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Erika Favaro IL TUO POSTO NEL MONDO

Casini Editore


Š 2011 Valter Casini Edizioni www.casinieditore.com ISBN: 978-88-7905-184-2


A tutte le guide spirituali che mi hanno accompagnato, mi stanno accompagnando e mi accompagneranno. Ai miei fari.


A parte per Baghera col Bagheraptor, Ipocrities, Hepik e Tegucigalpa, che sono vivi e vegeti e agguerriti sul server hakkar in World of Warcraft, questa storia è frutto dell’immaginazione dell’autrice. I nomi, i personaggi, i fatti narrati, gli incroci di vite e la maggior parte dei luoghi esistono solo nelle mie fantasie. Pertanto, ogni riferimento a fatti realmente accaduti e/o a persone realmente esistenti o estinte, è da ritenersi puramente casuale.


1.

ore 3.14 — Emma? La voce dello sconosciuto che mi resuscita dall’aldilà non è esattamente un bel sentire… una nel dormiveglia delle tre e un quarto può anche sperare di meglio, insomma. — Emma? Parlo con Emma? Ho paura a dire di sì: il suono della mia voce è metallico a tutte le ore, figuriamoci nel cuore della notte. Poi, invece, faccio un sospiro e dico: — Sì. Sono Emma, come posso aiutarti? Un secondo di silenzio durante il quale alzo la testa dal cuscino. — Sono in prigione. Ora, io lo so che la reazione di una persona minimamente normale sarebbe un po’ diversa


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da quella che ho avuto io. Si può tranquillamente affermare che una reazione normale potrebbe essere un “ma tu chi stracazzo sei?”, oppure un più lieve “e a me che me ne fotte?”, o anche, eventualmente, se uno è di buon umore, un “ommioddio caro sconosciuto che ti è successo?”. Ma stiamo parlando di me, quindi quello che mi è uscito dalle labbra è stato un pacifico: — Ok, sai il nome del carcere? Dimmi dove ti trovi esattamente. Una risposta che potrebbe essere utile (anche se esatta solo in parte) per capire perché io chieda al notturno sconosciuto “dove si trovi”, invece di augurargli di ritrovarsi con oggetti impropri infilati nei vari orifizi del suo sconosciuto corpo potrebbe essere: primo soccorso. Il primo soccorso, o il pronto soccorso, per essere precisi. Tutti gli esseri umani dovrebbero fare un corso di primo soccorso: è di aiuto, di enorme aiuto. Quei corsi ti mettono addosso una sensazione di sicurezza, di totale controllo sulle priorità e di calma assoluta nelle emergenze. Poi non è vera la stronzata che una volta abile al soccorso tu debba anche essere arruolato nel soccorso, è una balla. Non devi veramente soccorrere tutti gli anonimi feriti che trovi in giro. I corsi non sono vincolanti, sono sempli-


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cemente una risorsa in più per la formazione di una persona. Quella volta che la mia collega in ufficio si ferì con la carta ed era tutta fiera di ricordarsi di me che ero la responsabile del primo soccorso dell’ufficio, beh, lei poté scoprire che avere l’attestato non fa automaticamente diventare tante piccole madri Teresa di Calcutta. E infatti: — Emmaaaaa, mi sono tagliata il dito con la carta… cosa ci devo fare? Con la faccia preoccupata e gentile, una piccola ruga sulla fronte e il mio miglior sorriso, le consigliai di infilarselo in bocca e di succhiare. Lei non è morta dissanguata e io non ho dovuto compilare il modulo per prendere il cerotto dalla cassetta di pronto soccorso dell’ufficio. Tornando al punto della questione, la prima cosa che insegnano al primo soccorso è che nel momento in cui si chiama il 118 bisogna dire dove ci si trova. Di contro, la prima cosa che chiedono quelli che rispondono alle chiamate al 118 è dove si trova la vittima. È una cosa fondamentale di cui ho fatto tesoro: se le cose dovessero andar male so almeno in che parte del mondo andarmi a cercare queste cose. Una volta scoperto che il mio sconosciuto delle 3.14 si trova nel carcere di Santa Marta, tutto il resto è poco influente per la mia missio-


