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Storia di Villafranca

Le origini della città La quasi totale l'assenza di reperti archeologici nel Villafranchese - se si escludono gli sporadici ritrovamenti tombali d'età neolitica e soprattutto i grandi blocchi di pietra appartenuti ad un monumento dedicato all'imperatore Tiberio (I sec. d.C.), impiegati nelle fondazioni della torre centrale del castello ma di provenienza sconosciuta - fa ritenere che l'abitato sia realmente di fondazione recente. Villafranca nasce infatti ufficialmente il 9 marzo del 1185, quando il consiglio maggiore di Verona decide la fondazione di un insediamento abitato all'estremità occidentale della Campagna Veronese, ai confini con Mantova. Fu promosso l'arrivo di nuovi abitanti con la promessa di renderli esenti dalla tassazione altrimenti gravante su tutti gli abitanti del contado (è questo il significato etimologico del nome Borgo Libero, ossia Villafranca). Ad ogni colono furono assegnati 33 campi veronesi, di cui uno per la casa e 32 per la terra da coltivare. In gioco era soprattutto la difesa del territorio contro Mantova lungo la direttrice dell'importante arteria già esistente ai tempi di Roma, l'antica via Postumia, in un punto assai strategico per le comunicazioni. Il comune di Verona diede perciò grande importanza militare a Villafranca e qui volle edificare fin da subito una struttura fortificata, mutatasi poi in castello (1243) e infine, sotto gli Scaligeri (1345-1355), nel perno di un sistema difensivo che, insieme alle rocche di Nogarole e di Valeggio, costituiva il cosiddetto Serraglio, una grande muraglia intervallata da torri e fortilizi di cui oggi rimangono soltanto poche tracce. La funzione originaria di avamposto militare si conservò inalterata per tutto il primo periodo della dominazione veneziana (1405-1518). Poi, con l'avvento delle artiglierie e il rifacimento delle fortificazioni avvenute a Verona nei primi decenni del Cinquecento, la situazione a Villafranca mutò radicalmente. La città si trasforma in stazione di posta e di esazione daziaria per i mercanti e i trasportatori che collegano Mantova a Verona, mentre il castello, che già alla fine del Quattrocento ospitava le abitazioni di una piccola comunità ebraica, è concesso in usufrutto a privati. Villafranca e il Risorgimento Villafranca di Verona, una delle pochissime città italiane a vantare un cospicuo primato avuto durante il Risorgimento nazionale sia per la sua posizione geografica che per gli importanti ospiti che si sono avvicendati tra le sue case, le sue strade, i suoi caffè, i suoi alberghi. In


