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Tiziano G. Bertoni

Casini Editore


Š 2011 Valter Casini Edizioni www.casinieditore.com ISBN: 978-88-7905-207-8


1. Jake

Il silenziatore era grande quanto il tampax della donna cannone, ma tutto sommato non sembrava granchè rispetto alla pistola che ci stava dietro. Beretta 92 Full Steel Vertec. Un gran bel gingillo. A distanza ravvicinata, le teste esplodevano come meloni maturi. Si aprivano a metà e il cervello spruzzava fuori come un geiser di gelatina. L’uomo di fronte alla pistola fece un sospiro rassegnato e pensò con un certo dispiacere ai biglietti per lo show di Van Morrison di quella sera. L’irlandese si esibiva alla Midnight Arena in Cyprus Avenue: l’unica data newyorkese per quell’anno e forse anche per i prossimi dieci. Aveva speso un occhio della testa per quei biglietti. Poltronissime di seconda fila, posti centrali. Un fottuto occhio della testa. Bigfoot nel frattempo seguitava a tenerlo sotto tiro con i suoi occhi inespressivi, emotività pari a quella di un bovino morto, e sembrava quasi che si fosse fatto di sale. Non gli si muoveva un muscolo. “Lo sai cosa sei, Jake? Sei un cazzone, caro mio: un gran bel cazzone! Come diavolo hai fatto a farti fregare da uno scimmione simile? Come diavolo hai potuto?! Questo qui non arriva ad allacciarsi neanche le scarpe se non legge prima le istruzioni”.


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Lo scimmione in questione era un colosso di due metri per uno: biondo, faccia sbarbata, calzoni e giacca dello stesso color cammello sbiadito e una semplice maglietta bianca. In linea di massima pareva la custodia di Don Johnson in Miami Vice. Don Johnson era un’altra cosa, però. Jake si sgranchì le spalle, che cominciavano a dargli noia. Cercò di farlo nella maniera più lenta possibile e stando bene attento a non abbassare le mani da sopra la testa. Le vertebre gli schioccarono secche come il collo di un impiccato. Lo scimmione sbadigliò, annoiato. L’imboscata era avvenuta sulla quattordicesima, in pieno giorno. Erano stati abbastanza veloci da non farsi notare troppo. Il bestione lo aveva placcato da dietro come un toro in calore e Jake aveva sentito il suo alito da mangiaspaghetti, aglio e formaggio; poi un dolore liquido come l’oceano, altrettanto profondo. Un teaser o qualcosa del genere. I nervi erano schizzati tutti insieme, contemporaneamente. Aveva visto la madonna o chi per lei, ed era crollato a terra come un sacco di merda. Samuel le aveva scelte bene le persone a cui affidare il suo “caso”. Lo scimmione era tosto, oltre che grosso. E neppure il suo capo, quel Don Alfonso, sembrava un tipo da sottovalutare. Dava l’idea di poter organizzare l’assassinio della propria madre in meno di due ore, se la parcella fosse stata adeguata. “È meglio se mi invento qualcosa… e anche alla svelta”. Che ci fosse Samuel dietro tutto quel casino era evidente come una macchia d’inchiostro su un abito da sposa; non ci voleva mica un genio per capirlo! La pistola dello scimmione era caricata con pallottole modificate. Quando Jake aveva ripreso i sensi, la prima cosa che il mangiaspaghetti aveva avuto premura di fare era stato sparargli un colpo di prova a due centimetri dalla testa, a mo’ di avvertimento. E un colpo era più che sufficiente per identificare la pallottola. I proiettili modificati generano un


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riverbero sonoro unico, due ottave al di sotto della normale soglia di percezione umana. Solo quelli della sua razza potevano sentirlo. Jake si concentrò sul da farsi. A breve la testa riccia e maligna di Samuel avrebbe fatto capolino dalla porta in cima alle scale, dietro il bestione. — Ve l’ha detto, Samuel, chi sono? — chiese al neandertaliano. — Chi sono in realtà, voglio dire… L’altro non rispose. La pistola neanche. Neppure il particolare che Jake conoscesse Samuel parve turbarlo. Forse oltre che muto era anche sordo. — Io sono un angelo. Ecco. L’aveva detto. Bigfoot gli rise in faccia. — Cazzo di Budda! — Scosse impercettibilmente la testa. La sua voce era cavernosa e ruvida, spaventosamente inumana. Era la voce di chi si fuma un pacchetto di sigarette intero senza neanche scartarlo e in linea di massima quella che ci si aspetta abbia un tipo del genere. Il solo sentirla avrebbe fatto piangere più di un bambino. Per Jake fu dolce come il gorgogliare di un ruscello. — È per questo che Samuel mi dà la caccia — proseguì, — ed è per questo che ti ha ingaggiato per uccidermi. Fece una pausa per dare il giusto ritmo alle parole. — Ti conviene filartela — concluse. — Né io né Samuel siamo ciò che pensi… Mister simpatia, che era rimasto muto e ghignante durante il suo breve monologo, tornò improvvisamente più serio di un becchino, come se quella storiella avesse finito di rallegrare il suo cuore nero. Erano quasi dieci anni che Tony Mascella lavorava per Don Alfonso. Dieci anni di onorata carriera. Aveva spezzato gambe, rotto teste e ammazzato cristiani in numero considerevole.