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ne. Quello che avviene dal “dove” in poi non ha a che vedere con il primo soccorso o con altre abilità professionali; ha a che vedere, invece, con un modo di vivere che è diventato lavoro o forse con un lavoro che è diventato modo di vivere. Mentre salto fuori dal letto gli faccio solo altre due domande, domande di pura cortesia. — Ti ricordi se per caso hai ucciso qualcuno o se lo hai lasciato steso a terra immobile? Mi dice di no, non ha ucciso nessuno e non ha picchiato nessuno. — Come ti chiami? Anzi che nome hai dato ai madamini? Rimane in silenzio per un secondo, il secondo in cui mi accorgo di avere il getto del condizionatore sparato sulla pancia. Mi infilo le prime mutande che trovo a tastoni nel cassetto. — Luca Santi. — Gli sorrido a distanza. — Luca, non dire una parola, sto arrivando. Mi piace il mio lavoro, ci metto tutta me stessa. Spesso in periodi di alta stagione ne sono così presa che fatico a distinguere i giorni della settimana, il mese, e ogni tanto non distinguo un rapporto lavorativo da uno personale. Tutto è iniziato circa cinque anni fa: stavo leggendo un noioso giornale locale in un baretto in centro città e ci trovai dentro un’inserzione


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puzzolente, dicevano di cercare una centralinista ma non spiegavano di cosa si occupasse l’azienda, non c’era neanche il nome del referente alla fine dell’inserzione, ma solo un numero di cellulare. Cinque anni fa non solo telefonai a quel numero ma ottenni anche quel posto. Io avevo un disperato bisogno di lavorare e loro un egual bisogno di una centralinista in grado di arrangiarsi con tutto. Ho stazionato un anno al centralino a passare telefonate da un capo all’altro del mondo, a prendere pacchi da chili di euro dalle banche, a portare documenti ad avvocati e a commercialisti, a ritirare colli e colli e poi ancora colli. In un anno, quasi da sola, ho trasformato un centralino disorganizzato in un servizio di reception a cinque stelle e forte di questa cosa sono andata dal mio capo col coltello tra i denti: — Voglio fare un’altra cosa, qui ho dato tutto quello che dovevo dare. Gli ho detto proprio così. A essere onesta mi cagavo addosso, anche perché io ho, e avevo, il mutuo da pagare e se mi avesse detto di andarmene via mi sarei ritrovata punto e a capo. Il lato di me che non si cagava addosso invece era sicuro di aver fatto bene, sicuro che il mio capo avrebbe tenuto conto di quanto avevo prodotto per l’azienda.


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Poi c’era un terzo lato, quello che aveva cercato altre strade e aveva ricevuto una proposta lavorativa interessante, ben pagata ma emotivamente poco coinvolgente. Mi era stato offerto un posto come assistente di direzione per una TV “molto” locale, una TV così locale che avrei avuto da lavorare dal lunedì al venerdì dalle nove alle diciotto, ferie in agosto e in gennaio settimana bianca. Mi piaceva il “ben pagata” ma non trovavo stimoli alla prospettiva di quel lavoro; probabilmente mi sarei appassionata col tempo ma non sarebbe mai stato vero amore. Il mio capo quel giorno mi ha detto di autogestirmi, di trovare una persona per il centralino e di formarla, poi avrei potuto iniziare il mio nuovo lavoro. Qual è il mio nuovo lavoro? Io di professione salvo il culo alla gente. Gente come questo Luca delle 3.14. A breve sarò al carcere e andrò a sentire cosa è successo, lo porterò via di lì, lo metterò in una stanza di un albergo “amico”. Una buona doccia, abiti puliti, un po’ di cibo. Come da procedura standard gli chiederò cosa fa nella vita, gli chiederò con chi era quando è avvenuto l’arresto, andrò a rintracciare le persone che hanno visto e sentito qualcosa e farò in modo, se è il caso, di calmare le acque.


