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Flavio Carlini

Downtown


Flavio Carlini Downtown

Casini Editore


Š 2009 Valter Casini Edizioni www.casinieditore.com ISBN 978-88-7905-128-6


Prologo

Ho conosciuto Hank una mattina di una noiosa estate all’insegna dell’afa. Per un giornalista freelance questa è la stagione peggiore: tutti in ferie, nessuna notizia, nessun articolo, nessun guadagno. Ogni anno si cerca qualche storia da seguire per non restare a corto di notizie, e in quella noiosa estate troppo calda non potevo fare altro che cercare qualcosa di vagamente interessante nella cronaca cittadina, ingigantendo fatti quotidiani normalissimi in modo da renderli pubblicabili e, perché no, dare fiato a qualche stanco talk-show pomeridiano per casalinghe non ancora in vacanza. Viaggiavo in macchina verso una tendopoli sgomberata di fresco, sicuro di trovare ancora qualcuno dei protagonisti della vicenda. Il tema dei vagabondi era molto gettonato in quel periodo e mi aveva illuminato l’idea di un articolo che avrebbe certamente venduto: Intervista col barbone. Come immaginavo, nei pressi della tendopoli scomparsa vagavano ancora i senzatetto; alcuni sedevano sul prato, immersi in qualche insondabile pensiero mentre si grattavano la folta barba con l’aria di osservare tutto quello che li circondava attenti e, allo stesso tempo, assenti. Ho sempre pensato che buona parte dei clochard fossero pazzoidi messi sulla strada, per cui preferivo sottoporre alla mia intervista un altro tipo di


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barbone: quello buttato in strada dal fallimento economico. Non era difficile individuare chi tra questi poteva farmi comodo, era sufficiente osservare il loro comportamento, c’era una vera e propria separazione tra di loro. Gli svampiti sedevano qua e là soli e separati, gli altri confabulavano e borbottavano tra loro in piedi, o seduti in cerchio su casse di frutta rovesciata. Decisi di avvicinarmi a questo gruppetto: sicuramente qualcuno di loro, in cambio di qualche soldo, mi avrebbe concesso un po’ di tempo. In fondo cosa avevano di meglio da fare questi pittoreschi perdigiorno? – Buongiorno –, mi avvicinai cauto ed educato, come chi chiede un’informazione. Non risposero, continuando a parlottare tra loro, una reazione che un po’ mi aspettavo, schiarii la voce e riprovai. – Buongiorno. Ora si voltarono verso di me, più per curiosità che per educazione, presumo. Svogliatamente risposero. – ‘Giorno. – Chi cerchi? – mi chiese uno di loro, forse il più gentile, o il più curioso. – Nessuno in particolare – spiegai con calma – sono un giornalista, vorrei farvi qualche domanda sui fatti di questa notte, qualcuno di voi ha due minuti da dedicarmi? – chiesi, restando a guardarli in attesa di risposta. Era ovvio, per me, che avessero tempo libero, tempo da buttare; mi chiedevo però se avessero voglia di parlarmi, non avevano l’aria di persone accomodanti. Dopo la mia richiesta tornarono a borbottare tra loro, a voce bassa e con un accento incomprensibile che non sono sicuro di poter definire “dialettale”. Alla fine del loro piccolo consulto, con un largo sorriso, mi indicarono un uomo che cam-


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minava solitario con le mani in tasca tra quelli che dovevano essere i residui della tendopoli sgomberata. Un vagabondo anche lui, naturalmente; frugava qua e là in cerca di qualcosa di recuperabile. – Vai tranquillo, lui fa al caso tuo. Si chiama Hank. Era piuttosto giovane rispetto alla media degli altri vagabondi in zona, non gli davo più di quarant’anni. Molto alto, robusto, aveva i capelli mossi, molto crespi, di un colore biondo sporco, lunghi fino alle spalle, legati sotto la nuca. Una barba incolta dello stesso colore che, disordinata, sembrava un tutt’uno con la chioma; i suoi occhi azzurri erano così avvolti da quella cornice uniforme di peluria. Indossava una sgualcita camicia hawaiana a maniche corte impregnata di sudore, e un paio di pantaloni che gli arrivavano fin poco sotto il ginocchio, ai piedi portava un paio di sandali malandati. Nel complesso la sua immagine, il suo aspetto, unito a quello sguardo consapevole e beffardo, à la Henry Miller, mi dava più l’idea di un figlio dei fiori d’altri tempi che di un contemporaneo barbone sbandato. Mi avvicinai ancora, vedendo una smorfia di disappunto disegnarsi sul suo volto. Stavo per salutarlo, per rivolgergli la parola, quando lui, ancora senza guardarmi, mi fece una domanda: – Sei un giornalista, vero? – Sì – risposi – come fai a saperlo? – Puzzi. Così ho conosciuto Hank. – Puzzo? – chiesi. – Sì. Non aggiungeva altro, non dava spiegazioni, un aspetto del suo modo di fare piuttosto snervante. Continuava a frugare tra i resti di quella tendopoli


