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Indice p. 5………Noi non dimentichiamo, noi non perdoniamo p. 9.........Cosa dice il Rapporto Goldstone p. 17…….Se non c'è tregua in Palestina, non diamo tregua all'occupante p. 23…….scheda 1 - Cronologia dell'operazione “Piombo Fuso” p. 27…….scheda 2 - Cancellate il nome di mio nonno a Yad Vashem p.29……..scheda 3 - I numeri dell'esercito israeliano (Israel Defense Forces) p. 32…….scheda 4 - L'uso del fosforo bianco nella Striscia di Gaza p. 34…….scheda 5 - Gaza, giugno 2007 – giugno 2009: due anni di assedio p. 36…….scheda 6 - Infermità mentale e tossicodipendenza a Gaza p. 40…….scheda 7 - “Quando c'è occupazione, c'è resistenza. La lotta riprenderà!”

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Noi non dimentichiamo, noi non perdoniamo Per 21 giorni, fra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, la terra palestinese ha tremato. Ha tremato più forte di quanto già accade ogni giorno. Mentre qui in Italia e in tutto l’Occidente godevamo il riposo delle vacanze natalizie, stavamo per festeggiare l'anno nuovo, Israele decideva di avviare a Gaza l’operazione “Piombo Fuso”. Un’operazione militare devastante, che in pochissimo tempo causerà quasi 1500 morti e 5000 feriti nella popolazione palestinese. La cronaca di quelle tre settimane è un’escalation di violenza e brutalità nei confronti di un popolo che da 61 anni non ha una sua terra, da 61 anni è costretto a vivere in una prigione a cielo aperto, in uno stato di guerra permanente e di stenti. Un popolo a cui da 61 anni viene negato il diritto di vivere e di scegliere il proprio futuro. L’obbiettivo dichiarato della campagna militare lanciata dalle forze israeliane è stato “colpire duramente l'amministrazione di Hamas al fine di generare una situazione di migliore sicurezza intorno alla Striscia di Gaza, attraverso un rafforzamento della calma e una diminuzione dei lanci dei razzi”. Una motivazione che, al di là dei giudizi di merito su Hamas, partito legittimamente eletto dal popolo, appare tanto faziosa quanto falsa. Non riflette assolutamente il vero intento dell’attacco e le reali motivazioni. Un solo piccolo dato è rivelatore: i missili Qassam hanno causato negli ultimi otto anni 15 morti fra la popolazione israeliana… Negli stessi anni, senza nemmeno contare le migliaia di morti della Seconda Intifada, centinaia di palestinesi sono stati uccisi dai soldati israeliani, si sono spenti per le rappresaglie, gli stenti, le malattie, il sottosviluppo. Soltanto un'altra operazione israeliana, denominata “Inverno Caldo” (ben presto dimenticata davanti all'orrore dell'ultima aggressione), fece, fra il 29 febbraio e il 6 marzo 2008, più di cento vittime. In ogni caso “Piombo Fuso” ha prodotto in sole tre settimane cento volte più vittime e danni di otto anni di lancio di missili. Una sproporzione nei mezzi e nei motivi, una brutalità e scientificità della devastazione che non possono assolutamente essere giustificabili né giustificati con l’appello alla “legittima difesa” ed alla sicurezza di Israele. In realtà, Israele non è “a rischio”, Israele è il rischio, per la pace in Medioriente, per la sopravvivenza dei palestinesi. “Piombo Fuso” ha rappresentato un salto di qualità nella quotidiana politica di assedio e di apartheid nei confronti dei palestinesi, causando danni che purtroppo non si possono e non si devono ridurre al numero delle vittime. Significherebbe colpevolmente sottostimare la proporzione e gli intenti dell’azione dell’esercito israeliano, condannarsi a piangere e non comprendere.

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Dinanzi a tutto ciò, cosa facevano i nostri governi, i nostri politici, mentre festeggiavano il “Santo Natale”? Erano in prima fila a “chiudere i rubinetti” dell’accesso ai medicinali e ai beni di prima necessità al valico di Rafah. Infatti, da “brava gente” quale siamo, invece di protestare e mandare aiuti, abbiamo mandato i carabinieri ad aiutare l'esercito sionista, e i politici a sostenere il suo governo. D'altronde l’imperialismo europeo e quello statunitense, accompagnati dai regimi arabi collaborazionisti, e da tutti i lacchè che colpevolmente si dichiarano “equidistanti”, erano lì, al fianco di Israele, per fornirgli legittimità e armi di distruzione di massa. Nel frattempo, mentre si faceva a gara a togliere dagli schermi televisivi le immagini della barbarie a Gaza, con il mondo immobile a guardare, con le polizie arabe impegnate a sedare col manganello il malcontento dei fratelli in rivolta, la società civile, le comunità di migranti, le organizzazioni politiche si mobilitavano. Il 17 gennaio 2009 un corteo autorganizzato di 100.000 persone attraversa le strade di Roma, al grido di “Palestina Libera!”. Provando così a dare voce a chi non ha voce, a chi lotta ogni giorno rischiando la vita, cercando di portare il dolore e la rabbia dei palestinesi nelle nostre strade, contro i nostri governi complici. Per non considerare la loro situazione solo come una sventura della sorte o un caso umanitario a cui prestare soccorso1... Portare solidarietà al popolo palestinese ha così voluto dire anche cercare di colpire l'imperialismo per alleggerire la sua offensiva, bloccando i rifornimenti di armi, boicottando gli accordi economici dei nostri Stati con Israele, la ricerca scientifica delle nostre università che rinforza l'esercito sionista2. A Londra gli studenti hanno occupato le università3, in Grecia il movimento ha risposto all’appello dei compagni del FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina)4 che chiedevano di bloccare la partenza dal porto di Askatos di navi cariche di armi che avrebbero dovuto rifornire l’esercito israeliano5... Abbiamo cercato in questi mesi di continuare la lotta, fare controinformazione, tenere i riflettori ben accesi sulla sofferenza e la dignità di quel popolo. Poi, a quasi un anno dall’attacco a Gaza, il 16 ottobre 2009, l’ONU ha approvato il Rapporto Goldstone: un’inchiesta che punto per punto testimonia, dati alla mano, la carneficina di Gaza. L'Italia, in combutta con gli Stati Uniti, ha boicottato questo rapporto; le televisioni non ne hanno praticamente parlato. Ma dare diffusione ai contenuti del Rapporto Goldstone, come noi cerchiamo di fare con il piccolo contributo di quest’opuscolo, può essere ancora una volta l’occasione per parlare di Palestina, di Resistenza, di solidarietà. Non ci illudiamo che un rapporto delle Nazioni Unite possa essere esaustivo o imparziale. Ripartiamo da Goldstone per parlare della devastazione di una terra sulla quale ancora una volta media e politici nostrani hanno taciuto. Ripartiamo da Goldstone perché ogni sasso che può farci avvicinare alla vittoria va afferrato e scagliato con forza. La posta in gioco è la memoria storica, su cui si fonda ogni possibilità di sconfiggere l'ingiustizia. Come ci ricorda ironicamente Uri Avnery6:

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Cfr. di Silvia Cattori (http://snipurl.com/tfj0m) http://cau.noblogs.org/post/2009/02/11/fino-alla-vittoria-comunicati-del-fplp 3 http://snipurl.com/tfj0h e http://snipurl.com/tfj0k 4 http://snipurl.com/tfj0e 5 http://snipurl.com/tfj0c 6 Giornalista pacifista israeliano, leader del Movimento ebraico "Gush Shalom"Che tipo di solidarietà con la Palestina? Più lavoro politico fuori dalla Palestina! (15 gennaio 2009) http://www.pane-rose.it/files/index.php?c3:o13942 2

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«“Quasi 70 anni fa, durante la Seconda Guerra Mondiale, un ignobile crimine fu commesso nella città di Leningrado. Per più di mille giorni, una banda di estremisti chiamata l’Armata Rossa tenne milioni di abitanti della città in ostaggio e provocò la rappresaglia da parte della Wehrmacht tedesca dall’interno dei centri abitati. I tedeschi non ebbero altra alternativa se non quella di bombardare la popolazione e di imporre il blocco totale, che causò la morte di centinaia di migliaia di persone. Qualche tempo prima di ciò, un crimine simile fu compiuto in Inghilterra. La banda di Churchill si nascose in mezzo alla popolazione di Londra, usando milioni di cittadini come scudi umani. I tedeschi furono costretti a mandare la loro Luftwaffe e a malincuore ridurre la città in rovina. Lo chiamarono il Blitz”... Questa è la descrizione che apparirebbe ora nei libri di storia, se i tedeschi avessero vinto la guerra. Assurdo? Non più delle quotidiane descrizioni, ripetute alla nausea, dei nostri media: i terroristi di Hamas usano gli abitanti di Gaza come “ostaggi” e sfruttano le donne e i bambini come “scudi umani”, non ci lasciano altra alternativa che effettuare massicci bombardamenti, in cui con nostro grande dolore, migliaia di donne, bambini e uomini disarmati sono uccisi». Collettivo Autorganizzato Universitario - Napoli novembre 2009

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Cosa dice il Rapporto Goldstone Il 16 ottobre 2009 il Consiglio dei Diritti Umani dell'ONU ha approvato il Rapporto Goldstone. In questo voluminoso rapporto sono raccolte le prove che Israele, definita “potenza occupante”, ha utilizzato, durante l’aggressione a Gaza del dicembre-gennaio scorsi7, armi proibite dal diritto internazionale e colpito indiscriminatamente la popolazione civile, facendo intenzionalmente e sistematicamente strage del popolo palestinese. Per questo motivo, per la prima volta dopo 61 anni la comunità internazionale sancisce la possibilità di processare Israele e i suoi generali come criminali di guerra. Il rapporto, che pure è stato scritto sotto la supervisione non certo “di parte” di Goldstone (giudice sudafricano di origini ebraiche, ex membro del Board of Governors dell'università ebraica di Gerusalemme)8 – e che infatti in vari punti finisce per mettere sullo stesso piani vittima e carnefice, occupante e resistente, estrapolando dal contesto di sessant’anni di occupazione i 21 giorni dell’attacco – non ha potuto però tenere nascosto il vero, terribile volto della strategia israeliana di sterminio del popolo palestinese. Il procedimento avviato il 16 ottobre a Ginevra - che prevede che le due parti in causa indaghino entro sei mesi sui crimini accertati dall'indagine e, in caso contrario, che il Consiglio di Sicurezza dell'Onu deferisca la questione alla Corte penale internazionale - non sembra però destinato a portare a risultati concreti. Il voto contrario degli USA all’approvazione del Rapporto, lascia infatti pensare che questo paese - da sempre finanziatore, ispiratore e fiancheggiatore di Israele - porrà il veto sull’ipotesi di un eventuale intervento della Procura Internazionale. Tra i sei paesi contrari

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La Missione è stata incaricata dal Consiglio di “esaminare tutte le violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, che potrebbero essere state commesse in qualsiasi momento, nel contesto delle operazioni militari che sono state condotte a Gaza durante il periodo dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009, sia prima, durante o dopo”. Dal comunicato stampa ONU del Rapporto Goldstone. 8 “Il giudice Richard Goldstone si definisce sionista, amante di Israele. Era un giudice della Corte Costituzionale del Sudafrica dal 1994 al 2003, il periodo in cui è stata scritta la nuova costituzione e il passaggio dal regime di apartheid alla democrazia. È stato per 25 anni presidente dell’associazione amici dell’Università Ebraica a Gerusalemme in Sudafrica. Per due anni dal 1994 al 1996 procuratore generale nel tribunale internazionale per l’indagine su crimini di guerra nella ex Yugoslavia e Ruanda e dal 1999 fino 2001 presidente della commissione internazionale di indagine sul Kosovo, e poi è stato nominato dal segretario generale dell’ONU per una indagine sul programma Oil for food, in Irak. In aprile 2009 È stato incaricato per l’indagine sulle violazione israeliana nella guerra a Gaza dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio 2009”. La figlia di Goldstone ha dichiarato alla radio dell’esercito israeliano che, senza suo padre “questo rapporto poteva più duro e pericoloso per Israele”. Da Oltre Confine, n.33 - Newsletter settimanale del Dipartimento Esteri del PdCI.

