attività formative per aumentare la crescita culturale e professionale dei giovani e favorirne l’ingresso nel mondo del lavoro a condizioni migliori: è una scelta che ci pone alla pari con l’Europa ed è rispettosa delle attitudini di ogni giovane. Il forte legame con il territorio e la particolare attenzione che la Banca Popolare del Frusinate dedica ai suoi abitanti, con particolare riferimento ai giovani, sono il filo conduttore del nuovo modo di far banca dell’Istituto, volto alla creazione di un rapporto personale di fiducia, semplicità, trasparenza, concretezza e sincerità con tutti i suoi clienti e soci. Il Conto dello sportivo, riservato agli iscritti alle Società sportive affiliate al Comitato Provinciale di Frosinone. Il conto offre un insieme di servizi, agevolazioni ed opportunità molto interessanti, prevedendo condizioni particolari per il finanziamento delle strutture sportive della provincia. ECONOMIA Il tema dell’economia locale gravita essenzialmente sull’approccio della BPF con le piccole e medie imprese. Negli ultimi anni si è consolidato un rapporto banca-impresa di consistente importanza, in virtù di singoli processi interni relativi ai settori creditizi e industriali. A livello nazionale si assiste all’evoluzione del primo grosso impulso verso una

maggiore attenzione nei confronti dell’acquisizione di quote azionarie di imprese da parte delle banche, impulso determinato anche dal contesto normativo. Infatti, a partire dalla seconda metà degli anni ‘80, dopo oltre cinquant’anni di rigida separazione tra banca e impresa, il legislatore italiano ha gradualmente riammesso la possibilità per gli istituti di credito di entrare a far parte del capitale azionario di imprese non finanziarie. In questo specifico canale la BPF ancora non ha sviluppato una proficua politica d’inserimento essendo

l’esigenza del contesto locale proiettata verso altri obiettivi economici. Le aziende ciociare sono oggi impegnate in una forte competizione. La crisi economica innescatasi dai primi anni Novanta, la necessità di adeguamento ai parametri richiesti dal trattato di Mastricht, la rilevante diminuzione dei tassi di inflazione, l’impossibilità di sottrarsi a un contesto competitivo allargato a tutti i paesi membri dell’Unione Europea, ha, infatti, recentemente generato all’interno del nostro sistema creditizio un processo di ridi117

Consegna Assegno di Merito per il conseguimento della Laurea


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mensionamento del margine di intermediazione, riducendo considerevolmente la profittabilità del settore. La prima conseguenza per la Banca Popolare del Frusinate, è stata l’immediata necessità di orientare la propria attività verso servizi a più alto valore aggiunto e con maggiori margini di profitto. Seppur con i limiti della necessità di tutelare un servizio che, pur avendo carattere di impresa, continua a coinvolgere in larga parte l’interesse della collettività risparmiatrice, la Banca Popolare del Frusinate ha assimilato negli anni nella sua cultura il concetto di assunzione del rischio nella sua accezione più ampia, e soprattutto differente rispetto al mero rischio di credito. In questo contesto si legge l’assunzione di partecipazioni in imprese dinamiche e con ampie potenzialità di crescita, rientrando a pieno titolo nella gamma di prodotti-servizi offribili al cliente-impresa, potendo costituire una sistematica, seppur non esclusiva, modalità di impiego. L’obiettivo preminente è rivolto all’assunzione di un importante ruolo per uno speculare movimento dell’impresa verso la banca, intesa come partner finanziario. La necessità trasmessa dal territorio di instaurare con l’istituto bancario un rapporto che vada oltre il tradizionale rapporto di credito, trova le sue motivazioni nella fisiologica evoluzione anagrafica del nostro contesto imprenditoriale, mista all’intensificazione delle pressioni competitive nazionali ed internazionali. La forte concentrazione di fenomeni di creazione d’impresa avutasi nei decenni ’60 - ‘70,

pone molte piccole e medie imprese ciociare di fronte a problematiche di consolidamento della struttura finanziaria e di sviluppo con difficoltà di individuazione di un partner finanziario in grado di sostenere il processo di successione. Contemporaneamente, la crescente globalizzazione dell’economia sta richiedendo un impegno in termini di investimenti qualitativamente e quantitativamente superiore rispetto al passato e quindi una finanza aziendale ben diversificata e più equilibrata tra mezzi propri e indebitamento. L’insieme di queste esigenze muovono verso una graduale diminuzione del peso percentuale del debito bancario nel passivo delle imprese, a favore di una maggiore quota di capitale di rischio, senza tuttavia dover significare un ridimensionamento del ruolo delle banche nel complesso della struttura finanziaria delle stesse imprese. Al contrario, le PMI stanno oggi riconoscendo l’esigenza di poter ridimensionare il numero degli interlocutori, di poter in definitiva disporre di un interlocutore unico in grado di soddisfare completamente le necessità finanziarie o comunque di svolgere una valida attività di indirizzo in tal senso. Un discorso analogo, qui considerato dal punto di vista prettamente economico, è destinato ai giovani ciociari, dei quali la Banca sostiene le scelte e le idee, contribuendone all’inserimento nel mondo del lavoro. Consapevole della loro forte propensione verso l’iniziativa privata e dell’attrazione dall’idea di “mettersi in proprio”, la BPF ha ideato alcuni strumenti finanziari con l’obiettivo principale di facilitarne l’accesso al 118