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ignorandomi completamente. Sospirai avvicinandomi, cercando di cambiare discorso. – Posso farti qualche domanda su questa notte? – Sì, ma se non mi offri il pranzo non ti rispondo. – Va bene. Fermò la sua ricerca, sedendosi su un largo pietrone, guardandomi in faccia, degnandomi di un minimo di attenzione. – Prima di iniziare posso chiederti perché dici che i giornalisti puzzano? Volevo togliermi la curiosità. – Perché di lavoro riesumate cadaveri, o li seppellite, a seconda di quello che vi chiedono di fare, e finite per puzzare di carogna pure voi. – Una critica sterile e neanche tanto originale – commentai la sua risposta. Effettivamente da come si era presentato mi aspettavo qualcosa di meglio. – Quello che dite sempre per zittire le critiche: “non è originale!” – esclamò – non è per questo che sei qui? Tu vuoi una bella storia strappalacrime su quello che è successo stanotte, su ciò che abbiamo provato ad essere scacciati dalle nostre umili tende... e se mi metto a piangere ti va anche di lusso! Le sue provocazioni non mi colpivano particolarmente, ne avevo ricevute di peggiori, o di migliori, per cui misi da parte il nervosismo concentrandomi sull’intervista. Hank aveva gli occhi di un curioso osservatore, e l’espressione di chi pretende di saperla lunga su qualsiasi argomento. Capivo che per tutta la durata dell’intervista avrebbe cercato di far valere le sue idee su qualsiasi questione. A me il compito di tenerlo a bada. – Per quale giornale scrivi? Mi sorprese con una domanda inaspettata.


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– Scrivo per chi mi compra i pezzi, sono un freelance. – Un bel modo per dire “disoccupato”… Provai un forte impulso di alzarmi e andarmene, ma non avevo intenzione di dargli vinta la partita. Mi voltai verso i vagabondi che mi avevano indirizzato da lui, ancora seduti in circolo su quelle vecchie cassette. Mi indicavano sghignazzando tra loro, naturalmente conoscevano Hank e volevano farsi quattro risate alle mie spalle. – Va bene, “signor freelance” – disse – Hai avuto la pazienza di stare qui a parlare con me per più di cinque minuti, quindi ti meriti un bel racconto. Preparati: la storia di questa notte per filo e per segno. Sperando, poco convinto, che la smettesse con gli scherzi e le battute, mi sedetti davanti a lui, sul prato.


Parte Prima Intervista col barbone


1. Comfortably numb

Mi chiamo Henry Rubdik, ma tutti mi chiamano Hank. Comodo e breve, mi piace di più, chiamami così anche tu. Se devi. Abitavo in questa tendopoli da qualche mese, non come la maggior parte di questi straccioni che erano qui da anni, tanto da farli organizzare e tirare su vere e proprie riunioni condominiali. Io stavo qui da qualche mese e la gente, nonostante le assemblee, iniziavo a sopportarla. Sai, ho sempre avuto problemi a relazionarmi con gli altri. Per questo sono finito sulla strada, perché non avevo abbastanza soldi per pagarmi uno psicologo, e non abbastanza fegato da trovarmi un lavoro. In altri tempi sarei finito al manicomio, forse. Comunque ti dicevo, finalmente avevo trovato il mio posto, come si suol dire, ed ecco che, senza nessun preavviso, è arrivata una macchina della polizia municipale. Due vigili urbani sono scesi e si sono avvicinati, ricordo che io fui il primo ad andargli incontro, assieme ad altri due, ma in poco tempo si formò un vero e proprio capannello di gente, tutti ammucchiati intorno a quella macchina. Circondavamo i vigili che cercavano di spiegarci la situazione; molto, molto semplice, in fondo: dovevamo sloggiare. Senza discussioni, senza