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all’approvazione del Rapporto Goldstone non poteva mancare l’Italia, che si conferma così tra i più fedeli alleati di Israele e degli USA nell’UE9. LE REAZIONI. La pubblicazione del Rapporto Goldstone è stata foriera di aspre polemiche. La reazione di Israele, condannato tra l’altro per aver ostacolato10 la raccolta delle prove utili all’inchiesta11, è stata durissima e sprezzante: l’inchiesta è stata definita come una vera e propria “ricompensa al terrorismo”12 e un insormontabile ostacolo al processo di pace. Israele ha denunciato, assieme all’alleato statunitense, l’esistenza di errori e lacune nel Rapporto. A questa notizia il giudice Goldstone ha risposto: “Sto ancora aspettando di sentire dove siano i difetti (…) Non ho dubbi che la maggioranza delle critiche venga da qualcuno che non ha nemmeno letto il rapporto”13. Non c’è da stupirsi del fatto che due paesi come Israele e Stati Uniti, che da tempo propongono la modifica delle leggi internazionali a tutela delle popolazioni civili nelle aree di conflitto, sostenendo l’impossibilità di distinzione tra belligeranti e civili nelle “nuove” guerre “asimmetriche” che impegnano gli eserciti occidentali, siano insorti contro un Rapporto che condanna la distruzione indiscriminata di centri abitati e lo sterminio di centinaia di persone inermi. Il “collaborazionista”Abu Mazen, presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese, ha accolto con grande freddezza il Rapporto Goldstone puntando a farne slittare la presentazione14. Solo in seguito alle aspre critiche degli altri partiti e alla pressione dell’opinione pubblica palestinese ha cambiato idea e dato risalto ai risultati dell’indagine. L’FPLP (Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina) ed altre forze di sinistra hanno denunciato il tentativo di rinvio della diffusione del Rapporto sui crimini di guerra a Gaza da parte dell’ANP, definendolo “un’azione ingiustificabile che va di pari passo con gli interessi degli Stati Uniti e delle forze di occupazione e tradisce la lotta del nostro popolo e tutti quelli che l’hanno sostenuta”. Pur sottolineando criticamente come il Rapporto Goldstone non abbia dato netta distinzione tra resistenza e occupazione, porgendo il fianco alla criminalizzazione di chi combatte contro Israele, l’FPLP ha sottolineato che il rapporto commissionato dall’ONU rappresenta “una notevole opportunità di portare gli ufficiali occupanti davanti alla giustizia presso corti internazionali per i loro costanti crimini di guerra contro il popolo palestinese - crimini che continuano giorno per giorno con il devastante assedio”.

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Il rapporto è stato approvato con 25 voti a favore, 11 astenuti e sei contrari: Italia, Stati Uniti, Olanda, Ungheria, Slovacchia, Ucraina. 10 La Missione ha sottoposto al Governo israeliano, all’Autorità Nazionale Palestinese e alle autorità di Gaza una lista di domande in modo da poter completare la sua ricerca ed analisi sui fatti. Ha ricevuto risposta dall’ANP e dalle autorità di Gaza ma non da Israele. Per accedere alla Striscia di Gaza i membri della Missione si sono rivolti in un primo momento alle autorità israeliane; dopo diversi tentativi falliti hanno infine girato la richiesta al Governo dell'Egitto e vi sono giunti attraverso il valico di Rafah. Ma i politici israeliani non sono soli: “Stando all'Ansa, il 68 per cento degli israeliani è contrario alla costituzione di una commissione d'inchiesta che indaghi sui crimini commessi dalla macchina militare israeliana nella Striscia di Gaza, come richiesto dall'inchiesta Onu presieduta dal giudice sudafricano Richard Goldstone”. Cfr. http://snipurl.com/tfj5v 11 Cfr. Risoluzione S-9/L.1. 12 Da “Il Manifesto” del 17 ottobre 2009 Crimini di guerra a Gaza. «Sì» al rapporto Goldstone, Israele sotto accusa all'Onu. Ora potrebbe attivarsi la Corte penale internazionale di M. Giorgio. 13 Cfr. www.arabmonitor.info/news/dettaglio.php?idnews=28694&lang=it 14 E. Campofreda su http://carlogiuliani.fr/rifondazione-comunista/?p=90

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Vediamo ora i punti principali della relazione della Missione di inchiesta sulle operazioni militari condotte a Gaza tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 200915, guidata dall'Alto Commissariato per i Diritti Umani, concernenti i crimini d’Israele16. EMBARGO. Il processo di isola-mento economico e politico imposto da Israele a Gaza (chiusura dei confini per persone, beni e servizi per interi giorni, taglio degli approvvigionamenti di acqua ed elettricità) ha duramente colpito l’economia della Striscia, in particolare a causa del restringimento dell’area di pesca e delle aree destinate ad attività agricole ed industriali. In tale situazione, è diventato praticamente impossibile rimediare ai danni causati dalle operazioni militari. Lo Stato di Israele è stato assolutamente manchevole nel garantire (come previsto dalla Quarta Convenzione di Ginevra) la possibilità della popolazione di soddisfare i propri bisogni primari (ad esempio a procurarsi cibo, attrezzature sanitarie, etc). SGUARDO D’INSIEME SULLE OPERAZIONI MILITARI. Nell’operazione “Piombo Fuso” sono stati impegnati i corpi israeliani della marina (con tanto di bombardamento delle coste di Gaza durante le operazioni), dell’aeronautica (attacco aereo di una settimana, dal 27 dicembre al 3 gennaio e copertura delle forze di terra dal 3 al 18 gennaio 2009) e dell’esercito (invasione di terra, iniziata il 3 gennaio 2009, le truppe sono entrate a Gaza da nord e da est). Sono state impiegate le brigate Golani, Givati e i Paracadutisti, più cinque brigate di corpi blindati. In queste operazioni militari hanno perso la vita 1.457 persone di cui 1.444 palestinesi e 13 israeliani, 4 dei quali a causa del fuoco amico. Anche se l’orrore e la tragicità di una vicenda non può essere quantificato semplicemente guardando i numeri, la sproporzione tra i morti nei due schieramenti non può non far riflettere sulla strategia di sterminio adottata da Israele. Durante gli attacchi israeliani sono stati colpite (senza lanciare alcun allarme precauzionale che potesse incoraggiare i residenti ad abbandonare l’area di pericolo) zone densamente abitate, ospedali, ambulanze, moschee; contrariamente a quanto sostenuto dalle forze di occupazione, il Rapporto Goldstone sottolinea come non ci sia alcuna prova che in quei luoghi si nascondessero armi o munizioni. La Missione dell'ONU ha analizzato in particolare questi attacchi, considerandoli quelli in cui maggiormente si evidenziava la volontà di colpire obbiettivi civili e fare vittime indiscriminatamente:

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“La Missione ha inoltre tenuto in considerazione le questioni sviluppatesi dopo la fine delle operazioni militari che costituiscono continue violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, e che sono conseguenza delle operazioni militari, fino al 31 luglio 2009”. 16 Per saperne di più vedi www.resistenze.org/sito/te/po/pa/popa9l27-005764.htm

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– il 15 gennaio il compound dell’UNRWA (in cui si erano rifugiati 600-700 civili e che conteneva un deposito di carburante) a Gaza City è stato bombardato con munizioni ad alto contenuto di esplosivo e con il fosforo bianco. L’esercito israeliano ha continuato l’attacco per più ore nonostante fosse stato avvisato dei rischi esistenti. - Senza lanciare alcun allarme che ne avrebbe consentito l’evacuazione, il 15 gennaio è stato bombardato con granate al fosforo l’ospedale Al-Quds di Gaza City e l’adiacente deposito di ambulanze. - L’ospedale Al Wafa (che accoglie pazienti bisognosi di cure a lungo termine e feriti particolarmente gravi) è stato oggetto di ripetuti attacchi distruttivi. - L’esercito israeliano ha lanciato almeno quattro granate a Jabalya, vicino alla scuola dell’UNRWA, al tempo utilizzata come rifugio per più di 1.300 persone (una granata è atterrata nel giardino di una casa, uccidendo undici persone. Le altre tre sono atterrate su al-Fakhura Street, uccidendo almeno altre ventiquattro persone e ferendone quaranta). - Durante la preghiera della sera un missile israeliano ha colpito una moschea uccidendo 15 persone, altre 5 sono state ammazzate mentre erano riunite per una veglia funebre. Moltissimi attacchi riportati nel Rapporto sono avvenuti in momenti in cui l’esercito israeliano aveva pieno controllo dell’area ed era precedentemente entrato in contatto con, o aveva almeno osservato, le persone che ha poi attaccato; era dunque consapevole del loro status di civili e ha scelto di colpirle intenzionalmente, così come sono stati colpiti e distrutti intenzionalmente impianti idrici, zone industriali e case17. LE ARMI UTILIZZATE. Molte delle armi utilizzate durante l’operazione “Piombo Fuso” sono vietate dalle convenzioni internazionali (in particolare in zone densamente abitate). Sono stati impiegati a Gaza il fosforo bianco e i missili flechette18. Nel Rapporto si segnala anche che sono state impiegate con tutta probabilità anche munizioni DIME (Dense inert metal explosive)19 e bombe a grappolo. Ci sono consistenti prove che siano state utilizzate anche munizioni

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L’UNDP riporta un numero di case distrutte pari a 3.354 e di 11.112 danneggiate. I missili flechette sono un’arma incapace di identificare gli obiettivi dopo la detonazione pertanto particolarmente inadatti all’utilizzo in aree urbane 19 Si tratta di bombe ad effetto “mirato” che hanno il potere di distruggere ogni cosa nel raggio di soli 4 metri e per un metro di altezza dal suolo. Proiettano schegge e polveri di tungsteno ad elevato potere incendiario che provocano ustioni e sono in grado di frantumare le ossa. Le vittime di bombe DIME presentano spesso amputazioni degli arti inferiori e ustioni gravissime sulla parte inferiore del corpo. A lungo termine queste armi avranno sui sopravvissuti un effetto cancerogeno. Inglobare schegge o respirare micropolveri di tungsteno, metallo pesante, non potrà che provocare, nella popolazione che vive nei dintorni, un aumento della frequenza di insorgenze tumorali. Cfr. http://staff.polito.it/massimo.zucchetti/Nuovearmi.pdf (Comitato scienziati/e contro la guerra) 18