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credito, attualmente il maggiore ostacolo incontrato nel comune percorso formativo e professionale. Come se non bastasse, quando si arriva ad ottenere un finanziamento, il costo dell’intera operazione è sempre troppo elevato rispetto ai benefici ottenuti. Anche su quest’aspetto la BPF ha lavorato molto, prevedendo dei tassi agevolati per la specifica iniziativa. Dal punto di vista relazionale e comunicativo, la banca è alla continua ricerca di mezzi e strumenti per accrescere l’interesse dei giovani verso le tematiche di natura finanziaria e bancaria, sensibilizzandone l’atteggiamento nei confronti del consumo e della gestione dei bilanci familiari e progettando originali sistemi di packaging. Tra le iniziative intraprese, l’estensione dell’offerta con prodotti/servizi connessi alla gestione del risparmio per rispondere ai bisogni di segmenti specifici (studenti e giovani lavoratori), la recente incentivazione delle carte di debito e di credito e della telematica, canale innovativo prediletto dai giovani ed utilizzato frequentemente per la gestione del conto corrente. Quello dei giovani è quindi un mondo che sta particolarmente a cuore alla dirigenza della banca. La politica messa in atto, infatti, è finalizzata non solo all’offerta di una soluzione e di un sostegno a problematiche immediate, ma tende ad instaurare con questa particolare clientela un rapporto basato sulla fiducia reciproca che consenta di accompagnare il giovane, attraverso l’esperienza, l’affidabilità e la completezza dell’offerta, in tutte le fasi della sua vita.

Le crisi economiche: misure e provvedimenti Nel corso della sua attività, la Banca ha assistito a numerose crisi economiche derivanti e da congiunture internazionali e dagli annosi problemi di gestione del sistema economico nazionale. L’atteggiamento prevalente atto a fronteggiare le diverse situazioni che hanno gravato in modo pesante sull’economia del territorio frusinate è sempre stato finalizzato alla ricerca di idonee soluzioni per le parti coinvolte e dovunque fosse stata possibile, l’intermediazione e la ristrutturazione finanziaria. In questo senso si ricorda uno degli ultimi provvedimenti presi dalla Banca nella nota vicenda della Parmalat che, coinvolgendo a macchia d’olio numerose imprese italiane, non aveva certo risparmiato le PMI del frusinate. 119


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Infatti, le aziende del settore lattiero della provincia di Frosinone, subirono come effetto immediato il congelamento dei crediti pregressi, che innescò un naturale indebolimento delle risorse finanziarie, necessarie al prosieguo dell’attività produttiva. La Banca, in sintonia con le intenzioni dell’Unione Provinciale degli Agricoltori di Frosinone, fu invitata dalla stessa ad interve-

nire finanziariamente ed in maniera mirata, nei confronti degli operatori commerciali direttamente coinvolti nella crisi.

Solidarietà e responsabilità sociale Nel Libro Verde della Commissione UE “Promuovere un quadro europeo per la CSR” la Corporate Social Responsibility è definita come “l’integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche

delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate”. Essere socialmente responsabili significa non solo soddisfare pienamente gli obblighi giuridici, ma anche andare oltre, investendo “di più” nel capitale umano, nell’ambiente e nei rapporti con le altre parti interessate. Il bilancio sociale è ormai uno strumento affermato attraverso cui un’impresa dà conto ai suoi molteplici stakeholder dei valori e delle attività in cui si esplicita la propria strategia di responsabilità sociale (RSI) e comunica il proprio posizionamento su temi rilevanti anche per il mercato. Esso si pone dunque come uno strumento di rappresentazione e comunicazione della Corporate Social Responsibility. La responsabilità sociale è quindi considerata come strumento etico e di sviluppo sostenibile e viene esaminata nelle sue implicazioni sulla gestione delle risorse umane, sui rapporti con i sindacati, sull’equilibrio con la tradizionale gestione di tipo economico-finanziaria. La Banca Popolare del Frusinate è presente non solo nella vita economica, finanziaria e produttiva del territorio in cui opera, ma anche nell’ambito sociale, sostenendo i valori della solidarietà con iniziative a scopo di beneficenza, di assistenza e di pubblico interesse. Lo Statuto della Banca, all’art. 147 stabilisce che una quota del 5% vada devoluta a questi scopi. In dieci anni sono state effettuate numerose e diversificate iniziative di rilievo aventi per oggetto o il finanziamento verso strutture sanitarie e sociali o la realizzazione di 120

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interventi specifici rivolti alla tutela dell’ambiente e delle condizioni esterne nelle quali si opera. Fanno parte di questa categoria (social banking) anche gli interventi a favore di soggetti che normalmente non avrebbero accesso ai servizi bancari perché non in grado di offrire garanzie reali/personali proprie/di terzi o perché appartenenti a categorie svantaggiate. Una recente ricerca effettuata da Uniocamere attraverso il censimento ISVI dei bilanci sociali delle banche italiane e le interviste a 8 tra le banche più sensibili ai temi della RSI, evidenzia che le banche esplicitano la propria sensibilità per i temi socio-ambientali principalmente nei seguenti modi: direttamente nello statuto (4 su 8 banche intervistate); nella mission aziendale e nel codice di comportamento (6 su 8 banche intervistate). Gli interventi realizzati dalla BPF, assegnati alla unità organizzativa che generalmente presidia anche l’area ambiente/salute/sicurezza avendo goduto sempre di una particolare programmazione, sono giunti in risposta alle emergenze ed ai fabbisogni di volta in volta individuati nel territorio.