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dibattiti o proteste. Ci davano una settimana per raccogliere gli stracci e sparire. Perché? Gli onesti e ligi cittadini erano stanchi dello schifo provocato dalla presenza delle nostre irrispettabili personcine a due passi da casa, in uno dei parchi più grandi della città. Lontano dagli occhi, lontano dal cuore, dico io. Ovviamente non avevamo idea di dove andare a rifugiarci dalla pioggia e dalla grandine, ma questo non importava ai benpensanti pulitori della città. Come dargli torto? In fondo barboni eravamo e barboni siamo. Come sempre, ci saremmo arrangiati; magari sparendo in qualche buco di periferia, allontanando i nostri brutti musi e le nostre ascelle puzzolenti dai nasini dorati dei residenti. Avevamo una settimana di tempo, comunque, e nessuna voglia di arrenderci. Così decidemmo di chiamare dei nostri vecchi amici di un centro sociale che già avevano piantato un bel casino quando qualche tempo fa lo sgombero ci era stato imposto per la prima volta. Speravamo che coinvolgere stampa e televisione ci avrebbe fatto guadagnare un po’ di tempo, almeno per dividerci i ponti sotto i quali andarci a rifugiare. Per quanto mi riguardava, speravo ovviamente di restare qui, dove credevo di aver trovato i miei primi amici e il primo posto dove non mi sentivo a disagio. Questa volta, però, i nostri amici del centro sociale non avevano tempo per noi, non ho capito neanche bene che cosa avessero da fare di più importante da non starci neanche a sentire. Senza di loro non avevamo nessuno che potesse difenderci da quello che tutti, qui alla tendopoli, vedevano come un immotivato sopruso. Eravamo sporchi, è vero, non era tanto bello starci a guardare, né stare a guardare le nostre tende sudice, ma non abbiamo mai


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fatto male a nessuno; anzi, spesso abbiamo preso qualche balordo che sperava di nascondersi in mezzo a noi in cambio di niente. Ad ogni modo, sapevamo bene che nessun “difensore di cause perse” si sarebbe schierato dalla nostra parte, anche il più scalcinato provocatore pensa solo al suo, al vostro mondo, di certo non al nostro. Ci siamo impegnati disperatamente alla ricerca di qualcuno che potesse aiutarci, darci visibilità; ma trovandoci contro i poteri forti della città, la maggior parte dei giornalisti che in quei giorni riuscimmo a contattare ci chiusero letteralmente le porte in faccia, altri ci promisero mari e monti, o più semplicemente, uno spazio, un articolo, un trafiletto, una foto. Ma le promesse restarono promesse, chiacchiere, aria: nulla. I giorni passavano, intanto, e la settimana era quasi scaduta. Un gruppo di nostri compagni decise di lasciar perdere questa battaglia senza speranza e si impegnò a cercare un nuovo posto dove andare a piantare la tenda. Il primo a cui venne questa idea fu Karl, un tipo che è sempre stato sulle sue, anche più di me, ma di cui la gente si fidava, e infatti in molti lo seguirono in cerca di una nuova casa, se mi passi il termine. Nonostante questo, comunque, buona parte di noi continuava a credere nelle promesse di quei giornalisti che ancora non ci avevano mandato al diavolo. Per quanto mi riguarda avevo già perso la speranza. Sono sempre stato scettico di carattere ed ero ormai pronto e rassegnato a tornare alla mia squallida e solitaria vita di vagabondo senza prospettive, con l’amarezza del ricordo del solo posto che mi aveva fatto sentire protetto e al sicuro. Passai le ultime due notti senza chiudere occhio. Piansi. Sì, tu mi vedi