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all’uranio impoverito20, che contaminano in maniera irreversibile acque e terreni, come è accaduto in Kosovo, e sono all’origine di nuove malattie e malformazioni dei neonati. CIVILI PALESTINESI COME “SCUDI UMANI”. La Missione dell'ONU ha accertato casi in cui uomini palestinesi sono stati bendati ed ammanettati per essere poi forzati ad entrare, precedendo i soldati israeliani, in case dove si sospettava potessero essere nascosti membri della Resistenza. Sono stati utilizzati dunque come veri e propri scudi umani, e l’uso di scudi umani è un crimine di guerra. CONDIZIONE DEI PALESTI-NESI DETENUTI DURANTE LE OPERAZIONI MILITARI. La Missione ha accertato che le forze armate israeliane hanno effettuato veri e propri rastrellamenti, radunato e detenuto un alto numero di civili all’interno di case e spazi aperti a Gaza o nelle prigioni israeliane21. In nessuno dei casi esaminati è stato riscontrato che i palestinesi tenuti in cattività possedessero armi né potessero in alcun modo rappresentare una minaccia per i soldati. Gli uomini, le donne, i bambini catturati sono stati detenuti in condizioni degradanti, senza tenere in alcun conto i loro diritti processuali, privati di cibo, acqua e accesso a strutture sanitarie ed esposti alle intemperie di gennaio senza alcun riparo. Gli uomini sono stati ammanettati, bendati e continuamente fatti spogliare, a volte denudati e umiliati, durante la detenzione. Questo abuso continuo e sistematico, già inaccettabile nei confronti di resistenti in armi che legittimamente combattono per la loro terra e la loro libertà, diviene ancor più insopportabile quando è rivolto a bambini e persone indifese, assolutamente incolpevoli e più fragili fisicamente e psicologicamente. CONCLUSIONI. Le conclusioni alle quali è giunta la Missione in merito alle operazioni militari condotte dall’esercito israeliano riguardano sia gli effetti che le intenzioni che hanno presupposto gli attacchi condotti in quella forma e quantità. Per quanto riguarda gli effetti, nel Rapporto Goldstone è evidenziato come, in seguito a “Piombo Fuso”, sia aumentata nella Striscia di Gaza l’insicurezza alimentare e sia cresciuto il livello di sottosviluppo, magrezza e anemia nei bambini. La distruzione intenzionale di molte infrastrutture (ad esempio il pozzo di Namar e gli impianti di trattamento dell’acqua) hanno peggiorato le già difficili condizioni igienico-sanitarie (già prima delle operazioni militari, l’80% dell’acqua fornita a Gaza non rispettava gli standard di acqua potabile dell’OMS). Sebbene non sia ancora possibile stabilirne il numero preciso, un'alta percentuale di palestinesi riporterà disabilità permanenti in seguito a “Piombo Fuso”, nel Rapporto si prevede anche un 20

È il materiale di scarto del processo di arricchimento dell’uranio. Negli anni '60, l'esercito USA iniziò ad interessarsi all'uso dell'uranio impoverito (DU) perché è estremamente denso, piroforico (capace di accendersi spontaneamente) e facile da reperire a basso costo e in grandi quantità. Un contatto diretto e prolungato con munizioni o corazzature al DU può causare effetti clinici nefasti. Tuttavia, l'uranio impoverito giunge al suo massimo potenziale di causare danni quando frammenti o polveri di DU penetrano nel corpo. La tossicità chimica del DU rappresenta la fonte di rischio più alta a breve termine, ma la radioattività del DU può causare seri problemi clinici nel lungo periodo (anni o decenni dopo l'esposizione). Il rischio sembra essere minore per i soldati sottoposti a brevi inalazioni di DU, ma la situazione potrebbe essere diversa nel caso della popolazione. L’uranio lasciato sul campo di battaglia viene lentamente trasportato dal vento e respirato, ed il fall-out può contaminare le falde acquifere ed entrare nella catena alimentare. Frammenti o particelle di DU entrati nel corpo anche attraverso ferite possono provocare gravi patologie anni o decenni dopo l'esposizione comprendenti danni al fegato o ai reni; immunodepressione; cancro osseo, ai polmoni e ad altri organi; leucemia; decadimento dei tessuti; anemia; danni genetici; sterilità e difetti neonatali. Cfr. www.uranioimpoverito.it 21 Secondo le stime israeliane aggiornate al 1° giugno 2009, ci sono circa 8.100 “prigionieri politici” palestinesi detenuti in Israele, inclusi 60 donne e 390 bambini. In realtà, secondo altre fonti, sembra che il numero sia da aumentare a circa 11.000.

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sostanziale aumento del numero di individui che soffrono di problemi di salute mentale. Per quanto riguarda la negazione del diritto all’infanzia e allo studio, alle difficoltà di apprendimento dei bambini dovute a sindromi da shock post-traumatico (si calcola che sia almeno il 20% dei casi), si aggiunge la distruzione di 280 scuole ed asili. L’intento del Governo di Israele risulta essere stato, secondo il Rapporto, quello di privare scientemente e sistematicamente la popolazione della Striscia di Gaza del proprio sostentamento, di infliggere punizioni collettive alla popolazione ricorrendo a torture, imprigionamenti e rappresaglie (“distruggere 100 case per ogni razzo lanciato”), di uccidere in maniera indiscriminata civili, anche quando chiaramente identificati come tali. Dopo aver privato, in maniera persecutoria, i palestinesi dei mezzi per il loro sostentamento, di lavoro, case e acqua, Israele ha commesso un ulteriore crimine, negando loro la libertà di movimento e il diritto ad entrare e uscire dal proprio paese, trasformando così Gaza, a tutti gli effetti, in un campo di sterminio. E infine ha impedito in ogni modo l'elaborazione del Rapporto Goldstone e la sua diffusione, interna e internazionale, negando ai palestinesi persino il riconoscimento della verità e la memoria.

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Se non c'è tregua in Palestina, non diamo tregua all'occupante Ricordando “Piombo Fuso” Qualche mese dopo il sanguinoso attacco israeliano “Inverno Caldo”, Il 16 giugno 2008 Hamas e Israele firmano una tregua di sei mesi, che formalmente dovrebbe portare alla sospensione di tutti i reciproci attacchi e alla fine dell'embargo di Gaza. Nonostante la “tregua”, però, decine di palestinesi vengono uccisi, fra questi sia capi politici che civili, e l'embargo continua pressoché ininterrottamente. Come se non bastasse, il 4 novembre l’esercito israeliano attacca la Striscia, provocando 5 morti e causando la risposta di Hamas con il lancio di razzi verso il nemico. Strumentalmente, solo questo ultimo episodio viene reso pubblico e usato come pretesto per attaccare apertamente e massicciamente il popolo della Striscia. La responsabilità della fine della tregua viene quindi attribuita solo ed esclusivamente al fronte palestinese, anche se in realtà gli attacchi dell'esercito israeliano e le occupazioni di terre da parte dei coloni non si sono mai arrestati. Il 27 dicembre 2008, dopo un conflitto a bassa intensità, volto allo sfinimento della popolazione di Gaza, per spingere Hamas a una reazione impropria, o per fargli perdere consenso popolare, lo Stato d'Israele fa partire l'aggressione vera e propria, denominata “Piombo fuso”. Questa operazione si contraddistingue da subito per la sua ferocia, per la sistematica violazione delle norme in materia di diritti umani e per l'enorme numero di vittime tra le fila dei palestinesi: per più di ventuno giorni, fino al 17 gennaio 2009, la striscia di Gaza è bombardata incessantemente dai caccia israeliani. A questa prima “pioggia di morte” segue, il 3 gennaio 2009, il successivo ingresso via terra dell'esercito di Israele e dei suoi cingolati che, non meno indiscriminatamente delle bombe, seminano morte e distruzione. Nonostante ciò, in ogni fase dell'aggressione, il popolo palestinese e le sue organizzazioni di resistenza rispondono al nemico sionista con tutti i mezzi a loro disposizione, cercando di difendere la vita della propria gente, dando al mondo intero una lezione di dignità e coraggio. In un'intervista fatta durante l'ultima fase dell'attacco a Gaza, un portavoce dell'FPLP, organizzazione in prima fila nella resistenza all'esercito invasore, arriverà a dire: “Questa è la definizione della nostra unità nazionale: lotta all'occupante e ai suoi crimini, difesa del nostro popolo e dei nostri diritti”22.

L'inarrestabile pax burocratico-militare di Israele Con il “cessate il fuoco” i media internazionali spengono i riflettori, concludono i servizi dicendo 22

Intervista a un portavoce del FPLP realizzata dall'agenzia di stampa Ma'an il 17/01/09 (http://snipurl.com/tfrms)

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che finalmente in Palestina è tornata la “pace”. Tutto insomma torna come prima del 27 dicembre, al massimo ci sarà qualche casa distrutta in più, però almeno la guerra è finita. Questo è quello che dicono. Ma come si vive davvero in Palestina in tempo di “pace”? La maggior parte dei palestinesi non ha mai conosciuto la pace: da più di sessant'anni questo popolo subisce una ferocissima occupazione da parte dell'esercito israeliano. Ciò che qui in Occidente chiamiamo “pace” è per i palestinesi un continuo assedio fatto di soprusi, ghettizzazione, disoccupazione, povertà e divieti di qualsiasi tipo (di libera circolazione, di espressione, di unificazione familiare23); mentre è per l'oppressore sionista un continuo allargamento dei propri confini. Non passa giorno senza che in Palestina l'esercito demolisca o confischi case e terreni da cedere poi ai coloni israeliani, senza che cessino arresti di massa e attentati mirati contro chiunque cerchi di opporsi a questo processo di vera e propria pulizia etnica, sempre accompagnata dal progressivo strangolamento della già martoriata economia palestinese. Si vive letteralmente rinchiusi in piccoli lembi parcellizzati di territorio, francobolli della terra che gli spetterebbe, divisi tra loro da una costellazione di “check point” militari o da nuove colonie israeliane invalicabili. I palestinesi, ridotti alla fame dall'embargo e da tutto ciò che questo provoca, cercano di sopravvivere, ostacolati continuamente da una fittissima rete di certificati di proprietà, burocrazie, controlli continui, posti di blocco militari, ripetute minacce e pressioni ad andare via dalla propria terra, documenti di residenza e permessi negati24. Inoltre le colonie israeliane sono sempre più frequentemente collegate tra loro da “strade esclusive” (by-pass), vietate ai palestinesi e che tagliano in piccoli segmenti, moderni “bantustan”, il già diviso territorio sotto occupazione.

Gaza e la Cisgiordania: due lager per un popolo Un cenno a parte merita la vera e propria segregazione che in forme diverse riguarda sia i palestinesi nella Striscia di Gaza (trasformata in una “prigione a cielo aperto”), che quelli in Cisgiordania. Per questi ultimi la reclusione è rappresentata dalla costruzione del cosiddetto “muro della vergogna”, un complesso di “barriere di separazione”, trincee, porte elettroniche, lungo ben 700km. Un'opera che per brutalità ed enormità non ha forse paragoni storici. Il muro è una ferita costante che attraversa la Palestina ricordandole in maniera così evidente la divisione materiale a cui è soggetta e come ai propri figli-sotto-occupazione sia resa impossibile la benché minima libera circolazione. Per i palestinesi diventa praticamente impossibile andare a lavoro, andare nei propri 23

Che, comunque, per i palestinesi, non è un diritto acquisito e basato sul fondamentale diritto di famiglia, ma uno “speciale atto di benevolenza delle autorità israeliane” (da Palestinian Academic Society for the Study of International Affarirs). 24 Tutte le questioni riguardanti la residenza dei palestinesi sono soggette ad approvazione israeliana.