Veroli, donazione pulmino alla “Casa di Accoglienza Giovanni XXIII”

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Note Bibliografiche della Prima Parte

(aggiornamento al 15 giugno 2004). Dottrina: AA.VV., Diritto delle società. Manuale breve, Milano, 2004; Angelici, Società per azioni e in accomandita per azioni, in Enc. dir., XLII, Milano, 1990, 977; Angelici, La riforma delle società di capitali (lezioni di diritto commerciale), Padova, 2003; Antonucci, Diritto delle banche2, Milano, 2000; AREL (a cura di Ant. Mirone), Disciplina delle banche popolari: studio per una riforma, in AREL Informazioni, 2001, fasc. 1-2; Ascarelli, Cooperativa e società. Concettualismo giuridico e magia delle parole, in Riv. soc., 1957, 397; Atelli, Prime note sul diritto bancario regionale dopo la riforma del Titolo V della Costituzione, in Le società, n. 1/2002, 22; Ballarino e Bellodi, La golden share nel diritto comunitario. A proposito delle recenti sentenze della Corte comunitaria, in Riv. soc., 2004, 2 ss.; Bassi, Delle imprese cooperative e delle mutue assicuratrici (artt. 2511-2548), nel Commentario Schlesinger, Milano, 1988; Bassi, Commenti ad artt. 29, 31, 32 t.u.b., nel Commentario Belli-Contento-Patroni Griffi-Porzio-Santoro, I, Bologna, 2003, 453, 496, 500; Belli e Brozzetti, Banche popolari, in D. disc. priv., sez. comm., II, Torino, 1987, 153; G. Bonfante, Delle imprese cooperative, in Commentario Scialoja-Branca, Bologna-Roma, 1999; G. 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Le Banche Popolari ovvero: La mutualità che visse due volte

delle società2, Milano, 1958, 319; Minervini G., Dal decreto n. 481/92 al testo unico in materia bancaria e creditizia, in Giur. comm., 1993, I, 833; Minervini G., Relazione, seminario sulla Vigilanza bancaria, Università degli Studi di Napoli «Federico II», Facoltà di Economia, 10 maggio 2002; Au. Mirone, Il voto per corrispondenza nelle società quotate: profili di disciplina, in Riv. soc., 1999, 751; U. Morera, Gli adeguamenti dell’atto costitutivo e dello statuto alle nuove disposizioni in materia di società per azioni (art. 223 bis, disp. att. c.c.), in Banca borsa, 2003, I, 704; Oppo, L’essenza della cooperativa e gli studi recenti, in Riv. dir. civ., 1959, I, 369 nonché negli Studi in memoria di Filippo Vassalli, Torino, 1960, II, 1181 ed ora in Scritti giuridici, II, Padova, 1992, 494; Oppo, Futuro della cooperativa e futuro della cooperazione, ora in Scritti giuridici, II, cit., 569; Oppo, L’essenza della cooperativa e i progetti di riforma, in Riv. dir. civ., 1979, II, 290, ed ora in Scritti giuridici, II, cit., 557; Oppo, Credito cooperativo e testo unico sulle banche, in Riv. dir. civ., 1994, II, 653, ed ora in Scritti giuridici, VI, , Padova, 2000, 519; Oppo, Le banche di credito cooperativo tra mutualità, lucratività e «economia sociale», in Scritti giuridici, VI, cit., 545; Oppo, Mutualità e integrazione cooperativa, in Scritti giuridici, VI, cit., 415; Oppo, Mutualità e lucratività nella legislazione recente, in Scritti giuridici, VI, cit.,407; Oppo, Quesiti in tema di trasformazione e fusione eterogenea di banche popolari, in Scritti giuridici, VI, cit., 561; R. Pennisi, Il rifiuto del gradimento fondato sull’ «interesse della società» e sullo «spirito della forma cooperativa» nelle banche popolari, in Banca borsa, 2001, I, 693; Preite, La destinazione dei risultati nei contratti associativi, Milano, 1988; Portale, Intervento, Commemorazione «Gianfranco Campobasso e il diritto bancario», Università Cattolica del S.C., Milano, 23 aprile 2004; Presti, Il governo delle banche popolari e di credito cooperativo, in Banca impresa soc., 1998, 147; M. Rescigno, Il nuovo volto delle banche popolari, in Banca borsa, 1994, I, 308; Romano-Pavoni, Osservazioni sulle società costituite per scopi mutualistici e per scopi di consorzio, in Riv. dir. ind., 1953, I, 109; N. Salanitro, Profili normativi delle banche cooperative, in Banca borsa, 1994, I, 273; L. Salerno, La trasformazione di banche popolari in società per azioni e lo «spirito della forma cooperativa», in Banca borsa, 1994, I, 337; R. Santagata, Commento ad art. 135, in Commentario Campobasso, II, Torino, 2002, 1111; Santini, L’operatore di borsa oggi: concetto e tutela, in Giur. comm., 1976, I, 483; D.U. Santosuosso, Cooperazione e mutualità nelle banche popolari: disciplina giuridica e prassi statutaria, in Dir. banc. merc. fin., 1991, I, 313; D.U. Santosuosso, Le due anime e le diverse identità delle banche popolari nell’universo della cooperazione, in Giur. comm., 1997, I, 434; Schiuma, Le banche popolari e l’organizzazione «cooperativa» della società per azioni, in Riv. dir. civ., 1996, II, 325; Schiuma, Controllo, governo e partecipazione al capitale, Padova, 1997; Schlesinger, Le banche cooperative, in Riv. soc., 1994, 986; Schlesinger, Un nuovo regime per le Popolari, in Il Sole-24 ore, Mercoledì 29 maggio 2002, n. 144, pag. 6; K. Schmidt, Gesellschaftsrecht4, Köln – Berlin – Bonn – München, 2002; Schönle, Bank- und Börsenrecht, München, 1971; H. Schulze-Delitzsch, Vorschutz- und Kredit- Vereine als Volksbanken: praktische Anweisungen zu deren Einrichtungen und Grundung9, Berlin – Leipzig, 1926 (bearb. von Krüger und Letschert); Sciuto, La «mancanza dell’atto costitutivo» di società per azioni, Padova, 2000; Sciuto, L’interpretazione dell’atto costitutivo di società a responsabilità limitata, di prossima pubbl. in Riv. dir. civ., 2004 (consultato per cortesia dell’A.); Sciuto e Spada, Il tipo della società per azioni, nel Trattato Colombo-Portale, 1*, Torino, 2004, 1; Spada, La tipicità delle società, Padova, 1974; Spada, Impresa, in D. disc. priv., sez. comm., VII, Torino, 1992; Spada, diritto commerciale, Parte generale, Padova, 2004; Spada, C’era una volta la società…, di prossima pubbl. in Riv. not. (consultato in anticipo per cortesia dell’A.); M. Stella Richter jr., Forma e contenuto dell’atto costitutivo della società per azioni, nel Trattato ColomboPortale, 1*, Torino, 2004, 165; Troise, Commento ad art. 135, in Commentario Rabitti Bedogni, Milano, 1998, 736; Verrucoli, La società cooperativa, Milano, 1958; Vivante, Trattato di diritto commerciale, II, Le società commerciali2, Torino, 1903; Winkler, Nichtgewerbliche, ideale, insbesondere politische Zielsetzungen als Inhalt von Gesellschaftverträgen und Satzungen, in NJW, 1970, 449. Giurisprudenza: Cass. 26 novembre 1985, n. 5887, in Foro it., 1986, II, 2844; in Banca borsa, 1987, II, 135; Cons. Stato 10 aprile 2002, n. 1964, consultato in data 18.4.2004 alla pagina web http://www.cittadinolex.kataweb.it/Article/0,1519,18536%7C133,00.htm