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Il suo era un bel lavoro, molto gratificante. Ma a tutto c’è un limite. Tony s’era già pentito di avergli rivolto la parola; quello svitato cominciava a dargli sui nervi. Se non si sbrigavano, là sopra, l’avrebbe fatto fuori di sua iniziativa; e al diavolo la professionalità! Non gli piaceva per niente. C’era qualcosa che non andava in lui. Aveva il portamento del damerino e una faccia da schiaffi che faceva venire i nervi solo a guardarla: ma a dispetto della raffinatezza dei suoi modi, era come se ci fosse altro sotto quei vestiti firmati. Più stava in compagnia di quel tipo e più una leggera sensazione di disagio gli si insinuava sotto pelle, come un ospite fastidioso. L’uomo che si chiamava Samuel si era raccomandato, non doveva perderlo mai di vista. — Il mio amico è uno in gamba: se ti distrai è capace di combinarti qualche scherzetto. — Non mi distraggo neppure quando cago — gli aveva risposto, e s’era messo a ridere. Quel Samuel non gli piaceva troppo. Gli metteva i brividi, cazzo. E non era una cosa che capitava tutti i giorni. Jake ritornò alla carica: — Anche Samuel lo è… un angelo, intendo dire. Sai, è in corso una specie di rivolta dalle nostre parti… — Zitto! — ringhiò il killer. La sua voce si fece ancora più cupa. Jake obbedì. “Niente da fare… questo qui mi tocca ammazzarlo”. Prese un respiro profondo e si preparò mentalmente a sfruttare quei pochi decimi di secondo che avrebbe avuto a disposizione. Inspirò intensamente un’altra volta, strinse forte i denti per sopportare in qualche modo lo spasimo e infine diede il via alle danze. La pelle gli si lacerò per prima, poi toccò ai vestiti. Poco meno di quattromila dollari tra camicia, giacca e cappotto. Fanculo!


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Jake lasciò che le ali gli saltassero fuori come quelle di un giocattolo a molla, di scatto, fermandole a metà apertura: in quello spazio angusto era impossibile dispiegarle completamente. Il nero delle sue piume bagnate luccicò di riflessi liquidi. La faccia dell’energumeno nel vedere quelle ali spuntargli da dietro la schiena fu abbastanza esilarante, ma niente a cui Jake non avesse già avuto modo di assistere. A Loretta, la prima volta, era venuto un mezzo colpo. — Oh cazzo! — aveva gridato. Era saltata all’indietro come un canguro. Un metro o due. Niente male. La cosa che più l’aveva spaventata, gli aveva confidato poi, era il fatto che fossero nere come la pece; nere quando invece avrebbero dovuto essere bianche, al massimo di un bianco sbiadito se non proprio candide. Che stronzata. Le piume degli uccelli non sono forse di diversi colori? La faccenda del bianco era una discriminazione bell’e buona. Doveva avere a che fare con quella storia sulla purezza: gli umani tendevano sempre a estremizzare ogni cosa. Jake si buttò sull’energumeno prima che anche lui avesse modo di agire. Gli bloccò il polso destro appena in tempo per evitare il morbido flop lucente della calibro nove. L’uomo cercò di opporre resistenza e Jake gli spezzò di netto il polso. Con una leva da judoka lo atterrò sul pavimento. Il gorilla impastò il muso col cemento e storpiò la bocca in un gemito strozzato di dolore, poco più di un grugnito. Un vero professionista, questo glielo riconosceva. La pistola scivolò via dalla mano ormai inservibile. Jake mollò la presa dal braccio, raccolse l’arma e la puntò contro l’ex proprietario. Bigfoot lo guardò come si guarda un brutto incubo, appoggiato a fatica sul gomito: la mano mezza maciullata gli giaceva di fianco come un animale morto, il naso gli sanguinava. — Tu non sei vero — disse il killer. La sua voce era diventata tutto d’un tratto meno inquietante.