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luoghi di culto, a scuola, dalla propria famiglia o in ospedale e frequentissimi sono i morti a causa di “ritardato trattamento medico” (per essere stati fermati ad un posto di blocco). È importante sottolineare anche come l'imprigionamento della popolazione di Gaza sia materialmente sostenuto dall'Unione Europea, Italia in primis, come dimostra il presidio permanente dei Carabinieri al valico egizio-palestinese di Rafah, stanziato lì per assicurare per conto di Israele che gli abitanti della Striscia non possano né uscire, né ricevere aiuti dall'esterno: se morire di malattie curabili a causa della mancanza di medicinali fa parte della quotidianità delle genti palestinesi dobbiamo ringraziare anche i “nostri ragazzi dell'Arma”.

Società israeliana è esercito israeliano Così come è difficile effettuare una netta distinzione tra civili e esercito all'interno dello Stato di Israele, è quasi impossibile separare anche il potere statale e quello militare. Indizi illuminanti sulla natura dello stato di Israele sono proprio la composizione dell'esercito e il ruolo che esso ha all'interno della società sionista. La società israeliana è fortemente determinata dal potere dell'esercito grazie alla sistematica militarizzazione che permea l'esistenza dei cittadini di Israele per tutto il corso della loro vita. La propaganda militarista mira a una sorta di “normalizzazione” dello stato di conflitto che crea il terreno ideale per poi poter mettere in pratica senza ostacoli le proprie strategie. Inoltre, a causa dello status di occupante, ogni cittadino di Israele si è impadronito di una terra che non gli appartiene e dunque anche soltanto per questo ha già sferrato un attacco contro i palestinesi e i loro diritti. “L'occupazione stessa è un atto di aggressione. Il nostro popolo ha il diritto di resistere, in qualità di popolo sotto occupazione”25. A causa di questa continua “formazione alle armi” quasi tutti i cittadini di Israele sono potenziali soldati su cui l'esercito può fare affidamento in caso di necessità. Ogni israeliano è spinto a considerarsi un colono in armi, pronto a “difendere” il proprio sopruso dalle legittime rivendicazioni palestinesi e a reputare scontata un'eventuale partecipazione a operazioni belliche contro i territori non ancora in mano allo stato sionista (partecipazione che per larghissima parte di loro effettivamente avviene o attraverso l'arruolamento obbligatorio nell'esercito regolare o attraverso l'inserimento in gruppi paramilitari costituiti dai coloni). Da questo punto di vista, è evidente la continuità tra politiche del governo israeliano e le azioni violente portate avanti direttamente dai coloni; questa dialettica tra le due diverse facce dell'oppressione è spesso strumentalmente utilizzata da Israele per far avanzare in ogni caso l'espropriazione delle terre, davanti ai sempre troppo benevolenti occhi dell'opinione pubblica internazionale. L'espropriazione è presentata dalla propaganda sionista ora in forma “legale” (quando condotta attraverso l'esercito), ora in modo “illegale” (facendo fare il lavoro sporco direttamente ai coloni e magari fingendo di osteggiarli). Un altro esempio di questo “binomio” civile-militare, è la politica di progressivo sradicamento degli alberi dei palestinesi e il continuo “tiro al bersaglio” contro i pescatori che vanno in mare o contro i contadini che lavorano la propria terra vicino al confine, ad opera di cecchini israeliani con o senza uniforme. Più in generale, in Israele la separazione tra potere politico e militare è sostanzialmente inesistente: cosa del resto scontata in uno stato occupante e in perenne conflitto. Si possono trovare altri riscontri di questa sovrapposizione nel fatto che moltissimi compiti tendono sempre più ad essere demandati ai militari (controlli, sorveglianza, polizia e burocrazia nei territori 25

Comunicato FPLP 19/01/09 (http://snipurl.com/tfrms)

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occupati ecc..) e nel fatto che tutti i premier e gli uomini politici di spicco dello Stato israeliano vengono dalle fila dell'esercito, portando spesso in dote una lunghissima carriera fatta di massacri, bombardamenti e centinaia di vite palestinesi spezzate. Questo curriculum intriso di sangue è in Israele un elemento di merito, testimonia se si sia riusciti o meno a “tenere a bada” gli arabi (e quindi a condurre efficacemente l'occupazione). “Certamente l'attacco è legato alle elezioni israeliane, serve a sostenere l'immagine del partito Kadima ed in particolare di Livni e Barak, sulle spalle e col sangue di più di 1.000 morti palestinesi. Che questo sia un fattore dirimente e positivo in queste elezioni la dice lunga sulla natura di Israele e del sionismo”26, come afferma durante un'intervista un portavoce del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina. Tutto questo ci mostra il vero volto di Israele. Israele è uno stato illegittimo che da decenni esercita contro il popolo palestinese una delle occupazioni più violente che la storia ricordi: uno Stato che lavora dal 1948 per l'eliminazione sistematica dei palestinesi. Al di là delle migliaia di vite umane spezzate dall'esercito sionista, dai coloni o dall'embargo, è quasi impossibile trovare palestinesi che non siano già diventati profughi, che non siano imprigionati nelle durissime carceri israeliane o che non siano segregati in piccolissime zone militarizzate all'interno di quel che resta del loro territorio. Inserite in questo orizzonte di guerra e occupazione perenne, le operazioni come “Piombo Fuso” devono necessariamente essere stragi dai numeri spaventosi nelle quali lo sterminio dei palestinesi tocca le sue punte di efferatezza. Per lo stato israeliano rappresentano solo periodiche fasi in cui si reputa necessario un salto di qualità e quantità rispetto alle quotidiane violenze sioniste contro la Striscia di Gaza e la resistenza popolare. Di fronte a questa occupazione pluridecennale non ha senso parlare di “periodi di pace” o di “tregua”: come può infatti esserci pace tra una potentissima nazione che, spalleggiata dagli Stati Uniti e dai paesi imperialisti europei, opprime e martirizza un popolo a cui viene negato qualsiasi tipo di diritto e di possibilità? Quando si parla di “pace” in Medio Oriente non si può che intendere uno stillicidio, una quotidiana e violenta occupazione. Quando c'è la “pace” in Medio Oriente vuol dire che Israele non ha bisogno di scatenare il suo esercito in operazioni massicce per continuare a esercitare il proprio dominio. La “tregua” soddisfa la necessità di sicurezza e stabilità dello Stato di Israele che continua però a “combattere” i palestinesi con la “guerra di tutti i giorni”. “Non abbandoneremo mai i nostri diritti fondamentali a resistere, a difendere il nostro popolo, al ritorno, all'autodeterminazione ed alla sovranità in nome di una cosiddetta "tregua", che è esattamente ciò che Israele desidera”27. Risulta evidente come il popolo palestinese e le sue diverse formazioni di resistenza abbiano il pieno diritto (e la necessità, data dalla volontà di sopravvivere) di esercitare e portare avanti la propria resistenza contro l'invasore sionista come eroicamente fanno da più di sessant'anni. “Il diritto di un popolo che patisce l'occupazione a resistere in tutti i modi, inclusa la lotta armata, è un diritto fondamentale ed inviolabile, e non permetteremo che i nostri diritti siano liquidati”28. Può esistere Israele senza guerra? Ma se Israele è tutto questo, non può esistere Israele senza “Piombo fuso”, né senza la continua opera di genocidio contro il popolo palestinese. È ottuso o tuttalpiù strumentale chiedere “la pace in Medio Oriente” in maniera del tutto avulsa dalla concreta realtà del popolo palestinese e delle 26

Intervista a un portavoce del FPLP realizzata dall'agenzia di stampa Ma'an il 17/01/09 (http://snipurl.com/tfrms) ibidem 28 ibidem 27

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sue condizioni di vita: non può che voler dire sperare nella stabilizzazione del regime di occupazione. Non può esserci pace fra la vittima e il suo carnefice, finché non vi è giustizia. Finché ci sarà Israele, uno stato militare a base etnico-confessionale, la Palestina resterà una terra divisa e martoriata e a migliaia di profughi verrà negato per sempre il diritto al ritorno. Per noi gli unici presupposti della pace in Palestina non possono che essere la fine dell'occupazione israeliana, il riconoscimento al popolo palestinese dei più elementari diritti e la possibilità di creare uno stato libero su tutta la Palestina storica. “Non accetteremo mai niente che sia meno di una fine totale dell'occupazione della terra palestinese e del suo popolo”29. È impossibile pretendere che un intero popolo oppresso continui ad essere decimato e a subire un genocidio costante senza aspettare che si ribelli con forza al suo oppressore.

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Comunicato delle BAAM, braccio militare del FPLP, 10/01/09 (http://snipurl.com/tfrms)

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- scheda 1 -

Cronologia dell'operazione “Piombo Fuso” L'operazione militare, fra le più dure condotte dall'esercito israeliano, è durata poco più di tre settimane, dal 27 dicembre 2008 al 17 gennaio 2009. 27 dicembre L'attacco comincia alle 11:30, ed è subito di un'incredibile violenza. Nel primo giorno di bombardamenti vengono stimati circa 300 morti (dai media palestinesi il 27 dicembre viene ricordato come “Il Sabato nero del massacro”- il giorno con più caduti palestinesi nei 60 anni di conflitto). I feriti vengono stimati da fonti mediche palestinesi in circa 700; vengono colpiti tutti gli edifici della pubblica amministrazione e delle forze dell'ordine30. Vergognose le reazioni dei Governi occidentali, che non condannano Israele, lasciandole sostanzialmente carta bianca. 28 dicembre 240 sono gli obiettivi colpiti dall'aviazione israeliana, tra i quali caserme, supposte zone di lancio di razzi e interi quartieri. Colpita anche l'Università Islamica di Gaza nei cui laboratori, secondo l'intelligence israeliana, avveniva la messa a punto di armi, ed alcuni moli del porto. Da subito in tutti i paesi del mondo e soprattutto in quelli arabi si sviluppa un movimento spontaneo di solidarietà contro l'attacco israeliano. 29 dicembre Il bilancio delle vittime palestinesi dall'inizio delle ostilità sale a 340. I morti di Israele sono 4, la cui metà a causa del loro stesso “fuoco amico”. L'incredibile sproporzione delle vittime resterà fino alla fine delle operazioni, sistematicamente occultata dai media. 31 dicembre Raid di Israele uccidono diverse figure di rilievo di Hamas, legittimamente al governo della Striscia dopo regolari elezioni. Continuano ad essere bloccate tutte le vie di fuga per i civili e vengono distrutti interi quartieri31. 1 gennaio Capodanno nella Striscia: mentre il mondo festeggia, i bombardamenti israeliani centrano diversi ministeri, un edificio del Parlamento e i tunnel destinati, secondo Israele, al contrabbando di armi, in realtà utilizzati in modo massiccio per l'approvvigionamento di beni di prima necessità. Ucciso un capo di Hamas, Nizar Rayan. Continuano le manifestazioni di protesta contro l'attacco sionista. 2 gennaio Israele permette agli stranieri di lasciare la Striscia. Continuano i bombardamenti sulla popolazione civile, 400 sono i morti. Si intensificano i bombardamenti per “sgombrare” l'area prima

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Cfr. http://snipurl.com/tfcze Cfr. http://snipurl.com/tfd1l