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Note Bibliografiche della Seconda Parte

C. Bermond, Una rassegna del pensiero degli storici dell’economia su banche e credito negli stati preunitari e nell’Italia liberale, in Rivista di Storia Finanziaria, 9/2002, pp. 7-51. P. Cafaro, La solidarietà efficiente. Storia e prospettive del credito cooperativo in Italia (1883-2000), Bari 2001. Camera di Commercio Industria Artigianato Agricoltura di Frosinone, Dall’attraversamento all’accumulazione. Evoluzione storica e prospettive di sivluppo della provincia di Frosinone, Frosinone 2002. G. Conti e S. La Francesca (a cura di), Banche e reti di banche nell’Italia postunitaria, t.I: Persistenze e cambiamenti nel sistema finanziario e creditizio, Bologna 2000. E. De Simone, Moneta e banche attraverso i secoli, Milano 2002.

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Banca Popolare del Frusinate


Costituzione e Sviluppo della Banca Popolare del Frusinate

G. Felloni, Moneta, credito e banche in Europa: un millennio di storia, Genova 1997. Luigi Luzzatti e il suo tempo, Atti del convegno internazionale di studio (Venezia, 7-9 novembre 1991), raccolti da P.L. Ballini e da P. Pecorari, Venezia 1994. F. Piola Caselli, Monti di Pietà e Monti frumentari nel Lazio, in D. Montanari (a cura di), Monti di Pietà e presenza ebraica in Italia (secoli XV-XVIII), Roma 1999, pp. 215-244. V. Sannucci, Molteplicità delle Banche di emissione: ragioni economiche ed effetti sull’efficacia del controllo monetario (1860-1890), in AAVV., Ricerche per la storia della Banca d’Italia, Bari-Roma, 1990. O. Tavone, Decentramento industriale nel Mezzogiorno d’Italia: il caso della provincia di Frosinone, Roma 1980.

125


Note Bibliografiche della Terza Parte

1

F. Coarelli, Lazio (Roma, Bari 1982) 161 ss., H. Solin, Sul concetto di Lazio nell’antichità, in AA.VV. (dir. H. S.), Studi

storico-epigrafici sul Lazio antico (Roma 1996) 1 ss., in part. 11 ss. 2 Sul Lazio agli albori dell’ultimo millennio a.C. si v. le pagine di L. Capogrossi Colognesi, Storia delle istituzioni romane arcaiche (Roma 1978) 1 ss. F. Càssola, L. Labruna, Linee di una storia delle istituzioni repubblicane (Napoli 1991) 213 ss., e, soprattutto, A.J.

3

Toynbee, L’eredità di Annibale. I Roma e l’Italia prima di Annibale (Torino 1981) 106 ss. , II. Roma e il Mediterraneo dopo Annibale (Torino 1983) 126 ss. 4 F. de Martino, Storia economica di Roma antica I (Firenze 1979) 37 ss., nonché i saggi di L. Labruna, Il diritto mercantile dei Romani e Romanizzazione, foedera, egemonia raccolti, rispettivamente, in Id., matrici romanistiche del diritto attuale (Napoli 1999) 21 ss. e Adminicula (Napoli 1995) 19 ss. 5 G. Merola, Intorno a Cassino romana, in corso di pubbl. in Index 32 (2004), F. Salerno, Un praefectus a Cassino, in corso di pubbl. in Mél. M. Clavel-Lévêque (Besançon 2004). 6 Per tutti, rinvio a O. Salomies, Senatori oriundi del Lazio, in AA.VV. (dir. H. S.), Studi storico-epigrafici cit. 23 ss., cui si aggiunga A. Licordari, Ascesa al senato e rapporti con i territori d’origine. Italia: regio I (Latium), in Eos 2 (1982 [1984]) 9 ss. 7 CIL. X 5193 e 5194. 8 CIL. X 5197. 9 CIL. X 5198. 10 G. Camodeca, L’archivio dei Sulpicii (Napoli 1992) 245 ss. 11 CIL. X 5182. 12 G. Lena, Scoperte archeologiche nel Cassinate (Cassino 1980). 13 O. Salomies, Senatori oriundi del Lazio cit. 22 ss. 14 O. Salomies, Senatori oriundi del Lazio cit. 22 ss., M. Kajava, Nuove iscrizioni del Lazio meridionale, in AA.VV. (dir. H. S.), Studi storico-epigrafici cit. 23 ss., A. Licordari, Ascesa al senato cit. 3 ss. Si v., altresì, le voci della Paulys Realenciclopädie der classischen Altertumswissenschaft su «Aletrium», «Casinum», «Frusino», «Verulae», curate - rispettivamente – da Hülsen, I/1 (Stuttgart 1893) 1372, Hülsen, III (Stuttgart 1899) 1652, Weiss, XIII (Stuttgart 1910) 188, Radke, XVI (Stuttgart 1958) 1688 s. 15 O. Salomies, Senatori oriundi del Lazio cit. 108, e si v. le osservazioni di G. Camodeca, Il primo frammento dei Fasti consolari alifani, in Atti del I Convegno dei gruppi archeologici dell’Italia meridionale [1986] (1988) 37 nt. 14. 16 O. Salomies, Senatori oriundi del Lazio cit. 30 17 CIL. X/1 5807. 18 CIL. X/1 5662 19 C. Etrilius Regillus Laberius Priscus, leg. Aug. pr. pr. Ciliciae (PIR2. E 104), C. Laberius Quartinus, cos. (CIL. X 5824). 20 A Le popolazioni dell’Italia antica: società e forme del potere dedica interessanti pagine M. Torelli, in AA.VV. (dir. A. Momigliano, A. Schiavone), Storia di Roma I Roma in Italia (Torino 1988) 53 ss.