questi giorni la prima città della provincia veronese ricorda un importante evento che la vide protagonista nell’ormai lontano 1859: l’incontro degli imperatori Francesco Giuseppe I e Napoleone III, per concludere una delle più sanguinose compagne militari dell’Ottocento culminata con le battaglie di Solferino e San Martino. Incontro passato alla Storia come la pace di Villafranca e preludio all’unità d’Italia. Il convegno dei sovrani di due delle maggiori nazioni europee avvenne nella calda estate di centocinquanta anni fa e fu la naturale conclusione degli eventi politici che si svolsero nella settimana precedente da quando l’imperatore francese propose a quello austriaco una tregua d’armi giustificata dall’intento di far riposare le truppe e riorganizzare l’armata che tante perdite aveva sofferto nell’ultimo mese. Napoleone III mentiva, sapeva che la guerra non era più seguita, in Francia, con l’entusiasmo iniziale e soprattutto temeva la Prussia, la quale non gradiva che l’Austria, la più importante potenza della Confederazione germanica, fosse umiliata dai francesi ed aveva iniziato la mobilitazione del suo apparato militare verso il Reno, cioè verso la Francia sguarnita del suo esercito impegnato sui campi del Lombardo-Veneto insieme agli alleati piemontesi. L’armistizio fu concluso dai rappresentati dei tre eserciti la mattina dell’8 luglio in una stanza della locanda Tre corone, (odierno palazzo dell’Oviesse) situata nella centrale via di Mezzo, l’attuale corso Vittorio Emanuele, e prevedeva una sospensione delle attività belliche fino al 15 agosto. Dall’8 al 10 luglio molte lettere autografe furono scambiate tra i due sovrani alloggiati nei rispettivi quartieri generali di villa Maffei a Valeggio e palazzo Carli a Verona, portate a gran carriera dai più bei nomi dell’aristocrazia europea nelle quali si chiedeva, tra l’altro, un incontro diretto dei due sovrani con la speranza di trasformare l’armistizio militare in una pace duratura. L’incontro fu accettato. La mattina di lunedì, 11 luglio 1859, poco dopo le sette Napoleone III lasciò Valeggio alla volta di Villafranca accompagnato da tutto il suo stato maggiore, dallo squadrone delle Cento guardie e da uno squadrone di Guide. Quasi contemporaneamente da Verona uscì Francesco Giuseppe anch’egli con il suo stato maggiore e scortato da uno squadrone di Gendarmeria a cavallo e uno di Ulani. Verso le nove i francesi arrivarono a Villafranca e nei pressi della chiesetta di San Giovanni della Paglia i sovrani si salutarono, si strinsero affabilmente la mano e si diressero cavalcando fianco a fianco verso il centro dove furono salutati con deferenza dai rappresentanti comunali Spellini e Zugnoni e poi in via Ghetto, nella casa di Carlo Gandini Bugna appositamente preparata e che l’incontro doveva rendere per sempre celebre. Il colloquio fu molto cordiale, durò poco meno di un’ora, ma non venne redatto alcuno scritto: furono solo fissati verbalmente i preliminari per una imminente pace. Terminato il colloquio e usciti sulla via, Francesco Giuseppe accompagnò Napoleone III sulla strada per Valeggio fino alle ultime case dell’abitato. Qui i due sovrani si salutarono nuovamente e ciascuno riprese la strada dei propri alloggiamenti. Quando si sparse la notizia che il Veneto, in virtù dei preliminari di Villafranca, rimaneva sotto il dominio austriaco la costernazione nei patrioti italiani era al culmine. Ma i più disperati erano i veneti che a migliaia erano espatriati clandestinamente per arruolarsi nell’esercito piemontese o con i Cacciatori delle Alpi agli ordini di Garibaldi e che l’interruzione della guerra, con la liberazione della sola Lombardia, li poneva al bando dei loro focolari domestici. I successivi avvenimenti politico militari, dalla spedizione dei Mille alla proclamazione del regno d’Italia, alla campagna del 1866 che concluse un’epoca, avrebbero solo rimandato di qualche anno l’ambizioso disegno del Cavour elaborato a Plombières con l’imperatore dei francesi in un altrettanto afoso luglio del 1858. (Nazario Barone)


Monumenti Castello. La costruzione del primo nucleo fortificato è collocabile tra il 1199 e il 1202, pochi anni dopo la fondazione di Villafranca. Distrutto durante le guerre contro Mantova, fu ricostruito nel 1243 e rinforzato con torri di guardia. Controllato dal comune di Verona, ospitava una guarnigione al comando di un castellano al soldo della città. Nel corso del Trecento, durante la signoria di Cangrande II della Scala (13451355), il corpo centrale fu rinserrato da una possente cortina muraria intervallata da torri mediane e angolari e circondato da un vallo, al cui interno fu fatto deviare il corso del fiume Tione. Si provvide inoltre a collegare il castello ad un sistema difensivo ancora più ambizioso, il cosiddetto Serraglio, costituito da un muro fortificato che collegava i dintorni di Nogarole Rocca a Valeggio sul Mincio, del quale rimangono attualmente solo frammenti. Perdette in seguito la sua funzione militare e si ridusse a stazione daziaria. I primi interventi di restauro datano al 1890, anno in cui fu apposto anche l'orologio sulla torre principale. All’interno del corpo centrale, lungo il corridoio di accesso, è la piccola chiesa del Cristo Re, che ospita tre grandi tele settecentesche di G.B. Lanceni. Le decorazioni e gli stucchi della sacrestia annessa, con motivi della Passione, risalgono ai primi anni dell’Ottocento.


Oratorio di San Giovanni della Paglia. L’edificio, costruito dall’ordine ospitaliero dei Cavalieri di Malta, risale al XV secolo e sorge probabilmente sul sito di un luogo di culto preesistente. Passò quindi a privati, che lo detengono tuttora. Sulla facciata è visibile lo stemma dell’Ordine (croce di Malta), mentre all’interno, di modeste proporzioni, è conservata una pala d'altare opera di A. Balestra (1666-1740).

Obelisco. Il monumento fu eretto nel 1880 in memoria dell’episodio bellico del 24 giugno del 1866, quando elementi del 49° reggimento di fanteria piemontese al comando del maggiore Ulbrich fecero quadrato intorno al principe ereditario Umberto di Savoia, difendendolo dagli attacchi della cavalleria austroungarica durante la battaglia di Custoza.