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grande e grosso, strafottente e sgarbato, tanto che prima ti ho detto che mi infastidiva il tuo fetore, ma non mi vergogno a dire che in quei due giorni ho pianto come un bambino. Tutti hanno bisogno di un luogo, ed il mio stava per essere cancellato, nel giro di una settimana, da sconosciuti signorininasodelicato che tanto odiavano il nostro mondo, senza nemmeno conoscerlo. Ho passato quei due giorni nella più totale apatia ricevendo senza reagire l’ennesimo masso che la vita mi gettava contro. Che altro potevo fare? Scusa, non dovrei commuovermi ora, non dopo come ti ho trattato, ma di sicuro conosci l’animo umano e, in fondo, anche io sono una persona. Dov’ero rimasto? Sì. Karl e i suoi, intanto, avevano trovato un buon punto dove andare a piantare la tenda lungo l’argine del fiume, dove già si accampano abitualmente altri barboni. Un posto perfetto per passare l’estate, o almeno fino all’inizio delle piogge stagionali. Invece per noi arrivò il giorno dello sfratto, o meglio, la notte. Certe schifezze è meglio farle con il favore delle tenebre, o gli onesti cittadini potrebbero impietosirsi, e magari protestare contro chi getta via persone come rifiuti. Giunsero assieme: polizia, vigili urbani e pompieri, ognuno pronto al proprio compito. Poliziotti e vigili muovevano rapidi tra le tende tirandoci fuori, con le buone o le cattive. Sì, non stupirti, anche con le cattive, chiedi a qualcuno di questi perdigiorno qui in giro di farti vedere i lividi. Se volevi scrivere un bell’articolo, mio caro giornalista, dovevi esserci quella notte. Le tende bruciavano, il crepitìo del fuoco era coperto dai lamenti dei barboni che correvano disordinati, qua e là, carichi come muli del poco che avevano: materassi, stracci, pezze, bottiglie, borse e buste di tutti i tipi. Sembrava giorno... sì, sì, sembrava giorno.


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In un attimo era sparito tutto, anche io dovetti fuggire. La polizia minacciò di arrestare chiunque fosse rimasto nei paraggi. I pompieri spensero i roghi, li vidi da lontano, con le lacrime agli occhi, lasciando della mia casa un ammasso di fumante cenere. La maggior parte di noi, me compreso, aveva perso tutto. Cercammo così di rifugiarci al fiume, da Karl e i suoi amici, assieme a quelli che fino a poche ore prima erano nostri condomini, se mi passi il termine, sicuri che ci avrebbero offerto ospitalità per almeno una notte. Ci accolsero con un sonoro “non c’è posto!”, ripetevano questa odiosa frase violentemente, cacciandoci dal fiume. Ironia della sorte: scacciati dal mondo che ci è avverso, fummo cacciati anche dal nostro. Così eccoci a girare per le macerie, in cerca di qualcosa da recuperare. Più per nostalgia che per valore, in effetti.


2. Intermezzo

Hank smise di parlare ed io restai a guardarlo incapace di fare domande o aggiungere commenti al suo racconto. Sono un giornalista professionista, non mi commuovo facilmente, eppure la partecipazione e l’amarezza con cui mi raccontava l’epopea sua e dei suoi compagni mi trascinava in quello che così insistentemente definiva “il suo mondo” e non potevo che uscirne scosso. Mi immedesimavo nella sua miseria, per quanto mi era possibile. Storie come questa sono all’ordine del giorno, lo so bene, eppure ci passano davanti agli occhi e neanche ce ne accorgiamo più. Gli abitanti del “nostro mondo” non vedono nemmeno quelli dell’altro. Possiamo compatirli, ma in realtà, mi rendo conto, è l’indifferenza che regola i nostri rapporti. L’indifferenza della dialettica dei due mondi. Hank alzò gli occhi ancora lucidi su di me, lo avevo mal giudicato. Pensavo fosse un provocatore volgare e in vena di scherzi, invece era solo un uomo esausto e disperato. Ascoltata la sua storia diventava comprensibilissima la sua avversione verso i giornalisti, la classe che gli ha voltato le spalle con false promesse nel momento del bisogno. Lo guardai nei suoi occhi azzurri, le sue labbra si piegarono, lentamente, in