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Banca Popolare del Frusinate


Società ed Economia nelle Valli del Frusinate

21

CIL. X 5200. Cfr. H. Solin, in (G. Camodeca cur.), Le Iscrizioni Latine nel Museo Nazionale di Napoli I Roma e Latium (Napoli 2000) nr. 580 a p. 171 s. 22 A. Guarino, Diritto privato romano (Napoli 2001) 123 ss., M. Lauria, Ius. Visioni romane e moderrne (Napoli 1997) 61 ss., 170 ss. 23 Si v. i saggi di G. Clemente, Dal territorio della città all’egemonia in Italia e di U. Laffi, Il sistema di alleanze italico, in AA.VV. (dir. A. Schiavone), Storia di Roma II/1 L’impero mediterraneo (Torino 1990) 19 ss., 285 ss. Lex Iulia de civitate Latinis (et sociis) danda fonti: Cic. pro Balbo 8.21, App. B.c. 1.49, Gell. N. A. 4.4.3; sulla Lex Plautia Papiria de civitate sociis danda fonti: Cic. pro Archia 4.7, ad Fam. 13.33, Vell. Pat. 2.16-17, App. B.c. 1.53, Livii ep. 80. Si v. G. Rotondi, Leges publicae Populi Romani (Hildesheim 1966) 338, 340, ma, soprattutto, G. Luraschi, La questione della cittadinanza nell’ultimo secolo della repubblica, in (F. Milazzo, cur.), Atti del Convegno di Copanello 1994. Res publica e princeps (Napoli 1996) 63 ss. 25 F. Salerno, Tacita libertas. L’introduzione del voto segreto nella Roma repubblicana (Napoli 1999) 177 ss. 26 U. Laffi, Il sistema cit. 285 ss. Cfr., altresì, K. Lomas, Urban elites and cultural definition: Romanization in southern Italy, in (T. J Cornell, K.L., edd.), Urban Society in Roman Ita y (London 1995) 107 ss. 27 T. Spagnuolo Vigorita, Cittadini e sudditi tra II e III secolo, in AA.VV. (dir. A. Schiavone), Storia di Roma III/1. L’età tardoantica. Crisi e trasformazioni (Torino 1993) 5 ss., Id., Città e impero (Napoli 1996). 28 S. Roda, Nobiltà burocratica, aristocrazia senatoria, nobiltà provinciali, in AA.VV. (dir. A. Schiavone), Storia di Roma III/1. L’età tardoantica cit. 643 ss. 29 M. A. Levi, Collegia e patronatus ai tempi di Adriano, in Index 13 (1985) 557 ss. 30 C. Pavolini, Le città dell’Italia suburbicaria, in AA.VV. (dir. A. Schiavone), Storia di Roma III/2 L’età tardoantica. I luoghi e le culture (Torino 1993) 177 ss. 31 G. Lena, Interamna Lirenas, in Quaderni del Museo civico di Pontecorvo 2 (1982) 57 ss. 32 G. Carettoni, Casinum (Spoleto 1940) 21 ss. 33 L. Orabona, il pensiero economico del Cristianesimo, in (L. Firpo), Storia delle idee politiche economiche e sociali II/1. Ebraismo e Cristianesimo. Il Medioevo (Torino 1985) 634 s. 34 P. Brown, Il filosofo e il monaco: due scelte tardoantiche, in AA.VV. (dir. A. Schiavone), Storia di Roma III/1. L’età tardoantica cit. 877 ss., Id., Povertà e leadership nel tardo impero romano (Roma, Bari 2003) 53 ss. 35 Rinvio alle pagine di E. Sereni, Agricoltura e mondo rurale e di G. Galasso, Le forme del potere, classi e gerarchie sociali, in Storia d’Italia I. I caratteri originali (Torino 1972) 136 ss., 401 ss. 36 M. della Valle, Miseri e miserabili. Società ed economia nel xix secolo dall’Archivio della delegazione apostolica di Frosinone (Alatri 1989) passim. 37 C. Brezzi, C.F. Casula, A. Parisella (curr.), Continuità e mutamento. Classi, economie e culture a Roma e nel lazio (1930) (Milano 1981), D. Di Vico, G. Fontana, F. M. Spirito, A. Spalvieri, Industrializzazione senza sviluppo. Indagine su alcuni aspetti dell’organizzazione economica e territoriale della provincia di Frosinone (Frosinone 1979). 38 A. Giannola, Le imprese e lo sviluppo: problemi e prospettive del Mezzogiorno, in Rassegna economica 62/1 (1998) 11 ss. 24 Sulla

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Appendice della Prima Parte Tabella 1: Ripartizione degli utili TESTO CLAUSOLA