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dell'occupazione della Striscia. Nel frattempo i media giustificano l'invasione di terra con l'obbiettivo di farla finita con il lancio dei razzi. 3 gennaio Mezzi di artiglieria, stanziati a poche centinaia di metri dal confine con Gaza, preannunciano un'azione di terra. Il sistema sanitario della Striscia è al collasso e non riesce più a far fronte al grandissimo numero di feriti. 250.000 palestinesi vivono senza l'elettricità mentre l'acqua corrente è disponibile a intermittenza. Essendo stato colpito il principale canale fognario gli scoli invadono le strade. In serata le truppe israeliane penetrano con carri e mezzi blindati di vario tipo all'interno della Striscia di Gaza da tre punti diversi, e danno inizio ai primi scontri a fuoco32. 4 gennaio Le forze speciali dello Stato d'Israele penetrano fin nella zona urbana periferica di Gaza, in particolare nella frequentata area commerciale, uccidendo anche molti civili. L'esercito conferma la morte del suo primo soldato, cosa che viene riportata con clamore da tutti i media, quasi dimentichi invece dell'ecatombe palestinese. 63 i palestinesi uccisi in 24 ore, il bilancio sale a 512. 5 gennaio La città di Gaza è totalmente accerchiata dalle forze armate israeliane, mentre violenti scontri si sviluppano a Dayr al-Balah e Bureyj, nella zona centrale della Striscia. Il britannico Times denuncia l'uso di bombe al fosforo bianco33 da parte dell'esercito israeliano. I blindati avanzano, scoppiano violenti combattimenti a Gaza City. 6 gennaio Un raid israeliano colpisce una scuola adibita a rifugio per civili, dalla quale si riteneva fossero partiti lanci di razzi. Il numero delle vittime è stimato essere di circa 40 morti, e i feriti circa 50. Non è verificata la presenza di resistenti sul luogo34. 7 gennaio Il governo israeliano concede una tregua di tre ore al giorno per consentire l'apertura di un corridoio umanitario. In quelle tre ore però vincoli di ogni genere imposti dall'IDF impediscono la fluida circolazione dei feriti gravi e dei beni di prima necessità. 8 gennaio Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU chiede finalmente un immediato cessate il fuoco e il ritiro delle truppe israeliane, con 14 dei 15 Stati membri a sostegno della risoluzione e un'astensione (Stati Uniti). Israele respinge la richiesta, e va avanti con attacchi sempre più duri. Nella settimana fra l'8 e il 15, nonostante le mobilitazioni internazionali, l'offensiva non si ferma: sono oltre mille i morti palestinesi. Il Venezuela dimostrerà la sua solidarietà al popolo palestinese espellendo l'ambasciatore israeliano. Anche Cuba denuncerà fortemente la criminale politica sionista. 15 gennaio Probabilmente in risposta ai continui, anche se blandi, richiami dell'ONU, l'artiglieria israeliana colpisce la sede dell'Unrwa, l'agenzia per i rifugiati palestinesi dell'Onu35. 32

Cfr. http://snipurl.com/tfd3z Cfr. www.timesonline.co.uk/tol/news/world/middle_east/article5447590.ece 34 Cfr. http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/7814054.stm 33

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17 gennaio Nella serata il gabinetto di sicurezza dello Stato di Israele annuncia un "cessate il fuoco" unilaterale nella Striscia di Gaza, precisando di aver realizzato e superato gli obiettivi prefissati dell'Operazione Piombo fuso. L'esercito però non abbandona il territorio di Gaza36. Anche dopo la proclamazione della tregua Israele ha ucciso un ragazzo palestinese e ferito un altro a Khan Yunis, dove delle navi da guerra hanno cannoneggiato uno spazio aperto; a est di Gaza e a Jabalia elicotteri hanno lanciato bombe al fosforo bianco su un quartiere residenziale.

Sintesi dei numeri dell'operazione “Piombo Fuso” Il rapporto Goldstone indicherà in 1.444 le vittime palestinesi, di cui 410 bambini. I feriti, fra cui parecchi sono in condizioni gravissime, sono circa 5.300. Da parte israeliana si calcolano invece 13 vittime, di cui 3 civili, 4 uccisi dagli stessi israeliani, e quasi 200 i feriti. Non è solo il numero dei morti e dei feriti a indicare una terribile sproporzione fra israeliani e palestinesi. Sono anche le condizioni materiali di vita, lo stato delle case, delle strade etc. 80.000 sono infatti i palestinesi rimasti senza casa a causa del conflitto. Tra le proprietà distrutte anche molti uliveti e campi coltivati; saltati anche tutti i collegamenti far quartieri e città. Prime stime valutano in 4.000 il numero delle abitazioni completamente distrutte (a cui va ad aggiungersi un numero imprecisato di case danneggiate), oltre a 1500 fabbriche e ben 20 moschee. Dei 1.444 Palestinesi uccisi durante l’operazione “Piombo Fuso” a Gaza, si calcola che soltanto 235 (poco più del 17%) erano effettivamente combattenti, uccisi con le armi in pugno. Ferma restando la legittimità della resistenza armata palestinese (legittimità riconosciuta peraltro dal diritto internazionale, che prevede la possibilità per un popolo attaccato sul suo territorio di resistere con le armi all'aggressione), bisogna notare che nell'83% dei casi i palestinesi massacrati nella Striscia di Gaza erano civili assolutamente inoffensivi. Uno ogni tre/quattro morti è un bambino, molti sono anche i vecchi e le donne. La volontà di sterminio della popolazione palestinese da parte dello Stato sionista, al di là della sua retorica, delle blande dichiarazioni dell'ONU, della menzogna dei Governi occidentali, è dimostrata dai fatti.

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Cfr. www.amnesty.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1965 http://snipurl.com/tfcz9

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- scheda 2 -

CANCELLATE IL NOME DI MIO NONNO A YAD VASHEM di Jean-Moïse Braitberg, scrittore pubblicato su «Le Monde» il 28 gennaio 2009

Signor Presidente dello Stato d’Israele, le scrivo chiedendole d’intervenire presso chi ne ha competenza perché venga tolto dal Memoriale di Yad Vashem, dedicato alla memoria degli ebrei vittime del nazismo, il nome di mio nonno, Moshe Braitberg, gasato a Treblinka nel 1943, come pure quelli degli altri membri della mia famiglia, deportati e morti in diversi campi di sterminio nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale. Le chiedo di accogliere la mia richiesta, signor presidente, perché quello che è accaduto a Gaza e, più in generale, la sorte imposta da sessant’anni al popolo arabo di Palestina squalifica ai miei occhi Israele come centro della memoria del male fatto agli ebrei, e quindi a tutta l’umanità. Fin dall’infanzia ho vissuto nell’ambiente dei sopravvissuti ai campi della morte. Ho visto i numeri tatuati sulle braccia, ho sentito il racconto delle torture; ho conosciuto lutti indicibili e ho condiviso i loro incubi. Mi hanno insegnato che questi crimini non devono più accadere; che mai più un uomo, per il fatto di appartenere a un’etnia o a una religione ne disprezzi un altro, faccia strame dei suoi diritti più elementari che sono una vita degna nella sicurezza, l’assenza di ostacoli e la luce, per quanto lontana, di un avvenire di serenità e prosperità. Ora, signor presidente, io osservo che malgrado molte decine di risoluzioni approvate dalla comunità internazionale, malgrado l’evidenza lampante dell’ingiustizia fatta al popolo palestinese dal 1948, malgrado le speranze nate a Oslo e malgrado il riconoscimento del diritto degli ebrei israeliani a vivere in pace e sicurezza più volte riaffermato dall’Autorità palestinese, le uniche risposte dei governi che si sono succeduti nel suo paese sono state la violenza, il sangue versato, la segregazione, i controlli incessanti, la colonizzazione, le spoliazioni. Lei mi dirà, signor presidente, che è legittimo, per il suo paese, difendersi contro chi lancia razzi su Israele, o contro i kamikaze che portano via con loro numerose vite israeliane innocenti. A questo io le risponderò che il mio sentimento di umanità non cambia in base alla cittadinanza delle vittime. Viceversa, signor presidente, lei dirige i destini di un paese che pretende, non solo di rappresentare tutti gli ebrei, ma anche la memoria di coloro che furono vittime del nazismo. È questo che mi riguarda e mi è insopportabile. Conservando nel Memoriale di Yad Vashem, nel cuore dello Stato ebraico, il nome dei miei cari, il suo Stato tiene prigioniera la mia memoria familiare dietro il filo spinato del sionismo per renderlo ostaggio di una sedicente autorità morale che commette ogni giorno l’abominio che è la negazione della giustizia. Dunque, la prego, tolga il nome di mio nonno dal santuario dedicato alle crudeltà inflitte agli ebrei affinché non giustifichi più quelle inflitte ai palestinesi. Voglia gradire, signor presidente, i sensi della mia rispettosa considerazione.

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- scheda 3 -

I numeri dell'esercito israeliano (Israel Defense Forces)

Basta ricordare pochi dati noti a tutti per far capire quanto lo Stato israeliano sia profondamente militarizzato, quanto le sue istituzioni siano gestite da soldati o ex-soldati, quanto in Israele sia difficile distinguere nettamente fra civili e militari. La propaganda di sostegno dell'esercito è dovunque, dai mezzi di comunicazione alle istituzioni scolastiche; la presenza di pattuglie di soldati armati è ossessiva. I ragazzi son costretti sin da giovani ad un'educazione fortemente nazionalista, e vengono disciplinati a funzionare per la “difesa” dello stato sionista. In Israele, diversamente che in tutti gli Stati occidentali, la leva è obbligatoria per uomini e donne e dura ben 32 mesi (24 per le donne). I coscritti al servizio militare non possono rifiutare: chi rigetta la chiamata alle armi vede sottoposto il proprio caso ad una commissione che, se scelta l'obiezione di coscienza, potrà decidere la detenzione amministrativa per diversi mesi dell’imputato37. I refusnik, i ragazzi che rifiutano di partecipare ad attività offensive nei Territori Occupati, vengono considerati come dei traditori ed emarginati. Il fenomeno viene fatto scomparire dai media. Il sogno di molti altri ragazzi è invece di partecipare ai Fighters, i gruppi di assalto che “perlustrano” i territori palestinesi. Anche perché la carriera nell'esercito, anche per chi svolge funzioni “intellettuali”, di intelligence, propaganda e coordinamento, è garantita e ben remunerata. 2,5 milioni su 7 milioni di abitanti sono arruolabili o assegnabili alle unità di riserva dell'Esercito, della Marina, dell'Aviazione, della Polizia, delle Guardie frontiera, dei Servizi segreti, o sono comunque direttamente coinvolti nelle forze paramilitari dei coloni, nell'industria militare, nei laboratori di ricerca scientifica. 186.500, fra uomini e donne, sono soldati effettivi. 445.000 sono i riservisti sempre pronti ad intervenire entro 24 ore in caso di necessità (triplicando quindi il numero di soldati)38. L'8,9 % del Pil israeliano (una cifra abnorme, se pensiamo che i Paesi europei, i più armati del mondo dopo USA, Cina e Russia, spendono mediamente il 2%), è utilizzato per sostenere le spese dell'IDF. L'IDF conta su 15 divisioni suddivise in 76 brigate, 3.500 carri armati, 10.000 mezzi blindati vari per trasporto truppe e 1.300 pezzi d'artiglieria. AVIAZIONE: 798 aerei da combattimento, 79 aerei da trasporto e 302 elicotteri. MARINA: 5 sottomarini, 17 navi da combattimento e 33 pattugliatori IL GENIO MILITARE ISRAELIANO, diviso in 2 unità: La Yahalom Unit è una unità di élite delle forze armate israeliane e si occupa di esplosivi ed ha compiti di ricognizione, manutenzione, costruzione e demolizione delle vie di comunicazione.