Oratorio di San Rocco. Fu eretto molto probabilmente tra il 1485 e il 1511 come ex-voto a seguito di un’epidemia di peste che aveva colpito le campagne veronesi. Presenta una struttura a navata unica con abside poco sporgente e tetto spiovente. La facciata è interamente ricoperta da affreschi attribuiti alla scuola di D. Morone (1442-1518), e riporta le immagini di una crocifissione con Maria e i Santi (tra cui


Rocco) e una Madonna in trono. San Rocco è pure raffigurato nella nicchia che sovrasta il portale. L'interno conserva alcune tele del Seicento e una statua in legno della Madonna databile al XV secolo. L’edificio risulta documentato nella visita effettuata dal vicario del vescovo Matteo Giberti alla parrocchia di Villafranca nel 1525.

Duomo dei Santi Pietro e Paolo. La prima parrocchiale di Villafranca, della quale si hanno notizie a partire dal 1189, sorgeva al centro della cittadina dove ora è Piazza Giovanni XXIII. Nel 1786 si pose mano alla costruzione di una nuova chiesa, contingua alla precedente, ispirandosi piuttosto fedelmente al progetto della basilica del Redentore alla Giudecca di Venezia, capolavoro di Andrea Palladio. Il cantiere procedette con grandi difficoltà durante tutto l’Ottocento, tanto che fu possibile completare l'edificio solo a unità d'Italia avvenuta. Fu infine consacrato nel 1882. All'interno sono conservate preziose opere, tra le quali un coro ligneo intagliato (1736), casule, pianete e reliquari (sec. XVII-XVIII) e alcune importanti tele di Felice Brusasorzi, Brentana (1727), Coppa (1505-1665) e una Natività del Seicento. La vecchia chiesa, trasformata nel frattempo in teatro parrocchiale, fu infine demolita negli anni ’60 del secolo scorso.


Chiesa della Disciplina. Detta anche della Visitazione, la chiesa fu donata nel 1499 dal conte Giorgio Maffei alla Confraternita dei Disciplinati che, nel corso dei secoli successivi, la arricchirono e la ampliarono. Attualmente presenta un'imponente e slanciata facciata barocca, coronata da statue di Santi e da una croce alla sommità del timpano. Sopra il portale è posto un bassorilievo dedicato alla Visitazione. Ai Disciplinati è legato un gruppo scultoreo ligneo, il cosiddetto Mortuorio, conservato all’interno di una nicchia seminterrata lungo il muro sinistro dell’unica navata e visibile attraverso una grata. Composto da nove statue del XVI secolo, fu successivamente ampliato con l’aggiunta nel Settecento di altre quattro sagome in posizione maggiormente prospettica. Lungo le pareti dell’edificio è visibile una preziosa Via Crucis della seconda metà del '700, mentre sull'altare maggiore si segnala una grande pala del Seicento opera di O. Farinati.

Palazzo del Trattato e Museo del Risorgimento. Lungo Via Pace si allunga la facciata del Palazzo Morelli-Gandi-Bugna, edificio signorile di austero aspetto risalente alla metà del Settecento ma più volte rimaneggiato e ampliato. E’ dotato di cortile con barchessa e di un grande giardino botanico, di norma aperto al pubblico. Nel prospetto occidentale, lungo Via Pace, è allestita una piccola sala al cui interno s’ncontrarono l’11 luglio del 1859, pochi giorni dopo le battaglie di San Martino e Solferino, Francesco Giuseppe imperatore d’AustriaUngheria e Napoleone III imperatore di Francia. Qui furono gettate le basi per la stipula dell’armistizio e della successiva pace che posero fine alla seconda guerra d’indipendenza italiana. Gli ambienti, di recente restaurati e riaperti alle visite, hanno restituito le forme e i colori originari. A piano terra si apre il Museo del Risorgimento, che conserva armi, stampe e cimeli appartenenti agli eserciti che combatterono le guerre per l'unità d'Italia. Orario di apertura: sabato e domenica, dalle 15 alle 19, e seconda domenica del mese, anche 9-12. Ingresso a pagamento. Possibili visite su appuntamento per gruppi e scolaresche (Tel. 0456339191; email: cultura@comune.villafranca.vr.it).


Personaggi illustri Rinaldo Cavalchini (1291-1362), letterato e preumanista. Figlio del notaio Oliviero de Cavalchinis, è oggi noto con il nome di Rinaldo da ViIlafranca. Nel 1332 si trasferÏ a Verona, dove fu al servizio della corte scaligera in qualità di precettore. Ebbe per breve tempo l'incarico di curare l'educazione di Giovanni Petrarca, figlio di Francesco, durante il suo soggiorno veronese. Sono famosi i suoi epitaffi funebri composti in memoria di Cangrande I e di Mastino II della Scala.