RIF STATUTO

FASCIA DI CLASSIFICAZIONE BANCA

“Dall’utile netto risultante dal bilancio approvato dall’assemblea, va statuto innanzitutto destinata una quota pari a quella prevista dalla legge Veneto Banca, per la formazione e l’incremento della riserva legale. art. 47 Il residuo, detratta una congrua assegnazione alla riserva straordinaria nell’entità stabilita dall’assemblea su proposta del c.d.a. nella misura non inferiore al 10% e detratta una quota pari al 2,50% in favore del c.d.a. stesso, sarà ripartito secondo le determinazioni dell’assemblea, sentito il c.d.a., fra i soci quale dividendo e/o accantonato per costituire ulteriori riserve, fondi ed accantonamenti, compreso un eventuale fondo per l’acquisto di azioni proprie e compresa una eventuale assegnazione per opere di assistenza, beneficenza, cultura e di interesse sociale”.

“Dall’utile netto risultante dal bilancio annuale approvato dall’assemblea, vengono innanzitutto prelevate: - la quota destinata alla riserva legale o ordinaria, nella misura stabilita dalla legge; - una quota non inferiore al 20% e non superiore al 30% destinata alla riserva statutaria o straordinaria. Il residuo utile è ripartito: a) ai soci, nella misura che, su proposta del c.d.a., viene fissata con criteri di prudenza dall’assemblea; b) il rimanente su proposta del c.d.a. e secondo le deliberazioni dell’assemblea, la quale può costituire o incrementare riserve comunque denominate, oltre che il fondo per l’acquisto di azioni della società e un fondo utilizzabile per assistenza, beneficenza, iniziative culturali e d’interesse sociale”. (Omissis)

statuto Banca Popolare di Sondrio, art. 58

“L’utile netto risultante dal bilancio approvato è ripartito come segue: a) una quota non inferiore a quella stabilita dalla legge alla riserva ordinaria legale; b) una quota non inferiore al 20% alla riserva statutaria; c) una quota non superiore al c.d.a. , da assegnarsi secondo le modalità stabilite dal consiglio stesso; d) una quota non superiore al 6% da destinarsi a scopi benefici, culturali e di interesse sociale; e) ai soci a norma dell’art. 18, nella misura che, su proposta del consiglio, viene fissata dall’assemblea”.

statuto Banca popolare dell’Emilia Romagna, art. 47

Similmente all’art. 47 statuto Banca popolare dell’Emilia Romagna statuto 2° viene apposto un tetto del 2% per la devoluzione degli utili netti “a Banca popolare scopi di beneficenza, assistenza e di interesse sociale”. del Lazio, art. 47 lettera d) “L’utile netto risultante dal bilancio sarà ripartito come segue: a) una quota non inferiore a quella stabilita dalla legge alla riserva legale; b) una quota non superiore al 7% a disposizione del c.d.a., da ripartire tra i suoi componenti secondo criteri e modalità che verranno determinati dal consiglio stesso; c) una quota non superiore al 10% per devoluzione, ad insindacabile giudizio del c.d.a., a scopi di beneficenza, assistenza e pubblico interesse; d) ai soci, nella misura che, su proposta del consiglio, viene fissata dall’assemblea. “L’eventuale residuo, pure su proposta del c.d.a., è destinato alla riserva straordinaria o alla costituzione o all’incremento di ulteriori riserve, nonché del fondo per l’acquisto o il rimborso di azioni della società”.

statuto Banca popolare di San Felice su Panaro, art. 47

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Banca Popolare del Frusinate


Le Banche Popolari ovvero: La mutualità che visse due volte

(nessuna menzione dei fondi per iniziative filantropiche)

statuto 1° Banca popolare di Lodi (v. in particolare l’art. 58)

(nessuna menzione dei fondi per iniziative filantropiche)

statuto della Banca popolare dell’Alto Adige: v. in particolare 47

“L’utile netto risultante dal bilancio annuale viene destinato come statuto 3° segue: a) una quota non inferiroe al 20% per la formazione o l’in- Banca popolare cremento della riserva legale fino a raggiungere la metà del capitale di Fondi, art. 50 sociale. Raggiunto tale ammontare deve essere destinata alla riserva legale almeno la decima parte degli utili netti annuali; b) alla riserva straordinaria il 20%. Il residuo sarà ripartito secondo le decisioni della assemblea la quale, detratto il dividendo da assegnare ai soci, ha facoltà: 1) di incrementare o costituire ulteriori fondi di riserva generali speciali; 2) di costituire o incrementare un fondo per acquisto o rimborso di azioni sociali; 3) di destinare parte degli utili al c.d.a. anche in aggiunta ai compensi di cui all’art. 33 del presente statuto; 4) di istituire o incrementare un fondo per iniziative ed istituzioni aventi scopi benefici, sociali, di istruzione e di pubblica utilità, da erogarsi dal c.d.a.”. “L’utile netto risultante dal bilancio sarà ripartito come segue: a) una quota non inferiore a quella stabilita dalla legge alla riserva legale; b) il 10% alla riserva straordinaria; c) una quota non superiore al 3% a disposizione del c.d.a. da ripartire secondo criteri e modalità che verranno determinati dal consiglio stesso; d) una quota non superiore al 3% per devoluzione, ad insindacabile giudizio del c.d.a. a scopi di beneficenza, assistenza e di pubblico interesse; e) ai soci, nella misura che, su proposta del consiglio, viene fissata dall’assemblea. L’eventuale residuo, pure su proposta del c.d.a., è destinato alla riserva straordinaria o alla costituzione o all’incremento di ulteriori riserve, nonché del fondo per l’acquisto o il rimborso di azioni della società”.