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Dicono che la madre dei cretini sia sempre incinta, beh… forse è vero, ma di sicuro anche la madre dei buontemponi lo è. Luca Santi, di professione artista, era a Venezia per l’inaugurazione di una sua mostra. Il buon Luca ha deciso di sbronzarsi la sera prima dell’inaugurazione e di fare un po’ di casino per la città. Quando, dopo mezz’ora spaccata dalla sua telefonata, entro nella sala di attesa dove lo ha messo l’agente di polizia, lo trovo con le mani tra i capelli ricci, i pantaloni e la camicia luridi, un puzzo infernale, misto di alcol e… spazzatura. — Buonasera Luca, sono Emma, cos’è successo? Leva le mani dalla testa, si alza e fa per presentarsi, ma io mi allontano e mi appoggio al bancone. Si rimette a sedere, fissa un punto sul pavimento e con la voce rotta inizia a parlare: — Stavo sul ponte di Rialto e ho pisciato su un battello che passava lì sotto. Questi sono i momenti della vita in cui sono contenta che la mamma mi abbia insegnato a non ridere in faccia alla gente, quindi mi dipingo un’espressione assorta grazie a un enorme sforzo di concentrazione — Luca, ti prego, prosegui. Questo tizio a breve si metterà a piangere di fronte a me, io lo so, lui lo sa e insomma… lo


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sappiamo tutti e due. Ha voglia di raccontarmi tutto perché immagina che gli salverò la faccia, ma allo stesso tempo, inevitabilmente, si vergogna tantissimo. — C’era un sacco di gente a bordo e ho visto che urlavano, poi è uscito uno dal battello e da qui in avanti ricordo davvero poco o nulla. Sì, perché perdere conoscenza in certi casi è sempre una cosa utile. Anche questa la so per il pronto soccorso. Il caso Luca ne è un chiaro esempio, il suo cervello avrà pensato: — Ma guarda che cazzo combina ’sto stronzo. — E poi ha chiuso i battenti. Credo che come inizio di confessione non sia malaccio, non intendo chiedergli altro, lo voglio solo portar via. Sospiro e sono contenta che non abbia ucciso nessuno, violentato vecchie signore, danneggiato monumenti; insomma… vorrei dirgli che è un coglione, però un coglione simpatico. Ho impiegato dieci minuti a convincere l’agente che Luca Santi era tanto ubriaco e che una cosa del genere non sarebbe mai più successa e che, inoltre, mi sarei presa tutte le responsabilità del rilascio. Poi finalmente usciamo, io e Luca Santi, di professione bersagliatore di battelli con uccello caricato ad alcol misto piscio, e andiamo con un bel taxi in un albergo lì vicino.


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L’ufficio dove lavoro è un piccolo distaccamento di una grossa azienda con sede a Londra, e non ho idea di chi abbia richiesto il servizio la prima volta, ma so che a Londra si occupano di casi di salvataggio del culo di gente ricca molto più gravi dei miei e anche molto più gravi di quelli che segue il mio capo. Qualche volta le mail relative ai lavori in altre sedi ci vengono girate in copia; loro dicono sia per conoscenza, anzi, per utilità, ma secondo me ce le girano per farsi belli. Tra le tante mi è rimasta particolarmente a cuore la storia di una ragazzina, figlia di un imprenditore newyorchese, che aveva organizzato una festa a casa mentre stava da sola e tre delle sue quattro amiche erano finite in coma etilico. Il mio collega di oltreoceano aveva mandato una squadra di medici interni per sistemare la questione in modo pacifico e discreto, anche se quando ci sono problemi medici con minorenni coinvolti, beh, non è per niente facile. Comunque, questo caso non mi è rimasto a cuore per il lavoro del mio collega, anzi, del mio collega mi interessa poco o nulla; quello che mi dispiace veramente è che questa ragazzina è stata esclusa da tutte le successive feste per quanto successo a casa sua. Questa ragazzina sarà tristissima e si porterà dietro un senso di colpa enorme e insomma… a me dispiace. Mi dispiace anche per questo Luca Santi