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Il 13 ottobre 2009 decine di diplomandi hanno spedito una lettera a Netanyahu in cui annunciavano il loro rifiuto ad arruolarsi nell’IDF (Cfr. http://snipurl.com/tfcmq) 38 Cfr. http://www.inss.org.il/upload/(FILE)1206270841.pdf

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L'Atomic, Biological, Chemical Warfare Center è l'unità che si occupa della guerra batteriologica, chimica o nucleare39. 40 Israele possiede anche una serie di testate nucleari di cui non si è mai saputo il numero preciso . L'IDF è tra gli eserciti più quantitativamente e qualitativamente forniti al mondo. Non solo può contare su un numero enorme di effettivi per azioni di terra e di occupazione secondo modalità “classiche”, ma possiede armi e sistemi informatici e di spionaggio molto avanzati (alcuni di origine americana, altri frutto delle convenzioni tra le aziende israeliane a molte delle aziende produttrici di armi nel 41

mondo ). Si pensi ai fucili di assalto M4, agli aerei F16 Falcon , ai F15 Eagle, agli elicotteri Apache, agli aerei spia senza pilota. Il 29 dicembre 2008 è nato "idfnadesk"- il canale ufficiale IDF in cui sono filmate molte delle azioni condotte a Gaza durante l'operazione Piombo Fuso. Un vero e proprio canale di propaganda che omette del tutto le sofferenze della guerra e glorifica il ruolo delle forze armate. Un vero spot per galvanizzare e obnubilare la popolazione israeliana, e spaventare i resistenti palestinesi mostrando i muscoli. Ecco quali sono le armi e le pratiche utilizzate dall'IDF42. Oltre alle bombe e agli esplosivi ad alto potenziale convenzionali, l'attività dell'esercito israeliano include anche tipologie di azione non convenzionali. Vediamone alcune, accertate anche dal rapporto Goldstone: - Proiettili e bombe al fosforo. Durante l’invasione via terra, i carri armati usavano sfondare le mura delle case con proiettili ordinari per poi far fuoco al loro interno con proiettili al fosforo. È un modo per scatenare terribili incendi nelle strutture, terrorizzare civili e resistenti, fare il maggior numero di morti e feriti senza rischiare i propri militari. - Uso di bombe pesanti. Numerose vittime mostrano amputazioni tipiche delle bombe DIME. Queste ferite sono facilmente riconoscibili perché i moncherini non sanguinano ed il taglio è netto, a ghigliottina. Provocano atroci sofferenze e colpiscono ad ampio raggio, coinvolgendo i civili. - Bombe ad implosione e bunker-buster. Penetrano fino nei sotterranei degli edifici, distruggendoli dalle fondamenta, e rendendo pressoché inutili i rifugi antiaerei. Sono state utilizzate in diverse occasioni (emblematico il bombardamento dell'Università di Gaza durante “Piombo Fuso”: un palazzo di otto piani fu ridotto in pochi detriti).

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Cfr. http://www.globalsecurity.org/military/world/israel/army-equipment.htm Secondo l’ex presidente Usa Jimmy Carter sarebbero 150. Cfr. http://snipurl.com/tfcm8 41 Elenco delle aziende italiane che collaborano con l’economia di guerra israeliana: www.forumpalestina.org/news/2008/Ottobre08/Aziendeitaliane/AziendeItaliane.htm 42 Cfr. http://www.forumpalestina.org/news/2009/Febbraio09/26-02-09FeriteGaza.htm 40

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- Uso di uranio impoverito per dopare i propellenti43. L'uranio impoverito, usato dall'esercito statunitense, ha giĂ  dimostrato i suoi effetti nefasti durante la guerra del Kosovo. Oltre a provocare gravissime ferite, genera un aumento esponenziale di tumori, e la distruzione e l'inquinamento dei territori su cui viene utilizzato. - Esecuzioni mirate e di massa. Ăˆ stato accertato che l'esercito israeliana ha consapevolmente messo piĂš volte in atto sia esecuzioni mirati contro obbiettivi specifici (capi politici e militari della resistenza palestinese), sia esecuzioni di massa, come la fucilazione sul campo dei resistenti o lo sterminio di intere famiglie sulla soglia delle loro case. - Bombardamento di ambulanze, strutture sanitarie e religiose. Durante l'operazione Piombo Fuso furono almeno 13 le ambulanze oggetto di sparatorie. Furono colpiti anche diversi ospedali, e strutture religiose e assistenziali, al solo scopo di demolire la resistenza e fiaccare il morale della popolazione civile44.

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Cfr. http://www.paginedidifesa.it/2009/termentini_090114.html Cfr. http://www.lists.peacelink.it/ecologia/2009/02/msg00063.html

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- scheda 4 -

L'uso del fosforo bianco nella Striscia di Gaza Usare artiglieria pesante e fosforo bianco in un'area urbana densamente popolata e sostenere poi che i civili sono stati uccisi per errore è oltraggioso e immorale Dichiarazione del 22 gennaio 2009 di un veterano dei corpi di artiglieria dell'esercito israeliano, membro fondatore di Breaking the Silence45

Nel dicembre dell'anno scorso Gaza è stata illuminata a festa da strisce bianche e luminose che attraversavano il suo cielo rischiarandolo a giorno46. Per l’organizzazione dello spettacolo, trasmesso da tutte le televisioni del mondo, dobbiamo ringraziare l’esercito israeliano. Guardati in alto, quei giochi di luce sembravano fantastici e innocui, ma giù sulla terra l’incanto si trasformava in orrore. Il fosforo bianco è infatti un’arma micidiale, che penetra rapidamente attraverso i tessuti, li brucia, li corrode, provoca la necrosi delle ossa. Il calore sviluppato porta alla completa distruzione dei tessuti: la reazione del fosforo termina infatti solo con l’esaurirsi totale della sostanza organica. Il contatto con gli occhi causa, nella quasi totalità dei casi, danni irreversibili, fino alla totale cecità. La penetrazione nel fosforo nell’organismo genera danni gravi a fegato, reni, cuore47. Il fosforo bianco è vietato praticamente da sempre (fin dai primi del Novecento) e praticamente da sempre utilizzato in guerra: l’esercito USA ne ha fatto uso nel Pacifico, in Vietnam, e recentissimamente in Iraq e in Afghanistan. Fu utilizzato anche da Saddam Hussein contro il popolo curdo, e da Israele nell’attacco contro Hezbollah in Libano, nel 200648, e ancora a Gaza nel 2008. Sia nel caso del Libano che della Palestina, il Governo israeliano ha prima negato e poi ammesso di aver utilizzato il fosforo bianco, sottolineando che però la sostanza era stata impiegata secondo gli “usi consentiti” dalle convenzioni internazionali. L’uso consentito, perché potenzialmente poco dannoso, è di illuminare o di creare una cortina fumogena atta a nascondere le proprie truppe49. 45

Per leggere la sua lettera aperta vai a: http://snipurl.com/tfcq5 Cfr. video della BBC sui bombardamenti su Gaza: http://snipurl.com/tfcpf 47 Cfr. due video di Al- Jazeera sulle conseguenze dei bombardamenti: http://snipurl.com/tfcpm e http://snipurl.com/tfcpr 48 Il New Weapons Research Committee denuncia che “si sta ripetendo nella Striscia ciò che è già avvenuto in Libano nel 2006, quando lo stato israeliano utilizzò nel conflitto contro l'organizzazione sciita Hezbollah il fosforo bianco, il Dense inert metal explosive (DIME) e gli ordigni termobarici, tre tipologie di strumenti di offesa riconoscibili per le caratteristiche delle ferite che provocano, nonché le bombe a grappolo e i proiettili all'uranio, che hanno lasciato tuttora sul terreno nel Paese dei cedri tracce di radioattività e ordigni inesplosi”. 49 Il fosforo bianco è vietato dal Trattato di Ginevra del 1980 nelle aree popolate di civili. Il protocollo III limita l'uso degli ordigni incendiari, ad esempio il napalm, agli obiettivi militari, li vieta assolutamente in zone dove sono presenti civili. Bisogna notare che né Israele, né gli Usa, hanno ratificato il protocollo III. Nel 1997 una convenzione dell'agenzia OPCW (organizzazione per la proibizione delle armi chimiche), promossa dall'Onu per affrontare queste problematiche, firmata anche dagli Stati Uniti, vieta l'uso, la produzione, lo sviluppo e lo stoccaggio delle armi chimiche. Definisce “arma chimica” ogni sostanza che attraverso un processo chimico provoca in modo indiscriminato la morte, l'inabilità temporanea o definitiva, di uomini e animali. L'agente chimico Fosforo Bianco usato in modo 46

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La striscia di Gaza è una delle zone più densamente popolate del mondo (circa 3.900 abitanti per Kmq) e, soprattutto nel periodo degli attacchi, è praticamente impossibile uscirne. Bombardarla con il fosforo bianco50 significa trasformarla in una vera e propria trappola per topi (e non si tratta di una semplice metafora: il fosforo bianco viene usato anche nei veleni per topi, per provocare emorragie interne). Significa intimorire e fiaccare la resistenza e la popolazione civile, lasciando feriti e cadaveri orrendamente bruciati, fare il maggior numero di vittime per “pulire l'area”. Significa, in altre parole, avere il chiaro intento di sterminare i palestinesi, e di rendere i superstiti un popolo di ciechi, storpi, mutilati.

Altri link: - www.oltrelemura.com/armichimiche.htm - www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=6904 - www.paginedidifesa.it/2005/termentini_051129.html Testata giornalistica di politica internazionale e della Difesa: “Fosforo bianco, attenzione a come si usa” - www.rainews24.rai.it/ran24/inchiesta/fosforo.asp inchiesta di Rai News 24 sull'utilizzo del fosforo bianco da parte dell'esercito USA in Iraq

massiccio in zone dove sono presenti civili, può ovviamente essere considerato “arma chimica”. Nel 1998 il Codice Penale Internazionale adottato con il Trattato di Roma stabilisce che “L’uso del fosforo bianco costituisce arma chimica e proibita laddove sia sistematicamente e volontariamente utilizzato per arrecare grandi sofferenze o gravi danni all’integrità fisica o alla salute delle persone siano esse militari che civili” (Art. 7 Crimini contro l’umanità; Art. 8 Crimini di guerra). 50 Nessun obbiettivo è stato risparmiato: il 15 gennaio sono stati colpiti col fosforo bianco l'ospedale Al-Quds di Gaza City e l'agenzia dell'Onu per i rifugiati.

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- scheda 5 -

Gaza, giugno 2007 - giugno 2009: due anni di assedio51 Pochi dati possono farci rendere conto delle incredibili sofferenze della popolazione della Striscia, e farci invalidare molti luoghi comuni creati ad arte dai media per sostenere Israele. Le informazioni seguenti, reperite dalle ricerche delle Nazioni Unite, ci fanno rendere conto della lenta morte che i sionisti impongono ai legittimi abitanti di quelle terre. Quando Israele fece evacuare i coloni che avevano ingiustamente occupato la Striscia, fu solo per poterla definitivamente gestire, attuando nei suoi confronti politiche da assedio. Nessuna resistenza sarà mai ingiustificata contro tanto dolore.