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— Me lo dicono in molti. Lo tenne sotto tiro: Jake attendeva l’arrivo della cavalleria e il gorilla pure. Dieci secondi, forse meno, e la porta in cima alle scale si aprì. Il volto compassato e i capelli impomatati di Don Alfonso vi fecero capolino. — Ma che cazzo…? — La pallottola lo raggiunse al volto prima che riuscisse a focalizzare la scena in fondo alle scale. Il corpo cadde all’indietro, spinto dalla forza d’urto del proiettile. Un pezzo della sua faccia andò a spiaccicarsi contro il muro come una lumaca volante. Il killer sobbalzò. Jake gli ripuntò la pistola contro e questi sollevò la mano ancora buona, come per proteggersi. — Non puoi farlo… — piagnucolò. — Sei un angelo: dovresti fare solo del bene. Gli angeli non possono uccidere così le persone. Jake non riuscì a trattenere un sorriso. — Grande e grosso, e ancora credi alle favole. Gli scaricò addosso l’intero caricatore. Il bestione ballò la danza del verme salterino, poi si allungò sul cemento freddo e a malincuore esalò il suo ultimo respiro. L’angelo svitò il silenziatore dall’automatica e mise entrambi i pezzi nella tasca del cappotto. Scavalcò il corpo esamine del killer librandosi in volo, salì le scale e una volta sopra si chinò sul cadavere del boss. Don Alfonso aveva pressappoco la sua corporatura . Aveva fatto bene a sparargli in faccia. Richiuse le ali dentro di sé, ripiegandole su loro stesse: gli squarci sulla schiena cominciarono piano a rimarginarsi, provocandogli il fastidioso formicolio che conosceva bene. Lentamente la schiena riassunse un aspetto normale e lui poté togliersi di dosso il cappotto, la giacca e infine la sua Ermenegildo Zegna. Sfilò il cardigan al morto e se lo mise. Abbottonandoselo non poté fare a meno di accarezzarlo, come fosse un gatto. Doveva trattarsi di cachemire indiano o qualcosa del genere, una favo-


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la! E il blu tutto sommato non era male: mimetizzava bene gli schizzi di sangue che dalla faccia del bastardo erano partiti in tutte le direzioni. Jake si passò una mano tra i capelli scuri, per dar loro una parvenza di ordine dopo la colluttazione con il mastino. S’infilò il cappotto e andò deciso verso l’unica porta della stanza oltre a quella che dava sulle scale. Si ritrovò dentro la sala di un ristorante. Le sedie erano tutte sopra i tavoli, le luci spente: sembrava che avessero chiuso apposta per lui. L’ingresso era dall’altra parte della sala. Appena fuori fermò un taxi. Il messicano che lo guidava lo avvertì che stava per staccare e che quindi non accettava corse lunghe. Jake gli promise venti dollari di mancia e quello non ebbe più niente da obbiettare. Mentre svoltavano a destra, all’incrocio con Ferry Street, a Jake parve di vedere dei riccioli biondi entrare al “Cesare”. Sorridendo all’idea che potesse trattarsi di Samuel, si sporse verso il divisorio di plastica del taxi e ci picchiettò sopra con un dito. — Che c’è amico? — Faccio un sonnellino, svegliami quando siamo arrivati. Il tassista alzò il pollice come Fonzie. — Ricevuto — disse. Jake gli fece l’occhiolino, poi appoggiò la testa alla gomma dello schienale; stese le gambe più possibile e chiuse gli occhi. Chet Baker cominciò a suonare Somewhere Over the Rainbow solo per lui. Chet era in forma smagliante quel giorno.


2. Il tedesco arriva in città

Karl Goodefield si sporse con un movimento aggraziato oltre la corda rossa e molle, penzolante come le budella di un gigante, e studiando accuratamente il quadro che aveva attirato la sua attenzione cercò di dargli un senso coerente. Piegò la testa prima da un lato e poi dall’altro, prese a osservarlo come gli esperti nei serial televisivi e al cinema, ma il viso del morto continuava a sembrargli del tutto inappropriato, come se non avesse alcuna forza espressiva al di fuori dei suoi colori accesi e della smorfia di terrore. Il dipinto raffigurava la testa di un uomo poggiata su una sedia. La sedia pareva malferma, come se le mani che l’avevano costruita fossero state quelle di un pazzo sconclusionato. La testa era poggiata di traverso, su un orecchio. Gli occhi dell’uomo erano spalancati. Dal collo grondava sangue come se piovesse. Karl sputò per terra e prese dalla tasca del cappotto color fuliggine un pacchetto di Marlboro Light ancora sigillato. Tolse con cura l’involucro di plastica, tirando la sottile striscia rossa e rigirando il pacchetto come uno spiedino. Il suo sguardo non mollò neppure per un momento il dipinto. L’arte contemporanea lo affascinava in un certo qual modo.


