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SEMINARIO PEDAGOGIA SPECIALE PROF.SSA CICCANI

Storie di… disabili! Irene, Patrizia, Arturo, Irene…

Noi non ci rendiamo conto di quanto possono essere crudeli gli “innocenti” bambini”. Suona proprio così una frase della storia di Irene, ragazza che scopre la sua disabilità quasi in età matura, i bambini sono persone abbastanza libere e molto spontanee, un bambino che guarda è curioso, non ha intenzione di ferire. Quando ti guardano o ti fanno domande lo fanno in modo disinteressato e non come “noi” adulti, perché in fondo noi non abbiamo il Coraggio di incuriosirci, abbiamo paura che uno sguardo può offendere, ma nessuno si offende se viene guardato… i bambini hanno una grande curiosità. Forse all’inizio nemmeno il disabile si rende conto di questa “innocente” curiosità e si offende per tutti quegli occhi puntati addosso, ma crescendo anche lui cambia e ha più consapevolezza di sé. Come ci racconta la prof.ssa Ciccani da piccola si offendeva se veniva guardata e non accettava il suo essere diversa, ora invece ha più consapevolezza, lo sguardo circospetto degli altri può anche esserci ma lei non lo sente! Ilaria invece al contrario di Patrizia non ha accettato la sua condizione e da la colpa della sua malattia agli altri, la sua domanda insistente è… Perché proprio a me? Solamente quando avrà la consapevolezza di sé smetterà di porsi questa domanda. Ilaria non si è resa conto che se non dai agli altri il potere di ferirti, allora questi non lo faranno. Il genitore però in questo senso non da una mano: dovrebbe spiegare e insegnare il problema al bambino così da non farlo rimanere sorpreso quando incontra una persona “diversa”*1 da lui. Tutto * 1 per diverso non si intende solamente il d isabile, ma ogni persona che incontriamo sul nostro cammino che agli occhi del bambino può destare curiosità.


ciò bisogna farlo con sentimento (e che sia quello buono!) perché, come ben sappiamo, se si è preoccupati, tesi, intimoriti il bambino percepisce queste sensazioni e di conseguenza le riflette e quindi le vive, se invece si è più sereni e coscienti il bambino vive anche in modo più sereno la diversità sua o degli altri. Il cambiamento quindi è: “l’essere consapevole delle capacità che si hanno e quindi dire mi fermo non ce la faccio, sono stanco e non ho la possibilità”; il mondo cambierà piano piano, ma solo diventando consapevoli di quello che siamo ciò può avvenire. Purtroppo possiamo dire che nella relazione con l’altri rilevanti sono i pregiudizi, che non solo sono un elemento cognitivo, ma anche affettivo. Questi pregiudizi arrivano anche sul mondo del lavoro, infatti Arturo *2 (ragazzo cieco) ci racconta che a causa della sua disabilità, l’unica possibilità lavorativa è stata quella del centralinista, lavoro che possiamo definire stereotipato. Il pregiudizio non è nient’altro che un problema culturale! Prima del ’77 non c’era l’integrazione e proprio in questi anni vedono la luce le grandi battaglie da parte dei disabili. La persona diversamente abile non è vista nello stesso modo degli altri infatti Arturo ci spiega che anche un semplice diploma è diverso tra una persona considerata “normale” ed un disabile. Da questo problema può nascere la riflessione: come è vissuta la disabilità nella scuola? Sempre dall'esperienza di Arturo sappiamo che nel ciclo dell'istruzione primaria gli era stata fatta frequentare una scuola speciale, solo alle medie si “rese conto” della sua diversità perché fu inserito nelle scuole “normali”. Non sapeva relazionarsi, ma anche gli altri non sapevano relazionarsi con lui; allora per rompere questa barriera iniziò ad insegnare ai suoi compagni a leggere il braille. Di fondamentale importanza è il rapporto con i genitori; quelli di Arturo non hanno preso bene la sua disabilità: la madre è stata sempre apprensiva, ma nello stesso momento ha fatto in modo che suo figlio facesse molte esperienze lasciandolo fare, il padre invece lasciava libero il suo ragazzo, libero di fare, di diventare…. Un nuovo problema nasce alle superiori quando fu portato in un convitto, come ci dice lui fu una “tragedia familiare”!!! I genitori non volevano lasciarlo perché temevano che non fosse autosufficiente. *2

studente/lavoratore non vedente, laureando nella faco ltà di scien za della formazione presso l’università Ro ma3


Ma in tutto questo non si è preso in considerazione il rapporto che il disabile ha con la sua disabilità: per Arturo questa è vissuta come un suo limite, un suo problema; alle volte invece quando ci si scontra con la disabilità dell’altro si prova pietà con quest’ultimo e ci si sente in colpa, ma questo non deve accadere. Nell’analisi transazionale*3 se il rapporto con l’altro non è ok non si crea il rapporto di fiducia , non nasce la relazione d’aiuto e così facendo il disabile o chiunque altro può sentirsi giudicato o inadatto in quella situazione; può nascere quindi la convinzione che tutto quello che si vive è sempre colpa di qualcuno, della società che non capisce, che non accetta il “diverso”, ma nello stesso momento non si fa niente per essere accettato dalla società. Di impronta completamente diversa è la testimonianza di Irene*4 sembra quasi un grido, una condanna a questa nostra società. Nel raccontare la sua vita l’elemento che rimane più nella mente è l’imbarazzo, quell’imbarazzo che provavano le sue nonne che la facevano uscire solamente quando a Milano c’era la nebbia fitta, perché questa poteva nascondere la sua disabilità. Oggi è cambiato il modo di chiamare il disabile, si parla di diversamente abile, ma l’imbarazzo rimane. Il sogno di Irene era quello di diventare giornalista, ma non gli fu concesso, allora si “sfoga” scrivendo un libro, ma anche qui c’è un attacco verso la società e verso i critici che scrivevano recensioni sui libri, perché si parlava sempre della disabile, ma non del modo di scrivere di quest’ultima. Questo pregiudizio si presenta anche nella scuola. Lei ci dice che nell'ambito scolastico si parla molto di “meritocrazia”, ma i fondo si sa che “molti” hanno più diritti di altri. E' la società stessa che vuole il disabile inscritto alle scuole professionali (anche se a volte non sono portati per quel tipo di scuola tecnica) perché si pensa che sia più semplice per loro affrontare quel tipo di istruzione. Irene parla di eccezionalità: la società vuole persone belle, intelligenti e simpatiche, ma lei ci consiglia di essere noi stessi con i nostri disagi così solo potremmo essere veramente eccezionali. Altro elemento fondamentale per Irene è non abbassare il livello culturale della nostra società, questo abbassamento sarebbe solo deleterio per tutti, ma specialmente per i disabili. Essere uomini e donne di cultura, non significa solo conoscere bene libri e letterature varie, ma significa anche impegno sociale, volontariato, vicinanza, attenzione all'altro, ascolto... tutto * 3 Berne, padre dell’analisi transazionale * 4 Irene Marazzi, autrice del libro “ Il Folle Volo -Marco Tropea Editore-2005”


questo unito ad un cuore sensibile diventa testimonianza e quindi cultura! Tutti i problemi e le paure di cui abbiamo detto sono trattabili nell'ambito della pedagogia speciale il cui interesse principale è nell’azione del “prodotto”, ossia nel risultato che disabile e società (e viceversa) hanno con il mondo del lavoro, dell'istruzione, della cultura. Caterina Castagnacci

seminario pedagogia speciale  

elaborato sul percorso didattico della disciplina