La limitazione degli approvvigionamenti - A Gaza non è concesso il libero ingresso delle merci. Gli israeliani hanno fissato una quantità di beni che è stimata del 25% in ingresso rispetto ai reali bisogni della popolazione. Si tratta, approssimativamente di 2.500 tir che possono entrare ogni mese, contro i circa 10.400 che transitavano prima del giugno 2007. In altri termini vuol dire che quel poco che prima si aveva pro capite, adesso va ulteriormente diviso in quattro. - Forniture di gasolio a cui è consentito l'ingresso a Gaza, in relazione al fabbisogno: 65% (2,2 milioni di litri alla settimana contro i 3,5 necessari per produrre elettricità). - Durata media dell'interruzione nell'erogazione di energia elettrica a Gaza: 5 ore al giorno. Questo provoca l'impossibilità dello sviluppo dell'industria e dei commerci, consegnando la Stricia alla fame e al sottosviluppo. Ma rende impossibile anche la vita civile, la gestione degli ospedali, l'accesso alle reti informatica, le operazioni di governo del territorio. - Sono 28.000 le persone senza accesso all'acqua corrente nella sola Gaza a causa delle politiche israeliane di approvvigionamento.

Le dichiarazioni e i fatti - Il Governo israeliano non ha stilato un elenco dei beni alimentari che hanno il “permesso” di entrare a Gaza: la tipologia è illimitata, in via teorica può entrare ogni bene. Di fatto, però, l'elenco esiste: solo 18 beni alimentari di prima necessità possono entrare a Gaza; il resto è distrutto o rimandato indietro. Si può facilmente immaginare quanto questa scelta incida sul regime alimentare della popolazione, provocando denutrizione e malattie. - La Conferenza dei Donatori ha dichiarato, nel marzo 2009, che avrebbe destinato ben 4,5 miliardi di dollari per gli aiuti alla ricostruzione della Striscia. Peccato che non siano autorizzati a entrare a Gaza materiali per l'edilizia. Di fatto tutti gli edifici distrutti durante “Piombo Fuso” sono ancora inutilizzabili, e le macerie ingombrano le strade. La popolazione vive in ricoveri di fortuna o all'addiaccio.

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Articolo dell’11 giugno 2009: http://dgibril-abdelghami.blogspot.com/

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Qualche esempio del sistematico impedimento allo sviluppo economico e culturale - Nel 2007, al momento di imposizione del blocco, il tasso di disoccupazione a Gaza era già altissimo: il 30% della popolazione abile al lavoro. Nel 2008 era già del 40%. Dopo “Piombo Fuso” si suppone che questo tasso sia aumentato. - L'esercito israeliano consente l'ingresso della margarina in piccole confezioni singole, ma non quello della margarina stoccata in grandi contenitori perché potrebbe essere usata per l'industria (per esempio dalle aziende alimentari, producendo così posti di lavoro, e diffondendo un minimo di benessere) - Il Governo israeliano ha recentemente chiarito l'interpretazione restrittiva al provvedimento del 22 marzo 2009, con il quale autorizzava l'ingresso senza limitazioni di rifornimenti alimentari all'interno di Gaza. Il Governo “non intende rimuovere le restrizioni imposte precedentemente all'entrata di cibo e rifornimenti in Gaza”. Traduzione: le forniture alimentari continuano ad essere limitate, anche quattro mesi dopo la fine delle operazioni militari di “Piombo Fuso”. - Tra prodotti alimentari il cui ingresso a Gaza è vietato figurano: Halva (dolce a base di pasta di semola), il tè e i succhi di frutta. - Tra i beni non alimentari il cui ingresso a Gaza è vietato figurano anche: palloni da calcio, chitarre, carta, inchiostro.

Un popolo in trappola - Numero di giorni in cui il valico di Rafah è stato aperto per un traffico regolare: zero - Numero di persone che ogni mese non è in grado di attraversare Rafah: 39.000 - Criterio per il passaggio al valico di Erez: casi umanitari eccezionali

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- scheda 6 -

Infermità mentale e tossicodipendenza a Gaza Il processo di distruzione sistematica di un popolo ha tanti volti. Il clima di violenza assoluta che caratterizza la striscia di Gaza, i soprusi continui in tempo di “pace” e i bombardamenti in tempo di “guerra”, stanno provocando sui palestinesi danni psicologici probabilmente irreversibili. Secondo i volontari di molte associazioni che operano a Gaza, soprattutto tra i più deboli, le donne e i bambini, si è verificata una radicalizzazione e un incremento del disagio psicologico e della patologia mentale: “L’assoluta privazione della libertà ha annientato le persone, privandole dei loro ruoli all’interno e all’esterno della famiglia: i padri non lavorano più, i genitori non possono garantire ai figli protezione, educazione e un minimo di prospettive per il futuro, e i bambini nascono e crescono pensando che la vita sia fatta di guerra, incursioni notturne, pipì a letto, e soldati armati che ti rincorrono”52. A Gaza, ridotta ad una prigione a cielo aperto, tutti gli ambiti della vita quotidiana sono stati travolti e sconvolti. La relazione tra l’assedio imposto da Israele53 e i danni psicologici che ne derivano è stata oggetto di un convegno dal titolo “L'assedio e la salute mentale, Muri contro ponti”54. Dai lavori di questa conferenza (tenuta nell'ottobre del 2008, ben prima dell'operazione “Piombo Fuso”) è risultato che: - il 51% dei minori non ha più la voglia di partecipare ad alcuna attività; - il 47% non è più in grado di eseguire i compiti scolastici; - il 41% avverte dolori fisici; - il 48% si sente debole a causa della malnutrizione; - il 61% è costantemente in stato di tensione e paura; - il 43% soffre di insonnia; - il 63% ha frequentemente degli incubi. Inoltre, il 40% dei bambini non frequenta la scuola, mentre il 50% di quelli che la frequentano ha problemi di concentrazione e di applicazione. Ancora, nell’ultimo anno c’è stato in Palestina il più alto numero di suicidi e tentativi di suicidio di sempre (in media tre al giorno), in particolare nella striscia di Gaza (6 morti e 95 tentativi, in maggioranza donne tra i 16 e i 45 anni appartenenti alle classi più disagiate)55. 52

Da un’intervista a Federica Cecchini, psicologa e psicoterapeuta italiana, che opera come volontaria nella Striscia di Gaza. 53 Invece per quanto concerne Israele e in particolare il suo Ministro della Difesa - ha notato Uri Avnery, giornalista e pacifista israeliano - si può certamente parlare del disordine socio-patologico di “infermità mentale morale”…. http://snipurl.com/tfcud 54 Il convegno, al quale hanno partecipano molti specialisti - psichiatri e accademici - sia palestinesi sia stranieri, è stato promosso dal GCMHP (Gaza Community Mental Health Program) e dall'Organizzazione mondiale della Sanità. Si è tenuto nell’ottobre del 2008 nella sede del centro Culturale Rashid ash-Shawa di Gaza. Il convegno ha avuto luogo non senza difficoltà: l’esercito israeliano ha diffuso la falsa notizia che la Conferenza sarebbe stata organizzata da Hamas, ed ha, con questo pretesto, proibito a oltre 100 ricercatori e specialisti stranieri di entrare a Gaza attraverso il valico di Beit Hanoun (Erez), costringendoli a ripiegare in Cisgiordania e da lì intervenire in videoconferenza. Cfr. www.infopal.it/leggi.php?id=9282 e www.gcmhp.net 55 Report redatto dall’ufficio Ricerca e Pianificazione della polizia di Ramallah - http://snipurl.com/tfcvq . Fafel Abu

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Insomma, oltre alle mutilazioni e alle ferite fisiche, Israele ha inferto al popolo palestinese profondissime ferite psicologiche. E proprio come non è possibile stabilire nettamente il confine tra guerra e pace o libertà e prigionia, diviene sempre più difficile immaginare per gli abitanti della Striscia la distinzione tra equilibrio e trauma. Sessant’anni di conflitto e di occupazione non hanno soltanto impedito ai bambini palestinesi di condurre una vita normale, li hanno resi adulti vulnerabili e fragili: come in ogni galera anche a Gaza si è diffusa la dipendenza da droghe e psicofarmaci, dipendenza che si è fortemente radicalizzata negli ultimi mesi. Secondo Eyad Serraj, direttore del Gaza Community Mental Health Program, i casi di dipendenza da antidolorifici e oppiacei nella Striscia sono in forte crescita. Particolarmente diffusi sono il Toradol, un antidolorifico simile alla morfina (che provoca dunque forte assuefazione), il Valium, lo Xanax56 e il tramadolo57. “Gli abitanti, fiaccati anche nell’animo dal perdurare dell’assedio, spesso ricorrono a questa scorciatoia per alleviare ansia e paura. Si tratta di un meccanismo di autodifesa patologico”58. Peculiare è il caso di Abu, 45enne disoccupato59 padre di dieci figli. Durante “Piombo Fuso” ha iniziato a divorare pasticche di analgesico: “Naturalmente ci tieni ai tuoi figli ma [assumendo questo farmaco] ti dimentichi di te stesso” ha spiegato. “Ti senti meno spaventato”60. Fuori da Gaza la situazione non è purtroppo molto differente: molti bambini e insegnanti sono costretti ad alzarsi alle 4 del mattino per arrivare in orario a scuola, attraversando a piedi i check point. Alcuni di loro assumono eccitanti per restare svegli durante il giorno e poi tranquillanti alla sera per potersi addormentare. “Molte donne poi - spiega Diala Husseini direttrice del centro sociale e scuola materna La Torre del Fenicottero - si drogano senza esserne consapevoli, arrivando ad assumere quotidianamente fino a 90 dosi di medicinali di vario tipo, tranquillanti, aspirine, antidolorifici, ecc., che hanno effetti collaterali micidiali […] Tutto ciò avviene sotto gli occhi indifferenti della polizia e dell'esercito israeliano, che non effettuano controlli né sugli spacciatori che trafficano nelle strade né sulle farmacie che vendono farmaci senza ricetta”61.

Hein, professore di psicologia dell’Al Aqsa University e Direttore del Training Center for Crisis Management in Gaza, dice: «L’assedio israeliano ha un impatto su ogni aspetto della vita dei palestinesi. Si sono chiusi in se stessi e non sono in capaci di comunicare con il mondo esterno. Non possono viaggiare, sposarsi, completare un percorso scolastico e comprare beni di prima necessità dall’esterno. Dopo l’imponente campagna militare di Israele a Gaza lo sorso dicembre 2008-gennaio 2009, i palestinesi vedono solo distruzione, si sentono abbandonati, incapaci di fare qualcosa. Sono così disperati al punto di desiderare di morire». 56 I farmaci vengono contrabbandati in grandi quantità attraverso i tunnel clandestini tra Gaza e l’Egitto, con il beneplacito dell’esercito israeliano. 57 Il tramadolo è un potente analgesico dagli effetti narcotici. Una singola dose da 200 mg lascia i consumatori sedati per gran parte della giornata. Il tempo sembra scorrere più veloce: un paziente lo ha paragonato a una “coperta che avvolge interamente il tuo corpo” dove i problemi non vengono risolti ma il “volume viene abbassato di una tacca”. Ha un effetto simile agli antidolorifici oppiacei, come la petidina e induce sonnolenza, la perdita delle inibizioni e un senso di benessere. Ci si abitua da subito al farmaco e i pazienti hanno bisogno di dosi sempre maggiori per ottenere lo stesso effetto. Coloro che ne abusano dicono di dimenticare gran parte della giornata. Cfr. http://snipurl.com/tfcup 58 Cfr. http://amisnet.org/agenzia/2009/11/09/gaza-evadere-dallassedio-grazie-agli-psicofarmaci/ 59 Come circa 100mila altri abitanti di Gaza, Abu ha perso il lavoro quando Israele ha imposto il blocco. La disoccupazione, terminate le operazioni legate a “Piombo Fuso”, continua ad essere del 45%. 60 Cfr. http://snipurl.com/tfcv5 Traduzione di Valeria Nanni per Osservatorio Iraq. 61 Cfr. http://snipurl.com/tfcvb