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L’arte e la morte erano come gli anelli di nozze sugli anulari di due sposi, facevano parte dello stesso gioco. Certo, pensò Karl, la morte aveva una poetica così sublime che difficilmente l’arte avrebbe mai raggiunto. E pur godendo appieno dell’opera di un pittore famoso, soprattutto quando essa si avvicinava a quello stato di pazzia colorata che la signora con la falce riusciva a donare alle sue opere, non avrebbe mai conosciuto piacere più sublime di quello insito nell’atto di distruggere, di sentire una vita umana spegnersi sotto la furia delle proprie mani. Confortato da quei pensieri, l’angelo accese una sigaretta: il fumo salì fino ad avviluppare la cima dei suoi lunghi capelli corvini, accarezzandoglieli amorevolmente. Da dietro i Ray–ban a specchio gli occhi continuavano a scrutare il dipinto. A Bob Randall, l’inserviente del museo, occorsero poco meno di tre secondi per accorgersi della sigaretta. L’uomo rimase sbalordito a fissare l’estraneo, come per accertarsi che quello che i suoi occhi vedevano corrispondesse alla realtà — ma chi cazzo poteva essere così stronzo da fumare in un museo? — poi, senza pensarci due volte, si avventò come un’aquila in picchiata verso Karl, sperando di arrivare all’uomo prima che il fumo della sigaretta arrivasse ai sensori antincendio. Se partiva l’allarme era un gran casino; la direzione gli avrebbe fatto il culo, questo era poco ma sicuro. Non gliene fregava un cazzo, a quelli, se Frank e Julie erano a casa in malattia e a lui toccava controllare tutte e cinque le sale del secondo piano da solo. “Adesso ti sistemo io”. Cristo, oramai non si poteva più fumare neanche nel cesso di casa propria, e quello stronzo gli accendeva una sigaretta proprio davanti agli occhi… dentro al museo… il suo museo… come se niente fosse! Questo era veramente il colmo. Bob zampettò con le sue gambe tarchiate fino allo sconosciuto e lo afferrò per un braccio. Con l’altra mano gli fece cadere la sigaretta a terra e pestandola col piede ebbe cura di spappolarla a livello molecolare.


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— Ma che le salta in mente? Bob Randall guardò torvo la sua immagine riflessa nei Ray– ban a specchio dello sconosciuto e strinse ancora più forte la propria mano intorno al braccio dell’uomo, spingendolo lontano dal quadro. Nonostante la gloria implicita e l’eccitamento che derivava da quel gesto risoluto, la sua esaltazione si risolse nel giro di qualche secondo, dato che il visitatore rimase impassibile alla forza della sua stretta, e a Bob non riuscì di spostarlo neppure di un millimetro. Eppure, porca troia, di forza ce ne aveva messa. E cazzo gliene erano capitati di più grossi di quello lì. Bob Randall mollò il braccio con un certo senso di disagio. — Qui dentro non si fuma, amico! — lo avvertì. A quel punto Karl si tolse gli occhiali per osservare meglio la formica che lo stava importunando. Neanche un giorno a New York City e già qualcuno gli rompeva le palle. Non la sopportava proprio quella città. Era evidente che l’ultima volta ne aveva ammazzati troppo pochi. Questo qui, poi, era stata una dimenticanza imperdonabile. La formica puzzava di dopobarba da quattro soldi. — Non sei amico mio, bestione — spiegò Karl, con calma. John Travolta e Bruce Willis in Pulp Fiction. Una delle sue scene preferite. In un certo senso Karl era grato a quella formica puzzolente per avergli dato l’opportunità di ricrearla ancora una volta. Magari non l’avrebbe ucciso. Karl Goodefield dava un certo credito alla parola riconoscenza. Bob Randall rimase momentaneamente interdetto, disorientato, come se quel tizio l’avesse preso all’improvviso a schiaffi in faccia. Guardò il tizio che lo fissava e cercò di mettere un po’ di grinta nella voce, senza riuscirci: — Con chi diavolo pensi di pa… di parlare… brutto… brutto maleducato… maleducato che non sei altro! Bob si accorse che stava quasi balbettando e che aveva una paura del diavolo. “Questo qui non è mica normale”, pensò men-


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tre fissava la faccia pallida dello sconosciuto. “Cerca di stare attento, vecchio mio: deve trattarsi di uno di quei drogati del cazzo, uno di quei bastardi imbottiti di crack che vanno a sparare in testa alla brava gente”. Dunque lo riafferrò per il braccio, cercando di ignorare la paura che gli rosicchiava i nervi delle gambe. Karl gli sorrise con denti candidi e affilati come rasoi. Gli si avvicinò di un paio di centimetri, che nella strizza del momento a Bob Randall parvero metri. — Vuoi morire? — gli chiese. Bob Randall lasciò andare la presa. Deglutì a vuoto. La sua faccia impallidì diventando una luna piena e sudaticcia, senza vita. — Ok — disse allo sconosciuto cercando di controllare il tremito nella sua voce, — fa… fa… facciamo finta che non ho… o… o… che non ho visto niente. — azzardò con un tono complice facendo pure l’occhiolino, ma entrambi non gli vennero un granché bene. Karl non gli rispose e si voltò a guardare di nuovo il quadro, ignorandolo come se non fosse mai stato lì e tra loro non fosse accaduto nulla. Bob ne approfittò per ritornare lentamente da dove era venuto. Si allontanò di qualche passo senza voltarsi, continuando a incespicare. Non avrebbe saputo dire il perché, ma era più che sicuro che se avesse dato le spalle a quel tipo, lui gli sarebbe saltato addosso come una belva, gli avrebbe strappato il cuore a mani nude. E per finire, se lo sarebbe mangiato. Così l’inserviente continuò la sua passeggiata all’indietro, sentendosi un idiota, e si voltò solo quando fu nell’altra sala, quella degli astrattisti. Prese il fazzoletto a fiori gialli e rossi che sua moglie gli aveva messo in tasca un mese prima e ci si asciugò la fronte. Si sentiva il sudore fin nelle mutande. Non provava più una sensazione simile da quando alle elementari Luke Ryan aveva minacciato di spezzargli tutte quante le ossa delle gambe.