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un sorriso che al momento non capii, poi esplose in una fragorosa risata. A fargli eco gli altri vagabondi, quelli che mi avevano mandato da lui. Ridevano come ubriachi. Hank, ridendo senza trattenersi minimamente, riprendeva fiato sospirando un divertito “oddio” finché, calmandosi a fatica, affannato, e guardandomi con un ghigno, mi spiegò con la sua insopportabile aria saccente il motivo di tanta ilarità che, comunque, avevo già intuito. – Balle, sono tutte balle! – esclamò soddisfatto – Il bello è che ho improvvisato, non mi sono neanche preparato la storia! – Perché hai raccontato questa storiella? Solo per farti due risate alle mie spalle con i tuoi amici? – Ma no, che vai a pensare? L’ho fatto per te, per guadagnarmi quel pranzo! – Per me? – Certo, volevi una storia tutta lacrime che facesse riflettere e provare pietà per una decina di minuti, o no? Non sono questi gli ingredienti di una buona inchiesta? Il suo modo di parlare semplice e diretto non ammetteva repliche, e se anche gli avessi dato torto in questo momento avrebbe tirato in ballo la mia reazione immediata, che era evidentemente rivolta proprio verso la riflessione e la pietà. La rabbia che quell’uomo riusciva a tirarmi fuori non faceva che aumentare la mia voglia di accettare quella sua assurda sfida, per quanto fosse forte il mio desiderio di alzarmi e andarmene mandando al diavolo lui, i suoi amici e l’intervista col barbone. – Non ti sei guadagnato nulla, ancora.– affermai – Io voglio la verità. – Ma sei un giornalista! – esclamò di rimando.


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– Appunto. – Bah... – borbottò senza aggiungere altri sagaci commenti al vetriolo. Non si aspettava quella mia reazione, o forse non credeva possibile incontrare un giornalista fuori dai suoi schemi mentali. – Va bene, signor “giornalismo verità”, cosa vuoi sapere? Cambiò di nuovo espressione, da perfetto lunatico. – Com’era vivere qui, alla tendopoli? – Uno schifo. – In che senso? – Topi, scarafaggi, pidocchi, zanzare, poco alcool e pochi avanzi da mangiare. Uno schifo. O pensi davvero che ci si possa abituare? – Penso che, in mancanza di alternativa, ci si possa adattare… – Provaci – rispose secco, lapidario. – Non dai l’idea di un barbone ridotto così dalla disoccupazione o dalla sfortuna, sei qui per scelta? – Sì, è così. Forse qui già si contraddiceva: se aveva scelto quella vita, perché se ne lamentava? Decisi di soprassedere, almeno per il momento, ma annotai mentalmente la questione. L’avrei ripresa in seguito. – Come sei diventato un senzatetto? Come hai deciso di diventarlo? Se tutta quella storia che mi hai raccontato prima era una balla, allora non è vero che sei un sociopatico o roba simile… e, in effetti, non ne hai l’aria. Gli altri vagabondi compresero che era finito il divertimento. Iniziarono ad allontanarsi, tre da una parte insieme, gli altri da soli. Quello che c’era da recuperare tra i resti del loro squallido condominio era stato preso. Mi venne il dubbio che il racconto di Hank non fosse del tutto una


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balla ma scacciai il pensiero: dovevo imparare a riconoscere, e cancellare, le sue fandonie o non avrei retto il confronto con lui. In poco tempo io e Hank restammo soli. Iniziò il suo racconto.


Downtown Hank è una persona cinica che da anni vive per strada pur di non dover fare la fila alle Poste. Max invece è un rampante giornalista in cerca dello scoop che possa cambiargli la vita. Un giorno i due si ritrovano costretti a collaborare dalle reciproche necessità: Max ha bisogno di una storia, Hank ha dannatamente bisogno di cibo. Mentre Hank racconta ciò che lo ha portato a fuggire dalla società una domanda più complessa inizia a sorgere: cosa ha portato Max a non farlo?

«Tutto quello per cui vi uccidete di lavoro e per cui vi indebitate è inutile, anche se non ve ne rendete conto». — «Quello che impariamo crescendo è tutto ciò che abbiamo». — «[…] capisco che scegliere presuppone qualcosa per la quale valga la pena di prendersi la briga di farlo, ed è forse questo a destare curiosità».

12,90 euro ISBN 978-88-7905-128-6

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