statuto Banca popolare di Lajatico, art. 47

“L’utile netto risultante dal bilancio sarà ripartito come segue: a) una quota non inferiore a quella stabilita dalla legge a riserva legale; b) il 20% alla riserva statutaria; c) una quota non superiore al 3% a disposizione del c.d.a., da ripartire tra i suoi componenti secondo criteri e modalità che verranno determinati dal consiglio stesso; d) una quota non superiore al 6% per devoluzione, ad insindacabile giudizio del c.d.a., a scopi di beneficenza, assistenza e di pubblico interesse; e) ai soci, nella misura che, su proposta del c.d.a., viene fissata dall’assemblea. L’eventuale residuo, pure su proposta del c.d.a., è destinato alla riserva statutaria o alla costituzione o all’incremento di ulteriori riserve, nonché del fondo per l’acquisto o il rimborso di azioni della società”.

statuto Banca popolare di Marostica, art. 47

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Appendice della Prima Parte

“L’utile netto risultante dal bilancio sarà ripartito come segue: a) una quota non inferiore al 10% alla riserva legale; b) una quota non inferiore al 5% sarà attribuita alla riserva straordinaria; c) una quota di volta in volta fissata dall’assemblea sarà destinata ai consiglieri di amministrazione a titolo di partecipazione agli utili; d) una quota di volta in volta fissata dall?assemblea viene posta a disposizione del c.d.a. per essere devoluta a scopi di beneficenza, iniziative culturali e di interesse sociale; e) una quota, su proposta del c.d.a., viene dall’assemblea attribuita a titolo di dividendo ai soci in ragione delle azioni da ciascuno possedute; f ) il residuo, detratto il dividendo da assegnarsi ai soci in ragione delle azioni possedute, sarà devoluto dall’assemblea alla costituzione o all’incremento di fondi e riserve speciali e del fondo per l’acquisto o il rimborso di azioni della società, ovvero riportata a nuovo”.

statuto Banca popolare di Sviluppo, art. 51

“L’utile netto risultante dal bilancio viene innanzitutto destinato: - in misura non inferiore a quella stabilita dalla legge, alla riserva legale; - il 10% alla riserva straordinaria; Il residuo viene ripartito come segue: a) ai soci, nella misura che, su proposta del consiglio, viene fissata dall’assemblea; b) una quota non superiore al 5% per devoluzione, ad insindacabile giudizio del consiglio di amministrazione, a scopi di beneficenza, assistenza e di pubblico interesse. L’eventuale residuo, pure su proposta del consiglio di amministrazione, è destinato all’incremento della riserva straordinaria o alla costituzione o all’incremento di ulteriori riserve, nonché del fondo per l’acquisto o il rimborso di azioni della società”.

statuto Banca popolare del Frusinate, art. 47

RIF STATUTO

FASCIA DI CLASSIFICAZIONE BANCA

Tabella 2: Patrimonio netto di bilancio TESTO CLAUSOLA

“Il patrimonio sociale è costituito: A) dal capitale sociale; B) dalla statuto riserva legale; C) da ogni altra riserva o fondo, senza specifica desti- Veneto Banca, nazione, comunque denominati”. art. 4

Il patrimonio sociale è costituito: a) dal capitale sociale; b) dalla statuto riserva legale; c) dalla riserva statutaria e da ogni altra riserva o Banca popolare fondo, senza specifica destinazione, comunque denominati”. del Lazio, art. 4

“Il patrimonio sociale è costituito: a) dal capitale sociale; b) dalla riserva legale; c) dalla riserva statutaria; da ogni altra riserva o da ogni altro fondo, senza specifica destinazione, comunque denominati”.

statuto Banca popolare di Marostica, art. 4

RIF STATUTO

FASCIA DI CLASSIFICAZIONE BANCA

Tabella 3: Diritti individuali del socio. TESTO CLAUSOLA

“Il socio partecipa per intero al dividendo deliberato dall’assemblea statuto qualunque sia l’epoca dell’acquisto della qualità di socio; i sotto- Veneto Banca, scrittori di nuove azioni devono però corrispondere alla società gli art. 18.1. interessi di conguaglio nella misura fissata dal c.d.a.”.

130

Banca Popolare del Frusinate


Le Banche Popolari ovvero: La mutualità che visse due volte

“I dividendi non riscossi entro un quinquennio a giorno in cui statuto divennero esigibili restano devoluti alla società”. Veneto Banca, art. 18.3.

Tabella 4: Costituzione e denominazione della società. TESTO CLAUSOLA

RIF STATUTO

“La società ispira la propria attività ai principi della mutualità e della statuto cooperazione ed è retta dalle disposizioni di legge e dalle norme del Banca Popolare presente statuto”. (Omissis) di Sondrio, art. 1.2.

FASCIA DI CLASSIFICAZIONE BANCA 1°

Tabella 5: Oggetto sociale TESTO CLAUSOLA

RIF STATUTO

FASCIA DI CLASSIFICAZIONE BANCA

“La società ha per oggetto la raccolta del risparmio e l’esercizio del statuto credito, nelle loro varie forme, tanto nei confronti dei propri soci, Veneto Banca, quanto dei non soci, ispirandosi ai principi tradizionali del credito art. 3.1. popolare”.