Giovanni Maria Pomedello (circa 1478-1537), incisore. Fu insieme pittore, incisore e medaglista. Lavorò per Federico II marchese di Mantova, per il veneziano Giovanni Emo governatore di Verona e per Lodovico di Canossa vescovo di Bajeux. In una sua opera firmata si dice originario di Villafranca. La tela, rappresentante la Madonna dello spasimo con San Tommaso, è firmata "Pomedellus villafrancorum aurifex veronensis fecit 1524".

Iacopo Tumicelli (1784-1825), pittore. Trasferitosi ventenne a Milano, affinò le proprie doti artistiche e imparò i segreti della miniatura. Realizzò alcuni ritratti ad olio, tra cui quello di Ippolito Pindemonte. Si trasferì quindi a Padova, dove morì a soli quarant'anni. Di lui rimane un dipinto su tavola rappresentante Cristo crocifisso, in origine posto sopra l'ingresso del castello di Villafranca.

Giovanni Zuliani (1837-1892), pittore. Figlio di Giuseppe, autore di un celebre dizionario della ligua francese, Giovanni Zuliani s’impiegò giovanissimo nelle ferrovie austriache, ma si dimise presto per dedicarsi completamente all’arte. Si trasferì quindi a Torino, dove aprì uno studio di pittura nel 1862. Soggiornò più volte a Parigi a partire dal 1875 e successivamente fu a Firenze e Roma. Morì ancora giovane e in miseria nell’ospedale dei Poveri in San Salvario di Torino. Le poche opere di lui rimaste sono attualmente conservate in collezioni private e presso la Galleria d’Arte Moderna di Torino.

Angelo Messedaglia (1820-1902), economista e uomo politico. Frequentò a Verona il liceo che oggi porta il suo nome e si laureò a Pavia, dove divenne docente universitario. Successivamente ebbe incarichi nelle sedi di Padova e di Roma. Dal 1866 al 1884 fu deputato e senatore del Regno. Fu presidente dell'Accademia Nazionale dei Lincei. E' famoso per opere di economia e di statistica, di cui fu precursore a livello nazionale.

Gian Battista Troiani (1844-1927), scultore. Nato da famiglia povera, fu scoperto da don Nicola Mazza che volle dargli un'educazione artistica. Ancor giovane, vinse il concorso indetto dal comune di Verona per la realizzazione di una statua dedicata a Michele Sammicheli in Piazza Pradaval. Suoi sono anche alcuni busti di personaggi illustri esposti nella sala promoteca della biblioteca civica di Verona. Lavorò poi a Firenze, a Cagliari e negli Stati Uniti, soprattutto per la committenza privata.

Giuseppe Rensi (1871-1941), avvocato e filosofo. Tra i maggiori filosofi italiani del Novecento. Emigrato in Svizzera all'inizio del Novecento, svolse la professione di avvocato e fu deputato nel parlamento del Canton Ticino. Rientrato in Italia dopo la grande guerra, ricoprì l'incarico di docente di filosofia morale presso l'Università di Genova. Pubblicò numerosi saggi, tra i quali "La filosofia dell'assurdo", "La filosofia dell'autorità", "Le antinomie dello spirito" e "La morale di PIatone". Fu allontanato dall'insegnamento quando, dopo il 1925, si rese inviso al regime dell'epoca. La sua opera è tuttora oggetto di studio.

Carlo Anti (1889-1961), archeologo. Laureatosi in archeologia a Bologna e perfezionatosi a Roma, fu ufficiale nella prima guerra mondiale. Nel 1922 vinse la cattedra universitaria a Padova, da dove promosse lo studio dell'arte antica. Fu anche rettore, tra il 1932 e il 1943. Partecipò a numerose missioni


archeologiche in Libia (Cirene), Egitto (Tebtynis), Grecia, Asia Minore, arricchendo inoltre il museo archologico di Padova con l'acquisto di collezioni private.

Cesare Marchi (1922-1992), scrittore e giornalista. Laureatosi in lettere a Padova, divenne insegnante di scuola media. Intraprese ben presto l'attività di giornalista e infine si scoprì scrittore. La curiosità, l'arguzia. il senso della storia, una penna straordinaria, lo portarono a realizzare grandi saggi storici, linguistici e di costume. Condusse anche una trasmissione televisiva della RAI TV dal titolo "Impariamo l'italiano", che gli diede fama nazionale. Grande amico di Indro Montanelli, si allontanò di rado dalla sua amata Villafranca

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