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Distratto dai ricordi, non si accorse di un bambino che gli correva incontro. Il moccioso gli tagliò la strada evitando per un pelo di dargli una testata sulle palle. L’uomo imprecò mentre con un gesto stizzito evitava la testa del marmocchio, come un torero fa con le corna. Tutti quei nani che correvano senza sosta erano un gran pericolo. Avrebbero dovuto vietare l’ingresso a chi fosse alto meno di un metro e trenta, pensò Bob, tralasciando il fatto che lui non arrivava al metro e cinquanta. Ad ogni modo, contento che il bambino stesse correndo verso le scale e non dall’altra parte, dove c’era il drogato fuori di testa, Bob Randall gli corse dietro. Ci voleva un po’ di disciplina a quel mondo, si disse inseguendo il moccioso. Senza disciplina sarebbe diventato tutto quanto un maledetto caos: la gente avrebbe smesso di cagare nei cessi e poi di pulirsi il culo, e via dicendo. Ma ora ci avrebbe pensato lui. Avrebbe fatto vedere a quel moccioso figlio di puttana chi comandava lì dentro. Sissignore. Karl osservò con gli occhi della mente l’omuncolo agitare le sue grasse chiappe all’inseguimento del bambino e pensò che l’insetto aveva finalmente trovato una preda alla sua portata. Poi ritornò a considerare il quadro e sorrise. Finalmente aveva capito cosa c’era che non andasse in quel dipinto. L’idea che prendeva forma senza la sostanza. La tela e ciò che vi era rappresentato mancavano completamente di veridicità. Una testa sradicata di netto dal corpo non appare così. Il colore, l’espressione del viso: tutto sbagliato. Persino la pelle non era riprodotta a dovere. Aveva ucciso parecchie persone nel corso della sua vita, e ad alcune di loro, di tanto in tanto, aveva riservato il suo trattamento speciale. Nessuno di quei disgraziati gli aveva regalato un’espressione del genere, alla fine. Mentre i tendini e la pelle si disfacevano sotto le sue dita, i più strabuzzavano gli occhi come se dovesse scoppiargli la testa da un momento all’altro; buttavano fuori la lingua fin quasi a leccarsi il petto; cercavano di urlare, di prenderlo a pugni o strozzarlo a loro volta. Ma una volta che


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rimaneva solo l’osso della colonna vertebrale a tener loro la testa sulle spalle e la sua mano sguazzava nel sangue e nella spugnosità della carne… una volta che erano belli che morti, insomma, scompariva dal loro volto qualsiasi traccia di emozione. Non rimaneva che carne andata a male, e il vago sospetto che stessero solo dormendo. Si vedeva chiaramente che l’autore non aveva mai visto un uomo decapitato. Gli autori contemporanei proprio non li capiva. Ci mettevano troppa fantasia. Karl buttò via la cicca della sigaretta e si allontanò da lì, infilando le mani nel cappotto di seta nera. Passando per l’ingresso sorrise alla cicciona inscatolata nella biglietteria. La donna guardò quel bel ragazzo e sorrise di rimando, seguitando a fantasticare sull’uomo del mistero fino a che un vecchietto incazzato più di un cane rabbioso non cominciò a sbattere sul vetro divisorio con il suo bastone da passeggio. Picchiava talmente forte che pareva voler rompere il vetro e aprirle la testa in due come un samurai. La donna rispose al vecchio in malo modo e questo smise di usare il bastone come un’arma impropria. — Mi dia un biglietto! — ordinò. — E si sbrighi, che ho fretta! — Cos’è, ha paura di fare tardi al suo funerale?! Karl uscì dal Whitney Museum e scese le lunghe scale. Si diresse verso Central Park, dove Samuel aveva fissato il loro incontro. Erano le quattro meno dieci. L’angelo si accese distrattamente un’altra Marlboro. Sbuffò fuori il fumo della sigaretta, guardando il cielo terso dietro le lenti a specchio. La nuvola di fumo si ingigantì a dismisura, insieme al vapore generato dal suo alito. L’aria di New York City era fredda quasi quanto il suo cuore. Karl non ci fece caso e affrettò il passo. Giunse alla trasversale della settantaduesima strada dieci minuti dopo e trovò Samuel già lì, seduto su una delle panchine in