“ (Omissis) Nell’azione istituzionale tesa a favorire lo sviluppo di tutte le attività produttive, la società, in sintonia con le finalità peculiari di una banca popolare, si propone di sostenere in modo particolare le imprese minori e quelle cooperative; inoltre di attuare ogni opportuna iniziativa volta a diffondere ed incoraggiare il risparmio”.

statuto Banca Popolare di Sondrio, art. 2.4

“La società raccoglie il risparmio ed esercita il credito nei confronti dei propri soci ed anche dei non soci, ispirandosi ai principi di mutualità. Essa si propone lo sviluppo delle attività produttive, con particolare riguardo alle imprese medie e minori, ed incoraggia il risparmio popolare in tutte le sue forme”.

statuto Banca popolare dell’Emilia Romagna, art. 2

“La società ha per oggetto la raccolta del risparmio e l’esercizio del statuto credito nelle sue varie forme, ispirandosi ai principi tradizionali del Banca popolare credito popolare”. (Omissis) del Lazio, art. 3

“La società ha per scopo la raccolta del risparmio e l’esercizio del credito, nelle sue varie forme, tanto nei confronti dei propri soci che dei non soci, ispirandosi ai principi tradizionali del credito popolare. (Omissis) La società si propone pure di attuare opera di propaganda per il risparmio”.

statuto Banca popolare di Fondi, art. 2

“La società ha per oggetto la raccolta del risparmio e l’esercizio del credito, nelle sue varie forme, tanto nei confronti dei propri soci che dei non soci, ispirandosi ai principi tradizionali del credito popolare”. (Omissis)

statuto Banca popolare di San Felice su Panaro, art. 3

“La società ha per oggetto la raccolta del risparmio e l’esercizio del credito, nelle sue varie forme, tanto nei confronti dei propri soci che dei non soci, ispirandosi ai principi della mutualità e a quelli tradizionali del credito popolare”.

statuto Banca popolare dell’Alto Adige, art. 3.1.

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Appendice della Prima Parte

“La società ha per scopo la raccolta del risparmio e l’esercizio del statuto credito nelle sue varie forme, tanto nei confronti dei propri soci che Banca popolare dei non soci, ispirandosi anche ai principi di mutualità”. di Lajatico, art. 3.1.

“La società ha per scopo la raccolta del risparmio e l’esercizio del credito nelle sue varie forme, tanto nei confronti dei propri soci che dei non soci, ispirandosi ai principi tradizionali del credito popolare”.

statuto Banca popolare di Marostica, art. 3

“La società ha per scopo l’esercizio dell’attività bancaria e quindi la raccolta del risparmio e l’esercizio del credito, sia nei confronti dei soci sia di non soci, ispirandosi ai principi normativi della cooperazione e della mutualità e ai criteri tradizionali del credito popolare, anche al fine di favorire e sviluppare le attività agricole, industriali, commerciali, turistiche, artigiane e di servizi con particolare riguardo alle piccole e medie imprese”.

statuto Banca popolare di Sviluppo, art. 3.1.

“La società ha per scopo la raccolta del risparmio e l’esercizio del statuto credito, tanto nei confronti dei propri soci che dei non soci, ispiran- Banca popolare dosi ai principi della mutualità”. del Frusinate, art. 3.1.

Tabella 6: Destinatari delle attività della banca nelle clausole relative all’oggetto sociale Si fa rinvio alla tabella di cui a nota precedente; si aggiungono inoltre le seguenti clausole relative alle operazioni bancarie: TESTO CLAUSOLA RIF STATUTO

FASCIA DI CLASSIFICAZIONE BANCA

“Il socio può ottenere il credito, a preferenza dei non soci e a parità statuto delle garanzie offerte, nei limiti e con le modalità fissate dai compe- Banca Popolare tenti organi sociali”. (Omissis) di Sondrio, art. 13

“Nella concessione di fido la società, a parità di merito di credito, statuto dà preferenza ai soci ed alle operazioni di più modesto importo, con Banca popolare esclusione di ogni operazione di mera speculazione”. di San Felice su Panaro, art. 3

Tabella 7: (a) Convocazione/svolgimento delle assemblee TESTO CLAUSOLA

RIF STATUTO

“L’assemblea dei soci è convocata nei modi e nei termini di legge dal statuto c.d.a. presso la sede della società o in altro luogo del territorio nazio- Veneto Banca, nale indicato nell’avviso di convocazione”. art. 21.1

FASCIA DI CLASSIFICAZIONE BANCA 1°

Tabella 8: (b) Esercizio del diritto di voto. TESTO CLAUSOLA

RIF STATUTO

FASCIA DI CLASSIFICAZIONE BANCA

“(Omissis) Non è ammesso il voto per corrispondenza”.

statuto Banca Popolare di Sondrio, art. 27.7.

132

Banca Popolare del Frusinate


Le Banche Popolari ovvero: La mutualità che visse due volte

“(Omissis) I soci minori possono essere tutti rappresentati in assemblea da chi ne ha la legale rappresentanza, anche se questi si trova in una delle situazioni contemplate dal 4° comma dell’articolo 2372 del codice civile, e altresì nel caso in cui il legale rappresentante non sia socio”.

statuto Banca Popolare di Sondrio, art. 27.6.

“Nessuno può rappresentare più di un socio”.

statuto Banca popolare di Lodi, art. 29.4.

“La rappresentanza per procura non è ammessa”.

statuto Banca popolare di Lodi, art. 29.2

“Ogni socio non può rappresentare più di un socio, salvi i casi di statuto rappresentanza legale”. Banca popolare del Lazio, art. 22.5.

“Ogni socio non può rappresentare più di un socio. Non è ammessa la rappresentanza da parte di persona non socia, anche se munita di mandato generale. Le limitazioni anzidette non si applicano ai casi di rappresentanza legale”.

statuto Banca popolare di Marostica, art. 22

“Ogni socio non può rappresentare più di tre soci, salvi i casi di rap- statuto presentanza legale”. Banca popolare di Lajatico, art. 22

“Ogni socio non può rappresentare più di quattro altri soci. Non è ammessa la rappresentanza di persona non socio, anche se munita di mandato generale. Le limitazioni anzidette non si applicano ai casi di rappresentanza legale”.

statuto Banca popolare di Fondi, art. 24.5.

“Ogni socio non può rappresentare più di cinque soci, salvi i casi di statuto rappresentanza legale”. Banca popolare di Sviluppo, art. 24.4.

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Finito di stampare nel mese di gennaio 2007. Il presente lavoro è stato realizzato dalla: Copyright Š 2007

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