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che, sì, è un coglione, però in verità è un coglione di quelli tranquilli: del resto poteva essere uno di quelli che con la sbronza diventano cattivi o uno di quelli che piangono in continuazione. Non dico che se avessi avuto l’uccello avrei fatto la stessa cosa, però nel suo piccolo ha compiuto una microimpresa, un gesto che verrebbe ricordato a lungo se io non facessi in modo che sia dimenticato. Luca Santi resta nella doccia per circa un’ora, l’ora nella quale io mi metto in comunicazione con i due “contatti amici” che ho nei giornali locali per accertarmi che non venga pubblicato nulla in merito. Non intendono scrivere di questa storia: il primo ha sentito un po’ di rumore in zona Rialto ma non si è mosso perché c’è stato un incidente nel distretto industriale alla stessa ora, il secondo non ne sapeva proprio nulla, anche lui impegnato con l’incidente. Devo dire che ogni tanto nelle mie cose sono fortunata, a Venezia non succede mai niente di interessante e la volta che succede qualcosa esplode un tubo a porto Marghera e nessuno si fila Venezia… perfetto. Verifico con un paio di telefonate se qualcuno tra i passeggeri del battello abbia sporto denuncia e nel frattempo lui esce dalla doccia, decisamente più profumato di un’ora fa. — Ti ho preparato una piccola colazione, mangia.


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Si siede sul letto, lo guardo dalla poltroncina sul terrazzo. Non so a cosa stia pensando, non so mai a cosa pensino i miei clienti; a volte sembrano terrorizzati, a volte sono molto fieri di quello che hanno fatto, a volte trovano strano averla passata liscia. Lui sembra stanco, ha la faccia di uno che ha appena mandato a fanculo una cosa bella. — Luca, è prematuro dirti questo, e solo tra qualche ora sarò sicura al cento per cento, però pare che non ci siano stati particolari clamori intorno alla tua bravata. Comunque, nel caso ci fossero, tra un pochino apre la mia agenzia di pubbliche relazioni… Quello che doveva essere fatto nell’immediato è stato fatto, adesso dormi un po’, stasera hai un impegno. Anche questo fa parte del pronto soccorso: non mi agito, resto lucida, parlo quasi con voce solenne, e convinco le persone che tutto va bene anche quando so che tutto invece sta andando a rotoli. Luca si sdraia, e io gli lascio un biglietto sulla specchiera: «Chiamami quando ti svegli». Mi firmo «e» con la “e” minuscola, tanto lo sa chi sono. Alle sei e mezzo timbro il cartellino in ufficio, ho già un paio di ore di lavoro sulle spalle, ma va bene così.


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Casini Editore Via del Porto fluviale, 9/A – 00154 Roma www.casinieditore.com info@casinieditore.com Finito di stampare nel mese di marzo 2011 Stampato per Casini Editore dalla Arti Grafiche la Moderna – Roma


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IL TUO POSTO NEL MONDO Emma salva le persone, ma non è un medico né un pompiere. No. Emma fa l’agente personale e aiuta le persone che hanno difficoltà a gestire vita pubblica e privata. Neppure a dirlo, lavora con personaggi molto in vista. Baghera è una cacciatrice, ma non gira con fucili e pistole. No. Baghera gira con l’arco, con l’animale da compagnia, e mantiene in equilibrio gli elementi della natura. Baghera è una troll. Vive in un mondo fantastico. C’è un piccolo particolare però: il suo mondo è fatto di pixel. Siamo bravi in cucina assieme, ormai capisco le cose subito, siamo un team: riesco a intervenire con le mie skills di problem solving e time management, in poche parole mi accorgo subito di quando finisce la porchetta e riesco ad affettarla prima che il cliente che aspetta il panino muoia di fame. Lo gnomo si siede per terra, come pure l’elfo, e il paladino si mette in piedi davanti a me. Tegucigalpa si piazza tra me e lui, si guardano, di sicuro si stanno controllando le rispettive armi. Sono felice di essere femmina e di aver superato la fase dei paragoni.

Immagine in copertina © 2011 iStockphoto LP

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Emma fa l'angelo, e si impegna per salvare le persone, ma non come un medico o come un pompiere. No. Emma fa l'agente personale e offre un s...

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