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ferro vicine alla conchiglia di Naumbourg. Dentro la conchiglia in cemento, una band di vecchietti ci dava dentro con l’inno nazionale, sfidando il freddo di febbraio e il senso del ritmo. Il biondo dava le spalle alla conchiglia e fumava un grosso sigaro, lungo quasi quanto un suo braccio. Roba da signori. D’altronde, da Samuel non ci si poteva aspettare altro: la ricchezza era una delle poche cose al mondo che potessero interessare il biondino. Karl si avvicinò alla panchina. — Come va, compare? — gli chiese con fare allegro Samuel mentre lui gli stava ancora alle spalle. Goodefield fece un balzo, scavalcò la panchina e si sedette di fianco all’amico. — Non c’è male. Il biondo annuì con un sorrisetto divertito. — Ti trovo in forma smagliante, difatti. — Neanche tu mi sembri messo male. L’altro fece spallucce. — Bah, che ti devo dire? Si va avanti… gli anni cominciano a farsi sentire. Un piccione sgambettò fino ai loro piedi, in cerca di briciole. Karl allungò una gamba con un gesto svogliato e l’uccello scappò qualche metro più in là, in un battito d’ali. Samuel tirò una boccata dal cubano e alzò la testa a scrutare il cielo; osservò il piccione ritornare alla carica. — Ho fame — disse, — andiamo a farci un boccone. Karl scacciò nuovamente il volatile. — Come vuoi. I due angeli si alzarono dalla panchina. — Dove andiamo? Samuel ci pensò su. — Andiamo da “Mario’s”, sulla quattordicesima. Fa degli agnolotti che sono la fine del mondo. Sua figlia è una mia paziente. — Prese Karl a braccetto. I due si allontanarono nella nebbiolina del parco come due vecchi amanti.


3. La pacchia è finita

L’Antone’s era strapieno quel giovedì. I duemila e più disperati che intasavano la sala erano stretti come il buco di culo di un lottatore di sumo con la diarrea, e i ragazzi in prima fila si ammassavano attorno al palchetto agitandosi come invasati. Jack Morris, della sicurezza, si stava dando da fare tirando magliette ed elargendo schiaffoni dove capitava, ma per il momento ancora nessuno si era rotto il naso contro uno dei suoi pugni. Per il momento. Le urla in ogni caso erano così alte che sembrava di essere all’inferno. Girone del sudore e del fumo di sigaretta. Da quando la band si era formata, era la prima volta che succedeva una cosa del genere. Gregg Kinnear ripensò a tutti gli anni passati sulla strada, a suonare in bettole pulciose da quattro soldi, e a tutte le volte che lui e i ragazzi avevano litigato per il compenso con il bifolco di turno. Giorni buoni per mollare tutto, appendere la chitarra al chiodo e darsi alle rapine a mano armata. Ma non quella sera. Quella sera era diverso. Gregg aveva sempre saputo che prima o poi sarebbe arrivato quel momento, quell’esatto istante in cui sai per certo che le uniche cose che ti possono fermare sono la galera o la morte; e ora che quel momento era lì, se lo voleva godere fino in fondo.


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Erano ormai al terzo bis della serata: Have You Ever Loved a Woman alla Eric Clapton. Gregg guardò Jo–Jo e gli altri, e gli parvero bambini in una piscina piena di cioccolata. I loro volti erano radiosi. Jo–Jo sorrideva inebetito, tutto impegnato a sudare come un porco in una sauna e a pestare duro sulle Zildayne. Nick graffiava la Fender come il Keith Richards dei tempi d’oro e Ray pareva ipnotizzato dal suo stesso giro di basso. Joseph gli si rovesciò addosso insieme al microfono. Fece il suo urlo standard da vitello marchiato a fuoco e lasciò che lui partisse con l’assolo. Cazzo, se erano forti. Una ragazza dalle tette enormi e la faccia grassa gli lanciò in testa qualcosa che assomigliava a un paio di mutandine. La tettona strillava come se le stessero rovistando le budella con un ferro da calza rovente. Gregg si levò il regalino dal viso e constatò che effettivamente si trattava di un paio di mutandine. Modello rosa con i fiori. Non riuscì a capire se fossero pulite o meno, sorrise alla ragazza e terminò l’assolo con un pinch armonico in feedback. Il pubblico andò in delirio. Gli ci erano voluti trent’anni, prima di suonare la chitarra a quel modo. Oramai non c’era nulla che non potesse fare con quelle sei corde. Gregg guardò verso Mickey e vide che anche lui sorrideva. Gli occhi del loro manager scintillavano come due diamanti, sembrava che un po’ della gelatina con cui si impiastricciava i capelli ci fosse colata sopra. La band attaccò con Mustang Sally e qualcuno tra il pubblico bestemmiò dalla contentezza; ce l’aveva con Gesù Cristo e anche con la Madonna. Niente di grave, ad ogni modo. Terminarono lo show con una canzone nuova, che lui e Joseph avevano scritto qualche giorno prima; dopodiché ringraziarono tutti quanti e scesero dal palco. Mani concitate e sudate presero a toccarli e a dar loro pacche sulle spalle. Passarono indenni fra il pubblico e si diressero in camerino.