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Ma non solo. Israele ha un accordo con il Ministero degli Affari Sociali per cui a ogni persona che dimostra, attraverso delle analisi, di essere tossicodipendente, viene dato un sussidio mensile di 3000 sheckel (circa 500€). Molti padri dai 30 ai 45 anni, costretti dalle privazioni e dal tasso di disoccupazione crescente, pur di garantire la sopravvivenza della propria famiglia arrivano a fare consapevolmente questo tipo di scelta autodistruttiva (con le conseguenze che possiamo facilmente immaginare: danni per la salute, violenze in famiglia, sui figli e sulle mogli, etc.)62. Si cerca di sfuggire attraverso psicofarmaci e droghe non solo all’isolamento soffocante di Gaza, ma anche alle miserie dei campi profughi e ai continui soprusi e difficoltà della vita da palestinese a Gerusalemme. “Gerusalemme ha la più alta concentrazione mondiale di persone che hanno avuto o hanno problemi di dipendenza da cocaina ed eroina”, racconta Shain Hussuei dell'associazione Naji, un'ONG palestinese che si occupa di tossicodipendenze. “Ovviamente il dato è riferito alla popolazione araba, dove tra tossici ed ex-tossici arriviamo a contare 15mila casi. La situazione tende a peggiorare e l’età del primo buco o della prima sniffata si è abbassata notevolmente: nel 2001 l’età media era 18 anni mentre nel 2004 è stata di soli 10 anni. Questa accelerazione è drammatica e nessuno fa nulla per fermarla”63. Anzi! I militari israeliani, così solerti nell’arrestare un padre di famiglia che sta andando a lavorare solo perché non ha tutti i documenti in regola, lasciano che il traffico e lo spaccio di droga continui indisturbato64, perché è “meglio un branco di persone intontite dalle droghe che un gruppo di cittadini che protesta in piazza per i propri diritti”65. Le droghe si presentano ai palestinesi come una fuga da un contesto tragico, come un'immediata risposta alla miseria e al lutto della loro condizione. In realtà sono sistematicamente utilizzate, come già successo in altre parti del mondo, come potente strumento di controllo sociale, per cercare di indebolire la Resistenza, per fiaccare le forze fisiche e morali di chi lotta contro l’oppressione, rendendolo ricattabile e vulnerabile. Da questo punto di vista, queste parole scritte quarant'anni fa da un altro popolo in lotta sono attualissime: “Abbiamo sviluppato in noi un complesso di evasione dalla realtà. Questo complesso di evasione è autodistruttivo (…) L���oppressore ci incoraggia a partecipare ad ogni attività che sia autodistruttiva (…) Indebolendoci, dividendoci e distruggendoci, le droghe accrescono la forza dell’oppressore e gli consentono di perpetuare il suo dominio. Fino a quando i giovani (…) se ne staranno sugli angoli delle strade a sonnecchiare sotto l’effetto di una dose di eroina, non dovranno temere che noi riusciamo a ingaggiare un’efficace lotta di liberazione. Finché i nostri giovani fratelli e le nostre giovani sorelle non faranno altro che andare a caccia di una bustina, di una dose, il dominio dei nostri oppressori resterà saldo, e le nostre speranze di libertà vane”66.

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Cfr. http://snipurl.com/tfcvf Cfr. http://snipurl.com/tfcwf 64 “Gli israeliani non spacciano necessariamente la droga, spesso sono i palestinesi che la spacciano: la droga viene però introdotta dagli israeliani nella parte est di Gerusalemme e spesso diventa non tanto fonte di soldi ma fonte di collaborazione, per cui lo spacciatore o il tossicodipendente viene costretto a raccontare ciò che succede nel quartiere, nelle associazioni, agli amici (…) Gli israeliani fanno in modo che non si abbassi mai la soglia della tossicodipendenza ma anche che non ci siano troppe associazioni che lavorino su questo problema”. Cfr. un’intervista a Marina Pecorelli (ARCI Milano) che si occupa del problema della tossicodipendenza nella zona di Gerusalemme est. http://snipurl.com/tfcvf 65 Cfr. http://it.peacereporter.net/articolo/2076/Lavorare+per+il+futuro 66 Da “La peste. Capitalismo + droga = genocidio” di Michael Cetewavo Tabor. Opuscolo edito dal Black Panthers Party nel 1970. 63

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- scheda 7 -

“Quando c'è occupazione, c'è resistenza. La lotta riprenderà!” Jon Elmer intervista Leila Khaled, del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina Amman - novembre 2009

Leila Khaled aveva 24 anni quando partecipò, nel 1969, al sequestro del volo TWA da Roma ad Atene. Quella fu la prima di una serie di azioni del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) per attirare l'attenzione mondiale sulla causa palestinese. Tutti i passeggeri e l’equipaggio del Boeing 707 rimasero illesi. L'aereo fu fatto esplodere a Damasco, dopo l'atterraggio. L’anno successivo, Khaled cercò di sequestrare un volo della linea aerea israeliana El Al, da Amsterdam a New York, ma non ci riuscì. L'aereo atterrò a Londra, dove l'equipaggio la consegnò alla polizia britannica. Fu liberata successivamente con uno scambio di prigionieri. Denominata "eroina guerrigliera" dalla rivista statunitense Time nel 1970, Khaled è stata espulsa dalla sua casa ad Haifa con la nascita dello Stato d’Israele, quando aveva cinque anni. Appartiene ancora al FPLP, organizzazione marxista-leninista fondata dal medico George Habash, deceduto l'anno scorso ad Amman. Khaled, rappresentante di spicco della sinistra palestinese, è stata intervistata da IPS a casa sua, nella capitale giordana. IPS: Che cosa pensa della Relazione Goldstone sulla guerra a Gaza e dei ritardi con cui è stato esaminato dal Consiglio dei Diritti umani dell'Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) su richiesta del presidente dell'Autorità Nazionale Palestinese (ANP), Mahmoud Abbas? LEILA KHALED: Posticipare il dibattito è un errore politico, un grande errore politico. Non è solo un errore tattico. Vogliamo un’inchiesta completa. Chi ha dato l'ordine di rinviare la discussione? Si tratta niente meno che di un rapporto delle Nazioni Unite. Andava avanti ed indietro da mesi. Lo si dovrebbe accettare senza indugi perché condanna l'invasione e le sue conseguenze, affermando che i criminali di guerra israeliani, politici e militari, dovrebbero essere condotti presso la Corte Penale Internazionale. L'invasione di Gaza non è una novità. Non è la prima volta che subiamo un attacco del genere. Ma ora abbiamo la possibilità di accusare i criminali di guerra.. IPS: Percepisce lo sbocciare di una Intifada (insurrezione popolare palestinese contro l'occupazione israeliana)? Forse una Intifada contro l'ANP? LK: Qualsiasi Intifada deve avere ragioni oggettive. La situazione attuale non è sufficiente per lanciarne una, con tutta questa pressione contro il nostro popolo, sia che venga dalla parte palestinese o dalla parte israeliana. I palestinesi sacrificarono molto nella prima e nella seconda Intifada (una negli anni '80 e la seconda a partire dal 2000), con martiri e prigionieri, con danni alle famiglie, ai loro figli, alle loro proprietà. Oggi abbiamo 11.000 prigionieri nelle carceri israeliane e dietro di loro ci sono 11.000 famiglie.

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Prima di tutto, dobbiamo finirla con le divisioni. Questo darà più potere al nostro popolo. Abbiamo visto che, durante l'invasione a Gaza, le manifestazioni in Cisgiordania furono represse dalla polizia palestinese e non da Israele. Penso che una Intifada non sia imminente. IPS: Che posizione hanno l'FPLP e la sinistra palestinese in generale, di fronte alla divisione fra Hamas e Fatah? La sinistra è, chiaramente, in uno dei momenti di minore popolarità della sua storia. LK: Gli accordi di Oslo sono stati un punto di svolta nella lotta palestinese. Parte del nostro popolo appoggiava i negoziati con Israele. Credevano che ne potessero derivare l’indipendenza e la creazione dello Stato. Ma dopo anni senza ottenere nulla, il popolo ha capito che i negoziati non avrebbero portato benefici. Così scoppiò la seconda Intifada.. La sinistra risultò colpita per quel motivo e le nostre divisioni ci indebolirono. Abbiamo cercato per anni di costruire un fronte unito con un programma di resistenza. Se ci riusciremo, si creerà una terza linea. Dai mezzi di comunicazione ascoltiamo solo di Fatah e Hamas, ma la realtà non è così. Ciò indebolisce tutta la situazione. Nello specifico, l'FPLP affronta molte sfide. Il nostro segretario generale, Abu Ali Mustafa, fu assassinato. Ahmed Saadat è stato imprigionato. Molti dei nostri quadri sono stati arrestati o uccisi per mano israeliana. Questo ci ha indebolito. IPS: Saadat disse nel 2003 che Israele approfittava della Intifada per spezzare la schiena all'FPLP attraverso omicidi ed arresti, perché percepiva una minaccia in quella organizzazione, ma anche perché si era molto indebolita politicamente negli anni '90. LK: Mustafa fu assassinato perché disse che l'FPLP doveva resistere e non fare concessioni sui diritti palestinesi. Gli israeliani lo compresero molto bene. L'assassinio di Mustafa fu il primo che commisero con un alto dirigente come vittima. Israele sapeva molto bene che l'FPLP era in condizioni di resistere e che il suo programma di resistenza implicava di non negoziare. Sapeva che assassinando o imprigionando i suoi dirigenti avrebbe indebolito il Fronte e così fece. Ma noi siamo in grado di ricostruirci. Abbiamo ancora molto da fare in proposito. Ma la situazione generale, tanto a livello palestinese come a livello arabo, non facilita la resistenza. Indebolisce tutti e non solo l'FPLP. IPS: Che fattibilità ha oggi una lotta armata ed il nuovo paradigma del ghetto? LK: In generale, i popoli trovano sempre metodi di resistenza. Nel 1967, sequestravamo aerei. Poi abbiamo cominciato a lanciare pietre e più tardi gli attentati suicidi, dopo ci siamo fermati. Quando gli israeliani se ne andarono da Gaza, si cominciarono ad usarsi razzi contro Israele, mentre la Cisgiordania seguiva in silenzio. Hai usato la parola "ghetto", ebbene sì, le nostre città lo sono. Sono circondate da insediamenti ebraici, c'è un muro attorno alla Cisgiordania, abbiamo posti di blocco ad ogni loro entrata. Ma il popolo ha trovato metodi di resistenza che neanche io stessa potevo immaginare. Nessuno pensava ad una Intifada con le pietre, né che fossero i bambini a lanciarle. Questo fece nascere molte critiche verso Israele ed un moto di solidarietà verso di noi. Quando c'è occupazione, c'è resistenza, che in ogni periodo adotta nuove forme e nuovi meccanismi. La situazione attuale non può durare a lungo. Il nostro popolo non può accettarla e, inoltre, ha una grande esperienza di lotta. Un giorno, la lotta riprenderà. In che modo, non lo so. Ma sta arrivando. Traduzione dallo spagnolo per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

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Opuscolo Piombo Fuso