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Lo stanzino era grande quanto una scatola di scarpe per bambini e sapeva di muffa. Era anche probabile che ci avessero ucciso delle persone lì dentro, compiuto riti satanici e suicidi di gruppo: i muri erano ricoperti da scritte che avrebbero fatto arrossire più di un camionista e da strisciate simili a graffiti del paleolitico. Entrarono dentro a quel buco sudicio in fila indiana, Jo–Jo per ultimo. Gregg guardò Ray e gli altri. — Pare che ce l’abbiamo fatta, eh? Il bassista fece spallucce. — Mi sembra un po’ presto per dirlo… — Il solito pessimista del cazzo! — lo sfotté Joseph. — Già! — gli fece eco Nick. — Va a finire che ci porti pure sfiga! Me lo spieghi perché non riesci mai a essere soddisfatto? — Fece un gesto con la mano a indicare quello che si erano appena lasciati alle spalle. — Ma li hai visti o no, lì fuori? Erano in delirio, cazzo! In delirio! Ray alzò le spalle e si chinò a raccattare il suo sacco. Ne tirò fuori un asciugamano che una volta era stato bianco. — Mi lavo prima io — disse, — così nel frattempo potete continuare a farvi pompini a vicenda. A quel punto la porta scassata dello stanzino si aprì e una testa calva come una palla da biliardo ne fece capolino. Sembrò a tutti una scena abbastanza buffa da riderci sopra. La testa pelata sorrise sotto un paio di occhietti furbi; e quando loro smisero di sghignazzare allargò ancora di più la bocca e il sorriso, tanto che per un attimo Gregg temette si aprisse in due e ne venisse fuori un coniglio. “Ci siamo” pensò, “ecco il nostro nuovo manager. Adesso ci chiederà se abbiamo già qualcuno che ci rappresenti e poi…” Gregg cercò di farsi un’istantanea della scena. Cose del genere non capitavano spesso, nella vita. — Gregg Kinnear — disse invece l’uomo. — Sto cercando Gregg Kinnear. Lui si fece avanti di mezzo passo. — Sono io. Lei è il signor…?


Tiziano G. Bertoni

L’ometto calvo sorrise nuovamente e Gregg non potè fare a meno di notare quanta radiosità emanasse quel sorriso. Quel tipo aveva a che fare con gli angeli. — Potrei parlarle un attimo in privato? Mi manda Jake. — Jake Blues ? — Per l’esattezza. Gregg squadrò l’uomo e tentò di capire se fosse carne o pesce. L’altro rimase immobile, imperscrutabile. “Ecco uno con cui non vorrei mai giocare a poker”. Poteva essere un impostore, ma poteva anche non esserlo. Le cose, su in New Jersey, si erano fatte pesanti. Gregg aveva sentito dello scherzetto che avevano combinato a Jake e di come se la fosse cavata per un pelo. Samuel si stava organizzando insieme alla sua cricca. Magari quel tizio era uno dei suoi scagnozzi. Il chitarrista studiò nuovamente l’ometto. Indossava un blazer grigio di marca e ai piedi aveva un paio di mocassini che dovevano costare più del vestito stesso; portava un pizzetto mefistofelico sotto la bocca e degli occhialetti tondi alla D’Annunzio. Anzi,lui stesso assomigliava a D’Annunzio. Sembrava un tipo a posto, ma parecchi figli di puttana lo sembrano. Di certo, non aveva l’aspetto di un killer prezzolato. Sarebbe stato sufficiente non abbassare la guardia. “Forse però Samuel o chi per lui non ti vuole far fuori così frettolosamente, non ci hai pensato? Magari ti vogliono sbranare a poco a poco; farti a pezzi e poi mangiarti ancora vivo”. — Andiamo qui fuori — disse Gregg al piccoletto. Uscirono dal camerino, e appena fuori della porta Gregg svoltò a destra. Seguirono lo stretto corridoio verso l’uscita che dava sul vicolo e si ritrovarono all’aria aperta, viziata dai tubi di scappamento e dai suoni assordanti della città che riempivano cielo e stomaco di polvere velenosa. Austin era magnifica e crudele come una puttana con la pistola. Lui e D’Annunzio si diressero sotto la luce di un lampione lì vicino.


The Angels Chronicles

— Jake ha bisogno di lei — disse l’uomo senza preamboli. Gregg se ne stette in silenzio. Ficcò le mani in tasca e si strinse nelle spalle. Aveva addosso solo la maglietta con la quale aveva fatto il concerto e un asciugamano sul collo a mo’ di atleta. Faceva un freddo cane lì fuori. Prese a saltellare da un piede all’altro come un tossico in crisi e accorgendosene l’ometto gli offrì la sua giacca. Gregg rifiutò la gentilezza con una scrollata di spalle. Uno dei vantaggi di essere un angelo era quello di non ammalarsi mai. Un po’ di freddo non l’avrebbe certo ucciso. — Allora, come sta Jake? Il tizio si accese una sigaretta lunga e sottile, da cui tirò una boccata pensierosa inspirando neanche la metà del fumo. L’angelo fece una smorfia. Se c’era una cosa che sopportava ancora meno di quelli che fumavano, erano quelli che facevano finta. Accendevano quelle loro cicche puzzolenti solo per appestare l’aria. — Jake ha bisogno di lei — disse testa pelata. — Questo l’ho capito, mi dica qualcosa che non so. L’ometto lo guardò come se volesse studiarlo. — La vita di Blues e dei suoi famigliari è in serio pericolo — spiegò. Gregg annuì. Immaginava anche quello. — Si sono mosse le ali bianche? Testa pelata scosse la testa, con fare dispiaciuto. — Ora non posso dirle di più, signor Kinnear. Jake ha bisogno di sapere se lei è ancora un buon amico. L’angelo sputò per terra e un mezzo ghigno gli comparve sulle labbra, come una pennellata indecisa. L’altro sorrise e tirò un’altra delle sue assurde boccate. — Ne sono lieto — disse. — Allora… non ci resta che andare! Deve perdonare questa mia fretta, ma lei capirà bene che non c’è un minuto da perdere. Gregg lo guardò leggermente perplesso.


Tiziano G. Bertoni

— Mi sta dicendo che dobbiamo partire subito? Intende dire, adesso? D’Annunzio annuì. — È meglio non perdere altro tempo, se non le dispiace. Prenda l’indispensabile, per i vestiti ci organizzeremo strada facendo. Ho già avvertito un mio amico sulla quarantottesima: è il direttore di un Emporio Armani. Spero che sia di suo gradimento. Gregg squadrò quegli occhietti vispi, luccicanti. — Preferirei parlare con Jake, prima — disse all’uomo. — Spero che non si offenda, ma vorrei avere una conferma direttamente da lui, se non le spiace. L’uomo parve soppesare la sua richiesta. — Ho il videotelefono in macchina — disse infine. — Provo a vedere se riesco a contattarlo. — Non è una richiesta contrattabile — tagliò corto Gregg. — Da qui non mi schiodo senza aver prima parlato con Jake. Il sorriso da gatto del Cheshire ricomparve sulla faccia tonda dell’uomo. — Naturalmente. Gregg lo studiò nuovamente. Cercò nel suo modo di fare, nell’espressione del suo viso qualcosa che gli permettesse di capire se poteva fidarsi oppure no di quello strano tipo, e di nuovo non vide altro che un paio di occhialini tondi e un’espressione da poker. Quello che veramente lo preoccupava era cosa avrebbero pensato i ragazzi. Abbandonare la barca adesso era veramente da stronzi, lo sapeva anche lui. Ma se Jake chiedeva il suo aiuto con modalità così precipitose, un motivo c’era di sicuro. Forse si avvicinava la resa dei conti, finalmente. — Torno subito — disse a testa pelata. L’ometto annuì. — L’aspetto davanti all’entrata principale dell’Antone’s. Ho una Ford Galaxy verde scuro. — Ok. — Gregg rientrò nel locale, dove l’aria calda e il fumo gli schiaffeggiarono la faccia come una vecchia baldracca incazzata. “La pacchia è finita” pensò tra sé con un certo dispiacere.


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Casini Editore Via del Porto fluviale, 9/A – 00154 Roma www.casinieditore.com info@casinieditore.com Illustrazioni di Jace Wallace Finito di stampare nel mese di ottobre 2011 Stampato per Casini Editore da Gemmagraf s.r.l. – Roma


Fred il simpaticone si pisciò addosso. Quel giorno pareva che la gente non sapesse fare altro. — Allora — gli disse Jake, — mi hai già fatto perdere un sacco di tempo, sai? Adesso allento un po’ la stretta, così almeno puoi respirare. Ma non cercare di fregarmi. Se solo provi a urlare o anche solo a parlare, ti stacco quella testa di cazzo prima ancora che tu abbia il tempo di fare una scoreggia. Mi hai capito? Fai sì con la testa, da bravo.

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Vivono molto a lungo, guariscono in fretta e all’occorrenza volano… per il resto, nessuna differenza con gli umani.

In futuro, quando Quentin Tarantino farà un film sugli angeli, troverete questa frase nei titoli di coda: “tratto dal romanzo di Tiziano G. Bertoni, Angels Chronicles”.

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The Angels Chronicles  

Se non avete mai pensato che la furia degli angeli potesse un giorno calare senza pietà, è giunto il momento di ricredervi. Se non avete mai...

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